31/07/2008
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Infermeria.
E’ questione di giorni, ha detto la Mound quando ho riaperto gli occhi.
Tra un paio di giorni te ne potrai andare, te lo assicuro.
Sette giorni dopo, sono ancora qui.
Inchiodato a questo stupido letto, in questa stupida stanza. Non è rimasto più nessuno, hanno mandato via persino la Traviston e lei si che era ridotta male! Sebastian pare sia l’unico che, pur essendo stato ferito da Doholov, è riuscito a sfuggire alle cure della nostra amata infermiera.
Jules dorme, la maggior parte del tempo, e quando apre gli occhi è completamente assorbita dalla presenza di Aedan. Chi l’avrebbe mai detto, poi, che il cuore della nostra regina dei ghiacci sarebbe stato sciolto proprio dal principe del gelo.
Mi rigiro su un fianco, sbuffando, e mi ritrovo ad affondare il viso in un gigantesco mazzo di fiori che pare galleggiare a mezz’aria. Mi ritraggo, di scatto, starnutendo.
«Ma che diamine..»
«Scusa» trilla una vocina sottile e incredibilmente acuta «Scusami non volevo!»
Guardo meglio il mazzo: non sta effettivamente volando, ci sono un paio di bambine che sbucano di sotto. Che Eugene si sia dato dalla Trasfigurazione di qualche piccina del primo anno?
«Non fa niente» rispondo in automatico, sentendomi non poco idiota nel parlare a un mazzo di fiori.
«Non volevo, lo giuro!» mi assicura la vocina, incrinandosi pericolosamente e sfiorando il panico assoluto.
«Davvero, non importa» la rassicuro.
Silenzio. Imbarazzante silenzio. Mi schiarisco la voce, prima di riprendere.
«Posso fare qualcosa per te?»
Il mazzo-mutante sbuffa, sollevandosi in punta di piedi, per poi scindersi in due: i fiori si posano sul comodino ricoperto di libri e biscotti, le gambe si ricongiungono al busto di una minuscola ragazzina dai capelli biondi ed enormi occhi azzurri che identifico come Emily, la Presidentessa del mio Fan-Club.
«Sono.. sono per te» balbetta, torturandosi le dita.
«Emily» le sorrido, facendola avvampare all’istante «Che pensiero gentile, non dovevi disturbarti..»
«Non sono solo da parte mia» precisa, compita «Sono da parte di tutto il tuo fan-club, che ho l’immenso onore di presiedere» recita, gonfiando il petto d’orgoglio. Fa tenerezza, questo scricciolino.
«E li hai portati tutti da sola?» le chiedo, educatamente. Scuote il capo.
«Sono venuta con Hannah e Lucy, loro..»
«Sono qui fuori, non è vero?»
Annuisce, in attesa. Mi sa che non ho proprio scelta.
«Hannah, Lucy» le chiamo, stampandomi in faccia il migliore dei sorrisi.
Due testoline, una rossa e una corvina, fanno capolino. Le due piccole arrossiscono, trotterellando verso la loro socia con un gran sorriso stampato in faccia. Si guardano, confabulando sotto voce, per poi spintonare la loro capa verso di me. Questa, riluttante, si schiarisce la voce.
«Volevamo sapere…» inizia «Come stai?»
Sarà un lungo, lungo, lunghissimo pomeriggio.

***

Presidenza –qualche giorno dopo.
Il volto di Dippet è pallido e scavato, segnato da profonde occhiaie violacee. Non devono esser state settimane facili per lui, giustificare al Ministero del perché molte delle personalità più influenti del mondo magico siano state convocate a scuola per rispondere della condotta dei loro pargoli d’oro. Ho intravisto la nonna di Jillian, dalle finestre dell’Infermeria, e il padre di Audrey mentre se ne andava, impassibile e glaciale come pochi altri. Milo mi ha riferito di Lywelyn Senior e della sua aria altera, mentre pare che assieme ai Norwood sia arrivata un ingente quantità di galeoni d’oro zecchino, appena prelevati dalla Gringott.
Quello che mi stupisce, però, è Riddle. Nessuno ha fatto il suo nome, nessuno l’ha visto, nessuno ha detto nulla. Si sta preparando per i M.A.G.O. come se nulla fosse, rinchiuso o nel Reparto Proibito della Biblioteca o nella Sala Comune di Serpeverde.
Il Preside si toglie gli occhialini rotondi, massaggiandosi le tempie, prima di tornare a guardare il viso pacato di mio padre. Siamo gli ultimi in assoluto, a transitare al suo cospetto.
«Signor Hunnam» riprende a parlare, stancamente «Io non so davvero cosa pensare. Una cosa del genere da Carlisle non me la sarei mai aspettata.»
«Nemmeno io» commenta mio padre, rifilandomi un’occhiataccia.
«Uno studente così brillante, un ragazzo così tranquillo» scuote il capo «Non è ammissibile, non è ammissibile»
«Preside Dippet, non sia così drammatico» intercede mia madre, allontanandosi dalla finestra per venire alle mie spalle e posarvi sopra le mani «Sono ragazzi, è normale che facciano qualche bravata!»
«Signora Hunnam, lanciare caccabombe è una bravata. Stregare le scope di Patricia è una bravata.» chiude gli occhi, di nuovo, per poi riaprirli e posarli su di me. Sento il rimprovero e la delusione scivolarmi addosso, macigni che vanno ad aggiungersi ai pesi che già porto «Una zuffa tra studenti, alcuni dei quali feriti gravemente, non è un bravata»
Sento mio padre inspirare a fondo, inquieto, ma non ho il coraggio di guardarlo. Qualcosa mi dice che non troverei un sorriso a curvargli le labbra, quanto una smorfia.
«Preside Dippet» scandisce, lentamente, sporgendosi leggermente in avanti «Cosa sta cercando di dirci? Che nostro figlio non potrà sostenere gli esami e dovrà ripetere l’anno perché si è sentito in dovere di difendere la sua ragazza? E’ questo che sta dicendo? Che verrà punito per aiutare una persona a cui vuole bene?»
Dippet si ritrae, leggermente spiazzato, e io guardo mio padre sorpreso: sa perfettamente cosa è successo nella Foresta, glielo ho detto chiaro e tondo prima di entrare in questa stanza. Eppure mi difende. Trattengo un sorriso, mentre mia madre interviene.
«Come ha detto lei, Carlisle è sempre stato uno studente modello, un bravo ragazzo. Non ha mai dato problemi. Tenga conto anche di questo, la prego: non pregiudichi il suo futuro per quello che è stato un atto di altruismo. Non è che questo che si insegna in questa scuola? L’amicizia, la lealtà, la correttezza. Avrà anche sbagliato, ad attaccare, ma l’ha fatto per una giusta causa.»
Alzo lo sguardo verso mia madre: la linea elegante del collo, lo sguardo puro e la piega pacata della labbra sono tutto ciò che riesco a scorgere di lei, tra ciocche di fiamme legate in un nodo distratto. Mio padre, lì vicino, guarda fisso davanti a se sfoggiando il mio stesso identico profilo. Le due persone a cui devo la mia esistenza, schierate per difendere il mio immediato futuro. E’ in momenti come questo che mi sento benedetto dal cielo.
«D’accordo, d’accordo» cede alla fine Dippet, dopo un interminabile silenzio «E’ vero. Ma non posso lasciarlo impunito, voglio che sia chiaro. Avrà un richiamo ufficiale, ma potrà prendere parte agli esami di fine anno. Se riuscirà a passarli, l’anno prossimo gli saranno interdette le uscite a Hogsmeade fino alle vacanze di Natale» decreta, con un tono che non ammette repliche.
Avverto la tensione abbandonare mio padre; mia madre si lascia andare in un sorriso, mentre io continuo a fissare il nulla davanti a me. Una volta ancora, sono stato graziato. Eppure, non riesco ad essere felice della mia buona sorte: Audrey e Jillian sono quelle che hanno pagato le conseguenze più care di una lotta clandestina a cui tutti prima o poi giungeranno; sono state le vittime sacrificali sull’altare della giustizia. Se ne andranno. Per sempre.
Una fitta mi stringe il cuore. Ho come la sensazione che non se ne andrà tanto in fretta.
Il cerchio sta iniziando a chiudersi, niente sarà più lo stesso.

***

Stanza delle Necessità –qualche giorno dopo.
«A cosa brindiamo, esattamente?» domando per l’ennesima volta a Milo, che continua a riempirmi un bicchiere dopo l’altro.
«Alla fine» mi risponde allegro e pimpante, gli occhi chiari illuminati dalla scintilla dell’alcol.
«Alla fine?»
«Degli esami, idiota!» mi tira una manata sulla spalle, prima di saltellare via in direzione di un altrettanto sbronza Dinamitarda Worthington.
«Ah» commento, imbambolato, fissando il bicchiere colmo fino all’orlo di Whisky Incendiario sgraffignato in cucina da Damian. Gli esami, già. Come siano andati, non lo so. Non so nemmeno come abbia fatto a rispondere a tutte le domande, quando l’unica cosa a cui riuscivo a pensare era l’imminente fino dell’anno scolastico e l’ancora più imminente separazione da Jillian.
Jillian.
Se ne sta in un angolo, a chiacchierare con Daisy e Annabel, un sorriso stampato sulla faccia ma gli occhi colmi di un dolore che mi strazia il petto. Tutto quello che vorrei, adesso, è mandare a fanculo il mondo, prenderla e portarla via da tutto questo. Georgie mi sfreccia accanto, gorgheggiando felice con un Sebastian ululante avvinghiato attorno alla vita. Una scena al limite del tragicomico. Scolo il liquore tutto d’un fiato, sentendolo scivolare lungo la gola lasciandosi una scia bruciante alle spalle. Con una smorfia, mi affianco ad Eugene nell’esatto istante in cui decide di far sfoggio delle sue notevoli capacità vocali, reclamando silenzio in favore di Julia.
La nostra guida si fa avanti, bella e fragile come non mai, e ci guarda uno ad uno, prima di iniziare a parlare. Milo mi si affianca, con un sorrisetto che non promette nulla di buono e un altro bicchiere stracolmo, che mi piazza in mano. Se domani mattina non sarò in grado di reggermi in piedi, saprò di chi è la colpa.
«La cosa più importante, tuttavia, è che Fidelius continui. Per questo c’è bisogno di una persona che prenda il mio posto.» sta dicendo Julia. I suoi occhi chiari si posano su di me, limpidi e penetranti. Butto giù un altro sorso,
«Io, Georgie e Sebastian ci pensiamo già da un po’. Ed abbiamo deciso che il candidato migliore sarebbe Carlisle Hunnam. Sempre se accetta.»
Il sorso mi va di traverso, ma riesco a non tossire: gli occhi dei presenti sono puntati su di me, in attesa, ma ho improvvisamente perso la capacità di parlare. Io? A capo del Fidelius? Per una frazione di secondo, mi sento irrimediabilmente perso. Ci pensa Georgiana a riportarmi alla realtà.
«Carlisle?» mi chiama dolcemente.
Mi schiarisco la voce. Cosa si fa in una situazione del genere?
«Io… certo che accetto. È un onore che abbiate pensato a me, spero di esserne degno.»
Ci si annega nella banalità, ecco cosa si fa: una frase più idiota non potevo trovarla, questo è certo. Sebastian riprende a ululare, reclamando altro alcol, mentre Julia avanza di un passo.
«Kahlil Gibran una volta scrisse: “La tua ragione e la tua passione sono i remi e le vele della tua anima marinaia. Se uno o l'altro si rompono, puoi buttarti e andare alla deriva, o restare fermo in un punto morto in mezzo al mare. Perché la ragione, se governa da sola, è una forza che ti limita; e la passione, da sola, è una fiamma che brucia fino a distruggersi.”» leva il calice ed urla «A Carlisle!»
I presenti attorno a me ripetono il mio nome, accompagnandolo con espressioni gioiose e grandi risate. Mi ritrovo a sorridere come un ebete, mentre Milo mi salta attorno e Eugene vaga per la stanza tubando come un piccione in calore per non so che astruso motivo. Intravedo Jillian, in un angolo, appoggiata contro la parete che guarda verso di me, con un caldo sorriso sul volto. Di nuovo, la fitta al cuore torna a farmi visita e questa volta non so combattere il mio istinto. Poso il bicchiere ancora pieno su un tavolino e vado verso di lei, senza guardare in faccia nessuno, ignorando tutto e tutti per fermarmi solo quando la mia ombra nasconde la sua figura.
«Ciao» sussurra, accarezzandomi il volto con il respiro.
«Ciao» mormoro a mia volta, guardandola negli occhi. Fa male, fa così dannatamente male. Ma non mi importa.
«Vieni» le dico, stringendole una mano.
«Dove?» domanda, lasciandosi trascinare via.
«Via da qui» rispondo.
Non so nemmeno io, dove sto andando. So solo che voglio stare con lei.


Serra abbandonata –più tardi.
Le dita fredde di Jillian scivolano lungo la mia schiena nuda, mentre la stringo a me e affondo il viso tra i suoi capelli. La notte è calma, attorno a noi; la luce della luna cade liquida sulle foglie lucide delle piante che sono cresciute rigogliose, nel corso degli anni. E’ stata lei a trascinarmi qui, dopo avermi visto attraversare un reticolo di corridoi con lo sguardo vacuo e nessuna idea su dove andare: mi ha stretto forte la mano e mi ha portato via. Quello che doveva essere il suo rapimento, è diventato il mio.
Mi sono accorto che abbiamo lasciato il castello solo quando un soffio d’aria fresca mi ha colpito la faccia, uno schiaffio gelido che mi ha riportato alla realtà. Il prato scorreva sotto i nostri piedi, man mano che correvamo verso la Foresta, solo all’ultimo ha deviato verso le serre, puntando verso una macchia di querce in mezzo alle quali si scorge a malapena una baracca fatiscente. E’ la serra abbandonata, la tana di Jillian.
«Amore» la chiamo piano.
«Mh?» mugola, sollevando appena il volto per guardarmi negli occhi.
E’ così dannatamente bella.
«Baciami»
Posa le labbra sulle mie dapprima con delicatezza, poi con impazienza, inclinando il capo verso la spalla per arrivare più a fondo nella mia bocca, stuzzicandomi fino a strapparmi un bacco gemito di protesta. Mi afferra i capelli, stringendo le ciocche con forza, mentre puntellandosi sulle mie spalle mi sale addosso, sedendosi sul mio ventre e piegandosi in avanti per continuare a baciarmi. Il desiderio ci soffoca, un dolore squisito sulla punta delle dita che cercano di farsi spazio tra i nostri corpi ancora allacciati.
«Carlisle» chiama, debolmente, la fronte aggrottata nello sforzo di non piangere.
«Jillian» rispondo io, sentendo gli occhi pizzicare a mia volta.
Non ci stiamo lasciando. Non ancora, quantomeno, eppure non riesco a fare a meno di trattenere le lacrime.
L’ultima volta che ho pianto è stato quando è morto Angus, il mio vecchio cane. Avevo otto anni e l’impressione che qualcuno mi stesse strappando il cuore dal petto.
«Non voglio andarmene» singhiozza, premendo le labbra contro il mio collo per soffocare la disperazione contro il calore della mia pelle; piccoli sussulti scuotono il suo corpicino magro.
Non so nemmeno cosa dirle. Nemmeno io voglio che se ne vada, ma dubito che dirglielo possa servire a qualcosa. Non è di parole, che ha bisogno adesso. È tutto così maledettamente sbagliato.
«Vengo con te» esclamo d’impulso. Sbatte le palpebre, due grosse lacrime le scivolano lungo le guance e poi precipitano sulle mie. Facendo leva sugli avambracci, mi metto a sedere, senza lasciare che si allontani.
«Vengo con te» ripeto «Lascio Hogwarts, vengo con te»
«Ma..» fa per protestare, ma non le do il tempo di parlare, tappandole la bocca con un bacio quasi violento, stringendole i polsi in una stretta ferrea, senza mai smettere di guardarla. Riconosco il piacere che le annebbia lo sguardo, riconosco la sua determinazione a combatterlo. Si allontana, rabbiosa.
«Cosa stai dicendo?» protesta «Mi fai male»
Ma adesso c’è solo dolcezza nei miei pollici che le accarezzano l’interno dei polsi, provocando violente scariche di brividi che la stordiscono, leggermente.
«Sto dicendo, Jillian McKanzie» scandisco lentamente «Che verrò con te.»
«Ma non puoi» geme, al limite della disperazione «Ci sono troppe cose a cui non puoi sottrarti»
«Non mi importa» la costringo a guardarmi, reprimendo la sensazione di fare qualcosa di incredibilmente crudele e sbagliato. Non voglio pensare, sono stanco di pensare.
«Il Fidelius» boccheggia, dopo un altro bacio.
La consapevolezza mi crolla addosso, come una doccia fredda. Le mani di Jillian crollano inermi, quando lascio andare i suoi polsi affondando il viso nella curva del suo collo. Il dolore si estende, dal cuore aveva raggiunto ogni terminazione nervosa e non lascia scampo; sono in trappola, combattuto tra la mente e il cuore, tra l’istinto e la ragione. Sento l’impellente bisogno di urlare
Poi, una carezza.
«Amore» mi chiama piano Jillian «Non fare così. Andrà tutto bene, vedrai»
Stringendomi il viso tra le mani, mi bacia la fronte.
«Andrà tutto bene» ripete dolcemente, scendendo al naso e poi alle labbra.
«Andrà tutto bene» cantilena ancora, nella mia bocca, per l’ultima volta. Lottiamo con irruenza, stringendoci e allontanandoci con la disperazione di due condannati a morte, intrappolati in una danza di sospiri e gemiti che gira veloce, vorticosa, risalendo una lenta spirale di piacere.
Da qualche parte sul lago, un timido raggio di sole fa capolino all’orizzonte.
«Vorrei poter fare di più» sussurro contro le sue labbra, stringendole forte mentre scivola su di me. Io dentro di lei, lei dentro di me, non esiste altro al di fuori di quello che siamo.
«Vorrei che tu capissi quanto già stai facendo» replica lei, con il fiato corto, prima che un nuovo sole annulli ogni volontà e ogni raziocinio, esplodendo in un mare di luce.

***

Torre di Tassorosso, stanza di Carlisle, Eugene e Milo –qualche giorno dopo.
Non ho nessuna voglia di preparare la valigia. Eugene ha appena chiuso per la seconda volta il suo, dopo avermi coinvolto in quella che probabilmente è stata l’ultima rissa dell’anno scolastico.
Milo continua ad imprecare, osservando il suo impeccabile riflesso nello specchio accanto al suo letto, scrutando con attenzione il taglio che gli sfregia la guancia destra.
«Cazzone che non sei altro» brontola verso di me «Rimarrò sfregiato a vita!»
Sbuffo.
«Non essere idiota, se aspetti che trovo di nuovo la bacchetta te lo sistemo»
«Fossi in te andrei dalla Mound, nello stato in cui si trova non è nelle condizioni di praticare alcun incantesimo, sarebbe più sicuro se te lo mettessi a posto io» commenta Eugene, sarcastico. E’ rosso come un peperone, mentre si ostina a sollevare il baule per rimetterlo ai piedi del suo letto.
«Forse hai ragione» commento dopo qualche attimo, senza cogliere la provocazione. I miei due amici si scambiano un’occhiata preoccupata, prima di venire a sedersi sul mio letto guardandomi, con l’espressione più seria che abbia mai visto sulle loro facce stampata addosso.
«Carl, vecchio mio» inizia Milo «Cosa sta succedendo?»
«Niente» scrollo le spalle, mentendo. Ma se c’è una cosa che dovrei sapere, è che non si può mentire a un membro del trio, dopo tanti anni assieme viviamo in una sorta di inquietantissima simbiosi.
«Balle» ringhia Eugene, che se fosse un po’ più piccolo potrebbe sembrare un angelo custode appollaiato sul mio letto. Ora come ora, sembrano due giganteschi avvoltoi che incombono su di me.
«Senti, io capisco che Jillian il prossimo anno se ne andrà, che non vi vedrete più ogni giorno e che non potrete più fare le vostre porcellane nei posti più impensati, ma questo non vuol dire che sia la fine» cerca di consolarmi il moro.
Mi rigiro su un fianco, sentendo la solita fitta tornare a farmi visita. Succede così, ogni volta che penso a lei. Se poi è un momento particolarmente triste, può addirittura capitare che mi metta a piangere.
«E invece si» confesso alla fine, senza riuscire a guardarli in faccia.
«Cosa intendi dire?» Eugene rizza le orecchie, sospettoso «La principessa delle fate ti ha lasciato?»
«Ma allora vuol dire che non è vero che ieri notte vi hanno beccati nell’aula di incantesimi a ballare il mambo!» si lascia scappare Milo, sconvolto, lasciando che il Tassorosso che è in lui abbia il sopravvento.
«Non mi ha lasciato» mi affretto a rispondere «Però lo farà»
«Perché dovrebbe?» riprende il moro.
«Perché» inspiro a fondo, pregando che la voce non mi tremi «Nessuno dei due crede nelle storie a distanza. Troppo dolore, troppe complicazioni..»
Non ho voglia di spiegare loro perché entro la fine dell’estate lascerò la ragazza che più ho amato in tutta la vita. Non ho voglia nemmeno di pensarci. Colpisco il cuscino con un pugno, stringendo forte le labbra per non piangere. Eugene mi posa una mano sulla spalla, facendomi sussultare.
«Carl..» mi scuote, leggermente «Non fare così»
«E cosa cazzo dovrei fare?» sbotto, sollevandomi a sedere di scatto «Lei se ne andrà e io non sono capace di fare altro che starmene tutto il giorno a pensare a quanto sarà orribile l’anno prossimo e…» mi mordo il pugno, sentendo le lacrime addensarsi negli occhi.
Nella stanza è calato il silenzio, interrotto di tanto in tanto dal morbido fruscio di una pergamena spostata dalla calda brezza estiva.
«Non la voglio perdere» mi lascio sfuggire, mandando definitivamente a fanculo ogni traccia di dignità e orgoglio «Non la voglio perdere, dannazio, ma la perderò»
Eugene abbassa lo sguardo, senza commentare; Milo mi posa una mano sulla spalla.
Non c’è più niente da dire.

***

Espresso per Hogwarts –31 giugnio 1944.
E’ una bella giornata di sole, oggi.
Strascichi di nuvole bianche corrono lontane nel cielo, alle spalle del castello che, piano piano, sparisce dietro la prima curva; mi lascio andare ad un sospiro, appoggiandomi allo schienale.
«Starai mai ferma un attimo, Jill?» sospira Isabel che, dopo averci imbottito con un quantitativo di biscotti che avrebbe sfamato un reggimento, se ne sta allegramente distesa addosso a Eugene, godendosi quelli che sembrano grattini dietro le orecchie. La mia ragazza non risponde, continuando ad armeggiare con la bacchetta attorno al cestino di vimini dove, acciambellata su se stessa, Chipie dorme della grossa. Lo so cosa sta facendo. Lavora per non pensare, si concentra sulla magia per non ricordare che è l’ultima volta che saremo tutti assieme su questo treno, nello stesso scompartimento.
Sospiro, alzandomi in piedi e sollevandola con la forza, per farla sedere accanto a me.
«Ma che fai!» protesta svogliatamente, lasciandosi abbracciare e strappare un bacio «Se Chipie mi scappa poi ti picchio!» ma ride, nel dirlo, e Milo coglie subito l’occasione.
«Oh si, Jillian, ti prego! E mi raccomando chiamami, non voglio perdermi lo spettacolo per nulla al mondo!»
«Si, come no» roteo gli occhi «Non saresti capace di sfiorarmi nemmeno con un fiore» la punzecchio, pizzicandole i fianchi e dandole un altro bacio.
Lei gonfia le guance, scansandosi e incrociando le braccia al petto.
«Uffa come sei noioso» protesta. Audrey ride, Eugene abbozza un ghigno.
«Non sai quanto» si lamenta Milo, teatrale «Dovresti sentirlo quando parla nel sonno, poi! Riesce ad essere noioso pure li.»
Risata generale. Fuori dal finestrino la campagna inglese è un quadro sempre uguale, costellato di minuscoli paesini, strade sterrate e campi aridi: la misera della guerra babbana non ha risparmiato nessuno, nemmeno il paesaggio. Non oso immaginare come sarà Londra, quando ci arriveremo.
Distrutta, sfibrata, senza fiato.
Reduce, un po’ come noi.
Guardo i visi delle persone che ho attorno, persone con cui ho condiviso gioie e dolori, persone che ho imparato ad apprezzare, a stimare, a rispettare, ad amare. Quelli che all’inizio dell’anno erano solo nomi sentiti di tanto in tanto lungo i corridoi, protagonisti dei pettegolezzi durante le cene d’inizio anno al tavolo della mia casa.
Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti.
La mia vita è cambiata, quest’anno, in una maniera così radicale che solo il pensarci mi toglie il respiro.
«Mh?» Jill si scuote, quando con delicatezza la sollevo e la appoggio contro lo schienale, per alzarmi in piedi.
«A prendere una boccata d’aria» sorrido «Torno subito»
Annuisce, intontita dal brusco risveglio, e torna a girarsi sull’altro fianco. Scavalco un baule coperto da una scacchiera, interrompendo la partita tra Audrey e Milo, e scivolo fuori, nel corridoio.
Il sole sta iniziando a scendere, non deve mancare molto all’arrivo. È strano come, di anno in anno, il viaggio di ritorno sembri accorciarsi sempre più.
Mi strofino la faccia, appiattendomi contro la parete per far passare un paio di Grifondoro del secondo, per poi tornare a risalire il treno verso i vagoni dei Caposcuola. Ci sono persone che devo salutare, prima di scendere.
«Hunnam, quale onore!» la voce strascicata di Jasper Lewis mi sorprende fermo davanti al loro scompartimento. Ma proprio qui dovevo incontrare ragazzine indemoniate che corrono lungo il treno? «Cosa ti porta, in questa parte di treno? Il posto per i traditori è in coda, assieme ai tuoi sudici amici» sibila ghignante, una sigaretta abbandonata tra le labbra.
«Quanto meno l’aria lì è respirabile» scrollo le spalle, con noncuranza «Non c’è tanfo di Serpeverde»
Aspira un’ultima boccata di fumo, prima di lanciare la sigaretta fuori dal finestrino aperto. Una sigaretta sostanzialmente appena accesa.
«Come sei velenoso, Hunnam» scuote il capo «Finirai con l’uccidere la tua bella, con tutto questo veleno»
«E’ sopravvissuta a te, cosa potrebbe esserci di peggio?» ribatto, trattenendo l’irritazione. Un conto è insultare me, un conto è tirare in ballo Jillian.
«Su questo puoi scommetterci» mi si avvicina di un passo «Se l’avessi conosciuta un po’ meglio e non ci fossi stato tu, probabilmente il suo bel visino non sarebbe così spesso sorridente. Anche se, a dire il vero, non è che sorrida poi molto adesso. Ho saputo che se ne va, con la sua amica boccolosa»
Mi irrigidisco appena, ma lui prosegue, imperterrito.
«Un vero peccato» abbassa lo sguardo, per un attimo, dandomi quasi l’impressione che sia dispiaciuto «Davvero un grandissimo peccato»
Abbasso lo sguardo a mia volta, faccio per replicare, ma quando torno a guardarlo il solito ghigno irriverente è tornato a far capolino, curvandogli le labbra. L’attimo è passato. Forse non c’è neppure mai stato, chi lo sa.
«Il fatto che la tua fatina dei ghiacci se ne vada non cambia le cose tra noi, Hunnam» mi ammonisce. Inarco le sopracciglia, perplesso.
«Lewis, mi spiace smontare le tue speranze, ma gli uomini proprio non mi piacciono» sollevo le spalle, con aria dispiaciuta, e lo oltrepasso «Vedrai che un giorno Norwood capirà il tuo immenso valore e scorgerà la tua bellezza interiore, coronando il tuo sogno d’amore. Non perdere le speranze, l’estate è ancora lunga»
«Hunnam, mi spezzi il cuore » recita compito «Eppure lo sai che nella mia vita c’è posto solo per te»
Agito una mano in aria, senza neppure guardarlo. So già che sta sghignazzando apertamente.
«Buone vacanze, Lewis»
«Ne riparliamo a settembre, Hunnam»
Oh si. Come no.
Non vedo l’ora.

King’s Cross, binario 9 e ¾  –tempo dopo.
La folla che si accalca su questa striscia accanto al binario mi lascia sempre senza parole. Se non fosse per gli incantesimi del Ministero che lo hanno allargato, sarebbe impossibile persino respirare, qui in mezzo.
Un piccola tigre dorata preme contro il palmo della mia mano destra, una sottile catenina è attorcigliata attorno alle dita: Julia si allontana danzando verso il suo futuro, dopo avermi consegnato il mio nelle mani. E’ strano, un oggettino così piccino con un significato così grande, così pesante.
Inspiro a fondo, infilandolo nella tasca dei pantaloni nell’esatto istante in cui Eugene mi sfreccia accanto, trascinato da Isabel, sillabando una silenzio richiesta d’aiuto.
«Ci sarà da ridere» commenta Milo, comparendo alle mie spalle con un’aria particolarmente pallida.
«Che ti è successo?» domando, recuperando un carrello su cui faccio levitare il mio baule e quello di Jillian.
«Opal» borbotta, agitando una mano in aria «Un povero disgraziato si è visto il giornale esplodere in faccia»
«Bei ricordi» sospiro, prima di sghignazzare. La fobia dell’esplosione è ormai radicata in Milo al punto che solo nominarla lo fa rabbrividire.
«Mi permetto di dissentire sul “belli”» sibila, seguendomi attraverso la ressa. Il suo baule, come ogni anno, è stato puntualmente recuperato dall’elfo domestico di famiglia, l’elfo più grasso che abbia mai visto in tutta la mia vita, tra parentesi.
«Non puoi negare che molti lo siano, però»
Scrolla le spalle, prima di fermarsi.
«Fatti sentire» mi intima «Non voglio svegliarmi una mattina e trovare il tuo necrologio in prima pagina, sulla Gazzetta del Profeta»
«Grazie, Milo, sei veramente un amico» roteo gli occhi, sbuffando.
«Guarda che dico sul serio» riprende «Non farti problemi»
Annuisco, senza aggiungere altro. Il moro mi scruta, con attenzione, prima di sorridere e tirarmi la solita manata sulla schiena.
«E canta che ti passa!» mi urla pimpante, allontanandosi verso la barriera che lo catapulterà nel mondo babbano. Non posso fare a meno di ridere, mentre raggiungo Jillian e sua nonna, che aspettano pazienti.
Audrey saltella via, al mio arrivo, distribuendo baci e saluti, ma non ho occhi che per la mia Corvonero. Mi sorride, quando le stringo la mano, e assieme ci avviamo verso la barriera attraverso cui poco fa è passato Milo.
Non dice niente, guarda fisso davanti a sé e mi ritrovo a pensare che un anno fa non avrei mai neppure immaginato di vivere quello che ho vissuto accanto a una ragazza speciale come lei.
Le sue dita si stringono attorno alle mie, che ricambiano le stretta.
Speravo di non doverla lasciare mai, questa mano.
Il futuro pesa sulle mie spalle, ma un presente luminoso mi abbraccia e mentre ci addentriamo nelle macerie di una irriconoscibile Londra babbana, alzo lo sguardo al cielo: limpido, senza più nemmeno una nuvola, si allunga infinito su un orizzonte costellato di scheletri di ferro e cemento; ma è solo un attimo perché poi Diagon Alley e i suoi colori festosi sono davanti a noi.
Inspiro a fondo, riempiendomi i polmoni fino a scoppiare.
Benvenuta, estate.













31/07/2008
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Anche se non si direbbe, tra cinque giorni iniziano i M.A.G.O. Pensavo che mi sarei sentita sollevata, ed invece sto ripassando freneticamente e la mia mente non assorbe assolutamente niente; forse é che sono seduta sul pavimento, in un corridoio semibuio, appena fuori dall’infermeria. Che là dentro c’è la mia migliore amica, nelle peste fino al collo, e che il mio ragazzo è disperso chissà dove a rovesciare la sua frustrazione perché gli ho impedito di vederci finché non avremo finito gli esami. Ne ho bisogno io, come ne ha bisogno lui. Credo.
Forza, Georgiana. Visualizza le parole del libro che hai davanti, dà loro un senso compiuto e comprendi quello che stai tentando disperatamente di studiare. Pozioni. Una A assicurata, a meno che un fascio di luce divina non trasformi i miei disastri in qualcosa di lontanamente degno di una E.
La gonna ruvida della divisa, oltre a grattarmi il sedere, non serve a trasformare la superficie di pietra su cui sono rannicchiata in qualcosa di lontanamente comodo; con un po’ di fatica, facendo inutilmente leva sulla parete, mi sollevo giusto in tempo per vedere uscire l’infermiera Mound.
« la sua amica è pronta. » grufola fissando con disapprovazione le macchie sulla mia camicia; mi scusi, se è tre giorni che non torno in dormitorio perché LEI non sa fare il suo lavoro e io devo badare a Julia. E’ proprio lei, infatti, che appare dietro all’infermiera, con le sue cose chiuse nella valigia che tiene in mano; sembra sollevata, se non altro di uscire dall’incubo asettico che c’è oltre quella porta.
« ti avviso: non so quali siano gli ingredienti della pozione Obmutesco, e non ci tengo a saperli. » le sibilo mentre ci avviamo lungo una scala, appena ruotata in modo da consentirci di arrivare molto più rapidamente del previsto alla torre di Grifondoro.
« menta, elleboro, bile di tartaruga .. »
« vedo che hai studiato più di me. brava, cara. » la interrompo dopo aver svoltato l’angolo; tre settimane, e smetteremo di camminare per i corridoi di Hogwarts. Non avrò più bambini da mettere sulla buona strada, adolescenti arrapate da beccare in giro nel cuore della notte, liste di parole segrete da memorizzare. Tutto finito.
Un quadro lancia un fischio di ammirazione al nostro passaggio; ecco, questo non mi mancherà.



{ nei giorni successivi }
Credo che si chiami tregua; il pratico di incantesimi mi ha buttata così in basso che, dopo aver salutato con il massimo dell’educazione che sono riuscita a strapparmi l’esaminatore Lowell, ho avuto il bisogno fisico di vedere Sebastian e Julia. Lo studio solitario mi ha trasformata in una specie di spilletta semovente, visto che io sono quasi trasparente dietro il mio distintivo, fatta eccezione per le occhiaie.
Ignorando del tutto gli sguardi di Jules, che ovviamente è stata ridotta al terzo incomodo, Sebastian continua senza tregua a stritolarmi contro il suo petto e infilarmi la testa tra i capelli, annusandomi come se fossi un mazzo di fiori e non una strega, e ad azzannarmi l’orecchio senza ritegno, rischiando oltretutto di ingoiarsi le perle di mia zia.
« Io approvo Carlisle. » ribatto alla proposta di Jules, mollando l’ennesima gomitata nelle costole a SSS ( Sebastian Sesso Subito, ho riso fino alle lacrime quando ho sentito Eugene che lo borbottava a Peter Halbury ), che si allontana con aria offesa dal mio povero lobo maciullato. Finalmente senza rischiare di essere mangiata viva, affondo la testa nell’imbottitura del divano, e lancio uno sguardo piuttosto serioso alla mia amica, assorta nella contemplazione del paesaggio estivo fuori dalla finestra.
« già. mi sembra che abbia la testa sulle spalle, e soprattutto del potere sugli altri. »
« credo che ci siano buone probabilità che diventi caposcuola. »
« un po’ come te, Georgie. » ridacchio.
« mi raccomando, ignoratemi! » borbotta Sebastian riemergendo dal suo sogno ad occhi aperti.
« tesoro, non è colpa mia se la tua mente è altrove. » lo rimprovera Julia, sbuffando; credo che lei mi mancherà, troppo. Non sarà la stessa cosa, lo so già, perché sarà impossibile vederla tutti i giorni quando sarò a farmi ammazzare in qualche campo di addestramento auror, ovviamente con l’impossibilità di smaterializzarmi.
« credi che dovremmo fare una specie di festa di insediamento? » propongo ignorando i mugugni incomprensibili della mia dolce metà.
« mah, non sono molto dell’umore, ma sono convinta che troveremo qualcuno disposto a farlo. »
Sebastian continua a grugnire, si alza e se ne va sbattendo i piedi; questi uomini, peggio dei bambini. Tranne se c’è da combattere nella foresta nel cuore della notte e salvare metà dei presenti, ovvio.

***

E’ molto che io e Jules non parliamo a quattr’occhi, dedicandoci al gossip invece che alle vicende drammatiche di cui siamo state vittime dall’inizio di quest’anno. La morte di Ida, il Fidelius, Riddle; mi sembra di non riuscire a pensare a quando abbiamo parlato di ragazzi, l’ultima volta, senza riferirci agli orari di coprifuoco e a quando stabilire la riunione successiva.
Proprio come succedeva quand’eravamo piccole ed innocenti, lei ghigna e io sono rossa come una ricordella.
« su, non è mica una malattia! » esclama dandomi una pacca sulla spalla, e facendomi diventare sempre più purpurea e bollente. « raccontami! »
« cosa vuoi che ti dica?! » sbotto con la voce talmente acuta da essere irriconoscibile; mi è venuto naturale stringermi addosso la camicia, mentre lei cerca di strapparmi qualche dettaglio sconveniente sulla mia prima volta. Descrivere questo momento come imbarazzante è riduttivo; temo che lo sarebbe ancora di più recuperare il mio taccuino rosa confetto e leggerle direttamente quello che ho scritto al riguardo, con tutti i particolari scabrosi che la farebbero tremare di soddisfazione.
« che ne so, se è bravo! se è stato dolce! »
« come Megafusto sul pianoforte del povero Eugene? » il suo sorriso si smorza per un momento.
« beh, è stato molto romantico. » si giustifica prima di infilarsi in bocca un pasticcino con una mezza fragola sopra.
« Jules, promettimi che mi scriverai spesso. »
« Georgie, promettimi che smetterai di essere così paranoica. »
« Non credo di poterlo fare. »
« Sei incorreggibile. »
« Sì, ti voglio bene anch’io. »



{ last day of magic. }
Il professor Silente sembra più emozionato di me, mentre mi scruta attentamente da dietro le lenti dei suoi inconfondibili occhiali a mezzaluna.
« Signorina Harrington, mi sono permesso di prepararle una cosa. » le guance mi diventano subito di fiamma; non sono affatto abituata a ricevere regali d’addio, tantomeno dagli insegnanti. Non da Silente, soprattutto, per quanto lui sia il mio preferito in assoluto. Mi sforzo di sorridere e di non mettermi a gridare, ma di certo non riesco a dire una sola parola prima che lui riprenda.
« Ho visto la sua richiesta per l’Accademia Auror, mia cara. » oh. Buon segno, vuol dire che almeno sono state già consegnate al Ministero, anche se dubito che avrà qualche utilità. Tra quelli del settimo ne sono state raccolte più di venti, e i posti sono otto. Annuisco come unico sforzo di volontà.
« Mi sono permesso di aggiungere una nota sotto il suo curriculum ineccepibile. » sobbalzo. Se ne accorge, e ridacchia. « dice che lei è la migliore studentessa che Hogwarts ha visto da molti anni a questa parte .. » se prima non ero color pomodoro maturo, lo sono di certo ora. « .. e che se non la prenderanno, confermeranno la loro fama di totali, perfetti idioti. » sghignazza di gusto, mentre si alza dal suo scranno e gira attorno alla scrivania, come per raggiungermi. Non che sia strano, in effetti, ma mi sento i lacrimoni che si formano agli angoli degli occhi. Stringe le mie mani gelide e inerti tra le sue.
« Buona fortuna, Georgiana. »

***

Il quasi ex prefetto Corvonero mi fissa con aria contrariata; sembra quasi che gli dispiaccia essere alla fine del suo mandato. Tra le dita stringe la spilla di ordinanza, e mi ha appena pregato di lasciargliela tenere. Quando si parla di attaccamento all’istituzione; il mio baule é ancora mezzo vuoto, nel dormitorio, ma mi sento in colpa ad abbandonarlo senza una risposta soddisfacente.
« Joel, non credo di avere l’autorità per poterti autorizzare. » storce il naso. Gli do una pacca sulla spalla con tutta la convinzione che posso trovare nei suoi occhioni azzurri che mi scrutano con disperazione.
In un futuro non troppo lontano, lui potrebbe avere il mio incarico; e passare un settimo anno splendido come il mio, con amici straordinari, e magari senza doversi battere a duello nel cuore della notte. Mi saluta agitando la mano, e sgattaiola verso il suo dormitorio.
Alzo la testa e vedo davanti a me la bacheca di Corvonero, che ho amorevolmente aggiornato durante quest’anno; strappo via un paio di fogli di insulti verso gli studenti del primo, stacco con cautela quelli di auguri per noi del settimo.
E’ la mia ultima notte a Hogwarts; sono già le dieci passate, e non ho nessuna voglia di salire in camera mia e rivedere tutte le altre in lacrime; non ce la posso davvero fare, ho già pianto abbastanza in questi ultimi giorni.
Con uno sforzo, infilo la testa nel corridoio, lasciandomi investire da un silenzio che non può che spiegarsi con la stanchezza provocata dai fiumi di depressione che si sono appena riversati all’interno delle stanze. Socchiudo la porta con cautela; una delle altre russa rumorosamente. Mi siedo sul mio letto e con attenzione mi stacco dal petto la spilletta da Caposcuola. E’ strano vederla appoggiata sul comodino e sapere che domani mattina non la appunterò di nuovo sulla divisa. Ma è una bella immagine per chiudere il mio lunghissimo romanzo, lungo sette anni.



{ king's cross. }
« una settimana. » sento il fiato di Sebastian sul collo mentre mi abbraccia, sfregando intensamente la guancia contro la mia testa; ha passato l’intero viaggio in treno a sussurrarmi che sarebbero stati i giorni peggiori della sua vita. Una settimana; in effetti non ci siamo mai separati per più di un giorno, o due, in genere il tempo di dormire qualche ora. Talvolta neppure quello. Abbiamo stabilito che probabilmente né i suoi né i miei avrebbero compreso se avessimo fatto una fuga d’amore senza neanche salutare.
« dai, smettila! » sussurro senza rendermi conto fino all’ultima che anch’io sono aggrappata al suo braccio, totalmente circondata da lui. Mi bacia il collo come se volesse trapassarmelo con i canini vampireschi che non ha.
Sa benissimo che non potrò scollarmi di casa finché non arriverà la risposta dell’Accademia, a meno che non voglia provocare un collasso ai miei. Cedo ai suoi ridicoli tentativi di baciarmi, come se non avesse passato le ultime otto ore a cercare di “concentrare tutta la me di cui avrà bisogno”. Attorno a noi gli studenti si salutano, piangono, ridono, ritrovano i loro genitori e parenti vari; non riesco a concentrarmi sul fatto che a mia madre verranno i capelli bianchi, a vedermi in quegli atteggiamenti senza ancora un anello al dito.
« GEORGIANA! » tuoni, fulmini e saette! Sebastian si stacca come se fossi incandescente, io scatto nella direzione della voce che ho sentito sistemandomi i capelli in modo ossessivo, come se potesse migliorare quello che sapevo sarebbe successo e non ho prevenuto. Mio padre ha un sorriso da un orecchio all’altro, se non si considera l’enorme taglio che gli sfregia la guancia destra; qualcosa mi dice che sia appena tornato da un viaggio di lavoro. Dietro di lui, mia madre spettegola fittamente con una donna che non conosco.
« mia madre. » mormora la mia dolce metà, con una voce così strozzata da essere irriconoscibile. Ricapitoliamo; i miei peggiori timori sono sfumati nel nulla perché i miei genitori e i suoi si conoscono già? Il viso mi si accartoccia in un’espressione contrariata senza che sia capace di trattenermi. Lui, invece, ha preso a brillare; sembrerà che io abbia un’aureola, tanto lui risplende di felicità. Mi sistemo le pieghe della gonna e mi sforzo di sorridere.
« papà! mamma! » trillo offrendo loro il mio migliore sorriso, anche se vengo subito sotterrata nel profumo di vaniglia e animali selvatici della mia genitrice; mio padre si è già preso il mio baule e non sembra avere intenzione di lasciarlo finché ci sarà Sebastian nei dintorni, come a privarlo dell’opportunità di essere cavaliere con me. Non sento quello che mi dicono; ciò che posso udire è soltanto un ronzio sordo, spezzato improvvisamente dalla voce di SSS, dopo che è riemerso dalle pacche e dai baci dei suoi.
« mamma, papà, vorrei presentarvi la mia » pausa. Orrore e delirio. « ragazza, Georgiana. » oddio, svengo. Sua madre sembra essere sul punto di avere la stessa reazione, mentre Joshua Harrington ha un improvviso bisogno di tossire copiosamente e il signor Lang di accendersi la pipa.
« oh, Georgiana, proprio come tua nonna! » langue mrs.Lang mentre mia madre si avvinghia al braccio del suo pargoletto, adorante.
Se sopravviverò ai prossimi dieci minuti potrò dire di aver passato per l’ultima volta la barriera del binario 9 e ¾, e di aver detto addio all’Espresso. Sorrido a Sebastian, che si crogiola nel danno che si è fatto da solo; almeno finché non ci verrò per portare i miei bambini a scuola.



{ oh, july! }
Scendendo le scale, inciampo nella camicia da notte; sento il profumo del caffé e dei pancakes che mia madre sta preparando per colazione, ma non credo che sia questo a distrarmi. Ogni singolo giorno, dalla fine della scuola, mi alzo con un cubo di granito nell stomaco: potrebbe essere arrivata la lettera dal Ministero, quella dove c’è scritto se sono ammessa o no all’Accademia.
Mi fermo davanti allo specchio scassato del corridoio, prima di entrare in cucina; guardo la mia frangia spettinata, la treccia che si sta sfasciando dal fondo, la camicia da notte. Potrei davvero diventare un auror? Qualche volta vorrei essere ancora la piccola Georgie, che racconta fiabe ai suoi pupazzi e sogna di diventare la Principessa del Regno Candito. Acchiappo dal pavimento Cheslav, che inizia a fare le fusa nonappena gli poso le mani sulla pelliccia bluastra ed entro nella stanza sin troppo calda dove mi aspetta il mio primo pasto di oggi, oltre ai miei genitori.
Il cuore inizia a battermi a tutta birra appena mi rendo conto che mi stanno aspettando seduti, con le tazze di caffé fumante davanti, intoccate. E tra loro, davanti ad un barattolo di marmellata d’arance, c’è una busta di pergamena sbiancata.
« buongiorno, tesoro. » mormora mia madre senza la minima espressione sul volto cereo. Non le rispondo neppure. Lascio andare il gatto, che miagolando rumorosamente atterra ai miei piedi, e mi getto sulla busta.
E’ chiaro che, dimentica dei suoi poteri, aveva provato ad aprirlo con il vapore della teiera. Apro la pergamena davanti alla faccia; i miei occhi ci mettono qualche momento a realizzare cosa ci sia scritto.
« ammessa. » sibilo appena, crollando sulla sedia, che quasi cade all’indietro sotto il mio peso morto. Un Auror. Io.
Un rumore come di sparo si diffonde nell’aria, seguito da un tonfo.
« SONO STATA AMMESSA! » grido senza neppure guardare chi sia; tanto so già che ricadrò tra le braccia di Sebastian, colui che vedrò tutti i giorni ancora per qualche anno. Sento le sue labbra sulla fronte, e gli occhi dei miei nella schiena.
Questo è un nuovo inizio. Decisamente entusiasmante.













18/07/2008
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Foresta Proibita.
Tutto quello che sento, adesso, è il mio respiro affannato.
Fino a trenta secondi fa facevo fatica a distinguere una voce dall’altra, e adesso sono persa in un oceano di silenzio. E’ quasi soffocante, sembra che le ombre si siano alzate dal terreno, gonfiandosi e dilatandosi fino ad inglobare qualsiasi cosa attorno a loro.
Mi faccio strada, affidandomi alla bacchetta che indica costantemente il nord, attraverso una fitta selva di biancospini che mi graffiano le gambe nude, strappando la seta non più immacolata dell’abito.
Se ne esco viva, la nonna mi ucciderà.
E se non lo farà lei, ci penserà la mamma.
Sento gli occhi bruciarmi, mentre mi arrampico oltre un masso che mi sbarra la strada. Ma chi me l’ha fatto fare? Voglio dire, sono una persona pacifica, io. Non ho mai dato problemi a nessuno, sono sempre stata una brava ragazza, studentessa brillante, figlia modello. Cosa ci faccio nel cuore della Foresta Proibita, senza avere la più pallida idea di come uscirne?
Il panico mi monta dentro, mentre un crack sordo alle mie spalle mi fa strillare per la paura. Mi rannicchio alle spalle della roccia, facendomi piccola piccola. Non è questo il momento di farsi prendere dal panico. Decisamente non è questo. Respiro a fondo, cercando di tranquillizzarmi.
La voce della nonna mi rimbomba nelle orecchie, stridula e irritata.
«Sei una McKanzie, per Diana! Non una mammalucca qualunque. Sei figlia di generazioni di grandi streghe e duellanti formidabili, non sarà certo un ammasso di alberi a fermarti!»
No, certo che no. Gli alberi forse non mi fermeranno, ma le creature che nascondo forse si!
Ma nessuno ribatte, questa volta, la voce si è spenta. Vorrei bene vedere.
Mi rialzo in piedi, scacciando l’ipotesi di essere impazzita completamente per aver accarezzato l’idea di parlare a una voce nella mia testa e stringo forte la bacchetta. Certo, se il mio fantastico albero genealogico potesse in questo momento accorrere il mio aiuto, non mi offenderei di certo.
Il crack si ripete, questa volta più deciso.
Trattengo il respiro, evocando silenziosamente un incantesimo di protezione che possa riflettere qualsiasi attacco magico e non. La magia brilla fioca, una sfera azzurrina che mi avvolge in un abbraccio confortante. Ma c’è ben poco di cui confortarsi, perché il crack si è trasformato in un leggero ansimare dietro il masso, in passi affannosi e frusciar di stoffa. Ho il cinquanta percento delle possibilità che sia un membro del Fidelius e altrettante che non lo sia. Posso aspettare che mi sorprenda qui, a tremare come un cucciolo spaventato, o recuperare tutto il coraggio che ho perso nel giro di un istante, quando un branco di centauri mi ha quasi ridotta a marmellata sbucando fuori dal nulla. Inspiro a fondo, facendo appello a tutta la forza che mi è rimasta per inginocchiarmi e sbirciare oltre la roccia: non vedo nulla, a parte una sagoma che si avventura furtiva tra i rovi dei biancospini. Un raggio di luna illumina una gonna color cipria e un boccolo biondo.
Il sollievo mi invade a ondate, mentre mi rialzo.
«Audrey» la chiamo, piano, per non spaventarla. La barriera si dissolve, dolcemente, non trovando più ragione d’esistere.
«Jill!» sobbalza lei. E’ pallida, un po’ sbattuta, ma sembra star bene. Per lo meno si regge ancora sulle gambe e non mi sembra ci siamo ustioni, bolle o piaghe. Mi avvicino a lei, stando attenta a non fare troppo rumore, e le getto le braccia al collo. Sorpresa, ricambia brevemente la stretta, prima di scostarsi, continuando a tenere le mie mani.
«Hai visto qualcuno?» chiede, nervosa, gettando continue occhiate alle sue spalle «Carlisle, Georgiana?»
Scuoto il capo, lo stomaco chiuso dalla paura.
«Nessuno. Stavo inseguendo la Traviston quando i centuari sono arrivati. Non ho più visto nessuno, da allora, sono scappati tutti» rabbrividisco all’idea. Lei annuisce brevemente.
«Tanto meglio» commenta, pragmatica «Con un po’ di fortuna ci hanno liberato la strada da eventuali professori e ficcanaso. Vieni, c’è bisogno d’aiuto»
Senza aggiungere altro, mi guida tra gli alberi senza lasciar andare la mano. Non consulta la bacchetta, non cammina alla cieca. Stiamo andando in un punto ben preciso. Da qualcuno.
Con un nodo in gola la seguo, stringendo forte la bacchetta e la sua mano, fino ad una radura isolata, costeggiata da un piccolo rigagnolo d’acqua accanto al quale giace Julia, immobile.
«E’ solo schiantata» mi precede il mio biondo angelo custode, mentre Sebastian sbuca da dietro un cespuglio, zoppicando vistosamente. Ci lancia un’occhiata sollevata, il volto esangue illuminato dalla scarsa luce. Un taglio gli corre lungo lo zigomo destro, ma non sembra sanguinare. Lascio la mano di Audrey, correndogli incontro.
«Fermo, non ti muovere» gli intimo «Fammi dare un’occhiata»
«Da quando in qua sei Medimago?» domanda stancamente, sedendosi con la schiena contro la corteccia di un albero.
«Devo ricordarti chi sono i miei genitori?» ribatto sottovoce, controllando il taglio per poi passare alla gamba «Però hai ragione, non sono un Medimago. Per questa non posso fare nulla, dovrai fare un salto in Infermeria. Lei come sta?»
«Si rimetterà» interviene Audrey «Sperando sia solo stata schiantata e non ci sia altro. Domani avrà un gran mal di testa, ecco tutto. Ora però dobbiamo portarla via da qui»
Si, ma come?

