31/07/2008
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Infermeria.
E’ questione di giorni, ha detto la Mound quando ho riaperto gli occhi.
Tra un paio di giorni te ne potrai andare, te lo assicuro.
Sette giorni dopo, sono ancora qui.
Inchiodato a questo stupido letto, in questa stupida stanza. Non è rimasto più nessuno, hanno mandato via persino la Traviston e lei si che era ridotta male! Sebastian pare sia l’unico che, pur essendo stato ferito da Doholov, è riuscito a sfuggire alle cure della nostra amata infermiera.
Jules dorme, la maggior parte del tempo, e quando apre gli occhi è completamente assorbita dalla presenza di Aedan. Chi l’avrebbe mai detto, poi, che il cuore della nostra regina dei ghiacci sarebbe stato sciolto proprio dal principe del gelo.
Mi rigiro su un fianco, sbuffando, e mi ritrovo ad affondare il viso in un gigantesco mazzo di fiori che pare galleggiare a mezz’aria. Mi ritraggo, di scatto, starnutendo.
«Ma che diamine..»
«Scusa» trilla una vocina sottile e incredibilmente acuta «Scusami non volevo!»
Guardo meglio il mazzo: non sta effettivamente volando, ci sono un paio di bambine che sbucano di sotto. Che Eugene si sia dato dalla Trasfigurazione di qualche piccina del primo anno?
«Non fa niente» rispondo in automatico, sentendomi non poco idiota nel parlare a un mazzo di fiori.
«Non volevo, lo giuro!» mi assicura la vocina, incrinandosi pericolosamente e sfiorando il panico assoluto.
«Davvero, non importa» la rassicuro.
Silenzio. Imbarazzante silenzio. Mi schiarisco la voce, prima di riprendere.
«Posso fare qualcosa per te?»
Il mazzo-mutante sbuffa, sollevandosi in punta di piedi, per poi scindersi in due: i fiori si posano sul comodino ricoperto di libri e biscotti, le gambe si ricongiungono al busto di una minuscola ragazzina dai capelli biondi ed enormi occhi azzurri che identifico come Emily, la Presidentessa del mio Fan-Club.
«Sono.. sono per te» balbetta, torturandosi le dita.
«Emily» le sorrido, facendola avvampare all’istante «Che pensiero gentile, non dovevi disturbarti..»
«Non sono solo da parte mia» precisa, compita «Sono da parte di tutto il tuo fan-club, che ho l’immenso onore di presiedere» recita, gonfiando il petto d’orgoglio. Fa tenerezza, questo scricciolino.
«E li hai portati tutti da sola?» le chiedo, educatamente. Scuote il capo.
«Sono venuta con Hannah e Lucy, loro..»
«Sono qui fuori, non è vero?»
Annuisce, in attesa. Mi sa che non ho proprio scelta.
«Hannah, Lucy» le chiamo, stampandomi in faccia il migliore dei sorrisi.
Due testoline, una rossa e una corvina, fanno capolino. Le due piccole arrossiscono, trotterellando verso la loro socia con un gran sorriso stampato in faccia. Si guardano, confabulando sotto voce, per poi spintonare la loro capa verso di me. Questa, riluttante, si schiarisce la voce.
«Volevamo sapere…» inizia «Come stai?»
Sarà un lungo, lungo, lunghissimo pomeriggio.
***
Presidenza –qualche giorno dopo.
Il volto di Dippet è pallido e scavato, segnato da profonde occhiaie violacee. Non devono esser state settimane facili per lui, giustificare al Ministero del perché molte delle personalità più influenti del mondo magico siano state convocate a scuola per rispondere della condotta dei loro pargoli d’oro. Ho intravisto la nonna di Jillian, dalle finestre dell’Infermeria, e il padre di Audrey mentre se ne andava, impassibile e glaciale come pochi altri. Milo mi ha riferito di Lywelyn Senior e della sua aria altera, mentre pare che assieme ai Norwood sia arrivata un ingente quantità di galeoni d’oro zecchino, appena prelevati dalla Gringott.
Quello che mi stupisce, però, è Riddle. Nessuno ha fatto il suo nome, nessuno l’ha visto, nessuno ha detto nulla. Si sta preparando per i M.A.G.O. come se nulla fosse, rinchiuso o nel Reparto Proibito della Biblioteca o nella Sala Comune di Serpeverde.
Il Preside si toglie gli occhialini rotondi, massaggiandosi le tempie, prima di tornare a guardare il viso pacato di mio padre. Siamo gli ultimi in assoluto, a transitare al suo cospetto.
«Signor Hunnam» riprende a parlare, stancamente «Io non so davvero cosa pensare. Una cosa del genere da Carlisle non me la sarei mai aspettata.»
«Nemmeno io» commenta mio padre, rifilandomi un’occhiataccia.
«Uno studente così brillante, un ragazzo così tranquillo» scuote il capo «Non è ammissibile, non è ammissibile»
«Preside Dippet, non sia così drammatico» intercede mia madre, allontanandosi dalla finestra per venire alle mie spalle e posarvi sopra le mani «Sono ragazzi, è normale che facciano qualche bravata!»
«Signora Hunnam, lanciare caccabombe è una bravata. Stregare le scope di Patricia è una bravata.» chiude gli occhi, di nuovo, per poi riaprirli e posarli su di me. Sento il rimprovero e la delusione scivolarmi addosso, macigni che vanno ad aggiungersi ai pesi che già porto «Una zuffa tra studenti, alcuni dei quali feriti gravemente, non è un bravata»
Sento mio padre inspirare a fondo, inquieto, ma non ho il coraggio di guardarlo. Qualcosa mi dice che non troverei un sorriso a curvargli le labbra, quanto una smorfia.
