31/07/2008
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Infermeria.
E’ questione di giorni, ha detto la Mound quando ho riaperto gli occhi.
Tra un paio di giorni te ne potrai andare, te lo assicuro.
Sette giorni dopo, sono ancora qui.
Inchiodato a questo stupido letto, in questa stupida stanza. Non è rimasto più nessuno, hanno mandato via persino la Traviston e lei si che era ridotta male! Sebastian pare sia l’unico che, pur essendo stato ferito da Doholov, è riuscito a sfuggire alle cure della nostra amata infermiera.
Jules dorme, la maggior parte del tempo, e quando apre gli occhi è completamente assorbita dalla presenza di Aedan. Chi l’avrebbe mai detto, poi, che il cuore della nostra regina dei ghiacci sarebbe stato sciolto proprio dal principe del gelo.
Mi rigiro su un fianco, sbuffando, e mi ritrovo ad affondare il viso in un gigantesco mazzo di fiori che pare galleggiare a mezz’aria. Mi ritraggo, di scatto, starnutendo.
«Ma che diamine..»
«Scusa» trilla una vocina sottile e incredibilmente acuta «Scusami non volevo!»
Guardo meglio il mazzo: non sta effettivamente volando, ci sono un paio di bambine che sbucano di sotto. Che Eugene si sia dato dalla Trasfigurazione di qualche piccina del primo anno?
«Non fa niente» rispondo in automatico, sentendomi non poco idiota nel parlare a un mazzo di fiori.
«Non volevo, lo giuro!» mi assicura la vocina, incrinandosi pericolosamente e sfiorando il panico assoluto.
«Davvero, non importa» la rassicuro.
Silenzio. Imbarazzante silenzio. Mi schiarisco la voce, prima di riprendere.
«Posso fare qualcosa per te?»
Il mazzo-mutante sbuffa, sollevandosi in punta di piedi, per poi scindersi in due: i fiori si posano sul comodino ricoperto di libri e biscotti, le gambe si ricongiungono al busto di una minuscola ragazzina dai capelli biondi ed enormi occhi azzurri che identifico come Emily, la Presidentessa del mio Fan-Club.
«Sono.. sono per te» balbetta, torturandosi le dita.
«Emily» le sorrido, facendola avvampare all’istante «Che pensiero gentile, non dovevi disturbarti..»
«Non sono solo da parte mia» precisa, compita «Sono da parte di tutto il tuo fan-club, che ho l’immenso onore di presiedere» recita, gonfiando il petto d’orgoglio. Fa tenerezza, questo scricciolino.
«E li hai portati tutti da sola?» le chiedo, educatamente. Scuote il capo.
«Sono venuta con Hannah e Lucy, loro..»
«Sono qui fuori, non è vero?»
Annuisce, in attesa. Mi sa che non ho proprio scelta.
«Hannah, Lucy» le chiamo, stampandomi in faccia il migliore dei sorrisi.
Due testoline, una rossa e una corvina, fanno capolino. Le due piccole arrossiscono, trotterellando verso la loro socia con un gran sorriso stampato in faccia. Si guardano, confabulando sotto voce, per poi spintonare la loro capa verso di me. Questa, riluttante, si schiarisce la voce.
«Volevamo sapere…» inizia «Come stai?»
Sarà un lungo, lungo, lunghissimo pomeriggio.

***

Presidenza –qualche giorno dopo.
Il volto di Dippet è pallido e scavato, segnato da profonde occhiaie violacee. Non devono esser state settimane facili per lui, giustificare al Ministero del perché molte delle personalità più influenti del mondo magico siano state convocate a scuola per rispondere della condotta dei loro pargoli d’oro. Ho intravisto la nonna di Jillian, dalle finestre dell’Infermeria, e il padre di Audrey mentre se ne andava, impassibile e glaciale come pochi altri. Milo mi ha riferito di Lywelyn Senior e della sua aria altera, mentre pare che assieme ai Norwood sia arrivata un ingente quantità di galeoni d’oro zecchino, appena prelevati dalla Gringott.
Quello che mi stupisce, però, è Riddle. Nessuno ha fatto il suo nome, nessuno l’ha visto, nessuno ha detto nulla. Si sta preparando per i M.A.G.O. come se nulla fosse, rinchiuso o nel Reparto Proibito della Biblioteca o nella Sala Comune di Serpeverde.
Il Preside si toglie gli occhialini rotondi, massaggiandosi le tempie, prima di tornare a guardare il viso pacato di mio padre. Siamo gli ultimi in assoluto, a transitare al suo cospetto.
«Signor Hunnam» riprende a parlare, stancamente «Io non so davvero cosa pensare. Una cosa del genere da Carlisle non me la sarei mai aspettata.»
«Nemmeno io» commenta mio padre, rifilandomi un’occhiataccia.
«Uno studente così brillante, un ragazzo così tranquillo» scuote il capo «Non è ammissibile, non è ammissibile»
«Preside Dippet, non sia così drammatico» intercede mia madre, allontanandosi dalla finestra per venire alle mie spalle e posarvi sopra le mani «Sono ragazzi, è normale che facciano qualche bravata!»
«Signora Hunnam, lanciare caccabombe è una bravata. Stregare le scope di Patricia è una bravata.» chiude gli occhi, di nuovo, per poi riaprirli e posarli su di me. Sento il rimprovero e la delusione scivolarmi addosso, macigni che vanno ad aggiungersi ai pesi che già porto «Una zuffa tra studenti, alcuni dei quali feriti gravemente, non è un bravata»
Sento mio padre inspirare a fondo, inquieto, ma non ho il coraggio di guardarlo. Qualcosa mi dice che non troverei un sorriso a curvargli le labbra, quanto una smorfia.
«Preside Dippet» scandisce, lentamente, sporgendosi leggermente in avanti «Cosa sta cercando di dirci? Che nostro figlio non potrà sostenere gli esami e dovrà ripetere l’anno perché si è sentito in dovere di difendere la sua ragazza? E’ questo che sta dicendo? Che verrà punito per aiutare una persona a cui vuole bene?»
Dippet si ritrae, leggermente spiazzato, e io guardo mio padre sorpreso: sa perfettamente cosa è successo nella Foresta, glielo ho detto chiaro e tondo prima di entrare in questa stanza. Eppure mi difende. Trattengo un sorriso, mentre mia madre interviene.
«Come ha detto lei, Carlisle è sempre stato uno studente modello, un bravo ragazzo. Non ha mai dato problemi. Tenga conto anche di questo, la prego: non pregiudichi il suo futuro per quello che è stato un atto di altruismo. Non è che questo che si insegna in questa scuola? L’amicizia, la lealtà, la correttezza. Avrà anche sbagliato, ad attaccare, ma l’ha fatto per una giusta causa.»
Alzo lo sguardo verso mia madre: la linea elegante del collo, lo sguardo puro e la piega pacata della labbra sono tutto ciò che riesco a scorgere di lei, tra ciocche di fiamme legate in un nodo distratto. Mio padre, lì vicino, guarda fisso davanti a se sfoggiando il mio stesso identico profilo. Le due persone a cui devo la mia esistenza, schierate per difendere il mio immediato futuro. E’ in momenti come questo che mi sento benedetto dal cielo.
«D’accordo, d’accordo» cede alla fine Dippet, dopo un interminabile silenzio «E’ vero. Ma non posso lasciarlo impunito, voglio che sia chiaro. Avrà un richiamo ufficiale, ma potrà prendere parte agli esami di fine anno. Se riuscirà a passarli, l’anno prossimo gli saranno interdette le uscite a Hogsmeade fino alle vacanze di Natale» decreta, con un tono che non ammette repliche.
Avverto la tensione abbandonare mio padre; mia madre si lascia andare in un sorriso, mentre io continuo a fissare il nulla davanti a me. Una volta ancora, sono stato graziato. Eppure, non riesco ad essere felice della mia buona sorte: Audrey e Jillian sono quelle che hanno pagato le conseguenze più care di una lotta clandestina a cui tutti prima o poi giungeranno; sono state le vittime sacrificali sull’altare della giustizia. Se ne andranno. Per sempre.
Una fitta mi stringe il cuore. Ho come la sensazione che non se ne andrà tanto in fretta.
Il cerchio sta iniziando a chiudersi, niente sarà più lo stesso.

***

Stanza delle Necessità –qualche giorno dopo.
«A cosa brindiamo, esattamente?» domando per l’ennesima volta a Milo, che continua a riempirmi un bicchiere dopo l’altro.
«Alla fine» mi risponde allegro e pimpante, gli occhi chiari illuminati dalla scintilla dell’alcol.
«Alla fine?»
«Degli esami, idiota!» mi tira una manata sulla spalle, prima di saltellare via in direzione di un altrettanto sbronza Dinamitarda Worthington.
«Ah» commento, imbambolato, fissando il bicchiere colmo fino all’orlo di Whisky Incendiario sgraffignato in cucina da Damian. Gli esami, già. Come siano andati, non lo so. Non so nemmeno come abbia fatto a rispondere a tutte le domande, quando l’unica cosa a cui riuscivo a pensare era l’imminente fino dell’anno scolastico e l’ancora più imminente separazione da Jillian.
Jillian.
Se ne sta in un angolo, a chiacchierare con Daisy e Annabel, un sorriso stampato sulla faccia ma gli occhi colmi di un dolore che mi strazia il petto. Tutto quello che vorrei, adesso, è mandare a fanculo il mondo, prenderla e portarla via da tutto questo. Georgie mi sfreccia accanto, gorgheggiando felice con un Sebastian ululante avvinghiato attorno alla vita. Una scena al limite del tragicomico. Scolo il liquore tutto d’un fiato, sentendolo scivolare lungo la gola lasciandosi una scia bruciante alle spalle. Con una smorfia, mi affianco ad Eugene nell’esatto istante in cui decide di far sfoggio delle sue notevoli capacità vocali, reclamando silenzio in favore di Julia.
La nostra guida si fa avanti, bella e fragile come non mai, e ci guarda uno ad uno, prima di iniziare a parlare. Milo mi si affianca, con un sorrisetto che non promette nulla di buono e un altro bicchiere stracolmo, che mi piazza in mano. Se domani mattina non sarò in grado di reggermi in piedi, saprò di chi è la colpa.
«La cosa più importante, tuttavia, è che Fidelius continui. Per questo c’è bisogno di una persona che prenda il mio posto.» sta dicendo Julia. I suoi occhi chiari si posano su di me, limpidi e penetranti. Butto giù un altro sorso,
«Io, Georgie e Sebastian ci pensiamo già da un po’. Ed abbiamo deciso che il candidato migliore sarebbe Carlisle Hunnam. Sempre se accetta.»
Il sorso mi va di traverso, ma riesco a non tossire: gli occhi dei presenti sono puntati su di me, in attesa, ma ho improvvisamente perso la capacità di parlare. Io? A capo del Fidelius? Per una frazione di secondo, mi sento irrimediabilmente perso. Ci pensa Georgiana a riportarmi alla realtà.
«Carlisle?» mi chiama dolcemente.
Mi schiarisco la voce. Cosa si fa in una situazione del genere?
«Io… certo che accetto. È un onore che abbiate pensato a me, spero di esserne degno.»
Ci si annega nella banalità, ecco cosa si fa: una frase più idiota non potevo trovarla, questo è certo. Sebastian riprende a ululare, reclamando altro alcol, mentre Julia avanza di un passo.
«Kahlil Gibran una volta scrisse: “La tua ragione e la tua passione sono i remi e le vele della tua anima marinaia. Se uno o l'altro si rompono, puoi buttarti e andare alla deriva, o restare fermo in un punto morto in mezzo al mare. Perché la ragione, se governa da sola, è una forza che ti limita; e la passione, da sola, è una fiamma che brucia fino a distruggersi.”» leva il calice ed urla «A Carlisle!»
I presenti attorno a me ripetono il mio nome, accompagnandolo con espressioni gioiose e grandi risate. Mi ritrovo a sorridere come un ebete, mentre Milo mi salta attorno e Eugene vaga per la stanza tubando come un piccione in calore per non so che astruso motivo. Intravedo Jillian, in un angolo, appoggiata contro la parete che guarda verso di me, con un caldo sorriso sul volto. Di nuovo, la fitta al cuore torna a farmi visita e questa volta non so combattere il mio istinto. Poso il bicchiere ancora pieno su un tavolino e vado verso di lei, senza guardare in faccia nessuno, ignorando tutto e tutti per fermarmi solo quando la mia ombra nasconde la sua figura.
«Ciao» sussurra, accarezzandomi il volto con il respiro.
«Ciao» mormoro a mia volta, guardandola negli occhi. Fa male, fa così dannatamente male. Ma non mi importa.
«Vieni» le dico, stringendole una mano.
«Dove?» domanda, lasciandosi trascinare via.
«Via da qui» rispondo.
Non so nemmeno io, dove sto andando. So solo che voglio stare con lei.


Serra abbandonata –più tardi.
Le dita fredde di Jillian scivolano lungo la mia schiena nuda, mentre la stringo a me e affondo il viso tra i suoi capelli. La notte è calma, attorno a noi; la luce della luna cade liquida sulle foglie lucide delle piante che sono cresciute rigogliose, nel corso degli anni. E’ stata lei a trascinarmi qui, dopo avermi visto attraversare un reticolo di corridoi con lo sguardo vacuo e nessuna idea su dove andare: mi ha stretto forte la mano e mi ha portato via. Quello che doveva essere il suo rapimento, è diventato il mio.
Mi sono accorto che abbiamo lasciato il castello solo quando un soffio d’aria fresca mi ha colpito la faccia, uno schiaffio gelido che mi ha riportato alla realtà. Il prato scorreva sotto i nostri piedi, man mano che correvamo verso la Foresta, solo all’ultimo ha deviato verso le serre, puntando verso una macchia di querce in mezzo alle quali si scorge a malapena una baracca fatiscente. E’ la serra abbandonata, la tana di Jillian.
«Amore» la chiamo piano.
«Mh?» mugola, sollevando appena il volto per guardarmi negli occhi.
E’ così dannatamente bella.
«Baciami»
Posa le labbra sulle mie dapprima con delicatezza, poi con impazienza, inclinando il capo verso la spalla per arrivare più a fondo nella mia bocca, stuzzicandomi fino a strapparmi un bacco gemito di protesta. Mi afferra i capelli, stringendo le ciocche con forza, mentre puntellandosi sulle mie spalle mi sale addosso, sedendosi sul mio ventre e piegandosi in avanti per continuare a baciarmi. Il desiderio ci soffoca, un dolore squisito sulla punta delle dita che cercano di farsi spazio tra i nostri corpi ancora allacciati.
«Carlisle» chiama, debolmente, la fronte aggrottata nello sforzo di non piangere.
«Jillian» rispondo io, sentendo gli occhi pizzicare a mia volta.
Non ci stiamo lasciando. Non ancora, quantomeno, eppure non riesco a fare a meno di trattenere le lacrime.
L’ultima volta che ho pianto è stato quando è morto Angus, il mio vecchio cane. Avevo otto anni e l’impressione che qualcuno mi stesse strappando il cuore dal petto.
«Non voglio andarmene» singhiozza, premendo le labbra contro il mio collo per soffocare la disperazione contro il calore della mia pelle; piccoli sussulti scuotono il suo corpicino magro.
Non so nemmeno cosa dirle. Nemmeno io voglio che se ne vada, ma dubito che dirglielo possa servire a qualcosa. Non è di parole, che ha bisogno adesso. È tutto così maledettamente sbagliato.
«Vengo con te» esclamo d’impulso. Sbatte le palpebre, due grosse lacrime le scivolano lungo le guance e poi precipitano sulle mie. Facendo leva sugli avambracci, mi metto a sedere, senza lasciare che si allontani.
«Vengo con te» ripeto «Lascio Hogwarts, vengo con te»
«Ma..» fa per protestare, ma non le do il tempo di parlare, tappandole la bocca con un bacio quasi violento, stringendole i polsi in una stretta ferrea, senza mai smettere di guardarla. Riconosco il piacere che le annebbia lo sguardo, riconosco la sua determinazione a combatterlo. Si allontana, rabbiosa.
«Cosa stai dicendo?» protesta «Mi fai male»
Ma adesso c’è solo dolcezza nei miei pollici che le accarezzano l’interno dei polsi, provocando violente scariche di brividi che la stordiscono, leggermente.
«Sto dicendo, Jillian McKanzie» scandisco lentamente «Che verrò con te.»
«Ma non puoi» geme, al limite della disperazione «Ci sono troppe cose a cui non puoi sottrarti»
«Non mi importa» la costringo a guardarmi, reprimendo la sensazione di fare qualcosa di incredibilmente crudele e sbagliato. Non voglio pensare, sono stanco di pensare.
«Il Fidelius» boccheggia, dopo un altro bacio.
La consapevolezza mi crolla addosso, come una doccia fredda. Le mani di Jillian crollano inermi, quando lascio andare i suoi polsi affondando il viso nella curva del suo collo. Il dolore si estende, dal cuore aveva raggiunto ogni terminazione nervosa e non lascia scampo; sono in trappola, combattuto tra la mente e il cuore, tra l’istinto e la ragione. Sento l’impellente bisogno di urlare
Poi, una carezza.
«Amore» mi chiama piano Jillian «Non fare così. Andrà tutto bene, vedrai»
Stringendomi il viso tra le mani, mi bacia la fronte.
«Andrà tutto bene» ripete dolcemente, scendendo al naso e poi alle labbra.
«Andrà tutto bene» cantilena ancora, nella mia bocca, per l’ultima volta. Lottiamo con irruenza, stringendoci e allontanandoci con la disperazione di due condannati a morte, intrappolati in una danza di sospiri e gemiti che gira veloce, vorticosa, risalendo una lenta spirale di piacere.
Da qualche parte sul lago, un timido raggio di sole fa capolino all’orizzonte.
«Vorrei poter fare di più» sussurro contro le sue labbra, stringendole forte mentre scivola su di me. Io dentro di lei, lei dentro di me, non esiste altro al di fuori di quello che siamo.
«Vorrei che tu capissi quanto già stai facendo» replica lei, con il fiato corto, prima che un nuovo sole annulli ogni volontà e ogni raziocinio, esplodendo in un mare di luce.

***

Torre di Tassorosso, stanza di Carlisle, Eugene e Milo –qualche giorno dopo.
Non ho nessuna voglia di preparare la valigia. Eugene ha appena chiuso per la seconda volta il suo, dopo avermi coinvolto in quella che probabilmente è stata l’ultima rissa dell’anno scolastico.
Milo continua ad imprecare, osservando il suo impeccabile riflesso nello specchio accanto al suo letto, scrutando con attenzione il taglio che gli sfregia la guancia destra.
«Cazzone che non sei altro» brontola verso di me «Rimarrò sfregiato a vita!»
Sbuffo.
«Non essere idiota, se aspetti che trovo di nuovo la bacchetta te lo sistemo»
«Fossi in te andrei dalla Mound, nello stato in cui si trova non è nelle condizioni di praticare alcun incantesimo, sarebbe più sicuro se te lo mettessi a posto io» commenta Eugene, sarcastico. E’ rosso come un peperone, mentre si ostina a sollevare il baule per rimetterlo ai piedi del suo letto.
«Forse hai ragione» commento dopo qualche attimo, senza cogliere la provocazione. I miei due amici si scambiano un’occhiata preoccupata, prima di venire a sedersi sul mio letto guardandomi, con l’espressione più seria che abbia mai visto sulle loro facce stampata addosso.
«Carl, vecchio mio» inizia Milo «Cosa sta succedendo?»
«Niente» scrollo le spalle, mentendo. Ma se c’è una cosa che dovrei sapere, è che non si può mentire a un membro del trio, dopo tanti anni assieme viviamo in una sorta di inquietantissima simbiosi.
«Balle» ringhia Eugene, che se fosse un po’ più piccolo potrebbe sembrare un angelo custode appollaiato sul mio letto. Ora come ora, sembrano due giganteschi avvoltoi che incombono su di me.
«Senti, io capisco che Jillian il prossimo anno se ne andrà, che non vi vedrete più ogni giorno e che non potrete più fare le vostre porcellane nei posti più impensati, ma questo non vuol dire che sia la fine» cerca di consolarmi il moro.
Mi rigiro su un fianco, sentendo la solita fitta tornare a farmi visita. Succede così, ogni volta che penso a lei. Se poi è un momento particolarmente triste, può addirittura capitare che mi metta a piangere.
«E invece si» confesso alla fine, senza riuscire a guardarli in faccia.
«Cosa intendi dire?» Eugene rizza le orecchie, sospettoso «La principessa delle fate ti ha lasciato?»
«Ma allora vuol dire che non è vero che ieri notte vi hanno beccati nell’aula di incantesimi a ballare il mambo!» si lascia scappare Milo, sconvolto, lasciando che il Tassorosso che è in lui abbia il sopravvento.
«Non mi ha lasciato» mi affretto a rispondere «Però lo farà»
«Perché dovrebbe?» riprende il moro.
«Perché» inspiro a fondo, pregando che la voce non mi tremi «Nessuno dei due crede nelle storie a distanza. Troppo dolore, troppe complicazioni..»
Non ho voglia di spiegare loro perché entro la fine dell’estate lascerò la ragazza che più ho amato in tutta la vita. Non ho voglia nemmeno di pensarci. Colpisco il cuscino con un pugno, stringendo forte le labbra per non piangere. Eugene mi posa una mano sulla spalla, facendomi sussultare.
«Carl..» mi scuote, leggermente «Non fare così»
«E cosa cazzo dovrei fare?» sbotto, sollevandomi a sedere di scatto «Lei se ne andrà e io non sono capace di fare altro che starmene tutto il giorno a pensare a quanto sarà orribile l’anno prossimo e…» mi mordo il pugno, sentendo le lacrime addensarsi negli occhi.
Nella stanza è calato il silenzio, interrotto di tanto in tanto dal morbido fruscio di una pergamena spostata dalla calda brezza estiva.
«Non la voglio perdere» mi lascio sfuggire, mandando definitivamente a fanculo ogni traccia di dignità e orgoglio «Non la voglio perdere, dannazio, ma la perderò»
Eugene abbassa lo sguardo, senza commentare; Milo mi posa una mano sulla spalla.
Non c’è più niente da dire.

***

Espresso per Hogwarts –31 giugnio 1944.
E’ una bella giornata di sole, oggi.
Strascichi di nuvole bianche corrono lontane nel cielo, alle spalle del castello che, piano piano, sparisce dietro la prima curva; mi lascio andare ad un sospiro, appoggiandomi allo schienale.
«Starai mai ferma un attimo, Jill?» sospira Isabel che, dopo averci imbottito con un quantitativo di biscotti che avrebbe sfamato un reggimento, se ne sta allegramente distesa addosso a Eugene, godendosi quelli che sembrano grattini dietro le orecchie. La mia ragazza non risponde, continuando ad armeggiare con la bacchetta attorno al cestino di vimini dove, acciambellata su se stessa, Chipie dorme della grossa. Lo so cosa sta facendo. Lavora per non pensare, si concentra sulla magia per non ricordare che è l’ultima volta che saremo tutti assieme su questo treno, nello stesso scompartimento.
Sospiro, alzandomi in piedi e sollevandola con la forza, per farla sedere accanto a me.
«Ma che fai!» protesta svogliatamente, lasciandosi abbracciare e strappare un bacio «Se Chipie mi scappa poi ti picchio!» ma ride, nel dirlo, e Milo coglie subito l’occasione.
«Oh si, Jillian, ti prego! E mi raccomando chiamami, non voglio perdermi lo spettacolo per nulla al mondo!»
«Si, come no» roteo gli occhi «Non saresti capace di sfiorarmi nemmeno con un fiore» la punzecchio, pizzicandole i fianchi e dandole un altro bacio.
Lei gonfia le guance, scansandosi e incrociando le braccia al petto.
«Uffa come sei noioso» protesta. Audrey ride, Eugene abbozza un ghigno.
«Non sai quanto» si lamenta Milo, teatrale «Dovresti sentirlo quando parla nel sonno, poi! Riesce ad essere noioso pure li.»
Risata generale. Fuori dal finestrino la campagna inglese è un quadro sempre uguale, costellato di minuscoli paesini, strade sterrate e campi aridi: la misera della guerra babbana non ha risparmiato nessuno, nemmeno il paesaggio. Non oso immaginare come sarà Londra, quando ci arriveremo.
Distrutta, sfibrata, senza fiato.
Reduce, un po’ come noi.
Guardo i visi delle persone che ho attorno, persone con cui ho condiviso gioie e dolori, persone che ho imparato ad apprezzare, a stimare, a rispettare, ad amare. Quelli che all’inizio dell’anno erano solo nomi sentiti di tanto in tanto lungo i corridoi, protagonisti dei pettegolezzi durante le cene d’inizio anno al tavolo della mia casa.
Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti.
La mia vita è cambiata, quest’anno, in una maniera così radicale che solo il pensarci mi toglie il respiro.
«Mh?» Jill si scuote, quando con delicatezza la sollevo e la appoggio contro lo schienale, per alzarmi in piedi.
«A prendere una boccata d’aria» sorrido «Torno subito»
Annuisce, intontita dal brusco risveglio, e torna a girarsi sull’altro fianco. Scavalco un baule coperto da una scacchiera, interrompendo la partita tra Audrey e Milo, e scivolo fuori, nel corridoio.
Il sole sta iniziando a scendere, non deve mancare molto all’arrivo. È strano come, di anno in anno, il viaggio di ritorno sembri accorciarsi sempre più.
Mi strofino la faccia, appiattendomi contro la parete per far passare un paio di Grifondoro del secondo, per poi tornare a risalire il treno verso i vagoni dei Caposcuola. Ci sono persone che devo salutare, prima di scendere.
«Hunnam, quale onore!» la voce strascicata di Jasper Lewis mi sorprende fermo davanti al loro scompartimento. Ma proprio qui dovevo incontrare ragazzine indemoniate che corrono lungo il treno? «Cosa ti porta, in questa parte di treno? Il posto per i traditori è in coda, assieme ai tuoi sudici amici» sibila ghignante, una sigaretta abbandonata tra le labbra.
«Quanto meno l’aria lì è respirabile» scrollo le spalle, con noncuranza «Non c’è tanfo di Serpeverde»
Aspira un’ultima boccata di fumo, prima di lanciare la sigaretta fuori dal finestrino aperto. Una sigaretta sostanzialmente appena accesa.
«Come sei velenoso, Hunnam» scuote il capo «Finirai con l’uccidere la tua bella, con tutto questo veleno»
«E’ sopravvissuta a te, cosa potrebbe esserci di peggio?» ribatto, trattenendo l’irritazione. Un conto è insultare me, un conto è tirare in ballo Jillian.
«Su questo puoi scommetterci» mi si avvicina di un passo «Se l’avessi conosciuta un po’ meglio e non ci fossi stato tu, probabilmente il suo bel visino non sarebbe così spesso sorridente. Anche se, a dire il vero, non è che sorrida poi molto adesso. Ho saputo che se ne va, con la sua amica boccolosa»
Mi irrigidisco appena, ma lui prosegue, imperterrito.
«Un vero peccato» abbassa lo sguardo, per un attimo, dandomi quasi l’impressione che sia dispiaciuto «Davvero un grandissimo peccato»
Abbasso lo sguardo a mia volta, faccio per replicare, ma quando torno a guardarlo il solito ghigno irriverente è tornato a far capolino, curvandogli le labbra. L’attimo è passato. Forse non c’è neppure mai stato, chi lo sa.
«Il fatto che la tua fatina dei ghiacci se ne vada non cambia le cose tra noi, Hunnam» mi ammonisce. Inarco le sopracciglia, perplesso.
«Lewis, mi spiace smontare le tue speranze, ma gli uomini proprio non mi piacciono» sollevo le spalle, con aria dispiaciuta, e lo oltrepasso «Vedrai che un giorno Norwood capirà il tuo immenso valore e scorgerà la tua bellezza interiore, coronando il tuo sogno d’amore. Non perdere le speranze, l’estate è ancora lunga»
«Hunnam, mi spezzi il cuore » recita compito «Eppure lo sai che nella mia vita c’è posto solo per te»
Agito una mano in aria, senza neppure guardarlo. So già che sta sghignazzando apertamente.
«Buone vacanze, Lewis»
«Ne riparliamo a settembre, Hunnam»
Oh si. Come no.
Non vedo l’ora.

King’s Cross, binario 9 e ¾  –tempo dopo.
La folla che si accalca su questa striscia accanto al binario mi lascia sempre senza parole. Se non fosse per gli incantesimi del Ministero che lo hanno allargato, sarebbe impossibile persino respirare, qui in mezzo.
Un piccola tigre dorata preme contro il palmo della mia mano destra, una sottile catenina è attorcigliata attorno alle dita: Julia si allontana danzando verso il suo futuro, dopo avermi consegnato il mio nelle mani. E’ strano, un oggettino così piccino con un significato così grande, così pesante.
Inspiro a fondo, infilandolo nella tasca dei pantaloni nell’esatto istante in cui Eugene mi sfreccia accanto, trascinato da Isabel, sillabando una silenzio richiesta d’aiuto.
«Ci sarà da ridere» commenta Milo, comparendo alle mie spalle con un’aria particolarmente pallida.
«Che ti è successo?» domando, recuperando un carrello su cui faccio levitare il mio baule e quello di Jillian.
«Opal» borbotta, agitando una mano in aria «Un povero disgraziato si è visto il giornale esplodere in faccia»
«Bei ricordi» sospiro, prima di sghignazzare. La fobia dell’esplosione è ormai radicata in Milo al punto che solo nominarla lo fa rabbrividire.
«Mi permetto di dissentire sul “belli”» sibila, seguendomi attraverso la ressa. Il suo baule, come ogni anno, è stato puntualmente recuperato dall’elfo domestico di famiglia, l’elfo più grasso che abbia mai visto in tutta la mia vita, tra parentesi.
«Non puoi negare che molti lo siano, però»
Scrolla le spalle, prima di fermarsi.
«Fatti sentire» mi intima «Non voglio svegliarmi una mattina e trovare il tuo necrologio in prima pagina, sulla Gazzetta del Profeta»
«Grazie, Milo, sei veramente un amico» roteo gli occhi, sbuffando.
«Guarda che dico sul serio» riprende «Non farti problemi»
Annuisco, senza aggiungere altro. Il moro mi scruta, con attenzione, prima di sorridere e tirarmi la solita manata sulla schiena.
«E canta che ti passa!» mi urla pimpante, allontanandosi verso la barriera che lo catapulterà nel mondo babbano. Non posso fare a meno di ridere, mentre raggiungo Jillian e sua nonna, che aspettano pazienti.
Audrey saltella via, al mio arrivo, distribuendo baci e saluti, ma non ho occhi che per la mia Corvonero. Mi sorride, quando le stringo la mano, e assieme ci avviamo verso la barriera attraverso cui poco fa è passato Milo.
Non dice niente, guarda fisso davanti a sé e mi ritrovo a pensare che un anno fa non avrei mai neppure immaginato di vivere quello che ho vissuto accanto a una ragazza speciale come lei.
Le sue dita si stringono attorno alle mie, che ricambiano le stretta.
Speravo di non doverla lasciare mai, questa mano.
Il futuro pesa sulle mie spalle, ma un presente luminoso mi abbraccia e mentre ci addentriamo nelle macerie di una irriconoscibile Londra babbana, alzo lo sguardo al cielo: limpido, senza più nemmeno una nuvola, si allunga infinito su un orizzonte costellato di scheletri di ferro e cemento; ma è solo un attimo perché poi Diagon Alley e i suoi colori festosi sono davanti a noi.
Inspiro a fondo, riempiendomi i polmoni fino a scoppiare.
Benvenuta, estate.













21/07/2008
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Vista l'espressione del mio amico pel di carota, intuisco che io e Milo non abbiamo di certo avuto l'idea migliore per intrattenerlo durante gli ultimi giorni di degenza. Carlisle sbatte le palpebre, con l'aria di chi ci tirerebbe un cazzotto nel naso se ne avesse le forze; non ha gradito la nostra raffinatissima replica del concerto di fine anno in versione a due voci, tanto faticosamente studiata. Appoggio gli spartiti sul suo comodino, rischiando di far cadere l’enorme bottiglia di sciroppo che vi è posata sopra, e poi torno su di lui.
« ragazzi, vorrei chiedervi di non bere alcool prima delle sette di sera. » ci apostrofa con un’occhiataccia, ricadendo sul cuscino con i capelli che gli formano un’aureola fiammeggiante.
« Carl, vorrei chiederti di metterti dei pigiami meno osceni! » ribatte Milo scuotendo il capino con la sua solita aria da re della moda.
Mi sembra quasi strano che siamo qui a fare gli idioti, e solo poche notti fa eravamo in quella foresta a rischiare la pelle. Ci sono voluti giorni prima che riuscissi a dormire più di due ore di seguito senza avere gli incubi, e che mi si levassero dagli occhi i colori degli incantesimi che ho evitato per un pelo. Come il blu della bandierina di Corvonero che Milo sta facendo a pezzi, probabilmente uno sgradevole regalo di Jillian, che cerca di conquistare territorio con tutti i suoi subdoli mezzi di fatina.
« Megafusto Lywelyn in arrivo. » sibilo tanto per rimanere in tema di Corvi, quando il ragazzo di Julia fa il suo ingresso in infermeria, ciondolando con i suoi movimenti da rinoceronte verso la Mound, che per la trecentesima volta gli ricorda che non può fare visita alla sua bella in quanto appartenente al genere maschile, oltre che al genere Cretinus Cretinus, nota specie di umano senza cervello.
« Come sta Julia? »
« Credo bene, a quanto mi dice il tuo angelo custode. »
« Lei sì che si è presa una batosta .. »
« Già. Anzi, perché non facciamo un bell’attentato a Riddle? »
« A furia di frequentare Dinamitarda Worthington hai un certo gusto per il pericolo, amico mio. » Milo digrigna i denti e mi dà uno spintone, costringendomi a non continuare, visto che la mia voce verrebbe coperta dal tonfo che faccio cadendo per terra.
« Coglione. » geme Carl. La Furia Rossa è tornata al 100%.



qualche giorno dopo /

Siamo ancora tutti vivi, dopotutto; forse è per questo che non ci tratteniamo con gli alcolici e ci divertiamo senza ritegno, facendo finta di non sapere che le ferite nei nostri animi e nella vita di alcune di noi non si rimargineranno mai più. Probabilmente fare questa stupida festa stasera é il modo meno pericoloso di riunirci, visto che la cricca di slytherin non si aspetterà di certo che abbiamo il coraggio di fare casino dopo tutto quello che è successo.
Le fatine non riescono a smettere di avere un’espressione depressa; non posso non giustificarle in effetti. Anzi, credo che sia per quello che ho una fitta allo stomaco che non mi abbandona da ieri. Isabel ciondola in giro, e stranamente sembra evitarmi; lei probabilmente è quella messa peggio, visto che rimarrà da sola a Hogwarts. O almeno, senza le sue amiche, quelle con cui ha passato tutti questi lunghi anni. Non credo che riuscirei a sopravvivere senza i miei due allegri compari.
« Silenzioooo! » urlo selvaggio, fonte da intercettare. Mi volto giusto in tempo per avere la seconda parte della versione scimmiesca di Sebastian, che si regge a malapena addosso all’accaldata Georgie. Oserei dire che é un déjà-vu. « Julia deve far un discorsoooo! »
Milo mi raggiunge con un sorrisino malefico su cui preferisco non interrogarmi, e ciondola il suo calice con grande soddisfazione.
« Per me è l’ultimo anno. Quindi devo salutare molti di voi. » Attacca Jules. « La cosa più importante, tuttavia, è che Fidelius continui. Per questo c’è bisogno di una persona che prenda il mio posto. Io, Georgie e Sebastian ci pensiamo già da un po’. Ed abbiamo deciso che il candidato migliore sarebbe Carlisle Hunnam. Sempre se accetta. »
Ma chi, il mio migliore amico? Mi volto automaticamente verso di lui, che guarda verso un punto imprecisato con la stessa espressione di uno spaventapasseri.
« Io… certo che accetto. È un onore che abbiate pensato a me, spero di esserne degno. » ribatte con il tono di chi ha appena preso il titolo di Ministro della Magia. Falso modesto.
« Brindisi, brindisi! » di nuovo l’esagitato Sebastian. Mi perdo la perla filosofica di Julia, mentre scatto verso Carl, che sta balbettando qualcosa di incomprensibile. Non credo che sia il mio status di lampione umano ad impedirmi di distinguere le sue parole. Ehi, sono amico di un pezzo grosso.



ancora qualche giorno /
Questo pianoforte ne ha viste di tutti i colori, compresi quelli del sedere di Julia Versten. Sollevo il lenzuolo polveroso che ho rubato in un dormitorio del secondo anno; si gonfia d’aria, e poi ricade sulle forme del mio compagno di tante ore. Se non ci fossi io, ad occuparmi di lui, chi lo farebbe? Non voglio immaginare la polvere che si attacca alle corde e ai martelletti, rovinandole per sempre.
Mi lascio sfuggire un sospiro, guardando un’altra volta fuori dalla grande finestra della stanza della musica. La botola cigola. Abbasso lo sguardo. Di nuovo la ragazzina Corvonero. Un urletto, e scompare. Dal rumore che ne segue, sembra che sia rotolata giù per le scale. Ciao ciao anche a te, spiona.

***

Chiudo ufficialmente lo scatolone in cui ho messo tutti i libri, e lo depongo con uno sforzo nel baule; non che mi piacciano gli sforzi fisici, ma preferisco non arrischiarmi, visto il mio talento magico non superiore a quello di uno scarpone. Fingo di non vedere la montagna di roba da sistemare che ho rovesciato sul letto, per non parlare della lista degli orari degli esami che é ancora attaccata sul comodino. Un disastro, come sempre, ma ormai non ci faccio più caso.
Il vero problema é l’umore di Carlisle, che tanto per cambiare si dà ai pomeriggi da pensatore, sdraiato sul letto con le mani intrecciate sullo stomaco. Non vogliamo disturbarlo, ma non é neanche possibile continuare così. Credo che abbia sprecato l’ultima energia vitale per fare dei test di fine anno degni, e ora si sia lasciato prendere dalla malinconia. Invece di sfruttare gli ultimi giorni con Jillian.
« allora, hai intenzione di marcire su quel materasso? » sbotta Milo, lanciandogli addosso un paio di mutandine, probabilmente dono galante di qualche ammiratrice particolarmente arrapata. Carl grugnisce e si sbatte un cuscino sulla faccia; eh no, che mi faccia il verso non sono pronto ad accettarlo. Non c’è posto per due orsi, qui.
Al posto di limitarmi agli oggetti, mi scaravento direttamente sul suo letto piantandogli le ginocchia nello stomaco.
« Ragazzo, se non scendi da questo letto con le tue gambe, sarò costretto a trucidarti a colpi di bacchetta! » dichiaro sollevandola sopra alla sua testa, e prendendo a percuoterlo con energia sulla mezzaluna rossa che spunta oltre il cuscino. Lo sento distintamente insultarmi attraverso le piume e il cotone.
Credo che questa si trasformerà nell’ultima rissa dell’anno, e che distruggeremo metà dei nostri bagagli. Già.



on the train /
Sono dovuto uscire a prendere una boccata d’aria. Prima che il treno partisse, sono dovuto scendere; quello scompartimento sarebbe stato letale anche per una zitella amante delle storie spaccacuore. E io, si sa, sono già abbastanza incline alla depressione senza espormi volontariamente alle radiazioni nocive di Jillian e soci.
Non vorrei essere preso per senza cuore. E’ che ho tanti, troppi bei ricordi legati a quelli che stanno lì dentro, e mi uccide vederli in uno stato del genere. Sì, sono un orso con l’anima.
« su, ragazzo, salta in carrozza! » sbraita un omaccione con i baffi a manubrio passandomi davanti, e sventolando una mano pelosa davanti al mio petto. Non credo che ci sia qualcuno abbastanza alto da sventolarmi la mano in faccia, dopotutto.
Con un salto – goffo, sì – recupero la mia postazione all’interno del vagone, e mi dirigo verso il nostro scompartimento, tentando di non farmi abbattere da una ragazzina corvonero bionda che passa correndo a tutta birra e urlando come una fuori di testa. Mi correggo, probabilmente è fuori di testa.
Dietro di lei, Norwood e Lewis si infilano dentro alla porta della toilette, e non ci tengo ad immaginare quale sarà la loro attività in equilibrio sopra un vespasiano puzzolente.
« allora, ragazzi, qualcuno ha voglia di biscotti? » trilla Isy mentre io abbasso la testa a sufficienza da poter entrare senza sfracellarmi il cranio. Apre sulle ginocchia un fazzoletto di tela, e prende a distribuire i suoi biscottini al cioccolato agli altri, che sgranocchiano in silenzio e con gli occhi bassi.



Milo. Carlisle. Ho come l’impressione che quest’estate sarà molto, molto lunga senza di loro. Per non parlare di Isy, che si ostina a stringermi la mano anche mentre scendiamo dal treno, fingendo di non ricordare che ci saranno i suoi genitori ad aspettarla; ma soprattutto i miei, che ormai erano convinti che fossi un’asessuato. Il binario è come sempre troppo fumoso e gremito di persone, tanto che riesco a prendere fiato solo alzando il mento.
« Isabel. » pronuncio in tono perfino più tetro del solito. Abbasso lo sguardo fino ad incontrare i suoi occhioni blu, che mi sorriderebbero anche se non riuscissi a vedere la sua bocca.
« finiscila, sono solo due mesi! » trilla allungandosi sulle punte dei piedi, mentre io mi abbasso e mi lascio dare un bacio sul naso. Sembra molto più felice di quanto non lo fosse dieci minuti fa. Probabilmente è perché c’è una donna minuta e non troppo più vecchia di lei che viene verso di noi di gran carriera. « é mia sorella .. devo andare. » aggiunge mentre mi aggancia il collo con le braccia, costringendomi ad accartocciarmi in avanti per regolarmi alla sua altezza. « se domani mattina non troverò la tua prima lettera sul comodino, mi offenderò tantissimo. Sappilo. » trilla come può trillare una fata minacciosa. Un altro bacio, e scappa verso la sua famiglia, che si è materializzata e mi fissa come se fossi un alieno.
Li ignoro; mi basta vedere Milo che saluta Bum-Bum Worthington per riprendere il mio sorriso beota di ordinanza. A meno che lei non faccia saltare in aria me. Carlisle non si vede. Neppure i miei genitori, in effetti, che dopo aver ricoperto di baci e abbracci la mia ragazza sono andati a salutare il loro vecchio amico non so chi, e sono spariti nel nulla.
« Eugene! » a proposito di Carl, ecco la sua consorte che mi chiama. Credo che questa sia l’ultima volta che la vedo. « volevo dirti addio. » mi dice stringendosi nelle spalle. Bella da spezzare il cuore, diceva Carl, quando non poteva mettere le sue luride manacce su di lei. Ora glielo spezzerà davvero, ma ciò non toglie che
« mi mancherai, Jillian. » rispondo stringendomi nelle spalle. Sorride e corre verso Carl, che la conduce verso la barriera con nonna al seguito.
Riprendo il mio carrello e lo spingo verso il muro di mattoni che ci divide dalla King’s Cross Babbana. Se i miei hanno trattato male il mio pianoforte, lo scoprirò nonappena rimetterò piede a casa. Ed è meglio per loro che sia tutto a posto.












18/07/2008
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Foresta Proibita.
Tutto quello che sento, adesso, è il mio respiro affannato.
Fino a trenta secondi fa facevo fatica a distinguere una voce dall’altra, e adesso sono persa in un oceano di silenzio. E’ quasi soffocante, sembra che le ombre si siano alzate dal terreno, gonfiandosi e dilatandosi fino ad inglobare qualsiasi cosa attorno a loro.
Mi faccio strada, affidandomi alla bacchetta che indica costantemente il nord, attraverso una fitta selva di biancospini che mi graffiano le gambe nude, strappando la seta non più immacolata dell’abito.
Se ne esco viva, la nonna mi ucciderà.
E se non lo farà lei, ci penserà la mamma.
Sento gli occhi bruciarmi, mentre mi arrampico oltre un masso che mi sbarra la strada. Ma chi me l’ha fatto fare? Voglio dire, sono una persona pacifica, io. Non ho mai dato problemi a nessuno, sono sempre stata una brava ragazza, studentessa brillante, figlia modello. Cosa ci faccio nel cuore della Foresta Proibita, senza avere la più pallida idea di come uscirne?
Il panico mi monta dentro, mentre un crack sordo alle mie spalle mi fa strillare per la paura. Mi rannicchio alle spalle della roccia, facendomi piccola piccola. Non è questo il momento di farsi prendere dal panico. Decisamente non è questo. Respiro a fondo, cercando di tranquillizzarmi.
La voce della nonna mi rimbomba nelle orecchie, stridula e irritata.
«Sei una McKanzie, per Diana! Non una mammalucca qualunque. Sei figlia di generazioni di grandi streghe e duellanti formidabili, non sarà certo un ammasso di alberi a fermarti!»
No, certo che no. Gli alberi forse non mi fermeranno, ma le creature che nascondo forse si!
Ma nessuno ribatte, questa volta, la voce si è spenta. Vorrei bene vedere.
Mi rialzo in piedi, scacciando l’ipotesi di essere impazzita completamente per aver accarezzato l’idea di parlare a una voce nella mia testa e stringo forte la bacchetta. Certo, se il mio fantastico albero genealogico potesse in questo momento accorrere il mio aiuto, non mi offenderei di certo.
Il crack si ripete, questa volta più deciso.
Trattengo il respiro, evocando silenziosamente un incantesimo di protezione che possa riflettere qualsiasi attacco magico e non. La magia brilla fioca, una sfera azzurrina che mi avvolge in un abbraccio confortante. Ma c’è ben poco di cui confortarsi, perché il crack si è trasformato in un leggero ansimare dietro il masso, in passi affannosi e frusciar di stoffa. Ho il cinquanta percento delle possibilità che sia un membro del Fidelius e altrettante che non lo sia. Posso aspettare che mi sorprenda qui, a tremare come un cucciolo spaventato, o recuperare tutto il coraggio che ho perso nel giro di un istante, quando un branco di centauri mi ha quasi ridotta a marmellata sbucando fuori dal nulla. Inspiro a fondo, facendo appello a tutta la forza che mi è rimasta per inginocchiarmi e sbirciare oltre la roccia: non vedo nulla, a parte una sagoma che si avventura furtiva tra i rovi dei biancospini. Un raggio di luna illumina una gonna color cipria e un boccolo biondo.
Il sollievo mi invade a ondate, mentre mi rialzo.
«Audrey» la chiamo, piano, per non spaventarla. La barriera si dissolve, dolcemente, non trovando più ragione d’esistere.
«Jill!» sobbalza lei. E’ pallida, un po’ sbattuta, ma sembra star bene. Per lo meno si regge ancora sulle gambe e non mi sembra ci siamo ustioni, bolle o piaghe. Mi avvicino a lei, stando attenta a non fare troppo rumore, e le getto le braccia al collo. Sorpresa, ricambia brevemente la stretta, prima di scostarsi, continuando a tenere le mie mani.
«Hai visto qualcuno?» chiede, nervosa, gettando continue occhiate alle sue spalle «Carlisle, Georgiana?»
Scuoto il capo, lo stomaco chiuso dalla paura.
«Nessuno. Stavo inseguendo la Traviston quando i centuari sono arrivati. Non ho più visto nessuno, da allora, sono scappati tutti» rabbrividisco all’idea. Lei annuisce brevemente.
«Tanto meglio» commenta, pragmatica «Con un po’ di fortuna ci hanno liberato la strada da eventuali professori e ficcanaso. Vieni, c’è bisogno d’aiuto»
Senza aggiungere altro, mi guida tra gli alberi senza lasciar andare la mano. Non consulta la bacchetta, non cammina alla cieca. Stiamo andando in un punto ben preciso. Da qualcuno.
Con un nodo in gola la seguo, stringendo forte la bacchetta e la sua mano, fino ad una radura isolata, costeggiata da un piccolo rigagnolo d’acqua accanto al quale giace Julia, immobile.
«E’ solo schiantata» mi precede il mio biondo angelo custode, mentre Sebastian sbuca da dietro un cespuglio, zoppicando vistosamente. Ci lancia un’occhiata sollevata, il volto esangue illuminato dalla scarsa luce. Un taglio gli corre lungo lo zigomo destro, ma non sembra sanguinare. Lascio la mano di Audrey, correndogli incontro.
«Fermo, non ti muovere» gli intimo «Fammi dare un’occhiata»
«Da quando in qua sei Medimago?» domanda stancamente, sedendosi con la schiena contro la corteccia di un albero.
«Devo ricordarti chi sono i miei genitori?» ribatto sottovoce, controllando il taglio per poi passare alla gamba «Però hai ragione, non sono un Medimago. Per questa non posso fare nulla, dovrai fare un salto in Infermeria. Lei come sta?»
«Si rimetterà» interviene Audrey «Sperando sia solo stata schiantata e non ci sia altro. Domani avrà un gran mal di testa, ecco tutto. Ora però dobbiamo portarla via da qui»
Si, ma come?

***

Infermeria.
Il viso della Mound è indecifrabile.
E’ china su Julia, che ora è stesa su un lettino, i capelli scuri sparsi attorno al volto pallido come un’aureola corvina, e la sta esaminando in silenzio. E’ palese che non è l’unica paziente che ha avuto nel corso della notte, miliardi di piccole rughe preoccupate le increspano la fronte, solitamente liscia e spianata; più di una brandina è nascosta da divisori accuratamente tirati, ma non si sente volare una mosca. La luce che illumina lo stanzone è fredda, metallica, tipica delle ore che precedono l’alba. L’aria non è fredda, ma continuo a tremare come se fossi rimasta per ore sotto la neve, è quasi imbarazzante, sento i miei denti battere violentemente al punto che persino la Mound si volta a scrutarmi, pensierosa. Mi punta un fascio di luce negli occhi, per poi decretare.
«E’ lo shock» si interrompe, spostando lo sguardo da alla mia amica «Non so cosa sia successo, stanotte, e non lo voglio nemmeno sapere, ma avete rischiato grosso. Se Armando sapesse cosa combinano i suoi studenti…» scuote il capo, sospirando. Nessuna di noi due osa respirare, mentre torna ad esaminarmi la faccia.
«Via, voi due state bene» indica me e Audrey, con un gesto stanco «Andate alla Torre e restateci, una bella dormita e domani starete di nuovo bene»
Non replichiamo, limitandoci a spostare contemporaneamente lo sguardo su Julia.
«Starà bene. Sarà nei guai, ma starà bene» fa schioccare la lingua contro il palato, spingendoci via. L’ultima cosa che riesco a vedere, prima che la porta si chiuda alle nostre spalle, è la chioma rossa dell’Infermiera che ci ha regalato la possibilità di scampare alle ire di Dippet e dei nostri genitori.