***

Infermeria.
Il viso della Mound è indecifrabile.
E’ china su Julia, che ora è stesa su un lettino, i capelli scuri sparsi attorno al volto pallido come un’aureola corvina, e la sta esaminando in silenzio. E’ palese che non è l’unica paziente che ha avuto nel corso della notte, miliardi di piccole rughe preoccupate le increspano la fronte, solitamente liscia e spianata; più di una brandina è nascosta da divisori accuratamente tirati, ma non si sente volare una mosca. La luce che illumina lo stanzone è fredda, metallica, tipica delle ore che precedono l’alba. L’aria non è fredda, ma continuo a tremare come se fossi rimasta per ore sotto la neve, è quasi imbarazzante, sento i miei denti battere violentemente al punto che persino la Mound si volta a scrutarmi, pensierosa. Mi punta un fascio di luce negli occhi, per poi decretare.
«E’ lo shock» si interrompe, spostando lo sguardo da alla mia amica «Non so cosa sia successo, stanotte, e non lo voglio nemmeno sapere, ma avete rischiato grosso. Se Armando sapesse cosa combinano i suoi studenti…» scuote il capo, sospirando. Nessuna di noi due osa respirare, mentre torna ad esaminarmi la faccia.
«Via, voi due state bene» indica me e Audrey, con un gesto stanco «Andate alla Torre e restateci, una bella dormita e domani starete di nuovo bene»
Non replichiamo, limitandoci a spostare contemporaneamente lo sguardo su Julia.
«Starà bene. Sarà nei guai, ma starà bene» fa schioccare la lingua contro il palato, spingendoci via. L’ultima cosa che riesco a vedere, prima che la porta si chiuda alle nostre spalle, è la chioma rossa dell’Infermiera che ci ha regalato la possibilità di scampare alle ire di Dippet e dei nostri genitori.

***

Ma ci pensa qualcun altro a bruciare la nostra chance, quando svoltiamo l’angolo per arrivare alle scale che portano alla Torre. La scuola è immobile, soffocata da una cappa di silenzio opprimente che non permette nemmeno al fioco russare dei quadri di scalfirne la superficie. Forse hanno incantato i saloni. Forse è solo lo shock che mi rende sorda, perché quando Martine Lewis ci compare davanti, in tutto il suo malvagio splendore, mi rendo conto che indossa ancora i tacchi vertiginosi che aveva al ballo e io non ho sentito nemmeno il più debole ticchettio. Mi sfugge un leggero gemito, Audrey singhiozza. La Lewis sorride dolcemente, gli occhi chiarissimi illuminati da un luccichio pericoloso. Per quanto sia innegabilmente bella, non posso fare a meno di trovarla mostruosa mentre ci viene incontro, avvolta nel suo meraviglioso abito da sera.
«Cosa abbiamo qui?» cantilena, inclinando leggermente il capo di lato «Due uccellini sperduti, forse?»
Le dita di Audrey mi stritolano la mano, esattamente come le mie stanno facendo alla sua. Nessuna delle due fiata.
«McKanzie» mi chiama, costringendomi a guardarla «Cosa ci fai qui, nel cuore della notte?»
«Torno alla Torre» ribatto, cercando di dominare la paura che fa sembrare le mie parole un pigolio tremulo.
«Le tue compagne di casa ci hanno fatto ritorno molte ore fa» commenta, fingendosi perplessa e picchiettandosi le labbra con le dita «Ti sei trattenuta con Salinger?» l’odioso sguardo smeraldino scivola su di Audrey, che automaticamente arretra di un passo.
«Siamo… siamo andate in cucina, alla fine del Ballo» mente, spudoratamente «Avevamo fame e non ci siamo rese conto del tempo che passava. Sa, gli elfi sono creature amabili ed estremamente servizievoli, non abbiamo resistito a una razza di cioccolata con dei biscotti.»
Ti prego credici. Ti prego, dimostra che sei solo una povera oca credulona e lasciaci andare.
E’ stupido sperare in una cosa del genere. Stupido e piuttosto ingenuo, da parte mia.
Soppesa le parole di Audrey, in silenzio, probabilmente chiedendosi per quanto tempo ancora torturarci prima di portarci da Dippet.
«E sei scalza solo perché i piedi ti facevano male, non è vero McKanzie?» indaga, sorridendo angelica. Annuisco, senza riuscire ad aprir bocca.
«D’accordo, capisco» sospira appena, facendosi da parte. Audrey trattiene il respiro. Non è possibile che ci vada tutto così liscio. No, non possiamo essere così fortunate.
«Strano però» riprende dopo qualche attimo.
Ecco, lo sapevo.
«Cosa, professoressa?» la voce di Audrey trema, ma è abbastanza salda da permetterle di formulare una frase coerente senza balbettare. Io non so se ne sarei capace.
«Non mi risulta che si debba attraversare la Foresta, per giungere in cucina» commenta, la voce che diventa parola dopo parola sempre più fredda e pungente, mentre la consapevolezza mi gonfia il cuore di paura. Lei sa. Lei ha sempre saputo. Le sa tutto e sta giocando al gatto e al topo, prendendoci in giro.
Chino il capo, mentre lei alza gli occhi dai nostri piedi sporchi di fango e dagli abiti stracciati, facendoci segno di seguirla.
«Sono sicura che il Professor Dippet sarà curioso quanto me di sapere cosa vi è successo mentre andavate a fare uno spuntino di mezzanotte.»

***

Presidenza, qualche ora dopo.
«Non è ammissibile» continua a borbottare il preside, percorrendo in su e in giù l’ufficio con addosso una ridicola vestaglia di velluto rosso, un cappellino di lana con tanto di pon-pon in testa e ciabatte ai piedi «Non è assolutamente ammissibile una cosa del genere!» sbotta, guardando me e Audrey.
Siamo qui da ore. Il sole sta sorgendo, lo vedo sbucare all’orizzonte, sopra il lago, allungando timidamente i suoi raggi dorati verso il prato davanti all’ingresso. Siamo qui da ore e la situazione è sempre la stessa.
Che siamo nei guai, l’abbiamo capito.
Che chiameranno le nostre famiglie, l’abbiamo capito.
Che prenderanno seri provvedimenti, l’abbiamo capito.
La testa mi ciondola sulle spalle, inizio a far fatica a tenere gli occhi aperti. Audrey, al mio fianco, sbadiglia sempre più frequentemente. L’adrenalina si è consumata e ha bruciato tutta la nostra energia, lasciandoci completamente vuote e in balia della nostra stanchezza, della nostra paura, della nostra fragilità. Vorrei piangere, alzarmi e urlare che basta, lo sappiamo! Non siamo due idiote, ma a cosa serve tenerci in piedi a questo punto? Non arriverà nessuno prima di domani pomeriggio, a meno che non si faccia ricorso alla Metropolvere e non sono nemmeno sicura si possa utilizzare all’interno della scuola. E che comunque non consiglio a nessuno di svegliare la nonna all’alba, la reazione potrebbe essere alquanto violenta.
Eppure, mi limito a fissare il vuoto, riuscendo a cogliere una parola su tre. Dippet sta ancora blaterando su quanto sia scandaloso l’accaduto –per senza sapere cosa sia effettivamente successo-, quando chiudo gli occhi e crollo addosso a Audrey.

***

Infermeria, qualche ora dopo.
«Come ho fatto a dimenticarmi di Carlisle?» domando a Audrey per l’ennesima volta, angosciata, mentre corriamo verso l’Infermeria. Non abbiamo fatto in tempo ad entrare in camera e a farci un bagno, che subito siamo uscite di corsa, indossando la prima cosa che ci è capitata a tiro. Non mi stupirei affatto se indossassi i pantaloni del pigiama e la camicia della divisa. Quando la Mound ci apre la porta, però, non sembra affatto sorpresa di vederci.
«McKanzie, Salinger» ci saluta, sospirando. Occhiaie scure le cerchiano gli occhi, si vede che nemmeno lei ha avuto tempo di dormire stanotte.
Audrey, al mio fianco, è subito raggiunta da Peter, che la stringe in abbraccio protettivo. Sento gli occhi pizzicare, mentre cerco Carlisle, inutilmente.
La Mound, probabilmente impietosita dalla maschera di terrore che mi ha paralizzato il volto, mi prende gentilmente per un braccio e mi guida verso un angolo dello stanzone, dove intravedo la chioma fulva del mio Tasso, in netto contrasto con la federa immacolato del cuscino.
L’infermiera sparisce, mentre mi trascino stancamente fino ai bordi del letto e li cado sulle ginocchia, gli occhi ora definitivamente gonfi di lacrime; faccio per parlare ma un singhiozzo me lo impedisce.
«..mi spiace» biascio alla fine, accarezzandogli la fronte.
È così bello, in questo momento, che mi si stringe il cuore; sembra così fragile che ho quasi paura di sfiorarlo. Ritraggo la mano, incrociando le braccia sul materasso e affondandovi in mezzo la faccia. Vorrei solo che aprisse gli occhi e ridesse, come sempre, prendendomi in giro.
«Pulcino, piangi?»
La voce è la sua. Flebile, roca e impastata, ma la riconoscerei tra mille al mondo. Mi sollevo di scatto, strofinandomi gli occhi con la manica del maglione.
«No, certo che no» esclamo.
«Pessima bugiarda, amore» mi rimprovera, aprendo gli occhi. E’ sofferente, ma riesce nonostante tutto ad abbozzare un sorriso. Di nuovo, mi viene da piangere.
«Ehi, ehi!» mi rassicura «Va tutto bene! Non piangere, non..»
«E’ che mi dispiace!» sussurro, guardandolo tra le lacrima «Mi dispiace tantissimo, io avrei.. avrei dovuto stare attenta.. anche.. anche a te e..»
«Jillian, non dirlo nemmeno per scherzo» sembra sconvolto «Ha già del miracoloso che siamo usciti dalla foresta più o meno illesi» fa una smorfia, mentre cerca di mettersi a sedere ignorando le mie proteste «Perché stai bene, non è vero?» indaga, improvvisamente angosciato, scrutandomi il volto.
Scuoto il capo, senza riuscire a trattenere un sorriso. Il primo, dopo moltissimo tempo.
«Tutto a posto» mi allungo, baciandogli la fronte. Fa una smorfietta, un po’ di colore gli riscalda le guance.
«Sono stato una pessima ombra» commenta cupo, stringendomi una mano.
«Sono stato peggio io» una smorfia, e non sono sicura stia facendo dell’ironia «Ma vedo che non ne ho bisogno. Prima che mi addormentassi, hanno portato la Traviston, mezza morta, avvolta nello stendardo di Serpeverde. Una scena che avrebbe commosso anche Tu-sai-chi.» rotea gli occhi, senza curarsi di celare il disgusto. Non ce ne è bisogno, a questo punto, le carte sono state svelate e non c’è motivo di far finta che in questa scuola tutti vadano d’amore e d’accordo «Dovevi essere veramente arrabbiata, per averla ridotta in quello stato»
«Oh» commento, sorpresa «Veramente non credo di essere stata io, mi spiace deluderti. L’ho persa di vista, dopo un po’, mentre correvamo tra gli alberi. Sarà stata Georgiana, non lo so» scuoto il capo. Per quanto la Velenosa per eccellenza possa starmi antipatica, non credo che sarei riuscita a ridurla in fin di vita.
Annuisce, pensieroso. Poi, un lampo gli attraversa lo sguardo e la sua mano si stringe con forza attorno alla mia, fino a farmi male.
«Julia?» chiede con un filo di voce. Poche volte in vita mia ho visto una persona così tanto preoccupata per qualcuno. Se non fosse che è perfettamente comprensibile in questa situazione, potrei persino essere gelosa. Ma è Carlisle. E’ il mio, Carlisle, e ha un cuore grande al punto da voler bene a persone che conosce da poco e a cui è vincolato da un legame che avrebbe potuto evitare facilmente, se davvero avesse voluto. Ma non l’ha fatto, e ora il non sapere lo divora. Chi sono io per lasciare che la tortura non finisca. Chiudo gli occhi un attimo, stringendo forte la sua mano. Poi, inizio a parlare. Raccontandogli tutto quello che so.

Con la promessa da parte sua di riposare e non azzardarsi ad attraversare il castello per uccidere Riddle e la sua cricca seduta stante, lascio Carlisle a quello che spero sia un sonno senza sogni. Audrey sta tornando verso Peter, Aedan e Georgiana, tutti e tre pallidi e provati da quella che deve essere stata una notte infernale. La mia Caposcuola si tormenta le dita magre, senza però aprir bocca, limitandosi a sgranare gli occhi quando la bionda boccolona annuncia che abbiamo il permesso di vedere Julia.
«Carlisle vuole sapere come sta Julia» annuncio. La mia amica tira un sospiro di sollievo: se vuole sapere come sta lei, allora non è in una situazione così grave. Aedan, però, non è d’accordo. Protesta, ma debolmente. Stanco, anche lui, guarda me e la mia amica con stupore, nel sentire che siamo state noi a riportare la sua bella al castello. Poi, fa l’ultima cosa che ci aspettavamo da un principe del ghiaccio come lui: ci abbraccia, ringraziandoci.
Sento gli occhi pizzicare e mi affretto a seguire le due figure sfuocate davanti a me fino al letto di Julia. Bella e fiera anche nella caduta, la Grifona soffre, il volto pallido ricoperto da minuscole goccioline di sudore. Georgiana si morde le labbra, chinandosi su di lei per posarle una pezza sulla fronte, ma si ritrae quasi di scatto, irrigidendosi all’improvviso quando Julia schiude le labbra per mormorare qualcosa che non riesco a cogliere. 
«Nel delirio, mi scambia per sua madre. L’infermiera ha detto che la febbre è molto alta, ma entro domani dovrebbe scendere. In un paio di giorni dovrebbe iniziare a riprendersi.»
Guardo Audrey di sottecchi, mentre ci avviciniamo al letto: è calma, non da segno di emozioni, ma potrei giurare che sotto la superficie ribolle un mare in subbuglio.
«Ida..» sussurra Julia.
Non posso fare a meno di rabbrividire, cercando la mano della mia amica che, prontamente, restituisce la stretta.
E’ straziante, non posso tollerarlo un minuto di più. Audrey mi cinge la vita con un braccio, sussurrandomi che si rimetterà presto e andrà tutto bene. Guardo Georgiana, sottile e indistruttibile accanto alla sua amica, e mi chiedo cosa avrei fatto io se ci fosse stata la ragazza al mio fianco in quel letto.
Quando facciamo ritorno nella Torre, non ho ancora trovato una risposta.

***

Cortile interno, la mattina dopo.
Il viso della nonna è una maschera di rughe e severità.
Come al solito, la mamma e il papà non hanno potuto lasciare il San Mungo –pare che ci sia stato del rumore attorno al padre di Eveline Sanders, la principessa caduta delle onorevoli Serpi- e adesso sono sola a sopportare il suo sguardo glaciale e il suo silenzio carico di rimprovero.
McKanzie e Salinger sono stati i primi cognomi convocati sulla lista di Dippet, le prime vittime degli alti ranghi scolastici. Ho come il sospetto, però, che ai colloqui della Traviston, Norwood, Lywelyn e Jasper (ammesso ci sia, un colloquio per loro) non ci sarà l’amabile presenza di Martine Lewis a testimoniare come due studentesse di Corvonero si aggirassero per il castello ben dopo il coprifuoco in atteggiamenti sospetti e con gli abiti laceri. E con un macete sporco di sangue tra i denti, giusto per rendere più piccante la storia e più pesante la punizione.
Non ho idea di cosa sia stato detto, la dentro. Non ho idea di quanto grande fosse la spada di Damocle sul nostro capo, questa mattina, quando si sono riuniti per discutere del nostro immediato futuro.
Ho passato la mattina a consumare il pavimento della Biblioteca, facendo finta di studiare per gli esami. Audrey è scomparsa con Peter dopo la prima mezz’ora passata a sfogliare libri a vuoto e non l’ho più vista da allora, fino a quando una terrorizzatissima bimba che mi sembra faccia parte del Carlisle fan-club non è venuta a dirmi che “una signora mi aspettava fuori, nel cortile”.
Ed eccomi qua, in attesa di conoscere il verdetto della giuria.
«Jillian» esordisce alla fine, guardandomi con severità. Nulla, nel suo volto, lascia presagire a qualcosa di buono.
L’imputata Jillian McKanzie si alzi, prego.
Non rispondo, abbassando lo sguardo. Non mi lasciano fare gli esami. Sono stata espulsa in tronco, senza preavviso, senza possibilità di appello e di ripensamenti. Lo sapevo, lo sapevo.
«Jillian, mi auguro con tutto il cuore che tu abbia trovato il tempo per studiare, tra un’incursione nella foresta e l’altra» prosegue «Perché se la tua media non rasenterà l’eccellenza allora temo che questa sia stata una mattina ufficialmente persa.»
Alzo gli occhi, sentendo il sangue pulsare più forte. Non mi espellono. Posso fare gli esami.
«Ed è chiaro che avrai un richiamo ufficiale e che l’accaduto avrà relativa risonanza nel tuo avvenire, ma…»
Smetto di ascoltarla, in preda ad un’ondata di euforia. Già mi vedo tra qualche settimana a ridere di quanto è accaduto con tutti quanti, davanti ad una coppa di gelato da Florian. Io, Carlisle (perché figuriamoci se lo espellono, è una delle glorie della scuola), Milo, Eugene, Georgie e Julia, Audrey.. Audrey.
«E Audrey?» la interrompo, senza rendermene conto. Mi guarda irritata per un attimo, prima di riprendere a parlare.
«Come stavo dicendo, sia tu che la tua amica affronterete tutto questo assieme. Con un po’ di fortuna sarete nuovamente nella stessa Casa e…»
«Che sciocchezza nonna, certo che saremo assieme! Lo Smistamento c’è solo al primo anno»
«Ma si può sapere dove hai la testa, Jillian?» sbotta, stizzita «A Beauxbatons sarete smistate, esattamente come accade a tutti gli studenti che vi accedono per la prima volta. Ma tu guarda, non ascolta nemmeno, sua madre mi sentirà..»
Io, da parte mia, non la sento più. C’è una sola, enorme parola, che mi rimbomba nella testa.
Beauxbatons.
Ha il suono di una condanna.
Ha il suono dell’esilio.

***

Infermeria, una settimana dopo.
«Sicuro di aver preso tutto?» domando per l’ennesima volta a Carlisle, che sbuffa.
«Jill, tesoro, si!» ride «E anche se avessi dimenticato qualcosa, posso sempre tornare a prendermela quando voglio»
«Tu non metterai piede qui dentro per un bel po’» ringhio, senza riuscire ad essere veramente minacciosa. Ma il succo è chiaro: il mio ragazzo non deve più rimettere piede in infermeria, né da sano né tanto meno da malato. Non esiste proprio. Milo sghignazza, in piedi accanto ad Eugene che fischietta, perso nel suo mondo di pentagrammi e tonalità.
Dopo una settimana di degenza, Carlisle torna a piede libero. Le ustioni sul petto, che tanto avevano fatto preoccupato la Mound, se ne sono completamente andate, senza lasciare nemmeno una cicatrice, e non c’è più motivo per cui il mio ragazzo debba rimanere in isolamento.
Guardo con un sorriso l’enorme striscione che Milo sta facendo arrotolare con delicati colpi di bacchetta, segno di tutto l’amore e tutto il sostegno del Carlisle fan-club, e i mazzi di fiori che costellavano il suo comodino, ricoperto di biscotti e dolci sgraffignati in cucina. Il biondo orso dall’ugola d’oro li raccoglie goffamente, senza nemmeno provare a sfiorare la bacchetta, e precede i suoi due compari in corridoio, subito seguito da Milo.
«Allora, vieni?» domanda il moro, con un abbagliante sorriso.
Tutto questo mi mancherà, da morire.
Sospiro.
«Jill, tesoro» esclama, cogliendo la mia tristezza. Mi si avvicina, intrappolandomi in un abbraccio appassionato «Se bruci d’amore per me al punto da sospirare per un sorriso, molla subito questo damerino pel di carota e fuggi con me!»
«Giù le zampe» ringhia Carlisle «Tieni giù le tue manacce dalla mia ragazza»
«Altrimenti che mi fai?»
«Lo stesso che ho fatto a Norwood»
«Oh si, ti prego!» geme lui «Anche io voglio una scusa per fare gli esami in privato, tra un mese!»
«Vi muovete, voi due?» si lamenta Eugene, facendo spuntare la sua testona bionda dalla porta.
«Si, si, arriviamo!» riprende il rosso «Devo solo uccidere questo idiota qui»
«Carl, vecchio mio. Se non fosse che sei convalescente ti avrei già steso da un pezzo»
«Ti piacerebbe, Ashmore, ammettilo»
Oltrepassano la soglia, battibeccando allegramente. Rimango qualche passo indietro a guardarli: uno biondo, uno rosso e uno moro. Le tre persone più diverse di questo mondo, che però si sono trovate e sono ora inseparabili. Come fratelli, hanno condiviso ogni cosa, ogni gioia, ogni dolore, ogni sogno, ogni speranza. Come fratelli.
Li guardo mentre camminano felici, a tratti accennando un salto, a tratti voltandosi per guardarsi in faccia.
E io non sarò più con loro.
Il pensiero mi folgora, paralizzandomi completamente. Immobile, chiudo gli occhi, lasciando che una più profonda percezione della realtà prenda possesso di me: i rumori, i profumi. La pietra dura sotto i piedi, il cinguettare degli uccellini nell’aria quasi estiva, le risate dei ragazzi davanti a me, una porta che scricchiola, lo strillo di tre ragazzine del primo anno.
La triade di Tassorosso è tornata per calcare ancora i corridoi della scuola.
Io lo faccio in questi giorni per l’ultima volta.

***

31 giugno 1944, King’s Cross –Londra.
Isabel sbadiglia, sonoramente, accoccolata addosso a Eugene che, rosso d’imbarazzo, non riesce a smettere di toccarle i capelli.
«Odio questo viaggio» protesta lei, roteando gli occhi «Non finisce mai»
«Siamo quasi arrivati, invece» commenta Milo, la voce velata da un’impercettibile tristezza. Carlisle mi stringe più forte e io mi giro, affondando il volto nell’incavo del suo collo. Inspiro a fondo, riempiendomi del suo profumo e del suo calore. Giuro che non avrei mai voluto che finisse così. MAI.
La periferia semi-distrutta di Londra sfreccia fuori dal finestrino, senza nasconderci gli orrori che il mondo babbano ha scatenato sul pianeta, orrori a cui noi davamo relativa importanza, protetti nella nostra gabbia dorata.
Sento il mio ragazzo sospirare, man mano che il treno inizia a perdere velocità.
«Va tutto bene?» mi chiede, sottovoce. Annuisco, ma un nodo alla gola mi impedisce di parlare. Chipie miagola, dalla sua bella cesta di vimini; un incantesimo particolarmente difficile le impedisce di uscirne.
Ho come l’impressione di trovarmi a mille miglia di distanza, in un luogo al di fuori del tempo e dello spazio. Attorno a me ci sono montagne di ricordi che si accavallano, prepotenti, e la netta sensazione di essere arrivata ad un punto di svolta. Al secondo anno, tornando a casa a fine anno, ho passato buona parte del viaggio a tormentare Isabel chiedendole cosa provasse uno studente all’ultimo anno al suo ultimo viaggio di ritorno da Hogwarts. All’epoca ero perdutamente innamorata di un ragazzo del settimo, il Capitano della Squadra di Quidditch di Corvonero. Non era bellissimo, ma aveva qualcosa che mi impediva di non pensare a lui. Chissà, forse era il presentimento che probabilmente non lo avrei mai più rivisto a renderlo così assolutamente speciale ai miei occhi, perché adesso non c’è dettaglio che non lo sia. Il sole che bacia i capelli di Isabel, il broncio imbarazzato di Eugene e la melodia che canticchia sottovoce, la camicia con le maniche rimboccate di Milo, la pila di libri di Audrey, la sciarpa che Peter ha dimenticato di infilare nel baule e che se ne sta abbandonato sul sedile.
Carlisle.
Le sue mani, che scivolano lungo la mia schiena e rimangono imprigionate tra i miei capelli, quel suo modo assolutamente unico di sollevarmi il volto premendo sul mento, con la punta delle dita, per poi rubarmi un bacio.
Il treno si ferma, con un sincronismo terrificante, nell’esatto istante in cui le nostre labbra si separano. Il chiasso nel corridoio esplode vivacemente, attorno a me un turbinio di piume, baule che lievitano e i lamenti di Eugene, che probabilmente è andato a sbattere contro il portabagagli o qualcosa del genere. Nel giro di un attimo, lo scompartimento è vuoto.
Ci siamo solo io e lui; io ho ancora gli occhi chiusi. Carlisle si alza, sono sicura che sta prendendo anche il mio baule.
«Jill..?»
«Un secondo» lo prego «Un secondo e arrivo»
«Ci vediamo giù»
Annuisco, mentre se ne va. Solo io, adesso.
Lame di luce trapassano i sedili di velluto color porpora, facendo danzare granelli di polvere attorno a me; nuvole di vapore piroettano fuori dai finestrini, simili a montagne di zucchero filato e panna montana.
Adesso mi alzo.
Prendo Chipie tra le braccia e faccio scivolare di lato la porta, esco in corridoio e scendo dal treno.
Per l’ultima volta.
C’è la nonna, che aspetta. Con il vestito buono e la sua espressione più severa, quella da portare abbinata alle perle che il nonno le ha regalato per il ventesimo anniversario di matrimonio.
La raggiungo, le do un bacio sulla guancia. Lei brontola qualcosa, poi Audrey, sorella e compagna di sventure, mi raggiunge con il suo caldo sorriso, che ricambio. Un attimo ancora e c’è pure Carlisle, che si trascina dietro un carrello con sopra i nostri bauli. Saluto Audrey, promettendole di scriverle non appena arrivo a casa, poi mi volto.
Il mio ragazzo mi stringe la mano, mentre inizio a camminare.
Non è stato un anno facile, ma è stato favoloso. Tante cose da ricordare, tante da dimenticare.
Jasper mi sfila accanto, alto e splendido come un dio greco; mi rivolge un’occhiata e quello che sembra un sorriso di scherno ma che forse, in fondo in fondo, è un addio che non si aspettava di dover dare adesso. Lo vedo correre via, verso i suoi Principi, verso la sua estate, verso il suo domani.
Vedo Julia e Georgiana che chiacchierano, in un angolo, vedo Aedan e Sebastian. Audrey segue mogia l’autista di famiglia, Isabel saltella dietro il suo orso buono dopo averne conosciuto i genitori, Opal avvampa quando Milo si china a baciarle la guancia e il giornale di un signore poco distante esplode; ma è solo un attimo.
Perché subito dopo, abbracciata a Carlisle, attraverso la barriera e mi lascio alle spalle un mondo intero che, quando rivedrò, se mai lo rivedrò, non sarà più lo stesso.
Lo giuro, non avrei mai voluto che finisse così.
Ma nemmeno nel più coraggiosi dei sogni e nella più sfrenata delle fantasie avrei saputo immaginare un finale migliore.













17/07/2008
commenti (3) • tag: famiglia, amori, dolore, speranze, addii, amicizie, paura, grifondoro, corvonero, fidelius

( Consequence )
Sembra che ogni brandello del mio corpo faccia male.
Sarà la botta, sarà la ferita, sarà che sono completamente teso, amareggiato, infuriato. Non ho assolutamente pulsioni positive, al momento.
Non ricordo bene, perché… stringo le palpebre, il mondo gira per qualche istante.
Riddle. Foresta. Julia……centauri. Luce. Julia per terra.
Sgrano gli occhi, mi porto seduto di scatto come se mi fossi risvegliato da un incubo. -Julia!- ho il tempo di lanciare un grido che si strozza in gola, Sebastian che afferra la mia spalla, cercando di rassicurarmi.
-Dove è Julia! Dove!- domando, quasi senza fiato. Lui mi calma un momento.
-E’…in infermeria…- mi informa, placando per qualche istante la mia ira -Aedan…c’è una cosa della quale dobbiamo parlare.-

( Reaction )
Lang mi ha spiegato. Pare che la situazione sia messa male.
Alcuni sono stati beccati, e sembra che la loro permanenza ad Hogwarts diventi un miraggio irraggiungibile, a detta dei ben informati.
No.
No.
No.
Non deve succedere, non può accadere. Non Julia, non Sebastian, non quest’anno.
Il futuro, dipende da questo. E non posso permettere che gente come Riddle lo ostacoli più di quanto non ha già fatto, maledetto. Che tu sia maledetto Tom Riddle.
Una missiva, chiara, con pochi giri.

Ho bisogno di aiuto. Ti aspetto ad Hogwarts , Aedan.

Un gufo che vola. L’Irlanda che accoglie questa comunicazione. Non resta che aspettare solo mio padre. Adesso.

( Face to Face )
Trovare mio padre di fronte è come fare un salto nel passato.
A quando…prima che arrivassi qui, avevo una famiglia. Una vita sicuramente meno movimentata, ma forse meno reale, per me.
-Papà.- è la sola cosa che dico, salutandolo. Lui inarca un sopracciglio nel notare la benda sulla mia nuca, fra i capelli scuri.
-Cosa è.- non è una domanda, più un ordine dietro lo sguardo severo ed imperturbabile d’oltremare.
-La ragione per la quale ti ho chiesto di venire qui.- esordisco. Lui si acciglia, si mette a sedere, scostando la mentella con un gesto della mano. Pronto ad ascoltarmi, almeno credo.
-La situazione sta cambiando, papà. Ed è tempo che le cose seguano il loro corso. Controversie, o non. Questo non è realmente importante. Mi hai sempre insegnato che ci vuole coraggio, che bisogna perseguire i propri obiettivi fino al raggiungimento, anche se ti stremano. Anche se ti…uccidono.- sottolineo, guardandolo.
-Ed io lo sto facendo…ma. A volte, lottare significa sacrificare altro. Tuttavia…non posso sopportare l’idea che una delle poche persone per me importanti ricada nell’abisso. Ho bisogno del tuo aiuto…- domando, continuando a fissarlo.
Lui poggia la mano sul tavolo, senza scostare i suoi occhi dai miei.
-Parla.- mi esorta, con tono distante. Freddo. Come se potesse leggermi attraverso quello che succede, lacerando l’anima.
-Devi chiedere al preside di non impedire alla signorina Julia Versten di sostenere i MAGO.- sembra quasi una imposizione, me ne rendo conto.
Non sono mai stato viziato, ma adesso, è questa l’etichetta che mi sento addosso.
Aengus  picchetta le dita sul piano, guarda altrove, sembra rifletterci.
-Non ti ho mai chiesto nulla. Nulla. Vorrei, che facessi questo per me.- domando ancora.
Se anche ci fosse il rischio di essere schiantato, lo farei.
Ogni cosa, senza Julia, non ha senso.
E l’idea che il suo futuro potrebbe essere appeso ad un filo, non è tollerabile.
Lui mi ascolta, sospira pesantemente, si alza, riprendendo il suo guanto scuro.
-Miss Versten. Hai detto.- chiede, di spalle.
-Julia Versten.- confermo, guardando la sua schiena.
-Andrò da Dippett. Ora.- dice, aprendo la porta. -Buona fortuna, Aedan.- l’uscio si richiude.
Pesante, tagliente, definitivo.
Ho perso, un pezzo di me, oggi.

( amicizia )
Non. Mi. E’. Permesso. Vedere. Julia.
Sono queste le parole che mi straziano. Che vorrei cambiassero. Che mi uccidono e mi fanno star male peggio di quanto già non stia.
Audrey, nei suoi occhi chiari capisco che ha provato, che ha cercato, ma che il permesso si blocca solo a lei e a Jillian.
Guardo la porta. Vorrei pronunciare tanto la magica parolina ‘Bombarda’, o semplicemente entrare spingendola con una spallata.
Verrebbe giù. Verrebbe giù.
Ma non posso farlo, stringo un pugno. Mi sporgo verso Jillian e Audrey. Le abbraccio, è un gesto improvviso. Mai fatto. Mai.
Socchiudo appena gli occhi. Due scriccioli, due ragazze così fragili, due…amiche.
Mi scosto, porgo la mano a Sebastian, che la stringe.
Non so che cosa significhi, quello che sto facendo.
Ma finora. Non lo avevo fatto mai.
Fidelius.

( due giorni dopo )
-Puoi andare.- la voce di Audrey sembra quasi una divinità che compare dal nulla a darmi la notizia più bella del mondo. Sorrido, finalmente. Mi alzo e la stringo quasi stritolandola mentre corro lungo i corridoi in direzione dell’infermeria.
Mai corso in vita mia. Mai in questo modo. Mi sto praticamente lanciando in avanti senza preoccuparmi di dove, e come.
Busso. Busso mentre invece vorrei perdere tutta la mia grazia ed entrare senza nemmeno chiedere il permesso.
-Avanti.- è la sola cosa che sento, spingendo la maniglia ed avanzando. I letti sfilano al mio fianco, fino a quando non mi soffermo su quello di Julia. Ancora pallida, ma comunque viva. E sta bene.
Ed è questa la cosa che mi importa.
Guarda altrove, la sua espressione è corrucciata in una smorfia di disappunto.
Mi chino verso di lei, sedendo sulla sedia accando al giaciglio chiaro che odora di disinfettante. La mano sulla fronte.
-Eih…- sussurro lentamente, aspettando che sia lei a parlare. Ma lei non mi guarda, sembra persa in altro, sebbene la sua attenzione sia vigile, tagliente, arrabbiata.
Non riesco, in un primo momento a concepire  a cosa mai sia dovuto questo atteggiamento. Anche se in realtà non riesco a concepire poi molto, al momento.
Non parla. Non parla. E’ in silenzio, ma so che sente che sono qui. E’ spigolosa, pungente. Sembra quasi che non voglia sentire niente.
-Julia…- torno a ribadire, ma senza mutare il mio tono di voce.
La verità è che fa male. Nonostante tutto, dopo quello che è successo. Fa male saperla, e vederla in questo modo. La sola cosa che mi viene spontanea è sporgermi appena, poggiare un bacio sulla sua fronte.
-Tempo al tempo…- riesco a sospirare sulla sua pelle. Non capisco.
Vorrei capire.
Ma lei non sembra darmene la possibilità.
Sospiro ancora, alzandomi. Forse non è il caso che rimanga qui. Anche se, ammettiamolo, non è esattamente la cosa che avrei voluto, andare via.
Sono troppo impegnato nei miei pensieri per riconoscere il mormorato -Gr…e.- che mi arriva alle orecchie.
Torno seduto, guardo Julia che adesso volesse il cielo, sembra rivolgermi la sua attenzione.
-Cosa…?- domando.
Lei sorride, ma è un sorriso furbo e ammiccante, come se avesse trovato il modo di riprendersi un momento.
Si porta seduta sul letto, lentamente, facendo leva sulle braccia.
-Ho detto…- riprende. -Grazie, Aedan.- conclude, guardandomi. Io ricambio il sorriso, e sto per risponderle, ma eccola lì che torna alla carica con un -…Ti amo anche per questo.-
E penso di avere assunto, per la prima volta in vita mia, la classica espressione va ‘vitellone innamorato’, come ama definirmi Georgiana.
Con quel classico sorriso ebete che ti taglia in due la faccia, affettandola proprio.
Un bel respiro. Che non hai mai avuto problemi di dialogo, tu. Dico a me stesso.
-Posso tenerti con me?- le chiedo. Lei inarca un sopracciglio, mi guarda.
-In che senso, scusa?- anche se ho come l’impressione che lo stia facendo apposta. Rido leggermente, mi avvicino a lei stringendole la mano, reclino la testa baciandola nel momento in cui l’infermiera Mound è troppo impegnata nei fatti suoi per badare a noi.
Sciolgo appena le mie labbra dalle sue.
-Anche io ti amo.-

( binario 9 ¾ )
Tante cose sono cambiate, quest’anno.
Persone, ambienti, famiglia e ideali.
Tante cose, davvero.
Addio Hogwarts, addio rimpianti, addio silenzi.
Adesso, comincia una nuova vita. Con lei. E non esiste cosa che abbia una musicalità più bella di questa.













16/05/2008
commenti (1) • tag: discussioni, amori, speranze, amicizie, paura, grifondoro, corvonero

Peter mi chiude la bocca con un bacio, mentre gli sto spiegando gli utilizzi della mandragora nelle pozioni.
“Tesoro, smettila di parlare…”mormora, infilando una mano sotto la mia maglia.
“Fermo, se non studi finirà che il prossimo anno dovremo dare i M.A.G.O. insieme.”
“Ti dispiacerebbe?”
“Uhm. Sì. Cosa farai nella vita?”
“Oh, non lo so, c’è tanto tempo per decidere…”
“Non è vero, e tu lo sai.”
Il mio ragazzo tace, infastidito.
“Mi mancherai, è ovvio. Ma voglio che tu vada avanti, non che ti fermi!”
La sua espressione si ammorbidisce, mentre arrotola uno dei miei boccoli intorno alle dita.
“Io ti amo, Audrey. Lo sai.”
“Anche io.”
Che tono strano.
“Se succedesse qualcosa il prossimo anno, quando io non ci sarò…”
Si blocca.
“Ecco, non posso pensarci.”
“Allora, stupido. Prima di tutto, sono una Corvonero, e anche abbastanza intelligente, credo. Quindi uno Schiantesimo so lanciarlo più che bene, come la tua amica Alice Knox ricorda ancora. In secondo luogo, non sarò sola. Chiaro?”
“Sì, lo so. Ma dopo l’aggressione a Georgiana…”
“-Dopo l’aggressione a Georgiana- niente. Ce l’aspettavamo tutti in un certo senso.”dico, tagliente come a volte mi costringe ad essere.
“Questo è vero. Ma non posso fare a meno di preoccuparmi per quando non ci sarò. Audrey…ti prego, stai attenta. Fin da ora.”
“Non c’è bisogno di dirmelo.”


Torno nella mia stanza sbuffando.
Sono cosciente dei rischi, del pericolo che corriamo tutti. Però non sopporto Peter quando si fa prendere dalle sue manie da mamma chioccia. Se mi sono innamorata di lui, è stato per la sua indipendenza da me.
Prima, i miei ragazzi erano sempre stati docili strumenti nelle mie mani. Peter era la variabile impazzita, che ogni studente di Aritmanzia adora.
Lancio la cartella con i libri sul letto e mi lancio in bagno per farmi una doccia decente. Jillian ne emerge con la testa avvolta in un asciugamano azzurro, e mi saluta con uno dei suoi sorrisi.
Poi mi dice:
“Tesoro, tutto bene?”
“Sì, perché?”
“Hai un’espressione…corrucciata.”
“Peter. Si è fatto venire le paranoie. Perché lui il prossimo anno non ci sarà più, e io sarò sola a lottare contro i cattivi.”
Jill si siede e inizia svolgere l’asciugamano, rivelando i suoi lunghi capelli biondi, che da bagnati hanno una sfumatura scura.
“Dev’essere preoccupato, non dovresti prenderla così…”
“Non è per quello. Ma già ho paura io. Se ci si mette anche lui…crollo.”
Sento il viso caldo.
“Già, è difficile per tutti. Anche io a volte…”
Rabbrividisce.
Mi siedo accanto a lei.
“Cosa possiamo fare, d’altronde?”chiede.
“Soltanto sperare e prepararci al peggio.”
Il racconto delle gesta di Julia Versten e Aedan Lywelyn sta facendo il giro della scuola. Eugene Pennington lo ha raccontato a Milo Ashmore; e raccontarlo a Milo equivale a spargere il pettegolezzo per tutte le Isole Britanniche.
“Ma secondo te è vero che li ha sorpresi proprio nel momento clou?”domanda Rachel, ridacchiando.
“Ah, non saprei. Isy, cosa ci dici?”
Isabel avvampa all’istante.
“Io…a dire il vero, non gli ho chiesto nulla.”
“Come, non gli hai chiesto nulla?!”continua Rachel, impietosa, fingendo indignazione.
“Ehm…”
“Su, lasciatela stare, povera piccola…”interviene Jill, con una carezza sulla testolina castana.
Ridiamo tutte e quattro, dimenticando per un istante Fidelius, Riddle e tutto quanto.

 














08/05/2008
commenti (3) • tag: discussioni, confidenze, amori, sogni, dolore, speranze, amicizie, paura, grifondoro, momenti imbarazzanti

Adesso io mi chiedo: perché? Perché proprio a me? Che ho fatto di male nella mia vita per meritarmi tutto questo?! Perché la piccola Baudelaire, guardata da tutti ma toccata da pochi, proprio adesso al quinto anno, quando ha un esame da sostenere, deve ritrovarsi in una situazione del genere?!
A lei piaceva così tanto non essere guardata, essere lasciata sola, lì nel suo angoletto. Stava bene, in pace con se stessa. Sapeva cosa dire, come comportarsi, cosa fare. Invece adesso no.
Adesso lei è guardata, guardata da Damian. Quel pezzo di gnocco che per lei è sempre stato un santo. Una statua bellissima, intoccabile, inarrivabile. Perché?

Raggiungo Sophie in biblioteca. Sta cercando di studiare ma dal suo sguardo direi che la concentrazione è minima.
“Sophie?” sobbalza “a cosa diavolo stai pensando?” la guardo interrogativa. La sua mente era decisamente fuori da quello che c’è scritto in quel mattone dalle pagine giallastre che ha sotto gli occhi. E adesso, mentre io gli sto esponendo i miei pensieri, paranoici, è forse ancora più fuori.
“Mi stai ascoltando? In questo periodo non c’è proprio il modo di parlare con te! Sophie che diavolo hai per la testa? Per la barba di merlino!” La fisso, indispettita, con le mani sui fianchi. Aspetto una risposta che non arriva, per questo non tardo a realizzare di potermene andare via. Tanto ormai è perduta. “Soph, ci vediamo dopo!”
“Ah, eh, si. Ok, ok a dopo!” sospiro mandando un’occhiata al cielo. Salvami tu, ti prego!

Giorni dopo.
I giorni passano e la situazione è sempre la stessa. Riesco finalmente a parlare con Sophie e a dirgli quello che penso: esattamente quello che pensa lei.
“tesoro stai attenta, non vorrei che lui ti prenda in giro! Non voglio vederti stare male!” anche lei trova strano il suo atteggiamento. Com’è che prima non mi avevi mai notata, in ben cinque anni, e adesso invece sono al centro delle tue attenzioni? C’è qualcosa che non torna eppure, cosa? Non sono una Blackster o una Lywelyn, bellissima, importante, cercata, ricca. Io sono una semplice ragazza, mezza veela. Forse è questa l’unica mia pecca, essere una mezza veela.
Ho ripreso a parlare con Damian dopo che mi ha decisamente pregata di smetterla con questo comportamento che lo altera e gli da noia. La mia risposta è stata semplice e dettata dal cuore:
“Ma se hai fatto a meno di me per tutto questo tempo? Perché non puoi farne a meno anche adesso?”
Denholm mi guarda al limite fra l'allucinato e lo sconvolto.
"Elodie? Spero tu stia scherzando. Quando mai ti avrei ignorata per tutto questo tempo? Il fatto che non ci siano stati prima -scontri- non significa che non ti abbia mai notata, forse dovresti guardarti un pò meglio in giro". Lo guardo e scoppio a ridere, dopo un’affermazione del genere! Il volto probabilmente ha l’aria di una che dice: smettila di prendermi per il fondoschiena o inventatene una migliore; ma lui mi fissa, serio. Damian inarca un sopracciglio.
"Non c'è niente da ridere in una verità come questa." E la cosa tragica è che tende a sottolineare ai miei occhi la parola VERITA'.
"cosa vuoi dire Damian?" chiedo quasi sfidandolo, senza capire quello che intende.
Com'è possibile che lui mi abbia notata? Io che l'ho guardato per anni, non mi sono mai accorta di niente, impossibile. Sta continuando a prendersi gioco di me, proprio come dicevamo io e Soph. Merda! Lui chiude il libro, fissandomi negli occhi palesemente, stavolta.
"Quale parte di -Ti ho notata da tempo- non capisci, El? E' semplice, lineare. Solo che ogni volta stavi lontana dal mio raggio d'azione di circa tre km, come dovevo avvicinarti se pensavo di non interessarti proprio. Anzi, di farti addirittura schifo?". Cazzo. Gli scoppio palesemente a ridere in faccia e subito dopo balbetto un "tu, pensavi, cioè tu.." abbasso la testa. Non ce la faccio a supportare questa tremenda - orribile - difficile situazione.
"Io. Pensavo. Che. Tu. Mi. Detestassi." e la cosa orrenda è che lo scandisce, al fine di farlo capire perfettamente. E non si scompone, anzi. Mi guarda con serietà. E maledetta me, leggo una verità che non avevo visto prima. Adesso lo guardo, stupita.
"Ora mi chiedo come tu possa dire una cosa del genere!" mi arrabbio quasi e inizio a gridargli contro, con rabbia "come diavolo hai mai potuto pensare una cosa del genere! Io ti vengo dietro da anni, ti ho sempre notato, guardato, ammirato! Dio, tu per me sei sempre stato: il deo!" serro i pugni nervosa. Tutte le parole mi escono dalla bocca come un fiume. Libera, mi libero da tutte quelle parole, mi libero da un peso che mi è rimasto dentro per troppo tempo. Damian mi guarda leggermente perplesso. Sgranando appena gli occhi.
"Elodie...calmati per favore.." mi esorta, con voce dolce. E io voglio solo scappare, fuggire da questa situazione imbarazzante, ed è esattamente quello che faccio.

La sera.
Tutto il giorno rifugiata in camera mia. Non esco né a pranzo né a cena e impedisco a tutte coloro che abitano in camera mia di entrare. Voglio stare da sola. Sola, sola, sola. E così è fino a quando qualcuno non bussa vivacemente alla porta.
“Avevo detto che nessuno doveva venire, se non per urgenza!” sbraito, con garbo.
Non notando la risposta sfavorevole dall'interno, una voce maschile pronuncia, leggermente adirata oltre l'uscio "Alohomora", e la porta si apre, mentre Damian, una volta varcata la soglia, la richiude. Fissandomi: "Dobbiamo parlare."
Ecco, era esattamente questa la situazione che volevo evitare e invece?! Mi si piazza ancora una volta davanti agli occhi ed io, sono impotente davanti ad essa.
"Pensi sia maturo scappare così? Ed è la cosa che fai da CINQUE anni. Che cosa avrei dovuto pensare, eh? Chiunque avrebbe dedotto completo odio da parte tua, Elodie." lui mi espone il suo punto di vista, facendomi notare quello che, nel mio atteggiamento, lo ha portato a credere la mia completa avversione nei suoi confronti. E io di mio canto, come rispondo?! Abbassando nuovamente la testa, non riuscendo a guardarlo, a rispondergli. Queste situazioni mi bloccano, lui ha ragione, è vero che ha trovato una porta chiusa, ma la verità non è questa. Io ho paura dell'amore, ho paura di affezionarmi ad un uomo, ho paura di innamorarmi, ho paura di essere presa in giro, ho paura. E questa non è la risposta esatta, le mie azioni sono la cosa più sbagliata, ma è più forte di me.
Lo sento avvicinarsi. Sedere sul mio letto e sollevarmi il volto con le dita, sotto il mento. "Elodie, guardami per favore.." chiede, con tono gentile e comprensivo. Lo fisso negli occhi, timidamente. Le mie guance si fanno rosse, bruciano.
"Ci vieni al ballo con me?" domanda, sorridendo. Spalanco gli occhi per annuire poi, con dolcezza. Aggiungo uno scusami, riuscendo a guardarlo negli occhi, per i miei comportamenti infantili, enigmatici, sbagliati. E Damian accarezza la mia guancia, sfiorandola poi con le labbra.
"Non fa niente,bocciolo". Ed è quasi un sussurro sulla mia pelle, mentre lo sento stringermi in un abbraccio dolce. Terribilmente dolce.

***

La notte ho dormito sogni tranquilli. Ho rivisto la scena della sera precedente miliardi e miliardi di volte. La dolcezza, la tenerezza di quell’abbraccio, di quelle parole.
“Miele! Siete miele!” urla Sophie dopo che le ho raccontato tutto. E’ quasi eccitata, anche lei dopo questa confessione del pargolo si è calmata. Lui mi aveva notata. Lui mi notava, lui mi nota e tutto è così bello. Sono felice, ho mille emozioni che mi si attorcigliano dentro lo stomaco. Ho delle farfalle che mi volano dentro, felici.












03/05/2008
commenti (6) • tag: amori, misteri, speranze, amicizie, serpeverde, lezioni, guai, riddle, festeggiamenti, morsmordre, fidelius

qualche settimana fa.
« Il motivo per cui vi ho convocati, mie Serpi, è di massima urgenza ed importanza. » per la prima volta, è Tom a stare in piedi e siamo noi a rimanere ossequiosamente seduti mentre lui parla. C'è qualcosa di grosso in ballo. Non guardo neppure Edward e soci alle mie spalle, rimanendo tranquillamente accoccolata vicino a Lenore; i suoi occhi già risplendono, segno che sa e che non vede l'ora di poter condividere la sua - eccitazione? - con noi.
« Nell'ultima riunione dei Caposcuola, ho avuto il piacere di fare un giretto nella testa di Georgiana Harrington. » fa un sorriso beffardo; curioso modo di dire che le ha letto il pensiero, già. Comunque, la faccenda si fa parecchio interessante. Non posso che sistemarmi meglio sul pavimento ed ascoltare quello che ha da dire. « sapete cosa fanno i buoni e i loro sudici amichetti mezzosangue? un club per combattere il male! » scoppia in una risata profonda, subumana, mentre tutti lo fissano con gli occhi sgranati, la sottoscritta compresa. Un club. Di schifosi traditori del loro sangue. Gli altri non osano neppure fiatare, e lo stesso vale per me. Ancora non riesco a capacitarmi di cosa sia successo sotto i miei occhi, e io dormivo. Ci sventola sotto il naso la lista dei nomi che è riuscito a carpire alla Harrington, e riesco a cogliere velocemente i cognomi di un sacco di gente del mio anno, con cui ho ore e ore di lezione. E non mi sono accorta di niente. Dio. Vorrei sbattermi una mano in fronte.
« i loro capi sono la cara Georgiana in persona e la sua amichetta Julia Versten. » un altro sorriso; mi sembra così poco uomo, in questo momento. Appare come puro spirito malvagio, ed anche piuttosto eccitato dalla faccenda.
« affido la prima a Lenore.. » sorride - o meglio, fa una smorfia contenta. « ...e l'altra è mia. » qualcosa mi dice che questa faccenda finirà male.

***

fast forward fino alla scorsa settimana.
Reprimo l'espressione scocciata che mi provoca il dover rimanere qui a lezione quando invece potrei divertirmi un bel po' da un'altra parte. Martine Lewis è un vero genio, ma niente può distogliermi dall'idea che tra un paio d'ore mi vedrò con Jefferson. Da sola, intendo: senza Riddle e Lenore a vegliarci. La loro presenza inquietante ha condizionato tutta la nostra storiella da quando è sorta in poi.
Senza che io faccia qualcosa per contrastarla, la mia testa crolla sulla pagina di calcoli che ho appena finito di trascrivere dalla lavagna. Non ce la posso fare, mi sto annoiando troppo: chissà che mi passava per la testa quando ho scelto che materie portare ai M.A.G.O. Sono stata pazza, pazza.
E per di più sono costretta ad ascoltare le smancerie dello sfigato numero uno Morgan Lancaster, che pigola paroline dolci alla lurida mezzosangue che è diventata la sua dolce metà. Tremendo. Mi volto e lo fulmino, digrignando i denti; la sua faccia da piccolo putto barocco mi fa una smorfiettina e poi torna a chiocciare con quella ragazza disgustosa - e pure bruttarella, diciamolo.
« miss Traviston, c'è qualche problema? » la Lewis sbatte la sua verga - sì, usa una verga. per indicare i punti della lavagna, ma non escludo che prima o poi ci bastoni - sulla cattedra, facendo sobbalzare la metà della classe che dormiva saporitamente.
« mi scusi professoressa, è che sentivo un ... ronzio, di sottofondo. » il suo sguardo carbonizza i due piccioni alle mie spalle, e poi torna a guardarmi quasi affettuosamente.
« allora invitiamo mister Lancaster a farci una dimostrazione della teoria di Struss alla lavagna! » sibila sedendosi elegantemente alla cattedra. Adoro questa donna. Almeno quanto lei adora suo fratello e chiunque dimostri di essere abbastanza ossequioso nei suoi confronti. Mi metto ben dritta sulla sedia mentre Lancaster striscia verso la lavagna.
Ora sì che mi riconosco; la sbandata per Norwood mi aveva resa un'ameba senza spirito, me ne rendo di più conto ogni giorno che passa.