«Preside Dippet» scandisce, lentamente, sporgendosi leggermente in avanti «Cosa sta cercando di dirci? Che nostro figlio non potrà sostenere gli esami e dovrà ripetere l’anno perché si è sentito in dovere di difendere la sua ragazza? E’ questo che sta dicendo? Che verrà punito per aiutare una persona a cui vuole bene?»
Dippet si ritrae, leggermente spiazzato, e io guardo mio padre sorpreso: sa perfettamente cosa è successo nella Foresta, glielo ho detto chiaro e tondo prima di entrare in questa stanza. Eppure mi difende. Trattengo un sorriso, mentre mia madre interviene.
«Come ha detto lei, Carlisle è sempre stato uno studente modello, un bravo ragazzo. Non ha mai dato problemi. Tenga conto anche di questo, la prego: non pregiudichi il suo futuro per quello che è stato un atto di altruismo. Non è che questo che si insegna in questa scuola? L’amicizia, la lealtà, la correttezza. Avrà anche sbagliato, ad attaccare, ma l’ha fatto per una giusta causa.»
Alzo lo sguardo verso mia madre: la linea elegante del collo, lo sguardo puro e la piega pacata della labbra sono tutto ciò che riesco a scorgere di lei, tra ciocche di fiamme legate in un nodo distratto. Mio padre, lì vicino, guarda fisso davanti a se sfoggiando il mio stesso identico profilo. Le due persone a cui devo la mia esistenza, schierate per difendere il mio immediato futuro. E’ in momenti come questo che mi sento benedetto dal cielo.
«D’accordo, d’accordo» cede alla fine Dippet, dopo un interminabile silenzio «E’ vero. Ma non posso lasciarlo impunito, voglio che sia chiaro. Avrà un richiamo ufficiale, ma potrà prendere parte agli esami di fine anno. Se riuscirà a passarli, l’anno prossimo gli saranno interdette le uscite a Hogsmeade fino alle vacanze di Natale» decreta, con un tono che non ammette repliche.
Avverto la tensione abbandonare mio padre; mia madre si lascia andare in un sorriso, mentre io continuo a fissare il nulla davanti a me. Una volta ancora, sono stato graziato. Eppure, non riesco ad essere felice della mia buona sorte: Audrey e Jillian sono quelle che hanno pagato le conseguenze più care di una lotta clandestina a cui tutti prima o poi giungeranno; sono state le vittime sacrificali sull’altare della giustizia. Se ne andranno. Per sempre.
Una fitta mi stringe il cuore. Ho come la sensazione che non se ne andrà tanto in fretta.
Il cerchio sta iniziando a chiudersi, niente sarà più lo stesso.
***
Stanza delle Necessità –qualche giorno dopo.
«A cosa brindiamo, esattamente?» domando per l’ennesima volta a Milo, che continua a riempirmi un bicchiere dopo l’altro.
«Alla fine» mi risponde allegro e pimpante, gli occhi chiari illuminati dalla scintilla dell’alcol.
«Alla fine?»
«Degli esami, idiota!» mi tira una manata sulla spalle, prima di saltellare via in direzione di un altrettanto sbronza Dinamitarda Worthington.
«Ah» commento, imbambolato, fissando il bicchiere colmo fino all’orlo di Whisky Incendiario sgraffignato in cucina da Damian. Gli esami, già. Come siano andati, non lo so. Non so nemmeno come abbia fatto a rispondere a tutte le domande, quando l’unica cosa a cui riuscivo a pensare era l’imminente fino dell’anno scolastico e l’ancora più imminente separazione da Jillian.
Jillian.
Se ne sta in un angolo, a chiacchierare con Daisy e Annabel, un sorriso stampato sulla faccia ma gli occhi colmi di un dolore che mi strazia il petto. Tutto quello che vorrei, adesso, è mandare a fanculo il mondo, prenderla e portarla via da tutto questo. Georgie mi sfreccia accanto, gorgheggiando felice con un Sebastian ululante avvinghiato attorno alla vita. Una scena al limite del tragicomico. Scolo il liquore tutto d’un fiato, sentendolo scivolare lungo la gola lasciandosi una scia bruciante alle spalle. Con una smorfia, mi affianco ad Eugene nell’esatto istante in cui decide di far sfoggio delle sue notevoli capacità vocali, reclamando silenzio in favore di Julia.
La nostra guida si fa avanti, bella e fragile come non mai, e ci guarda uno ad uno, prima di iniziare a parlare. Milo mi si affianca, con un sorrisetto che non promette nulla di buono e un altro bicchiere stracolmo, che mi piazza in mano. Se domani mattina non sarò in grado di reggermi in piedi, saprò di chi è la colpa.
«La cosa più importante, tuttavia, è che Fidelius continui. Per questo c’è bisogno di una persona che prenda il mio posto.» sta dicendo Julia. I suoi occhi chiari si posano su di me, limpidi e penetranti. Butto giù un altro sorso,
«Io, Georgie e Sebastian ci pensiamo già da un po’. Ed abbiamo deciso che il candidato migliore sarebbe Carlisle Hunnam. Sempre se accetta.»
Il sorso mi va di traverso, ma riesco a non tossire: gli occhi dei presenti sono puntati su di me, in attesa, ma ho improvvisamente perso la capacità di parlare. Io? A capo del Fidelius? Per una frazione di secondo, mi sento irrimediabilmente perso. Ci pensa Georgiana a riportarmi alla realtà.
«Carlisle?» mi chiama dolcemente.
Mi schiarisco la voce. Cosa si fa in una situazione del genere?