***

Ma ci pensa qualcun altro a bruciare la nostra chance, quando svoltiamo l’angolo per arrivare alle scale che portano alla Torre. La scuola è immobile, soffocata da una cappa di silenzio opprimente che non permette nemmeno al fioco russare dei quadri di scalfirne la superficie. Forse hanno incantato i saloni. Forse è solo lo shock che mi rende sorda, perché quando Martine Lewis ci compare davanti, in tutto il suo malvagio splendore, mi rendo conto che indossa ancora i tacchi vertiginosi che aveva al ballo e io non ho sentito nemmeno il più debole ticchettio. Mi sfugge un leggero gemito, Audrey singhiozza. La Lewis sorride dolcemente, gli occhi chiarissimi illuminati da un luccichio pericoloso. Per quanto sia innegabilmente bella, non posso fare a meno di trovarla mostruosa mentre ci viene incontro, avvolta nel suo meraviglioso abito da sera.
«Cosa abbiamo qui?» cantilena, inclinando leggermente il capo di lato «Due uccellini sperduti, forse?»
Le dita di Audrey mi stritolano la mano, esattamente come le mie stanno facendo alla sua. Nessuna delle due fiata.
«McKanzie» mi chiama, costringendomi a guardarla «Cosa ci fai qui, nel cuore della notte?»
«Torno alla Torre» ribatto, cercando di dominare la paura che fa sembrare le mie parole un pigolio tremulo.
«Le tue compagne di casa ci hanno fatto ritorno molte ore fa» commenta, fingendosi perplessa e picchiettandosi le labbra con le dita «Ti sei trattenuta con Salinger?» l’odioso sguardo smeraldino scivola su di Audrey, che automaticamente arretra di un passo.
«Siamo… siamo andate in cucina, alla fine del Ballo» mente, spudoratamente «Avevamo fame e non ci siamo rese conto del tempo che passava. Sa, gli elfi sono creature amabili ed estremamente servizievoli, non abbiamo resistito a una razza di cioccolata con dei biscotti.»
Ti prego credici. Ti prego, dimostra che sei solo una povera oca credulona e lasciaci andare.
E’ stupido sperare in una cosa del genere. Stupido e piuttosto ingenuo, da parte mia.
Soppesa le parole di Audrey, in silenzio, probabilmente chiedendosi per quanto tempo ancora torturarci prima di portarci da Dippet.
«E sei scalza solo perché i piedi ti facevano male, non è vero McKanzie?» indaga, sorridendo angelica. Annuisco, senza riuscire ad aprir bocca.
«D’accordo, capisco» sospira appena, facendosi da parte. Audrey trattiene il respiro. Non è possibile che ci vada tutto così liscio. No, non possiamo essere così fortunate.
«Strano però» riprende dopo qualche attimo.
Ecco, lo sapevo.
«Cosa, professoressa?» la voce di Audrey trema, ma è abbastanza salda da permetterle di formulare una frase coerente senza balbettare. Io non so se ne sarei capace.
«Non mi risulta che si debba attraversare la Foresta, per giungere in cucina» commenta, la voce che diventa parola dopo parola sempre più fredda e pungente, mentre la consapevolezza mi gonfia il cuore di paura. Lei sa. Lei ha sempre saputo. Le sa tutto e sta giocando al gatto e al topo, prendendoci in giro.
Chino il capo, mentre lei alza gli occhi dai nostri piedi sporchi di fango e dagli abiti stracciati, facendoci segno di seguirla.
«Sono sicura che il Professor Dippet sarà curioso quanto me di sapere cosa vi è successo mentre andavate a fare uno spuntino di mezzanotte.»

***

Presidenza, qualche ora dopo.
«Non è ammissibile» continua a borbottare il preside, percorrendo in su e in giù l’ufficio con addosso una ridicola vestaglia di velluto rosso, un cappellino di lana con tanto di pon-pon in testa e ciabatte ai piedi «Non è assolutamente ammissibile una cosa del genere!» sbotta, guardando me e Audrey.
Siamo qui da ore. Il sole sta sorgendo, lo vedo sbucare all’orizzonte, sopra il lago, allungando timidamente i suoi raggi dorati verso il prato davanti all’ingresso. Siamo qui da ore e la situazione è sempre la stessa.
Che siamo nei guai, l’abbiamo capito.
Che chiameranno le nostre famiglie, l’abbiamo capito.
Che prenderanno seri provvedimenti, l’abbiamo capito.
La testa mi ciondola sulle spalle, inizio a far fatica a tenere gli occhi aperti. Audrey, al mio fianco, sbadiglia sempre più frequentemente. L’adrenalina si è consumata e ha bruciato tutta la nostra energia, lasciandoci completamente vuote e in balia della nostra stanchezza, della nostra paura, della nostra fragilità. Vorrei piangere, alzarmi e urlare che basta, lo sappiamo! Non siamo due idiote, ma a cosa serve tenerci in piedi a questo punto? Non arriverà nessuno prima di domani pomeriggio, a meno che non si faccia ricorso alla Metropolvere e non sono nemmeno sicura si possa utilizzare all’interno della scuola. E che comunque non consiglio a nessuno di svegliare la nonna all’alba, la reazione potrebbe essere alquanto violenta.
Eppure, mi limito a fissare il vuoto, riuscendo a cogliere una parola su tre. Dippet sta ancora blaterando su quanto sia scandaloso l’accaduto –per senza sapere cosa sia effettivamente successo-, quando chiudo gli occhi e crollo addosso a Audrey.

***

Infermeria, qualche ora dopo.
«Come ho fatto a dimenticarmi di Carlisle?» domando a Audrey per l’ennesima volta, angosciata, mentre corriamo verso l’Infermeria. Non abbiamo fatto in tempo ad entrare in camera e a farci un bagno, che subito siamo uscite di corsa, indossando la prima cosa che ci è capitata a tiro. Non mi stupirei affatto se indossassi i pantaloni del pigiama e la camicia della divisa. Quando la Mound ci apre la porta, però, non sembra affatto sorpresa di vederci.
«McKanzie, Salinger» ci saluta, sospirando. Occhiaie scure le cerchiano gli occhi, si vede che nemmeno lei ha avuto tempo di dormire stanotte.
Audrey, al mio fianco, è subito raggiunta da Peter, che la stringe in abbraccio protettivo. Sento gli occhi pizzicare, mentre cerco Carlisle, inutilmente.
La Mound, probabilmente impietosita dalla maschera di terrore che mi ha paralizzato il volto, mi prende gentilmente per un braccio e mi guida verso un angolo dello stanzone, dove intravedo la chioma fulva del mio Tasso, in netto contrasto con la federa immacolato del cuscino.
L’infermiera sparisce, mentre mi trascino stancamente fino ai bordi del letto e li cado sulle ginocchia, gli occhi ora definitivamente gonfi di lacrime; faccio per parlare ma un singhiozzo me lo impedisce.
«..mi spiace» biascio alla fine, accarezzandogli la fronte.
È così bello, in questo momento, che mi si stringe il cuore; sembra così fragile che ho quasi paura di sfiorarlo. Ritraggo la mano, incrociando le braccia sul materasso e affondandovi in mezzo la faccia. Vorrei solo che aprisse gli occhi e ridesse, come sempre, prendendomi in giro.
«Pulcino, piangi?»
La voce è la sua. Flebile, roca e impastata, ma la riconoscerei tra mille al mondo. Mi sollevo di scatto, strofinandomi gli occhi con la manica del maglione.
«No, certo che no» esclamo.
«Pessima bugiarda, amore» mi rimprovera, aprendo gli occhi. E’ sofferente, ma riesce nonostante tutto ad abbozzare un sorriso. Di nuovo, mi viene da piangere.
«Ehi, ehi!» mi rassicura «Va tutto bene! Non piangere, non..»
«E’ che mi dispiace!» sussurro, guardandolo tra le lacrima «Mi dispiace tantissimo, io avrei.. avrei dovuto stare attenta.. anche.. anche a te e..»
«Jillian, non dirlo nemmeno per scherzo» sembra sconvolto «Ha già del miracoloso che siamo usciti dalla foresta più o meno illesi» fa una smorfia, mentre cerca di mettersi a sedere ignorando le mie proteste «Perché stai bene, non è vero?» indaga, improvvisamente angosciato, scrutandomi il volto.
Scuoto il capo, senza riuscire a trattenere un sorriso. Il primo, dopo moltissimo tempo.
«Tutto a posto» mi allungo, baciandogli la fronte. Fa una smorfietta, un po’ di colore gli riscalda le guance.
«Sono stato una pessima ombra» commenta cupo, stringendomi una mano.
«Sono stato peggio io» una smorfia, e non sono sicura stia facendo dell’ironia «Ma vedo che non ne ho bisogno. Prima che mi addormentassi, hanno portato la Traviston, mezza morta, avvolta nello stendardo di Serpeverde. Una scena che avrebbe commosso anche Tu-sai-chi.» rotea gli occhi, senza curarsi di celare il disgusto. Non ce ne è bisogno, a questo punto, le carte sono state svelate e non c’è motivo di far finta che in questa scuola tutti vadano d’amore e d’accordo «Dovevi essere veramente arrabbiata, per averla ridotta in quello stato»
«Oh» commento, sorpresa «Veramente non credo di essere stata io, mi spiace deluderti. L’ho persa di vista, dopo un po’, mentre correvamo tra gli alberi. Sarà stata Georgiana, non lo so» scuoto il capo. Per quanto la Velenosa per eccellenza possa starmi antipatica, non credo che sarei riuscita a ridurla in fin di vita.
Annuisce, pensieroso. Poi, un lampo gli attraversa lo sguardo e la sua mano si stringe con forza attorno alla mia, fino a farmi male.
«Julia?» chiede con un filo di voce. Poche volte in vita mia ho visto una persona così tanto preoccupata per qualcuno. Se non fosse che è perfettamente comprensibile in questa situazione, potrei persino essere gelosa. Ma è Carlisle. E’ il mio, Carlisle, e ha un cuore grande al punto da voler bene a persone che conosce da poco e a cui è vincolato da un legame che avrebbe potuto evitare facilmente, se davvero avesse voluto. Ma non l’ha fatto, e ora il non sapere lo divora. Chi sono io per lasciare che la tortura non finisca. Chiudo gli occhi un attimo, stringendo forte la sua mano. Poi, inizio a parlare. Raccontandogli tutto quello che so.

Con la promessa da parte sua di riposare e non azzardarsi ad attraversare il castello per uccidere Riddle e la sua cricca seduta stante, lascio Carlisle a quello che spero sia un sonno senza sogni. Audrey sta tornando verso Peter, Aedan e Georgiana, tutti e tre pallidi e provati da quella che deve essere stata una notte infernale. La mia Caposcuola si tormenta le dita magre, senza però aprir bocca, limitandosi a sgranare gli occhi quando la bionda boccolona annuncia che abbiamo il permesso di vedere Julia.
«Carlisle vuole sapere come sta Julia» annuncio. La mia amica tira un sospiro di sollievo: se vuole sapere come sta lei, allora non è in una situazione così grave. Aedan, però, non è d’accordo. Protesta, ma debolmente. Stanco, anche lui, guarda me e la mia amica con stupore, nel sentire che siamo state noi a riportare la sua bella al castello. Poi, fa l’ultima cosa che ci aspettavamo da un principe del ghiaccio come lui: ci abbraccia, ringraziandoci.
Sento gli occhi pizzicare e mi affretto a seguire le due figure sfuocate davanti a me fino al letto di Julia. Bella e fiera anche nella caduta, la Grifona soffre, il volto pallido ricoperto da minuscole goccioline di sudore. Georgiana si morde le labbra, chinandosi su di lei per posarle una pezza sulla fronte, ma si ritrae quasi di scatto, irrigidendosi all’improvviso quando Julia schiude le labbra per mormorare qualcosa che non riesco a cogliere. 
«Nel delirio, mi scambia per sua madre. L’infermiera ha detto che la febbre è molto alta, ma entro domani dovrebbe scendere. In un paio di giorni dovrebbe iniziare a riprendersi.»
Guardo Audrey di sottecchi, mentre ci avviciniamo al letto: è calma, non da segno di emozioni, ma potrei giurare che sotto la superficie ribolle un mare in subbuglio.
«Ida..» sussurra Julia.
Non posso fare a meno di rabbrividire, cercando la mano della mia amica che, prontamente, restituisce la stretta.
E’ straziante, non posso tollerarlo un minuto di più. Audrey mi cinge la vita con un braccio, sussurrandomi che si rimetterà presto e andrà tutto bene. Guardo Georgiana, sottile e indistruttibile accanto alla sua amica, e mi chiedo cosa avrei fatto io se ci fosse stata la ragazza al mio fianco in quel letto.
Quando facciamo ritorno nella Torre, non ho ancora trovato una risposta.

***

Cortile interno, la mattina dopo.
Il viso della nonna è una maschera di rughe e severità.
Come al solito, la mamma e il papà non hanno potuto lasciare il San Mungo –pare che ci sia stato del rumore attorno al padre di Eveline Sanders, la principessa caduta delle onorevoli Serpi- e adesso sono sola a sopportare il suo sguardo glaciale e il suo silenzio carico di rimprovero.
McKanzie e Salinger sono stati i primi cognomi convocati sulla lista di Dippet, le prime vittime degli alti ranghi scolastici. Ho come il sospetto, però, che ai colloqui della Traviston, Norwood, Lywelyn e Jasper (ammesso ci sia, un colloquio per loro) non ci sarà l’amabile presenza di Martine Lewis a testimoniare come due studentesse di Corvonero si aggirassero per il castello ben dopo il coprifuoco in atteggiamenti sospetti e con gli abiti laceri. E con un macete sporco di sangue tra i denti, giusto per rendere più piccante la storia e più pesante la punizione.
Non ho idea di cosa sia stato detto, la dentro. Non ho idea di quanto grande fosse la spada di Damocle sul nostro capo, questa mattina, quando si sono riuniti per discutere del nostro immediato futuro.
Ho passato la mattina a consumare il pavimento della Biblioteca, facendo finta di studiare per gli esami. Audrey è scomparsa con Peter dopo la prima mezz’ora passata a sfogliare libri a vuoto e non l’ho più vista da allora, fino a quando una terrorizzatissima bimba che mi sembra faccia parte del Carlisle fan-club non è venuta a dirmi che “una signora mi aspettava fuori, nel cortile”.
Ed eccomi qua, in attesa di conoscere il verdetto della giuria.
«Jillian» esordisce alla fine, guardandomi con severità. Nulla, nel suo volto, lascia presagire a qualcosa di buono.
L’imputata Jillian McKanzie si alzi, prego.
Non rispondo, abbassando lo sguardo. Non mi lasciano fare gli esami. Sono stata espulsa in tronco, senza preavviso, senza possibilità di appello e di ripensamenti. Lo sapevo, lo sapevo.
«Jillian, mi auguro con tutto il cuore che tu abbia trovato il tempo per studiare, tra un’incursione nella foresta e l’altra» prosegue «Perché se la tua media non rasenterà l’eccellenza allora temo che questa sia stata una mattina ufficialmente persa.»
Alzo gli occhi, sentendo il sangue pulsare più forte. Non mi espellono. Posso fare gli esami.
«Ed è chiaro che avrai un richiamo ufficiale e che l’accaduto avrà relativa risonanza nel tuo avvenire, ma…»
Smetto di ascoltarla, in preda ad un’ondata di euforia. Già mi vedo tra qualche settimana a ridere di quanto è accaduto con tutti quanti, davanti ad una coppa di gelato da Florian. Io, Carlisle (perché figuriamoci se lo espellono, è una delle glorie della scuola), Milo, Eugene, Georgie e Julia, Audrey.. Audrey.
«E Audrey?» la interrompo, senza rendermene conto. Mi guarda irritata per un attimo, prima di riprendere a parlare.
«Come stavo dicendo, sia tu che la tua amica affronterete tutto questo assieme. Con un po’ di fortuna sarete nuovamente nella stessa Casa e…»
«Che sciocchezza nonna, certo che saremo assieme! Lo Smistamento c’è solo al primo anno»
«Ma si può sapere dove hai la testa, Jillian?» sbotta, stizzita «A Beauxbatons sarete smistate, esattamente come accade a tutti gli studenti che vi accedono per la prima volta. Ma tu guarda, non ascolta nemmeno, sua madre mi sentirà..»
Io, da parte mia, non la sento più. C’è una sola, enorme parola, che mi rimbomba nella testa.
Beauxbatons.
Ha il suono di una condanna.
Ha il suono dell’esilio.

***

Infermeria, una settimana dopo.
«Sicuro di aver preso tutto?» domando per l’ennesima volta a Carlisle, che sbuffa.
«Jill, tesoro, si!» ride «E anche se avessi dimenticato qualcosa, posso sempre tornare a prendermela quando voglio»
«Tu non metterai piede qui dentro per un bel po’» ringhio, senza riuscire ad essere veramente minacciosa. Ma il succo è chiaro: il mio ragazzo non deve più rimettere piede in infermeria, né da sano né tanto meno da malato. Non esiste proprio. Milo sghignazza, in piedi accanto ad Eugene che fischietta, perso nel suo mondo di pentagrammi e tonalità.
Dopo una settimana di degenza, Carlisle torna a piede libero. Le ustioni sul petto, che tanto avevano fatto preoccupato la Mound, se ne sono completamente andate, senza lasciare nemmeno una cicatrice, e non c’è più motivo per cui il mio ragazzo debba rimanere in isolamento.
Guardo con un sorriso l’enorme striscione che Milo sta facendo arrotolare con delicati colpi di bacchetta, segno di tutto l’amore e tutto il sostegno del Carlisle fan-club, e i mazzi di fiori che costellavano il suo comodino, ricoperto di biscotti e dolci sgraffignati in cucina. Il biondo orso dall’ugola d’oro li raccoglie goffamente, senza nemmeno provare a sfiorare la bacchetta, e precede i suoi due compari in corridoio, subito seguito da Milo.
«Allora, vieni?» domanda il moro, con un abbagliante sorriso.
Tutto questo mi mancherà, da morire.
Sospiro.
«Jill, tesoro» esclama, cogliendo la mia tristezza. Mi si avvicina, intrappolandomi in un abbraccio appassionato «Se bruci d’amore per me al punto da sospirare per un sorriso, molla subito questo damerino pel di carota e fuggi con me!»
«Giù le zampe» ringhia Carlisle «Tieni giù le tue manacce dalla mia ragazza»
«Altrimenti che mi fai?»
«Lo stesso che ho fatto a Norwood»
«Oh si, ti prego!» geme lui «Anche io voglio una scusa per fare gli esami in privato, tra un mese!»
«Vi muovete, voi due?» si lamenta Eugene, facendo spuntare la sua testona bionda dalla porta.
«Si, si, arriviamo!» riprende il rosso «Devo solo uccidere questo idiota qui»
«Carl, vecchio mio. Se non fosse che sei convalescente ti avrei già steso da un pezzo»
«Ti piacerebbe, Ashmore, ammettilo»
Oltrepassano la soglia, battibeccando allegramente. Rimango qualche passo indietro a guardarli: uno biondo, uno rosso e uno moro. Le tre persone più diverse di questo mondo, che però si sono trovate e sono ora inseparabili. Come fratelli, hanno condiviso ogni cosa, ogni gioia, ogni dolore, ogni sogno, ogni speranza. Come fratelli.
Li guardo mentre camminano felici, a tratti accennando un salto, a tratti voltandosi per guardarsi in faccia.
E io non sarò più con loro.
Il pensiero mi folgora, paralizzandomi completamente. Immobile, chiudo gli occhi, lasciando che una più profonda percezione della realtà prenda possesso di me: i rumori, i profumi. La pietra dura sotto i piedi, il cinguettare degli uccellini nell’aria quasi estiva, le risate dei ragazzi davanti a me, una porta che scricchiola, lo strillo di tre ragazzine del primo anno.
La triade di Tassorosso è tornata per calcare ancora i corridoi della scuola.
Io lo faccio in questi giorni per l’ultima volta.

***

31 giugno 1944, King’s Cross –Londra.
Isabel sbadiglia, sonoramente, accoccolata addosso a Eugene che, rosso d’imbarazzo, non riesce a smettere di toccarle i capelli.
«Odio questo viaggio» protesta lei, roteando gli occhi «Non finisce mai»
«Siamo quasi arrivati, invece» commenta Milo, la voce velata da un’impercettibile tristezza. Carlisle mi stringe più forte e io mi giro, affondando il volto nell’incavo del suo collo. Inspiro a fondo, riempiendomi del suo profumo e del suo calore. Giuro che non avrei mai voluto che finisse così. MAI.
La periferia semi-distrutta di Londra sfreccia fuori dal finestrino, senza nasconderci gli orrori che il mondo babbano ha scatenato sul pianeta, orrori a cui noi davamo relativa importanza, protetti nella nostra gabbia dorata.
Sento il mio ragazzo sospirare, man mano che il treno inizia a perdere velocità.
«Va tutto bene?» mi chiede, sottovoce. Annuisco, ma un nodo alla gola mi impedisce di parlare. Chipie miagola, dalla sua bella cesta di vimini; un incantesimo particolarmente difficile le impedisce di uscirne.
Ho come l’impressione di trovarmi a mille miglia di distanza, in un luogo al di fuori del tempo e dello spazio. Attorno a me ci sono montagne di ricordi che si accavallano, prepotenti, e la netta sensazione di essere arrivata ad un punto di svolta. Al secondo anno, tornando a casa a fine anno, ho passato buona parte del viaggio a tormentare Isabel chiedendole cosa provasse uno studente all’ultimo anno al suo ultimo viaggio di ritorno da Hogwarts. All’epoca ero perdutamente innamorata di un ragazzo del settimo, il Capitano della Squadra di Quidditch di Corvonero. Non era bellissimo, ma aveva qualcosa che mi impediva di non pensare a lui. Chissà, forse era il presentimento che probabilmente non lo avrei mai più rivisto a renderlo così assolutamente speciale ai miei occhi, perché adesso non c’è dettaglio che non lo sia. Il sole che bacia i capelli di Isabel, il broncio imbarazzato di Eugene e la melodia che canticchia sottovoce, la camicia con le maniche rimboccate di Milo, la pila di libri di Audrey, la sciarpa che Peter ha dimenticato di infilare nel baule e che se ne sta abbandonato sul sedile.
Carlisle.
Le sue mani, che scivolano lungo la mia schiena e rimangono imprigionate tra i miei capelli, quel suo modo assolutamente unico di sollevarmi il volto premendo sul mento, con la punta delle dita, per poi rubarmi un bacio.
Il treno si ferma, con un sincronismo terrificante, nell’esatto istante in cui le nostre labbra si separano. Il chiasso nel corridoio esplode vivacemente, attorno a me un turbinio di piume, baule che lievitano e i lamenti di Eugene, che probabilmente è andato a sbattere contro il portabagagli o qualcosa del genere. Nel giro di un attimo, lo scompartimento è vuoto.
Ci siamo solo io e lui; io ho ancora gli occhi chiusi. Carlisle si alza, sono sicura che sta prendendo anche il mio baule.
«Jill..?»
«Un secondo» lo prego «Un secondo e arrivo»
«Ci vediamo giù»
Annuisco, mentre se ne va. Solo io, adesso.
Lame di luce trapassano i sedili di velluto color porpora, facendo danzare granelli di polvere attorno a me; nuvole di vapore piroettano fuori dai finestrini, simili a montagne di zucchero filato e panna montana.
Adesso mi alzo.
Prendo Chipie tra le braccia e faccio scivolare di lato la porta, esco in corridoio e scendo dal treno.
Per l’ultima volta.
C’è la nonna, che aspetta. Con il vestito buono e la sua espressione più severa, quella da portare abbinata alle perle che il nonno le ha regalato per il ventesimo anniversario di matrimonio.
La raggiungo, le do un bacio sulla guancia. Lei brontola qualcosa, poi Audrey, sorella e compagna di sventure, mi raggiunge con il suo caldo sorriso, che ricambio. Un attimo ancora e c’è pure Carlisle, che si trascina dietro un carrello con sopra i nostri bauli. Saluto Audrey, promettendole di scriverle non appena arrivo a casa, poi mi volto.
Il mio ragazzo mi stringe la mano, mentre inizio a camminare.
Non è stato un anno facile, ma è stato favoloso. Tante cose da ricordare, tante da dimenticare.
Jasper mi sfila accanto, alto e splendido come un dio greco; mi rivolge un’occhiata e quello che sembra un sorriso di scherno ma che forse, in fondo in fondo, è un addio che non si aspettava di dover dare adesso. Lo vedo correre via, verso i suoi Principi, verso la sua estate, verso il suo domani.
Vedo Julia e Georgiana che chiacchierano, in un angolo, vedo Aedan e Sebastian. Audrey segue mogia l’autista di famiglia, Isabel saltella dietro il suo orso buono dopo averne conosciuto i genitori, Opal avvampa quando Milo si china a baciarle la guancia e il giornale di un signore poco distante esplode; ma è solo un attimo.
Perché subito dopo, abbracciata a Carlisle, attraverso la barriera e mi lascio alle spalle un mondo intero che, quando rivedrò, se mai lo rivedrò, non sarà più lo stesso.
Lo giuro, non avrei mai voluto che finisse così.
Ma nemmeno nel più coraggiosi dei sogni e nella più sfrenata delle fantasie avrei saputo immaginare un finale migliore.













12/07/2008
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Incantevole. Non posso far altro che pensare questo, quando lo specchio riflette l’immagine di un principe. Perché questo sono. Perché questo è stato dimenticato ed è una cosa che urta pesantemente i miei nervi. Troppe dimenticanze, troppe malcapitate coincidenze. Troppe difficoltose prove di tolleranza verso una marmaglia di idioti che altro non sa fare che urtare la quiete di un equilibrio magico che comincia a scemare. Che comincia a mancare perchè tutti sembrano essere accecati dall'idea di un mondo che non ha nè capo nè coda, che segnerà l'epilogo dell'era magica. Sporchi, sporchi. Indegni mezzosangue. Non meritano respiro.
Oh, ma Tom lo ha detto. Tom ci ha avvisato.
Stasera. Ha. Inizio. La. Fine.

-Meravigliosa…- sibilo vicino, terribilmente vicino al viso di Scarlett tanto da sentirne il respiro. La conversazione con Hunnam è stata fastidiosa. Ma tempo al tempo. Scivolerà fra le mie mani, le stesse che ho torturato, a causa sua, pochi attimi fa.
E lì…oh beh. Lì sarà divertente. Detesto questa festa, è noiosa..al momento.
Gente che luccica tutta contenta per la scarsa fattura di un vestito confezionato apposta per l’occasione. L’idea mi disgusta. Classe, zero. Concezione del bello, meno di zero.
Ideologia del divertimento, inesistente.
Se non fosse per Tom ,la scuola sarebbe una noia mortale. La prendo per mano, lei non oppone resistenza, lasciamo la sala grande.
-Immagino che ci siano diverse cose delle quali parlare.- le sussurro, stringendola contro il mio corpo, le mani sulla schiena, sopra la stoffa leggera del suo abito modello guanto.
-Assolutamente.- risponde in modo eloquente Scarlett, prendendo la mia mano mentre ci portiamo appena fuori dalle mura scolastiche.
Il tempo di intrappolarla fra la parete ed il mio corpo, le mani sulle sue guance baciandole avido le labbra nella sera. Prima di. Prima di.
La bocca delinea i contorni a cuore della sua, saggiandone il sapore appena dolciastro e piacevole.
-Sarà una serata movimentata.- poggiando le dita sulle labbra di lei, per dischiuderle. -Bisogna, cominciare nel modo giusto.-


L’atmosfera si fa densa, particolarmente pesante. Sorrido, nell’ombra di una notte che vede l’inizio di una nuova era, il via di una battaglia che porterà al compimento oscuro del disegno reale che il mondo non ha ancora ben chiaro. L’idea spasmodica del ritrovamento dei valori che infidamente sono andati perduti costringendo il reale equilibrio a trasbordare nel delirio più cieco.
Mostri senza senno né ritegno che si espandono a macchia d’olio relegando la vera salvezza di questa era in un limbo sconosciuto e lontano, come fosse cosa da dimenticare.
Ma è questo il problema. E’ questa la grandezza. La luce. La via.
Possibile che non esista nessuno, con un pizzico di raziocinio, a dire che tutto quello che si è costruito sta andando in pezzi dal momento stesso in cui l’entrata è stata….libera, per tutti coloro che dovrebbero essere banditi, allontanati, omessi.
Infangano, e crescono. Moltiplicandosi come germi fastidiosi la cui sola cura è lo sterminio di massa.
Interessante prospettiva festaiola, per una volta.
Lungo i sentieri impervi di una foresta sempre più scura, avanzo velocemente, fino a reclinare la testa alla vista del mio bon bon preferito.
-Hunnam.- pronuncio, con un sorriso serafico mentre sfilo il mantello che ricade sul selciato poco stabile.
-Cercavo proprio te.- è un sussurro gutturale. Seguito da scintille e contro incantesimi che si schiantano generando zampilli di luce.
Tonfi secchi che provengono dall’ambiente circostante.
Ma sono troppo impegnato ad occuparmi del mio rosso degli stivali per pensarci.
Uno. Due. Tre.
Contatto visivo, Carlisle che si china lentamente, sentendo le palpebre pesanti.
-Hai visto, come ci si sente, anti-principe?- dico, avvicinandomi con un sorriso platealmente velenoso. Mi chino verso di lui, soffermandomi sul suo orecchio.
-Sei buono solo per badare al gregge di pecore alle quali sei tanto legato…- sibilo, acuto ma al tempo stesso lento.
-Stai pensando alla tua metà corvonero, mentre muori?- pronuncio, divertito. Porto una mano sulla sua spalla, per poi scostarla, con aria leggermente indignata.
-Feccia.- pronuncio sul suo viso. Per poi sollevarmi e scostare la polvere dalla giacca, con un cenno del palmo.
E un lampo attraversa il suo sguardo, si china in avanti, la mano sullo sterno. Comincia a boccheggiare. Sembra voler divorare l’aria che comincia a mancare sempre più. Sempre più. In basso, Hunnam. In basso.
Schiatta, ci fai a tutti un favore.
Finalmente, la fine. La tanto agognata, bramata, fine.
Ricade in avanti, poggiando le ginocchia, stendendosi.
Lo vedo afferrare qualcosa sul selciato.
Non ho il tempo di realizzare, so soltanto che qualcosa colpisce la mia gamba, all’altezza della caviglia sinistra. Dolore lancinante. Il contatto visivo si interrompe, l’incantesimo si spezza. Poggio le mani contro il tronco alle mie spalle.
-Dannato, Hunnam.- leggero affanno nella mia voce, mentre lui con le mani strette sulla terra inarca la schiena rialzandosi. Lascio saettare gli occhi nei suoi, odio puro e viscerale.
Ed è nel momento in cui solleviamo entrambi la bacchetta per riprendere che un grido si innalza.
-CENTAURI!- lancio un ultimo sguardo, Carlisle si dilegua, forse in preda alle crisi compulsive alla ricerca della bionda accompagnatrice.
Ho il tempo di voltarmi, sentire gli zoccoli scuotere la terra, prendere l’assetto di una corsa verso l’uscita da quell’uragano di follia.













10/07/2008
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Sala Grande
La Sala è un tripudio di colori, c’è da dire che Benton non è rimasto con le mani in mano, questa volta, e si è dato veramente da fare. Eugene borbotta sommessamente, mentre Milo è assorto nella contemplazione di un orlo della mantella che gli ricade sulle spalle; nessuno dei due sembra particolarmente estasiato dalla visione che si apre ai loro occhi.
«Aridi come deserti» commento precedendoli di qualche passo, verso un nutrito gruppetto di testoline bionde, tra cui fa capolino la mia testolina bionda, che sorride allegramente alla volta di Audrey.
«Toh, il fan club delle fatine» grugnisce il mio biondo amico, mentre Milo sghignazza apertamente.
«E tu non dovresti ridere» riprende dopo qualche attimo «C’è anche la tua dinamitarda del cuore»
Mentre Milo inizia a sussurrare preghiere invocando la protezione di tutte le divinità che riesce a ricordare, sorrido a mia volta, cingendo i fianchi di Jillian e stringendola a me.
«Ma come siamo belle, questa sera» sussurro al suo orecchio.
Arrossisce, voltandosi per darmi un bacio.
«Potrei dire lo stesso» ribatte. Si sofferma qualche attimo sul mio volto, prima di scivolare oltre, sugli altri ragazzi «Eugene, è sorprendente vederti così elegante» commenta, stupita. Il biondo borbotta qualcosa, mentre Ashmore sghignazza senza ritegno.
«Oh, non darle ascolto» squittisce Isabel, accorrendo in soccorso del suo cavaliere «E’ soltanto invidiosa perché questa sera sei tu il più ammirato»
Jill sorride, stringendosi a me.
«Tanto meglio, così il mio bello non lo divido con nessuno»
«Santo cielo, siete mielosi da dar la nausea» protesta Audrey, ancora in attesa del suo cavaliere.
«Si, ha proprio ragione» interviene Milo. Opal, al suo fianco, sembra avere grosse difficoltà anche solo a respirare, ma niente sembra in procinto di esplodere al momento. Fortunatamente.
«Io ho fame» intervengo «Che dite, ci spostiamo verso i tavoli?»

***

Alla fine, ai tavoli ci siamo arrivati solo io e Jillian.
Mi sorride, scrollando le spalle come a dire che non importa, e prende posto di fronte a me, accavallando le gambe con grazia.
«Toh, guarda un po’» commenta con una smorfia «Il professor Benton porta avanti la sua politica di cooperazione tra le case anche per quanto riguardo la sua vita privata..»
Mi volto, scorgendo il professore di Incantesimi più amato dell’ultimo seguito che corre dietro alle gonne –o meglio, alle gambe- di Martine Lewis, il nuovo incubo di Jillian.
«Anche i migliori hanno qualche difetto» commenta dopo qualche attimo, con diplomazia, allungando le mani verso un menù rilegato in pelle che lievita elegantemente tra di noi.
«Come sei inflessibile, questa sera» le sorrido, sfiorandole il dorso della mano «E’ successo qualcosa da quando ti ho lasciata, questo pomeriggio?»
Rotea gli occhi, lasciando perdere le delizie che le cucine propongono, e inspira a fondo.
«Tu non hai idea dell’inferno che era il dormitorio!» esclama «Dire che l’isteria regnava sovrana è un eufemismo, davvero. Un incubo.» schiocca la lingua contro il palato, prima di sorridere e accennare un saluto all’altra sua bionda compagna di stanza, Laura «Quando i capelli di Luise-non-ricordo-cosa hanno preso fuoco, poi la situazione è degenerata»
Sgrano gli occhi, involontariamente.
«Capelli che prendono fuoco?!»
Annuisce, con aria grave.
«Tu non hai idea di quanto certe riviste di bellezza possano essere pericolose nelle mani di ragazzine del primo anno» mormora, rabbrividendo. La scena non deve essere stata delle migliori.
«Come mettere Milo in un negozio di Creature Magiche, insomma»
«Ecco si» torna a sorridere, illuminando «Qualcosa del genere»
Sfoglio distrattamente le pagine del menù, osservando con la coda dell’occhio Jillian, quando la vedo irrigidirsi tutto d’un tratto.
«Hunnam» la voce strascicata è inconfondibile quanto il disprezzo con cui ha pronunciato il mio nome. Non c’è bisogno nemmeno che alzi gli occhi, per riconoscere la persona a cui appartiene. Ma una mano sulla spalla della mia ragazza è qualcosa che non sono disposto a tollerare. Mi impongo di far finta di niente, mentre lei se la scrolla di dosso, stizzita.
«Norwood» replico, lasciando intendere che la conversazione non avrà un seguito e che è destinata a morire lì, seduta stante. Ma a quanto pare, lo Stupi-principe per eccellenza è troppo pieno di sé per prendere atto della cosa.
«Cosa fai qui, tutto solo? Hai perso il tuo branco di amici?» sibila, velenoso.
Inspiro a fondo, facendo cenno a Jill di non preoccuparsi.
«Potrei dire lo stesso di te. Sei venuto qui in un impeto di solitudine, per caso? Perché se così, guarda, la in fondo c’è Violet, sono sicura che ha ancora tante cose da dirti»
Serra le labbra in una linea sottile, le nocche sbiancano mentre chiude le mani a pugno. Probabilmente si sta conficcando le unghie nei palmi delle mani.
«Norwood, per carità!» riprendo, simulando un’espressione angosciata «Rilassati, ti stanno formando delle gradevolissime rughe attorno alle labbra e sulla fronte!»
Sorrido, candidamente, di fronte alla sua espressione attonità. Se boccheggiasse, potrei dichiarare la serata un successo senza precedenti.
Ma non succede. Alle sue spalle compare Scarlett, fasciata da quello che pare uno strato di tulle nero che non lascia proprio niente all’immaginazione.
«Ed, tesoro, cosa ci fai qui?» miagola, guardando me e Jillian come se fossimo due acari «Con loro.» concluse, marcando le ultime due parole con una smorfia. Il Principe recupera un po’ di controllo, circondandole la vita con un braccio; Jillian si alza, ritrovandosi in piedi davanti alla Lywelyn. La raggiungo, tanto per non lasciarla sola davanti alla nuova vipera in seno ai Principi.
Ed eccoci qua.
Il giorno e la notte, il corpo e lo spirito, il bene e il male. Le due facce della stessa medaglia, gli opposti. Jillian, bionda e candida come un giglio e Scarlett, dai capelli di corvo e l’animo scuro di chi non ha scrupoli; Edward e la sua scia di cuori infranti e braccia rotte e io.
La situazione ha del paradossale, sorridiamo tutti e quattro come se fossimo amici da sempre, mentre in realtà non vediamo l’ora di staccarci la testa a morsi a vicenda. E’ Jillian, a rompere il silenzio.
«Vi prego di scusarci» pronuncia pacata, con un tono e un’espressione che devono essere l’orgoglio di sua nonna in tutti i grandi eventi di famiglia «Ma non possiamo trattenerci oltre a parlare con voi.»
«Ne tanto meno vogliamo» la interrompo, decisamente più brusco. Mi posa una mano su un braccio, riprendendo a parlare.
«Sono sicura che avremo altre occasioni per riprendere il discorso»
Edward mi fissa, livido di rabbia. Ma la sua voce è ferma, gelida.
«E io sono sicuro che questo accadrà molto presto»
Ci fissa, assieme alla sua dama, prima di darci le spalle e allontanarsi con la sua solita aria arrogante di sempre. Jillian sospira impercettibilmente, quando una voce leziosa ci sorprende alle spalle.
«Signorina McKanzie»
Lumacorno.
Grandioso.

***

Foresta Proibita.
Lascio Jillian con la morte nel cuore, dandole le spalle per tuffarmi nella fitta oscurità che avvolge gli alberi. Si innalzano verso il cielo, gigantesche colonne che non permettono alla luce di filtrare tra le loro chiome e ci nascondono dal resto del mondo, soffocandoci in un pesante silenzio.
Non un rumore, non un verso. Solo ombre che si addensano negli angoli, allungandosi fino ai miei piedi. Poi, un lampo di luce che esplode alle mie spalle, l’urlo di una ragazza che non riconosco. Un respiro che si fa vicino, rumore di passi lenti, calcolati. Mi volto, giusto in tempo per vedere Edward farsi avanti attraverso una cascata di scintille rossastre, rimasugli di un incantesimo lanciato da qualcun altro.
«Ti sei perso, Hunnam?» cantilena velenoso, la mano che stringe la bacchetta apparentemente rilassata lungo il fianco. Stringo la mia tra le dita, saggiandone la consistenza e il calore. Sembra quasi di sentirla pulsare, carica di magia.
«Veramente cercavo te» ribatto. Annuisce impercettibilmente, sollevando il braccio.
«Sia» sibila «Come vuoi»
«Come se tu non lo volessi» abbozzo un ghigno, liberandomi del mantello che cade con un fruscio a terra. Lui mi imita, senza distogliere lo sguardo per un attimo.
Di nuovo silenzio, mentre solleviamo le bacchette, contemporaneamente.
Di nuovo silenzio, mentre da qualche parte alla mia destra esplode un boato e la terra trema.
Di nuovo silenzio.
Poi, il caos.
«STUPEFICIUM!» gridiamo all’uninsono, senza un attimo di esitazione: la magia esplode, si scontra, ringhia furiosa mentre gli incantesimi si inseguono e si annullano a vicenda, senza che la situazione si smuova.
«Dominusterra» ringhia Edward, facendo tremare violentemente il terreno sotto i miei piedi. Perdo l’equilibrio, andando a sbattere contro un tronco dietro di me; il dolore di irradia da un punto indefinito della mia schiena fino ad avvolgermi in una trama fitta e lancinante che toglie il respiro. Ma non ha finito. Approfittando della mia distrazione, non si lascia sfuggire l’occasione.
«Exulcero» sibila con un sorriso che non lascia dubbi sui livelli che la sua soddisfazione sta raggiungendo. La fattura mi colpisce in pieno petto, mozzandomi nuovamente il respiro. «Ma come, Hunnam, tutto qui?» mi canzona, avvicinandosi.
«Ti piacerebbe» biascico, mentre piaghe e ustione si allargano sul mio torace, chiazzando di sangue la camicia immacolata laddove si lacerano. Lui scuote il capo, contrito.
«Hunnam, Hunnam.. non fare promesse che non puoi man--»
«Frastrunom» ringhiò furioso.
Il suono viaggia veloce, molto più delle sue parole, e lo colpisce in pieno volto. Barcolla, visibilmente concentrato e, potrei azzardare, persino un po’ spaventato. Sicuramente confuso, porta le mani alle orecchie, cercando stupidamente di escludere la sinfonia di rumori che risuona nella sua mente, regalandomi l’occasione perfetta per ricambiare il favore. Non perdo tempo in chiacchiere, se c'è una cosa che ho imparato è che in un duello, qualsiasi cosa venga pronunciata al di fuori di un incantesimo, è un pericolo.
«Flagramus!»
Le fiamme si allungano come tentacoli verso Edward, ma il calore lo risveglia dalla confusione ed è solo la manica sinistra della sua giacca a prendere fuoco. Gli scappa un gemito, mentre evoca dell’acqua per spegnere il piccolo incendio.
Ci fissiamo in cagnesco, senza fiato e doloranti. Ma non è ancora abbastanza, no. Non è mai abbastanza.
«Incarceramus» ribatte, gli occhi saturi di odio.
«Protego!»
Le corde si infrangono sullo scudo, cadendo a terra inermi. Nessuno dei due demorde.
«Glacius!»
Urla, animale ferito, quando il ghiaccio si serra contro la sua caviglia immobilizzandolo al terreno.
«Impendimenta»
Vengo sbalzato all’indietro, cadendo a terra su un fianco. Senza nemmeno rialzarmi, non gli do il tempo di liberarsi. Ci penso io personalmente.
«Reducto!» la terra gli esplode sotto i piedi, scagliandolo contro una roccia poco distante.
Di nuovo silenzio, mentre di nuovo ci ritroviamo a guardarci, carichi d’odio.
Di nuovo silenzio, mentre la notte ci avvolge, interrotta da lampi di luce che ci corrono attorno.
Di nuovo silenzio, mentre l’aria carica di magia e incantesimi è densa, quasi irrespirabile.
Di nuovo silenzio, mentre mi rendo conto che non è l’aria ad essere irrespirabile, ma sono i miei polmoni a non riceverne più. Sbatto le palpebre, boccheggiando sotto il ghigno di Edward. Ho poco tempo, prima che la vista mi si oscuri del tutto. Dannato, non ha pronunciato la fattura che mi impedisce il respiro.
Cado in ginocchio, la testa gira troppo. Tutto gira, il mondo gira.
Jillian, perdonami.













05/07/2008
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Qualche tempo prima del ballo
Il fatto è che potrei morire di curiosità. Nel senso che sono talmente portata a ficcanasare che il mio senso del pericolo viene completamente meno. Non che avessi motivo di dubitare della buona fede di Carlisle, in ogni caso, ma penso che quel Ci sono delle persone che vorrei farti conoscere buttato lì con indifferente distrazione l’avrei seguito anche se a lanciarlo fosse stata un chupacabra.
Ad ogni modo mi sono veramente immaginata di tutto, ma ad una porta che si materializza su un muro senza che nessuno abbia nemmeno pronunciato uno straccio di Apriti sesamo non c’ero arrivata. Una ragazza collo di cigno che mi lancia un’occhiata clinica e mi tempesta di domande (in realtà non più di quattro o cinque, ma ad una velocità disarmante) dopo avermi fatto ingurgitare qualcosa che Carlisle mi chiarisce essere veritaserum. E poi dentro ad una stanza discretamente grande e discretamente popolata. Per l’amor di tutti i Threstal (no, mai visto uno in vita mia, ma si vocifera esistano veramente), qua dentro c’è chiunque! La ragazza di Carlisle apre verso di noi un sorriso che fa luce da sé, seduta poco lontano da Penny (assediato dalla minuscola Isabel) e Milo Ashmore, che lancia occhiate oserei dire al limite del diffidente alla ormai fantomatica Opal. E poi diverse persone che non posso conoscere se non di vista…
Carlisle mi fa cenno verso una delle sedie vuote nei dintorni di Annabel Bennett, che pare incuriosita come un gatto, gli occhi fissi sulla sorella di Ida, Julia.
Julia che apre un rapido sorriso verso i presenti, sfregandosi le nocche sul palmo della mano mentre raccoglie idee e parole.
”Sembra che ci stiamo espandendo” commenta a mezza voce, gentilmente, e pare che la cosa le faccia relativamente piacere. La ragazza delle domande a mitraglietta, in piedi accanto a lei, lancia un’occhiata aerea per la stanza, raccogliendo un rotolo di pergamena da un banco lì accanto.
”Il che non può che tornarci utile” osserva, prima di lanciarsi ad illustrare a noi nuove reclute il punto della situazione seguita da un pratico resoconto sui recenti sviluppi e insorgere di nuovi problemi.
Quindi sì, se avessi avuto anche il minimo dubbio sulla finalità dell’inusuale appuntamento di Carlisle, questa Georgiana avrebbe prontamente provveduto a polverizzarlo. Sta di fatto che, bevendo quel siero e rispondendo in maniera soddisfacente alle domande, io e qualche altra fortunella (questa sera Annabel e Daisy) siamo ufficialmente entrate a far parte di quel club di tutela dei Mezzosangue che è il Fidelius.
“Contenta Polly?” domanda Carlisle dandomi un leggera pacchettino sulla spalla, mentre Georgiana chiude la riunione.
”Potevi dirmelo” sussurro, guardando furtivamente quello che mi si è presentato come Aedan Lywelyn (fratello di quella Lywelyn) ”mi sarei messa carina”

”Parlando fuori dai denti” borbotta Daisy, guardando corrucciata lo zampettante e argenteo scoiattolo che Isabel ha invocato per dimostrazione ”mi sento un attimino in soggezione…”
Non mi sono mai trovata in una situazione più adatta per affermare che capisco quello che prova. Starsene qua, in cerchio attorno alla Sittenfeld, ascoltando le istruzioni che Georgiana ci impartisce per far scaturire anche solo un minimo guizzo perlato dalla punta della nostra bacchetta, devo dire, mette un po’ d’ansia. Soprattutto se attorno a noi sta un branco di altra gente, ormai avvezza nell’arte di expecto-patronare a destra e a manca, che non aspetta altro se non di vederci tentare la prova del secolo.
”Alla fine non è niente d’impossibile” afferma Georgiana risoluta, dando enfasi alle proprie parole con un energico annuire, per poi rivolgere gli occhi da cervo verso noi tre ”Prego”
La signorina Harrington ha la straordinaria quanto inquietante capacità di essere volitiva pur rimanendo cortese. Insomma, qualcosa che suona molto come un invito che non si può rifiutare. Annabel lancia un’occhiata indecifrabile a Daisy, ma dall’apertura innaturale delle sue palpebre posso facilmente dedurre che non crede che Georgiana possa essere seriamente seria. E io stessa sono la prima ad indugiare, per cui la nostra incredibilmente giovane professoressa si sente in obbligo di incoraggiarci, allungando una mano verso Isabel, come se volesse mostrarcela.
”Avanti, basta solo pensare a qualcosa di piacevole!” ci incita, mentre lo scoiattolo si dissolve dolcemente nell’aere e la Sittenfeld arretra per fare posto ad una di noi tre.
Georgiana guarda insistentemente verso di noi, chiaramente non intenzionata a togliere la seduta fin quando qualcuna non si decida a prendere l’iniziativa. Così, sbuffando, precedo di una frazione di secondo Annabel nel prendere questa storica decisione.
”E va bene” dico col tono di una che sta parlando direttamente al suo sacco tirapugni, tirandomi su le maniche della camicia – considerevolmente stropicciata ”Allora, è molto semplice” continuo, armandomi di bacchetta e santa pazienza ”Basta solo pensare a qualcosa di piacevole…” faccio una flebile rotazione del polso ”Dunque, per esempio…per esempio quando i Tassorosso hanno vinto la Coppa delle Case!”
”Ahm…” Carlisle inarca un sopracciglio, guardandomi con perplessità, mentre sento Milo ridacchiarsela sotto i baffi ”Non credo che questo sia mai accaduto da quando siamo qua dentro io e te, Polly”
”E nemmeno prima” puntualizza stranamente Eugene ”Almeno, non di recente…”
”Oh, grazie tante ragazzi” borbotto contrariata, lasciando pesantemente cadere il braccio che avevo già teso in avanti ”Sarebbe venuto fuori un Patrono con i fiocchi…”

La cosa si fa ardua. Decisamente ardua. Tanto che Georgiana è costretta a dichiarare concluso l’incontro prima che anche una sola di noi tre riesca a produrre qualcosa di costruttivo.
”Proprio non capisco” dice Annabel pensosa, scuotendo il capo ”Io sono piena di ricordi felici!”
”Non è quello” rassicura Jillian ”Comunque è un incantesimo d’appello, piuttosto complesso…” sorride rincuorante ”Non è facile che riesca al primo colpo”
Mh, sarà…sta di fatto che di colpi, personalmente, ne ho sparati almeno una dozzina…

”Ah, quante sciocchezze” bofonchio, sprofondando un altro po’ nella poltrona. Dorothy sposta velocemente gli occhi a pesciolino da me a Costance, muovendo con discrezione la sua torre sulla scacchiera magica.
”Quanto sei pratica” fa di rimando Coco, il suo cavallo che affonda senza pietà gli zoccoli sulla zucca di uno sfortunato pedone bianco ”Insomma, alla fine dove sta il problema? L’anno scolastico finisce, non abbiamo nessun esame da preparare…possiamo anche goderci un ballo in santa pace!”
”Io credo potrebbe essere un’utile distrazione” Dot affonda la guancia in una mano, osservando distrattamente la scacchiera ”Non che abbia una particolare affinità con i vestiti da gran spolvero, però…”
”Secondo me non ha un senso logico, tutto questo” replico cocciutamente, portandomi le ginocchia al petto.
”Il problema di fondo è che non sai con chi venirci” Costance fa una smorfietta scherzosamente provocante, che ricambio con generosità.
”Oh, non dire baggianate! Se avessi voglia di venire a quella cretinata di ballo non avrei problemi ad invitare il primo che passa!”
”Meglio se è Milo Ashmore” sussurra con aria da comare Coco a Dot.
”Chi ha messo in giro questa voce?” m’informo con occhio scettico, il sopracciglio flesso, che Costance ignora bellamente, tornando a mettere legna sul fuoco.
”Comunque, non so se te lo hanno insegnato, ma da che mondo e mondo sono i ragazzi che invitano le ragazze, non viceversa”
”I ragazzi d’oggi non sono più quelli di una volta” faccio spallucce.
Bèh, in verità non è che Costance abbia proprio tutti, tutti i torti… diciamo che, se buona parte di questa avversione per i balli concerne proprio il doversi impacchettare in inutili vestiti millefoglie (che per altro uno si deve anche ingegnare a cercare), una minima percentuale potrebbe anche stare nel fatto che, sì, trovarsi un accompagnatore è fondamentalmente faticoso. Gli anni scorsi mi è capitato, quel paio di volte in cui è stato organizzato qualche evento del genere, di andarci col fratello di Costance. Poi lui si è trovato la ragazza, e i tempi d’oro sono finiti…

Non so chi abbia ideato questa fantasticheria dell’allenamento di congedo ma, tutto sommato, è divertente. Se si tralascia il fatto che credo Leasley sia il sedicenne più prolisso che il pianeta terra abbia mai ospitato sulla sua crosta, e che un’occasione del genere richiede quasi necessariamente un discorso semi ufficioso…
Sta di fatto che questa fantomatica oratoria è durata quasi quanto l’allenamento stesso (”Anche quest’anno non è andata particolarmente bene, ma ci siamo divertiti!”) e ho avuto bisogno di una doccia doppia per riprendermi. Non è un cattivo ragazzo, anzi, all’uopo è anche divertente, basta solo ricordarsi d’impedirgli oratorie. Ma, essendo che è il capitano della squadra, che adora chiacchierare e che di soddisfazioni atletiche gliene abbiamo date parecchio poche (con conseguenti pochi discorsi da fare), con quale cuore lo si potrebbe privare anche di qualche solenne parolina di fine anno? Persino io, che ho una riserva di pazienza non troppo generosa, non me la sentirei. Però, quando sono uscita dalla doccia, avvoltolata in un fantastico asciugamano della nonna grande come gli Stati Uniti, e me lo sono ritrovata lì davanti – ancora intento ad asciugare i capelli con un panno – del tutto intenzionato a lanciarsi in altri improponibili sleghi, non ce l’ho proprio più fatta.
”Hai già qualcuno da portare al ballo, Lee?” gli ho chiesto spiccia, troncando sul nascere il suo rimpiangere quel paio di elementi che abbandonano la squadra con i M.A.G.O.
”No” ha risposto senza battere ciglio, facendo spallucce ”Volevo invitare Loretta, ma ha già un accompagnatore…”
”Scordati la tua Loretta” l’ho ammonito perentoria, e mi sono ritrovata con un fantastico cavaliere dalla chiacchiera estremamente facile da portare al ballo. Se non altro saprò come ingannare il tempo…
Una volta eliminato il problema cavaliere si propone quello vestito.
”Penso potrei sistemare un po’ la camicia da notte” dico, scherzosa fino a un certo punto, mentre esco dalla Stanza delle Necessità assieme ad Annabel.
Le nostre pratiche col Patronus non portano ancora frutti apprezzabili. La Bennett è l’unica che è riuscita a fare sputacchiare qualcosa di semi consistente alla propria bacchetta. Non riesco a capire quale sia il problema. Come dice Georgiana, alla fine, non è poi così complesso: un movimento molto elementare col polso, una formula semplice da pronunciare con convinzione e un pensiero felice a cui aggrapparsi.
”Tu hai mai provato a invocare un Patronus?” domando a Costance una volta raggiunta la tavolata Tassorosso per la cena. Carlisle mi lancia un’occhiata d’avvertenza di sottecchi, che io ignoro. Certo che non ho nessuna intenzione di raccontare tutta la storia del Fidelius a Coco! Semplicemente sarei curiosa di sapere se lei, che anche se è finita tra i tassi è sempre stata discretamente solerte nell’apprendimento, ce l’ha mai fatta. Costance mi guarda come se le stessi suggerendo di condire la sua insalata di frutta con della senape.
”E perché avrei dovuto?” domanda dubbiosa. Faccio spallucce, tornando ad occuparmi del mio cibo.
”Bèh, così” mi defilo ”Sembra una cosa divertente
Milo scoppia a ridere ”Peccato che Georgiana non sia qui ad ascoltarti”, frase che termina in un ouch soffocato dopo un movimento sospetto da parte di Carlisle, che ho come il dubbio abbia centrato in pieno lo stinco del suo compare con un calcio relativamente discreto.