***

un paio di giorni dopo.
Catherine è costretta a smettere di spettegolare fittamente riguardo alla brutta fine che ha fatto Quentin dopo che l'ha scaricato: con un tempismo perfetto, il preside si è alzato dal tavolo imbandito per la cena e si è avvicinato al palchetto dei discorsi. Tutte le teste scattano verso di lui, provocando un gran rumore di stoviglie sbattute e di ultimi sussurri frettolosi.
« uuh, ci sono novità! » trilla Ashleigh Hale alle mie spalle; quella ragazza dev'essere parecchio simpatica, è un peccato che quella vacchetta di Deirdre l'abbia cacciata dalla nostra camera. Poteva mandar via Amber, almeno. A proposito di Deirdre: la vedo particolarmente sbattuta ed imbruttita, ultimamente. E sono decisamente convinta che abbia una bella cotta per Jasper Lewis, tanto per cambiare. Alleluja, finalmente si accoppieranno tra loro e smetteranno di impestare il mondo con il seme del male!
« RAGAZZI, SILENZIO! » tuona Dippet dall'alto del suo podio dorato. Trattengo una risatina nel vedere quanto particolarmente osceno sia il suo cappello stasera. « ho un annuncio che vi piacerà: il trentuno maggio si terrà il ballo di chiusura dell'anno scolastico! » un coro di oooh, seguito da un'ovazione, si diffonde per tutta la Sala Grande. La maggior parte delle ragazze comincia già a strepitare e ad occhieggiare quelli che dovrebbero diventare i loro cavalieri. « ...ed eccezionalmente, a grande richiesta, saranno eletti Mr e Miss Hogwarts! » un'altra esplosione. Sbatto appena le palpebre, mentre dall'altra parte del tavolo la Lywelyn e la Blackster cominciano già a borbottare; inutile, non c'è Eveline, questa festa non raggiungerà mai i livelli di stilosità che aveva negli anni scorsi. E' che non posso dirlo alle dirette interessate, se non voglio prendermi una legnata in testa.
Una festa, hm? Senza neppure pensarci, mi volto verso Tom Riddle: e leggo un ghigno crudele dipinto sul suo volto.













22/04/2008
commenti (3) • tag: amori, sogni, speranze, amicizie, grifondoro, corvonero, fidelius

A volte mi chiedo cosa sia il tempo. Tanti piccoli istanti senza importanza, e forse un paio di lampi splendenti che illuminano tutta la nostra vita. Ma la loro luce non sempre è benigna. A volte è malvagia, altre volte…ambigua.
È così che definirei la presenza di Aedan nella mia vita.
Un lampo ambiguo.
“Jules, a cosa stai pensando?”chiede la voce di Sebastian.
“A nulla.”rispondo.
Sto scrivendo gli avvisi per la prossima riunione del Club, e mi sono persa sulla J di Jillian: sembra un serpente che invade metà pergamena. Sospiro, e ne prendo un’altra dalla riserva alla mia sinistra.
Sebastian mi chiede qualcosa per una questione di Antiche Rune, ed è costretto a ripetermela.
Sono sulle nuvole, stasera.
Ricontrollo nomi e date sui vari inviti. A parte un piccolo errore [Carlisle è diventato Carle, povero], sono tutti a posto. Domani cercherò di distribuirli senza dare nell’occhio.
“Posso darlo io a Georgiana?”dice Seb.
“E va bene, ecco qua. Avete una riunione dei Caposcuola?”
“Più o meno ora, per essere precisi.”
Gli porgo il biglietto. Lui allunga la mano, ed io…
“Jules, sono in ritardo, non posso giocare!”esclama, mentre allontano il suo oggetto del desiderio.
“Promettimi che ti comporterai bene.”
“Promesso!”dice, assumendo un’espressione da bimbo innocente.
“Lo so che tanto non mi posso fidare…tieni.”
“Grazie, mio fiore dei ghiacci.”esulta, schioccandomi un bacio sui capelli.
Seb, Seb…


Chiudo il libro con un rumore cupo. In Sala Comune sono rimaste poche persone, stakanovisti dello studio. Io ho già dato: se leggo ancora una volta le dodici applicazioni del’incantesimo Argante, giuro che mi metto ad urlare.
Mi alzo in piedi, mi stiracchio. Devo riportare il libro in biblioteca, e poi posso andarmene a dormire. Sento gli occhi pesanti. Il corpo indolenzito. Il cervello fuso. Sì, ho bisogno di dormire.
Il rumore dei miei passi è fioco come la luce delle candele che illuminano il corridoio. Mi tornano in mente le raccomandazioni che ho fatto al Club, non più di un mese fa.
Non andate in giro da soli di notte.
Stringo nel pugno la mia bacchetta di legno di rosa. Un gesto semi-irrazionale, che però riesce a darmi forza. La Biblioteca chiuderà fra poco.
Spingo il portone di cedro e vedo alcune teste chine. Solo divise di Corvonero a quest’ora. D’altronde, lo dice anche Georgie. Talvolta un Corvo si trova meglio in Biblioteca che a casa.
Mi avvicino al banco della signora Bukvomm, e le consegno il volume intitolato “Incantevoli Incantesimi” [mai un titolo fu più sbagliato]. Appongo la mia firma e mi volto per andarmene.
Ferma. Gelata dagli occhi azzurri di un Corvonero che inizio a conoscere fin troppo bene.
“Ciao, Julia.”mi saluta tranquillo. Di colpo rimpiango di non aver indossato la divisa, invece di questa maglietta. La maglietta di quel giorno.
“Ciao, Aedan. Cosa ci fai qui?”
“Stavo leggendo una cosa interessante. Una cosa che potrebbe farti capire molte cose.”
“Ad esempio?”domando, con voce appena un po’ alta. Non mi piace la sua frase.
Non risponde subito, ma si alza e inizia a mettere via le sue cose. Una pila di libri, le penne, ed un libricino di dimensioni ridotte. Prende tutto in mano, e si avvia verso la bibliotecaria, per riconsegnarle i tomi. Passandomi accanto, mi porge il libro più piccolo.
“Leggilo, e poi mi dirai.”
Annuisco, e lo saluto con un laconico:
“Buonanotte.”


Sto indossando il mio pigiama azzurro, e sul letto giace il libro di Aedan. Si intitola “Romeo e Giulietta”. Ho paura di leggere la tragedia di Shakespeare, e non sto scherzando. Georgie mi capirebbe, se glielo potessi dire.
Lo apro: fra le pagine, spicca un segnalibro rosso con il disegno di una rosa bianca. C’è scritto il mio nome. Lo sfioro con l’indice, ed una voce a me nota scivola fra i miei pensieri.
Una voce che assume due inflessioni diverse. Lo sguardo mi cade sulla pagina del libro, che è proprio quella recitata dalla voce di Aedan Lywelyn.

GIULIETTA: O Romeo, Romeo! Perché sei tu Romeo? Rinnega tuo padre; e rifiuta il tuo nome: o, se non vuoi, legati solo in giuramento all'amor mio, ed io non sarò più una Capuleti.
ROMEO (fra sé): Starò ancora ad ascoltare, o rispondo a questo che ha detto?
GIULIETTA: Il tuo nome soltanto è mio nemico: tu sei sempre tu stesso, anche senza essere un Montecchi. Che significa "Montecchi"? Nulla: non una mano, non un piede, non un braccio, non la faccia, né un'altra parte qualunque del corpo di un uomo. Oh, mettiti un altro nome! Che cosa c'è in un nome? Quella che noi chiamiamo rosa, anche chiamata con un'altra parola avrebbe lo stesso odore soave; così Romeo, se non si chiamasse più Romeo, conserverebbe quella preziosa perfezione, che egli possiede anche senza quel nome. Romeo, rinunzia al tuo nome, e per esso, che non è parte di te, prenditi tutta me stessa.
ROMEO: Io ti piglio in parola: chiamami soltanto amore, ed io sarò ribattezzato; da ora innanzi non sarò più Romeo.
GIULIETTA: Chi sei tu che, così protetto dalla notte, inciampi in questo modo nel mio segreto?
ROMEO: Con un nome io non so come dirti chi sono. Il mio nome, cara santa, è odioso a me stesso, poiché è nemico a te: se io lo avessi qui scritto, lo straccerei.

Rabbrividisco.
In matita, retro del segnalibro, poche parole: “Se mi credi, se mi hai capito, voglio vederti. Domani alle 10 p.m., nell’aula di Musica.”
Appena dopo la riunione del Club.


Interno, sera. Tutti i personaggi seduti su poltrone e pouf. Una ragazza con i capelli castani che detesta sempre di più il dover parlare in pubblico senza scriversi prima il discorso. Prendo un respiro profondo e inizio a parlare:
“Ormai le Serpi, o meglio, i seguaci di Riddle stano espandendo sempre più la loro influenza sulla scuola. Ultimo esempio è l’arrivo della nuova insegnante di Aritmanzia, Martine Lewis.”
Georgie sbuffa, mentre il viso di Eugene resta impassibile.
“Quindi ho ben due cose da dire. In primo luogo, che il Club necessita di ampliamenti. Per quanto mi riguarda ho in mente i nomi di due persone: Damian Denholm ed Opal Worthington.”
Cenni di assenso fra i miei compagni.
“Anche voi potrete fare le vostre proposte. La decisione finale sarà presa da me, Georgiana e Sebastian. Se la persona verrà approvata, la porterete qui e la sottoporremo alla nostra consueta piccola intervista. Domande?”
Silenzio. Non sapevo di essere così autorevole.
“La seconda cosa, riguarda il Club più da vicino. Da oggi in avanti, inizieremo ad esercitarci con l’Incanto Patronus.”
L’entusiasmo generale è abbastanza manifesto, tanto che intravedo appena la mano alzata di Audrey Salinger.
“Sì, Audrey, dimmi.”
“Possiamo dare un nome al Club?”
L’idea non mi ha mai sfiorata, tuttavia non mi dispiace.
“Certo, perché no. Avevi già pensato a qualcosa?”
“Io e Jill avevamo pensato a Fidelius.”
L’Incanto Fidelius. Un incantesimo per proteggere i segreti.
“Mi sembra appropriato. Tutti d’accordo?”
La risposta è un “Sì!” unanime.
“E allora che Fidelius sia.”
Dopodichè, Georgie prende il libro di Incantesimi e parte con l’introduzione teorica riguardo il Patronus.
“Dovete pensare ad un ricordo felice…”

Un ricordo felice. Sono le parole di Georgiana che rimbalzano fra i miei pensieri, mentre mi dirigo verso l’Aula di Musica. I miei tentativi di Patronus non erano stati altro che una nebbiolina indistinta, finché non avevo pensato all’episodio di pochi giorni fa. Con lui.
Allora, un meraviglioso Patronus perlaceo si era materializzato di fronte a me.














04/04/2008
commenti (1) • tag: amori, dolore, speranze, corvonero, momenti imbarazzanti, duelli

vi chiedo scusa, nell'ultimo periodo sono stata travolta dagli eventi della vita. pubblico quello che ho scritto con Georgiana e vi mando tanti baci, perché domani parto per Monaco. (L)

Primo grande ripasso pre M.A.G.O. La testa di Sebastian emerge appena sopra alla pila di appunti del sesto anno che ho tirato fuori dall'armadio in fondo alla camera, dove erano rimasti a prendere polvere per mesi e mesi. Abbiamo praticamente reso off-limits una parte della sala di lettura, diventata il quartier generale della nostra associazione di ripasso folle; neppure la bibliotecaria ha il coraggio di disturbare.
« Qualcuno sa qualcosa del Roboris? » alzo lo sguardo dal librone che ho davanti. Prendo la bacchetta, la agito per qualche istante, finché un foglio dei miei schemi non si trasforma in un aeroplanino e plana sopra la testa di Julia – che sta disperatametne tentando di trasformare una noce in un calice, e ad ogni errore dà un cazzotto a Seb, la cui spalla si è ormai spappolata. Angela, la compagna di stanza di Julia, segue l'aeroplanino con lo sguardo.
« FERMA. Quello non sarà mica .. »
« no, non è in programma. » ridacchio mentre i miei appunti planano sul tavolino davanti al caminetto. Le ultime due settimane di giugno saranno i giorni più tremendi della nostra vita finora. Ne sono convinta. E se non riuscirò a superare pozioni, non riuscirò neppure ad entrare all'Accademia Auror. Tra tre giorni avremo un test su tutto il programma di Pozioni degli ultimi due anni, e io ancora brancolo nel buio. Devo, devo prendere O.
« Ieri ho studiato sette ore. L'altroieri sette e mezzo! » si vanta Annette, scuotendo i capelli biondi in faccia al suo nuovo ragazzo, un tassorosso dall'aria inetta. Mi rituffo nel mio libro, sprofondando nella poltrona di velluto impolverato. I nomi e gli ingredienti mi scorrono sotto gli occhi senza rimanermi impressi nella mente per più di 10 secondi; un turbine di erbe e intrugli che sembra voler farmi addormentare.
« ARGH! » schizzo in piedi, traballando sulle gambe e voltandomi a destra e a sinistra per intuire la causa del mio brusco risveglio. E non appena lo identifico, mi precipito in quella direzione: Jason Jensen, seduto poco più in là, si sta contorcendo con una manica del maglione in fiamme. Dalla bacchetta di Julia scaturisce un getto d'acqua che spegne il falò.
« Ecco fatto! » aggiunge con tono soddisfatto.
« Scusate .. » mormora Jason « .. faccio un salto in infermeria .. a domani, Georgie! » mi saluta con la mano sana, mentre il braccio bruciacchiato pende sul fianco, evidentemente scottato fino al polso.
« Questi M.A.G.O. finiranno male. Molto male. » borbotto lasciandomi cadere sul divano su cui Jason stava cercando di sciogliere una candela senza accenderla – e, dico io, sarebbe stato sufficiente un qualsiasi Incanto Stufa.
« Ti vedo stanca... » dice Sebastian sedendosi al mio fianco, con un sorriso che mi uccide sul colpo. Da quando quel bifolco di Garet mi ha mollata, lui non fa altro che essere carino con me. E mi confonde. Non capisco perché, improvvisamente, io sia diventata una fonte di battaglie ormonali, quando non sono molto diversa dal ragno anoressico che ero al terzo. Non ero mai piaciuta ai ragazzi – e, in effetti, io non avevo mai dimostrato interesse alcuno. Adesso, Sebastian, noto adone e latin lover, litiga con uno dei suoi migliori amici, e poi ci prova evidentemente con me e ora, in questo momento, mi sta passando un braccio attorno alle spalle mentre si siede talmente vicino che posso sentire il suo respiro. Meglio di qualsiasi racconto dei miei taccuini.
« Un po'.. » faccio spallucce, cercando di trattenere rossore, tremiti e voglia di fuggire.
« vieni a bere un caffè? » mi chiede con tono fin troppo allusivo.
« devo prima finire qui. » rispondo scostandomi dal suo viso, per quanto sia possibile, visto che sono intrappolata tra le sue braccia.
« vuol dire che ci vedremo dopo la riunione dei Capiscuola. » sibila avvicinandosi di colpo. Ci siamo. Le sue intenzioni sono palesi. Pochi centimetri di rotazione mi permettono di sfiorargli appena l'angolo della bocca mentre deposita un bacio sulla mia guancia, contro le sue intenzioni. Non sono pronta; mi sento un crampo allo stomaco solo all'idea di avere già un altro uomo, ma quando ce ne sarà un altro .. beh, sarà Sebastian, credo.

***

Chissà se se lo ricorda: saranno stati due mesi fa, aveva detto “devo stare attento a non farti arrabbiare”, quando ho sfidato la psicopatica per conquistarmi il suo affetto. Il colorito di Garet Haslett si è consumato nello stesso istante con cui Jason Jensen, scrutandoci da sopra il suo registro, ha annunciato che per la sfida del giorno eravamo stati sorteggiati noi; e dire che gli avevo attribuito un temperamento degno del signor Darcy. Si sta rivelando una mezza calzetta, altroché.
« Caro Jason, come sta il tuo braccio? » chiedo al nostro presidente mentre mi sistemo i capelli in una coda, come faccio prima di ogni duello, stringendo un nastro blu oltremare. Garet si agita e confabula con i suoi compagnucci, quelli che si sbrodolavano sul mio nome ogni volta che li privavo del loro amico. Mi sento stranamente tranquilla; lui, invece, è un fascio di nervi. Non capisco cos'abbia da agitarsi: che la sua prode bacchetta Grifondoro non sia abbastanza? Sto diventando una Serpeverde. Arrossisco solo al pensiero di quanto cattiva stia diventando, e tutto per colpa di colui che quasi cade dalla pedana perché non ha stabilità nei piedi.
« è passato tutto .. su, sali. » scatto sulla pedana, flettendo le ginocchia e compiendo delle piccole rotazioni con il polso. Garet si fa sempre più pallido. Socchiudo gli occhi: è un avversario qualunque, posso batterlo con facilità, come farei con chiunque altro. Ce la posso fare.
« saluto. » scandisce Jason, e mi trovo automaticamente a far scattare la bacchetta davanti alla faccia, e poi a spostare il braccio sul fianco con un movimento secco. Il mio piede scivola all'indietro: stabile, vigile, pronta.
Ho tre secondi per elaborare una strategia in base a tutto ciò che mi ricordo delle sue tattiche.
« Waddiwasi! » è la prima cosa che mi viene in mente, lo ammetto. Stringo gli occhi: non riesco neppure a vedere l'esito dell'incanto, ma lo sento bene: l'impatto del sedere di Garet sul pavimento del Club dei Duellanti. Ridacchio, con in sottofondo l' “oooh” degli altri membri, che hanno seguito con il naso in aria la parabola tracciata in aria dal battitore di Grifondoro, proiettato dritto sul pavimento.
« Complimenti, Georgiana. » arriccio il naso nella mia classica faccia trionfale ma modesta, che mi rendo conto di fare sempre troppo tardi. Garet si alza a fatica, mentre io lo raggiungo giù dalla pedana. Lo vedo e mi ricordo perché ho perso la testa per lui, tempo addietro. Mi lancia uno dei suoi sguardi tristi, trattengo il fiato mentre mi perdo nei suoi occhi azzurri. Poi ghigno e mi volto verso gli altri, lasciandolo a cuocere nel suo brodo.













01/04/2008
commenti (1) • tag: amori, speranze, amicizie, dubbi, corvonero, tassorosso, momenti imbarazzanti

Mordo il cotone e cerco di farmi largo in un gomitolo di lenzuola in cui mi sono incastrato da solo. Alla cieca, tra l'altro, visto che Carlisle sta cercando di soffocarmi con il cuscino e mi prende a vigorose pedate negli stinchi.
« sono colpevole! chiedo pietà! » ululo dopo essere riuscito a strapparmi il guanciale dalla bocca. La prima cosa che vedo sopra alla mia testa è la tremenda origine dell'aggressione di cui sono stato vittima. In un grazioso poster animato lampeggia il suo viso, su fondo rosa punteggiato di cuoricini; sopra alla sua testa, che esibisce un sorriso mai visto dal vivo, si ripete lo slogan “per noi Carlisle è il ragazzo più bello che c'è!”, tutto circondato di brillantini. Dopo le spille ( di cui io e Milo abbiamo fatto incetta ), la produzione di merchandising del Carlisle Club si è moltiplicata per mille. Con grande stupore delle giovani fan, che praticamente volevano staccarmi un braccio per l'emozione di parlare con un amico di Carl, ho comprato uno dei loro orrendi poster, che ora troneggia sopra al mio letto.
« maddai, è così carino.. » osserva Milo ridacchiando da dietro il fumetto che sta fingendo di sfogliare mentre in realtà si piega in due dal ridere. Carlisle mi abbandona, finalmente, anche se nei suoi occhi lampeggiano insulti di ogni genere e grado.
« potrei dire ad Isy che hai preso una cotta per lei. » borbotta mentre con un saltello si getta sul suo letto, e mi lancia un'occhiatina sadica da sotto il ciuffone di capelli rosso fiamma. Di colpo sento le budella che si rivoltano, e il sangue che mi affluisce alla faccia, bollente.
« non .. non .. » guaisco mentre i miei compari scoppiano a ridere, quasi con le lacrime agli occhi. Non è divertente, ecco cosa volevo dire. Recupero dal comodino un pacco di spartiti, coperti da un dito di polvere visto che li avevo abbandonati settimane fa, e scatto giù dal letto, più imbronciato che mai.
« ti sei offeso?! » esclama incredulo Milo.
« smetti di fare l'allegrone, sappiamo benissimo che hai appena mollato l'ennesima ragazza. » lo aggredisco senza avere il coraggio di alzare lo sguardo per guardarlo, fermandomi sulla porta della camera.
« non esagerare! e poi, ne ho conosciuta un'altra .. » risponde pacificamente, lasciando ciondolare il giornalino nella mano. Mi ritrovo ad alzare gli occhi al cielo; il suo continuo saltare da una ragazza all'altra renderà matti lui, noi e l'intera Hogwarts prima che riusciamo a diplomarci. « .. Opal Worthington, avete presente? » sbuffo, coprendo le sue stesse parole, ed esco nel corridoio dei dormitori prima che possa aggiungere altro.

***

Strimpello istericamente i tasti del pianoforte; quest'oggi non mi vuol venire fuori proprio niente di decente, è chiaro. C'è qualcosa che mi sfugge in questo spartito, è chiaro; forse è stampato male e quindi mancano delle note ... No, è chiaro che sia solo la mia demenza la causa di questo.
Mi manca l'attenzione che servirebbe per suonare come si deve. Lancio un'occhiata alla mia tracolla; contiene le carte che mi ha consegnato la Bonnet: sono definitivamente ritornato nella media in tutte le mie materie, e sono scampato al rischio bocciatura. Per ora. Solo all'idea mi sfugge un mezzo sorriso.
Chiudo la tastiera di scatto, alzandomi subito dopo. Per stasera basta con gli esercizi, tanto non caverò un ragno da un buco. E magari tornando al dormitorio incontrerò ..
Noto con la coda dell'occhio l'ombra di qualcuno, quasi indubbiamente una ragazza, che sgattaiola giù per le scale della torre, davanti a me, e poi corre attraverso il chiostro, inciampando poco prima della porta e rallentando il passo. Ne distinguo a malapena i tratti; sgrana gli occhi scuri.
« s-s-scusa! » balbetta prima di ricominciare a correre, scomparendo subito alla mia vista.

***

Bene. Bene. Per tutte le volte che hanno detto che avevo bisogno di un consulto psicologico, beh, ora non posso che trovarmi d'accordo. Osservo con orrore i miei stessi piedi che si stanno muovendo in traiettoria rettilinea verso un tavolo della biblioteca, il tavolo dove è seduta Isabel Sittenfeld. Guarda oltre la finestra, sbattendo le palpebre degli occhioni azzurri e succhiando la punta di una Piuma di Zucchero sospesa sopra alla pergamena. Un tuffo al cuore, per Merlino, mi sembra quasi di capire cosa intende quel melenso di Carlisle con “bella da far male”. Mi faccio schifo da solo, per Merlino. Per Merlino. Se ripeterò di nuovo “per Merlino”, sarò definitivamente diventato un perfetto idiota.
« grrbbbbffff.. » muggisco mentre mi appropinquo a lei, ma non sono ancora abbastanza vicino perché senta la serie di suoni scommessi che emetto. Eugene Pennington, se questa è la tua prima cotta, stai facendo proprio un disastro.
Ed ecco il suo capino di ricci scuri che compie una rotazione di centottanta gradi a destra, ed ecco che i suoi occhi saettano ed ecco che .. ecco che ..
« ciao, Isabel. » riesco a scandire con il mio classico tono da orso, deviando improvvisamente verso una libreria, e cercando di non abbassare lo sguardo dalla sua faccia, colma di sorpresa. Ebbene sì, so parlare! E civilmente, per giunta!
« ehi, Eugene. » trilla – perchè le fatine non parlano, trillano – e sfodera un sorriso quasi accecante. Mi trema il gargarozzo, vorrei quasi tenermelo fermo con la mano. Devo sembrare troppo ridicolo per essere vero. Oh no: non riesco a capire perché si stia alzando. Richiude il libro che teneva posato davanti. Faccio per deviare e ricominciare a camminare come se niente fosse, mettendo fine a questo incontro spiacevole e penoso. Non faccio in tempo a fare un passo che mi ritrovo a guardare in basso, proprio sotto il mio mento, dove s'è fermata e da dove mi sta osservando come normalmente avrebbe potuto guardare un gattino abbandonato.
« devo andare .. » mormora con un sorriso sbieco, ancor più languidamente di quanto già solitamente faccia. Spalanco la bocca; come un vero ebete, visto che non riesco a spiccicare parola. Lei continua a sorridere. Io non mi muovo. Lei neppure. Uhm - stomp.
Molto, molto lentamente prendo coscienza del fatto che il volume che stringeva in mano è caduto a terra. Altrettanto lentamente mi piego in avanti – certo che essere alti è davvero poco pratico – e lo raccolgo prima che lo possa fare lei.
Appena alzo la testa, mi trovo a fissare in orizzontale la sua faccia, con le guance tutte rosse, gli occhi spalancati. Neppure batte le palpebre. Com'è carina.
« grazie.. » sussurra appena; non mi rendo conto di quello che sta facendo finché non mi trovo uno stampo del suo lucidalabbra appiccicoso sulla guancia.
Oh.
Svengo.
No, non svengo, ma quando riprendo coscienza di me sta saettando verso la porta della biblioteca, con il libro stretto in mano.













24/03/2008
commenti (6) • tag: confidenze, amori, speranze, amicizie, conoscenze, grifondoro, corvonero, momenti imbarazzanti

Abbraccio il cuscino, come fosse qualcosa che non si dovrebbe mai e poi mai allontanare da me. Ripenso alla figuraccia che ho fatto giusto ieri con Damian Denholm. Mi rannicchio sotto le coperte abbracciando adesso violentemente quel povero cuscino. Vorrei scomparire. Sento le mie guance andare a fuoco, così come tutto il resto della faccia. Mi sono scontrata con lui, LUI. Da quando ho messo piede in questa scuola quel ragazzo ha fatto breccia nel mio cuore. E’ diventato una fissa per me, un idolo. Ho fatto una testa tanta a Sophie parlando di lui: com’è bello, come si muove bene, ha un abito nuovo.. bla, bla, bla. Mi mancava solo di tenere un taccuino con tutti i suoi movimenti ed inseguirlo che poi potevo dire di sapere veramente tutto, vita – morte – miracoli, di questo ragazzo. E io ieri ci sono andata a sbattere contro. Stupida bambina! Cerco di non pensarci, continuo a girarmi e rigirarmi nel letto. Mi metto addirittura a contare le pecorelle ma non funziona.
“Basta non ce la faccio più!” sibilo, alzandomi a sedere sul letto, facendo il più piano possibile per non svegliare le altre mie compagne di stanza che dormono sogni felici. Beate loro. Indosso la mia vestaglia color lilla e le mie pantofole. Fa freddo, appena varco la porta, ma scendendo in sala comune, dove il camino è ancora scoppiettante e subito mi sento meglio. Vado verso il divano, solitamente occupato dai ragazzi del sesto o del settimo, piazzato davanti al camino e mi siedo. Guardo con attenzione il calamaio, ormai finito, che è stato lasciato sul tavolo e lo trasfiguro in una tazza colma di tisana all’ortica. Forse questa mi aiuterà a riprendere sonno.

Una porta sbattuta, mi giro verso le scale e vedo un’ombra, quasi minacciosa in questo silenzio assordante. Un passo, due, tre e poi scompare. Un botto assordante e noto un ragazzo per terra, con le gambe in aria. “che botta!” penso tra me e me realizzando solo adesso il volo che ha fatto, povero! Non ce la faccio a trattenere una risata. Cerco di soffocarla poi con la mano, mentre il ragazzo si rialza, ma ormai è troppo tardi, mi ha sentita ridere. Massaggiandosi il fondo-schiena si volta verso di me, avvicinandosi: acciderbolina – porcapupazza, è Damian!
“Hey tu! Anziché ridertela così a crepapelle avresti potuto ricambiare il favore!” fa allusione al giorno prima, che se il ragazzo non mi avesse salvata, avrei battuto un bel tonfo per terra. Sorrido nuovamente, arrossendo – per fortuna che la luce è fioca e non può notare il mio grado di rossore! – “Scusa..” rispondo abbassando leggermente la testa. Mioddio che imbarazzo! Sono in pantofole e vestaglia. Si avvicina fino ad essermi di fronte.
“certo che in questi giorni ci incontriamo spesso, bionda!”
“è che prima non mi notavi!” rispondo per le rime. Ecco Elodie, prendi una pala per sotterrarti per favore. Perché non tieni mai quella boccaccia chiusa? Mannaggià!
“Beh, si vede che prima di adesso non ti eri mai premurata di schiantarti addosso al sottoscritto. Altrimenti non sarei stato affatto dispiaciuto di attutire il tuo corpicino nella caduta” Damian risponde con finta offesa subita, ed un sorriso sotto il naso degno del miglior furbo presente a Hogwarts. Abbasso nuovamente lo sguardo. –marpione- penso tra me e me, aggiungendo al mio pensiero anche un: adesso muoio! Che fare?.
“Come mai sveglio a quest’ora di notte? Appuntamenti segreti?” Oddio, la notte mi fa male. Io non posso rispondere a lui in quel modo: non devo, non posso, non voglio!
"Oh si, come hai visto, avevo un appuntamento segreto con una voglia ignota di andare in infermeria vista la caduta" dice, sedendosi di fianco a me. Comodo, mentre scioglie i muscoli della schiena con un movimento fluido. Scoppio a ridere sonoramente.
"Vuoi un pò di tisana anche tu? Ortiche!" chiedo gentilmente. Sto per morire, la mia faccia è decisamente a bollore, potrei cuocerci sopra qualcosa! Mamma quanto è bello, ed è anche a poca distanza da me. Il panico si sta facendo padrone: aiutoh!
"Vedo che cominci a capire quanto tu debba farti perdonare per non avermi fatto da materasso, bocciolo " mi chiama in quel modo delizioso per la seconda volta, sfilando la tazza dalle mie mani, sfiorando con le sue dita affusolate le mie. Ok. Adesso è troppo, non riesco più a reggere la tensione e la tisana che cercavo di prendere per tornare a dormire mi sarà praticamente inutile. Ho il cuore a mille, oddio, un colpo epilettico. Elodie respira, respira.
"Mi sa che io vado a farmi un giro fuori, mi fa caldo" mi alzo di scatto. Voglio fuggire da questa situazione imbarazzante.
"Stai scherzando, spero" Damian mi guarda, inarcando un sopracciglio. "Ti buschi un raffreddore da guinnes dei primati, se esci."

***
L’indomani mi sveglio con fatica. Un mal di testa allucinante si fa spazio, un martello continua a picchiettarmi dentro: tum – tum- tum.
“Elodie ma che faccia hai stamani? Hai avuto incubi?” mi volto stanca verso la mia compagna di stanza, Hope.
“Si effettivamente non ho dormito molto stanotte” non mi va di continuare questa discussione, o almeno, non mi va con lei e per evitare domande mi dirigo verso il bagno. Una doccia forse riuscirà a tirarmi su.

Scendo in sala comune dove un Damian assorto nei suoi pensieri è appoggiato su di una sedia, verso l’uscita. O cavolo, speravo di non incontrarlo stamani, dopo ieri sera. E non c’è modo per evitarlo, devo passare per forza da là davanti per uscire: maledetta sfortuna!
Prendo coraggio e via, parto in quarta verso l’uscita. Fortunatamente non mi ha notata, o almeno così speravo. Però quando con tutta la mia forza e velocità cerco di aprire la porta e di svanirne dietro, mi accorgo che lui si è buttato con la mano su di essa per non farla aprire. Fa tutto questo con molta nonchalance, continuando a leggere il libro che tiene sotto gli occhi, fino a quando: “Buongiorno Elodie” i suoi occhi chiari sono adesso puntati su di me “tutto bene?!”
“Una meraviglia, scusa ma adesso devo andare” dico tutto d’un fiato senza neanche dare un tono alle parole.
Inarca un sopracciglio, poco convinto dalla completa mancanza di spessore delle mie parole.
"Oh si, una meraviglia. Io, invece, sono diventato una suora, sai?" sono troppo impegnata a pensare al modo più semplice e veloce per aprire quella porta che LUI tiene con la sua mano per rendermi conto della poca verità delle sue parole.
"Oh, meraviglioso" rispondo, senza nessuna emozione, quasi. E' lì che sento il libro chiudersi nelle sue mani, e lui avvicinarsi.
" Non ti sarai davvero presa quel raffreddore perchè sei uscita ieri, mh?" chiede, indagatorio, a pochi centimetri da me.

Raggiungo, correndo, Sophie in sala grande. Mi siedo veloce al mio tavolo dove mangio qualcosa e poi scappo da lei: “Sophie devo parlarti!”. La mia migliore amica mi guarda con due occhi quasi preoccupati, come se fossi, di botto, diventata un’inferma mentale. “adesso” aggiungo. Si alza dal tavolo, salutando i suoi compagni e ci avviamo per i corridoi della scuola.
“Soph, non sai cosè successo ieri sera!”
“Eh no!” dice ironica.
“non c’è da ridere!” la ammonisco io.
“Ok, scusa. Dimmi tutto!”
“Ieri notte, io, Elodie Baudelaire, ho parlato di nuovo con Damian!”
“Giura?” - “Giuro!”
“Racconta tutto! Voglio sapere! Comunque, voi due, ultimamente vi state parlando un po’ troppo per i miei gusti, dato che prima neanche sapeva della tua esistenza!”
“Niente iio non riuscivo a dormire, sai, dopo la figura di merda dell’altro giorno dove gli sono volata praticamente tra le braccia… bhè insomma sono scesa in sala comune per bermi una tisana e chi mi raggiunge – volando dalle scale aggiungerei io? – lui!”
“ahah, come volando per le scale? Ahah. Non me lo immagino proprio!”
“Insomma, siamo stati là. Abbiamo parlato e scherzato un po’! Oddio Sophie, a me quel ragazzo mi fa impazzire! E’ troppo bello!” La mia amica mi guarda con fare materno. “Tesoro sono contenta per te.. però stai attenta! Non ci si può mai fidar troppo degli uomini! Soprattutto se, solo adesso e così spesso, si faccia vivo! El non ha senso! Stà attenta, per favore, non voglio che lui ti faccia stare male.” So quello che vuole dirmi la mia amica: lei sa che io muoio dietro lui da anni e che questa situazione, così tutto d’un tratto, è diventata strana. Io, la piccola tenera dolce El, innamorata. Sophie non vuole che io mi attacchi ancora di più a lui e non vuole che io rimanga scottata. Non devo ‘sognare’ o prendere troppe speranze da questo ‘rapporto’ che si è creato in questa settimana.












22/03/2008
commenti (4) • tag: speranze, amicizie, serpeverde, litigi, conoscenze, grifondoro, momenti imbarazzanti

Appena finito di parlare con Sebastian. Noto, qua e là, che la sommossa contro i mezzo sangue sta diventando una piaga odierna. Prima il pestaggio di Eugene, adesso le gemelle Blackster contro un ragazzino. La cosa, mi fa pensare.
Ne parlavo addirittura con Opal, ci ho perfino riso su, nel momento in cui mi ha praticamente confessato di aver fatto esplodere il libro di una delle ragazze. Tuttavia, sia io che lei, dopo l’ilarità, non possiamo non renderci conto di quanto problematica sia diventata la situazione.
E dire che sono un purosangue e nella loro mente (bacata) dei miei “simili” per così dire, dovrei capirli. Odio le classificazioni. Detesto essere etichettato come “Bene” o “Male”.
Alle volte, mi capita di ascoltare, non volutamente, i discorsi dei cosiddetti “veri maghi”, roba da accapponare la pelle.
Livelli assolutamente assurdi nei quali vengono selezionate le persone. A volte, mi ritrovo palesemente a bofonchiare con il solo intento di farmi sentire.
Le classificazioni modi animali, al primo posto? Chi c’è? Eh?” – sussurro prendendo appunti mentre un serpeverde saetta con lo sguardo verso di me, chiaramente non condivide il mio pensiero.
Poggio la penna, voltandomi con lentezza fino a ritrovarmi occhi negli occhi.
a cuccia.” – sibilo, prima di tornare a scrivere la mia relazione. Chissà perché, il ragazzino non inveisce, credo abbia capito che la storia non cambia.
Per me, l’opinione resta. Il mio sangue, nonostante sia puro, non risulta una catena. E ne vado fiero.


Lungo i corridoi, i libri per le mani e le lezioni praticamente concluse. Finalmente la giornata è finita. Mi avvio nei dormitori Grifondoro, fin quando, per le scale, non mi scontro (letteralmente) con una ragazza che, nella fretta, mi salta addosso. Quasi travolgendomi.
Notando la sua quasi perdita dell’equilibrio, la afferro per le spalle, tenendola salda vicino al mio petto.
Eih! ”- stringendole le braccia. Cercando i suoi occhi fra capelli biondo scuro.elodie
è tutto ok?” – domando. Lei solleva lo sguardo, al limite fra l’imbarazzo e la paura [ avrebbe fatto un bel volo ].
tutto ok….oh cielo, scusami” – e noto le sue guance arrossire, di un fuxia adorabile. Sorrido.
E’ familiare, e fortunatamente ho buona memoria.
Elodie.” – esordisco, sicuro. Lei sgrana gli occhi. Io cambio espressione, convinto di aver toppato con il nome. Brutto cervello,che razza di scherzi.
ehm…Eloise?” cerco di salvare la faccia pronunciando qualche nome simile, o similare comunque, in modo da trovare l’escamotage ideale per dire << EH, ma si somigliano! >>.
no..Elodie, hai detto bene” – mi rassicura lei, con un tono di voce flautato, musicale.
Meno male” – esclamo- “ stavo già pensando ad un modo consono per farmi perdonare, semmai avessi sbagliato” – confermo. Lei sorride, leggermente sulle sue.
Mi chino, raccogliendo un quaderno di appunti che si è rovesciato durante l’impatto ricadendo, aperto, sul gradino.
Un nome, scritto con una calligrafia elegante, senza alcuna pomposità, compare, in inchiostro nero.
Leggo ad altra voce.
Elodie Baudelaire”- realizzo- “ BAUDELAIRE?” – chiedo, stordito.
Lei sobbalza, poi annuisce. Mannaggia alle mie reazioni esagerate, mi avrà creduto pazzo.
Hai lo stesso cognome di Charles.” – la guardo, con occhi luccicanti. Se esiste un poeta che adoro, è senza dubbio Charles.
Siccome la curiosità regna sempre sovrana, scruto il volto della ragazza. Per poi sfoderare un sorriso audace, le porgo il quaderno.
Ora, di te, non mi dimentico più Elodie Baudelaire.” – la saluto, con un baciamano appena accennato, ed una smagliante performance da gentleman.
Ci vediamo, bocciolo.” – occhiolino, prima di comunicare la parola segreta alla donna formosa, che mi lascia passare, raggiungendo i dormitori.
Il mattino seguente, ancora assonnato, mi reco alla sala grande, pronto già ad esporre la prossima tattica che ho pensato per la partita di Quidditch. [ sport, mon amour ].
Mi avvio, trafelato, attraversando il primo corridoio. Quando un vociare strano, attira la mia attenzione. L’altezzoso stridere della cimice del giorno prima arriva nitido, mentre impreca verso il muro [ manco fosse matto ] il suo odio sviscerato verso i mezzo sangue.
Ci manca lo sputo per terra, teatrale, e la commedia sarebbe davvero completa.
Mi avvicino, pronto già a sfoderare il buonumore più luminoso. Alla rabbia, si risponde con un sorriso. Fosse solo per aizzarla ancora di più. Fin quando non ci si brucia, definitivamente.
Cammino, pompando leggermente d’aria il torace, le mani dietro la schiena. Una seconda voce, giunge al mio orecchio.
klaus…non è né il luogo, né il momento.” – un ragazzo, della sua stessa casata, riconoscibile per i colori, cerca di placare la sua ira [ o follia, non ho ben chiaro ].
Mi avvicino, felice di sentire le prime parole sensate della giornata.
Inutile, i matti bisogna assecondarli, non lo sai?” – fulgido mi rivolgo al ragazzo sensato dai profondi occhi verdi.
ah si?” – mi risponde lui, fissandomi con un’intensità disarmante, quasi.
eh già, dovresti cominciare a renderti conto…mh, come ti chiami caro?” – chiedo, con ammirazione per le parole sentite poco prima.
Klaus.” – sibila, con un tono leggermente criptico.
Damian.” – ricambio la presentazione, prima di continuare. – “ devi renderti conto, Klaus, che elementi come quelli del tuo compagno di casa hanno una considerazione pressoché nulla della gran parte del mondo magico. D’altronde, un animale che definisce animali i babbani, che credibilità può avere?” – dico, con naturalezza. Rivolgendomi a lui, quasi l’altro ragazzo [ che sento borbottare adirato ] non esistesse.
a dire il vero” – mi interrompe Klaus – “ i babbani non devono essere considerati così” – pronuncia lentamente sotto il mio saggio annuire.
I babbani, sono ben peggio” – sottolinea, sadico. Fissandomi.
Ed è lì, che mi si spalancano le porte della ragione. Incrocio le braccia sul petto, sfoggiando il sorriso strafottente più bello che possa esistere.
Oh scusa. Animale da podio anche tu, vedo.” – rido, leggermente divertito. Per poi tornare serio. Elimino la risata canzonatoria, lasciando spazio ad una leggera increspatura delle labbra.
Mi sporgo sul ragazzino, che d’un tratto, mi si palesa davanti in tutto il suo pensiero. La faccia, quasi, mi sembra sfigurata ora che so cosa realmente pensa.
Mi inchino, come se mi fossi ravveduto. Rivolgendo loro uno sguardo di ghiaccio. Per poi voltarmi, e scomparire dirigendomi verso le aule. Pensieroso. La situazione è ben più seria del previsto con questi emuli della teoria del “taglio netto”.
Le passeggiate salutari sono la cosa più bella che ci sia, peccato che la pioggia decida di rompere l’idillio Damian-Natura un po’ troppo spesso.
Sono rilassatissimo in cortile, prossimo al sonnellino vigile ma ristoratore. Rido sotto il naso pensando già alla battuta tipo non appena arriva Julia, con la quale ho appuntamento.
Me la immagino, arrivare con le mani sui fianchi ed urlarmi nelle orecchie: “SVEGLIA” .
Indi per cui, studio già mentalmente l’intonazione mentale da accoppiare alla frase tipo << non stavo dormendo. Pensavo ad occhi chiusi>>.
Maledizione ai cieli uggiosi, la pioggia comincia a scivolare lenta.
Lenta. Una, due, tre gocce. Quattro, cinque..seisetteottonovedieciundicidodicitrediciquattordiciquindici […]. Prima che me ne accorga sono già un pulcino fradicio che si fionda sotto il porticato, ringraziando la presenza superiore che ha deciso di lanciare una secchiata d’acqua sulla terra interrompendo la mia sacrosanta “riflessione ad occhi chiusi”. Sfilo la sciarpa, zuppa, scuotendo appena i capelli con una mano, al fine di non grondare d’acqua più di quanto già non stia grondando.julia
Evidentemente Noè aveva da fare, ed ha ceduto il posto a me, solo, non sapevo dove fosse l’arca. Leggere lamentele a labbra socchiuse, prima di aguzzare la vista alla mia destra, dove scorgo Julia con il belloccio tutto occhini di ghiaccio, tale Aedan Lywelyn.
Il primo pensiero è <<vai e colpisci.>> da tradurre in <<vai e impicciati>>.
Mentre la mia testa è occupata nello strizzare gli abiti, i due visi si avvicinano.
Vicini…vicinissimi…… oddio si stanno baciando!!! Sogno già i titoli sul giornale e le prese in giro ai danni di Julietta, quando passi veloci verso i due rompono l’idillio.
oh caspita, la fidanzata.” – sussurro, perplesso a me stesso. Una ragazza, non molto alta ma senza dubbio bella, frantuma l’atmosfera, facendo dividere i due, che imbarazzati trangugiano sguardi di circostanza. La giovane con occhi da cerbiatto e fare altezzoso si allontana, lanciando un’ultima occhiata, diretta in biblioteca. Mi passa di fianco, e lasciare scivolare lo sguardo sul suo profilo sinuoso è una cosa giusta e doverosa. Visto che non ho la più pallida idea di chi sia.
Nel momento preciso in cui la ragazza misteriosa entra nella stanza, Aedan poggia un bacio fugace sulle labbra di Julia, dileguandosi velocemente. Poi. Lei si allontana, avviandosi nella mia direzione, pur non accorgendosene.
Io la guardo, con un sorriso sornione, avvicinandomi. Braccia conserte. Deciso a fermarla, ovviamente.
Julietta, vecchia volpe!” – sorrido- “ E meno male che avevamo un appuntamento,sei stata trattenuta, ho visto.” – esclamo, furbamente.
Julia rotea gli occhi, non sapendo se ridere o meno. La sua faccia perplessa, non me la conta giusta. “ eih, è tutto ok?” – domandare risulta naturale. Sembra combattuta.
Fa un cenno di capo verso la direzione opposta. “ Andiamo Dam, devo parlarti di una cosa”.
Annuisco, sempre più perplesso. Generalmente al mio <<vecchia volpe>> Julia avrebbe inveito con epiteti non troppo carini [ nella migliore delle ipotesi ], altrimenti….vai di pugno in pieno viso con relativo trauma facciale e setto nasale spezzato.
La seguo, senza chiederle cosa mai è successo con Lywelyn, e chi fosse quella ragazza. Forse non è il momento, forse deve essere lei a parlare quando se la sentirà.
Schiarisce la voce, al mio fianco, esordendo:
"Dam, avrai notato che le cose qui a scuola stanno peggiorando. Per i Mezzosangue, come li chiamano le care Serpi."ha una sfumatura amara nella voce.
Sospiro. “Ho notato eccome, e la situazione è sfiancante. Proprio oggi ho espresso il mio parere ad un mini serpe tutto veleno e poco cervello. Sul fatto che ritengo che siano loro i primi animali.” – le racconto l’accaduto con quella  ragazzo. Come è che si chiama? Ah si, l’odioso Klaus.
"Non mi sorprende, non mi sorprende più nulla. Secondo te non si potrebbe fare qualcosa?"dice, lanciandomi uno sguardo obliquo.
Quasi con uno sguardo allucinato la fisso.
si POTREBBE? Si DEVE fare qualcosa. Io non li capisco. NON E’ concepibile una cosa simile. Non siamo nel medioevo, e qui sembra essere ancora ai tempi della caccia alle streghe, è indicibile. Inconcepibile” – scandisco, pienamente convinto delle mie parole.
"Hai ragione, si deve fare qualcosa."risponde, osservando un punto indefinito, con un mezzo sorriso che le aleggia sulle labbra. "Proposte?"aggiunge.
Vorrei..” – penso bene alle mie parole – “Vorrei dimostrare ad ogni costo che la distinzione mezzosangue-purosangue è semplicemente un’eresia. E se fosse necessario, mi rivolterei, credimi. Ma la violenza fisica, come finora ha operato QUALCUNO , non è la soluzione esatta. Di certo, se potessi, farei in modo che tutti i figli dei babbani non venissero maltrattati. Ma la scuola pullula, e se non si trovasse gente con il coraggio di mettersi in prima linea, non si andrebbe troppo lontano.” – espongo le mie idee, leggermente malinconico.Detesto quando non posso fare nulla, o comunque posso fare poco.
Julia non risponde, ma annuisce con convinzione.  "Non è detto che non sia possibile, Damian."

 













21/03/2008
commenti (5) • tag: amori, speranze, amicizie, dubbi, grifondoro, corvonero

"Rilassati Rose, alla fine i voti non sono tutto!”, ripeto alla mia compagna di stanza boccheggiante davanti ai miei occhi, colpita dall’ultima delle sue crisi di panico, ultimamente sempre più frequenti a causa dell’imminente avvicinarsi dei G.U.F.O. “Ora guardami attentamente”, le dico appoggiando le mie mani sulle sue spalle “e respira profondamente: fai come me” E così inizio a tirare profondi e lunghi respiri a ritmo regolare, come se stessi assistendo a un parto…
Sembra calmarsi; allontano lentamente le mani da lei, come temessi un altro attacco, e aspetto che ritrovi il suo battito normale; Continuo a chiedermi che problema avesse il cappello parlante il giorno che mi ha smistata in Corvonero: io qui non c’entro proprio niente. Studio? Il minimo. M’interessa?il necessario. Intelligenza? Beh dai voti non si direbbe…
Sospiro. “Stai bene? Devi metterti in testa che non è necessario avere tutte ‘E’, ci si può accontentare anche di una o due ‘O’”, cerco di spiegare al muro dalla sagoma di ragazza che mi trovo davanti. ‘Eresia!Bruciatela, è una strega!’; più o meno sono queste le frasi che potrei leggerle in volto in questo momento. “Sai, mio fratello aveva sempre ottimi voti e adesso che fa? Vive tra i babbani come uno di loro! A cosa gli sono servite tutte le sue E? A niente!”. Bene. Molto bene. Il colore sta ritornando dal rosa pallido al rosso acceso, con qualche punta di violetto………
Sono morta…
“Basta con questa storia di tuo fratello io non sono lui!” Fulmini, saette…e non escluderei di aver intravisto un leggero fumo spuntarle dalle orecchie.”Sai quanto è difficile diventare qualcuno quando si hanno genitori babbani?! Io parto già svantaggiata, non posso permettermi una O, non posso! Tu non capisci…”
“Ti ricordo che anch’io sono una ‘mezzosangue’” le dico gesticolando.
“E non dire quella parola!”. Gli occhi dietro gli occhiali si fanno sempre più grandi mentre il suo viso sembra un enorme sole rosso. Roteo gli occhi.
“E’ la pura verità! Dai sei talmente intelligente che non posso credere che tu possa avere paura di una parola!” . Mi guarda impietrita. A quanto pare si, invece. Ci rinuncio. “Io vado a fare colazione.” La liquido, stanca ormai dei suoi farfugliamenti. Spesso le persone più intelligenti sono anche quelle più stupide.
Scendo le centinaia di gradini che mi separano dalla Sala Grande. L’architetto che ha progettato questo posto voleva che gli studenti si mantenessero in forma, se no che senso avrebbero tutte queste scale! O forse era solo una persona intelligente…

Mi precedono decine di studenti diretti nella mia stessa direzione; i loro passi hanno qualcosa di ritmico, eppure loro non sembrano nemmeno accorgersi di essere perfettamente coordinati nel camminare. Mi viene da ridere: dal dietro sono così buffi!