«Io… certo che accetto. È un onore che abbiate pensato a me, spero di esserne degno.»
Ci si annega nella banalità, ecco cosa si fa: una frase più idiota non potevo trovarla, questo è certo. Sebastian riprende a ululare, reclamando altro alcol, mentre Julia avanza di un passo.
«Kahlil Gibran una volta scrisse: “La tua ragione e la tua passione sono i remi e le vele della tua anima marinaia. Se uno o l'altro si rompono, puoi buttarti e andare alla deriva, o restare fermo in un punto morto in mezzo al mare. Perché la ragione, se governa da sola, è una forza che ti limita; e la passione, da sola, è una fiamma che brucia fino a distruggersi.”» leva il calice ed urla «A Carlisle!»
I presenti attorno a me ripetono il mio nome, accompagnandolo con espressioni gioiose e grandi risate. Mi ritrovo a sorridere come un ebete, mentre Milo mi salta attorno e Eugene vaga per la stanza tubando come un piccione in calore per non so che astruso motivo. Intravedo Jillian, in un angolo, appoggiata contro la parete che guarda verso di me, con un caldo sorriso sul volto. Di nuovo, la fitta al cuore torna a farmi visita e questa volta non so combattere il mio istinto. Poso il bicchiere ancora pieno su un tavolino e vado verso di lei, senza guardare in faccia nessuno, ignorando tutto e tutti per fermarmi solo quando la mia ombra nasconde la sua figura.
«Ciao» sussurra, accarezzandomi il volto con il respiro.
«Ciao» mormoro a mia volta, guardandola negli occhi. Fa male, fa così dannatamente male. Ma non mi importa.
«Vieni» le dico, stringendole una mano.
«Dove?» domanda, lasciandosi trascinare via.
«Via da qui» rispondo.
Non so nemmeno io, dove sto andando. So solo che voglio stare con lei.
Serra abbandonata –più tardi.
Le dita fredde di Jillian scivolano lungo la mia schiena nuda, mentre la stringo a me e affondo il viso tra i suoi capelli. La notte è calma, attorno a noi; la luce della luna cade liquida sulle foglie lucide delle piante che sono cresciute rigogliose, nel corso degli anni. E’ stata lei a trascinarmi qui, dopo avermi visto attraversare un reticolo di corridoi con lo sguardo vacuo e nessuna idea su dove andare: mi ha stretto forte la mano e mi ha portato via. Quello che doveva essere il suo rapimento, è diventato il mio.
Mi sono accorto che abbiamo lasciato il castello solo quando un soffio d’aria fresca mi ha colpito la faccia, uno schiaffio gelido che mi ha riportato alla realtà. Il prato scorreva sotto i nostri piedi, man mano che correvamo verso la Foresta, solo all’ultimo ha deviato verso le serre, puntando verso una macchia di querce in mezzo alle quali si scorge a malapena una baracca fatiscente. E’ la serra abbandonata, la tana di Jillian.
«Amore» la chiamo piano.
«Mh?» mugola, sollevando appena il volto per guardarmi negli occhi.
E’ così dannatamente bella.
«Baciami»
Posa le labbra sulle mie dapprima con delicatezza, poi con impazienza, inclinando il capo verso la spalla per arrivare più a fondo nella mia bocca, stuzzicandomi fino a strapparmi un bacco gemito di protesta. Mi afferra i capelli, stringendo le ciocche con forza, mentre puntellandosi sulle mie spalle mi sale addosso, sedendosi sul mio ventre e piegandosi in avanti per continuare a baciarmi. Il desiderio ci soffoca, un dolore squisito sulla punta delle dita che cercano di farsi spazio tra i nostri corpi ancora allacciati.
«Carlisle» chiama, debolmente, la fronte aggrottata nello sforzo di non piangere.
«Jillian» rispondo io, sentendo gli occhi pizzicare a mia volta.
Non ci stiamo lasciando. Non ancora, quantomeno, eppure non riesco a fare a meno di trattenere le lacrime.
L’ultima volta che ho pianto è stato quando è morto Angus, il mio vecchio cane. Avevo otto anni e l’impressione che qualcuno mi stesse strappando il cuore dal petto.
«Non voglio andarmene» singhiozza, premendo le labbra contro il mio collo per soffocare la disperazione contro il calore della mia pelle; piccoli sussulti scuotono il suo corpicino magro.
Non so nemmeno cosa dirle. Nemmeno io voglio che se ne vada, ma dubito che dirglielo possa servire a qualcosa. Non è di parole, che ha bisogno adesso. È tutto così maledettamente sbagliato.
«Vengo con te» esclamo d’impulso. Sbatte le palpebre, due grosse lacrime le scivolano lungo le guance e poi precipitano sulle mie. Facendo leva sugli avambracci, mi metto a sedere, senza lasciare che si allontani.
«Vengo con te» ripeto «Lascio Hogwarts, vengo con te»
«Ma..» fa per protestare, ma non le do il tempo di parlare, tappandole la bocca con un bacio quasi violento, stringendole i polsi in una stretta ferrea, senza mai smettere di guardarla. Riconosco il piacere che le annebbia lo sguardo, riconosco la sua determinazione a combatterlo. Si allontana, rabbiosa.
«Cosa stai dicendo?» protesta «Mi fai male»
Ma adesso c’è solo dolcezza nei miei pollici che le accarezzano l’interno dei polsi, provocando violente scariche di brividi che la stordiscono, leggermente.
«Sto dicendo, Jillian McKanzie» scandisco lentamente «Che verrò con te.»