La sera del ballo
Ce l’ho fatta! La mia fantastica scimmietta è venuta fuori dalla bacchetta e ha anche saltellato in giro per qualche metro prima di dissolversi in un batuffolo di brillantini. Certo, non è il Patrono più vigoroso che si sia mai visto, ma avrà modo di crescere, immagino.
”Lo chiamerò Einstein!” ho annunciato, in preda all’entusiasmo.
”Perché mai dovresti dare un nome ad un Patronus!” ha obiettato Opal, piuttosto stranita da quell’eccesso di zelo.
Bèh, è che non mi capita spesso di raggiungere traguardi del genere in ambito magico. Insomma, un incantesimo d’appello! E io sono riuscita ad eseguirlo! Ovviamente con i dovuti tempi, ma come si dice finché c’è vita c’è speranza, e prima o poi, con calma e senza fretta, ce la facciamo tutti.
Sono così su di giri per la mia scimmietta (e sono così frustrata perché non posso urlarlo a mezzo mondo), che quasi non mi accorgo nemmeno di tutto il trambusto che riempie i dormitori femminili, in queste ore prima dell’inizio del fatidico ballo.
”Accidenti!” Costance è isterica ”Che diavolo ha questa chiusura?”
”Tesoro, dubito sia la chiusura” punzecchia Ursula, intrufolata in una camera non sua.
Non so perché la gente si metta dietro con i preparativi tanto tempo prima. Va poi a finire che, quando è ora di uscire, la maggior parte gli accorgimenti di belletteria apportati al proprio personale durante queste agonizzanti ore se ne sono già andati a ramengo (vedi trucco sbavato, capelli in disordine, ripresina dell’ultimo minuto che cede rovinosamente…). Dal canto mio ho adottato il metodo fai una doccia e rilassati, e me ne sto da venti minuti buoni a contemplare beata il rivestimento del baldacchino, mentre quelle altre ocarine fanno un pollaio della miseria.
”Polly! Vuoi muovere quel tuo sederino?” mi richiamano all’ordine ”Ma ce l’hai uno straccio di vestito da metterti?”
”Ho rimediato un cavaliere, vuoi che non abbia un vestito?” e, siccome mi provocano, mi butto giù dal letto, spalanco con molta poca grazia il baule, e tiro fuori il vestito che mi sono fatta spedire dalla mamma. È un po’ sgualcito, perché per dargli un’occhiata ho disfatto il pacco con cui mi era arrivato e non sono più stata capace di piegarlo, ma basta un colpo di bacchetta e…
”Ma cos’è” fa Costance piatta, totalmente priva d’espressione, guardando il vestito con occhio vacuo ”una tovaglia?”
Dorothy la guarda interrogativa, esordendo con un flebile ”Oh, Coco…”
”Mannò!” esclamo, guardandola torva, per poi sorridere placida riportando gli occhi sul mio abito ”Era una tenda. Ma mia nonna è una sarta eccezionale, non ti pare?”
”Per Merlino, Polly!” Costance sembra quasi esasperata mentre Ursula se la ride ”Potresti prendere le cose un attimino più sul serio, ogni tanto?”
Leasley non è solo il più prolisso, ma – e grazie al cielo, in momenti come questi – anche il più lento adolescente del pianeta. Così, quando esco in Sala Comune in netto ritardo rispetto alle mie compagne, lo pesco mentre sta per abbandonarsi su una delle poltrone, probabilmente appena uscito dalla camera.
”Allora?” dico con un’occhiata alla guarda che so perfettamente che sei arrivato prima di me solo per pura fortuna. Leasley mi fa uno dei suoi mastodontici sorrisi giulivi, riacquistando l’equilibrio dopo quella scomoda manovra per rinunciare alla comoda seduta.
”Allora?” ripete, per poi aggiungere un allegro ”Come siamo carine!”
Faccio una smorfietta divertita, puntellando le mani sui fianchi e guardandolo di sottecchi ”Frase di rito?” lo pungolo sorniona.
”Frase di rito” ammette lui, porgendomi il braccio, al quale mi aggrappo come la mia scimmietta argentata ”Bèh grazie” replico ”Apprezzo lo sforzo”
La Sala Grande è una piazza piena di coriandoli. I balli sono sempre una sfilata di colori che farebbe invidia ad Arlecchino, anche se questa sera pare che il rosa – antico, confetto, shocking… - vada per la maggiore.

Dopo un deflagrante tentativo di approcciarci alla pista ho suggerito a Leasley di piantare le tende il più lontano possibile da quel vorticoso svolazzare di gonne. Così abbiamo preferito farci una simpatica passeggiata (non priva di ostacoli) in giro per il salone e fermarci a fare due chiacchiere su chi di conosciuto incontravamo sui nostri passi. Ho incrociato parecchie reclute del Fidelius a inizio serata, tutti quanti abbastanza ottimisti a giudicare dai sorrisi. Anche se poi, è bastata un’occhiata a Julia per capire che sì, ottimisti va bene, ma non è mai il caso di abbassare la guardia. Raggiante e tesa al contempo, anche se ancora senza moventi d’allarme. Ed è filato effettivamente tutto più o meno liscio fino ad adesso.
Milo esce dalla folla a passo svelto, quasi impassibile, come se tutto fosse normale, anche se ha più fretta del solito. Mi urta con un braccio, si ferma a sincerarsi su come stia.
”Scusa” dice ”Non ti avevo vista”
”Che succede?” ficcanaso fino al midollo sì, ma tutta questa fretta in una persona come Milo mi mette qualche pulce. Lui mi guarda un attimo come per decidere il da farsi, poi lancia un’occhiata nei paraggi e, una volta constatato che Leasley si è perso a parlare con terzi, mormora un ”Julia e Riddle. Si sono dati meta nella Foresta”
Spalanco gli occhi oltre misura.
”COSA?” esclamo, forse a voce un po’ alta, perché Milo ricorre prontamente ad un discreto shhhh di cui io prendo atto, e continuo ad indagare a voce bassa ”E adesso?”
”Adesso le serve una mano” ribatte lui, e nel tono ricompare tutta la fretta del suo passo.
”Vengo anche io!”
No è talmente tassativo che mi spiazza, e probabilmente se ne accorge ”No Polly, tu non…il tuo Patronus è ancora troppo debole, gli altri incantesimi…”
Sbuffo, incrociando le braccia.
”Mi stai tagliando fuori per la mia incapacità magica?” chiedo, scura in volto.
”Qualcosa del genere, sì” replica gentilmente.
”Questa è discriminazione”
”Questa è prevenzione, Polly”
Bofonchio, corrucciandomi. Purtroppo, c’è poco da blaterare e cercare punti a mio favore, in questo caso Milo non ha tutti i torti. Il mio livello magico non è certo all’altezza di persone come Georgiana o Julia, e molti Serpeverde sospettati di star dietro le sottane di Riddle hanno fama ottima in campo d’incantesimi, qua a scuola. Lo so, calpestare l’ego fa male, ma non è il caso di fare i ciuchi questa sera.
”E va bene, va bene sbotto, un po’ impermalosita ”Ma fate i bravi, intesi?”
Milo sorride, annuisce.
”Vedi che infondo non sei proprio così testa dura” dice soddisfatto, e fa per andarsene.
”Ehi, Milo!” lo richiamo all’ordine, prima che venga risucchiato una volta per tutte da questa bolgia infernale.
”Che c’è?”
”Buona fortuna”












04/07/2008
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RAH06Mattina.
Oggi c'è il ballo.
Inviti: nessuno.
Vestito: nessuno.
Sono in bibblioteca a ripassare erbologia per i GUFO ormai molto vicini. Cassie è vicina a me e ripassa per i suoi esami, sicuramente più leggeri dei miei, silenziosa come lo è stata dalla conversazione con Julia. Non me ne ha parlato più di tanto ma visto il suo umore non sono sicura che i suoi sospetti fossero infondati. L'unica serata davvero bella in cui l'ho vista spensierata è stata quella del pigiama-party: ha riso a lacrime al racconto dell'incontro con l'elfo domestico. Ma il resto delle giornate è stata taciturna, nemmeno triste, come chiusa in un suo pensiero fisso e assillante. Ora è immersa nel suo solito silenzio. Comincio a ripetere sottovoce gli utilizzi delle spine delle rose dai petali carnosi. poi Cassie mi interrompe, cercando probabilmente di distrarsi dal suo pensiero.
"Rah, con chi devi andare al ballo?" dice guardandomi.
Io la osservo strabuzzando gli occhi. Era l'ultima domanda che mi aspettavo.
"Cosa... cioè... penso che non andrò con nessuno al ballo. Non sono stata invitata da nessuno e io non ho intenzione di invitare nessuno... penso addirittura che non andrò." le rispondo con un pò di vergogna. Lei ha ricevuto un sacco di proposte, ma per ora non ne ha accettata nessuna.
"Come non vai? Sapevo che non te ne saresti preoccupata e per questo ho mandato un gufo alla signora Page per chiederle di cercarti un vestito... L'ho nel mio armadio e so che ti starebbe benissimo!" dice con aria convinta. Io sono sempre più stupita.
"Ma non ho cavaliere... e poi non avresti dovuto chiedere a mia madre..." le rispondo in un soffio "e tu non hai ancora un cavaliere?" lei sorride e comincia a rispondermi
"No, io..."
"Ehm... Cassandra?" un ragazzo alle nostre spalle richiama la sua attenzione. Lei si gira e lo saluta con un piccolo cenno del capo.
"Potrei parlarti un momento?" chiede lui. é un ragazzo che non conosco, dovrebbe essere dello stesso anno di Cassie, al Corvonero. Dall'espressione (quella di chi sta per vomitare dall'emozione) dovrebbe essere una nuova conquista della mia amica che, non trovendo il coraggio prima, ha aspettato la mattina del ballo per chiederle di accompagnarlo. Lei acconsente e lo segue fuori dalla bibblioteca mentre io aspetto di vedere l'esito della chiaccherata.
Cassandra non si fa aspettare troppo e si siede di nuovo vicino a me dopo forse nemmeno cinque minuti. Sospira.
"Allora? Vai con lui?" le chiedo.
"No ho deciso che non andrò con nessuno." dice riprendendo il libro di Difesa Contro le Arti Oscure.
"Ma come..." comincio.
"Ci facciamo compagnia a vicenda. Ci sarà da ridere a vedere certe oche del Serpeverde stippate nei loro vestiti a fare le fatine! E poi sicuramente ci sarà qualche cavaliere pronto a chiederci un ballo non trovi?"
Io penso sinceramente di no ma faccio finta di nulla ed evito di commentare riprendendo a ripetere Erbologia.


Sera-preparativi
Non sono per nulla nervosa per il ballo... dopo tutto sarò lì solo per fare contena Cassie. Il vestito comprato per me dalla mia madre adottiva era un lungo abito da sera rosso di un tessuto particolare che mi aderiva alla pelle mettendo in risalto il mio corpo longilineo e magro.
"Vedrai con quello Rah! Attirerai su di te gli sguardi di tutti i cavalieri e l'invidia di tutte le dame." commenta Cassandra osservandomi. Lei indossa un vestito nero corto, un pò provocante.
"Credo che potresti essere tu ad attrare le attenzioni Cassie. Il vestito ti sta d'incanto." le dissi cercando di mettermi il mascara senza sporcarmi. Vedendomi in difficoltà Cassie mi prende la boccetta e comincia a mettermelo lei.

Ballo
Il ballo è la cosa più noiosa che mi sia capitata da giorni a questa parte, e in più avrei ancora due secoli di Storia della Magia da ripassare. Una perdita di tempo colossale. I miei pensieri sono più che visibili dalla mia espressione vacua e Cassie ha ormai rinunciato di farmi notare quanto è bella la Sala Grande decorata a festa, o altre cose ai miei occhi assolutamente inutili. Scorgo entrare Alexa e Lory e vedo con stupore che sono accompagnate da due ragazzi.
"Hey Cassie, non ti sembra strano che non ci abbiano detto nulla?" dico indicandole.
"Oh! Alexa sta con Max!" dice lei piacevolmente stupita "Non ci ho mai parlato troppo ma penso che sia un bravo ragazzo." mi dice. Io annuisco felice per la mia amica e effettivamente sento un pò di tristezza per me stessa. Nessuno mi ha invitata. Mi riscuoto stupendomi dei miei stessi pensieri. Non sono sicura che avrei accettato anche solo una proposta.
"Rah guarda un pò da quella parte. C'è un ragazzo che non smette di fissarti!" dice Cassie sottovoce. Mi giro e incontro lo sguardo di un ragazzo del mio anno. Jared McPherson, serpeverde. è vero mi sta osservando e io non riesco a sostenere il suo sguardo. Mi giro verso Cassandra e arrosisco violentemente.
"Ti prego spostiamoci..." sussurro con imbarazzo.
"Come vuoi, cara." dice lei ridacchiando "In ogni caso non è male come ragazzo... non capisco proprio perchè ti vuoi allontanare da lui..."
"é del serpeverde, per iniziare, figlio di una delle più potenti famiglie purosangue della Scozia." le dico per distoglierla. Lei inarca le sopracciglia.
"Non mi sembra di averlo mai visto con Riddle... Condivide i suoi ideali?" mi chiede subito.
"Non lo so ma preferisco non indagare." le rispondo.
"Non sembra si scoraggi facilmente il ragazzo... guarda!"
Mi giro verso di lui e noto che si sta avvicinando a me e Cassandra.
jaredd"Signorina Ching..." dice appena ci arriva vicino "Posso avere l'onore di un ballo?" nella sua voce non c'è nemmeno una nota di imbarazzo ed è così sicuro che comincio ad aver qualche dubbio sulla possibilità di rifiutare.
"Non ammetto un rifiuto Rah." Dice infatti sorridendo e porgendomi la mano. Alla fine accetto, sotto occhiate maliziose di Cassandra che sembra anche preoccupata, e gli stringo la mano guardandolo negli occhi. Sono di un bellissimo colore blue acceso. Non avevo mai notato quanto potesse essere affascinante, e dopotutto era nella mia classe di erbologia solo da qualche mese. Mi sorride con gentilezza e mi conduce in mezzo alla sala a ballare. Io non ho mai partecipato a un ballo e mi tremano le gambe per l'emozione. Lo metto al corrente di questo problema con molto imbarazzo.
"Non si preoccupi Signorina Ching, questo è un lento. Deve solo stringersi a me." Noto la nota ironica nel suo tono e arrossisco.
"Perchè mi chiami così? Il mio cognome è Page..." gli chiedo stringendolo come mi aveva detto di fare.
"Rah, sai così poco della tua vera famiglia da credere che Ching sia il tuo secondo nome?" mi dice con gli occhi che scintillavano. Mi presero le vertigini...
"Cosa sai della mia famiglia?" chiesi in un soffio spaventato.
"I Ching sono una delle più importanti famiglie cinesi, imparentate alla lontana con una dinastia di imperatori. Sei quasi una principessa Rah." Rispose. Sono così colpita da queste affermazioni che continuo a ballare in silenzio, senza parlare d'altro. Jared mi asseconda e probabilmente capisce che una informazione del genere poteva avermi scioccata. Ma come posso crederci senza un minimo di garanzia?
Sembra sincero e quando lo guardo negli occhi vedo solo sicurezza. Non c'è nemmeno una piccola traccia di quell'indifferenza che utilizza chi sa come mentire per non apparire imbarazzato mentre parla. I suoi occhi e il suo sorriso sono quasi ipnotici. Come sa queste cose? Devo credergli?
 La canzone è finita Jared mi sorride compiaciuto.
"Jared... Vorrei chiederti come sai queste cose ma preferisco lasciar perdere. Ti ringrazio per il ballo." dico congedandomi.
"é stato un piacere Rah. Ci vediamo presto."
Modificata l'immagine di Jared visto che la precedente era già utilizzata.... *-* Grazie alla Lynd per avermelo ricordato.












03/07/2008
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Mi guardo allo specchio per una frazione di secondo, per poi tornare lentamente al mio letto e sbuffare. Per la ventesima volta in dieci minuti.

“Insomma questo vestito non mi sta bene!” dico mentre afferro con le dita questo pezzo di stoffa che mi angoscia cosi` tanto, per togliermelo e buttarlo sul letto con rabbia. E` marrone. Un vestito marrone, che mi casca stranamente sul corpo, creando l’illusione di due taglie in piu`. Poi come potrei mai mettere un vestito marrone con dei tacchi neri? Non si e` mai vista una cosa del genere.

“Ho deciso, non vado al ballo. Max stara` dieci volte meglio senza di me d’altronde” dico alle mie due amiche, che nei loro vestiti strabilianti si stanno truccando davanti allo specchio. Lory indossa un vestito con scollo a V, drappeggiato perfettamente sul suo corpo, di una seta di mille colori, che si alternano e si rincorrono e si fondono dolcemente. E` l’espressione dell’allegria. Susan ha un elegante (e corto) abito cocktail nero, che ha accessoriato benissimo, con una clutch nera e argento, e delle vertiginose pumps argento. Io sono l’unica che sembra stia andando ad un ballo in maschera come “la-strega-scoordinata-di-turno”.

“No!! Dai ti prego devi venire!” dice Susan, sedendosi accanto a me sul letto “Il vestito non e` poi cosi` male...” Sembra moooooolto convinta. Sbuffo e affondo il viso nel cuscino.

                                     

Toc Toc Toc

 

Conosco quel rumore, e potrebbe essere la mia salvezza. Mi giro ed apro la finestra. Entrano due affaticati gufi che transportano un pacchetto alquanto pesante. Lo apro cercando di reprimere le speranze, magari e` solo un’illusione...Ma non lo e`! Con le mani che tremano tiro fuori un vestitino rosa adorabile, senza spalline e con un fiocchetto davanti. Continuo a scavare nel pacchetto e trovo delle peep toe grigie. Indosso il vestito e le peep toe e vanno proprio benissimo insieme.

Guarda qua!” grida Lory tirando fuori dal pacchetto una clutch beige carinissima. La prendo e mi specchio. Cavolo. Sto proprio bene. Mamma e` proprio la mia salvezza. Dopo il ballo dovro` ringraziarla tremila volte.

 

 

 

Mezz’ora dopo

 

Mi alzo sulle punte dei piedi, cercando fra la montagna di gente il mio “cavaliere”. Bleah. Mi viene proprio voglia di entrare nella mischia e ballare, senza dover aspettare uno stupido cavaliere o niente del genere. Odio questo tipo di cose cosi` smielate. Susan si e` gia` dileguata con il suo ultimo flirt nonche` suo cavaliere al ballo, e io e Lory siamo in piedi sull’ultimo gradino della scalinata, facendo la figura delle patetiche.

“Eccoli!” grida Lory, indicando un punto in mezzo alla Sala Grande. Stringo gli occhi, ma non riesco a distinguere ne` Max ne` Robbie “Eccoli! Ragazzi ciao!!”. Improvvisamente li vedo, si girano allo stesso tempo e si avvicinano a noi. Ma non posso credere ai miei occhi. Max si e` fatto biondo, e si e` spostato quella stupida frangetta. Finalmente posso vedere bene i suoi occhi. E` bellissimo, spettacolare.

“Ciao” dicono Max e Robbie all’unisono. Max si avvicina e mi bacia sulla guancia rapidamente. Sento che Lory lo sta fissando, impressionata anche lei da quel cambiamento cosi` drastico.

“Perche` non ti metti cosi` tutti i giorni a scuola?” chiede la mia amica a bocca aperta.

Lui ridacchia, spettinandosi con un gesto della mano la sua nuova chioma bionda.

“Boh. Non ci ho mai pensato davvero”. C’e` una pausa imbarazzante, ma poi Robbie chiede a Lory di ballare e cosi` anche Max si scioglie. Ci spostiamo piu` al centro della pista, dove con la coda dell’occhio vedo Julia e il famoso Tom Riddle che stizziti ballano insieme. Sono stati eletti Miss e Mister Hogwarts, ma e` ovvio che non si simpatizzano per niente. Ma Julia e Tom mi deconcentrano solo per un secondo, perche` tutta la mia attenzione e` su Max. E anche l’attenzione di altre ragazze che, intorno a noi, ballano sfrenatamente per cercare di farsi notare. Evidentemente il suo cambio di look non ha colpito solo me e Lory. Max continua a ballare nel suo mondo, sorridendomi di quando in quando, ma le ragazzine iniziano a stargli sui nervi e avvicinandosi a me mi sussurra: “Vuoi uscire un attimo?”. Mentre con la mano mi guida verso il portone scorgo fra la folla una Susan a bocca aperta, che con gesti esagerati indica il mio cavaliere. So che discorsetto mi fara` dopo. Fuori l’aria e` tagliente, e` primavera ma fa ancora freddo, mi stringo le spalle e Max, che coglie al volo il mio gesto, mi offre la sua giacca. Stiamo un po` imbarazzati, impalati davanti al castello, da dove ci arriva il suono offuscato e represso della musica nella sala da ballo.

“E` incredibile quanto poco ti conosco Max” dico mentre lo guardo. E` incredibile che io lo abbia come cavaliere, e` troppo troppo bello per me. Pero` questo non lo dico.

“Gia` hai ragione. Ma io un po` ti conosco”. 

Cosa? Questo non mi risulta, l’unica volta che gli ho parlato e` stato l’altro giorno quando stava fumando. Basta. Lui legge la mia espressione interrogativa.

“In realta` e` da un po` che ti ho notata, sei molto carina, e poi ti ho sentita anche in biblioteca e in Sala Grande, sei dolce, ti distingui dalle tue compagne. Non sei come Susan per esempio, infatti e` stato piu` facile parlare con lei della....della mia cotta”

Sono sicura che in quel momento avevo gli occhi da ebete, perche` cio` che diceva faceva poco o nessun senso. Lui, una cotta per me?

“Ma...ma...com’e`...” balbetto, ancora convinta profondamente che sia tutta una presa in giro, e di veder spuntare dal nulla Lory, Susan e Robbie, che mi prenderanno in giro a vita per esserci cascata.

Ma quel suo bacio, quel suo bacio non e` una presa in giro. E` sul serio quel suo bacio. E vorrei tenermi Max per sempre legato alle mie labbra. In un bacio lento e continuo.

 

Nota dall'autrice: Siccome la mia posizione nel gdb il prossimo anno e` traballante per il momento Max non sara` un png. Se il prossimo anno riesco a postare regolarmente di nuovo allora e` ovvio che lo sara`!! XD e` troppo bello...

ps: ho fatto un piccolo set su polyvore di cio` che alexa mette al ballo ecco il link se vi interessa: http://www.polyvore.com/cgi/set?id=2186878















02/07/2008
commenti (3) • tag: discussioni, amori, paura, serpeverde, festeggiamenti, corvonero, tassorosso, duelli, fidelius

Torre dei Corvonero, dormitorio femminile.
Caos.
Si pensa di conoscerlo, di sapere come queste quattro lettere si traducano in rumore, oggetti che volano da una parte all’altra e chissà quant’altro. C’è chi, addirittura, ha la presunzione di sapere come affrontarlo, chi si vanta di saper mantenere il controllo quando l’uragano si abbatte.
Beh, è evidente che questa persona non si è mai trovata nel dormitorio femminile Corvonero la sera prima di un ballo scolastico.

«Dove sono le mie scarpe?»
«Maledizione, mi si è incastrata la zip!»
«I miei capelli! I miei capelli sono un disastro!»
«Sono un disastro. Sono un disastro, io non esco da qui.»
«Sento odor di bruciato. LUISE TI STANNO ANDANDO A FUOCO I CAPELLI!»
«Audrey, dove sono gli orecchini? Eh? Eh??»
«Jillian, il tuo gatto si sta facendo le unghie sul mio vestito!»
«Laura, quelle sono le mie forcine!»
«Sono solo forcine!»
«Sono di mia nonna! Sono diamanti e zaffiri, giù le zampe!!»

Inspiro a fondo, mentre Laura scrolla le spalle con aria indifferente e restituisce le forcine incriminate a Isabel, sull’orlo di una crisi isterica. Sono ORE che le cose vanno avanti così. Il corridoio è invaso da nuvole di vapore, l’aria è talmente rovente da essere al limite dell’irrespirabile e le urla aumentano sempre più ad ogni minuto. Fortuna che io e le mie compagne di stanza abbiamo avuto la brillante idea di salire prima che tutte le bimbe del primo e secondo anno realizzassero di doversi preparare, altrimenti saremmo ancora in coda per fare la doccia. E invece siamo in camera, in preda a più o meno violenti attacchi di isteria pre-grande serata. Audrey è immobile davanti allo specchio, puntando con aria minacciosa la bacchetta contro il suo riflesso mentre sibila qualcosa a proposito dei suoi capelli, intimando loro di stare immobili nell’acconciatura in cui li ha costretti; Laura si accende una sigaretta dopo l’altra, appollaiata sul cornicione di una finestra (e solo i numerosi incantesimi con cui l’abbiamo stregato le impediscono di volar giù), mentre Isabel cerca, inutilmente, di fissare le preziosissime forcine ai capelli accuratamente lisciati per l’occasione. Troppo lisciati. Singhiozza.
«Non è possibile»
«Cosa, tesoro?» le domando, rimirando l’abito che ho appena estratto dagli impalpabili veli di seta in cui era avvolto. Una cascata bianca e lucente si distende davanti ai miei occhi, strappandomi un sospiro. Non è meraviglioso, è divino.
«Credimi, non è mia intenzione interrompere il tuo idillio, ma ho un problema più pressante» mi richiama Isabel, che ormai rasenta l’isteria. Mi schiarisco la gola, afferrando la bacchetta e andandole incontro. Mi guarda, sospettosa.
«Non è che poi faccio la fine di Luise?»
Un’occhiataccia.
«Tutta questa sfiducia nelle mie capacità magiche mi offende» piccata, faccio lievitare una delle preziose forcine e la mantengo ferma a mezz’aria, mentre le sistemi i capelli su cui poi il gioiello andrà a fissarsi. Mormoro qualche altro incantesimo, assicurando che non scivoli via, poi passo all’altra. Isabel, rigida come un manico di scopa, respira appena. Audrey, scorgendola riflessa nello specchio, scoppia a ridere, mentre Laura spegne la sigaretta e salta a terra, avvicinandosi al suo letto, dove ha posato il suo abito, rosso fuoco.
«Signore» annuncia con un sorriso «Siamo ufficialmente in ritardo.»
Olè.

***

Sala Grande.
«Signorina McKanzie» la leziosa voce di Lumacorno interrompe la discussione. Alzo gli occhi, mentre automaticamente Carlisle mi si affianca, protettivo. Pur non vedendolo, posso immaginare il suo bel viso contrarsi in una smorfia.
«Buona sera, professore» lo saluto, cercando di essere il più educata possibile «Posso fare qualcosa per lei?»
«Beh, signorinella» mi agita l’indice sotto il naso «Potrebbe spiegarmi perché non ci ha mai fatto l’immenso dono della sua presenza ad uno dei numerosi thé a cui è stata invitata, per esempio.»
Non ribatto e lui coglie l’occasione per continuare a parlare, interpretando la mia espressione neutra per dispiacere puro.
«Ma vedo che è veramente dispiaciuta e sono sicuro che è stato lo studio a tenerla tanto occupata, sono sicuro che la prossima volta non mancherà.»
«Farò del mio meglio» mi sforzo di sorridere, tirando una gomitata a Carlisle che, di spalle, sghignazza senza ritegno.
«Ottimo» sorrido. Un sorriso largo, smisurato, falso. «Buona serata, signorina McKanzie»
«A lei, professore»
Aspetto che si allontani, per tirare un colpo sulla spalla a Carlisle.
«Certo che potevi fare lo sforzo e…»
Mi interrompo, seguendo la espressione improvvisamente tesa che è fissa su una coppia, al centro della pista. Riconosco Julia, che danza con la leggerezza di una fata, assieme a Riddle. Trattengo il respiro, circondando con un abbraccio la vita del mio Tassorosso.
«Credi che..»
Annuisce, lentamente. Aumento la stretta.
«Ma non ora» scandisce, lentamente «Non subito.»
Mi prende per mano, trascinandomi verso la chioma biondissima di Eugene che ondeggia a tempo di musica spiccando sopra la folla. Isabel, minuscola al suo fianco, sorride con aria sognante nonostante i suoi piedi urlino di dolore.
Il biondo, nel riconoscerci, si immobilizza, contemporaneamente alla sua compagna.
«Milo?»
Eugene indica il ragazzo, in mezzo alla pista, circondato da un nugolo di ragazze adoranti, mentre concede un ballo alla fortunata di turno, guardandosi bene dall’incrociare lo sguardo esplosivo di Opal. Il mio ragazzo annuisce, lanciando andare la mia mano per infilarsi nella folla.
«Vado a cercare Georgiana.» dichiaro, girando sui tacchi e avviandomi nella direzione opposta rispetto a Carlisle. Mi infilo tra un paio di coppiette così appiccicate da sembrare un unico, gigantesco ammasso di carne umana che si muove a ritmo; scosto con delicatezza un paio di ragazzine del primo anno che sbavano ai piedi di Jasper. La Serpe in questione mi riconosce: splendido come suo solito, con addosso un abito che più classico ed elegante di così si muore, mi squadra da capo a piedi un paio di volte. Raddrizzo la schiena, conscia dell’effetto che posso fare questa sera. Abbozzo addirittura un sorriso, che si trasforma in una smorfia di disprezzo alla vista della sua accompagnatrice.
«McKanzie» sibila, sorridendo a sua volta «Devo dire che sei molto…molto...» aggrotta la fronte, fingendosi in difficoltà. Lo ignoro, e faccio per riprendere a camminare. Devo trovare Georgiana, devo trovare Georgiana.
«… scialba» riprende Deirdre, concludendo la frase al posto suo «Il bianco ti fa sembrare più scialba del solito»
«E il tuo accompagnatore ti fa sembrare ancora più facile di quanto tu già non sia» ribatto dolcemente, prima di allontanarmi con passo deciso. I gridolini soffocati della Blackster mi inseguono, rendendo ancora più dolce la mia brillante uscita di scena. Inspiro a fondo, crogiolandomi nella mia beatitudine, ma non mi accorgo di una minuta figura davanti a me, che mi viene incontro a testa bassa.
Lo scontro è inevitabile: Violet Traviston mi frana addosso, rischiando di mandare entrambe a terra. La vedo che fa per aprire la bocca e biascicare qualcosa (forse scuse, ma dubito fortemente), ma nel riconoscermi richiude le labbra e mi guarda in cagnesco. Ricambio la cortesia, prima di spolverare la gonna dell’abito e riprendere a camminare, come se nulla fosse. I suoi occhi mi bruciano sulla schiena, particolarmente odiosi, ma la sagoma slanciata di Georgie mi riempie di sollievo. La raggiungo abbozzando qualche passo di corsa, e le stringo un braccio. Lo sguardo che mi rivolge, però, non promette nulla di buono.
Pallida, muove appena le labbra mentre si china verso di me.
«Dillo agli altri, alla Foresta. Non tutti assieme.»
Trattengo il respiro.
«L’ha sfidata»

***

Foresta Oscura.
La notte è fredda, nonostante le giornate siano ormai calde.
Le ombre si allungano accanto a me, che incespico a fatica tra le radici e la fanghiglia, in bilico sui miei assurdi tacchi. Maledetta vanità, maledetta volta che ho deciso di indossarli per far bella figura. Maledetto ballo. Fruscii sospetti mi riempiono le orecchie, la paura mi attanaglia lo stomaco in una presa di ferro; potrei vomitare da un momento all’altro se non fosse che farei troppo rumore ed è l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno. Carlisle ed io siamo stati gli ultimi a lasciare il salone, qualche minuto dopo Milo e Damian: man mano che ci siamo allontanati dalla confusione della Sala Grande, infilandoci nelle ombre poco rassicuranti dei corridoi che conducono alle grandi porte di legno massiccio, il nervosismo mi è scivolato nelle ossa, facendomi tremare come un uccellino spaventato.
«Non ti obbliga nessuno a venire» sussurra Carlisle, guidandomi gentilmente tra una coppia di querce gemelle, dalla corteccia ricoperta di soffice muschio.
«Se non vengo, allora vuol dire che il Fidelius non è servito a nulla.» ribatto a denti stretti. Vorrei che non battessero così forte.
«Nessuno te ne farebbe una colpa» insiste «Nessuno si aspetta nulla»
«Ma io si. » mi fermo, rinunciando a tenere alto l’orlo dell’abito «Ascoltarmi. So che nessuno me ne farebbe una colpa, so che nessuno verrebbe a dirmi niente se decidessi di tararmi indietro, non è un gioco. Ma proprio per questo motivo devo esserci, non potrei più guardare in faccia nessuno di voi se adesso facessi dietro-front e tornassi a ballare come se nulla fosse. Julia ha investito tanto, nel Fidelius, e non solo lei. Io non posso, tornare indietro. Non posso e non voglio. E se i miei stupidi denti sbattono è perché il mio stupido corpo non può fare a meno di avere paura» concludo stizzita, massaggiandomi le braccia. Ho la pelle d’oca.
Carlisle mi abbraccia da dietro, racchiudendomi nel perimetro caldo e sicuro delle sue braccia e affondando il viso nell’incavo della mia spalla.
«Sei bellissima, stasera» sussurra «Non credo di avertelo ancora detto»
«Anche tu» chiudo gli occhi, fingendo di non essere immersa nel fango fino al tallone.
«Promettimi una cosa, Jillian» fioche, le sue parole danzano leggere fino alle mie orecchie «Non giocare a fare l’eroina»
«E tu non fare l’eroe» sento gli occhi pizzicarmi e gonfio le guance, istintivamente; non è né il tempo né il luogo delle lacrime.
«Qualsiasi cosa succeda..»
«Non succederà niente!» esclamo stridula, voltandomi verso di lui.
«Qualsiasi cosa succeda» riprende, caparbio «Sarò la tua ombra»
«E io la tua»
«Promesso?»
«Promesso»
Mi stringe più forte, senza aggiungere altro. Non un bacio, non una carezza: mi stringe forte, come se così potesse mescolarsi a me, al mio sangue, al mio corpo, e non dovermi lasciare andare per la mia strada, in questo labirinto di tronchi. Un attimo dopo, l’aria fredda prende il posto del suo tepore e non c’è più, scomparso chissà dove qui attorno. Inspiro a fondo, stringendo forte la bacchetta tra le dita sudate.
Riprendo ad avanzare, reprimendo l’impulso omicida di illuminare il terreno ai miei piedi con il primo incantesimo che una strega impara in vita sua, ascoltando il raccapricciante rumore dei tacchi che affondano nella fanghiglia e di questa che tenta di risucchiarli ad ogni passo, rallentandomi. Non posso andare avanti così, è da impazzire: trattenendo il disgusto, sfilo i sandali, accucciandomi dietro un cespuglio per incantarli e saperli poi ritrovare domani mattina. Qualcosa ulula in lontananza, mentre li nascondo sotto i rami di quello che riconosco come biancospino. Sempre se ci arrivo, a domani.
Mi rialzo in piedi, inghiottendo la paura e riprendendo a camminare, ma lo schiocco di un rametto spezzato mi informa che non sono più sola. Mi volto di scatto, mentre dalle ombre, pallida come un fantasma, emerge una sagoma esile che riconosco come Violet Traviston.
«McKanzie» sibila, il volto inespressivo illuminato da un raggio di luce argentata che rivela lo sguardo vacuo di chi non prova rimorsi «Dove hai lasciato il tuo ragazzo-peluche?»
«Traviston» ribatto, cercando di trattenere un leggero tremore nella voce «Potrei chiederti esattamente la stessa cosa, se non fosse che ho intravisto Norwood qui dietro, assieme alla Lywelyn. E non stavano discutendo, questo è sicuro.»
Un alito di vento ci scompiglia i capelli, mentre per una manciata di interminabili secondi ci fissiamo in cagnesco. Poi, all’uninsono, urliamo.
«STUPEFICIUM»
«IMPENDIMENTA»
Gli incantesimi si scontrano, esplodendo in una pioggia di scintille luminose e colorate. Ma non c’è tempo per guardare la magia che si combatte tra di noi: chiamando a raccolta tutte le mie forze e il mio coraggio, arretro nell’oscurità tra gli alberi, dandole le spalle e iniziando a correre.
Con un po’ di fortuna, sarà tanto idiota da seguirmi in un labirinto di cui non conosce l’uscita.
Con un po’ di fortuna, io quest’uscita saprò trovarla prima di lei.













30/06/2008
commenti • tag: confidenze, amicizie, dubbi, conoscenze, guai, festeggiamenti, corvonero, tassorosso, momenti imbarazzanti

Il corridoio e` buio, le lampade ad olio ai muri formano ombre che si susseguono sul tappeto persiano per terra, illuminando fiori rossi o leoni dalle fauci aperte. Mentre cammino sulla punta dei piedi, guardandomi intorno circospetta, mi balena per un attimo il pensiero che non ne vale la pena. Guardo Susan negli occhi in cerca forse di un segno che mi rassicuri, ma anche lei sembra poco convinta della nostra missione “ruba-cibo-dalla-cucina-per-sleepover”. Il solo pensiero di una banda di elfi domestici che ci sorprendono rovistando nella dispensa mi fa rabbrividire. Gia` li vedo con il mattarello in mano, pronti a cacciarci via a suon di “mattarellate”.

“Forse dovremmo tornare” sussurro all’orecchio di Susan, che si e` accostata alla pesante porta che segna l’entrata della cucina.

Dai Alexa, facciamoci coraggio, massimo mettiamo in atto una fuga rocambolesca, tanto i dormitori dei Tassorosso sono qua vicino”. Sospiro profondamente e annuisco in sengo di approvazione. Susan lentamente inizia a spingere il portone, stranamente non e` chiuso a chiave. Poso la mia mano sulla sua, fermandola.

“Non e` che stanno ancora la` dentro?”.

Susan mi squadra arrabbiata e subito mi zittisco, girandomi dall’altra parte mentre lei apre la porta. Qualche scricchiolio dopo siamo dentro una sala buia, dove a malapena si possono distinguere i fornelli e i tavoli.

“Lumos” sussurra Susan prima che la possa fermare. Una debole fiamma di luce fuoriesce dalla punta della sua bacchetta, illuminando la cucina, pulita a fondo e lucidata dagli elfi. Con sollievo vedo che non si trovano in cucina, probabilmente staranno in una stanza contigua a dormire. Meglio per noi. Ci avviamo alla dispensa, e Susan alza la bacchetta per illuminare scaffali e scaffali pieni di ogni tipo di cibo, dagli insaccati alle brioche, dal pane ai succhi di frutta. Prendiamo poco, nonostante la tentazione di arraffare il piu` possibile e` grande, ma non vogliamo che gli elfi si accorgano del furto. Susan mi fa un segno con la testa e insieme ci incamminiamo verso il portone, ma cercando di tenere la bacchetta in mano per illuminare la via Susan fa cadere una pesante barretta di cioccolato, che nel silenzio mortale della cucina provoca un rumore metallico che rimbalza dai muri. Immediatamente si accende una luce nello stanzino dietro la cucina dove dormono alcuni elfi. Leggo la paura negli occhi di Susan. Questo e` il momento della fuga rocambolesca. Cosi`, con le mani piene di cibo e bibite, corriamo verso il portone. Ma la luce della bacchetta si affievolisce di colpo e Susan inciampa proprio sulla barretta di cioccolato, rotolando per terra in modo penoso. La scena e` cosi` divertente che non posso fare a meno di ridere. Anche Susan inizia a ridere fragorosamente, e le nostre risate riempiono il silenzio tetro della cucina. Con dei passetti corti e svelti si avvicina a noi un piccolo elfo, che tiene in mano una lampada ad olio appena accesa. Non sembra per niente felice di trovarci nella cucina. Deglutisco lentamente, e poso altrettanto lentamente tutto cio` che avevo in mano per terra. Infine alzo le mani, un po` alla film western. Susan accanto a me fa altrettanto. Ma l’elfo ci sorprende:

“Tutto questo casino per un anticipo alla colazione? Bastava chiederci no?”. Sorride mostrando i suoi denti rovinati e gialli, ma io lo trovo il sorriso piu` gradito del mondo. In pochi minuti le nostre mani sono piene di almeno il doppio della roba che tenevamo in mano inizialmente, e l’elfo ci ha raccomandato di non fare rumore in corridoio, rischiando di essere scoperte. Prima di uscire salutiamo e ringraziamo calorosamente il piccolo elfo, che ancora mezzo assonnato ci porge un’ultimo muffin. Cosi` voliamo per il corridoio, arrivando ansimanti alla Sala Comune. Una volta dentro, tiriamo un forte respiro di sollievo, ma prima di scoppiare a ridere, aspettiamo ad arrivare fino al dormitorio, e poi veramente non ci fermiamo piu`, rotolandoci per terra fra le poche cose che ci sono rimaste in mano dopo la corsa. E meno male che temevamo le mattarellate degli elfi! Rah e Cassie, che erano intente a fare le treccine a Lory, abbandonano la loro postazione per sgranocchiare i dolcetti. Lory rimane con mezza testa a treccine e mezza liscia, ma si accontenta servendo cinque bicchieri di succo di zucca, e proponendo un brindisi: “A un magnifico ballo, fantastico fine anno, ottimo GUFO e a una nuova amicizia!”. Brindiamo. A un nuovo inizio in poche parole, ma a Lory piace esagerare nei brindisi. Il resto della serata vola via in un soffio, fra abbuffate, risate, scherzi, battute e molti altri brindisi. Spero che questo sia soltanto uno dei tanti futuri sleepover che vedranno partecipi anche Cassandra e Rah. E spero di andare anche la prossima volta in cucina a fare visita al nostro amico elfo.

 

 


Odio l’atmosfera a scuola pre-ballo. Seriamente la odio con tutto il mio cuore. La scuola pullula di ragazze (e ragazzi) in piena fase ormoni, che si acconciano meglio giusto la settimana prima del ballo, sperando che, con quell’attimo di matita in piu`, o quella mini gonna ricevuta ai dodici anni, puoi forse colpire qualche ragazzo che, diciamocelo chiaramente, non ti ha mai notato per tutto l’anno. Perche` dovrebbe adesso, mi chiedo? Persino in biblioteca, un posto dedicato allo studio e alla santa dormita in pace, si sono appostate alcune ragazzine del quarto, che ridacchiano e fanno finta di leggere un libro, con la inutile speranza di essere chieste al ballo da alcuni ragazzi del mio anno, che come me, ripassano disperatamente per i GUFO. Non riesco a concentrarmi con le risate da ochette delle ragazzine, quindi mi alzo ed esco, sperando di trovare un po` piu` di quiete al parco. Come non detto, anche la` ragazzine in gruppetti stretti si scambiano opinioni su vestiti, trucchi e cavalieri, scorgo con la coda dell’occhie le sorelline di Deidre, che ostentano una sicurezza e un’indifferenza nel tema ballo notevole, ma che sono sicura siano emozionate come il resto delle loro compagne.

“Alexa!” grida una voce dietro di me. E` Susan, che, aggrappata al braccio di Lory, la sta praticamente trascinando nella mia direzione. “Giusto in tempo!”. Non capisco questa sua affermazione, ma, data la faccia di Lory, sospetto che sia una delle sue grandi idee. E questa non e` una buona notizia. Cosi` si aggrappa anche al mio braccio, e adesso si ritrova a trascinare ben due ragazzine. Improvvisamente colgo l’obiettivo di questa sua passeggiata per il parco, che aime` sembra anche l’obiettivo di meta` della popolazione femminile di Hogwarts.

“Oh no Susan questo proprio no...”. Ma e` gia` partita.

“Scusate ce l’avete una sigaretta?” chiedo con molta naturalita` Susan a due ragazzi che stavano fumando accanto a una quercia vicino al lago. Li conosco di vista, sono due del sesto, Corvonero, carini, i classici tipi da appuntamento. Un po` timiducci, frangia che casca sugli occhi, quei tipi che finche` non li conosci non puoi sapere se sono interessanti o no. Il piu` alto dei due porge una sigaretta a Susan e poi gliela accende un po` impacciato.

“Grazie! A proposito io sono Susan e queste sono le mie amiche Alexa e Lory”. La mia faccia avvampa e divento rossa come un peperone mentre li saluto stringendogli la mano.

“Noi siamo Max e Robbie”. A questo punto Susan ci guarda con i suoi occhi “scusate-uccidetemi-dopo” e si rivolge di nuovo a Max e Robbie.

“Sentite due ragazzi belli come voi avranno di sicuro un’appuntamento per il ballo no?”.

I due si scambiano un’occhiata veloce, chiedendosi forse se dire la verita` oppure inventarsi una balla.

“Be`...in realta` no...” dice Max con un filo di voce.

“Ma com’e` possibile? Vabbe` si rimedia presto, anche Alexa si trova al momento senza appuntamento, avendo rifiutato proprio ieri uno del settimo” Come fa a inventarsi tutte queste balle tempo due minuti? “Perche` non vai con lei?”. La faccia di Max cambia repentinamente espressione, sono sicura che lui sperava di andare con Susan, invece che con me, ma la fortuna gli ha voltato le spalle.

“E te potresti andare con Lory Robbie!”. Robbie annuisce, rivolgendo un timido sorriso a Lory.

“Benissimo allora ci si vede al ballo ragazzi!” grida Susan, trascinandoci di nuovo via.

Appena fuori di vista dalla quercia inizia a saltellare proponendoci il suo ballo di vittoria.

“Be` non esultate con me?”.

Ed e` cosi` che mi sono trovata un appuntamento al ballo, riducendomi nello stesso stato di quelle stupide ragazzine del quarto in biblioteca. Mi chiedo come abbia permesso un evento del genere...













19/05/2008
commenti (4) • tag: confidenze, amori, amicizie, grifondoro, corvonero, tassorosso, fidelius

Oggi partono i reclutamenti dei nuovi membri. Milo Ashmore, Opal Worthington, Damian Denholm. Carlisle e Eugene con il primo, Sebastian con gli altri due, in momenti diversi.
Io, invece, devo parlare con Cassandra Becket.  La migliore amica di Ida. E poi con Aedan, ma è un’altra storia.
Stamattina ero intenta a fare colazione, anche se con tutte le cose che sono successe, lo stomaco era piuttosto chiuso.
“Julia, posso parlarti?”
Ho accettato. La Tassorosso ha poi iniziato ad espormi i suoi sospetti. Sospetti non infondati, che potevano metterla in pericolo.
Un’idea si è fatta strada nella mia mente: farla entrare nel Fidelius. È la cosa più logica. Sarebbe più tranquilla, e più protetta. Così, mi sto avviando a descriverle la situazione.
Cassandra mi aspetta nel parco, vicino al lago.
“Ciao, Julia.”
“Ciao, Cassandra.”
Iniziamo a camminare sulla riva, mentre cerco di spiegarle gli eventi sotto una nuova luce, più sinistra ma chiarificatrice. Alla fine, ha gli occhi lucidi.
“Devi venire con me in un posto.”le dico.
“Quando?”
“Te lo farò sapere.”
Ci dirigiamo verso la Sala Comune di Tassorosso, in silenzio. La accompagno fin sull’ingresso, dove la saluto. Cassandra si slancia ad abbracciarmi, e scoppia a piangere. Lascio che si sfoghi, poi le offro un fazzoletto.
Pochi istanti dopo, è in ordine, e con un sorriso triste rientra fra i suoi compagni.
Mi volto per andare via, quando intravedo una figura familiare girare l’angolo in tutta fretta. Una figura alta, magra, con un gran casco di capelli biondi. Eugene.

“Eugene!”esclamo, raggiungendolo e prendendogli il braccio.
Lui dà uno strattone, ma si ferma. Brontola qualcosa di incomprensibile.
“Eugene, non volevo.”
Guarda con ostinazione il pavimento, concentrato sugli stivali da giardinaggio infangati che ancora indossa.
“Erano il mio pianoforte, la mia aula.”ribatte, a voce bassa.“E voi li avete usati come…come…”
“Mi dispiace, in quel momento non ci ho pensato.”
“Già.”
Un muro, ecco cos’ho di fronte. Cerco di non perdere la pazienza, anche se il mio istinto più primordiale sarebbe quello di appioppargli uno schiaffo. Non ottiene nulla con questo comportamento da bambino offeso.
Sospiro.
“Ti va se andiamo a parlarne da qualche parte?”
Annuisce con un mugugno.
Poco dopo siamo in Sala Grande, di fronte a due enormi bicchieri colmi di latte caldo.
“Non so spiegartelo bene neppure io.”
Non mi guarda. Non mi ha ancora guardato da quando l’ho incontrato.
“Mi hanno sempre considerato la ragazza di ghiaccio. Forse in parte lo sono davvero. Ho avuto altre storie, altri ragazzi. Uscivamo due volte e poi mi stancavo. Sono una persona incostante, sotto questo punto di vista.”
Eugene arrossisce appena.
“Poi, è arrivato Aedan. Ci ha messo molto tempo a convincermi, te lo assicuro. Non volevo dargli alcuna possibilità. Per una serie di motivi.”
“Ad esempio sua sorella.”dice.
Sorrido. Ha parlato di sua spontanea volontà. Miracolo.
“Ad esempio lei, sì. Ed una serie di altre cose. Ti capita mai di aver paura? Non per un male fisico. Per una sensazione di disorientamento che ti prende da dentro. Uno smarrimento bizzarro, che ti fa star bene e male allo stesso tempo.”
Annuisce. O forse è un altro mugugno. Poi beve un sorso di latte.
“Ti dico tutto questo non per giustificarmi, ma per farti capire che, se ho in qualche modo profanato il tuo angolo privato…mi dispiace moltissimo.”
“Va bene.”
Mi sono aperta con Eugene più di quanto abbia osato farlo con me stessa, riguardo questa situazione. Forse l’ha capito anche lui.
“E poi…”aggiungo, per sdrammatizzare“Non è successo quasi niente. Ci hai preso in tempo. Il pianoforte è ancora incontaminato per ospitare te ed Isy.”
Eugene sta soffocando nel latte.
Scatto in piedi e cerco di farlo tossire il più possibile.
“Julia.”
Alza lo sguardo verso di me, con il respiro affannoso. Sembra voler dire qualcosa, con il viso contratto in una smorfia che lo assomigliare ad un orsetto, gli occhioni blu ancora colmi di lacrime.
“Prometto che non succederà più, mio piccolo Chopin. E adesso, sarà il caso di tornare nel tuo dormitorio. Sei fradicio di latte.”


