31/07/2008
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Infermeria.
E’ questione di giorni, ha detto la Mound quando ho riaperto gli occhi.
Tra un paio di giorni te ne potrai andare, te lo assicuro.
Sette giorni dopo, sono ancora qui.
Inchiodato a questo stupido letto, in questa stupida stanza. Non è rimasto più nessuno, hanno mandato via persino la Traviston e lei si che era ridotta male! Sebastian pare sia l’unico che, pur essendo stato ferito da Doholov, è riuscito a sfuggire alle cure della nostra amata infermiera.
Jules dorme, la maggior parte del tempo, e quando apre gli occhi è completamente assorbita dalla presenza di Aedan. Chi l’avrebbe mai detto, poi, che il cuore della nostra regina dei ghiacci sarebbe stato sciolto proprio dal principe del gelo.
Mi rigiro su un fianco, sbuffando, e mi ritrovo ad affondare il viso in un gigantesco mazzo di fiori che pare galleggiare a mezz’aria. Mi ritraggo, di scatto, starnutendo.
«Ma che diamine..»
«Scusa» trilla una vocina sottile e incredibilmente acuta «Scusami non volevo!»
Guardo meglio il mazzo: non sta effettivamente volando, ci sono un paio di bambine che sbucano di sotto. Che Eugene si sia dato dalla Trasfigurazione di qualche piccina del primo anno?
«Non fa niente» rispondo in automatico, sentendomi non poco idiota nel parlare a un mazzo di fiori.
«Non volevo, lo giuro!» mi assicura la vocina, incrinandosi pericolosamente e sfiorando il panico assoluto.
«Davvero, non importa» la rassicuro.
Silenzio. Imbarazzante silenzio. Mi schiarisco la voce, prima di riprendere.
«Posso fare qualcosa per te?»
Il mazzo-mutante sbuffa, sollevandosi in punta di piedi, per poi scindersi in due: i fiori si posano sul comodino ricoperto di libri e biscotti, le gambe si ricongiungono al busto di una minuscola ragazzina dai capelli biondi ed enormi occhi azzurri che identifico come Emily, la Presidentessa del mio Fan-Club.
«Sono.. sono per te» balbetta, torturandosi le dita.
«Emily» le sorrido, facendola avvampare all’istante «Che pensiero gentile, non dovevi disturbarti..»
«Non sono solo da parte mia» precisa, compita «Sono da parte di tutto il tuo fan-club, che ho l’immenso onore di presiedere» recita, gonfiando il petto d’orgoglio. Fa tenerezza, questo scricciolino.
«E li hai portati tutti da sola?» le chiedo, educatamente. Scuote il capo.
«Sono venuta con Hannah e Lucy, loro..»
«Sono qui fuori, non è vero?»
Annuisce, in attesa. Mi sa che non ho proprio scelta.
«Hannah, Lucy» le chiamo, stampandomi in faccia il migliore dei sorrisi.
Due testoline, una rossa e una corvina, fanno capolino. Le due piccole arrossiscono, trotterellando verso la loro socia con un gran sorriso stampato in faccia. Si guardano, confabulando sotto voce, per poi spintonare la loro capa verso di me. Questa, riluttante, si schiarisce la voce.
«Volevamo sapere…» inizia «Come stai?»
Sarà un lungo, lungo, lunghissimo pomeriggio.
***
Presidenza –qualche giorno dopo.
Il volto di Dippet è pallido e scavato, segnato da profonde occhiaie violacee. Non devono esser state settimane facili per lui, giustificare al Ministero del perché molte delle personalità più influenti del mondo magico siano state convocate a scuola per rispondere della condotta dei loro pargoli d’oro. Ho intravisto la nonna di Jillian, dalle finestre dell’Infermeria, e il padre di Audrey mentre se ne andava, impassibile e glaciale come pochi altri. Milo mi ha riferito di Lywelyn Senior e della sua aria altera, mentre pare che assieme ai Norwood sia arrivata un ingente quantità di galeoni d’oro zecchino, appena prelevati dalla Gringott.
Quello che mi stupisce, però, è Riddle. Nessuno ha fatto il suo nome, nessuno l’ha visto, nessuno ha detto nulla. Si sta preparando per i M.A.G.O. come se nulla fosse, rinchiuso o nel Reparto Proibito della Biblioteca o nella Sala Comune di Serpeverde.
Il Preside si toglie gli occhialini rotondi, massaggiandosi le tempie, prima di tornare a guardare il viso pacato di mio padre. Siamo gli ultimi in assoluto, a transitare al suo cospetto.
«Signor Hunnam» riprende a parlare, stancamente «Io non so davvero cosa pensare. Una cosa del genere da Carlisle non me la sarei mai aspettata.»
«Nemmeno io» commenta mio padre, rifilandomi un’occhiataccia.
«Uno studente così brillante, un ragazzo così tranquillo» scuote il capo «Non è ammissibile, non è ammissibile»
«Preside Dippet, non sia così drammatico» intercede mia madre, allontanandosi dalla finestra per venire alle mie spalle e posarvi sopra le mani «Sono ragazzi, è normale che facciano qualche bravata!»
«Signora Hunnam, lanciare caccabombe è una bravata. Stregare le scope di Patricia è una bravata.» chiude gli occhi, di nuovo, per poi riaprirli e posarli su di me. Sento il rimprovero e la delusione scivolarmi addosso, macigni che vanno ad aggiungersi ai pesi che già porto «Una zuffa tra studenti, alcuni dei quali feriti gravemente, non è un bravata»
Sento mio padre inspirare a fondo, inquieto, ma non ho il coraggio di guardarlo. Qualcosa mi dice che non troverei un sorriso a curvargli le labbra, quanto una smorfia.
«Preside Dippet» scandisce, lentamente, sporgendosi leggermente in avanti «Cosa sta cercando di dirci? Che nostro figlio non potrà sostenere gli esami e dovrà ripetere l’anno perché si è sentito in dovere di difendere la sua ragazza? E’ questo che sta dicendo? Che verrà punito per aiutare una persona a cui vuole bene?»
Dippet si ritrae, leggermente spiazzato, e io guardo mio padre sorpreso: sa perfettamente cosa è successo nella Foresta, glielo ho detto chiaro e tondo prima di entrare in questa stanza. Eppure mi difende. Trattengo un sorriso, mentre mia madre interviene.
«Come ha detto lei, Carlisle è sempre stato uno studente modello, un bravo ragazzo. Non ha mai dato problemi. Tenga conto anche di questo, la prego: non pregiudichi il suo futuro per quello che è stato un atto di altruismo. Non è che questo che si insegna in questa scuola? L’amicizia, la lealtà, la correttezza. Avrà anche sbagliato, ad attaccare, ma l’ha fatto per una giusta causa.»
Alzo lo sguardo verso mia madre: la linea elegante del collo, lo sguardo puro e la piega pacata della labbra sono tutto ciò che riesco a scorgere di lei, tra ciocche di fiamme legate in un nodo distratto. Mio padre, lì vicino, guarda fisso davanti a se sfoggiando il mio stesso identico profilo. Le due persone a cui devo la mia esistenza, schierate per difendere il mio immediato futuro. E’ in momenti come questo che mi sento benedetto dal cielo.
«D’accordo, d’accordo» cede alla fine Dippet, dopo un interminabile silenzio «E’ vero. Ma non posso lasciarlo impunito, voglio che sia chiaro. Avrà un richiamo ufficiale, ma potrà prendere parte agli esami di fine anno. Se riuscirà a passarli, l’anno prossimo gli saranno interdette le uscite a Hogsmeade fino alle vacanze di Natale» decreta, con un tono che non ammette repliche.
Avverto la tensione abbandonare mio padre; mia madre si lascia andare in un sorriso, mentre io continuo a fissare il nulla davanti a me. Una volta ancora, sono stato graziato. Eppure, non riesco ad essere felice della mia buona sorte: Audrey e Jillian sono quelle che hanno pagato le conseguenze più care di una lotta clandestina a cui tutti prima o poi giungeranno; sono state le vittime sacrificali sull’altare della giustizia. Se ne andranno. Per sempre.
Una fitta mi stringe il cuore. Ho come la sensazione che non se ne andrà tanto in fretta.
Il cerchio sta iniziando a chiudersi, niente sarà più lo stesso.
***
Stanza delle Necessità –qualche giorno dopo.
«A cosa brindiamo, esattamente?» domando per l’ennesima volta a Milo, che continua a riempirmi un bicchiere dopo l’altro.
«Alla fine» mi risponde allegro e pimpante, gli occhi chiari illuminati dalla scintilla dell’alcol.
«Alla fine?»
«Degli esami, idiota!» mi tira una manata sulla spalle, prima di saltellare via in direzione di un altrettanto sbronza Dinamitarda Worthington.
«Ah» commento, imbambolato, fissando il bicchiere colmo fino all’orlo di Whisky Incendiario sgraffignato in cucina da Damian. Gli esami, già. Come siano andati, non lo so. Non so nemmeno come abbia fatto a rispondere a tutte le domande, quando l’unica cosa a cui riuscivo a pensare era l’imminente fino dell’anno scolastico e l’ancora più imminente separazione da Jillian.
Jillian.
Se ne sta in un angolo, a chiacchierare con Daisy e Annabel, un sorriso stampato sulla faccia ma gli occhi colmi di un dolore che mi strazia il petto. Tutto quello che vorrei, adesso, è mandare a fanculo il mondo, prenderla e portarla via da tutto questo. Georgie mi sfreccia accanto, gorgheggiando felice con un Sebastian ululante avvinghiato attorno alla vita. Una scena al limite del tragicomico. Scolo il liquore tutto d’un fiato, sentendolo scivolare lungo la gola lasciandosi una scia bruciante alle spalle. Con una smorfia, mi affianco ad Eugene nell’esatto istante in cui decide di far sfoggio delle sue notevoli capacità vocali, reclamando silenzio in favore di Julia.
La nostra guida si fa avanti, bella e fragile come non mai, e ci guarda uno ad uno, prima di iniziare a parlare. Milo mi si affianca, con un sorrisetto che non promette nulla di buono e un altro bicchiere stracolmo, che mi piazza in mano. Se domani mattina non sarò in grado di reggermi in piedi, saprò di chi è la colpa.
«La cosa più importante, tuttavia, è che Fidelius continui. Per questo c’è bisogno di una persona che prenda il mio posto.» sta dicendo Julia. I suoi occhi chiari si posano su di me, limpidi e penetranti. Butto giù un altro sorso,
«Io, Georgie e Sebastian ci pensiamo già da un po’. Ed abbiamo deciso che il candidato migliore sarebbe Carlisle Hunnam. Sempre se accetta.»
Il sorso mi va di traverso, ma riesco a non tossire: gli occhi dei presenti sono puntati su di me, in attesa, ma ho improvvisamente perso la capacità di parlare. Io? A capo del Fidelius? Per una frazione di secondo, mi sento irrimediabilmente perso. Ci pensa Georgiana a riportarmi alla realtà.
«Carlisle?» mi chiama dolcemente.
Mi schiarisco la voce. Cosa si fa in una situazione del genere?
«Io… certo che accetto. È un onore che abbiate pensato a me, spero di esserne degno.»
Ci si annega nella banalità, ecco cosa si fa: una frase più idiota non potevo trovarla, questo è certo. Sebastian riprende a ululare, reclamando altro alcol, mentre Julia avanza di un passo.
«Kahlil Gibran una volta scrisse: “La tua ragione e la tua passione sono i remi e le vele della tua anima marinaia. Se uno o l'altro si rompono, puoi buttarti e andare alla deriva, o restare fermo in un punto morto in mezzo al mare. Perché la ragione, se governa da sola, è una forza che ti limita; e la passione, da sola, è una fiamma che brucia fino a distruggersi.”» leva il calice ed urla «A Carlisle!»
I presenti attorno a me ripetono il mio nome, accompagnandolo con espressioni gioiose e grandi risate. Mi ritrovo a sorridere come un ebete, mentre Milo mi salta attorno e Eugene vaga per la stanza tubando come un piccione in calore per non so che astruso motivo. Intravedo Jillian, in un angolo, appoggiata contro la parete che guarda verso di me, con un caldo sorriso sul volto. Di nuovo, la fitta al cuore torna a farmi visita e questa volta non so combattere il mio istinto. Poso il bicchiere ancora pieno su un tavolino e vado verso di lei, senza guardare in faccia nessuno, ignorando tutto e tutti per fermarmi solo quando la mia ombra nasconde la sua figura.
«Ciao» sussurra, accarezzandomi il volto con il respiro.
«Ciao» mormoro a mia volta, guardandola negli occhi. Fa male, fa così dannatamente male. Ma non mi importa.
«Vieni» le dico, stringendole una mano.
«Dove?» domanda, lasciandosi trascinare via.
«Via da qui» rispondo.
Non so nemmeno io, dove sto andando. So solo che voglio stare con lei.
Serra abbandonata –più tardi.
Le dita fredde di Jillian scivolano lungo la mia schiena nuda, mentre la stringo a me e affondo il viso tra i suoi capelli. La notte è calma, attorno a noi; la luce della luna cade liquida sulle foglie lucide delle piante che sono cresciute rigogliose, nel corso degli anni. E’ stata lei a trascinarmi qui, dopo avermi visto attraversare un reticolo di corridoi con lo sguardo vacuo e nessuna idea su dove andare: mi ha stretto forte la mano e mi ha portato via. Quello che doveva essere il suo rapimento, è diventato il mio.
Mi sono accorto che abbiamo lasciato il castello solo quando un soffio d’aria fresca mi ha colpito la faccia, uno schiaffio gelido che mi ha riportato alla realtà. Il prato scorreva sotto i nostri piedi, man mano che correvamo verso la Foresta, solo all’ultimo ha deviato verso le serre, puntando verso una macchia di querce in mezzo alle quali si scorge a malapena una baracca fatiscente. E’ la serra abbandonata, la tana di Jillian.
«Amore» la chiamo piano.
«Mh?» mugola, sollevando appena il volto per guardarmi negli occhi.
E’ così dannatamente bella.
«Baciami»
Posa le labbra sulle mie dapprima con delicatezza, poi con impazienza, inclinando il capo verso la spalla per arrivare più a fondo nella mia bocca, stuzzicandomi fino a strapparmi un bacco gemito di protesta. Mi afferra i capelli, stringendo le ciocche con forza, mentre puntellandosi sulle mie spalle mi sale addosso, sedendosi sul mio ventre e piegandosi in avanti per continuare a baciarmi. Il desiderio ci soffoca, un dolore squisito sulla punta delle dita che cercano di farsi spazio tra i nostri corpi ancora allacciati.
«Carlisle» chiama, debolmente, la fronte aggrottata nello sforzo di non piangere.
«Jillian» rispondo io, sentendo gli occhi pizzicare a mia volta.
Non ci stiamo lasciando. Non ancora, quantomeno, eppure non riesco a fare a meno di trattenere le lacrime.
L’ultima volta che ho pianto è stato quando è morto Angus, il mio vecchio cane. Avevo otto anni e l’impressione che qualcuno mi stesse strappando il cuore dal petto.
«Non voglio andarmene» singhiozza, premendo le labbra contro il mio collo per soffocare la disperazione contro il calore della mia pelle; piccoli sussulti scuotono il suo corpicino magro.
Non so nemmeno cosa dirle. Nemmeno io voglio che se ne vada, ma dubito che dirglielo possa servire a qualcosa. Non è di parole, che ha bisogno adesso. È tutto così maledettamente sbagliato.
«Vengo con te» esclamo d’impulso. Sbatte le palpebre, due grosse lacrime le scivolano lungo le guance e poi precipitano sulle mie. Facendo leva sugli avambracci, mi metto a sedere, senza lasciare che si allontani.
«Vengo con te» ripeto «Lascio Hogwarts, vengo con te»
«Ma..» fa per protestare, ma non le do il tempo di parlare, tappandole la bocca con un bacio quasi violento, stringendole i polsi in una stretta ferrea, senza mai smettere di guardarla. Riconosco il piacere che le annebbia lo sguardo, riconosco la sua determinazione a combatterlo. Si allontana, rabbiosa.
«Cosa stai dicendo?» protesta «Mi fai male»
Ma adesso c’è solo dolcezza nei miei pollici che le accarezzano l’interno dei polsi, provocando violente scariche di brividi che la stordiscono, leggermente.
«Sto dicendo, Jillian McKanzie» scandisco lentamente «Che verrò con te.»
«Ma non puoi» geme, al limite della disperazione «Ci sono troppe cose a cui non puoi sottrarti»
«Non mi importa» la costringo a guardarmi, reprimendo la sensazione di fare qualcosa di incredibilmente crudele e sbagliato. Non voglio pensare, sono stanco di pensare.
«Il Fidelius» boccheggia, dopo un altro bacio.
La consapevolezza mi crolla addosso, come una doccia fredda. Le mani di Jillian crollano inermi, quando lascio andare i suoi polsi affondando il viso nella curva del suo collo. Il dolore si estende, dal cuore aveva raggiunto ogni terminazione nervosa e non lascia scampo; sono in trappola, combattuto tra la mente e il cuore, tra l’istinto e la ragione. Sento l’impellente bisogno di urlare
Poi, una carezza.
«Amore» mi chiama piano Jillian «Non fare così. Andrà tutto bene, vedrai»
Stringendomi il viso tra le mani, mi bacia la fronte.
«Andrà tutto bene» ripete dolcemente, scendendo al naso e poi alle labbra.
«Andrà tutto bene» cantilena ancora, nella mia bocca, per l’ultima volta. Lottiamo con irruenza, stringendoci e allontanandoci con la disperazione di due condannati a morte, intrappolati in una danza di sospiri e gemiti che gira veloce, vorticosa, risalendo una lenta spirale di piacere.
Da qualche parte sul lago, un timido raggio di sole fa capolino all’orizzonte.
«Vorrei poter fare di più» sussurro contro le sue labbra, stringendole forte mentre scivola su di me. Io dentro di lei, lei dentro di me, non esiste altro al di fuori di quello che siamo.
«Vorrei che tu capissi quanto già stai facendo» replica lei, con il fiato corto, prima che un nuovo sole annulli ogni volontà e ogni raziocinio, esplodendo in un mare di luce.
***
Torre di Tassorosso, stanza di Carlisle, Eugene e Milo –qualche giorno dopo.
Non ho nessuna voglia di preparare la valigia. Eugene ha appena chiuso per la seconda volta il suo, dopo avermi coinvolto in quella che probabilmente è stata l’ultima rissa dell’anno scolastico.
Milo continua ad imprecare, osservando il suo impeccabile riflesso nello specchio accanto al suo letto, scrutando con attenzione il taglio che gli sfregia la guancia destra.
«Cazzone che non sei altro» brontola verso di me «Rimarrò sfregiato a vita!»
Sbuffo.
«Non essere idiota, se aspetti che trovo di nuovo la bacchetta te lo sistemo»
«Fossi in te andrei dalla Mound, nello stato in cui si trova non è nelle condizioni di praticare alcun incantesimo, sarebbe più sicuro se te lo mettessi a posto io» commenta Eugene, sarcastico. E’ rosso come un peperone, mentre si ostina a sollevare il baule per rimetterlo ai piedi del suo letto.
«Forse hai ragione» commento dopo qualche attimo, senza cogliere la provocazione. I miei due amici si scambiano un’occhiata preoccupata, prima di venire a sedersi sul mio letto guardandomi, con l’espressione più seria che abbia mai visto sulle loro facce stampata addosso.
«Carl, vecchio mio» inizia Milo «Cosa sta succedendo?»
«Niente» scrollo le spalle, mentendo. Ma se c’è una cosa che dovrei sapere, è che non si può mentire a un membro del trio, dopo tanti anni assieme viviamo in una sorta di inquietantissima simbiosi.
«Balle» ringhia Eugene, che se fosse un po’ più piccolo potrebbe sembrare un angelo custode appollaiato sul mio letto. Ora come ora, sembrano due giganteschi avvoltoi che incombono su di me.
«Senti, io capisco che Jillian il prossimo anno se ne andrà, che non vi vedrete più ogni giorno e che non potrete più fare le vostre porcellane nei posti più impensati, ma questo non vuol dire che sia la fine» cerca di consolarmi il moro.
Mi rigiro su un fianco, sentendo la solita fitta tornare a farmi visita. Succede così, ogni volta che penso a lei. Se poi è un momento particolarmente triste, può addirittura capitare che mi metta a piangere.
«E invece si» confesso alla fine, senza riuscire a guardarli in faccia.
«Cosa intendi dire?» Eugene rizza le orecchie, sospettoso «La principessa delle fate ti ha lasciato?»
«Ma allora vuol dire che non è vero che ieri notte vi hanno beccati nell’aula di incantesimi a ballare il mambo!» si lascia scappare Milo, sconvolto, lasciando che il Tassorosso che è in lui abbia il sopravvento.
«Non mi ha lasciato» mi affretto a rispondere «Però lo farà»
«Perché dovrebbe?» riprende il moro.
«Perché» inspiro a fondo, pregando che la voce non mi tremi «Nessuno dei due crede nelle storie a distanza. Troppo dolore, troppe complicazioni..»
Non ho voglia di spiegare loro perché entro la fine dell’estate lascerò la ragazza che più ho amato in tutta la vita. Non ho voglia nemmeno di pensarci. Colpisco il cuscino con un pugno, stringendo forte le labbra per non piangere. Eugene mi posa una mano sulla spalla, facendomi sussultare.
«Carl..» mi scuote, leggermente «Non fare così»
«E cosa cazzo dovrei fare?» sbotto, sollevandomi a sedere di scatto «Lei se ne andrà e io non sono capace di fare altro che starmene tutto il giorno a pensare a quanto sarà orribile l’anno prossimo e…» mi mordo il pugno, sentendo le lacrime addensarsi negli occhi.
Nella stanza è calato il silenzio, interrotto di tanto in tanto dal morbido fruscio di una pergamena spostata dalla calda brezza estiva.
«Non la voglio perdere» mi lascio sfuggire, mandando definitivamente a fanculo ogni traccia di dignità e orgoglio «Non la voglio perdere, dannazio, ma la perderò»
Eugene abbassa lo sguardo, senza commentare; Milo mi posa una mano sulla spalla.
Non c’è più niente da dire.
***
Espresso per Hogwarts –31 giugnio 1944.
E’ una bella giornata di sole, oggi.
Strascichi di nuvole bianche corrono lontane nel cielo, alle spalle del castello che, piano piano, sparisce dietro la prima curva; mi lascio andare ad un sospiro, appoggiandomi allo schienale.
«Starai mai ferma un attimo, Jill?» sospira Isabel che, dopo averci imbottito con un quantitativo di biscotti che avrebbe sfamato un reggimento, se ne sta allegramente distesa addosso a Eugene, godendosi quelli che sembrano grattini dietro le orecchie. La mia ragazza non risponde, continuando ad armeggiare con la bacchetta attorno al cestino di vimini dove, acciambellata su se stessa, Chipie dorme della grossa. Lo so cosa sta facendo. Lavora per non pensare, si concentra sulla magia per non ricordare che è l’ultima volta che saremo tutti assieme su questo treno, nello stesso scompartimento.
Sospiro, alzandomi in piedi e sollevandola con la forza, per farla sedere accanto a me.
«Ma che fai!» protesta svogliatamente, lasciandosi abbracciare e strappare un bacio «Se Chipie mi scappa poi ti picchio!» ma ride, nel dirlo, e Milo coglie subito l’occasione.
«Oh si, Jillian, ti prego! E mi raccomando chiamami, non voglio perdermi lo spettacolo per nulla al mondo!»
«Si, come no» roteo gli occhi «Non saresti capace di sfiorarmi nemmeno con un fiore» la punzecchio, pizzicandole i fianchi e dandole un altro bacio.
Lei gonfia le guance, scansandosi e incrociando le braccia al petto.
«Uffa come sei noioso» protesta. Audrey ride, Eugene abbozza un ghigno.
«Non sai quanto» si lamenta Milo, teatrale «Dovresti sentirlo quando parla nel sonno, poi! Riesce ad essere noioso pure li.»
Risata generale. Fuori dal finestrino la campagna inglese è un quadro sempre uguale, costellato di minuscoli paesini, strade sterrate e campi aridi: la misera della guerra babbana non ha risparmiato nessuno, nemmeno il paesaggio. Non oso immaginare come sarà Londra, quando ci arriveremo.
Distrutta, sfibrata, senza fiato.
Reduce, un po’ come noi.
Guardo i visi delle persone che ho attorno, persone con cui ho condiviso gioie e dolori, persone che ho imparato ad apprezzare, a stimare, a rispettare, ad amare. Quelli che all’inizio dell’anno erano solo nomi sentiti di tanto in tanto lungo i corridoi, protagonisti dei pettegolezzi durante le cene d’inizio anno al tavolo della mia casa.
Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti.
La mia vita è cambiata, quest’anno, in una maniera così radicale che solo il pensarci mi toglie il respiro.
«Mh?» Jill si scuote, quando con delicatezza la sollevo e la appoggio contro lo schienale, per alzarmi in piedi.
«A prendere una boccata d’aria» sorrido «Torno subito»
Annuisce, intontita dal brusco risveglio, e torna a girarsi sull’altro fianco. Scavalco un baule coperto da una scacchiera, interrompendo la partita tra Audrey e Milo, e scivolo fuori, nel corridoio.
Il sole sta iniziando a scendere, non deve mancare molto all’arrivo. È strano come, di anno in anno, il viaggio di ritorno sembri accorciarsi sempre più.
Mi strofino la faccia, appiattendomi contro la parete per far passare un paio di Grifondoro del secondo, per poi tornare a risalire il treno verso i vagoni dei Caposcuola. Ci sono persone che devo salutare, prima di scendere.
«Hunnam, quale onore!» la voce strascicata di Jasper Lewis mi sorprende fermo davanti al loro scompartimento. Ma proprio qui dovevo incontrare ragazzine indemoniate che corrono lungo il treno? «Cosa ti porta, in questa parte di treno? Il posto per i traditori è in coda, assieme ai tuoi sudici amici» sibila ghignante, una sigaretta abbandonata tra le labbra.
«Quanto meno l’aria lì è respirabile» scrollo le spalle, con noncuranza «Non c’è tanfo di Serpeverde»
Aspira un’ultima boccata di fumo, prima di lanciare la sigaretta fuori dal finestrino aperto. Una sigaretta sostanzialmente appena accesa.
«Come sei velenoso, Hunnam» scuote il capo «Finirai con l’uccidere la tua bella, con tutto questo veleno»
«E’ sopravvissuta a te, cosa potrebbe esserci di peggio?» ribatto, trattenendo l’irritazione. Un conto è insultare me, un conto è tirare in ballo Jillian.
«Su questo puoi scommetterci» mi si avvicina di un passo «Se l’avessi conosciuta un po’ meglio e non ci fossi stato tu, probabilmente il suo bel visino non sarebbe così spesso sorridente. Anche se, a dire il vero, non è che sorrida poi molto adesso. Ho saputo che se ne va, con la sua amica boccolosa»
Mi irrigidisco appena, ma lui prosegue, imperterrito.
«Un vero peccato» abbassa lo sguardo, per un attimo, dandomi quasi l’impressione che sia dispiaciuto «Davvero un grandissimo peccato»
Abbasso lo sguardo a mia volta, faccio per replicare, ma quando torno a guardarlo il solito ghigno irriverente è tornato a far capolino, curvandogli le labbra. L’attimo è passato. Forse non c’è neppure mai stato, chi lo sa.
«Il fatto che la tua fatina dei ghiacci se ne vada non cambia le cose tra noi, Hunnam» mi ammonisce. Inarco le sopracciglia, perplesso.
«Lewis, mi spiace smontare le tue speranze, ma gli uomini proprio non mi piacciono» sollevo le spalle, con aria dispiaciuta, e lo oltrepasso «Vedrai che un giorno Norwood capirà il tuo immenso valore e scorgerà la tua bellezza interiore, coronando il tuo sogno d’amore. Non perdere le speranze, l’estate è ancora lunga»
«Hunnam, mi spezzi il cuore » recita compito «Eppure lo sai che nella mia vita c’è posto solo per te»
Agito una mano in aria, senza neppure guardarlo. So già che sta sghignazzando apertamente.
«Buone vacanze, Lewis»
«Ne riparliamo a settembre, Hunnam»
Oh si. Come no.
Non vedo l’ora.
King’s Cross, binario 9 e ¾ –tempo dopo.
La folla che si accalca su questa striscia accanto al binario mi lascia sempre senza parole. Se non fosse per gli incantesimi del Ministero che lo hanno allargato, sarebbe impossibile persino respirare, qui in mezzo.
Un piccola tigre dorata preme contro il palmo della mia mano destra, una sottile catenina è attorcigliata attorno alle dita: Julia si allontana danzando verso il suo futuro, dopo avermi consegnato il mio nelle mani. E’ strano, un oggettino così piccino con un significato così grande, così pesante.
Inspiro a fondo, infilandolo nella tasca dei pantaloni nell’esatto istante in cui Eugene mi sfreccia accanto, trascinato da Isabel, sillabando una silenzio richiesta d’aiuto.
«Ci sarà da ridere» commenta Milo, comparendo alle mie spalle con un’aria particolarmente pallida.
«Che ti è successo?» domando, recuperando un carrello su cui faccio levitare il mio baule e quello di Jillian.
«Opal» borbotta, agitando una mano in aria «Un povero disgraziato si è visto il giornale esplodere in faccia»
«Bei ricordi» sospiro, prima di sghignazzare. La fobia dell’esplosione è ormai radicata in Milo al punto che solo nominarla lo fa rabbrividire.
«Mi permetto di dissentire sul “belli”» sibila, seguendomi attraverso la ressa. Il suo baule, come ogni anno, è stato puntualmente recuperato dall’elfo domestico di famiglia, l’elfo più grasso che abbia mai visto in tutta la mia vita, tra parentesi.
«Non puoi negare che molti lo siano, però»
Scrolla le spalle, prima di fermarsi.
«Fatti sentire» mi intima «Non voglio svegliarmi una mattina e trovare il tuo necrologio in prima pagina, sulla Gazzetta del Profeta»
«Grazie, Milo, sei veramente un amico» roteo gli occhi, sbuffando.
«Guarda che dico sul serio» riprende «Non farti problemi»
Annuisco, senza aggiungere altro. Il moro mi scruta, con attenzione, prima di sorridere e tirarmi la solita manata sulla schiena.
«E canta che ti passa!» mi urla pimpante, allontanandosi verso la barriera che lo catapulterà nel mondo babbano. Non posso fare a meno di ridere, mentre raggiungo Jillian e sua nonna, che aspettano pazienti.
Audrey saltella via, al mio arrivo, distribuendo baci e saluti, ma non ho occhi che per la mia Corvonero. Mi sorride, quando le stringo la mano, e assieme ci avviamo verso la barriera attraverso cui poco fa è passato Milo.
Non dice niente, guarda fisso davanti a sé e mi ritrovo a pensare che un anno fa non avrei mai neppure immaginato di vivere quello che ho vissuto accanto a una ragazza speciale come lei.
Le sue dita si stringono attorno alle mie, che ricambiano le stretta.
Speravo di non doverla lasciare mai, questa mano.
Il futuro pesa sulle mie spalle, ma un presente luminoso mi abbraccia e mentre ci addentriamo nelle macerie di una irriconoscibile Londra babbana, alzo lo sguardo al cielo: limpido, senza più nemmeno una nuvola, si allunga infinito su un orizzonte costellato di scheletri di ferro e cemento; ma è solo un attimo perché poi Diagon Alley e i suoi colori festosi sono davanti a noi.
Inspiro a fondo, riempiendomi i polmoni fino a scoppiare.
Benvenuta, estate.
31/07/2008
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momenti imbarazzanti,
fidelius