“ Night and day, you are the one
Only you beneath the moon or under the sun
Whether near to me, or far
It's no matter darling where you are
I think of you…”


Canticchio sottovoce la lenta melodia di una canzone d’amore. Possibile che con tutto quello che sta succedendo nel Mondo la gente canti ancora l’amore, creda ancora nell’amore…
“Che canti oggi?”, la voce viene da dietro il mio orecchio sinistro. Sobbalzo. Henry Hallward ride alle mie spalle. “Davvero divertente Harry, grazie! Per poco non mi rovesciavo addosso la tazza di the che ho in mano!”. Ride di nuovo.
“No dai scusa…comunque l’hai scritta tu quella canzone?”. Sorrido amaro.
“Si, magari! Dei miei amici di Harwhic la ascoltavano spesso quest’estate, sai alcuni di loro hanno la radio…” Mi guarda stranito. “Oddio Harry, una radio!Te l’ho spiegato mille volte!”
“Si lo so ti prendevo in giro, è bello vedere quando ti arrabbi!”. Fantastico, io degli amici normali non li posso avere, vero?!
Sorrido (per la disperazione?!). “Piuttosto come va?”, gli chiedo. E’ da un paio di giorni che non riesco a parlarci insieme.
“Tutto bene, e tu invece, preoccupata per i tuoi esami?”. Si, come no…
Continuiamo il discorso per un paio di minuti sotto lo sguardo attento e micidiale di una ragazza del tavolo Grifondoro: Annette.
“Forse è meglio che tu vada, se lo sguardo delle tua ragazza fosse una lama tagliente, sarei già morta da un pezzo!” Si gira verso la biondina che lo guarda con sguardo risentito e piuttosto arrabbiato. Si gira verso di me sbuffando.
“Si certo…ma noi ci vediamo vero?”
“Se vuoi io sono sempre qui e non scappo…a meno che ‘la tua metà’ non decida di tradurre in atto i suoi pensieri perchè, se così fosse, è meglio dirci addio!”. Mi guarda sorridendo debolmente.
“Mi spiace, Sophie, se ti sto trascurando in questo periodo, ma sai Anne è molto gelosa e…mi spiace. Però se hai qualche problema, sappi che ci sono sempre per te!”
Quando esce con queste affermazioni mi verrebbe quasi voglia di tenerlo stretto a me per sempre, il mio Henry! Invece gli sorrido e basta, perché se osassi fare una cosa del genere, non so chi finirebbe prima a far compagnia alla Mound, se io o lui.
“Lo so…ma ora va o sarò la causa prima della fine di un amore..”. Lo lascio andare, anche se avrei voglia di parlare ancora con lui, di sentire i suoi problemi e confessargli i miei; come facevamo una volta, quando ancora non avevamo scoperto il fascino dell’altro sesso e l’amore, vera bestia dell’umanità, il sentimento più incomprensibile ed indescrivibile in questo mondo, soggetto prediletto della maggior parte delle canzoni, libri, poesie e quant’altro. Eppure…so per certo che se ognuno di noi fosse una canzone, se fossimo fatti di note e melodie, la mia canzone preferita sarebbe il mio Henry…
Sorrido ancora mentre si siede a fianco della sua ragazza e riesce con poche parole a farle dimenticare la mia esistenza…

Pranzo.“Vedi Sophie, io te e molti altri avremmo molto meno problemi se non ci fosse gente come i Serpeverde…come quelli là”, mi dice indicando con un accenno il tavolo delle serpi.
Distoglie subito lo sguardo da loro: non sia mai che la vedano guardarli e che comincino a prenderla di mira!
“Avremmo problemi comunque, ma sono d’accordo, non so chi gli abbia messo in testa quelle idee, ma sono davvero malsane!”. Guardo il solito gruppo dei cosiddetti ‘principi’ (di cosa poi??), splendenti nella loro illusione di perfezione. Sembrano appena usciti da un altro mondo: belli, ben vestiti, acconciature perfette; su di loro, così perfetti, non ci sarebbe nulla di interessante da dire, da scrivere; anche se quelli della loro specie, solitamente sono anche quelli che hanno di più da nascondere: sono i moderni Dorian: perfetti all’apparenza, ma da qualche parte hanno un ritratto che nasconde la loro vera natura e tutti i loro crimini.
“Bè, io avrei la vita semplificata se fossi”- adesso bisbiglia per non farsi sentire-”purosangue”, -riprende col tono normale-”ma non lo sono e mi tocca sgobbare il doppio di quello che fanno loro”
Rose a volte sa essere davvero ridicola.
Continuo a studiare Norwood, Lewis, la Blackster, la new entry-Lywelyn e anche la Traviston,e non posso fare a meno di pensare che ci sia qualcosa di profondamente sbagliato in loro; mi verrebbe voglia di andare lì e scompigliargli i capelli, o fare altre cose stupide del genere, renderli meno perfetti e mostrare a tutti che in fondo sono umani anche loro;”Oppure hanno venduto l’anima al diavolo…”, bisbiglio sorridendo.
Dopo un paio di minuti passati ad osservarli, durante i quali la mia compagna di stanza si è lanciata a capofitto nel dolce alla crema che ha davanti,mi viene in mente una frase:
“Scelgo gli amici per la bellezza, i conoscenti per il buon carattere e i nemici per l’intelligenza.” *" dico, rivolgendomi a Rose," sembra questo apparentemente il loro modo di giudicare, il che significa che c’è una nota positiva: in questa scuola ci sono più persone intelligenti di quanto immaginiamo.” Rose mi guarda dapprima sorpresa e poi mi sorride finalmente;”Bè, probabilmente è così..almeno significa che siamo tra le persone intelligenti!”, un altro sorriso per poi dedicarsi completamente al suo dolce. Io lancio l’ultima occhiata alla grande sala ghermita di studenti. Chissà quanti nemici hanno in questa scuola?

Si, probabilmente l’unica cosa che ho in comune con i miei compagni di casa, è la mia passione smisurata per la biblioteca: silenziosa, calma, e con la giusta dose di ‘vecchio’, tanto quanto basta per farti sembrare di vivere in un’altra epoca, in qualche corte o castello, prigioniera o regina, sconsolata o potente; a ognuno il suo.
“Elodie, ho visto male o Damian Denholm è appena sbucato fuori dal tuo stesso corridoio?”, chiedo alla ragazza dall’apparenza tanto fragile che si sta sedendo al mio tavolo. Arrossisce appena, cercando palesemente di trattenersi.
“Mi ha aiutata con un libro…è stato molto gentile…”. Sorrido davanti al suo imbarazzo nel parlare dell’unico ragazzo che le sia mai piaciuto davvero. E’ impossibile non volerle bene se la si conosce: sono dell’opinione che non esista creatura più dolce di lei, anche se a volte la sua testardaggine mi fa pensare il contrario! Tanto dolce, tanto fragile…che ogni volta ho paura che qualcuno possa romperla, o rovinarla per sempre; è proprio come una bambola di porcellana, la si deve tenere con cura perché le possibilità che vada in mille pezzi, se cade, sono altissime; Per questo ora ho un po’ di paura, dopo aver osservato lo sguardo che le ha rivolto il ragazzo mentre si allontanava: pochi attimi, se non qualche secondo, è bastato per farmi capire che anche lui ha scoperto che è entrato in contatto con qualcosa di raro e bellissimo.
‘Stai attenta…non cadere, ti prego…’, urlo nella mia testa, ma lei non può sentire, ma lei non vorrebbe comunque sentire. Più che un’amica Elodie è come una sorella per me; una sorella minore alla quale bisogna badare; ma con tutta probabilità mi sto preoccupando troppo per qualcosa che non c’è, così mi chino sul libro per cercare di finire almeno l’ultimo capitolo di Storia della Magia e l’ultima cosa che noto prima dell’’immersione’ è il suo sorriso incontrollabile.

"Day and night, night and day
Under the hide of me
There's an oh such a hungry yearning burning inside of me
And this torment won't be through
Until you let me spend my life making love to you

Day and night, night and day "


Cammino per i corridoi del castello, sola, come trasportata da un istinto che mi è ancora oscuro. Nel lungo corridoio solo i miei passi. Cammino; questa è musica. Una melodia dolce e malinconica si sente appena, mentre porta avanti la sua battaglia contro la porta della stanza, chiusa. Vuole uscire: è prigioniera.
Mi avvicino sempre di più alla porta, chiedendomi chi mai possa suonare il piano qui, ad Hogwarts, in una maniera così divina. Tocco la maniglia e socchiudo, il più silenziosamente possibile, per non farmi scoprire; la musica mi travolge in tutta la sua forza e bellezza. Mi tremano le mani nello sporgermi per vedere che sia capace di tutto ciò: potrebbe accorgersi di me e porre fine a questo sogno; non lo posso permettere. La stanza non è ben illuminata e vedo solo la sagoma di una ragazzo controluce, i suoi capelli biondi e le mani, che si rincorrono veloci sui tasti del pianoforte.
Questa è vera magia, non quella che ci insegnano qui. Ritiro la testa senza chiudere la porta e mi appoggio al muro. Lascio che la musica mi entri dentro e mi rapisca e mi tolga il respiro. E’ impossibile descrivere tutte le emozioni che sento. Chiudo gli occhi. La vedo; è davanti a me, la Musica. Voglio toccarla, voglio toccare le note e i suoi colori freddi: blu, azzurro, viola:rabbrividisco. Malinconia, angoscia, amarezza. Lei danza davanti a me ed è bellissima.
Danza e poi… smette, sparisce: la musica è finita, il brano è concluso. Applausi? No quelli sono per i grandi teatri, per gli artisti, non per gli angeli.
Mi allontano senza farmi sentire: non voglio che mi veda e non voglio vedere lui; voglio continuare ad osservarlo da lontano, per sempre; o almeno finchè non finisce la composizione.
Arrivata all’angolo lancio l’ultima occhiata prima di tornare alla dura realtà scolastica: grazie per le emozioni che non sai nemmeno di avermi dato, grazie angelo biondo….
”A presto…”
Cammino. Nel corridoio solo i miei passi, finchè non ne cominciano a sopraggiungere altri: sono di nuovo nel mondo ordinario.
Allora, la canzone che ho citato è di Frank Sinatra, è uscita pressochè in quegli anni e si chiama "Night and Day"(come avrete notato...!) ed è veramente bella(se vi piace il genere...song)
*è una frase tratta da "The picture of Dorian Gray" di Oscar Wilde...che io personalmente adorooo!!XD
Anche una citazione che ho fatto prima era relativa a questo libro...












18/03/2008
commenti (4) • tag: discussioni, amori, sogni, speranze, amicizie, dubbi, lezioni, grifondoro

« vuoi finire nei guai? vuoi finire nei guai?! » strillo e minaccio una biondina di Serpeverde, che per tutta risposta non fa altro che scuotere la chioma e ridermi in faccia. La sua sorella gemella sta in disparte, evitando di farsi coinvolgere, ma sospetto che stia meditando di andare a chiamare qualcuno dei loro amici grandi,grossi e decisamente troppo forti per me. Alle mie spalle, un ragazzino del terzo osserva la scena con gli occhi lucidi; la bionda, di sicuro non molto più grande di lui, lo stava minacciando. E perché? Perché è figlio di babbani! Ci sono tante cose che posso accettare, ma questo genere di insulto insensato e non rientra nella categoria.
« non ti consiglio di metterti contro di noi. » sibila in risposta, scrutandomi dal basso con un sorrisino irritante sulle labbra; sono certa che sia più piccola di me, almeno di un paio d’anni. « sai chi è Deirdre Blackster? beh, è mia sorella, e non è bene sfidarla. »
E’ costretta a smettere di parlare da un forte botto: il libro che teneva in mano è saltato in aria, e ora sta ricadendo sulle nostre teste sotto forma di coriandoli di carta. Ops, l’ho fatto di nuovo; giuro che non ho nessuna volontà di far esplodere le cose: succede e basta. La giovane Blackster trema e avvampa, fissando con la bocca spalancata il suo palmo teso. Lentamente riporta lo sguardo su di me, con le fiamme nelle pupille.
« tu, schifosa grifondoro! » flette le ginocchia come se stesse per saltarmi addosso.
Ma, grazie al cielo, interviene salvifica un’altra voce. « cosa sta succedendo, qui? » chiede Sebastian Lang, il mio Caposcuola, intervenendo nel quadretto con prontezza, seguito dalla sua amica Julia Versten. A mia volta, non posso fare a meno di arrossire per la figuraccia che sto facendo; abbasso lo sguardo, soffermandomi giusto per un istante sulla ragazzina che ha già raggiunto la sua gemella senza neppure provare a dire qualcosa in propria difesa.
« stava aggredendo un ragazzino .. poi le ho fatto esplodere il libro .. » biascico senza trovare il coraggio di rialzare gli occhi fino a che non ho finito, e ancora temo di sembrare decisamente troppo contrita per l’accaduto. Non è la prima volta che qualcuno deve intervenire nelle mie esplosioni di forza d’animo, per non parlare delle esplosioni reali. Incontro lo sguardo divertito di Julia, poi passo a Sebastian, attendendo di conoscere il mio destino.
« esplodere il libro. » gracchia divertito, mentre sulla sua mano tesa ricade un pezzetto di carta; lo stringe nel pugno, scambiandosi uno sguardo con Julia.
« facciamo finta di niente, ok?! » dice lei, interpretando le occhiate del suo amico e rivolgendomi un sorriso scaltro; sembra proprio il tipo di ragazza che non ha paura di niente, quello che dovrei essere io. Invece arrossisco di nuovo, e dopo averli salutati con un nervoso agitarsi della mano corro via, trascinandomi dietro la mia tracolla stracolma.

***

Sotto lo sguardo attento e piuttosto divertito di Benton, sto intrattenendo una conversazione tutt’altro che amichevole con Jillian McKanzie, che si è fatta portavoce dei Corvonero in questo piccolo dibattito magico. All’opposto della mia tesi, sostiene che l’incanto flagrate bruci realmente, e non sia soltanto un sistema di marchiatura magica.
« e allora, Jillian, che ne diresti se lo provassi sulla tua faccia? » no, in genere detesto fare l’antipatica, ma non può che venirmi dal profondo del cuore, visto che lei insiste così tanto nel controbattere anche quando tento di mettere una parola di chiusura. Storce il naso, facendo leva con i palmi sul banco per alzarsi in piedi e fulminarmi più agevolmente. Faccio per sollevarmi a mia volta, ma Cecily mi prende per il braccio, costringendomi a rimanere seduta. E’ il momento per Benton di intervenire, obbligandoci ad abbandonare la sfida verbale, visto che è finita l’ora.
« visto che l’argomento vi interessa così tanto, per la prossima volta mi farete tutti una ricerca di 500 parole su questo tema. Andate in pace! » alza le braccia e poi, con un grande sventolare di tunica, si ritira nel suo ufficio uscendo dalla porta sul fondo dell’aula.
Jillian ancora mi scruta, aspettando che io riprenda a bisticciare per l’ennesima volta. Ricaccio i miei libri in borsa e mi dirigo verso l’uscita dall’aula; non sono così sciocca da mettermi contro una Corvonero, soprattutto non contro una che di incantesimi capisce quanto me, se non di più. Sbuffo rumorosamente, avviandomi lungo il corridoio e precedendo tutti verso la Sala Grande, dove tra poco verrà servito il pranzo; se solo avessi l’amplombe di Julia. Non so come abbia fatto a resistere senza neppure incrinarsi alla morte di Ida, quando persino io mi sono ritrovata a piangere. E poi ..
OH NO. OH NO. Improvvisamente mi trasformo in una statua di sale, immobile sulla porta della Sala Grande, proprio in mezzo al traffico, e non riesco neppure a muovere un dito. Verso di me si è voltato Milo Ashmore, e giuro che per un momento ha guardato verso di me. Di me! Sono sul punto di svenire, proprio in questo momento, proprio in questo posto, davanti a tutti. Richiudo di scatto la mascella solo quando mi viene posata una mano sulla schiena, interrompendo il mio momento di deliquio interiore.
« Milo? » chiede Jillian, spuntando al mio fianco e rivolgendomi un sorriso molto, molto più gentile di quanto mi meriterei per quel che le ho detto poco fa.
Annuisco debolmente, ricevendo in risposta uno sguardo comprensivo; sospira, voltandosi verso di me dopo averlo osservato per qualche secondo.
« ti capiamo tutte. » ridacchia, spingendomi quanto basta per scollarmi dal pavimento e farmi fare qualche passo in avanti. Mi areno di nuovo quando vedo la Sua figura, quasi sollevata da terra, venire verso di noi al seguito del ragazzo di Jill.
« svengo. » pigolo sgattaiolando alle sue spalle, e accartocciandomi per non farmi notare. Non ho nessuna confidenza con lei, me ne rendo conto solo dopo averle strapazzato un braccio; la lascio andare e scappo via, sedendomi in scivolata al tavolo di Grifondoro. Noir Varesco smette di piluccare la sua insalata scondita e mi guarda come si guarda una pazza.

***

Mi rannicchio nella poltrona, nascondendomi dietro ad un gigantesco volume di incantesimi che ho preso da poco in biblioteca. Forse avrei fatto meglio a diventare un’allevatrice di Puffskein, e non intestardirmi sulle aspettative dei miei genitori, studiando come una matta per diventare Auror.
Nella tasca dei jeans è appallottolata l’ultima lettera di Nate: tra una settimana tornerà in Inghilterra dopo tre mesi di addestramento in Turchia. Si è ustionato una mano lanciando un incantesimo sbagliato durante l’esame, ma si è preso il dovuto attestato di merito; ora completerà gli studi a casa, e tra qualche mese otterrà il suo titolo di Auror. Un’eternità di fatiche a cui mi sottoporrò anch’io tra non molto tempo, sempre che riesca a prendere cinque M.A.G.O.. In questo caso, avrò già un posto prenotato nella graduatoria di accesso all’Accademia, e spero di riuscire ad entrare in uno dei sette posti disponibili.
« argh! » sobbalzo quando sento sbattere forte una porta nel corridoio dei ragazzi; subito dopo, Garet Haslett spunta nella sala comune, insultando Sebastian, che lo insegue con aria esasperata. C’è tempesta nell’aria.













13/03/2008
commenti • tag: speranze, amicizie, lezioni, tassorosso

La lezione con Audrey è andata abbastanza bene. Non mi riferisco all'incantesimo, che continuava a riuscirmi a stento, ma del fatto che la ragazza dai boccoli biondi è riuscita a farmi tornare una sana dose di fiducia in me stessa. Rifletto sugli obbiettivi raggiunti in sala comune mentre aspetto che Cassie torni dall’allenamento di Quidditch. Seguendo i consigli di Audrey mi rilasso su una morbida e calda poltrona. Sobbalzo sentendo che la porta della Sala si apre, vedo entrare un ragazzo biondo e molto alto. Solitamente lo si vede girare con Carlisle Hunnam, ha il segno di qualche livido poco visibile… probabilmente lo osservo con troppa curiosità perché anche lui si gira dalla mia parte per sorpassarmi con lunghe falcate. La porta del dormitorio si apre di nuovo e finalmente vedo la figura di Cassandra rientrare affaticata dal lungo allenamento.



Lezione di Trasfigurazione. Il mio stomaco è contorto in una strana morsa di paura che mi è quasi totalmente estranea. Silente osserva la mia classe con il suo solito sorriso benevolo e fiducioso. A volte mi stupisco della buona volontà che si riesce a leggere dietro i suoi occhiali a mezzaluna. Ma ora sono inesorabilmente impaurita dalla possibilità che Silente mi chieda di nuovo di riprovare quella dannata trasfigurazione. E in effetti il suo sguardo mi raggiunge con un piccolo guizzo vivace. Mi fa un piccolo cenno perché mi avvicini alla cattedra.
Io mi alzo in piedi atterrita.
“lo deluderò me lo sento…” penso con una piccola vertigine.
Silente mi incoraggia aggiungendo al suo solito sorriso qualche piccolo sussurro fiducioso.
“Concentrati Rah, devi solo concentrarti. Non è il voto che conta! È il gusto che si prova nel riuscire.” La voce di Audrey mi rassicurava.
Chiudo gli occhi sentendo la magia fluire nella mia bacchetta di legno di eucalipto…
“Visualizza la sedia… devi solo pensare alla sedia e riprodurla completamente nella tua testa.”
Lascio che la formula esca appena sussurrata dalle mie labbra e poi apro gli occhi piano per non perdere la concentrazione.
“Ottimo risultato, signorina Page! Questa è la sedia più comoda che abbia mai visto in tutti i miei anni di insegnamento. Quindici punti al Tassorosso!” dice gaio Silente. Io mi volto stupita verso di lui e lo trovo sorridente, con i suoi occhi brillanti. “Basta solo un po’ di fiducia Rah, l’hai dimostrato a te stessa.” Sussurra.
I miei compagni esultano ringraziandomi e vedo il sorriso di Alexa scintillare verso la mia parte.


 

“Complimenti! Complimenti davvero!” Dice Cassandra a cena. Sembra distratta.
“Che ti succede?” le chiedo “è tutta la cena che mi ripeti la stessa cosa con poche varianti.”
“Oh scusami Rah” mi sorride “sono molto preoccupata per il Quidditch.”
“Cioè? Voglio dire… non hai mai avuto problemi. Sei sempre stata molto veloce a cercare il boccino e ad acchiapparlo. All’ultima partita è andata male ma… è normale, il nervoso fa brutti scherzi.” Le dico attaccando il secondo piatto di patate al forno.
“Ehm…” dice tacendo tutto d’un colpo. Mi volto a osservarla.
“Continua, dai. Non tenermi sulle spine.” La incoraggio
“Da quando…. Da un po’ di tempo ho parecchi problemi a concentrarmi sugli allenamenti.” Ammette alla fine. Ida… poggio la forchetta con lo stomaco momentaneamente chiuso.
“Cassie… so che non sarò mai la stessa cosa…” comincio.
“Ma cosa stai dicendo? IO non ho parlato di Ida…” dice interrompendomi.
“L’hai sottinteso…” dico io.
“Rah… io sto molto meglio. Da quanto tempo è che non mi senti piangere la notte?” era visibilmente imbarazzata. Nella sua corazza di ragazza forte non era spesso disposta a far notare i suoi sentimenti e nessuna di noi due aveva mai affrontato l’argomento in modo così diretto.
“è da molto ma pensavo…” pigolai senza abbastanza forza.
“Ti sbagli. È anche grazie a te che mi sento meglio Rah.” Detto questo si alza e mi lascia in Sala grande con il mio piatto di patate ormai fredde.













12/03/2008
commenti (1) • tag: ricordi, famiglia, amori, malinconia, dolore, misteri, speranze, amicizie, serpeverde, dubbi

Guardo fuori dalla finestra. Nevica, soffici fiocchi bianchi ricadono sul terreno lasciando un leggero alone bianco. Sta attaccando, se continua così per tutta la notte domani avremo uno o due metri di neve. Tra le mani i fogli, letti e riletti, che mi ha consegnato Scarlett con le informazioni sui Gaeltacht. Ormai le potrei ripetere tutte, le so a memoria, ma niente di quello che c’è scritto riesce a portarmi delle vere informazioni su essi. Sono una setta, forse questo è l’unico punto su cui posso apporgiarmi. Ma che cosa c’entra con loro mio padre? In cosa sarebbe potuto essere immischiato? Che cosè che mi sfugge? Forse l’unico modo per scoprire qualcosa, di concreto e sicuro, è recarmi nel loro mondo.
Con queste deduzioni decido di lasciare lo scomodo marmo ghiaccio del davanzale della finestra e mi accingo ad andare a dormire. Mi preparo una tisana che mi sono preparato, dopo una settimana di intenso lavoro finalmente è pronta, per dormire. Questi incubi mi impediscono di riposare, ormai sono diventato un cadavere, tutti gli occhi delle ragazze mi guardano preoccupato. Sono un cencio. E domani devo parlare a Violet, devo riposare, per forza.

Mi butto di sotto dal letto fischiettando un motivetto a me sconosciuto. Dormire mi ha fatto bene, mi sento come rinato. Jasper mi fissa incredulo dal suo letto, fino a quando in tono teatrale non mi rivolgo a lui: “mio caro amico, ma come ti è venuto in mente di farmi ridurre in questo stato? La mia povera immagine, sembro un barbone! Adesso cosa penseranno tutti di me?!” sembro drogato. Devo ammetterlo. Probabilmente ho esagerato la dose ‘risveglina’ di quel troiaio che mi sono bevuto ieri sera. Meglio così.
Mi dirigo verso il bagno dove mi faccio un’accurata pulizia del viso: barba, sopracciglia di troppo, crema. Adesso si che va bene. Mi guardo compiaciuto, lasciando poi il posto a Jasper che è ancora mezzo addormentato.
Decido di indossare un paio di semplici jeans ed un maglioncino in lana grigio, con le righine di rifinitura verdi e scendo in sala comune. Mi siedo sul divano più vicino al fuoco e tiro fuori pergamena e piuma.

Violet ho bisogno di parlarti. Appena puoi raggiungimi in cortile, al solito posto.

***

Arrivo in giardino, come previsto dalla sera prima è completamente ricoperto di neve. Vedo Violet già appostata vicino l’albero, infreddolita.
La saluto con u bacio sulle labbra e mi scuso per il leggero ritardo, alla fine sono solo cinque minuti ma con questo freddo anche questi pochi minuti fanno il loro.
“Edward, non potevamo vederci in un posto un po’ più accogliente?” brontola dolcemente lei.
“Scusa, è che non avevo voglia di stare in mezzo ad un branco di gente” mi sorride leggermente e poi mi fissa. Sta chiaramente aspettando che io parli.
Respira, respira, respira.
“Devo confessarti una cosa!” diretto, forse troppo. L’ho spaventata? Vedo i suoi occhi roteare, panico. Chissà a cosa sta pensando, è sbiancata.
“Si..?!” Aggiunge debolmente.
“In questi giorni sono scomparso perché..” non continuo subito la frase e vedo i suoi occhi sgranare sempre più.
“Stai con un’altra?!” sbotta lei. Dio santo, ma cosa gli è venuto in mente a questa!
“No, no, no.”
“Ti ho visto sai con quella là, la novellina, la Lywelyn!” continua maneggiando a destra e a manca.
“Violet, Violet calmati! Non ci sono altre. Ci sei solo tu.” Prendo le sue mani tra le mie e la vedo finalmente tranquillizzarsi. Le sue guance prendono un leggero rossastro.
“Scusami..” chiede poi, abbassando lo sguardo imbarazzata.
“Bhè..devo dirti una cosa che non so se ti farà piacere. Ma devi giurarmi” le alzo il volto verso i miei occhi, in modo da poterla fissare “devi giurarmi che non ne farai mai, e dico mai, parola con nessuno. Chiaro?” annuisce debolmente.
“Questa storia risale a tanti anni fa; io ero un ragazzino e uccisero mio padre sotto i miei occhi. Cancellai tutti i miei ricordi di quella sera fino ad oggi, giurando però vendetta.” A quella parola – vendetta – vedo un filo di preoccupazione, paura negli occhi della mia ragazza. Decido però, nonostante tutto, di continuare a parlare. “Ma qualche tempo fa, grazie ad un sogno, gli avvenimenti di quella notte sono tornati chiari. Il mantello di quell’uomo. Il simbolo della sua famiglia. Nessuno sapeva aiutarmi: Lumacorno, libri, fino all’arrivo di Scarlett. Lei conosceva quella famiglia, un’antichissima famiglia irlandese. I Gaeltacht.”

***

La cena è ricca ma ormai l’effetto dello sciroppo sta scomparendo e la mia vitalità con esso. Non ho fame, anzi, ho fame, ma di sapere. Sono avido di scoprire. Noto Scarlett alzarsi dalla tavola ed andare via. Non ho più parlato con lei da quando mi ha consegnato gli ultimi appunti, neanche per ringraziarla. A parte quel bigliettino stropicciato che le avevo inviato.
Lascio i miei compagni con un “ciao” e un bacio per Violet e la raggiungo.
“Scar!”
“Norwood. Guarda chi si rivede!” dice sarcastica.
“E’ vero, sono scomparso. Scusa”
“Un misero fogliettino! Almeno un po’ di tempo per un semplice grazie potevi anche trovarlo” so che è solo superficialmente arrabbiata con me. Ho sentito prima Deirdre che parlava di una Scarlett indaffarata per Edward.
“Hai ragione e chiedo umilmente perdono!” faccio un mezzo inchino davanti a lei prendendole la mano e baciandogliela.
“Sei perdonato. Ma attento a te!” La saluto con un occhiolino per raggiungere quella che in lontananza è solo la sagoma della mia gemellino preferita: Utopia Blackster.
“Ciao piccola!”
“Edward!”
“Dove stai andando?”
“Sto tornando in sala comune. Non mi sento molto bene!”
“Bhè, ti accompagno!” le cingo il braccio intorno alla vita e mi dirigo con lei verso la nostra accogliente sala comune.

Attenzione:
  1. Leggere nel forum, in discussioni per pg, il topic riguadante Edward e il club pro-riddle
  2. Quando dico che Ed si fa le sopracciglia, sia chiaro, non è nel senso di delinearle e dargli una forma. Ma ad esempio di avitare il monociglio o qualche brutto peletto che non incastra niente!












07/03/2008
commenti (7) • tag: lettere, famiglia, speranze, tassorosso

“Hanno trovato il modo di curare la tua allergia!”
Decisamente senza fiato, affannato per la corsa, mio fratello si lancia attraverso l'ampia e luminosa cucina fino ad approdare al tavolo di legno squadrato, dove sono seduta su un alto sgabello intenta ad imburrare pigramente una fetta di pane.
“La volta in cui sei entrato urlando 'I Babbani ci hanno portato un ippopotamo da curare!' eri più convincente”, ribatto in tono piatto, senza staccare gli occhi dalla mia merenda. Mi ci vogliono quei tre secondi di tempo in cui Aleister inizia a snocciolare le percentuali di probabilità che un animale del genere venga davvero portato a casa nostra per rendermi conto che, beh, c'è mio fratello in piedi di fronte a me. Nella cucina di casa nostra. A Newcastle-under-Lyme, Staffordshire, Inghilterra.
“Tu che diavolo ci fai QUI?” soffio, puntandogli contro il coltello con fare accusatorio, mentre alzo di scatto lo sguardo per focalizzarmi su di lui. Sono troppo sorpresa per usare un tono di voce più alto, o mettere più enfasi. “Non dirmi che ti hanno espulso...”
Per i calzini di Merlino, se hanno espulso lui il mondo sta per disintegrarsi, collassare, implodere.
“Oh, la mamma non te l'ha detto”, commenta quietamente lui, smorzando le mie visioni apocalittiche e la mia tendenza a drammatizzare. Si toglie sciarpa e mantello lasciandoli cadere sul tavolo, pericolosamente vicini al burro, ma non preoccupandosene minimamente. Torna a rivolgermi quello sguardo eccitato, mentre mi informa che ha un permesso speciale per questo finesettimana, “per dirti assieme la novità!”
“La... novità”, ripeto lentamente, come se la cosa potesse aiutarmi a capire.
In quel momento fa la sua provvidenziale entrata nella stanza mia madre, una cassa di Vermicoli appena nati per le mani. “Bentornato tesoro, sei arrivato presto. L'hai già detto a tua sorella?”
“Parlate di ippopotami?” mi intrometto, cercando di afferrare il senso del discorso. Magari mia madre vuole combinarmi un matrimonio e ha bisogno di tutto l'aiuto possibile per bloccare ogni mia protesta. Ecco cosa succede a non andare a scuola e a restare tutto il giorno davanti agli occhi di un genitore: si diventa cavie da nozze. Brr.
Al mette il broncio, mugugnando con un filo di incredulità che non gli credo.
Lo sguardo di mia madre al di sopra degli occhialetti a mezzaluna è di puro rimprovero. “Dorothy Crowley, diffidenza fatta persona, ti è arrivata una lettera, prima. Qui, nella mia giacca...”
Sciolgo la posizione scomposta delle gambe per scivolare giù dallo sgabello e sfilarle dalla tasca una busta color porpora: un colore curioso, penso, rigirandola lentamente tra le mani per qualche momento mentre lei appoggia la cassa per terra. Qualche secondo dopo la curiosità ha la meglio: la apro in fretta strappando la carta, rischiando di rovinare anche la lettera all'interno.

All'attenzione della sig.na Dorothy Crowley.
È con immenso piacere che La informiamo... bla bla bla... la riuscita di un esperimento frutto di anni di laboriose ricerche... bla bla bla... ora perfezionato al punto da riuscire a condensare la pozione in un oggetto inanimato di piccole dimensioni... bla bla bla... con un indubbio guadagno anche dal punto di vista estetico... bla bla bla... Certi che apprezzerà, Le alleghiamo un campione del prodotto...


“Davvero, allora.” mormoro con un filo di voce. Rileggo la lettera un'altra volta per essere sicura di non aver capito male, per farmi entrare quelle parole in testa, mentre pian piano sul mio viso si fa strada un sorrisone idiota. Ad una mia domanda inespressa, mia madre mi passa una scatolina dello stesso colore della busta, che una volta aperta rivela un braccialetto rotondo di legno scuro, spesso qualche millimetro e largo uno. “Questo sarebbe...?” comincio perplessa, alzando un sopracciglio. Lo prendo in mano, rigirandolo tra le dita. Sembra un normale braccialetto (“Assomiglia vagamente ai ferma-tende di zia Maureen”, mi fa notare mio fratello con un sopracciglio inarcato). Giusto quando provo a indossarlo, pronta a un'esclamazione delusa perchè il bracciale è troppo piccolo, quello si allarga magicamente e circonda il mio polso sinistro. È leggermente grande, si muove appena ad ogni mio movimento, ma non scivola via.
“Non mi sento molto diversa”, confesso, sedendomi di nuovo sullo sgabello e mordendo il mio pane imburrato. Dondolo le gambe avanti e indietro, mentre mastico e contemporaneamente cerco di parlare, guadagnandomi un'occhiataccia da mia madre. “Dovrò fare una prova nella tua camera, Al. Lì è pieno di ingredienti...”
Lui annuisce serio, come se mi stesse concedendo un grande onore. Ridacchio tra me e me nel vedere la sua espressione compunta: questa dev'essere la sua idea di un momento solenne.
“Potrò preparare pozioni anch'io”, continuo, dando un altro morso. Sto lentamente realizzando che cosa comporta questa novità. Prima non potevo nemmeno avvicinarmi ad Al, quando si esercitava con le pozioni durante le vacanze, perchè qualche minima traccia degli ingredienti gli rimaneva addosso. “Sarò spaventosamente indietro rispetto agli altri maghi della mia età, ma ho tempo per--”
“Oh, ma a scuola recupererai in un colpo di bacchetta.”
Deglutisco, aggrottando le sopracciglia mentre mi volto a guardare mia madre. La bolla di felicità che cominciava ad avvolgermi minaccia di scoppiare, come fosse stata di sapone. “Che c'entra la scuola?”
“Dot, mi pare ovvio. Non hai più il problema dell'allergia, quindi andrai ad Hogwarts come tuo fratello... e non riesco ad immaginare un epilogo migliore a questa faccenda. Potrai diplomarti!”
La fetta imburrata atterra, trascurata, sul tavolo. Mondo crudele, che non mi lascia godere le piccole gioie culinarie della vita.
“No, no, no, aspetta un attimo,” per la barba di Merlino! “Mamma, non sono mai andata a scuola, sarò indietro con il programma, ho studiato a casa ma non è la stessa cosa...”
“Ho già parlato con il Preside, non ci sono problemi ad inserirti nel sesto anno con i tuoi coetanei. Dovrai seguire qualche ripetizione alla sera, ma niente di troppo impegnativo.”
Nella mia testa comincia a risuonare una fastidiosa sirena che si traduce in parole come 'panico'. Questo non l'avevo propriamente messo in conto, quando fantasticavo di guarire dalla mia allergia e diventare una pozionista. È un lavoro decisamente redditizio, e senza orari prestabiliti. Decido all'istante che tutti i miei sogni di ricchezza possono essere lasciati lì, comodi comodi, ad ammuffire nel loro cantuccio.
“Ma... vedi, io penso che questa storia dell'allergia sia stata un po' sottovalutata. Probabilmente non era destino che io andassi a scuola, e, sinceramente, cominciare ad andarci a sedici anni non ha senso. Questo dev'essere un Avvertimento Cosmico, un Non Devi Andare A Scuola Perciò Tienitene Alla Larga, esistono questo tipo di cose, l'ho letto in uno dei libri di Al... mi pare che anche Guendalina la Guercia abbia avuto uno strano prurito cutaneo prima che venisse presa per essere messa sul--”
“Solo una volta ogni quarant'anni succede un evento raro come un Avvertimento Cosmico. L'ultimo è stato solo sette anni fa.” Mio fratello, piccolo, infido traditore, mi consegna sulla graticola alla mercè di mia madre. Gli regalo una linguaccia degna di una bambina di tre anni e tento l'ultima carta.
“Credo di essere fuori tempo massimo. Un anno ancora e sono maggiorenne... io non ci vado.”
“Scuola dell'obbligo. E tu non hai più una giustificazione valida.” ribatte serenamente lei, tornando a rivolgere tutte le sue attenzioni ai Vermicoli che tentano di scappare dalla loro prigione di quattro mura di legno. Li guardo con molta più simpatia e comprensione di quanto abbia mai fatto in passato.



TRE GIORNI DOPO.
La mia piiiiiiccola va ad Hooooogwaaaaarts!” aveva cominciato ad ululare Hodge, il fantasma di famiglia, attraversando con aria drammatica il mio baule mentre sistemavo divisa nuova, libri nuovi e tutto il servibile. Aveva provato a seguirmi sul Nottetempo, con la scusa di farsi un giretto nella modernità, ma all'ultimo minuto si era defilato con le lacrime agli occhi, svolazzando via verso la rimessa, suo salottino d'elezione.
Ore undici di mattina, nell'ufficio del Preside, con un Cappello Parlante a frugarmi nella testa, cerco di convincermi che, nonostante tutto, andare a scuola e imparare sul serio deve avere dei lati positivi.
“Dunque dunque, cos'abbiamo qui?” chioccia il pezzo di stoffa.
Mi muovo impercettibilmente sulla sedia, a disagio sotto lo sguardo pungente del Professor Dippet. Dalla mia posizione ribassata mi sovrasta di molto. Mi sento come una studentessa del primo anno ed, effettivamente, questo è il mio primo anno.
“Vedo perseveranza...” comincia la voce cantilenante, e io commento tra me e me e me ne servirà parecchia... “Credo anch'io”, concorda, prima di esibirsi in un risolino gracchiante. “È interessante trovare qualcuno che risponda a tono, ogni tanto. Pura testardaggine e voglia di fare...”



“Tassorosso, eh?” commenta mio fratello staccandosi dal muro di fronte, non appena la scala mobile mi deposita alla base della torre e lui può vedermi con in mano un'inconfondibile sciarpa gialla e nera.
“Aleister Crowley, Prefetto, trovo te a marinare le lezioni?” commento divertita, infilando con noncuranza la sciarpa nella borsa dei libri. Non è riuscito a nascondere del tutto la punta di delusione nella sua voce. “Che ti aspettavi?”
“Corvonero.”
Sbuffo, bloccando a metà un sorriso. “Quella è la tua casa, cervellone.”
“Anche di mamma, di nonna, di...”
“Vergogna, disonore! Sono la Tassa nera di famiglia! Strapparmi tutti i capelli laverà via l'onta?” Le mia mani si animano di vita propria gesticolando nell'aria per sottolineare il concetto, ma Al, in risposta, sorride rivolgendomi quell'occhiata a metà tra l'affettuoso e l'esasperato che significa 'Impossibile fare un discorso serio, con te'. Non mi aspettavo veramente di finire a Corvonero, però sarebbe stato più... in linea con la tradizione di famiglia. Più facile. Erano sostanzialmente gli indovinelli - che a detta di Al vengono formulati agli studenti di quella casa ogni volta che devono entrare in Sala Comune - a lasciarmi parecchio perplessa: ad un paio non avrei saputo che Incantesimi pigliare... A quel pensiero mi sento colma di gratitudine verso il Cappello Parlante: mi ha semplificato la vita,smistandomi tra i Tassorosso.
“Materie a scelta?”
“Do-man-da pre-ve-di-bi-le: Cura delle Creature Magiche e Babbanologia”, canticchio in risposta, sulle note di un vecchio motivetto.
Non appena pronuncio l'ultima materia, lo sguardo sorpreso di mio fratello è un invito a spiegarmi meglio.
“Beh, sto barando. Mi piace l'idea di vedere i Babbani attraverso ciò che dicono di loro i libri di testo, e poi non sarà male studiare poco almeno per una materia. Dovrò rompermi la schiena per Pozioni, e Pozioni, e Pozioni...”
“Posso aiutarti, fino al programma del quinto anno”, propone Al.
“Mh. Dovrei chiedere aiuto al Professor Lunastorno.”
“Lumacorno”, mi corregge distrattamente, poi sul suo viso si allarga un ghigno saputo. “Portagli dell'ananas candito, almeno lo puoi bloccare fin quando non hai finito di parlare.”












16/02/2008
commenti (1) • tag: ricordi, famiglia, malinconia, dolore, misteri, speranze, amicizie, serpeverde, dubbi, conoscenze

Sdraiato nel letto massaggio la spalla nuda della mia ragazza. Che strano, la mia ragazza. Io, Edward Norwood, che mai e poi mai avrei pensato di avere una ragazza, se non dopo la ventina.
Dopo l’incontro con Riddle non abbiamo più parlato di questo argomento, sono un po’ spaventato da quello che mi possa dire, ma non sembra averla presa male. Probabilmente se non le andava, mi avrebbe già arrangiato per bene, con il caratterino che ha.
“Devo andare” le dico dandole un bacio sulla fronte per poi alzare e rivestirmi. Devo tornare dai miei amici. Ultimamente sembrano scocciati da questa situazione: io e Violet.
“Dai rimani ancora un po’” intima lei con voce sensuale, trattenendomi per una mano e spingendomi verso di lei.
“Sai che lo farei volentieri ma.. non posso!” Abbassa lo sguardo scocciata. Questo non è un buon periodo, per niente. Da quando ho scoperto cosa è successo quella notte sono suscettibile più del solito. Naturalmente Violet se né resa conto ma, fortunatamente, non fa domande. I miei migliori amici cercano di consolarmi e di aiutarmi nelle ricerche del simbolo, ma non vanno affatto bene. Perfino Lumacorno non è riuscito a dirmi niente e neanche i libri in biblioteca, sezione proibita e non.

Raggiungo Jasper in sala comune dove è alle prese con il tema di pozioni che fortunatamente io ho già finito. “Hey ma sei proprio una lumaca!” scherzo io, gli ho dato quel tema all’incirca tre ore fa ed è ancora a scriverlo. Chissà che si è messo a fare mentre io non c’ero.
“Impegni superiori mi hanno richiamato e sai com’è, non si può resistere!” rido di gusto, lo sapevo. Lo aiuto a finire qualcosa, in modo da poter abbandonare al più presto lo studio per lanciarci in cose ben più rilassanti e divertenti.
“Hey ma poi hai visto? Quelle cretine delle tassorosso? Fanno tanto le vittime, le poverine con le lacrime: ipocrite! Mezza di loro conoscevano Ida solo per l’immagine poco non-notabile! Certe persone proprio non le capisco. Inutili le tasse, così come la loro casata!” parlo animatamente con il mio migliore amico del comportamento degli alunni di questa scuola: stupidi, falsi, inutili. Sono veramente pochi quelli degni del mio interesse. Sono veramente pochi quelli che dovrebbero appartenere al mondo magico.
A interrompere questa conversazione di un certo livello arriva un volto molto, molto gradevole ma inaspettato. Il volto di: Scarlett Lywelyn. La bella bambolina durmastranghiana con cui ho passato un ottimo capodanno. Amica di famiglia da tempo, sempre stata una bella ragazza, ma quest’anno si è fatta notare in modo particolare. Un tempo era più bambina: la dolce, piccola, tenera Scarlett. Che poi tenera e dolce, mica tanto! Se dice di sputar veleno e di raggiungere un obiettivo, stai tranquillo che ci arriva. E’ un po’ il “Principe di Durmastrang”. All’attacco caro Edward, quello è un bocconcino che fa per te.


“Ci si ritrova”-saluto Edward e Jasper baciando le guance e siedo, poggiando i libri. Scambiamo qualche parola e niente più sul tema di pozioni che Jasp ha appena finito e messo via. Edward ascolta, intromettendosi qualche volta, a tratti scocciato. Con la faccia di uno che, chiaramente, pensa ad altro.
Non ci faccio troppo caso, salvo guardarlo qualche volta durante la discussione, cercando di coinvolgerlo, e lo stesso sembra fare Jasper, che sento quasi avvilito da questo silenzio pesante che a volte cala fra loro due. Poi qualcosa attira la mia attenzione, il viso di Edward rivolto verso un disegno abbozzato su un foglio di carta bianca, leggermente stropicciata, probabilmente passato di mano in mano diverse volte, viste le impronte annerite dovute al troppo ripassare sul tratto della matita. Nonostante il disegno sia di qualità senza dubbio poco artistica, sono evidenti i suoi elementi. Una spada, un dragone, i tratti di una scrittura antica,forse incomprensibile per loro ma non per me, che in Irlanda ci sono nata e cresciuta.
“ Conosci i Gaeltacht?”- chiedo,rivolta a Norwood. Lui cade dalle nuvole,scostando la mano con la quale si teneva il viso. “ come?” –domanda, assente.  “ la casata dei Gaeltacht.”- ribadisco, ancora. Lui mi guarda,stranito. Forse sorpreso. Comunque con la tipica aria di chi non sta capendo nulla. Poi indico il disegno,poggiando un dito sulla carta. “ questo qui, è il simbolo della casata dei Gaeltacht”- dico, tranquilla.
E lui sgrana gli occhi, incredulo quasi. Temo di aver sbagliato, ma poi giustamente penso che sia lui ad avere qualcosa che non va, data la convinzione con la quale affermo la mia tesi.
“ cosa…è…questo?” – il suo tono di voce è nervoso. Anche l’attenzione di Jasper si è focalizzata su di me. E la cosa non mi è chiara. Mantengo la calma necessaria, prendo il foglio e lo guardo bene. Porgo la mano “ mi daresti la matita per piacere?”- Edward la ripone fra le mie dita, prendo un foglio di carta sicuramente meno imbrattato di quello e comincio a disegnare, a memoria, il simbolo della casata, completo di dettagli. Poi lo mostro. “ questo qui.” – e sembra impazzire nel momento in cui i suoi occhi ne saggiano i contorni, lo strappa letteralmente via dalle mie mani, per fissarlo ancora. Uno sguardo poco chiaro, simile alla lucida follia quello che, in seguito, rivolge a me. Jasper che cerca, invano, di calmarlo.
“ dimmi cosa sai, Scarlett. Dimmelo!” – alza leggermente la voce, sembra sconvolto. La cosa comincia a preoccuparmi. Guardo Jasper. “ andiamo in camera mia, Edward. Tu non stai bene, e lì ti dirò quello che so. Se ti fa tanto piacere.”- mi alzo, Jasper e Edward dietro me diretti in stanza.
Fortunatamente solo Deirdre è presente, e la cosa…almeno per me…non è un problema. Chiudo la porta, Edward è ancora di un pallore cadaverico. Mi esorta, prendendomi le spalle, guardandomi come un ossesso.
“avanti,dimmelo.”- stavolta mi sto innervosendo io. Comincio.
“ora tu ti calmi”- categorica- “ altrimenti la sola cosa che ottieni è un ceffone tale da farti girare per due settimane di fila.”- una smorfia simile ad un broncio quando lui molla la presa,scusandosi.
Sistemo la maglia,per poi sedermi. Sfilo il foglio,ormai accartocciato dalle sue mani e lo apro.
“ questo qui è il simbolo di una casata di maghi antichissima, nata agli albori dell’ottocento,in Irlanda. Le sue sedi sono dislocate in più o meno in cinque o sei zone dell’Isola irlandese. Gaeltacht, in realtà, è una parola gaelica che identifica le zone in cui ancora si parla con l’antico idioma come lingua corrente. Ma allora, visto che le loro collocazioni, è diventato il nome vero e proprio di questa specie di setta.” – cerco di essere più chiara possibile. E tutti sembrano seguire il mio discorso. Edward è quello,però , che sembra seguire con un’ attenzione diversa. Mi fissa intensamente, chiedendo quasi fosse una supplica, in quel momento:
“ se tu, conosci qualcos’ altro io devo saperlo.”- la sua voce è sempre dai toni vellutati, ma trema. Sintomo di ansia. Mi fa tenerezza, devo dire la verità. Escludendo quell’ aspetto da gran stronzo che si porta dietro, mi ero quasi dimenticata del fatto che, in fondo, anche lui è un essere umano. Sospiro, per poi rispondere.
“ so molto altro, in verità. Ma prima voglio farti una domanda.”- lo guardo.
Lui annuisce. 
“ perché vuoi saperlo.”- in effetti la mia, più che una domanda, è una precisa richiesta. O me lo dice, o me lo dice.


Scarlett conosce quel simbolo. Scarlett conosce quel simbolo. La guardo mentre ridisegna perfettamente il simbolo. Proprio lui, uguale identifico alla spilla che quell’uomo portava sul mantello.
Pretendo di sapere quello che sa. Voglio saperlo, deve dirmelo. Non mi faccio scrupoli e sembro quasi disperato, voglioso di sapere, assatanato quando le chiedo, o meglio le ordino, di parlarmi di quel simbolo. Ma lei non è tipo da farsi mettere i piedi in testa. Lei è come me, come noi. Cerco di riprendermi, di mettere una frase carina a quello che gli avevo spiattellato prima cercando così di rimediare.
La ragazza inizia a spiegare di una famiglia di maghi antica, molto antica, gaelica. Una delle più importanti dell’Irlanda. La ascolto affascinato dal suono di quelle parole. Finalmente qualcuno che riesca a dirmi qualcosa, finalmente qualcuno che sa. E’ stata come un soffio di aria fresca in una giornata piena d’afa. E’ arrivata portando con sé bellezza e sapienza, proprio quello che ci voleva. Certe volte le cose, non sono lasciate al caso, o almeno in questo caso, non sembra.
I miei pensieri si bloccano quando arriva la domanda che inizialmente temevo, ma alla quale poi non ho più dato peso: “Perché lo vuoi sapere” che poi, dire domanda è dire troppo. La sua voce suona quasi imperativa: se me lo dici, io continuo a parlare; sennò arrangiati.
Non so cosa risponderle, nonostante sia una Lywelyn, non so cosa fare. Amica di famiglia, di vecchia data, non ci sono mai stati problemi con loro, anzi. Ma qualcosa mi impedisce di parlare. L’uniche persone che sanno quello che sto passando sono Jasper e Deirdre, quest’ultima ne è quasi all’oscuro, sa soltanto qualche accenno. Cosa fare?!
“Bhè.. perché l’ho trovato su di un libro e mi ha fatto un effetto strano.” Mi guarda alzando un sopracciglio. Non ci ha creduto, chiaro. Ti pare che adesso, uno come me, Edward Norwood, si perda dietro ad un simbolo che gli è già parso di vedere? E poi con così tanto interesse? Che cretino.
“adesso se non vi spiace mi congedo. Ho bisogno di dormire, sono stanco.” Saluto le due ragazze con un bacio sulla guancia e mi avvio con Jasper nel dormitorio, dove parliamo della situazione.
Le cinque di mattina. Un altro incubo. Jasper mi fissa preoccupato.
“Edward non puoi andare avanti così! Questa cosa ti sta distruggendo!”
“Jasper io devo sapere, io devo sapere per forza!”

“allora rischia” già, forse è l’unica cosa da poter fare. Dire la verità a Scarlett e poi si starà a vedere.