Ammettiamolo.
Entrare nel Fidelius senza avere la più pallida idea che esista può essere traumatico. Ma stasera abbiamo ben cinque nuovi iscritti: Opal Worthington, Milo Ashmore, Damian Denholm, Cassandra Becket…e Aedan.
Se la sono cavata bene con l’interrogatorio, soprattutto Damian che alternava indignazione e sprazzi del suo solito umorismo. Opal invece sembrava sul punto di far esplodere qualunque cosa.
Alla fine dell’incontro, Georgie sembra stanca, il suo viso è piuttosto nuvoloso.
“Tutto bene?”le chiedo.
“Sì. Anche se non sono sicurissima su alcuni nuovi acquisti. Ad esempio, Cassandra. Credi che abbia la capacità emotiva di farcela?”
Le espongo la mia prospettiva, e Georgiana annuisce. So che non è del tutto convinta, ma spero che col tempo lo sarà.
“E Aedan?”
“Aedan…è roba tua. Mi fido di te. Se senti di poterti fidare di lui, allora posso tentare anch’io.”
“Grazie!”esclamo, sopraffacendola con un abbraccio.
In effetti, non è entusiasta, ma temevo che l’avrebbe bocciato in pieno…invece c’è un minimo margine di manovra.
“Vài pure dal tuo Corvo, tanto c’è Sebastian che mi aiuta a mettere a posto…”
“Sì. Mettere a posto. Questo è l’eufemismo del secolo!”
“Julia Versten! Non so tu che cosa intenda per mettere a posto, ma io mi riferisco alla mera attività di riordino. E con questo, fuori di qui!”dice, facendo un gesto con la mano.

Aedan mi sta aspettando vicino ad una delle grandi finestre del settimo piano.
“La sua scorta è qui, milady.”
“Grazie infinite, messere.”
Camminiamo fianco a fianco per un po’, finché non lo sento sbuffare. Mi avvolge le spalle con il suo braccio sinistro, ed io lo assecondo rincantucciandomi.
“Certo che una ragazza meno appiccicosa di te non l’ho mai vista.”sbotta.
“Ma guarda, non mi sembravi il tipo da romanticume.”
“Ti stupirò. Ad esempio, se non mi piacesse un minimo di romanticume, non ti inviterei al ballo.”
“Lo stai facendo?”
“Accetteresti?”
Per chiudere questo gioco del gatto col topo, rispondo:
“Con grande sforzo…penso che potrei accettare.”
“Meraviglioso. Avverto la stampa?”
I miei intenti di pace svaniscono. Non posso che prenderlo a pugni.
Aedan lascia fare, e dopo un poco mi blocca i polsi con le mani.
“Come sono sottili…”
“Grazie. Ora ti dispiacerebbe lasciarmi andare?”
“Un momento solo.”dice, avvicinando il suo corpo al mio.
Sussurra:
“Julia, vuoi venire con me al ballo di fine anno?”
“Sì, Aedan. .”

 

 














18/05/2008
commenti (3) • tag: discussioni, confidenze, amori, amicizie, corvonero, tassorosso, fidelius

E' un dato di fatto che Corvonero sia la Casata intelligente, che a Grifondoro ci finiscono gli eroici idioti, che Serpeverde sia un covo di viscidi stronzi ipocriti e che a Tassorosso sia la tana di chiacchieroni che però lavorano sodo. E' una realtà a cui non si scampa, questa.
Chiaro che ci sono le eccezioni.
Ad esempio ci sono un paio di Corvonero che è un miracolo se riescono ad accedere ogni giorno nella loro Sala Comune, Serpi che sembrano conservare briciole di intelligenza e dignità (non è il caso dei tre principi superstiti più la nuova arrivata -che non sarà mai ai livelli di Eveline, è palese), Grifoni che pensano prima di agire e Tassi che rasentano l'idiozia totale.
Anzi, che trascendono l'idiozia, raggiungendo le sfere più alte della demenza umana.
Perché solo qualcuno che è al di là della stupidità più totale andrebbe a stuzzicare la Lywelyn e la Blackster per il puro gusto di farlo, specie se le due sono in atteza dei loro degni compari.
Sospiro, mentre i due idioti in questioni borbottano le loro scuse ad Elizabeth, che li guarda senza parole. Non si sa bene come, i due geni, oltre ad esser stati schiantati prima di poter aprire la bocca e scandire una sillaba che fosse una, sono pure riusciti ad incappare in Lumacorno che, saputo dell'accaduto, ha tolto venticinque punti ciascuno per "aver molestato con la loro maleducazione babbana due splendide purosangue, orgoglio del mondo magico".
Orgoglio di cosa? Di una cerchia di individui balordi cui è imploso il cervello per non vedersi costretto a formulare aborti di filosofie razziste e retrograde?
La Hale inspira a fondo, lanciandomi un'occhiata di pure disperazione.
«Resta il fatto che la stronzata l'avete fatta» sentenzia dura, incrociando le braccia al petto «E che i punti che ci avete fatto perdere sono tanti»
I due si fanno piccoli piccoli, sotto il suo sguardo impietoso, mentre lei prosegue.
«Se non fosse che sono una persona fondalmente pacifista e contraria alla violenza vi avrei già riempito di lividi, parola mia. State bene attenti a non rifarlo mai più, la prossima volta non sarò così magnanima. ora sparite dalla mia vista, subito
I due non se la fanno ripetere un'altra volta, girando sui tacchi e dileguandosi nei dormitori maschili. Lo sguardo cioccolato di Elizabeth si posa su di me; le sorrido.
«Com'è che si dice?» chiude gli occhi, massaggiandosi le tempie «La madre degli stupidi è sempre incinta»
«Corre voce sia di facili costumi»
«Hai proprio ragione» si lascia cadere sulla poltrona alle sue spalle, riprendendo in mano un tomo di Trasfigurazione Avanzata e un plico di appunti da far concorrenza a quelli di Georgiana e Jillian messi assieme. Ha l'espressione di chi vorrebbe far tutto tranne che studiare. E io, dal mio canto, non ho nessuna intenzione di tornare al mio tema di Difesa sulle Arti Oscure. Resta una sola cosa da fare, quindi.
Mi sporgo appena verso di lei.
«Hai saputo del ballo?»
«Non nominate il ballo!» si intromette strillando Polly, facendo capolino alle spalle della Caposcuola «Non fatelo in mia presenza!» ci intima, gli occhi fuori dalle orbite.
La Hale inarca le sopracciglia.
«E perché, di grazia?»
«Non si può direeeh» dondola sui piedi, agitandole un indice in faccia «No no no no, non si può.»
«Come vuoi, Polly» commenta scettica, chinandosi a raccattare i suoi libri «Ora, vogliate scusarmi, ma ho degli esami da preparare. Buon pomeriggio» sorriso, sventolando una mano per poi dileguarsi verso il dormitorio femminile. La mia rossa compagna di casa fischia sommessamente.
«Ciao ciao» la saluta, prima di tornare a guardarmi con le mani saldamente piantate sui fianchi.
«Allora è vero?»
«Che cosa?»
«Non fingere di non sapere» sibila «Ne parla tutta la scuola!»
«Di cosa?» la capacità di saltare da un argomento all'altro di questa ragazza mi spaventa non poco.
«Di Milo e della Worthington. Li hanno visti nel bel mezzo di un corridoio nel cuore della notte.» schiocca la lingua.
Dopo una riunione del club, suppongo. Da quando è stato scoperto, gli incontri si protraggono sempre più a lungo e, quando finiscono, ne usciamo che siamo devastati; Jiulia e Georgiana non ci danno un attimo di tregua.
«Può essere» commento dopo qualche attimo «Ma come mai la cosa ti interessa tanto? Il fascino di Milo non ti era indifferente?» la punzecchio, con un sorriso.
«E' solo amor di cronaca, non credere» tuba, indignata dalla mia insinuazione «Mi sorprende che tu non lo capisca»
«Eccerto, come no» rido.
Apollonia cede, alla fine, sorridendo a sua volta.
E' una ragazza a posto, una volta superato lo shock da primo impatto, e da quel che ho potuto vedere è una persona con la testa sulle spalle e non la spiantata totale che sembra. Invitarla ad una riunione del club potrebbe non essere una cattiva idea. Male che vada, sappiamo tutti che Jiulia e Jillian sono insospettabili perfette obliatrici.
«Polly, senti» inizio a dire, qusta volta serio. Lei reagisce simultaneamente, smettendo di torturare una ciocca di capelli e lasciando ricadere le braccia lungo i fianchi sottili.
«Mh?»
«Ci sono delle persone che vorrei farti conoscere. Hai impegni per domani sera?» 

***

C'è agitazione, nell'aria.
L'intera popolazione femminile della scuola sembra essere preda di una assurda follia e si aggira per i corridoio con aria minacciosa, muovendosi come se fosse un'unica massa, una gigantesca piovra che cala i suoi tentacoli su poveri ragazzi inermi. Ho visto Lennard assalito da una schiera di Serpeverdi del terzo anno, l'altro giorno. Milo sono giorni che se ne sta rinchiuso in camera maledicendo Silente per la grandiosa idea, mentre una pozione dell'Invisibilità borbotta allegramente nel suo calderone. Gli unici che sembrano tratte gran divertimendo dalla situazione sono gli Stupi-principi che vagano per i corridoi con le loro Stupi-principesse al seguito facendo incetta di inviti e seminando solo cuori infranti e misteriosi schiantati mezzosangue alle loro spalle. Occhei, magari schiantati no. Ma ci sono stati un paio di lividi e braccia rotte sospetti.
«Certo che le ragazze potrebbero quantomeno evitare di picchiarle» borbotto, stizzito.
Jillian alza gli occhi dal catalogo che sta sfogliando (l'ennesimo), dopo aver cerchiato un modello che sembra essere di suo gradimento. Da quando le ho chiesto se le andava di venire al ballo con me e lei lo ha comunicata alla sacra famiglia, sia la madre che la nonna hanno iniziato a subissarla di cataloghi. Metà dei quali sono di abiti da sposa e chissà chi li manda.
«Ti ricordo che Ida era una ragazza e non si sono fatti più che tanti scrupoli» sussurra dolce, posandomi una mano sul braccio. Come se questo potesse in un qualche modo stemperare la rabbia e lo sdegno.
«Lo so» sibilo più irritato che mai, mentre lei mi si rannicchia contro, riuscendo ad incastrarsi alla perfezione nelle curve che il mio corpo disegnano.
E' strabiliante la sua capacità di completarmi. Fisicamente e non.
«Lo so quello che stai pensando» mi canzona, tornando a sfogliare le pagine.
«Ah si?»
«Ma non possiamo fare ancora nulla» mi ricorda, così come ha fatto Julia qualche giorno fa «Dobbiamo fare attenzione.»
«Odio l'attesa» protesto, senza riuscire a rimanere imbronciato.
Lei tace, per qualche attimo, prima di chiudere con delicatezza il giornale patinato e posarlo sul pavimento.
«Conosco un modo per ingannare il tempo nel mentre» mi stuzzica, gli occhi accesi e le guance appena appena arrossate.
«Stai tentando di corrompermi?» le chiedo, mentre si gira, sedendosi a cavalcioni su di me.
«Sta funzionando?» indaga, chinandosi a baciare il mio collo.
Un brivido.
«Direi proprio di si»













28/04/2008
commenti (2) • tag: confidenze, avvisi, amicizie, lezioni, conoscenze, tassorosso, momenti imbarazzanti

La biblioteca e` un posto deprimente, non capisco come i Corvoneri ci nuotino dentro come pesci, io mi trovo decisamente fuori luogo in mezzo a tutti quei tomi pesanti e inutili. Ma se voglio andare decentemente ai GUFO non mi basta passare il pomeriggio alla serra come mi piacerebbe, purtroppo Erbologia non e` l’unica materia che devo passare. Lory mi aiuta come puo`:

“Ma no!!! Rileggi con calma e poi ripeti”. Mi riconcentro sul libro di Incantesimi, tentando di impararmi a memoria alcune regolette. Sto ripassando le cose che abbiamo fatto all’inizio di questo semestre, e mi trovo decisamente in difficolta`.

“Lory ma questo l’abbiamo fatto 30 anni fa!!!” grido esasperata, chiudendo il libro con forza “E` impossibile che io riesca a imparare tutta questa roba prima dell’esame!”

“Concordo” dice Susan, che, in un evento miracoloso, ha deciso di aggiungersi al nostro gruppetto di studio oggi. Chiude anche lei il libro, e tira invece fuori il suo specchietto, rassettandosi i capelli “E` una perdita di tempo, per domani mattina avremo scordato tutto. Il metodo migliore e` studiare tutto la sera prima, funziona sempre con me”

“No se si tratta dei GUFO no!!” grida Lory. Forse abbiamo gridato un po` troppo, dato che spunta da dietro uno scaffale la bibliotecaria, e ci guarda con aria assassina. Lory si avvicina a noi con la sedia. “I GUFO sono una cosa seria, li devi prendere seriamente”.

“E lo faro`, la settimana prima degli esami” Susan scrolla le spalle.

“Guarda che i GUFO sono importanti per la nostra carriera!”

Vedo che si inizia a creare un clima di tensione, e cerco di stemperare la situazione.

“A proposito di carriera. Voi che vorreste fare una volta uscite da Hogwarts?”. Susan si scorda subito di cosa stava per dire e risponde prontamente. “Io avro` una boutique a Diagon Alley, e tutte le adolescenti maghe verrano da me per procurarsi i vestiti. Vedi? Dubito che i GUFO servano a qualcosa per il mio futuro”. Lory agita la mano infastidita, fingendo di non aver sentito.

“Io non lo so, sarebbe troppo bello continuare la mia carriera di Quidditch” inizia Lory “ma e` probabilmente un sogno senza speranza. In alternativa sarei...”

“Te lo dico io, una sfigata” dice Susan mentre afferra la sua borsa “Io me ne vado, questo ripasso e` patetico”. Detto questo la nostra cara amica si allontana, lasciandoci con un palmo di naso. All’inizio penso che Lory l’abbia presa male, ma scopro con stupore che  e` anzi sollevata.

“Meno male che e` andata via, devo dirti una cosa”

“Di che si tratta?” chiedo incuriosita.

“Be` io potrei aver organizzato un pigiama party a vostra insaputa con Rah e Cassandra” dice in tono perfavore-perdonami-non-ti-arrabbiare.

“E perche`?” vedo che la domanda e` uscita un po` brusca, prendendo una piega che non volevo prendesse "E perche`?" ripeto in modo piu` pacato e calmo.

Be` non ho avuto un momento da sola con te, c’e` sempre Susan, e sai che se dico a lei di questa idea mi uccide. Susan ha troppo orgoglio, e` partita con l’idea che Rah non gli piace? E Rah non gli piace! Secondo me e` veramente un peccato, perche` trovo che insieme faremmo un bel gruppo affiatato. Quindi comprendimi, dovevo agire”

“Oh! Lory Agente Segreto! Mi piace, non so come la prendera` Susan pero`”

“Male, ma ci occuperemo di lei domani” dice Lory con sicurezza. Speriamo di evitare scenate.


 

No...Caspita no...Si stanno avvicinando Rah, assieme a Cassandra, al nostro tavolo. Do un’occhiata a Susan, che ancora ignara di tutto, addenta un biscotto alla vaniglia mentre leggiucchia una rivista babbana. No...ancora Susan non sa niente, dateci il tempo di avvertirla...Troppo tardi. Rah si siede proprio davanti a me, e sfodera un timido sorriso, quasi non credendo di essersi davvero seduta al nostro tavolo cosi`, senza domande ne` preavvisi. Do un calcio a Lory, anche lei alquanto preoccupata di una possibile “Susan scenata”.

Ciao ragazze! Volevo subito dirvi che per il pigiama party va benissimo, sia io che Cassie siamo felicissime di venire”. Susan distoglie lo sguardo dalla rivista, e che sguardo e`. Pieno di fuoco e rabbia.

“Che pi...” Gli do un calcio da sotto il tavolo, cosi` forte che le escono piccole lacrime dagli occhi. Sfodero un bel sorriso a Rah, che per fortuna non si e` accorta di niente. Si era distratta a ascoltare Cassie, che stava parlando di non so quale cambiamento di Rah con Lory.

“Dovremo cercare un modo per eludere il controllo notturno della Bonnet.Ti giuro che mi ha detto proprio cosi!” dice Cassie ridendo. Lory ribatte:

“Rah che cerca di infrangere le regole! Sconsiderata!"

Rah, con un finto broncio dice: “Almeno ditemi quando lo organizzeremo, insomma. Devo essere preparata psicologicamente!"

"Penso che si potrà fare più o meno tra due sere... con tutti i compiti che abbiamo sarò impegnata sino a tardi con lo studio" dico, pensandoci su.  Susan accanto a me emette un gridolino acuto.

“Ragazze! Il tema di Pozioni! L'ho totalmente dimenticato..." Susan sembra seriamente preoccupata, non ci vuole proprio un’altro brutto voto in Pozioni. Meno male che c’e` Rah che salva la situazione.

"Te lo posso passare io se vuoi..."

Susan guarda me e Lory, poi si gira verso Rah e dice: "Ti sarò grata sino alla tomba se me lo passi!".

Nota mentale: L’orgoglio di Susan e` facilmente distruttibile con una semplice offerta, un compito da copiare.













26/04/2008
commenti (2) • tag: confidenze, consigli, misteri, amicizie, dubbi, tassorosso

RAH04"Un pigiama party???" chiedo a Cassie stupita. Lei annuisce con fare divertito.
"Me ne stava parlando Lory dopo l'allenamento." conferma tranquillamente.
"Strano che non me ne abbiano parlato stamattina a lezione..." dico pensierosa. "Abbiamo avuto varie simulazioni dei GUFO ultimamente ma... non me l'hanno nemmeno accennato"
"Ma cosa ne pensi?" mi incalza lei evitando che divagassi con eventuali pensieri sugli esami o, ancora peggio, che riprendessi a recitare le formule di incantesimi.
"Penso che sia una grande idea!" dico lasciandola a bocca aperta. Lei rimane a fissarmi, mentre io sorrido alla sua faccia basita.
"Tu, Rah Ching Page, che accetti di partecipare a un party alla soglia degli esami?? Il mondo va a rotoli!" afferma ridendo di gusto.
"Non è questo il punto... sai, pensavo che dovremo cercare un modo per eludere il controllo notturno della Bonnet." dico guardandola seria. A questo punto lei scoppia in una risata per nulla trattenuta che attira occhiate da tutti gli angoli della bibblioteca dove ci troviamo.
"Questa poi!" dice riuscendo a reprimere a stento le risate. Io arrossisco ma cerco di non darlo a vedere.
"Stai cambiando Rah, stai cambiando e anche molto in fretta!" mi dice sorridendo "La cosa che mi piace di tutto ciò è che son stata io a causare il cambiamento." aggiunge chiudendo di scatto il libro di trasfigurazione.
Verissimo. In me c'è solo una piccola ombra della timida e associale Rah di qualche mese fa!

Sono in camera a leggere un trattato di Erbologia mentre Cassie legge uno dei suoi libri. Babbani, prevalentemente storie dell'orrore, Poe e Lovecraft. Mi sembra che sia poco concentrata sulla lettura, comunque, sbuffa e si rigira.... sembra che abbia qualche pensiero di troppo dietro quegli occhioni azzurri, e lo sguardo corrucciato conferma la mia ipotesi.
Aspetto che sia lei a parlare ma non sembra intenzionata a farlo ancora.
"Sai il pacco che mi è arrivato l'altro giorno? I miei genitori mi hanno mandato un vinile con pezzi di chitarra classica. Pensavo di non poterlo ascoltare ma poi son passata nell'aula di musica e ho scoperto che lì c'è un giradischi stregato." introduco una conversazione a caso, con le prime cose che mi vengono in mente. "Dovresti ascoltare un pezzo. Si chiama Fantasia n°10 di Alonso Mudarra. é molto bello." concludo.
"mmm" mugugna lei alzando appena gli occhi dal libro.
"Che cosa stai leggendo?" le chiedo.
"Il gatto nero di Poe." risponde assorta. Poi con uno sbuffo si rigira di nuovo sul letto. Io la osservo ancora per un pò e poi mi rimetto a leggere il mio trattato sui fiori carnivori della Cornovaglia.
Sentendola sbuffare di nuovo mi decido.
"Cassie... Cosa c'è che non va?"
"Come?" alza gli occhi su di me e mi guarda con uno sguardo che potrebbe sembrare di autentico stupore. <<Spiacente Cassandra ma non mi freghi!>> il mio pensiero probabilmente si riflette nella mia espressione perchè lei smette immediatamente di fingere stupore.
"E va bene!Mi stanno venendo dei dubbi..." pausa, aspetto che continui ma non accenna a farlo. Sembra che si sia persa nei suoi pensieri invece di formularli a voce alta e qualcosa mi dice che riguardano Ida.
"Cassandra? Ti va di continuare?" le chiedo.
"Oh, si certo... sai quella volta che abbiamo pranzato con Alexa, Lory e Susan? Quando  ho detto quella strana frase su Ida..." quì mi guarda imbarazzata ma io mi limito ad osservarla "Penso di non essere stata molto sincera con te quando ti ho detto che non intendevo nulla. Forse non son stata sincera nemmeno con me stessa. é solo che mi stanno venendo tanti di quei dubbi!" sembra sconsolata, ma io non voglio che finisca lì il suo discorso.
"Che dubbi?" la incalzo seppur con gentilezza.
"Non sono più tanto sicura che sia stato un incidente quello che le è successo." Di nuovo silenzio.
Lei continua ad alzare lo sguardo su di me con riluttanza. Cosa mai le ha fatto pensare una cosa simile? Sono molto spaventata da quel che mi ha detto. Tra una miriade di idee contrastanti una si fa spazio con prepotenza nella mia mente.
"Ida era mezzosangue..." sono stupita io stessa dalle mie parole. Cassandra mi guarda un pò allucinata ma annuisce con tristezza.
"Sai Riddle? Dovevano incontrarsi..." mi dice guardando nel vuoto "Lei era così innamorata di lui."
"Riddle, il caposcuola di Serpeverde? Quel ragazzo ha un'aria così misteriosa..." non riesco a non lasciar trasparire il fatto che lo ritengo un bel ragazzo e Cassandra se ne accorge e mi guarda allarmata.
"Anche Ida l'ha detto dopo averlo visto la prima volta..." mi dice "Quel che mi preoccupa è che è sempre attorniato da tutti quei serpeverde con quelle idee malsane sulla purezza del sangue."
Effettivamente era una cosa che mi aveva colpito. Forse era per questo motivo che non mi piaceva se non fisicamente... avevo la netta sensazione che condividesse tutti quegli ideali che non riuscivo a sopportare!
"Rah... i conti non mi tornano. Ti sembra sensato pensare che sia un caso il fatto che Ida sia morta proprio dopo che lui ha accettato ad incontrarla?" mi dice seria guardandomi negli occhi.
"Mi dispiace Cassie... non sono una Legimens quindi non posso leggere i pensieri di Riddle. Ma posso darti un consiglio." le rispondo "Parlane con Julia."
Alexa mi sorride felice. Siamo a colazione e le ho dato l'ok per il pigiama party. Lory ride con Cassie che le racconta del nostro discorso in bibblioteca.
"Ti giuro che mi ha detto proprio così!" le dice Cassie prendendomi in giro.
"Rah che cerca di infrangere le regole! Sconsiderata!" dice Lory prendendomi in giro. Io rido alle loro battute e faccio un pò finta di mettere il broncio.
"Almeno ditemi qando lo organizzeremo, insomma. Devo essere preparata psicologicamente!" dico stando al gioco.
"Penso che si potrà fare più o meno tra due sere... con tutti i compiti che abbiamo sarò impegnata sino a tardi con lo studio" mi risponde Alexa riportando un tono serio al discorso. Sentimmo un piccolo gridolino. Era Susan che era rimasta più o meno zitta durante tutta la colazione.
"Ragazze! Il tema di Pozioni! L'ho totalmente dimenticato..." disperata guarda Lory e Alexa che la guardano a loro volta esasperate.
"Te lo posso passare io se vuoi..." mi offrò con timidezza. Susan mi era sembrata molto più fredda delle altre nei miei confronti. Lei mi guarda con stupore.
"Ti sarò grata sino alla tomba se me lo passi!" mi dice alla fine.
"Non c'è nessun problema." le dico cominciando a frugare nella borsa. Intanto Cassandra si alza dalla sedia vicina alla mia. Mi giro a osservarla e vedo che non c'è nemmeno l'ombra delle risate di poco fa nel suo sguardo. Porgo il tema a Susan e guardò verso il tavolo dei Grifondoro. Julia è seduta lì affianco al suo amico, Lang. Cassie le si avvicina con un pò di riluttanza e le sussurra qualcosa. Poi entrambe si allontanano dalla Sala Grande.












23/04/2008
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Sebbene la primavera stia raggiungendo il suo culmine, il vento che sale dal lago è ancora freddo.
Il sole però splende cocciuto, determinato a portare la bella stagione ad ogni costo anche in questo angolo dell'Inghilterra. Chiudo gli occhi, intrecciando le dita dietro la nuca dopo essermi disteso sul prato costellato di muscole margherite bianche.
«Chi ha avuto l'idea?» mugola Audrey qualche metro più in là, crogiolandosi beatamente con il libro di Pozioni e un maglione piazzati a mo' di cuscino.
«Io» sbadiglia Isabel, accoccolata accanto alla mia ragazza, occupata a intrecciarle i capelli con delicati colpi di bacchetta, mentre Eugene e Milo sono chini su quello che rimane della loro copia della Gazzetta del Profeta, ormai ridotta a un cumulo di cenere e fogliettini talmente minuscoli che pensare di ricostituire l'originale è pressoché impossibile.
«Come procede il lavoro?» mi informo, senza aprire gli occhi. Sto decisamente troppo bene così come sono per solo prendere in considerazione l'idea di muovermi.
«Dannata dinamitarda» borbotta il biondo, chino su ciò che resta del quotidiano.
«Uno strazio» traduce Milo, molto più pratico, sbuffando.
«Milo» ride Jillian «Dovresti essere consapevole del fascino che eserciti sulle ragazze!»
«Jillian, tesoro» ribatte lui allusivo «Cosa ti fa pensare che io non lo sia?»
Scattò a sedere come se mi avessero punto, accorrendo dalla mia ragazza prima che lo shock la faccia stramazzare al solo: arrivò giusto in tempo, mentre già boccheggia, rossa come una fragola. Fulminò Milo con un'occhiataccia.
«Oh, cosa mi guardi in quel modo?» si difende lui «Non lo faccio mica apposta. Mi viene naturale. E' un dono, cosa credi?»
Interviene Audrey, sgranando i suoi enormi occhioni blu e indicando un punto non ben definito alle spalle del moro.
«ASHMORE!» urla, attirando immediatamente la sua attenzione «Dinamitarda in avvicinamento!»
La reazione del moro è fulminea: nel giro di una frazione di secondo sbianca, sgrana gli occhi e spalanca la bocca trasformandosi nella personificazione del terrore puro prima di fare un salto degno del miglior campione olimpico babbano e schizzare alle spalle di Eugene. Ci voltiamo tutti a guardarlo mentre, rannicchiato alle spalle del corista biondo, si rannicchia su se stesso il più possibile.
Uno, due, tre, quanttro, cinque, sei..
Resistiamo sette secondi netti prima di scoppiare a ridere all'uninsono, fino ad avere le lacrime agli occhi.
«Ma come,Milo!» lo canzono, fingendomi sorpreso «Non eri tu a sostenere quanto bellina fosse Opal?»
«Se Jillian ti facesse esplodere in faccia il giornale la troveresti ancora adorabile?» ringhia lui, rosso in volto. Non l'ho mai visto così imbarazzato prima.
Gli occhi verdissimi della Corvonero si posano sul mio volto, in attesa, mentre mi ritrovo ad immaginare una scena analoga a quella che si è svolta sotto i nostri occhi, neanche venti minuti fa. Un incontro-scontro con una Jillian/Opal particolarmente di fretta e un me particolarmente assorto nella lettura della Gazzetta del Profeta. Uno scambio di sguardi vagamente sorpresi. Jillian/Opal che avvampa furiosamente e inizia a boccheggiare dopo il mio saluto (nulla di particolarmente nuovo, in effetti, se la colgo di sorpresa è capace di rischiare lo svenimento). E poi il giornale che mi esplode davanti alla faccia, senza ragione apparente, seguito a ruota da una strillo imbarazzato e una fuga a gambe levate. Frammenti di carta bruciacchiata tra i capelli. Un cumulo di cenere ai miei piedi.
Sbatto le palpebre, sentendo gli sguardi dei presenti bruciarmi addosso.
«Milo, rinuncia» commenta Eugene dopo qualche attimo, un ghigno che lento gli si allarga in faccia «Probabilmente sarebbe estasiato dalla visione al punto da non rendersene nemmeno conto»
E mentre il gruppetto esplode in una risata, sono costretto ad ammettere che potrebbe avere ragione.

***

Ora di cena.
Mi lascio cadere al mio solito posto, accanto a Polly, che mi lancia un'occhiata incuriosita.
«Cosa mi sono persa?» indaga, allungandomi un piatto ricolmo di verdure e polpette. La ringrazio con un cenno, versandomi dell'acqua in un calice dorato.
«Nulla di tale» replico dopo qualche attimo «Un ozioso pomeriggio al sole»
«Non ci crederai mai!» esclama nel frattempo una ragazzina del terzo anno, qualche posto più in là. Posso vedere perfettamente i radar del pettegolezzo di Polly rizzarsi, in allarme. «Pare che la Worthington abbia fatto colpo su Ashmore. » prosegue nel mentre la chiacchierona di turno, approfittando dell'assenza del diretto interessato (in infermeria assieme ad Eugene, tutti e due con il viso completamente bruciato dal sole primaverile) per poter divulgare la grande notizia.
Se potesse, la mia compagna di casa mi ucciderebbe seduta stante con lo sguardo.
«Tu sai.» sibila, impugnando con aria minacciosa la forchetta. Scrollo le spalle, candido come un giglio.
«Cosa te lo fa pensare?»
Sgrana gli occhi, che raggiungono le dimensioni di due palline da golf, e spalanca la bocca in un urlo muto.
«Brutto... brutto... brutto figlio di un molliccio!» esclama alla fine, senza nemmeno sbattere le palpebre.
«Apollonia Pasco!» tuono scherzosamente, facendo irritare ancora di più: si inalbera, facendo leva con le mani sul tavolo per inarcare la schiena fino all'inverosimile e tirare il collo indietro, per poi rilassarsi tutto d'un colpo.
«D'accordo» riprende a parlare, dopo aver inghiottitto una forchettata di spaghetti con il sugo e aver spazzolato una fetta di pane «D'accordo, così non va.» borbotta tra sé e sé, prima di inspirare a fondo a rivolgermi uno smalgiante sorriso.
«Carissimo Carlisle!» esclama, passando un braccio sulle spalle e pizzicandomi una guancia «Amico mio! Ti ho mai detto quanto bene ti voglio?»
Trattengo un sorriso, sforzandomi di restare impassibile.
«Non saprai nulla da me» dichiaro, scrollandomela gentilmente di dosso per mangiare qualcosa «Sarò muto come una tomba.»
«Uffa!» sbuffa, incrociando le braccia al petto «Proprio non capisco tutto questo cameratismo, sai?»
«Che vuoi farci, misteri della natura» commento pacato. Anche se, a dire il vero, ha ragione: Milo è il primo che ha sghignazzato alla vista delle spillette ed è sempre lui che non perde l'occasione per prendermi in giro quando le iscritte al fan-club quasi mi svengono davanti. Per non parlare poi della volta che sono andate da lui a chiedergli se mi avrebbe fatto piacere sapere che avevano presentato a Dippet una richiesta formale per ufficializzare il club.
«Una cosa però posso dirtela» mi sporgo appena verso di lei, che improvvisamente ha un'aria estremamente seria e attenta «E' stato un incontro esplosivo»
Squittisce deliziata, battendo le mani.
«Hanno fatto scintille, vero?» si azzarda a chiedere dopo un secondo, con aria cospiratrice.
Annuisco, solenne.
«Letteralmente»

***

Ho sentito dire che c'è chi pagherebbe oro per scontrarsi con Scarlett Lywelyn nel bel mezzo di un corridoio buio e deserto. Io, in tutta onestà, ne avrei fatto volentieri a meno.
«Ahi» si lamenta, fissandomi in cagnesco «Si può sapere dove stavi guardando?»
Inarco le sopracciglia: è lei che mi è venuta addosso, fino a prova contraria, sbucando dal nulla da dietro una statua dall'aspetto cupo. Non è certo colpa mia, poi, se lei è finita a terra mentre io son rimasto in piedi.
«Come prego?»
Scosta i capelli con una mossa che di naturale e spontaneo non ha proprio niente.
«Cos'è, sei pure sordo oltre che cieco?» sibila, incrociando le braccia al petto.
«E tu sei capace di articolare una frase di senso compiuto senza guarnirla di insulti?» butto lì, facendo per sorpassarla.
«Hunnam» mi richiama, melliflua «Devo dire che oltre ad essere irritante, hai anche una predisposizione naturale per le risposte errate. E' triste, molto triste. » la sua voce sibila velenosa, raggiungendo con una tonalità bassa il mio udito.
Mi blocco, con un sospiro, tornando a voltarmi verso di lei: la sguardo un attimo, soffermandomi in particolare sul bel volto. Occhi grandi, capelli scuri, un broncio che più di qualcuno trova adorabile.
«Sai cosa è veramente triste?» le sorrido, il più dolcemente possibile «A differenza delle persone che ti ostini a frequentare, non sembri una stupida né tantomeno un'idiota integrale. Eppure, non appena apri bocca, il palco crolla. Questo è triste, Lywelyn.»
Lei sorride. Con un'affabilità tale da incantare anche il più arduo dei contrari alla sua filosofia.
« Hai colto il nocciolo del punto, Hunnam.» mi fissa, senza distogliere mai i suoi grandi occhi verdi, dai tratti lievemente felini. « Non sono idiota. Hai ragione. Non lo sono affatto.» la sua espressione cambia appena, virando in un lampo di ira appena accennato. « Gradirei, pertanto, che tu evitassi di appellare con simili epiteti gente che conosco, e che stimo» Poi torna a sibilare, come evidentemente è nella sua natura fare. « Io, con tutta la grazia possibile di cui sono disposta, non lo sto facendo. Perchè ritengo molto più produttivo scontrarmi con la persona diretta che mi trovo dinanzi» Si sofferma un momento, guardando oltre la mia figura. « Se non altro, per una questione di correttezza. Da poca soddisfazione parlare su gente che non può ascoltare»
«Mentre picchiare in dieci un ragazzo da moltissima soddisfazione, vero?» ribatto fulmineo, senza sapermi trattenere. Socchiude le labbra, vagamente interdetta, ma non ho intenzione di darle il tempo di replicare «Dal momento che le persone che così tanto stimi e rispetti trovano divertente spedire le persone in infermeria, mi ritengo libero di dire tutto quello che voglio. Specie se il diretto interessato, è uno dei miei migliori amici» troneggio su di lei, che indietreggia appena senza tuttavia distogliere lo sguardo «Ma d'altronde è vero, non è buona educazione parlare degli assenti» sorrido, affabile «Cos'altro suggerisci per non lasciar morire una così interessante conversazione?»
Tace. Le braccia incrociate al petto, un lampo di rabbia trattenuto a stento negli occhi chiari: tutto in lei rimanda ad una belva pronta a scattare, anche se qualcosa, nella sua posa volutamente arrogante, lascia pensare che qualcosa l'abbia colpita. Che si aspettava, del resto? Che stessi zitto e buono come i ragazzini del primo che è solita minacciare e spedire in infermeria assieme ai suoi degni compari? Che mi mettessi a piangere? Che implorassi perdono in ginocchio e abbracci la sua filosofia razzista e ottusa? Si vede che li fanno con lo stampino, le Serpi.
«Carlisle!» la voce di Micheal Parker fa sobbalzare entrambi e, mentre lei dopo un attimo di vaga indecisione si gira e si allontana, accompagnata da un irritato ticchettare, mi volto verso il biondo giocatore di Quidditch.
«Micheal, ciao. Il tempismo è sempre il tuo forte..» commento con un sorriso, salutandolo con una manata amichevole sulla spalla che lui ricambia, con il doppio della forza.
«Che ci facevi qui con la Lywelyn?» domanda con una smorfia.
«Discutevamo» scrollo le spalle, senza mostrare particolare entusiasmo.
«Discutevate?» ripete, sorpreso «E su cosa?»
«Etica»
«Ah» mi fissa, vacuo. Poco sveglio, per essere un Corvonero. Non è che devo spiegargli cos'è l'etica, vero? «Certo. Etica.»
«Una lunga storia, Micheal. Ti va una Burrobirra, piuttosto? Ho bisogno di bere qualcosa, vedere come certe persone siano sprecate in determinate ambienti mi deprime.»













20/04/2008
commenti (4) • tag: discussioni, confidenze, serpeverde, lezioni, conoscenze, tassorosso, momenti imbarazzanti

”Mi piacerebbe sapere che cavolo te ne fai di tutte quelle spillette” bofonchia Coco con sottile scetticismo, senza nemmeno alzare gli occhi dal suo libro. Posiziono l’ultima spilla in cima alla composizione delle altre, chiudendo la sagoma a stella a cui mi sto brillantemente dedicando invece di prestare attenzione al tema per Pozioni.
”Mi piacciono i gadget” mi giustifico con un’alzata di spalle, premendo con un dito il faccino di Carlisle in modo che si palesino le fatidiche dieci parole che inneggiano alla più totale devozione nei suoi confronti ”Sai una cosa? Li trovo geniali, questi aggeggi. Certo, rosa giallo e nero insieme fanno venire un po’ la pelle d’oca, ma…”
”Guarda che quel tema non si finirà certo da solo” Costance m’ignora totalmente, appuntando qualcosa sulla sua pergamena ”E tra poco io ti lascio, che è tardissimo. Per cui, se vuoi approfittare della mia disponibilità…”
Un grosso volume vecchio come Noè scivola sul tavolo tondo, accompagnato dalla voce squillante di Dot che dice ”Ti porto delucidazioni” si siede con noi, un sorrisone gioviale in faccia ”Fresche fresche di biblioteca. Bèh, fresche…sembrerebbe che questo libro non prenda aria da qualche decade, ma…è anche piuttosto aggiornata, come edizione, in realtà, e le foto sono assolutamente…”
Ho già aperto il libro, cominciato a sfogliarlo e preso visione delle fotografie di Augurey ed Alicanti che contiene (e che sono davvero piuttosto belle), quando Dorothy s’interrompe e, alzato lo sguardo per capire cosa c’è che non va, me la ritrovo a deglutire a vuoto, con occhi rotondi come palline da golf che fissano un punto non meglio identificato del tavolo.
”Bèh?” faccio perplessa, guardandomi in giro in cerca del motivo di tale reazione. Costance inarca un sopracciglio.
”Per fortuna non sono l’unica a porsi delle domande sui tuoi simpatici passatempi” dice, chiudendo il suo libro e riponendo piume e calamaio nella borsa.
Io la guardo con un faccia che non escludo abbia sfumature ebeti. Perché Costance ha la tendenza a prendere le cose tanto alla larga? Insomma, lo sa perfettamente che ho i miei tempi, in materia di accorgimenti…
”Ahm, Polly” Dot mi sorride, anche se un po’ stiracchiata, per dire la verità ”Da dove vengono tutte quelle spillette?”
”Oh!” esclamo, aprendo un sorrisone a trecentosessanta gradi, osservando la mia stellina con soddisfazione ”Le ragazzine del primo ne hanno sporte piene. Siccome mi hanno chiesto se ne volevo, ne ho presa una manciata”
”Sono quelle del fan club di Hunnam” puntualizza Coco, guardando eloquentemente Dorothy, la quale annuisce con lentezza spasmodica, senza scollare gli occhi dalle spille.
”Lo so…e ecco, diciamo che parte della responsabilità per tutto questo è anche mia…”
”Sarebbe carino se si riuscisse a sostituire la faccia di Carlisle con quella di Charlie, per esempio” commento, guardando pensosa tutti quei cuoricini che danzano intorno a alla scritta intermittente ”E al posto di questi cuori si potrebbe…”
”Credo che Charlie Parker possa cavarsela tranquillamente anche senza delle accattivanti spillette incantate di cui, per giunta, non verrebbe mai a conoscenza” Coco sembra aver dimesso l’idea di abbandonarci il più in fretta possibile per rimanere a fare il bastian contrario. Sbuffo, guardandola in cagnesco. Questa sua mania di volere sempre disfare i castelli in aria altrui, alla lunga, diventa frustrante…
”Io non avevo mica capito che Opal fosse quella Opal” la voce raramente percepibile di Eugene scivola ovattata vicino al nostro tavolo, mentre ci passa accanto assieme a Milo.
”Quante altre Opal conosci, nei dintorni?” esclama il moro, un sopracciglio flesso in un’aria tra il perplesso e il divertito.
Probabilmente devo essermi voltata a guardarli – e ad origliare – troppo sfacciatamente, perché Costance si sente in dovere di intervenire “Pare che Ashmore se la intenda con la Worthington”
”E chi caspita è?” la mia domanda dà voce anche all’espressione che Dorothy porta stampata in faccia. La bionda mi guarda dubbiosa ”Tra te e Dot, sembra quasi che sia tu, quella nuova…Dai Polly, la Worthington!”
”Guarda che non è che ripetendomi ad oltranza il suo nome me la fai venire in mente, eh?” tengo a precisare e, tanto per essere chiari, enfatizzo il concetto disegnando con l’indice circoletti nell’aria all’altezza della mia tempia sinistra.
”Quella che ha abbrustolito una delle Blackster!” esordisce Coco, quasi spazientita.
”Cosa?”
”Per abbrustolito intendi abbrustolito-abbrustolito o semplicemente…”
”Dai, brunetta, tutta occhi e labbra, carina…” con la stessa nonchalance con cui tronca sempre le parole in bocca a me, Costance fa lo stesso nei confronti di Dorothy, sintomo del fatto che l’abbia pienamente accolta tra le sue grinfie di Grillo Parlante ad orario continuato.
”Ma tu come fai a sapere sempre tutto di tutti?” domando, inarcando un sopracciglio ad accentuare l’occhiata sospettosa che le lancio. Costance si stringe nelle spalle ”Amo i pettegolezzi” conclude, con assoluta naturalezza.

***

”Ma chi me l’ha fatto fare?” sto correndo come una disperata per il corridoio, l’estremità dei lacci delle scarpe – slacciate – che sbattono fastidiosamente contro la pelle coperta dalla filanca grossa quasi un dito delle calze. Leasley mi ha fatto perdere tempo, al solito, dilungandosi con spiegazioni superflue e decisamente poco interessanti circa il cambiamento d’orario degli allenamenti. Purtroppo non solo Leasley è un inguaribile quanto prolisso chiacchierone, ma a sommarsi a questo fattore ci sta anche che io sia una perditempo recidiva. Il risultato è presto detto: in ritardo per la drammatica lezione di Pozioni per la quale, tra le altre cose, non ho nemmeno pronto un tema che possa avere una qual sorta di propria dignità. Stupida io a perdermi in chiacchiere sulla vita sentimentale di Milo invece che usufruire della bisbetica disponibilità culturale di Coco…
Prendo l’angolo in scivolata, il ché ha dell’incredibile se si valutano i pavimenti di pietra del castello, ma è sufficiente per rendere l’idea di quanto sia lanciata nella mia corsa e di quanto l’impatto con un altro essere umano possa essere rovinoso. Così mi ritrovo allacciata in un giro di walzer funambolico che finisce con una ginocchiata assolutamente degna di nota contro il freddo pavimento. Ci dev’essere una qualche oscura ragione se tutte le volte che cado mi frantumo una rotula…
”Ma, ehi!” la voce di Scarlett Lywelyn – nuova di un paio di mesi - si arrotola in un acuto completamente pregno d’irritazione. Se fossi un gatto, in questo momento avrei una cresta che sfiora il soffitto…
Mi sono salvata da una sdentata per terra grazie alla mia – modestamente – innata prontezza di riflessi, per cui, con entrambe le mani già sulla pietra, faccio in fretta a rialzarmi e a voltarmi verso di lei. Che non è caduta, ma probabilmente se l’è cavata con una semplice botta di reni contro il muro. Quello che m’inquieta di più non è l’occhiata densa di stizza-ribrezzo-superiorità-minaccia che mi lancia, quanto più il fatto che, nonostante l’urto, nemmeno un ciuffo dei suoi capelli bruni sia scivolato dallo chignon da cigno che porta annodato sulla nuca. Mi piacerebbe tanto sapere come fa…
"Ti sembra il modo di correre lungo i corridoi, Pericolo Pubblico?" la sua voce è acuta, e la dolcezza del timbro svanisce nel suo modo risaputo e adirato, nel dare una risposta alla mia azione, peraltro involontaria. Storco il naso, infastidita da quel modo di fare. Bèh, d’accordo, magari non si corre per i corridoi, ma a chi non capita di essere in mostruoso ritardo per una lezione? In più, se anche lei guardasse dove va… Non ho niente contro Scarlett Lywelyn ora come ora, ma il fatto che bazzicchi con Norwood e la sua cricca e che mi si rivolga così bisbeticamente, bèh, sono punti da prendere in considerazione per un’eventuale etichettatura del soggetto.
”E quello è un modo di fare?” borbotto, dando un colpetto alla gonna della divisa con l’orlo appena un po’ sdrucito ”Comunque, ehi, non avevo intenzione di falcidiare nessuno” butto lì, il tono di chi non ha intenzione di tirarla troppo per le lunghe. D’altronde sono ancora – e sempre di più - in tremendo ritardo. Lei inarca un sopracciglio, forse leggermente sorpresa dall' ardire della mia risposta nei suoi confronti. Come se per me l'etichetta principi valesse realmente qualcosa. Sono persone come altre, anzi… Credo che, se proprio dovessi scegliere tra il trascorrere un paio d’ore con loro e il passare un pomeriggio rinchiusa nella serra numero 5 con tutte quelle orrende e contorcenti piante onnivore, penso mi ritroverei in un forte stato d’indecisione.
"Spero tu abbia una vaga idea del fatto che stai continuando ad urtare i miei nervi" risponde, mantenendo salda la sua calma. Che comunque riluce di rabbia riflessa nei suoi occhi verde felino che saettano verso di me. Aggrotto la fronte.
Oh bella. A parte il fatto che, se le cose stanno veramente così, io farei qualcosa per quel sistema nervoso così reattivo; poi, anche se fosse, che cosa le fa pensare che tutto questo possa effettivamente crearmi dei problemi?
”Bèh, guarda, è un’accortezza reciproca, allora” rispondo per le rime, e non riesco a trattenere un’infantile quanto spontanea mezza linguaccia ”E non c’è bisogno di usare quel tono, comunque” puntualizzo. La Lywelyn accenna una risata che ha tanto della presa in giro.
"Certo, certo" mi risponde, leggermente civettuola, agitando una mano. Ancora un'occhiata truce "Fai più attenzione la prossima volta, rossa" precisa, prima di avviarsi con passo svelto dalla parte opposta, senza voltarsi nemmeno una volta. Una cosa è certa: lei, come tutto il resto della sua combriccola, ha qualcosa che mi sfugge, qualcosa che va ben oltre i canoni della logica normale. Le faccio il verso, abbondando con le smorfie, mentre lei si dilegua dietro un angolo. Sbuffo, cacciando indietro un ciuffetto scivolato via dalle forcine – che abbondano quando sbagli in modo indubbio a spuntare i capelli.
Come se non ce ne fossero già abbastanza di concorrenti al titolo di Miss e Mister Simpatia, qua ad Hogwarts: pure le altre scuole riversano le loro perle tra le braccia di Dippet. Sono ancora lì che fisso con disappunto il punto in cui la Lywelyn è scomparsa dalla mia vista quando mi viene in mente che il mio discreto ritardo si è ormai trasformato in un madornale ritardo. Sbarro gli occhi, raggiungendo l’aula con due balzi – con i quali mi gioco definitivamente la milza – e catapultandomi dentro con troppa veemenza. Il rumore che faccio entrando – o, più propriamente, buttandomi a pesce contro il portone dannatamente pesante – è sufficiente non solo da canalizzare tutti gli occhi di tutti sulla sottoscritta, ma Lumacorno smette proprio di parlare, la mano sospesa a mezz’aria in un gesto enfatico mentre il riverbero dell’ultima sillaba si scioglie nell’aria.
Passano almeno cinque secondi – durante i quali ho il tempo di ritrovare il mio baricentro e riacquistare una postura decente, che non sia quella di qualcuno che ha appena sfondato una porta – prima che il professore sbatta gli occhi e si schiarisca la voce con due colpi di tosse.
”Ahm, miss Pasco” questo tono così volutamente indifferente non è che proprio mi sia di buon auspicio ”Le suggerirei di sincronizzare quel delizioso orologio da polso che indossa” non sono sicura, ma mi pare di sentire dell’ironia in quel ‘delizioso’ “con le pendole della scuola: ha ben quindici minuti di ritardo. Credo che potrebbe costare punti alla sua Casa. Diciamo…” ci pensa pure, mentre io lo guardo con occhi dilatati, presa talmente alla sprovvista da quel suo atteggiamento così indifferente che non tento nemmeno di giustificarmi (anche perché, in effetti, c’è poco da giustificare) “…dunque, sì, diciamo che cinque punti possono starci. E la prossima volta, che mi auguro non si presenti mai, metterò in conto anche il tentativo di sfondamento del portone a spallate. Se ora può gentilmente prendere posto…”
Bofonchio tra me e me mentre mi siedo accando a Dorothy, la metà classe Tassorosso animata da un brusio di disappunto.
Diavolo, diavolo e arcidiavolo! Meraviglioso, oh già, fantastico…maledettissima Lywelyn delle mie pantofole, cinque dannatissimi punti per i tuoi dannatissimi nervi.