«Ma non puoi» geme, al limite della disperazione «Ci sono troppe cose a cui non puoi sottrarti»
«Non mi importa» la costringo a guardarmi, reprimendo la sensazione di fare qualcosa di incredibilmente crudele e sbagliato. Non voglio pensare, sono stanco di pensare.
«Il Fidelius» boccheggia, dopo un altro bacio.
La consapevolezza mi crolla addosso, come una doccia fredda. Le mani di Jillian crollano inermi, quando lascio andare i suoi polsi affondando il viso nella curva del suo collo. Il dolore si estende, dal cuore aveva raggiunto ogni terminazione nervosa e non lascia scampo; sono in trappola, combattuto tra la mente e il cuore, tra l’istinto e la ragione. Sento l’impellente bisogno di urlare
Poi, una carezza.
«Amore» mi chiama piano Jillian «Non fare così. Andrà tutto bene, vedrai»
Stringendomi il viso tra le mani, mi bacia la fronte.
«Andrà tutto bene» ripete dolcemente, scendendo al naso e poi alle labbra.
«Andrà tutto bene» cantilena ancora, nella mia bocca, per l’ultima volta. Lottiamo con irruenza, stringendoci e allontanandoci con la disperazione di due condannati a morte, intrappolati in una danza di sospiri e gemiti che gira veloce, vorticosa, risalendo una lenta spirale di piacere.
Da qualche parte sul lago, un timido raggio di sole fa capolino all’orizzonte.
«Vorrei poter fare di più» sussurro contro le sue labbra, stringendole forte mentre scivola su di me. Io dentro di lei, lei dentro di me, non esiste altro al di fuori di quello che siamo.
«Vorrei che tu capissi quanto già stai facendo» replica lei, con il fiato corto, prima che un nuovo sole annulli ogni volontà e ogni raziocinio, esplodendo in un mare di luce.
***
Torre di Tassorosso, stanza di Carlisle, Eugene e Milo –qualche giorno dopo.
Non ho nessuna voglia di preparare la valigia. Eugene ha appena chiuso per la seconda volta il suo, dopo avermi coinvolto in quella che probabilmente è stata l’ultima rissa dell’anno scolastico.
Milo continua ad imprecare, osservando il suo impeccabile riflesso nello specchio accanto al suo letto, scrutando con attenzione il taglio che gli sfregia la guancia destra.
«Cazzone che non sei altro» brontola verso di me «Rimarrò sfregiato a vita!»
Sbuffo.
«Non essere idiota, se aspetti che trovo di nuovo la bacchetta te lo sistemo»
«Fossi in te andrei dalla Mound, nello stato in cui si trova non è nelle condizioni di praticare alcun incantesimo, sarebbe più sicuro se te lo mettessi a posto io» commenta Eugene, sarcastico. E’ rosso come un peperone, mentre si ostina a sollevare il baule per rimetterlo ai piedi del suo letto.
«Forse hai ragione» commento dopo qualche attimo, senza cogliere la provocazione. I miei due amici si scambiano un’occhiata preoccupata, prima di venire a sedersi sul mio letto guardandomi, con l’espressione più seria che abbia mai visto sulle loro facce stampata addosso.
«Carl, vecchio mio» inizia Milo «Cosa sta succedendo?»
«Niente» scrollo le spalle, mentendo. Ma se c’è una cosa che dovrei sapere, è che non si può mentire a un membro del trio, dopo tanti anni assieme viviamo in una sorta di inquietantissima simbiosi.
«Balle» ringhia Eugene, che se fosse un po’ più piccolo potrebbe sembrare un angelo custode appollaiato sul mio letto. Ora come ora, sembrano due giganteschi avvoltoi che incombono su di me.
«Senti, io capisco che Jillian il prossimo anno se ne andrà, che non vi vedrete più ogni giorno e che non potrete più fare le vostre porcellane nei posti più impensati, ma questo non vuol dire che sia la fine» cerca di consolarmi il moro.
Mi rigiro su un fianco, sentendo la solita fitta tornare a farmi visita. Succede così, ogni volta che penso a lei. Se poi è un momento particolarmente triste, può addirittura capitare che mi metta a piangere.
«E invece si» confesso alla fine, senza riuscire a guardarli in faccia.
«Cosa intendi dire?» Eugene rizza le orecchie, sospettoso «La principessa delle fate ti ha lasciato?»
«Ma allora vuol dire che non è vero che ieri notte vi hanno beccati nell’aula di incantesimi a ballare il mambo!» si lascia scappare Milo, sconvolto, lasciando che il Tassorosso che è in lui abbia il sopravvento.
«Non mi ha lasciato» mi affretto a rispondere «Però lo farà»
«Perché dovrebbe?» riprende il moro.
«Perché» inspiro a fondo, pregando che la voce non mi tremi «Nessuno dei due crede nelle storie a distanza. Troppo dolore, troppe complicazioni..»
Non ho voglia di spiegare loro perché entro la fine dell’estate lascerò la ragazza che più ho amato in tutta la vita. Non ho voglia nemmeno di pensarci. Colpisco il cuscino con un pugno, stringendo forte le labbra per non piangere. Eugene mi posa una mano sulla spalla, facendomi sussultare.
«Carl..» mi scuote, leggermente «Non fare così»
«E cosa cazzo dovrei fare?» sbotto, sollevandomi a sedere di scatto «Lei se ne andrà e io non sono capace di fare altro che starmene tutto il giorno a pensare a quanto sarà orribile l’anno prossimo e…» mi mordo il pugno, sentendo le lacrime addensarsi negli occhi.
Nella stanza è calato il silenzio, interrotto di tanto in tanto dal morbido fruscio di una pergamena spostata dalla calda brezza estiva.