La notte porta consiglio un corno. Mi sono addormentata con fatica. Ho cercato di riorganizzare i pensieri, canalizzandoli verso il relax completo, inutilmente. Che Norwood mi abbia mentito non esiste dubbio alcuno.
Le sento, le bugie. E sono stanca di cercare di capire cosa mai possa avere. Mi volto, rivolgendo le spalle al buio, guardando oltre la finestra mentre l’incoscienza si impossessa di me, lasciandomi scivolare nell’ oblio del sonno, relegandomi nell ‘ Erebo.
Ma si sa, nemmeno nel sonno certe cose ti lasciano in pace. Una voce, flautata ma al tempo stesso quasi reale fra le pieghe della mia mente: “ Scarlett…Scarlett..”- chiama, in lontananza. Non la riconosco. Mi avvicino a quella figura poco chiara che si staglia nel bianco di quello che, credo in un primo momento, sia un sogno vigile. E poi lo riconosco. Edward Norwood.
Non ho il tempo di parlare che lui già mi ferma, le sue dita sono consistenti sulle labbra quando mi dice
“ sala comune, è importante. Scendi ti prego.”- si blocca un attimo. Tutto si offusca.
Riapro gli occhi. “ora”- una voce perentoria, che riesco a percepire solo io. Nessun sogno.
Scendo dal letto,indosso il jeans ed una felpa non troppo lunga, le scarpe da tennis facendo pianissimo. Mi dirigo velocemente in sala comune dove, senza alcuna sorpresa, lo trovo.
Richiamo la sua attenzione, sulla soglia. Tossisco appena, lui si volta. Incrocio le braccia sul petto, fissandolo: “disturbiamo anche nei sogni, ora?” il mio non è un rimprovero, quanto un modo come un altro per raffreddare la situazione che sembra di ghiaccio completo. Tagliente e spinosa.
“ mi spiace, ma devo parlarti assolutamente. E devo farlo adesso.” non sembra dispiaciuto. Chiaramente non ha capito il doppio senso della mia frase, mi avvicino sedendo sul divano.
“ti ascolto” dico, tranquilla, portando le gambe incrociate sul cuscino, vista la totale assenza di gente attorno. Anche lui si mette comodo, sporgendosi però verso di me. Cominciando a parlare lentamente, a bassa voce. “ ti ho mentito” dice.
“Lo so bene” rispondo subito.
“Ti ho mentito per un motivo…importante, Scarlett.” parla, fissandomi. Faccio cenno di continuare, senza forzarlo.
“Quando ero piccolo… ho assistito all’uccisione di mio padre… e… la persona che lo ha ammazzato… aveva… questo.” tira fuori dalla tasca il disegno che io ho fatto sul simbolo dei Gaeltacht.
Non so cosa dire, attimo di silenzio. “ io devo sapere Scarlett. Io devo riuscire a sapere qualcosa in più su questa setta, qualcosa in più su quello che sono, e qualcosa in più sul perché hanno ucciso mio padre.” e mentre continua a spiegarmi, sento nella sua voce una voglia di vendetta che affascina ma distrugge, cerco di leggere nei suoi occhi profondi dalle iridi cerchiate di rosso per la stanchezza qualcosa, che vada al di là della coltre comune che rilascia. Mi ha confidato qualcosa che lo fa star male. E’ la prima volta che sento la sua voce tremare di rabbia. Sospiro, attirando ancora una volta su di me il suo sguardo. “io..” comincio. Poi sento dei rumori, vicini alla porta. Mi viene in mente un’ idea. Mi avvicino a lui, poggiando amichevolmente (oserei dire) una mano sulla sua spalla. “ ti prometto…che cercherò di sapere dell’altro."












15/02/2008
commenti (1) • tag: speranze, amicizie, serpeverde, riddle

scarlettIl dialogo con Deirdre è stato piacevole. Volendo volutamente omettere la news su Norwood e la Traviston [ mi pare che ci chiami così ]. Mi ha un po’ spiazzata, come notizia, ma è inutile rimuginare su una cosa simile. Intanto, parlare con Dè mi è servito a capire che quello che pensavo sulla luce che mi sembrava di averle letto in faccia è reale. Mi troverò bene ad Hogwarts, l’inizio sembra promettente anche a livello “umano ” per così dire. Chiudo l’armadio, sorridendole fra una chiacchera e l’altra. Il pomeriggio trascorre tranquillo ed ammantato di spensieratezza, con qualche battutina velenosa che fa tanto bene nel rallegrare gli animi. “ Scendiamo, vuoi?? ” – mi invita nella sala comune ed io accetto. Mi cambio, indossando degli abiti meno formali. Un jeans ed una polo rossa sulle all stars abbinate. Le lezioni per oggi si sono concluse e la divisa cominciava a darmi i nervi. Percorro i corridoi affiancata da Deirdre, arrivando insieme a lei alla sala comune. E sono sguardi da parte dei presenti. “ catalizziamo l’attenzione” - sussurro soddisfatta al suo orecchio, sedendo su un divano comodamente. Le chiedo di parlarmi un po’ di cosa può esserci di eccitante ad Hogwarts. E le racconto diversi aneddoti su Durmstrang che potenzialmente la fanno sorridere di gusto.
“ beh, qui ad Hogwarts possono esserci cose interessanti, e soprattutto gente.”- Dè sottolinea la parola. Ma poi si ferma, divertita. Sa come scherzare con me. Mi sporgo sul divano verso di lei. “ maledetta!? Non giocare così con la mia curiosità!” – la rimprovero, ridendo. “ ok,ok. Non sarò così perfida. Mi riferisco, oltre a me ovvio…”-  ride- “ a Tom Riddle. il nostro caposcuola."


Deirdre Non passavo un pomeriggio del genere da troppo tempo ormai. Mi mancava parlare con una ragazza in completa sincerità, ma mi mancavano soprattutto quelle cattiverie e quelle sparlate che solo le ragazze sanno fare. Mi guardo attentamente allo specchio, poi mi soffermo sui miei capelli; forse dovrei cambiare e tingerli sul biondo…ancora non ho deciso. “Scendiamo vuoi?” , le chiedo dopo essermi distolta dalla mia immagine.
Ci sono molte cose che ancora Scarlett non sa su Hogwarts, troppe cose: pettegolezzi diffusi, nuove coppie, chi sia la gente giusta, quella da evitare e anche i traditori del loro sangue, e ho già in mente dei nomi di qualche bella biondina…
Nel corso del mio aggiornamento arriviamo fino alla Sala comune, dove è facile mostrarle gli esempi delle persone a cui non rivolgeresti mai la parola, ovvero i mezzosangue: ne è piena. Solo quando ci sediamo mi rendo conto di assomigliare più di quanto vorrei ad Amber, ovvero mi accorgo di aver parlato io tutto il tempo. Così iniziano i suoi racconti su Durmstrang, a quanto pare una realtà completamente diversa dalla nostra: tutto ha un sapore più oscuro ed essenziale, ma vagamente eccitante e soprattutto,da quanto dice, i mezzosangue non sono così comuni come qui. Improvvisamente mi accorgo di aver omesso uno delle parti più importanti, e decisamente più affascinanti, della nostra vecchia scuola:  Tom Ridde.
Cosa potrei dirle su di lui? Mi guarda con uno sguardo al contempo avido e curioso, ma è difficile descrivere la perfezione, soprattutto se devo evitare di rivelarle i lati, diciamo più ‘oscuri’, del nostro Caposcuola; Se fosse per me Scarlett farebbe già parte dei nostro club, ma la mia opinione personale è seconda rispetto alle decisioni del ‘capo’, anche se penso non differiscano troppo dalle mie.
“Bene, devi sapere che Ridde è…perfetto!” -che banalità- “in tutto: è il nostro caposcuola, ha un’intelligenza fuori dal comune, eccelle i tutto quello che fa, ed è…bello. Ma devi vederlo per capire, e credo che questa opportunità capiterà presto…”. Il suo atteggiamento contenuto, non evita che riesca a leggere bramosia ed impazienza, nei suoi occhi da cerbiatta. ”Ma non pensare” -aggiungo alla fine- “di poter avere il suo cuore, o qualsiasi altra cosa da lui” -dico con un sorriso malizioso- “non lo concede a nessuno, se non alla professoressa Merrythought a quanto si dice…”.Questa storia Riddle-Merrythought mi ha sempre divertito, anche se nessuno sia mai riuscito a capire la verità dietro i pettegolezzi, e io stessa non sono così sprovveduta da voler indagare sulla vicenda.
“Di cosa parlavate ragazze?” La voce di Jasper ci coglie all’improvviso, così come il suo sorriso, uno dei migliori, quello che sfodera con le nuove arrivate,.. se sono degne di un suo sorriso.
“Niente Ed? Di nuovo con la dolce Traviston, ne devo dedurre.”Non c’è bisogno che parli, a dir la verità non c’era nemmeno bisogno della domanda. Mi perdo un attimo nei miei pensieri, mentre Scarlett si intrattiene col principe biondo. Lancio un’occhiata alla mia amica, (strano pensare davvero che sia un’amica) e mi viene in mente un’idea; divertente e con possibili implicazioni decisamente intriganti.
Ed. Scarlett. Se qualcuna deve prendere il posto di Eve, quella è solo Scarlett.
Lascio con un sorriso e una nuova speranza i miei pensieri per dedicarmi completamente ai miei compagni..

 













14/02/2008
commenti (1) • tag: amori, consigli, speranze, amicizie, serpeverde, dubbi, litigi, guai, corvonero, tassorosso, momenti imbarazzanti

Chiudo gli occhi, abbandonandomi alla melodia che Eugene sta canticchiando sotto voce, volando leggero tra note, toni e ottave con la stessa facilità con cui io mi destreggio con le Creature Magiche. Mi allungo pigramente sul letto, incrociando le dita dietro la nuca e chiudendo gli occhi, la mente sgombra da ogni pensiero che non riguardo la voce del mio amico, che tiene il tempo battendo delicatamente la punta di un piede a terra.
"Eugene" lo interrompo appena, nel bel mezzo di un vocalizzo particolarmente delicato "Cosa stai cantando?"
Lui sbuffa, stizzito, aggrottando la fronte.
"Cosa stavo cantando" puntualizza con qualche briciola di irritazione per l'interruzione indesiderata "Un salmo di Mendelssohn" aggiunge dopo qualche attimo, gli occhi azzurri illuminati da una luce calda "Oh, vorrei tu potessi sentire com'è cantato dal coro della London's Academy of Music!" sospira appena, scuotendo il capo. Mi sollevo a sedere, abbozzando un sorriso.
"I tuoi sono ancora contrari?" domando con delicatezza. Lui annuisce, con aria grave.
"Più contrari che mai.." borbotta, dirignando i denti.
"Se ti impegno ancora un po', posso sentirli scricchiolare" commento leggero, senza tormentare troppo il mio amico. Poso i piedi a terra, stiracchiandomi pigramente "Hai fame?" aggiungo dopo qualche attimo. Lui scuote il capo, impegnato nella ricerca di chissà quale spartito e mi saluta con un cenno svogliato della mano.
Artisti. Il giorno in cui riuscirò a capire come facciano a sopravvivere senza mangiare, sarà un gran giorno.

 


 

Inspiro a fondo, mentre scivolo silenzioso nei corridoi della scuola. Chiazze di luce oro sporco illuminano le pareti e i pavimenti, interrotte solamente dalle ombre degli studenti che si attardano in chiacchiere e risatine. Sorpasso un gruppetto di Grifondoro del quarto, che si abbandonano ad un coretto di sospiri sognanti, e svolto a destra, andando ad attraversare -involontariamente- il fantasma della Dama Grigia.
Lei mi guarda, con un'espressione a metà tra l'infastidito e il sorpreso mentre mi irrigidisco come se una cascata di acqua gelida mi fosse piovuta addosso.
"Scusami" mormora con la sua voce sottile, gentile "Non ti avevo visto"
"Tutto a posto" mormoro cercando di non battere troppo vistosamente i denti "Non fa nulla"
Lo spettro sorride, un alone argenteo che si libra leggero a mezz'aria nel corridoio deserto.
"Vorrei che tutti gli studenti fossero educati come te" sospira, scuotendo l'impalpabile chioma "Ultimamente ci sono troppi ragazzi convinti di essere di padroni di questo Castello" stringe le labbra in una linea stretta, il disappunto e lo sdegno impregnano le sue parole.
"Beh, gli arroganti e i presuntuosi non sono figli solo di questo secolo" osservo, incrociando le braccia al petto. Mi riserva una lunga e penetrante occhiata, prima di annuire vagamente compiaciuta.
"Parli bene per essere così giovane" abbozza un ghigno, sporgendosi appena verso di me "E' un peccato che tu non sia finito a Corvonero"
Scrollo le spalle, a mo' di scusa.
"Si vede che il Cappello riteneva la mia buona parlantina un motivo sufficiente per finire nella sua Casata"
Lei inclina il capo, senza dire nulla, per riprendere a fluttuare lungo il corridoio, lasciandomi solo con l'allegro scoppiettare di una fiaccola appesa alla parete di pietra. La seguo fino a vederlo sparire oltre una parete, prima di riprendere il mio solitario pellegrinaggio verso le cucine. Fischietto il motivetto che Eugene intonava in camera, affondando le mani nelle tasche dei pantaloni e il mento nella pesante sciarpa di lana, regalo di Natale di non ricordo più che prozia. Svolto un ennesimo angolo, scendo una rampa di scale, quando all'improvviso un coretto di voci si leva davanti a me. Sono tre figure, due alte e secche e una piccola e tutta piegata su se stessa.
"Cosa ti avevamo detto?" sibila una voce a me orrendamente familiare. Vediamo se riesco ad indovinare il degno compare: mi avvicino di qualche passo, sfiorando con la punta delle dita la bacchetta.
"Rispondi, lurido cane"
Bingo! Edward Norwood e Jasper Lewis. La terza sagoma, probabilmente un qualche sforunato mezzosangue del primo o secondo anno, sta vistosamente tirando su con il naso. Non è che muoia dalla voglia di andar di nuovo contro quei due, tanto più che sono solo, ma ci sono cose che non posso tollerare. La violenza gratuita si piazza poco via che in cima alla mia graduatoria.
"Buona sera" esordisco, uscendo nella luce calda delle fiamme. Il trio sobbalza appena, tre paia di occhi saettano simultaneamente verso di me. L'odio, la rabbia e la muta richiesta di un ragazzino che, ahimè, conosco. Thomas Hudson, primo anno. Tassorosso.
"Thomas" pacato, mi avvicino senza batter ciglio "La professoressa Bonnet vuole parlarti, puoi venire con me?"
"Hunnam, abbiamo da fare" sibila Edward, senza lasciar andar il colletto della camicia di Hudson, che trema e sembra sul punto di scoppiare a piangere. Diamine, è un ragazzino d'oro. Con il viso ancora paffuto di chi è metà tra l'infanzia e l'adolescenza. Eppure sua madre è babbana. E per questo viene picchiato. Come se uno scegliesse la famiglia in cui nascere o il sangue nelle vene. Con la coda dell'occhio scorgo Jasper agitarsi nell'ombra, pronto a scattare, i muscoli tesi come corde di violino. Eugene sarebbe capace di tirarci fuori una sinfonia, se non rischiasse di venir ucciso per il semplice fatto di respirare troppo vicino a loro.
"Oh, lo vedo" sorrido appena "Sono sicuro che il professor Dippet apprezzerà molto il modo in cui vi offrite di riaccompagnare nei dormitori i ragazzi più piccoli"
"Vattene, Carlisle" gli fa eco Lewis, gli occhi verdissimi che brillano nell'ombra. Il mio sorriso si allarga, mentre allungo una mano verso il mio compagno di casa.
"Di questo non devi preoccuparti, non ho intenzione di rimanere un secondo di più. Ce ne andiamo subito"
"Noi, lui rimane. Deve portare a termine il suo compito" ringhia Norwood.
"Che compito? Andare nelle cucine a prendere del cibo per i Principi di Serpeverde, troppo regali per entrare nel regno di creature ignobili come gli elfi domestici?" la mia voce si fa fredda e dura, una lama per tagliare la tensione accumulatasi "Se lo sapessero poi i vostri degni compari che avete addirittura rivolto la parola a qualcuno che non solo è di stirpe pura come l'oro zecchino, ma non è neppure umano..." roteo gli occhi, con aria platealmente drammatica "Che affronto! Che vergogna!"
"Hunnam!" tuona Lewis, facendo il madornale errore di sollevare la bacchetta.
"Cosa, Lewis? Cosa vuoi fare?" gli regalo un sorriso smagliante "Vuoi cacciarti nei guai? Schiantarmi? Schiantarci entrambi?" Thomas ha un gemito di puro terrore, ma non si azzarda a fiatare. Meglio per lui, in effetti.
"Jasper, basta" Edward interviene, posando una mano sul braccio dell'amico.
"Norwood, non preoccuparti, sono sicuro che il tuo amichetto sa perfettamente che non è nella posizione di fare qualcosa di estremamente stupido come torcere un capello a me o al mio amico" miagolo sornione, approfittandone per recuperare Hudson e tirarmelo accanto "E' stata una così bella giornata, perché rovinarla per una sciocchezza del genere? Buona serata, signori" chino appena il capo, senza riuscire a smettere di ghignare, e mi volto, affrettandomi a girare l'angolo da cui sono spuntato con uno spaventatissimo e piccolissimo Tassorosso al mio fianco.
Lo riporto dritto filato nella Sala Comune, lo faccie sedere su una poltroncino e mi accoccolo davanti a lui, ancora pallido da far paura e tremante.
"Accio cioccorane" mormoro agitando la bacchetta in aria. Immediatamente, precedute da un leggero sibilo, tre cioccorane volano nella mia mano aperta mentre afferro una coperta dimenticata in un angolo e la butto sulle spalle del ragazzino. Aspetto che mangi un po' di cioccolata e che il suo colorito ritorni più umano, cercando di ignorare i gridolino che si levano dall'angolino del Fan-club e concentrandomi sulla voce di Eugene che, pur esserdosi chiuso in camera, sta ancora provando quel pezzo di non ricordo più chi. Hudson abbozza un sorriso grato, senza neppure immaginare che è ben lontano dall'essere libero di andarsene prima di aver sciolto i miei dubbi.
"Adesso, Thomas" esordisco con calma, intrecciando le dita e posandovi sopra il mento "Raccontami per filo e per segno cosa è successo prima che arrivassi io."

 


 

Il profumo di Jillian annebbia i miei pensieri, mentre saliamo l'ennesima rampa di scale per arrivare alla torre dei Corvonero. La prima riunione del club è appena finita e, miracolosamente, ha acconsentito a farsi accompagnare al suo dormitorio senza troppe storie. Al mio fianco, continua a camminare senza fretta, gradino dopo gradino, tenendo le mani nascoste nelle maniche del maglioncino verde mela che indossa, troppo leggero per il freddo che fa. Attorno al collo, una sciarpa nera tiene prigionieri i capelli biondi e nasconde la bocca, ovattando le sue parole: Eugene può prendermi in giro quanto vuole, ma è bella da far male. Sospiro, forse più forte del dovuto, attirandomi un'occhiata verde smeraldo incuriosita.
"Nulla" mi affretto a dire, passandomi una mano tra i capelli "Pensavo"
"Pensi spesso?" domanda lei, trattenendo un mezzo sorriso.
"Ed è un male?" ribatto, cauto, salutando con un cenno un Grifondoro del settimo che ogni tanto mi da qualche dritta in Astrologia e che percorre il corridoio di corsa, probabilmente diretto alla riunione del club. Jillian scrolla le spalle, voltandosi a guardarmi.
"Dipende da quello che pensi" ribatte, arrossendo furiosamente. E' adorabile. Come è possibile che una creaturina come lei si possa perdere dietro un individuo come Jasper Lewis? Distolgo lo sguardo, dandole tempo di ritornare ad un colorito che non sia quello di un peperone, e mi fermo davanti ad una finestra che da sul parco, illuminato dalla fredda luce delle stelle e della luna. La Corvonero fa altrettando, posando le braccia incrociate sul davanzale di fredda pietra grigia, così vicina al punto che posso sentire il suo calore scivolare al suo braccio al mio. Il silenzio scende ad abbracciarci, coccolandoci con il suono dei nostri respiro che presto iniziano ad appannare il vetro. Il momento è talmente prezioso da farmi temere che, se parlassi, si spezzerebbe in tanti piccoli frammenti luccicanti come polvere di fata. Ma le occasione sono fatte per essere colte, non per essere sprecate: inspiro a fondo, facendomi coraggio.
"Jillian" mi sento dire. I suoi enormi occhi verdi scivolano nei miei, in attesa. Le parole mi scivolano via di mente, tutto il bel discorso che avrei voluto fare viene cancellato bruscamente. Come è possibile che un paio di occhi possano fare questo effetto? "Se provassi a baciarti scapperesti di nuovo?" le domando, senza lasciare che fuggano via dai miei. Si sgranano appena, mentre le labbra si schiudono per la sorpresa e le guance si imporporano appena. Rivolgo una preghiera a tutte le divinità pagane e non che mi vengono in mente, chiedendo che non reagisco girando sui tacchi e correndo via. Li chiude, si concede un profondo respiro.
"Se ti dicessi che non.." il rossore si fa più intenso, mentre pronuncia quelle parole "...che non.." si mordicchia le labbra.
"Se mi dicessi che non...?" la sprono a parlare, mentre una spada di Damocle in bilico sopra il mio cuore si abbassa pericolosamente.
"...che non ho mai.." s'interrompe di nuovo. E' talmente rossa che ho paura possa evaporare da un momento all'altro. Cosa mai può essere che la mette così in imbarazzo?
"Jillian non è necessario che tu.."
"...che non ho mai baciato un ragazzo?" mi interrompe, raggiungendo il culmine del rossore.
"Scusa come hai detto?" le chiedo, incredulo. Forse ho capito male.
"Se ti dicessi che non ho mai baciato un ragazzo. Baciato veramente, dico" ripete, cercando di controllarsi. Solo adesso mi accorgo che le sue dita, intrecciate tra loro, si stanno tormentando senza sosta.
"Ma Jasper..." chiedo automaticamente, senza potermi fermare. Jillian si irrigidisce appena, prima di rispondere.
"Io non l'ho baciato. E' lui che ha baciato me. E mi ha fatto pure male, se è per questo. Non lo considero un vero bacio, era un capriccio suo personale. Probabilmente, se fosse dipeso da me, non lo avrei mai baciato, c'era qualcosa in lui che.." si blocca, guardandomi fisso negli occhi "In ogni caso. Se ti dicessi che non ho mai baciato un ragazzo, tu vorresti baciami lo stesso?" mi chiede quasi a fatica, pronunciando lentamente ogni singola parola, come se stesse lottando con qualcosa dentro di se. Forse non è nata, forse è uscita direttamente da un libro di leggende scozzesi. Gli essermi umani non sanno suscitare tanta tenerezza nelle persone.
"Se non fosse che in questo momento mi sto pentendo come non mai non aver schiantato Lewis, l'altro giorno, credimi che l'avrei già fatto, prima ancora che tu finissi di parlare"
Allungo le braccia, posando le mani sul davanzale e intrappolandola tra me e la finestra e lei simultaneamente alza lo sguardo per compensare la differenza di statura. Per la prima volta in assoluto, il pensiero di scappare non la sfiora minimamente, lo sento. Eppure non vorrei spaventarla. Già baciare Lewis deve essere di per se un'esperienza terrificante, senza contare che io, quando mi sono trovato nella condizione di dover baciare per la prima volta una ragazza, ero sul punto di svenire per la paura.
"Se non vuoi, però.." sussurro, avvicinandomi appena. Il suo profumo mi investe, una calda marea che sale man mano che la distanza tra noi dimuisce. Sento le sue mani posarsi sui miei avambracci, le dita gelide si stringono delicate sulle maniche del mio maglione. Non dice nulla, continua a guardarmi. Ci siamo. Ci siamo, ci siamo, ci siamo.
Il suo respiro mi sfiora il viso tante è vicina, i suoi occhi si chiudono e si appoggia appena a me. Se possibile, ho più paura di lei.
"Hunnam!"
Non-è-possibile. Non è assolutamente possibile, devo aver sentito male.
"Ehi, Carlisle!"
E invece no. Ma si può essere così sfortunati?
La voce gioviale e allegra di Michael Parker non lascia dubbi a riguardo: io e Jillian non ci baceremo, non oggi. Mi scosto, nascondendola dietro di me e dandole il tempo di riprendersi, conoscendola sarà di nuovo rossa come un pomodoro.
"Micheal" sorrido al capitano di Corvonero, troppo demoralizzato per arrabbiarmi "Ciao"
"Ciao!" s'interrompe sorpreso, prima che un enorme sorriso gli faccia capolino sul viso allo spuntare di Jillian al mio fianco "Oh, Jill! Ciao, non ti avevo vista. Che ci fai in giro a quest'ora?"
Lei fa per parlare, ma la precedo.
"L'ho trovata in biblioteca dieci minuti fa e l'ho costretta a chiudere i libri. La sto accompagnando alla Torre" spiego, abbozzando un sorriso. Solo il cielo sa quanto vorrei che la scuola lo avessi inghiottito prima che aprisse bocca, dannato Corvonero dei miei stivali!
"Jill, finirà che ti ammalerai se studi così tanto" osserva lui preoccupato, aggrottando la fronte "Ancora Aritmanzia?"
Lei annuisce, riprendendosi in fretta.
"Si, per quanto Audrey sia brava con me ci vuole un miracolo"
Il biondo scoppia a ridere, gli occhi blu che brillano.
"Beh, non è sicuramente dormendo in classe perché fai le ore piccole la notte che entrerai nelle grazie di Nolasco" sorride "E lo stesso potrei dirlo a te, Carlisle. E' tardi, dovreste essere tutti e due a nanna da un pezzo."
Perché tu no?
"Si, hai ragione" annuisco "Riaccompagno Jillian e poi vado"
"Oh, ma non occorre che attraversi il castello per nulla" esclama "La scorto io, tanto andiamo dalla stessa parte" si offre gentilmente. Guardo Jillian, senza capire se sia affranta o meno dall'eventualità di tornare con Parker.
"Micheal ha ragione, è tardi" mormora pacata, rivolgendomi un sorriso. Tentenna un attimo, mentre il biondo mi saluta con una pacca sulla spalla e la precede di qualche passo. Fulminea, senza che me ne renda conto, si alza in punta di piedi e mi posa un bacio sulla guancia.
"Tanto noi ci vediamo domani" aggiunge con un soffio, prima di correre via, agitando una mano.
"Buona notte Carlisle!" mi saluta, prima di voltare l'angolo e sparire alla mia vita.
Tanto noi ci vediamo domani. Mai sentite cinque parole così belle in tutta la mia vita: sono sicuro che renderanno sopportabili tutte le prese in giro che Eugene mi riverserà addosso, quando gli avrò raccontato cosa è successo.

 













13/02/2008
commenti (3) • tag: ricordi, speranze, amicizie, serpeverde

scarlIn camera, le valigie aperte.Una noia disfare i bagagli. Preferisco farli. Farli significa novità, preparare una borsa è indice di cambiamento.O comunque di qualcosa di interessante.
Sistemo le t-shirt nei cassetti,ed i jeans vicino. Penso a tante cose, allo spazio rispetto a Durmstrang che sembra essere aumentato dieci volte, mi chiedo come sarà andato il primo giorno a mio fratello.
E la mia testa è così impegnata nelle sue riflessioni, che nemmeno mi accorgo della porta della camera che si è aperta. Torno alla normalità soltanto sentendo una voce: "Eih, buongiorno " - mi volto e guardo una figura a me familiare. "Ciao Deirdre"- le rispondo, abbozzandole un sorriso. Metto da parte una borsa, ormai vuota apprestandomi a svuotarne una seconda. Mi fa piacere essere ad Hogwarts, e la rendo partecipe. "quella festa di capodanno è servita, ottima cosa che io sia qui" -Lei mi sorride. E noto giovialità nei suoi modi di fare. Non so perchè, ma questa ragazza mi piace. L'avevo sempre trovata bella, ma oltre questo avevo sempre letto una luce particolare nei suoi occhi, ed essendo una persona curiosa, non posso far altro che voler scoprire se così è.
"anche tu in questa stanza, allora. " - mi chiede, e sembra sollevata nel vedere gli indumenti piegati negli scomparti e le borse sempre più vuote.
"così pare ed è una gran cosa, almeno sono in stanza con qualcuno che ha un pò di cervello "- mi lascio scappare questa affermazione. E lei ride.
Mi chiede come è andata la giornata e le rispondo che tutto è andato per il meglio fino a quel momento.
Dopodichè mi lancia una frecciatina. "ti ho visto in sala comune con Edward." - mi chiede, con l'occhietto vispo di chi la sa lunga. "si, abbiamo studiato"- rispondo subito,senza esitazione alcuna.
"oh si,tante siedono accanto a Edward per STUDIARE" - sorride, guardandomi dritta negli occhi. "punto primo" - comincio- "LUI si è seduto di fianco a me. E punto secondo....ha di certo una bella esposizione,il pargolo " - scoppio a ridere,e lei con me. Poi l'atmosfera si spezza, quando lei esordisce:
" peccato che sia sempre braccato da quella lì, la Traviston." - e lo dice storcendo il naso, forse infastidita. Domandare risulta quasi naturale. "da chi?" - incuriosita, e forse leggermente sorpresa, anche se non lo do a vedere.Scosto una valigia dal letto,facendole cenno di sedersi. Lei si accomoda, per poi dirmi, in confidenza: "abbiamo diverse cose di cui parlare”.


DèSembra quasi che l’aria stessa abbia qualcosa di diverso quest’oggi, sento una strana sensazione..quasi inspiegabile. Entro nella Sala comune Serpeverde, decisa ad andare nella mia camera, ma qualcosa cattura la mia attenzione. E come non notare, d’altronde, l’enorme ego di Ashleigh Hale e le valigie al suo fianco; la sua inconfondibile voce cristallina e le sue dolci parole mi rallegrano la giornata “Alla fine sei riuscita a sbattermi fuori dalla TUA camera Blackster, ma non finisce qui!”
 Non le degno la minima attenzione. Averla sopportata per tutto questo tempo mi esenta sicuramente dal gravoso compito di rivolgerle la parola. Dallo strano gridolino alle mie spalle  intuisco che non abbia apprezzato il mio gesto. La porta della camera è semichiusa e questo può significare solo una cosa: la mia sofferenza, il mio patimento, la mia reclusione, finalmente sono giunti al termine. Giro la maniglia ed entro, ma la ragazza, china sul suo baule, non sembra nemmeno accorgersi della mia presenza; “Hei, buongiorno!”
 “Ciao Deirdre”
Scarlett Lywelyn mi regala un sorriso appena accennato. Provo di nuovo quella strana sensazione, che mi sembra quasi dimenticata da tempo. Le parole escono da sole, non sono sforzate, ma soprattutto non recito la mia solita parte da copione. Guardo con attenzione il suo profilo delicato, che riporta i miei pensieri alla festa di capodanno, e a tutto quello che è successo e al nostro primo incontro: poche parole, qualche cenno; allora perché sento di conoscerla da una vita? Mi sento felice, a tratti euforica, perché dopo tanto tempo, mi sembra di parlare di nuovo con Eve. Strano. Non mi è mai capitato con nessuno, nessuno che non fosse lei. Mi siedo sul mio letto, proprio a fianco a quello di Scarlett, già colmo di vestiti bellissimi e accuratamente piegati; Non posso fare a meno di chiederle qualcosa su Edward, dopo averli beccati insieme in Sala Grande, assorti in una discussione troppo accesa per riguardare la nostra bella Hogwarts. Ridiamo insieme davanti alle parole che riserva per il nostro principe, finche una nube scura si affaccia nella mia mente: Violet.
"da chi?".La domanda mi coglie di sorpresa: quasi dimenticavo che Scarlett non sapeva nulla di Hogwarts. Accetto l’invito che mi rivolge e mi siedo al suo fianco: certe cose pretendono un minimo di privacy!
“Violet …” – faccio una smorfia- “ ..Vì…Traviston, Scarlett “ - mi fermo un momento- “la fiamma di Edward.” - concludo. La ragazza davanti a me segue l’espressione del mio viso, lasciandomi con un laconico “ ah ”  che però me la dice lunga.
Il suo non esprimersi mi fa rendere conto di quanto potenziale sia la sensazione che, senza dubbio, le sta crescendo dentro. Lo leggo nei suoi occhi. Curiosità, ma forse anche voglia di NON sapere. Magari si trovava meglio non sapendolo. Anche io mi trovavo meglio, quando quella lì non c’era. Poi riprendo, avendo piena coscienza di doverla avvisare di alcune cosette.“ mi spiace essere portatrice di cattive notizie, ma la suddetta tipa, è nostra compagna di stanza. Una simpatia che non ti dico…” – un gesto della mano, a volerle far intendere quanto mi stia antipatica Violet.
“ andiamo bene..” – la sua faccia è l’espressione della noia a questa notizia. Sempre meglio. L’impressione che una parte di me stia risorgendo, volgendosi verso nuovo entusiasmo è palpabile. Poi è lei a rompere il silenzio:
“vorrà dire che dovrò sforzarmi di applicare totale indifferenza, non che sia una cosa che mi costa particolare fatica. “ – musica per le mie orecchie.  Altro punto in comune con Scarl, mi conviene cominciare a segnare.













10/02/2008
commenti • tag: speranze, amicizie, conoscenze, tassorosso

RAH02Giornata particolare non c'è che dire. A pranzo Cassandra mi ha invitata ad avvicinarmi a lei e a Lory, Alexa e Susan. Come al solito mi sono contraddistinta per la mia splendida capacità di parlare con persone "nuove" o che non conosco bene. Comincio a pensare di essere un caso patologico! Cassandra si è chiusa in un silenzio molto simile al mio dopo la domanda che Susan le ha fatto:
“Mi dispiace per Ida... te per caso sai qualcosa di piu` sul fatto?”  (particolarmente fuori luogo).
Lei ha risposto semplicemente: "Verra` il tempo in cui Ida sara` vendicata”.
Possibile che sospetti di qualcuno? Ne dubito fortemente. Tutta la scuola si chiede cosa sia successo ed è a mio parere impensabile che una persona in perfetta salute muoia così... senza un motivo apparente. Cerco di sopprimere questo pensiero ogni volta che mi si ripresenta. 
Dopo qualche minuto di silenzio quasi assoluto Lory è riuscita a farci distrarre raccontandoci qualche episodio molto buffo accaduto anni prima ad un allenamento del serpeverde a cui aveva assistito. Era una ragazza sveglia e aveva la capacità di capire al volo come risolvere situazioni imbarazzanti... dote che le invidio più che mai in questo momento.
Sto aspettando che Cassandra porti la roba in camera mia- cioè nostra - e sono nuovamente in una fase di imbarazzo totale.
Rimugino su queste cose quando sento un piccolo tonfo proveniente dalla porta chiusa. Con uno svolazzo di bacchetta la apro e lascio che il baule di Cassandra entri fluttuando seguito a poca distanza da lei. Il baule atterra a poca distanza dal letto che sta di fronte al mio. Cassandra mi rivolge un sorriso dolce e sincero.  Mi rendo conto che l'imbarazzo comincia ad allentarsi e rispondo al suo sorriso con una naturalezza che cominciavo finalmente a conoscere.


Le cioccorane stanno per finire e io sento la bocca impastata dal cioccolato. Cassandra ridacchia seduta affianco a me sul letto. Son un paio di giorni che gli allievi più piccoli non fanno altro che chiederle se sa qualcosa della morte di Ida e sta tentando in ogni modo di stare alla larga dalla folla. Io le faccio compagnia e ora ceniamo con un pugno di cioccorane in camera nostra, parlando del più e del meno. Dei serpeverde e dei loro modi insopportabili, delle prossime partite di quidditch, dei professori, degli ultimi ritrovi al club dei duellanti.
"Non ti ho ancora chiesto perchè eri in camera da sola..."  dice Cassandra buttando via la scatola vuota di cioccorane e prendendo una scatola di zuccotti. "Pensavo fosse di regola quattro persona per stanza."
"Era un'accordo che avevo fatto con la Bonnet... Come avrai notato tendo a non instaurare rapporti particolarmente... ehm... calorosi." rispondo rabbuiandomi un pò.
Lei mi osserva con una espressione curiosa.
"Secondo me hai bisogno solo di tempo." mi dice alla fine porgendomi uno zuccotto.
Io lo prendo sentendomi per un'attimo imbarazzata. Effettivamente mi trovo molto bene con lei. Anche se è stato difficile abbituarmi alla sua presenza... è come perdere la mia capacità di rendermi trasparente in mezzo alle altre persone. Anche perchè lei ora è sotto i riflettori.
"Senti è da un pò che volevo chiedertelo... sospetti di qualcuno per la morte di Ida?" dico in modo molto diretto (vizio che stavo prendendo da lei).  
"Se devo essere sincera no... ma penso che sia possibile che qualcuno l'abbia uccisa." risponde. è molto forte e non mostra alcun segno di dolore, nè nell'espressione del viso nè nel tono della voce. Ma basta osservarle gli occhi, profondi e scuri, e la mano ancora bendata per capire che soffre tantissimo.
"Questo incantesimo è tra i più semplici possibili!" dico entusiasta leggendo dal libro di trasfigurazione. Sono con Cassandra, oggi abbiamo la giornata libera e ci siamo rifugiate in camera come al solito per studiare senza essere disturbate da ragazzini indiscreti. Cassandra alza gli occhi dal libro di Difesa contro le Arti Oscure e con un sorriso mi dice "Non sarà più così semplice di fronte all'esaminatore! Fidati, ti conviene esercitarti."
"E va bene! Dimmi se faccio qualcosa che non và." dico alzando la bacchetta. Apro la bocca per pronunciare la formula ma sento bussare alla porta. Mi girò verso Cassandra che alza le spalle con fare stupito.
"Avanti." dico allora.
La porta si apre ed entra Julia Versten. Reprimo a stento un'espressione stupita... Julia è del Grifondoro.
"Ciao ragazze."  dice cordialmente. "La professoressa Bonnet mi ha accompagnata in sala comune..." aggiunge notando i nostri sguardi stupiti. Non la conoscevo affatto e devo dire che probabilmente mi ero fatta un'idea sbagliata di lei... mi era sempre sembrata un pò altezzosa. Ma ora mi rendo conto, anche solo ascoltando la sua voce, che mi sono tatalmente sbagliata. è molto diversa da Ida fisicamente e sicuramente anche caratterialmente... Ma occhi così simili rispecchiano anime affini!
"Ciao." rispondiamo io e Cassandra all'unisono.
"Spero di non avervi disturbate." aggiunge osservando i libri e la mia bacchetta ancora levata.
"No, assolutamente!" si affretta a dire Cassandra. "Lei è Rah... è del quinto anno."
Julia mi sorride e mi porge la mano che io stringo volentieri.
"Ti prepari per i G.U.F.O. vedo." mi dice.
"Oh si, spero che vadano bene." rispondo sorridendo.
"Ho sentito dire da Lumacorno che te la cavi bene in quasi tutte le materie. Non avrai problemi vedrai!" sorride incoraggiante.
Poi si rivolge a Cassandra. "Senti Cassandra... dovrei parlarti in privato."
"Bene, allora vi lascio sole." dico io. Esco dalla stanza.













28/01/2008
commenti • tag: ricordi, lettere, famiglia, amori, sogni, misteri, speranze, amicizie, serpeverde

Violet Traviston ha quasi ucciso Medea Diamond. Non pensavo potesse arrivare a tanto. Quella ragazza mi stupisce sempre di più, oltre ad inquietarmi.

Sdraiato sul letto ripenso alla riunione indetta da Riddle qualche giorno fa e alla deduzione che ci è venuta fuori dall’anello.
Tom Riddle erede di Slazar Serpeverde. Me lo sentivo. Quel ragazzo è sempre stato circondato da un’aurea di potenza, da qualcosa in più rispetto agli altri. Lui è il migliore, Serpeverde non poteva trovare un erede più perfetto di lui.
A confermare le mie idee sono le sue parole che risuonano in biblioteca: “Serpeverde non avrebbe voluto questo, Serpeverde ha lottato per non far diventare questa scuola impura e guardate adesso come ci siamo ridotti. Come si sono ridotti. Dobbiamo fare qualcosa. Qualcosa di grande, ma allo stesso tempo di silenzioso e nascosto. Dobbiamo agire nell’ombra.”
Le parole di Riddle continuano a riecheggiare nella mia mente. Ha ragione, è impossibile dargli torto. Questa scuola è diventata uno schifo, tra un po’ gli impuri sovrasteranno i puri e questo non dovrà accadere. Mai.
Esco in cortile dove trovo Deirdre e Jasper con un piccoletto del terzo anno. Inizialmente mi avvicino a loro senza capire il perché di tanta enfasi nell’attaccare il rosso, poi, squadrando i miei due amici, noto il maglione di Deirdre macchiato di cioccolata. Cacchio, bel bersaglio si è scelto il ragazzino per decidere di fare una doccia di cioccolata.
“Tu maledetto imbranato! Chi mai ha fatto tanto di accettarti in questa scuola se non sai neanche camminare! Immagino soltanto cosa tu possa fare con una bacchetta in mano! Odioso ragazzino!” un movimento veloce della bacchetta e quella che un tempo era una folta chioma rossa, diventa un mix di ceneri e capelli bruciacchiati. Mai toccare un vestito di Deirdre Blackster, mai. Così come tutti quelli dei principi, ovvio. Rido nel vedere l’espressione del piccoletto, che cercando di farsi forza, ci squadra quasi incazzato. Basta un’occhiata veloce però dei miei amici a fargli cambiare idea e a farlo scappare a gambe levate.
“Stupido odioso marmocchio!” gli urla dietro la mia amica, lanciandogli qualche incantesimo che gli scoppia subito dietro ai piedi facendolo sobbalzare per scansarli. Una scenetta piuttosto comica, infatti scoppio a ridere mentre Jasper mi accende la sigaretta.



Gli incontri con Violet sono sempre dei ‘sotter-fuggi’. Sgattaioliamo in camera, in aule vuote, cercando di farci vedere insieme il meno possibile anche se ormai, la relazione, è pubblica. Tutti ci squadrano, colgono ogni attimo dei nostri movimenti, dei nostri sguardi. Le ragazzine la fissano, cercano probabilmente di capire che cosa io trovi in lei. Bella domanda, cosa trovo io in lei? Bho. Probabilmente quel suo carattere di merda, così suscettibile, sempre pronta a ribattere e a rispondere mi ha attirato. Sono stanco delle ochette. Di quelle senza carattere che non ti danno neanche un po’ di lavoro

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Un appunto: a Ed non fa paura la morte, non l'ha scandalizzato vedere morire davanti ai suoi occhi Ida. Lui desidera più di ogni altra cosa la vendetta al male che ha subito da piccolo e questo lo porta ad essere propenso e indifferente davanti alla morte.
* Stupidi cani bastardi: è riferito al cane non di razza, al così detto bastardino. Non è detto in modo cattivo o offensivo, ma in modo da ampliare l'accoppiamento tra due razze differenti.

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Guardo fuori dalla finestra. Dei ricordi nascosti mi tornano alla mente, dei leggeri flash:
...Una strada buia, si vede a malapena la punta dei piedi miei e di quelli di mio padre, nonostante la luce sprigionata dalla bacchetta. Dei passi, oltre ai nostri, risuonano nella notte. Mio padre aumenta il passo trascinandomi dietro di lui. Fatico a stargli dietro infatti inciampo e finisco con la faccia a terra. Lui, con la sua figura possente, si china per aiutarmi ad alzarmi ma una scintilla lo colpisce in piena schiena, facendolo schizzare via, a qualche metro da me. Un uomo alto con un mantello scuro sorretto da una spilla e dotato di due occhi color del ghiaccio, gli si avvicina. I due duellano per un po’ fino a quando mio padre si ricorda della mia esistenza: suo figlio, raggomitolato in un angolo della strada, impaurito ed impotente.
E poi più nulla. Il nero compare nella mia mente fino a quando non vi si disegna il volto, triste e disperato, di una bellissima donna, che riconosco subito essere mia madre.
“Edward. Tuo padre è morto. Tu eri stordito, sotto incantesimo. Vi hanno trovati quelli del ministero”...

“Jasper, devo parlarti!” scruto la ragazzina, carina, mora, in sua compagnia che mi guarda con occhi sognanti e decido di aggiungere un “In privato.” abbastanza chiaro e conciso. Lo guardo mentre saluta la ragazza: un sorriso affascinante che fa intendere –scusa tesoro ma devo andare, sarei rimasto volentieri ancora con te ma proprio non posso- ed un “bacio sfiorato” sulla guancia.
Ci allontaniamo da lei fino a ritrovarci in un corridoio, soli.
“Insomma Ed, vuoi dirmi che è successo? Non tenermi sulle spine!”
“Non qui Jasper. Andiamo in camera!”


“La morte di Ida. La sua uccisione davanti ai miei occhi, ha risvegliato in me qualcosa.” Sono eccitato e spaventato allo stesso tempo. Ho sempre desiderato la vendetta da quel giorno, sempre. Ma non avevo mai avuto abbastanza informazioni per riuscire a capire qualcosa: mia madre non parlava e i miei ricordi erano rinchiusi -nonsodove- dentro di me. Adesso invece tutto era più chiaro. Il suo volto, o perlomeno, i suoi occhi. E quella spilla: probabilmente l’immagine impresse erano quelle della sua dinastia. Se tutto andava per il verso giusto, se le mie deduzioni erano esatte, non sarebbe stato difficile rintracciarlo.
Racconto tutta la storia a Jasper che rimane perplesso.



Leggo il biglietto che Lumacorno ha inviato questa mattina a noi tutti partecipanti del LumaClub.
“Vi aspetto domani sera nelle mie stanze per una giornata di sane chiacchiere e relax. Ho preparato per voi delle sorpresine.
A domani.
Horace Lumacorno.”

Chissà cosa avrà questa volta da dire. Arriva comunque al momento giusto questa riunione: nessuno è più informato di Horace Lumacorno sulle stirpi familiari, i loro simboli, la loro potenza. Magari riuscirò a scovare qualcosa sull’assassino di mio padre. Chiederò a mia madre di inviarmi qualcosa da regalargli domani sera, buon viso, cattivo gioco.
“Hey Jasper!”
“Edward!”
“Ti è arrivato il biglietto di Lumacorno?”
chiedo con un sorriso a trentadue denti. Si, questa proprio ci voleva, le cose mi stanno andando bene e forse, riuscirò veramente a fare luce su qualcosa che mi è stato oscuro per troppi anni. E io odio stare all’oscuro delle cose, essere impotente. Lo odio più di ogni altra cosa al mondo.
Raggiungiamo Deirdre in sala comune e iniziamo a parlare del più e del meno fino a quando non arriva a raccontarci dello scontro con la gabbana, che a mio parere, sono i momenti migliori. Questa tizia adesso va in giro con il naso rotto, a meno che l’infermiera non abbia già sistemato il tutto come suo solito fare.
“Eppure non capisco perché questi cretini continuino a venire da noi. Questi proprio se la cercano. Mi sembra più che ovvio quali siano le nostre risposte, è palese da che parte stiamo. Eppure insistono nel voler ribellarsi, far vedere chi siano etc, etc, etc. Stupidi, noiosi, *cani bastardi”.












27/01/2008
commenti (2) • tag: ricordi, dolore, misteri, speranze, amicizie, dubbi, lezioni, tassorosso

La definizione più adatta per le ore di Storia della Magia è Purgatorio. Concetto babbano, ma che rende perfettamente l'idea della noia e della l'utilità che gli studenti ne traggono. Inutile dire che è la prima ad abbondare, piuttosto che la seconda.
Raddrizzo la schiena indolenzita, lasciando cadere l'occhio sull'orologio: ancora-ventisette-interminabili-minuti. Se non fosse che non è proprio il caso, mi metterei a piangere. Sospiro, tornando a fissare il parco che si estende fuori dalla finestra, perdendosi nei confini sempre verdi della foresta: i prati sono coperti da quello che pare un terribilmente soffice manto di neve, costellato qua e la dalle scie di impronte di studenti che sono scesi alle serre o si sono avvicinati alla foresta con Collins, per la lezione di Cura delle Creature Magiche. Di tanto in tanto, qualche macchiolina nera si snoda in percorsi più o meno sinuosi fino a raggiungere le rive del lago o lo stadio di Quidditch, ma per il resto la perfezione è assoluta. Una nuvola oscura la fioca luce del sole, lasciando alle candele il compito di illuminere l'aula sovrafollata di ragazzi giunti al punto di non ritorno tra la veglia e il sonno profondo. Le finestre, coperte da un sottile strato di ghirigori ghiacciati prendono fuoco, brillando della calda luce delle fiamme. Mi massaggio le tempie, intonito dal parlottare monotono di sottofondo di Ruf e dal brusio monotono che è calato sull'aula, interrotto di tanto in tanto dagli strilli acuti di Catherine Aberforth che si intercalano con chirurgica precisione nel bel mezzo di un racconto della sua degna compare, tale Violet. Scommetto a giudicare dall'aumentare dei gridolini e degli sbuffi della Traviston, che la storia è arrivata da un punto focale particolarmente piccante. Che vediamo.. di come abbia divinamente scopato con Norwood in un qualche ripostiglio tra una lezione e l'altra? No, non è nello stile di Norwood. Snob com'è, non metterebbe piede in uno sgabuzzino neanche sotto pagamento.
Allungo lo sguardo qualche fila più avanti, lasciando cadere l'occhio sul gruppetto di Serpeverde per antonomasia che se ne stanno svaccati sul banco come se fossero su un divano. Qualcuno dovrebbe spiegar loro che sono a scuola, non alla settimana della moda a Londra, tra le altre cose.
Distolgo lo sguardo, vagamente nauseato da quel concentrato di ottusità e presunzione, tornando a guardare il parco. Una coppia irrompe nel bianco uniforme nel prato: lei scappa da lui, inciampando ogni tre passi e lanciando gridolini acuti ogni due, inseguita dal ragazzo che, ridendo, lancia palle di neve contro la sua schiena. Aguzzo la vista, cercando di riconoscere quella figura vagamente scoordinata che rischia di finire faccia a terra ad ogni passo, poi realizzo. Georgiana Harrington, Caposcuola di Corvonero. Il ragazzo -di cui ignoro il nome- accelera, acchiappandola da dietro e facendola volteggiare in aria per somma gioia delle corde vocali della Corvonero, che alza la voce di altre due ottave.
Ed ecco che la realtà svanisce con un sonoro POF! e al loro posto vedo me e una meno confusa Jillian McKanzie, intenti a giocare nella neve. Sbuffo, scacciando la visione e concentrandomi su Georgiana, china a strofinarsi le mani scoperte sulle gambe, del tutto ignara della minaccia che sta sorgendo dietro di lei, della pila di neve che lui sta facendo lievitare con movimenti abili della bacchetta. Mi sistemo meglio sulla sedia. Tutto ciò è molto più interessante della lezione, dei gridolini alle mie spalle e dei commenti annoiati dei Principini lì sotto. Ci mancano solo un po' di cioccorane e poi sono a posto.
Georgiana, nel frattempo, sta soffiando aria calda sulle dita intorpidite dal freddo, probabilmente sta pure dicendo qualcosa che la fa sorridere. Poi, lui la chiama. Si gira. Sbianca, apre la bocca per un urlargli di non farlo, ma è troppo tardi: il cumolo di neve è partito, alla velocità della luce, e le si schianta addosso, esplodendo come un fuoco d'artificio.
Mi sporgo appena verso la finestra, in attesa della reazione. Il ragazzo ride, forse ha pure le lacrime agli occhi. Lei è immobile. La neve le cade di dosso, simile a una pioggerellina leggera. Quando si volta, intravedo il suo viso ancora bianco, se le avessero tirato in faccia una torta alla crema l'effetto sarebbe stato identico: ha ancora gli occhi e la bocca completamente spalancati. Boccheggia. Poi, l'inimmaginabile.
Persino il professor Ruf sobbalza vistosamente, quando l'urlo lascia la sua gola e riempie l'aria, salendo fino all'aula e oltrepassando le pesanti pareti di pietra.
"Tu sei un uomo morto!"
Scuotendo il capo e tossicchiando, vagamente perplesso, il professor Ruf annuncia che l'ora è finita, andate in pace.
Amen.