Anche se non si direbbe, tra cinque giorni iniziano i M.A.G.O. Pensavo che mi sarei sentita sollevata, ed invece sto ripassando freneticamente e la mia mente non assorbe assolutamente niente; forse é che sono seduta sul pavimento, in un corridoio semibuio, appena fuori dall’infermeria. Che là dentro c’è la mia migliore amica, nelle peste fino al collo, e che il mio ragazzo è disperso chissà dove a rovesciare la sua frustrazione perché gli ho impedito di vederci finché non avremo finito gli esami. Ne ho bisogno io, come ne ha bisogno lui. Credo.
Forza, Georgiana. Visualizza le parole del libro che hai davanti, dà loro un senso compiuto e comprendi quello che stai tentando disperatamente di studiare. Pozioni. Una A assicurata, a meno che un fascio di luce divina non trasformi i miei disastri in qualcosa di lontanamente degno di una E.
La gonna ruvida della divisa, oltre a grattarmi il sedere, non serve a trasformare la superficie di pietra su cui sono rannicchiata in qualcosa di lontanamente comodo; con un po’ di fatica, facendo inutilmente leva sulla parete, mi sollevo giusto in tempo per vedere uscire l’infermiera Mound.
« la sua amica è pronta. » grufola fissando con disapprovazione le macchie sulla mia camicia; mi scusi, se è tre giorni che non torno in dormitorio perché LEI non sa fare il suo lavoro e io devo badare a Julia. E’ proprio lei, infatti, che appare dietro all’infermiera, con le sue cose chiuse nella valigia che tiene in mano; sembra sollevata, se non altro di uscire dall’incubo asettico che c’è oltre quella porta.
« ti avviso: non so quali siano gli ingredienti della pozione Obmutesco, e non ci tengo a saperli. » le sibilo mentre ci avviamo lungo una scala, appena ruotata in modo da consentirci di arrivare molto più rapidamente del previsto alla torre di Grifondoro.
« menta, elleboro, bile di tartaruga .. »
« vedo che hai studiato più di me. brava, cara. » la interrompo dopo aver svoltato l’angolo; tre settimane, e smetteremo di camminare per i corridoi di Hogwarts. Non avrò più bambini da mettere sulla buona strada, adolescenti arrapate da beccare in giro nel cuore della notte, liste di parole segrete da memorizzare. Tutto finito.
Un quadro lancia un fischio di ammirazione al nostro passaggio; ecco, questo non mi mancherà.
{ nei giorni successivi }
Credo che si chiami tregua; il pratico di incantesimi mi ha buttata così in basso che, dopo aver salutato con il massimo dell’educazione che sono riuscita a strapparmi l’esaminatore Lowell, ho avuto il bisogno fisico di vedere Sebastian e Julia. Lo studio solitario mi ha trasformata in una specie di spilletta semovente, visto che io sono quasi trasparente dietro il mio distintivo, fatta eccezione per le occhiaie.
Ignorando del tutto gli sguardi di Jules, che ovviamente è stata ridotta al terzo incomodo, Sebastian continua senza tregua a stritolarmi contro il suo petto e infilarmi la testa tra i capelli, annusandomi come se fossi un mazzo di fiori e non una strega, e ad azzannarmi l’orecchio senza ritegno, rischiando oltretutto di ingoiarsi le perle di mia zia.
« Io approvo Carlisle. » ribatto alla proposta di Jules, mollando l’ennesima gomitata nelle costole a SSS ( Sebastian Sesso Subito, ho riso fino alle lacrime quando ho sentito Eugene che lo borbottava a Peter Halbury ), che si allontana con aria offesa dal mio povero lobo maciullato. Finalmente senza rischiare di essere mangiata viva, affondo la testa nell’imbottitura del divano, e lancio uno sguardo piuttosto serioso alla mia amica, assorta nella contemplazione del paesaggio estivo fuori dalla finestra.
« già. mi sembra che abbia la testa sulle spalle, e soprattutto del potere sugli altri. »
« credo che ci siano buone probabilità che diventi caposcuola. »
« un po’ come te, Georgie. » ridacchio.
« mi raccomando, ignoratemi! » borbotta Sebastian riemergendo dal suo sogno ad occhi aperti.
« tesoro, non è colpa mia se la tua mente è altrove. » lo rimprovera Julia, sbuffando; credo che lei mi mancherà, troppo. Non sarà la stessa cosa, lo so già, perché sarà impossibile vederla tutti i giorni quando sarò a farmi ammazzare in qualche campo di addestramento auror, ovviamente con l’impossibilità di smaterializzarmi.
« credi che dovremmo fare una specie di festa di insediamento? » propongo ignorando i mugugni incomprensibili della mia dolce metà.
« mah, non sono molto dell’umore, ma sono convinta che troveremo qualcuno disposto a farlo. »
Sebastian continua a grugnire, si alza e se ne va sbattendo i piedi; questi uomini, peggio dei bambini. Tranne se c’è da combattere nella foresta nel cuore della notte e salvare metà dei presenti, ovvio.
***
E’ molto che io e Jules non parliamo a quattr’occhi, dedicandoci al gossip invece che alle vicende drammatiche di cui siamo state vittime dall’inizio di quest’anno. La morte di Ida, il Fidelius, Riddle; mi sembra di non riuscire a pensare a quando abbiamo parlato di ragazzi, l’ultima volta, senza riferirci agli orari di coprifuoco e a quando stabilire la riunione successiva.
Proprio come succedeva quand’eravamo piccole ed innocenti, lei ghigna e io sono rossa come una ricordella.
« su, non è mica una malattia! » esclama dandomi una pacca sulla spalla, e facendomi diventare sempre più purpurea e bollente. « raccontami! »
« cosa vuoi che ti dica?! » sbotto con la voce talmente acuta da essere irriconoscibile; mi è venuto naturale stringermi addosso la camicia, mentre lei cerca di strapparmi qualche dettaglio sconveniente sulla mia prima volta. Descrivere questo momento come imbarazzante è riduttivo; temo che lo sarebbe ancora di più recuperare il mio taccuino rosa confetto e leggerle direttamente quello che ho scritto al riguardo, con tutti i particolari scabrosi che la farebbero tremare di soddisfazione.
« che ne so, se è bravo! se è stato dolce! »
« come Megafusto sul pianoforte del povero Eugene? » il suo sorriso si smorza per un momento.
« beh, è stato molto romantico. » si giustifica prima di infilarsi in bocca un pasticcino con una mezza fragola sopra.
« Jules, promettimi che mi scriverai spesso. »
« Georgie, promettimi che smetterai di essere così paranoica. »
« Non credo di poterlo fare. »
« Sei incorreggibile. »
« Sì, ti voglio bene anch’io. »
{ last day of magic. }
Il professor Silente sembra più emozionato di me, mentre mi scruta attentamente da dietro le lenti dei suoi inconfondibili occhiali a mezzaluna.
« Signorina Harrington, mi sono permesso di prepararle una cosa. » le guance mi diventano subito di fiamma; non sono affatto abituata a ricevere regali d’addio, tantomeno dagli insegnanti. Non da Silente, soprattutto, per quanto lui sia il mio preferito in assoluto. Mi sforzo di sorridere e di non mettermi a gridare, ma di certo non riesco a dire una sola parola prima che lui riprenda.
« Ho visto la sua richiesta per l’Accademia Auror, mia cara. » oh. Buon segno, vuol dire che almeno sono state già consegnate al Ministero, anche se dubito che avrà qualche utilità. Tra quelli del settimo ne sono state raccolte più di venti, e i posti sono otto. Annuisco come unico sforzo di volontà.
« Mi sono permesso di aggiungere una nota sotto il suo curriculum ineccepibile. » sobbalzo. Se ne accorge, e ridacchia. « dice che lei è la migliore studentessa che Hogwarts ha visto da molti anni a questa parte .. » se prima non ero color pomodoro maturo, lo sono di certo ora. « .. e che se non la prenderanno, confermeranno la loro fama di totali, perfetti idioti. » sghignazza di gusto, mentre si alza dal suo scranno e gira attorno alla scrivania, come per raggiungermi. Non che sia strano, in effetti, ma mi sento i lacrimoni che si formano agli angoli degli occhi. Stringe le mie mani gelide e inerti tra le sue.
« Buona fortuna, Georgiana. »
Il quasi ex prefetto Corvonero mi fissa con aria contrariata; sembra quasi che gli dispiaccia essere alla fine del suo mandato. Tra le dita stringe la spilla di ordinanza, e mi ha appena pregato di lasciargliela tenere. Quando si parla di attaccamento all’istituzione; il mio baule é ancora mezzo vuoto, nel dormitorio, ma mi sento in colpa ad abbandonarlo senza una risposta soddisfacente.
« Joel, non credo di avere l’autorità per poterti autorizzare. » storce il naso. Gli do una pacca sulla spalla con tutta la convinzione che posso trovare nei suoi occhioni azzurri che mi scrutano con disperazione.
In un futuro non troppo lontano, lui potrebbe avere il mio incarico; e passare un settimo anno splendido come il mio, con amici straordinari, e magari senza doversi battere a duello nel cuore della notte. Mi saluta agitando la mano, e sgattaiola verso il suo dormitorio.
Alzo la testa e vedo davanti a me la bacheca di Corvonero, che ho amorevolmente aggiornato durante quest’anno; strappo via un paio di fogli di insulti verso gli studenti del primo, stacco con cautela quelli di auguri per noi del settimo.
E’ la mia ultima notte a Hogwarts; sono già le dieci passate, e non ho nessuna voglia di salire in camera mia e rivedere tutte le altre in lacrime; non ce la posso davvero fare, ho già pianto abbastanza in questi ultimi giorni.
Con uno sforzo, infilo la testa nel corridoio, lasciandomi investire da un silenzio che non può che spiegarsi con la stanchezza provocata dai fiumi di depressione che si sono appena riversati all’interno delle stanze. Socchiudo la porta con cautela; una delle altre russa rumorosamente. Mi siedo sul mio letto e con attenzione mi stacco dal petto la spilletta da Caposcuola. E’ strano vederla appoggiata sul comodino e sapere che domani mattina non la appunterò di nuovo sulla divisa. Ma è una bella immagine per chiudere il mio lunghissimo romanzo, lungo sette anni.
{ king's cross. }
« una settimana. » sento il fiato di Sebastian sul collo mentre mi abbraccia, sfregando intensamente la guancia contro la mia testa; ha passato l’intero viaggio in treno a sussurrarmi che sarebbero stati i giorni peggiori della sua vita. Una settimana; in effetti non ci siamo mai separati per più di un giorno, o due, in genere il tempo di dormire qualche ora. Talvolta neppure quello. Abbiamo stabilito che probabilmente né i suoi né i miei avrebbero compreso se avessimo fatto una fuga d’amore senza neanche salutare.
« dai, smettila! » sussurro senza rendermi conto fino all’ultima che anch’io sono aggrappata al suo braccio, totalmente circondata da lui. Mi bacia il collo come se volesse trapassarmelo con i canini vampireschi che non ha.
Sa benissimo che non potrò scollarmi di casa finché non arriverà la risposta dell’Accademia, a meno che non voglia provocare un collasso ai miei. Cedo ai suoi ridicoli tentativi di baciarmi, come se non avesse passato le ultime otto ore a cercare di “concentrare tutta la me di cui avrà bisogno”. Attorno a noi gli studenti si salutano, piangono, ridono, ritrovano i loro genitori e parenti vari; non riesco a concentrarmi sul fatto che a mia madre verranno i capelli bianchi, a vedermi in quegli atteggiamenti senza ancora un anello al dito.
« GEORGIANA! » tuoni, fulmini e saette! Sebastian si stacca come se fossi incandescente, io scatto nella direzione della voce che ho sentito sistemandomi i capelli in modo ossessivo, come se potesse migliorare quello che sapevo sarebbe successo e non ho prevenuto. Mio padre ha un sorriso da un orecchio all’altro, se non si considera l’enorme taglio che gli sfregia la guancia destra; qualcosa mi dice che sia appena tornato da un viaggio di lavoro. Dietro di lui, mia madre spettegola fittamente con una donna che non conosco.
« mia madre. » mormora la mia dolce metà, con una voce così strozzata da essere irriconoscibile. Ricapitoliamo; i miei peggiori timori sono sfumati nel nulla perché i miei genitori e i suoi si conoscono già? Il viso mi si accartoccia in un’espressione contrariata senza che sia capace di trattenermi. Lui, invece, ha preso a brillare; sembrerà che io abbia un’aureola, tanto lui risplende di felicità. Mi sistemo le pieghe della gonna e mi sforzo di sorridere.
« papà! mamma! » trillo offrendo loro il mio migliore sorriso, anche se vengo subito sotterrata nel profumo di vaniglia e animali selvatici della mia genitrice; mio padre si è già preso il mio baule e non sembra avere intenzione di lasciarlo finché ci sarà Sebastian nei dintorni, come a privarlo dell’opportunità di essere cavaliere con me. Non sento quello che mi dicono; ciò che posso udire è soltanto un ronzio sordo, spezzato improvvisamente dalla voce di SSS, dopo che è riemerso dalle pacche e dai baci dei suoi.
« mamma, papà, vorrei presentarvi la mia » pausa. Orrore e delirio. « ragazza, Georgiana. » oddio, svengo. Sua madre sembra essere sul punto di avere la stessa reazione, mentre Joshua Harrington ha un improvviso bisogno di tossire copiosamente e il signor Lang di accendersi la pipa.
« oh, Georgiana, proprio come tua nonna! » langue mrs.Lang mentre mia madre si avvinghia al braccio del suo pargoletto, adorante.
Se sopravviverò ai prossimi dieci minuti potrò dire di aver passato per l’ultima volta la barriera del binario 9 e ¾, e di aver detto addio all’Espresso. Sorrido a Sebastian, che si crogiola nel danno che si è fatto da solo; almeno finché non ci verrò per portare i miei bambini a scuola.
{ oh, july! }
Scendendo le scale, inciampo nella camicia da notte; sento il profumo del caffé e dei pancakes che mia madre sta preparando per colazione, ma non credo che sia questo a distrarmi. Ogni singolo giorno, dalla fine della scuola, mi alzo con un cubo di granito nell stomaco: potrebbe essere arrivata la lettera dal Ministero, quella dove c’è scritto se sono ammessa o no all’Accademia.
Mi fermo davanti allo specchio scassato del corridoio, prima di entrare in cucina; guardo la mia frangia spettinata, la treccia che si sta sfasciando dal fondo, la camicia da notte. Potrei davvero diventare un auror? Qualche volta vorrei essere ancora la piccola Georgie, che racconta fiabe ai suoi pupazzi e sogna di diventare la Principessa del Regno Candito. Acchiappo dal pavimento Cheslav, che inizia a fare le fusa nonappena gli poso le mani sulla pelliccia bluastra ed entro nella stanza sin troppo calda dove mi aspetta il mio primo pasto di oggi, oltre ai miei genitori.
Il cuore inizia a battermi a tutta birra appena mi rendo conto che mi stanno aspettando seduti, con le tazze di caffé fumante davanti, intoccate. E tra loro, davanti ad un barattolo di marmellata d’arance, c’è una busta di pergamena sbiancata.
« buongiorno, tesoro. » mormora mia madre senza la minima espressione sul volto cereo. Non le rispondo neppure. Lascio andare il gatto, che miagolando rumorosamente atterra ai miei piedi, e mi getto sulla busta.
E’ chiaro che, dimentica dei suoi poteri, aveva provato ad aprirlo con il vapore della teiera. Apro la pergamena davanti alla faccia; i miei occhi ci mettono qualche momento a realizzare cosa ci sia scritto.
« ammessa. » sibilo appena, crollando sulla sedia, che quasi cade all’indietro sotto il mio peso morto. Un Auror. Io.
Un rumore come di sparo si diffonde nell’aria, seguito da un tonfo.
« SONO STATA AMMESSA! » grido senza neppure guardare chi sia; tanto so già che ricadrò tra le braccia di Sebastian, colui che vedrò tutti i giorni ancora per qualche anno. Sento le sue labbra sulla fronte, e gli occhi dei miei nella schiena.
Questo è un nuovo inizio. Decisamente entusiasmante.
27/07/2008
Giorni dopo.
Non credo alle mie orecchie.
E chi ci pensava, che mentre me ne andavo spedita a grandi passi verso il letto dopo un'abbuffata di dolci, mi sfilavo le scarpe, mi scioglievo i capelli e cominciavo a russare, da qualche parte tutto il Fidelius si stava scambiando amichevoli fatture con le serpi?
Fa strano pensarlo, in effetti, uno
scontro vero come se ne leggono solo nei libri. In un primo momento sono rimasta spiazzata, sparando epiteti a raffica contro chi aveva tenuto nascosto il tutto sia a me che a Daisy, e a chissà quanta altra gente; dopo le prime tre cuscinate contro il muro mi sono resa conto che, con quello che una bacchetta può fare nelle mie mani, sicuramente avrei fatto qualcosa di cui pentirmi per il resto della vita. Avrei potuto a malapena far spuntare la barba a qualcuno, e a meno che la vanità di Riddle non avesse bloccato la sua avanzata per un motivo così futile, sarei stata di poco aiuto.
***
« Sto diventando matta, matta! » sbraito rischiando di rovesciare il succo di zucca sugli appunti sparsi sul tavolo « Maledetta, maledetta me che non ho studiato per tutto l'anno »
« Vorrei farti notare, Ann, che ti ripeti alla vigilia di ogni esame » fa Prudence con una mano alla bocca, evidentemente per nascondere uno sbadiglio. Va bene, non posso negarlo, ma ciò non significa che debba ammetterlo!
« Non è vero! Al primo anno mi sono preparata per incantesimi una settimana prima » aggrotto la fronte e le rifilo una linguaccia « Comunque guarda, sono avanti, ho già quasi finito! » soggiungo recuperando allegria, e indicando la pergamena quasi conclusa.
« ... pozioni » bofonchia, cercando di non farsi notare, per poi alzare la voce rassegnata al mio cenno di aver capito perfettamente « Hai finito
pozioni, ma ti mancano difesa e divinazione... e io te lo dico, che divinazione al sesto è stata qualcosa di deleterio per la sanità mentale » e già. Che io non so neanche perché la faccio, quella materia del cavolo! Se non fosse che la prof mi sta simpatica, giuro che avrei trovato il modo di mollarla...
Sbuffo, abbandonandomi allo schienale della sedia. Studiare in sala grande è una bella scusa per non produrre, con tutto il viavai e il rumore che c'è. Prue continua a dire che nella torre mi concentrerei meglio, ma non insiste troppo visto che lei –
ovviamente – sa già tutto quel che deve sapere e non ha dubbi sulla sua perfetta uscita dai MAGO.
L'ultima cosa che volevo, di certo, era vedermi portare via la maestra personale dal suo bello (che poi tanto bello non é, a dirla tutta – ma questo meglio non dirlo) e dover proseguire la giornata nella completa e angusta solitudine, ma soprattutto
studiare da sola.
« Eddai, tesoro, andiamo a fare un giro! »
« Ann, non ti dispiacerà mica? »
Ora glie lo dici. Fai gli occhioni, e dille che senza di lei non ce la fai...
« A me? Naaah, tranquilla. »
Ma complimenti, Annabel, tu sì che ti fai valere!
Ridacchio, in un modo piuttosto isterico a dirla tutta. Ora sì che sono nell'ectoplasma fino al collo, e come se non bastasse è un continuo uscire dalla sala per la passeggiata mattutina. Coloro che ieri sera si sono addormentati a un orario ragionevole oggi sono svegli e in perfetta forma, degli altri non c'è traccia. Si staranno disinfettando le ferite e prendendo la batosta da Dippet; in questo non li invidio proprio per niente.
Sospiro, chinandomi nuovamente sulla pergamena, quando mi vedo spuntare Daisy dall'altra parte del tavolo. Certo, lei non può aiutarmi, ma perlomeno ho compagnia...
« Agitata? » con la domanda più stupida e odiosa del mondo alludo ai suoi esami, ritornando per un attimo con la mente al mio quinto anno. Ero terrorizzata come non mai, avevo cominciato persino a studiare regolarmente, in un certo periodo (chiaro l'abbandono del proposito dopo le prime due settimane) quanto temevo di non passare.
« Un pochino » devo aver beccato la mia amica in una giornata serena, visto che mi aspettavo una risposta decisamente più schietta.
« Su, non è così difficile » pacca sulla spalla « E poi se sono passata io, potrebbero mettere al banco anche un elfo domestico! »
Mi sono sempre chiesta come dev'essere avere un elfo domestico. Voglio dire, io mi sentirei in colpa, eppure quasi tutte le famiglie di maghi ne hanno uno: fa i lavori al posto loro, cucina al posto loro e si occupa degli affari noiosi con cui nessuno ha voglia di perdere tempo. Quando ho passato l'estate da Prue al terzo anno, mi ricordo, trovavo i calzini stirati e profumati sul letto ogni settimana e mi chiedevo chi fosse a pulirli, dato che la signora Harrison passava le giornate nel suo studio.
E poi, ho conosciuto June. Non dimenticherò mai la scena: io che scappo urlando su per le scale alla vista di quel coso orribile, che non si era mai visto prima, e l'irritante immagine della mia amica ridacchiante. Dopo qualche giorno, mi sono accorta di quanto quel piccolo essere fosse tenero. Gin dice che troverei del tenero in tutto, ma non le credo completamente.
« Schifoso » avverto d'improvviso il sussurro di Daisy, mi risveglio dai pensieri e faccio appena in tempo ad alzare gli occhi e notare la figura di Riddle, che si avvia a passo spedito verso il tavolo di serpeverde, l'espressione in viso imperturbabile, accompagnato dalla solita combriccola di pecore belanti.
Non che io sia una grande osservatrice, però sembrano, come dire,
turbati. Ho sempre creduto che le serpi fossero perennemente abituate all'idea di potersi scontrare nel luogo più tetro della scuola in una notte buia. Magari è solo un luogo comune, chissà; perché ora, hanno la classica faccia di chi è rimasto stupito da qualcosa che non si aspettava; la stessa identica, di quasi tutti quelli che riesco a scorgere.
« Dai, che quest'anno ce lo leviamo di torno » pronuncio atona quella che dovrebbe essere la battuta più allegra della giornata, continuando a fissare il gruppo.
***
Fidelius.
Sto cominciando a fare peripezie per arrivare qui senza destare i sospetti di Prue, la quale puntualmente ogni volta che mi vede uscire chiede dove stia andando. Io, che non riesco a mentire neanche a fin di bene, borbotto un « Chiacchiere tra amici » e mi dileguo prima che abbia il tempo di chiedere altro. Per fortuna c'è Daisy a intervenire in mio favore ogniqualvolta se ne presenti il caso.
Entriamo nella sala delle necessità a passo svelto, pur non essendo propriamente in ritardo. Sono tutti qui, stanno tutti bene, dal primo all'ultimo. Avevo sentito parlare di qualche rintronato, ma niente di ben definito. Beh, per quanto possa interessare a loro la mia opinione, è un sollievo vederli vivi.
Il signor carota viene nominato capo per l'anno prossimo, e anche di questo non posso che essere felice. Dalla faccia, mi sembra una persona talmente affidabile da poterla seguire ad occhi chiusi.
E poi le notizie mi si rivoltano contro, con una fitta allo stomaco. Qualcuno ha perso tutti i permessi per le attività extracurricolari del prossimo anno. Qualcuno ha dovuto fare l'acrobata per restare dentro.
Qualcuno se ne andrà.
Lo giuro, mi si stringe il cuore.
***
Ultimo giorno di scuola.
Chiudo gli occhi, inspiro, avanzo a grandi passi verso la bacheca. Ho già passato tutto questo per cinque volte, non sarà difficile. Alzo lo sguardo, socchiudo prima un occhio, e poi l'altro. Faccio scorrere le pupille sulla lista. Lascio fuoriuscire l'aria, sbuffando, finché non intravedo il nome che mi interessa.
Bennett, Annabel: promossa.
« Aha! » spicco un balzo di due metri dando il cinque a una Prudence, esaltata dalla buona andata dei suoi MAGO. Ora che non ho più pensieri, ora che so che tornerò, ho deciso che quest'estate Hogwarts non deve mancarmi per niente. Voglio godermi le meritate vacanze, e magari ricevere qualche notizia piacevole e inaspettata riguardante Charlotte (sì, continuo a sperare).
Addio libri, addio letto a baldacchino, addio professori: si torna a casa!
***
King's Cross.
Sussulto, scossa dal treno in frenata, stropicciandomi gli occhi. Non ho resistito, l'ultima notte doveva passare in bianco nel modo più assoluto, e stamattina non riuscivo neppure a tenere le palpebre aperte per raggiungere il treno. Prue mi aiuta a prendere il bagaglio come ogni volta, scendo dal treno tenendolo stretto, saluto gli amici. Tre secondi per oltrepassare la barriera del binario nove e tre quarti, e mi ritrovo davanti alla mia famiglia al completo. Non posso chiedere niente di meglio.
Gli corro incontro, li abbraccio, mamma mi deposita un bacio sulla testa.
« Allora com'è stato quest'anno? » è un attimo prima che Charlie mi salti sulle spalle, con gli occhioni nocciola luccicanti di curiosità « E' successo qualcosa di speciale? »
« Mh, no » inclino per un attimo l'angolo sinistro della bocca « Niente di nuovo. La solita routine »
Sospiro, volgendo lo sguardo al cielo mentre seguo la mia famiglia verso l'automobile.
«
Sempre la solita routine. »
26/07/2008
Post Scontro
-Che schifo.- scosto con una mano la melma verdognola che ricopre i miei vestiti, come se questo possa servire. La battaglia si è conclusa, per adesso. Purtroppo, non posso fare a meno di notare lo scempio che si apre di fronte ai miei occhi. Il cuore batte veloce, Sebastian mi passa di fianco reggendo un corpo quasi esanime. Bianco al pari della carta sulla quale si scrive. -Julia…- ho il tempo di sospirare, sentendo una rabbia impossessarsi delle mie viscere, infuocandole completamente.
-Maledetto Riddle, maledetto.- sibilo fra me e me, scuoto la testa, la mano fra i capelli. La guerra, è a volte l’unica soluzione, sì. Ma a che prezzo.
Giorni dopo
Sono giorni di silenzio. Giorni nei quali si susseguono come neve che fiocca punizioni, richiami, gossip fra i tavoli, più o meno grossi. Giorni di silenzio nei quali mi sento a volte impotente, a volte completamente inadatto. La verità è che sapevo che lo scontro sarebbe stato l’inizio di una battaglia ben più grossa, ma forse non vi ero preparato fino in fondo.
Il cucchiaino nella tazza, mattino, odore di miele lungo il tavolo dei grifondoro, il viso completamente perso nel vuoto.
Audrey e Jillian vanno via. Non ci saranno più l’anno prossimo. Niente bionde corvonero, intelligenti e acute, con le quali scambiare parole piacevoli, e intrattenere uno scherzo vigile e divertente. Non avevo mai pensato quanto potesse essere doloroso vedere andare via qualcuno che, in un modo o nell’altro, è parte di te. Strana sensazione di vuoto.
E’ patetico, forse. Ma non mi importa. Di certo non posso che augurare loro il futuro migliore che si possa mai desiderare. Anzi…vado proprio a dirglielo.
Mi alzo, lascio in ballo tutto. Colazione, pensieri confusi avvicinandomi al tavolo dei corvonero.
Siedo, forse senza chiedere il permesso, ma al momento non è importante, di fianco alle ragazze, che sembrano perfino più distratte di me nel guardare un punto indefinito della stanza così piena eppure così vuota al tempo stesso.
-Che giornata oscena…- biascico, attirando la loro attenzione. Non ho mai avuto problemi di espressione, maledizione a me, su. In fondo cosa ci vuole.
-Mi mancherete.- e mi alzo dalla mia postazione, dovessi bellamente continuare questa sviolinata della scena madre e far loro più male di quanto già non ne sentano.
Però…però…Audrey, credo, mi richiama. Mi volto, trovandole entrambe intente a guardarmi. Silenzio qualche istante. Mi sembra ieri, quando siamo arrivati insieme qui ad Hogwarts. E dovevamo andare via sempre insieme, non così.
Le stringo in un abbraccio, e chi se ne frega del resto.
-Anche tu ci mancherai. Non ti strozzare nelle cravatte, forse non è così opportuno.- un sorriso, leggero.
-Per quanto sia difficile riuscirci, ci proverò.-
Fidelius
Julia si è ripresa, sembra ancora una rosa fragile nel suo aspetto non troppo in salute, ma si è ripresa, e immagino sia questa la sola cosa alla quale pensare. Lei sta bene, lei è qui.
….Alla faccia tua, Riddle. [ pensiero del sottoscritto.]
Parla del Fidelius, parla di continuare, parla di abbandono.
Anche lei se ne va.
Sebastian, Georgiana. Pure Aedan, che per quanto breve sia stata questa ‘convivenza’ un po’ contrastata, è entrato comunque a far parte di questo gruppo di rivolta, a sue spese, se consideriamo tutto quello che gli è costato.
Se non ho capito male, e non si può capire male quando incroci due occhi blu notte che ti tagliano in due come quelli di suo padre, Lord Lywelyn ha dato la sua intercessione in favore di Julia, per evitare che avesse problemi nell’esecuzione dei MAGO.
Cosa dire se non.. ‘Love is in the Air’?
Questi due, lo dico io, si sposano. Diciamo…fra poco. E se non mi invitano me li mangio dalla testa ai piedi, è una promessa.
E mentre il mio cervello elucubra teorie non troppo serie su quello che sarà (e pare una telenovela di seconda mano, sbiadita dal tempo), un nome mi interrompe.
-Carlisle Hunnam.- ho il tempo di rivolgere il viso in direzione della mia capoccia rossa preferita, notandolo leggermente attonito.
Accetta la direzione del Fidelius. Accetta di guidare tutti noi. Accetta il compito più gravoso che potesse mai essere dato.
Ti sono vicino, Carl. Adesso, e domani.
Ma tu lo sai e non serve che ti sviolino davanti in merito. Basta un occhiolino fugace, dietro le braccia conserte.
Da qui, non ci muoviamo. Le idee si portano avanti. A costo di ogni costo.
31 Giugno 1944 - Di ritorno verso casa
Guardo fuori dal finestrino. Paesaggio che slitta. Mobilità d’animo. Un po’ la stessa che invade i miei sensi da un po’ di tempo a questa parte.
E vorrei, in fondo, che King’s Cross non giungesse mai.
Sono successe così tante cose che quasi me ne dimentico non riuscendo ad incasellarle in questo metodico puzzle al tempo stesso scomposto.
Mi chiedo a volte il perché degli eventi che hanno costellato quest’anno. E mi rendo conto di quanto effimero possa essere quello che viene definito ‘normale vivere’.
In realtà, nello specifico, nulla è effimero. Ma nemmeno indispensabile. Sarebbe anche il caso di smetterla nella salvaguardia di ideali che non ci rispecchiano pienamente.
Fidelius. Una cosa che nella vita mi soddisfa. Una cosa che nella vita porterò avanti fino all’ultimo respiro, se sarà necessario.
Tengo le braccia strette nel petto, una morsa fredda dalla quale non voglio separarmi.
Mi sono sforzato di continuare a tenere lo stesso atteggiamento con tutti, perché dovrebbe essere così. Niente addii, gli addii comprendono il non rivedersi più. Ed io nell’incrocio comunque delle strade, un giorno, ci voglio credere.
Dicono che certi punti fermi nella vita servono. Non ci ho pensato mai veramente bene, prima di adesso. Eppure, capita a tutti di arrivare al momento della realizzazione.
E’ così che deve essere, e non si scappa.
Un anno è finito, e sebbene sembri lontano, uno nuovo è alle porte.
In una era in cui la tranquillità sembra un tesoro più unico che raro, la calma, è solo il momento di stallo fra uno scontro, e l’altro.
Ma forse, è bene pensare che anche la calma, un po’, è scontro.
Ed ora basta. Il treno si ferma, i binari smettono di cigolare sotto le ruote, scendo, il fumo che esce dal vagone che guida.
Lo osservo un attimo. Un saluto, soffuso ma profondo a tutti coloro che non smetteranno mai di viaggiare nella mia vita.
Ci rivediamo l’anno prossimo. A chi rimarrà.
Arrivederci, per chi se ne andrà.
Ma mai troppo lontano.
24/07/2008
Rido. Pesantemente ma sommessamente mentre ascolto le conseguenze che la…scaramuccia? Ha avuto su alcuni elementi presenti qui a scuola. Non che la cosa mi urti particolarmente, ma è comunque esilarante sentire certe voci. Ancora di più immaginare le facce dei ‘condannati’ alle pene inflitte.
Anche se poi penso anche che sia sempre poco, quello che sta succedendo.
Le due fatine bionde a Beauxbatons. Ah, che spreco. Che spreco. Che due menti, comunque intelligenti come le loro, abbiamo deciso di stare dalla parte sbagliata. Dalla parte di un nulla. Dalla parte di un mondo destinato a soccombere per virtù di non so cosa. Quali ideali ricercano l’essenza di un estro così…perverso, e poco chiaro. Oserei perfino definirlo…idiota, se non fosse ancora troppo banale come definizione. Non ha senso. Tutto ciò che gira al momento attorno ad uno sguardo troppo stanco per seguire l’orrendo vorticare di una marea di gente preoccupata come se stesse andando ad un funerale. Non ho né tempo, né voglia. Sinceramente, mi sembra perfino assurdo continuare a parlarne. Mi sembra poco logico, perfino poco intelligente. Gentaglia che non merita nemmeno di respirare, per ciò che penso…lo scontro si è concluso in modo fin troppo celestiale. Qualche sorpresa in più sarebbe stata gradita e ben accetta. Ma si sa…nessuno viene sempre accontentato, almeno…non dal fato. La Versten, la punta di diamante di quel gruppo di scellerati, pare sia quella che ne è uscita peggio. Ma come darle torto, o criticarla. Si è scontrata con il più grande signore e mago che esista. E’ già tanto se ancora riesce a respirare e può raccontare di averlo avuto di fronte, credo.
Un pensiero, che aleggia nella mente.
Tom, se ne va. Ed io, non avevo ancora realizzato tanto.
Non posso fare a meno di inarcare un sopracciglio quando Riddle indica la Traviston come suo successore. Seguirla in capo al mondo. Seguirla in capo al mondo.
Buffo. Assolutamente. Distolgo lo sguardo, mi dedico ad altri pensieri più interessanti.
Lo scopo è troppo altro per lasciarlo tacere. Se così è. Così sia.
E’ faticoso perfino commentarlo.
Tengo la testa poggiata sulle gambe di Scarlett che sembra tutto fuorché presente, viva attorno a noi. Da un paio di giorni è così. E non avrei mai potuto immaginare che mi avrebbe infastidito a tal punto.
-Vacanze comuni.- esordisco. Le mi guarda stranita inarca un sopracciglio.
-Eh?- domanda, perplessa. Mi sollevo, poggiando la schiena contro il muro.
-Vacanze comuni.- ribatto, annuendo. Lancio uno sguardo di intesa a Jasper che ci informa di quanto brevi e intense dovranno essere le sue di vacanze, quest’anno.
Pare che Martine non gli lascerà la possibilità di respirare.
Ma io, che conosco la Lewis maggiore, riconosco il fatto che sicuramente non lo fa per intaccarlo minimamente.
Bensì, posso affermare vividamente che sia preoccupata per le sorti di Jasper. Non sa bene cosa sia successo, Martine, come tutti gli altri non è informata di ciò che sottoterra si muove, oltre la visività concessa ai professori. Ma è così intelligente da capire, che le acque non sono tranquille.
E soprattutto che, giorni fa, la tempesta ha avuto inizio.
Povero Jasp. Ti aspetta una bella strigliata.
Dopo un piccolo dibattito e scambio, si sceglie come meta definitiva l’Irlanda.
Un brivido marchia la mia schiena.
Irlanda. Irlanda. Gaeltacht. Gaeltacht.
La Lywelyn ha sicuramente capito, cosa nei miei occhi balugina.
Forse, queste vacanze potranno servirmi come monito per riconoscere cosa realmente si cela oltre la nube che avvolge me.
E’ strano. Ma a volte il destino ti riserva importanti risvolti.
-E sia.-
-Ed?- la voce di Deirdre arriva alle mie spalle con una tonalità morbida. Mi volto, una boccata di fumo facendole cenno che non ha disturbato affatto i miei pensieri.
Mi siede di fronte, scosta una ciocca di capelli guardando a sinistra.
Sospira. Forse per un momento sembra abbandonare le spoglie di algida principessa, e lasciar spazio semplicemente a Deirdre Blackster.
-Che succede?- domando, guardandola.
Lei fa spallucce, poi abbozza un sorriso.
-Volevo solo spettegolare!- mi bacchetta. Anche se penso che il motivo reale che l’abbia avvicinata a me non sia questo. Non farò domande. Forse adesso non è il caso.
-Irlanda?- chiede, guardandomi di sbieco. Eccola lì. Anche lei allora ha capito.
E sicuramente anche Jasper. Sebbene quella del mio amico sia più una domanda silente, fatta di sguardi e gesti più che di parole.
-Irlanda.- confermo, spegnendo la sigaretta, ormai ridotta ad un mozzicone. Mi alzo, le faccio un cenno col capo.
-Andiamo, credo che sia anche ora di preparare i bagagli.-
In stanza, le borse già pronte, le ultime cose da mettere via prima di domani.
-Arriverò più tardi. Ma almeno sarò libero di svagarmi.- mi confida Jasper, come ultima soluzione.
Evidentemente Martine a preferito di fare prima la tempesta, dopo la quiete.
Magari conviene con il fatto che il fratello, testa calda per quanto sia ai suoi occhi, merita comunque un po’ di riposo.
Mi rivolgo a lui, poggio un asciugamani.
-Ti aspetteremo.- annuisco. -Per qualsiasi cosa.- sicuro che Jasper, come le principesse, ha capito che l’Irlanda può avere tanti, e vari, ipotetici risvolti.
Lui mi guarda, si porta una mano fra i capelli, sulla nuca.
-Anche perché se non lo fai, mi incazzo.- sottolinea, salvo equivoci.
Rido, porto indietro la testa.
-Ricevuto.-
La sera prima della partenza. Siedo di fronte a Scarlett in sala comune, lei mi guarda, poggia un gomito sul tavolo.
-So cosa mi stai per chiedere.- mi dice, tranquilla.
-Immaginavo.- ribatto, picchettando appena le dita sulla superficie. Sospiro. Quest’anno è stato di certo pieno di sorprese. Un po’ morto, per certi versi, ma comunque è innegabile pensare a quanti cambiamenti si sono susseguiti, e comunque, piacevoli o meno fanno parte della vita, e forse si dovrebbero prendere con la giusta enfasi e filosofia.
Non si è ancora concluso. Ed io non vedo l’ora che la mia mente sia completamente libera.
-Mi aiuterai?- torno a chiederle.
-Magari ti sto portando in Irlanda proprio per questo.- sottolinea.
Si prospetta una interessante estate.
Binario 9 ¾ [ 31 Giugno 1944 ]
Paradossalmente il luogo di partenza e arrivo. Di inizio e fine è l’attimo di transizione.
Curioso. Particolare. E decisamente interessante. Si capisce molto, in questo luogo. E forse, per un momento ti sembra quasi di essere in una situazione di stallo.
Una voce morbida e familiare ci accoglie. La madre di Scarlett che ci invita a seguirla verso l’uscita di una stazione che si sta rivelando troppo stretta.
Un individuo che prende le nostre borse. L’abito scuro che si fa largo fra la folla. I miei amici di fianco.
Silenzio. Nonostante tutta questa confusione assordante e fastidiosa.
Non posso fare a meno di notare il silenzio viscerale che si nasconde oltre l’udibile.
Ma poco importa.
Un anno si è concluso. La pausa prima della lotta.
Arriva per tutti, no?
21/07/2008
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Tutti gli alberi sembrano uguali, i sentieri ormai sono spariti del tutto e mi sembra di essere passata per questo posto almeno un paio di volte. Mi fermo ansante. Il vestito è ormai praticamente a pezzi, strappato anche volontariamente per facilitarmi nella corsa, comunque difficoltosa tra tutte queste radici sporgenti e foglie che ricoprono completamente il pavimento della foresta.
Mi appoggio sulle ginocchia mentre sto ad ascoltare dei rumori indefiniti che provengono da non lontano, seguiti da della piccole grida.
Lì, devo andare lì.
Il rumore sempre crescente non ispira nulla di buono. Improbabile che siano passi. Improbabile che si tratti di incantesimi. Improbabili che me li stia immaginando. Allora cosa sono?
Mi avvicino sempre più in una corsa che ha più della camminata. Maledetto vestito, maledette scarpe, maledetta serata! Se non sapessi quanto è importante tutto questo, non mi sarei mai lasciata coinvolgere. Ma visto il fine di questo grande disegno,
questo ed altro.
Ripenso a tutta la serata, a come era cominciata e a come sarebbe finita se non fosse stato previsto altro, quando una strana creatura mi sfreccia davanti.
Non erano passi, non erano incantesimi, non era la mia immaginazione.
Centauri. Quegli esseri reclusi, emarginati in una piccola oasi per caritatevole concessione di noi maghi; eccoli qui a creare disordini, come sempre d’altronde. E poi si lamentano della loro condizione…
Ibridi, né uomini ne animali, lungi dall’essere considerati al pari dei maghi, esseri inferiori al pari dei mezzosangue, se non peggio, stanno rovinando la nostra serata; per non parlare del fatto che uno di loro mi ha praticamente sfiorato con il suo corpo animalesco!
“Dè!”. Un urlo alla mia sinistra. Scarlett mi fa cenno di avvicinarmi a lei; il suo vestito non ha niente da invidiare al mio e il suo corpo è rivestito da ferite fortunatamente lievi. Sono così felice di rivederla.
“Gli altri?”, le chiedo una volta raggiunta la mia amica.
“Tutto bene ma ora non c’è più tempo, capito? Dobbiamo tornare al castello senza farci vedere mentre ancora possiamo!”.
“No, io devo…”
“Dè!”. La sua voce decisa mi riporta alla realtà. Stanno bene, stanno tutti bene, ma dobbiamo andare. I professori, anche se fossero completamente sordi, ho dei seri dubbi che ormai non si accorgano di quello che sta succedendo, specialmente dopo l’arrivo di quegli
esseri.
Mentre Ed arriva al nostro fianco, piuttosto malandato, ci incita nella corsa, così andiamo, veloci, o almeno quanto possiamo, verso Hogwarts, verso la salvezza, verso la calma; o almeno si spera.
***
Stesso posto, stessa sala, stesso sotterraneo.
Stesse persone, stessi studenti, stessi seguaci. Insomma non è cambiato nulla, o quasi.
“D’ora in poi é lei quella che vi dà gli ordini. Violet Ophelia Traviston.”.
Ho proprio sentito bene, qualcosa è cambiato. Qualcosa di importante anche. Non posso che lanciare degli sguardi poco amorevoli alla mia eterna compagna di stanza, di casa, di unghie e di urla. Non posso credere che dovrò obbedire proprio a lei. Sottostare a lei.
Se il Mondo è finito, ditemelo adesso, vi prego, che la fine avrà un sapore almeno un po’ più dolce.
Sbuffo, è l’unica cosa che posso fare per adesso, perché quello che dichiara Tom Ridde non è legge, è oltre quest’ultima. E’ un imperativo. Un imperativo categorico.
Un anno, solo un anno. Il settimo. L’ultimo, il decisivo.
Obbedire a Violet. Lo farò; mi impegnerò con tutte la mia forze e ce la farò.
Devo, devo.
La servirò come fedele seguace del Club e del suo fondatore, ma non le offrirò la soddisfazione della mia sottomissione. Non sarò io ad avere i compiti peggiori, non sarò io a dover prendere le decisioni più importanti, decidere del destino di tutti noi rendendo conto a Lui.
A chi è toccato il destino peggiore?
Nonostante sia quasi riuscita a convincermi della positività della situazione, non so perché, ma uno spiacevole sapore amaro continua ad insidiarsi in me; e non vorrei sbagliarmi, ma non promette nulla di buono…
***
Esami. Penso a ieri e guardo oggi: il castello immerso in questo clima, in questa calma inverosimile. Sapere e non essere sospettati, mi è capitato spesso, ma mai per una cosa così clamorosa. Mai.
Trasferimenti, compiti estivi, punizioni, sospettati. Nulla che tocchi me direttamente, come molti altri coinvolti nel grande scontro. Feriti, molti; morti, nessuna.
Nonostante questa calma apparente la tensione è alta più che mai tra la casa Serpeverde, e praticamente tutto il resto della scuola! Naturalmente questa tensione è palpabile solamente dai diretti interessati alla vita dei due club; tutti gli altri studenti non hanno che parole per le vacanze e per l’anno che verrà, a parte per gli uscenti, che hanno davanti a loro un oblio di incertezze; almeno prima degli ultimi esami.
“Cominciate ora!”. Tuona Benton. Do un’occhiata ai miei amici, già impegnati nella risposte con una certa incuranza, prima di cominciare anch’io.
Non ho nessun problema, almeno in questi ultimi esami. Non devo avere nessun problema, anche perché le mie vacanze estive sono direttamente proporzionali ai vioti che otterrò, quindi meglio far bene.
Consegno il tutto ed esco. Pochi giorni alla fine della scuola, alla fine di quest’anno così turbolento ed incredibile. Non mi sarei mai aspettata che andasse così, con uno straordinario alternarsi di alti e bassi.
La partenza di Eve, l’arrivo di Scarlett, le mille incomprensioni e litigi con Jasper, i problemi di Edward, le indimenticabili liti con Violet, e infine questo scontro…e infine quel bacio…
Comunque si legga quest’anno, completamente fuori dalle righe, non si può che definirlo in un’unica parola:
indimenticabile.
Nel bene, nel male; ma sempre indimenticabile.
***
Irlanda.
In mente ho delle immense praterie verdi, grandi ed antichi castelli, misteri (legati soprattutto alla storia di Ed), e litri e litri di sidro, a quanto pare.
Non lo lascio vedere, ma questa storia di annegare i dispiaceri nel sidro non mi lascia poi tanto tranquilla perché, conoscendo i due soggetti, è molto probabile che prendano in parola tutto quanto detto! Sorrido.
“Alle terre del sidro, allora.” Dico esponendomi infine. Tanto effettivamente, ce ne sono di dispiaceri da annegare, e forse questo sarà il modo migliore di iniziare il nuovo anno. Alcool? Alla fine per i qui presenti, non sarebbe la prima volta.
“Alle terre del sidro, e che l’alcool mi aiuti.” Conclude Jasp. Eh si, conoscendo la sua famiglia, ha di che sperare riguardo alla sua estate.
Solo due settimane.
Passeremo così poco tempo tutti insieme prima di avere un intero anno a nostra disposizione.
Nell’animo aleggia un velo di tristezza, ma in questo momento non posso che essere felice perché finalmente tutto sembra essersi sistemato. Mi sembra un sogno; ma come mi ha pienamente dimostrato il passato, mai dire mai, quindi do un contegno alle mie emozioni e lascio che stiano dentro di me, custodite e non meno intense di come sarebbero esternate.
Sorrido, prendo la mano a Jasp.
Manca poco ormai.
31 giugno 1944
Tutti gli studenti si apprestano a salire sul treno. Molto si lasciano dietro rimpianti, altri desideri, altri soddisfazioni. Molti non torneranno più e si lasciano dietro la loro vita per iniziarne una nuova. Riesco quasi a vedere il mio futuro in loro; quel futuro, così pieno di incertezze, così offuscato…
Siediamo nella solita carrozza, la nostra carrozza. E il treno parte. La corsa inizia.
Parliamo ancora della vacanze, ma è palese quanto siamo turbati. Per tutto.
Le più entusiaste sono le gemelle che espongono nei minimi dettagli quello che sarà il loro viaggio quest’anno, il primo al quale non parteciperò.
Vorrei solo un po’ di silenzio ora, per pensare; non c’è mai stato tempo quest’anno, mai.
Il paesaggio fuori dal finestrino scorre veloce, fin troppo, e la stazione arriva fin troppo presto.
Binario 9 ¾ .
Ansia.
Una strana sensazione sale per tutto il corpo.
Non ho parlato con Jasp, non potevo, non volevo, e invece adesso vorrei più tempo.
Un mese. Un intero mese senza vederlo. Mai.
Un bacio. Un lungo bacio, coinvolgente, bellissimo. Un bacio che devo conservare per tutto questo tempo.
“Non andare, resta. Vieni con noi.” Questo vorrei dirgli, e invece non ci riesco. Non dico niente e lo guardo andare via. Via da me, via da noi. Non per molto, è vero, ma l’attesa ha sempre qualcosa di angosciante.
Infine mi rivolgo a Scarlett ed Ed sorridendo. Sono pronta per l’Irlanda, non vedo l’ora.
Un’estate con i miei migliori amici, potrei chiedere di più?
La voce sconosciuta della madre di Scar, l’ultima occhiata al treno che rivedremo solo a Settembre…
21/07/2008