«Non la voglio perdere» mi lascio sfuggire, mandando definitivamente a fanculo ogni traccia di dignità e orgoglio «Non la voglio perdere, dannazio, ma la perderò»
Eugene abbassa lo sguardo, senza commentare; Milo mi posa una mano sulla spalla.
Non c’è più niente da dire.
***
Espresso per Hogwarts –31 giugnio 1944.
E’ una bella giornata di sole, oggi.
Strascichi di nuvole bianche corrono lontane nel cielo, alle spalle del castello che, piano piano, sparisce dietro la prima curva; mi lascio andare ad un sospiro, appoggiandomi allo schienale.
«Starai mai ferma un attimo, Jill?» sospira Isabel che, dopo averci imbottito con un quantitativo di biscotti che avrebbe sfamato un reggimento, se ne sta allegramente distesa addosso a Eugene, godendosi quelli che sembrano grattini dietro le orecchie. La mia ragazza non risponde, continuando ad armeggiare con la bacchetta attorno al cestino di vimini dove, acciambellata su se stessa, Chipie dorme della grossa. Lo so cosa sta facendo. Lavora per non pensare, si concentra sulla magia per non ricordare che è l’ultima volta che saremo tutti assieme su questo treno, nello stesso scompartimento.
Sospiro, alzandomi in piedi e sollevandola con la forza, per farla sedere accanto a me.
«Ma che fai!» protesta svogliatamente, lasciandosi abbracciare e strappare un bacio «Se Chipie mi scappa poi ti picchio!» ma ride, nel dirlo, e Milo coglie subito l’occasione.
«Oh si, Jillian, ti prego! E mi raccomando chiamami, non voglio perdermi lo spettacolo per nulla al mondo!»
«Si, come no» roteo gli occhi «Non saresti capace di sfiorarmi nemmeno con un fiore» la punzecchio, pizzicandole i fianchi e dandole un altro bacio.
Lei gonfia le guance, scansandosi e incrociando le braccia al petto.
«Uffa come sei noioso» protesta. Audrey ride, Eugene abbozza un ghigno.
«Non sai quanto» si lamenta Milo, teatrale «Dovresti sentirlo quando parla nel sonno, poi! Riesce ad essere noioso pure li.»
Risata generale. Fuori dal finestrino la campagna inglese è un quadro sempre uguale, costellato di minuscoli paesini, strade sterrate e campi aridi: la misera della guerra babbana non ha risparmiato nessuno, nemmeno il paesaggio. Non oso immaginare come sarà Londra, quando ci arriveremo.
Distrutta, sfibrata, senza fiato.
Reduce, un po’ come noi.
Guardo i visi delle persone che ho attorno, persone con cui ho condiviso gioie e dolori, persone che ho imparato ad apprezzare, a stimare, a rispettare, ad amare. Quelli che all’inizio dell’anno erano solo nomi sentiti di tanto in tanto lungo i corridoi, protagonisti dei pettegolezzi durante le cene d’inizio anno al tavolo della mia casa.
Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti.
La mia vita è cambiata, quest’anno, in una maniera così radicale che solo il pensarci mi toglie il respiro.
«Mh?» Jill si scuote, quando con delicatezza la sollevo e la appoggio contro lo schienale, per alzarmi in piedi.
«A prendere una boccata d’aria» sorrido «Torno subito»
Annuisce, intontita dal brusco risveglio, e torna a girarsi sull’altro fianco. Scavalco un baule coperto da una scacchiera, interrompendo la partita tra Audrey e Milo, e scivolo fuori, nel corridoio.
Il sole sta iniziando a scendere, non deve mancare molto all’arrivo. È strano come, di anno in anno, il viaggio di ritorno sembri accorciarsi sempre più.
Mi strofino la faccia, appiattendomi contro la parete per far passare un paio di Grifondoro del secondo, per poi tornare a risalire il treno verso i vagoni dei Caposcuola. Ci sono persone che devo salutare, prima di scendere.
«Hunnam, quale onore!» la voce strascicata di Jasper Lewis mi sorprende fermo davanti al loro scompartimento. Ma proprio qui dovevo incontrare ragazzine indemoniate che corrono lungo il treno? «Cosa ti porta, in questa parte di treno? Il posto per i traditori è in coda, assieme ai tuoi sudici amici» sibila ghignante, una sigaretta abbandonata tra le labbra.
«Quanto meno l’aria lì è respirabile» scrollo le spalle, con noncuranza «Non c’è tanfo di Serpeverde»
Aspira un’ultima boccata di fumo, prima di lanciare la sigaretta fuori dal finestrino aperto. Una sigaretta sostanzialmente appena accesa.
«Come sei velenoso, Hunnam» scuote il capo «Finirai con l’uccidere la tua bella, con tutto questo veleno»
«E’ sopravvissuta a te, cosa potrebbe esserci di peggio?» ribatto, trattenendo l’irritazione. Un conto è insultare me, un conto è tirare in ballo Jillian.
«Su questo puoi scommetterci» mi si avvicina di un passo «Se l’avessi conosciuta un po’ meglio e non ci fossi stato tu, probabilmente il suo bel visino non sarebbe così spesso sorridente. Anche se, a dire il vero, non è che sorrida poi molto adesso. Ho saputo che se ne va, con la sua amica boccolosa»
Mi irrigidisco appena, ma lui prosegue, imperterrito.
«Un vero peccato» abbassa lo sguardo, per un attimo, dandomi quasi l’impressione che sia dispiaciuto «Davvero un grandissimo peccato»
Abbasso lo sguardo a mia volta, faccio per replicare, ma quando torno a guardarlo il solito ghigno irriverente è tornato a far capolino, curvandogli le labbra. L’attimo è passato. Forse non c’è neppure mai stato, chi lo sa.