"...oh, è pensieroso" sospira una piccola del primo anno, con i capelli biondissimi legati in due codine. Al suo fianco, una sua amica dai folti ricci neri le fa eco.
"E' innamorato"
Una terza ragazzina si lascia sfuggire un singhiozzo.
"Si, deve essere per forza così. E guardate come soffre!" pigola con un filo di voce, torturando una ciocca di capelli color cioccolato.
Se ne stanno nell'angolo destro della sala comune, rannicchiate su un piccolo divano ricoperto di cuscini accanto al caminetto: il Carlisle Fan Club. Non ricordo quando sia iniziata questa storia, ma adesso è diventata a tutti gli effetti una tradizione di Tassorosso. Non sono l'unico a chiedersi cosa succederà quando io finirò il mio settimo anno. Le ipotesi più accreditate sono due: o fonderanno un fanclub in memoria di Carlisle Hunnam o decideranno all'unanimità di lasciarsi affondare nel Lago, incapaci di sopravvivere al loro dolore.
Involontariamente sospiro a mia volta, causando una lunga serie di gridolini allarmati nelle tre piccine all'angolo che, per un qualche strano motivo a me aumentano d'un tratto di intensità. Mi volto, vagamente stranito, ritrovandomi davanti il sorriso smagliante Alexa Robinson. La guardo, perplesso, in attesa.
"Ciao, Carlisle" mi saluta, sforzandosi come suo solito di nascondere il forte accento. Come se poi a qualcuno importasse davvero e la giudicasse per come suonano le sue parole e non per quello che è. Abbozzo un sorriso.
"Ciao"
"Senti, mi stavo chiedendo.." inizia a dire, un po' incerta, trattenuta da un vago pudore che mi ricorda tanto Jillian. Sento la mia espressione ammorbidirsi.
"Dimmi" la esorto a parlare, chiudendo il libro di Trasfigurazione che stavo sfogliando senza particolare interesse "Posso esserti utile?"
"Si, ecco.. si è poi saputo qualcosa su.. sulla morte di.. di Ida?" le trema un po' la voce, nel pronunciare il nome della sua compagna di casa morta. Abbasso lo sguardo, scuotendo il capo. La morte di Ida Verstein è avvolta nel mistero, nessuno sembra venirne a capo. Un attimo prima era viva, un attimo dopo morta. Un lampo illumina la stanza, mentre lo sciosciare della pioggia di fa più forte: nel giro di poche ore, il freddo gelido dell'inverno è stato spazzato via dal vento caldo, forieri di nubi temporalesche. Ha iniziato a piovere e non ha più smesso, come se il cielo cercasse di cancellare tutto ciò che ha un aspetto allegro e felice, mostrando il suo lutto per la ragazza morta. Faccio fatica a concepire l'idea che qualcuno possa averla uccisa, era una persona talmente buona e gentile che non posso pensare ci fosse qualcuno capace di odiarla con una intensità tale da ucciderla.
Sospiro di nuovo, scuotendo il capo e tornando a guardare Alexa.
"Mi spiace, non so cosa dirti. Brancolano tutti nel buio" mi muore la voce, al ricordare tutte le ore di lezione passate ai margini della Foresta, durante Cura delle Creature Magiche. La ragazza di fronte a me abbozza un sorriso tirato, annuendo, e mormora qualche parola nel congedarsi, tornando nella sua stanza senza aggiungere altro. Le tre bambine, nell'angolo, confabulano tra di loro con foga, festicolando e lasciandosi scappare qualche urletto acuto di tanto in tanto. Torno a guardare fuori dalla finestra, spingendo il libro di incantesimi lontano da me. Non ho voglia di studiare, non ho voglia di far nulla. Il ricordo di Ida mi è calato addosso tutto d'un tratto, strappandomi via l'aria dai polmoni e facendomi precipitare in un mare di cupo sconforto. Stringo i pugni con rabbia, mentre il cielo ringhia sopra il castello e riversa la sua rabbia sulle sue mura di pietra. Se potessi, mi trasformerei io stesso in una tempesta per sfogare la mia frustrazione su qualcosa. O qualcuno. Norwood, per esempio, che dall'alto della sua tronfia presunzione questa mattina ha avuto da ridire sull'aspetto sciupato di Julia. Una così ben dotata ragazza non dovrebbe versare nemmeno una lacrima per una come quella lì, una sporca MezzoSangue. Se non l'ho schiantato, è stato solo perché ci ha pensato il professor Silente a zittirlo, invitandolo ad uscire per un'interrogazione dal momento che era così voglioso di parlare. Chissà, forse è stato proprio lui a uccidere Ida. Lui e le sue idee perverse che può aver preso da qualcun altro. E' troppo stupido per pensare autonomamente.
Oh, basta.
Arrivare a pensare che un'ameba come Norwood possa arrivare a fare una cosa tanto terribile per un motivo tanto stupido è... è degno di lui, in effetti. Mi alzo in piedi, in trance, e mi dirigo verso l'uscita della Sala, sotto gli sguardi attoniti delle tre bambine del primo anno. Non le saluto nemmeno, cosa che in genere faccio per evitare che si deprimano troppo e passino la serata a piangere nel loro angolino, ma c'é una cosa che devo effettivamente fare.
Devo parlare con Jiulia, per capire se il mio odio per il Principe mi ha fatto impazzire del tutto o se c'è davvero qualcuno, nella scuola, che odiava Ida con tutte le sue forze, uccidendola per un motivo che nessuno prenderebbe mai in considerazione.













08/01/2008
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Che il Capodanno prendesse una svolta simile, non l'avrei mai detto.
Mi stringo forte al braccio di Carlisle, mentre attraversa un mare di ragazzi e ragazze che probabilmente non vedrò mai più in vita mia, dopo questa sera, e che comunque non sarò in grado di riconoscere. Fate e folletti, perché gira tutto così veloce? Non ho nemmeno bevuto -sono troppo nervosa per fare qualsiasi cosa che differisca dal respirare-, quindi per quale astruso motivo mi sembra che tutto sia destinato a capovolgersi da un momento all'altro? Forse è l'emozione.
"Carlisle.." il lamento sfugge alle mie labbra prima di poter fare qualsiasi altra cosa. Il ragazzo si volta verso di me, trafiggendomi con i suoi incredibili occhi azzurri. Avvampo, mentre mi scruta pensieroso prima di annuire.
"Due minuti, resisti due minuti" mi ordina con un mezzo sorriso, allungando il passo. Come se non stesse già andando veloce. Sbuffo, senza troppa convinzione, lasciandomi trascinare in mezzo al trambusto ad occhi chiusi. Se davvero guardassi cosa ho davanti, finirei col rimettere il mezzo grissino che sono riuscito a ingurgitare prima di prendere la Passaporta per questa casa.
L'aria fredda che mi schiaffeggia il viso, dopo quella che mi è sembrata un'eternità, è una vera e propria benedizione. Inspiro a fondo, avida di questo gelo che mi riempie i polmoni e mi sgombra la testa. Mi sento come se non respirassi da anni. Il mio cavaliere mi porta fino ad una balustra di marmo bianco, dove si siede incrociando le braccia al petto.
"Non sei tipo da feste selvagge, vero?" mi chiede abbozzando un sorriso. Riapro gli occhi, scoprendomi con entrambe le mani alla gola. Abbasso le braccia, vagamente imbarazzata.
"Nemmeno un po'" sussurro, rimanendo immobile nell'esatto punto in cui la sua mano ha lasciato la mia. Non è lontano da me, posso ancora sentire la scia del suo profumo. Ed è buono.
"Mi spiace.." non accenna ad abbassare lo sguardo "Ti sarai annoiata a morte"
Neanche tanto, a pensarci bene. Ho passato buona parte della serata rannicchiata su una  poltroncina in un angolo dell'enorme biblioteca, dopo esser stata puntualmente abbandonata da Isabel in favore di un aitante ragazzo dai capelli nerissimi e gli occhi  smeraldo. Ho avuto modo di buttar l'occhio su vere e proprie chicche che nemmeno nella sezione proibita avrei potuto sfogliare, ho vagato tra gli enormi scaffali impolverati respirando il forte odore della cera delle candele, ho sbirciato la mia amica e i suoi progressi dalla cima di un'enorme scalinata coperto da un lungo tappeto di velluto rosso. E poi. E poi sono stata rapita. Un biondino straordinariamente simile a Jasper mi ha individuata, si è praticamente materializzato al mio fianco -o forse sono io che sono rimasta paralizzata quando l'ho visto e lui si è mosso a velocità normale, non ne sono sicura- e mi ha portata giù, nella ressa, dove mi sono vista costretta a dimenarmi in una maniera assurda per evitare che quel mare di gente mi calpestasse e mi riducesse a marmellata pura. Poco prima dello scoccare di mezzanotte, mi sono defilata in un dei mille bagni di cui questa reggia sembra provvista e mi ci sono chiusa dentro. Non mi andava di baciare un emerito sconosciuto. O meglio, un emerito sconosciuto con la faccia di Jasper Lewis. Non faccio un vanto dell'aver passato la mezzanotte chiusa in un lussuosissimo bagno, chiaro, ma non ero dell'umore adatto a fare altro.
Il caso -credo- ha voluto che a trovarmi fosse Carlisle. Il Tassorosso sorridente di Natale. Quello che mi ha presentato la nonna. Ha bussato alla porta, delicatamente, e mi ha detto che era urgente. Senza una scusa opportuna da propinargli -in mezzo a tutta quella confusione l'ho scambiato per il sosia di Jasper venuto a reclamare il bacio mancato- ho spalancato la porta dicendogli che mi dispiaceva ma che non se ne faceva niente. La sua faccia è stata qualcosa di spettacolare. Mi ha rivolto un enorme sorriso, facendomi presente che qualunque fosse il problema se ne poteva parlare tranquillamente, e poi si è scusato. E' entrato nel bagno trascinandosi dietro un ragazzo semi svenuto che ha rimesso penso pure l'anima con la testa dentro la tazza. Si è assicurato che l'amico stesse bene e poi, non so nemmeno come, mi sono ritrovata nella folla assieme a lui, questa volta sul punto di svenire. L'emozione, si.
"Oh, neanche tanto" sorrido, stringendomi le braccia in vita "Ci sono un sacco di cose da fare in questa casa"
"Non ne dubito" un lampo divertito attraversa il suo sguardo e io, come mio solito, arrossisco "Sei qui da sola?" prosegue cordiale.
"No" scuoto il capo "Sono qui con Isabel, ma l'ho persa di vista"
"Non l'ho mai vista staccarsi da mio cugino per tutta la sera" ribatte, impassibile, senza perdere il sorriso. Non mi chiedo nemmeno come faccia a conoscerla, non mi importa.
"L'ho persa di vista da un po'" replicò piccata, incrociando le braccia al petto. Cosa vuole insinuare, adesso?
"Scusa, scusa!" ride, sollevando le mani e mostrandomi i palmi, in segno di resa "Non volevo farti arrabbiare, Jillian"
Abbasso lo sguardo, borbottando qualcosa di incomprensibile alle mie stesse orecchie, fino a quando non sento il suo braccio caldo circondarmi le spalle. Quando è comparso al mio fianco, non lo so.
"Stavi tremando" sussurra al mio orecchio, giocando distrattamente con una ciocca di capelli. Istintivamente, mi irrigidisco: l'ultima persona che ha toccato i miei capelli è stato Jasper. E una parte di me non vuole che un altro ragazzo faccia lo stesso. Anzi, parliamoci chiaro. Non voglio che un ragazzo mi tocchi i capelli. O mi accarezzi il viso. O, peggio ancora, mi baci. Distolgo lo sguardo, imbarazzata.
"Carlisle, io.." inizio a dire, incespicando nelle parole "Io non.."
Lo sento sorridere, e sospirare, prima che il calore del suo braccio lasci posto al freddo dell'imminente alba.
"Lewis" sospira di nuovo, infastidito "Avevo sentito qualche voce su voi due, ma non credevo fosse una cosa seria. Con tutto il rispetto, eh!"
"Non stiamo assieme" rispondo automaticamente, prima che il significato più cattivo delle sue parole mi investa come una slitta trainata da Ippogrifi. Mi ritraggo, spalancando la bocca senza pronunciar parola.
"..Cosa vorresti insinuare?" ruggisco poi, una volta acquistata nuovamente la capacità di parlare "Che siccome qualche tua compagna di Casa ficcanaso mi ha vista assieme a Jasper una volta o due e io non sono qui con lui ora ti senti libero di fare quello che ti pare con me? Non so che voce sia arrivata alle tue orecchie e non voglio nemmeno sentirla, ma non hai il diritto di pensare questo di me. Non hai il diritto di dire nientre, su di me, non mi conosci nemmeno!" strillo tutto d'un fiato, sentendo il mio tono di voce salire di due ottave almeno. Carlisle non sorride più. Sta per dire qualcosa, probabilmente sta per scusarsi, ma non lo lascio parlare.
"E anche se fosse stata una cosa seria, cosa speravi di ottenere? Che io venissi con te solo perché lui non è presente? O forse che siccome probabilmente qualche pettegola amica tua -con tutto il rispetto, eh!- lo ha visto mentre mi baciava a forza quando io volevo solo andarmene a casa senza troppi incidenti sentimentali, allora questo fa di me una ragazza poco seria, una facile, una con cui andare a capodanno per riempire il vuoto lasciato da non so nemmeno io chi?"
Okay. Adesso sono decisamente isterica. E nei suoi occhi c'è un filo di preoccupazione che mi da da pensare che lui abbia radicalmente cambiato idea su di me: se prima ero una secchiona un po' strana, adesso sono una psicopatica in piena regola. Ma a questo punto non si può piangere sul latte versato. Tanto vale uscire con un gran finale.
"Qualunque cosa tu stessi pensando, non mi importa. Me ne torno a casa. Felice anno nuovo, Carlisle."
E giro sui tacchi, rimanendo miracolosamente in equilibrio sui trampoli che Isabel mi ha obbligata ad indossare, rientrando nel salone e dileguandomi nel mare di folla. E quando finalmente una forza familiare mi strattona tirandomi l'ombelico verso la vecchia spazzola che mi riporterà a casa, mi rendo conto che, probabilmente, ho rovinato quanto di più buono la serata mi aveva offerto.
Un applauso a Jillian, signore e signori, la più idiota tra gli idioti!



 


"..ian! Jill, mi stai ascoltando?"
Mi scuoto dal torpore in cui ero scivolata, sbattendo le palpebre un paio di volte e ricambiando lo sguardo preoccupato della mamma.
"Scusa, mamma, non ho sentito" le sorrido, allungando le braccia e stiracchiandomi pigramente. Ho bisogno di dormire, ma è così raro avere la mamma a casa che non ho nessuna intenzione di sprecare il momento tenendo gli occhi chiuso e spegnendo un po' il pensiero.
"Tesoro, sei così pensierosa.." osserva lei, sedendosi accanto a me sul grande divano del salotto dove me ne sto rannicchiata, con Chipie raggomitolata in grembo "Va tutto bene?"
"Si. No. Cioè, si, va tutto bene. Ma non come vorrei, in effetti.."
Non sono tagliata per le vicende sentimentali. Datemi un oggetto da trasfigurare, datemi una pozione da preparare, e lo faccio senza problemi. Ma affrontare una spinosa situazione come quella in cui mi sono cacciata.. beh, è un altro paio di maniche. Sospiro, posando il capo contro la sua spalla.
"Tesoro, lo sai che se hai qualche problema puoi parlarmene, vero?" inizia ad accarezzarmi i capelli, come quando da piccola voleva farmi confessare qualche pasticcio che avevo accuratamente nascosto.
"Il problema è che tua figlia è un vero disastro quando si tratta di rapporti umani" brontolò di malavoglia, esattamente come facevo tanti anni fa.
"Prerogativa di famiglia, non fartene un cruccio" ribatte fulminea, con una smorfia. Non posso fare a meno di sorridere, mentre la colpisco con la mano.
"Eddai, io sono seria!" protesto "Non sto scherzando"
"Oh, ma nemmeno io" sorride, pizzicandomi le guance "Ma ti ascolto. Su, come si chiama?"
"Chiama? Come si chiamano, piuttosto."
"Addirittura due! Se lo viene a sapere tuo padre muore d'infarto all'istante"
"Non ho dubbi... Non glielo dirai, vero?"
"No, certo che no." mi rassicura lei, continuando ad accarezzarmi i capelli e incitandomi a proseguire.
"C'è un ragazzo, a scuola. Jasper. Oh, potessi vederlo mamma, è così bello! Ha degli occhi talmente verdi che fanno quasi paura, e quando sorride.." arrossisco, mio malgrado, sentendo la faccia bruciare "E stava andando tutto bene. Abbiamo passato un sacco di tempo assieme, per via di un compito di Incantesimi, e anche quando lo abbiamo finito abbiamo continuato a vederci" Mi interrompo un attimo, mordicchiandomi le labbra.
"E...?"
"E niente. Il problema è che per quanto mi piaccia c'è sempre stato qualcosa a bloccarmi. Era chiaro al mondo che anche lui aveva un certo interesse nei miei confronti, ma non lo so.. sai, non ha una buona fama a scuola. E' un dongiovanni, che pensa solo ad ottenere ciò che vuole, senza curarsi dei sentimenti altrui. Non volevo essere solo una delle tante. Ma quando glielo ho detto, prima di prendere l'Espresso e tornare a casa, si è arrabbiato con me.." sentò la voce spezzarsi, dopo aver tremolato sulle ultime parole. La mamma non dice nulla, abbracciandomi. Al sicuro tra le sue braccia, avvolte nel suo profumo delicato, chiudo gli occhi e continuo a raccontare, combattendo con il nodo che mi serra la gola. "E' stato terribile. Io non volevo che le cose andassero così, davvero. Mi ha baciata. Ed 'è stato cattivo, è stato crudele, perché io non volevo, e quando il bacio è finito ha detto che è stato tutto tempo sprecato. Come se io non ne valessi la pena, come se io non fossi nessuno!" tra le lacrime trattenute, affiora l'indignazione e la vergogna, assieme alla consapevolezza "Ma la cosa più brutta, è che adesso tutti sanno che il bacio c'è stato. Che io sono solo una delle tante"
"Oh tesoro mio!" l'abbraccio si fa più forte, assieme alla mia voglia di piangere "Tu non sarai mai una delle tante, mai! Tu sei speciale, sei una ragazza splendida, con un cuore enorme, non sarai mai una delle tante. E se qualcuno lo pensa, tu lascialo fare e lascialo stare: vuol dire che non ti conosce e che non vale la pena conoscerlo se si fida di pettegolezzi sentiti in mezzo ad un corridoio!"
"Si, lo so.. ma non riesco a fare a meno di pensarci. Anche Carlisle pensa che io sia una ragazza poco seria! E lo conosco da una settimana scarsa!"
"Carlisle Hunnam? Il ragazzo che la nonna ti ha presentato a Natale?" sembra sorpresa. Probabilmente perché è la prima volta che le parlo di qualcuno presentatomi dalla nonna -sembre pronta a combinarmi un matrimonio, che non è mai troppo presto per sposarsi!
"Si. Sicuramente conosci i suoi genitori, lavorano al San Mungo" commento, con voce incolore.
"Come no, Charlie e Hannah" annuisce "Ma non vedo come Carlisle possa pensare questo di te, dal momento che ti conosce così poco" obietta perplessa.
"E' un Tassorosso, mamma!" esclamò un po' seccata "E anche se lo chiamano l'Anti-Principe perché si dice sia un vero gentiluomo, appena uscito da un romanzo di Jane Austen, è pur sempre nella casa di più ficcanaso di Hogwarts. Le voci girano, dopo tutto il castello è piccolo."
"Ma quando ti avrebbe detto una cosa del genere? Non a Natale, spero!"
"No, per carità! A Capodanno"
"Non eri con Isabel?"
"Diciamo che sono andata con Isabel, poi lei si è dileguata lasciandomi sola. No, niente commenti mamma, va bene così" la blocco, prima che si lanci in una filippica su quanta poca fiducia merita Izzie. Brontola qualcosa, accavallando le gambe con grazia.
"In ogni caso" riprendo a parlare, la voce decisamente più ferma ma una gran paura di andare a scoprire il perché mi sia arrabbiata così tanto quella notte "Ho trovato Carlisle dopo mezzanotte. O meglio, lui ha trovato me. Abbiamo parlato un po', poi quando lui ha provato a baciarmi io mi sono tirata indietro. E lui ha fatto uno sgradevolissimo commento su me e Jasper, dicendo che non credeva fosse una cosa tanto seria. Mi sono arrabbiata, mi sono sentita umiliata. Perché non avrebbe dovuto essere una cosa seria? Perché quel bacio deve significare solamente che sono solo una delle tante, una povera sciocca che si è fatta abbindolare da un bel faccino? Non è giusto, mamma, non è giusto!" sbotto "Lui non aveva il diritto di dire quello che ha detto, non doveva dirlo! Non doveva nemmeno pensarlo!"
"No, non avrebbe dovuto" la voce della mamma è dolce, pacata "Ma forse non era sua intenzione offenderti, anzi, sicuramente non voleva"
"No, non credo lo abbia detto per ferirmi, però lo ha fatto. E io mi sono arrabbiata, lo ho aggredito come una furia, fuori di me, e me ne sono andata. Così domani, quando risalirò sull'Espresso, tutta la scuola avrà già saputo che, oltre ad essere l'ennesima vittima di Jasper Lewis, il Principe di Serpeverde, sono pure una pazza psicopatica che ha aggredito Carlisle Hunnam, l'Anti-Principe per eccellenza"
"Mh, io non credo che sia così tragica come la descrivi" mi rassicura, sorridendo "Non sei mai stata tipo da dare credito a malignità, quindi riguardo Jasper non dovresti preoccuparti più di tanto: se è davvero il superficiale che sembra, non ne vale nemmeno la pena. Mentre per Carlisle.. anche qui, se è davvero quello che sembra, parlagli. Spiegagli la situazione e sono sicuro che capirà. D'accordo? E adesso basta piangere, che a tua padre sta per prendere un accidenti al collo tanto si sta sforzando di origliare senza farsi vedere"
Ci voltiamo verso l'ingresso del salone, dove un colpo di tosse impacciato e un uno scalpiccio frettoloso accompagnano la precipitosa fuga di papà. Ridiamo, rimanendo accoccolate sul divano.
"Grazie, mamma" mormorò dopo qualche attimo, abbracciandola forte "Ti voglio bene"
"Anche io, tesoro, anche io"



 


Resta il fatto che io a scuola non ci voglio tornare.
Non così presto, almeno, vorrei un altro paio di giorni per riordinare i pensieri e scacciare via questo odioso presagio di sfortuna che vedo colorare il mio immediato futuro. Sbuffo, una sigaretta abbandonata tra le labbra, sedendomi per terra tra i libri e i vestiti che devo infilare nel baule, sapientemente allargato con un Incantesimo Estensivo Irriconoscibile. Se il vecchio Dippet sapesse quanti studenti si servissero abitualmente dell'Incantesimo Estensivo per introdurre a scuola cose che era meglio non nominare, probabilmente morirebbe di crepacuore. Agito distrattamente la bacchetta in aria, facendo volare una pila di golfini ordinatamente piegati e impilati nel baule. Chipie, accanto a me, gioca con un pupazzo incantato a forma di topolino, che si agita tra le sue zampine squittendo ad ogni colpo ricevuto. La micia, divertita, miagola di tanto in tanto, mentre io proseguo imperturbabile nel mio compito. Sbuffo di nuovo, prima che un picchiettare insistente contro la finestra della stanza mi riscuota: è un gufo, uno splendido gufo reale che attende, paziente, di recapitare una lettera.
"Strano" mormoro alzandomi in piedi e facendolo entrare nella stanza. Di solito vanno tutti nella gufiera, sul tetto, e poi ci pensa Milly, l'elfo domestico, a smistare la posta. Lo splendido volatile mi scruta con attenzione, prima di posarsi sulla scrivania e tendere la zampina, con fare altero. Non appena la busta è tra le mie dita, l'animale mi lancia un'altra occhiata -incredibile quanto intelligente sia il suo sguardo ambrato- per poi volare via, nella notte. Evidentemente, il mittente non aspetta risposta.
Recuperò Chipie, strappandola al suo giocattolo e stringomela al petto mentre mi siedo sul letto. Lei protesta fiaccamente, miagolando, per poi rabbonirsi dopo qualche carezza.
"Non sei curiosa, Fifì?" le domando carezzandole il musetto. Chiude gli occhi, docile, mentre dispiego la lettera. La grafia è sottile, elegante, le parole si rincorrono lievi come onde scure in un mare immacolato.

Quasi non mi accorgo della zampina di Chipie che colpisce ripetutamente il mio naso, mentre rileggo, avida, quelle parole. Se non fosse che sono nero su bianco sotto il mio naso, penserei ad uno scherzo. Restia ad abbandonarmi ad un entusiasmo avventato, recupero la bacchetta e la agito sopra la pergamena, mormorando un paio di incantesimi: nulla. La lettera rimane immutata, in tutta la sua regale eleganza. Chiudo gli occhi. Li riapro: tutto uguale. Mi pizzico le guance. Niente, sembra sia davvero la realtà.
E mentre finalmente accetto quest'idea, lo stesso disagio provato a capodanno mi riempie il cuore. Vorrei esser felice, davvero. Ma non ci riesco. E' più forte di me.
Ripiego la lettera con cura, posandola sul comodino. Sono talmente stordita da non sapere nemmeno cosa pensare: non capita certo tutti giorni di sentirsi dire cose del genere, in effetti. Nel mio caso, inoltre, è la prima volta. Cosa si fa, in questi casi? Si risponde? E domani, sul treno, cosa farò se lo vedrò? Devo salutarlo come se niente fosse? O evitarlo? Mh, forse evitarlo non è il caso visto come sono finite le cose con Jasper.
Jasper, già.
Anche qui, un bel dilemma. Forse, se gli spedissi una strillettera anonima riversandogli addosso tutto quello che penso di lui, risolverei qualcosa. Ma dubito seriamente che riuscirei a scalfire quella sua impeccabile facciata di perfezione. Bel dilemma. Vorrei tanto riuscire a capire cosa fare. Che poi, sarei mai veramente in grado di ferirlo? Lo voglio davvero? Dubito. Decisamente, sono troppo buona per questo genere di cose. Ci sarà un motivo se sono finita a Corvonero e non a Serpeverde, no? Cosa fare?
Il viso di Georgiana Harrington mi passa davanti agli occhi, assieme alle sue parole: "Tu, Jillian McKanzie. Sei hai qualcosa che non va, sai dove trovarmi."
Ecco la soluzione. Mi alzo in piedi di scatto. Basta pensare, chiederò consiglio a Georgiana una volta tornata a scuola, ecco cosa devo fare. Adesso devo finire di riempire il baule, devo fare qualcosa, qualsiasi cosa, che mi tenga la mente occupata e mi impedisca di pensare. Agito la bacchetta, stizzita, facendo partire il vecchio giradischi magico e tornando al mio lavoro, mentre luna maestosa melodia, un trionfo di archi e fiati, invade la camera. Mi rimbocco le maniche, guardando la marea di cose che ancora copre il pavimento della stanza, e sospiro di sollievo.
Ho così tante cose da fare, che pensare sarà proprio l'ultimo dei miei pensieri. Fischiettando sulla falsariga della sinfonia, mi rimetto al lavoro.
Domani è un'altro giorno, domani si vedrà.













05/01/2008
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Il sole entra dalla finestra sulla parete ovest della mia camera, bagnando di luce il mio letto. Mi sveglio e stiracchiandomi vado verso la finestra, scostando le tende rosa pallido per aprirla. Il freddo pungente non esita a farsi sentire, fuori il marciapede e` ricoperto di neve, che e` scesa senza fermarsi durante tutta la notte. Rimango per un attimo a guardare quel paesaggio che mi ha svegliato per sei mesi, e non riesco ad immagginare di dover svegliarmi con un paesaggio diverso, di dover scostare le tende della finestra della mia camera nel dormitorio delle ragazze Tassorosso. Strofino forte le braccia e mi allontano, cercando di allontanare anche quel senso di nostalgia che gia` mi opprime. Quanto sono stupida, non ho manco ancora varcato la soglia di casa cavolo! Osservo la mia camera, oggi e` ordinata. Tutto e` dentro al baule nuovo di zecca che mia madre mi ha comprato per il ritorno a Hogwarts. Lo apro per controllare gli oggetti che con parsimonia ho riposto dentro la sera prima, ci sono i libri, i vestiti, la divisa, alcune bottigliette per le pozioni, qualche libro e rivista babbana e la mia bacchetta. Non faccio a meno di sorridere, finalmente avro` la possibilita` di riutilizzare la mia bacchetta!! E` dall’ultimo giorno di scuola a giugno che non ho piu` lanciato un incantesimo. A settembre sarei dovuta ritornare a Hogwarts per iniziare il mio quinto anno alla Scuola di Magia, ma mamma si e` ammalata improvvisamente e sono dovuta rimanere per curarla.


Scendo le scale e arrivo in cucina, mia madre e` in piedi ai fornelli, preparandomi le mie adorate frittelle.

“Ciao mamma” la saluto con un bacio frettoloso sulla guancia, poi mi siedo a tavola.

“Allora amore? Sei pronta?” mi chiede mia madre mentre rigira la frittella sulla padella. La osservo; e` ingrassata un po`, le sue guance hanno riacquistato colore, il suo splendido sorriso ha di nuovo illuminato il suo viso. Si, sta decisamente meglio. Non e` piu` la mamma che mi richiamava dal letto per avere un asciugamano bagnato o un bicchiere d’acqua, non e` piu` la mamma per la quale dovevo cucinare, non e` piu` la mamma che aveva bisogno di sostegno per muoversi per la casa. No, e` la mamma di prima; certo, non e` del tutto guarita ed e` ancora un po` sfiancata, ma sta meglio. D’altronde se non si trovasse meglio io non avrei mai accettato di ritornare a Hogwarts dopo Natale. Lei vuole che torni a scuola perche` dice che sono ancora in tempo di recuperare l’anno. Diciamo che un’occhatina ai nuovi libri l’ho data, e non mi trovo cosi` indietro. Ma chi inganno?? Sono totalmente persa, chissa` quando riusciro` a recuperare tutti i compiti. Ma devo passare l’anno, mia madre se lo merita.

Mentre poggia la fritella sul piatto la mia mente vola verso Hogwarts. Chissa` se la gente si ricordera` di me? La verita` e` che le uniche persone con cui sono rimasta in contatto da quando ho lasciato scuola sono Susan e Lory. Certo di tanto in tanto mi e` arrivata qualche lettera da ragazzine del quinto, tipo Elliot, ma mano a mano le loro lettere sono diventate sempre piu` rade, perfino quelle di Lory e Susan, quindi non so granche` degli ultimi due mesi a Hogwarts. Chissa` che coppie si sono formate? Chissa` chi si e` lasciato? Vorrei tanto sapere gia` tutto! Sono gia` al corrente del fatto del ritorno di Margot, Lory mi ha scritto dicendomi che adesso si fa chiamare Zoe e che e` completamente cambiata. So anche che Noir ha iniziato scuola in ritardo, e che adesso e` ingrassata un pochino. Sono contenta per lei, prima era troppo magra! Speriamo anche che quest'anno riesco a rimediare un ragazzo, qualcuno carino e dolce, che sappia volermi bene davvero. Le mie esperienze precedenti, diciamo non numerose, sono state dei disastri. Non ho voluto assecondare la cara Susan nella sua caccia frenetica e continua ai ragazzi, non mi faccio trascinare come Lory in quei stupidi appuntamenti al buio! Susan a volte mi spaventa, l'altr'anno ogni giorno notavo quanto si assomigliava a Laura Stevens, quella ragazza "facile" di Corvonero. Ma a Susan per fortuna questa fama non l'ha ancora raggiunta perche` un attimo si controlla. Almeno l'altr'anno! Comunque penso che riusciro` a sopravvivere senza un ragazzo quest'anno, non sono sicura pero` di essere pronta per i commenti acidi che ricevero` dai Principi, e sopratutto non sono pronta per gli occhi freddi, penetranti e inquietanti di Tom Riddle, che mi osserveranno con disprezzo ogni volta che lo incontrero` per i corridoi. Al solo pensiero rabbrividisco. Ma devo guardare il lato positivo: rivedere i miei amici, rientrare in contatto con la magia, ritrovarmi di nuovo con tanti ragazzi della mia eta`. Diciamo che qua in Michigan sono sempre stata occupata a badare a mia madre, quindi l’unica persona con cui ho parlato al di fuori di casa e` la vicina di 70 anni e la cassiera antipatica del supermercato.

Finisco la mia frittella con lentezza, immersa nei miei pensieri, quando alzo lo sguardo vedo mamma vicino al lavandino, ha le lacrime agli occhi. Mi avvicino a lei e l’avvolgo in un caldo abbraccio.

“Andra` tutto bene mamma”

“Lo so” risponde lei asciugandosi le lacrime con uno straccio sporco “Lo so. Adesso corri a prendere il baule, il taxi sara` qui fra pochi minuti. Quanto sono scema, qui a piangere come una bambina” Mamma non si vuole mai mostrare debole, amche quando stava male nascondeva il piu` possibile il suo dolore. E pensare che qua, in questa cucina, solo qualche giorno fa io e mia madre ci gustavamo il cenone di Natale, noi due sole solette, come siamo sempre state comunque. Non ci e` mai servito nessun'altro, da quando se n'e` andato papa` abbiamo imparato la nostra lezione.


Salgo e mi vesto. Guardo un'ultima volta il candido paesaggio bianco dalla finestra, e lancio un'occhiata alla mia piccola stanzetta. Prendo il baule e con difficolta` lo trascino giu` dalle scale. Mia madre mi accompagna alla porta, fuori, dopo quell’angolo di giardino davanti casa, mi aspetta un vecchio e trasandato taxi che mi portera` alla stazione dei treni della citta`  piu` vicina, da li` iniziera` il mio lungo e faticoso viaggio verso Hogwarts.

 













04/01/2008
commenti (1) • tag: ricordi, vacanze, famiglia, amori, sogni, speranze, addii, paura, serpeverde, litigi, errori, festeggiamenti, corvonero

Profumo di biscotti. L'enorme albero di Natale che troneggia quasi minaccioso su una valanga di pacchetti dorati ammassati alle sue radici. La neve che vortica leggera dal soffitto del salone, scomparendo a qualche metro da terra. Lo scintillio delle mille e più candele che lievitano sopra l'enorme tavola già apparecchiata. La nonna che sbraita ordini con un tono vagamente isterico e al tempo stesso detta una strillettera indirizzata ai miei genitori, ancora prigionieri del loro lavoro al San Mungo, come ogni anno. Si, è davvero Natale.
Faccio quasi fatica a credere che siano arrivate le fatidiche vacanze: le ultime due settimane di scuola sono state un vero inferno, quando la fatidica sindrome del "Non ho voti-mi servono voti" si è abbattuta su noi poveri studenti togliendoci ogni secondo libero. Non mi sono affatto stupita quando, appena tornata a casa, la nonna mi ha squadrata da capo a piedi prima di dichiarare che ero dimagrita e che mi vedeva piuttosto sciupata. Inspiro a fondo, facendo sfiorando con la punta delle dita il passamano lucido dello scalone, senza nemmeno più sobbalzare alle urla stridule della nonna. Ho sobbalzato abbastanza prima di partite da scuola, quando mi sono ritrovata faccia a faccia con Jasper.
Chiudo gli occhi, dopo aver accostato la porta della mia camera e aver preso Chipie tra le braccia. Ed eccolo lì, il bel volto del Principe di Serpeverde: gli occhi verdi, di quel colore denso, vellutato, ricolmi di uno sdegno e una furia gelida; quelle ciocche scompigliate che morivo dalla voglia di tenere tra le dita, anche solo per scostarglierle dal volto pallido, dai lineamenti affilati.
Mi lascio cadere di schiena sul letto, provocando un miagolio infastidito alla piccola gattina nera che si agita, infastidita, saltando su un cuscino accanto a me, dove si acciambella soddisfatta. Sospiro, raggomitolandomi. Non ho dimenticato una sola parola di quell'incontro. Del resto, non potrei mai. E dire che le cose sembravano andare così bene..


[ Qualche giorno prima ]

"Jillian!" Jasper sorrise, affiancandosi alla bionda Corvonero che aspettava, paziente, accanto all'ingresso. Riconoscendolo, arrossì.
"Ciao, Jasper.." mormorò timidamente, abbassando lo sguardo sulle sue mani, coperte da un paio di guanti bianchi, come il cappotto che indossava.
"Mica volevi andartene senza prima salutarmi!" esclamò il ragazzo, corrugando la fronte e increspando le labbra in una smorfia che lei trovò adorabile e di fronte alla quale non potè fare altro che abbozzare un sorriso e negare, mentendo spudoratamente.
"Certo che no" mormorò con un filo di voce, sentendo il cuore accellerare impazzito. Il volto di Jasper si ammorbidì in un sorriso sghembo.
"Sono contento di vederti" riprese dopo qualche attimo, allunando una mano e catturando una ciocca di capelli della ragazza, attorcigliandosela attorno alle dita sottili. La sentì trattenere il respiro e, approfittando della paralisi totale che sembrava averla colpita, si avvicinò ulteriormente, contando sul fatto che lei sarebbe indietreggiata, trovandosi con le spalle contro la parete di pietra. Cosa che accadde. La bionda sussultò, arrossendo ancora di più se possibile, mentre lui si chinava in avanti, posando l'avambraccio sul muro, sopra la sua testa.
"Smetterai mai di giocare?" le chiese suadente, soffiandole le parole sul viso. Jillian corrugò la fronte, sentendosi come in trappola. Era affascinata, dal mago, non poteva negarlo: ma c'era qualcosa, in lui, qualcosa nel suo modo di fare, nella sua ostentata sicurezza, che la inquietava. Una sensazione, che si insinuava in lei ogni qualvolta si faceva troppo vicino, un brivido cui aveva sempre dato il nome di timidezza. Era, invece, la consapevolezza dell'errore che si nascondeva dietro quell'infatuazione. La certezza che c'era effettivamente qualcosa di sbagliato, che non era quello che voleva.
"Io non sto giocando" sussurrò la Corvonero, lavorando veloce di pensiero per trovare una via di fuga. Era una caccia, solo ora l'aveva capito. E il suo ruolo, purtroppo, era quello della preda.
"No? Allora smettila di scappare" ordinò suadente, avvicinandosi ancora di più. Le era talmente vicino da poter sentire il profumo del suo respiro, un aroma dolce e invitante che presto sarebbe stato ricordato come uno dei tanti rubati, nel corso di sei anni.
"Perché non dovrei?" ribattè lei a bassa voce, aggressiva. D'un tratto, era arrabbiata. Lui si ritrasse appena, lasciando che la sorpresa trapelasse sul bel viso prima che la frustrazione e la rabbia lo indurissero.
"Perché non c'è motivo" sibilò, cercando di mantenere un tono di voce tranquillo.
"Ah no?" fu lei a sospirare, questa volta "Jasper, non credere che io sia tanto stupida da non vedere. Ogni giorno che passa, c'è sempre una nuova ragazza accanto a te. Un giorno, un'altra ragazza. E io lo so, so che se ti do quello che vuoi, poi è solo questione di ore prima che trovi qualcun'altra. Io non voglio essere solo un'altra ragazza, una delle tante" abbassò lo sguardo, evidentemente dispiaciuta, prima di cercare gli occhi verdissimi di lui, che replicò immediato
"E allora spiegami il senso di tutta questa sceneggiata, che a me sfugge"
"Nessuna sceneggiata" fece per allungare una mano verso la sua guancia, abbozzando un sorriso, ma la ritrasse immediatamente non appena vide la sua smorfia "Tu mi piaci, e mi sembrava fosse piuttosto evidente" ammisse, arrossendo furiosamente "Ma non... non posso, ecco tutto"
"Non puoi? Non sarebbe meglio dire non vuoi?"
l'accusò il Serpeverde, gli occhi fiammeggianti d'ira. La Corvonero si ritrasse ancora di più, facendosi piccola piccola contro la parete.
"Jasper, non dire così.." sussurrò.
"Io dico quello che voglio" riprese il ragazzo, più collerico che mai, prendendole il mente tra le dita e costringendola a guardarla negli occhi "E quello che voglio dire, ora, è che sei una codarda. Che hai paura, ma così tanta paura che il solo pensiero di aver sprecato così tanto tempo con te mi irrita, mi innervosisce"
"Mi fai male.."
protestò la Corvonero, il volto teso dallo sforzo di non lasciare che le lacrime che sentiva riempirle gli occhi non trabordassero e scivolassero lungo le guance. Lui allentò la presa, automaticamente, stringendo i denti.
"No, non ti sto facendo male. Non quanto vorrei, in questo preciso momento" masticò le parole, una ad una, a fatica, sporgendosi verso di lei, che aveva iniziato a tremare. Per un attimo, un attimo soltanto, sentì l'irrefrenabile impulso di abbracciarla e scusarsi. Ma fu solo un attimo, subito cancellato dal fastidio dell'esser respinto. La prima volta, in assoluto, che succedeva una cosa del genere. L'idea soltanto lo faceva infuriare come mai prima d'ora.
"Smettila" iniziò a dire lei "Mi sti facendo paura"
Lui la guardò, senza dire una sola parola. Ormai piangeva. Si sforzava, con tutta se stessa, di non farlo, ma due grossi lacrimoni erano scivolati sulle guancie morbide, arrossate, ed erano arrivati alle sue dita. Gli occhioni verdi erano pregni di paura, ma sul fondo riusciva a leggervi qualche traccia di tristezza. No, lei non aveva mentito dicendo che lui le piaceva, ma allora perché quel rifiuto? Jasper non capiva. Come poteva, del resto? Non era nella sua natura essere rifiutato, la sua natura era prendere-usare-lasciare. Era fatto così, al contrario della Corvonero piena di sogni e speranze, ancora in attesa del suo primo bacio. Non riusciva a capire perché lei stesse dicendo di no. E la sua decisione fu la peggiore che potesse prendere in quella situazione: senza lasciar andare il suo volto, la immobilizzò. L'ultima cosa che vide, prima di posare le labbra su quelle di lei, fu l'espressione terrorizzata della ragazza che lo implorava di non farlo. Fu un bacio violento. Aggressivo. E quando finì, Jasper si accorse di ansimare leggermente, tanto era stato intenso. Nel bene e nel male.
"Ci avrei giurato" sussurrò, abbozzando un sorrisetto. Lei non disse nulla. Fissava il biondino, senza realmente vederlo, e quando finalmente lo mise a fuoco, aprì la bocca per parlare, ma non ne uscì nulla, se non aria.
"E' stato solo tempo sprecato.." disse dolcemente, prima di girare sui tacchi e allontanarsi, con un impeccabile sorriso stampato sul bel volto. Come se nulla fosse successo. Prima di sparire nel salone, si fermò un attimo. Si voltò, cercò la minuta figurina vestita di bianco che se ne stava appoggiata contro la parete, e disse, ad alta voce.
"Ah, dimenticavo... Buon Natale, Corvonero"
Poi, sparì.


Mi affaccio verso l'ingresso, dalla cima delle scale: è già affollato. Volti più o meno noti, più o meno famigliari, più o meno sorridenti. Inspiro a fondo. Anche se tutto quello che desidero è rinchiudermi in camera a piangermi addosso mangiando biscotti al cioccolato, devo fare un profondo respiro e scendere giù. Io-amo-il-Natale. Io-amo-il-Natale. Vorrei solo avere la testa saldamente ancorata sulle spalle e non tra le nuvole, è chiedere troppo? Cerco di convincermi che è stato solo un bacio, uno stupido bacio che non conta nulla. Perché è ovvio, che per lui non conta nulla. Quindi perché io devo darci così tanta importanza? Perché sei Jillian McKanzie, risponde una vocina nella mia testa, e sei una stupida sognatrice. Mi concedo un altro profondo respiro, come se l'aria pulita potesse lavar via i ricordi e farmi tornare vagamente lucida. Incrocio lo sguardo della nonna, mentre cautamente inizio a scendere lo scalone, facendo attenzione a non rompermi l'osso del collo scivolando giù dai tacchi vertiginosi che sono costretta ad indossare. Io-amo-il-Natale.
"Jillian, tesoro!" mi richiama all'ordine la madre di mia madre "Vieni qui, ci sono un paio di persone che devi assolutamente conoscere"
Intravedo, alle sue spalle, il volto sorridente di un Tassorosso intravisto qualche volta a Trasfigurazione. Meraviglioso. Non desideravo altro che passare la serata con un membro della Casa più pettegola della scuola. E per la terza volta, dopo ave sfoderato un sorriso abbastanza convincente, inspiro a fondo.
Io-amo-il-Natale.













29/12/2007
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Nebbia. Nuvole bianche si alzano dall'acqua, diffondendosi nell'aria densa e umida; la vasca circolare del bagno dei Prefetti e Caposcuola è piena di schiuma azzurrina, che profuma intensamente di gelsomino. Il silenzio idilliaco è rotto solo dalle risate della Sirena, che si agita nella cornice e si pettina i capelli.
Gli ultimi giorni sono stati, in una sola parola, confusione. Dopo un periodo di stallo, in cui tutto sembrava essere andato al suo posto, gli insegnanti sono stati presi da una mania da interrogazione che ha costretto tutti noi del settimo a infinite sedute di studio matto e disperato. Non abbiamo avuto neppure il tempo di finire di fare le valigie, così il mio baule è rimasto semivuoto e, in effetti, lo è ancora.
Mi sono concessa un bagno per pensare ai brutti fatti degli ultimi giorni senza sentirmi in colpa perché dovrei fare qualcos'altro. L'incontro con la ragazza di Garet Haslett – o presunta tale – mi ha lasciato l'amaro in bocca; è stato come se avessero preso a schiantesimi i miei desideri, già fragili e sul punto di andare a pezzi. Non ho più avuto il coraggio di fermarmi a chiacchierare con i suoi amici, se escludiamo gli incontri ufficiali con Sebastian, solo per paura che arrivasse anche lui. Ammettiamolo, forse mi terrorizzo per nonnulla, ma preferisco prendere le mie precauzioni e non rischiare di non potermi più far vedere in giro perché le voci si sono diffuse.
Esco dalla vasca, sondando prima il fondo della stanza da bagno con attenzione: mi è bastata già una volta la comparsata inopportuna di un prefetto di Tassorosso, che ora non ha più il coraggio di guardarmi in faccia. La grossa pila di asciugamani soffici e profumati mi aspetta sul bordo di marmo della vasca incassata nel pavimento; mi tampono i capelli con delicatezza.
Probabilmente quella sfida è un segno del destino: vuol dire che non trarrei nessun vantaggio a perseverare con questa faccenda di Garet, anzi. E' un messaggio che mi intima di smetterla. D'altronde, ho già abbastanza problemi: oltre alla scuola, che in questo periodo è davvero impegnativa come non lo è mai stata, c'è il problema Tom Riddle e tutto quello che comporta. Non possiamo davvero contare sull'aiuto dei professori, visto che non dà loro alcun motivo di preoccupazione né indizi sulla sua vera inclinazione. Sia Sebastian che Julia, anche se per motivi diversi, hanno messo Riddle in cima alla loro lista di nemici pubblici: non posso che dare loro ragione.
Recupero dalla sedia in angolo il mio maglione di taglio semplice, sportivo, e i vecchi jeans che ho ripescato dall'armadio di mia madre e che lei usava per il Quidditch: anche se mi piacesse farlo, non avrei proprio alcun motivo per vestirmi più elegantemente: l'unico programma che ho per le prossime ore è finire il baule, cenare e scambiarmi i regali di Natale con le mie amiche.
Chiudo la porta, facendo scattare la maniglia e quindi l'allarme eventuali intrusi. Mi dirigo verso la statua di Boris il Basito, alla mia destra, per scendere al quarto piano, da dove sarà ben più semplice raggiungere la torre di Corvonero. Dopo sei anni e mezzo, andare su e giù per la scuola è diventato un giochetto: non dico di conoscerla perfettamente, ma non mi capita quasi più di perdermi. Saltello, atterrando sul pianerottolo del quarto piano: sono le cinque e mezzo, e non ci sono molti studenti in giro. Improvvisamente, poco lontano da me compare l'unico che assolutamente non avrei dovuto incrociare. Garet.
Sta parlando con una biondina piuttosto insignificante, e sembra che stia ridendo di gusto. Affretto il passo, praticamente volando a nascondermi dietro al grosso grifone di pietra che troneggia in mezzo al corridoio; da lì, ricomincio la mia marcia verso la porta che conduce all'ala ovest. Non ho alcuna intenzione di parlargli, e per proprietà transitiva nemmeno di farmi vedere! E poi chi se ne importa se ha una ragazza, a me non interessa. Non più.
« Georgiana! Georgiana! » Oh no. L'ultima volta che qualcuno mi ha urlato in corridoio, ho rischiato di doverla sbudellare. Mi volto lentamente, serrando le mani attorno alla mia tracolla sgualcita. Cerco di assumere un'aria sufficientemente professionale, nel caso sia qualcuno che ha bisogno del mio ruolo istituzionale. Ma di certo Garet non ha bisogno di una Caposcuola; mi sento scuotere tutta dai brividi, mentre si avvicina. Non riesco neppure a salutarlo: mi limito a storcere la bocca, tentando di fare un sorriso.
« Ti devo delle spiegazioni. » Gli trema la voce; sembra davvero preoccupato, e spero che non sia a causa di ciò che sta per dirmi.
«Io... ehm ... sì? » borbotto, cercando di non fargli notare che sto tremando come una foglia.
«Denise ... quella psicopatica. Sì, insomma .. lei non è la mia ragazza. E' una mia amica d'infanzia, ma ha perso tutte le rotelle crescendo. » Si lascia sfuggire una risatina nervosa. Mi fa una certa tenerezza, devo ammetterlo, soprattutto perché si è preoccupato per me. « Immagino che ti abbia spaventata .. beh, ti chiedo scusa. » Abbassa lo sguardo. Aaah, sto andando in brodo di giuggiole.
« ... tranquillo, e grazie delle scuse. Va tutto bene. » Sono commossa dalla sua gentilezza. Faccio per allontanarmi, poi mi fermo. « ... e buon Natale! » gli schiocco un bacio sulla guancia, tanto per non lasciare niente al caso, e me la do a gambe, filandomela verso il mio dormitorio. 



Thump. Thump.
Alt. Cosa sta succedendo? Mi scosto dal viso il piumone, sentendo l'aria gelida del mattino sulla faccia. Dal corridoio provengono tonfi dal ritmo regolare, apparentemente attutiti. Mi rigiro nel letto, sospirando. Anche quest'anno i miei cugini stanno facendo rumore su e giù per le scale, tentando di svegliare tutta la famiglia in modo da aprire i regali al più presto. Lancio un'occhiata all'orologio: le nove e mezzo. Sono resistiti addirittura due ore più del solito, sono quasi stupita.
Mi alzo a fatica, ancora intontita dal sonno; strappo dalla sua gruccia la mia vestaglia blu oltremare e me la infilo, cercando a tentoni le pantofole.
Sophie, Luke e John hanno iniziato a marciare davanti alla porta della mia camera; socchiudo la porta, spiandoli mentre si sussurrano all'orecchio piani criminali per svegliarmi.
« Beh, buon Natale! » li saluto facendoli sobbalzare; si voltano verso di me con aria stupita, per poi corrermi in contro a farmi gli auguri. Sono così teneri: talvolta mi infastidiscono, ma voglio loro troppo bene per arrabbiarmi seriamente. Prendo in braccio Luke, tre anni appena compiuti, e mi dirigo verso le scale: per occuparli finché non si alzeranno i nostri genitori, farò preparare loro la colazione per tutti.
John, nove anni, sta spalmando di marmellata un quantitativo enorme di biscotti quando gli adulti scendono. Ci scambiamo gli auguri, lasciando finalmente liberi i piccoli di correre ad aprire i loro pacchetti.
Mia madre spalanca la finestra, facendo entrare i gufi infreddoliti che stanno aspettando sul davanzale della cucina.
« Georgie, queste sono per te! »trilla consegnandomi un pacchetto di buste. La prima lettera è di Julia, che mi conferma il suo invito ad Oslo per Capodanno: ha organizzato una festa, e non vuole rimanere sola in mezzo ai norvegesi. Ci sono gli auguri di vari amici, ma anche di sconosciuti: la più tenera è quella a nome dei 'tuoi piccoli Corvonero', firmata da tutti quelli del primo.
L'ultima busta è di una bella pergamena spessa, quella che solitamente usa Annette; sono piuttosto preplessa, infatti, quando dentro trovo un foglio bianco, non azzurro, e scritto in una grafia che di sicuro non è quella della mia amica. Dopo poche righe, arrossisco violentemente: mi sento la faccia andare a fuoco. Proprio lui: non me lo aspettavo. Mi fa gli auguri di Natale, e si augura di rivedermi presto a scuola.
Ripiego la lettera e me la poso sulle ginocchia, prendendo in mano i pacchetti che Sophie mi porge.
Buon Natale, già.













08/12/2007
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La sua testa appoggiata al mio seno. Il suo respiro regolare come quello di un bimbo. I suoi capelli che profumano di arancia.
Le nostre gambe sono ancora intrecciate. I nostri corpi si abbracciano. Il nostro calore è rimasto fra le lenzuola, e ci scalda la pelle.
Non riesco a crederci.
Io. Peter. Io e Peter insieme. Io e Peter insieme ancora. Io e Peter abbiamo fatto l’amore. Un sorriso fiorisce sulle mie labbra nell’oscurità. Certo che la vita è strana. Giri immensi per tornare al punto di partenza.
Ieri (già, era ancora ieri) ero andata nella Torre di Divinazione, spinta da un istinto animalesco. Peter era lì. Il resto è stato come un sogno: gesti ed emozioni che mi sembravano troppo vividi. Troppo intensi per essere veri.
Peter era più sorpreso di me quando l’avevo attirato su di me, stesa sul divano. Per un momento si era ritratto ed io mi ero sentita morire, ma lui mi aveva presa per mano e mi aveva portato nella sua stanza. Abbiamo attraversato la Sala Comune di Grifondoro persi nel nostro mondo, e quando avevamo raggiunto la sua camera, lui aveva incantato la serratura. Ed eravamo rimasti soli.
Ed era stato tutto: stupore, paura, piacere,  sorpresa, insicurezza, passione, desiderio. Amore, forse.
Mi sciolgo dalle sue braccia, e inizio a rivestirmi. La biancheria, le calze, i jeans, la maglia. Mi guardo allo specchio. Sono un po’ spettinata.
“Sei bellissima.”mi dice lui, assonnato.
“Devo andare.”
“Lo so.”
Gli sorrido e poi lo saluto con un ultimo bacio.