13/04/2008
commenti (4) • tag: famiglia, conoscenze, riddle, corvonero, tassorosso

La biblioteca è tranquillissima, di domenica sera. Quasi tutti gli studenti ne approfittano per godersi le ultime ore di libertà prima dell'inevitabile lunedì; la sottoscritta invece si ritrova a finire il suo primo tema di Babbanologia, Pellicole Cinematografiche: Originalità Babbana o Spunto Dalle Fotografie Magiche? Compara Le Due Invenzioni ed Argomenta.
Al di sopra della montatura degli occhiali Aleister guarda dritto davanti a sé, perso nelle sue riflessioni dopo aver brillantemente concluso il tema di Erbologia con uno svolazzo degno della firma del Preside.
“Se fossi un Animale Fantastico ti classificherebbero XXX” ghigna, spostando leggermente la traiettoria del suo sguardo per incrociare il mio che si alza di scatto. “Un mago capace dovrebbe cavarsela.”
“Mh?” Chiara, concisa. Vado a capo e inizio il nuovo paragrafo, coprendo con una lettera più grande del normale una macchia d'inchiostro caduta per l'improvvisa frase di mio fratello.
“Ho visto un sacco di spillette, in giro. Anche una ragazzina del primo anno di Corvonero si è lasciata convincere a sfoggiarne una sulla divisa.”
Non ho bisogno di chiedere come fa a saperlo. Alcuni giorni dopo la realizzazione del loro nuovo status symbol i membri del fanclub di Carlisle al completo si sono presentati in Sala Comune, in mano un attestato al mio prodigarsi per la causa. Al, che era con me per darmi una mano in Pozioni, ha seguito l'investitura dalla prima fila, il viso neutrale a dispetto degli occhi lucidi per il divertimento. Io... io ero senza parole, una volta tanto.
“Mi preoccupa pensare che stai progettando la presa di Hogwarts... senza contare che vuoi sbarazzarti della divisa fem--”
Fi-ni-to!” annuncio, interrompendolo con un sorriso soddisfatto, e lascio che il prolungato contatto della piuma con la pergamena formi una bolla d'inchiostro nero a concludere la mia argomentazione. Mi riallaccio al suo discorso, chiudendo il Breve Compendio Delle Invenzioni Babbane con un discreto ma soddisfacente tonfo: “E per protesta ci sarà una rivolta maschile?”
“Sarebbe, ehm, comprensibile,” borbotta Al imbarazzato. “Niente più gonne...”
Gli lancio uno sguardo a metà tra il sorpreso e il divertito, e in risposta lui arrossisce visibilmente.
“Aleister Crowley. Non ci credo. Stai sempre con me!”
“Beh, ti aiuto. E poi, che c'entra?” replica lui, sulla difensiva.
“Non dirmi che hai il complesso della sorella maggiore... Comunque non ce n'è bisogno, eh, dovresti pensare alla tua fidanzata invece di--”
“Guarda che non ho una fidanzata.”
“Ma quella ragazza dai capelli castani, che ti accompagna nelle ronde...?” mormoro, la fronte corrugata.
Sostiene il mio sguardo, ma il rossore non cede terreno. Questo sarà ricordato come il Giorno In Cui Caddero Le Illusioni Su Mio Fratello. “No. Lei non... no.”
“Scusami, scusami, è che siete spesso assieme e tu... tu arrossisci. Guardi le gonne! Stai seguendo le orme di Hodge?!”
Dei passi felpati si avvicinano alle mie spalle, una mano si ferma sullo schienale della mia sedia.
“Signorina Crowley,” la voce di Madama Bukwomm riuscirebbe a suonare come un avvertimento anche da sé, il pesante accento tedesco è solo un optional. “Non creda che tollererò un tono di voce più alto di quello qui consentito solo perché siete gli unici presenti a quest'ora. Un po' di decoro!” Mi zittisco già prima di essere l'oggetto della sua occhiata severa, e lei continua, il tono appena più dolce mentre sfiora una copertina per controllarne il titolo: “La biblioteca sta per chiudere, avete bisogno di portare via dei libri?”
“Oh, sì!” salto su, allungandomi sul tavolo per recuperare tre tomi in parte già sfogliati. “Ecco, vorrei questo sulle Creature Magiche, poi Ponderate Perle Di Saggezza Per Il Pozionista Poco Pratico e quest'altro...”
Cinque minuti e tre firme dopo, sono fuori dalla biblioteca con le mani occupate a reggere – o per meglio dire, abbracciare – i miei ostaggi cartacei. Mi sono ripromessa di far vedere a Polly delle foto di Augurey per farle capire che tipo di animali sono. Andando nella sezione dedicata agli animali magici non sono rimasta delusa, anzi; il problema era piuttosto scegliere quale dei tredici volumi a disposizione prendere in prestito. Alla fine ho deciso per quello che contiene anche magnifiche foto magiche di Alicanti, giusto in caso.
Mio fratello rimane in silenzio finché non siamo fuori portata d'orecchio, per poi abbozzare un sorriso: “So che me ne pentirò, ma perché sono l'erede illegittimo del nostro fantasma di famiglia?”
“Beh, lui..."
Al mi fissa, con l'aria di chi non sa se fa bene a restare ed ascoltare o se farebbe meglio a tapparsi e orecchie e restare all'oscuro per la vita.
“...quand'era ancora in vita, sai, guardava sotto le gonne delle streghe: un casuale Incanto Ventifero e... ecco... non vuole che la mamma lo sappia, però è morto perché la sua terza moglie l'ha beccato sul fatto.”
Lui si blocca, costringendo anche me a interrompere la camminata verso i dormitori. “Dot, la mia era una battuta. Io... io non... sei seria?”
Allungo una mano per liberarmi la visuale da una ciocca di capelli, rischiando di far crollare a terra i libri e bilanciandomi all'ultimo minuto per evitare un rovinoso crollo a terra. “No, cioè, sì, è tutto vero, ma tu non assomigli per niente a Hodge... era una battuta infelice, scusa. Non te la prendere, tu e Hodge non potreste essere più diversi, lui era proprio un dongiovanni. Comunque eviterò di andare avanti con la presa di Hogwarts per riguardo nei tuoi confronti, ok? Credo che per voi maschi sia una sorta di strano modo per apprezzare la bellezza femminile. Magari idealizzate il tutto! Tanto nemmeno gli elfi avrebbero approvato, in fondo eviterò crepacuori generali e rancori da parte della fascia maschile della scuola. Magari riuscirò ad arrivare incolume al settimo anno.”
"Magari. Nel frattempo ti parerò le spalle e mi assicurerò di non fare mai più battute di quel genere."
"Potrei sempre provare a brevettare un incantesimo per far restare la gonna rigida come cartone. O magari foderarla di MagiScotch?"
Ricominciamo a camminare, dopo che Aleister mi sorride con quell'occhiata tra l'esasperato e l'affettuoso che mi fa tirare un sospiro di sollievo. Devo decisamente imparare a frenare la lingua, penso, muovendo la spalla per evitare alla borsa di scivolarmi lungo il braccio. Ormai Al c'è abituato, a questo mio modo di fare. Quello che mi fa un po' pensare è che Carlisle, invece, non ha fatto un solo commento sulla Faccenda Spillette. Sulle prime non mi sembrava che avesse capito molto bene la situazione, ma ora non potrebbe essere più cristallina di così. Eppure ancora niente. E magari sta organizzando un duello per ripristinare il suo onore e io ancora non ne so nulla.
"Il coprifuoco sta per scadere," scandisce una voce maschile a qualche metro da noi, sorprendendoci appena giriamo a destra per infilandoci in un altro corridoio. A parlare è un ragazzo alto, ma i suoi lineamenti si distinguono poco nel punto in cui si trova, al limite tra le aree illuminate dalle torce. Avanza nella nostra direzione, al suo fianco un'altra ragazza. I capelli di lei si rivelano color castano, e nel momento in cui la luce cattura e fa splendere per un attimo la spilla da Caposcuola di lui riesco a vederne anche i capelli nerissimi.
Mio fratello si porta impercettibilmente più vicino a me, sfiorandomi il gomito. "Stiamo andando verso i dormitori," risponde "ci siamo trattenuti in biblioteca."
"Ah, Crowley, Prefetto Corvonero, ricordo bene?" il duo si ferma per un attimo a osservarci, ma né io ne l'altra ragazza parliamo. Mi sento leggermente in soggezione, davanti a questa figura maschile così alta e così pacata... e così sfuggente. Perché la Serpeverde non apra bocca, onestamente, non lo so, ma dubito sia per qualcosa di simile a ciò che provo io. Non le sfugge nemmeno un mezzo sorriso, mentre le labbra del suo compagno di casa sono lievemente incurvate all'insù, una smorfia che non riesce però ad essere veramente affabile.
Aleister annuisce, e dopo un ammonimento del ragazzo a non fare tardi per i corridoi ci separiamo con un saluto più dovuto che sentito. Al, da leggermente nervoso, si rilassa di nuovo.
“Senti, Al, ma quello chi era?” sussurro, quando siamo sufficientemente distanti.
“Tom Riddle, Caposcuola... è al settimo anno, un Serpeverde.”
Sposto il peso dei libri sistemandoli meglio, mossa che mi permette di muovermi seppur non di gesticolare come faccio di solito. “Mette soggezione. Ha una specie di aura...”
“È uno studente particolare, molto brillante. I professori lo considerano uno tra i più dotati.”
“La ringrazio, signor Crowley, per questo riassunto così efficace e neutrale,” ridacchio. A volte non c'è verso di capire cosa pensi di certe persone. “Sono arrivata. Ah, ma sul serio la Corvonero castana non è la tua ragazza?”
“Non al momento. Però è carina, ed è rilassante stare con lei, al contrario di te.”
“Ah-ha! Approfitta del fatto che vi aggirate da soli tra i corridoi per la ronda e dichiarale il tuo amore!”
“Dove le peschi certe malsane idee da romanzo rosa, se leggi solo romanzi Babbani di spionaggio?”
“Il fascino della spia senza macchia e senza paura paga sempre, sai.”




NB. Ho cercato se da qualche parte la bibliotecaria era stata già nominata ma non ho trovato niente, per cui mi sono permessa di inventarla. Ecco a voi Madama Bukwomm (cognome che, anche letto alla tedesca Bùkvomm, dovrebbe conservare la quasi omofonia con il termine inglese bookworm). Se vi va bene faccio un breve post introduttivo nella sezione apposita del forum; se ci sono problemi o mi sono persa il vero nome, ditemelo pure!













08/04/2008
commenti (2) • tag: lettere, amori, amicizie, serpeverde, dubbi, ritorni, tassorosso

Settimana passata.
"...e non è tutto: mi ha perfino fatto scoppiare un libro in faccia non-so-come!". Ascolto Belinda mentre mi racconta concitata quello che è successo giusto due giorni prima; "Io le ho detto che ero tua sorella, ma quella non faceva una piega e continuava a minacciarmi," fa una piccola pausa,"naturalmente era una Grifondoro,"-tipico!-"ma alla fine per sua fortuna sono arrivati il suo Caposcuola e la sorella della morta.". Finito il discorso tutto ad un fiato, tira fuori un sorriso, soddisfatta per essersi sfogata.
Strano che a volte mi dimentichi quanto può essere logorroica Belinda; al contrario Utopia se ne sta  zitta ed ascolta in silenzio: si riesce difficilmente a capire cosa pensi. Sta di fatto che, alla fine di tutto il racconto, non ho ancora capito il motivo per il quale quella Grifondoro stava minacciando mia sorella.
"Certo Beli, ma scusa non ho capito perchè quella Opal ti stava attaccando...". Scarlett al mio fianco penso sia tanto confusa quanto me, o forse di più, visto che non ha mai assistito, almeno finora, a un discorso di Belinda in piena agitazione! Ora io riesco a gestirla con destrezza (anche se non sempre), ma non è sempre facile capire il soggetto e l'oggetto delle sue frasi quando parla di qualcosa che non sai!
Rotea perfino gli occhi, come se il suo discorso filasse liscio,"Bè, ti giuro un rompiscatole di prima categoria quel ragazzo, una cosa pazzesca!"
"Beli, chi era questo ragazzo e cosa c'entra? potresti andare piano ed essere chiara per piacere??". Mi guarda con sguardo risentito, anche se non fa obiezioni.
"Ok..allora stavamo camminando...naturalmente parlo di io e Uto...e c'era questo ragazzino mai visto che ci viene volontariamente addosso, per la precisione si è scontrato con me, ma non è questo il punto...", fa una pausa e cambia espressione: diventa addolorata, "quel piccolo stupido stava mangiando una merendina e mi ha sporcato la camicetta...", mi guarda dritto negli occhi,"...quella rosa che mi ha comprato papà: non ci ho visto più! E sai cosa c'è anche: naturalmente non poteva che essere uno sporchissimo mezzosangue! A quel punto è arrivata la rompi...il resto lo sai già"
"Oddio la camicetta rosa...ma è rimediabile vero?", le chiedo, sapendo quanto ci tenga a quella camicia, frutto di uno dei tanti viaggi di nostro padre.
"Tutto ok...per fortuna!". Sorride compiaciuta.
Ultimamente la scuola sta diventando sempre più difficilmente 'regnabile'; più cerchiamo di far stare al loro posto gli indegni, più veniamo ostacolati in maniera diversa da caposcuola o quant'altro! Viene quasi da pensare che lo facciano apposta!
"Oh, Scar, quasi dimenticavo...il professor Lumacorno mi ha chiesto di darti questo,"le porgo una pergamena arrotolata," ma se vuoi te lo riassumo: ti invita a partecipare al Lumaclub, naturalmente l'invito è esteso anche a tuo fratello..."
"Oddio Scar, tuo fratello è davvero un bel ragazzo! L'ho visto l'altro giorno in campo!", dice Beli.
"Si, davvero, uno schianto!", la segue Uto.
"Non è che per caso è libero?". Dice infine Beli, sinceramente interessata a mio avviso. Penso che questa sia la domanda sbagliata da porgerle...
Il suo viso dolce assume tratti vicino al diabolico: "Non lo so e non mi interessa nemmeno. Anzi, spero proprio di si per lui!". Gli occhi di Uto e Beli sono spalancati davanti alla reazione eccessiva di Scar;
"Scar non dovevamo andare da Jasp e Ed, non ricordi?? Dai andiamo...", la trascino praticamente via alla ricerca dei due, che si sono dimostrati una scusa più che valida per smorzare definitivamente la tensione.

Finalmente la primavera comincia a farsi sentire. La temperatura non è ancora delle più miti, ma permette sicuramente di trascorrere le giornate nell'immenso giardino, per non dire bosco, di Hogwarts.
E la parte migliore è che finalmente sto passando questo momento con i miei due principi, visto che Scar aveva un imminente bisogno di parlare con Aedan, mentre il sospetto che Violet sia in rotta con Ed è ormai una conferma: appunto, adoro la primavera.
"Ve lo ricordate l'ultima volta che siamo stati qui?" mi fermo in un punto lontano dal castello, da cui si gode una vista inimitabile sul Lago Nero, "l'ultima volta eravamo noi tre e Eve che...", sento che finalmente è il momento giusto, il momento in cui siamo noi tre soli,è il momento giusto per dire la verità: "che non tornerà più ad Hogwarts..."
Guardo l'immenso lago e poi i volti dei miei compagni. Non sembrano sorpresi: giusto, se l'aspettavano.
 Però è triste; Però fa male ammetterlo ad alta voce; meno di quanto lo sarebbe stato prima, comunque, e questo grazie all'arrivo di Scarlett.
"E' da un pò che volevo dirvelo ma non ho mai avuto l'occasione...insomma, quando mai ci siamo trovati noi tre soli ultimamente?". Sorrido. Sorridono.
"Tu come stai?", mi chiede improvvisamente Jasp.
"Io? bene...meglio di quanto mi aspettassi...in fondo non è un addio, no?", e a dire questo mi rivolgo specialmente ad Ed, che aveva un rapporto speciale con Eve.
"Ma basta parlare di questo! Però, visto che siamo in tema di confessioni...vi confesso che mi dispiace per non avervi saputo aiutare...", abbasso lo sguardo mentre pronuncio queste parole: non mi piace mostrare le mie debolezze, e devo ammettere che dirle dentro di me era molto meglio che sentirle ad alta voce, riferite ai diretti interessati."...perchè avete vissuto momenti difficili senza che io fossi in grado di fare qualcosa per voi: Jasp si è dovuto abbassare a picchiare a sangue un sanguesporco, mentre Ed...bè tu sei cambiato...scusate davvero, ma io non so come aiutarvi." Vorrei trovare mille scusanti adatte a giustificarmi, ma l'unica cosa che mi è venuta in mente è 'io non so'; chissà perchè loro sono tra le uniche persone con cui non posso fare a meno di essere me stessa, con le quali non posso far altro che essere sincera.
Ed si avvicina e mi da un colpetto in fronte e così sono costretta a guardarli negli occhi. "Non fare la stupida Dè, nessuno può aiutarmi perchè quella è una faccenda mia: non vi condanno certo per questo..."
"Ma tu non sai nemmeno cosa ho cercato di fare pur di non cercare di capirti..."
"E nemmeno lo voglio sapere. Tu non devi fare niente, voi", dice rivolgendosi anche a Jasp, che nel frattempo si è avvicinato " non dovete fare niente...capito?". Dopo un attimo il suo viso si risolve in un sorriso.
"E comunque Dè, non ti facevo così sentimentale...non ti ci vedo proprio!"
"La nostra Dè ha tirato fuori il suo lato debole finalmente!". 'Mica la prima volta' mi dico, ripensando ai miei periodi storti e ai miei lunghi pianti che hanno caratterizzato il primo periodo scolastico.
"Eh già...e solo per voi...quindi badate: ditelo in giro e siete morti!" dico, facendo una linguaccia nella loro direzione; almeno una cosa è certa: nel cambiare il tono di una discussione siamo dei maestri.
"Già, noi ti preferiamo irremovibile, perfetta e sicura! Una vera Serpeverde!", dice ridendo Jasp, portando il braccio intorno al mio collo. Riesco perfino a sentire il suo profumo.
"Certo, prendete esempio da me e andate sul sicuro" continua Ed, assumendo una posa impossibile da statua greca.
"Si ok...io proporrei di tornare al castello visto che sta cominciando a fare buio e inoltre non vorrei che degli studenti ci vedessero in queste condizioni!", ribadisco, un pò tremante a causa dell'aria gelida che si è alzata. Mi stringo più vicino a Jasper; il suo profumo è sempre più forte, il suo abbraccio sempre più caldo.
"Ogni suo desiderio è un ordine..." dice Ed sfoderando uno dei suoi migliori inchini. Io sorrido, Jasp ride poi, noi due, con Ed al nostro fianco, ci dirigiamo verso Hogwarts.
"Sai che ho una lettera di una tua spasimante, caro?"dico a Jasp " te la ricordi la mia amica di Capodanno? Bè, diciamo che l'hai impressionata...dopo ti dò la lettera"
"Ah si, mi ricordo...e quando te l'ha spedita?"
"Ma un paio di giorni fa...." , giro lo sguardo dall'altra parte, in realtà saranno più di due settimane che ho la lettera, solo che non ho mai voluto dargliela!
"Dè sei..."comincia Jasp, che abbia scoperto la bugia? E se mi chiedesse perchè l'ho fatto? bè non lo so nemmeno io!
"Hey voi!"urla poco lontano da noi Scarlett: grazie, Scar, ovvero la mia salvezza!
Si avvicina fino a raggiungerti in prossimità dell'entrata al castello."Vi ho cercato ovunque, dov'eravate finiti?" Ecco l'occasione perfetta: io e jasp e Ed e...scar!
"Scar! Proprio al momento giusto, Ed poverino era terribilmente solo, però adesso fortunatamente sei arrivata. Siamo in quattro: perfetto!". Sorrido soddisfatta. Seconda occasione attiva per me!
Jasp intanto comincia a capire i miei sotterfugi, osservando il modo in cui mi guarda, e anche Ed e Scar penso che ormai abbiano intuito il mio piano; eppure non ne sembrano affatto dispiaciuti, o se lo sono non lo danno per niente a vedere, anzi…
Jasper mi guarda e sorride: si, l'ha decisamente capito!
“Che ne dite di andare in Sala comune? Qui si gela…”.
Cominciamo ad avviarci, mentre sono ancora intenta nei miei ragionamenti:
Scar più Ed, uguale sala comune; sala comune, uguale Violet; Violet, uguale Ed più Scar; somma totale: vittoria per Dè!
Adoro vincere, sempre e comunque.
Scendiamo i gradini per i sotterranei, scendiamo sempre più finchè arriviamo all’entrata: si apra pure il sipario…

"Ho saputo che la nuova insegnante di Aritmanzia è la sorella di Jasper, è vero?"
"Si è proprio così Amber, ma adesso per piacere puoi spostarti che mi copri lo specchio?".
Preferisco decisamente vedere me, piuttosto che la sua cocciuta testina bionda.
"Oh... si certo...scusa Dè.". Mi chiedo se Amber si renda conto di essere una palla al piede e di una noia mortale: come faccia ancora a sperare di entrare a far parte della nostra cerchia è un mistero!
"Certo che è proprio bella, degna sorella di Lewis!"
"Si Amber, ho capito, lo so. Ora vuoi spostarti o devo costringerti a farlo?"
"Oh si scusa...ma voi due siete molto amiche?"
"La conosco da molto ma non posso dire di essere una sua cara amica. Ora, ti sposti?"
. Dico decisamente scocciata. Finalmente decide di obbedirmi: alla buon'ora!
Ho incontrato Martine giusto l'altro giorno, ma la nostra conversazione non è stata delle più lunghe: Lumacorno la voleva nel suo ufficio, probabilmente per ricordare i vecchi tempi, quando anche lei faceva parte del suo club. D'altronde Lumacorno è sempre Lumacorno!
Eppure il suo arrivo e la sua cattedra ad Hogwarts non hanno l'aria di essere un avvenimento casuale: ha sempre avuto un'ambizione che andava ben oltre le vecchie e fredde mura di Hogwarts; quest'ambiente è troppo riduttivo, una gabbia per una che voleva volare alto come lei.
"Allora andiamo?", esordisce Scarlett appena uscita dal bagno.
"Andiamo!", le rispondo e scappo dalla stretta di Amber verso una nuova, bella, giornata primaverile, resa ancora migliore dagli sguardi che la piccola Violet ci regala in questi giorni, quando non può fare a meno di evitare i nostri, sempre cordiali, sorrisi: Ed, lo sapevo che un giorno o l'altro mi avresti dato questa soddisfazione!
Stiamo andando verso la sala Grande quando mi si balena davanti la scena più incredibilmente patetica che abbia mai visto. Non ci posso credere: dev'essere un sogno, o qualcosa che si avvicina molto ad incubo per certi versi.
"O-mio-Dio!" esclamo fermando Scar tenendole un braccio. La sua faccia è altrettanto incredula davanti al gruppo che abbiamo davanti: un gregge di piccole ragazzette bionde, castane, rosse, nere, tutte diverse a parte per una cosa: orribili oggettini rosa che espongono fiere sulla divisa con sopra stampata una faccia ben conosciuta. Scar afferra poco delicatamente una delle pecorelle per leggere la scritta che appare e riappare ritmicamente:" Per noi Carlisle è...il ragazzo più bello che c'è!" Scoppiamo in una rumorosa risata ad effetto.
"La cosa più patetica che abbia mai visto! non vedo l'ora di dirlo a Jasp e Ed..penso che si faranno due risate appena vedranno questi obbrobri!". Ridiamo di nuovo sotto lo sguardo atterrito della ragazzina.
"Non sono obrobri!", ci urla improvvisamente con ritrovato coraggio "per noi...Carlisle è...è...unico e vogliamo farlo sapere a tutti!"
"Vedo che il tuo coraggio è proporzionato a quello che dimostri andando in giro con una schifezza del genere, ma ti avviso: urlami ancora una volta addosso e ti ritrovi in infermeria che neanche te ne accorgi."
"E questa la prendiamo noi", aggiunge Scar strappandole la spilla dalla divisa di Tassorosso. Accostare il rosa col giallo e il nero: che cattivo gusto!
Solo allora la ragazza fugge verso il suo gruppetto di amiche mentre noi ci addentriamo nella più affollata Sala Grande per mostrare l'esilarante novità ai due Principi...












01/04/2008
commenti (1) • tag: amori, speranze, amicizie, dubbi, corvonero, tassorosso, momenti imbarazzanti

Mordo il cotone e cerco di farmi largo in un gomitolo di lenzuola in cui mi sono incastrato da solo. Alla cieca, tra l'altro, visto che Carlisle sta cercando di soffocarmi con il cuscino e mi prende a vigorose pedate negli stinchi.
« sono colpevole! chiedo pietà! » ululo dopo essere riuscito a strapparmi il guanciale dalla bocca. La prima cosa che vedo sopra alla mia testa è la tremenda origine dell'aggressione di cui sono stato vittima. In un grazioso poster animato lampeggia il suo viso, su fondo rosa punteggiato di cuoricini; sopra alla sua testa, che esibisce un sorriso mai visto dal vivo, si ripete lo slogan “per noi Carlisle è il ragazzo più bello che c'è!”, tutto circondato di brillantini. Dopo le spille ( di cui io e Milo abbiamo fatto incetta ), la produzione di merchandising del Carlisle Club si è moltiplicata per mille. Con grande stupore delle giovani fan, che praticamente volevano staccarmi un braccio per l'emozione di parlare con un amico di Carl, ho comprato uno dei loro orrendi poster, che ora troneggia sopra al mio letto.
« maddai, è così carino.. » osserva Milo ridacchiando da dietro il fumetto che sta fingendo di sfogliare mentre in realtà si piega in due dal ridere. Carlisle mi abbandona, finalmente, anche se nei suoi occhi lampeggiano insulti di ogni genere e grado.
« potrei dire ad Isy che hai preso una cotta per lei. » borbotta mentre con un saltello si getta sul suo letto, e mi lancia un'occhiatina sadica da sotto il ciuffone di capelli rosso fiamma. Di colpo sento le budella che si rivoltano, e il sangue che mi affluisce alla faccia, bollente.
« non .. non .. » guaisco mentre i miei compari scoppiano a ridere, quasi con le lacrime agli occhi. Non è divertente, ecco cosa volevo dire. Recupero dal comodino un pacco di spartiti, coperti da un dito di polvere visto che li avevo abbandonati settimane fa, e scatto giù dal letto, più imbronciato che mai.
« ti sei offeso?! » esclama incredulo Milo.
« smetti di fare l'allegrone, sappiamo benissimo che hai appena mollato l'ennesima ragazza. » lo aggredisco senza avere il coraggio di alzare lo sguardo per guardarlo, fermandomi sulla porta della camera.
« non esagerare! e poi, ne ho conosciuta un'altra .. » risponde pacificamente, lasciando ciondolare il giornalino nella mano. Mi ritrovo ad alzare gli occhi al cielo; il suo continuo saltare da una ragazza all'altra renderà matti lui, noi e l'intera Hogwarts prima che riusciamo a diplomarci. « .. Opal Worthington, avete presente? » sbuffo, coprendo le sue stesse parole, ed esco nel corridoio dei dormitori prima che possa aggiungere altro.

***

Strimpello istericamente i tasti del pianoforte; quest'oggi non mi vuol venire fuori proprio niente di decente, è chiaro. C'è qualcosa che mi sfugge in questo spartito, è chiaro; forse è stampato male e quindi mancano delle note ... No, è chiaro che sia solo la mia demenza la causa di questo.
Mi manca l'attenzione che servirebbe per suonare come si deve. Lancio un'occhiata alla mia tracolla; contiene le carte che mi ha consegnato la Bonnet: sono definitivamente ritornato nella media in tutte le mie materie, e sono scampato al rischio bocciatura. Per ora. Solo all'idea mi sfugge un mezzo sorriso.
Chiudo la tastiera di scatto, alzandomi subito dopo. Per stasera basta con gli esercizi, tanto non caverò un ragno da un buco. E magari tornando al dormitorio incontrerò ..
Noto con la coda dell'occhio l'ombra di qualcuno, quasi indubbiamente una ragazza, che sgattaiola giù per le scale della torre, davanti a me, e poi corre attraverso il chiostro, inciampando poco prima della porta e rallentando il passo. Ne distinguo a malapena i tratti; sgrana gli occhi scuri.
« s-s-scusa! » balbetta prima di ricominciare a correre, scomparendo subito alla mia vista.

***

Bene. Bene. Per tutte le volte che hanno detto che avevo bisogno di un consulto psicologico, beh, ora non posso che trovarmi d'accordo. Osservo con orrore i miei stessi piedi che si stanno muovendo in traiettoria rettilinea verso un tavolo della biblioteca, il tavolo dove è seduta Isabel Sittenfeld. Guarda oltre la finestra, sbattendo le palpebre degli occhioni azzurri e succhiando la punta di una Piuma di Zucchero sospesa sopra alla pergamena. Un tuffo al cuore, per Merlino, mi sembra quasi di capire cosa intende quel melenso di Carlisle con “bella da far male”. Mi faccio schifo da solo, per Merlino. Per Merlino. Se ripeterò di nuovo “per Merlino”, sarò definitivamente diventato un perfetto idiota.
« grrbbbbffff.. » muggisco mentre mi appropinquo a lei, ma non sono ancora abbastanza vicino perché senta la serie di suoni scommessi che emetto. Eugene Pennington, se questa è la tua prima cotta, stai facendo proprio un disastro.
Ed ecco il suo capino di ricci scuri che compie una rotazione di centottanta gradi a destra, ed ecco che i suoi occhi saettano ed ecco che .. ecco che ..
« ciao, Isabel. » riesco a scandire con il mio classico tono da orso, deviando improvvisamente verso una libreria, e cercando di non abbassare lo sguardo dalla sua faccia, colma di sorpresa. Ebbene sì, so parlare! E civilmente, per giunta!
« ehi, Eugene. » trilla – perchè le fatine non parlano, trillano – e sfodera un sorriso quasi accecante. Mi trema il gargarozzo, vorrei quasi tenermelo fermo con la mano. Devo sembrare troppo ridicolo per essere vero. Oh no: non riesco a capire perché si stia alzando. Richiude il libro che teneva posato davanti. Faccio per deviare e ricominciare a camminare come se niente fosse, mettendo fine a questo incontro spiacevole e penoso. Non faccio in tempo a fare un passo che mi ritrovo a guardare in basso, proprio sotto il mio mento, dove s'è fermata e da dove mi sta osservando come normalmente avrebbe potuto guardare un gattino abbandonato.
« devo andare .. » mormora con un sorriso sbieco, ancor più languidamente di quanto già solitamente faccia. Spalanco la bocca; come un vero ebete, visto che non riesco a spiccicare parola. Lei continua a sorridere. Io non mi muovo. Lei neppure. Uhm - stomp.
Molto, molto lentamente prendo coscienza del fatto che il volume che stringeva in mano è caduto a terra. Altrettanto lentamente mi piego in avanti – certo che essere alti è davvero poco pratico – e lo raccolgo prima che lo possa fare lei.
Appena alzo la testa, mi trovo a fissare in orizzontale la sua faccia, con le guance tutte rosse, gli occhi spalancati. Neppure batte le palpebre. Com'è carina.
« grazie.. » sussurra appena; non mi rendo conto di quello che sta facendo finché non mi trovo uno stampo del suo lucidalabbra appiccicoso sulla guancia.
Oh.
Svengo.
No, non svengo, ma quando riprendo coscienza di me sta saettando verso la porta della biblioteca, con il libro stretto in mano.













31/03/2008
commenti (3) • tag: discussioni, amori, amicizie, grifondoro, corvonero, tassorosso, fidelius

«Sicuro di non essere arrabbiato?» domando per l'ennesima volta, stringendo forte la mano di Carlisle.
Scuote il capo.
«Per la milionesima volta no» mi rassicura, fermandosi un attimo nel bel mezzo del corridoio «Non sono arrabbiato, non avrei motivo per esserlo.»
«Si, però..» mi mordo le labbra, abbassando per un attimo lo sguardo «Sembravi così seccato l'altro giorno!»
Mi sorride, illuminato dalla calda luce delle candele appese alle pareti. E' così bello che fa quasi male guardarlo.
«Non fare quella faccia, ti prego» si sporge appena verso di me, sfiorandomi il viso con una carezza «Ora ascoltami, perché è l'ultima volta che te lo dico, d'accordo?»
Annuisco, senza riuscire a distogliere lo sguardo.
«Non sono arrabbiato. Trovo che sia adorabile quello che hai fatto, se proprio vuoi saperlo, non so quante altre persone al mondo avrebbero acconsentito ad aiutare un paio di ragazzine del primo anno a realizzare un'idea così strampalata»
Gonfio le guance, annuendo, e lui sorride di nuovo.
«Brava la mia stella» mi canzona, stringendomi la mano mentre riprende a camminare.
«Senza contare che» aggiunge dopo qualche attimo «L'idea di te nella Sala Comune Tassorosso mi stuzzica non poco..»
E mentre la porta della Stanza delle Necessità si materializza davanti a noi, un familiare bruciore mi avvolge la faccia.

***

Goergiana sbuffa, prima di prendere fiato e lanciare un tremendo urlo per richiamare il gruppo al silenzio.
I pochi presenti si paralizzano completamente, voltandosi verso la mia Caposcuola che sorride compiaciuta.
«Bene» esordisce, soffermandosi con lo sguardo su ognuno di loro «Direi che possiamo iniziare»
Abbasso lo sguardo, turturando l'orlo del povero maglione che indosso mentre lei si dilunga nelle solite comunicazioni di rito e si prodiga a scrivere su un quadernetto che custodisce gelosamente tutte le aggressioni di cui siamo venuti a conoscenza in corso di settimana.
«Violet Travingston ha quasi staccato la testa a morsi a un Grifondoro del primo anno dopo esser stata lasciata da Norwood» ci comunica Carlisle pacato, senza lasciar intravedere il fastidio che comunicare una notizia del genere gli provoca.
Julia inarca le sopracciglia, dal suo angolo, mentre Isabel lancia un fischio sommesso.
«Apperò, carina la ragazza» commenta la mia amica, incrociando le braccia al petto. Eugene, al suo fianco, ridacchia, subito fulminato da un'occhiataccia di Georgiana.
«Sebbene non tolleri l'aggressione, posso capire il gesto» commenta gelida la Caposcuola, continuando a scrivere con la sua grafia minuta e ordinata sul quadernetto. Il biondo distoglie lo sguardo, vagamente imbarazzato. Da quando Garet (che stasera non si è presentato) l'ha lasciata, Georgiana è particolarmente inflessibile con tutto e tutti. Come biasimarla, del resto.
«Altro?» indaga, alzando appena gli occhi dalle pagine.
«McDowning ha mostrato simpatia per la filosfia di Riddle» riporta Audrey, attorcigliandosi un ricciolo biondi attorno alle dita sottili.
«McDowning?» esclamo sorpresa «Klaus McDowning?»
Il ragazzino più fragile che sia mai stato smistato a Serpeverde in tutta la storia di Hogwarts?
La Salinger annuisce mesta.
«Lo so, ci sono rimasta male io per prima» sospira, scuotendo il capo. Georgiana, impassibile, continua a scrivere.
«Altro?» abbaia, richiamandoci all'ordine. Fa decisamente paura.
«Ancora una cosa» Sebastian si schiarisce la voce, abbozzando un sorriso «Opal Worthington ha fatto esplodere un libro in faccia a una delle due mini-Blackster»
Mi mordo la lingua, non ridere, e non sono l'unica: tutto d'un tratto Eugene trova particolarmente interessanti le sue scarpe, Carlisle è in preda a un maniacale attacco d'ordine e sistema i cuscini impilati alle sue spalle, Isabel e Audrey si contrallano rispettivamente le unghie ed eventuali doppie punte mentre Peter da una lustratina alla sua bacchetta e Julia tossisce discretamente.
«Libro esploso in faccia a mini-Blackster» mormora Georgiana, ignorandoci tutti, prima di chiudere il quadernetto con uno scatto secco «Direi che siamo a posto»
Inspiro a fondo, cercando di tenere a freno le palpitazioni: non è nulla di grave, in fondo, devo solo aiutarla. Nulla di impossibile.
E anche se Georgiana in questo momento è dolce, disponibile e tollerante come un Dorsorugoso in calore, è sempre sempre la stessa ragazza dal cuore grande, profondamente insicura e indiscutibilmente sognatrice di sempre. Non è notoriamente cannibale, anzi. A vedere quanto è magra si direbbe che tende al vegeratariano, ergo non mi sbranerà viva.
Abbozzò un sorriso, che ricambia con una smorfia truce.
D'accordo, come non detto, è assai probabile che possa decidere di divorarmi come spuntino di mezzanotte oggi. Ma tutti hanno un cuore, anche le cannibali arrabbiate perché appena mollate dal fidanzato imbecille di turno. Spero.
Mi schiarisco la voce, affiancandola, e mi stampo in faccia un sorriso che possa anche solo vagamente farmi sembrare più rilassata.
«Dunque» esordisce Georgiana, incrociando le braccia al petto «Come spero tutti voi sappiate, Riddle è un legimens e questo lo rende ancora più pericoloso di quanto già non sia. Siamo più vulnerabili davanti ad una persona che conosce i nostri segreti, figuriamoci davanti ad una che può navigarci dentro a suo piacimento..» lascia la frase in sospeso, guardandomi di sottecchi. Si aspetta che vada avanti io? Tossicchia. Si, immagino di si.
«Ehm.. c'è un unico modo per tenere una persona al di fuori della propria testa» inizio a dire, tentennante «O la si rende innocua, e per esperienza personale è alquanto difficile rendere innocuo Riddle» Carlisle ha un fremito, ma non gli lascio il tempo di parlare «o si fa in modo che ci sia un muro tra lui e i propri pensieri. Nel nostro caso, la seconda è la più auspicabile delle ipotesi.» una breve pausa, prima di riprendere a parlare «Nessuno di noi è Legimens, però tutti -presumo- conosciamo la formula e sappiamo come funziona l'incantesimo. Quello che stasera faremo, in sostanza, sarà utilizzare l'incantesimo scudo in modo tale che non vada a creare una barriera fisica ma mentale, ecco.»
Georgiana annuisce, agitandosi inquieta tra i presenti e dividendoli a coppie.
«Legilimes, per attaccare. Protego, per difendere» continua a ripetere, facendo di quella frase il suo mantra personale. E mentre l'aria inizia a saturarsi di magia, mi lancia una rapida occhiata meno ostile delle precedenti. Esame superato.

***

«Adesso tu mi spieghi per qualce assurdo motivo non mi hai mai detto questa cosa di Riddle» sbuffa Carlisle, spingendomi contro la parete alle mie spalle. Mi inchioda lì, guardandomi dritto negli occhi.
«Perché, come ti ho già detto, non è successo nulla di tale» inspiro a fondo, cercando di dominare la voce «Non esisteva ancora nessun club, non aveva nulla da perdere e nulla da proteggere»
«A parte te stessa» mi corregge cupo.
«Oh, avanti, non mi avrebbe fatto proprio nulla. La prima volta eravamo nel reparto proibito della biblioteca e sai com'è quell'arpia lì di guardia, no? Non se ne lascia scappare uno, sarebbe stato troppo semplice risalire a lui. E la seconda volta, c'eri tu» sostengo il suo sguardo, con aria di sfida «E poi dovresti tenere a mente che per lui siamo -o meglio, eravamo, adesso non saprei- creature da tutelare, possibili futuri assassini nella sua cricca. Non mi avrebbe torto un capello.»
Sbuffa, ritrovandosi ad ammettere, suo malgrado, che c'è una certa logica nel mio discorso.
«Sei convinto di quello che dico, zuccone?»
«Vorrei poter dire di no» brontola, scostandosi e dandomi le spalle «E' che non sopporto l'idea che tu ti possa trovare in una situazione potenzialmente pericolosa»
«Ma Carlisle, non essere sciocco!» esclamo, incrociando le braccia al petto.
«Non sono sciocco» ringhia «Sono solo.. preoccupato»
Sospiro, abbracciandolo da dietro e posando la fronte contro la sua schiena.
«Non c'è ragione di esserlo, lo sai vero?» bisbiglio.
«Non ancora» specifica.
«Ragione in più per non fasciarsi la testa prima del necessario, no?»
«Vorrei che tu non fossi così dannatamente sicura» confessa «L'idea che ti succeda qualcosa mi terrorizza»
«Cosa credi, che per me non sia lo stesso?»
E' una fortuna che non possa vedermi, mi sento bruciare la faccia come mai prima d'ora.
«Ogni volta che tu e Lewis battibeccate, ogni volta che ti vedo così impaziente di agire.. mi spaventi da morire, Carlisle. Io... io non voglio che tu..»
Mi si spezza la voce in gola, non riesco nemmeno a dirlo. E' più forte di me.
«Jill» mi chiama piano, dopo qualche attimo «Resta con me»
«Tutto il tempo che vuoi»
«No, io intendevo..» la sua voce è un soffio, appena udibile «Resta con me stanotte. Ti prego, Jill, resta con me»













27/03/2008
commenti (7) • tag: famiglia, amicizie, ritorni, conoscenze, tassorosso

Bene, d’accordo, è tutto a posto. Calma e gesso
In un ultimo, disperato tentativo di far entrare il manuale di Pozioni nella valigia, mi rimbocco le maniche, inspiro profondamente e, dopo aver lanciato un’occhiata di sfida al mio bagaglio, prendo la rincorsa e mi ci butto a sedere sopra. Cioè, l’idea era quella di buttarmici a sedere sopra, ma non avevo assolutamente previsto alcun tipo di scivolone con ginocchiata rumorosa (e dolorosa oltre i limiti dell’immaginabile) alla sponda del letto. È in momenti come questi che non posso fare a meno di rammaricarmi del fatto che i minorenni non possano usare la propria bacchetta fuori dalle mura scolastiche…
Dubito che siano le mie urla di dolore, quanto piuttosto tutti gli altri rumori sospetti provenienti dalla mia camera, a richiamare mia madre, che si affaccia sulla porta con quella sua solita espressione da “che diamine succede qua dentro?”
“Ape, amore, cosa stai combinando?” chiede perplessa, e si direbbe assolutamente poco intenzionata a venirmi a soccorrere in questo momento d’agonia.
”Non Ape, mamma, non Ape!” esclamo innervosita, il ginocchio leso al petto mentre mi accartoccio su me stessa in maniera pietosa, le lacrime agli occhi dal male.
”Ma sei ancora lì con quella valigia?!” il suo tono ha assunto venature di sconcertata incredulità, qualcosa di molto irritante ”E cosa sono quei braghini campagnoli? Vuoi darti una rassettata, per l’amor del cielo? Partiamo tra meno di un’ora, Ape!”
Che bello buttare tutto questo fiato al vento…
”Lo so, lo so” bofonchio, rialzandomi in piedi e scuotendo i pantaloncini campagnoli che mia mamma evidentemente non approva ”Ma ci metto un minuto, giuro”
Lei mi rivolge un’occhiata dubbiosa e, dopo avermi scrutato per un’enormità di tempo, decide che può anche lasciarmi sola con qualche probabilità che non mi ammazzi entro i prossimi trenta minuti, e se ne scompare per il corridoio.
Sbuffo, imprecando tra i denti contro libro, valigia e, già che ci sono, pure cerimonia. In realtà, non ho nulla contro i matrimoni. Davvero, lo giuro, anzi, li trovo piuttosto divertenti. Soprattutto qua, nella Côtes-d’Armor, dove c’è sempre qualcuno che dà il a qualche ballata bretone, ed è sempre pieno di vecchietti che cercano d’insegnarti qualche massima nella vecchia lingua. Il problema sorge quando, a separare la tua scuola dalla chiesa in cui tua cugina ha deciso di sposarsi, c’è la Manica più una fettina di terra ferma di dimensioni non proprio del tutto trascurabili.
”Polly, muoviti” dice Lucilla passando davanti alla porta della camera, senza degnarmi di uno sguardo. Aggrotto la fronte. Sì, va bene, perfetto, tutti bravi a dire “datti una mossa” ma nessuno che muova uno straccio di dito per aiutarmi. Perché diamine sono l’unica, qui, a doversi sempre portar dietro quintali di libri?
”Ti serve una mano?” questa volta a fare capolino sulla soglia è quel quattordicenne troppo cresciuto di Maurice, le mani enormi tuffate nelle tasche dei jeans, che mi guarda con quell’aria da “non ho decisamente nulla da fare al momento”.
”Oh, grazie, qualcuno con un cuore” borbotto, indicandogli la valigia che versa ancora in condizioni immutate ”Non riesco a chiuderla”
”Ancora non mi sono abituato a questa roba che avete da studiare” commenta, avvicinandosi e sollevando il manuale incriminato, guardandolo con occhio critico ”Per esempio…cosa vi fanno fare, a Pozioni, esattamente?”
”Principalmente frullati di occhi di gallina e spezzatini di lingue di rospo” rispondo splendida, cercando di spingere il più possibile in profondità il contenuto del bagaglio.
”Polly, ma che schifo!” esordisce mio fratello, con tanto di smorfietta disgustata, mentre cerca di incastrare nel modo più funzionale possibile questo benedetto libro in qualche anfratto libero della valigia. Io gli lancio un’occhiata di traverso. Bèh, non sono proprio frullati di occhi di gallina, ma in ogni caso poco ci manca… Maui sbatte violentemente il coperchio della valigia, che si chiude per un attimo tornando poi a sollevarsi quel tanto che basta perché le serrature non possano toccarsi…Mio fratello inarca un sopracciglio.
”Non puoi agitare un po’ quella tua bacchetta e la finiamo qua?” chiede, facendo un vago gesto a mezz’aria con la mano. Bèh, cocco, se potessi farlo non sarei qui a disfarmi le ginocchia…

***

Il viaggio di ritorno mi ha distrutto. Quando varco la soglia del dormitorio, la prima cosa che mi viene da fare è lasciarmi cadere pesantemente su una delle comode poltrone dal rivestimento color ocra che se ne stanno placide nei pressi del focolare. Non è così frequente vedermi accasciata in questo modo da qualche parte, ma devo ammettere che macchina, traghetto e treno, ecco, sono un terzetto davvero mortifero. Avessi avuto un po’ di polvere volante a portata di mano, mi sarei piuttosto sorbita una traversata camino-camino dal soggiorno della casa dei miei zii, in Bretagna, al focolare delle cucine di Hogwarts, ma appartenere ad una famiglia totalmente estranea dal mondo magico ha anche i suoi limiti…
Così, mi prendo i miei meritati dieci minuti di riflessione durante i quali, spaparanzata poco signorilmente sulla soffice seduta, ho il tempo di reimmergemi completamente nel classico e tanto amato brusio della Sala Comune.
”’Giorno Polly”
a rompere questo momento di pace interiore, facendomi aprire prima un occhio poi l’altro, è Carlisle Hunnam, appena uscito dal dormitorio maschile assieme ad Eugene, il cui viso pallido appare leggermente vaiato da aloni più scuri ”Com’è andato il matrimonio?”
”Alla grande” rispondo, accompagnando il cenno della mano con un sorriso “anche se lo sposo per poco non ci rimetteva un occhio”
Il rosso mi guarda con un sopracciglio inarcato, al ché io mi stringo nelle spalle “una manciata di riso mal calcolata” aggiungo in risposta a quell’occhiata perplessa, guardando poi verso Eugene, che quanto meno sembra aver colto il riferimento alle tradizionali usanze babbane che invece deve sfuggire a Carlisle.
”E a te che piffero è successo?” domando ficcanaso, alzandomi svogliatamente da sedere, le mani a passare – distrattamente e per abitudine – sui pantaloni da viaggio che ho ancora addosso. Lo sguardo del biondino prende a circoscrivere ghirigori indefiniti nell’aria, mentre lui si stringe nelle spalle, di poche parole come sempre. Va bene, d’accordo, magari non è il caso di mettermi a punzecchiargli il fianco con un bastoncino…promemoria mentale: chiedere spiegazioni a Costance. Carlisle lancia un’occhiata al suo amico e, afferrata la poca voglia di confidenze che ha in questo momento, sfodera un sorriso amichevole che serve da congedo per entrambi ”Ci vediamo in Sala Grande”
Annuisco, raccogliendo la mia valigina da terra mentre loro escono in corridoio.
”Cos’è successo a Eugene Pennington?” domando distrattamente, buttando il mio bagaglio sul letto, una volta entrata in stanza. Costance, sempre biondissima e sempre tutta occhi, seduta sul suo materasso a leggere non-mi-è-dato-di-sapere-cosa, fa un salto che sembra quasi sia appena stata morsa da un doxy.
“Per Morgana, Polly, che paura!” esclama stridula, il libro che si chiude di botto a quel sussulto ”Quando sei arrivata?”
”Venti minuti fa” rispondo, buttando il mantello accanto alla valigia ”E ho incrociato Penny e Carlisle”
Coco mi guarda corrucciandosi, con aria di rimprovero ”Dai Polly, non chiamarlo così…”
La guardo divertita, mentre apro il mio baule – rimasto tranquillamente a vegliare sul mio posto letto durante questi giorni di mia assenza – e ne estraggo la divisa scolastica. Non sopporta che dia nomignoli alla gente, anche se sa perfettamente che non lo faccio con cattiveria. È solo che mi piace abbreviare, tutto qui. E, tra Eugy e Penny, sinceramente…
”Ha fatto a botte con un manipolo di serpeverde, pare mi spiega Coco, con l’aria vaga di una che ha raccolto voci di corridoio e ne ha tirato le conclusioni. Sgrano gli occhi in un’espressione tra l’incredulo e il perplesso ”Cosa? Eugene?” aggrotto la fronte, molto poco convinta “E per quale oscura ragione, scusa?”
Lei sospira, facendo roteare gli occhi ”Lo sai” commenta Quelli stanno cominciando a montarsi la testa, negli ultimi tempi”
”Ma Dippet?” domando ”Avrà pur preso qualche tipo di provvedimento!”
Costance si stringe nelle spalle, una faccia che dice “il bollettino settimanale finisce qui”.
”Ma pensa te” bofonchio, l’uniforme stesa sul letto mentre travaso senza troppa cura il contenuto della valigia nel baule ”Questi fanno quello che gli pare…non bastano cretinate come gli schiantesimi, pure le botte…e poi, scusa, pensavo che…” smetto di parlare quando noto che, sul letto accanto al mio, giacciono, ammonticchiati in bell’ordine, un paio di manuali scolastici. Mi guardo in giro per trovare altre tracce di una possibile intrusa, ed ecco che noto un baule che prima non c’era, insieme a diversi effetti personali che monopolizzano il comodino accanto al letto.
”E questa roba?” chiedo, presa in contropiede.
”Ah, già” fa Coco “È di Dorothy”
E chi caspita è Dorothy?