«Il fatto che la tua fatina dei ghiacci se ne vada non cambia le cose tra noi, Hunnam» mi ammonisce. Inarco le sopracciglia, perplesso.
«Lewis, mi spiace smontare le tue speranze, ma gli uomini proprio non mi piacciono» sollevo le spalle, con aria dispiaciuta, e lo oltrepasso «Vedrai che un giorno Norwood capirà il tuo immenso valore e scorgerà la tua bellezza interiore, coronando il tuo sogno d’amore. Non perdere le speranze, l’estate è ancora lunga»
«Hunnam, mi spezzi il cuore » recita compito «Eppure lo sai che nella mia vita c’è posto solo per te»
Agito una mano in aria, senza neppure guardarlo. So già che sta sghignazzando apertamente.
«Buone vacanze, Lewis»
«Ne riparliamo a settembre, Hunnam»
Oh si. Come no.
Non vedo l’ora.
King’s Cross, binario 9 e ¾ –tempo dopo.
La folla che si accalca su questa striscia accanto al binario mi lascia sempre senza parole. Se non fosse per gli incantesimi del Ministero che lo hanno allargato, sarebbe impossibile persino respirare, qui in mezzo.
Un piccola tigre dorata preme contro il palmo della mia mano destra, una sottile catenina è attorcigliata attorno alle dita: Julia si allontana danzando verso il suo futuro, dopo avermi consegnato il mio nelle mani. E’ strano, un oggettino così piccino con un significato così grande, così pesante.
Inspiro a fondo, infilandolo nella tasca dei pantaloni nell’esatto istante in cui Eugene mi sfreccia accanto, trascinato da Isabel, sillabando una silenzio richiesta d’aiuto.
«Ci sarà da ridere» commenta Milo, comparendo alle mie spalle con un’aria particolarmente pallida.
«Che ti è successo?» domando, recuperando un carrello su cui faccio levitare il mio baule e quello di Jillian.
«Opal» borbotta, agitando una mano in aria «Un povero disgraziato si è visto il giornale esplodere in faccia»
«Bei ricordi» sospiro, prima di sghignazzare. La fobia dell’esplosione è ormai radicata in Milo al punto che solo nominarla lo fa rabbrividire.
«Mi permetto di dissentire sul “belli”» sibila, seguendomi attraverso la ressa. Il suo baule, come ogni anno, è stato puntualmente recuperato dall’elfo domestico di famiglia, l’elfo più grasso che abbia mai visto in tutta la mia vita, tra parentesi.
«Non puoi negare che molti lo siano, però»
Scrolla le spalle, prima di fermarsi.
«Fatti sentire» mi intima «Non voglio svegliarmi una mattina e trovare il tuo necrologio in prima pagina, sulla Gazzetta del Profeta»
«Grazie, Milo, sei veramente un amico» roteo gli occhi, sbuffando.
«Guarda che dico sul serio» riprende «Non farti problemi»
Annuisco, senza aggiungere altro. Il moro mi scruta, con attenzione, prima di sorridere e tirarmi la solita manata sulla schiena.
«E canta che ti passa!» mi urla pimpante, allontanandosi verso la barriera che lo catapulterà nel mondo babbano. Non posso fare a meno di ridere, mentre raggiungo Jillian e sua nonna, che aspettano pazienti.
Audrey saltella via, al mio arrivo, distribuendo baci e saluti, ma non ho occhi che per la mia Corvonero. Mi sorride, quando le stringo la mano, e assieme ci avviamo verso la barriera attraverso cui poco fa è passato Milo.
Non dice niente, guarda fisso davanti a sé e mi ritrovo a pensare che un anno fa non avrei mai neppure immaginato di vivere quello che ho vissuto accanto a una ragazza speciale come lei.
Le sue dita si stringono attorno alle mie, che ricambiano le stretta.
Speravo di non doverla lasciare mai, questa mano.
Il futuro pesa sulle mie spalle, ma un presente luminoso mi abbraccia e mentre ci addentriamo nelle macerie di una irriconoscibile Londra babbana, alzo lo sguardo al cielo: limpido, senza più nemmeno una nuvola, si allunga infinito su un orizzonte costellato di scheletri di ferro e cemento; ma è solo un attimo perché poi Diagon Alley e i suoi colori festosi sono davanti a noi.
Inspiro a fondo, riempiendomi i polmoni fino a scoppiare.
Benvenuta, estate.
31/07/2008
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momenti imbarazzanti,
fidelius

Anche se non si direbbe, tra cinque giorni iniziano i M.A.G.O. Pensavo che mi sarei sentita sollevata, ed invece sto ripassando freneticamente e la mia mente non assorbe assolutamente niente; forse é che sono seduta sul pavimento, in un corridoio semibuio, appena fuori dall’infermeria. Che là dentro c’è la mia migliore amica, nelle peste fino al collo, e che il mio ragazzo è disperso chissà dove a rovesciare la sua frustrazione perché gli ho impedito di vederci finché non avremo finito gli esami. Ne ho bisogno io, come ne ha bisogno lui. Credo.
Forza, Georgiana. Visualizza le parole del libro che hai davanti, dà loro un senso compiuto e comprendi quello che stai tentando disperatamente di studiare. Pozioni. Una A assicurata, a meno che un fascio di luce divina non trasformi i miei disastri in qualcosa di lontanamente degno di una E.
La gonna ruvida della divisa, oltre a grattarmi il sedere, non serve a trasformare la superficie di pietra su cui sono rannicchiata in qualcosa di lontanamente comodo; con un po’ di fatica, facendo inutilmente leva sulla parete, mi sollevo giusto in tempo per vedere uscire l’infermiera Mound.