 
Fra una settimana si va ad Hogsmeade e ho già raggranellato una buona somma. Questo mi rende molto soddisfatta, anche se la mia vita ora è piuttosto frenetica. Gli impegni scolastici piovono addosso a decine; le ripetizioni mi occupano il poco tempo libero disponibile. Non vedo l’ora che tutto questo finisca e lasci spazio alle vacanze di Natale.
Sto aiutando uno studente del terzo anno di Tassorosso, Abel Wyler, con Astronomia quando Jillian mi informa che c’è della posta per me. Mi porge una pergamena arrotolata, chiusa con un sigillo di ceralacca verde. Lo stemma della mia famiglia: una libellula.
“Sono appena andata a ritirare le mie lettere, e visto che c’era anche questo…te l’ho portato. Spero di non aver fatto male.”
“Hai fatto benissimo, Jill, grazie mille. Mi hai risparmiato una trasferta in Guferia.”
Il Tassorosso se la sta cavando abbastanza bene, così lo lascio ai calcoli sull’orbita di Venere e apro la missiva. È una lettera di mio padre, per mia grande sorpresa. Julian Salinger scrive a sua figlia che spera stia bene, e che l’aspetta a casa per Natale. Caspita. Credo che sia la terza lettera che mi manda dall’inizio della scuola: uno dei suoi record di presenza.
La mia mente corre a casa mia. Brighton. Mia zia Diane. Mio padre. I miei nonni. Ma soprattutto la festa di Capodanno. Il galà che la mia famiglia tiene tutti gli anni. Vestiti, risate, cibo squisito, champagne a fiumi. Tremo al solo pensiero, ma non posso sottrarmi. È una tradizione. Butto giù una laconica risposta a mio padre, e mi riprometto di spedirla al più presto, visto che con le feste che si avvicinano trovare un gufo libero diventa sempre più difficile. Patty, la mia gatta, viene a farci visita zampettando sul tavolo. Le lego la mia risposta al collo, e la mando in camera.
Il giovane Wyler inizia a sbadigliare: è al limite, credo proprio che non ce la faccia più.
“Dài, Abel, vai pure. Sei a pezzi. Ci vediamo dopodomani.”
In effetti, anche io sono stanca. Mi stiracchio e chiudo gli occhi per un istante.
“Audrey.”dice la voce di Georgiana Harrington.
“Dimmi.”
Si siede vicino a me.
“Senti, qualche giorno fa ti ho sentita rientrare piuttosto tardi. Sai che non è permesso restare in giro per i corridoi oltre una certa ora.”
“Certo, lo so. È stata una causa di forza maggiore.”
”Guarda, io non voglio dirlo a Crale. Però sarebbe meglio se non succedesse più. Se ci fosse un’ispezione, ci andremmo di mezzo tutte e due.”
“Ho capito. Non è una cosa che faccio di solito. È che…è successo.”
“Bene, allora…basta che non capiti più.”
La rassicuro un ultima volta e poi Georgiana se ne va. È davvero un’ottima Caposcuola, e nessuno si è mai lamentato di lei. Avrebbe potuto benissimo denunciarmi al professor Crale, ma ha preferito parlarne con me. Beh, ha ragione. Le sanzioni sono pesanti. E se mi avessero trovata nella stanza di un ragazzo, non so cosa sarebbe successo.
A proposito, io e Peter non abbiamo più avuto occasione di parlare. Di parlare sul serio. Fra la scuola ed il Quidditch, che ha già ripreso a praticare, siamo troppo occupati. A colazione si vede mai, è già fuori ad allenarsi. A pranzo, va già bene se trovo cinque minuti per mangiare. A cena, spesso sto dando ripetizioni.
Mi manca. E ho bisogno di stare con lui. Soprattutto dopo quello che è successo.
Non so bene come affrontare la situazione. Prendo una matita ed un foglio bianco e disegno uno dei miei ricordi di quella notte.
I nostri corpi, le nostre gambe intrecciate come edera. Il cuore che mi batteva così forte, così veloce da sembrare che volesse uscire dal mio petto. Una miriade di sensazioni nuove, diverse, stupende.
Non credo che per lui sia stato solo il passatempo di una notte.
Per me non lo è stato.
Va bene, basta con queste paranoie. Sono solo le nove e mezzo di sera. Andiamo a cercarlo.
 
Mentre esco dal ritratto che sorveglia l’entrata alla Sala Comune di Corvonero, vedo Blaine Huznestov e Zoe Leroi che parlano. Zoe mi rivolge uno sguardo infastidito, forse disturbata dal mio passaggio. Così mi muovo in fretta per non disturbarli.
Non ho considerato un piccolo particolare. Non conosco la parola d’ordine per entrare dai Grifondoro. E adesso? Noir Varesco arriva al momento giusto.
“Ciao Audrey, cosa fai qui?”
”Dovrei entrare a parlare con un mio amico. Solo che non so la parola d’ordine.”
“Non preoccuparti, vieni con me. Questo amico è Peter Halbury, vero?”
“Sì.”
Noir mi fa un sorrisetto furbo.
“E brava la nostra Audrey…”
Caspita, sono proprio un libro aperto. Nella Sala Comune individuo e saluto alcune persone di mia conoscenza, ad esempio Elliot e le sue amiche, Alice McFly e Samantha Smallet. Micheal è seduto poco distante immerso in una conversazione con Sebastian Lang. Ma Peter non si vede da nessuna parte. Micheal mi urla qualcosa.
“È in biblioteca a studiare.”
Peter?! In biblioteca?! A studiare?! Oddio, dev’essere impazzito. Così riprendo il mio pellegrinaggio e pochi minuti dopo sono in biblioteca. Eccolo là. Peter immerso in un libro dall’aspetto polveroso e antico. Non appena mi vede, lo chiude e salta in piedi. Lo raggiungo, e ci abbracciamo. Il suo profumo mi avvolge come sempre.
Mi cade lo sguardo sulla copertina di cuoio nero. Sulla rilegatura, campeggia il simbolo della Sezione dei Libri Proibiti.
Cosa diavolo significa?












23/11/2007
commenti • tag: amori, speranze, amicizie, serpeverde, grifondoro, corvonero

Caro Jasper,
scusa se sono scomparsa in questi giorni, ma avevo così tante cose da fare che il compito di incantesimi mi è proprio uscito di testa. Comunque, se per te va bene, potremmo vederci dopo pranzo davanti alla biblioteca per mettere a punto gli ultimi particolari.
Jillian

Troppo smielato.

Jasper,
scusa se ci ho messo tanto a farmi sentire. Ti andrebbe di vederci dopo pranzo davanti alla biblioteca per finire il compito di incantesimi?
Jillian

Troppo patetico.

Lewis, ti aspetto davanti alla biblioteca dopo pranzo. Porta la bacchetta. Jill.

Ecco!
Così va bene! Chiaro, coinciso, sintentico e comprensibile. Inspiro a fondo, rimirando orgogliosa il minuscolo lembo di pergamena su cui ho copiato il mio criptico messaggio, prima di allungare la mano verso un tranquillissimo gufo reale che sta sonnecchiando in un angolo. Carezzo delicatamente le piume del volatile, i cui occhi ambrati mi perforano senza pietà.
"Ciao" sussurro mentre mi tende obbediente una zampa affinchè vi leghi il mio messaggio "Mi dispiace disturbarti, ma dovresti portare questo a Jasper Lewis. Serpeverde, terribilmente carino, sesto anno. Si, insomma, l'ultima persona al mondo a cui potrei piacere.." l'animaletto inclina il musetto di lato, guardandomi perplesso. Inspiro a fondo, cacciando le mani gelate nelle tasche dei jeans. Il gufo si alza in volo, disegnando un elegante cerchio sopra la mia testa per poi sparire verso il castello in silenzio, un puntino nero che si muove nel grigio compatto del cielo. Giornata insulsa, penso mentre getto alla meno peggio l'inchiostro, la piuma e la pergamena nella borsa, né sole né pioggia. Solo rialzandomi, mi accorgo dell'ombra che si sta facendo avanti, con un sorriso indecifrabile stampato sulla faccia. Impeccabili capelli scuri, occhi verdissimi. Gli abiti più costosi che si possano trovare addosso a una strega in questa scuola. L'inconfondibile piglio 'sono meglio di te, scostati che sporchi la terra dove cammino' dei Principi di Serpeverde. Ladies and gentlemen, Deirdre Blackster!
Arretro impercettibilmente. Da quanto tempo è lì?
"E così la piccola Jillian McKanzie ha una cotta per il nostro Jasp.." sibila divertita, squadrandomi un paio di volte. Sento le guance bruciare, ma non saprei dire se per quello che ha detto o se per meticoloso esame cui mi sta sottoponendo. Rimango zitta, stringendo forse la tracolla della borsa "Pensi di avere anche solo una minima possibilità con lui?" domanda, incrociando le braccia al petto. Indietreggio, colta alla sprovvista. E' chiaro che è lì da troppo tempo. "Pensi che si presenterà davvero a quel patetico tentativo di appuntamento?"
"Io penso solo di dover portare a termine il compito che Benton ci ha assegnato, nulla di più"
replico cercando di essere più gelida e indifferente possibile. Okay che avevo voglia di vederlo solo per il piacere del suo bel faccino e delle sue battutine, ma non ho nessuna intenzione di lasciare che qualcuno mi sfotta per questo. Non sto facendo nulla di male, in fondo. Ma, evidentemente, lei non la pensa così.
"Oh si, certo. Il vostro piccolo compito" mi sbeffeggia.
Se non fosse che non ho nessuna voglia di entrare nella lista nera dei Principi, l'avrei già schiantata. Una decina di volte, per essere sicura del risultato. Mai, mai fidarsi di una serpe, nemmeno quando sembra innocua.
"Sei libera di pensarla come ti pare" ribatto, superandola. Ma non faccio in tempo a passarle accanto che mi afferra per un braccio e si china su di me, minacciosa.
"McKanzie, attenta. Ricordati che tu non sei niente di più che un passatempo per lui. Niente di più." mi soffia sul viso, con un sorriso serafico, prima di girare sui tacchi e andarsene. Ecco, questo è uno di quei momenti in cui dieci centimetri in più mi avrebbero fatto proprio comodo: non mi sono mai sentita così bassa, piccola e insignificante in vita mia.


Ho lo stomaco chiuso, quando finalmente mi faccio vedere davanti alla biblioteca. Jasper -ovviamente- è già lì, se ne sta appoggiato contro la parete. Non so se l'abbia studiata apposta o se sia un caso, fattostà che la poca luce che entra da una finestra cade esattamente su di lui, avvolgendolo in una sorta di aurea che ha un non so che di angelico. Distolgo lo sguardo, mentre mi avvicino a lui che, non appena mi vede, mi sorride. Ma non è uno dei suoi soliti sorrisi smaglianti, abbacinanti, abbaglianti. E' un sorriso.. buono. Incurva le labbra, la sua espressione si addolcisce. Diavolo. E' un colpo basso questo.
"Ciao" lo saluto, abbandonando tutta la freddezza che mi ero imposta.
"Ciao" replica lui, chinandosi a darmi un bacio sulla guancia. Mi ritraggo, nell'esatto istante in cui le sue labbra si posano sulla mia pelle.
"Co-come stai?" mi informo, incrociando le braccia al petto e fissando il pavimento, senza avere il coraggio di guardarlo in faccia. E se da un lato non vorrei far altro che guardarlo e crogiolarmi all'idea che mi ha dato un bacio sulla guancia, dall'altro le parole di Deirdre continuano a rimbombarmi in testa, minacciose e di malaugurio.
"Io bene, tu? Sei tutta rossa, sicura di non avere la febbre?"
Avvampo ancora di più, se possibile, ma annuisco.
"Tutto bene"
E cala il silenzio. Posso sentire un ragazzo starnutire dentro la biblioteca, tanto silenzio c'è.
"Che dici, andiamo? Se non sbaglio, oggi dobbiamo far pratica, no?" riprende a parlare lui, dopo qualche secondo. Inspiro a fondo. Ecco, parlare di incantesimi mi fa sentire molto più tranquilla.
"Si" esclamo di nuovo pimpante "Tanto mi pare che la teoria sia chiara a tutti e due"
"Senza contare che io ho portato solo bacchetta, come tu mi hai intimato in quel buffo messaggio minatorio che mi hai spedito"
Sorrido, mio malgrado.
"So essere convincente quando serve" dichiaro con una sicurezza che non è mia, facendolo ridere. Mi piace la sua risata, quando non è palesemente forzata dalla necessità.
"Direi! Sembrava che tu mi stessi sfidando a duello o giù di lì!" ride ancora, scompigliandomi i capelli. Scoppio a ridere anche io, attirandomi le occhiate di un paio di Tassorosso curiose. Tra loro riconosco Elizabeth Hale, che mi guarda stupita e subito si china a bisbigliare qualcosa ad una sua amica. Ci sarà di che parlare a cena, oggi.
"Che dici, avranno abbastanza di cui parlare stasera, affogandosi di budino al caramello?" commenta Jasper, chinandosi a sussurrarmi all'orecchio con una luce divertita nello sguardo. Apperò.
"Stavo pensando esattamente la stessa cosa" confesso senza nascondere lo stupore.
"Siamo in sintonia, McKanzie" ridacchia lui, guidandomi verso quelle che sembrano le scale che portano al secondo piano. Lo blocco, dirottandolo nella direzione opposta.
"No, non andiamo lì. Conosco un posto migliore, vieni"
Oh, cavolo. Per la sua espressione, in questo momento, vale veramente la pena sopportare le minacce della Blackster.


Io amo gli incantesimi.
Non c'è motivo al mondo per cui non debbano funzionare, sono magia allo stato puro. Senti il potere che fluisce dal tuo sangue alla bacchetta e poi fuori, in un fascio di luce che farà esattamente quello che tu gli hai detto di fare. In questo caso, un vecchio cuscino rattoppato sta per essere strappato dalle mani di Jasper, per poi dissolversi e ricomparire nella mia mano sinistra.
E infatti, eccolo qui. Brutto come la fame, ma perfettamente integro.
Sorrido, alzando lo sguardo su Lewis, che alza i pollici trionfante.
"Sei davvero sicura che fosse la prima volta che lo provavi?" domanda, tornando al mio fianco. Annuisco, orgogliosa, buttando qualche appunto sun foglio di pergamena. Lo sento fischiare, ammirato.
"Sei un drago, Corvonero"
Rabbrividisco.
"Non chiamarmi Corvonero" bisbiglio, scostandomi. L'unica persona che lo fa mi inquieta al punto che sentirmi chiamare così mi fa pensare automaticamente a quel pomeriggio in biblioteca. E non è esattamente qualcosa che amo ricordare, specie se poi penso che il ragazzo al mio fianco è una delle persona che sempre più spesso ruotano attorno a Riddle.
"E perché no?"
"Perché non mi piace. Perché ho un nome ed è pure molto grazioso, quindi perché non usarlo?"
ribatto scrollando le spalle. I miei motivi mi appartengono, in fondo.
"D'accordo, d'accordo!" ride lui, lasciandosi cadere su una coperta stesa a terra. Siamo in una vecchia serra abbandonata, dimenticata dal posto, nascosta da un folto gruppetto di quercie. Sembra quasi di essere nel cuore della foresta, in effetti, per questo mi piace stare qui. Via dalla confusione di Hogwarts.
"Di un po', come l'hai scovato questo posto?" mi chiede, quando mi siedo accanto a lui, abbracciandomi le ginocchia.
"Al secondo anno. I miei mi aveva appena scritto dicendomi che mia nonna stava male e..." mi blocco, guardandolo. Ma gli interessa davvero o fa solo finta? Non sei niente di più che un passatempo, mi ricorda Deirdre dai più nascosti anfratti della mia mente. Dannata, lo sapevo già. Ma tu sei solo un ricordo di questa mattina, mentre Jasper è qui, è accanto a me, è reale, è...
"Stava male e...?" mi incita a proseguire. Sembra sinceramente interessanto.
"E la sola idea di restare nel castello mi faceva soffocare, così sono scappata dalla lezione di Pozioni e, vagando su e giù, ho trovato questo posto" Guardo la punta delle mie scarpe. Anche quel periodo, è qualcosa che non amo particolarmente ricordare. Mi posa una mano sulla testa, come a dirmi che non è importante. Sorrido "Ed è il posto che più amo della scuola" concludo.
"E così sei scappata da pozioni" se la ride lui, sdrammatizzando "Sicuramente a Lumacorno si sarà spezzato il cuore!"
"Non tanto quanto credi, sono troppo geniali con gli incantesimi per provocare una rottura definitiva"
lo correggo, pizzicandogli delicatamente il naso. Mi stupisco poco, quando sento le sue dita stringersi attorno al mio polso delicatamente. Ancora meno quando il suo respiro arriva a solleticarmi il naso. Eppure, volto il capo e le sue labbra vanno a posarsi sulla mia guancia. Sospira, senza staccarle. Se ne rimane così, per qualche attimo, prima di scostarsi e lasciare il mio polso.
"Scusa, ma non..." balbetto imbarazzata. O dispiaciuta? Chi lo sa.
"Non ti scusare, Jillian" mi rassicura lui, riavviandomi una ciocca di capelli "Non importa"
Maledizione, maledizione, maledizione! Ho rovinato tutto. Sono proprio un'idiota. Lo guardo mentre prende un mio quaderno dalla borsa e lo apre, sfogliando a casaccio le pagine, e non posso fare a meno di pensare a quanto sia bello. A quanto sia divertente passare il tempo con lui. Merda, merda, merda.
"Sai una cosa?" dice dopo un po', posando il mio quaderno e guardandomi dritta negli occhi "Ero fermamente convinto che fosse tutta una scusa per uscire con me. Sono proprio scemo, eh?" Scoppia a ridere, lasciandosi cadere di schiena sulla coperta.
Non posso fare a meno di imitarlo, ringraziandolo silenziosamente per aver smorzato, una volta ancora, la tensione creata da me. Gli sorrido, alzandomi sulle ginocchia e poi piegandomi in avanti, le mani posate per terra accanto al suo viso. I miei capelli cadono, come una cortina dorata, attorno ai nostri visi, mentre mi chino fino a posargli un bacio sulla fronte.
"No" sorrido, tornando a sedermi "Non sei del tutto scemo"


Jasper se ne è andato da un bel po'. Sono rimasta sola, nel mio piccolo rifugio tra le quercie, a sgarbugliare i miei pensieri. Cielo, che pomeriggio! Ne ho di cose da raccontare a Izzy, stasera! E sono sicura che, come al solito, sotrgerà un po' il naso ma, sotto sotto, sarà contenta per me e, dopo qualche battutina velenosa, mi schiocchierà un grosso bacione e mi dirà che mi vuole tanto bene. Sospiro, guardando l'ultimo raggio di sole lasciare la serra per sparire dietro gli alberi: è ora di andare. Sono stata via anche troppo e domani ho, tanto per cambiare, Aritmanzia. Nonostante gli aiuti di Audrey, i miei progressi sono veramente pochi e non è che la cosa mi renda entusiasta.
Mi alzo in piedi, recuperando le mie cose, e scivolo fuori dalla porta socchiusa, nella scarsa luce di un tramonto quasi completamente consumato. Man mano che mi avvicino al castello, incontro sempre più frequenti gruppetti di studenti che si attardano all'aria aperta, chi fumando una sigaretta e chi semplicemente chiacchierando. Saluto con un cenno Laura, la mia nuova compagna di stanza. Le ricambia soffiandomi un bacio e facendomi l'occhiolino.
Quasi non mi accorgo di andare a sbattere contro Elliot Clark.
"Jillian!" mi chiama con un sorriso, facendomi tornare con i piedi per terra.
"Elliot, ciao" le sorrido -e non posso fare diversamente, questa ragazza è talmente adorabile che chiunque le sorriderebbe- "Non ti avevo vista, come stai?"
"Bene, grazie. Stavo aspettando Micheal, aveva gli allenamenti di Quidditch"
"Oh, sarà ancora con la testa tra le nuvole, conoscendolo"
commento con una stretta di spalle. Lei ride.
"Si, hai ragione!"
"Se vuoi possiamo andare assieme a prenderlo"
le propongo. Sono troppo felice per starmene al chiuso, non esiste al mondo una stanza che potrebbe contenere la mia felicità.
"Volentieri, ma non vorrei disturbarti.." esita, titubante. Scuoto il capo.
"Nessun disturbo" la rassicuro, avviandomi al suo fianco.
Ci mettiamo poco ad arrivare allo stadio e ad arrampicarci sulle gradinate. Manco a dirlo, Micheal e tutta la squadra sono ancora lì, sulle loro scope, a disegnare complicatissimi schemi nel cielo sempre più nero. Ci rassegnamo all'idea di aspettare, accoccolandoci all'ombra di una torre, quando sento una voce famigliare, da un punto non ben precisato alle mie spalle.
"E così hai passato il pomeriggio con la piccola Corvonero, ah?"
Edward Norwood. E la persona con cui sta parlando, è sicuramente Jasper Lewis. Vedo Elliot sollevarsi e guardarmi incuriosita: le faccio cenno di aspettare un attimo, per sentire la risposta.
"Si. E' quasi fatta. Tempo due giorni e potrò fare di lei quello che mi pare e piace"
"Prima di passare ad un'altra" ride l'altro principe, presto imitato da Lewis.
Com'è che tutto d'un tratto il mondo non ha più suoni?
Vedo la bocca di Elliot muoversi, ma è come un pesciolino fuor d'acqua che boccheggia. Leggo il dispiacere nei suoi occhi chiari, sento la sua mano sulla mia spalla. Ma dalla sua bocca, non esce alcun suono. C'è solo la voce di Deirdre, che riecheggia perpetua nella mia testa di colpo vuota di ogni pensiero. Non sarai mai nulla più di un passatempo. Tutto d'un tratto, il pomeriggio appena finito non mi sembra più bello come cinque minuti fa. E nonostante cerchi disperatamente di convincermi che devi esserci una ragione che sfugge alla mia comprensione, dietro tutto questo, non posso fare a meno di pensare che la Blackster aveva dannatamente ragione.  Mai fidarsi di una serpe.
Nel cielo, è spuntata la prima stella della sera.













23/11/2007
commenti • tag: amori, malinconia, speranze, serpeverde, dubbi, litigi, grifondoro, corvonero, momenti imbarazzanti

Il preside Dippet  è seduto di fronte a noi, e ci guarda con un’espressione sconsolata.
“Ho già parlato con il caposcuola di Grifondoro in separata sede. In ogni caso, sono molto deluso dal vostro comportamento. Voi, che siete fra gli allievi migliori delle vostre Case.”
Beh, mi dispiace se l’ho deluso, se l’abbiamo deluso. Ma in questo momento pagherei oro per trovarmi al di fuori di questa storia squallida. Alla mia sinistra, c’è il mio caposcuola, Georgiana Harrington ; poi Tom Riddle, ovvero il caposcuola dei Serpeverde, e infine Lucas. Una stupenda riunione per parlare dell’accaduto durante la partita della settimana scorsa.
“Signorina Salinger… lei è stata la causa involontaria del fatto. Non credo che sia necessario punire lei o la sua Casa per quanto successo.”
Mi limito ad annuire: ci manca soltanto che mi punisca anche il preside. Come sto adesso è più che sufficiente. Forse si vede, forse si vedono le mie occhiaie, forse si vede che sto male. O forse no, le occhiaie stavolta sono ben coperte dal fondotinta, cerco di mantenere i nervi saldi.
“Signor Forsythe… non posso comportarmi nello stesso modo con lei. Lei ha volontariamente provocato la caduta e il ferimento di un altro studente della scuola. Anche sorvolando sul fatto che avrebbe potuto morire nell’incidente, non posso che prendere misure esemplari.”
Come, ‘anche sorvolando sul fatto che avrebbe potuto morire’? Non credo alle mie orecchie. Ma ormai sono abituata alla sfacciata predilezione di Dippet per Riddle: di certo se l’è lavorato per bene, nei ritagli di tempo che gli lascia la Merrythought. 
“In conclusione, lei è esonerato dal gioco del Quidditch, dal suo ruolo di Cercatore e a Serpeverde saranno tolti i punti di vantaggio che ha accumulato sul suo inseguitore più prossimo.”
Caspita, questa sì che è una punizione esemplare. A questo punto, potrebbe dargli un buffetto ed aggiungere ‘questo non si fa’. E chissà che non lo faccia fra poco: Dippet congeda me e Georgiana, mentre trattiene gli altri due.
Mentre torniamo nel nostro dormitorio, lei mi dice:
Mi dispiace, Audrey. Lo so che è stata una presa in giro.”
“Non preoccuparti. Non è colpa tua se le cose vanno così in questa scuola.”
Avrei voglia di distruggere tutto. Senza pensare estraggo la bacchetta.
Ma Georgiana mi afferra il polso, senza dirmi nulla: mi guarda fissa negli occhi. ‘Non farlo’ mi sta chiedendo ‘Non ridurti ad un animale ferito’. Capisco: non vuole che faccia gesti inconsulti, che potrebbero aggravare la situazione già non leggerissima. Ripongo la mia bacchetta, e mormoro:
“Grazie. E scusa.”
Lei mi fa un cenno con il capo, e forse sta per aggiungere qualcosa, ma incontriamo il professor Silente che se la porta via per non so quale motivo. Così mi ritrovo da sola mentre mi dirigo verso la Torre di Corvonero. Vicino ad una finestra aperta, c’è Blaine Huznestov che fuma, lasciando entrare tutto il freddo.
“Ti dispiacerebbe chiudere? Sto gelando.”
Lui mi guarda con il suo solito sorrisetto ipocrita e mi dice:
“Ehi, Audrey, non prendertela con me se sei di cattivo umore. Al tuo ex spasimante è andata anche troppo bene.”
“Chiudi il becco, Blaine. Non sono dell’umore.”
“Peccato che tu non lo sia mai. A proposito, secondo te come la prenderà Benedicte?”
E adesso chi è questa? Benedicte? Mi sono persa qualcosa e Blaine lo deve aver capito dalla mia espressione, perché aggiunge:
“Benedicte, la fidanzata di Lucas. È a Beauxbatons, quindi qui il caro Serpeverde aveva campo libero con l’universo femminile.”
Ormai quello che riguarda Lucas non mi interessa più. Ai miei occhi ha perso credito a sufficienza. Così riesco a fargli un sorriso anch’io ed a rispondere con voce flautata:
“Ma bene, così lo avrà tutto per sé. Non la invidio per niente. Blaine, a dopo. Vedi di chiudere quella finestra e anche di piantarla di fumare, o ti beccherai un raffreddore.”
E con questo ultimo avvertimento da madre interessata, lascio quel bambino viziato alla sua sigaretta.

La pace non dura mai a lungo. Anzi, di solito è più che altro una tregua fra due conflitti armati. Così io sto andando in tutta tranquillità nelle serre, dove ho dimenticato il libro di Trasfigurazione. Manco a dirlo, eccolo là che spunta accanto al vaso della mandragora. Lo afferro e mi volto per tornare indietro, ma sulla porta della serra ecco la sagoma di Lucas, che entra e chiude la porta. Me lo aspettavo. Magari non in questo momento, non in questo luogo… ma me lo sentivo che presto ci sarebbe stato un confronto fra noi due. E allora che sia qui, in mezzo a un luogo brulicante di vita. Con lui, lui che ha cercato di dare la morte.
“Lucas, ti ascolto.”
“Io… non so cosa dirti.”
Cominciamo bene.
“Spiegami una cosa: ma tu pensi davvero che io possa credere a quello che mi hai detto in infermeria? Mi prendi per scema o cosa? Ti ha visto uno stadio intero, Lucas.”
Lui fissa un punto indefinito davanti ai suoi piedi.
“Sei stato tu. E quindi ti prego di smetterla di giustificarti.”
Come un bambino. Un bambino che per evitare una punizione dice di non essere stato lui a rubare la marmellata. Solo che qui la situazione è più complessa.
“Non intendevo quello. Ma stavamo litigando! Non l’ho fatto apposta. Credi che farei davvero del male a Halbury?”
Non gli rispondo.
“Va bene, forse gliene farei. Ma di certo non lo farei precipitare da quindici metri con uno stadio intero che ci guarda.”
“E per cosa litigavate allora?”
Che domanda stupida. Però sento di doverla fare. E lui non dice nulla. Vuol dire che l’argomento di quella pacifica conversazione ero io. Eh, già sono un genio.
“Io non lo so che cosa voglio. Di sicuro adesso non voglio stare neppure nella stessa stanza con te.”
A testa bassa, esco dalla serra stringendo il libro di Trasfigurazione fra le braccia, come se potessi aggrapparmi a quel volume per avere un po’ di forza in più.
Delusa. Da me, da Lucas, da Peter. Vorrei tanto non aver mai conosciuto nessuno dei due.

Ormai sono gli ultimi giorni che Peter sta in infermeria. Domani, tornerà in camera sua e riprenderà le lezioni regolari. Ho incontrato spesso i suoi compagni di classe mentre gli portavano compiti o appunti, e quasi tutti mi rivolgevano uno sguardo strano: un misto di avversione, pietà e fastidio. Oggi sono sulla porta dell’infermeria, quando incontro Alice McFly ed Elliot che se ne stanno andando. Alice mi guarda di sfuggita e mi saluta in fretta, mentre Elliot si ferma qualche istante. Parliamo di Peter e Micheal, poi ci accordiamo per vederci più tardi, magari fuori nel parco se le condizioni del tempo lo permetteranno.
Quando entro nella stanza, il malato è alla finestra. Quando sente il rumore della porta che ruota sui cardini, si volta e mi saluta con un sorriso. Fa per tornare a sdraiarsi, ma zoppica in modo palese e sul suo viso si dipinge una smorfia di dolore che cerca di dissimulare.
“Aspetta, ti aiuto.”
“No,no, ce la faccio da solo.”
Non gli do retta e mi avvicino, quasi abbracciandolo per sorreggere i suoi passi. Il tappeto però gioca uno scherzo ai miei piedi, visto che sto camminando all’indietro, e poco dopo ecco che ci ritroviamo per terra, uno sopra l’altra. Perlomeno gli ho attutito la caduta. Che idiota che sono, esce da un infortunio del genere e io lo faccio cadere. E poi, cadere in questo modo. Il peso del suo corpo è dolce e non greve come potrebbe sembrare dal suo fisico allenato di Cercatore. Pian piano riusciamo ad alzarci senza fare altri danni, e io mi sento il volto in fiamme.
“Scusami. Sono maldestra, lo sai.” gli dico, mentre lo faccio distendere. Ormai sono una crocerossina.
“Ma figurati…anzi, è stata una caduta piacevole.”
Mi sorride, quasi contento della situazione. E io che non so cosa dire, posso solo annuire come una stupida e sedermi accanto a lui. Il suo volto prende un’espressione più seria quando mi chiede se ho saputo della punizione imposta a Serpeverde ed al suo Cercatore.
“Sì, c’ero anch’io quando Dippet gliel’ha comunicato. E mi è sembrata una vera sciocchezza.”
Parliamo un po’ dell’argomento, finché una lacrima non mi scende su una guancia. In questo periodo mi sembra di non fare altro che piangere.
“Audrey, cosa succede? Non piangere, ti prego.”
Già, lui odia, odiava vedermi in lacrime.
“È che sento che sia stato tutto colpa mia.”
Peter mi prende per mano e mi dice:
“Non è vero. Audrey, forse tu sei stata la causa remota. Ma in quel momento io ho scelto di litigare, noi abbiamo scelto di litigare…e poi è successo quel che è successo. Tu non c’entri nulla. Avremmo potuto benissimo sfogare i nostri istinti in campo. Invece ci siamo comportati da stupidi.”
Questo rincuora un po’ la mia parte razionale. Mi asciugo gli occhi e lo abbraccio in modo inconsulto. Poco dopo, sento che sobbalza. La spalla sinistra deve fargli male, ci è caduto sopra. Così lo sciolgo dalla mia stretta.
E così, Peter, in un freddo pomeriggio di novembre, con il cielo color acciaio, e neppure un raggio di sole che filtrava fra le nubi, mi ruba un bacio.












18/11/2007
commenti (3) • tag: malinconia, speranze, amicizie, grifondoro


“Ciao, mi ha fatto molto piacere ricevere tue notizie.
Avevo paura, paura che tu mi incolpassi per tutto quello che ti è successo … che ci è successo.
Mi dispiace per tutto quello che hai dovuto passare, mi dispiace per il ricovero e per il trasferimento.
Non abbiamo lottato , nessuna di noi due l’ha fatto, forse perché eravamo sfinite.
Pearl, il nostro rapporto ci stava logorando non è così che dovrebbe essere un sano rapporto di amicizia, non è in quel modo che due ragazze della nostra età dovrebbero passare le loro giornate.
Io ho chiuso, Pearl, ho chiuso con gli eccessi, con le pazzie, con le manie di protagonismo, ho toccato il fondo e ora sto cercando di risalire, faticosamente ma sembrerebbe che ci sto riuscendo.
Noi siamo due ragazze molto fragili, molto sofferenti, tu hai i tuoi motivi e io ho i miei.
Negli ultimi mesi tiravo avanti pensando “intanto tra poco finisce la lezione mi chiudo in camera e poi se trovo il coraggio mi ammazzo, si mi ammazzo, non vedo l’ora” era questo quello che mi fava la forza!, io  non voglio più ridurmi così.
La sera in cui ti sei sentita male ho capito una cosa: io non voglio morire, io voglio vivere e lo voglio fare per Lara che ha tanto bisogno di me, per mio padre che ha già perso sua moglie, ma voglio vivere anche per te Pearl e per me, per quelle che soffrono come noi, perché uscirne è possibile.
Mi dispiace, questo sarà il primo anno che passiamo separate, il primo anno che passerò ad Hogwarts da
sola e ho paura, ho tanta paura credimi.
A proposito! quest’anno ho cominciato con un po’ di ritardo perché è successa una cosa strana: gli ultimi
giorni di agosto mio padre ha ricevuto una strana telefonata dalla Russia e allora siamo partiti tutti quanti per Mosca.
Papà non ci ha spiegato assolutamente niente ci ha solo pregato di non fare domande, io non le ho fatte anche perché mi ero appena ripresa dallo shock del tuo malore e non mi andava di aggiungere qualche altra preoccupazione.

Lara invece si è molto arrabbiata ma papà è stato irremovibile.
Siamo rimaste lì fino a ieri, papà ogni tanto scompariva e poi riappariva senza dirci niente, probabilmente ci saranno guai dal passato, non lo so.
Ma non voglio tediarti con queste storie!, quest’anno Lara comincia il suo primo anno ed è emozionantissima all’idea di conoscere i suoi idoli, io invece sono molto preoccupata come puoi facilmente capire, non mi fido di loro.
Appena li vedo ti saluto Elliot e company, saranno felici di ricevere tue notizie.
Ti prego fatti sentire presto.
Ti voglio bene
Noir V.”

Ho letto e riletto questa maledetta lettera cento volte da quando siamo salite su questo treno, Lara mi sta seduta accanto e legge una rivista di moda babbana con interesse.
Non lo so, mi sento strana, sento un magone in fondo allo stomaco, forse sono emozionata di tornare ad Hogwarts da sola, in fondo ho sempre avuto Pearl al mio fianco lei non era soltanto la mia migliore amica, mia sorella nell'anima, ma era anche la mia protezione, colei che mi dava la forza nel bene o nel male se avevo lei al mio fianco potevo dire e fare qualsiasi cosa, lei mi trascinava e io mi facevo trascinare.
Ora, forse, sarò soltanto una ragazza solitaria un pò snob che sta per conto e suo e che un tempo era una delle cattive ragazze più in voga di Hogwarts, tra l'altro a me non me n'è mai fregato niente della nomina che mi ero fatta, le persone tendono sempre a dare delle etichette "cattiva ragazza" ma che significa? io ero triste e mi facevo del male, mi infastidisce l'idea di essere spiegata i due parole.
"Noir, pensi che io bionda starei male?" mia sorella mi chiama "si, e poi Deirdre è castana non lo sai?"
"eheh simpatica, per essere come lei mi ci vorrebbe più di una semplice tintura" io la guardo divertita "per fortuna!" sbotto "vedi di non immischiarti in guai più grandi di te quando arriveremo!".
Mia sorella è dolce, è carina, ma delle volte davvero non riesco a capirla, forse è perchè in fondo è solo una bambina ma come può una persona essere così eccitata all'idea di incontrare una ragazza senza particolari doti e con la quale non ha mai parlato prima?.
Ho paura che lei possa deludere le sue aspettative, ma forse no, forse Deirdre se la prenderà a cuore oppure più semplicemente la ignorerà completamente.
Spero che ignorino me quest'anno, non credo di avere la forza di combattere ancora contro i mulinia vento senza Pearl al mio fianco, ma intanto alla fine di fronte ad alcune scappate dei principi non riuscirò sicuramente a stare zitta!.
Uffa, non vedo l'ora di rivedere Elliot, Alice e Samantha, sono delle brave ragazze, Elliot sopratutto, lo scorso anno ha cercato di aiutarmi in tutti i modi è sempre stata molto gentile con me, l'altro giorno mi ha mandato una lettera per informarsi di che fine avessi fatto, è stata l'unica.
Mi ha detto che Eveline se ne è andata dalla scuola per un pò per problemi famigliari e poi mi ha raccontato dell'ennesima figuraccia di Marcus Hannigan, è davvero un gran casino quel ragazzo!.
Mi ha anche detto che Ephram Dicker gli ha chiesto quale fosse il mio indirizzo di casa, ogni tanto l'anno scorso ci vedevamo in biblioteca e parlavamo un pò, più che altro io lo prendevo in giro per via del suoi modi di fare, ma fingevo perchè io adoro il suo modo di fare, è molto intelligente e abbiamo molte idee in comune sopratutto per quanto riguarda i principi e le principesse.

Lo smistamento di Lara è avvenuto durante la cena, io sarei morta di vergogna se il primo anno mi avessero smistata così, lei però era solo eccitata.
E' stata messa a Serpeverde, non che mi dispiaccia ma in fondo al cuore, forse, avrei preferito atro per lei, avrei preferito tenerla lontana dai principi.
Appena entrata in sala grande non ci vedevo davvero più dalla fame, avevo il cuore in gola e vivevo mille emozioni tutte insieme, Elliot mi ha vista entrare ha fatto un cenno a Samantha e a Alice che mi sono venute in contro sorridenti.
"Noir mi hai fatto prendere un spavento! ma non lo usi mai il gufo??" mi sbotta Elliot con la faccia imbronciata, "Elliot non scocciarla non lo vedi che è stanca e affamata??" fa Alice "si Noir vieni a sederti vicino a noi!" mi invita Samantha.
Mi metto a sedere un pò sconcertata dal caloroso benvenuto, sinceramente non credevi di essere così ben voluta a scuola, soprattutto dopo i fatti dello scorso anno, i festini e tutto il resto.
"Noir, Noir" una ragazza molto carina, con i capelli ricci e biondi mi chiama dal tavolo perpendicolare al quello dei Grifondoro, "Noir come va? stai bene?" è la ragazza che lo scorso anno mi ha fatto ripetizioni di Artimanzia, Dio quanto odio quella materia!, lei però è riuscita a farmela apprezzare un pò di più, Audrey! ecco come si chiama "si bene grazie!!" le rispondo sorridendo "bentornata" mi fa lei e poi si rimette a sedere.
Un brivido mi percorre il corpo e un sorriso radioso mi si stampa in faccia, forse quest'anno non sarò sola come avevo previsto.
Una ragazzetta spocchiosetta dal tavolo di Serpeverde fa ad alta voce per farsi notare dai principi seduti poco lontano "ma tu guarda che gente volgare! si mettono a strillare nel bel mezzo della sala!" alla sua amica seduta vicina a le, poco dietro e seduta mia sorella che mi guarda con gli occhi da cerbiatta spersa, sto per replicare quando Deirdre,  guarda la ragazzetta e gli sussurra suadente "ti prego taci, non sai cosa dici, questa ragazza fa i festini più chic di tutta Hogwarts, non è vero?" non mi stupisco, è sempre abbastanza misteriosa in tutto quello che dice o che fa "non quest'anno" rispondo a voce bassa guardandola negli ochhi "ah gia! manca l'attrazione principale!" ride a voce alta, poi mi guarda negli occhi e sorride sinceramente "forse è meglio così" io le sorrido e me ne torno al tavolo.

E' quasi mezzanotte ma non riesco a prendere sonno, è stata una giornata strana per me, emozionante, forse sono le emozioni che non mi fanno dormire.
Sarà pure una snob razzista ma Deirdre sa il fatto suo, non mi sopporta lo so, e io non sopporto lei, ma non è mai stat fuori luogo o volgare nei suoi attacchi, non mi sarei mai potuta immaginare una nemica migliore!.
Decido di alzarmi dal letto, mi dirigo verso la porta ed esco dal dormitorio, non si potrebbe ma alla fine i custodi fanno sempre uno strappo soprattutto per me.
Dalle ampie finestre del castello vuoto entrano la pallida luce della luna, adoro il castello, l'ho sempre adorato sopratutto la notte.
Entro in biblioteca, mi metto a sedere su una panca di legno con la bacchetta in mano e sussurro "lumos"
la punta della bacchetta si illumina, mi guardo un pò intorno, mi alzo.
Dall'altra parte del salone vedo un'altra piccola luce smmersa dai libri, mi dirigo verso di essa.
A metà percorso esclamo: "Ephram!!" lui si alza e lo vedo, per fortuna c'ho preso, penso tra me e me.
Lui sorride, mi piace quando sorride, ha il sorriso di un bambino felice, peccato che lo faccia solo raramente.
"ehi Noir! che ci fai qui di notte?" esclama, io lo guardo corrucciata "hai solo questo da dirmi?" lui mi sorride "no in effetti no ... lo sai che gli elfi domestici del castello, delle volte, quando vengono a sistemare le nostre stanze provano le nostre cose?" io lo guardo sconcertata "emozionante" sospiro "che stai facendo qua da solo? che leggi?" mi dirigo verso il tavolo pieno di libri e prendo l'unico aperto, i fiori del male di Charles Baudelaire  "wow non credevo ci fossero libri del genere qui" Ephram mi gurda, si avvicina e mette la sua mano sul tavolo poco lontano dalla mia "mi piace, avevi ragione tu, non è pesante" li per lì non capisco poi mi ricordo di un giorno do marzo dello scorso anno in cui gli parlai di Baudlaire uno dei miei autori preferiti "te lo sei ricordato?" gli chiedo sorpresa "non lo mai scordato" mi risponde lui "sei ingrassata, stai meglio così" mi fa "grazie Ephram ora sto molto meglio" "si l'avevo intuito, ora va a dormire domani sarà una giornata pesante" "e tu?" gli faccio io "io leggo mi sono appassionato sai?".














09/11/2007
commenti • tag: amori, malinconia, speranze, amicizie, serpeverde, dubbi, grifondoro, corvonero

Cerchiamo di pensare positivo.
Non credo che Lucas mi ucciderebbe, se venisse a sapere che ho rischiato di distruggere il suo amato Mantello dell’Invisibilità. Insomma, non è colpa mia se era vicino al camino e, mentre cercavo di attizzare il fuoco, una minuscola brace è andata a finire del bordo della stoffa. Ridacchio un po’ fra me: chissà come farebbe a raggiungere la sua Corvonero senza il Mantello.
Stamattina mi aspetta un’ora di Astronomia che non ho proprio voglia di seguire. Me ne andrò nel parco a fumarmi una sigaretta. Chissà, magari incontro qualcuno che mi fa un po’ di compagnia.
Jillian Mc Kanzie sta uscendo di corsa dalla Sala Grande, a testa bassa, mentre mormora qualcosa. Non mi vede neppure, così quando mi passa accanto le afferro un braccio, costringendola a fermarsi. Rischia di inciampare, e poi si volta, fissandomi con l’espressione di un Basilisco in collera.
Non mi sembra molto propensa al dialogo. Non riesco a trattenere un sorriso: possibile che io la metta così in imbarazzo? Si vede che la mia apparizione in versione doccia ha lasciato tracce. Tracce indelebili, direi. È il potere della bellezza, che devo dire.
In ogni caso, io non ho proprio voglia di sorbirmi due ore di Crale. Così le faccio una proposta:
Ho un'idea… dal momento che siamo tutti e due palesemente in ritardo per andare a lezione, perché non ne approfittiamo e andiamo a vedere se quelle famose aule del secondo piano sono vuote?”
Le aule vuote del secondo piano: quanti ricordi di gloria. Se non ci fossero, metà degli studenti di Hogwarts sarebbe ancora vergine.
Con mia grande sorpresa e inenarrabile dispiacere, la piccola Corvonero rifiuta e inventa un po’ di storie per depistarmi. Mi lascia assicurandomi che si farà viva lei, per poi scappare via verso la sua lezione, mentre io rimango da solo. Chi mai accompagnerà quest’anima perduta nel suo viaggio verso la pigrizia di una mattinata senza scuola? Nessuno, a quanto pare.
Oggi scende una pioggia sottile e insistente, ma niente in confronto al mezzo uragano di qualche giorno fa. Sotto la tettoia c’è già Peter Halbury che fuma nervoso. Mi appoggio alla ringhiera sotto il tettuccio spiovente, e mi accendo una sigaretta.
“Che giornata del cavolo.” inizio. Sono una persona molto gioviale, adoro parlare con la gente. E adoro anche punzecchiarla.
“Già.”
“Hai visto che duello l’altro giorno? Tutto per te, amico.”
Lui annuisce in silenzio. Assumo un’espressione pensosa.
“Lucas non ne è stato molto felice, sai, del coinvolgimento della sua bella. Potrebbe fartela pagare.”
Halbury non mi risponde più, ma questo non è importante. Gettato il seme, non resta che innaffiarlo, e la pianta crescerà rigogliosa.
Non mi preoccupo per Lucas: quello che ho detto è la pura verità. Diciamo che ho solo sollecitato un po’ gli eventi: la sfida con Grifondoro, la prima della stagione si avvicina. Allenamenti su allenamenti, tattiche su tattiche, Pluffe su Pluffe. Io, Violet Traviston, e Buddy Kane abbiamo il nostro bel daffare per svolgere il nostro dovere di Cacciatori. Ma il più incattivito è Lucas. Già, sfiderà il suo rivale in amore, il Cercatore dei Grifondoro.
Io e Violet non riusciamo a trattenerci dallo scoppiare a ridere ogni volta che ne parliamo, nei momenti di stanca delle partite di allenamento. E il povero Geert Wellington, uno dei nostri Battitori, ci guarda senza capire: mi chiedo come Deirdre possa stare con un tizio così tardo. Sarà il fascino dell’orsacchiotto.

 
Edward e io in camera. Lucas sarà dalla sua dolce Corvonero, Morgan chissà che fine ha fatto. Ed sta leggendo un libro piccolo e consunto, che porta il marchio della Sezione dei Libri Proibiti. Merito di Riddle se l’ha in mano.
Mi decido ad affrontare il discorso.
“Allora, sempre più amici tu e Tom, vero?”
“È uno da tenere in grande considerazione, lo sai.”
“Senza contare che è un ottimo Legilimens.”
“Jasper, smettila.”
“E allora tu insegnami. Insegnami a praticare la Legilimanzia.”
Edward mi fissa torvo. Credo che se lo aspettasse. È dall’inizio dell’anno che so di questo suo potere. Potere che condivide con Tom Riddle, motivo per cui si esercitano insieme.
Ma adesso anch’io voglio impararlo.
“Va bene. Da domani ti darò lezioni.”
Annuisco, sorridendo. Il mio amico è decisamente di cattivo umore: non è riuscito avere un qualsivoglia contatto umano che vada 'oltre' con la Diamond, ne è troppo disgustato. Il vertice lo abbiamo toccato l’altra sera, appena tornato dalla visita alla torre dei Corvonero, dove io lo avevo accompagnato; si era aggiunta a noi anche la ragazza di Micheal Parker, dopo che l’avevamo salvata da un agguato di Jack Adams. Avevo salutato Ed all’ingresso con parole di incoraggiamento.
Due ore dopo era tornato distrutto nello spirito, e mi aveva fatto davvero preoccupare. Anche Deirdre era scesa dal dormitorio femminile, pronta a redarguirlo per la sua stupidità nello stipulare scommesse a destra e a manca, ma era rimasta sconvolta dallo stato in cui era il nostro amico.
Per chiudere la cornice, Violet Traviston aveva fatto la sua comparsa. E lì ho pregato quasi con disperazione che Ed non se ne accorgesse. Invece aveva girato il capo, e l’aveva vista.
Ed si alza in piedi e mi dice:
“Ti muovi? O non vuoi più partecipare alla caccia al tesoro?”
Così uno dopo l’altro ci cacciamo sotto la doccia e ci vestiamo per l’occasione. Questa caccia al tesoro è davvero un mistero. Non si sa chi l’abbia organizzata, né chi siano i partecipanti. Però è un valido antidoto alla noia, visto che la scuola non ha organizzato niente di ufficiale.

 
Quando si dice: il giorno dopo. Mi alzo dal letto decisamente tramortito e barcollo fino in bagno, pronto a uccidere chiunque si frapponga fra me e la doccia. Poi mi faccio la barba, mi lavo il viso e così riesco ad assumere la parvenza di un essere umano. Occhi segnati dalle occhiaie, espressione viva quanto quella di un lombrico: signore e signore, ecco a voi Jasper Lewis dopo una nottataccia.
Dopo la caccia al tesoro, che ovviamente ho vinto, me ne sono tornato in camera con la compagna peggiore che potessi trovare: una bottiglia di vino. Dopodichè mi sono abbrutito per bene, brindando alla mia stupidità.
Mai come ieri si è sentito il distacco fra noi quattro, fra i Principi. Eve è lontana fisicamente, ma noi lo siamo moralmente. Anzi, a dir la verità, io e Deirdre siamo lontani. Ed cerca di barcamenarsi fra noi due, e non gli do torto se a volte me ne dice quattro per le mie azioni non proprio cristalline. Ma non è solo questo: è come se si fosse creata una spaccatura fra noi, come se si fosse rotto un solido equilibrio. Stiamo cambiando, stiamo cambiando tutti. Forse Deirdre mi vede per la prima volta sotto un’altra luce, come ragazzo che può sbagliare. Non che non abbia mai commesso errori… ma erano solo sciocchezze. Belinda invece… avrei dovuto lasciarla perdere. Come Ed con Utopia. Non sono riuscito a controllarmi, a voler bene vedere non saprei neppure ben dire perché non mi sono fermato prima del disastro. Bastava mandarla via dopo un bacio. Invece no, Jasper ha fatto il bambino: voleva quello che aveva davanti e se ne fregava delle conseguenze. Ho preso tutto alla leggera, troppo alla leggera. Quanto vorrei che Eve fosse qui, quanto vorrei chiederle un consiglio.
Jasper, sei un idiota. Per cosa esiste la posta se non per comunicare con chi ci sta lontano? Mi siedo allo scrittoio, prendo un foglio di pergamena con lo stemma della mia famiglia e intingo la penna nell’inchiostro:
 
Cara Eve,
quando gli amici sono in difficoltà chiedono aiuto agli amici. E quindi eccomi qui…
 
Così inizio la mia lettera: in men che non si dica, ecco che ho riempito tre fogli. Deirdre, Ed, i genitori di Eve, le condizioni di suo padre…ne ho di cose da scrivere, da dire, da raccontare. Poi raggiungo la Guferia, dove una Grifondoro, credo si chiami Samantha Smallet, sta impostando una lettera sull’ultimo volatile disponibile. Già, io non ho molta simpatia per gufi e simili(quindi questo posto mi infastidisce già di suo), e neanche per i Mezzosangue. Combinazione astrale incredibile, questa è al momento sbagliato, nel posto sbagliato, con le ascendenze sbagliate. Va da sé che non mi faccio molti problemi: mentre sta arrotolando la pergamena, io lego la mia missiva alla zampa di un barbagianni dagli occhi dorati, che prende il volo subito dopo.
“Guarda che era mio quell’uccello!”
“Sì, ma tu stavi perdendo tempo, così l’ho utilizzato io. Era una cosa urgente.”
“Anche la mia!”
“Allora la prossima volta vedi di muoverti.”dico, mentre esco da quel luogo malsano.