***

Uno non può lasciare la propria scuola per poco più di una settimana, che quando torna è successo di tutto. Maltrattamenti, risse, partite di quiddich andate rovinosamente, e personaggi mai visti piombati nella propria camera non si sa bene da dove. In fin dei conti non è che quest’ultimo punto mi tocchi particolarmente, se c’era posto per tre ci si starà anche in quattro, però…
La Sala Grande straripa di gente, il che, generalmente, mi mette sempre di buon umore, ma i postumi del viaggio – davvero deflagrante: il mondo magico, con tutte queste “comodità”, devi avermi leggermente rammollito – si sentono ancora quel tanto che basta ad impedirmi di esibirmi nei consueti “mezza corsetta e tuffo plateale sulle vivande” che puntualmente m’ispira la visione della tavolata stracolma di cibo. Mi siedo quindi con molta meno enfasi del solito dove trovo un buco libero, nei pressi di Costance che è intenta a discutere di non so cosa con un ragazzo del settimo.
“Cos’è quella faccia, Pollyanna?” Milo Ashmore allarga un sorriso placido nella mia direzione. Fermo restando che non so come faccia a conoscere un romanzo babbano come Pollyanna, mi limito a rispondergli con uno sbadiglio, ma almeno ho la creanza di mettermi una mano davanti alla bocca.
”Sono provata” dichiaro, annuendo alle mie stesse parole mentre mi riempio il piatto di cibo. Certo, i gamberetti grigi della Bretagna sono deliziosi, ma anche gli elfi domestici di Hogwarts, in quanto a gastronomia, sanno il fatto loro…
Milo mi guarda stupito, come se gli stessi raccontando di aver appena incrociato un elfo domestico che sbacchettava la Fairfax per i corridoi ”Polly stanca? E da quando in qua”
”Credo di avere scarsa resistenza per i matrimoni…”
”Bèh, praticamente hanno portato in negozio questo Augurey” la voce concitata e squillante che arriva da poco più in là fa cadere qualunque sorta di curiosità suscitata in me dal cerotto che Milo porta ad una mano. Alzo lo sguardo verso la ragazza che parla con Carlisle, tutta un annuire e un volteggiare di mani, piccoletta, mai vista prima ”Però, insomma, non sembrava veramente un Augurey. Voglio dire, sai, di solito hanno quel bel piumaggio color verde petrolio, quasi nero…” continua, assumendo di tanto in tanto un’espressione pensosa, gli occhi che si alzano verso il soffitto incantato, per poi guizzare sul suo piatto e, qualche volta, sul suo interlocutore ”Questo, invece…insomma, totalmente bianco. Gli occhi chiarissimi!”
Ridacchio sotto i baffi, lo sguardo sempre fisso sulla ragazzina, facendo dondolare le gambe sotto il tavolo – perché, insomma, proprio fermi del tutto non ci si può mica stare! Un modo di fare assolutamente divertente, questa tipa mai vista. La sua forchetta passa più tempo a tracciare disegni elaborati per aria che ad infilzare cibo!
”E la signora ci dice ‘guardate che il mio pennuto è metereopatico, e non canta quando dovrebbe’…”
”E che cos’è un Augurey?” lo so che non s’interrompe la gente mentre parla, e a maggior ragione se parla come questa ragazza, ma è più forte di me, gesticola talmente tanto che mi vien voglia di partecipare. Bèh, non avevo previsto che una domanda come questa potesse comportare una reazione del genere. Non è solo la ragazza a smettere di chiacchierare, le mani ferme a mezz’aria e una faccia da pesciolino spaesato in viso, ma anche Milo si volta verso di me con aria dubbiosa, mentre Carlisle inarca un sopracciglio.
”Oh, bèh…” borbotta lei, assumendo un’espressione pensosa, come se cercasse di radunare le giuste parole per espormi il concetto. Prima che possa lanciarsi in qualsiasi tipo di spiegazione, Costance – che deve aver troncato la sua discussione appositamente per lanciarmi questo sguardo allucinato – esordisce con un allibito ”Non sai cos’è un Augurey?”
”Come cavolo hai fatto a passare ai G.U.F.O.?” commenta Carlisle sullo scherzoso, ma nemmeno poi troppo, perché la sua bella faccia è lo specchio della Perplessità. Io aggrotto la fronte. Questa poi, potrei anche prenderla sul personale…
”Bèh, ma…” interviene la brunetta, gli occhi che saettano dal rosso a me ”Non è così grave…insomma, non lo so in realtà, non ho mai frequentato una scuola di magia, ma ecco…penso che sì, insomma, gli Augurey non siano tra le creature magiche più studiate…” tutto questo gran giro di parole per mitigare un po’ le occhiate dubbiose dei miei compagni lo apprezzo molto, anche se la metà delle cose che ha detto, per la verità, mi sfuggono…
”Oh, avanti” bofonchia Costance, scuotendo la testa in un gesto nervoso, gli occhi che roteano verso l’alto ”Non si può non sapere cos’è un Augurey al sesto anno…”
”Ma magari…ecco, sì, non so” la ragazza mi rivolge un’occhiata larga, annuendo ”Potrebbe darsi che non ti sia mai capitato di entrare in un negozio di animali magici. Sai, in genere è difficile che qualcuno di nascita babbana frequenti questo tipo di posti…nessuno che abbia mai bisogno di un Ghoul o di uno Jobberknoll, preferiscono tutti quei puzzolenti insetticidi…”
”E questo cosa c’entra?” domanda Carlisle, l’aria di uno che ha decisamente perso il filo del discorso.
”Comunque è assolutamente improbabile che non sia mai entrata in un negozio di creature magiche” continua Coco, annuendo con fare saputo alle proprie parole, parlando di me come se non ci fossi per poi tornare a fissarmi “Insomma, Charlie Pi dove l’hai preso?”
”L’ha trovato mio fratello al fiume” rispondo stringendomi nelle spalle. Milo se la ride sotto i baffi mentre Costance assume un’aria di sconfitta rassegnazione, bofonchiando un ”Non posso crederci” che mi darebbe ai nervi se non la conoscessi da così tanto tempo.
”E chi è Charlie Pi?” chiede la ragazza esperta di Augurey, un’espressione sospesa tra l’interrogativo e il confuso.
”Un musicista babbano” la voce di Eugene si leva da qualche parte oltre le figure di Milo e Carlisle. Ridacchio ”Eh, magari…” commento alzando gli occhi verso lo scuro cielo artificiale che si specchia nel soffitto “È il mio rospo. Charlie Bird Parker, s’il vous plait”
La ragazza esordisce in un risolino divertito, che arresta quando si vede inaspettatamente piazzare la mia mano sotto il suo naso ”Io sono Polly, invece” la informo, e poco ci manca che per raggiungerla non mi sdrai sullo spezzatino. Lei guarda per un po’ la mia mano come se cercasse di trovare il modo più adatto per stringerla, poi sorride ”Dorothy, piacere”
Questa volta sono io a fare una faccia stupita. Ah, ecco, c’era qualcosa che non mi quadrava…la nuova compagna di stanza. Probabilmente ci metto un po’ troppo a fare tutte queste complicate somme d’informazioni, e forse mi si dipingono sul viso espressioni incoerenti, perché la ragazza assume un’aria tipica di chi teme di aver detto qualcosa che non doveva e, con un fantasioso cenno della mano, aggiunge ”Oh, ma puoi anche chiamarmi Dot, ecco…”
Non posso fare a meno di farmi scappare un sorrisino. Questa Dorothy sembra decisamente una a posto.
”Com’è finita poi, con quell'Augurey?” domando, mentre torno a sedermi più o meno compostamente sulla panca. Se normalmente avrei accettato senza storie una neoarrivata nella mia stanza, bèh, posso dire che in questo frangente potrei anche essere propensa a srotolare il tappeto rosso delle grandi occasioni…












26/03/2008
commenti (5) • tag: ricordi, malinconia, dolore, amicizie, conoscenze, grifondoro, corvonero, tassorosso, momenti imbarazzanti

La sfera d'acqua si solleva perfetta davanti al volto di Julia, catturando la luce del sole e riflettendola attorno a sé, simile ad una piccola stella evanescente. La ragazza inclina appena il capo di lato, qualche ciocca castana le scivola dolcemente sulla guancia prima di dondolare nell'aria fresca di metà mattina mentre mi avvicino in silenzio.
«Sei l'ultima persona che pensavo di trovare qui, Jules» la canzono, stiracchiando un sorriso sornione.
Lei non sobbalza, ma la sfera d'acqua assume le forma del mio volto prima di iniziare a ruotare vorticosamente su se stessa e trasformarsi in una lenta spirale in movimento.
«Potrei dire lo stesso di te, Carlisle» ribatte lieve, seguendo i movimenti sinuosi dell'acqua.
«E' una mattinata troppo bella per passarla in classe» le dico, con una scrollata di spalle.
Il vento si agita tra i suoi capelli, scompigliandoli dolcemente, mentre mi siedo in cima al piccolo molo. Il lago si allunga davanti a noi, fino all'orizzonte, senza che si possa nemmeno intuirne la sua fine: un panorama di cui non mi stanco mai, nemmeno dopo sei anni in cui è rimasto sotto i miei occhi immutato.
«Come stai?» le domando dopo qualche attimo.
La Grifona inspira a fondo, mentre chiude la mano a pugno e la sfera d'acqua inizia a roteare su se stessa come impazzita.
«Bene»
«Bugiarda» sospiro, scuotendo appena il capo «Non sei capace di mentire.»
Lei tace, abbassando lo sguardo e la mano, lasciando che la sfera torni al lago, con un delicato gocciolare.
«Sarà» ribatte scrollando le spalle «Fattostà, però, che ho bisogno di crederlo» ispira a fondo, distendendosi sul legno e guardando il cielo con gli occhi socchiusi, mentre dondolo i piedi sfiorando la superficie del lago con la punta delle scarpe. Sono tante le persone che non sanno dare il giusto valore ai silenzi. Quella breve sequenza di attimi privi di suono che si susseguono nel rapido intervallo tra due respiri, due battiti, due frasi: c'è qualcosa di magico, nel silenzio, che sfugge ai più.
«Non è meraviglioso?» commenta dopo qualche attimo, con aria quasi sognante.
«Che cosa?» mi appoggio sugli avambracci, offrendo il viso al sole.
«Il silenzio.»
Ecco, Julia fa parte di quel ristretto circolo di persone che capiscono quello che intendo. Le sorrido, senza aggiungere altro.
«Quasi dimenticavo» aggiunge voltando il capo verso di me «Come sta Eugene?»
«Meglio, indubbiamente» mi scappa un mezzo sorriso «Ha ripreso a tenere il muso a me e a Milo, direi che si è ripreso abbastanza»
«Ottimo» un sorriso le tira le labbra, mentre volta il capo in modo tale da posare una guancia contro il legno; un guizzo divertito le attraversa gli occhi «E per quale inenarrabile motivo vi tiene il muso?»
«Ragazze» le rispondo criptico, sghignazzando senza ritegno «E' il modo più sicuro per metterlo in imbarazzo, dovresti provare. Ha tutta una gamma di espressioni capaci di far ridere la più rigorosa delle stuatue» le assicuro, portando una mano sulla fronte per riparare gli occhi dalla luce del sole. Ride, tirandomi un colpo sul braccio.
«Siete senza cuore!» esclama, senza però smettere di ghignare.
«Se sacrificare la dignità di Eugene serve a farti ridere un po', allora continueremo ad essere senza cuore Jules» mi scappa di bocca, prima di realizzare cosa ho effettivamente detto. Si irrigidisce appena, tornando a guardare il cielo azzurro smalto. Non ci sono nuvole a chiazzarlo, non oggi; se non fosse per il vento ancora pungente potrebbe essere estate.
«Mi sono ridotta tanto male?» domanda alla fine «Non era mia intenzione far preoccupare fino a questo punto così tante persone, è solo che...» le si incrina appena la voce, ma si sforza di continuare a parlare «...è solo che mi manca tantissimo.»
«Manca anche a me» confido, chiudendo gli occhi. Il volto sorridendo di Ida fluttua tra i miei pensieri, chiudendomi la gola «Manca a tutti»

***

Faccio ritorno al castello che è ormai ora di pranzo, dopo aver lasciato Julia in compagnia di due sue compagne di casa che abbiamo incrociato mentre tornavano da Erbologia. La norvegese si è avviata con loro verso lo stadio, per recuperare qualcosa che ha detto di aver dimenticato, mentre io ho fatto ritorno a Scuola.
La Sala Grande, come sempre a quest'ora, è piena da scoppiare, ma non è particolarmente difficile individuare Eugene e Milo nella folla, al solito posto
«Signori» li saluto con un sorriso, accomodandomi davanti a loro «La mattinata come è andata?»
Si scambiano un'occhiata di intesa, trattenendo a stento un ghigno.
«Produttiva, in effetti» rispondo alla fine Milo, abbassando gli occhi sul piatto per non scoppiarmi a ridere in faccia «Vero, Eugene?»
«Oh si!» ribatte l'altro, mordendosi le labbra «Decisamente»
«Cosa state tramando, voi due?» chiedo agitando la forchetta dopo essermi riempito il piatto di zucchine e pollo ai ferri.
«Nulla» ribattono all'uninsono, fissando con esagerato interesse i loro piatti.
«Oh certo, e Edward Norwood è il mio migliore amico» commento ironico.
Il moro solleva il capo fingendo stupore.
«Carlisle! E cosa aspettavi per dircelo?»
«Che vi incrociassimo a Hogsmeade a fare shopping tenendovi a braccetto?»
Li guardo, senza dire nulla. Sono dell'idea che la mia espressione parli da se, senza bisogno di traduzioni sonore di alcun genere fatta eccezione per l'eco causato dall'eventuale cozzare di due teste vuote assieme. Le loro.
«Quando la vostra mentalità tornerà adeguata al vostro fisico fatemelo sapere, grazie»
Torno a mangiare, cercando di ignorare le loro risatine vagamente isteriche e facendo mente locale su cosa mi aspetta nel pomeriggio. Pozioni? No, era l'altro ieri. Incantesimi? Si può essere.
Mi verso del succo di zucca e, quando sollevo lo sguardo, Jillian fa capolino alle spalle dei mie due rincretinitissimi amici.
«Jill» le sorrido, mentre inizia automaticamente ad arrossire man mano che si addentra nell'orbita gravitazionale di Milo.
«Ciao» pigola, più rossa che mai, stringendo con forza un libro al petto e dondolandosi sui piedi.
«Oh, Jillian cara!» Milo si volta, con un radioso sorriso stampato sulla faccia. Lei boccheggia, vagamente stordita dall'ondata di feromoni che le si schiantano addosso.
«Ciao Milo» riesce a formulare, dopo qualche attimo, distogliendo bruscamente lo sguardo «Ciao Eugene»
Il biondo grugnisce, orso come il suo solito, senza nemmeno guardarla. Sospirando, le faccio cenno di raggiungermi: mi regala un sorriso, un bellissimo sorriso, prima di trotterellare oltre un nutrito gruppo di sospiranti ragazzine del primo anno e venire a sedersi accanto a me. Le strappo un bacio, circondandole la vita con un braccio.
«Tesoro, toglimi una curiosità» inizio a dire «Tu sai perché questi due individui qui oggi sono particolarmente idioti?»
«Ehm» distoglie lo sguardo, imbarazzata, coprendosi la bocca con una mano.
Milo, senza più riuscire a contenersi, ulula con le lacrime agli occhi.
«Devo preoccuparmi?» aggrotto la fronte, senza capire. Jillian scuote il capo, posando il libro sul tavolo e infilando una mano in una tasca della gonna per poi porgermi un piccolo oggettino rotondo.
Una spilletta, per l'esattezza. Con la mia faccia stampata sopra, circondata da una miriade di cuoricini rosa che ci svolazzano attorno.
«Cos'è?» indago, dubbioso, mentre anche Eugene si unisce a Milo nella risata.
«Una spilletta» osserva candida la mia ragazza «Molto carina, tra le altre cose, è riuscita veramente bene»
«Si, questo lo vedevo anche da solo» ribatto, pizzicandole appena la vita. Lei si agita, lanciando un gridolino acuto per la sorpresa.
Le prendo il piccolo oggettino di mano, rigirandomelo tra le dita mentre una terribile intuizione mi folgora al ricordare una semplice domanda di Dorothy.
Hai qualcosa di particolare contro le spillette?
«Ditemi che non è quello che penso che sia!» esclamo, guardandoli a turno tutte e tre.
«Oh no, bello mio! E non è finita qui!» sghignazza Milo, invitandomi a schiacciare la mia faccia con un dito. Magicamente, a quella si sostituisce una scritta, le cui lettere riportano i colori di Tassorosso.
«Per noi Carlisle è..» recita il moro.
«...il ragazzo più bello che c'è!» conclude il biondo.
I due si guardano, prima di lanciarsi di nuovo in una lunga serie di ululati che attirano le occhiate incuriosite del resto della tavolata.
«Come hanno fatto ad incantarla?» domando, sentendo puzza di bruciato. E' una procedura troppo complessa per delle bambine del primo anno.
La mia ragazza avvampa, liberandosi dalla mia presa. Tossicchia, senza guardarmi negli occhi.
«Era un'idea troppo carina per lasciarla irrealizzata» ammette «E morivo dalla voglia di vedere la tua faccia davanti ad una cosa genere» sussurra, mordendosi le guance per non esplodere a sua volta.
«Fila via, traditrice!» esclamo, più imbarazzato che mai; anche lei scoppia a sua volta a ridere, allontanandosi di corsa, e Milo e Eugene, in preda a vedere e proprie convulsioni, sprofondano al di sotto del tavolo, incapaci di reggersi in piedi.
Ma tu guarda che gente. 













24/03/2008
commenti (2) • tag: confidenze, malinconia, consigli, amicizie, dubbi, lezioni, tassorosso

RAH05
La situazione sta peggiorando. Un ragazzino del terzo anno è stato maltrattato da due ragazze del serpeverde… L’ha confidato a me e a Cassie pochi minuti fa. Una ragazza del Grifondoro fortunatamente l’ha protetto. Ma le cose non possono continuare così. Eugene Pennington ha ancora qualche livido sul viso. Soprattutto la casa dei Tassorosso risente della situazione pesante che si sta creando. Cassandra è pensierosa. Quel povero ragazzino è ancora sotto shock e non parlerà con nessuno. Non denuncerà l’accaduto, ha troppa paura per farlo.
Sospiro prendendo in mano un manuale di Antiche Rune recuperato dalla biblioteca. Mi immergo nella lettura per qualche minuto, poi Cassie mi chiede se volevo scendere a cenare con lei. Metto via il libro e la seguo un po’ svogliata.
Arrivati in sala troviamo pochissime persone che cenavano tranquillamente. Al tavolo dei Corvi vedo i riccioli biondi di Audrey che appena mi vede entrare alza lo sguardo e mi sorride, io ricambio e la ringrazio da lontano (sperando che legga il labbiale). Lei allarga il sorriso dimostrando di aver capito. È solo grazie a lei che son riuscita a superare i miei problemi in Trasfigurazione.

Il sole primaverile mi sveglia illuminandomi il viso da un piccolo spiraglio tra le tende. Osservo l’orologio sul mio comodino e mi accorgo subito di essere in ritardo. Cassie è ancora addormentata ma lei ha un’ora libera prima che inizino le lezioni. Cercando di non svegliarla e allo stesso tempo di fare in fretta mi preparo e scendo ad acchiappare un toast in sala grande prima di fondarmi a lezione. Percorro i corridoi con il toast che lascia cadere briciole ovunque… riesco addirittura a procurarmi delle lamentele non proprio pacate da parte della Fairfax. Arrivo in classe di Antiche Rune con qualche minuto di ritardo. Ho il fiatone per la corsa e la mia divisa è cosparsa di briciole, ma la professoressa Winckelman mi sorride tranquilla senza preoccuparsi della mie scuse.
“Non si preoccupi signorina Page, vada pure a sedersi.” Dice in tono flautato.
Io ringrazio e mi guardo attorno per cercare il mio solito banco vuoto, magari per ascoltare a differenza degli altri compagni che fanno tutto fuorché interessarsi alla lezione. Con mio enorme dispiacere vedo che tutti i banchi sono occupati da almeno una persona.
“Psss! Rah!” mi volto per vedere chi richiama la mia attenzione.
Alexa mi sorride dal penultimo banco, mi fa cenno di avvicinarmi. Il penultimo banco non era proprio quel che avevo in mente ma almeno avrei avuto vicino una persona simpatica e non quel serpeverde con la puzza sotto il naso che occupava il secondo banco. Mi avvicino ad Alexa e mi siedo vicino a lei.
“Ciao.” Soffia tranquilla.
“Ciao. Susan e Lory?” chiedo subito.
“Susan non frequenta mai Antiche Rune, trova che sia una materia difficile e noiosa. Lory doveva passare in infermeria a chiedere il decotto per il raffreddore… sembra proprio un’epidemia!” mi risponde. Io sorrido comprensiva. Probabilmente ero stata una delle poche a decidere di prepararsi una pozione preventiva.
“Come sta Cassandra?” mi chiede Alexa. Osservandola noto che sembra seriamente preoccupata.
“Sta meglio dice… è molto forte e sembra essersi quasi ripresa. Anche se so bene che se mi sentisse ora direbbe che si è ripresa del tutto.” Le dico aggrottando la fronte.
“Certe cose lasciano il segno… non so se riuscirei a riprendermi se mi venissero a mancare Susan e Lory.” Commenta lei. Io non replico, e mi faccio pensierosa. Non riesco a seguire e questo è certo.
                                            
                          ***    
“Rah che ti prende?” a lezione finita io e Alexa ci dirigiamo assieme a Pozioni.
“Oh, scusa nulla…” rispondo io poco convinta. Avevo passato tutta la lezione in silenzio assoluto.
“Senti, capisco che non abbiamo confidenza però questo te lo devo proprio dire.” Sbotta lei lasciandomi senza parole “Cassandra ci tiene molto a te. Il ricordo di Ida non cambia la vostra amicizia. Ho sentito la discussione che avete avuto in Sala Grande da poco e so che hai paura e che non hai mai avuto delle vere amicizie ma… devi crederci per una buona volta!” dice guardandomi con decisione. Io scoppio in lacrime. Erano settimane che sentivo questa sensazione d’ansia orribile. E ora finalmente riuscivo a sfogarla. Alexa mi cinge le spalle con un braccio e mi trascina il più lontano possibile dalla folla. Tra le lacrime riesco solo a sussurrarle “Grazie”.  
Restiamo in silenzio per un po’ e io riesco a smettere un po’ di piangere.
“Alexa ascolta potresti avvisare Lumacorno che arriverò un po’ in ritardo… Digli che non sto bene.” Le chiedo alla fine.
“Sicura che non vuoi compagnia?” mi dice preoccupata.
“Credo che tu abbia già avuto troppi problemi con lezioni marinate. Ho sentito per caso la Bonnet che te ne parlava.” Non è un rimprovero. “Sono sicura che qualsiasi motivo avessi per marinare la lezione l’altra volta era migliore di questo. Non preoccuparti.”
Lei mi sorride e si dirige a grandi passi verso i sotterranei.
Arrivo nei sotterranei realmente in ritardo, ma Lumacorno mi guarda solo con fare preoccupato.
“Signorina Page… Si sente meglio?” mi chiede.
“Si signore.” Dico subito.
Mi volto poi a guardare l’aula e vedo che Alexa ora ha vicino anche Lory e Susan. Tutte e tre mi sorridono in modo comprensivo, credo che Alexa abbia raccontato il nostro discorso. Alla fine non mi importa. Sono davvero felice che le cose siano andate così.
 












22/03/2008
commenti (9) • tag: ricordi, lezioni, conoscenze, tassorosso, momenti imbarazzanti

Oggi è una giornata ventosa, tanto quanto l'altro giorno il sole ci ha scaldati per tutta l'ora di Cura delle Creature Magiche.
All'ennesimo soffio di vento che minaccia di alzarmi la gonna mormoro con vivacità una serie di improperi alla Scozia e al dannatissimo ideatore di questa stupida divisa. Dei comodi pantaloni unisex non sarebbero di certo un'eresia. Sono sempre più convinta che la linea di azione giusta sarebbe raccogliere tutte le grazie femminili di Hogwarts e barricarci nelle cucine – posto tatticamente geniale, anche se l'unico inconveniente è che quei poveri elfi domestici potrebbero morirne di crepacuore, giusto perché la nostra rivolta li costringerebbe a ferie a tempo indeterminato - finché il Professor Dippet non conceda un po' di utile parità tra i sessi, almeno in campo vestiario.
Una ragazza del mio anno mi lancia un'occhiata comprensiva, mentre esce dalla serra di Erbologia dietro di me e mi supera al fianco di un'altra Tassorosso; io mi avviluppo nel mantello, in un improvviso slancio d'amore verso quel pezzo di stoffa che metà delle volte mi si incastra tra i piedi. Sono tristemente sottovalutati, i mantelli. D'altronde, io sono ancora un po' contrita perché sono riuscita a farmi togliere cinque punti per aver esasperato la Fairfax mentre mi aggiravo nel corridoio al secondo piano... è perfettamente comprensibile rischiare di inciampare nel proprio mantello mentre si è distratti da una cartina.
Osservo le mie altre compagne di casa, che non fanno una piega ed avanzano spavalde davanti a me. Sorrido trionfante solo quando varco il portone d'ingresso, lasciando andare il mantello con poca grazia e rovistando nella borsa alla ricerca dell'orario.
“Probabilmente mi manca l'essenziale nonchalance delle veterane,” mormoro, sovrappensiero, guadagnandomi un'occhiata distratta da Eugene Pennington che mi passa a fianco. Vedendo lui e Carlisle Hunnam mi appare chiara nella mente la scena di un altro ragazzo, i capelli scuri pettinati accuratamente all'indietro, che sussulta tenendosi la mano e allontanandosi sensibilmente dall'Aethonan di fronte a lui. Oggi non l'ho visto a lezione.
“Ah, il ragazzo dell'altro giorno... con i capelli scuri. Come sta?” chiedo, rivolgendomi ad Eugene, a pochi passi da me.
“Fuori pericolo, di sicuro.”
“Ha preferito saltare Erbologia perché la mano gli dà ancora fastidio,” aggiunge il rosso, sfilandosi la sciarpa e appallottolandola per infilarla nella borsa.
Mi attardo per qualche secondo a guardare i lividi sul viso del biondo, tracce ancora visibili, seppure quasi del tutto scomparse. Forse ha avuto anche lui qualche problema con un Animale Fantastico, tipo un mastodontico Abraxan. Con uno sbuffo d'aria tento di scostare dagli occhi una ciocca che mi solletica le ciglia, tornando a guardare l'altro ragazzo.
“È davvero strano... Voglio dire, gli Aethonan sono docilissimi, e non amano i rumori, ma forse hanno un'avversione particolare per i brani canticchiati...” Il paragone di uno dei libri in negozio mi è rimasto impresso, assieme alle foto magiche di un branco di migliaia di cavalli sauri nelle praterie inglesi, una distesa di ali che ondeggiano appena: “Il primo mago che li ha scoperti e ha provato a cavalcarli l'ha trovato facile come un giro su una scopa!”
“Milo sarebbe d'accordo,” ribatte Carlisle con un ghigno. “Ma le scope non hanno ancora provato a morderlo, per fortuna.” Una pausa, poi un'occhiata incuriosita al mio implacabile rimestare tra libri e penne d'oca.
Sorrido, mentre mi si forma un'immagine mentale che comprende un ragazzo moro e scope insospettabilmente voraci. “Cerco l'orario, non l'ho ancora imparato a memoria...” comincio, come in risposta alla sua domanda inespressa.
“Per oggi abbiamo finito.”
“Davvero? È perfetto, posso andare a fare lezione di Pozioni con il primo anno,” ribatto io, sorridendo per il piccolo colpo di fortuna; intercetto un altro sguardo di Eugene, stavolta decisamente più trasparente e interdetto.
“A proposito,” inizio, muovendo la mano per attirare la sua attenzione. “Per arrivare all'aula di Pozioni da qui posso girare a destra e poi seguire il corridoio? Perché qui sulla cartina ci sarebbe quest'altra strada, ma ho ancora qualche problema con le scale...”

***

“Hai mai provato un odio viscerale per la tua divisa?” sussurro a mio fratello, incrociandolo mentre esce dall'aula di Pozioni. Occhieggio con invidia i suoi pantaloni: a casa portavo sempre i jeans, la Comodità con la c maiuscola.
Mi sorride. “Beh, l'arringa contro il mantello è già stata consumata. La gonna?” azzarda casualmente, decifrando la mia occhiata.
Ridacchio, risistemandomi la borsa a tracolla dopo il tragitto fatto di corsa. “Fa lavorare le sue celluline grigie in modo eccellente, signor Crowley. Posso contare sul suo aiuto nella presa di Hogwarts?”
“Come?” replica lui, esibendosi in un sopracciglio inarcato. “Devo essere all'oscuro di qualche passaggio, Dot.”
“Potrei aver trovato un punto di accordo con gli elfi, ma non ti posso rivelare nulla. La parola d'ordine sarà unisex, però,” sentenzio, gesticolando per enfatizzare il concetto. Prima di passare oltre e sedermi a metà classe, lo saluto con un “Silenzio radio!”. Gran fonte di ispirazione, i romanzi Babbani.
Occupo un posto libero tra due studenti intenti a sistemare le loro cose sul bancone. Li imito, tenendo a portata di mano il libro e una penna per prendere appunti. Quando il Professor Lumacorno entra si esibisce in uno squittio sorpreso nel vedermi tra alunni di sei anni più giovani, ma senza cerimonie saluta la classe con un ampio gesto delle mani e inizia subito ad illustrarci la Pozione da preparare durante la lezione.
Circa dieci minuti dopo mi sento tirare leggermente la manica. “Scusami... sei tu... sei tu che hai parlato con...” inizia timidamente la ragazzina alla mia destra, una breve incertezza a interrompere il basso mormorio “...Carlisle Hunnam?” conclude, arrossendo come un papavero.
Mi giro verso di lei, annuendo lentamente. “Meglio dei contatti dell'MI6,” commento piano. Penseresti che, come lo spionaggio Babbano, anche queste Tassorosso del primo anno non abbiano granché mezzi, e invece guarda quel che riescono a scoprire... Per la domanda a sorpresa mi immobilizzo con il coltello a mezz'aria, la radice di cardo sul tavolo da lavoro in attesa di giudizio, finché il ragazzo alla mia sinistra, dopo un'occhiata critica al mio lavoro, con un debole sospiro esasperato mi confida che è meglio tagliarla con la lama d'argento. La mia sequela di ringraziamenti sussurrati viene interrotta dalla stessa vocina esitante di poco prima.
“Posso sapere... di cosa avete parlato?”
Presa in contropiede di nuovo. Non so esattamente cosa dire. “Beh, di Aethonan e di negozi di animali, ma...”
“Hanno un fanclub, per quell'Hunnam,” si intromette il ragazzo, spostando con il dorso della mano la frangetta irregolare, e lasciando trapelare la sua opinione a riguardo con un'occhiata torva.
“Un fanclub?” ripeto, spostando lo sguardo tra i due. “Anch'io ne avevo creato uno, qualche anno fa. Era un club per gli appassionati di Snasi,” spiego a bassa voce, mentre il piccolo coltello d'argento per sminuzzare traccia inutili seppur enfatici cerchi nell'aria . “Mio fratello era l'altro membro del club, ed avevo creato delle spillette a tema da appuntare sul mantello... Li studiate, gli--”
Spillette?” la voce della biondina si fa improvvisamente più acuta, sul viso il sorrisone a trentaquattro denti di chi ha appena avuto una folgorazione sul senso della vita. Potrei quasi giurare che le brillino gli occhi, se non fosse umanamente impossibile. Sono cose che si leggono solo nei libri. A una Tassorosso, poi, docile per definizione, dovrebbe essere proibito avere un luccichio così sinistro negli occhi.

***

Mi lascio cadere sulla panca, nel posto libero di fronte a Carlisle, la fronte aggrottata e l'urgenza di sputare il rospo. Mi sporgo sul tavolo, ma lui mi precede.
“Sei riuscita ad arrivare a lezione?”
“Sì sì,” rispondo in fretta, muovendo una mano come a scacciare dei Doxy e rischiando di rovesciare la brocca di succo di zucca. La agguanto, risistemandola poco più in là, per evitare il peggio. Non è questo l'importante.
Mi chiarisco la voce, e inizio come un fiume in piena.
“Credo di aver fomentato qualcosa che era meglio non fomentare. Non ci ho pensato finché non è stato troppo tardi, ma magari a te queste cose fanno piacere. No, sono quasi convinta che a nessuno farebbe piacere, ma prima di venire portata ad un simbolico rogo per scontare le mie malefatte sappi che sono pentita. E ho scoperto di essere totalmente inadatta per il ruolo da spia, semmai avessi voluto fare della professione di Auror la mia terza scelta di vita.”
Obiettivo numero uno: distrarlo dal pasticcio; bel lavoro, Dot.
“Il troppo cibo mi manda in confusione, temo,” commenta, un sorriso gentile nonostante la fronte aggrottata. “Non riesco a seguirti.”
Mi soffermo a fissare le venature del tavolo e i cibi ben disposti, accuratamente preparati per farti venire l'acquolina. Se non mi sentissi un tantino in colpa per la mia boccaccia probabilmente il mio stomaco brontolerebbe, indignato da tanto crudele disinteresse verso quelle bontà.
Alzo una mano, strofinandomi la pelle della fronte in un gesto talmente rapido che butta all'aria parte dei capelli che sfuggono all'elastico, e torno a guardarlo.
“Hai qualcosa di particolare contro le spille?”













18/03/2008
commenti (1) • tag: discussioni, malinconia, dolore, amicizie, lezioni, guai, errori, corvonero, tassorosso, momenti imbarazzanti

Sono uscita dalla doccia, stamattina, ancora immersa nel vapore e nel pungente e dolce odore del mio sapone alla fragola. Ho passato la mano bagnata sullo specchio, creando un piccolo cerchio limpido che incorniciasse la mia faccia. Poi ho preso la mia trousse rosa, e ho tirato fuori la matita, gesto abituale di tutti i giorni, ma stavolta ero determinata ad osare di piu`. Volevo caricare l’occhio di nero, per renderlo piu` bello e misterioso. Ho iniziato il mio compito, e l’ho trovato piu` difficile di quello che mi aspettavo. Non riuscivo a tenere la mano ferma, e la matita sbavava. Ho dovuto ricominciare almeno tre volte, ma alla fine ho raggiunto un risultato che mi sembrava alquanto soddisfacente.

Poi ho passato il mascara diverse volte sulle mie ciglia sottili e per ultima cosa ho passato un po` di fard sui miei zigomi. Forse troppo poco fard, ne ho aggiunto un po` di piu`.

Finalmente sono uscita dal bagno e ho incontrato gli sguardi ancora assonnati di Susan e Lory. Che pero` mi hanno visto benissimo.

“Oddio ma come ti sei truccata?? Sembri un clown!” grida Susan, fiondandosi sul suo comodino e afferrando delle salviettine struccanti. Con un gesto veloce mi ripulisce la faccia. Poi mi spintona in bagno e inizia ad applicarmi il trucco. Mentre mi passa le sue mani esperte sulla faccia mi chiede:

"Be`, non hai qualcosa da dirmi? La nostra piccola Alexa e` diventata trasgressiva...Mi spieghi la tua assenza da Incantesimi ieri?" Il ricordo del mio incontro con Riddle torna piu` vivo che mai nella mia mente, lo scaccio infastidita. "Ti do un consiglio, che solo un'esperta come me puo` darti, la prossima volta cerca un giorno piu` conveniente. L'altra volta siamo arrivate in ritardo e Benton si e` arrabbiato, forse non era proprio una buona idea saltare la sua lezione con misero giorno di differenza". Se l'avessi ascoltata la prima volta che me l'ha detto...

Quando esco dal dormitorio mi sento un attimo piu` positiva, Susan ha veramente fatto un ottimo lavoro. Se non trova fortuna all’universita` dovrebbe diventare una truccatrice. Decisamente sa far risollevare l’autostima. Forse mi posso concedere anche qualcosa a colazione, giusto un assaggino, un piccolo muffin? Ad ogni modo oggi devo essere perfetta, c’e` la partita di Quidditch, Corvonero contro Tassorosso. Ci sara` tutta la scuola e devo essere presentabile.


Erbologia. Solito, riesce a rallegrarmi un po`. Sento sullo stomaco il muffin di stamattina, forse non avrei dovuto mangiarlo, ma ripenso che era la decisione piu` giusta, Lory e Susan hanno iniziato ad insospettirsi, ed era una necessita` mangiare qualcosa davanti a loro. Sono china sul mio vaso, mentre Susan, la mia partner per questo esperimento, scribacchia cuoricini su un quaderno, dimostrandosi per l'ennesima volta di poco aiuto. Ad un tratto pero` ci raggiunge la voce della Bonnet da dietro: "Susan al lavoro, Alexa devo parlarti". Mi alzo e mi trascino alla sua cattedra, quando sono in piedi davanti a lei mi accorgo di che ottima vista ha della classe, puo` vedere tutto. Nota mentale, ricordare a Susan di almeno fingere di lavorare, dalla cattedra si vedono benissimo i cuoricini sul suo quaderno.

"Alexa, sono davvero addolorata di dover mantenere questa conversazione con te, sono stata avvisata personalmente dal Caposcuola dei Serpeverde, Tom Riddle, della tua "voluta" assenza da Incantesimi ieri. Devo ammettere che all'inizio non riuscivo a credere alle sue parole, ma il professor Benton ha confermato cio` che gia` temevo. Hai qualche giustificazione per questo atto Alexa?". Non oso guardarla, so quanta fiducia ha in me la Bonnet, e mi dispiace doverla deludere cosi`. Maledetto Riddle...Non ha proprio tardato neanche un minuto ad avvisarla!

"Immagginavo di no. Ti conviene rimetterti in riga Alexa, so che il ritorno per te e` stato difficile, ma ultimamente ti vedo troppo distratta, e non c'e` scusa per il tuo comportamento. Per questo mi e` sembrato un dovere mandare una lettera a tua madre. Mi dispiace ma era necessario. Sai ovviamente che dovrai svolgere una punizione che il professor Benton ti assegnera`. Ti verra` notificato da lui quando e come. Puoi andare adesso". Non spreca un'altra parola con me. Non ha mai parlato cosi`, in questo tono duro e distaccato, ma anche profondamente deluso.

Ritorno al mio posto, e Susan mi guarda curiosa. Ma vede lo sguardo stampato sulla mia faccia e capisce che qualcuno mi ha beccato ieri mentre saltavo lezione. Meno male che ancora non sa chi, se sapesse si sentirebbe ancora piu` triste per me.


Dagli spalti si leva un urlo, e qualche mio compagno di casata butta per terra la sciarpa con lo stendardo del Tassorosso.

“Mannaggia!” grida Susan “Dai Lory fatti coraggio!”. Alzo lo sguardo dal mio specchietto, non ho occhio che per quello, ogni cinque minuti lo tiro fuori per ricontrollare il trucco.

“Che e` successo?” chiedo, visibilmente confusa. Un ragazzo del quarto si gira indignato verso di me. “Come che e` successo? Hai visto che punto hanno fatto i Corvonero?”

Ops. Forse era meglio se tenevo la bocca chiusa, fra le poche persone che mi apprezzano in questa scuola ci sono i miei compagni di casata, e non mi sembra proprio il caso di farmeli nemici proprio adesso. Susan ha capito la causa della mia distrazione.

Guarda la`!” grida.

“Dove?” mi giro perplessa. Ma non c’e` niente, a parte uno stupido del primo che sta conducendo una dettagliata esplorazione del suo naso con il dito. Mi giro schifata.

“Bella vista eh?” dice Susan, sventolandomi davanti lo specchietto, che mi ha astutamente rubato.

“Infame!” grido, cercando di riprenderlo.

“L’ho fatto per il tuo bene, stai benissimo, il mio trucco tiene fino a sera. Giuro” Incrocio le braccia, e` inutile, non rivedro` quello specchietto in giornata. Tanto vale arrendersi.

“Ti trovo io qualcosa su cui concentrarti” e sorride maliziosa, indicando uno dei giocatori sospesi in aria, e` un Corvonero “Hai notato il nuovo? Decisamente carino non credi?” Notando che si sta avvicinando agli spalti e` stavolta lei a controllarsi nello specchietto. Pero` non ci rimane ore come me, e lo chiude prontamente. Facile per lei, bella com’e`! Anche struccata starebbe benissimo.

E dai! Su con la vita! Cerca di goderti la vista. O almeno, se il belloccio non t’interessa, cerca di mostare un po` di entusiasmo almeno per Lory. Ti ricordo che c’e` anche lei, lassu` in aria” Detto questo si lascia andare ad una lunga serie di grida che elogiano Lory, spingendola ad andare avanti con la partita. Noto che c’e` anche Cassandra, la ragazza che ci ha presentato Lory l’altra volta, sul campo. Anche lei, come la mia amica, sembra trovarsi in difficolta`. E anche lei riceve grida di incoraggiamento, mi giro per cercare da chi provengono, e vedo Rah, anche lei molto entusiasta nel tifo. Strano, non me la immagginavo in un ruolo del genere. Ma ripensandoci, non mi vedevo neanch’io qui, ad una partita di Quidditch, a pensare soltanto al mio aspetto, mio unico pensiero della giornata, solo per uno stupido commento di uno stupido ragazzo che non meriterebbe la mia amicizia per nulla al mondo. Eppure, guarda un po`, sono proprio in questa situazione, e ci sono fino al collo.

 

 













17/03/2008
commenti (3) • tag: amori, amicizie, lezioni, conoscenze, corvonero, tassorosso, momenti imbarazzanti

Le giornate di sole hanno lo straordinario potere di mettermi di buon umore.
Il verde cupo della foresta sembra nero contro l'azzurro limpido del cielo, mentre scendo verso la lezione di Cura delle Creature Magiche, affiancato da Milo e Eugene.
Il biondi strizza gli occhi, canticchiando un assolo che gli è stato affidato (tanto per cambiare) ieri sera a prove, mentre il moro intona una leggera melodia di un vecchio pezzo che gli risulta particolarmente ostico. E' un po' come trovarsi prigioniero tra due giradischi impazziti, che vanno a canone e suonano due cose completamente diverse.
«...Cerf-volant / Volant au vent / Ne t'arrête pas / Vers la mer...»*
«...komm Jesu, komm mein Leib ist mude...» *
«Pensate di passare a una lingua che è comprensibile anche al resto del mondo o continuerete a comunicare così per il resto della giornata?» commento più acido di quanto non intenda essere, aggrottando la fronte. I due si lanciano un'occhiata divertita, alzando leggermente il tono di voce.
«Recepito» sospiro, affondando le mani nelle tasche dei pantaloni. Poco davanti a me, un'entusiasta nuova studentessa saltella allegramente lungo il dolce pendio della collina, guardandosi attorno con la stessa curiosità di un bambino che è appena entrato nel Paese dei Balocchi; il vento gioca distrattamente con le frangie della sciarpa che si è stretta attorno al collo. Dorothy, mi pare di aver capito.
Affretto il passo, allontanandomi dai miei due compagni canterini quel tanto per basta per rendere le loro voci parte del brusio di sottofondo: accanto a noi avanzano spavaldi i Grifondoro, levando al cielo ululati di gioia all'idea di passare l'intera mattinata al sole, distesi su un prato. Cosa piuttosto rara, se si pensa che Collins preferisce insegnare in classe piuttosto che all'aperto.
Il professore ci accoglie con un saluto blando, mentre alle sue spalle un gruppo di splendidi Aethonan dal manto color nocciola brucano placidi l'erba, rinchiusi in un recinto di legno.
«Come spero abbiate capito» inizia a parlare con voce bassa, monocorde «Oggi ci occuperemo di questi Aethonan. Sono creature docili, per nulla aggressive, ma particolarmente sensibili ai rumori: vi pregherei di rimanere tranquilli, onde evitare di innervosirli con inutili chiacchiere, d'accordo?»
Mormorii di disappunti, esclamazioni contrariate: il repertorio si esaurisce in fretta, mentre Eugene si piazza al mio fianco e mi rivolge la parola in una lingua finalmente comprensibile.
«Sono davvero come dice?» indaga, fissando gli animali dubbioso. La luce del sole, impietosa, fa risaltare ancora di più quei pochi lividi violacei rimasti a chiazzargli il volto altrimenti pallidissimo.
«Che io sappia, si» scrollo le spalle, posando la borsa su un ceppo e rimboccandomi le maniche «Non ho mai avuto modo di vederne uno prima»
«Io si» s'intromette una vocina squillante, alla mia destra. Ci voltiamo entrambi, in perfetta sincronia, verso una rossissima Dorothy.
«Ah» commenta laconico Eugene, incrociando le braccia al petto.
«Davvero?» m'informo io, colpendolo con una gomitata. La cortesia, questa sconosciuta.
«Si si» annuisce, corte ciocche castane che vanno su e giù impazzite «Mia madre ne ha avuto qualcuno, al negozio e» spiega, gesticolando come un forsennata «Sono semplicemente adorabili!» un largo sorriso, subito stroncato dalla voce di Collins che ci piove addosso, gelida.
«Hunnam, Crowley! Basta parlare! Pennington, raggiunga il signor Ashmore e si metta al lavoro!» abbaia fino a diventare rauco. Eugene sospira, eloquente, salutandomi con un cenno e trotterellando verso Milo, alle prese con un esemplare particolarmente gracile. Sia mai che le due voci più preziose della scuola rischino non potersi esprimere a causa di una creatura vivente!
«Vediamo quanto sono adorabili, allora» sorrido, stringendomi nelle spalle. Lei annuisce, entusiasta, avviandosi verso un Aethonan dal manto lucido e indole vivace, avvicinandolo con una sicurezza notevole.
«Vedrai, ti piacerà da morire!» mi assicura, accarezzandogli il muso.
«Oh, su questo non ho dubbi» sorrido, allungando a mia volta una mano verso l'animale che nitrisce debolmente, compiaciuto da tanto attenzioni.

***

Dorothy (perché si, si chiama Dorothy) è una persona con il sole dentro.
Sorride, chiacchiera un sacco e accompagna ogni sua parola con un gesto; nel giro di due ore di Cura delle Creature magiche ho scoperto più cose di lei di quanto avrebbero potuto dirne in una settimana in Sala Comune, come ad esempio che la madre gestisce un negozio di Creature Magiche dove lei passa giornata intere, che ha un fratello a Corvonero e che è allergica ad un sacco di cose al punto che non ha potuto frequentare Hogwarts fino a quando non hanno creato il braccialetto che porta al polso, l'unica cosa in grado di entrare in un'aula di Pozioni senza uscirne, due secondi dopo, coperta di bolle. E' una di quelle persone che trasmettono allegria, in un certo senso.
Sbuffo appena, aspettando che Eugene finisca di riempirsi il piatto con una porzione di pasticcio tale da poter sfamare un intero orfanotrofio londinese.
«Hai fame?» osservo caustico, in attesa che il vassoio arrivi alle mie mani.
«Sono nella fase della crescita» ribatte lui, altrettanto velenoso, stando attendo a non macchiarsi la camicia intonsa, fresca di lavanderia, con schizzi di sugo.
«Oh, certo! Il piccolo Eugene ha bisogno di energie per crescere sano e forte!» commento, con una vocina esageratamente acuta. Non risponde nemmeno, sbattendomi il vassoio con la lasagne davanti. «Grazie, mio piccolo Lord»
«Non c'è di che, principino.»
«Anti-principino, di grazia» lo correggo servendomi di una porzione molto meno abbondante nella sua e passando il vassoio a una Cassandra Becket particolarmente loquace. Mi sorride appena, senza interrompere il discorso che catalizza tutta l'attenzione della sua amica, Alexa.
«Chiedo venia per la mancanza» sghignazza lui, prima di tapparsi la bocca con un boccone.
«La tua ironia mi sconvolge, Eugene.» commento con un sorriso, iniziando a mangiare a mia volta.
Santo Merlino, gli elfi si sono proprio superati oggi!
«Milo si sta perdendo qualcosa di peccaminoso» bonficchia il mio biondo amico, tra una forchettata e l'altra.
«Mi hai letto nel pensiero» annuisco «Dici che se gli portiamo qualcosa in infermeria la Moud ci uccide?»
«Naaaa, non credo. Se tollera i biscotti, tollererà anche il pasticcio.»
Voglio un gran bene a Milo, è una persona sorprendente. Grande voce, grande fascino, grande carisma, su questo non ci piove. Ma se c'è una cosa in cui non eccelle, è nella Cura delle Creature Magiche: è riuscito a farsi mordere la mano dall'Aethonan più pacifico di questo mondo. Il cielo solo sa come ci sia riuscito.
«Allora dopo vado a fargli visita. Vieni con me?»
Annuisce, bevendo un sorso d'acqua.
«Fatta» sorrido, buttando l'occhio sul tavolo dei Corvonero: Audrey, Laura, Isabel e Rachel sono immerse in una fitta conversazione piuttosto concitata e, di tanto in tanto, lanciano occhiate verso di noi. Conoscendole, si staranno chiedendo dove è il bel Milo. Però. Però Jillian non c'è.
«Se cerchi la tua bella, non è qui. Ha saltato tutte le lezioni della mattinata e nessuno l'ha vista in giro.»
«Da quando sei un legimes, Eug?» indago, dubbioso.
«Non sono un legimens, sei tu che sei un libro aperto quando si tratta della tua fatina trottolina» commenta con una smorfia.
Poso la forchetta nel piatto vuoto, con un sospiro.
«Tutta invidia, mio caro, tutta invidia.» lo bacchetto con aria volutamente saccente. Non mi risponde, a causa di un eccesso di risatine vagamente isteriche.
«Torno subito, eh!» mi alzo, per raggiungere il tavolo dei Corvi, ma una Isabel particolarmente agitata mi blocca a metà strada.
«Se cerchi Jillian, è in camera sua. Non sta bene. Anzi, non sta per niente bene.» si corregge, aggrottando la fronte «Ma ha detto di dirti che non ti devi preoccupare, comunque»
Si certo, come no. Come se fosse possibile.
Sbuffo.
«Grazie. Eugene invece gode di ottima salute, al massimo rischia di strangolarsi con un boccone troppo grande per la sua boccuccia dorata.»
Avvampa, presa alla sprovvista.
«Io non stavo andando da Eugene!» protesta con voce stridula, fulminandomi.
E io non stavo venendo a chiederti della mia ragazza, no.

***

Non è la prima volta che entro nella Sala Comune dei Corvonero.
Entrarci in pieno giorno, però, quando è deserta e tutti gli studenti sono a pranzo o in biblioteca, fa un certo effetto. Sembra quasi abbandonata, priva di tutta la vitalità che le è più consona: libri dall'aspetto difficile e noioso troneggiano abbandonati sui divani e sulle poltrone, bottiglie di burrobirra sono ordinatamente accatastate contro una parete, un cestino in un angolo trasborda pergamene appallottolate. Supero la bianchissima statua di Rowena Corvonero, oltrepassando la porta che separa la grande sala ariosa dai dormitori; ma non appena faccio per imboccare il corridoio di sinistra, quello che porta alla stanza delle ragazze, una mano invisibili mi afferra per la collottola e mi ri-lancia, letteralmente, nella Sala Comune, mentre una voce incredibilmente acuta e incredibilmente poderosa mi urla dietro che sono un pervertito della peggior specie.
Le disgrazie però non vengono da sole, no: non faccio in tempo a rialzarmi che subito una figura sottile e slanciata mi compare davanti, strillando come una furia.
«Tu, essere abominevole! Come hai osato mettere piede nel dormitorio femminile?»
Georgiana Harrington, in preda ad una furia cieca e assassina, mi punta contro un indice accusatore mentre snocciola tutta una lunga serie di motivi per cui meriterei di morire in quanto appartenente al sesso maschile. Con addosso una camicia da notte bianca, di quelle che solo mia nonna userebbe. Fa quasi paura.
«Georgiana, ehm...» la interrompo nel bel mezzo del suo monologo. Si ferma, boccheggiante, rivolgendomi un'occhiata di odio puro, per poi riconoscermi.
«Ah» commenta, abbassando le braccia «Carlisle. Che ci fai qui?» sembra sospresa, mentre incrocia le braccia al petto e mi scruta con diffidenza.
«Sono venuto a trovare Jillian»
«Ah certo» commenta meccanica, con una scrollata di spalle «Vuoi che vado a chiamartela?»
«Io ho il vago sospetto di non poterlo fare senza essere insultato come se fossi un criminale della peggior specie» abbozzo un sorriso, lei una smorfia imbarazzata.
«Sai, non si può mai dire con voi ragazzi...» balbetta, dondolandosi sui piedi per qualche attimo, prima di voltarsi di scatto e sparire oltre la statua di Rowena.
Questa ragazza dovrebbe respirare, ogni tanto.
Mi lascio cadere su un divanetto, prendendo in mano un libro appoggiato sui cuscini: Manuale di Trasfigurazione applicata - volume terzo. Una lettura facile, leggere, di quelle adatte per conciliare il sonno.
«Carlisle...?» la vocina flebile di Jillian, mi fa sorridere.
«Ehi» alzo lo sguardo, trovandomela davanti tutta infagotatta in una vestaglia color pulcino che lascia intravedere appena un pigiama rosa pastello. E' la giornata dell'abbigliamento notturno, com'è che nessuno a Tassorosso lo sapeva? Nemmeno i gli Stupi-principi di Serpeverde ne erano al corrente! Strano.
«Come stai?»
Scrolla le spalle, sedendosi accanto a me. Ha gli occhi lucidi e il naso arrossato, un enorme fazzoletto tutto appallottolato stretto nella mano destra.
«Ho avuto BoBeDDi Bigliori» biascica, rabbrivididendo appena «Bi sa che ho u- po' di raffreddore.»
«Un po'?» mi scappa una risata, mentre la stringo a me in un abbraccio «Tesoro mio,tu stai scoppiando di raffreddore!»
«Ba che fai!» protesta, divincolandosi senza troppa convinzione «Trasudo gerBi da oDDi poro, staBBi loTTaDo!»
«Oh, non essere ridicola» protesto, stringendola più forte «Non morirò certo per cinque minuti!»
Lei sbuffa, arrendendosi.
«DoD dire poi che DoD ti avevo avvertito» mi intima, sprofondando la faccia nel mio petto.
Sorrido, baciandole i capelli. Anche così è adorabile. Ma è mai possibile?
«Mi sei mancata, oggi.»
«ACChe tu.»