« la sua amica è pronta. » grufola fissando con disapprovazione le macchie sulla mia camicia; mi scusi, se è tre giorni che non torno in dormitorio perché LEI non sa fare il suo lavoro e io devo badare a Julia. E’ proprio lei, infatti, che appare dietro all’infermiera, con le sue cose chiuse nella valigia che tiene in mano; sembra sollevata, se non altro di uscire dall’incubo asettico che c’è oltre quella porta.
« ti avviso: non so quali siano gli ingredienti della pozione Obmutesco, e non ci tengo a saperli. » le sibilo mentre ci avviamo lungo una scala, appena ruotata in modo da consentirci di arrivare molto più rapidamente del previsto alla torre di Grifondoro.
« menta, elleboro, bile di tartaruga .. »
« vedo che hai studiato più di me. brava, cara. » la interrompo dopo aver svoltato l’angolo; tre settimane, e smetteremo di camminare per i corridoi di Hogwarts. Non avrò più bambini da mettere sulla buona strada, adolescenti arrapate da beccare in giro nel cuore della notte, liste di parole segrete da memorizzare. Tutto finito.
Un quadro lancia un fischio di ammirazione al nostro passaggio; ecco, questo non mi mancherà.
{ nei giorni successivi }
Credo che si chiami tregua; il pratico di incantesimi mi ha buttata così in basso che, dopo aver salutato con il massimo dell’educazione che sono riuscita a strapparmi l’esaminatore Lowell, ho avuto il bisogno fisico di vedere Sebastian e Julia. Lo studio solitario mi ha trasformata in una specie di spilletta semovente, visto che io sono quasi trasparente dietro il mio distintivo, fatta eccezione per le occhiaie.
Ignorando del tutto gli sguardi di Jules, che ovviamente è stata ridotta al terzo incomodo, Sebastian continua senza tregua a stritolarmi contro il suo petto e infilarmi la testa tra i capelli, annusandomi come se fossi un mazzo di fiori e non una strega, e ad azzannarmi l’orecchio senza ritegno, rischiando oltretutto di ingoiarsi le perle di mia zia.
« Io approvo Carlisle. » ribatto alla proposta di Jules, mollando l’ennesima gomitata nelle costole a SSS ( Sebastian Sesso Subito, ho riso fino alle lacrime quando ho sentito Eugene che lo borbottava a Peter Halbury ), che si allontana con aria offesa dal mio povero lobo maciullato. Finalmente senza rischiare di essere mangiata viva, affondo la testa nell’imbottitura del divano, e lancio uno sguardo piuttosto serioso alla mia amica, assorta nella contemplazione del paesaggio estivo fuori dalla finestra.
« già. mi sembra che abbia la testa sulle spalle, e soprattutto del potere sugli altri. »
« credo che ci siano buone probabilità che diventi caposcuola. »
« un po’ come te, Georgie. » ridacchio.
« mi raccomando, ignoratemi! » borbotta Sebastian riemergendo dal suo sogno ad occhi aperti.
« tesoro, non è colpa mia se la tua mente è altrove. » lo rimprovera Julia, sbuffando; credo che lei mi mancherà, troppo. Non sarà la stessa cosa, lo so già, perché sarà impossibile vederla tutti i giorni quando sarò a farmi ammazzare in qualche campo di addestramento auror, ovviamente con l’impossibilità di smaterializzarmi.
« credi che dovremmo fare una specie di festa di insediamento? » propongo ignorando i mugugni incomprensibili della mia dolce metà.
« mah, non sono molto dell’umore, ma sono convinta che troveremo qualcuno disposto a farlo. »
Sebastian continua a grugnire, si alza e se ne va sbattendo i piedi; questi uomini, peggio dei bambini. Tranne se c’è da combattere nella foresta nel cuore della notte e salvare metà dei presenti, ovvio.
***
E’ molto che io e Jules non parliamo a quattr’occhi, dedicandoci al gossip invece che alle vicende drammatiche di cui siamo state vittime dall’inizio di quest’anno. La morte di Ida, il Fidelius, Riddle; mi sembra di non riuscire a pensare a quando abbiamo parlato di ragazzi, l’ultima volta, senza riferirci agli orari di coprifuoco e a quando stabilire la riunione successiva.
Proprio come succedeva quand’eravamo piccole ed innocenti, lei ghigna e io sono rossa come una ricordella.
« su, non è mica una malattia! » esclama dandomi una pacca sulla spalla, e facendomi diventare sempre più purpurea e bollente. « raccontami! »
« cosa vuoi che ti dica?! » sbotto con la voce talmente acuta da essere irriconoscibile; mi è venuto naturale stringermi addosso la camicia, mentre lei cerca di strapparmi qualche dettaglio sconveniente sulla mia prima volta. Descrivere questo momento come imbarazzante è riduttivo; temo che lo sarebbe ancora di più recuperare il mio taccuino rosa confetto e leggerle direttamente quello che ho scritto al riguardo, con tutti i particolari scabrosi che la farebbero tremare di soddisfazione.
« che ne so, se è bravo! se è stato dolce! »
« come Megafusto sul pianoforte del povero Eugene? » il suo sorriso si smorza per un momento.
« beh, è stato molto romantico. » si giustifica prima di infilarsi in bocca un pasticcino con una mezza fragola sopra.
« Jules, promettimi che mi scriverai spesso. »
« Georgie, promettimi che smetterai di essere così paranoica. »
« Non credo di poterlo fare. »
« Sei incorreggibile. »
« Sì, ti voglio bene anch’io. »
{ last day of magic. }
Il professor Silente sembra più emozionato di me, mentre mi scruta attentamente da dietro le lenti dei suoi inconfondibili occhiali a mezzaluna.