Vista l'espressione del mio amico pel di carota, intuisco che io e Milo non abbiamo di certo avuto l'idea migliore per intrattenerlo durante gli ultimi giorni di degenza. Carlisle sbatte le palpebre, con l'aria di chi ci tirerebbe un cazzotto nel naso se ne avesse le forze; non ha gradito la nostra raffinatissima replica del concerto di fine anno in versione a due voci, tanto faticosamente studiata. Appoggio gli spartiti sul suo comodino, rischiando di far cadere l’enorme bottiglia di sciroppo che vi è posata sopra, e poi torno su di lui.
« ragazzi, vorrei chiedervi di non bere alcool prima delle sette di sera. » ci apostrofa con un’occhiataccia, ricadendo sul cuscino con i capelli che gli formano un’aureola fiammeggiante.
« Carl, vorrei chiederti di metterti dei pigiami meno osceni! » ribatte Milo scuotendo il capino con la sua solita aria da re della moda.
Mi sembra quasi strano che siamo qui a fare gli idioti, e solo poche notti fa eravamo in quella foresta a rischiare la pelle. Ci sono voluti giorni prima che riuscissi a dormire più di due ore di seguito senza avere gli incubi, e che mi si levassero dagli occhi i colori degli incantesimi che ho evitato per un pelo. Come il blu della bandierina di Corvonero che Milo sta facendo a pezzi, probabilmente uno sgradevole regalo di Jillian, che cerca di conquistare territorio con tutti i suoi subdoli mezzi di fatina.
« Megafusto Lywelyn in arrivo. » sibilo tanto per rimanere in tema di Corvi, quando il ragazzo di Julia fa il suo ingresso in infermeria, ciondolando con i suoi movimenti da rinoceronte verso la Mound, che per la trecentesima volta gli ricorda che non può fare visita alla sua bella in quanto appartenente al genere maschile, oltre che al genere Cretinus Cretinus, nota specie di umano senza cervello.
« Come sta Julia? »
« Credo bene, a quanto mi dice il tuo angelo custode. »
« Lei sì che si è presa una batosta .. »
« Già. Anzi, perché non facciamo un bell’attentato a Riddle? »
« A furia di frequentare Dinamitarda Worthington hai un certo gusto per il pericolo, amico mio. » Milo digrigna i denti e mi dà uno spintone, costringendomi a non continuare, visto che la mia voce verrebbe coperta dal tonfo che faccio cadendo per terra.
« Coglione. » geme Carl. La Furia Rossa è tornata al 100%.
qualche giorno dopo /
Siamo ancora tutti vivi, dopotutto; forse è per questo che non ci tratteniamo con gli alcolici e ci divertiamo senza ritegno, facendo finta di non sapere che le ferite nei nostri animi e nella vita di alcune di noi non si rimargineranno mai più. Probabilmente fare questa stupida festa stasera é il modo meno pericoloso di riunirci, visto che la cricca di slytherin non si aspetterà di certo che abbiamo il coraggio di fare casino dopo tutto quello che è successo.
Le fatine non riescono a smettere di avere un’espressione depressa; non posso non giustificarle in effetti. Anzi, credo che sia per quello che ho una fitta allo stomaco che non mi abbandona da ieri. Isabel ciondola in giro, e stranamente sembra evitarmi; lei probabilmente è quella messa peggio, visto che rimarrà da sola a Hogwarts. O almeno, senza le sue amiche, quelle con cui ha passato tutti questi lunghi anni. Non credo che riuscirei a sopravvivere senza i miei due allegri compari.
« Silenzioooo! » urlo selvaggio, fonte da intercettare. Mi volto giusto in tempo per avere la seconda parte della versione scimmiesca di Sebastian, che si regge a malapena addosso all’accaldata Georgie. Oserei dire che é un déjà-vu. « Julia deve far un discorsoooo! »
Milo mi raggiunge con un sorrisino malefico su cui preferisco non interrogarmi, e ciondola il suo calice con grande soddisfazione.
« Per me è l’ultimo anno. Quindi devo salutare molti di voi. » Attacca Jules. « La cosa più importante, tuttavia, è che Fidelius continui. Per questo c’è bisogno di una persona che prenda il mio posto. Io, Georgie e Sebastian ci pensiamo già da un po’. Ed abbiamo deciso che il candidato migliore sarebbe Carlisle Hunnam. Sempre se accetta. »
Ma chi, il mio migliore amico? Mi volto automaticamente verso di lui, che guarda verso un punto imprecisato con la stessa espressione di uno spaventapasseri.
« Io… certo che accetto. È un onore che abbiate pensato a me, spero di esserne degno. » ribatte con il tono di chi ha appena preso il titolo di Ministro della Magia. Falso modesto.
« Brindisi, brindisi! » di nuovo l’esagitato Sebastian. Mi perdo la perla filosofica di Julia, mentre scatto verso Carl, che sta balbettando qualcosa di incomprensibile. Non credo che sia il mio status di lampione umano ad impedirmi di distinguere le sue parole. Ehi, sono amico di un pezzo grosso.
ancora qualche giorno /
Questo pianoforte ne ha viste di tutti i colori, compresi quelli del sedere di Julia Versten. Sollevo il lenzuolo polveroso che ho rubato in un dormitorio del secondo anno; si gonfia d’aria, e poi ricade sulle forme del mio compagno di tante ore. Se non ci fossi io, ad occuparmi di lui, chi lo farebbe? Non voglio immaginare la polvere che si attacca alle corde e ai martelletti, rovinandole per sempre.
Mi lascio sfuggire un sospiro, guardando un’altra volta fuori dalla grande finestra della stanza della musica. La botola cigola. Abbasso lo sguardo. Di nuovo la ragazzina Corvonero. Un urletto, e scompare. Dal rumore che ne segue, sembra che sia rotolata giù per le scale. Ciao ciao anche a te, spiona.
***
Chiudo ufficialmente lo scatolone in cui ho messo tutti i libri, e lo depongo con uno sforzo nel baule; non che mi piacciano gli sforzi fisici, ma preferisco non arrischiarmi, visto il mio talento magico non superiore a quello di uno scarpone. Fingo di non vedere la montagna di roba da sistemare che ho rovesciato sul letto, per non parlare della lista degli orari degli esami che é ancora attaccata sul comodino. Un disastro, come sempre, ma ormai non ci faccio più caso.
Il vero problema é l’umore di Carlisle, che tanto per cambiare si dà ai pomeriggi da pensatore, sdraiato sul letto con le mani intrecciate sullo stomaco. Non vogliamo disturbarlo, ma non é neanche possibile continuare così. Credo che abbia sprecato l’ultima energia vitale per fare dei test di fine anno degni, e ora si sia lasciato prendere dalla malinconia. Invece di sfruttare gli ultimi giorni con Jillian.
« allora, hai intenzione di marcire su quel materasso? » sbotta Milo, lanciandogli addosso un paio di mutandine, probabilmente dono galante di qualche ammiratrice particolarmente arrapata. Carl grugnisce e si sbatte un cuscino sulla faccia; eh no, che mi faccia il verso non sono pronto ad accettarlo. Non c’è posto per due orsi, qui.
Al posto di limitarmi agli oggetti, mi scaravento direttamente sul suo letto piantandogli le ginocchia nello stomaco.
« Ragazzo, se non scendi da questo letto con le tue gambe, sarò costretto a trucidarti a colpi di bacchetta! » dichiaro sollevandola sopra alla sua testa, e prendendo a percuoterlo con energia sulla mezzaluna rossa che spunta oltre il cuscino. Lo sento distintamente insultarmi attraverso le piume e il cotone.
Credo che questa si trasformerà nell’ultima rissa dell’anno, e che distruggeremo metà dei nostri bagagli. Già.
on the train /
Sono dovuto uscire a prendere una boccata d’aria. Prima che il treno partisse, sono dovuto scendere; quello scompartimento sarebbe stato letale anche per una zitella amante delle storie spaccacuore. E io, si sa, sono già abbastanza incline alla depressione senza espormi volontariamente alle radiazioni nocive di Jillian e soci.
Non vorrei essere preso per senza cuore. E’ che ho tanti, troppi bei ricordi legati a quelli che stanno lì dentro, e mi uccide vederli in uno stato del genere. Sì, sono un orso con l’anima.
« su, ragazzo, salta in carrozza! » sbraita un omaccione con i baffi a manubrio passandomi davanti, e sventolando una mano pelosa davanti al mio petto. Non credo che ci sia qualcuno abbastanza alto da sventolarmi la mano in faccia, dopotutto.
Con un salto – goffo, sì – recupero la mia postazione all’interno del vagone, e mi dirigo verso il nostro scompartimento, tentando di non farmi abbattere da una ragazzina corvonero bionda che passa correndo a tutta birra e urlando come una fuori di testa. Mi correggo, probabilmente è fuori di testa.
Dietro di lei, Norwood e Lewis si infilano dentro alla porta della toilette, e non ci tengo ad immaginare quale sarà la loro attività in equilibrio sopra un vespasiano puzzolente.
« allora, ragazzi, qualcuno ha voglia di biscotti? » trilla Isy mentre io abbasso la testa a sufficienza da poter entrare senza sfracellarmi il cranio. Apre sulle ginocchia un fazzoletto di tela, e prende a distribuire i suoi biscottini al cioccolato agli altri, che sgranocchiano in silenzio e con gli occhi bassi.
Milo. Carlisle. Ho come l’impressione che quest’estate sarà molto, molto lunga senza di loro. Per non parlare di Isy, che si ostina a stringermi la mano anche mentre scendiamo dal treno, fingendo di non ricordare che ci saranno i suoi genitori ad aspettarla; ma soprattutto i miei, che ormai erano convinti che fossi un’asessuato. Il binario è come sempre troppo fumoso e gremito di persone, tanto che riesco a prendere fiato solo alzando il mento.
« Isabel. » pronuncio in tono perfino più tetro del solito. Abbasso lo sguardo fino ad incontrare i suoi occhioni blu, che mi sorriderebbero anche se non riuscissi a vedere la sua bocca.
« finiscila, sono solo due mesi! » trilla allungandosi sulle punte dei piedi, mentre io mi abbasso e mi lascio dare un bacio sul naso. Sembra molto più felice di quanto non lo fosse dieci minuti fa. Probabilmente è perché c’è una donna minuta e non troppo più vecchia di lei che viene verso di noi di gran carriera. « é mia sorella .. devo andare. » aggiunge mentre mi aggancia il collo con le braccia, costringendomi ad accartocciarmi in avanti per regolarmi alla sua altezza. « se domani mattina non troverò la tua prima lettera sul comodino, mi offenderò tantissimo. Sappilo. » trilla come può trillare una fata minacciosa. Un altro bacio, e scappa verso la sua famiglia, che si è materializzata e mi fissa come se fossi un alieno.
Li ignoro; mi basta vedere Milo che saluta Bum-Bum Worthington per riprendere il mio sorriso beota di ordinanza. A meno che lei non faccia saltare in aria me. Carlisle non si vede. Neppure i miei genitori, in effetti, che dopo aver ricoperto di baci e abbracci la mia ragazza sono andati a salutare il loro vecchio amico non so chi, e sono spariti nel nulla.
« Eugene! » a proposito di Carl, ecco la sua consorte che mi chiama. Credo che questa sia l’ultima volta che la vedo. « volevo dirti addio. » mi dice stringendosi nelle spalle. Bella da spezzare il cuore, diceva Carl, quando non poteva mettere le sue luride manacce su di lei. Ora glielo spezzerà davvero, ma ciò non toglie che
« mi mancherai, Jillian. » rispondo stringendomi nelle spalle. Sorride e corre verso Carl, che la conduce verso la barriera con nonna al seguito.
Riprendo il mio carrello e lo spingo verso il muro di mattoni che ci divide dalla King’s Cross Babbana. Se i miei hanno trattato male il mio pianoforte, lo scoprirò nonappena rimetterò piede a casa. Ed è meglio per loro che sia tutto a posto.
20/07/2008
La corsa. Veloce, frenetica, senza alcuna sosta. Edward come un bufalo incavolato al mio fianco, corre per fuggire dall’oscurità. Dal rumore di zoccoli che diventa sempre più vicino. I confini sorpassati, il duello iniziato e già passato. Troppo presto. Troppo presto. E quella sensazione di amaro, acre, spento, che ti invade il palato, costringendoti a sistemare i conti per fare in modo che tutto torni. Che tutto torni… Ho stracciato, irrimediabilmente, quella sottile linea rosso sangue che mi legava al passato. Si è strappata, tendendosi all’inverosimile, fino a compiere uno scatto netto, deciso. Tagliente. Aedan. Non. C'è. Più. Le mura di Hogwarts sembrano stringersi.
Più veloce. Più veloce. Più veloce.
Corri e non pensare. Corri e non pensare.
E’ la sola cosa che mi ripeto, quando il buio viene interrotto dal rumore della porta della stanza.
Guardo Deirdre, il fiato corto.
L’inferno, è appena cominciato.
Tom Riddle. Violet Traviston.
Buffo. Pensare che lo stesso Riddle l’ha indicata come suo…successore? Chiamiamola così.
Non che la cosa mi urti, in questo momento. Il fine giustifica i mezzi, e non posso far altro che considerare, come sempre, le parole del nostro ‘capo’, le uniche che valgano.
Se lo dice lui, è la realtà. E se lui reputa che questo sia il punto cardine della faccenda, ben venga.
Miss Traviston al comando. Faccia pure.
Al momento, non mi potrebbe fare più impressione di una pioggia incessante.
Esami. Arrivano sempre. Puntuali.
Svolgerli è automatico. Il risultato è ottimo, meglio di quello che speravo, ma in fondo non che ne dubitassi, una cosa sola non può andare storta, ora come ora. Ed è il rendimento scolastico, che dà come sempre soddisfazioni. Sono un po’ assente, un po’ sopra le righe, un po’…non lo so.
Preferisco trascorrere il mio tempo in altro modo, piuttosto che blaterare e star a pensare a cosa mai potrebbe succedere. Non ci hanno beccato, è successo con i tre quarti dei compagni che erano lì. A qualcuno, sono state impartite punizioni esemplari. Altri, gira voce che si trasferiranno, vedi le fatine Corvonero.Ma al momento, la sola cosa che mi urta più di tutte, è quest’aria rarefatta e pungente che aleggia. Mio…Aedan. Durante il tragitto lungo i corridoi incrocio la sua figura.
Mi fissa, gli occhi glaciali e inespressivi, come mai li avevo visti prima, se non rivolti ad altre persone.
Sul collo ha una piccola benda, suppongo che sia il risultato dello scontro tra me e lui, nell’oscurità, poche cose sono riuscita a scorgere. Non interrompo il mio corso, lo affianco, avviandomi nella direzione opposta. -Divisi.- sussurra, con tono fiero.
-Divisi.- confermo, lasciandomi alle spalle quello che, ormai, è il mio nemico.
Deirdre osserva la scena, mi si affianca.
-Mi dispiace.- credo parli della sua disattenzione per gli ultimi avvenimenti. Guardo avanti, senza voltarmi mai indietro. Sarebbe letale.
Mai farlo. Mai. Per nessun motivo al mondo.
-Non ha importanza.- la rassicuro, senza tuttavia mutare la mia espressione, completamente lontana da questi avvenimenti, come se tutto non esistesse, come se niente avesse senso alcuno, come se il mondo avesse preso a girare al contrario.
Non esiste più nulla adesso. Niente che sia giusto o sbagliato. Niente che sia più logico da servire se non il proprio ideale. E il proprio ideale, è quello che non si abbandonerà mai.
Morsmordre.
Morsmordre.
Morsmordre.
Aengus Lywelyn
-Scarlett.- una voce a me familiare mi ridesta dalla attenzione che avevo dedicato al libro aperto sul tavolo. Sollevo lo sguardo, giusto in tempo per scorgere due occhi dal colore del manto notturno che mi sconvolgono per quanto bene io li conosca.
-Pa…papà?- domando, incredula, immaginando per un momento che possa trattarsi di un sogno,
considerando l’improbabilità del luogo e la sua collocazione. Lui scosta la mantella che copre il suo braccio, fa un cenno con la mano. -Papà.- risponde, facendo un gesto con il capo. I suoi capelli scuri incorniciano il viso dai tratti fieri e severi. Siede, focalizzando la sua attenzione su di me. -Ho parlato con tuo fratello.- esordisce. Non posso fare a meno che chiudere il libro con un tonfo secco, rivolgendo a lui i miei occhi.
-Hai parlato con il mentecatto, vorrai dire.- sottolineo, evidenziando palesemente la differente posizione in ambito personale che ho assunto contro Aedan, che ormai nulla è. Nulla è. Mi ripeto.
-Ho parlato con lui.- ripete. –Farò in modo che non ci siano coinvolgimenti per il suo futuro e quello di…miss Versten.- solleva appena la nuca, fissandomi.
-Che cosa?- sibilo, contrariata. Lui poggia regalmente la schiena contro la poltrona, mi lancia uno sguardo, sfilando il guanto, le dita a sfregare fra loro con un cenno particolarmente eloquente.
-Hai sentito, Scarlett.- conferma il suo pensiero. Perché, papà. Perché.
-E’ l’ultima cosa che faccio.- ah, ecco. Non potevo immaginare altrimenti. Solo che al momento sono troppo presa dalla tragedia ultima, per pensarci a fondo. Ma sicuramente la storia del ‘pro filosofia mezzosangue’, avrà turbato anche lui, profondamente. Non posso immaginare nemmeno pallidamente cosa alberga nel suo cuore, adesso. Immagino che lo aiuti per via del…coso. Amore paterno. Ma so bene allo stesso modo che se mio padre mette una croce su qualcuno, quella croce si marchia col sangue e rimane per sempre. Immagino…che sia il suo modo particolare di dire addio. Anche se…non so come potrebbe farcela pienamente. Ma lui è forte, lo è sempre stato. E certe filosofie di vita, certe linee, certe posizioni…non si possono cambiare. Non si devono cambiare. Ma so, che non si cancella un figlio, anche se lontano anni luce, non si può. Non uno come Aedan. Ma anche qui, si chiude un capitolo. Forse sarà riscritto, la famiglia Lywelyn continua…ma senza un pezzo.
-Ah.- è la mia sola esclamazione, guardando oltre la finestra dai vetri spessi e trasparenti.
-E’ finita, papà.- parlando del rapporto ormai rotto con una parte di me. Una zona che brucia, oltre lo sterno. Se potessi urlare. Se ne avessi la forza, lo farei. Fino a farmi sanguinare la gola per lo sforzo.
-Ti sbagli.- si alza, sfiora il mio capo poggiando un bacio sulla mia fronte. -E’ appena cominciato.-
Decisions
-Tu vieni con me.- Edward salta fuori con questa frase, di punto in bianco. –Eh?- inarco un sopracciglio, Jasper abbandona la sua noia completa mentre rivolge a noi la sua attenzione, Deirdre ha uno sguardo che luccica appena.
-Tu vieni con me. Con noi.- aggiunge, parlando del gruppo per esteso.
-A nome della sottoscritta…eh?- come se fosse logico per me capire di cosa diamine stia parlando. Lui scuote la testa, poggia una mano sulla mia nuca.
-Vacanze insieme.- finalmente si sbottona. E ci voleva tanto a dire le cose chiaramente anziché saltare con qualche frase a doppio senso, dico io.
-Oh certo…è una buona idea.- interviene Lewis. -La quiete prima della tempesta visto che Martine, la mia adorabile sorellina Martine, mi farà pelo e contropelo, quando torno a casa. Le mie vacanze, quest’anno, si interrompono prima.- annuncia, storcendo appena il naso. Povero Jasp. Ho come l’impressione che sua sorella, preoccupata per la sua incolumità, non metterà a tacere questa storia in casa sua. E forse, ha ragione. Si fa così. Tra fratelli. Poi torna all’attacco.
-Quindi, avete l’obbligo morale di farmi divertire il più possibile.- Edward ride, portando indietro la testa.
-Faremo il possibile, amico mio.- poi torna su di me.
-Niente no.- precisa. Io sospiro, Deirdre reclina la testa sorridendo.
-Facciamo così…- comincio –Troviamo un valido compromesso. Anziché le solite vacanze…vi porto tutti nelle campagne irlandesi. Così il caro condannato alla gogna Lewis, potrà annegare i suoi dispiaceri nei meandri del verde delle terre.- propongo. Jasper mi fa un sorrisone enorme, poggia la matita che stava torturando. -Ma che carina…vuoi che anneghi i miei dispiaceri nel sidro…mi commuovo.- dice, con aria da cerbiatto indifeso. Gli calzasse un po’, almeno. Edward annuisce.
-Alle terre del sidro, allora.- Deirdre acconsente di buon grado.
-Alle terre del sidro.- chiude il giro Jasper. -E che l’alcool mi aiuti.-
Se non ci fosse Jasper, bisognerebbe inventarlo. Sorrido.
-Compromesso valido, accettato.-
King's Cross-31 Giugno 1944
Binario 9 ¾ l’atmosfera è impalpabilmente tesa. Guardo fuori dal finestrino. Il paesaggio sfrecciare e Londra avvicinarsi. Irlanda sto tornando. E sto portando con me alcune persone importanti.
Non so come, non so per quale motivo. Un pezzo manca, ma qualcosa è rimasto.
Qualcosa che sembra scandire ticchettii particolarmente invitanti.
L’idea di una nuova era…ti toglie l’amaro dalla bocca.
Edward e la sua attenzione completamente rivolta altrove. Jasper sembra semi addormentato. Deirdre mi sorride. Poggio il piede per terra, all’arrivo. Gente che si scontra abbracciandosi. La voce di mia madre che ci richiama, pronta a condurci nelle terre verdi che ci culleranno, per un po’.
Ci rivediamo a settembre, Hogwarts.
18/07/2008
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Foresta Proibita.
Tutto quello che sento, adesso, è il mio respiro affannato.
Fino a trenta secondi fa facevo fatica a distinguere una voce dall’altra, e adesso sono persa in un oceano di silenzio. E’ quasi soffocante, sembra che le ombre si siano alzate dal terreno, gonfiandosi e dilatandosi fino ad inglobare qualsiasi cosa attorno a loro.
Mi faccio strada, affidandomi alla bacchetta che indica costantemente il nord, attraverso una fitta selva di biancospini che mi graffiano le gambe nude, strappando la seta non più immacolata dell’abito.
Se ne esco viva, la nonna mi ucciderà.
E se non lo farà lei, ci penserà la mamma.
Sento gli occhi bruciarmi, mentre mi arrampico oltre un masso che mi sbarra la strada. Ma chi me l’ha fatto fare? Voglio dire, sono una persona pacifica, io. Non ho mai dato problemi a nessuno, sono sempre stata una brava ragazza, studentessa brillante, figlia modello. Cosa ci faccio nel cuore della Foresta Proibita, senza avere la più pallida idea di come uscirne?
Il panico mi monta dentro, mentre un crack sordo alle mie spalle mi fa strillare per la paura. Mi rannicchio alle spalle della roccia, facendomi piccola piccola. Non è questo il momento di farsi prendere dal panico. Decisamente non è questo. Respiro a fondo, cercando di tranquillizzarmi.
La voce della nonna mi rimbomba nelle orecchie, stridula e irritata.
«Sei una McKanzie, per Diana! Non una mammalucca qualunque. Sei figlia di generazioni di grandi streghe e duellanti formidabili, non sarà certo un ammasso di alberi a fermarti!»
No, certo che no. Gli alberi forse non mi fermeranno, ma le creature che nascondo forse si!
Ma nessuno ribatte, questa volta, la voce si è spenta. Vorrei bene vedere.
Mi rialzo in piedi, scacciando l’ipotesi di essere impazzita completamente per aver accarezzato l’idea di parlare a una voce nella mia testa e stringo forte la bacchetta. Certo, se il mio fantastico albero genealogico potesse in questo momento accorrere il mio aiuto, non mi offenderei di certo.
Il crack si ripete, questa volta più deciso.
Trattengo il respiro, evocando silenziosamente un incantesimo di protezione che possa riflettere qualsiasi attacco magico e non. La magia brilla fioca, una sfera azzurrina che mi avvolge in un abbraccio confortante. Ma c’è ben poco di cui confortarsi, perché il crack si è trasformato in un leggero ansimare dietro il masso, in passi affannosi e frusciar di stoffa. Ho il cinquanta percento delle possibilità che sia un membro del Fidelius e altrettante che non lo sia. Posso aspettare che mi sorprenda qui, a tremare come un cucciolo spaventato, o recuperare tutto il coraggio che ho perso nel giro di un istante, quando un branco di centauri mi ha quasi ridotta a marmellata sbucando fuori dal nulla. Inspiro a fondo, facendo appello a tutta la forza che mi è rimasta per inginocchiarmi e sbirciare oltre la roccia: non vedo nulla, a parte una sagoma che si avventura furtiva tra i rovi dei biancospini. Un raggio di luna illumina una gonna color cipria e un boccolo biondo.
Il sollievo mi invade a ondate, mentre mi rialzo.
«Audrey» la chiamo, piano, per non spaventarla. La barriera si dissolve, dolcemente, non trovando più ragione d’esistere.
«Jill!» sobbalza lei. E’ pallida, un po’ sbattuta, ma sembra star bene. Per lo meno si regge ancora sulle gambe e non mi sembra ci siamo ustioni, bolle o piaghe. Mi avvicino a lei, stando attenta a non fare troppo rumore, e le getto le braccia al collo. Sorpresa, ricambia brevemente la stretta, prima di scostarsi, continuando a tenere le mie mani.
«Hai visto qualcuno?» chiede, nervosa, gettando continue occhiate alle sue spalle «Carlisle, Georgiana?»
Scuoto il capo, lo stomaco chiuso dalla paura.
«Nessuno. Stavo inseguendo la Traviston quando i centuari sono arrivati. Non ho più visto nessuno, da allora, sono scappati tutti» rabbrividisco all’idea. Lei annuisce brevemente.
«Tanto meglio» commenta, pragmatica «Con un po’ di fortuna ci hanno liberato la strada da eventuali professori e ficcanaso. Vieni, c’è bisogno d’aiuto»
Senza aggiungere altro, mi guida tra gli alberi senza lasciar andare la mano. Non consulta la bacchetta, non cammina alla cieca. Stiamo andando in un punto ben preciso. Da qualcuno.
Con un nodo in gola la seguo, stringendo forte la bacchetta e la sua mano, fino ad una radura isolata, costeggiata da un piccolo rigagnolo d’acqua accanto al quale giace Julia, immobile.
«E’ solo schiantata» mi precede il mio biondo angelo custode, mentre Sebastian sbuca da dietro un cespuglio, zoppicando vistosamente. Ci lancia un’occhiata sollevata, il volto esangue illuminato dalla scarsa luce. Un taglio gli corre lungo lo zigomo destro, ma non sembra sanguinare. Lascio la mano di Audrey, correndogli incontro.
«Fermo, non ti muovere» gli intimo «Fammi dare un’occhiata»
«Da quando in qua sei Medimago?» domanda stancamente, sedendosi con la schiena contro la corteccia di un albero.
«Devo ricordarti chi sono i miei genitori?» ribatto sottovoce, controllando il taglio per poi passare alla gamba «Però hai ragione, non sono un Medimago. Per questa non posso fare nulla, dovrai fare un salto in Infermeria. Lei come sta?»
«Si rimetterà» interviene Audrey «Sperando sia solo stata schiantata e non ci sia altro. Domani avrà un gran mal di testa, ecco tutto. Ora però dobbiamo portarla via da qui»
Si, ma come?
***
Infermeria.
Il viso della Mound è indecifrabile.
E’ china su Julia, che ora è stesa su un lettino, i capelli scuri sparsi attorno al volto pallido come un’aureola corvina, e la sta esaminando in silenzio. E’ palese che non è l’unica paziente che ha avuto nel corso della notte, miliardi di piccole rughe preoccupate le increspano la fronte, solitamente liscia e spianata; più di una brandina è nascosta da divisori accuratamente tirati, ma non si sente volare una mosca. La luce che illumina lo stanzone è fredda, metallica, tipica delle ore che precedono l’alba. L’aria non è fredda, ma continuo a tremare come se fossi rimasta per ore sotto la neve, è quasi imbarazzante, sento i miei denti battere violentemente al punto che persino la Mound si volta a scrutarmi, pensierosa. Mi punta un fascio di luce negli occhi, per poi decretare.
«E’ lo shock» si interrompe, spostando lo sguardo da alla mia amica «Non so cosa sia successo, stanotte, e non lo voglio nemmeno sapere, ma avete rischiato grosso. Se Armando sapesse cosa combinano i suoi studenti…» scuote il capo, sospirando. Nessuna di noi due osa respirare, mentre torna ad esaminarmi la faccia.
«Via, voi due state bene» indica me e Audrey, con un gesto stanco «Andate alla Torre e restateci, una bella dormita e domani starete di nuovo bene»
Non replichiamo, limitandoci a spostare contemporaneamente lo sguardo su Julia.
«Starà bene. Sarà nei guai, ma starà bene» fa schioccare la lingua contro il palato, spingendoci via. L’ultima cosa che riesco a vedere, prima che la porta si chiuda alle nostre spalle, è la chioma rossa dell’Infermiera che ci ha regalato la possibilità di scampare alle ire di Dippet e dei nostri genitori.
***
Ma ci pensa qualcun altro a bruciare la nostra chance, quando svoltiamo l’angolo per arrivare alle scale che portano alla Torre. La scuola è immobile, soffocata da una cappa di silenzio opprimente che non permette nemmeno al fioco russare dei quadri di scalfirne la superficie. Forse hanno incantato i saloni. Forse è solo lo shock che mi rende sorda, perché quando Martine Lewis ci compare davanti, in tutto il suo malvagio splendore, mi rendo conto che indossa ancora i tacchi vertiginosi che aveva al ballo e io non ho sentito nemmeno il più debole ticchettio. Mi sfugge un leggero gemito, Audrey singhiozza. La Lewis sorride dolcemente, gli occhi chiarissimi illuminati da un luccichio pericoloso. Per quanto sia innegabilmente bella, non posso fare a meno di trovarla mostruosa mentre ci viene incontro, avvolta nel suo meraviglioso abito da sera.
«Cosa abbiamo qui?» cantilena, inclinando leggermente il capo di lato «Due uccellini sperduti, forse?»
Le dita di Audrey mi stritolano la mano, esattamente come le mie stanno facendo alla sua. Nessuna delle due fiata.
«McKanzie» mi chiama, costringendomi a guardarla «Cosa ci fai qui, nel cuore della notte?»
«Torno alla Torre» ribatto, cercando di dominare la paura che fa sembrare le mie parole un pigolio tremulo.
«Le tue compagne di casa ci hanno fatto ritorno molte ore fa» commenta, fingendosi perplessa e picchiettandosi le labbra con le dita «Ti sei trattenuta con Salinger?» l’odioso sguardo smeraldino scivola su di Audrey, che automaticamente arretra di un passo.
«Siamo… siamo andate in cucina, alla fine del Ballo» mente, spudoratamente «Avevamo fame e non ci siamo rese conto del tempo che passava. Sa, gli elfi sono creature amabili ed estremamente servizievoli, non abbiamo resistito a una razza di cioccolata con dei biscotti.»
Ti prego credici. Ti prego, dimostra che sei solo una povera oca credulona e lasciaci andare.
E’ stupido sperare in una cosa del genere. Stupido e piuttosto ingenuo, da parte mia.
Soppesa le parole di Audrey, in silenzio, probabilmente chiedendosi per quanto tempo ancora torturarci prima di portarci da Dippet.
«E sei scalza solo perché i piedi ti facevano male, non è vero McKanzie?» indaga, sorridendo angelica. Annuisco, senza riuscire ad aprir bocca.
«D’accordo, capisco» sospira appena, facendosi da parte. Audrey trattiene il respiro. Non è possibile che ci vada tutto così liscio. No, non possiamo essere così fortunate.
«Strano però» riprende dopo qualche attimo.
Ecco, lo sapevo.
«Cosa, professoressa?» la voce di Audrey trema, ma è abbastanza salda da permetterle di formulare una frase coerente senza balbettare. Io non so se ne sarei capace.
«Non mi risulta che si debba attraversare la Foresta, per giungere in cucina» commenta, la voce che diventa parola dopo parola sempre più fredda e pungente, mentre la consapevolezza mi gonfia il cuore di paura. Lei sa. Lei ha sempre saputo. Le sa tutto e sta giocando al gatto e al topo, prendendoci in giro.
Chino il capo, mentre lei alza gli occhi dai nostri piedi sporchi di fango e dagli abiti stracciati, facendoci segno di seguirla.
«Sono sicura che il Professor Dippet sarà curioso quanto me di sapere cosa vi è successo mentre andavate a fare uno spuntino di mezzanotte.»
***
Presidenza, qualche ora dopo.
«Non è ammissibile» continua a borbottare il preside, percorrendo in su e in giù l’ufficio con addosso una ridicola vestaglia di velluto rosso, un cappellino di lana con tanto di pon-pon in testa e ciabatte ai piedi «Non è assolutamente ammissibile una cosa del genere!» sbotta, guardando me e Audrey.
Siamo qui da ore. Il sole sta sorgendo, lo vedo sbucare all’orizzonte, sopra il lago, allungando timidamente i suoi raggi dorati verso il prato davanti all’ingresso. Siamo qui da ore e la situazione è sempre la stessa.
Che siamo nei guai, l’abbiamo capito.
Che chiameranno le nostre famiglie, l’abbiamo capito.
Che prenderanno seri provvedimenti, l’abbiamo capito.
La testa mi ciondola sulle spalle, inizio a far fatica a tenere gli occhi aperti. Audrey, al mio fianco, sbadiglia sempre più frequentemente. L’adrenalina si è consumata e ha bruciato tutta la nostra energia, lasciandoci completamente vuote e in balia della nostra stanchezza, della nostra paura, della nostra fragilità. Vorrei piangere, alzarmi e urlare che basta, lo sappiamo! Non siamo due idiote, ma a cosa serve tenerci in piedi a questo punto? Non arriverà nessuno prima di domani pomeriggio, a meno che non si faccia ricorso alla Metropolvere e non sono nemmeno sicura si possa utilizzare all’interno della scuola. E che comunque non consiglio a nessuno di svegliare la nonna all’alba, la reazione potrebbe essere alquanto violenta.
Eppure, mi limito a fissare il vuoto, riuscendo a cogliere una parola su tre. Dippet sta ancora blaterando su quanto sia scandaloso l’accaduto –per senza sapere cosa sia effettivamente successo-, quando chiudo gli occhi e crollo addosso a Audrey.
***
Infermeria, qualche ora dopo.
«Come ho fatto a dimenticarmi di Carlisle?» domando a Audrey per l’ennesima volta, angosciata, mentre corriamo verso l’Infermeria. Non abbiamo fatto in tempo ad entrare in camera e a farci un bagno, che subito siamo uscite di corsa, indossando la prima cosa che ci è capitata a tiro. Non mi stupirei affatto se indossassi i pantaloni del pigiama e la camicia della divisa. Quando la Mound ci apre la porta, però, non sembra affatto sorpresa di vederci.
«McKanzie, Salinger» ci saluta, sospirando. Occhiaie scure le cerchiano gli occhi, si vede che nemmeno lei ha avuto tempo di dormire stanotte.
Audrey, al mio fianco, è subito raggiunta da Peter, che la stringe in abbraccio protettivo. Sento gli occhi pizzicare, mentre cerco Carlisle, inutilmente.
La Mound, probabilmente impietosita dalla maschera di terrore che mi ha paralizzato il volto, mi prende gentilmente per un braccio e mi guida verso un angolo dello stanzone, dove intravedo la chioma fulva del mio Tasso, in netto contrasto con la federa immacolato del cuscino.
L’infermiera sparisce, mentre mi trascino stancamente fino ai bordi del letto e li cado sulle ginocchia, gli occhi ora definitivamente gonfi di lacrime; faccio per parlare ma un singhiozzo me lo impedisce.
«..mi spiace» biascio alla fine, accarezzandogli la fronte.
È così bello, in questo momento, che mi si stringe il cuore; sembra così fragile che ho quasi paura di sfiorarlo. Ritraggo la mano, incrociando le braccia sul materasso e affondandovi in mezzo la faccia. Vorrei solo che aprisse gli occhi e ridesse, come sempre, prendendomi in giro.
«Pulcino, piangi?»
La voce è la sua. Flebile, roca e impastata, ma la riconoscerei tra mille al mondo. Mi sollevo di scatto, strofinandomi gli occhi con la manica del maglione.
«No, certo che no» esclamo.
«Pessima bugiarda, amore» mi rimprovera, aprendo gli occhi. E’ sofferente, ma riesce nonostante tutto ad abbozzare un sorriso. Di nuovo, mi viene da piangere.
«Ehi, ehi!» mi rassicura «Va tutto bene! Non piangere, non..»
«E’ che mi dispiace!» sussurro, guardandolo tra le lacrima «Mi dispiace tantissimo, io avrei.. avrei dovuto stare attenta.. anche.. anche a te e..»
«Jillian, non dirlo nemmeno per scherzo» sembra sconvolto «Ha già del miracoloso che siamo usciti dalla foresta più o meno illesi» fa una smorfia, mentre cerca di mettersi a sedere ignorando le mie proteste «Perché stai bene, non è vero?» indaga, improvvisamente angosciato, scrutandomi il volto.
Scuoto il capo, senza riuscire a trattenere un sorriso. Il primo, dopo moltissimo tempo.
«Tutto a posto» mi allungo, baciandogli la fronte. Fa una smorfietta, un po’ di colore gli riscalda le guance.
«Sono stato una pessima ombra» commenta cupo, stringendomi una mano.
«Sono stato peggio io» una smorfia, e non sono sicura stia facendo dell’ironia «Ma vedo che non ne ho bisogno. Prima che mi addormentassi, hanno portato la Traviston, mezza morta, avvolta nello stendardo di Serpeverde. Una scena che avrebbe commosso anche Tu-sai-chi.» rotea gli occhi, senza curarsi di celare il disgusto. Non ce ne è bisogno, a questo punto, le carte sono state svelate e non c’è motivo di far finta che in questa scuola tutti vadano d’amore e d’accordo «Dovevi essere veramente arrabbiata, per averla ridotta in quello stato»
«Oh» commento, sorpresa «Veramente non credo di essere stata io, mi spiace deluderti. L’ho persa di vista, dopo un po’, mentre correvamo tra gli alberi. Sarà stata Georgiana, non lo so» scuoto il capo. Per quanto la Velenosa per eccellenza possa starmi antipatica, non credo che sarei riuscita a ridurla in fin di vita.
Annuisce, pensieroso. Poi, un lampo gli attraversa lo sguardo e la sua mano si stringe con forza attorno alla mia, fino a farmi male.
«Julia?» chiede con un filo di voce. Poche volte in vita mia ho visto una persona così tanto preoccupata per qualcuno. Se non fosse che è perfettamente comprensibile in questa situazione, potrei persino essere gelosa. Ma è Carlisle. E’ il mio, Carlisle, e ha un cuore grande al punto da voler bene a persone che conosce da poco e a cui è vincolato da un legame che avrebbe potuto evitare facilmente, se davvero avesse voluto. Ma non l’ha fatto, e ora il non sapere lo divora. Chi sono io per lasciare che la tortura non finisca. Chiudo gli occhi un attimo, stringendo forte la sua mano. Poi, inizio a parlare. Raccontandogli tutto quello che so.
Con la promessa da parte sua di riposare e non azzardarsi ad attraversare il castello per uccidere Riddle e la sua cricca seduta stante, lascio Carlisle a quello che spero sia un sonno senza sogni. Audrey sta tornando verso Peter, Aedan e Georgiana, tutti e tre pallidi e provati da quella che deve essere stata una notte infernale. La mia Caposcuola si tormenta le dita magre, senza però aprir bocca, limitandosi a sgranare gli occhi quando la bionda boccolona annuncia che abbiamo il permesso di vedere Julia.
«Carlisle vuole sapere come sta Julia» annuncio. La mia amica tira un sospiro di sollievo: se vuole sapere come sta lei, allora non è in una situazione così grave. Aedan, però, non è d’accordo. Protesta, ma debolmente. Stanco, anche lui, guarda me e la mia amica con stupore, nel sentire che siamo state noi a riportare la sua bella al castello. Poi, fa l’ultima cosa che ci aspettavamo da un principe del ghiaccio come lui: ci abbraccia, ringraziandoci.
Sento gli occhi pizzicare e mi affretto a seguire le due figure sfuocate davanti a me fino al letto di Julia. Bella e fiera anche nella caduta, la Grifona soffre, il volto pallido ricoperto da minuscole goccioline di sudore. Georgiana si morde le labbra, chinandosi su di lei per posarle una pezza sulla fronte, ma si ritrae quasi di scatto, irrigidendosi all’improvviso quando Julia schiude le labbra per mormorare qualcosa che non riesco a cogliere.
«Nel delirio, mi scambia per sua madre. L’infermiera ha detto che la febbre è molto alta, ma entro domani dovrebbe scendere. In un paio di giorni dovrebbe iniziare a riprendersi.»
Guardo Audrey di sottecchi, mentre ci avviciniamo al letto: è calma, non da segno di emozioni, ma potrei giurare che sotto la superficie ribolle un mare in subbuglio.
«Ida..» sussurra Julia.
Non posso fare a meno di rabbrividire, cercando la mano della mia amica che, prontamente, restituisce la stretta.
E’ straziante, non posso tollerarlo un minuto di più. Audrey mi cinge la vita con un braccio, sussurrandomi che si rimetterà presto e andrà tutto bene. Guardo Georgiana, sottile e indistruttibile accanto alla sua amica, e mi chiedo cosa avrei fatto io se ci fosse stata la ragazza al mio fianco in quel letto.
Quando facciamo ritorno nella Torre, non ho ancora trovato una risposta.
***
Cortile interno, la mattina dopo.
Il viso della nonna è una maschera di rughe e severità.
Come al solito, la mamma e il papà non hanno potuto lasciare il San Mungo –pare che ci sia stato del rumore attorno al padre di Eveline Sanders, la principessa caduta delle onorevoli Serpi- e adesso sono sola a sopportare il suo sguardo glaciale e il suo silenzio carico di rimprovero.
McKanzie e Salinger sono stati i primi cognomi convocati sulla lista di Dippet, le prime vittime degli alti ranghi scolastici. Ho come il sospetto, però, che ai colloqui della Traviston, Norwood, Lywelyn e Jasper (ammesso ci sia, un colloquio per loro) non ci sarà l’amabile presenza di Martine Lewis a testimoniare come due studentesse di Corvonero si aggirassero per il castello ben dopo il coprifuoco in atteggiamenti sospetti e con gli abiti laceri. E con un macete sporco di sangue tra i denti, giusto per rendere più piccante la storia e più pesante la punizione.
Non ho idea di cosa sia stato detto, la dentro. Non ho idea di quanto grande fosse la spada di Damocle sul nostro capo, questa mattina, quando si sono riuniti per discutere del nostro immediato futuro.
Ho passato la mattina a consumare il pavimento della Biblioteca, facendo finta di studiare per gli esami. Audrey è scomparsa con Peter dopo la prima mezz’ora passata a sfogliare libri a vuoto e non l’ho più vista da allora, fino a quando una terrorizzatissima bimba che mi sembra faccia parte del Carlisle fan-club non è venuta a dirmi che “una signora mi aspettava fuori, nel cortile”.
Ed eccomi qua, in attesa di conoscere il verdetto della giuria.
«Jillian» esordisce alla fine, guardandomi con severità. Nulla, nel suo volto, lascia presagire a qualcosa di buono.
L’imputata Jillian McKanzie si alzi, prego.
Non rispondo, abbassando lo sguardo. Non mi lasciano fare gli esami. Sono stata espulsa in tronco, senza preavviso, senza possibilità di appello e di ripensamenti. Lo sapevo, lo sapevo.
«Jillian, mi auguro con tutto il cuore che tu abbia trovato il tempo per studiare, tra un’incursione nella foresta e l’altra» prosegue «Perché se la tua media non rasenterà l’eccellenza allora temo che questa sia stata una mattina ufficialmente persa.»
Alzo gli occhi, sentendo il sangue pulsare più forte. Non mi espellono. Posso fare gli esami.
«Ed è chiaro che avrai un richiamo ufficiale e che l’accaduto avrà relativa risonanza nel tuo avvenire, ma…»
Smetto di ascoltarla, in preda ad un’ondata di euforia. Già mi vedo tra qualche settimana a ridere di quanto è accaduto con tutti quanti, davanti ad una coppa di gelato da Florian. Io, Carlisle (perché figuriamoci se lo espellono, è una delle glorie della scuola), Milo, Eugene, Georgie e Julia, Audrey.. Audrey.
«E Audrey?» la interrompo, senza rendermene conto. Mi guarda irritata per un attimo, prima di riprendere a parlare.
«Come stavo dicendo, sia tu che la tua amica affronterete tutto questo assieme. Con un po’ di fortuna sarete nuovamente nella stessa Casa e…»
«Che sciocchezza nonna, certo che saremo assieme! Lo Smistamento c’è solo al primo anno»
«Ma si può sapere dove hai la testa, Jillian?» sbotta, stizzita «A Beauxbatons sarete smistate, esattamente come accade a tutti gli studenti che vi accedono per la prima volta. Ma tu guarda, non ascolta nemmeno, sua madre mi sentirà..»
Io, da parte mia, non la sento più. C’è una sola, enorme parola, che mi rimbomba nella testa.
Beauxbatons.
Ha il suono di una condanna.
Ha il suono dell’esilio.
***
Infermeria, una settimana dopo.
«Sicuro di aver preso tutto?» domando per l’ennesima volta a Carlisle, che sbuffa.
«Jill, tesoro, si!» ride «E anche se avessi dimenticato qualcosa, posso sempre tornare a prendermela quando voglio»
«Tu non metterai piede qui dentro per un bel po’» ringhio, senza riuscire ad essere veramente minacciosa. Ma il succo è chiaro: il mio ragazzo non deve più rimettere piede in infermeria, né da sano né tanto meno da malato. Non esiste proprio. Milo sghignazza, in piedi accanto ad Eugene che fischietta, perso nel suo mondo di pentagrammi e tonalità.
Dopo una settimana di degenza, Carlisle torna a piede libero. Le ustioni sul petto, che tanto avevano fatto preoccupato la Mound, se ne sono completamente andate, senza lasciare nemmeno una cicatrice, e non c’è più motivo per cui il mio ragazzo debba rimanere in isolamento.
Guardo con un sorriso l’enorme striscione che Milo sta facendo arrotolare con delicati colpi di bacchetta, segno di tutto l’amore e tutto il sostegno del Carlisle fan-club, e i mazzi di fiori che costellavano il suo comodino, ricoperto di biscotti e dolci sgraffignati in cucina. Il biondo orso dall’ugola d’oro li raccoglie goffamente, senza nemmeno provare a sfiorare la bacchetta, e precede i suoi due compari in corridoio, subito seguito da Milo.
«Allora, vieni?» domanda il moro, con un abbagliante sorriso.
Tutto questo mi mancherà, da morire.
Sospiro.
«Jill, tesoro» esclama, cogliendo la mia tristezza. Mi si avvicina, intrappolandomi in un abbraccio appassionato «Se bruci d’amore per me al punto da sospirare per un sorriso, molla subito questo damerino pel di carota e fuggi con me!»
«Giù le zampe» ringhia Carlisle «Tieni giù le tue manacce dalla mia ragazza»
«Altrimenti che mi fai?»
«Lo stesso che ho fatto a Norwood»
«Oh si, ti prego!» geme lui «Anche io voglio una scusa per fare gli esami in privato, tra un mese!»
«Vi muovete, voi due?» si lamenta Eugene, facendo spuntare la sua testona bionda dalla porta.
«Si, si, arriviamo!» riprende il rosso «Devo solo uccidere questo idiota qui»
«Carl, vecchio mio. Se non fosse che sei convalescente ti avrei già steso da un pezzo»
«Ti piacerebbe, Ashmore, ammettilo»
Oltrepassano la soglia, battibeccando allegramente. Rimango qualche passo indietro a guardarli: uno biondo, uno rosso e uno moro. Le tre persone più diverse di questo mondo, che però si sono trovate e sono ora inseparabili. Come fratelli, hanno condiviso ogni cosa, ogni gioia, ogni dolore, ogni sogno, ogni speranza. Come fratelli.
Li guardo mentre camminano felici, a tratti accennando un salto, a tratti voltandosi per guardarsi in faccia.
E io non sarò più con loro.
Il pensiero mi folgora, paralizzandomi completamente. Immobile, chiudo gli occhi, lasciando che una più profonda percezione della realtà prenda possesso di me: i rumori, i profumi. La pietra dura sotto i piedi, il cinguettare degli uccellini nell’aria quasi estiva, le risate dei ragazzi davanti a me, una porta che scricchiola, lo strillo di tre ragazzine del primo anno.
La triade di Tassorosso è tornata per calcare ancora i corridoi della scuola.
Io lo faccio in questi giorni per l’ultima volta.
***
31 giugno 1944, King’s Cross –Londra.
Isabel sbadiglia, sonoramente, accoccolata addosso a Eugene che, rosso d’imbarazzo, non riesce a smettere di toccarle i capelli.
«Odio questo viaggio» protesta lei, roteando gli occhi «Non finisce mai»
«Siamo quasi arrivati, invece» commenta Milo, la voce velata da un’impercettibile tristezza. Carlisle mi stringe più forte e io mi giro, affondando il volto nell’incavo del suo collo. Inspiro a fondo, riempiendomi del suo profumo e del suo calore. Giuro che non avrei mai voluto che finisse così. MAI.
La periferia semi-distrutta di Londra sfreccia fuori dal finestrino, senza nasconderci gli orrori che il mondo babbano ha scatenato sul pianeta, orrori a cui noi davamo relativa importanza, protetti nella nostra gabbia dorata.
Sento il mio ragazzo sospirare, man mano che il treno inizia a perdere velocità.
«Va tutto bene?» mi chiede, sottovoce. Annuisco, ma un nodo alla gola mi impedisce di parlare. Chipie miagola, dalla sua bella cesta di vimini; un incantesimo particolarmente difficile le impedisce di uscirne.
Ho come l’impressione di trovarmi a mille miglia di distanza, in un luogo al di fuori del tempo e dello spazio. Attorno a me ci sono montagne di ricordi che si accavallano, prepotenti, e la netta sensazione di essere arrivata ad un punto di svolta. Al secondo anno, tornando a casa a fine anno, ho passato buona parte del viaggio a tormentare Isabel chiedendole cosa provasse uno studente all’ultimo anno al suo ultimo viaggio di ritorno da Hogwarts. All’epoca ero perdutamente innamorata di un ragazzo del settimo, il Capitano della Squadra di Quidditch di Corvonero. Non era bellissimo, ma aveva qualcosa che mi impediva di non pensare a lui. Chissà, forse era il presentimento che probabilmente non lo avrei mai più rivisto a renderlo così assolutamente speciale ai miei occhi, perché adesso non c’è dettaglio che non lo sia. Il sole che bacia i capelli di Isabel, il broncio imbarazzato di Eugene e la melodia che canticchia sottovoce, la camicia con le maniche rimboccate di Milo, la pila di libri di Audrey, la sciarpa che Peter ha dimenticato di infilare nel baule e che se ne sta abbandonato sul sedile.
Carlisle.
Le sue mani, che scivolano lungo la mia schiena e rimangono imprigionate tra i miei capelli, quel suo modo assolutamente unico di sollevarmi il volto premendo sul mento, con la punta delle dita, per poi rubarmi un bacio.
Il treno si ferma, con un sincronismo terrificante, nell’esatto istante in cui le nostre labbra si separano. Il chiasso nel corridoio esplode vivacemente, attorno a me un turbinio di piume, baule che lievitano e i lamenti di Eugene, che probabilmente è andato a sbattere contro il portabagagli o qualcosa del genere. Nel giro di un attimo, lo scompartimento è vuoto.
Ci siamo solo io e lui; io ho ancora gli occhi chiusi. Carlisle si alza, sono sicura che sta prendendo anche il mio baule.
«Jill..?»
«Un secondo» lo prego «Un secondo e arrivo»
«Ci vediamo giù»
Annuisco, mentre se ne va. Solo io, adesso.
Lame di luce trapassano i sedili di velluto color porpora, facendo danzare granelli di polvere attorno a me; nuvole di vapore piroettano fuori dai finestrini, simili a montagne di zucchero filato e panna montana.
Adesso mi alzo.
Prendo Chipie tra le braccia e faccio scivolare di lato la porta, esco in corridoio e scendo dal treno.
Per l’ultima volta.
C’è la nonna, che aspetta. Con il vestito buono e la sua espressione più severa, quella da portare abbinata alle perle che il nonno le ha regalato per il ventesimo anniversario di matrimonio.
La raggiungo, le do un bacio sulla guancia. Lei brontola qualcosa, poi Audrey, sorella e compagna di sventure, mi raggiunge con il suo caldo sorriso, che ricambio. Un attimo ancora e c’è pure Carlisle, che si trascina dietro un carrello con sopra i nostri bauli. Saluto Audrey, promettendole di scriverle non appena arrivo a casa, poi mi volto.
Il mio ragazzo mi stringe la mano, mentre inizio a camminare.
Non è stato un anno facile, ma è stato favoloso. Tante cose da ricordare, tante da dimenticare.
Jasper mi sfila accanto, alto e splendido come un dio greco; mi rivolge un’occhiata e quello che sembra un sorriso di scherno ma che forse, in fondo in fondo, è un addio che non si aspettava di dover dare adesso. Lo vedo correre via, verso i suoi Principi, verso la sua estate, verso il suo domani.
Vedo Julia e Georgiana che chiacchierano, in un angolo, vedo Aedan e Sebastian. Audrey segue mogia l’autista di famiglia, Isabel saltella dietro il suo orso buono dopo averne conosciuto i genitori, Opal avvampa quando Milo si china a baciarle la guancia e il giornale di un signore poco distante esplode; ma è solo un attimo.
Perché subito dopo, abbracciata a Carlisle, attraverso la barriera e mi lascio alle spalle un mondo intero che, quando rivedrò, se mai lo rivedrò, non sarà più lo stesso.
Lo giuro, non avrei mai voluto che finisse così.
Ma nemmeno nel più coraggiosi dei sogni e nella più sfrenata delle fantasie avrei saputo immaginare un finale migliore.
16/07/2008
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È la devastazione.
Ecco ciò che vedo in questo momento. Rami spezzati, alberi semicarbonizzati, e uno sgradevole odore di bruciato.
Distesa di fronte a me, Julia sembra dormire un sonno di pietra. Poco distante, Jillian cerca di fare il possibile per Sebastian, che per fortuna è in condizioni molto migliori.
La luce della luna permette di vedere e di orientarsi ma non mi permette di valutare i danni. Sembra solo svenuta a causa dell’incantesimo di quel subumano.
« Si rimetterà » dico, rispondendo alla domanda di Sebastian « Sperando sia solo stata schiantata e non ci sia altro. Domani avrà un gran mal di testa, ecco tutto. Ora però dobbiamo portarla via da qui. Lumos! »
La mia fedele bacchetta getta una luce dorata sul corpo di Julia. Sì, è stata schiantata da Riddle, ma non dovrebbe perdere i sensi così a lungo. A contrasto con la situazione, il suo bel viso è composto, ed i capelli appena in disordine.
Le tocco la nuca: deve aver battuto la testa.
Sangue.
Mostro a Jill e Seb la mia mano.
« Dobbiamo portarla in Infermeria. » scatta lui, cercando di alzarsi in piedi.
Zoppica, ma si regge sulle sue gambe ed è in grado di camminare. Il taglio sullo zigomo è sparito grazie a Jillian. Ma si vede che è molto debole. Ha combattuto contro Dolohov, le sue forze sono allo stremo.
Tocca a me e a Jill.
« L’unico modo è farla levitare, e sorreggerla. » dice Sebastian « Ma dovrete farlo voi. Io non… »
Incantesimi? Jill riprende un po’ di colore sulle guance. E anche io mi sento sollevata: Incantesimi. Si può fare.
« Insieme, Audrey. Da sole non ce la faremmo. » mi sussurra.
Mentre castiamo l’Incantesimo di Levitazione, Sebastian ci osserva con un’espressione sconfitta. Credo che si senta impotente di fronte alla sua migliore amica, di fronte a lui, a un passo dalla morte.
« Seb, puoi stare davanti e fare strada? » domando.
Poco dopo ci stiamo muovendo verso il castello. Con alcuni semplici incantesimi del terzo anno, il Caposcuola di Grifondoro apre un corridoio libero da sterpi.
« Al diavolo i Centauri, al diavolo la Foresta, al diavolo tutto questo. » mormora, negli intervalli fra una fattura e l’altra.
Jill ed io ci scambiamo un’occhiata; vorremmo dire qualcosa, rassicurarlo, ma siamo così sature di emozioni, da riuscire solo a trattenere un pianto nervoso.
Alla fine, raggiungiamo l’entrata di Hogwarts. Distendiamo Julia su una panca imbottita, e Jill ne approfitta per controllarle il polso e le pupille. La fortuna di avere una figlia di Medimaghi come amica.
« Sebastian, torna in camera. Ci pensiamo noi. » inizia la mia amica.
« State scherzando?! Io non mi muovo! » esclama, con voce alterata.
« Non ti reggi in piedi. » intervengo, fredda. « E ti beccheranno. »
« Beccheranno anche voi. » risponde.
« I Salinger ed i McKanzie arrangeranno la situazione. Qui amano i purosangue, e noi… lo siamo. Abbiamo una vaga possibilità di farcela. Lo sai che Julia ti direbbe lo stesso. Vai. »
Non so dove trovo la forza per reggere il suo sguardo.
« Ormai siamo al sicuro. Qui non può succedere nient’altro. » ribadisce Jillian.
Sebastian accarezza il viso di Julia con una delicatezza che non gli avevo mai visto.
« Vado a cercare Georgiana, le racconterò l’accaduto. » sussurra, poi volge le spalle e si allontana.
La panca levita di fronte a noi, mentre ci dirigiamo verso l’Infermeria. Di fronte all’ingresso, sto per dire ancora qualcosa quando…
« Oh, ragazze. »
È la voce stanca dell’infermiera Mound.
« Che cosa avete fatto…» mormora, mentre distende Julia sul letto più vicino. « E lei, povera ragazza…»
Jill trema, e mi accorgo di non essere da meno. Spinta dalla paura, che resta ferma nel mio animo come una spina, dal nervosismo, represso fino ora, dalla rabbia, mai sopita, cerco la mano della mia amica.
Ci stringiamo in un abbraccio, che non ha nulla di felice.
È solo un modo per dirci senza parlare: “Siamo qui, insieme, siamo vive.”
Lo scontro. Julia e Sebastian. La gentilezza dell'infermiera Mound, che voleva farci sgattaiolare via. La freddezza di Martine Lewis, che ci ha beccate.
Sembra passato un anno da ieri sera. Invece non si tratta nemmeno di dodici ore.
Chiuse nel nostro bagno, io e Jillian piangiamo in silenzio, sedute una accanto all’altra sul bordo della vasca. Il bel vestito bianco di Jill è strappato lungo l’orlo, ed il mio macchiato di fango.
« Jill, i tuoi piedi. » dico, indicandoli. Sono sporchi, e feriti.
I miei sono ancora stretti negli scarponcini, in origine scarpe col tacco. In origine, prima della trasferta nella Foresta Proibita.
La mia amica si alza, solleva la gonna e li osserva. Poi fa un passo dentro la vasca ed apre l’acqua. Esco dal bagno, per prendere le camicie da notte in camera, e il flacone dell’acqua ossigenata. Jill intanto si toglie l’abito dalla testa, e apre l’acqua.
« Vorrei farmi una doccia. Ma prima di tutto vorrei dormire. » sussurra.
« Anch’io. »
Disinfetta le ferite e poi le cura con un incantesimo.
« A volte vorrei che non fosse mai successo niente. Ida, Julia, il Fidelius… »
Jill lascia cadere la bacchetta.
« Carlisle! »
Oddio. E Peter!
Trovo la mia metà in infermeria, dove ho accompagnato Jillian.
« Peter! » esclamo, quando lo vedo sano e salvo, accanto a Sebastian.
« Amore! »
Odio che sia così appiccicoso in pubblico, ma in questo momento non mi importa di nulla se non di abbracciarlo. Sebastian distoglie lo sguardo. In disparte, Aedan guarda fuori dalla finestra.
« Dov’è Georgiana? » gli chiedo. So che sta bene, ma mi sembra strano non vederla qui.
« Vicino a Julia. »
Dietro le tende tirate, si intravede la sagoma di una ragazza alta, seduta vicino al letto.
« Come stanno? »
« Georgiana sta bene, e Julia…» la voce gli si spegne « Julia ha la febbre alta. Delira. »
« Ha battuto la testa. Non è solo lo Schiantesimo. » poi aggiungo « Non possiamo entrare? »
Sebastian fa un cenno di diniego.
« Solo Georgiana. Puoi provare a chiedere all’infermiera. »
Mi stacco da Peter e cerco la signora Mound.
« Vorrei vedere Julia. »
« Mi dispiace, cara. Non è possibile. »
C’è del dispiacere sincero nella sua voce.
« Senta, è probabile che io venga espulsa. E così anche Jillian. Vorrei almeno che ci fosse concesso di vedere la nostra amica. »
Non so se stiano contemplando l’espulsione, Dippet, la Lewis e compagnia, ma basta che lei ci creda e ce la lasci vedere. Anche se mi spiace ingannarla.
« E va bene. Ma solo voi tre. Nessun altro. Niente studenti maschi. È chiaro? »
« La ringrazio. »
Avrei voluto spingermi più in là e chiedere che anche Sebastian e Aedan la potessero vedere, ma non è il caso di buttare al vento ciò che ho ottenuto. Perlomeno possiamo dare una mano a Georgiana.
Jillian riappare fra noi.
« Carlisle vuole sapere come sta Julia. »
I ragazzi mi guardano curiosi.
« L’infermiera ha detto che possiamo entrare, ma solo io e Jill. »
« Voglio vederla anch’io. » afferma Aedan « Perché non mi è permesso? »
« Loro l’hanno riportata qui. » mormora Sebastian « Hanno fatto tutto il lavoro, viste le mie condizioni. »
L’espressione di Aedan muta all’improvviso, e si avvicina a noi; temo quasi che stia per fare un gesto inconsulto, ma lui si protende verso di noi e ci abbraccia.
Poi ci lascia andare, e stringe la mano a Sebastian.
Non dice una parola, ma credo che in questo momento sarebbe chiedere troppo.
Entriamo nella barriera di tende.
Georgiana ci guarda, sorpresa.
« Abbiamo il permesso. » le dico.
Julia è pallida, il viso sudato. Indossa una camicia da notte bianca, il cui colore quasi si confonde con quello della sua pelle nivea. A tratti, è scossa da un tremito.
Georgie si china su di lei, passandole una pezza umida sulla fronte.
“Mamma…”mormora il capo del Fidelius.
Georgiana si irrigidisce per un momento, poi si rivolge a noi:
« Nel delirio, mi scambia per sua madre. L’infermiera ha detto che la febbre è molto alta, ma entro domani dovrebbe scendere. In un paio di giorni dovrebbe iniziare a riprendersi. »
Io e Jillian ci avviciniamo.
« Ida… »
Jill rabbrividisce, e mi stringe la mano. Io ricambio la stretta.
È terribile vederla in questo stato.
« Audrey, ho parlato con il preside e tutto il consiglio degli insegnanti. »
Mio padre ha mollato tutto per venire qui. Forse in condizioni normali ne sarei quasi felice. Non ha mandato mia nonna come al solito. Ma avrei di gran lunga preferito zia Diane.
« Potrai terminare l’anno. Darai gli esami come tutti i tuoi compagni. »
Trattengo il fiato.
« Tuttavia, ti è caldamente raccomandato di pensare ad una nuova scuola per il prossimo anno. »
« Mi espellono? »
« Non in modo ufficiale. Avrai un richiamo, s’intende. L’accordo è stato stipulato in forma privata fra me, i McKanzie ed il collegio docenti. »
« Quindi anche Jill…? »
« Anche la tua amica, sì. »
Siamo sotto la mia quercia.
Mio padre fuma un sigaro. Credo che sia arrabbiato, ma anche deluso; non mi capisce, non capisce l’ultimo legame fisico che lo lega a mia madre.
Gli esami siano andati come siano andati. Quest’anno potrebbero essere anche stati un disastro, ma per me non significherebbe nulla.
Siamo sul treno che ci riporta a Londra. L’Espresso di Hogwarts sferraglia allegro.
« Fra poco arriveremo al binario 9 e ¾, nella stazione di King’s Cross, Londra. » strilla l’altoparlante.
Riprendiamo i nostri bagagli dalle reti sopra le nostre teste, e ci prepariamo.
Con uno stridio di freni, ci fermiamo. Iniziamo ad uscire con tutta la fretta di chi non vede l’ora di iniziare le vacanze. Mi sembra ovvio che non possa filare tutto liscio. Mentre cerco di scendere ai gradini, mi scivola il libro che stavo leggendo in treno.
A salvarlo da una brutta fine sotto i piedi di un branco di Serpeverde, una ragazza con i capelli scuri e un viso da principessa. So che è una Corvonero, l’ho già vista un paio di volte in Sala Comune, e che il suo nome è Elinor.
« Tieni. Certa gente non ha proprio rispetto. » mi dice, porgendomelo.
« Grazie. E sì, certa gente non sa proprio cosa sia. »
« Infatti. Fa piacere vedere alcuni di loro un po’… provati, ecco. Ringrazierei chi li ha conciati così. » risponde, lanciandomi uno sguardo eloquente.
« Mh, credo
proprio che potresti farlo. Grazie ancora, e buone vacanze! » la saluto, notando Jillian che mi fa segno di avvicinarmi.
Sua nonna, la terribile signora McKanzie senior, è accanto a lei e la sua espressione è a dir poco battagliera.
« Audrey, ti presento mia nonna. Nonna, lei è Audrey Salinger. »
« Quindi sei la figlia di Mr. Salinger! Ah, cara, tuo padre è un vero gentleman. » inizia, cordiale « Comunque l’avete combinata grossa, e credo proprio che sarete castigate a dovere. » conclude, furibonda.
Jill sembra imbarazzata, ma non ce n’è motivo. Sua nonna è venuta a prenderla. Io ho l’autista che mi aspetta, tanto per dimostrare quanto mio padre ci tenga a me.
Ignoro Mrs. McKanzie e abbraccio Jill.
« Ti scrivo appena arrivo. E poi, dobbiamo organizzarci per il prossimo anno. » le sussurro.
Il prossimo anno.
Beauxbatons. Non
Hogwarts.
Mentre mi allontano, saluto con un gesto la mia amica, sua nonna e Carlisle, che le ha raggiunte nel frattempo.
Affido i miei bagagli a Bob, l’autista.
« È pronta a tornare a casa, signorina Salinger? »
« Certo, Bob. Andiamo. »
15/07/2008
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Ammetto che non mi pare di aver mangiato cartone, ieri sera; eppure la sensazione nella mia bocca è esattamente quella. Sento la lingua secca, fastidiosamente appiccicata al palato, per non parlare del gusto disgustoso che mi prende la gola e il naso. Ed il mio letto; sento ogni singola molla conficcata nel fianco, cosa che non è mai successa nell’intero anno scolastico.
Socchiudo le palpebre. E vengo travolta dal bianco gelido di una stanza che in un primo momento non riconosco; sarà che forse sono mezza accecata, come se fossero giorni interi che non apro gli occhi.
« alla buon’ora! » gracchia una voce che inizialmente non riconosco. Finché non compare un grembiulino dello stesso orrendo bianco disinfettato davanti alla mia faccia, e poco più in alto il cappellino squallido dell’infermiera Mound.
Sono in infermeria.
In un flash, per la precisione un flash violetto, ritorna alla mia mente la notte nel bosco, la McKanzie, e quel cretino di Antonin Dolohov.
« ti hanno portata qui cinquantuno ore fa, cara. »
PIU’ DI DUE GIORNI FA? Provo ad aprire la bocca per esprimere tutto il mio disappunto, ma quello che mi esce è solo un conato di vomito. Automaticamente, mi sporgo sul catino di metallo che è appoggiato di fianco alla mia branda, davanti al comodino.
« non provare a parlare. Qualche malandrino ti ha praticamente squagliato l’apparato digerente, è un miracolo che non abbiano deciso di portarti al San Mungo. » è solo quando me lo dice che sento una fitta fortissima allo stomaco. Riaffondo la testa nel cuscino, e chiudo gli occhi.
Due giorni, dunque. E visto che io sono qui, è sicuro che siamo stati beccati. Cosa che non doveva succedere, affatto. Sento l’infermiera che sbatte boccette e bicchieri, ma non ho la forza di darle una sberla sulle gambe per allontanarla.
La testa mi ricade di lato; di fianco a me, c’è una fila di pazienti stesi sui loro letti.
Sento delle voci attutite dietro la porta; non mi sembrano quelle dei miei genitori, ma in effetti visto che non mi hanno portata in ospedale dubito che verranno. Meglio così, mi basterà l’estate di inferno che sto per passare.
Chiudo gli occhi, onde evitare di dover parlare con qualsiasi insegnante o simili che abbia intenzione di interrogarmi. Devo prima progettare una scusa decente, comprendetemi.
(.sei giorni dopo)
« No, Signor Preside. » certo che non avevo intenzione di uccidere, vecchio idiota. E anche se, di certo non verrei a dirtelo. Mi sto torturando le dita sotto la scrivania; sono stata tra gli ultimi della nostra allegra compagnia ad avere un piacevole colloquio con suo splendore Armando Dippet, che non fa altro che farmi domande cretine con cui rispondo a monosillabi.
« per che motivo vi siete sfidati? Avreste potuto farvi male! » noi volevamo farci male, scemo.
« Preside, io ho solo seguito le persone che andavano nel bosco! Ho pensato che avrei potuto evitare un litigio, e alla fine mi sono fatta male solo io! » gli rispondo con il tono più lamentoso che riesca ad ottenere, con gli occhi che mi si riempiono di lacrime in dieci secondi. Ah, adoro essere un’ottima attrice.
Sembra convinto, stranamente. Si alza in piedi, spostando verso di me una pergamena con un grosso sigillo verde smeraldo.
« è una copia del suo richiamo ufficiale, già recapitato ai suoi genitori, miss Traviston. » fa una pausa, come ad attendere che io scoppi in lacrime. « L’anno prossimo non potrà andare ad Hogsmeade né partecipare ad altre gite della scuola. Insomma, rimarrà qui a riflettere su quello che ha fatto. » sorriso acido da preside bastardo. « Può andare. »
Faccio una riverenza e me ne esco, appallottolando il foglio che segna la mia morte tra le dita. Qualcosa mi dice che l’anno prossimo sarà molto divertente; per me, almeno.
(.tre settimane dopo, a metà giugno. )
Una settimana e me ne tornerò a casa. Non so se esserne felice, visto che tutta la scuola tratta me e gli altri ‘del ballo’ come un’appestata – Lywelyn e Blackster comprese, cosa che mi fa imbestialire, visto che ci é mancato tanto così che anche loro ci lasciassero la reputazione. C’è da dire che a casa i miei mi sbucceranno viva, quindi non so cosa sia peggio.
Ho l’impressione che quest’anno i miei voti saranno ben più bassi di quanto avevo pronosticato; mi siedo per terra, con la schiena contro il muro, fuori dall’aula sigillata prima della lezione di Trasfigurazioni. Tutti attorno a me ripassano freneticamente per il compito finale, evitando accuratamente di posare i loro adorabili occhi su di me. Edward non si presenterà neppure, a meno che non decida di fare una comparsata finale; la sua influente mammina ha chiesto di fargli sostenere gli esami in forma privata quando si sarà ripreso dallo ‘stress psicologico a cui è stato sottoposto’.
Dopo questo, mi mancherà soltanto aritmanzia e avrò dato fondo a tutte le mie energie per l’anno scolastico. Anche se immagino che non riuscirò ad ottenere più di una fila ordinata di A, che mi comunicano che sono fuori da praticamente tutte le materie del secolo e farei prima a ritirarmi per evitare l’umiliazione di seguire soltanto storia della magia come materia curricolare.
Lascio cadere la mia borsa su un banco. In prima fila, tanto nessuno mi aiuterebbe mai a copiare. Da quando ho causato un mezzo cataclisma e ho messo metà scuola in pericolo bocciatura, sono praticamente un’isola. Ci saranno cinque persone che mi parlano per non insultarmi, ed una lo fa solo perché è nelle peste quanto me. Si chiama Lenore Swart, e non ho idea di come farà a passare i M.A.G.O. Piego la testa sul foglio che Silente mi consegna insieme ad uno sguardo di rimprovero. Ok, dev’essere un compito da E. O non uscirò mai da quest’inferno.
*
Io non passo da un ragazzo all’altro. Sono i ragazzi che passano per me. No, non in quel senso. Nel senso che si stufano subito; io non sono capace di dare loro la relazione tranquilla e sicura di cui hanno bisogno, di lasciare loro il loro spazio, di farmi gli affari miei ed essere pronta quando mi vogliono. Sono io quella con le esigenze; gli altri si devono adattare a me.
E’ che mi affeziono troppo, e sbaglio ogni volta.
Jeff sta studiando come un pazzo, con la testa china sulle pagine del suo libro di incantesimi; deve fare tutto quello che non ha fatto quest’anno nel poco tempo che gli è rimasto prima di domani.
Gli poso le mani sulle spalle, con cautela; ci vogliono dieci secondi perché se le scrolli di dosso, e mi lanci uno sguardo sbilenco, ritornando sul suo libro con la fronte aggrottata. Ci mancava solo che avesse le scatole girate lui; ’unico motivo che avevo ancora per alzarmi alla mattina e non spaccare la faccia a quel brutto grugno lurido di Deirdre é il suo buonumore che mi aspetta in sala grande insieme ad un croissant alla marmellata.
« che succede? » sibilo senza staccare gli occhi dalla sua nuca e dai capelli castano scuro, l’unica parte di lui che posso vedere dalla mia posizione. Si volta appena, guardandomi con la coda dell’occhio; sbuffa, impaziente. Fa cadere la penna d’aquila tra le pagine del libro, e si volta verso di me.
« Violet. » mugugna appena. Dal canto mio, rimango ferma dove mi ha esiliata, aspettando che sua maestà decida di potermi prestare cinque secondi di attenzione senza fare il nervosetto. « finiti gli esami ... non torno ad Ayr. » non mi guarda; ma non me ne rendo conto subito. Non capisco cosa intenda.
« vai a fare un viaggio? »
« no. » la sua sedia striscia all’indietro, di modo che abbia il posto per girarsi verso di me. E continuare imperterrito a non guardarmi. « mi trasferisco in india. »
« DOVE?! » sbotto senza neppure dargli il tempo di finire la frase. In un solo istante, tutti i miei progetti estivi crollano sotto il peso della sua prima occhiata, del color cioccolato che ho adorato sin dal primo momento.
« non urlare. » mi zittisce con il tono piatto che usa quando si innervosisce. Non gli do modo di continuare, filando dritta nei dormitori delle ragazze; sono ufficialmente una deficiente senza alcun motivo sensato per continuare a vivere.
(.qualche giorno dopo)
Ritornerò nella mia stanza con il pacco di appunti che ho recuperato dai vari idioti che me li hanno chiesti in prestito durante l’anno. Tra due giorni sarò su un treno che mi riporterà alla civiltà, lontano da questa scuola del cavolo e dai suoi professori ancor più del cavolo. I miei esami da E quest’anno saranno un disastro, non riesco a pensare ad altro.
La McKanzie e le sue amiche fatine l’anno prossimo verranno mandate a Beauxbatons. Edward si è dato alla macchia. Hunnam è un maledetto che non pagherà mai le conseguenze di quello che ha fatto.
E io ho un’estate da passare chiusa nelle mie stanze a tormentarmi e studiare, per salvare il salvabile a settembre, se mai verrò ammessa al settimo.
« Violet. » sibila Tom, in piedi davanti a tutti noi, nella solita stanza dietro alla statua di goblin. Buia, come sempre, visto che le candele che accendiamo non bastano mai a fare più che distinguere i contorni di persone e oggetti. Alzo la testa, come ad attendere un ordine; mi fa cenno di avvicinarmi. Mi alzo a fatica, facendo leva sulle braccia, e mi sposto di un paio di passi verso di lui.
« Attenzione. » sibila mentre la sua mano pallida mi si stringe attorno al braccio, affossandosi nella mia carne; mi fa male, ma non glielo dico. Anzi, non lo guardo neppure. Non so cosa voglia da me, e mi fa paura la sola idea di essere in piedi davanti ad una decina di persone che si aspettano chissà cosa. « D’ora in poi é lei quella che vi dà gli ordini. Violet Ophelia Traviston. » davanti a tutti, mi chiama con il mio nome completo. E ghigna. Capisco quello che ha detto, ma non sono sicura che faccia sul serio; cosa vuole da me? Che eredi il suo potere all’interno della scuola? Ma se non riesco neppure a farmi obbedire da quattro idiote del primo anno!
Gli altri sussurrano, mi lanciano occhiatacce. Io prendo il coraggio tra i denti e mi volto verso Tom, con tutta la perplessità che sono capace di mostrare.
« Ti seguiranno anche in capo al mondo. Gliel’ho detto io. » non vuole rassicurarmi. Vuole solo ricordarmi che il capo, quello vero, è solo lui. « Sentirai presto parlare di me, e allora ti rivorrò al mio fianco. E sai che non accetto no come risposta. » Il cuore mi batte a tutta velocità mentre annuisco debolmente, e lo fisso finché non mi lascia andare il braccio, ora decorato allegramente da cinque belle strisce rosse.
Si volta verso il muro e comincia a trafficare, gesto che significa che possiamo andare. Non voglio ricevere complimenti. Lo sguardo inorgoglito di Lenore, l’aria spaventata di Jeff. I principi, trasaliti ed offesi; avranno un anno per mettersi in pari con tutti i torti che mi hanno fatto ... ma non sanno ancora quanti io ne farò a loro.
Ho il potere. Si chiama Morsmordre.
(.in treno)
Mi sveglio per colpa del rumore del baule che mi balla sopra la testa. Catherine dorme con la bocca aperta e la testa che affonda nel sedile imbottito, e per una volta non si preoccupa del fatto che i suoi capelli siano tutti spettinati. Al suo fianco, c’è la sciarpa di seta rosa di Ashleigh, probabilmente emigrata alla ricerca di un bagno o di compagnia maggiore di due che dormono.
Metà dei serpeverde ora mi guarda con la reverenza che avrebbe sempre dovuto mantenere nei miei confronti, e che poco furbamente mi ha negato. Peggio per loro. Solo Jeff ha continuato a tenersi prudentemente alla larga; ogni tanto mi lasciava un biglietto di scuse sul letto, ricordandomi che gli dispiace, che a me ci tiene veramente, ma l’occasione di andare a fare lo spezzincantesimi laggiù è troppo grossa per lasciarsela sfuggire e bla bla bla.
Guardo fuori dal finestrino; non è difficile riconoscere Londra che si sta avvicinando, o meglio, noi che ci avvicinamo a lei, passando per i sobborghi che la circondano. E’ un peccato che i babbani non possano vedere l’Espresso, immagino che rimarrebbero strabiliati da un treno così bello. Allungo un calcio sugli stinchi a Cate, che si sveglia grugnendo.
« su, stiamo arrivando. » le grido, facendola sobbalzare ulteriormente. Mia madre mi ha già preannunciato che mi distruggerà appena arriveremo a casa, io figlia degenere che non ha mai imparato a comportarsi come si deve. Mi alzo in piedi, prendendo a sistemarmi gli orli della camicia e la gonna blu che dà tanto un’aria nobile. “Quella che dovresti avere sempre, contessina Violet Traviston, ma che ti ostini a camuffare con i tuoi atteggiamenti da bifolca lasciva!” , aggiungerebbe la cara mamma.
Il treno prende a rallentare. Fuori dai finestrini appaiono i primi genitori che agitano le braccia; ancora non distinguo la feccia babbana terrorizzata da chi è abituato a stare al 9 e ¾. Mi allungo per tirare giù il baule e, evitando per un pelo i piedi di Cate che ancora si sta sfregando gli occhietti, esco nel corridoio del treno, già gremito di bambini che pigolano e idioti tassorosso che si prendono a pacche sulle spalle.
Ci fermiamo. Siamo arrivati.
Aspetto che le Corvonero che si sono messe a piangere davanti alla porta si levino di mezzo, e poi esco, tarscinandomi dietro il mio bagaglio. I miei genitori e i miei fratelli non appaiono all’orizzonte; sono preoccupata sopratutto per Egbert, che l’anno scorso è riuscito a lasciare la sua civetta sul treno e quasi a farla ripartire per Hogwarts.
« V. » una voce familiare a pochi metri da me mi costringe a voltarmi; sapevo che si sarebbe fatto vivo in ultima, tanto per darmi la mazzata finale. Senza neppure pensarci, la mano mi scatta verso i capelli, e comincio ad arrotolarmi una ciocca attorno al dito, tirando fino a farmi male.
« Dimmi, Jeff. » gli dico tentando di rimanere il più fredda e lucida possibile. Certo, bello stronzo. Riconosco i suoi genitori che vengono avanti alle sue spalle; è la copia al maschile di sua madre, per non parlare di suo fratello.
« Volevo salutarti. » per sempre. Non lo aggiunge, ma so che lo sta pensando. Sorrido, e gli allungo una mano; ben tesa, come se dovessimo stringere un contratto.
« Ciao, allora. » gli rispondo tranquillamente, per quanta fatica mi costi fingere di non avere il cuore come un colabrodo. Sembra perplesso; allunga la sua mano scura verso la mia, e me la stringe con poca convinzione, per poi finire per allungarla e sfiorarmi il braccio.
« Dài, smettila! » lo rimprovero facendo un mezzo passo all’indietro. Suo padre lo chiama. Alzo una mano, la faccio oscillare in aria mentre si allontana.
Già. Si allontana. Chissà se mi scriverà un gufo, dal lontano Oriente.
« Violet, tesoro! » trilla mamma, precipitandosi verso di me in uno dei suoi soliti turbini di seta, oggi color acquamarina, e prendendo a sistemarmi il colletto della camicia. Mio fratello si sistema gli occhiali sul naso, tanto per cambiare. Mia sorella Ariel fa la timida e tuffa la testolina contro il collo di papà.
31 giugno 1944; Volto le spalle all’ultimo stralcio di Hogwarts.
All’anno prossimo.
18/01/2008
In Sala Grande ci sono i soliti gruppi che si riuniscono un po’ per caso, un po’ per volontà, quando la scuola è agli sgoccioli e non c’è più molto da fare. Su un tavolo al centro, una miriade di dolci e bevande sono radunati per placare gli stomaci degli studenti di Hogwarts. Una festa di Natale in grande stile, davvero.
Mi avvicino al buffet e mi verso un bicchiere di Burrobirra, per poi avvicinarmi ad uno dei caminetti. Mi viene da ridere. Ho appena compiuto uno dei gesti più insulsi della mia esistenza, vale a dire dare un bacio a Jillian McKanzie. Non so bene cosa mi sia preso: la rabbia si è impadronita di me. Detesto vedere che le mie azioni finiscono a vuoto. E non mi piace forzare le ragazze a darmi ciò che voglio: è una sconfitta, non un traguardo. Tuttavia è meglio così, che sia finita. Non che sia mai iniziata davvero.
Uno strano senso di liberazione si fa strada fra i miei pensieri: non mi è mai capitato di essere rifiutato, però questa situazione era davvero logorante. Se devo star dietro ad una ragazza, perlomeno che sia una ragazza disposta a venirmi incontro.
“Ciao, Jasper. Come va?”domanda la voce di Belinda al mio fianco.
“Ciao piccolina, tutto bene. Ho chiuso con la McKanzie.”
“Davvero? Quando?”
“Cinque minuti fa, circa. La cosa non portava a nulla, così meglio troncare.”
“Già. In effetti mi sono sempre chiesta cosa ci trovassi in lei. Non è proprio il tuo tipo.”
Guardo il visino di Belinda, che si volta e mi sorride:
“Allora? Che c’è?”
“Pensavo a tutto quello che è successo fra noi, dall’inizio della scuola.”
“Ormai è tutto passato.”
“Per fortuna. La prossima volta che mi vedi sul punto di commettere qualche errore…ti prego, fermami.”
Belinda ride.
“Va bene, lo farò! Posso anche schiantarti?”
“Se è proprio necessario…sì. Però se puoi evita!”
Poco dopo ci raggiungono anche le due sorelle, Utopia e Deirdre. Se ci fosse anche Eve, sarebbero un quadro perfetto e bellissimo. Le mie ragazze: non le perderò. Mai.
Sul treno per tornare a casa, Ed e io ci accaparriamo, come sempre, la cabina migliore. Sistemiamo i bagagli con un incantesimo e ci piazziamo sui sedili. Un Grifondoro del terzo mette dentro la testa con fare timido; basta uno sguardo di sbieco del sottoscritto per farlo scappare a gambe levate.
“Jasp, un giorno dovrai insegnarmi a gelare le persone con uno sguardo!”ghigna Ed.
“Sì, ma ti costerà una bella somma di galeoni!”
“Bell’amico che sei! Scherzi a parte, ecco che arriva Dè.”
La nostra Principessa entra e chiude la porta, lasciandosi cadere sul sedile al mio fianco con un sospiro:
“Accidenti…”
“Cos’è successo?”domanda Ed.
“Geert. Sta diventando davvero troppo appiccicoso. E in altri campi non abbastanza.”
“Cosa vuoi dire?”
“Mi ha detto che mi ama.”
“Lo sapevo!”esclama Ed.
“C’era da aspettarselo.”rincaro io.
“Ma…non vuole venire a letto con me.”
“Perché?!”stavolta parliamo all’unisono, visto che io ed il mio migliore amico siamo abbastanza sorpresi dalla cosa.
“Perché io non lo amo.”
Ed e io scoppiamo a ridere. Dè invece rimane seria, anche se il suo viso si rischiara.
“Beh? La cosa vi sembra così divertente?”
“Non è per te, che ridiamo.”inizio.
“Ma per il ragionamento del caro orsacchiotto, che è di un’ingenuità disarmante!”va avanti Ed.
“Povera la nostra Dè!”concludo.
Quando si dice un idiota. Geert raggiunge delle vette che non avevo neppure osato immaginare per lui: siamo sicuri che sia un uomo? Come faccia a resistere a Dè, per me è un mistero.
“Comunque anche io non sono da meno.”le dico, per rincuorarla un po’: “Ieri l’ho fatta finita con Jillian McKanzie.”
“Meno male, non mi è mai piaciuta. Quando è successo?”
“Prima che ci vedessimo in Sala Grande. Te l’avrei detto anche lì, ma non c’è stata occasione.”
O forse ci sarebbe anche stata, ma non avevo voglia di pensarci ancora, una volta vuotato il sacco con Belinda. Edward invece aveva ascoltato tutta la storia prima di andare a dormire, tra una risata e l’altra, mentre Forsythe e Lancaster dormivano e russavano.
Deirdre ascolta con attenzione la storia, mentre Ed conclude:
“Dovremmo far incontrare la McKanzie e Geert. Come tasso di zucchero e miele ci siamo!”
“Ma non dirlo neppure per scherzo!”salta su Dè“Geert sarebbe sprecato! Non credo sia abbastanza per me. Ma di certo non è abbastanza poco per lei!”
Alzo gli occhi al cielo, che poi è il soffitto dello scompartimento.
Il fascino dell’orsacchiotto è difficile da dimenticare. Ma come tutte le cose, presto svanirà.
È tradizione per me passare il Natale a casa di Ed. Al primo anno, Ed mi aveva chiesto:
“Allora a Natale starai con la tua famiglia?”
Avevamo undici anni, e ci eravamo conosciuti sull’Espresso di Hogsmeade. Non so definirlo, ma sembrava quasi che ci fossimo riconosciuti fra i numerosi studenti che iniziavano quell’anno a frequentare Hogwarts. Ed stava con Deirdre ed Eve: io li guardavo ammirato dalla loro bellezza, dalla grazia che traspariva da ogni loro singolo gesto.
Eve Sanders aveva un visino da elfo: i suoi grandi occhi chiari erano pervasi di una dolcezza che oggi riappare solo a sprazzi; già allora attirava l’attenzione maschile, anche se era ancora una bambina, ulteriormente calamitata da Deirdre Blackster, già bellissima, che all’epoca portava i capelli pettinati in tanti boccoli inanellati (morivo dalla voglia di toccarli). Edward invece era un ragazzino piuttosto magro, e alto per la sua età, con un’espressione insolitamente pensosa. La prima volta che i nostri sguardi si incrociarono, credo che il mio cuore avesse perso un battito. Capii immediatamente che quel ragazzino sarebbe diventato il mio migliore amico.
E così era stato.
Per questo, alla domanda di Ed non avevo potuto rispondere che con sincerità:
“No, sarò da solo. Io sono sempre solo a casa mia.”
“E perché?”
Gli avevo spiegato come stavano le cose: mio padre era (ed è tuttora) sempre in giro per il mondo per le sue ricerche, ed è raro che sia a casa per una ricorrenza; dopo la morte di mio fratello Sean, mia madre lo aveva lasciato, ed aveva tagliato i contatti anche con me.
Mi vergognavo profondamente di ogni mia parola, e parlavo fissando un punto indefinito. Alla fine del mio discorso, avevo osato guardare il mio amico in faccia, temendo di vedervi dipinta la smorfia di disprezzo che già allora riservava a chi lo meritava.
Invece mi sorrideva e mi aveva detto:
“Bene! Allora puoi venire a passare il Natale da me!”
Io avevo accettato. Durante quelle prime vacanze insieme, avevo scoperto che Ed aveva perso il padre da pochi mesi: questo ci rese ancora più legati, perché i miei genitori, benché entrambi ancora in vita, erano lo stesso assenti. Così la nostra amicizia, che era iniziata da poco, iniziò a rafforzarsi.
Deirdre ci viene incontro, bella e delicata come una farfalla, e dopo averci salutato, ci prospetta la situazione:
“Allora, vedete quella ragazza bionda?”dice, indicando quella che definirei una “bella fanciulla” per non scadere in inutili volgarità.
“Sì, e allora?”risponde Ed, poco interessato.
“Vuole uscire con uno di voi. Non importa chi.”
Ed sembra tutt’altro che interessato. Avrà la testa persa per una certa persona di mia conoscenza.
“Ci penso io, Dè.”affermo “Ed adesso preferisce le more, lo sai.”
Così trascorro una piacevole serata. Scopro che Amalia, la mia dama, è la sorella di Axis, ovvero la preda prescelta da Deirdre. Inarco un sopracciglio quando la vedo ridere con lui: non che quel tipo mi vada a genio, ma perlomeno è già un miglioramento rispetto a Geert Wellington. Non è come me, ma potrebbe quasi andare.
Amalia deve vedermi distratto, perché richiama la mia attenzione con un pizzicotto: e io sono ben felice di concedergliela.
Il profilo di Deirdre si staglia contro il finestrino del treno che ci riporta a scuola dopo le vacanze. Ripenso a quello che è appena successo: possibile che Tom Riddle sia l’erede di Salazar Serpeverde?
Non considerando per un istante l’anello…devo ammettere che sarebbe possibile. E se è così, cosa vorrà dirci alla riunione?
13/01/2008