 
La risposta di Eve non si è fatta attendere: mi ha sbattuto in faccia la sua opinione sulla faccenda e poi mi ha spiegato quello che secondo lei dovevo fare. Ovvero andare da Deirdre e chiarire la situazione, rimanendo lì fermo di fronte a lei finché non avessimo fatto pace. Le sue parole coincidono con quello che pensavo di fare, quindi ora ho un ulteriore sprone. Mi preparo psicologicamente: sotto la doccia, a colazione, durante la mattinata scolastica, a pranzo. Verso le cinque del pomeriggio, vado a bussare alla porta della sua stanza. Mi apre una Serpeverde che non ho mai visto lì, e che quasi subito se ne va. Io e Deirdre restiamo soli, in silenzio. Lei è distesa sul letto a leggere una lettera, di Eve credo. Mi guarda con i suoi occhi belli e immoti, quasi come quelli di una statua, e aspetta che io parli. Mi faccio coraggio, e tossisco per darmi un tono.
“Deirdre, è andata troppo avanti questa storia. Dobbiamo finirla.”
Lei si alza in piedi e continua a fissarmi a braccia conserte. Poi si scosta i capelli dal viso.
Intravedo nei suoi occhi la luce di una lacrima: mi slancio verso di lei e la abbraccio, come non accade da troppo tempo. Dopo qualche istante di rigidità, le sue braccia mi cingono la schiena, e sento che piange, in silenzio, sulla mia spalla.
La mia Dè. Appena riprende il controllo, mi scosto e dico:
"Non farò mai più idiozie del genere. Ti rispetterò sempre. Rispetterò le persone a cui vuoi bene. Cercherò di crescere, di cambiare da quel bambino immaturo che sono."
Deirdre si limita a guardarmi negli occhi per un minuto che dura un secolo.












06/11/2007
commenti • tag: malinconia, speranze, amicizie, serpeverde, festeggiamenti, corvonero

"...mi mancate.... Avrei tanto bisogno delle nostre risate per sollevarmi il morale. Questa situazione sta diventando ogni giorno sempre più insostenibile...Non vedo l'ora di parlarvi e di vedervi di nuovo. Vostra sempre, Eve.". Rileggo non so quante volte queste frasi che concludono la lettera di Eve, la prima da quando è partita. Mi immagino che lei sia qui, al mio fianco. Riesco quasi a vedere i suoi lunghi capelli biondi e il suo sorriso, che riserba a pochi soltanto. Non siamo mai state separate, noi, e il destino ci ha voltato le spalle proprio nel momento in cui abbiamo più bisogno l'una dell'altra. Ormai è l'alba e una luce chiara e flebile penetra dalle finestre del primo piano del nostro dormitorio. Mi nascondo sotto le coperte, nel caldo abbraccio del mio letto. Stringo la lettera e chiudo gli occhi; non voglio aprirli, non adesso, non oggi, mai.
Non riesco ad addormentarmi. Vorrei tanto riuscire a non pensare, ma è impossibile, quindi mi alzo, forse facendo qualcos'altro riuscirò a rilassarmi: già, ma perchè non ci riesco? Scelgo i vestiti ad una velocità record e mi chiudo nel bagno. Pochi minuti dopo sono già pronta, un fatto anomalo per me. Una volta uscita dal bagno noto che Violet e Amber non si sono ancora alzate così ne approfitto per un giro nel castello.
E' quasi surreale camminare nella scuola nel silenzio più assoluto, tutto sembra più grande, più maestoso, e trasmette quella sensazione di calma, che sto bramosamente cercando in questi giorni. Non riesco mai a stare sola, sempre circondata da ragazzine urlanti e isteriche che cercano di prendere il posto di Eve ed entrare così nel nostro gruppo. Devo ammettere che alcuni tentativi sono davvero patetici, anche se al tempo stesso hanno un lato positivo: più studenti volenterosi di appagare ogni mio desiderio. Non devo più preoccuparmi dei libri, di dover cercare del materiale per i compiti, di andare fino alla guferia per spedire lettere, e di molto altro ancora, però in compenso non mi lasciano in pace per più di 5 minuti. Alcuni mi si asserviliscono tanto da risultare ridicoli, e riescono a farmi sorridere. Provo un pò di pena in fondo per loro: qualsiasi cosa facciano per noi, nessuno prenderà mai il posto di Eve; ma alla fine...meglio così! Tutta questa storia risulterebbe alquanto divertente se una delle candidate più determinate non fosse Amber: ultimamente sopportarla sta diventando davvero un compito impossibile, soprattutto per i miei nervi. Ovunque vada, con chiunque stia, lei c'è sempre. La prossima volta che mi vedrò con Geert, ho paura che sarà un appuntamento a tre!
Ormai qualcuno dovrà essersi svegliato, penso e così mi dirigo alla Sala Grande. Entro e, neanche a dirlo, è vuota. Mi siedo al solito posto: prima o poi qualcuno arriverà.
"Deirdre che ci fai qui sola?"
"Salve prof..aspetto che arrivi qualcuno".
Osservo i lunghi baffi biondi e i capelli, che si fanno sempre più radi al centro ogni giorno che passa, e i vestiti, i cui drappeggi sono finemente decorati e all'apparenza molto costosi, almeno per un insegnante.
"Sola? strano...comunque colgo l'occasione per informarti dell'inizio delle riunioni del Lumaclub e...", prende da un taschino improbabile alcune pergamene, "questi sono gli inviti ufficiali, uno per te, e gli altri per i tuoi Principi. Ne ho uno anche per Eve, ma aspetto prima il suo ritorno.". Sorrido e prendo le pergamene rilegate da un fiocco grigio per "..non fare preferenze tra le case". Ci congediamo fin troppo gentilmente come al solito. Lumacorno, che uomo opportunista. Tra le sue file di 'eletti' si trovano solo persone che hanno alle spalle famiglie importanti, o illustri antenati. Altri invece perchè eccellono in una qualche materia, ma in maniera davvero eccezionale.
La Sala comincia a popolarsi, e tra i Serpeverde, tra i primi del mio anno ad arrivare ci sono stranamente Jasper ed Ed. Ognuno di noi è distratto da qualcosa, come fossimo indefferenti per quello che ci accade intorno. Intanto la tensione regna sovrana tra di noi: odio questa situazione.
"Ho qualcosa per voi...". Gli consegno gli inviti di Lumacorno"... e ho anche una lettera di Eve.". La prendono immediatamente dalle mie mani e si immergono avidamente nella lettura.
"Non è molto lunga...e non dice niente sulle condizioni del padre..."
"Probabilmente non ha avuto molto tempo per scrivere...", dico sorseggiando la mia tazza di thè. Parliamo ancora a lungo, da parte mia più con Ed che con Jasp; cerco di evitare direttamente i suoi occhi. Tra le molte novità di cui vengo a conoscenza solo ora, c'è anche la storia della Clark. Avevo notato degli atteggiamenti strani nei suoi confronti da parte di Adams, ma per lui in fondo è una cosa normale, quindi non mi sono allarmata più di tanto. Quello che mi ha veramente sorpreso è che si siano offerti di accompagnarla e farle da scorta. "In quest'ultimo periodo vai pazzo per le mezzosangue Ed...ti sei dato al volontariato?". Alludo anche alla scommessa su Medea. Devo confessare di essere rimasta molto sorpresa da tutta la faccenda, però a pensarci bene...è proprio da Ed. Tutto ciò che ad altri risulta impossibile anche il solo pensiero, per lui costituisce solo un stimolo irrefrenabile.
"Ma guarda si parla del diavolo....". Medea è appena entrata in sala e saluta da lontano Ed. Poco dopo di lei entra anche la McKanzie, alla quale, non posso fare a meno di notare, Jasp regala un grande e caldo sorriso. Un sorriso che conosco fin troppo bene. La ragazza ricambia con un sorriso appena accennato e il suo viso si colora di un leggero rossore. Ci sta cascando anche lei, d'altronde è inevitabile.
Un bacio affrettato mi fa distogliere lo sguardo dai due burattinai, per concentrarmi sulla persona alle mie spalle: Geert.
"Buongiorno!"
"Buongiorno a te, sei riuscito a risolvere il tuo problema?"
"Si, certo...ma che hai, sei triste?".
Nessuno sa leggere i miei stati d'animo meglio di Geert.
"Malinconica diciamo...ma mi dici come fai?"
"A fare che?"
"...a capire quello che provo!"
. Mi guarda negli occhi e mi risponde con una spontaneità e un'ingenuità che appartiene solo a lui..."Perchè ti conosco!". Detto questo comincia a mangiare e a parlare con i suoi compagni d'anno. No Geert, tu non mi conosci davvero, se mi conoscessi probabilmente non vorresti nemmeno stare con me. "Hai troppa fiducia in me...", sussurro appena, in modo che nessuno possa sentirmi. Già, nutre una fiducia pressoché illimitata per Dè, la sua 'piccola', ma non ha ancora conosciuto Deirdre, la vera me. Deirdre non ama nessun altro al di fuori di se stessa e dei suoi Principi, ma ama essere amata, è vendicativa, manipolatrice e a tratti crudele.  Lo fisso mentre ride e penso a quanto siamo diversi io e lui; in fondo so che abbiamo ideali e convinzioni diverse che un giorno ci porteranno a prendere strade opposte. Perchè sto con lui? Perchè riesce a darmi una sicurezza che nessuno mi ha mai garantito: la sicurezza di essere sempre amata, adulata, protetta e sostenuta. Questo non è amore, è solo il frutto della mia vanità...
Urla, boati, cori e ovazioni, neanche fossimo ad una partita di Quidditch, accolgono la Salinger al suo ingresso in Sala. Eh si...in questa scuola c'era proprio bisogno di una nuova eroina...naturalmente sono sarcastica. Il tavolo dei Corvonero non è mai stato così energico come in questo momento. In realtà la ragazza sembra, a buon ragione, più imbarazzata che orgogliosa mentre si dirige frettolosamente verso la sua amica mezzosangue. Che scena patetica.
"Dovrebbe godersi questo momento di gloria, visto che non le capiterà più...". Ma parlo quasi al vento, visto che non riesco a far valere la mia voce sulla urla.
Finalmente il trambusto si calma e il silenzio giunge trionfante con la 'cattiva' della storia: Alice Knox. Chi delle due è più insopportabile? E' una bella gara: la irascibile Grifondoro o la combattiva Corvonero? Il mio umore scende a livelli mai raggiunti prima quando, con mio grande disappunto, Ed Jasp e Lucas si dirigono proprio al tavolo delle Corvonero.
"Ma guarda, tutti dalle dolci corvonero...". dico continuando a fissare il tavolo che ho proprio di fronte.
"Non mi dire che sei gelosa..."
"Gelosa io?? Di quelle? Sei fuori strada."
"Se lo dici tu..."
,

Trasfigurazioni: per me, l'ora più difficile tra tutte, e anche l'ultima ora quest'oggi.
Guardo Ed in banco con Medea usare tutte le sue infallibili mosse da vero sciupafemmine: non vedo l'ora di sapere se vincerà o meno la scommessa e, nel caso vinca, non so se complimentarmi con lui per la vittoria o compiangerlo per la sua stupidità. Mentre sperimenta le sue rinomate e ormai celebri tecniche da seduttore cronico l'occhio mi cade sull'ingenua ragazza: si può essere più idiote? Come fa a sperare davvero che uno con la reputazione di Ed tenga a una impura come lei: un tipico esempio di quanto siano stupidi i mezzosangue. Guardo Violet per cogliere una qualche reazione, ma inutilmente: quella ragazza è davvero impossibile da smuovere, ma in fondo Ed le piace ; Gli istinti il più delle volte hanno ragione sulla volontà. Certo che tra tutte le purosangue che ci sono nella scuola, proprio l'unica che non ne vuole sapere doveva andarsi a prendere!
La lezione non mi interessa affatto e il mio compagno di esercitazione è poco meno di un idiota nonostante sia un Corvonero, quindi il mio sguardo vaga incessante per la classe. Capto una risata sommossa e la mia attenzione si concentra così sulla coppia Lewis-Mckenzie. Come fa Geert a pensare che io sia gelosa, insomma, siamo realisti! Mi irrita solo il fatto di non sapere lo svolgersi della storia da Jasper, visto che non ci parliamo. Però quei due hanno l'aria di divertirsi molto...ma cosa ci sarà di così tanto divertente? Voglio ridere anch'io. "Fammi ridere.", ordino al mio compagno.
"Cosa scusa?", mi risponde quello.
"Ho detto fammi-ridere!Quale parte non ti è chiara?"
"Ma...io..."
"Allora?!"
, chiedo infine stizzita E' proprio uno stupido. Continuo a guardarlo minacciosa e il suo viso passa dal rosso vivo al bianco pallido in pochi secondi.
"Qualcosa non va signorina Blackster?". Ecco ci siamo, arriva il 'difensore dei deboli' e 'protettore degli innocenti'..., alias Silente.
"Si figuri prof! Stavo spiegando a..."guardo il ragazzo con aria interrogativa
"em...Pe...Peter!"
"...a Peter come si esegue una trasfigurazione ottimale!"
. Ho il viso tirato in un sorriso falso mentre sono seduta in mezzo al ragazzo più stupido che abbia mai visto, e il professore più odioso della scuola: un mix vincente.
"Allora continuate pure...". Tono gentile, voce accondiscendente, come se mi sopportasse per davvero. Si alza appena gli occhiali a mezzaluna e infine si allontana. Lancio uno sguardo assassino all'indifeso 'Peter' e spero sia abbastanza acuto da intuire che non voglio avere niente a che fare con lui.
Finisce l'ora e scappo da quella gabbia dritta nel corridoio. Due ragazze si lanciano in una dura battaglia verbale per potermi portare i libri, e manca poco che una delle due finisca in infermeria. Per me l'importante è che si sbrighino! Infine la ragazzina rossiccia del 4 anno ha la meglio sulla mora coetanea e così la incarico di portarmi i libri in dormitorio. Sembra felice.
"Scusa Deirdre...".mi volto a guardare il ragazzo che ha parlato. Avrà all'incirca 15 anni."questo è per te.".
Mi porge un biglietto e poi se ne va. Lo leggo: è di Geert. "Piccola non ti ho ancora chiesto se vuoi venire a Hogsmeade con me! Ne sarei onorato e devo dirti una cosa importante. Ci vediamo stasera, un bacio Geert.". C'era bisogno di un biglietto?!

Non vedo l'ora di liberarmi di quest'orrida mantella, chi mai ha potuto privare persone come me di mostrare a tutti il loro innato senso dello stile? Mi precipito in camera, ma la suo interno trovo qualcosa che mai mi sarei aspettata: Ashleigh Hale, una serpeverde.
"E tu chi sei?" , gli chiedo d'impeto, una volta entrata.
"Sono Ashleigh Hale, una tua..."
"So perfettamente chi sei, intendevo dire cosa ci fai tu qui! Sei nella stanza sbagliata tesoro."
"Ti sbagli, quello è il mio letto."
. Che abbia sbagliato io stanza? No, è impossibile. Guardo alla mia sinistra Violet e più in fondo sulla destra Amber, finchè realizzo che il letto che sta indicando non è altri che quello di Eve. Nessuno può osare usurpare il suo letto. Tutti si comportano come se non dovesse più tornare ma non è così: lei tornerà, lo so.
"Cosa?? Non se ne parla, torna nella tua camera immediatamente!". Violet osserva divertita la scena, mentre Amber annuisce dal fondo della stanza, come se servisse davvero a mio sostegno.
"Ma...io..."
"Ho detto torna-nella-tua-stanza! Quel letto è di Eve, solo ed esclusivamente suo!"
, ormai sto urlando.
"Ci sono problemi Deirdre?". Lumacorno, il nostro direttore, arriva alle mie spalle, probabilmente destato dalle mie grida.
"Si, le dica che questa non è la sua camera!"
"Mi spiace deluderti ma le è stata assegnata dal preside in persona...non posso fare niente nemmeno io a questo proposito..."
. Sgomenta è dire poco e arrabbiata non è la parola giusta per descrivermi in questo momento. Direi furiosa. Esco da quel manicomio e ma ne vado per la scuola: in questo momento qualunque luogo è meglio della mia stanza!

Festini proibiti, divertimenti illegali, alcool a fiumi: è proprio arrivato Hallowe'en. Questa festività non è altro che un pretesto per fare follie di ogni genere, e il fatto di avere una maschera per coprire il volto rende i timidi audaci e gli audaci...ancora più audaci.Quest'anno però la festa è stata tutta una sorpresa, nonostante non fosse iniziata nel migliore dei modi: praticamente tutti gli studenti hanno voluto partecipare a quella ridicola gara stile 'caccia al tesoro'. Per dimostrare cosa poi? Davvero non li capisco...
Il mio fantastico vestito è sprecato se non c'è nessuno a cui mostrarlo, e ora la sala comune è praticamente vuota (escludendo quelli non degni di essere presi in considerazione). Anche Geert mi ha abbandonata e ora...che faccio? Le ali mi pesano sulle spalle,ma decido comunque di scendere nella sala grande dove spero ci sia qualcuno. Dalla disperazione mi getto in conversazioni inutili con studenti ancora più inutili ma che sanno apprezzare una bella ragazza quando la vedono. Il mio vestito bianco risalta decisamente tra gli altri abiti macabri: è stata un'ottima idea il colore chiaro.
Dopo essere stata toccata da sguardi invidiosi, adoranti, ammirati e minacciosi, esco dalla Sala Grande per dirigermi alla dormitorio: la caccia ormai dovrebbe essere finita. Una volta entrata però rimango delusa: nessuno. Mi butto sulla poltrona rammaricandomi del fatto di aver sprecato la serata di Hallowe'en in questo modo, finchè una persona amica varca la soglia del dormitorio: Ed. Si siede al mio fianco.
"Hai visto sono un' angelo..."dico con poco entusiasmo, "allora hai vinto?"
"E ne dubiti?"
. Domanda stupida, certo che non ne dubitavo. Passano parecchi secondi di silenzio che occupiamo guardandoci e poi, senza preavviso e senza un motivo valido, scoppio in lacrime. Di nuovo, anche se mi ero ripromessa di non farlo più. Carico Ed di tutti i miei problemi e dei miei timori, come facevo una volta con Jasp: è proprio lui l'argomento centrale della nostra conversazione. Mi assale un senso di mancanza e ripenso alla lettera di Eve 'mi mancate...', e non sai quanto mancano anche a me i Principi, perchè non siamo più gli stessi da quella sera. Quella sera maledetta. Abbraccio d'impeto Ed, nella speranza di aggrapparmi così a ciò che eravamo.
"Grazie...", gli sussurro nell'orecchio. Lo penso davvero perchè adesso so che ci sei, Ed, e forse ci sei sempre stato per me, ma non me ne sono mai accorta.
Spengo la luce della mia stanza mentre si riaccende in me la speranza. Dè, Eve, Ed, Jasp di nuovo insieme come prima. Io ci credo davvero, e voi, ci credete?  













 

serpeverde

Edward Norwood

Edward appartiene ad una delle famiglie londinesi purosangue più prestigiose, la famiglia Norwood. All'età di undici anni, prima di ricevere la lettere per Hogwarts, si imbatte in un grave scontro dove suo padre perde la vita per mezzo dell'Avada Kedavra. Da allora Edward si è chiuso in se stesso diventando un tipo freddo e scontroso. Giurando vendetta a suo padre, nell'estate del suo tredicesimo compleanno decide di trasferirsi per un mese a casa di uno zio, un mago molto particolare, amante di tutto ciò che è illegale. E' proprio grazie agli insegnamenti di questo zio che Edward conoscerà le tre maledizioni senza perdono e si interesserà ancora di più alla magia oscura. Figlio unico, è al sesto anno di Hogwarts. Il cappello parlante non ha avuto nessun problema a trovare la sua collocazione infatti, Edward, ha tutte le qualità per far parte della casata dei serpeverde: astuto, furbo, viziato e ambizioso, oltre ad odiare con tutto il cuore coloro che non sono "puri". E' molto schietto ed è considerato tra i più bei ragazzi del quinto anno. E' dotato di occhi grigi dalle sfumature verdi molto profondi, capelli scuri e un fisico perfetto. Norwood ama mostrarsi sempre ben vestito e curato. Ha un unico vero amico, Jasper Lewis suo coetaneo e compagno di casa. I due si trovano spesso in compagnia di Eve Sanders, Deirdre Blackster e Morgan Lancaster, formando un gruppetto unito che passa la maggior parte del tempo a violare le regole e a sminuire gli altri. Le sue materie predilette sono pozioni e arti oscure in cui è anche molto portato.

Jasper Lewis

Sesto anno. Suo padre Leonard è un eminente ricercatore, e, dopo la morte della moglie Mary, l’ha cresciuto da lontano, essendo spesso via per lavoro; il padre gli regala tutto ciò che vuole, anche se la cosa di cui Jasper avrebbe più bisogno è il suo affetto, soprattutto dopo la morte di Sean, il fratello maggiore a cui era legatissimo. Jasper in parte rivede Sean in Edward Norwood, la persona a cui è più affezionato, e in Lucas Forsythe, anche se non al livello di Ed. Ha un’indole scontrosa, e non manca di ambizione, ma possiede una grande insicurezza di fondo; Edward conosce la sua fragilità, e dunque lo sostiene sempre. Spinge Lucas a provarci con Audrey Salinger, perché pensa lui stesso che sarebbe una bella preda, ma ne è intimidito a causa del carattere risoluto e poco manovrabile della ragazza. Purosangue dal fisico longilineo, con occhi verdi e capelli castano chiaro, è un casanova, come il suo compagno di stanza e di anno, e non si preoccupa dei sentimenti delle ragazze a cui ruba il cuore (e di solito anche qualcos’altro); le uniche con cui riesce a mantenere un legame sono Eve e Deirdre, in particolare con quest’ultima. È un buon studente, e dimostra una particolare predisposizione per Incantesimi, che conosce molto bene. Vorrebbe diventare un abile Legilimens come Edward, ed è esperto nell’uso delle Maledizioni Senza Perdono. Gioca nella squadra di Quidditch come Cacciatore.

Deirdre Blackster

Deirdre Blackster discende da una famiglia antica e potente di maghi purosangue. Come tutti i membri della sua famiglia disprezza le persone che hanno sangue impuro, definiti mezzosangue, e maggiormente i babbani. E' una ragazza castana, alta e sottile, e dagli occhi verdi e molto intensi. Nel complesso, Deirdre è una ragazza molto bella ed è pienamente consapevole di esserlo. Frequenta il sesto anno a Hogwarts ed è stata smistata nella casata dei Serpeverde, come lei tutti i membri delle sua famiglia (anche Belinda e Utopia, sue sorelle gemelle, sono al quarto anno serpeverde). Dal carattere caparbio, astuto è inoltre vanitosa, viziata e molto determinata a raggiungere il proprio obiettivo: il potere. Per raggiungerlo Deirdre si finge sempre disponibile con tutti quelli della sua Casa e con i professori, mascherando così la sua vera indole e mostrandosi in questo modo ‘perfetta’. Nonostante la popolarità,c’è solo una persona che la riesca a capire davvero, e questa è la sua migliore amica, Eveline Sanders. er la scuola è sempre in giro col gruppetto formato da Edward Norwood, Jasper Lewis, Morgan Lancaster e , naturalmente, Eve. A scuola Deirdre riesce sempre molto bene grazie alla sua dedizione allo studio, indispensabile per il suo ideale di perfezione che si è prospettata.

Violet 'Vi' Traviston

Sesto Anno. Primogenita ed erede di Bartholomew Traviston, conte del Goulcestershire, viene al mondo presso Upton St.Leonard's, cittadina non lontana dalla tenuta dei Traviston e dalla città di Goulcester. Violet dimostra già precocemente una inclinazione naturale alla magia, alla quale vengono posti dei freni tramite la ferrea disciplina a cui viene abituata sin da piccola e un ampio numero di istitutori a cui viene affidata la sua istruzione. Trascorre l'infanzia nel maniero di famiglia, situato su una scogliera a strapiombo sul mare. Sviluppa un'intensa passione per il disegno, oltre ad un carattere piuttosto chiuso. Compiuto l'undicesimo anno di età, viene iscritta ad Hogwarts. Lodata per l'assiduità nello studio, brilla soprattutto nelle Pozioni e a partire dal terzo anno fa parte del LumaClub del professor Horace Lumacorno. La condotta della ragazza non è impeccabile quanto la sua pagella, ma non si può considerare una criminale o un pericolo pubblico - si limita a compiere qualche bravata, o almeno co ì vuole far credere. In genere viene considerata una snob: oltre all'origine nobile, la loquacità non è tra le sue doti, e preferisce evitare il più possibile i Grifondoro e i Tassorosso. A differenza di molti compagni ed amici, si rapporta in modo non cordiale, ma perlomeno rispettoso con i figli di Babbani. Chi la punzecchia fino ad estorcerle qualche parola lo fa a suo rischio e pericolo: la quindicenne conosce l'arte di colpire con le parole, ed ha nel corso degli anni affinato il suo sarcasmo pungente. Agisce quasi sempre di testa sua, depreca il gioco di squadra, seleziona i suoi amici con scrupolo.

Scarlett Lywelyn

econdogenita di Lord e Lady Lywelyn, , i maghi più famosi e potenti della contea Irlandese. Purosangue al cento per cento, Scarlett conta una ferrea istruzione nell’arte magica che pratica, con successo, fin da piccolissima. Scaltra per dote, diffidente per natura, risulta complicata da comprendere una creatura come lei. Più simile ad un labirinto, a livello intellettivo, che ad un normale essere umano. Spigliata ma al tempo stesso introversa, ha l’abitudine di studiare con meticolosa cura le persone che le si avvicinano, che trovano difficoltoso, a volte, anche solo instaurare un dialogo. Dalla parlantina eclettica e svelta ( spesso velenosa ), riesce a far precipitare chiunque non abbia sicurezza quando le si porge confidenza. La sua schiettezza, a tratti brutale, la porta ad essere un tipo che si odia o si ama, senza vie di mezzo. Tuttavia, il suo aspetto da innocente ragazza le consente di giocare una carta in più quando vuole raggiungere i suoi obiettivi. Non molto alta, ma dal fisico perfetto possiede due grandi ed espressivi occhi verdi, con sfumature castane, che le imperlano il viso, ed una chioma fluente dalle tinte d’ebano. Caparbia, volitiva, possiede una calma che le assicura di mantenere sangue freddo anche nelle situazioni peggiori. Non ama parlare della sua famiglia. Fratello Aedan a parte, verso cui nutre un affetto totale e sincero…nonostante non ne condivida le ideologie sull’indifferenza verso i babbani. Si concede allo studio con buona volontà riuscendo brillantemente. Pratica il corso di magia per circa 5 anni presso Durmstrang , ma riesce a convincere con abile mossa e complicità della famiglia Norwood i suoi genitori a mandarla ad Hogwarts, che considera di sicuro una spanna al di sopra rispetto le altre scuole di magia. Curiosa, dalla mente aperta, ama poter avere sempre un quadro completo delle situazioni che le si palesano di fronte. Guai quando qualcosa sfugge alla sua mente vigile. Punto chiave, le persone che le stanno vicine, e che lei trova simpatiche ( e ciò capita di rado ), possono senza alcun dubbio fidarsi ciecamente. Così come per gli schemi della sua mente le piace essere assolutamente perfetta in ogni situazione. Gli incantesimi attuabili mediante ipnosi sono quelli che le riescono magnificamente. L’induzione è, senza alcun ragionevole dubbio, la sua mossa vincente. Viene vista spesso in compagnia di Edward Norwood, Jasper Lewis e Deirdre Blackster. Adora e studia la magia oscura con interesse sempre crescente.


grifondoro

Julia Versten

Settimo anno. Di origini norvegesi, Julia è nata a Oslo in una tiepida giornata estiva, figlia di un mago e di una Ondina (ninfa delle acque): per questo adora l’acqua, elemento che riesce a manipolare con facilità grazie al sangue materno. La sua risolutezza e caparbietà, talvolta la fanno risultare antipatica o troppo competitiva, ma la rendono un’ottima giocatrice di Quidditch, che pratica nel ruolo di Cacciatore. In campo scolastico se la cava abbastanza bene, in particolare in Trasfigurazione e Difesa contro le Arti Oscure, benché non apprezzi molto la professoressa Merrythought. Pur essendo all’ultimo anno, non ha ancora ben chiaro il suo futuro, anche se è molto affascinata dal lavoro di Auror, per il quale sarebbe portata grazie al suo coraggio. Nonostante la sua origine purosangue, ritiene che le distinzioni in base alla purezza di stirpe siano inutili e stupide, poiché la magia è un dono che tutti i maghi e le streghe possiedono nello stesso modo. L’anno scorso è stata Prefetto di Grifondoro, insieme con il suo migliore amico è Sebastian Lang(adesso Caposcuola), che ha conosciuto il primo giorno di scuola ad Hogwarts: sono legatissimi, ma non vi è alcun interesse romantico fra loro, poiché si considerano come fratello e sorella. Di solito ha rapporti difficili con le ragazze: in genere le sembrano troppo interessate ad argomenti futili, ma è buona amica di Georgiana Harrington. Non ha mai avuto un ragazzo serio, perché di fondo è molto timorosa dell’amore e della perdita di controllo sulla propria vita che può conseguirne. Ha una sorella più piccola, Ida, che frequenta il sesto anno, innamorata pazza di Tom Riddle, per disperazione di Julia, che invece non può vederlo a causa della sua aria di superiorità e della sua arroganza nei confronti dei Mezzosangue.

Damian Denholm

Sesto anno, Grifondoro. Figlio di un potente mago e di una strega residenti negli Stati Uniti. Purosangue, ma con idee ben diverse da molti suoi “simili”. Aperto, socievole, spigliato. Dalla parlantina vivace, e svelta. Raramente riesce a star zitto, e quando questo accade, le probabilità del suo malumore sono altissime, per non dire stratosfericamente certe. Schietto, sincero, non ama mascherare i propri pensieri. Dice tutto quello che pensa, senza preoccuparsi mai. Conscio del fatto che non vuole, in alcun modo, incappare nella menzogna, che considera una scappatoia per persone con la coda di paglia. Divertente e scherzoso, ama la vita e tutto ciò che gira attorno ad essa. Vive ogni attimo come fosse l’ultimo, non ama i rimpianti, né le mezze frasi. O tanto meno le opere incompiute. Coinvolgente, riesce a raggiungere ogni obiettivo percorrendo sempre la strada più difficile, poiché le ritiene ring decisivo per la formazione completa del suo essere. Punta sempre al massimo in qualsiasi cosa, più che per superbia, per rispetto verso se stesso.

Elodie Baudelaire

Elodie Baudelaire frequenta il quinto anno nella casata dei grifondoro. Figlia di padre mago e madre veela, ha preso da quest'ultima gran parte della sua bellezza. Definita da molti una bambola di porcellana, forse per la sua reale somiglianza ad esse: lunghi boccoli biondi che le circondano il viso dalla pelle diafana, guance rosate, profondi occhi blu. Ha un carattere molto sensibile, fa difficilmente amicizia e raramente si affeziona in modo forte alle persone, per paura di doverle un giorno perdere. Chi riesce ad entrare nel cerchio delle sue amicizie è sicuro di avere accanto una vera amica: fedele, comprensiva, che dà tutto pur di far star bene la persona che le è a fianco. Testarda e lunatica alle volte, un'enterna indecisa che però non si fa condizionare dagli altri. Non ha pregiudizi verso le persone ma tende molto a selezionarle, dopo un'accurato studio visivo di esse. Ama gli animali e stare a contatto con essi. Legatissima a schizzo, un kocker che le è stato regalato dalla nonna quando aveva pochi anni. Odia le mezze misure, per lei non hanno senso. O è bianco, o è nero. Decisamente impacciata nelle relazioni con i ragazzi, non solo sentimentali ma anche di semplice amicizia.

Annabel Bennett

Grifondoro del sesto anno e secondogenita di una semplice famiglia di babbani, residenti nei quartieri Nord di Londra, Annabel è una ragazza come tante altre. Dalla parlantina facile e la battuta sempre pronta, tende a dire sempre quello che pensa e questo spesso irrita chi le sta vicino, specialmente i soggetti più sensibili: in realtà conoscendola bene si può trovare in lei un'amica sincera. Estremamente leale, ama ridere e di conseguenza nutre una grandissima stima per chi provoca in lei questa reazione, attraverso qualunque mezzo. Non particolarmente incline allo studio, se la cava grazie a quel poco che riesce ad ascoltare in classe e alla sua abilità nella parte pratica delle lezioni, specialmente per quanto riguarda Pozioni e Incantesimi. Assolutamente incapace dal punto di vista canoro, in realtà ama cantare e lo fa spesso e volentieri, assicurandosi prima che tutti gli altri esseri umani siano a qualche isolato di distanza, per evitare di graziarli con i suoi toni soavi. Tutta la sua famiglia è sempre stata scettica riguardo alla sua situazione di strega e preferisce tenere nascosto tutto a più persone possibile, eccezion fatta per la sua sorellina minore, che durante le vacanze non fa altro che tartassarla di domande sul mondo magico e quel che è in relazione ad esso. Campionessa di figuracce, non passa attimo che non inciampi in qualcosa o si distrugga la reputazione; ma in fondo, dietro gli occhioni nocciola e il viso tondo di questa ragazza si nasconde una tenerezza infinita, che aspetta solo di essere scovata da qualcuno che la apprezzi per come gli viene presentata. E' raro che si arrabbi, e nelle poche occasioni in cui succede tende a passarle subito.

Daisy Brown

Proviene da una famiglia molto numerosa, è infatti la quarta di cinque fratelli, Evelyn, la maggiore, Carl, Doug ed Alice, la più piccola. E poi c'è lei, grifondoro del quinto anno, non tanto alta, capelli neri e lisci, carnagione chiara, magra, dal petto ed i fianchi piatti. Casa sua è sempre spaventosamente caotica e confusionaria, ogni giorno succede qualcosa, c'è sempre un parente più o meno stretto che viene a cena, o a prendere un the, o semplicemente a fare una visita. Se i primi anni in cui era ad Hogwarts ne sentiva la mancanza, dal quarto ha iniziato a palesare la sua insofferenza e a ritenersi fortunata di trascorrerci solo le vacanze. La sua materia preferita è pozioni, seguita da trasfigurazione e talvolta ottiene dei buoni risultati anche in Difesa contro le arti oscure. Non è eccessivamente riservata, ma nei momenti in cui ha bisogno dei suoi spazi non ammette di essere disturbata. Non è molto paziente e quando è nervosa per conto suo ha il vizio di essere scontrosa con tutti, salvo poi pentirsi un attimo dopo aver parlato. Ha spesso un'aria totalmente disinteressata ed annoiata, tanto da sembrare non avere attrazione per attività alcuna. Recentemente ha scoperto la passione di scrivere poesie, ma non le ha mai fatte leggere a nessuno, perchè se ne vergogna troppo; differentemente ha sempre mostrato attitudine nel disegno ed in particolar modo trova soddisfazione nell'eseguire le caricature dei professori o compagni. I genitori ed i fratelli sono maghi, ma in famiglia ci sono molti halfblood e babbani. Non ha mai dato peso alle prese in giro che le venivano fatte a causa della sua origine, anche se ultimamente le sembra che la situazione a scuola sia peggiorata, pur non essendo al corrente di niente.


tassorosso

Apollonia Pasco

Sedicenne Tassorosso figlia di babbani, di origini bretoni ma cresciuta nello Yorkshire. In una parola, il Disordine. L’organizzazione è qualcosa di avulso da lei, una confusionaria in senso lato. Distratta nel riporre la roba, nel vestirsi, nel fare i compiti, è anche piuttosto imbranata. Energica, vivace, ai limiti dell’iperattività, si muove continuamente, in alternativa parla. Scherza molto, ride molto, e lo fa in modo poco signorile. È una persona molto alla mano, con cui è facile parlare, basta solo non farla innervosire. Tendenzialmente ottimista, è d’altra parte anche un soggettino nervoso e facile alla rabbia. Cocciuta come un somaro, è permalosa e reagisce con irruenza ai torti subiti, non facendosi problemi ad arrivare alle mani. È molto orgogliosa; ammettere i propri errori le costa tremendamente tanto, e la maggior parte delle volte evita di farlo. Fierissima delle proprie radici, sia geograficamente e che magicamente parlando, coltiva la passione per le tradizioni bretoni e difende a spada tratta la popolazione babbana. Il suo rendimento scolastico è nella media, con voti particolarmente bassi in pozioni e note particolarmente alte in babbanologia. Detesta a livelli cosmici il proprio nome, e si presenta sempre e solo come Polly.

Eugene Pennington

VI anno. Nato e cresciuto a York in una famiglia basso-borghese, senza quasi entrare in contatto con il mondo magico e soprattutto con i nonni materni. E' infatti, nipote degli esponenti di due importanti famiglie nobili del nord dell'Inghilterra. Il problema fondamentale sono le origini di suo padre, figlio di Babbani. Lo stesso Eugene si è convinto che sia il suo sangue 'sporco di seconda generazione' ad essere l'origine del suo scarso talento magico, che è stato un grande motivo d'imbarazzo scolastico finché non l'ha ammesso pubblicamente, smettendo di scatenare l'ilarità altrui. La sua vera passione è la musica; dopo numerose pressioni sulla professoressa Bonnet, è riuscito ad ottenere l'istallazione di un pianoforte a coda in sostituzione di quello a muro presente nella stanza di Musica di Hogwarts. Fa parte del coro della scuola sin dai tempi in cui la sua straordinaria voce era bianca come la neve. Timido, introverso, non ha quasi nessun amico. Può dare l'impressione di voler essere misterioso, affascinante, ma non c'è alcuna premeditazione nel suo comportamento. Lo si vede raramente in giro per la scuola: quando passa, si può seguire solo la scia della sua testa biondissima, o al massimo il suono del motivetto che sta intonando. Frequenta molto volentieri Carlisle Hunnam, una delle poche persone per le quali non provi invidia, fastidio o astio. Non ha mai avuto una ragazza; certo è che sono poche quelle che sono riuscite ad approcciarlo, ma neppure lui ha mai dato segni di volere una relazione.

Rah Ching Page

Rah Ching è stata adottata da una famiglia di Babbani londinesi, non sa nulla delle sue origini di cui mantiene solo il nome. Sin da piccola si dimostrò timida con chiunque le rivolgesse la parola, rimane spesso taciturna. Cercò sempre più di scoprire qualcosa sulle sue origini ma i Page, i genitori adottivi, tentarono di tenerla in ogni modo lontana da qualsiasi cosa riguardasse il suo passato, la Cina e i suoi genitori. Questa situazione la rese sempre più insofferente e ogni volta che otteneva risultati negativi nelle sue ricerche o che la signora Page la scopriva a informarsi su qualsiasi cosa riguardasse la Cina la luce della stanza in cui si trovava Rah cominciava a lampeggiare e la lampadina scoppiava, oppure le pentole in cui la madre stava cucinando si fondevano e bruciavano. All’età di 11 anni ricevette la lettera che la metteva al corrente che avrebbe potuto frequentare la scuola di magia e stregoneria di Hogwarts. I genitori adottivi le raccontarono allora la verità sui suoi genitori: erano dei maghi che l’avevano abbandonata perché pensavano che fosse una Maganò, che non avrebbe mai avuto un posto nella società magica. Ora Rah frequenta il 5° anno a Hogwarts ed eccelle in tutte le materie di studio, anche se predilige Trasfigurazione, Incantesimi e Difesa Contro le Arti Oscure.

Carlisle Hunnam

Sesto anno. Carlisle è nato e cresciuto a Londra, figlio di due eminenti personalità del mondo magico: il padre, Charlie, è primario al San Mungo, mentre sua madre, Hannah, è una famosa ricercatrice che collabora con l'ospedale. Purosangue. Sebbene non gli sia mai mancato nulla, sin da bambino dimostra di avere un'indole incredibilmente generosa e disponibile, al punto da trasformarmi, con il passare negli anni, in un vero e proprio galantuomo, l'incarnazione di un romanzo di fine '800. Studente nella media, si distingue particolarmente in Cura delle Creature Magiche e Difesa contro le Arti Oscure, ha la strordinaria capacità di ricordare tutto ciò che legge, indipendentemente da dove lo legga e quando lo legga. Ha un discreto successo tra le ragazze, ma non è particolarmente interessato a far strage di cuori, al punto da essere considerato universalmente l'Anti-Principe per eccellenza e da essere cordialmente detestato da Edward Norwood, sentimento ricambiato con altrettanta intensità. Le radici di questo odio tra i due belli per antonomasia rasentano oramai il mito e la leggenda: c'è chi vocifera, addirittura, del coinvolgimento di una bellissima Veela. Cerca sempre, costantemente, di rimanere fedele a se stesso e sa assumersi le proprie responsabilità, non teme i confronti e men che meno gli scontri. Le ragazzine di Tassorosso del primo anno gli hanno dedicato un fan-club.

Alexa Robinson

Alexa nasce in una ridente cittadina del Michigan, negli Stati Uniti, da madre babbana e padre mago. Deve scoprire le sue potenzialita` da maghetta da sola pero`, dato che il padre non e` mai in casa, e quando lo e` si limita a dormire e a picchiare e sgridare lei e la madre. Il padre ha da tempo rotto ogni contatto con il mondo magico e vive solo nella realta` del mondo babbano. Quando Alexa compie i sette anni il padre abbandona la famiglia scappando in macchina con una giovane ragazza. Da quel momento in poi Alexa e sua madre si devono rimboccare le maniche per sbrigarsela da sole. In questo modo Alexa si costruisce un carattere forte e perseverante, diventa una ragazza che difficilmente si arrende, e trova sempre un modo di superare gli ostacoli. Per queste ragioni Alexa viene smistata nella casata di Tassorosso quando arriva agli undici anni a Hogwarts. A scuola si trova un po` in difficolta`, si sente una estranea fra tutti i ragazzi dell'alta societa` inglese e cerca disperatamente di nascondere il suo marcato accento americano. Inoltre e` disprezzata ancor di piu` dai Purosangue perche` l'unica radice che l'attacca al mondo della magia, il padre, ha da tempo rinnegato il suo mondo, abbandonandosi ai piaceri babbani. Riesce comunque a fare subito amicizia con due simpatiche ragazze che diventeranno le sue compagne di stanza e amiche del cuore, Lory e Susan. Nonostante la sua personalita` decisa e forte Alexa ha una bassa autostima, e non e` il meglio a socializzare. Sa tirare fuori il suo lato combattivo e aggressivo quando e` necessario. E` alta e castana, ha un sorriso bellissimo, che sfodera solo agli amici piu` intimi. Ama scambiarsi pettegolezzi fra amiche nella sala comune di Tassorosso, davanti a un fuoco e con una barretta di cioccolato da gustare. Frequenta il quinto anno, ma il primo semestre lo ha trascorso a casa per accudire la madre malata. La sua materia preferita e` Erbologia.




corvonero

Audrey Salinger

Sesto anno. Nata e cresciuta nella città di Brighton, nel sud dell’Inghilterra, Audrey è figlia di Isabel e Julian Salinger; sua madre scomparve, quando lei era piccola, dunque suo padre decise di affidare l’educazione della figlia alla sorella della donna. Benché la sua famiglia sia fieramente purosangue, Audrey non condivide le loro idee in merito alla purezza di stirpe, grazie anche all’influenza di sua zia Diane. Non molto alta, ha un fisico esile, la pelle chiara e gli occhi verdi; tiene molto ai suoi boccoli biondi ed alle sue mani belle e curate. Fin da bambina manifesta i suoi poteri di strega, e stupisce la sua famiglia quando è assegnata a Corvonero invece che a Serpeverde. Possiede una memoria molto precisa e un’intelligenza brillante, non le interessa molto studiare, a differenza degli altri Corvonero; tuttavia, grazie alle sue doti, riesce bene anche nelle materie più complesse, e in modo particolare eccelle in Trasfigurazione ed Aritmanzia. È gentile con chi le si rivolge, ma riservata; la sua migliore amica e compagna di banco è Rachel Casey. È molto paziente, e talvolta dà ripetizioni agli studenti che lo chiedono, facendosi pagare profumatamente. Ama la natura, e spesso passeggia nel parco di Hogwarts; quando è triste, cerca un posto solitario e si rifugia lì finché non le passa la malinconia. Le piace molto leggere e disegnare.

Jillian McKanzie

Nata con lo scoccare del solstizio d'autunno nel castello di famiglia poco fuori Edimburgo, Jillian si è trasferisce a Londra alla tenera età di tre anni, in seguito all'assunzione dei genitori al San Mungo: proprio a causa della loro scarsa presenza in casa, la bimba viene cresciuta dalla nonna materna che, tra un biscotto e una fetta di torta scopre la spiccatissima dote della nipote per gli incantesimi. Di salute cagionevole, studia a casa fino ai suoi undici anni, quando la fatidica lettera di Hogwarts arriva, invitandola a frequentare quello che si rivelerà essere il più traumatico anno della sua vita: spaesata dalla frenesia scolastica, dalla confusione e dalle tante persone, fatica ad ambientarsi in quel mondo così diverso dal suo. Solo al terzo anno, le cose iniziano ad andare meglio e avviene la metamorfosi: da invisibile studentessa modello, Jillian si trasforma in una malinconica ma sempre sorridente splendida fanciulla. Adesso frequenta il sesto anno nella casata corvonero. E' una grande osservatrice, di indole schiva e per questo spesso scambiata per snob: in realtà è solo molto diffidente dei confronti di chi non conosce. Sebbene sia molto graziosa, con lunghi capelli biondi e occhi verdissimi, non ha un grande successo con i ragazzi a causa di una forma di timidezza cronica che la porta ad arrossire furiosamente ogni qualvota viene colta di sorpresa. Cosa che accade praticamente ogni volta. Ama particolarmente le giornate autunnali, quando i raggi del sole ancora scaldano la pelle. Ha una gattina nera, Chipie, che adora.

Georgiana Harrington

Caposcuola della casa di Corvonero. Figlia unica, nasce e cresce a Stratford-Upon-Avon, Warwickshire, che già diede i natali a William Shakespeare. Figlia dei proprietari di un serraglio del quartiere magico di Stratford, ama sin dalla più tenera età i gatti, che rimangono però uno dei pochi animali che possa sopportare. Influenzata dalla fama suo illustre concittadino, ama scrivere racconti dove regala le più improbabili personalità a lei e ai suoi amici; perde ore intere e fiumi d'inchiostro nell'immaginare le sue fantastiche vite. L'idea di frequentare Hogwarts non fa altro che gettare un'aura dorata sul suo futuro, tanto che il ritardo della sua lettera d'ammissione ( assegnata ad un gufo scarsamente affidabile e poi prontamente rintracciata ) le provoca una crisi di panico che richiederà un ricovero al San Mungo. Schietta, di carattere aperto, non riesce a stare per più di tanto tempo senza fare una battuta. Socializza con facilità ed è pronta ad aiutare il prossimo nei limiti del possibile. Dedica anima e corpo ai suoi compagni di casa, uno dei motivi per cui è stata nominata prima Prefetto, e ora Caposcuola. Grazie allo studio e ad una mente brillante ottiene ottimi risultati scolastici, in particolare in Trasfigurazioni; nutre una vera e propria adorazione per Albus Silente, d'altronde ricambiata dalla stima del professore. Detesta il Quidditch e non è praticamente in grado di salire su una scopa. Continua ad avere una fervida fantasia e non ha smesso di scrivere; ha un numero imprecisato di taccuini, e ne porta sempre uno con se. Ha lasciato il suo ultimo ragazzo a metà del sesto anno e per ora è single. Ha moltissimi amici, anche se solo pochi possono affermare di conoscerla veramente bene.

Aedan Lywelyn

Primogenito di Lord e Lady Lywelyn , i maghi più famosi della contea Irlandese. Studente modello dalla bellezza eterea si distingue per il suo carisma innegabile [ e per la lunga lista di conquiste nel corso degli anni di studio. ]. Dalla memoria pronta e sempre vigile, denota un curriculum scolastico inappuntabile.Nelle sue vene scorre sangue purissimo che gli permette di predisporre di una attitudine verso la magia innegabile.Quasi irreale.Plateale, ma per niente spaccone, si diverte nel mostrarsi.Vanesio senza dubbio, conquista e stravolge con il suo modo di fare esuberante ma mai fuori posto.Amante del bello e del divertimento, ambizioso e per nulla scontato.Dietro un sorriso si nasconde una creatura difficile da capire per conoscenti comuni, che tiene debitamente alla larga dal suo privato.Sottile e meticoloso nelle considerazioni personali, fa gruppo con pochi ragazzi a scuola, che però considera sicuramente gente fidata.Tra queste persone, strano a dirsi per le attitudini generali, fa coppia fissa con la sorella minore, Scarlett, anche lei studentessa di Hogwarts.Legati da un rapporto particolare, Scarlett è la sola che riesca a capirlo anche da uno sguardo.Silenzioso, valuta bene ogni mossa.La sua mente sveglia, straordinariamente incline nel prevedere le mosse altrui, lo fa risultare, senza dubbio un mago da cui è meglio guardarsi bene.Pronto a tutto pur di raggiungere i suoi obiettivi.Dall’aspetto forte e deciso, trae in inganno per i suoi modi di fare a volte teatrali.Gli eccessi della sua personalità, però, conducono ad una trappola, non facendo sospettare affatto la straordinaria pericolosità che può raggiungere, se provocato.

Sophie Davies

Frequenta il quinto anno nella Casa di Corvonero. Nata da madre strega e padre babbano nella cittadina di Harwich(est dell’inghilterra), Sophie rientra nella schiera dei cosiddetti ‘mezzosangue’, ma non nasconde per nulla le sue origini, anzi, ne va fiera. Ha un’intelligenza spiccata che ha ereditato dal padre e una certa spigliatezza(che mostra solo quando ne ha voglia), che è eredità materna. Adora ascoltare e guardare le persone con attenzione, cercando di coglierne ogni piccola sfumatura. Ha un fratello più grande, Randal, al quale mira come modello e col quale ha un buon rapporto di amicizia e di stima; proprio per la sua influenza, Sophie appare più grande della sua età. Non ha particolari difficoltà a crearsi nuove amicizie, ma sono davvero pochi quelli che possono definirsi suoi ‘amici’ nel vero senso della parola; in particolare è legata a Elodie Baudelaire, al suo stesso anno, ma smistata in una casa differente e ha un migliore amico, Henry Hallward . Persona simpatica e sincera. Nonostante non sia una ragazza superficiale, adora vestiti di ogni genere e si diverte a creare nuove mode o provare nuovi abbinamenti. C’è un’altra cosa che Sophie ama fare sin dalla tenera età, e quella cosa è cantare: canta sotto la doccia, canticchia nei corridoi, canta quando è triste o quando è felice; insomma la sua vita è il canto e cantare è la cosa che la rende più felice e la fa sentire accettata in una scuola in cui non è sempre facile sentirsi ‘diversi’.

Leen 'Ute' Neumann

Tedesca dal sangue puro; la sua famiglia è composta esclusivamente da maghi da generazioni e generazioni, ha un albero genealogico che sembra non finire mai. Questo, l'ha aiutata ad ambientarsi per bene a Durmstrang - scuola nella quale ha passato i primi sei anni scolastici prima di essere spedita ad Hogwarts. Ancora non si capacita di come, i genitori, abbiano potuto fare una cosa simile: ha dovuto abbandonare fidanzato, amici e studi e senza nemmeno poter aspettare ancora qualche mese - prima della fine dei corsi, per lo meno. Questo ha reso il suo trasferimento difficile e a suo dire, la decisione oramai presa è ingiusta e sconsiderata. Lei è quella che, forse per la troppa incoscienza, forse per la connaturata caparbietà che molti le attribuiscono, è convinta ad andare sempre fino in fondo, senza fermarsi neanche a costo di rischi inutili, sebbene neanche una volta abbia smesso di fingersi più forte di quello che è in realtà, ripugnando in quasi ogni circostanza le lacrime. Sicura, tuttavia: nel complesso è socievole, pacata quanto serve. Tende ad essere schieta, se colta in imbarazzo permalosa e acidella. Sa, però, essere di una fragilità e di un'ingenuità disarmante, spesso, per indole caotica e tragicamente sregolata. Bionda, i suoi occhi sono caratterizzati da bicromia oculare ( destro azzurro, sinistro verde ) ma è un particolare che spesso nasconde, tramite una lente colorata. Una naturale predilizione per incantesimi e pozioni, un rinomato fenomeno nei duelli.




morsmordre

Morsmordre è un Gioco di Blog ambientato nella scuola di Magia e Stregoneria di Hogwarts, nel periodo di frequentazione di Tom Riddle.

E' durante gli anni scolastici vissuti a Hogwarts che