 



*Eugene sta cantando un pezzettino di Cerf-volant, dalla colonna sonora de Les Choristes, che se vi interessa potete trovare qui, mentre Milo si diletta in Komm Jesu Komm di Bach, che potete ascoltare qui. Nel secondo video canta il coro di cui faccio parte io <3 Amate entrambe le canzoni, che sono bellerrime <3












13/03/2008
commenti • tag: speranze, amicizie, lezioni, tassorosso

La lezione con Audrey è andata abbastanza bene. Non mi riferisco all'incantesimo, che continuava a riuscirmi a stento, ma del fatto che la ragazza dai boccoli biondi è riuscita a farmi tornare una sana dose di fiducia in me stessa. Rifletto sugli obbiettivi raggiunti in sala comune mentre aspetto che Cassie torni dall’allenamento di Quidditch. Seguendo i consigli di Audrey mi rilasso su una morbida e calda poltrona. Sobbalzo sentendo che la porta della Sala si apre, vedo entrare un ragazzo biondo e molto alto. Solitamente lo si vede girare con Carlisle Hunnam, ha il segno di qualche livido poco visibile… probabilmente lo osservo con troppa curiosità perché anche lui si gira dalla mia parte per sorpassarmi con lunghe falcate. La porta del dormitorio si apre di nuovo e finalmente vedo la figura di Cassandra rientrare affaticata dal lungo allenamento.



Lezione di Trasfigurazione. Il mio stomaco è contorto in una strana morsa di paura che mi è quasi totalmente estranea. Silente osserva la mia classe con il suo solito sorriso benevolo e fiducioso. A volte mi stupisco della buona volontà che si riesce a leggere dietro i suoi occhiali a mezzaluna. Ma ora sono inesorabilmente impaurita dalla possibilità che Silente mi chieda di nuovo di riprovare quella dannata trasfigurazione. E in effetti il suo sguardo mi raggiunge con un piccolo guizzo vivace. Mi fa un piccolo cenno perché mi avvicini alla cattedra.
Io mi alzo in piedi atterrita.
“lo deluderò me lo sento…” penso con una piccola vertigine.
Silente mi incoraggia aggiungendo al suo solito sorriso qualche piccolo sussurro fiducioso.
“Concentrati Rah, devi solo concentrarti. Non è il voto che conta! È il gusto che si prova nel riuscire.” La voce di Audrey mi rassicurava.
Chiudo gli occhi sentendo la magia fluire nella mia bacchetta di legno di eucalipto…
“Visualizza la sedia… devi solo pensare alla sedia e riprodurla completamente nella tua testa.”
Lascio che la formula esca appena sussurrata dalle mie labbra e poi apro gli occhi piano per non perdere la concentrazione.
“Ottimo risultato, signorina Page! Questa è la sedia più comoda che abbia mai visto in tutti i miei anni di insegnamento. Quindici punti al Tassorosso!” dice gaio Silente. Io mi volto stupita verso di lui e lo trovo sorridente, con i suoi occhi brillanti. “Basta solo un po’ di fiducia Rah, l’hai dimostrato a te stessa.” Sussurra.
I miei compagni esultano ringraziandomi e vedo il sorriso di Alexa scintillare verso la mia parte.


 

“Complimenti! Complimenti davvero!” Dice Cassandra a cena. Sembra distratta.
“Che ti succede?” le chiedo “è tutta la cena che mi ripeti la stessa cosa con poche varianti.”
“Oh scusami Rah” mi sorride “sono molto preoccupata per il Quidditch.”
“Cioè? Voglio dire… non hai mai avuto problemi. Sei sempre stata molto veloce a cercare il boccino e ad acchiapparlo. All’ultima partita è andata male ma… è normale, il nervoso fa brutti scherzi.” Le dico attaccando il secondo piatto di patate al forno.
“Ehm…” dice tacendo tutto d’un colpo. Mi volto a osservarla.
“Continua, dai. Non tenermi sulle spine.” La incoraggio
“Da quando…. Da un po’ di tempo ho parecchi problemi a concentrarmi sugli allenamenti.” Ammette alla fine. Ida… poggio la forchetta con lo stomaco momentaneamente chiuso.
“Cassie… so che non sarò mai la stessa cosa…” comincio.
“Ma cosa stai dicendo? IO non ho parlato di Ida…” dice interrompendomi.
“L’hai sottinteso…” dico io.
“Rah… io sto molto meglio. Da quanto tempo è che non mi senti piangere la notte?” era visibilmente imbarazzata. Nella sua corazza di ragazza forte non era spesso disposta a far notare i suoi sentimenti e nessuna di noi due aveva mai affrontato l’argomento in modo così diretto.
“è da molto ma pensavo…” pigolai senza abbastanza forza.
“Ti sbagli. È anche grazie a te che mi sento meglio Rah.” Detto questo si alza e mi lascia in Sala grande con il mio piatto di patate ormai fredde.













13/03/2008
commenti (1) • tag: malinconia, dolore, amicizie, guai, grifondoro, corvonero, tassorosso, fidelius

Carlisle mi prende da parte e mi dice:
“Julia, è successa una cosa.”
Il tono non mi piace. La sua espressione ancora meno. Non proferisco verbo, mentre lui sembra cercare le parole. Mi sto preoccupando.
“Hanno aggredito Eugene.”
Chiudo gli occhi. È abbastanza un colpo, ma non posso dire che non me lo sarei mai aspettato. Riapro gli occhi, e guardo Carlisle fisso negli occhi.
“Come sta ora?”
“Abbastanza bene. È in infermeria.” 
“Capisco. Devo andare.”
Carlisle mi guarda abbastanza attonito mentre lo lascio solo nel corridoio, superandolo. Mentre mi allontano, una lacrima, una sola, scende dai miei occhi.

"È successo ancora.”dico a Sebastian ed a Georgiana.
Loro non possono fare altro che annuire. Cammino avanti e indietro.
“Cosa possiamo fare? Nulla! Avrei dovuto essere lì. Qualcuno avrebbe dovuto esserci.”
“Jules, non ricominciare!”
prorompe Georgie.
Non rispondo.
“Non possiamo certo mettere sotto scorta tutti i Mezzosangue della scuola.”rincara Sebastian.
È vero, non possiamo.
“Possiamo solo insegnare loro a difendersi. Ma se vengono assaliti senza l’uso della magia…beh, il nostro aiuto pressochè si annulla, a meno che non li difendiamo fisicamente.”aggiunge il mio amico.
Mi siedo accanto a Georgie, che mi mette un braccio intorno alle spalle. Seb si accoccola accanto a noi, e mi stringe la mano.
“Non è come con Ida, capito?”dice Georgiana.
Faccio un cenno d’assenso.
“Sì. Stavolta lo so. Non è colpa mia.”

Scendo nelle cucine di Hogwarts. Subito un esercito di elfi domestici mi viene incontro impaziente di aiutarmi. Rifiuto con cortesia e domando alcuni ingredienti.
“Mi servirebbero farina, uova, zenzero…”inizio ad enumerare.
Poco dopo, tutto è sul tavolo, insieme ad una ciotola, una teglia e degli stampini.
Mescolo le giuste dosi aiutandomi con la magia, poi cuocio i biscotti con un incantesimo insegnatomi da mio padre. Questi sono i suoi ed i miei dolci preferiti, ed io ho imparato a prepararli fin da piccolissima.
Gli zelanti elfi domestici mi forniscono addirittura una scatola di latta.
Salgo le scale, e mi dirigo in infermeria. L’infermiera Mound mi sorride, e quando chiedo:
“Posso entrare da Eugene Pennington?”
“Ma certo, cara.”
mi risponde.
Spingo la porta, e vedo una testa bionda che si volta subito verso la porta. Sembra sorpreso dalla mia presenza, ma non dice nulla.
“Ciao.”dico, sollevando la scatola.
“Ciao. Cos’è quella?”
“Biscotti norvegesi allo zenzero. Spero che ti piacciano.”
glieli porgo.
Li prende in mano e li appoggia sul comodino.
“Come stai?”gli domando.
“Insomma. Sono passato fra le mani ed i piedi di un numero imprecisato di Serpeverde.”
“Hai riconosciuto qualcuno?”
Un guizzo nei suoi occhi. Poi si accorge che ho visto qualcosa, e abbassa lo sguardo.
“Sì, mi sembra ovvio.”dico.
Mi siedo sul letto accanto a lui, il che forse lo mette un po’ in imbarazzo, visto il rossore sulle sue guance. Ma ho bisogno di sapere. E non ho intenzione di lasciarmi frenare.
“Eugene, è importante.”
Non una parola.
“Cosa devo fare per farti cantare?! Ballare nuda?”esclamo, cercando di scuoterlo.
Alleluia. Un sorriso stiracchiato. Poi di nuovo l’espressione diffidente di poco fa.
“Non ho visto bene. Ma mi è parso di intravedere il viso di Jasper Lewis.”
Uno dei pupilli di Tom Riddle. Mi sembra ovvio.
Qualcuno bussa alla porta. Scatto in piedi e mi allontano di un passo, mentre l’infermiera Mound introduce la testa color ruggine e dice:
“Eugene dovrebbe riposare, cara.”
Lo saluto, ed esco.
Ora ho una certezza in più.


Una domenica pomeriggio passata al campo di Quidditch. Motivazione: prima partita del torneo fra le Case, Corvonero contro Tassorosso. Peter, il nostro capitano, ci ha riuniti in Sala Comune e poco dopo la truppa si è messa in marcia.
“Il miglior modo per sconfiggere l’avversario è conoscerne i punti deboli!”afferma il nostro Cercatore.
“Peter, non è per smontarti. Ma sono anni che li conosciamo…”dice Damian Denholm, il mio collega Cacciatore.
“Non è vero. Hanno un Cacciatore nuovo…come si chiama? Lywelyn. E non credo sia da sottovalutare.”
Prendiamo posto nelle parti più lontane dal tifo sfegatato e osserviamo i giocatori che svolazzavano per il cielo color piombo. Vincono i corvi.
Mentre andiamo via, vedo Aedan Lywelyn di spalle che parla con qualcuno, così decido di andare a salutarlo. Gli do un colpetto sulla spalla.
"Oh, Versten."mi saluta. Un’occhiata del genere ‘Visto con chi avrai a che fare?’.
"Pura fortuna,Lywelyn."rispondo, sorridendogli.
Poi mi presenta la ragazza con cui sta parlando: sua sorella Scarlett. È piccola, magra con un visino dai lineamenti sottili. Mi ha osservato con attenzione fin da quando ho aperto bocca. Un istante dopo averle porto la mano, mi ricordo che è Serpeverde.
E questo non mi piace.
Scarlett ci saluta poco dopo.
"È molto bella.”dico.
"Sì, fin troppo. E la bellezza è compensata da un caratterino esplosivo."aggiunge lui, seguendola con lo sguardo mentre si allontana.
Oh, no. Ora mi farà la classica domanda: e tu, hai fratelli o sorelle?
Non me la sento di rispondere. Così cerco di dileguarmi in fretta.
“Allora complimenti per la partita. Ma vedrai poi, quando ci affronteremo!”
“Non vedo l’ora!”
“Ora vado, ci sono i miei compagni che mi aspettano.”
dico, indicando Peter e Damian che si sono fermati poco distante.
Così mi allontano da lui e da una domanda ancora difficile per me. Peter e Damian mi accolgono con un gran sorriso.
“Se stai fraternizzando con il nemico, ti butto fuori. Ma nel caso riuscissi a carpire qualche informazione utile…”inizia Peter, guardandomi sornione.
Alzo gli occhi al cielo.
“Capitano, sei più pettegolo di una Tassa!”viene in mio aiuto Damian, che però poi aggiunge: “Però è vero, mai disdegnare un aiuto in più…”
Continuano a prendermi in giro mentre torniamo a scuola, ed io li lascio fare. Sono loro grata, perché risollevano il mio morale. Che ora è abbastanza in crisi.
Nell’atrio, intercetto Jillian, Audrey e le loro amiche e chiedo loro se possono portarmi da Georgie. Jill mi sorride, e si offre di accompagnarmi fino alla Torre di Corvonero. Cerca di avviare una normale conversazione con me, ma purtroppo non sono molto dell’umore. Non sento neppure l’indovinello della porta della loro Sala Comune. Jillian spinge la porta per farmi passare, e mi guarda inquieta.
“Scusami, Jill. Sono un po’ giù…ho bisogno di stare con Georgiana, e poi tornerò come nuova.”
Jillian annuisce e mi saluta con un sorriso nervoso. La smetterò mai di far preoccupare per me le persone che mi stanno accanto?
Mentre faccio un passo avanti nella Sala, mi sorge il dubbio di poter incontrare Aedan. Per fortuna non si vede in giro.
Georgiana è in camera sua, mi dicono, così la raggiungo. È seduta accanto alla finestra, e osserva pensosa l’orizzonte che si tinge d’arancio.
“Georgie?”
Si volta verso di me e dice:
“Oh, Jules! Avevo proprio bisogno di parlare con te.”
Telepatia. La necessità è reciproca. Stavolta però accantono i miei problemi, e mi preparo all’ascolto dei suoi. Pochi giorni fa, povera G., ha subito il mio primo sfogo dopo la morte di Ida. Devo ricambiare in qualche modo.
“Dimmi tutto.”
Sospira, mentre mi siedo di fronte a lei.
"È Garet. Sta diventando geloso di Sebastian.”
"È comprensibile, non credi?”

Annuisce.
“Tu cosa vuoi?”
“Se lo sapessi, non sarei qui a parlarne con te, no?!”

Non è da lei scattare così. Non con me. Alla mia domanda di notizie, risponde:
“A parte l’episodio dell’altro giorno, Garet mi ha detto che Seb non si comporta più proprio da amico nei suoi confronti.”
“In che senso?”
“Per il momento sono solo volate parole grosse.”

Cerco di confortare Georgiana come posso, attingendo alla mia esperienza non proprio positiva. Mi sembra del tutto in crisi. E non poter dare una mano alla mia amica mette in crisi anche me.
Urge una discussione fra me e Seb. Argomento: cosa diavolo stai combinando?!
Terza riunione del Club. Siamo gli stessi dell’ultima volta, nessun nuovo iscritto. La boccia di Siero della Verità resta sigillata, accanto a Georgiana.
Seduto su un divano, apparso per l’occasione, c’è Eugene Pennington.
“Direi che dovremmo parlare degli ultimi avvenimenti.”dice Sebastian.
Oggi c’è meno brusio del solito. Gli sguardi si appuntano su Eugene a intervalli regolari, e lui resiste stoico a questa prova. Carlisle mi ha spiegato quanto odi essere al centro dell’attenzione per questo motivo, e mi ha pregato di evitare di peggiorare la situazione.
Ma io sono piena di rabbia lo stesso, quando prendo la parola.
“La violenza delle viscide Serpi con cui abbiamo la fortuna di andare a scuola non è diminuita, affatto. Anzi, si è resa ancora più infida e vergognosa. Non solo dovete stare attenti e sapervi diferndere con la magia. Ma dovete essere preparati al rischio di aggressioni fisiche.”
Non vola una mosca. Forse sono un po’ troppo melodrammatica, ma mi preme che capiscano bene la posta in gioco.
“I consigli che vi do sono quelli dettati dal buonsenso. Non girate da soli di notte. Portate con voi la vostra bacchetta in ogni momento. Siate cauti ma anche vigili, casomai qualcuno dovesse aver bisogno di voi…e prima o poi succederà.”
Dopo qualche altra parola, lascio campo libero a Georgie. Jillian è stata promossa sua assistente [o suo ufficiale in seconda, come dico io], e le da una mano nell’impartire la lezione odierna.
La professoressa Merrythought avrà bellissime sorprese nei nostri voti di Difesa contro le Arti Oscure.













13/03/2008
commenti (1) • tag: confidenze, amori, amicizie, conoscenze, corvonero, tassorosso, momenti imbarazzanti

«CHE COSA AVRESTI FATTO?!» ruggisce Isabel, saltando in piedi come se il letto fosse diventato improvvisamente incandescente sotto di lei.
Mi schiarisco la voce, respingendo l'impulso di nascondermi dietro il cuscino, e mi ripeto per l'ennesima volta che non ho fatto nulla di male.
«Ha detto a Carlisle che hai un debole per il palo biondo.» interviene Laura, alzando lo sguardo dalle pagine di Fattucchiera 2000 per scoccarmi una profonda occhiata divertita e accendirsi una sigaretta con un tocco di bacchetta. Un delicato profumo di menta e cioccolate invade immediatamente la stanza, mentre Audrey sospira.
E' sera: non si veda nulla fuori dalle finestre, i vetri riflettono solamente la calda luce tremula delle candele e le nostra sagoma sfuocate. Come succede ogni giorno, da qualche settimana a questa parte, ci siamo riunite per studiare tutte assieme. Inutile dirlo, i libri ben presto finiscono sul pavimento, sostituiti da una grande ciotola piena di dolciumi e un fiume di pettegolezzi che sembra non esaurirsi mai. Il bello dei colleggi, come dice sempre mia madre, alla fine si sa sempre tutto di tutti. E avere un ragazzo Tassorosso sicuramente aiuta, sottolineo io. La grande assente della serata però è Rachel, costretta in Infermeria da un raffreddore piuttosto tenace e recidivo.
«Non è un palo! E' solo molto alto!» protesta automaticamente Isy, arricciando le labbra.
Tempo cinque secondi netti e tre testoline bionde scattano verso di lei all'uninsono, interpretando le sue parole come una dichiarazione spassionata.
Arretra, rendendosi conto di essersi tagliata le gambe la sola, e fa l'unica cosa che il suo istinto le suggerisce: iniza a negare.
«Non.. non è come pensate! Assolutamente no, smettetela di guardarmi così, cosa pensate? Eppoi non lo conosco, ci avrò parlato due volte al massimo e...»
«Non c'è bisogno di dire nulla» la rassicura Audrey, chiudendo il libro di Trasfigurazione con uno scatto. La Tassorosso che è in lei prevale sulla Corvonero, mentre si sporge verso di noi e agguanta una Gelatina Tutti i Gusti + Uno.
«Sappiamo già tutto» le fa da eco Laura, arrotolandosi una ciocca di capelli attorno alle dita.
«Vi sposerete e darete alla luce una lunga serie di piccoli e scontrosi musicisti Corvonero!» concludo io. 
Isabel arrossisce furiosamente, prima di stringere le labbra in una linea sottile e inarcare le sopracciglia, con aria di sfida; l'occhiata che ci rivolge sarebbe stata capace di fermare la colata lavica che ha distrutto Pompei.
«Ah si?» solleva il mento, altera «Bene, se la mettete così.. L'avete voluto voi!» strilla, prima di agguantare un cuscino e lanciarcelo addosso: con abile mossa Laura si schiva, strillando deliziata mentre l'ammasso di piume si schianta sulla faccia della Salinger, cogliendola di sorpresa.
E' guerra.

 

***

Ho sonno.
Non è una novità, ma oggi ho più sonno del solito: e se la norma si può tranquillamente tradurre come "non apro gli occhi fino alla terza tazza di caffé e anche così sono un vegetale fino alla seconda ora", c'è da preoccuparsi.  Mi metto a sedere a fatica, i capelli che mi ricadono sul viso in ciuffi scomposti, e grugnisco un saluto alle mie compagne di stanza. Laura sbadiglia vistosamente, avviandosi barcollante verso il bagno con la coperta avvolta addosso, mentre Audrey sorride, pacata, bella e impeccabile come sempre; Isabel, che fa capolino al mo fianco, la guarda con odio.
«Tu non sei umana» sentenzia, sbuffando per levarsi una ciocca da davanti gli occhi (come i miei, anche i suoi capelli sono dotati di vita propria al mattino).
«Semplicemente sono sveglia da un po' e ho avuto tempo di somatizzare il sonno» è la risposta piccata, mentre con un cenno di bacchetta richiude le cortine del suo letto per indossare la divisa. La voce, quando riprende a parlare, è leggermente soffocata dal velluto «Dovreste provare anche voi.»
«A fare che?»   Laura fa spuntare la testa dal bagno, con lo spazzolino in mano «Sgattaiolare via all'alba per un incontro piccante in un'aula deserta?»
«Laura!!» strilliamo io e Audrey all'uninsono. Arrossisco solo io, però: chiaro che lo faccio per lei e non perché certi argomenti, se presa alla sprovvista, mi imbarazzano non poco.
«Beh?» è la replica della bionda e di Isabel, che si stiracchia al mio fianco.
«Essù, non c'è niente di male in fondo» prosegue la Stevens, alzando il tono di voce per sovrastare lo scrosciare dell'acqua.
La riccia rotea gli occhi, sedendosi su un groviglio di coperte per infilare le scarpe nere previste dalla divina.
«Santa Morgana, che mal di schiena!» borbotta Isabel, cambiando bruscamente argomento «Alla tua età dovresti imparare a non tirare calci quando dormi.» mi rimprovera, scendendo dal letto e zompettando verso l'angolo in cui ha posato i suoi vestiti ieri notte, dopo aver deciso che era troppo triste passare la notte in una stanza vuota. La povera scema che non ha saputo dir di no ad una richiesta di asilo e ha passato la notte relegata in un angolino? Io.
«E tu, alla tua età, dovresti smetterla di aver paura del buio» ribatto scontrosa, resistendo a fatica all'impulso di saltare la prima ora e dormire un altro po'. Potrei, in fondo...
«Jillian McKanzie non pensarci nemmeno per scherzo!» esclama Audrey, puntandomi un indice contro «Tu non salti Aritmanzia nemmeno per tutto l'oro del mondo.»
«Solo se se il tuo bel rosso ti costringe a letto con la forza siamo disposte a chiudere un occhio» sghignazza Laura.
«Esatto.» le da man forte l'unica mora nella stanza, dopo essersi infagottata nel maglione grigio.
«Tu pensa al tuo biondo canterino»  brontolo, scostando le coperte e saltando a terra. Mi par di capire che sono in minoranza: tanto vale scappare in bagno, dove c'è solo un innocuo quadretto con una natura morta che non può aprir bocca, grazie al cielo.

***

Mezz'ora e quattro tazze di caffé più tardi, ho ancora sonno.
Quando Carlisle mi trova sono con il viso appoggiato sulla tavola, in uno stato che rasenta il coma profondo, e sospetto pure di avere un cespuglio al posto dei capelli. Ma a quello si può porre rimedio, con un incantesimo, cinque minuti prima dell'inizio della lezione. Ammesso e non concesso che ci arrivi, a lezione.
«Abbiamo fatto le ore piccole?» domanda perplesso, chinandosi per baciarmi la fronte. Ignoro le risatine deliziate delle mie tre compari, borbottando una risposta che suona vagamente come un si ho delle amiche che passano la notte a fare a cuscinate e la mattina recuperano in tre secondi notti.
«Non bere troppo caffé, che poi diventi intrattabile» mi punzecchia. Lui, che se potesse trovare il modo di trasfigurare il suo sangue in caffé lo farebbe all'istante.
«La controlliamo noi» s'intromette Isabel, annuendo con convinzione: mi risollevo all'istante, rivolgendo un largo sorriso a Carlisle.
«Eugene dove l'hai lasciato?»  domando, mentre a Isabel (misteriosamente) va di traverso la cioccolata. Chi di lingua ferisce, di lingua perisce, dovrebbe saperlo meglio di me ormai. Sospiro, mentre Carlisle mi indica il tavolo dei Tassorosso: la testa bionda del suo amico sbuca al di sopra della massa, catturando quei pochi raggi di sole che oltrepassano la coltre di nubi sopra le nostre teste.
«Sta meglio?» Audrey s'intromette nella conversazione, arricciando appena il naso.
Sta meglio. Non "sta bene". Come può stare bene un ragazzo che è stato pestato a sangue perché i suoi genitori non sono i rampolli di chissà che illustre famiglia della comunità magica? Sospiro appena, e subito la mano di Carlisle cerca la mia, stringendomela appena, se cercassi i suoi occhi in questo momenti mi conforterebbero con un sorriso. Ma sta rispondendo alla mia compagna di stanza.
«Fisicamente si, la Moud sa fare miracoli quando serve, ma per il resto.. passa un sacco di tempo rinchiuso nella Sala della Musica, non saprei dire. Non è mai stato chissà quanto loquace, ecco.»
«E' vergognoso» sibila la Salinger, sbriciolando un biscotto «Semplicemente vergognoso.»
«E' quello che dicono tutti» ribatte il mio ragazzo, mantenendo un tono di voce neutro «Ma quello che è veramente vergognoso è l'indifferenza totale che avvolge questa scuola»
«Carl..» un soffio, senza che ci sia bisogno di sottolineare quanto a lungo ne abbiamo parlato e quanto inopportuni siano momento e luogo per parlarne ancora. Sbuffa, infastidito, ma lascia cadere la questione, chinandosi per schioccarmi un altro bacio.
«Sarà meglio che vada, comunque» spiega «Ho Trasfigurazione la prima ora e conoscendo Milo avrà bisogno di un ripasso al volo.»
«Stavate parlando di me?» s'intromette il diretto interessato, facendo capolino con un gran sorriso e i suoi enormi, luminosi occhi grigi. Le ragazze presenti (me compresa, ahimé) hanno un piccolo sussulto e subito raddrizzano la schiena, schiarendosi la voce, mentre Isabel quasi si strozza alla comparsa di Eugene.
«Piuttosto evidente» ribatte Carlisle, pizzicandomi il naso «Dai, andiamo prima che a qualcuno a caso venga un attacco di tachicardia»
Tossisco, imbarazzata, mentre distolgo lo sguardo: le guance bruciano della mia vergogna, anche quando mi allungo per sfiorargli un braccio a mo' di scusa e mi perdona con un sorriso. Lo so, certe abitudine sono dure a morire sembra dire, mentre sospiro e mi nascondo dietro la tazza di caffé. Le mie compagne, a differenza mia, godono della presenza di Milo come un gatto si gode una giornata di sole standosene su una finestra. Senza ritegno.
Il trio si allontana, dopo un eterno scambio di saluti, e noi rimaniamo sole con i nostri cuori impazziti; solo un sospiro collettivo da voce ai nostri pensieri. Nemmeno Laura ha bisogno di dire nulla, questa volta.













12/03/2008
commenti (6) • tag: amori, dolore, amicizie, conoscenze, guai, tassorosso, momenti imbarazzanti

Sgranocchio un biscotto norvegese, stando attento a non strappare la crosta che copre il mio labbro rotto. Madame Mound redge diligentemente il foglio di dimissione, in cui elenca tutti i miei acciacchi e le centinaia di medicine che mi farà prendere nella prossima settimana.
Ho passato tre giorni in infermeria, a ricevere visite come un ferito di guerra; cosa piacevole, visto che ho oziato ed ero assistito in tutto e per tutto. Ma una noia mortale per il resto del tempo, per non parlare di lividi mal di schiena e affini, e soprattutto del piacere di farsi risistemare un piede rotto. Già, perché andando in infermeria sono anche caduto dalle scale, e grazie al cielo non c’era nessuno nei dintorni.
Lo sguardo mi scivola sul disegno della scatola di latta che mi ha consegnato l’altroieri Julia; è stata molto gentile, cosa che mi ha destabilizzato, lo ammetto. Non sono abituato all’interesse delle persone nei miei confronti, soprattutto non delle ragazze, e per giunta più grandi, in questo caso. Probabilmente è solo perché le faccio pena, e perché sono una buona cavia per le sue disquisizioni sulle angherie di Riddle e soci. Ma giuro che la scuoierò personalmente, se mi metterà di nuovo nei casini, o se oserà mettermi in mezzo con i professori; sono sicuro che saranno sufficienti le domande che mi faranno appena uscirò di qui, e senza neppure ricevere spinte esterne.
Avvampo sotto gli occhi dell’infermiera quando mi torna in mente l’immagine di Julia che balla nuda, suggerita da lei stessa; sono costretto a tapparmi la bocca con la mano e fingere di tossire per camuffare il sorriso beota che mi è sfuggito e che tuttora faccio fatica a ricacciare indietro. No, non sono un pervertito, ma c’è da ammettere che non stiamo parlando di una radice di Bubotubero!
« tenga, signor Pennington. E mi faccia il favore di non farsi passare un’altra volta in frullatore finché l’infermiera sono io. » Tento di sorriderle, ma l’angolazione delle labbra mi fa bollire il livido che mi dipinge lo zigomo e sale sino al sopracciglio, costringendomi a tenere socchiuso l’occhio sinistro.
Con la mia scatola e la mia dimissione esco in corridoio; l’aria polverosa e le pietre scure sembrano riflettere un’aria dorata, che turbina nei fascri di luce tiepida che penetrano dalle finestre. Non so se sia perché ho visto troppo bianco, troppo a lungo, ma tutto mi sembra più bello. Così diverso da quando stavo a terra, come un sacco di patate, a lasciare che un gruppo di stupide serpi mi trasformasse in un mucchio d’ossa, lividi e tagli. Mi chiedo ancora perché non abbia minimamente reagito, almeno un calcio negli stinchi avrei potuto darglielo.
Entro nella Sala Comune, superando il quadro ed entrando in uno dei pochi luoghi che considero rassicuranti in questo gigantesco, labirintico castello.

***


Sono abituato ad essere guardato con diffidenza, quando – raramente – vengo notato, quindi non trovo molte differenze nell’atteggiamento degli altri Tassorosso. Una ragazza del quinto, dai dolci tratti orientali, si sporge dalla poltrona su cui è seduta e mi squadra con gli occhi sgranati; la ignoro e passo oltre, sbrigandomi a passare sotto gli stendardi della casa ed entrando nel basso tunnel dei dormitori, sino a raggiungere il mio. La porta è spalancata; posso vedere Carl steso sul suo letto, assorto nella lettura, e Milo appollaiato ai suoi piedi impegnato a sfogliare la Gazzetta del Profeta. Mi appoggio allo stipite della porta, stando attento a non posarmi a qualche contusione o ematoma.
« signori, è un piacere rivedervi. » li saluto, aspettando che siano loro a reagire per primi. Alzano la testa con espressione indifferente, risolvendosi poi ad esplodere in un insieme di versi sconnessi mentre caracollano giù dal letto e vengono verso di me.
« potevi avvisarci che ti avrebbero dimesso, no? »
« concordo! » Milo mi strapazza i capelli, a cui arriva solo allungandosi un bel po’ per raggiungere la mia testa. Mi trascinano verso il mio letto, e mi costringono a sdraiarmici, strappandomi di mano la scatola di biscotti di Julia, ancora semipiena, e si siedono al mio fianco, uno da una parte e uno dall’altra.
« sei convalescente: devi rimanere steso! » esclama Carlisle. Probabilmente si sono accordati su un diabolico piano per tormentarmi fino allo spasmo, e finché non darò loro il permesso di riempire di botte Lewis e soci.
« sai che mi ha detto Jill? » Carl si insinua, piegandosi verso di me con aria sorniona; mi aspetto che improvvisamente gli spunti dalle labbra una lingua biforcuta, da boa constrictor pettegolo quale è.
« che sei il suo paperotto tenerotto? » ribatto mollandogli una gomitata sulla coscia, unico punto a cui riesco arrivare agevolmente dalla mia posizione di ferito. Sembra colto alla sprovvista, ma si riprende con velocità eccezionale.
« anche.. » borbotta prima di riprendersi completamente, gli occhi azzurri che scintillano di malvagio divertimento. « mi ha detto che hai un’ammiratrice! » con l’indice mi spappola la punta del naso, e alle sue spalle Milo esplode in una risata sin troppo rumorosa per essere reale.
« vallo a raccontare a qualcun altro, Carl. » mugugno voltandomi verso Milo, alla ricerca di un po’ di conforto, che non sembra voler arrivare, visto che infierisce a sua volta.
« ma sì, invece. E’ Isabel Sittenfeld, la sua amichetta con gli occhioni blu! » la voce è già passata, eh? Tutti contro di me, il più indifeso! Maledetti, me la pagheranno appena smetterò di avere dolori anche a ossa che non sapevo di avere.
« smettetela. » borbotto cercando di far loro intendere che il trattamento che mi riservano è tutt’altro che piacevole. Mi mettono in imbarazzo, e mettono in imbarazzo anche Isabel, Jill e tutte le fatine del castello.
« smettila tu, e cerca di darti da fare! » mi risponde Carlisle, alzandosi in piedi e ricadendo pesantemente sul letto, cosicché il materasso si scuota tutto sotto il mio corpo indolenzito.
« e quei biscotti?! » aggiunge Milo, prendendone uno e sventolandomelo sotto il naso prima di infilarselo in bocca. Il loro tentativo di distrarmi sta sfociando in un’inutile sequela di pettegolezzi sul mio conto; speravo in un po’ di pace, ma a quanto pare sono destinato ad essere deriso e sfottuto per l’intero pomeriggio e serata compresa. Lascio che la mia testa sprofondi nel cuscino, socchiudo gli occhi, e lascio i miei due compari continuino a pigolare e spintonarsi da una parte all’altra delle mie gambe.
Non mi piace dover avere a che fare con le donne; mi irritano, e non si capisce mai niente di quello che fanno. Ci manca solo che finisca anch’io per essere perseguitato da una fatina, magari ossessionata dall’essere bio-tono-compatibile con il suo boyfriend .. no, non fa per me.


Il mio amato pianoforte. I tasti bianchi e neri erano coperti da un dito di polvere, chiaro segno che dall’ultima volta che li ho fatti suonare io – giusto prima della rissa – nessuno li ha toccati. Bella consolazione, vuol dire che sono l’unico a venire qui, se escludiamo le riunioni del coro della scuola, che avvengono ben più di rado di quanto dovrebbero. Premo con violenza diverse note contemporaneamente, accertandomi della totale sanità delle mie mani, almeno fino al polso, e di questo sono grato ai miei attentatori – che, oltretutto, così agendo hanno dimostrato scarsa furbizia, ma non sarò certo io ad andarglielo a dire.
Esco dalla Sala della Musica, zampettando giù per la stretta scala a chiocciola che fa scendere sino al chiostro, con la testa abbassata per non centrare in pieno le arcate troppo basse per me; sbuco nello spazio aperto brulicante di studenti che corrono su e giù, come succede sempre all’ora di cena. Mi aggiungo a loro, spinto verso la Sala Grande dalla voragine che mi sento al posto dello stomaco.
Improvvisamente, un oggetto non meglio identificato mi rimbalza sulle costole scassate, provocandomi molto più dolore di quanto avrebbe fatto normalmente. Ci metto un’eternità a focalizzare la testolina di una mia compagna di casa, mai vista prima in effetti, almeno trenta centimetri più in basso.
« ahio. » borbotto facendo risuonare la voce in gola, quasi passando già oltre e ignorando i lividi che mi pulsano sotto i vestiti.
« scusa! ti chiedo scusa, non volevo! » mi placca con maestria, agitando le mani come una pazza. La squadro da capo a piedi, mentre miseramente attira la mia attenzione e poi ricomincia a parlare. « mi chiamo Dorothy Crowley; sono nuova, sono tassorosso, del sesto. » mi comunica tutto d’un fiato, sorridendo e agitando il braccialetto che porta al polso; mi accorgo chiaramente che ha notato che la mia faccia è per metà bluastra.
« io sono Eugene Pennington, ci vediamo a lezione. » la liquido in fretta, allontanandomi con fare più ombroso del solito; non che abbia fatto apposta, è solo che sono fatto così. Più o meno. E così, ho una nuova compagna; speriamo non sia una nuova seccatura, anche se dall’aspetto si direbbe piuttosto simpatica, oltre che carina.
Ignoro Lewis e cricca che mi osservano dal tavolo di Serpeverde, sedendomi al mio posto, tra Milo e Carl, e indico loro Dorothy – almeno credo si chiami così – che trotterella al fianco di un prefetto di Corvonero e poi viene dalla nostra parte. Loro, in tutta risposta, mi fanno notare Isabel, che guarda insistentemente in nostra direzione, e dall’altra parte Julia, che fa lo stesso.
Mi accartoccio sul mio piatto di minestra, l’unica compagna che voglio per stasera.













09/03/2008
commenti • tag: consigli, amicizie, dubbi, lezioni, conoscenze, corvonero, tassorosso, fidelius

Chiudo la porta del bagno alle mie spalle e dico a Jillian:
“Sono davvero distrutta.”
Jillian si sta lavando il viso, prima di andare a dormire. Siamo appena tornate dalla riunione del Club: per me è stata la prima in assoluto.
“Come ti è sembrato?”mi chiede.
“Non saprei. Sono ancora un po’ confusa…”
Mi ero ritrovata in una strana camera, chiamata Stanza delle Necessità, della quale non conoscevo neppure l’esistenza; e tutto perché Peter mi aveva detto:
“Devo portarti in un posto.”
Julia Versten poi mi aveva fatto bere un intruglio trasparente [rivelatosi un Siero della Verità, e preparato da Georgiana, per fortuna], e mi aveva sottoposto ad una raffica di domande. Le mie idee, su Tom Riddle, sui Serpeverde, su ciò che pensavo riguardo la purezza di stirpe.
Alla fine, la Grifondoro aveva parlato a tutti noi, e solo l’arrivo del ragazzo di Jill e di un suo amico biondo avevano spezzato la tensione.
Mi siedo sul bordo della vasca da bagno, struccandomi il viso con un batuffolo di cotone.
“Tu cosa ne pensi?”domando a Jillian.
Lei riflette un istante, e poi mi risponde:
“Qualcuno deve fare qualcosa, qualcuno deve agire.”
Non l’ho mai sentita così decisa. È l’influenza positiva di Carlisle, di sicuro: un poco della sua innata timidezza forse se ne sta andando…per fortuna.
“Julia mi sembra…non so. È strano vederla come capo.”dico.
“Perché?”
“Non ci sono abituata. E poi…lei e Peter sono usciti insieme, quando erano al quarto anno.”
“Audrey, ma non sarai mica gelosa?! Sono passati tre anni.”
“Lo so. Ma se Carlisle avesse avuto una ragazza come lei…non saresti un po’ preoccupata anche tu?”

Jillian tace per un istante. Poi però ribatte:
“Forse. Però Julia di certo ha altro per la testa. E Peter è innamorato cotto di te. Guarda che me ne sono accorta: a volte sparisci per ore e poi torni con un sorriso stampato in faccia. Di certo non andate a guardare le stelle!”
“Jill! Ma cosa dici?!”
Il sorriso svanisce dal viso di Jillian.
“Oddio, scusa, che gaffe…!”
“Ma no, affatto!”
mi affretto a rispondere "È solo che non avrei mai creduto che tu potessi dirmi questo…altro che dolce, tenera, ingenua Jillian! Dovrò tenerti d’occhio!”
E sciolgo in una risata con la mia amica la tensione accumulata stasera.


Ore cinque e mezzo del pomeriggio, Sala Grande: Audrey Salinger è in azione.
Oggi ho già dato ripetizioni a due persone: una Grifondoro del quarto ed un Serpeverde del secondo. Ero incerta se accettare quest’ultimo, ma alla fine…dovevo solo fargli entrare in testa qualche fondamento di Astronomia e basta.
Adesso è il turno di una Tassorosso, una certa Rah. Si è presentata l’altro giorno in biblioteca, chiedendomi di darle una mano. Cosa che non ho rifiutato.
Non ho niente contro i Tassorosso…solo che alcuni di loro sono un po’ lenti. Spero che non sia il caso della mia studentessa.
Arriva tranquilla, e apre subito di fronte a me il libro di Trasfigurazione, rivolgendomi a malapena un saluto veloce. Beh, si vede che è impaziente di imparare.
Il problema di Trasfigurazione di solito è la concentrazione: si tratta di norma di incantesimi relativamente semplici, ma è necessaria una grande precisione, nonché un’attenzione costante.
Ci spostiamo in un’aula vuota per esercitarci in modo più agevole.
Rah sembra bloccata, però. Porta l’incantesimo avanti solo fino a meta, facendo sì che la sedia non si materializzi mai del tutto. Manca lo schienale, oppure una gamba. Il miglior tentativo aveva sortito una sedia con un solo bracciolo.
“Ok, Rah. Non hai problemi nella parte teorica.”dico, incrociando le braccia.
Lei annuisce.
“Ma c’è qualcosa che non va nella parte pratica. Hai altro per la testa? Sei preoccupata per qualcosa, o per qualcuno?”le domando.
So di essere invadente, ma non posso evitarlo: devo farle capire che sta tutto nella sua testa, che le capacità per completare l’esercizio non le mancano.
“Sei un po’ stressata, forse. Sono i GUFO in arrivo?”
“Ecco…sì. È probabile. Voglio raggiungere i massimi obiettivi.”
"È una bella cosa. Ma non metterti sotto pressione da sola, è controproducente.”
“A te come sono andati?”
mi chiede a bruciapelo.
“Bene. Eccellente in tutte le materie.”
Non sono una Corvonero per caso. Senza contare che in quel periodo avevo appena scoperto Peter con l’altra. Quindi mi ero concentrata anima e corpo sullo studio.
“Ah, sì. In effetti, era abbastanza prevedibile.”dice Rah.
“Ascoltami. Lo so che ci tieni a uscire dai primi cinque anni con un’ottima votazione. Ma è lo stress a bloccarti, fidati.”
Non sembra proprio convintissima, però forse sto iniziando a fare breccia nel muro.
“In ogni caso, se hai bisogno di altre lezioni, fammi sapere. Sono le sei e mezzo, sei libera.”
Rah mi sorride e fruga nella borsa.
Due galeoni dorati vanno ad aumentare le mie finanze.
Jillian rientra in camera come una furia mentre sto studiando Aritmanzia: alzo la testa, ma la mia mente non smette di fare calcoli astrusi finchè non vedo in che stato è. Spaventata e attonita.
"Audrey! Hanno aggredito Eugene!"
Oddio.
Sapevo che prima o poi sarebbe successo. Ma non per questo sono meno sconvolta. Io e Jill ci precipitiamo da Carlisle, che cammina avanti e indietro davanti alla porta dell'infermeria. Immediati mi investono i ricordi di quest'autunno, quando prima io, poi Peter ci siamo trovati lì. Carlisle ci rassicura sulle condizioni di Eugene[Jill era venuta a chiamarmi subito, quindi non aveva potuto ascoltare il responso dell'infemiera Mound], ma poi una domanda si fa strada nei nostri pensieri.
Ora dobbiamo dirlo a Julia.
"Glielo dirò io..."mormora Carlisle, passandosi una mano sul viso.
Lui e Jillian si abbracciano, stringendosi come se non volessero mai più dividersi.

 

 

 

 

 













07/03/2008
commenti (3) • tag: discussioni, amori, consigli, amicizie, corvonero, tassorosso

«Tu non farai proprio nulla» borbotta per l'ennesima volta Eugene, guardandomi torvo dal letto d'infermeria in cui è relegato da ieri notte, quando quel branco di essere incivili, di animali, al seguito di Riddle lo hanno ridotto a un cencio. Mi blocco, nel bel mezzo della mia camminata nervosa, guardandolo male.
«Tu non sei nelle condizioni di dirmi cosa devo o non devo fare» replico, gelido «Hanno veramente esagerato, Eugene, e non capisco come tu possa tollerarlo. E' semplicemente indecente che una cosa del genere succeda in questa scuola, sotto il naso di tutti, e nessuno dica niente. »
Mi inchioda con un'occhiata cupa, mentre riprende a parlare.
«Adesso datti una calmata» scandisce pacato, il volto non più tanto gonfio ma ancora bluastro di lividi non completamente assorbiti «E stammi a sentire» si solleva, mettendosi a sedere a fatica «Tu non farai un bel niente. Metteresti a repentaglio te, la tua coccinella e...» abbassa appena la voce «...e non di meno il club. Non è il caso. Non è tempo, non adesso.»
«Ma Eugene..» protesto, pronto a lanciarmi in una disputa filosofica se necessario. Non è proprio tollerabile quanto è accaduto.
«Carlisle, no.» mi interrompo di nuovo, scuotendo il capo «Tu non puoi capire. Loro.. loro sono principi del sangue e vogliono regnare su un mondo dove io e quelli come me non siamo inclusi. Punto, fine della storia. Giusto o sbagliato che sia, questa è la loro idea e nulla potrà cambiarla. Quindi fammi il favore di stare alla larga dalle stronzate, d'accordo?» conclude burbero, distogliendo lo sguardo e incrociando le braccia al petto.
Sospiro, lasciandomi cadere su una sedia accanto al letto. Lo sguardo cade su un pacco di biscotti abbandonato sul comodino, segno di visite: strano, dal momento che Eugene è un disastro in tutto ciò che implica conversazione e rapporti umani tanto quanto è dannatamente bravo a intonare un brano di Bach a prima vista.
«Chi è venuto a trovarti?» gli chiedo, afferrando un biscotto e porgendogliene un'altro. La melodia che aveva bozzato ha un brusco calo di tono, mentre arrossisce violentemente prendendo il dolcetto dalla mia mano.
Si concede un morso, prima di sussurrare un nome che si perde nell'infermeria vuota, tra le file di letti deserti.
«Jiulia.»

***

«Stai bene?»
«Mh?»
Gli occhi verdi di Jillian mi sorridono, spuntando da sopra la sciarpa bianca in cui si è infagottata.
E' incredibile quanto freddolosa sia questa ragazza, specie se si pensa a quanto arrossisce.
Le sorrido, stringendole la mano e intrecciando le dita alle sue, mentre si accoccola meglio sulle mie gambe, posando le testa contro la mia spalla.
«Sei pensieroso» riprende, premendo le labbra sul mio collo «Sicuro che vada tutto bene?»
«E' stata una lunga giornata» sospiro «E Lumacorno ci ha rifilato un compito in classe particolarmente odioso.»
«Mh» mugola, senza nemmeno prendere in considerazione l'idea di credermi. E infatti, dopo qualche attimo, riprende «Eugene come sta?»
Zan zan zan! Beccato.
«Io non riesco proprio a capire come tu possa essere così acuta quando si tratta degli altri e così cieca quando si tratta di te» commento con un sospiro, posandole un bacio sulla tempia. Non ribatte, abbozzando un sorrisetto dispiaciuto, mentre in realtà non lo è affatto. «Sta bene, comunque» inspiro a fondo, gonfiando le guance «Rassegnato all'idea che il suo è un destino inevitabile» soffio fuori tutta l'aria che ho nei polmoni, in uno sbuffo che va a scompigliarle qualche ciocca di capelli. Abbassa le palpebre, impedendomi di vedere cosa si rifletta nei suoi occhi, mentre si mordicchia una nocca pensierosa e inclina il capo di lato, posando la fronte contro la mia guancia.
«Sai cos'è?» inizia a dire, riaprendo gli occhi. Sono fissi su un punto lontano, vedono qualcosa che io non posso vedere, quasi imperscrutabili nel loro verde foglia «Per noi è impossibile capire il suo punto di vista.»
«In che senso?»
«Nel senso che noi non siamo come lui» faccio per ribattere, ma mi preme la mano libera sulla bocca, impedendomi di dire qualsiasi cosa «Quello che voglio dire, prima che tu mi faccia letteralmente esplodere, è che noi non viviamo la magia nel modo in cui la vive lui.» le lancio un'occhiata irritata, mentre lei non accenna a smuovere la mano dalla mia faccia «Noi siamo purosangue. E sono la prima a dire che tra purosangue e mezzosangue non ci sono differenze per quanto riguardo il potere magico e l'abilità con la bacchetta, ma lui è cresciuto convivendo con il pensiero fisso di essere insignificante agli occhi della comunità magica. E ritrovarsi in un ambiente dove i mezzosangue sono causa di scontri... beh, non deve essere piacevole.»
Mugolo qualcosa che si perde tra le sue dita.
«Vedi, a noi una cosa del genere, in questo contesto, non succederà mai. Se qualcuno ci attaccherà, sarà solo perché ci siamo schierati da una parte o dall'altra, non perché il nostro sangue porta tracce di origini babbane. Eugene... correggimi se sbaglio, ma mi da tanto l'idea di una persona molto sensibile e fondamentalmente insicura.» annuisco appena «Forse.. forse si sente in un qualche modo responsabile, ecco.»
Toglie la mano dalla mia bocca, lasciandomi libero di parlare, ma il suo sguardo è ancora lontano, perso nelle fila del suo ragionamento. Prendendole il mento tra le dita, la costringo a guardarmi.
«Anche ammesso che sia davvero così, resta il fatto che non è ammissibile quello che hanno fatto.» le dico, cercando di controllare la rabbia e la voce.
«Lo so» annuisce, abbozzando un sorriso «Per quanto grande possa essere, la pazienza non è infinita. Tutte le corde si spezzano, prima o poi»
«Io devo...»
«Tu non devi proprio nulla, da solo» mi ammonisce, inarcando le sopracciglia «Semmai NOI faremo qualcosa. Ne parleremo con Jiulia, alla prossima riunione.» dichiara, con un tono che non lascia dubbi sul fatto che la questione è chiusa.
«Ah, a proposito di Juls!» esclamo, alzandomi in piedi tutto d'un colpo. Jillian lancia un gridolino e si aggrappa al mio collo per non cadere, ritrovandosi all'improvviso in punta di piedi.
«Ma sei scemo?» mi urla in faccia, rossa fino alla punta delle orecchie. Non posso fare a meno di ridere, guadagnandomi un debole tentativo di pugno sul braccio. Ignoro il suo commento, riprendendo a parlare.
«Indovina chi è andata a trovare il nostro piccolo grillo cantore* con una scatola di biscotti fatti in casa?»
Apre la bocca per ribattere ma la precedo di qualche istante.
«Jiulia!»
La sua reazione è impagabile: la bocca si apre in una perfetta O colma di stupore, gli occhi si sgranano all'inverosimile e le mani salgono alle guance, dove rimangono ad incorniciare quella sembra una buffa caricatura della mia ragazza. Stringendole i polsi le abbasso le braccia, lasciandole un bacino sulla punta del naso.
«Tu sei finita nella casa sbagliata, lo sai? Saresti stata una perfetta Tassorosso.»
Non ha nemmeno bisogno di tradurre a parole l'occhiata che mi lancia, parla di se. L'acido muriatico è zucchero puro, a confronto.