Cammino con le mie sorelle lungo il viale che porta alla mia villa sotto un cielo interamente coperto da dense nuvole grigie. Il vento gelido che soffia implacabile mi graffia il viso e tento inutilmente di coprirmi il più possibile, mentre il parco tutt'intorno a me è ricoperto da un alto strato di neve candida; persino le grandi sculture classiche che l'adornano sono nascoste da un velo bianco. Finalmente a casa dopotutto. Arrivo fino all'ingresso dove, appena messo piede sul piano d'entrata, la porta si spalanca di fronte a me e riesco a percepire il calore che viene dall'interno. Ad accoglierci c'è un insignificante elfo che si occupa immediatamente dei bagagli. La grande sala è completamente adorna di addobbi preziosi, e anche qui tutto è bianco, proprio come all'esterno. L'albero posto al centro del salone fa risplendere i suoi cristalli mentre la magia fa cadere piccoli fiocchi bianchi sull'arbusto. Mi guardo intorno per riprendere familiarità con l'ambiente quando sento la voce di mia madre che ci da il benvenuto e lo zampettare di un piccolo cane che ci corre in contro festoso. "Snow!", mi abbasso ad accarezzargli il piccolo musetto nero, in netto contrasto col suo curato pelo bianco, ironia della sorte. "Forse hai un pò esagerato col bianco quest'anno, mamma."sento parlare Belinda alle mie spalle. "Non dire sciocchezze cara, ma entrate che fuori si gela!"
"E' tutto meraviglioso..."questa volta è la voce di Utopia,"quest'anno sarà proprio un bianco natale!". Mia mamma ride, spero non davvero divertita dalla battuta, mentre io e Beli la guardiamo un pò stranite. Quando un leggero rossore comincia a colorarle le guance però, le sorrido, "Hai ragione... sarà un bianco natale!"
Natale. L'autorità di mio padre si fa subito sentire in casa: tutti obbediscono agli ordini, gli elfi domestici cercano di farsi vedere il meno possibile e la mia libertà è decisamente limitata.