07/03/2008
commenti (7) • tag: lettere, famiglia, speranze, tassorosso

“Hanno trovato il modo di curare la tua allergia!”
Decisamente senza fiato, affannato per la corsa, mio fratello si lancia attraverso l'ampia e luminosa cucina fino ad approdare al tavolo di legno squadrato, dove sono seduta su un alto sgabello intenta ad imburrare pigramente una fetta di pane.
“La volta in cui sei entrato urlando 'I Babbani ci hanno portato un ippopotamo da curare!' eri più convincente”, ribatto in tono piatto, senza staccare gli occhi dalla mia merenda. Mi ci vogliono quei tre secondi di tempo in cui Aleister inizia a snocciolare le percentuali di probabilità che un animale del genere venga davvero portato a casa nostra per rendermi conto che, beh, c'è mio fratello in piedi di fronte a me. Nella cucina di casa nostra. A Newcastle-under-Lyme, Staffordshire, Inghilterra.
“Tu che diavolo ci fai QUI?” soffio, puntandogli contro il coltello con fare accusatorio, mentre alzo di scatto lo sguardo per focalizzarmi su di lui. Sono troppo sorpresa per usare un tono di voce più alto, o mettere più enfasi. “Non dirmi che ti hanno espulso...”
Per i calzini di Merlino, se hanno espulso lui il mondo sta per disintegrarsi, collassare, implodere.
“Oh, la mamma non te l'ha detto”, commenta quietamente lui, smorzando le mie visioni apocalittiche e la mia tendenza a drammatizzare. Si toglie sciarpa e mantello lasciandoli cadere sul tavolo, pericolosamente vicini al burro, ma non preoccupandosene minimamente. Torna a rivolgermi quello sguardo eccitato, mentre mi informa che ha un permesso speciale per questo finesettimana, “per dirti assieme la novità!”
“La... novità”, ripeto lentamente, come se la cosa potesse aiutarmi a capire.
In quel momento fa la sua provvidenziale entrata nella stanza mia madre, una cassa di Vermicoli appena nati per le mani. “Bentornato tesoro, sei arrivato presto. L'hai già detto a tua sorella?”
“Parlate di ippopotami?” mi intrometto, cercando di afferrare il senso del discorso. Magari mia madre vuole combinarmi un matrimonio e ha bisogno di tutto l'aiuto possibile per bloccare ogni mia protesta. Ecco cosa succede a non andare a scuola e a restare tutto il giorno davanti agli occhi di un genitore: si diventa cavie da nozze. Brr.
Al mette il broncio, mugugnando con un filo di incredulità che non gli credo.
Lo sguardo di mia madre al di sopra degli occhialetti a mezzaluna è di puro rimprovero. “Dorothy Crowley, diffidenza fatta persona, ti è arrivata una lettera, prima. Qui, nella mia giacca...”
Sciolgo la posizione scomposta delle gambe per scivolare giù dallo sgabello e sfilarle dalla tasca una busta color porpora: un colore curioso, penso, rigirandola lentamente tra le mani per qualche momento mentre lei appoggia la cassa per terra. Qualche secondo dopo la curiosità ha la meglio: la apro in fretta strappando la carta, rischiando di rovinare anche la lettera all'interno.

All'attenzione della sig.na Dorothy Crowley.
È con immenso piacere che La informiamo... bla bla bla... la riuscita di un esperimento frutto di anni di laboriose ricerche... bla bla bla... ora perfezionato al punto da riuscire a condensare la pozione in un oggetto inanimato di piccole dimensioni... bla bla bla... con un indubbio guadagno anche dal punto di vista estetico... bla bla bla... Certi che apprezzerà, Le alleghiamo un campione del prodotto...


“Davvero, allora.” mormoro con un filo di voce. Rileggo la lettera un'altra volta per essere sicura di non aver capito male, per farmi entrare quelle parole in testa, mentre pian piano sul mio viso si fa strada un sorrisone idiota. Ad una mia domanda inespressa, mia madre mi passa una scatolina dello stesso colore della busta, che una volta aperta rivela un braccialetto rotondo di legno scuro, spesso qualche millimetro e largo uno. “Questo sarebbe...?” comincio perplessa, alzando un sopracciglio. Lo prendo in mano, rigirandolo tra le dita. Sembra un normale braccialetto (“Assomiglia vagamente ai ferma-tende di zia Maureen”, mi fa notare mio fratello con un sopracciglio inarcato). Giusto quando provo a indossarlo, pronta a un'esclamazione delusa perchè il bracciale è troppo piccolo, quello si allarga magicamente e circonda il mio polso sinistro. È leggermente grande, si muove appena ad ogni mio movimento, ma non scivola via.
“Non mi sento molto diversa”, confesso, sedendomi di nuovo sullo sgabello e mordendo il mio pane imburrato. Dondolo le gambe avanti e indietro, mentre mastico e contemporaneamente cerco di parlare, guadagnandomi un'occhiataccia da mia madre. “Dovrò fare una prova nella tua camera, Al. Lì è pieno di ingredienti...”
Lui annuisce serio, come se mi stesse concedendo un grande onore. Ridacchio tra me e me nel vedere la sua espressione compunta: questa dev'essere la sua idea di un momento solenne.
“Potrò preparare pozioni anch'io”, continuo, dando un altro morso. Sto lentamente realizzando che cosa comporta questa novità. Prima non potevo nemmeno avvicinarmi ad Al, quando si esercitava con le pozioni durante le vacanze, perchè qualche minima traccia degli ingredienti gli rimaneva addosso. “Sarò spaventosamente indietro rispetto agli altri maghi della mia età, ma ho tempo per--”
“Oh, ma a scuola recupererai in un colpo di bacchetta.”
Deglutisco, aggrottando le sopracciglia mentre mi volto a guardare mia madre. La bolla di felicità che cominciava ad avvolgermi minaccia di scoppiare, come fosse stata di sapone. “Che c'entra la scuola?”
“Dot, mi pare ovvio. Non hai più il problema dell'allergia, quindi andrai ad Hogwarts come tuo fratello... e non riesco ad immaginare un epilogo migliore a questa faccenda. Potrai diplomarti!”
La fetta imburrata atterra, trascurata, sul tavolo. Mondo crudele, che non mi lascia godere le piccole gioie culinarie della vita.
“No, no, no, aspetta un attimo,” per la barba di Merlino! “Mamma, non sono mai andata a scuola, sarò indietro con il programma, ho studiato a casa ma non è la stessa cosa...”
“Ho già parlato con il Preside, non ci sono problemi ad inserirti nel sesto anno con i tuoi coetanei. Dovrai seguire qualche ripetizione alla sera, ma niente di troppo impegnativo.”
Nella mia testa comincia a risuonare una fastidiosa sirena che si traduce in parole come 'panico'. Questo non l'avevo propriamente messo in conto, quando fantasticavo di guarire dalla mia allergia e diventare una pozionista. È un lavoro decisamente redditizio, e senza orari prestabiliti. Decido all'istante che tutti i miei sogni di ricchezza possono essere lasciati lì, comodi comodi, ad ammuffire nel loro cantuccio.
“Ma... vedi, io penso che questa storia dell'allergia sia stata un po' sottovalutata. Probabilmente non era destino che io andassi a scuola, e, sinceramente, cominciare ad andarci a sedici anni non ha senso. Questo dev'essere un Avvertimento Cosmico, un Non Devi Andare A Scuola Perciò Tienitene Alla Larga, esistono questo tipo di cose, l'ho letto in uno dei libri di Al... mi pare che anche Guendalina la Guercia abbia avuto uno strano prurito cutaneo prima che venisse presa per essere messa sul--”
“Solo una volta ogni quarant'anni succede un evento raro come un Avvertimento Cosmico. L'ultimo è stato solo sette anni fa.” Mio fratello, piccolo, infido traditore, mi consegna sulla graticola alla mercè di mia madre. Gli regalo una linguaccia degna di una bambina di tre anni e tento l'ultima carta.
“Credo di essere fuori tempo massimo. Un anno ancora e sono maggiorenne... io non ci vado.”
“Scuola dell'obbligo. E tu non hai più una giustificazione valida.” ribatte serenamente lei, tornando a rivolgere tutte le sue attenzioni ai Vermicoli che tentano di scappare dalla loro prigione di quattro mura di legno. Li guardo con molta più simpatia e comprensione di quanto abbia mai fatto in passato.



TRE GIORNI DOPO.
La mia piiiiiiccola va ad Hooooogwaaaaarts!” aveva cominciato ad ululare Hodge, il fantasma di famiglia, attraversando con aria drammatica il mio baule mentre sistemavo divisa nuova, libri nuovi e tutto il servibile. Aveva provato a seguirmi sul Nottetempo, con la scusa di farsi un giretto nella modernità, ma all'ultimo minuto si era defilato con le lacrime agli occhi, svolazzando via verso la rimessa, suo salottino d'elezione.
Ore undici di mattina, nell'ufficio del Preside, con un Cappello Parlante a frugarmi nella testa, cerco di convincermi che, nonostante tutto, andare a scuola e imparare sul serio deve avere dei lati positivi.
“Dunque dunque, cos'abbiamo qui?” chioccia il pezzo di stoffa.
Mi muovo impercettibilmente sulla sedia, a disagio sotto lo sguardo pungente del Professor Dippet. Dalla mia posizione ribassata mi sovrasta di molto. Mi sento come una studentessa del primo anno ed, effettivamente, questo è il mio primo anno.
“Vedo perseveranza...” comincia la voce cantilenante, e io commento tra me e me e me ne servirà parecchia... “Credo anch'io”, concorda, prima di esibirsi in un risolino gracchiante. “È interessante trovare qualcuno che risponda a tono, ogni tanto. Pura testardaggine e voglia di fare...”



“Tassorosso, eh?” commenta mio fratello staccandosi dal muro di fronte, non appena la scala mobile mi deposita alla base della torre e lui può vedermi con in mano un'inconfondibile sciarpa gialla e nera.
“Aleister Crowley, Prefetto, trovo te a marinare le lezioni?” commento divertita, infilando con noncuranza la sciarpa nella borsa dei libri. Non è riuscito a nascondere del tutto la punta di delusione nella sua voce. “Che ti aspettavi?”
“Corvonero.”
Sbuffo, bloccando a metà un sorriso. “Quella è la tua casa, cervellone.”
“Anche di mamma, di nonna, di...”
“Vergogna, disonore! Sono la Tassa nera di famiglia! Strapparmi tutti i capelli laverà via l'onta?” Le mia mani si animano di vita propria gesticolando nell'aria per sottolineare il concetto, ma Al, in risposta, sorride rivolgendomi quell'occhiata a metà tra l'affettuoso e l'esasperato che significa 'Impossibile fare un discorso serio, con te'. Non mi aspettavo veramente di finire a Corvonero, però sarebbe stato più... in linea con la tradizione di famiglia. Più facile. Erano sostanzialmente gli indovinelli - che a detta di Al vengono formulati agli studenti di quella casa ogni volta che devono entrare in Sala Comune - a lasciarmi parecchio perplessa: ad un paio non avrei saputo che Incantesimi pigliare... A quel pensiero mi sento colma di gratitudine verso il Cappello Parlante: mi ha semplificato la vita,smistandomi tra i Tassorosso.
“Materie a scelta?”
“Do-man-da pre-ve-di-bi-le: Cura delle Creature Magiche e Babbanologia”, canticchio in risposta, sulle note di un vecchio motivetto.
Non appena pronuncio l'ultima materia, lo sguardo sorpreso di mio fratello è un invito a spiegarmi meglio.
“Beh, sto barando. Mi piace l'idea di vedere i Babbani attraverso ciò che dicono di loro i libri di testo, e poi non sarà male studiare poco almeno per una materia. Dovrò rompermi la schiena per Pozioni, e Pozioni, e Pozioni...”
“Posso aiutarti, fino al programma del quinto anno”, propone Al.
“Mh. Dovrei chiedere aiuto al Professor Lunastorno.”
“Lumacorno”, mi corregge distrattamente, poi sul suo viso si allarga un ghigno saputo. “Portagli dell'ananas candito, almeno lo puoi bloccare fin quando non hai finito di parlare.”












06/03/2008
commenti (1) • tag: malinconia, amicizie, serpeverde, dubbi, tassorosso

Il tempo è mutevole, come solo nella mia umida Inghilterra sa essere. Guardo il cielo, sperando che non piova durante gli allenamenti: se mi prendessi un raffreddore sarebbe il colmo. Quando abbasso gli occhi, noto una gradevole figura che cammina a passi piccoli e aggraziati. Mi scuoto dai miei pensieri: Violet Traviston mi precede.
“Traviston, da chi stai fuggendo?”domando, mentre la affianco.
“Da…te, forse.”
Una delle sue frasi al vetriolo: però mi indirizza uno sguardo divertito, quindi mi trattengo dal risponderle per le rime. Anche perché mi cade lo sguardo sulla sua scollatura. Davvero un bel vedere.
“Non rischi di attirare un vampiro o qualcosa del genere con la tua pelle lattea così esposta?”
Lei non fa il minimo gesto di coprirsi.
“Saprei come stenderlo.”
“Dove? Per terra o su una superficie più comoda?”
“Dipende da come mi va, caro il mio Lewis.”

Stiamo migliorando. Fino a poco tempo fa, era un miracolo se ci salutavamo senza schiantarci a vicenda, o peggio. Ora siamo alle battutine.
Una nube oscura il sole all’improvviso, e un vento freddo prende a soffiare. La mia compagna rabbrividisce.
“Dài, su muoviamoci!”le dico, mentre affrettiamo il passo.

Schivo un Bolide, scambio qualche battuta con i Battitori, catturo una serie di Pluffe. All’ennesimo punto segnato, mi inchino al mio pubblico immaginario, ma a guardarmi c’è solo Violet Traviston che sorride, scuotendo la testa ed allontanandosi in un istante.


Edward è sempre più strano in questi giorni. Rimugina sempre sulle informazioni che gli ha portato Scarlett Lywelyn. L’altro giorno, l'ho sorpreso a spulciare un vetusto dizionario di gaelico, per poi chiuderlo sconsolato. 
Ed è disteso sul letto, concentrato nella lettura del libro di Incantesimi.
Si alza di scatto, e lo scaraventa contro il muro.
“Inutile!”sibila.
“Cosa?” mi azzardo a chiedere.
“Inutile tutto quello che ci insegnano a scuola! Incantesimi che possono servire giusto a una fattucchiera di terz’ordine, trasfigurazioni improbabili…Storia della Magia!”
Si copre il viso con le mani.
“Ho bisogno di stare da solo. Scusami, Jasp.”mormora.
Lo guardo fisso negli occhi.
Mi sto preoccupando: pensavo che l’aiuto di Scarlett gli sarebbe stato d’aiuto, che avrebbe pacificato un poco il suo animo. Ma non è stato così.
Sembra ancora più tormentato.
“Non riesco…a stare fermo qui! Devo fare qualcosa.”
Che cosa posso dirgli?
Mi avvicino a lui, e gli do una pacca sulla spalla. Forse dovrei abbracciarlo. Ma sento che mi respinge: ha bisogno di riflettere.
“Se vuoi parlare sai che ci sono.”mormoro.
Il mio amico annuisce, e il suo sguardo freddo come uno smeraldo si ammorbidisce. Poi esco e mi dirigo verso la biblioteca: un’interessante ricerca di Pozioni mi attende.

Deirdre è seduta su una poltrona in Sala Comune. Sfoglia un giornale senza troppa voglia, così mi avvicino e mi siedo di fronte a lei.
Mi lascio cadere su una sorta di pouf bitorzoluto, appoggiando il libro di Pozioni, la pergamena con gli appunti e la penna accanto alla sua rivista.
“Mia bella Dè, buonasera.”
“Ciao, Jasp. Allora, come va?”

Si stiracchia come una gatta.
“Male, penso che dopodomani dovrai fare un po’ di moine a Lumacorno: la mia ricerca va a rilento.”
“Se non iniziassi sempre all’ultimo minuto… sei troppo ben abituato a prendere voti alti lavorando il minimo indispensabile.”
“Sono le prerogative di noi geni, mia cara!”

Scoppia a ridere.
“Certo, certo…”
“Come ti trovi con Scarlett?”
le domando.
Sono molto curioso di saperlo: Deirdre è sempre stata legatissima a Eve, ed ha sempre visto come il fumo negli occhi chiunque cercasse di prenderne il posto[un esempio? Violet Traviston]. Con Scarlett, invece, si è sempre dimostrata amichevole e gentile.
“Mi piace, sì. È simpatica, parliamo molto. Non è acida come quella là.”
Ovvero Violet.
“E poi ho dei progetti…”
“Che genere di progetti?”

Uno dei suoi sguardi da gatta – somiglia proprio a un felino, a volte.
“Lo scoprirai a tempo debito!”
Ah, le donne.


La doccia lava via tutta la stanchezza.
Mi insapono i capelli, li sciacquo ed esco.
Mi preparo a farmi la barba, ma un crampo alla mano me lo impedisce.
Sul ripiano del bagno, un fazzoletto ancora macchiato di sangue: non il mio, s’intende.
Ieri notte, un Tassorosso se l’è vista brutta.
Non era l’insulso Pel-di-Carota, per quanto sia quello che lo meriterebbe di più, ma il suo amico.
L’incapace, il canterino Eugene Pennington.
Preso di sorpresa, ha ricevuto una piccola lezione su come dovrebbero essere trattati i Sanguesporco di Hogwarts: con la delicatezza di un martello.
Povero Eugene. Forse non se lo meritava neppure, inetto com’è nelle arti magiche.
Lo specchio mi rimanda l’immagine del mio volto sorridente.
Dopotutto, è stata solo un po’ di sana attività fisica. Mi devo accontentare di impiegare così la mia irruenza.
Finché non troverò modi più piacevoli.

 

 














26/02/2008
commenti (3) • tag: amori, amicizie, paura, dubbi, litigi, guai, grifondoro, corvonero, tassorosso, momenti imbarazzanti

Il professor O’Sullivan, tutto contento, ci applaude vivacemente saltellando dietro il leggio, il suo podio che sobbalza e scricchiola. Mi arriva nelle costole l’abituale gomitata di Milo, alla quale rispondo con altrettanto slancio; sento il rumore dei suoi spartiti che sbatacchiano sulla schiena della persona che gli è davanti, e che si gira ad insultarlo, ma non faccio lo sforzo di abbassarmi a guardare chi sia.
Essere parte del coro di Hogwarts è un modo eccezionale per farsi etichettare come sfigato; nessuno vorrebbe mai esporsi al pubblico ludibrio cantando davanti a tutta la scuola, magari mentre si pasteggia, con Dippet che fa oscillare i suoi indici fingendo di dirigersi. Nessuno, tra le mille attività possibili, sceglierebbe quella prettamente non magica e senza alcuna finalità o influenza sul proprio futuro. Così finisce che solo chi ha una reputazione talmente perfetta da non poter essere offuscata e chi non ce l’ha proprio entra a fare parte del coro; esempi tecnici dei due opposti, Milo Ashmore, mio caro amico e compagno di stanza, e me, Eugene Pennington.
« Signor Ashmore, mi faccia la parte da solista. » borbotta O’Sullivan, innervosito dall’eccessivo agitarsi delle ultime file; Milo continua a ridacchiare ed annuisce, sfogliando le sue scartoffie. « E uno .. e due .. e uno e due e tre! » attacchiamo a cantare. Sono già abbastanza sfigato che non ci sarebbe alcuna differenza, se cantassi o no, e quindi visto che mi piace continuo a farlo. Mi alzo in punta di piedi giusto per il gusto di fare scena mentre il vocalizzo sale ad una nota praticamente impossibile, per noi ragazzi, e le ragazze strillano e ululano di sottofondo alla voce da baritono leggero di Milo. Anche alla London’s Academy of Music c’è un coro, il miglior coro che si possa immaginare, e nessuno pretende che si parli di lampi verdi in un Requiem.
Il brano si conclude con un gemito del nostro direttore, affatto contento della prestazione, che ci intima di andare prima che decida di toglierci un punto per ogni nota sbagliata. Evaporiamo in fretta, scendendo dai nostri sgabelli e precipitandoci verso la porta dell’aula di Babbanologia, che una volta alla settimana viene adibita a sala prove del Coro. Milo mi prende per un braccio, costringendomi a rallentare.
« Ehi, guarda chi c’è. » distinguo dall’altra parte del corridoio i piccioncini Jillian e Carlisle, e poco più lontano le amichette di lei, la sua cricca di fatine, che pigolano e sbattono gli occhioni.

***

« Senti, prendiamoci un caffè e lasciamoli perdere. » mugugno distogliendo lo sguardo dalla coppietta e dalle fatine che però, purtroppo, ci hanno già puntati e fatti soggetto delle loro allegre chiacchiere. Ok, lo ammetto, è colpa mia: sono alto come un lampione, non passerei inosservato neppure al buio. Sento una voce femminile che chiama Milo e lui, puntuale come un orologio svizzero, trotterella in quella direzione, mollandomi da solo in balia degli sguardi divertiti delle Corvonero. Faccio per andarmene, con la tentazione di usare un libro per nascondermi la faccia.
« Eug! » sento chiamare, senza fare neppure in tempo a muovermi; chiaramente, è la voce di Carl. E così non solo le Jill Girls, ma anche tutti gli altri studenti che passano in corridoio si girano verso di me. Sento che la mia faccia si contorce in una smorfia infastidita; striscio verso il mio amico, che si scolla dalla sua ragazza.
« Ciao, Eugene! » dice lei sfilandosi dal suo abbraccio e scappando verso le amiche che la aspettano; la seguo con lo sguardo, finendo per incrociare prima quello di Rachel Casey, poi quello di Isabel Sittenfeld: sbatte gli occhioni, fa un sorrisino, sembra sul punto di strozzarsi e poi torna a cinguettare. Le donne.
« Hai finito di essere zuccheroso, per oggi? »
« Se non ti conoscessi bene, direi che sei solo invidioso. » mi risponde con un sorriso ironico. « A proposito, l’appuntamento è per stasera, te ne ricordi? »

***

E’ un posto nuovo per tutti; non ho potuto che stupirmi per l'incredibile magia della stanza. La chiamano stanza delle Necessità c’è un motivo più che valido: io e Carl schierati di fronte alla parete sgombra, con gli occhi stretti, una porta piccola e sudicia con una maniglia di ottone incrostato, tanto bassa da costringermi ad inchinarmi. E dentro, un’aula di medie dimensioni, con il soffitto alto, e le pareti occupate da grandi scaffalature piene di libri, ma anche oggetti di scopo dubbio e varie cianfrusaglie.
Ad occhio e croce una decina di persone si dispone in vari punti della stanza, e tutti sembrano piuttosto in tensione; al nostro ingresso, subito si precipita verso di noi la ragazza con i capelli scuri che mi è stata presentata da Carlisle, Julia Versten, la sorella di Ida. A quanto pare è il capo della baracca, e infatti si avvicina con il chiaro intento di introdurmi alla faccenda; è chiaro che non abbia reagito bene alla morte della mia compagna di casa, come c’è da aspettarsi d’altronde, ma il suo aspetto rivela delle sofferenze molto maggiori a quelle abituali.
« Eugene, non è vero? Devi farmi un favore, vieni con me .. » Carl scappa subito tra le braccia della sua diletta, che immagino abbia individuato nello stesso secondo in cui siamo entrati. Julia non cerca di fare la carina, per fortuna, e dopo essersi fermata vicino ad un tavolo mi offre un bicchiere colmo di liquido trasparente.
« Veritaserum. » scandisce.
« … »
« Bevilo. » Agli ordini.
« Hai avuto, hai o intendi avere rapporti cordiali con Riddle? »
« No. »
« … o con la sua cricca? »
« No. »
« Credi anche in minima parte nelle sue idee? »
« Sono Mezzosangue! » sbotto scuotendo la testa, e distogliendo lo sguardo da lei. Dico io, neanche fosse il controspionaggio o qualche organismo parallelo. Catturo con la coda dell’occhio il suo braccio destro – o sinistro – Georgiana Harrington, caposcuola Corvonero, che arriva al galoppo, seguita da un altro ragazzo, che le stringe la mano.
« Cominciamo? » chiede con voce flebile; mi chiedo se sarebbe mai capace di cantare .. ho sentito dire che per ora le sue uniche velleità non-magiche risiedono nella scrittura. Julia annuisce, facendomi cenno di seguirla; mi scelgo un grosso pouf giallo grano, dove poso il mio stanco stanco sedere, e costringo le mie gambe chilometriche a prendere una posa innaturale.
« Ciao.. » trema ancora la voce della Harrington, così rossa in volto da fare quasi luce. Non sembra esattamente a suo agio con tutti gli occhi puntati addosso, ma è anche chiaro che sta facendo un notevole sforzo di volontà. « ehm, oggi faremo un po’ di esercizio sugli incantesimi difensivi. » non è abituata a stare in cattedra, questo è chiaro. Continua con la sua spiegazione, con il punto di vista di chi al settimo ha visto e provato di tutto: la sua secchionaggine sprizza da tutti i pori.
Ci dice di sistemarci a coppie; io mi trovo davanti a Carlisle che ha lasciato momentaneamente perdere Jillian e l’inseparabile Isabel; il fatto che siano Corvonero mi rincuora, altrimenti proprio non saprei cosa pensare. A turno, Carl cerca di attaccarmi con un Expelliarmus e io rispondo con un Defendio, o viceversa. La cosa si rivela piuttosto semplice, visto che siamo tutti degli ultimi anni.
La cosa più interessante è vedere la nostra presunta insegnante, Georgiana, che fa scivolare montagne di miele – una tradizione Corvonero, allora! – sul suo ragazzo, massaggiandogli l’occhio nero provocato durante un allenamento di Quidditch ( non si può dire che sussurrino ) e contemporaneamente non muove un dito per respingere le evidenti avances di Sebastian Lang.
« Lo so, è imbarazzante anche per me. » sento dire dalla voce di Julia Versten alle mie spalle; mi si accosta sorridendo e, stranamente, non posso fare a meno di risponderle.


E’ notte; e la ronda dei Caposcuola non passa, non passa, non passa, proprio quando dovrebbe passare. « … dillo: sono uno un lurido sanguesporco. » sibila una voce nel buio, una sferzata ancor più decisa di quella che mi arriva in pieno volto, l’ennesima. Non è un sogno, stavolta: il dolore che sento è reale, e le mani degli amici di Riddle stanno toccando la mia sporca pelle di mezzosangue per ricoprirla di sudici lividi. La cravatta, impigliata chissà dove, mi sta strozzando, e il pugno che mi arriva dritto nello stomaco non fa che peggiorare la situazione della mia respirazione.
Certo, penso lucidamente, ma è inutile che reagisca: in quattro contro uno non c’è prestanza fisica che tenga, e certamente ne basterebbe uno per ridurmi in carne macinata. Perché proprio a me? E non ad un qualsiasi altro giovane mezzosangue, o ad un cane, un piccione, ma non a me. Io non vorrei essere qui, perché me ne fate anche una colpa? E non spezzatemi le dita, per favore; l’osso del collo, se volete, ma lasciate stare le mie mani. Fortunatamente non sembrano abbastanza brillanti da ricordare che sono una delle poche cose importanti per un pianista, mentre mi sbattono la testa contro un angolo del corridoio.
« muori, cane. » sento sibilare da una voce grossa, profonda, probabilmente di uno degli orsi più grossi del circo Riddle. Le tempie mi pulsano, probabilmente perché sto perdendo sangue anche da punti che neanche sapevo di avere; mi accascio sul pavimento nonappena mi lasciano libero, e fanno un passo indietro per ammirare la loro opera. Sono abbastanza devastato, eh?! La forza per dirlo ad alta voce non l’ho.
Mentre se ne vanno, socchiudo gli occhi; nel buio, è solo un riflesso di un istante a tradire uno dei membri dell’allegra brigata. Riconosco senza dubbio i bei tratti di Jasper Lewis, del mio anno, che ghigna mentre si ripulisce le dita con un fazzoletto. Fazzoletto di seta cucito a mano, probabilmente.
« picchiarmi .. proprio come fanno i babbani, eh? » sento una risatina sorgermi dal cuore, ma lo sforzo mi fa abbandonare la testa a terra. L’unica risposta è un calcio nelle costole, e poi sento i loro passi che si allontanano.
Credo che mi prenderò una pausa, prima di tentare di andare in infermeria.













24/02/2008
commenti (2) • tag: amicizie, dubbi, conoscenze, corvonero, tassorosso, momenti imbarazzanti

RAH03"che lezioni hai oggi?" chiedo a Cassandra mangiucchiando un pezzo di croissant. Lei mi mostra il suo orario. Siamo in Sala Grande a fare colazione dopo almeno due settimane di latitanza. Devo dire che mi risultava proprio snervante dovermi dare alla macchia ogni volta che qualcuno guardava o me o Cassie in modo troppo interessato o curioso. E ho ricevuto con piacere la sorpresa che la mia nuova amica mi ha fatto stamattina dicendomi che le andava di scendere in Sala Grande a fare colazione. Guardo l'orario con un'aria piuttosto soddisfatta. Sembrava essere tutto perfetto quando...
"Hai riprovato quell'incantesimo?" mi dice Cassandra.
Mi giro ad osservarla con un misto di terrore e vergogna... Era un'incantesimo di trasfigurazione particolarmente difficile che non ero riuscita a eseguire in modo esaudiente (cosa che mi turbava visto che non avevo mai trovato difficoltà in nulla).
"Rah non succede nulla se non ti sei esercitata per un giorno!" dice lei e ride di gusto. "sei proprio buffa a volte lo sai?"
"è che quel dannato incantesimo lo sto provando da settimane... lo sai..." dico io arrossendo violentemente.
"Chiedi a Silente cosa ne pensa. Sicuramente ti darà una mano..." mi consiglia prendendo in mano il suo libro di trasfigurazione. "Io credo di non essere la persona adatta ad aiutarti"
"Non mi va..." dico sempre più preoccupata.
"Chiedi a qualche altro studente di aiutarti." risponde allora ironica. "Ti va più questo?"
"Cassie, ti prego, non puoi aiutarmi tu?".
"Mi dispiace ma non credo che ti sarei d'aiuto... ai G.U.F.O. non ho preso mica una E..." dice in tono un pò amaro "Ma credo di conoscere una persona che potrebbe fare al caso tuo."
"Cassie... lo sai!" non mi piace ammettere le mie debolezze... e chissà come Cassandra riesce sempre a farmele tirare fuori in tutta la loro realtà.
"No Rah... mi dispiace te l'ho già detto. Audrey farebbe un lavoro decisamente migliore rispetto a me." ribatte.
"Audrey? Audrey Salinger?" chiedo mentre nella mia memoria si disegna una cascata di riccioli biondi e un sorriso gentile.
"Si, esatto. Lei sarebbe sicuramente disponibile."

Io, Rah Ching Page, costretta a chiedere ripetizioni di Trasfigurazione. So di non essere perfetta e non ho mai avuto tale convinzione ma... mi sentivo avvilita! In ogni caso ho sentito parlare molto bene di Audrey e questo mi tranquillizza.
Entro in bibblioteca per cercare una lettura di difesa che mi aveva consigliato Cassie. Lei è ancora a lezione di Cura delle Creature magiche così rimango sola a guardare tra gli infiniti scaffali polverosi. PeytonSorpasso con gli occhi un grosso trattato sulla difesa contro gli Avvicini (a mio parere osceno), e trovo finalmente il libro che mi interessava: "La difesa e i duelli". Mi avvio verso la scrivania che poco prima avevo visto libera ma invece la trovo occupata. Il mio stomaco fa un sobbalzo. Audrey Salinger stava seduta a studiare di fronte a me. "Bè" penso "Cosa posso fare se non aprofittare della situazione? è ora che mi sevgli un pò... Cassie ha ragione." raccolco tutto il coraggio di cui son capace e mi avvicino alla scrivania dove la ragazza dagli splendidi riccioli dorati sta studiando.
"Ehm... scusa." dico piano per attirare la sua attenzione. Lei alza gli occhi su di me e mi osserva con curiosità.
"Si, posso esserti d'aiuto?" mi dice tranquilla.
"Tu sei Audrey Salinger, giusto? Molto piacere, io sono Rah Ching Page." le porgo la mano che lei stringe tranquillamente.
"Piacere mio, Rah. Allora? Posso aiutarti in qualche modo?" mi ripete.
"Ho... Ho sentito dire che dai ripetizioni di Trasfigurazione..." butto lì arrossendo. Il suo viso si illumina di comprensione. "Volevo semplicemente chiederti se riesci a trovare un pò di tempo per aiutarmi." concludo poi.
"Capisco, penso di riuscire a trovare qualche ritaglio di tempo. Ti faccio sapere al più presto." dice lei sorridendo gentile.
"Molte grazie." le rispondo con imbarazzo. "Ci sentiamo presto."
1Ho appena finito di raccontare a Cassie del mio incontro con Audrey. Siamo in camera e lei ride divertita dalle mie avventure.
“Oggi ci hanno interrogate assieme, sai?” mi dice. “Ha eseguito un incanto Brillantarem veramente perfetto.”
Parliamo ancora del più e del meno e lei scherza, sempre più spesso. Penso che si stia riprendendo finalmente. E questo mi fa stare bene. Perché mentre lei esce pian piano dal dolore per la perdita della sua migliore amica, io esco da quella che era la mia prigione di ghiaccio. Una  prigione che son riuscite a sciogliere solo le sue lacrime e il sorriso che finalmente c’è nelle sue labbra.
Per una anche io posso capire cosa voglia dire avere un’amica!












23/02/2008
commenti (2) • tag: amori, amicizie, lezioni, grifondoro, corvonero, tassorosso

Tre galeoni in meno. Dovrò fare qualcosa per recuperarli, tipo dare ripetizioni extra a qualche studente imbranato.
Che voglia!
Sorrido sotto i baffi, ripensando alla scena di ieri. Povera Jillian, ci era proprio cascata in pieno…avevo sentito una piccola stretta al cuore, vedendola così smarrita e dispaciuta. Ho tagliato la commedia più o meno a metà, sorvolando su una serie di improperi da rivolgerle, cara lei.
Per fortuna, ha preso bene lo scherzo, anche se è restata un poco risentita con noi, com’è ovvio.
Devo dire che sono molto contenta per lei: ha trovato un bel Tassorosso fulvo, con cui sostituire Jasper Lewis. Eccolo là, lontano, che beve una Burrobirra bollente, in piedi.
Accanto a lui, una borsa con lo stemma di Serpeverde, credo per gli allenamenti di Quidditch, finiti da poco. Peter ne possiede una simile, con lo stemma di Grifondoro, e mi ha appena lasciato per raggiungere la squadra.
Poco distante da me, vedo Julia Versten che parla con un Corvonero appena arrivato, un ragazzo alto e con degli incredibili occhi azzurri. Ha un nome irlandese, che al momento mi sfugge.
Sospiro, considerandoli: si somigliano, sì. Hanno quest’aspetto artico, polare, con quelle iridi chiare e quei tratti affilati.
Mescolo la mia cioccolata calda.
“Audrey! Ma a cosa stai pensando?!”
Una voce spezza il corso dei miei pensieri. Mi volto, sorpresa.
“Come?”
“Ti ho chiamato due volte!”
replica sorridendo.
È Jillian, che si siede accanto a me.
“Isabel e Rachel sono in biblioteca a studiare. Ti va di darmi una mano con Aritmanzia?”
“Certo, dimmi tutto.”

Ci seppelliamo insieme in grafici di parabole e iperboli che si intersecano, monomi e polinomi. In questa materia basta un errore minimo, un segno sbagliato e tutto l’esercizio si sballa. E Jill nell’ultimo periodo è un po’ distratta da una certa chioma color fiamma.
“Uffa, come al solito.”commenta.
“Dài, non preoccuparti. Non vorrai mica fare la professoressa di Aritmanzia nella vita!”
“No, per niente. E poi Nolasco mi ucciderebbe piuttosto che lasciare Hogwarts.”
“Dove c’è la sua Bonny!”

Sogghigniamo al pensiero del nostro austero insegnante alle prese con una cotta adolescenziale.


La vita qui è scandita dalle lezioni.
In questo momento mi sto deliziando con il professor Benton.
Vale a dire che mi ha chiamato fuori per essere interrogata. Evviva.
È entrato in classe con un sorriso malefico[col senno di poi], e ci ha apostrofato:
“Giovani maghi, graziose streghe. Oggi interrogo.”
Gli studenti più coscienziosi hanno iniziato subito a sfogliare il libro, ma in generale le Serpi sono tranquille. A parte il fatto che di solito riescono bene in questa materia, bisogna considerare la simpatia di Octavius Benton verso i nobili studenti della Casa verde-argento.
Jillian è rimasta sorpresa, ha dato una rapida scorsa ma si è tranquillizzata in tre secondi netti. Lei è un’enciclopedia vivente di Incantesimi: l’altro giorno mi ha perfino riparato il lucchetto del baule, facendomi meravigliare che esistesse un sortilegio per una cosa del genere.
Ma la voce melliflua di Benton ha sillabato:
“Signorina Salinger, ha voglia di dimostrarci le sue conoscenze?”
Un sospiro di sollievo si è alzato rumoroso.
“Lei, Becket, vuole fare compagnia alla nostra Riccioli d’Oro?”
Dare un pugno ad Octavius Benton: che soddisfazione sarebbe. Queste sue battutine sono davvero vomitevoli.
Una Tassorosso con gli occhi azzurri ed i capelli castani si alza in piedi e raggiunge la cattedra, affiancandomi. Cassandra Becket era la migliore amica della ragazza morta, Ida. La saluto con un cenno, dopodichè Benton inizia con una serie di domande a raffica su applicazioni e storia degli incantesimi di luce. Cassandra risponde con voce malsicura, ma in modo corretto. Poi tocca a me darne dimostrazione pratica.
Sento la voce di Jillian mentre mi spiega l’ultimo, il più difficile.
‘Devi pensare al sole, solo al sole. È l’unica cosa importante! Poi non ti resta che dire: Brillantarem!”
E l’aula diventa un rogo di luce.
Siamo nella nostra stanza. Le quattro: Isabel, Rachel, Jillian ed io; in pigiama, capelli raccolti e in modalità pettegolezzi.
Sul mio letto ci sono pacchetti di Cioccorane, biscotti della nonna di Jill e una stecca di cioccolato belga che mi ha mandato mio padre. Noi quattro stiamo spaparanzate, e stiamo ridendo a crepapelle per l’ennesima storia di Rachel, che ci racconta le sue figure durante Erbologia.
“Vi assicuro, ho fatto cadere un vaso sul piede di Sam. Non volevo, giuro!”
Quella che ride di più è Isabel, ed è anche quella che ne ha più bisogno. Lei ed il suo fidanzato di Durmstrang si sono lasciati da poco. Jillian me l’ha detto ieri, e la cosa mi ha sorpreso non poco: quei due erano il romanticismo fatto coppia, così lontani eppure così innamorati.
Addento un biscotto.
“Jillian, però non ci hai ancora detto come bacia Carlisle…o devo arrabbiarmi ancora?!”
La piccolina [mi ispira una tenerezza assurda, neanche fosse un gattino abbandonato!]  arrossisce.
“Ecco…non saprei cosa dire. Se non che è stato bellissimo.”
Sento che mi sta nascondendo qualcosa, lo capisco dal suo sguardo. Eppure quando lo scorgo in fondo al corridoio…
‘Peter! Peter!’penso, in modo del tutto irrazionale.
Lo vedo che si avvicina a me, il cuore rimbomba contro le mie costole. Ha un sopracciglio ferito, sì, merito dell’allenamento. Mi abbraccia e mi prende in braccio.
“Non voglio tutta questa gente intorno. Voglio stare da solo con te.”

E cosa ci posso fare se quando lo vedo non capisco più nulla?

 

 

 













20/02/2008
commenti (10) • tag: amori, misteri, addii, amicizie, paura, serpeverde, lezioni, riddle, corvonero, tassorosso

«Bacia bene Carlisle?»
La domanda mi piove addosso tutto d'un tratto, cogliendomi di sorpresa al punto da farmi andare di traverso il succo di zucca che stavo bevendo. Tossisco vistosamente, sentendomi bruciare come mai prima d'ora, e automaticamente faccio volare lo sguardo oltre le spalle di Isabel, cercando la chioma fulva del mio... di Carlisle.
«Allora?» insiste lei, inarcando le sopracciglia e fissandomi con i suoi enormi occhi di ghiaccio «Sono sicura che bacia molto meglio di quella bestia di Lewis.» commenta sprezzante, rigirando il cucchiaino nella sua tazza di caffè.
«Su questo non ci piove»interviene Rachel, alzando lo sguardo dalla sua copia della Gazzetta del Profeta per scoccarmi una lunga e penetrante occhiata. Io avvampo ancora di più, se possibile, facendomi piccola piccola sulla panca.
«...veramente io...» inizio a pigolare, presto interrotta dall'arrivo di Audrey, che si lascia cadere accanto a me sbuffando.
«E' una cosa indecente.» sbotta, prima di versarsi della cioccolata calda e agguantare una brioches con rabbia, sprizzando irritazione da tutti i pori.
«Ben svegliata, principessa!» sghignazza Rachel, allungando una mano per scompigliarle i riccioli, ma non fa in tempo ad arrivare a metà strada che un'occhiata di fuoco della Salinger la paralizza.
«No, io dico» riprende a parlare la biondina, posando su di me i suoi enormi occhi verdi e trapassandomi da parte a parte. Non posso fare a meno di sentirmi incredibilmente nuda di fronte a tanta furia gelida. Arretro, inconsapevolmente. «E' mai possibile che dopo tutto quello che ho fatto per te, io devo venire a sapere una cosa del genere dalla bocca di una Tassorosso pettegola incapace di starsene zitta anche in bagno?» mi aggredisce, puntandomi un indice in faccia. Aiuto.
«Audrey, io non capisco..» balbetto, piuttosto spiazzata. Lei inspira a fondo, rumorosamente, dando ulteriore prova del suo sdegno. Le altre ragazze osservano la scena stranite, senza osar intervenire.
«Ma sentitela, fa pure la finta tonta!» strilla offesa, roteando gli occhi. Mi faccio ancora più piccola, sperando vivamente di non mettermi a tremare nel bel mezzo della Sala Grande che, ringraziando il cielo, non sembra prestarci più di tanta attenzione.
«Cioè, tu ti baci con Carlisle Hunnam e non me lo vieni a dire?!» sbotta alla fine, dopo qualche attimo.
Cala un improvviso silenzio sul nostro gruppetto. Occielo. E adesso cosa faccio? Come mi scuso? Folletti, ha ragione! Lei è stata così gentile con me, così paziente, e io la ricambio in questo modo? Sono proprio una pessima amica, la nonna ha ragione a dire che un cucchiaino è più socievole di me!
«Audrey, io...» inizio a dire, sentendomi gli occhi pizzicare. La bionda mi guarda con la coda dell'occhio, rimestando rabbiosamente la sua cioccolata sotto lo sguardo stralunato della sua migliore amica e di Isabel.
«No, Jillian, no» mi interrompe «Non c'è niente da aggiungere, i fatti parlano da sé. Solo una cosa» fa una piccola pausa, guardandomi truce «Davvero hai creduto che potessi arrabbiarmi per una cosa del genere?»
Rimango attonita, impiegando qualche secondo per dare un significato alle sue ultime parole, mentre sotto i miei occhi il suo viso viene trasformato completamente da una risata argentina. Si sporge appena verso di me, scompigliandomi i capelli per poi stringermi in un abbraccio.
«Sciocchina, non potrei mai!» mi rassicura tra una risata e l'altra, prima di lasciarmi andare e rivolgersi a Isabel, che solo ora noto piegata in due per il troppo ridere, come Rachel.
«Avevi proprio ragione» commenta la Salinger, scuotendo il capo.
«Già, chi l'avrebbe mai detto» le fa eco la sua migliore amica.
Izzie le guarda trionfanti, prima di allungare una mano ed esclamare, allegramente.
«Conosco i miei polli. Fuori i galeoni, su!»
«Avete scommesso su di me?» esclamo, sgranando gli occhi.
«Si» rispondono in coro Audrey e Rachel.
«Diventerò ricca grazie alla tua eccessiva sensibilità, mia cara Jill» miagola Izzie, riscuotendo la sua vincita che ammonta ad un totale di dieci galeoni.
Ladies and gentlemen, bevenuti al tavolo dei Corvonero, dove la normalità non è di casa!


«Cos'è che sta scritto qui, Jill? Non riesco a capire una mazza, scrivi come un cane!» si lamenta Isabel, costringendomi ad alzare lo sguardo dalla radice di Mandragola che sto accuratamente sminuzzando da dieci minuti. Passandomi il polso sulla fronte imperlata di sudore, mi allungo verso di lei buttando l'occhio sul foglio che sta cercando di decifrare.
«Scusa tanto se non sono perfetta nel prendere appunti, eh!» commento vagamente acida «E comunque c'è scritto che l'Essenza di Belladonna va aggiunta dopo trecidi minuti esatti che si ha...» aguzzo la vista, agitando una mano per allontanare una nuvola di fumo violetto che arriva dal tavolo accanto al nostro «...versato la radice di mandragola, ecco.» concludo, raddrizzandomi e tornando a sminuzzare il tubero marroncino.
«Uff» sbuffa Isabel, scrutando il foglio pensierosa «Grazie al cielo Carlisle è a Tassorosso e puoi vederlo quando vuoi, saresti un disastro nelle relazioni a distanza. Finirebbero subito per incomprensione.»
«Ah proposito!» esclamo, cogliendo l'occasione per sviare il discorso dal mio Tassorosso e dare un attimo di tregua alla sue orecchie «Come sta Erik?»
«Oh, lui benissimo» borbotta Izzie, piuttosto brusca.
«Le cose non vanno?» domando cauta, posando il falcetto d'oro e versando la radice nella pozione, che reagisce colorandosi di un affascinante blu scuro. Lei scrolla le spalle.
«Diciamo che non c'è più nulla che debba andare» confessa dopo qualche attimo, le labbra strette in una linea sottile.
«Ah!» esclamo sorpresa, aggrottando la fronte «Mi spiace, non lo sapevo..»
«Oh, non importa!» esclama lei, la voce stridula per lo sforzo di non mostrarsi triste «Perso uno, ne trovi altri cento meglio..»
Abbozzo un sorriso, posandole una mano sulla spalla.
«Quando vuoi, sono qui» mormoro sottovoce, prima di rivolgere un sorriso smagliante a Lumacorno, che ci sfila accanto annuendo per poi dirigersi verso i tavoli dei Grifondoro, con cui dividiamo l'ora, e lanciarsi in una lunga serie di tanto inutili quanto offensivi commenti sulle loro pozioni.
«Grazie» bisbiglia lei di rimando, iniziando a pestare delle fibre di cuore di drago con un pestello di legno chiaro.
Do una mescolata alla nostra pozione, fissando il fumo blu pavone che aleggia sulla superficie, attorcigliandosi attorno al mio mestolo e allungandosi pigramente verso il mio viso.
E così si sono lasciati.
Isabel e Erik, la coppia più legata che abbia mai conosciuto, quasi un anno assieme. Un anno di lettere, di parole riversate su fogli di pergamena a tutte le ore del giorno per riempire il vuoto lasciato dalla distanza. L'ultima volta che ne avevo parlato con lei mi aveva assicurato che le cose andavano alla grande, mi sorprende non poco sapere che si siano lasciati.
Mi sfugge un sospiro, al pensare come possa sentirsi lei in questo momento.
«E smettila di pensare al tuo bello.» mi riprovera istantaneamento, pizzicandomi un guancia con un gran ghigno dipinto sul volto. Le sorrido a mia volta, quando mi annuncia che è arrivato il momento di aggiungere la Belladonna.
La pozione inizia a bollire con più energia, mentre un gridolino di panico puro si leva dal tavolo si Samantha Smallet e Alice McFly, quando la manica della prima prende fuoco. La classe esplode in una fragorosa risata alla vista di Lumacorno che si affanna verso di lei, ballonzolando come una foca che si sposta sul ghiaccio, spruzzando acqua da tutte le parti e schizzando buona parte delle Grifondoro sedute nei paraggi.
«Atletico..» commenta Blaine, sghignazzando apertamente. Izzie gli da man forte, annuendo.
«Sempre più ogni giorno che passa.» commenta lapidaria, gettando anche le fibre di cuore di drago nel calderone che dividiamo. Uno sbuffo di fumo magenta, un vago profumo di zolfo e un leggero schiocco: la pozione è pronta.
Con aria soddisfatta, la mia amica spegne le fiamme con un colpo secco di bacchetta. Abbiamo giusto il tempo di versarne un po' in una fialetta che Lumacorno sospira con aria esageramente affranta, annunciando alla classe che l'ora è finita.  Tempismo perfetto.


Ultimamente la biblioteca è sempre più vuota. 
Io continuo ad avere un debole per questo posto: nei suoi silenzi e nel suo tempo cristallizzato c'è sempre spazio per i miei pensieri, è l'unico luogo al mondo dove posso perdermi e poi trovarmi tra le pagine di un volume di vecchie favole norvegesi o di leggende irlandesi.
Sfioro le pagine del pesante tomo che ho recuperato con non poca fatica, avvicinandolo al volto: le pagine sono ingiallite, sanno di antico, e sono sottili come carta veline, fitte fitte di minuscoli caratteri. Tenendo accanto a me un foglio di pergamena immacolato e una piuma nuova, mi immergo nella lettura, scribacchiando di tanto in tanto qualche parola e interrompendomi solo per vedere che ora è: ho appuntamento con Carlisle nel tardo pomeriggio e non sto più nella pelle all'idea di rivederlo in un contesto che non sia una qualche lezione condivisa. Pizzicandomi le guance, mi obbligo a rimanere concentrata. I compiti non si finiscono soli.
Lavoro in fretta, alla scoperta di un universo parallelo fatto di formule, di movimenti, di piccoli particolari da tenere a mente per una buona riuscita dell'Incantesimo finale e, quando finalmente rialzo la testa, ho il collo tutto indolenzito e gli occhi arrossati a causa delle minuscole lettere che mi sono obbligata a leggere. Mi stiracchio, mentre mi si gonfia il cuore per la felicità e la paura di rivedere Carlisle dopo il fatidico giorno nella botola. Chi l'avrebbe mai poi detto che sarebbe stato Eugene, il ragazzo meno adatto alla casa di Tassorosso di tutta la storia di Hogwarts, a farci...mettere assieme, ecco. Ancora non riesco a dirlo tanto mi sembra irreale.
Recupero la borsa e mi avvio tra gli scaffali, per rimettere il libro al suo posto. E' quasi buio, ormai, e le candele servono a ben poco in questo gigantesco labirinto costretto a ripiegarsi su se stesso per la mancanza di spazio. E' una reazione più che giustificata, quindi, il mio urlo nel vedermi comparire davanti il volto inespressivo di Tom Riddle. Porto una mano al petto, prima di chinarmi a raccogliere il libro che ho lasciato cadere per lo spavento.
«Le tue reazioni sono sempre così esageratamente rumorose?» indaga quasi infastidito, incrociando le braccia al petto.
«Quando le persone emergono dall'ombra come fantasmi, è il minimo.» replico, seccata da un fastidio completamente immotivato. Lui arriccia le labbra, mentre mi alzo in punta di piedi per rimettere a posto il tomo. Certo che la cavalleria non è proprio di casa.
«La cavalleria è ben che morta, da moltissimo tempo. Mi sorprende che tu non lo sappia, Corvonero.»
«Protego» sibilo, concentrandomi per scacciarlo dalla mia mente. Manca solo che scopra qualcosa che non deve sapere. Lui si lascia andare ad un sorriso, un gesto di pura cortesia che non si estende agli occhi. Quelli rimangono inespressivi, neri e senza fondo, fissi sul mio volto.
«Notevole..» commenta sotto voce, facendosi più avanti nel raggio di luce di un candelabro argentato «Davvero notevole.»
«Cosa vuoi, Riddle?» taglio corto, stringendo forte la tracolla della borsa.
«La risposta» replica lui, sollevando il mento con la sicurezza di chi si aspetta qualcosa di ben preciso «I tempi sono maturi abbastanza.»
«Maturi abbastanza per cosa?» domando, senza essere davvero sicura di voler sentire la risposta.
«Per prendere una decisione, Corvonero. O noi, o loro.»
«Non capisco di cosa tu stia parlando» abbasso lo sguardo, a disagio. Voglio andarmene da qui, voglio andarmene subito.
«Oh, non essere sciocca, sai benissimo di cosa sto parlando. Te l'ho spiegato tempo fa, in questo stesso posto: si tratta di prendere una decisione, si scegliere da che parte stare. Dubito fortemente che una ragazza sveglia come te non abbia capito cosa sta succedendo tra queste mura... Hogwarts è così piccola, le voci circolano..»
«Continuo a non capire» mi irrigidisco, prendendo in considerazione l'idea di sfoderare la bacchetta. Ma non sarebbe una buona idea, non ho nessuna intenzione di finire come Ida, di diventare un corpo fre