Giusto ieri ha voluto controllare che il nostro rendimento scolastico fosse impeccabile, e così Belinda si è dovuta subire dei duri rimproveri e l'obbligo di intrattenere gli ospiti di natale per tutta la sera, compito di una noia mortale, e che di solito tocca alla sottoscritta. "Bene Deirdre, non vedo tutti gli Eccezionale che vorrei ma siamo sulla buona strada.", è stato uno dei massimi complimenti che mio padre mi abbia mai rivolto, e che mi ha risparmiato una serata tra vecchie signore snob che amano troppo se stesse per comprendere la loro ecclatante stupidità. Guardo mio padre, ora appoggiato al muro, perfetto nel suo abito fasciato, lo sguardo duro che non abbandona mai e la sigaretta stretta nelle dita. Charles Blackster, troppo facile descriverlo: conservatore, attaccato all'onore e al prestigio della casa Blackster più che alla sua stessa vita, membro di prestigio al Ministero, temuto e rispettato da tutti. Se solo tenesse alle figlie almeno quanto tiene all'onore, non comprerebbe il nostro amore con i regali più costosi. Ma in fondo, va bene anche così...
Distolgo gli occhi da lui per concentrarmi su un punto davanti a me. Sono agitata mentre sto in piedi davanti alla porta d'ingresso, con al mio fianco le gemelle e con come giudice imparziale mia madre. Indossiamo alcuni tra i nostri abiti migliori mentre aspettiamo i nostri primi e più importanti (e graditi) ospiti: la famiglia
Rakovski.
"Bene..perfette! I Rakovski dovrebbero essere qui a momenti..mi raccomando!". Mi sudano le mani e continuo a cambiare posizione, forse per tensione, forse per impazienza. "De così fai agitare anche me! Non puoi fare così ogni anno!" "Si hai ragione Beli..scusa...". Ci provo, giuro, ci provo ma non riesco a togliermi di dosso quel senso di vuoto, un misto di paura, eccitazione, e... "Sono arrivati!" esclama mia madre. Pietrificata; nemmeno un incantesimo potrebbe mai farmi restare più ferma di come sono ora.
I miei genitori si apprestano ad accogliere personalmente gli ospiti, come fanno nelle occasioni importanti. "Benvenuti! Accomodatevi...E' un piacere avervi qui!". Due figure varcano per prime la soglia, ma non sono loro che aspetto tanto impazientemente: subito dietro di loro infatti, un ragazzo e una ragazza infreddoliti entrano a loro volta e salutano cordialmente i vecchi amici di famiglia. Lei è Amalia Rakovski, una delle mie più care amiche, sempre frizzante e brillante; mentre il ragazzo al suo fianco è suo fratello, Axis. Mi toglie letteralmente il respiro quando si gira verso di me.
"Seguite pure Deirdre e le gemelle, vi accompagneranno alle stanze che vi abbiamo riservato. Assar, Diodora, io e Charles vi accompagneremo invece nei vostri alloggi..."
Saliamo le scale nel silenzio più assoluto finchè i nostri rispettivi genitori non spariscono dalla visuale...
"Nell'ultima lettera mi dicevi che volevi chiudere con il tuo ragazzo, Geert vero?", chiede Amelia già pronta per la serata, mentre osserva attentamente la mia vasta collezione di rossetti e lucidalabbra.
"O si...già fatto...spero almeno che lui l'abbia capito, sai non era molto sveglio...". Mi guardo allo specchio, indecisa se scegliere il vestito bianco, oppure quello blu. Sono entrambi molto belli...
"Ma stasera ci saranno anche Edward e Jasper?"
"No...". Il vestito di seta blu fa la sua scena, ma quello bianco è decisamente più elegante: l'ideale per questa sera. Faccio il giro su me stessa con indosso l'abito candido.
"Che peccato..."
"Penso di aver scelto...vada per il bianco!". Indosso le scarpe nere,alte, aperte davanti ed in tinta con le righe che ornano il
vestito. "Allora, andiamo?". dico esortando la biondina sul letto.
"Certo...", mi risponde Amalia, con uno sguardo un pò risentito, probabilmente a causa delle scarse attenzioni che le ho appena rivolto,"ma prima Dè...ti piace ancora parecchio mio fratello, vero?"
Rispondo solo dopo parecchi secondi, "Mi piace...". Forse farei meglio a dire che mi fa impazzire e che è come una calamita per me, ma meglio non sbilanciarsi troppo visto il profondo legame dei due fratelli.
"Bene, allora ti farò una confessione...". La guardo incuriosita e la mia amica nota il cambiamento del mio atteggiamento verso di lei, così fa un sorriso tra il malizioso e il divertito,"Axis mi ha chiesto di te durante il viaggio...e per uno come lui, può significare solo una cosa: gli interessi davvero!"
Rimango basita e cerco di non far trasparire troppo l'emozione che mi sale come un brivido per il corpo: Axis mi piace da una vita, e inoltre è il protagonista di una vecchia scommessa tra me ed Eve, una scommessa che punto di vincere entro l'anno nuovo. A capodanno, ormai ne sono sicura, vincerò la sfida, e non appena Eve tornerà, dovrà riconoscere la mia vittoria e fare qualcosa per me...
Destandomi dai miei piani per i giorni successivi, ricordo chi sia la persona in piedi di fronte a me: "Ok Amy...cosa vuoi in cambio di quest'informazione?". Il suo viso si illumina.

"Mi conosci troppo bene...voglio un appuntamento con uno dei Principi. Non mi importa se Ed o Jasp." La richiesta non sembra neanche troppo gravosa, ne per me, ne per i principini immagino.
"Non c'è problema...Capodanno va bene?"
"E' perfetto!Grazie Dè"
"No...grazie a te...". Sapere di piacere a Axis per me era fondamentale, le cose così cambiano e tutto diventa più semplice. Sento già il sapore dolce della vittoria..."Non vedo l'ora di Capodanno", sussurro appena, mentre mi accingo a fare strada alla mia preziosa ospite fino alla sala riservata alla cena, decorata ad arte e resa straordinaria dalla lunga esperienza di mia madre nel campo. La stanza è piena di persone, ma a me ne interessa una in particolare. I miei occhi passano veloci tra i volti degli invitati finchè lo vedo, appoggiato al muro, tra le mani un calice che sorseggia ritmicamente, bello come non mai. Mi avvicino con passo deciso al mio obiettivo, sempre più prossimo...che il gioco abbia inizio...
Mi sembra impossibile che anche queste vacanze invernali alla fine si siano concluse. I rumori assordanti della locomotiva in movimento non mi fanno conciliare il sonno, che eppure sento gravare sugli occhi, senza che questi si chiudano effettivamente: sembra che non ne vogliano sapere di concedermi una tregua! Con la schiena appoggiata alla cabina rivolgo uno sguardo furtivo a Ed e Jasp, che sembra si stiano scambiando i propositi per il nuovo anno, con troppo entusiasmo a dirla tutta. Belinda e Utopia questa volta hanno sdegnato la nostra presenza in favore dei loro compagni d'anno, anche se questa storia mi stupisce alquanto...
Ho ormai già rinunciato da un pezzo a dormire quando prendo carta e penna per scrivere ad Eve, che sembra che presto tornerà ad Hogwarts. Le scrivo delle vacanze, dei regali, dei Rakovski e lascio volutamente in sospeso la festa a casa di Edward l'ultimo dell'anno..."...ti racconterò tutto di persona, quindi cerca di tornare presto o mi passerà la voglia! Sappi solo che ho vinto la scommessa...Mi manchi. Torna presto, tua Dè." Soddisfatta di me stessa piego la lettera e la infilo nella busta analoga, dove scrivo l'indirizzo del destinatario. Ho ancora in mano il tutto quando lo sportello dello scompartimento si apre all'improvviso e appare il volto di Riddle. E' molto strano trovarlo sul treno, infatti solitamente passa il Natale a scuola, la sua unica vera casa, o almeno così pensavo fino ad ora...
"Scusate il disturbo...", dice con la solita voce zelante, "volevo avvisarvi che ho indetto una riunione riservata ai Serpeverde, ecco...ad
alcuni Serpeverde, quindi vi prego di non farne parola con nessuno; che sia chiaro, con
nessuno, "nelle sua voce si avverte un piccolo cambiamento di tono, che fa risuonare la frase come una minaccia. Davanti ai nostri sguardi attenti, e leggermente sorpresi, Riddle continua il suo discorso, "Bene, luogo e orario vi verranno comunicati il giorno stesso. Buon viaggio.". Un leggero rumore proveniente dal corridoio costringe Tom a voltarsi quando ancora non ha chiuso del tutto le porte della cabina. L'ultimo fievole suono che sento provenire dalla sua bocca è 'stupida ragazzina', poi le porte si chiudono con uno schiocco e Riddle sparisce, lasciandoci perplessi, e al tempo stesso incuriositi dalla confidenza rivoltaci dal Caposcuola. Una riunione riservata: per quale motivo? E perchè nessuno, e su questo punto Riddle era stato fin troppo chiaro, doveva venirne a conoscenza? A quanto pare doveva essere una cosa molto importante, o estremamente urgente...
Improvvisamente un'immagine si fece chiara nella mia mente. Osservando Riddle aprire lo sportello avevo avuto modo di rimettere gli occhi sul suo anello nero, e osservarlo con più precisione trovandomi di fianco all'ingresso stesso, e ripensandoci...sapevo cos'era quell'oggetto: ricordavo perfettamente dove l'avevo già visto, che stupida, come ho fatto a scordarmene! La consapevolezza di ciò che quell'anello significa mi colse in un secondo. "Jasp, Ed...lo so...". I due accanto al finestrino mi fissano come se fossi impazzita.
"Non capite, non ricordate?"
"Dè, scusa ma penso che Riddle ti faccia uno strano effetto..."
"No...ascoltate, l'anello...". Jasper alzò gli occhi al cielo: l'avevo tormentato con questa mia fissazione, ma ora la cosa era diversa, io
sapevo e
non potevo crederci."non vi ricorda un libro che vi ho mostrato quando eravamo piccoli? Il libro che mi leggeva sempre mio padre, quello su Salazar e sulla Casa Serpeverde!"
Era grazie a quel libro che mio padre era certo che sarei finita a Serpeverde, non avrebbe mai considerato la possibilità che finissi in un'altra casa, non la sua primogenita, non sua figlia, non sangue del suo sangue! Comunque i miei amici mi guardano allibiti, probabilmente staranno pensando che mi si sia fuso il cervello..."L'anello, dai l'anello!!!"
Dopo una pausa di silenzio, un lampo di genio passa per gli occhi di Edward, "Ah...dai Dè, non crederai..."
"E invece si!"
"Impossibile...", continua Ed, sempre più allibito e turbato dalle mie parole.
"L'ho visto da vicino, non può che essere lui! e no, non è una copia ne sono più che sicura", continuo, prevedendo la domanda che sicuramente Edward mi avrebbe fatto di lì a poco.
"Scusate, potete spiegare anche a me, o è una cosa tra voi due?", si intromette Jasper. Rispondo con una punta di impazienza nella voce, "E' l'anello, il
Suo anello...l'anello di Salazar!!"
Jasper sgrana gli occhi incredulo e visibilmente scettico, "Dai Dè, sii seria,"rivolge uno sguardo ad Ed in cerca di sostegno, ma quello guarda fisso davanti a se, probabilmente nel tentativo di esaminare i fatti,"..ciò significherebbe..."
"...che Tom Riddle è l'erede di Salazar Serpeverde...". Concludo per lui la frase, dopodiche nello scompartimento cade un silenzio profondo ed inquietante. C'è solo silenzio mentre i nostri sguardi allarmati si incrociano. Non so per quanto tempo non abbiamo parlato, so solo che tutto tace quando vedo spuntare all'orizzonte le guglie della nostra cara Hogwarts...
12/01/2008
Divisa, mantelli, maglioni, jeans, magliette, biancheria. Libri, penne, pergamene. Cosmetici. Il baule è strapieno, nonostante l’abbia incantato per aumentarne la capacità. Faccio mente locale su cosa ho messo via: credo di aver preso tutto, ma di certo mi sono dimenticata qualcosa…è sempre così. Con un sospiro, chiudo i miei bagagli e scendo le scale che dalla mia camera portano al piano terra.
Saluto mio padre e Siri con un abbraccio, poi Ida ed io gettiamo una manciata di Polvere Volante nel caminetto e ci ritroviamo a Londra, nel piccolo alberghetto da dove eravamo partite. Saldiamo il conto con alcuni sassi che ho trasfigurato in sterline babbane, e poi prendiamo un taxi e scendiamo a King’s Cross.
Arrivate al binario 9 e 3\4, aspettiamo il treno per Hogwarts.
Ida è tranquilla e sorridente, il pallido sole inglese le illumina i capelli biondi e la rende bellissima. Se soltanto trovasse un bravo ragazzo.
Un rumore stridente ci avvisa che il treno sta arrivando: poco dopo, saliamo sulla carrozza e io sistemo i bagagli con un incantesimo nella prima cabina libera che trovo. Abbraccio mia sorella, e la saluto con una carezza sui capelli. Ida raggiunge i suoi compagni di Tassorosso, mentre io resto sola nello scompartimento. Forse dovrei ripassare Storia della Magia, visto che durante le vacanze ho fatto tutt’altro che studiare; prendo il pesante tomo con la copertina di cuoio e mi accingo ad aprirlo.
“Caspita, che espressione sofferente!” esclama Sebastian, aprendo la porta.
“Non dirmelo. Ero tentata di studicchiare qualcosa, ma ho appena deciso di rinunciare."
"È forse a causa della mia presenza? La mia bellezza ti distrae?”scherza lui.
“Ma piantala!”gli rispondo, lanciandogli il librone.
Nella migliore tradizione, manco il bersaglio: meno male che nel Quidditch non mi succede! La porta poi si apre, e il professor Silente introduce il suo capo brizzolato:
“Sebastian, Julia, tutto bene?”domanda con un sorriso sornione.
“Certo professore. Solo che Julia ha cercato di uccidermi con il libro di Storia della Magia!”
Silente non smette di sorridere, e dopo avermi lanciato uno sguardo penetrante se ne va.
“Possibile che devi sempre farmi fare queste figure?”
Seb non riesce a trattenere le risate, dopo avermi vista arrossire.
“Non c’è neanche Georgiana a sostenermi contro di te!”borbotto. La mia frase sembra colpirlo, perché si calma all’improvviso, e mi dice, cambiando discorso:
“Peccato che le vacanze siano finite.”
“Già. Senza contare che per noi è l’ultimo anno. Sono gli ultimi mesi a Hogwarts.”
Sebastian non mi risponde. Tutti e due guardiamo fuori dal finestrino, e pensiamo al futuro. Non so bene cosa farò della mia vita, anche se ormai siamo agli sgoccioli. Mi piacerebbe lavorare al San Mungo, o magari alla Gringott, perché no. Ma in realtà, la mia più grande ambizione sarebbe diventare un Auror.
Chissà.
La prima settimana è sempre devastante. Non tanto per il ritmo, quanto per la necessità di riabituarsi alla routine scolastica. Oggi sono davvero distrutta: ho sostenuto un’interrogazione di Incantesimi, ma Benton sembrava abbastanza incattivito nei miei confronti, e così mi sono dovuta arrampicare sugli specchi. Deve essermi riuscito bene, una volta tanto, perché mi ha dato un Eccellente, che non pensavo di meritare. Sono tornata al mio posto, stupefatta ma contenta, e Sebastian e Georgiana mi hanno accolto come un eroe che torna dalla guerra, quindi credo di aver avuto un’espressione abbastanza sconvolta.
All’ora di cena, Seb viene monopolizzato da quell’odiosa Sissy, mentre Georgie sta parlando con una ragazza bionda del sesto anno, di nome Jillian, credo, e non mi va di disturbarla mentre aiuta i suoi studenti. Ida non si vede in giro, né al tavolo dei Tassorosso. Così resto da sola, seduta un po' discosta dal resto dei Grifondoro.
Con un tocco di bacchetta faccio comparire la mia cena, e intanto apro il libro di Pozioni, visto che un'esercitazione incombe e io sono circa a metà preparazione. Davanti a me compare un’ombra: chi si siede è Garet Haslett.
“Ciao Julia, posso sedermi?”
“Sì, certo. Mi hanno abbandonata tutti!”
“Allora ti faccio un po’ di compagnia.”
Vuole chiedermi qualcosa, lo so. Che cosa, lo scoprirò fra poco. Qualcosa sul Quidditch o su Georgiana: a giudicare dalla sua espressione, è più probabile la seconda ipotesi. Ci perdiamo in qualche convenevole, finché arriva al punto.
“Senti…volevo chiederti…”
Timido e indeciso. Alla faccia di Mr. Darcy!
“Qualcosa riguardo Georgiana?” azzardo io.
“Esatto!”
Colpito e affondato, anche se non era difficile indovinare.
“Beh, dimmi pure. Se posso risponderti, non c’è problema.”
“Niente, volevo solo sapere…ti ha più detto nulla? Su…ehm, su di me.”
“Mi ha raccontato di quello che è successo con la tua pseudo-ragazza, e mi ha detto che poi le hai spiegato la cosa.”
“Sì, è
vero…nient’altro?”
A dire il vero, sì. Nei due giorni che abbiamo trascorso insieme, Georgie ed io ci siamo di molto dilungate sugli apprezzamenti fisici di Garet, ma non sono cose che si possono ripetere.
“Senti, se vuoi chiederle di uscire o qualcosa del genere, io ti consiglierei di farlo.”
Garet annuisce e mi dice:
“Grazie, Jules!”
“Prego! E adesso dammi una mano con Pozioni, o il Lumaprof mi tormenterà fino alla fine dell’anno…!”
È notte, notte fonda, ma io non riesco a dormire. Non sono davvero sveglia, no, sono come immersa in un limbo di stanchezza e torpore, ma resto cosciente. Una strana sensazione mi stringe le viscere e mi impedisce di prendere sonno. Dalla mia finestra vedo uno spicchio di Luna, affilato come una falce. La sua luce lattea illumina tutti gli oggetti e disegna nuove ombre, nuovi contorni. In momenti come questi, di solito faccio sogni bizzarri oppure mi ritrovo a pensare agli eventi salienti della mia vita, riflettendo sulle cose che mi sono successe, sulle loro cause e conseguenze.
Sento dei passi all’esterno della stanza, passi maschili. La porta della stanza si apre, ed una candela accesa entra fluttuando, illuminando il volto di Albus Silente. Le mie compagne di stanza si svegliano all’improvviso, sobbalzando e cercando di coprirsi con le lenzuola.
“Professore?! Cosa ci fa qui? È successo qualcosa?” domanda Louise, la più vicina all’ingresso, con voce preoccupata e spaventata.
“Julia, per favore, vieni con me. Subito.”
Il suo tono di voce è autorevole come sempre, ma ha in più una nota particolare, che non gli avevo mai sentito. Mi alzo dal letto, e mi copro con una vestaglia bianca di lana d’angora; seguo il professor Silente, che cammina accanto a me, con passi svelti e precipitosi. La sua espressione non fa presagire nulla di buono. Cosa può essere successo?
Usciamo dagli alloggi di Grifondoro, e raggiungiamo la Presidenza. Il professor Dippet è seduto al suo posto, circondato dall’intero corpo insegnante. Mi preoccupano molto l’espressione addolorata della professoressa Bonnet e gli occhi lucidi del professor Collins.
Dippet mi invita ad accomodarmi, mentre Silente resta in piedi accanto a me, come gli altri insegnanti, e mi appoggia una mano sulla spalla.
“Signorina Versten, non è facile quanto sto per dirle.”inizia il preside.
Deglutisco. È successo qualcosa di grave, l’ho capito. Ma cosa?
“Sua sorella Ida è stata ritrovata morta in una delle aule del secondo piano.”
È come se tutte le luci della stanza si spegnessero.
“Quando?”riesco a chiedere con un filo di voce.
“Non si è presentata a cena, e durante l’ispezione della professoressa Bonnet non era in camera. Sono partite le ricerche, ed è stata ritrovata circa mezzora fa.”
“Come è morta?”
“Non ci sono segni evidenti di colluttazione.”
Mentre Dippet mi risponde, chiudo gli occhi: un dolore inconcepibile mi riempie la testa e l’anima.
Lenta la neve cade e si dissolve. Cammino per il parco, mentre è ancora notte, ed una lieve coltre candida inizia a ricoprire tutto. Non mi hanno lasciato vedere Ida, non ho potuto salutarla per l’ultima volta. La Luna ha cambiato posizione, ma ha sempre la forma di una falce bianca e lontana.
I miei passi mi conducono vicino al lago. Immergo i piedi nudi nelle sue acque oscure: vorrei tanto avere accanto mia madre. Vorrei tanto che lei mi consolasse.
Avanzo nell’acqua, fino a sprofondare sotto la sua superficie. Il mio corpo è inerte, e l’unica cosa che la mia mente è in grado di fare è chiamare il nome di Ida, e quello di mia madre, una volta l’uno e una volta l’altro.
Un volto bellissimo si avvicina al mio: emana una luce azzurra, è il volto di una donna, e mi somiglia molto.
“Mamma?”penso.
Il volto non mi risponde, ma sento una forza sottomarina che mi spinge verso l’alto. Pochi secondi dopo, respiro di nuovo l’aria della notte. Muovo gli arti con cautela, guardandomi attorno: in riva al lago ci sono alcune figure di cui non distinguo bene i contorni, ma intorno a me non c’è più traccia di quella creatura. Mia madre se n'é andata un’altra volta. Ida non c’è più. C’è qualche motivo per cui dovrei tornare a riva invece di lasciarmi andare a fondo e perdermi nell’oblio?
“Julia!”urla Sebastian.
“Jules, ti prego, torna indietro!”grida Georgiana.
Altre voci dicono le stesse cose. L’immagine degli occhi azzurri di mio padre mi attraversa la mente. Con poche bracciate torno a riva. Georgie materializza un asciugamano, mentre Seb mi abbraccia, aprendo le falde del suo mantello per riscaldarmi.
Solo adesso mi accorgo del gelido freddo notturno.
08/01/2008
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Che il Capodanno prendesse una svolta simile, non l'avrei mai detto.
Mi stringo forte al braccio di Carlisle, mentre attraversa un mare di ragazzi e ragazze che probabilmente non vedrò mai più in vita mia, dopo questa sera, e che comunque non sarò in grado di riconoscere. Fate e folletti, perché gira tutto così veloce? Non ho nemmeno bevuto -sono troppo nervosa per fare qualsiasi cosa che differisca dal respirare-, quindi per quale astruso motivo mi sembra che tutto sia destinato a capovolgersi da un momento all'altro? Forse è l'emozione.
"Carlisle.." il lamento sfugge alle mie labbra prima di poter fare qualsiasi altra cosa. Il ragazzo si volta verso di me, trafiggendomi con i suoi incredibili occhi azzurri. Avvampo, mentre mi scruta pensieroso prima di annuire.
"Due minuti, resisti due minuti" mi ordina con un mezzo sorriso, allungando il passo. Come se non stesse già andando veloce. Sbuffo, senza troppa convinzione, lasciandomi trascinare in mezzo al trambusto ad occhi chiusi. Se davvero guardassi cosa ho davanti, finirei col rimettere il mezzo grissino che sono riuscito a ingurgitare prima di prendere la Passaporta per questa casa.
L'aria fredda che mi schiaffeggia il viso, dopo quella che mi è sembrata un'eternità, è una vera e propria benedizione. Inspiro a fondo, avida di questo gelo che mi riempie i polmoni e mi sgombra la testa. Mi sento come se non respirassi da anni. Il mio cavaliere mi porta fino ad una balustra di marmo bianco, dove si siede incrociando le braccia al petto.
"Non sei tipo da feste selvagge, vero?" mi chiede abbozzando un sorriso. Riapro gli occhi, scoprendomi con entrambe le mani alla gola. Abbasso le braccia, vagamente imbarazzata.
"Nemmeno un po'" sussurro, rimanendo immobile nell'esatto punto in cui la sua mano ha lasciato la mia. Non è lontano da me, posso ancora sentire la scia del suo profumo. Ed è buono.
"Mi spiace.." non accenna ad abbassare lo sguardo "Ti sarai annoiata a morte"
Neanche tanto, a pensarci bene. Ho passato buona parte della serata rannicchiata su una poltroncina in un angolo dell'enorme biblioteca, dopo esser stata puntualmente abbandonata da Isabel in favore di un aitante ragazzo dai capelli nerissimi e gli occhi smeraldo. Ho avuto modo di buttar l'occhio su vere e proprie chicche che nemmeno nella sezione proibita avrei potuto sfogliare, ho vagato tra gli enormi scaffali impolverati respirando il forte odore della cera delle candele, ho sbirciato la mia amica e i suoi progressi dalla cima di un'enorme scalinata coperto da un lungo tappeto di velluto rosso. E poi. E poi sono stata rapita. Un biondino straordinariamente simile a Jasper mi ha individuata, si è praticamente materializzato al mio fianco -o forse sono io che sono rimasta paralizzata quando l'ho visto e lui si è mosso a velocità normale, non ne sono sicura- e mi ha portata giù, nella ressa, dove mi sono vista costretta a dimenarmi in una maniera assurda per evitare che quel mare di gente mi calpestasse e mi riducesse a marmellata pura. Poco prima dello scoccare di mezzanotte, mi sono defilata in un dei mille bagni di cui questa reggia sembra provvista e mi ci sono chiusa dentro. Non mi andava di baciare un emerito sconosciuto. O meglio, un emerito sconosciuto con la faccia di Jasper Lewis. Non faccio un vanto dell'aver passato la mezzanotte chiusa in un lussuosissimo bagno, chiaro, ma non ero dell'umore adatto a fare altro.
Il caso -credo- ha voluto che a trovarmi fosse Carlisle. Il Tassorosso sorridente di Natale. Quello che mi ha presentato la nonna. Ha bussato alla porta, delicatamente, e mi ha detto che era urgente. Senza una scusa opportuna da propinargli -in mezzo a tutta quella confusione l'ho scambiato per il sosia di Jasper venuto a reclamare il bacio mancato- ho spalancato la porta dicendogli che mi dispiaceva ma che non se ne faceva niente. La sua faccia è stata qualcosa di spettacolare. Mi ha rivolto un enorme sorriso, facendomi presente che qualunque fosse il problema se ne poteva parlare tranquillamente, e poi si è scusato. E' entrato nel bagno trascinandosi dietro un ragazzo semi svenuto che ha rimesso penso pure l'anima con la testa dentro la tazza. Si è assicurato che l'amico stesse bene e poi, non so nemmeno come, mi sono ritrovata nella folla assieme a lui, questa volta sul punto di svenire. L'emozione, si.
"Oh, neanche tanto" sorrido, stringendomi le braccia in vita "Ci sono un sacco di cose da fare in questa casa"
"Non ne dubito" un lampo divertito attraversa il suo sguardo e io, come mio solito, arrossisco "Sei qui da sola?" prosegue cordiale.
"No" scuoto il capo "Sono qui con Isabel, ma l'ho persa di vista"
"Non l'ho mai vista staccarsi da mio cugino per tutta la sera" ribatte, impassibile, senza perdere il sorriso. Non mi chiedo nemmeno come faccia a conoscerla, non mi importa.
"L'ho persa di vista da un po'" replicò piccata, incrociando le braccia al petto. Cosa vuole insinuare, adesso?
"Scusa, scusa!" ride, sollevando le mani e mostrandomi i palmi, in segno di resa "Non volevo farti arrabbiare, Jillian"
Abbasso lo sguardo, borbottando qualcosa di incomprensibile alle mie stesse orecchie, fino a quando non sento il suo braccio caldo circondarmi le spalle. Quando è comparso al mio fianco, non lo so.
"Stavi tremando" sussurra al mio orecchio, giocando distrattamente con una ciocca di capelli. I
stintivamente, mi irrigidisco: l'ultima persona che ha toccato i miei capelli è stato Jasper. E una parte di me non vuole che un altro ragazzo faccia lo stesso. Anzi, parliamoci chiaro. Non voglio che un ragazzo mi tocchi i capelli. O mi accarezzi il viso. O, peggio ancora, mi baci. Distolgo lo sguardo, imbarazzata.
"Carlisle, io.." inizio a dire, incespicando nelle parole "Io non.."
Lo sento sorridere, e sospirare, prima che il calore del suo braccio lasci posto al freddo dell'imminente alba.
"Lewis" sospira di nuovo, infastidito "Avevo sentito qualche voce su voi due, ma non credevo fosse una cosa seria. Con tutto il rispetto, eh!"
"Non stiamo assieme" rispondo automaticamente, prima che il significato più cattivo delle sue parole mi investa come una slitta trainata da Ippogrifi. Mi ritraggo, spalancando la bocca senza pronunciar parola.
"..Cosa vorresti insinuare?" ruggisco poi, una volta acquistata nuovamente la capacità di parlare "Che siccome qualche tua compagna di Casa ficcanaso mi ha vista assieme a Jasper una volta o due e io non sono qui con lui ora ti senti libero di fare quello che ti pare con me? Non so che voce sia arrivata alle tue orecchie e non voglio nemmeno sentirla, ma non hai il diritto di pensare questo di me. Non hai il diritto di dire nientre, su di me, non mi conosci nemmeno!" strillo tutto d'un fiato, sentendo il mio tono di voce salire di due ottave almeno. Carlisle non sorride più. Sta per dire qualcosa, probabilmente sta per scusarsi, ma non lo lascio parlare.
"E anche se fosse stata una cosa seria, cosa speravi di ottenere? Che io venissi con te solo perché lui non è presente? O forse che siccome probabilmente qualche pettegola amica tua -con tutto il rispetto, eh!- lo ha visto mentre mi baciava a forza quando io volevo solo andarmene a casa senza troppi incidenti sentimentali, allora questo fa di me una ragazza poco seria, una facile, una con cui andare a capodanno per riempire il vuoto lasciato da non so nemmeno io chi?"
Okay. Adesso sono decisamente isterica. E nei suoi occhi c'è un filo di preoccupazione che mi da da pensare che lui abbia radicalmente cambiato idea su di me: se prima ero una secchiona un po' strana, adesso sono una psicopatica in piena regola. Ma a questo punto non si può piangere sul latte versato. Tanto vale uscire con un gran finale.
"Qualunque cosa tu stessi pensando, non mi importa. Me ne torno a casa. Felice anno nuovo, Carlisle."
E giro sui tacchi, rimanendo miracolosamente in equilibrio sui trampoli che Isabel mi ha obbligata ad indossare, rientrando nel salone e dileguandomi nel mare di folla. E quando finalmente una forza familiare mi strattona tirandomi l'ombelico verso la vecchia spazzola che mi riporterà a casa, mi rendo conto che, probabilmente, ho rovinato quanto di più buono la serata mi aveva offerto.
Un applauso a Jillian, signore e signori, la più idiota tra gli idioti!
"..ian! Jill, mi stai ascoltando?"
Mi scuoto dal torpore in cui ero scivolata, sbattendo le palpebre un paio di volte e ricambiando lo sguardo preoccupato della mamma.
"Scusa, mamma, non ho sentito" le sorrido, allungando le braccia e stiracchiandomi pigramente. Ho bisogno di dormire, ma è così raro avere la mamma a casa che non ho nessuna intenzione di sprecare il momento tenendo gli occhi chiuso e spegnendo un po' il pensiero.
"Tesoro, sei così pensierosa.." osserva lei, sedendosi accanto a me sul grande divano del salotto dove me ne sto rannicchiata, con Chipie raggomitolata in grembo "Va tutto bene?"
"Si. No. Cioè, si, va tutto bene. Ma non come vorrei, in effetti.."
Non sono tagliata per le vicende sentimentali. Datemi un oggetto da trasfigurare, datemi una pozione da preparare, e lo faccio senza problemi. Ma affrontare una spinosa situazione come quella in cui mi sono cacciata.. beh, è un altro paio di maniche. Sospiro, posando il capo contro la sua spalla.
"Tesoro, lo sai che se hai qualche problema puoi parlarmene, vero?" inizia ad accarezzarmi i capelli, come quando da piccola voleva farmi confessare qualche pasticcio che avevo accuratamente nascosto.
"Il problema è che tua figlia è un vero disastro quando si tratta di rapporti umani" brontolò di malavoglia, esattamente come facevo tanti anni fa.
"Prerogativa di famiglia, non fartene un cruccio" ribatte fulminea, con una smorfia. Non posso fare a meno di sorridere, mentre la colpisco con la mano.
"Eddai, io sono seria!" protesto "Non sto scherzando"
"Oh, ma nemmeno io" sorride, pizzicandomi le guance "Ma ti ascolto. Su, come si chiama?"
"Chiama? Come si chiamano, piuttosto."
"Addirittura due! Se lo viene a sapere tuo padre muore d'infarto all'istante"
"Non ho dubbi... Non glielo dirai, vero?"
"No, certo che no." mi rassicura lei, continuando ad accarezzarmi i capelli e incitandomi a proseguire.
"C'è un ragazzo, a scuola. Jasper. Oh, potessi vederlo mamma, è così bello! Ha degli occhi talmente verdi che fanno quasi paura, e quando sorride.." arrossisco, mio malgrado, sentendo la faccia bruciare "E stava andando tutto bene. Abbiamo passato un sacco di tempo assieme, per via di un compito di Incantesimi, e anche quando lo abbiamo finito abbiamo continuato a vederci" Mi interrompo un attimo, mordicchiandomi le labbra.
"E...?"
"E niente. Il problema è che per quanto mi piaccia c'è sempre stato qualcosa a bloccarmi. Era chiaro al mondo che anche lui aveva un certo interesse nei miei confronti, ma non lo so.. sai, non ha una buona fama a scuola. E' un dongiovanni, che pensa solo ad ottenere ciò che vuole, senza curarsi dei sentimenti altrui. Non volevo essere solo una delle tante. Ma quando glielo ho detto, prima di prendere l'Espresso e tornare a casa, si è arrabbiato con me.." sentò la voce spezzarsi, dopo aver tremolato sulle ultime parole.
La mamma non dice nulla, abbracciandomi. Al sicuro tra le sue braccia, avvolte nel suo profumo delicato, chiudo gli occhi e continuo a raccontare, combattendo con il nodo che mi serra la gola. "E' stato terribile. Io non volevo che le cose andassero così, davvero. Mi ha baciata. Ed 'è stato cattivo, è stato crudele, perché io non volevo, e quando il bacio è finito ha detto che è stato tutto tempo sprecato. Come se io non ne valessi la pena, come se io non fossi nessuno!" tra le lacrime trattenute, affiora l'indignazione e la vergogna, assieme alla consapevolezza "Ma la cosa più brutta, è che adesso tutti sanno che il bacio c'è stato. Che io sono solo una delle tante"
"Oh tesoro mio!" l'abbraccio si fa più forte, assieme alla mia voglia di piangere "Tu non sarai mai una delle tante, mai! Tu sei speciale, sei una ragazza splendida, con un cuore enorme, non sarai mai una delle tante. E se qualcuno lo pensa, tu lascialo fare e lascialo stare: vuol dire che non ti conosce e che non vale la pena conoscerlo se si fida di pettegolezzi sentiti in mezzo ad un corridoio!"
"Si, lo so.. ma non riesco a fare a meno di pensarci. Anche Carlisle pensa che io sia una ragazza poco seria! E lo conosco da una settimana scarsa!"
"Carlisle Hunnam? Il ragazzo che la nonna ti ha presentato a Natale?" sembra sorpresa. Probabilmente perché è la prima volta che le parlo di qualcuno presentatomi dalla nonna -sembre pronta a combinarmi un matrimonio, che non è mai troppo presto per sposarsi!
"Si. Sicuramente conosci i suoi genitori, lavorano al San Mungo" commento, con voce incolore.
"Come no, Charlie e Hannah" annuisce "Ma non vedo come Carlisle possa pensare questo di te, dal momento che ti conosce così poco" obietta perplessa.
"E' un Tassorosso, mamma!" esclamò un po' seccata "E anche se lo chiamano l'Anti-Principe perché si dice sia un vero gentiluomo, appena uscito da un romanzo di Jane Austen, è pur sempre nella casa di più ficcanaso di Hogwarts. Le voci girano, dopo tutto il castello è piccolo."
"Ma quando ti avrebbe detto una cosa del genere? Non a Natale, spero!"
"No, per carità! A Capodanno"
"Non eri con Isabel?"
"Diciamo che sono andata con Isabel, poi lei si è dileguata lasciandomi sola. No, niente commenti mamma, va bene così" la blocco, prima che si lanci in una filippica su quanta poca fiducia merita Izzie. Brontola qualcosa, accavallando le gambe con grazia.
"In ogni caso" riprendo a parlare, la voce decisamente più ferma ma una gran paura di andare a scoprire il perché mi sia arrabbiata così tanto quella notte "Ho trovato Carlisle dopo mezzanotte. O meglio, lui ha trovato me. Abbiamo parlato un po', poi quando lui ha provato a baciarmi io mi sono tirata indietro. E lui ha fatto uno sgradevolissimo commento su me e Jasper, dicendo che non credeva fosse una cosa tanto seria. Mi sono arrabbiata, mi sono sentita umiliata. Perché non avrebbe dovuto essere una cosa seria? Perché quel bacio deve significare solamente che sono solo una delle tante, una povera sciocca che si è fatta abbindolare da un bel faccino? Non è giusto, mamma, non è giusto!" sbotto "Lui non aveva il diritto di dire quello che ha detto, non doveva dirlo! Non doveva nemmeno pensarlo!"
"No, non avrebbe dovuto" la voce della mamma è dolce, pacata "Ma forse non era sua intenzione offenderti, anzi, sicuramente non voleva"
"No, non credo lo abbia detto per ferirmi, però lo ha fatto. E io mi sono arrabbiata, lo ho aggredito come una furia, fuori di me, e me ne sono andata. Così domani, quando risalirò sull'Espresso, tutta la scuola avrà già saputo che, oltre ad essere l'ennesima vittima di Jasper Lewis, il Principe di Serpeverde, sono pure una pazza psicopatica che ha aggredito Carlisle Hunnam, l'Anti-Principe per eccellenza"
"Mh, io non credo che sia così tragica come la descrivi" mi rassicura, sorridendo "Non sei mai stata tipo da dare credito a malignità, quindi riguardo Jasper non dovresti preoccuparti più di tanto: se è davvero il superficiale che sembra, non ne vale nemmeno la pena. Mentre per Carlisle.. anche qui, se è davvero quello che sembra, parlagli. Spiegagli la situazione e sono sicuro che capirà. D'accordo? E adesso basta piangere, che a tua padre sta per prendere un accidenti al collo tanto si sta sforzando di origliare senza farsi vedere"
Ci voltiamo verso l'ingresso del salone, dove un colpo di tosse impacciato e un uno scalpiccio frettoloso accompagnano la precipitosa fuga di papà. Ridiamo, rimanendo accoccolate sul divano.
"Grazie, mamma" mormorò dopo qualche attimo, abbracciandola forte "Ti voglio bene"
"Anche io, tesoro, anche io"
Resta il fatto che io a scuola non ci voglio tornare.
Non così presto, almeno, vorrei un altro paio di giorni per riordinare i pensieri e scacciare via questo odioso presagio di sfortuna che vedo colorare il mio immediato futuro. Sbuffo, una sigaretta abbandonata tra le labbra, sedendomi per terra tra i libri e i vestiti che devo infilare nel baule, sapientemente allargato con un Incantesimo Estensivo Irriconoscibile. Se il vecchio Dippet sapesse quanti studenti si servissero abitualmente dell'Incantesimo Estensivo per introdurre a scuola cose che era meglio non nominare, probabilmente morirebbe di crepacuore. Agito distrattamente la bacchetta in aria, facendo volare una pila di golfini ordinatamente piegati e impilati nel baule. Chipie, accanto a me, gioca con un pupazzo incantato a forma di topolino, che si agita tra le sue zampine squittendo ad ogni colpo ricevuto. La micia, divertita, miagola di tanto in tanto, mentre io proseguo imperturbabile nel mio compito. Sbuffo di nuovo, prima che un picchiettare insistente contro la finestra della stanza mi riscuota: è un gufo, uno splendido gufo reale che attende, paziente, di recapitare una lettera.
"Strano" mormoro alzandomi in piedi e facendolo entrare nella stanza. Di solito vanno tutti nella gufiera, sul tetto, e poi ci pensa Milly, l'elfo domestico, a smistare la posta. Lo splendido volatile mi scruta con attenzione, prima di posarsi sulla scrivania e tendere la zampina, con fare altero. Non appena la busta è tra le mie dita, l'animale mi lancia un'altra occhiata -incredibile quanto intelligente sia il suo sguardo ambrato- per poi volare via, nella notte. Evidentemente, il mittente non aspetta risposta.
Recuperò Chipie, strappandola al suo giocattolo e stringomela al petto mentre mi siedo sul letto. Lei protesta fiaccamente, miagolando, per poi rabbonirsi dopo qualche carezza.
"Non sei curiosa, Fifì?" le domando carezzandole il musetto. Chiude gli occhi, docile, mentre dispiego la lettera. La grafia è sottile, elegante, le parole si rincorrono lievi come onde scure in un mare immacolato.

Quasi non mi accorgo della zampina di Chipie che colpisce ripetutamente il mio naso, mentre rileggo, avida, quelle parole. Se non fosse che sono nero su bianco sotto il mio naso, penserei ad uno scherzo. Restia ad abbandonarmi ad un entusiasmo avventato, recupero la bacchetta e la agito sopra la pergamena, mormorando un paio di incantesimi: nulla. La lettera rimane immutata, in tutta la sua regale eleganza. Chiudo gli occhi. Li riapro: tutto uguale. Mi pizzico le guance. Niente, sembra sia davvero la realtà.
E mentre finalmente accetto quest'idea, lo stesso disagio provato a capodanno mi riempie il cuore. Vorrei esser felice, davvero. Ma non ci riesco. E' più forte di me.
Ripiego la lettera con cura, posandola sul comodino. Sono talmente stordita da non sapere nemmeno cosa pensare: non capita certo tutti giorni di sentirsi dire cose del genere, in effetti. Nel mio caso, inoltre, è la prima volta. Cosa si fa, in questi casi? Si risponde? E domani, sul treno, cosa farò se lo vedrò? Devo salutarlo come se niente fosse? O evitarlo? Mh, forse evitarlo non è il caso visto come sono finite le cose con Jasper.
Jasper, già.
Anche qui, un bel dilemma. Forse, se gli spedissi una strillettera anonima riversandogli addosso tutto quello che penso di lui, risolverei qualcosa. Ma dubito seriamente che riuscirei a scalfire quella sua impeccabile facciata di perfezione. Bel dilemma. Vorrei tanto riuscire a capire cosa fare. Che poi, sarei mai veramente in grado di ferirlo? Lo voglio davvero? Dubito. Decisamente, sono troppo buona per questo genere di cose. Ci sarà un motivo se sono finita a Corvonero e non a Serpeverde, no? Cosa fare?
Il viso di Georgiana Harrington mi passa davanti agli occhi, assieme alle sue parole: "Tu, Jillian McKanzie. Sei hai qualcosa che non va, sai dove trovarmi."
Ecco la soluzione. Mi alzo in piedi di scatto. Basta pensare, chiederò consiglio a Georgiana una volta tornata a scuola, ecco cosa devo fare. Adesso devo finire di riempire il baule, devo fare qualcosa, qualsiasi cosa, che mi tenga la mente occupata e mi impedisca di pensare. Agito la bacchetta, stizzita, facendo partire il vecchio giradischi magico e tornando al mio lavoro, mentre luna maestosa melodia, un trionfo di archi e fiati, invade la camera. Mi rimbocco le maniche, guardando la marea di cose che ancora copre il pavimento della stanza, e sospiro di sollievo.
Ho così tante cose da fare, che pensare sarà proprio l'ultimo dei miei pensieri. Fischiettando sulla falsariga della sinfonia, mi rimetto al lavoro.
Domani è un'altro giorno, domani si vedrà.
07/01/2008
AVVISO
Un piccolo appuntino veloce per tutte voi. Come ho scritto in tag nel forum purtroppo sono un pò impedita per via di un dolore intercostale (fatica a respirare, muoversi etc etc) e evito il più possibile di non stare sdraiata e di muovermi, quindi non vengo molto al piccì. Spero che la cosa svanisca presto perchè non ne posso più. Intanto vi lascio un assaggio del post di Edward, teoricamente doveva contenere anche le vacanze natalizie ma non riesco, per adesso, ad aggiornarlo, quindi lo leggerete più in là. Ancora scusa, chiedo venia.
Hogwarts. Ormai mancano pochi giorni all’inizio delle vacanze. Le cose da fare sono molte, soprattutto perché i professori irrompono nella tua vita con la fissa dei voti. E infatti la settimana prima delle vacanze Edward vegeta.
Sono i pochi giorni in cui lo si vede strano rispetto al solito. E’ più nervoso e irascibile, forse perché, per colpa dello studio, non riesce a stare dietro alla cose futili, ma vitali per lui, come le donne e il divertimento. Si perché nonostante tutto, nonostante Edward sia perfetto per la sua famiglia, deve riuscire ad ottenere buoni voti. E’ l’unica richiesta dei familiari, per il resto Edward fa quello che vuole. Edward è perfetto, è bravo, è il migliore, perché si dovrebbe mettere bocca in quello che fa?! Tutto quello che compie, dice, scrive è giusto, perfetto.
“Porca puttana Edward! Chi cavolo ti ha mandato quel biglietto allora?!” Fisso Jasper che mi ha raccontato del suo incontro ravvicinato con Violet.
“Effettivamente, non ne ho idea!” Già, chi è quella stupida che vuole finire sulla forca?! Mai prendersi gioco di un Norwood, mai.
“Chiunque l’abbia fatto, ha commesso un grosso errore!” dico poi alzandomi dalla poltrona dove ero comodamente seduto, per dirigermi verso l’uscita della sala comune. Idiota, stupida creatura senza cervello. Come hai osato fare questo a me, me: Edward Norwood. No carina, ti sei infilata in un brutto guaio. Credi che le cose da adesso in poi per te saranno così tanto semplici? Ti ostacolerò la strada come meglio potrò, mi impegnerò con tutto me stesso per vendicarmi. Il nervoso che mi sale quando ripenso a quello scherzetto del biglietto è tanto. Non capisco lo scopo, perché lo abbiano fatto. Probabilmente è qualche pischella gelosa, che non ha ancora ricevuto da me le attenzioni che adesso sto dedicando alla Traviston. Stupida mentalità femminile. Mai prendersi gioco di un Principe.
Ascolto la lezione della Merrythought. Interessante, ma mai quanto le sue curve sotto quei vestiti che porta. E’ una donna veramente affascinante, fortunato Riddle che se la spupazza quando vuole.
“Hey Ed, ho deciso di chiudere con la corvonero!” lo fisso, mentre finalmente torno a pensare che il suo cervello abbia riiniziato a funzionare. Era l’ora, tanto quella biondina non te la dà Jasper.
“Bene” esclamo squadrandolo
“E quando hai intenzione di dirglielo?”
“Proverò a rubargli un bacio prima di andare via e poi… tock!” Si batte le mani l’una contro l’altra, a mo di: e poi finita!
“Bhè una scenetta da vedere, avvertimi quando la metterai in atto, mi nasconderò da qualche parte con coca-cola e pop-cron” sorrido a pensare alla rottura dei due, povera piccola biondina. Il suo cuore verrà diviso in mille pezzi, che cadranno lentamente, uno ad uno, sul pavimento: tin – tin – tin! Ghigno ancora quando davanti a me si piazza una Deirdre furiosa. Non vanno molto bene le cose con Geert, cioè per lui vanno, ma per lei no. E’ stanca.
“Dè è soltanto uno stupido moccioso del settimo anno tutto rose e fiori! Quando ti deciderai a lasciarlo?” la fisso negli occhi
“Presto.” Conferma il mio pensiero.
Hogwarts - Partenza. Fisso il mio baule, per meglio dire, i miei bauli, chiusi. Sono pronto, elegante e impeccabile come sempre. E’ il momento dei saluti, cosa odiosa da vedere in sala grande e nei corridoi, da veramente sui nervi. Strilli, lacrime, abbracci, -mi scriverai vero? Ti raccomando fallo sennò mi offendo!-. Stupidi, non c’è altro modo per definirli.
“Vi rivedrete tra pochi giorni emeriti imbecilli, mica tra qualche secolo!” irrompo nel silenzio che echeggiava tra me e i miei amici.
“Proprio non li capisco!” aggiunge poi Deirdre squadrandoli schifata.
“Ragazzi adesso vi lascio, ho una cosa da fare, una persona da salutare!” prendo e inizio a scendere le scale dopo aver fatto un occhiolino a Jasper. Appuntamento con Violet Traviston esattamente un minuto fa all’albero nodoso davanti al lago. La ragazza deve essere già là dato che vedo una figura scura in lontananza, ben coperta dato che la neve ha deciso di imbiancare tutta la scuola e le zone vicine. Arrivato davanti a lei la fisso negli occhi.
“Violet!”
“Edwar! Volevi parlarmi?”
“No, volevo solamente salutarti” Afferro la sua testa tra le mie mani, raggiungo le sue labbra con le mie e la bacio. Tutti i movimenti precedenti al bacio sono stati leggeri ma veloci, così che non potesse scappare. Ci stacchiamo, finalmente. Mi guarda, non riesco a decifrare il suo sguardo. All’inizio sembra sognante, poi si trasforma, velocemente, in duro. Mi avvicino al suo orecchio e inizio a sussurrargli:
“Smettila Violet, è inutile che continui a fare la strafottente, a tirarti indietro.. tu hai solo paura di soffrire, di stare male, così non fai altro che soffrire di più. Tanto ormai sei cotta di me, ci sei cascata”. La lascio così, sfiorandole il lobo dell’orecchio con le miei labbra. E mentre mi allontano, di spalle, le auguro un buon natale.
06/01/2008
Poiché le vacanze di Natale di solito si rivelano un momento un po’ fiacco nello svolgimento della trama, le menti pericolose di Lyndea e Martyl hanno pensato di scrivere un post a quattro mani che coinvolga due dei loro personaggi: Julia Versten e Georgiana Harrington. Speriamo che il risultato sia di vostro gradimento! [Qualora non fosse così, verrete schiantati!]
05/01/2008
Il sole entra dalla finestra sulla parete ovest della mia camera, bagnando di luce il mio letto. Mi sveglio e stiracchiandomi vado verso la finestra, scostando le tende rosa pallido per aprirla. Il freddo pungente non esita a farsi sentire, fuori il marciapede e` ricoperto di neve, che e` scesa senza fermarsi durante tutta la notte. Rimango per un attimo a guardare quel paesaggio che mi ha svegliato per sei mesi, e non riesco ad immagginare di dover svegliarmi con un paesaggio diverso, di dover scostare le tende della finestra della mia camera nel dormitorio delle ragazze Tassorosso. Strofino forte le braccia e mi allontano, cercando di allontanare anche quel senso di nostalgia che gia` mi opprime. Quanto sono stupida, non ho manco ancora varcato la soglia di casa cavolo! Osservo la mia camera, oggi e` ordinata. Tutto e` dentro al baule nuovo di zecca che mia madre mi ha comprato per il ritorno a Hogwarts. Lo apro per controllare gli oggetti che con parsimonia ho riposto dentro la sera prima, ci sono i libri, i vestiti, la divisa, alcune bottigliette per le pozioni, qualche libro e rivista babbana e la mia bacchetta. Non faccio a meno di sorridere, finalmente avro` la possibilita` di riutilizzare la mia bacchetta!! E` dall’ultimo giorno di scuola a giugno che non ho piu` lanciato un incantesimo. A settembre sarei dovuta ritornare a Hogwarts per iniziare il mio quinto anno alla Scuola di Magia, ma mamma si e` ammalata improvvisamente e sono dovuta rimanere per curarla.
Scendo le scale e arrivo in cucina, mia madre e` in piedi ai fornelli, preparandomi le mie adorate frittelle.
“Ciao mamma” la saluto con un bacio frettoloso sulla guancia, poi mi siedo a tavola.
“Allora amore? Sei pronta?” mi chiede mia madre mentre rigira la frittella sulla padella. La osservo; e` ingrassata un po`, le sue guance hanno riacquistato colore, il suo splendido sorriso ha di nuovo illuminato il suo viso. Si, sta decisamente meglio. Non e` piu` la mamma che mi richiamava dal letto per avere un asciugamano bagnato o un bicchiere d’acqua, non e` piu` la mamma per la quale dovevo cucinare, non e` piu` la mamma che aveva bisogno di sostegno per muoversi per la casa. No, e` la mamma di prima; certo, non e` del tutto guarita ed e` ancora un po` sfiancata, ma sta meglio. D’altronde se non si trovasse meglio io non avrei mai accettato di ritornare a Hogwarts dopo Natale. Lei vuole che torni a scuola perche` dice che sono ancora in tempo di recuperare l’anno. Diciamo che un’occhatina ai nuovi libri l’ho data, e non mi trovo cosi` indietro. Ma chi inganno?? Sono totalmente persa, chissa` quando riusciro` a recuperare tutti i compiti. Ma devo passare l’anno, mia madre se lo merita.
Mentre poggia la fritella sul piatto la mia mente vola verso Hogwarts. Chissa` se la gente si ricordera` di me? La verita` e` che le uniche persone con cui sono rimasta in contatto da quando ho lasciato scuola sono Susan e Lory. Certo di tanto in tanto mi e` arrivata qualche lettera da ragazzine del quinto, tipo Elliot, ma mano a mano le loro lettere sono diventate sempre piu` rade, perfino quelle di Lory e Susan, quindi non so granche` degli ultimi due mesi a Hogwarts. Chissa` che coppie si sono formate? Chissa` chi si e` lasciato? Vorrei tanto sapere gia` tutto! Sono gia` al corrente del fatto del ritorno di Margot, Lory mi ha scritto dicendomi che adesso si fa chiamare Zoe e che e` completamente cambiata. So anche che Noir ha iniziato scuola in ritardo, e che adesso e` ingrassata un pochino. Sono contenta per lei, prima era troppo magra! Speriamo anche che quest'anno riesco a rimediare un ragazzo, qualcuno carino e dolce, che sappia volermi bene davvero. Le mie esperienze precedenti, diciamo non numerose, sono state dei disastri. Non ho voluto assecondare la cara Susan nella sua caccia frenetica e continua ai ragazzi, non mi faccio trascinare come Lory in quei stupidi appuntamenti al buio! Susan a volte mi spaventa, l'altr'anno ogni giorno notavo quanto si assomigliava a Laura Stevens, quella ragazza "facile" di Corvonero. Ma a Susan per fortuna questa fama non l'ha ancora raggiunta perche` un attimo si controlla. Almeno l'altr'anno! Comunque penso che riusciro` a sopravvivere senza un ragazzo quest'anno, non sono sicura pero` di essere pronta per i commenti acidi che ricevero` dai Principi, e sopratutto non sono pronta per gli occhi freddi, penetranti e inquietanti di Tom Riddle, che mi osserveranno con disprezzo ogni volta che lo incontrero` per i corridoi. Al solo pensiero rabbrividisco. Ma devo guardare il lato positivo: rivedere i miei amici, rientrare in contatto con la magia, ritrovarmi di nuovo con tanti ragazzi della mia eta`. Diciamo che qua in Michigan sono sempre stata occupata a badare a mia madre, quindi l’unica persona con cui ho parlato al di fuori di casa e` la vicina di 70 anni e la cassiera antipatica del supermercato.
Finisco la mia frittella con lentezza, immersa nei miei pensieri, quando alzo lo sguardo vedo mamma vicino al lavandino, ha le lacrime agli occhi. Mi avvicino a lei e l’avvolgo in un caldo abbraccio.
“Andra` tutto bene mamma”
“Lo so” risponde lei asciugandosi le lacrime con uno straccio sporco “Lo so. Adesso corri a prendere il baule, il taxi sara` qui fra pochi minuti. Quanto sono scema, qui a piangere come una bambina” Mamma non si vuole mai mostrare debole, amche quando stava male nascondeva il piu` possibile il suo dolore. E pensare che qua, in questa cucina, solo qualche giorno fa io e mia madre ci gustavamo il cenone di Natale, noi due sole solette, come siamo sempre state comunque. Non ci e` mai servito nessun'altro, da quando se n'e` andato papa` abbiamo imparato la nostra lezione.
Salgo e mi vesto. Guardo un'ultima volta il candido paesaggio bianco dalla finestra, e lancio un'occhiata alla mia piccola stanzetta. Prendo il baule e con difficolta` lo trascino giu` dalle scale. Mia madre mi accompagna alla porta, fuori, dopo quell’angolo di giardino davanti casa, mi aspetta un vecchio e trasandato taxi che mi portera` alla stazione dei treni della citta` piu` vicina, da li` iniziera` il mio lungo e faticoso viaggio verso Hogwarts.
04/01/2008
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Profumo di biscotti. L'enorme albero di Natale che troneggia quasi minaccioso su una valanga di pacchetti dorati ammassati alle sue radici. La neve che vortica leggera dal soffitto del salone, scomparendo a qualche metro da terra. Lo scintillio delle mille e più candele che lievitano sopra l'enorme tavola già apparecchiata. La nonna che sbraita ordini con un tono vagamente isterico e al tempo stesso detta una strillettera indirizzata ai miei genitori, ancora prigionieri del loro lavoro al San Mungo, come ogni anno. Si, è davvero Natale.
Faccio quasi fatica a credere che siano arrivate le fatidiche vacanze: le ultime due settimane di scuola sono state un vero inferno, quando la fatidica sindrome del "Non ho voti-mi servono voti" si è abbattuta su noi poveri studenti togliendoci ogni secondo libero. Non mi sono affatto stupita quando, appena tornata a casa, la nonna mi ha squadrata da capo a piedi prima di dichiarare che ero dimagrita e che mi vedeva piuttosto sciupata. Inspiro a fondo, facendo sfiorando con la punta delle dita il passamano lucido dello scalone, senza nemmeno più sobbalzare alle urla stridule della nonna. Ho sobbalzato abbastanza prima di partite da scuola, quando mi sono ritrovata faccia a faccia con Jasper.
Chiudo gli occhi, dopo aver accostato la porta della mia camera e aver preso Chipie tra le braccia. Ed eccolo lì, il bel volto del Principe di Serpeverde: gli occhi verdi, di quel colore denso, vellutato, ricolmi di uno sdegno e una furia gelida; quelle ciocche scompigliate che morivo dalla voglia di tenere tra le dita, anche solo per scostarglierle dal volto pallido, dai lineamenti affilati.
Mi lascio cadere di schiena sul letto, provocando un miagolio infastidito alla piccola gattina nera che si agita, infastidita, saltando su un cuscino accanto a me, dove si acciambella soddisfatta. Sospiro, raggomitolandomi. Non ho dimenticato una sola parola di quell'incontro. Del resto, non potrei mai. E dire che le cose sembravano andare così bene..
[ Qualche giorno prima ]
"Jillian!" Jasper sorrise, affiancandosi alla bionda Corvonero che aspettava, paziente, accanto all'ingresso. Riconoscendolo, arrossì.
"Ciao, Jasper.." mormorò timidamente, abbassando lo sguardo sulle sue mani, coperte da un paio di guanti bianchi, come il cappotto che indossava.
"Mica volevi andartene senza prima salutarmi!" esclamò il ragazzo, corrugando la fronte e increspando le labbra in una smorfia che lei trovò adorabile e di fronte alla quale non potè fare altro che abbozzare un sorriso e negare, mentendo spudoratamente.
"Certo che no" mormorò con un filo di voce, sentendo il cuore accellerare impazzito. Il volto di Jasper si ammorbidì in un sorriso sghembo.
"Sono contento di vederti" riprese dopo qualche attimo, allunando una mano e catturando una ciocca di capelli della ragazza, attorcigliandosela attorno alle dita sottili. La sentì trattenere il respiro e, approfittando della paralisi totale che sembrava averla colpita, si avvicinò ulteriormente, contando sul fatto che lei sarebbe indietreggiata, trovandosi con le spalle contro la parete di pietra. Cosa che accadde. La bionda sussultò, arrossendo ancora di più se possibile, mentre lui si chinava in avanti, posando l'avambraccio sul muro, sopra la sua testa.
"Smetterai mai di giocare?" le chiese suadente, soffiandole le parole sul viso. Jillian corrugò la fronte, sentendosi come in trappola. Era affascinata, dal mago, non poteva negarlo: ma c'era qualcosa, in lui, qualcosa nel suo modo di fare, nella sua ostentata sicurezza, che la inquietava. Una sensazione, che si insinuava in lei ogni qualvolta si faceva troppo vicino, un brivido cui aveva sempre dato il nome di timidezza. Era, invece, la consapevolezza dell'errore che si nascondeva dietro quell'infatuazione. La certezza che c'era effettivamente qualcosa di sbagliato, che non era quello che voleva.
"Io non sto giocando" sussurrò la Corvonero, lavorando veloce di pensiero per trovare una via di fuga. Era una caccia, solo ora l'aveva capito. E il suo ruolo, purtroppo, era quello della preda.
"No? Allora smettila di scappare" ordinò suadente, avvicinandosi ancora di più. Le era talmente vicino da poter sentire il profumo del suo respiro, un aroma dolce e invitante che presto sarebbe stato ricordato come uno dei tanti rubati, nel corso di sei anni.
"Perché non dovrei?" ribattè lei a bassa voce, aggressiva. D'un tratto, era arrabbiata. Lui si ritrasse appena, lasciando che la sorpresa trapelasse sul bel viso prima che la frustrazione e la rabbia lo indurissero.
"Perché non c'è motivo" sibilò, cercando di mantenere un tono di voce tranquillo.
"Ah no?" fu lei a sospirare, questa volta "Jasper, non credere che io sia tanto stupida da non vedere. Ogni giorno che passa, c'è sempre una nuova ragazza accanto a te. Un giorno, un'altra ragazza. E io lo so, so che se ti do quello che vuoi, poi è solo questione di ore prima che trovi qualcun'altra. Io non voglio essere solo un'altra ragazza, una delle tante" abbassò lo sguardo, evidentemente dispiaciuta, prima di cercare gli occhi verdissimi di lui, che replicò immediato
"E allora spiegami il senso di tutta questa sceneggiata, che a me sfugge"
"Nessuna sceneggiata" fece per allungare una mano verso la sua guancia, abbozzando un sorriso, ma la ritrasse immediatamente non appena vide la sua smorfia "Tu mi piaci, e mi sembrava fosse piuttosto evidente" ammisse, arrossendo furiosamente "Ma non... non posso, ecco tutto"
"Non puoi? Non sarebbe meglio dire non vuoi?" l'accusò il Serpeverde, gli occhi fiammeggianti d'ira. La Corvonero si ritrasse ancora di più, facendosi piccola piccola contro la parete.
"Jasper, non dire così.." sussurrò.
"Io dico quello che voglio" riprese il ragazzo, più collerico che mai, prendendole il mente tra le dita e costringendola a guardarla negli occhi "E quello che voglio dire, ora, è che sei una codarda. Che hai paura, ma così tanta paura che il solo pensiero di aver sprecato così tanto tempo con te mi irrita, mi innervosisce"
"Mi fai male.." protestò la Corvonero, il volto teso dallo sforzo di non lasciare che le lacrime che sentiva riempirle gli occhi non trabordassero e scivolassero lungo le guance. Lui allentò la presa, automaticamente, stringendo i denti.
"No, non ti sto facendo male. Non quanto vorrei, in questo preciso momento" masticò le parole, una ad una, a fatica, sporgendosi verso di lei, che aveva iniziato a tremare. Per un attimo, un attimo soltanto, sentì l'irrefrenabile impulso di abbracciarla e scusarsi. Ma fu solo un attimo, subito cancellato dal fastidio dell'esser respinto. La prima volta, in assoluto, che succedeva una cosa del genere. L'idea soltanto lo faceva infuriare come mai prima d'ora.
"Smettila" iniziò a dire lei "Mi sti facendo paura"
Lui la guardò, senza dire una sola parola. Ormai piangeva. Si sforzava, con tutta se stessa, di non farlo, ma due grossi lacrimoni erano scivolati sulle guancie morbide, arrossate, ed erano arrivati alle sue dita. Gli occhioni verdi erano pregni di paura, ma sul fondo riusciva a leggervi qualche traccia di tristezza. No, lei non aveva mentito dicendo che lui le piaceva, ma allora perché quel rifiuto? Jasper non capiva. Come poteva, del resto? Non era nella sua natura essere rifiutato, la sua natura era prendere-usare-lasciare. Era fatto così, al contrario della Corvonero piena di sogni e speranze, ancora in attesa del suo primo bacio. Non riusciva a capire perché lei stesse dicendo di no. E la sua decisione fu la peggiore che potesse prendere in quella situazione: senza lasciar andare il suo volto, la immobilizzò. L'ultima cosa che vide, prima di posare le labbra su quelle di lei, fu l'espressione terrorizzata della ragazza che lo implorava di non farlo. Fu un bacio violento. Aggressivo. E quando finì, Jasper si accorse di ansimare leggermente, tanto era stato intenso. Nel bene e nel male.
"Ci avrei giurato" sussurrò, abbozzando un sorrisetto. Lei non disse nulla. Fissava il biondino, senza realmente vederlo, e quando finalmente lo mise a fuoco, aprì la bocca per parlare, ma non ne uscì nulla, se non aria.
"E' stato solo tempo sprecato.." disse dolcemente, prima di girare sui tacchi e allontanarsi, con un impeccabile sorriso stampato sul bel volto. Come se nulla fosse successo. Prima di sparire nel salone, si fermò un attimo. Si voltò, cercò la minuta figurina vestita di bianco che se ne stava appoggiata contro la parete, e disse, ad alta voce.
"Ah, dimenticavo... Buon Natale, Corvonero"
Poi, sparì.
Mi affaccio verso l'ingresso, dalla cima delle scale: è già affollato. Volti più o meno noti, più o meno famigliari, più o meno sorridenti. Inspiro a fondo. Anche se tutto quello che desidero è rinchiudermi in camera a piangermi addosso mangiando biscotti al cioccolato, devo fare un profondo respiro e scendere giù. Io-amo-il-Natale. Io-amo-il-Natale. Vorrei solo avere la testa saldamente ancorata sulle spalle e non tra le nuvole, è chiedere troppo? Cerco di convincermi che è stato solo un bacio, uno stupido bacio che non conta nulla. Perché è ovvio, che per lui non conta nulla. Quindi perché io devo darci così tanta importanza? Perché sei Jillian McKanzie, risponde una vocina nella mia testa, e sei una stupida sognatrice. Mi concedo un altro profondo respiro, come se l'aria pulita potesse lavar via i ricordi e farmi tornare vagamente lucida. Incrocio lo sguardo della nonna, mentre cautamente inizio a scendere lo scalone, facendo attenzione a non rompermi l'osso del collo scivolando giù dai tacchi vertiginosi che sono costretta ad indossare. Io-amo-il-Natale.
"Jillian, tesoro!" mi richiama all'ordine la madre di mia madre "Vieni qui, ci sono un paio di persone che devi assolutamente conoscere"
Intravedo, alle sue spalle, il volto sorridente di un Tassorosso intravisto qualche volta a Trasfigurazione. Meraviglioso. Non desideravo altro che passare la serata con un membro della Casa più pettegola della scuola. E per la terza volta, dopo ave sfoderato un sorriso abbastanza convincente, inspiro a fondo.
Io-amo-il-Natale.
30/12/2007
Ultimi giorni di scuola. Poi si torna a casa, liberi da compiti e interrogazioni, per le vacanze di Natale. Ida in questi giorni è sempre più felice, riguardo la faccenda con Tom Riddle, e la cosa non mi piace. Pur tralasciando le mie personali considerazioni riguardo il Caposcuola dei Serpeverde, un Purosangue come lui, intriso di tutta quella retorica sulla purezza della stirpe, mai e poi mai potrebbe prendere in considerazione una Tassorosso Mezzosangue, nemmeno se fosse bella come Ida. Devo capire cosa diavolo sta architettando quella sua testolina bionda, prima che finisca nei guai. In teoria non potrei entrare alla sala comune di Tassorosso, ma incrocio Matt Warren dopo l’ultima lezione e gli chiedo se lo posso accompagnare, visto che avrei bisogno di parlare con mia sorella.
“Certo, vieni con me!”mi risponde allegro.
Poco dopo, eccomi presso i sotterranei vicino alle cucine, nell’accogliente Sala Comune dei Tassi, le cui immense e morbide poltrone sono un invito all’ozio. Mia sorella non si vede in giro, ma una sua amica mi indirizza verso la sua stanza. Non c’è: ma ecco lì sulla scrivania il libricino su cui la vedo sempre scrivere ultimamente. Apro su una delle ultime pagine e leggo il racconto di una litigata con una sua amica che aveva osato definirlo “spocchioso”. Purtroppo riesco solo a leggere di questo episodio, perché sento dei passi che sia avvicinano, e sono costretta a lasciar perdere. 
Ida entra nella stanza: quando mi vede è sorpresa ma contenta.
“Julia!”
“Ciao piccolina, come va?”
“Tutto a posto. Julia devo dirti una cosa!”
Sembra quasi esaltata. Ti prego, fa che non sia per Tom Riddle. Ti prego, fa che non sia per nulla che riguardi quell’essere disgustoso.
“Stamattina ho mandato un biglietto a Tom.”
Sì, è in questo stato per Tom Riddle. Per quell’essere disgustoso.
“E cosa ci hai scritto?”
“Non è importante. Però ha accettato di vederci. Ti rendi conto?!”
Certo che me ne rendo conto. Così come mi rendo conto che se Tom Riddle ha accettato di incontrare Ida, allora c’è sotto qualcosa. Qualcosa che lei non vede, e che quindi dovrò scoprire io.
“Ida, sai come la penso…”
“Sì, lo so. Ma Tom non può essere una persona normale? Come me?”
La guardo con un misto di compassione e rabbia. Come può essere così stupida? Ma forse è l’amore, che rende ciechi. Forse è per questo motivo che io non mi sono mai innamorata: non credo di poter sopportare di perdere il controllo su di me, sulle mie emozioni.
“Piccolina, non fare sciocchezze.”
“Non ho intenzione di andarci a letto, se è questo che pensi.”
“Non mi riferisco solo a quello. Fa’ attenzione in generale. Quando vi incontrerete?”
“Non lo so ancora. Mi ha solo scritto questo.”mi dice, estraendo dal suo diario un frammento di pergamena. Le uniche due parole, tracciate con una grafia secca e nitida sono ‘Va bene’. Incoraggiante, come messaggio d’amore.
Gli occhi di Ida scintillano.
È cieca, cieca, cieca. Dovrò proteggerla io.
“Ida, per favore, stai attenta.”
“Julia, tu sei solo gelosa.”
Ed è ovvio che una bella litigata non poteva mancare.
Sebastian in questo periodo si sta vedendo con una tizia che in tutta sincerità non riesco a sopportare. Partendo dal presupposto che lui ha una corte (e mai parola fu più azzeccata) di ragazze che sospirano ad ogni suo gesto, ce ne sono alcune che sono perlomeno decenti. Ma questa Sissy è davvero un incubo. La sua risata stridula mi fa a dir poco rabbrividire.
“Cosa diamine ci trovi in lei, vorrei proprio saperlo.”gli dico stamattina, mentre bevo il mio caffè.
“Dài, è carina. E poi mi tiene di buon umore.”
“Per forza, è di una stupidità abissale. E poi, è una ragazza facile. Più facile della Stevens di Corvonero.”
“Non offendere la mia intelligenza. Se volessi una storia seria, di certo non mi metterei con una del genere.”
“Ah, si? E con chi ti metteresti?”
“Non lo so…”dice, mentre i suoi occhi vagano per il tavolo di Corvonero, e poi aggiunge: “Devo parlare con Georgiana… di Riddle.”
“A proposito di Riddle, mi sono dimenticata di dirtelo!”
“Che cosa?”mi domanda, molto più interessato al suo croissant che a me.
“Riddle e Ida si incontreranno.”
“Sai che storia, io lo incontro sempre.”
“Che scemo che sei. Nel senso che hanno un appuntamento.”
“Come sei vittoriana. Diciamo che escono.”
“Va bene, escono…o meglio, usciranno.”
“La cosa non è che mi convinca molto: Riddle non ama i Mezzosangue. Non parla nemmeno, con loro, se può evitarlo. Con me è obbligato, perlomeno durante le riunioni dei Caposcuola.”
“Si vede che sei ancora obnubilato dal sonno…lo vieni a dire a me che detesta i Mezzosangue?! Infatti ho deciso di seguirla, quando succederà il fattaccio.”
“Cioè?”
“E chi lo sa. Dopo le vacanze, credo. Sappi che sei precettato.”
Sebastian mi rivolge uno sguardo condiscendente.
“E va bene, Julia. Sarò il tuo Watson. Posso dirti che tutto questo mi sembra una grandissima sciocchezza?”
È sera ormai. Dopo la chiacchierata con Sebastian a colazione, e dopo una normale giornata di scuola, oggi pomeriggio sono andata con Georgiana a fare una passeggiata nel parco. Lei ha beccato Riddle che si inoltrava nella Foresta Proibita, io ho beccato Ida che lo pedinava. Non mi sono trattenuta dal darle una seria lavata di capo. E poi che vergogna di fronte a Georgiana, con cui mi ero appena sfogata riguardo le mie ultime scoperte su quella stupida di mia sorella. L’ho riaccompagnata fino agli alloggi dei Tassorosso, e l’ho lasciata in custodia alla sua migliore amica, che per fortuna la pensa come me.
Si parte per le vacanze di Natale. Scesi dal treno, io e Sebastian ci salutiamo e ci scambiamo i regali. Il suo è un acquisto che risale all’estate scorsa, durante la mia ultima visita a Londra. Un oggetto babbano, s’intende: una radio. È abbastanza pesante, e lui non perde occasione per lamentarsene. Il mio regalo invece è una scatola confezionata con una carta da regalo panna ed un grande fiocco argentato. Così, a prima vista, mi piace molto.
Un abbraccio, e poi raggiungo Ida che mi aspetta sulla pensilina. Con le nostre valigie, prendiamo un taxi nella città devastata dai bombardamenti. Poche persone si aggirano per le strade di Londra. I babbani stanno combattendo l’ennesima delle loro guerre, ma questa volta ci stanno mettendo molto impegno affinché sia la più distruttiva possibile. L’ aeroporto di Heathrow funziona a singhiozzo, ma i voli civili per Oslo sono ormai annullati a causa e conflitto. Quindi non ci sono molte possibilità di tornare a casa, se non la Polvere Volante. Il taxi ci deposita di fronte ad un alberghetto di nome “Specchio d’acqua”, dove abbiamo prenotato una doppia per due settimane. La proprietaria è un’anziana Maganò, che ci ha già aiutato negli anni scorsi. Ci registriamo, poi saliamo in camera. Ci riposiamo per una mezzora, ci rinfreschiamo, poi estraggo la Polvere Volante e attraversiamo le fiamme.
Eccoci nella sala da pranzo, a casa, ad Oslo. Nostro padre, Nils, è immerso nella lettura di uno dei suoi libri di taumaturgia magica; Siri, la mia matrigna, la madre di Ida, lavora a maglia: non appena vede sua figlia scatta in piedi e l’abbraccia con calore. Mio padre, più placido, invece si occupa di me.
Portiamo le valigie in camera, e finalmente posso concedermi un bagno in completa tranquillità, giocando un po’ grazie al mio potere, l’idrocinesi. Emergo dall’acqua, e sento in lontananza il telefono che squilla. La tecnologia babbana è molto utile, e Siri, che è un’umana sprovvista di poteri magici, non ha voluto privarsene. Senza contare che ad Oslo, con il tempo inclemente che c’è per gran parte dell’anno, non sempre è possibile mandare gufi: così la maggior parte delle famiglie di maghi ha fatto questa piccola concessione alle invenzioni babbane. Poco dopo, sto parlando con Marit, la mia migliore amica. Anche lei è appena tornata da Durmstrang, e concordiamo di vederci domani, per scambiarci i regali.
“Ti va se si unisce anche Alex?”
Alexander Liedholm, infatti, è il cugino di Marit, ma sono cresciuti insieme e si vogliono molto bene. Quando ci siamo incontrati a Hogsmeade, io e lui abbiamo riso tanto ricordando alle disavventure di noi tre, quando eravamo piccoli. Poi con Alexander ci eravamo un po’ persi di vista, nonostante frequentassimo la stessa scuola, a causa della differenza d’età e dei diversi giri di amici. Una volta che poi si era diplomato, non l’avevo più visto.
“Va bene, venite verso le cinque.”le rispondo.
Ho appena riattaccato, quando mio padre mi chiama. Lo raggiungo in sala da pranzo.
Nils Versten, mio padre, è un mago guaritore: una qualifica molto particolare nel mondo magico. Il suo lavoro potrebbe essere paragonato a quello che svolgono i MediMaghi al San Mungo, ma in realtà lui si occupa più di trovare nuove cure, che di applicare quelle conosciute. La mia famiglia, da un punto di vista babbano, potrebbe essere definita della borghesia medio-alta, poiché non appartiene al rango delle famiglie dei Principi di Serpeverde, dei Traviston o dei Salinger, ma gode lo stesso di un certo prestigio. Il fatto che mia madre sia una ninfa delle acque, poi, era un punto in più, anche se il matrimonio di mio padre con una babbana non è stato per niente ben visto dalla società. Soltanto il valore di mio padre nel suo lavoro ha salvato la mia famiglia dall’emarginazione, permettendoci di mantenere il rispetto del mondo magico: le nozze di mio padre vengono di solito definite come una ‘stravaganza da scienziato’, come direbbero i babbani.
Seduto davanti al fuoco, sta mangiando una fetta di julekake, il tipico dolce norvegese di Natale.
“Julia, siediti un po’ vicino al tuo anziano papà.”
“Non dire sciocchezze.”
Mi sorride con i suoi occhi azzurri, gli stessi che abbiamo Ida ed io.
“Come vanno le cose a Hogwarts?”
“Normali, come sempre.”
“Quel tuo amico, Sebastian…?”
“Sta bene. Credo che verrà a trovarci per Capodanno. Con la mia amica Georgiana. Se ti fa piacere.”
“Certo, lo sai che mi è simpatico. Mi piace averlo in giro per casa.”
“Papà, è inutile che ci ritorni su ancora. Io e Sebastian non siamo fidanzati. È un po’ come se fosse mio fratello. Il mio gemello.”
“Lo so, lo so. Ma mi piace vedere il cipiglio che inalberi quando ne parlo! E Georgiana? Non l’avevi mai invitata prima.”mi dice sorridendo.
“Siamo diventate davvero amiche, papà. Non che prima non lo fossimo, ma…lei è diversa dalle ragazze di Hogwarts. È come Marit. Non è un problema se viene anche lei, vero?”
“No, tesoro. Per conto mio puoi invitare tutta la scuola, se ti fa piacere!”
Mio padre è l’unico che mi capisce fino in fondo, forse perché comprende la parte di me che non è umana, l’eredità di mia madre. Credo che per lei abbia sofferto moltissimo, quando, dopo avermi dato alla luce, se ne era andata, rituffandosi nel mare del gelido fiordo dove aveva incontrato mio padre meno di un anno prima. Il marchio della mia diversità, oltre al potere dell’idrocinesi, sono i capelli scuri, rari nelle terre scandinave, che sono suoi, come i tratti del viso. Non l’ho mai conosciuta.
“Allora, cosa volevi dirmi?”
“Tua sorella mi sembra strana. Appena siete arrivate è corsa in camera, ed ha già mandato un gufo a Hogwarts. È successo qualcosa?”
Hogwarts. Dove c’è Tom Riddle.
“Lo sai, è pazza del Caposcuola di Serpeverde.”
“Da quello che mi hai sempre detto, non mi pare un tipo raccomandabile.”
“Infatti. Cercherò di tenerli lontani.”
“Ida oramai ha sedici anni, non puoi farle da balia.”
“Lo so. Però la devo tenere d’occhio.”
“Sì, mi sentirei più tranquillo anch’io se lo facessi.”
Guarda pensieroso il fuoco per un istante, e poi mi dice:
“Allora, non la vuoi una fetta di torta?”
Marit ed Alexander arrivano puntuali, e subito ci sediamo a chiacchierare in camera mia, che si trova nella mansarda della casa. Io e Marit ci mettiamo subito a spettegolare dei nostri amici, mentre Alexander si aggira per la mia stanza incuriosito dagli scaffali di libri e dai dischi. In un angolo, poltrisce Rikke, il labrador di casa.
“Julia, ascolta…per Capodanno ho in mente una cosa!”
“Ovvero?”
Marit mi guarda con un sorriso astuto.
“Che domande! Una festa, no? Con tutti i nostri amici! È un secolo che non ci vediamo tutti insieme, dall’estate scorsa.”
“Per me va bene, però dovrebbero venire due miei amici di Hogwarts. Sebastian e Georgiana.”
“Non c’ è problema! Fra l’altro…avremo la casa libera. I nostri genitori partono domani. Quindi sarà una festa immensa!”
Alexander interviene:
“Cosa non devo sentire! Guarda che potrei denunciarti, io lavoro al Ministero!”
Che strano, pensare che il mio amico lavori lì. Eppure sembra ieri che frequentavamo entrambi Hogwarts.
“Sì, e i tuoi amici? Tanto vengono anche loro, quindi credo proprio che non ti convenga!”ribatte Marit, facendogli una linguaccia.
Alexander alza gli occhi al cielo, e Marit sorride trionfante:
“Bene, allora è deciso: a Capodanno, festa a casa nostra!”
29/12/2007
Nebbia. Nuvole bianche si alzano dall'acqua, diffondendosi nell'aria densa e umida; la vasca circolare del bagno dei Prefetti e Caposcuola è piena di schiuma azzurrina, che profuma intensamente di gelsomino. Il silenzio idilliaco è rotto solo dalle risate della Sirena, che si agita nella cornice e si pettina i capelli.
Gli ultimi giorni sono stati, in una sola parola, confusione. Dopo un periodo di stallo, in cui tutto sembrava essere andato al suo posto, gli insegnanti sono stati presi da una mania da interrogazione che ha costretto tutti noi del settimo a infinite sedute di studio matto e disperato. Non abbiamo avuto neppure il tempo di finire di fare le valigie, così il mio baule è rimasto semivuoto e, in effetti, lo è ancora.
Mi sono concessa un bagno per pensare ai brutti fatti degli ultimi giorni senza sentirmi in colpa perché dovrei fare qualcos'altro. L'incontro con la ragazza di Garet Haslett – o presunta tale – mi ha lasciato l'amaro in bocca; è stato come se avessero preso a schiantesimi i miei desideri, già fragili e sul punto di andare a pezzi. Non ho più avuto il coraggio di fermarmi a chiacchierare con i suoi amici, se escludiamo gli incontri ufficiali con Sebastian, solo per paura che arrivasse anche lui. Ammettiamolo, forse mi terrorizzo per nonnulla, ma preferisco prendere le mie precauzioni e non rischiare di non potermi più far vedere in giro perché le voci si sono diffuse.
Esco dalla vasca, sondando prima il fondo della stanza da bagno con attenzione: mi è bastata già una volta la comparsata inopportuna di un prefetto di Tassorosso, che ora non ha più il coraggio di guardarmi in faccia. La grossa pila di asciugamani soffici e profumati mi aspetta sul bordo di marmo della vasca incassata nel pavimento; mi tampono i capelli con delicatezza.
Probabilmente quella sfida è un segno del destino: vuol dire che non trarrei nessun vantaggio a perseverare con questa faccenda di Garet, anzi. E' un messaggio che mi intima di smetterla. D'altronde, ho già abbastanza problemi: oltre alla scuola, che in questo periodo è davvero impegnativa come non lo è mai stata, c'è il problema Tom Riddle e tutto quello che comporta. Non possiamo davvero contare sull'aiuto dei professori, visto che non dà loro alcun motivo di preoccupazione né indizi sulla sua vera inclinazione. Sia Sebastian che Julia, anche se per motivi diversi, hanno messo Riddle in cima alla loro lista di nemici pubblici: non posso che dare loro ragione.
Recupero dalla sedia in angolo il mio maglione di taglio semplice, sportivo, e i vecchi jeans che ho ripescato dall'armadio di mia madre e che lei usava per il Quidditch: anche se mi piacesse farlo, non avrei proprio alcun motivo per vestirmi più elegantemente: l'unico programma che ho per le prossime ore è finire il baule, cenare e scambiarmi i regali di Natale con le mie amiche.
Chiudo la porta, facendo scattare la maniglia e quindi l'allarme eventuali intrusi. Mi dirigo verso la statua di Boris il Basito, alla mia destra, per scendere al quarto piano, da dove sarà ben più semplice raggiungere la torre di Corvonero. Dopo sei anni e mezzo, andare su e giù per la scuola è diventato un giochetto: non dico di conoscerla perfettamente, ma non mi capita quasi più di perdermi. Saltello, atterrando sul pianerottolo del quarto piano: sono le cinque e mezzo, e non ci sono molti studenti in giro. Improvvisamente, poco lontano da me compare l'unico che assolutamente non avrei dovuto incrociare. Garet.
Sta parlando con una biondina piuttosto insignificante, e sembra che stia ridendo di gusto. Affretto il passo, praticamente volando a nascondermi dietro al grosso grifone di pietra che troneggia in mezzo al corridoio; da lì, ricomincio la mia marcia verso la porta che conduce all'ala ovest. Non ho alcuna intenzione di parlargli, e per proprietà transitiva nemmeno di farmi vedere! E poi chi se ne importa se ha una ragazza, a me non interessa. Non più.
« Georgiana! Georgiana! » Oh no. L'ultima volta che qualcuno mi ha urlato in corridoio, ho rischiato di doverla sbudellare. Mi volto lentamente, serrando le mani attorno alla mia tracolla sgualcita. Cerco di assumere un'aria sufficientemente professionale, nel caso sia qualcuno che ha bisogno del mio ruolo istituzionale. Ma di certo Garet non ha bisogno di una Caposcuola; mi sento scuotere tutta dai brividi, mentre si avvicina. Non riesco neppure a salutarlo: mi limito a storcere la bocca, tentando di fare un sorriso.
« Ti devo delle spiegazioni. » Gli trema la voce; sembra davvero preoccupato, e spero che non sia a causa di ciò che sta per dirmi.
«Io... ehm ... sì? » borbotto, cercando di non fargli notare che sto tremando come una foglia.
«Denise ... quella psicopatica. Sì, insomma .. lei non è la mia ragazza. E' una mia amica d'infanzia, ma ha perso tutte le rotelle crescendo. » Si lascia sfuggire una risatina nervosa. Mi fa una certa tenerezza, devo ammetterlo, soprattutto perché si è preoccupato per me. « Immagino che ti abbia spaventata .. beh, ti chiedo scusa. » Abbassa lo sguardo. Aaah, sto andando in brodo di giuggiole.
« ... tranquillo, e grazie delle scuse. Va tutto bene. » Sono commossa dalla sua gentilezza. Faccio per allontanarmi, poi mi fermo. « ... e buon Natale! » gli schiocco un bacio sulla guancia, tanto per non lasciare niente al caso, e me la do a gambe, filandomela verso il mio dormitorio.
Thump. Thump.
Alt. Cosa sta succedendo? Mi scosto dal viso il piumone, sentendo l'aria gelida del mattino sulla faccia. Dal corridoio provengono tonfi dal ritmo regolare, apparentemente attutiti. Mi rigiro nel letto, sospirando. Anche quest'anno i miei cugini stanno facendo rumore su e giù per le scale, tentando di svegliare tutta la famiglia in modo da aprire i regali al più presto. Lancio un'occhiata all'orologio: le nove e mezzo. Sono resistiti addirittura due ore più del solito, sono quasi stupita.
Mi alzo a fatica, ancora intontita dal sonno; strappo dalla sua gruccia la mia vestaglia blu oltremare e me la infilo, cercando a tentoni le pantofole.
Sophie, Luke e John hanno iniziato a marciare davanti alla porta della mia camera; socchiudo la porta, spiandoli mentre si sussurrano all'orecchio piani criminali per svegliarmi.
« Beh, buon Natale! » li saluto facendoli sobbalzare; si voltano verso di me con aria stupita, per poi corrermi in contro a farmi gli auguri. Sono così teneri: talvolta mi infastidiscono, ma voglio loro troppo bene per arrabbiarmi seriamente. Prendo in braccio Luke, tre anni appena compiuti, e mi dirigo verso le scale: per occuparli finché non si alzeranno i nostri genitori, farò preparare loro la colazione per tutti.
John, nove anni, sta spalmando di marmellata un quantitativo enorme di biscotti quando gli adulti scendono. Ci scambiamo gli auguri, lasciando finalmente liberi i piccoli di correre ad aprire i loro pacchetti.
Mia madre spalanca la finestra, facendo entrare i gufi infreddoliti che stanno aspettando sul davanzale della cucina.
« Georgie, queste sono per te! »trilla consegnandomi un pacchetto di buste. La prima lettera è di Julia, che mi conferma il suo invito ad Oslo per Capodanno: ha organizzato una festa, e non vuole rimanere sola in mezzo ai norvegesi. Ci sono gli auguri di vari amici, ma anche di sconosciuti: la più tenera è quella a nome dei 'tuoi piccoli Corvonero', firmata da tutti quelli del primo.
L'ultima busta è di una bella pergamena spessa, quella che solitamente usa Annette; sono piuttosto preplessa, infatti, quando dentro trovo un foglio bianco, non azzurro, e scritto in una grafia che di sicuro non è quella della mia amica. Dopo poche righe, arrossisco violentemente: mi sento la faccia andare a fuoco. Proprio lui: non me lo aspettavo. Mi fa gli auguri di Natale, e si augura di rivedermi presto a scuola.
Ripiego la lettera e me la poso sulle ginocchia, prendendo in mano i pacchetti che Sophie mi porge.
Buon Natale, già.
29/12/2007
Ho sempre adorato il Natale, da bambina ricordo che la sera della vigilia mio padre faticava come un matto

per riuscire a mettermi a letto e tutto questo non solo quando ero bambina, l'emozione è rimasta a lungo, durante le vacanze con Pearl ci divertivamo ad addobbare casa sua e io ammiravo il suo enorme albero verde e rigoglioso ricoperto da luci sfavillanti e decorazioni costosissime, poi riempivamo la casa di vischio, ci vestivamo ogni giorno di rosso e indossavamo continuamente buffi berretti simili a quelli di Babbo Natale!.
Passavo con lei le vacanze e anche il Natale, i suoi invitavano la mia famiglia ma solo mia sorella veniva, papà rifiutava sempre, non lo posso biasimare è una famiglia molto snb, hanno accettato me perchè sono bella e simile alla figlia ma mio padre davvero va al di là di ogni loro comprensione!.
Quest'anno sarà il primo anno da quando ho cominciato la scuola che festeggerò il Natale a casa, non so davvero che cosa aspettarmi, Lara sembra eccitata, ma d'altronde lei è sempre molto entusiasta di qualsiasi cosa.
Il giorno prima della partenza per le vacanze di Natale è una vera chiavica; non si fa mai niente le lezioni durano dieci minuti e subito si passa a raccontare tutte le cose fantastiche e avventurose che si faranno durante la pausa, il che potrebbe anche essere piacevole ma, sinceramente, mi annoia molto ascoltare tutte queste chiacchiere inutili.
Mi dirigo verso la biblioteca, agguanto il primo libro che mi capita sotto mano (
storia di antiche famiglie magiche) e mi vado a sedere su una poltrona vecchia e polverosa accanto alla finestre, mi metto di lato con la testa e le gambe appoggiate sui braccioli leggo il titolo del libro, vorrei cambiarlo ma lo scaffale mi sembra lontanissimo e allora comincio a sfogliarlo e un nome cattura la mia attenzione:
~ Bourgeois ~
Antica e nobile famiglia francese nata agli inizi dell'anno 1000 ecc..
la storia continua fino ad un quarto della pagina, una storia abbastanza noiosa devo sire caratterizzata più che altro da uomini guerriri e lotte all'ultimo sangue per la conquista di un territorio, dalla famiglia di Pearl mi sarei immaginata una storia un pochino più raffinata, decisamente.
Sospiro e porto indietro la testa, a quest'ora la biblioteca è vuota e la luce arancione e giallastra del tramonto invade l'ambiente
"ecco" penso
"questo è uno di quei momenti che ricorderò come uno dei più piacevoli della mia vita" alla fine sono le piccole cose le più piacevoli.
Appoggio il libro a terra un attimo e mi accoccolo sul divano con le ginocchia premute sul petto.
Ad un certo punto sento dei passi che vengono proprio verso di me ma non ho la voglia ne la forza di aprire gli occhi, la persona si ferma dietro di me per un pò e poi si abbassa verso il mio orecchio:
"Psssss ...!" un fischio leggero mi fa aprire gli occhi, me li stropiccio e vedo Ephram che mi guarda, qualsiasi altra persona avrebbe esclamato
"ma che fai dormi?!" o stupidaggini simili, giusto per dare fastidio, lui invece mi guarda serio.
"Ephram! scusa mi ero assopita un attimo" mi siedo composta sulla sedia cercando fare in modo che il mio aspetto risulti almeno accettabile, mi sento le guance che scottano e la febbre alta.
"Ti senti poco bene?" mi chiede lui
"no è che ho dormito poco, come al solito" mi guarda con i suoi occhi grandi e scuri e vorrei che posasse la sua mano sulla mia spalla per un secondo almeno,
"che fai a Natale?" mi chiede
"sto con la mia famiglia" gli rispondo
"i miei danno una festa per la vigilia, se vuoi tu e la tua famiglia potete venire" lo guardo un pò stupita, i suoi non mi sembrano tipi mondani
"che genere di festa è?" "una festa tranquilla" e sorride dolcemente
"niente abito da gala non ti preoccupare" io lo guardo
"sarei venuta comunque, figurati!" " ok allora!!! per il posto e l'ora esatta vi arriveranno gli inviti a casa" "ti rigrazio Ephram" "io devo ringraziarti, senza di te sarebbe stato tutto molto meno bello!" .
No non credo di essere arrossita, non più di quanto sia già rossa almeno ... spero,
"che stai leggendo?" mi chiede mentre si china a prendere lo stupido libro a terra,
"aspetta!" esclama
"facciamo un gioco!, ne apro una a caso vediamo chi viene fuori!" apre una pagina a caso e me la mostra
~ Klyuev ~
Antichissima famiglia russa, il nome deriva dall'aggettivo Klyuvyi che significa bello e virtuoso.
Il capostipite di questa famiglia fù Andrej Klyuev compagno e amico di Salazar Serpeverde, insieme i due potentissimi maghi oscuri si appropriarono delle antiche reliquie della città di Khar, la prima città di maghi nella storia dell'umanità, con l'intento di governare il mondo magico.
In seguito però i due maghi oscuri si divisero anche a causa di una giovane donna di nome Irina che stregò il cuore di Andrej e fece in modo di redimerlo, Andrej infatti sconfisse Salazar Serpeverde in un duello e distrusse le reliquie della città di Khar, in seguito Salazar fondò Hogwarts mentre Irina e Andrej si sposarono e diedero vita alla famiglia magica più potente e della storia passata.
Ora purtroppo non c'è più nessun Klyuev in vita, essi, infatti, sono stati sterminati da numerosi maghi oscuri che cercavano le reliquie della città di Khar.


lessi le prime poche righe dedicate a questa famiglia russa mentre Ephram la fissava, "sai mi ricorda qualcosa questo nome" sussurrai "l'avrai letto da qualche parte" mi rispose Ephram " si forse".
"Noir non lo se ho voglia di passare la vigilia a casa di questo Ephram!, Priscilla mi ha detto che è un tipo strano!" la guardo scocciata "e chi sarebbe questa Priscilla scusa?" " è una ragazza del secondo anno serpeverde che mi sta aiutando ad avvicinarmi a Deindre" "mi sebra che tu sia già abbastanza vicina a Deindre visto che ti sono dovuta venire a staccare da lei!, e poi senti fai un pò quello che ti pare!!"
ecco qua adesso mi mette il muso per tutto il viaggio!
28/12/2007


Tiro un respiro di sollievo non appena mi lascio alle spalle la porta e tutto quello che c'è al suo interno, ovvero Silente e la montagna di lettere che ho dovuto compilare. Prima di varcare quella soglia questo pomeriggio pensavo che la punizione assegnatami non fosse così insostenibile. 'Cosa vuoi che sia scrivere due o tre lettere al Ministero', mi dicevo. Che stupida, come ho potuto pensare a sole 'due o tre lettere'. Entrata nell'ufficio mi son quasi sentita male alla vista della quantità di carta sulla scrivania già fin troppo affollata del prof Silente.
"Ben arrivata signorina Blackster. Si accomodi pure...può cominciare subito allora!". Non so se è il suo sorriso innocente ad irritarmi tanto, o solo il fatto di aver visto tutte le mie illusioni infrangersi improvvisamente. Ma comunque ora è finita per fortuna, meglio non ripensarci. Sento ancora il torpore nelle mani stanche e sporche d'inchiostro. Prendo la bacchetta e smacchio le mie povere mani, poi alzo lo sguardo fino alla prima finestra del corridoio.: fuori è buio pesto. Ma che ore saranno maledizione, avevo un appuntamento da Geert! A quanto pare compilare quei fogli mi è costato più tempo del previsto. Meglio correre. Geert mi ha promesso una sorpresa per stasera, e io non me la voglio certo perdere.
Corri. Corri. Corri.
Arrivo in sala comune e con la coda dell'occhio scorgo alla mia sinistra Tom Riddle apparentemente chino su un libro, ma con lo sguardo fisso nel vuoto. Chissà cosa starà vedendo la sua mente oltre il confine del libro, dove si staranno perdendo i suoi pensieri? Una cosa è certa: non devono essere pensieri felici: il suo bel viso è contratto in una smorfia e le mani stringono forte e avide il libro, come se potesse sfuggirgli da un momento all'altro. Non si accorge nemmeno del risuonare dei miei passi affrettati nelle stanza, ormai semi-vuota, o del mio respiro affannato.
Devo fermarmi a respirare.
"Sembri allegra"
"Ho appena visto Jasp.."
"Ah...". Ogni volta che nomino Ed o Jasp, Geert ha sempre la stessa reazione, se davvero si può definire reazione uno stupido 'Ah'.
"ci sono problemi tra di voi?"
"Niente di importante o di irrisolvibile." Storco il naso mentre Geert mi sorride dolcemente, come per rincuorarmi. Non so se riesca davvero a farlo, di sicuro l'idea che non vadano d'accordo non mi piace, però in questo momento riesce a non farmici pensare. Geert è proprio come il mio tenero orsacchiotto, quello che quando sei piccola stringi forte nelle notti buie, quello in cui puoi trovare sempre e comunque consolazione e ristoro; Lo stesso che poi dimentichi con gli anni, quando trovi qualcosa di decisamente più interessante o di più bello, e nonostante tutto, lui è sempre lì pronto ad aspettarti e ad accoglierti di nuovo, infinitamente generoso e immensamente ingenuo. Mio povero piccolo Geert...
"Lo sai che sono 4 mesi che stiamo insieme oggi?". Il respiro si interrompe per un momento. Cavolo...già quattro mesi....vuol dire che sono quasi 6 mesi che stiamo insieme, un'eternità!
"Certo che lo so!"
"Beh...ho una sorpresa per te, chiudi gli occhi.". Abbasso le palpebre e per qualche strano motivo nella mia mente si affollano pensieri do ogni genere..
"Aprili". Un' esercito di rose rosse si para davanti ai miei occhi. Un bellissimo oceano color sangue.
"Ma sono...bellissime". Colpita dal profumo inebriante dei fiori quasi non mi accorgo del biglietto giallo pallido. Lo leggo. Due parole, due sole parole bastano a sconvolgermi: 'Ti amo'. Cosa devo fare? Cosa bisogna dire in certe occasioni? Forse niente, forse tutto. Guardo Geert e spero non si accorga del panico che si sta velocemente impossessando di me. Lui al contrario è così sicuro...
"Dè, piccola, sono convinto di amarti. Ti amo.". Pensavo di aver passato il peggio, ma a parole fa un altro effetto: effettivamente il panico è amplificato al massimo. Eppure è gratificante sentirselo dire, se si trascura il lato tragico della faccenda: io non lo amo. Non posso farci nulla, è così e basta; E' vero, gli voglio bene( è pur sempre il mio orsacchiotto) e bacia decisamente bene, ma non rinuncerei a nulla per lui.
Ma non posso continuare col silenzio, devo assolutamente dire qualcosa; Probabilmente 'Ti ami anch'io? sarebbe l'ideale, ma le parole mi si spengono in gola. Dalla mia bocca non esce nulla. C'è solo il silenzio.
"Non preoccuparti piccola, non devi dire niente se non te la senti. Aspetterò. Aspetterò fin quando sarà necessario, fin quando tu non mi amerai davvero."
"Tu sei troppo buono con me. Non devi, io ti deluderò. E' inevitabile". Tutti noi viviamo di illusioni ogni giorno, ci aiutano ad andare avanti, ma verrà il giorno in cui qualcuno le distruggerà. Lo so, ne sono consapevole adesso più che mai: sono io. io distruggerò le illusioni di Geert. Voglio che sia preparato, che sia avvisato, così quando accadrà non mi sentirò in colpa. Prende le rose dalle mie braccia,le posa sulla scrivania, si avvicina e mi abbraccia. Tra tante bugie la verità è l'unica ad essere ignorata alla fine...
"Non dire stupidaggini..."mi bacia. La stanza è vuota, non c'è nessuno dei suoi compagni di stanza. Lo faccio sedere sul letto mentre continuiamo a baciarci. Come sono egoista: ho appena rifiutato il suo amore e ancora non mi basta, devo farlo soffrire ancora di più ed andarci a letto. Dovrei sentirmi disgustata di me stessa e invece sono solo divertita. Gli slaccio la camicia e poi inizio con la mia, mentre lui è come inerme, finchè...
"No..."
"Cosa?"
"Ho detto no piccola...non è giusto, non così...". Mi alzo di fronte a lui, delusa, mareggiata,
rifiutata.
"Geert sono quattro mesi che stiamo insieme, non te lo sto chiedendo, lo pretendo!"
"Piccola non sai quello che dici...tu non mi ami! Non ancora perlomeno.."
"E allora?" Mi guarda stupito.
"Non sempre l'amore è necessario per certe cose...insomma..."
"Per me non è così. Io voglio essere sicuro dei tuoi sentimenti prima!". Non posso credere alle mie orecchie. Mi sembra inverosimile che io sia la donna e lui l'uomo, in questo momento sembra il contrario. Incrocio le braccia mentre l'ultimo rimasuglio di vergogna si trasforma in rabbia. Chiudo gli occhi.
"Dè non fare così...quando sarai pronta lo faremo"
"Ma io sono pronta!"
"Non mi ami."
"Ma ti voglio!"
"Non basta"
"Tutti vorrebbero venire a letto con me!"
"Ma io non sono tutti, io ti amo." Inarco le sopracciglia: adesso cosa c'entra l'amore?
"Forse è meglio che me ne vada ora"
"Piccola non fare così...resta ti prego..."
"Ciao Geert." Esco e dimentico persino quelle fantastiche rose rosse. Spero solo si senta in colpa per quello che ha fatto.
"Ma buona sera" Edward sta salendo le scale verso la sua stanza.
"Ciao" Il suo sguardo si sposta dal mio viso verso il basso , e assume un'espressione dapprima perplessa, poi divertita.
"Notte brava è?" Cerco di capire cosa l'abbia indotto a dirlo e così noto la mia camicetta ancora sbottonata. Chiudo velocemente l'apertura:
"Se magari...te invece?"
Si fa serio,
"...il solito..."
"Va bè, vado a dormire che sono...esausta!"
"Certo, notte Dè" "Notte Ed"
Raggiungo la porta della mia stanza e non ho nemmeno la forza di pensare a cosa ci facesse in giro Ed a quest'ora. C'è un'ultima cosa che devo fare però. Mi fiondo in bagno davanti allo specchio.
"Ti amo ti amo ti amo..." Andando avanti così dovrei almeno riuscire a convincere me stessa...
L'altra mattina le rose rosse erano sul mio comodino accompagnate da un biglietto 'Scusa...ti amo'. Ashleigh ha semplicemente ignorato me, le rose e il biglietto come sempre, e penso che il suo odio verso di me stia raggiungendo livelli inimmaginabili. Amber come al solito si è mostrata entusiasta e non ha fatto che riempire il mio dormiveglia a suon di 'Ma come sei fortunata..', 'sono davvero bellissime', e cose del genere. Aspettavo con ansia solo i commenti acidi di Violet ma, con mia enorme sorpresa, era già uscita da un pezzo.
La situazione con Geert alla fine è migliorata e abbiamo fatto pace; a dir la verità solo perchè mi sono ripromessa di riuscire a corrompere il suo animo nobile mentendo sui miei sentimenti, ma mi ha già smascherata per ben due volte. In ogni caso cerco di stargli alla larga ed esercitarmi più che posso.
Le decorazioni natalizie che padroneggiano nella scuola non fanno che ricordarmi che il natale ormai è prossimo, e quindi anche la nostra partenza; l'atmosfera natalizia non sembra tuttavia aver contagiato i professori che nell'ultima settimana si sono impegnati per renderci la vita più amara di quanto fosse lecito.
Per questo motivo ora mi ritrovo nella biblioteca a prepararmi per l'ultimo compito di Storia della Magia che, come ci ha più volte ricordato il prof Ruf, sarà 'decisivo la media finale'. Penso non ci sia materia più noiosa di questa, anche se non c'è Ruf a peggiorare la situazione con le sue lezioni soporifere: nonostante stia cercando di ripassare il tutto con la massima attenzione, distrarsi è pressochè impossibile!
La mia concentrazione va man mano sfumando con i minuti che passano, finchè mi ritrovo a rileggere la stessa frase una decina di volte senza riuscire ad afferrarne il senso. "peste nera". Mi soffermo su queste due semplici parole. Nero. Nero come l'anello di Riddle. Lo splendido anello che ha cominciato a portare al dito l'anno scorso: la prima volta che l'ho visto è stato durante una riunione del Lumaclub, bello e disinvolto anche più del solito, il suo sguardo era acceso da una luce strana, quasi sinistra. Qualcosa era cambiato in lui, e forse era merito di quell'oggetto. L'anno passato mi è capitato spesso di soffermarmi a guardarlo, soprattutto a causa di Eve, ma non sono riuscita a scoprire niente che non fosse l'evidenza. Col tempo poi la mia curiosità è scemata, finchè adesso mi trovo qui, in biblioteca, a ripensare a quello stupido anello, alla sua pietra nera come la notte, all'oro che la definisce e che attornia il dito del suo possessore, invece che ripassare per il compito in classe. Non è normale martoriarsi per una cosa del genere, ma se solo riuscissi a non pensare al fascino che esercita, al potere che emana... Mi ricorda qualcosa, qualcosa che dovrei sapere o ricordare, eppure non riesco a capire cosa sia. Se solo....
"Dè...Dè, ci sei??".
"...si certo...scusa Eileen, che c'è?"
"E' arrivata la lettera di tua madre, proprio adesso. La stanno leggendo Uto e Beli"
"Ah si. Non mi interessa.". La lettera che arriva ogni anno da casa mia è sempre uguale tutti gli anni: non vedo perchè dovrebbe interessarmi leggerla!
"Sapevano avresti risposto così, mi hanno solo detto di avvertirti che quest'anno a natale avrete più ospiti del solito...in particolare i...emm..Rakovski??". Il respiro mi si ferma in gola quando sento pronunciare quel nome. "Ah...grazie..." .
"Grazie mille Lara, ora potresti tenermi d'occhio le valigie mentre passo a salutare?! Ci metto due minuti grazie ancora!". Lascio la ragazzina a prendersi cura delle mie cose mentre mi dirigo verso la folla di studenti intenti a scambiarsi gli ultimi saluti prima della partenza per le vacanze natalizie. Lara è una ragazza molto particolare, non è come tutte le altre pronte a tutto per entrare nei Principi. Lei sembra disinteressata, e per di più sembra nutrire una sorta di venerazione nei miei confronti: in pratica è l'unica ragazzina 'normale' e che io riesca a sopportare. Inoltre è la sorella di Noir, e questo può avere i suoi vantaggi. Riconosco che quello che mi aveva annunciato Noir non appena arrivata a scuola corrisponda effettivamente alla verità: da quando la sua amica Pearl non c'è più, sembra davvero cambiata, niente più festini o comunque niente che rientri in quello che faceva nel passato. Però così non mi diverto più come prima: dovrò trovare un modo per riaprire le sfide degli anni scorsi, e forse quello di cui ho bisogno è proprio tra le mie mani; Meglio trattare Lara al meglio e tenerla vicina.
Saluto molti dei miei compagni di casa tra convenevoli, saluti sinceri e altri meno. Lumacorno ha riservato saluti e raccomandazioni personali per ognuno dei membri del club, ricordandoci di salutare da parte sua le nostre 'illustri' famiglie.
Ormai è arrivata l'ora della partenza e, ritornando verso i miei bauli, noto con piacere che Lara è ora affiancata da sua sorella.
"Grazie Lara troppo gentile. Ma salve Noir, vedo che sei venuta a prendere tua sorella...". Sfodero un sorriso tanto impertinente quanto falso mentre guardo Noir negli occhi. Lei mi guada con uno sguardo altrettanto sprezzante mentre tiene sua sorella per un braccio.
"Sai Lara è stata proprio carina in questi giorni, sei proprio fortunata ad avere una sorella così ! Ma ora devo andare che il treno sta partendo. Ciao Noir, ciao Lara...buone feste!". Salgo sul treno e punto dritta alla nostra cabina, quando Geert mi ferma prendendomi per un braccio.
"A me invece non mi saluti?"
"Certo...solo che non ti trovavo. Buone vacanze piccolo...ci sentiamo, ok?". Bene, l'ultima persona che volevo vedere. Ultimamente lui è sempre l'ultima persona che voglio vedere, ed effettivamente è da un pò di tempo che sto pensando di farla finita con Geert. Siamo troppo diversi: lui non è decisamente il mio tipo, è uno da 'amore per l'eternità', mentre io non sono il tipo da storia seria.
"Non vieni nello scomparto con me? Non stiamo insieme prima di partire?"
"Preferisco passare il tempo con Ed e Jasp adesso...ci sentiamo ok?ciao". Lo lascio attontito con un bacio sulla guancia nel mezzo del corridoio del treno. Alla fine riesco ad arrivare allo scompartimento e mi lascio cadere sul sedile, finalmente libera in un luogo sicuro. Attorno a me solo le persone a cui tengo di più: Jasper, Edward, Uto e Beli, manca solo una persona, la mia Eve. Forse il regalo più bello sarebbe avere lei per Natale con noi, poterle parlare, sentire i suoi consigli e averla accanto. Mi piacerebbe, mi piacerebbe molto...
23/12/2007
Peter e quel libro. Non riesco a togliermi dalla testa che stia succedendo qualcosa. Io odio i segreti. Soprattutto quelli che mantengono le persone che amo. Quindi penso proprio che si necessario un attacco frontale.
In Sala Grande si pasteggia in allegria, il Natale è vicino e tutti sono spensierati. Perfino i Serpeverde, che hanno vinto l’ultima partita del torneo di Quidditch. Individuo la mia preda e rivolgo uno sguardo di intesa a Rachel, che mi incoraggia con una delle sue frasi, mentre addenta un muffin ai mirtilli:
”Vai e attacca, tigre!”
Non riesco a trattenere un sorriso, così quando mi siedo accanto a Peter non ho l’espressione truce di un troll arrabbiato (che invece sarebbe molto più vicina al mio umore), ma una via di mezzo fra le due...più tendente alla seconda, in ogni caso.
Mi saluta con un bacio leggero, cosa a cui non mi sono ancora riabituata. Per quanto riguarda il resto dei Grifondoro, ci guardano con un certo interesse, ma poco dopo io e lui riusciamo ad isolarci un po’ dagli altri. Stamattina è abbastanza taciturno, o forse soltanto assonnato, così colgo subito l’occasione per esprimere i miei dubbi.
“Cosa stavi facendo con quel libro l’altro giorno in biblioteca?”
Peter all’improvviso si incupisce e fissa la sua tazza di caffelatte.
“Niente, Audrey, niente.”
“Certo, stavi studiando l’arte calligrafica medioevale. Come non arrivarci da subito.”
“Ti prego non litighiamo adesso. Non era niente di importante.”
“Non prendermi per una scema. Menti, se vuoi, ma fallo bene.”poi aggiungo “Perlomeno quello…fallo bene.”
Lo sguardo di Peter è ferito e nello stesso tempo gelido. Ma il mio lo è di più.
Non ci credo, non ci posso credere. Dopo tutto quello che è successo, Peter ha ancora dei segreti con me. Con me! Non capisce che così mi fa stare male, mi ferisce, mi delude? È come se non mi ritenesse degna della sua fiducia. E io l’ho perdonato dopo che avermi tradito. Ho fatto l’amore con lui. Sento le lacrime che mi premono sugli occhi, la nota sensazione che pensavo di poter dimenticare, almeno per un po’. Mi rifugio vicino alla mia quercia, presso le rive del lago. Non sento neppure il freddo che si insinua fra
i miei vestiti. Le mani cacciate nelle tasche, prendo lunghi respiri per non perdere la calma. Mentre rientro a scuola, una figura maschile mi si affianca: Blaine Huznestov.
“Salinger, allora! Come va?”
“Lasciami in pace. Non ho voglia di parlare.”
“Litigato col ragazzo? Se mi dici chi è posso andarlo a picchiare.”
“Non credo che ce ne sia bisogno. Dovresti picchiare me per la mia stupidità.”
Forse ha percepito la tristezza nella mia voce, perché risponde nel modo più serio con cui si sia mai rivolto a me.
“Le persone ti deludono, Audrey. È nell’ordine delle cose. Ti mentono oppure…vanno via. Credi che ci sia bisogno di star male per chi ti fa soffrire?”
“Non lo so. Però non posso impedirmelo.”
“Già. Bella fregatura l’amore, eh?”
“Sì. La più grande che esista al mondo.”
Poi, appena prima di entrare nell'atrio, getta quel che resta della sua sigaretta a terra, calpestandola con il tallone per spegnerla.
“Fattela passare." mi dice guardandomi negli occhi"Anche se piangessi tutte le tue lacrime, anche se ti strappassi i tuoi bei riccioli d’oro…lui, chiunque sia, non cambierà mai.”
Se ne va, lasciandomi da sola. Credo sia la cosa più simile ad una conversazione che abbia mai avuto con Blaine, dopo sei anni di scuola insieme. Non lo conosco, non lo conosco affatto. Però forse mi ha detto qualcosa su cui farei bene a riflettere.
Studia, Audrey, studia! Non pensare a niente, se non alle ultime interrogazioni che ti separano dalle vacanze di Natale. Silente oggi mi ha assegnato con degnazione un Oltre Ogni Previsione, che mi sono sudata nel vero senso della parola: ad un certo punto, mentre mi interrogava ho iniziato a sentire un caldo assurdo, e l’unica cosa che pregavo era che la tortura finisse presto.
Non mi piace studiare. Ma mi piace ancora meno vedere la mia media in calo. Dunque, ecco che mi sono impegnata nelle ultime due settimane, per organizzarmi in modo decente e non fare disastri.
Micheal mi intercetta mentre sto andando in biblioteca per prendere in prestito dei libri riguardo l’ultima
lezione di Incantesimi.
“Allora, cosa diavolo è successo ancora con Peter?”
“Le solite cose, segreti e bugie.”
“Audrey, insomma, piantala di fare la drammatica. Il segreto di Peter non è nulla che sia legato a voi due, alla vostra storia.”
“Ma Peter è legato a me. Non voglio che ci siano segreti fra noi.”
“E va bene, allora. Siediti e parliamone.”
Ci sediamo su uno dei divani più lontani dal caminetto, dunque uno dei meno usati durante la stagione infernale.
“Riddle sta iniziando ad intimidire i Mezzosangue dei primi anni, i più vulnerabili.”
“Si è sempre saputo che non fosse proprio a favore della parità.”
“Ma ora sta oltrepassando il limite. Ne stavo parlando anche con Sebastian, il Caposcuola di Grifondoro.”
“Va bene, ma questo cosa c’entra con Peter? E con il libro che stava leggendo?”
“Cercava delle informazioni. Incantesimi di Protezione.”
“E allora non poteva dirmelo?”
“Non voleva farti preoccupare. Come invece è riuscito a fare lo stesso.”
“Adesso andiamo da lui. Sai dov’è?”
“L’ho lasciato poco fa in Sala Grande.”
Battagliera io, rassegnato lui, scendiamo dalla Torre di Corvonero. Peter è seduto con Sebastian Lang e Julia Versten, e mi sembrano impegnati in una discussione. Di norma mi interesserei anch’io di cosa potrebbe essere successo, nonostante io non conosca bene Sebastian e Julia sia sempre stata abbastanza fredda con me. Ma adesso ho bisogno di risolvere con Peter, così gli chiedo se possiamo parlare un momento.
“Micheal mi ha detto tutto.”
“Capisco.”
“Scusami Peter, ma non vi reggo quando vi comportate così.”dice il nostro amico, e poi continua: “Adesso vedete di chiarire.”
Con il solito tatto, ci lascia da soli a parlare.
E così, si è risolto tutto. O quasi. Sono ancora un po’ arrabbiata con Peter, ma c’è di peggio a questo mondo. In camera, c’è Jill alle prese con Astronomia, mentre Laura scrive sul suo diario. Io per una volta non ho niente da studiare, così mi stendo sul mio letto e leggo un romanzo. Che bello, non dover leggere un tedioso saggio sulla Guerra dei Folletti o le ventuno applicazioni dell’incantesimo di Diffusione. Un po' di tempo per me.
Stamattina ho salutato Peter, Rachel, i miei amici e le mie compagne di stanza. Ho consegnato i vari regali che ho comprato con i miei guadagni. È sempre strano separarsi per Natale, anche se alla fine si tratta giusto di un paio di settimane.
Ho cambiato due treni, prima di scendere a Brighton.
Brighton è la mia stupenda cittadina natale nell’East Sussex, nella zona meridionale dell’Inghilterra. La guerra l’ha abbastanza risparmiata rispetto alle altre città della costa. Alla stazione mi aspetta una berlina nera, con l’autista di mio padre che mi saluta:
“Ben arrivata, signorina Audrey. Spero che abbia fatto buon viaggio.”
“Ciao, Bob. Tutto a posto, grazie.”
La casa della mia famiglia è una bellissima costruzione in stile Reggenza, appena fuori dalla città, con un giardino curato e una serie di statue neoclassiche. Mio padre non c’è, come sempre. Mia zia Diane scende ad accogliermi, mentre dal cielo grigio piombo inizia a scendere qualche lieve fiocco di neve.
A casa, finalmente.
06/09/2007

Quella notte ero immersa in un sonno profondo anche a causa della stanchezza per la festa della sera precedente..un sonno senza sogni per esattezza, ma molto, molto piacevole.
E come tutte le cose belle prima o poi finiscono, anche il mio sogno ha vita breve..
"......" mi alzo di scatto sentendo l'allarme scattare nella mia stanza "Piccola ladra!" urlo istintivamente alzandomi di scatto contro Utopia, o almeno così doveva andare, ma in realtà stavo urlando contro Eve, che era rimasta a dormire nella mia casa in campagna, con uno sguardo assassino. La fisso, ha nelle mani uno dei miei lucidalabbra, quello rosso per esattezza, e mi guarda storto.
"
Oh, scusa Eve... sai, ho messo un incanto di protezione sui miei lucidalabbra preferiti, perchè Utopia quando c'è Ed in giro vuole sempre usarli... solo che ne consuma una quantità enorme! Ma tu prendilo pure." le spiego. E' stata una scelta dovuta. Mi tranquillizzo un pò, ormai è l'alba e manca poco alla partenza per Hogwarts.
"
Ma... com'è andata ieri sera col tipo del settimo?" chiede curiosa Eve.
"
Tutto bene... anche se quando hai dato fuoco alla testa di quella lì ci siamo staccati e siamo venuti a vedere che succedeva... ma che ti ha detto per farti arrabbiare così?"
"
Mi ha detto qualcosa su Tom... non ci ho visto più!" confessa.
"
Tu e la tua fissa per Riddle... comunque oggi a King's Cross lo vedrai!"
"
E tu vedrai il tuo bel settimino!" è già, è proprio così, quest'anno a scuola avrò il mio "settimo".
Quella mattina mia madre apre la porta per venirci a svegliare, ma non è necessario, io e Eve siamo sveglie già da un pezzo ormai. La perfezione richiede il suo tempo.
"Ah! Già sveglie a quest'ora? Allora Dè, fammi un favore, vai a svegliare Belinda e Utopia che non hanno la minima intenzione di aprire i loro dolci occhi!"
"Mamma, ti sembra che IO abbia tempo?!..e poi basta che gli dici che Ed e Jasper sono di sotto e vedrai come resuscitano!"
Mia madre mi guarda a lungo
"Mi sembri più nervosa del solito..c'è qualcosa che non va?"
"MAMMA PER-FA-VO-RE te ne vai che mi sto preparando?"
"Ok, ok ma tra 15 minuti dovete essere giù in sala da pranzo che si parte!"
Finalmente esce, così io ed Eve finiamo di prepararci; quest'anno abbiamo più bagagli del solito...mi chiedo come faremo a portarli tutti! Scendiamo e miracolosamente troviamo in sala anche le gemelle un pò scocciate...mamma deve aver seguito il mio suggerimento!!
Io, Eve e le gemelle ci siamo dati appuntamento a King's Cross con Ed e Jasper quindi non possiamo far tardi..ci avviciniamo al candelabro al centro della tavola, lo afferriamo e in un attimo siamo al binario...
-King's Cross-
Alla stazione Jasper ed Ed si offrono di portarci i bauli.
"Tanto sono leggeri, ci abbiamo fatto sopra un Levincanto... ma magari le nuove studentesse non lo conoscono e restano stupite della nostra forza!". Ed ecco che Jasper rivela le loro reali intenzioni...me lo dovevo aspettare!
Mi guardo intorno in cerca di Geert, Eve è troppo occupata per accorgersene, ma non lo trovo..dove sarà finito?! Intanto saluto alcuni Serpeverde, delle amiche di Utopia e Belinda( a parte Amanda che non osa più nemmeno avvicinarsi) e altri purosangue. Con mio grande disappunto noto che anche quest'anno i mezzosangue sono aumentati, per non parlare dei babbani al binario 9 e ¾!!
Eppure Geert non c'è...e va bè, mi rassegno e salgo in carrozza.
Come se il mio umore non fosse già abbastanza nero, Ed e Eve si mettono a fumare e fanno persino i simpatici!
"Ed, hai da accendere?". Ma non sanno che danni provoca il fumo alla pelle?! e per di più è vietato fumare in cabina!! Li guardo torvo ma sono entrambi troppo impegnati per accorgersene, uno è assorto in una conversazione con Jasper e le gemelle, l'altra è immersa nei suoi pensieri.
Poco dopo la partenza arriva dal finestrino un biglietto per Eve e il suo sguardo si illumina, così mi fa subito leggere il foglietto. Ormai la conosco fin troppo bene anch'io quella scrittura! Ancotra emozionata per il messaggio cominciamo a parlare delle possibili pettinature per quella sera...in realtà parla solo Eve e nemmeno si accorge che le annuisco ma non dico una parola!
Dopo che abbiamo (o meglio ha..) deciso l'acconciatura per la sera, Eve si mette a esaminare uno degli ultimi pezzi della sua collezione..un oggetto parecchio strano per la verità e non oso nemmeno chiederle cosa sia!
In carrozza non c'è più nessun'altro: le gemelle hanno raggiunto gli amici del loro anno, mentre Ed e Jasper sono andati in ispezione del treno (=ispezionare le primine). Mi guardo intorno...Geert non si è ancora fatto vivo ( ma me la paga!) e io non so che fare!
Guardo nella borsa, non so nemmeno io in cerca di cosa, e intravedo il mio diario. Lo prendo. Osservo il vecchio contenitore in pelle marrone, ai bordi si riconoscono appena le rifiniture in oro che ne facevano un pezzo unico, al centro -posto leggermente verso l'alto- c'è una piccola incisione, anch'essa in oro, con scritto 'Famiglia Blackster' e il nostro stemma; è infatti appartenuto alla mia famiglia per generazioni ed ora è in mano mia. Ne approfitto per rileggere quello che ho scritto ieri, subito dopo la festa. Lo apro, scorro le ruvide pagine giallastre miste al nero dell'inchiostro fino alla data del 31 Agosto e inizio a leggere...
Caro diario,
scusa se ormai sono mesi che non scrivo, ma questa è stata davvero un'estate divertente e piena, talmente tanto che l'ultimo mio scritto risale al 9 Luglio!! Ma ora ti racconto tutto quello che mi è successo durante questi mesi... Dopo la vacanza con i miei in Francia, di cui ti ho già raccontato, io e le gemelle ci siamo trasferite nella casa in campagna (i nostri infatti avevano ripreso a lavorare). Nulla era cambiato, a parte circa un migliaio di nuovi vestiti 'made in France' a cui io, Belinda e Utopia non abbiamo proprio saputo resistere!! Sarebbero potute essere delle settimane piuttosto noiose se non ci fossero state le visite dei nostri amici e ogni tanto qualche festa...inoltre verso la fine di Luglio mia madre, tornata a casa dal lavoro, ci ha informate di aver trovato degli acquirenti per la casa confinante alla nostra: i Norwood!
Se io ero felicissima per la notizia avresti dovuto vedere Utopia...era a dir poco euforica! Ad un certo punto mamma si è persino spaventata!!Fino alla fine del mese abbiamo aiutato Edward e i suoi con i preparativi e le restrutturazioni...cioè hanno aiutato, io ed Ed non abbiamo fatto praticamente nulla! Anche perchè ormai era arrivato Agosto così Eve e Jasper erano sempre da noi. Agosto è,infatti, il mese delle nostre feste ed eravamo troppo presi con i preparativi! I party degli 'affascinanti principi' sono famosissimi tra gli studenti e in molti agoniano un invito...infatti sono sempre spettacolari ed esclusivi (modestamente parlando..).
Ma c'è una festa che le supera tutte e che si ripete tutti gli anni, ed è quella del giorno prima dell'inizio della scuola, ossia la festa di stasera! Quest'anno ci siamo davvero superati e abbiamo dato delle regole precise di abbigliamento ma anche una lista di invitati di un certo calibro nel Mondo Magico. Per di più le gemelle, non ho ancora capito bene come, sono riuscite ad ingaggiare i Vampiri Letali, un gruppo in voga adesso!
Abbiamo cominciato a preparare il tutto questa mattina: Ed ha creato un sistema di amplificazione straordinario, mentre Eve ha usato uno dei suoi 'oggetti strani' per le luci; io ho pensato alle decorazioni e Jasper con le gemelle hanno svuotato la sala.
Poi è arrivata la sera. Io indossavo un lungo abito blu di raso, un pò provocante per la verità, ma era necessario perchè ci sarebbe stato Geert! Quello del settimo anno...penso che sia il ragazzo ideale per la mia posizione: è molto carino, è nella squadra di Quidditch, ma soprattutto è un purosangue.
Mentre tutti erano in sala Ed e Jasper, e poi io ed Eve, facciamo la nostra entrata dalla scala principale, che da proprio al centro del salone, di fronte al palco. Tutti ci guardavano. Eravamo fantastici.
Purtroppo alla festa non c'era Tom, nonostante l'avessimo invitato, e Eve sembrava piuttosto scocciata. Quand'è così mi fa paura! Per mia fortuna però Geert c'era,era in piedi a fianco al tavolo delle bevande e indossava un nuovissimo smoking nero, delle scarpe di pelle e un fiore rosso nella tasca sinistra della giacca. Mi avvicino.
"Ciao Geert", gli dico, prendendo un drink.
"Ciao Deirdre, bella festa...ti diverti?!"
"Si, molto, ma potrebbe andare meglio..." dico, sorseggiando la mia bevanda e continuando a fissarlo.
"Sai questa sera sei davvero bellissima.....il blu ti dona molto!".
"Grazie" rispondo. Anche se in effetti lo sapevo già! Aspetto in attesa di una qualche proposta, ma il ragazzo sembra un pò timido ed impacciato! Mi sa che la prima mossa spetterà a me...
"Ascolta, qui c'è troppa gente e troppa confusione...perchè non andiamo in un posto dove si può parlare?"
"Si...certo...per me va bene!"
"Conosco io un posto...vieni con me". Gli prendo la mano e lo porto su dei divanetti, lontano dal palco.
Ci sediamo, e per un pò parliamo del più e del meno; poi fa una battuta (vorrei ripetertela, ma non me la ricordo!!), rido e lui, inaspettatamente, mi bacia. Ricambio. E' un bacio veloce, fugace...eppure molto intenso! Si stacca, ci guardiamo per qualche secondo, e questa volta lo bacio io. Ti devo confessare che per essere un tipo così impacciato...bacia davvero bene!!
Andava tutto benissimo fin quando sentiamo qualcuno urlare dal centro della pista. Mi precipito a vedere cosa fosse successo, così vedo una ragazza con la testa completamente in fiamme!
Mi ci sono voluti un paio di minuti per riconoscerla...era una certa Amanda, un'amica delle gemelle che stravede per Eve. Non ho più dubbi, dev'essere opera sua. La cerco con gli occhi e alla fine la vedo che se la ride di gusto mentre finisce di fumare una sigaretta...è sempre la solita!
Spengo i capelli a quella povera ragazza, che scappa via subito dopo. Sospiro. Cavolo, era tutto perfetto!
Sento delle mani sulle spalle; mi volto leggermente. E' Geert. Intanto la serata è ripresa come se nulla fosse successo, nonostante ormai stesse per concludersi.
"Mi spiace per l'imprevisto.." dico.
"Non importa, abbiamo ancora tempo". Dice sorridendomi. Poi prende il fiore dalla tasca della giacca e me lo pone tra i capelli. Sembravamo due attori nel mezzo di una scena romantica e...mi ci vedi?!?
"Ti sta benissimo". Gli sorrido e perdo quasi l'autocontrollo. Non sono abituata a tipi così romantici.. soprattutto quando sei circondata da ragazzi come Ed e Jasper!
Siamo usciti in veranda e siamo rimasti lì per tutto il resto della serata. Alla fine Geert mi ha detto che domani mi raggiungerà in treno e che mi deve dire una cosa...speriamo in bene!
Ora ti lascio e vado a dormire. Domani racconterò tutto a Eve perchè adesso la vedo un pò..pensierosa diciamo! Alla prossima,
Deirdre
'Ah già, quasi dimenticavo di raccontare i retroscena ad Eve!!' penso, finito di leggere. Non faccio nemmeno in tempo a dire una parola che la porta dello scompartimento si apre e...appare Geert.
"Deirdre, puoi uscire un attimo?"
"Ma certo!!" rispondo e guardo Eve che sghignazza sotto i baffi...
Ci allontaniamo un pò dalla cabina e Geert comincia a parlare
"Senti Deirdre..." ho già paura, ma non lo lascio vedere, "
ieri sono stato molto bene con te ma...". Forse non mi vuole più vedere...meglio che mi prepari qualcosa da dire...
"...non voglio rimanere uno dei tanti, voglio che ci frequentiamo... in esclusiva..per te va bene?"
Lo guardo a lungo e lo lascio sulle spine per un pò. Sembra imbarazzato.
"Certo che mi va!" e sorrido.
"Fantastico! Allora ci vediamo dopo in castello". Mi bacia a stampo e se ne va. Sembra proprio un bambino!
Vado verso lo scompartimento. Lo apro. Entro. Richiudo. Guardo Eve sorridendo...è il momento di raccontarle tutto.
06/09/2007

Villa Norwood. La piastrina in oro luccicante con inciso sopra il cognome della famiglia Norwood è dinanzi a me. Sono tornato a casa e davanti a me si prospetta un’estate piena di cose da fare, escludendo i compiti estivi.
Il mese di giugno ormai è giunto agli sgoccioli ed io devo partire per casa del nonno paterno che, come ogni anno, mi aiuterà a svolgere i compiti obbligatori e mi darà grandi somme di denaro per fare nuovi acquisti. Così, preparo il solito baule contenente vestiti e compiti, sapendo poi di tornare, come minimo, con altri tre nuovi di zecca. E’ sempre bello andare in vacanza dal nonno. La villa dove abita è bellissima, antica, maestosa e la biblioteca è ben rifornita di formule, pozioni o scherzi da poter poi testare a scuola. Gli altri anni si sono sempre dimostrati divertenti e perché no, alle volte anche perfidi. Mi ricordo ancora quello attuato a quello stupido bamboccio dei grifondoro, quanto abbiamo riso io e Jasper vedendolo correre in qua e in là alla ricerca della bacchetta magica per scacciare i due Marciotti che gli avevamo portato in camera, quando ancora quelle dolci creature non facevano parte dei nostri studi e delle nostre conoscenze là a scuola.

E infatti, come già avevo prospettato il tempo dal nonno passò esattamente in quel modo: tra compiti, la maggior parte fatti da lui e shopping. La sera mi imbucavo a qualche festa di nipoti conoscenti del nonno dove ho trovato di che divertirsi, sono uscito anche per qualche giorno con una ragazza, una certa Alison, ragazza francese venuta in città da dei parenti. Si dice che la sua sia una delle famiglie più potenti in Francia, come non poter cogliere l’occasione dato che era anche una bellissima ragazza?! Così il tempo è passato veloce e il momento di ritornare a casa è arrivato.
A luglio mia madre ha deciso, con l’aiuto di suo padre, di comprare una casa in campagna. L’abitazione gli era stata segnalata dalla S.ra Blackster a lavoro, era proprio la villa vicino alla loro così siamo andati a dare un’occhiata per vedere come fosse prima di acquistarla. La villa è molto bella, con un grande giardino comprendente una fontana fantastica, a detta di mia madre, a me interessava poco invece, io volevo vedere le stanze. Dovevano essere ampie e così erano. Passammo così parte di luglio a sistemare “la villa”, io mi sono preso la stanza più grande al secondo piano per camera, con bagno comunicante, altrettanto gigante.
A lavori finiti Jasper mi raggiunse, ormai agosto era alle porte. Eveline avrebbe raggiunto Dè tra pochi giorni così intanto, io, Dè, le gemelle e Jasper passavamo il tempo insieme a raccontarci di cosa avessimo fatto i mesi precedenti.
Jasper era andato con la sua famiglia a girare l’europa e ci ha raccontato di varie conquiste e divertimenti con le ragazze, oltre allo shopping che aveva fatto per rinnovare l’armadio per il nuovo anno scolastico. Mentre io e le ragazza avevamo passato luglio a sistemare la mia casa, che poi a dire la verità Deirdre comandava e diceva soltanto la sua opinione. Le gemelle invece, per gran parte del tempo mi sono ronzate intorno. Entrambe si fanno sempre più belle anche se, come sempre, io ho un debole per Utopia che è molto più fine e aggraziata.
Finalmente anche Eveline ci degnò della sua presenza ed avando entrambe la ville libere passammo all’attacco. Era l’ora dei festini.
Così almeno una volta alla settimana organizzavamo qualcosa, fino a quando non si avvicinò il 31 agosto.
“Ragazzi dobbiamo organizzare una festa m-e-r-a-v-i-g-l-i-o-s-a!” esclama Eve.
”Certo cara! Voi due e le gemelle pensate alla fisicità della festa mentre io e Jasper penseremo al contenuto!”
La festa venne organizzata al meglio, tutto era perfetto e le mie due gemelle preferite erano riuscite a far venire a suonare i “Vampiri Letali”, in voga quest’anno. L’abito elegante era d’obbligo così indossai il mio nuovo acquisto e mi buttai nella mischia. Le belle ragazze non mancavano ed indossavano dei vestiti così belli, alcune ovvio, ma quella sera non riuscii a non distogliere lo sguardo e le mie attenzioni da poche ragazze: Utopia e Eveline. Le due. Per quanto mi riguardava, erano senza dubbio le reginette della festa. Per il resto Eve era impegnata nella ricerca di Ridde, che però non sarebbe venuto, il ragazzo mi aveva fatto sapere che non ci avrebbe raggiunto alla festa per degli impegni e che poi mi avrebbe detto tutto il giorno seguente o quello dopo ancora e che, dovevo tenere il silenzio su tutto. Chissà cosa stava combinando.
Io passai gran parte della sera a ridere, scherzare e bere con Utopia fino a quando non decisi di alzarmi per dare uno sguardo in qua e in là.

Non potevo non sparire con qualcuna ad una festa del genere, la mia popolarità da sciupa femmine avrebbe avuto un grosso trauma. Così cercai l’unica ragazza più decente e sparii per un’oretta con lei, al mio ritorno vidi una scena al quanto divertente: Eveline che dava fuoco alla testa di una tizia. Meraviglia per i miei occhi. Presi la scusa di ‘dover andare a controllare’ e lasciai la ragazza lì, tutta sola, non so se sognante perché aveva Edward per se qualche ora o se traumatizzata della scena, ma puntavo più per la prima.
La serata finì comunque bene e ancora meglio quando Jasper mi raggiunse per dirmi che era riuscito a far litigare i due tipi del quinto che non sopportavamo avendo “stregato” la ragazza che a entrambi piaceva. Così alla festa non mancarono neanche le risse, peccato che non avevo assistito completamente a nessuna delle due.
[King's Cross, binario 9 e ¾]
“Jasper sei pronto?!” chiedo al mio amico che si sta ancora sistemando i capelli allo specchio.
”Si ci sono!” risponde lui.
”Ok allora, l’incantesimo per alleggerire i bauli te lo ricordi?!” chiedo poi. Come non dar spettacolo subito, il primo giorno?!
”Certo! Come dimenticarselo?!” Jasper mi fa un occhiolino e io rispondo con una sorriso. Perfetto i miei tre bauli di vestiti sono in macchina e quello contenente gli oggetti e le cose per la scuola lo porto giù adesso, anche a Jasper fortunatamente manca soltanto un baule. Quest’anno siamo a quota quattro. Scendiamo dove mia madre ci aspetta sull’uscio:
”Ragazzi, ma quanta roba vi portate! E’ un miracolo se riusciremo a portare tutto senza problemi!”
”Mamma, lo sai benissimo che il tuo caro figlioletto deve essere sempre perfetto e in quanto non può portare gli stessi vestiti un certo tot di volte!E poi non sono così tanti!” mia madre viene verso di me cercando di darmi una carezza sulla guancia ma istintivamente mi sposto “Jasper Andiamo?! Sennò facciamo tardi!” saluto mia madre dandole un lieve bacio sulla guancia e via.
Arrivati al binario 9 e ¾ riusciamo subito a visualizzare le ragazze che raggiungiamo con molta facilità. Entrambe stanno trasportando il loro baule. Io e Jasper ci guardiamo sapendo già cosa fare.
“Ev..ma ciao! Te lo porto io il baule non preoccuparti!” così la ragazza, senza ribadire, lascia subito a me il lavoro sporco. Poco dopo però ci ritroviamo a dover confessare alle ragazze la verità "Tanto sono leggeri, ci abbiamo fatto sopra un Levincanto... ma magari le nuove studentesse non lo conoscono e restano stupite della nostra forza!" spiega Jasper.
Ci guardiamo un po’ intorno, ogni anno la stessa storia: Hogwarts si sta sempre più popolando di persone dal sangue “sporco”. Sono proprio curioso di vedere quanti gabbani prescelti per diventare maghi ci saranno quest’anno. Tutto il mondo magico sta diventando così zozzo, sono poche le persone che hanno ancora dignità. Ad un tratto sento una fitta tra le costole, mi volto e vedo Jasper –maledetto! Che dolore!- che fissa in un punto distante da noi. Seguo il suo sguardo e vedo dove, o meglio chi, lui stesse fissando: Violet Traviston e la sua amichetta. La salutiamo con un cenno della mano e ce ne saliamo sul treno, scomparendo alla sua vista. Quella ragazza è veramente odiosa. Crede di essere superiori agli altri, crede di aver sempre la meglio su tutto e tutti, ma così non è.
”Ed a cosa stai pensando?!” domanda Jasper fissandomi, e avendo già capito chiaramente a cosa stavo pensando.
”Uno di noi due, entro quest’anno deve dare una bella lezioncina a quella ragazza!”
”Del tipo?” vedo già Jasper esaltato, pronto per partire con la ‘missione’.
“Uno di noi due dovrà semplicemente spezzargli il cuore” concludo semplicemente, non dando neanche cadenza alla voce. Sul volto di Jasper cresce un ghigno che ci accompagna fino al nostro scompartimeto, lo stesso da ben tre anni.
Finalmente io ed Eve possiamo fumarci una dannata sigaretta in pace:
"Ed, hai da accendere?" scherziamo sempre così e ci accendiamo le sigarette a vicenda con la bacchetta. Io avvicino la mia bacchetta alla sua sigaretta e la accendo. Il primo tiro, finalmente. Finita la sigaretta lasciamo le ragazze a parlare di acconciature, maledette manie, e ce ne andiamo a fare un giro per il treno presentandoci ai nuovi acquisti e salutando i vecchi. E’ sempre così divertente vedere quelle ragazze imbambolate mentre ti guardano e cercano di dire qualcosa di sensato dopo che, per buona educazione, gli stampiamo un bacio sulla loro candida mano.
Il momento dello smistamento è arrivato e, come voleva si dimostrare, i veri serpeverde stanno pian piano diminuendo, dando vita a dei pappamolle senza cervello.
[Tre settembre]
Il primo giorno di lezioni è arrivato e fatico ad alzarmi dal letto. Jasper mi chiama e mi richiama una decina di volte fino a quando non decide di buttarmi direttamente giù dal letto. Arrivati in sala comune, cinque minuti in ritardo – tutto calcolato per avere tutti gli occhi su di noi – ci esibiamo in un saluto generale e ci dirigiamo verso le ragazze che continuavano a parlottare tra di loro.
“Che vi raccontate?”
”Ed, Jasper! Finalmente! Vi davamo per dispersi! Vabbp il farsi aspettare ma voi siete proprio esagerati eh!”
”Sapevamo già che voi, essendo il primo giorno di scuola, ritardavate, così abbiamo ritardato altrettanto per non danneggiare la vostra entrata da VIP” le due sorridono.
”Insomma ragazze, di cosa stavate parlando così coloratamente?” chiede curioso Jasper.
”Bhè..di Geert! Quello del settimo con cui sta uscendo Dè!”
“Ma come Dè Esci con Geert?!” irrompiamo io e Jasper conoscendolo come uno dei serpeverde che stanno dalla parte dei gabbani. Decidiamo però di tenere la bocca chiusa fino a quando la storia non si complica o non si fa seria.
“Già! Anzi vi devo lasciare che avevo appuntamento con lui qualche minuto fa! Ciao Principi!” già, gli affascinanti principi, il nostro nuovo soprannome. Bhè mi soddisfa, alla fine è la verità.
Finita la colazione mi alzo e mi dirigo in sala comune, Jasper ha fissato con una ragazza del quarto anno ieri in treno ed Eve è presa dai suoi marchingegni.
Arrivato mi siedo al tavolo vicino al camino e mi metto a giocherellare con i miei scacchi. Sembrano tutti così presi dall’inizio della scuola, non hanno nemmeno tempo per respirare. E, tanto per restare nell’argomento arriva la Traviston tutta presa da un libro
“Ehi, Violet, non sarai già indietro col programma” Chiedo alla ragazza tanto per “smuovere” un po’ quest’aria così…insipida.
"Non necessariamente si trascorre il proprio tempo libero cercando qualcuno con cui scopare, Edward." ed eccola che scatta subito.
"Spiritosa .." Non è che sarà per caso gelosa di non essere mai stata richiesta dal sottoscritto? Ora rimedio, e vedo un po’ come la prede e su che tasti poterla stuzzicare.
"A proposito, non è che ti andrebbe, tanto per inaugurare l'anno scolastico?" l suo volto muta lentamente.
"La risposta è sempre la stessa, Edward. No!" Cerca di tenere un’espressione indifferente ma qualcosa gli sfugge, la chiusura netta del libro e poi quel “risprendersi” alzandosi in modo quasi aggraziato e cortese. Appena la ragazza è lontana dalla mia traiettoria scoppio a ridere, fino a quando l’irruzione di Eve non mi calma.
”Che hai combinato stavolta?!” chiede guardandomi storto.
“Devo averla turbata!” dico indicando con un colpetto del volto Violet che era dal lato opposto della stanza, che mi guardava con uno sguardo torvo.
“Sempre il solito! Povere ragazze!” esclama lasciandosi scappare un sorriso
“Andiamo a lezione?”.
Ci alziamo, prendendoci per mano -attirando così gli occhi di tutti- e abbandonando la sala comune per dedicarsi a due lunghe ore di pozioni.
serpeverde
Edward Norwood

Edward appartiene ad una delle famiglie londinesi purosangue più prestigiose, la famiglia Norwood. All'età di undici anni, prima di ricevere la lettere per Hogwarts, si imbatte in un grave scontro dove suo padre perde la vita per mezzo dell'Avada Kedavra. Da allora Edward si è chiuso in se stesso diventando un tipo freddo e scontroso. Giurando vendetta a suo padre, nell'estate del suo tredicesimo compleanno decide di trasferirsi per un mese a casa di uno zio, un mago molto particolare, amante di tutto ciò che è illegale. E' proprio grazie agli insegnamenti di questo zio che Edward conoscerà le tre maledizioni senza perdono e si interesserà ancora di più alla magia oscura. Figlio unico, è al sesto anno di Hogwarts. Il cappello parlante non ha avuto nessun problema a trovare la sua collocazione infatti, Edward, ha tutte le qualità per far parte della casata dei serpeverde: astuto, furbo, viziato e ambizioso, oltre ad odiare con tutto il cuore coloro che non sono "puri". E' molto schietto ed è considerato tra i più bei ragazzi del quinto anno. E' dotato di occhi grigi dalle sfumature verdi molto profondi, capelli scuri e un fisico perfetto. Norwood ama mostrarsi sempre ben vestito e curato. Ha un unico vero amico, Jasper Lewis suo coetaneo e compagno di casa. I due si trovano spesso in compagnia di Eve Sanders, Deirdre Blackster e Morgan Lancaster, formando un gruppetto unito che passa la maggior parte del tempo a violare le regole e a sminuire gli altri. Le sue materie predilette sono pozioni e arti oscure in cui è anche molto portato.
Jasper Lewis

Sesto anno. Suo padre Leonard è un eminente ricercatore, e, dopo la morte della moglie Mary, l’ha cresciuto da lontano, essendo spesso via per lavoro; il padre gli regala tutto ciò che vuole, anche se la cosa di cui Jasper avrebbe più bisogno è il suo affetto, soprattutto dopo la morte di Sean, il fratello maggiore a cui era legatissimo. Jasper in parte rivede Sean in Edward Norwood, la persona a cui è più affezionato, e in Lucas Forsythe, anche se non al livello di Ed. Ha un’indole scontrosa, e non manca di ambizione, ma possiede una grande insicurezza di fondo; Edward conosce la sua fragilità, e dunque lo sostiene sempre. Spinge Lucas a provarci con Audrey Salinger, perché pensa lui stesso che sarebbe una bella preda, ma ne è intimidito a causa del carattere risoluto e poco manovrabile della ragazza. Purosangue dal fisico longilineo, con occhi verdi e capelli castano chiaro, è un casanova, come il suo compagno di stanza e di anno, e non si preoccupa dei sentimenti delle ragazze a cui ruba il cuore (e di solito anche qualcos’altro); le uniche con cui riesce a mantenere un legame sono Eve e Deirdre, in particolare con quest’ultima. È un buon studente, e dimostra una particolare predisposizione per Incantesimi, che conosce molto bene. Vorrebbe diventare un abile Legilimens come Edward, ed è esperto nell’uso delle Maledizioni Senza Perdono. Gioca nella squadra di Quidditch come Cacciatore.
Deirdre Blackster

Deirdre Blackster discende da una famiglia antica e potente di maghi purosangue. Come tutti i membri della sua famiglia disprezza le persone che hanno sangue impuro, definiti mezzosangue, e maggiormente i babbani. E' una ragazza castana, alta e sottile, e dagli occhi verdi e molto intensi. Nel complesso, Deirdre è una ragazza molto bella ed è pienamente consapevole di esserlo. Frequenta il sesto anno a Hogwarts ed è stata smistata nella casata dei Serpeverde, come lei tutti i membri delle sua famiglia (anche Belinda e Utopia, sue sorelle gemelle, sono al quarto anno serpeverde). Dal carattere caparbio, astuto è inoltre vanitosa, viziata e molto determinata a raggiungere il proprio obiettivo: il potere. Per raggiungerlo Deirdre si finge sempre disponibile con tutti quelli della sua Casa e con i professori, mascherando così la sua vera indole e mostrandosi in questo modo ‘perfetta’. Nonostante la popolarità,c’è solo una persona che la riesca a capire davvero, e questa è la sua migliore amica, Eveline Sanders. er la scuola è sempre in giro col gruppetto formato da Edward Norwood, Jasper Lewis, Morgan Lancaster e , naturalmente, Eve. A scuola Deirdre riesce sempre molto bene grazie alla sua dedizione allo studio, indispensabile per il suo ideale di perfezione che si è prospettata.
Violet 'Vi' Traviston

Sesto Anno. Primogenita ed erede di Bartholomew Traviston, conte del Goulcestershire, viene al mondo presso Upton St.Leonard's, cittadina non lontana dalla tenuta dei Traviston e dalla città di Goulcester. Violet dimostra già precocemente una inclinazione naturale alla magia, alla quale vengono posti dei freni tramite la ferrea disciplina a cui viene abituata sin da piccola e un ampio numero di istitutori a cui viene affidata la sua istruzione. Trascorre l'infanzia nel maniero di famiglia, situato su una scogliera a strapiombo sul mare. Sviluppa un'intensa passione per il disegno, oltre ad un carattere piuttosto chiuso. Compiuto l'undicesimo anno di età, viene iscritta ad Hogwarts. Lodata per l'assiduità nello studio, brilla soprattutto nelle Pozioni e a partire dal terzo anno fa parte del LumaClub del professor Horace Lumacorno. La condotta della ragazza non è impeccabile quanto la sua pagella, ma non si può considerare una criminale o un pericolo pubblico - si limita a compiere qualche bravata, o almeno co ì vuole far credere. In genere viene considerata una snob: oltre all'origine nobile, la loquacità non è tra le sue doti, e preferisce evitare il più possibile i Grifondoro e i Tassorosso. A differenza di molti compagni ed amici, si rapporta in modo non cordiale, ma perlomeno rispettoso con i figli di Babbani. Chi la punzecchia fino ad estorcerle qualche parola lo fa a suo rischio e pericolo: la quindicenne conosce l'arte di colpire con le parole, ed ha nel corso degli anni affinato il suo sarcasmo pungente. Agisce quasi sempre di testa sua, depreca il gioco di squadra, seleziona i suoi amici con scrupolo.
Scarlett Lywelyn

econdogenita di Lord e Lady Lywelyn, , i maghi più famosi e potenti della contea Irlandese.
Purosangue al cento per cento, Scarlett conta una ferrea istruzione nell’arte magica che pratica, con successo, fin da piccolissima. Scaltra per dote, diffidente per natura, risulta complicata da comprendere una creatura come lei. Più simile ad un labirinto, a livello intellettivo, che ad un normale essere umano. Spigliata ma al tempo stesso introversa, ha l’abitudine di studiare con meticolosa cura le persone che le si avvicinano, che trovano difficoltoso, a volte, anche solo instaurare un dialogo. Dalla parlantina eclettica e svelta ( spesso velenosa ), riesce a far precipitare chiunque non abbia sicurezza quando le si porge confidenza. La sua schiettezza, a tratti brutale, la porta ad essere un tipo che si odia o si ama, senza vie di mezzo. Tuttavia, il suo aspetto da innocente ragazza le consente di giocare una carta in più quando vuole raggiungere i suoi obiettivi. Non molto alta, ma dal fisico perfetto possiede due grandi ed espressivi occhi verdi, con sfumature castane, che le imperlano il viso, ed una chioma fluente dalle tinte d’ebano. Caparbia, volitiva, possiede una calma che le assicura di mantenere sangue freddo anche nelle situazioni peggiori. Non ama parlare della sua famiglia. Fratello Aedan a parte, verso cui nutre un affetto totale e sincero…nonostante non ne condivida le ideologie sull’indifferenza verso i babbani. Si concede allo studio con buona volontà riuscendo brillantemente. Pratica il corso di magia per circa 5 anni presso Durmstrang , ma riesce a convincere con abile mossa e complicità della famiglia Norwood i suoi genitori a mandarla ad Hogwarts, che considera di sicuro una spanna al di sopra rispetto le altre scuole di magia. Curiosa, dalla mente aperta, ama poter avere sempre un quadro completo delle situazioni che le si palesano di fronte. Guai quando qualcosa sfugge alla sua mente vigile. Punto chiave, le persone che le stanno vicine, e che lei trova simpatiche ( e ciò capita di rado ), possono senza alcun dubbio fidarsi ciecamente. Così come per gli schemi della sua mente le piace essere assolutamente perfetta in ogni situazione. Gli incantesimi attuabili mediante ipnosi sono quelli che le riescono magnificamente. L’induzione è, senza alcun ragionevole dubbio, la sua mossa vincente. Viene vista spesso in compagnia di Edward Norwood, Jasper Lewis e Deirdre Blackster. Adora e studia la magia oscura con interesse sempre crescente.
grifondoro
Julia Versten

Settimo anno. Di origini norvegesi, Julia è nata a Oslo in una tiepida giornata estiva, figlia di un mago e di una Ondina (ninfa delle acque): per questo adora l’acqua, elemento che riesce a manipolare con facilità grazie al sangue materno. La sua risolutezza e caparbietà, talvolta la fanno risultare antipatica o troppo competitiva, ma la rendono un’ottima giocatrice di Quidditch, che pratica nel ruolo di Cacciatore. In campo scolastico se la cava abbastanza bene, in particolare in Trasfigurazione e Difesa contro le Arti Oscure, benché non apprezzi molto la professoressa Merrythought. Pur essendo all’ultimo anno, non ha ancora ben chiaro il suo futuro, anche se è molto affascinata dal lavoro di Auror, per il quale sarebbe portata grazie al suo coraggio. Nonostante la sua origine purosangue, ritiene che le distinzioni in base alla purezza di stirpe siano inutili e stupide, poiché la magia è un dono che tutti i maghi e le streghe possiedono nello stesso modo. L’anno scorso è stata Prefetto di Grifondoro, insieme con il suo migliore amico è Sebastian Lang(adesso Caposcuola), che ha conosciuto il primo giorno di scuola ad Hogwarts: sono legatissimi, ma non vi è alcun interesse romantico fra loro, poiché si considerano come fratello e sorella. Di solito ha rapporti difficili con le ragazze: in genere le sembrano troppo interessate ad argomenti futili, ma è buona amica di Georgiana Harrington. Non ha mai avuto un ragazzo serio, perché di fondo è molto timorosa dell’amore e della perdita di controllo sulla propria vita che può conseguirne. Ha una sorella più piccola, Ida, che frequenta il sesto anno, innamorata pazza di Tom Riddle, per disperazione di Julia, che invece non può vederlo a causa della sua aria di superiorità e della sua arroganza nei confronti dei Mezzosangue.
Damian Denholm

Sesto anno, Grifondoro.
Figlio di un potente mago e di una strega residenti negli Stati Uniti. Purosangue, ma con idee ben diverse da molti suoi “simili”. Aperto, socievole, spigliato. Dalla parlantina vivace, e svelta. Raramente riesce a star zitto, e quando questo accade, le probabilità del suo malumore sono altissime, per non dire stratosfericamente certe. Schietto, sincero, non ama mascherare i propri pensieri. Dice tutto quello che pensa, senza preoccuparsi mai. Conscio del fatto che non vuole, in alcun modo, incappare nella menzogna, che considera una scappatoia per persone con la coda di paglia. Divertente e scherzoso, ama la vita e tutto ciò che gira attorno ad essa. Vive ogni attimo come fosse l’ultimo, non ama i rimpianti, né le mezze frasi. O tanto meno le opere incompiute. Coinvolgente, riesce a raggiungere ogni obiettivo percorrendo sempre la strada più difficile, poiché le ritiene ring decisivo per la formazione completa del suo essere. Punta sempre al massimo in qualsiasi cosa, più che per superbia, per rispetto verso se stesso.
Elodie Baudelaire

Elodie Baudelaire frequenta il quinto anno nella casata dei grifondoro. Figlia di padre mago e madre veela, ha preso da quest'ultima gran parte della sua bellezza. Definita da molti una bambola di porcellana, forse per la sua reale somiglianza ad esse: lunghi boccoli biondi che le circondano il viso dalla pelle diafana, guance rosate, profondi occhi blu. Ha un carattere molto sensibile, fa difficilmente amicizia e raramente si affeziona in modo forte alle persone, per paura di doverle un giorno perdere. Chi riesce ad entrare nel cerchio delle sue amicizie è sicuro di avere accanto una vera amica: fedele, comprensiva, che dà tutto pur di far star bene la persona che le è a fianco. Testarda e lunatica alle volte, un'enterna indecisa che però non si fa condizionare dagli altri. Non ha pregiudizi verso le persone ma tende molto a selezionarle, dopo un'accurato studio visivo di esse. Ama gli animali e stare a contatto con essi. Legatissima a schizzo, un kocker che le è stato regalato dalla nonna quando aveva pochi anni. Odia le mezze misure, per lei non hanno senso. O è bianco, o è nero. Decisamente impacciata nelle relazioni con i ragazzi, non solo sentimentali ma anche di semplice amicizia.
Annabel Bennett

Grifondoro del sesto anno e secondogenita di una semplice famiglia di babbani, residenti nei quartieri Nord di Londra, Annabel è una ragazza come tante altre. Dalla parlantina facile e la battuta sempre pronta, tende a dire sempre quello che pensa e questo spesso irrita chi le sta vicino, specialmente i soggetti più sensibili: in realtà conoscendola bene si può trovare in lei un'amica sincera. Estremamente leale, ama ridere e di conseguenza nutre una grandissima stima per chi provoca in lei questa reazione, attraverso qualunque mezzo. Non particolarmente incline allo studio, se la cava grazie a quel poco che riesce ad ascoltare in classe e alla sua abilità nella parte pratica delle lezioni, specialmente per quanto riguarda Pozioni e Incantesimi. Assolutamente incapace dal punto di vista canoro, in realtà ama cantare e lo fa spesso e volentieri, assicurandosi prima che tutti gli altri esseri umani siano a qualche isolato di distanza, per evitare di graziarli con i suoi toni soavi. Tutta la sua famiglia è sempre stata scettica riguardo alla sua situazione di strega e preferisce tenere nascosto tutto a più persone possibile, eccezion fatta per la sua sorellina minore, che durante le vacanze non fa altro che tartassarla di domande sul mondo magico e quel che è in relazione ad esso. Campionessa di figuracce, non passa attimo che non inciampi in qualcosa o si distrugga la reputazione; ma in fondo, dietro gli occhioni nocciola e il viso tondo di questa ragazza si nasconde una tenerezza infinita, che aspetta solo di essere scovata da qualcuno che la apprezzi per come gli viene presentata. E' raro che si arrabbi, e nelle poche occasioni in cui succede tende a passarle subito.
Daisy Brown

Proviene da una famiglia molto numerosa, è infatti la quarta di cinque fratelli, Evelyn, la maggiore, Carl, Doug ed Alice, la più piccola.
E poi c'è lei, grifondoro del quinto anno, non tanto alta, capelli neri e lisci, carnagione chiara, magra, dal petto ed i fianchi piatti. Casa sua è sempre spaventosamente caotica e confusionaria, ogni giorno succede qualcosa, c'è sempre un parente più o meno stretto che viene a cena, o a prendere un the, o semplicemente a fare una visita. Se i primi anni in cui era ad Hogwarts ne sentiva la mancanza, dal quarto ha iniziato a palesare la sua insofferenza e a ritenersi fortunata di trascorrerci solo le vacanze. La sua materia preferita è pozioni, seguita da trasfigurazione e talvolta ottiene dei buoni risultati anche in Difesa contro le arti oscure. Non è eccessivamente riservata, ma nei momenti in cui ha bisogno dei suoi spazi non ammette di essere disturbata. Non è molto paziente e quando è nervosa per conto suo ha il vizio di essere scontrosa con tutti, salvo poi pentirsi un attimo dopo aver parlato. Ha spesso un'aria totalmente disinteressata ed annoiata, tanto da sembrare non avere attrazione per attività alcuna. Recentemente ha scoperto la passione di scrivere poesie, ma non le ha mai fatte leggere a nessuno, perchè se ne vergogna troppo; differentemente ha sempre mostrato attitudine nel disegno ed in particolar modo trova soddisfazione nell'eseguire le caricature dei professori o compagni. I genitori ed i fratelli sono maghi, ma in famiglia ci sono molti halfblood e babbani. Non ha mai dato peso alle prese in giro che le venivano fatte a causa della sua origine, anche se ultimamente le sembra che la situazione a scuola sia peggiorata, pur non essendo al corrente di niente.
tassorosso
Apollonia Pasco

Sedicenne Tassorosso figlia di babbani, di origini bretoni ma cresciuta nello Yorkshire. In una parola, il Disordine. L’organizzazione è qualcosa di avulso da lei, una confusionaria in senso lato. Distratta nel riporre la roba, nel vestirsi, nel fare i compiti, è anche piuttosto imbranata. Energica, vivace, ai limiti dell’iperattività, si muove continuamente, in alternativa parla. Scherza molto, ride molto, e lo fa in modo poco signorile. È una persona molto alla mano, con cui è facile parlare, basta solo non farla innervosire. Tendenzialmente ottimista, è d’altra parte anche un soggettino nervoso e facile alla rabbia. Cocciuta come un somaro, è permalosa e reagisce con irruenza ai torti subiti, non facendosi problemi ad arrivare alle mani. È molto orgogliosa; ammettere i propri errori le costa tremendamente tanto, e la maggior parte delle volte evita di farlo. Fierissima delle proprie radici, sia geograficamente e che magicamente parlando, coltiva la passione per le tradizioni bretoni e difende a spada tratta la popolazione babbana. Il suo rendimento scolastico è nella media, con voti particolarmente bassi in pozioni e note particolarmente alte in babbanologia. Detesta a livelli cosmici il proprio nome, e si presenta sempre e solo come Polly.
Eugene Pennington

VI anno. Nato e cresciuto a York in una famiglia basso-borghese, senza quasi entrare in contatto con il mondo magico e soprattutto con i nonni materni. E' infatti, nipote degli esponenti di due importanti famiglie nobili del nord dell'Inghilterra. Il problema fondamentale sono le origini di suo padre, figlio di Babbani. Lo stesso Eugene si è convinto che sia il suo sangue 'sporco di seconda generazione' ad essere l'origine del suo scarso talento magico, che è stato un grande motivo d'imbarazzo scolastico finché non l'ha ammesso pubblicamente, smettendo di scatenare l'ilarità altrui. La sua vera passione è la musica; dopo numerose pressioni sulla professoressa Bonnet, è riuscito ad ottenere l'istallazione di un pianoforte a coda in sostituzione di quello a muro presente nella stanza di Musica di Hogwarts. Fa parte del coro della scuola sin dai tempi in cui la sua straordinaria voce era bianca come la neve. Timido, introverso, non ha quasi nessun amico. Può dare l'impressione di voler essere misterioso, affascinante, ma non c'è alcuna premeditazione nel suo comportamento. Lo si vede raramente in giro per la scuola: quando passa, si può seguire solo la scia della sua testa biondissima, o al massimo il suono del motivetto che sta intonando. Frequenta molto volentieri Carlisle Hunnam, una delle poche persone per le quali non provi invidia, fastidio o astio. Non ha mai avuto una ragazza; certo è che sono poche quelle che sono riuscite ad approcciarlo, ma neppure lui ha mai dato segni di volere una relazione.
Rah Ching Page

Rah Ching è stata adottata da una famiglia di Babbani londinesi, non sa nulla delle sue origini di cui mantiene solo il nome. Sin da piccola si dimostrò timida con chiunque le rivolgesse la parola, rimane spesso taciturna. Cercò sempre più di scoprire qualcosa sulle sue origini ma i Page, i genitori adottivi, tentarono di tenerla in ogni modo lontana da qualsiasi cosa riguardasse il suo passato, la Cina e i suoi genitori. Questa situazione la rese sempre più insofferente e ogni volta che otteneva risultati negativi nelle sue ricerche o che la signora Page la scopriva a informarsi su qualsiasi cosa riguardasse la Cina la luce della stanza in cui si trovava Rah cominciava a lampeggiare e la lampadina scoppiava, oppure le pentole in cui la madre stava cucinando si fondevano e bruciavano. All’età di 11 anni ricevette la lettera che la metteva al corrente che avrebbe potuto frequentare la scuola di magia e stregoneria di Hogwarts. I genitori adottivi le raccontarono allora la verità sui suoi genitori: erano dei maghi che l’avevano abbandonata perché pensavano che fosse una Maganò, che non avrebbe mai avuto un posto nella società magica. Ora Rah frequenta il 5° anno a Hogwarts ed eccelle in tutte le materie di studio, anche se predilige Trasfigurazione, Incantesimi e Difesa Contro le Arti Oscure.
Carlisle Hunnam

Sesto anno. Carlisle è nato e cresciuto a Londra, figlio di due eminenti personalità del mondo magico: il padre, Charlie, è primario al San Mungo, mentre sua madre, Hannah, è una famosa ricercatrice che collabora con l'ospedale. Purosangue. Sebbene non gli sia mai mancato nulla, sin da bambino dimostra di avere un'indole incredibilmente generosa e disponibile, al punto da trasformarmi, con il passare negli anni, in un vero e proprio galantuomo, l'incarnazione di un romanzo di fine '800. Studente nella media, si distingue particolarmente in Cura delle Creature Magiche e Difesa contro le Arti Oscure, ha la strordinaria capacità di ricordare tutto ciò che legge, indipendentemente da dove lo legga e quando lo legga. Ha un discreto successo tra le ragazze, ma non è particolarmente interessato a far strage di cuori, al punto da essere considerato universalmente l'Anti-Principe per eccellenza e da essere cordialmente detestato da Edward Norwood, sentimento ricambiato con altrettanta intensità. Le radici di questo odio tra i due belli per antonomasia rasentano oramai il mito e la leggenda: c'è chi vocifera, addirittura, del coinvolgimento di una bellissima Veela. Cerca sempre, costantemente, di rimanere fedele a se stesso e sa assumersi le proprie responsabilità, non teme i confronti e men che meno gli scontri. Le ragazzine di Tassorosso del primo anno gli hanno dedicato un fan-club.
Alexa Robinson

Alexa nasce in una ridente cittadina del Michigan, negli Stati Uniti, da madre babbana e padre mago. Deve scoprire le sue potenzialita` da maghetta da sola pero`, dato che il padre non e` mai in casa, e quando lo e` si limita a dormire e a picchiare e sgridare lei e la madre. Il padre ha da tempo rotto ogni contatto con il mondo magico e vive solo nella realta` del mondo babbano. Quando Alexa compie i sette anni il padre abbandona la famiglia scappando in macchina con una giovane ragazza. Da quel momento in poi Alexa e sua madre si devono rimboccare le maniche per sbrigarsela da sole. In questo modo Alexa si costruisce un carattere forte e perseverante, diventa una ragazza che difficilmente si arrende, e trova sempre un modo di superare gli ostacoli. Per queste ragioni Alexa viene smistata nella casata di Tassorosso quando arriva agli undici anni a Hogwarts. A scuola si trova un po` in difficolta`, si sente una estranea fra tutti i ragazzi dell'alta societa` inglese e cerca disperatamente di nascondere il suo marcato accento americano. Inoltre e` disprezzata ancor di piu` dai Purosangue perche` l'unica radice che l'attacca al mondo della magia, il padre, ha da tempo rinnegato il suo mondo, abbandonandosi ai piaceri babbani. Riesce comunque a fare subito amicizia con due simpatiche ragazze che diventeranno le sue compagne di stanza e amiche del cuore, Lory e Susan. Nonostante la sua personalita` decisa e forte Alexa ha una bassa autostima, e non e` il meglio a socializzare. Sa tirare fuori il suo lato combattivo e aggressivo quando e` necessario. E` alta e castana, ha un sorriso bellissimo, che sfodera solo agli amici piu` intimi. Ama scambiarsi pettegolezzi fra amiche nella sala comune di Tassorosso, davanti a un fuoco e con una barretta di cioccolato da gustare. Frequenta il quinto anno, ma il primo semestre lo ha trascorso a casa per accudire la madre malata. La sua materia preferita e` Erbologia.
corvonero
Audrey Salinger

Sesto anno. Nata e cresciuta nella città di Brighton, nel sud dell’Inghilterra, Audrey è figlia di Isabel e Julian Salinger; sua madre scomparve, quando lei era piccola, dunque suo padre decise di affidare l’educazione della figlia alla sorella della donna. Benché la sua famiglia sia fieramente purosangue, Audrey non condivide le loro idee in merito alla purezza di stirpe, grazie anche all’influenza di sua zia Diane. Non molto alta, ha un fisico esile, la pelle chiara e gli occhi verdi; tiene molto ai suoi boccoli biondi ed alle sue mani belle e curate. Fin da bambina manifesta i suoi poteri di strega, e stupisce la sua famiglia quando è assegnata a Corvonero invece che a Serpeverde. Possiede una memoria molto precisa e un’intelligenza brillante, non le interessa molto studiare, a differenza degli altri Corvonero; tuttavia, grazie alle sue doti, riesce bene anche nelle materie più complesse, e in modo particolare eccelle in Trasfigurazione ed Aritmanzia. È gentile con chi le si rivolge, ma riservata; la sua migliore amica e compagna di banco è Rachel Casey. È molto paziente, e talvolta dà ripetizioni agli studenti che lo chiedono, facendosi pagare profumatamente. Ama la natura, e spesso passeggia nel parco di Hogwarts; quando è triste, cerca un posto solitario e si rifugia lì finché non le passa la malinconia. Le piace molto leggere e disegnare.
Jillian McKanzie

Nata con lo scoccare del solstizio d'autunno nel castello di famiglia poco fuori Edimburgo, Jillian si è trasferisce a Londra alla tenera età di tre anni, in seguito all'assunzione dei genitori al San Mungo: proprio a causa della loro scarsa presenza in casa, la bimba viene cresciuta dalla nonna materna che, tra un biscotto e una fetta di torta scopre la spiccatissima dote della nipote per gli incantesimi. Di salute cagionevole, studia a casa fino ai suoi undici anni, quando la fatidica lettera di Hogwarts arriva, invitandola a frequentare quello che si rivelerà essere il più traumatico anno della sua vita: spaesata dalla frenesia scolastica, dalla confusione e dalle tante persone, fatica ad ambientarsi in quel mondo così diverso dal suo. Solo al terzo anno, le cose iniziano ad andare meglio e avviene la metamorfosi: da invisibile studentessa modello, Jillian si trasforma in una malinconica ma sempre sorridente splendida fanciulla. Adesso frequenta il sesto anno nella casata corvonero. E' una grande osservatrice, di indole schiva e per questo spesso scambiata per snob: in realtà è solo molto diffidente dei confronti di chi non conosce. Sebbene sia molto graziosa, con lunghi capelli biondi e occhi verdissimi, non ha un grande successo con i ragazzi a causa di una forma di timidezza cronica che la porta ad arrossire furiosamente ogni qualvota viene colta di sorpresa. Cosa che accade praticamente ogni volta. Ama particolarmente le giornate autunnali, quando i raggi del sole ancora scaldano la pelle. Ha una gattina nera, Chipie, che adora.
Georgiana Harrington

Caposcuola della casa di Corvonero. Figlia unica, nasce e cresce a Stratford-Upon-Avon, Warwickshire, che già diede i natali a William Shakespeare. Figlia dei proprietari di un serraglio del quartiere magico di Stratford, ama sin dalla più tenera età i gatti, che rimangono però uno dei pochi animali che possa sopportare. Influenzata dalla fama suo illustre concittadino, ama scrivere racconti dove regala le più improbabili personalità a lei e ai suoi amici; perde ore intere e fiumi d'inchiostro nell'immaginare le sue fantastiche vite. L'idea di frequentare Hogwarts non fa altro che gettare un'aura dorata sul suo futuro, tanto che il ritardo della sua lettera d'ammissione ( assegnata ad un gufo scarsamente affidabile e poi prontamente rintracciata ) le provoca una crisi di panico che richiederà un ricovero al San Mungo.
Schietta, di carattere aperto, non riesce a stare per più di tanto tempo senza fare una battuta. Socializza con facilità ed è pronta ad aiutare il prossimo nei limiti del possibile. Dedica anima e corpo ai suoi compagni di casa, uno dei motivi per cui è stata nominata prima Prefetto, e ora Caposcuola. Grazie allo studio e ad una mente brillante ottiene ottimi risultati scolastici, in particolare in Trasfigurazioni; nutre una vera e propria adorazione per Albus Silente, d'altronde ricambiata dalla stima del professore. Detesta il Quidditch e non è praticamente in grado di salire su una scopa. Continua ad avere una fervida fantasia e non ha smesso di scrivere; ha un numero imprecisato di taccuini, e ne porta sempre uno con se. Ha lasciato il suo ultimo ragazzo a metà del sesto anno e per ora è single. Ha moltissimi amici, anche se solo pochi possono affermare di conoscerla veramente bene.
Aedan Lywelyn

Primogenito di Lord e Lady Lywelyn , i maghi più famosi della contea Irlandese. Studente modello dalla bellezza eterea si distingue per il suo carisma innegabile [ e per la lunga lista di conquiste nel corso degli anni di studio. ]. Dalla memoria pronta e sempre vigile, denota un curriculum scolastico inappuntabile.Nelle sue vene scorre sangue purissimo che gli permette di predisporre di una attitudine verso la magia innegabile.Quasi irreale.Plateale, ma per niente spaccone, si diverte nel mostrarsi.Vanesio senza dubbio, conquista e stravolge con il suo modo di fare esuberante ma mai fuori posto.Amante del bello e del divertimento, ambizioso e per nulla scontato.Dietro un sorriso si nasconde una creatura difficile da capire per conoscenti comuni, che tiene debitamente alla larga dal suo privato.Sottile e meticoloso nelle considerazioni personali, fa gruppo con pochi ragazzi a scuola, che però considera sicuramente gente fidata.Tra queste persone, strano a dirsi per le attitudini generali, fa coppia fissa con la sorella minore, Scarlett, anche lei studentessa di Hogwarts.Legati da un rapporto particolare, Scarlett è la sola che riesca a capirlo anche da uno sguardo.Silenzioso, valuta bene ogni mossa.La sua mente sveglia, straordinariamente incline nel prevedere le mosse altrui, lo fa risultare, senza dubbio un mago da cui è meglio guardarsi bene.Pronto a tutto pur di raggiungere i suoi obiettivi.Dall’aspetto forte e deciso, trae in inganno per i suoi modi di fare a volte teatrali.Gli eccessi della sua personalità, però, conducono ad una trappola, non facendo sospettare affatto la straordinaria pericolosità che può raggiungere, se provocato.
Sophie Davies

Frequenta il quinto anno nella Casa di Corvonero. Nata da madre strega e padre babbano nella cittadina di Harwich(est dell’inghilterra), Sophie rientra nella schiera dei cosiddetti ‘mezzosangue’, ma non nasconde per nulla le sue origini, anzi, ne va fiera. Ha un’intelligenza spiccata che ha ereditato dal padre e una certa spigliatezza(che mostra solo quando ne ha voglia), che è eredità materna. Adora ascoltare e guardare le persone con attenzione, cercando di coglierne ogni piccola sfumatura. Ha un fratello più grande, Randal, al quale mira come modello e col quale ha un buon rapporto di amicizia e di stima; proprio per la sua influenza, Sophie appare più grande della sua età. Non ha particolari difficoltà a crearsi nuove amicizie, ma sono davvero pochi quelli che possono definirsi suoi ‘amici’ nel vero senso della parola; in particolare è legata a Elodie Baudelaire, al suo stesso anno, ma smistata in una casa differente e ha un migliore amico, Henry Hallward . Persona simpatica e sincera. Nonostante non sia una ragazza superficiale, adora vestiti di ogni genere e si diverte a creare nuove mode o provare nuovi abbinamenti. C’è un’altra cosa che Sophie ama fare sin dalla tenera età, e quella cosa è cantare: canta sotto la doccia, canticchia nei corridoi, canta quando è triste o quando è felice; insomma la sua vita è il canto e cantare è la cosa che la rende più felice e la fa sentire accettata in una scuola in cui non è sempre facile sentirsi ‘diversi’.
Leen 'Ute' Neumann

Tedesca dal sangue puro; la sua famiglia è composta esclusivamente da maghi da generazioni e generazioni, ha un albero genealogico che sembra non finire mai. Questo, l'ha aiutata ad ambientarsi per bene a Durmstrang - scuola nella quale ha passato i primi sei anni scolastici prima di essere spedita ad Hogwarts. Ancora non si capacita di come, i genitori, abbiano potuto fare una cosa simile: ha dovuto abbandonare fidanzato, amici e studi e senza nemmeno poter aspettare ancora qualche mese - prima della fine dei corsi, per lo meno. Questo ha reso il suo trasferimento difficile e a suo dire, la decisione oramai presa è ingiusta e sconsiderata.
Lei è quella che, forse per la troppa incoscienza, forse per la connaturata caparbietà che molti le attribuiscono, è convinta ad andare sempre fino in fondo, senza fermarsi neanche a costo di rischi inutili, sebbene neanche una volta abbia smesso di fingersi più forte di quello che è in realtà, ripugnando in quasi ogni circostanza le lacrime. Sicura, tuttavia: nel complesso è socievole, pacata quanto serve. Tende ad essere schieta, se colta in imbarazzo permalosa e acidella. Sa, però, essere di una fragilità e di un'ingenuità disarmante, spesso, per indole caotica e tragicamente sregolata. Bionda, i suoi occhi sono caratterizzati da bicromia oculare ( destro azzurro, sinistro verde ) ma è un particolare che spesso nasconde, tramite una lente colorata. Una naturale predilizione per incantesimi e pozioni, un rinomato fenomeno nei duelli.