« Signorina Harrington, mi sono permesso di prepararle una cosa. » le guance mi diventano subito di fiamma; non sono affatto abituata a ricevere regali d’addio, tantomeno dagli insegnanti. Non da Silente, soprattutto, per quanto lui sia il mio preferito in assoluto. Mi sforzo di sorridere e di non mettermi a gridare, ma di certo non riesco a dire una sola parola prima che lui riprenda.
« Ho visto la sua richiesta per l’Accademia Auror, mia cara. » oh. Buon segno, vuol dire che almeno sono state già consegnate al Ministero, anche se dubito che avrà qualche utilità. Tra quelli del settimo ne sono state raccolte più di venti, e i posti sono otto. Annuisco come unico sforzo di volontà.
« Mi sono permesso di aggiungere una nota sotto il suo curriculum ineccepibile. » sobbalzo. Se ne accorge, e ridacchia. « dice che lei è la migliore studentessa che Hogwarts ha visto da molti anni a questa parte .. » se prima non ero color pomodoro maturo, lo sono di certo ora. « .. e che se non la prenderanno, confermeranno la loro fama di totali, perfetti idioti. » sghignazza di gusto, mentre si alza dal suo scranno e gira attorno alla scrivania, come per raggiungermi. Non che sia strano, in effetti, ma mi sento i lacrimoni che si formano agli angoli degli occhi. Stringe le mie mani gelide e inerti tra le sue.
« Buona fortuna, Georgiana. »
Il quasi ex prefetto Corvonero mi fissa con aria contrariata; sembra quasi che gli dispiaccia essere alla fine del suo mandato. Tra le dita stringe la spilla di ordinanza, e mi ha appena pregato di lasciargliela tenere. Quando si parla di attaccamento all’istituzione; il mio baule é ancora mezzo vuoto, nel dormitorio, ma mi sento in colpa ad abbandonarlo senza una risposta soddisfacente.
« Joel, non credo di avere l’autorità per poterti autorizzare. » storce il naso. Gli do una pacca sulla spalla con tutta la convinzione che posso trovare nei suoi occhioni azzurri che mi scrutano con disperazione.
In un futuro non troppo lontano, lui potrebbe avere il mio incarico; e passare un settimo anno splendido come il mio, con amici straordinari, e magari senza doversi battere a duello nel cuore della notte. Mi saluta agitando la mano, e sgattaiola verso il suo dormitorio.
Alzo la testa e vedo davanti a me la bacheca di Corvonero, che ho amorevolmente aggiornato durante quest’anno; strappo via un paio di fogli di insulti verso gli studenti del primo, stacco con cautela quelli di auguri per noi del settimo.
E’ la mia ultima notte a Hogwarts; sono già le dieci passate, e non ho nessuna voglia di salire in camera mia e rivedere tutte le altre in lacrime; non ce la posso davvero fare, ho già pianto abbastanza in questi ultimi giorni.
Con uno sforzo, infilo la testa nel corridoio, lasciandomi investire da un silenzio che non può che spiegarsi con la stanchezza provocata dai fiumi di depressione che si sono appena riversati all’interno delle stanze. Socchiudo la porta con cautela; una delle altre russa rumorosamente. Mi siedo sul mio letto e con attenzione mi stacco dal petto la spilletta da Caposcuola. E’ strano vederla appoggiata sul comodino e sapere che domani mattina non la appunterò di nuovo sulla divisa. Ma è una bella immagine per chiudere il mio lunghissimo romanzo, lungo sette anni.
{ king's cross. }
« una settimana. » sento il fiato di Sebastian sul collo mentre mi abbraccia, sfregando intensamente la guancia contro la mia testa; ha passato l’intero viaggio in treno a sussurrarmi che sarebbero stati i giorni peggiori della sua vita. Una settimana; in effetti non ci siamo mai separati per più di un giorno, o due, in genere il tempo di dormire qualche ora. Talvolta neppure quello. Abbiamo stabilito che probabilmente né i suoi né i miei avrebbero compreso se avessimo fatto una fuga d’amore senza neanche salutare.
« dai, smettila! » sussurro senza rendermi conto fino all’ultima che anch’io sono aggrappata al suo braccio, totalmente circondata da lui. Mi bacia il collo come se volesse trapassarmelo con i canini vampireschi che non ha.
Sa benissimo che non potrò scollarmi di casa finché non arriverà la risposta dell’Accademia, a meno che non voglia provocare un collasso ai miei. Cedo ai suoi ridicoli tentativi di baciarmi, come se non avesse passato le ultime otto ore a cercare di “concentrare tutta la me di cui avrà bisogno”. Attorno a noi gli studenti si salutano, piangono, ridono, ritrovano i loro genitori e parenti vari; non riesco a concentrarmi sul fatto che a mia madre verranno i capelli bianchi, a vedermi in quegli atteggiamenti senza ancora un anello al dito.
« GEORGIANA! » tuoni, fulmini e saette! Sebastian si stacca come se fossi incandescente, io scatto nella direzione della voce che ho sentito sistemandomi i capelli in modo ossessivo, come se potesse migliorare quello che sapevo sarebbe successo e non ho prevenuto. Mio padre ha un sorriso da un orecchio all’altro, se non si considera l’enorme taglio che gli sfregia la guancia destra; qualcosa mi dice che sia appena tornato da un viaggio di lavoro. Dietro di lui, mia madre spettegola fittamente con una donna che non conosco.
« mia madre. » mormora la mia dolce metà, con una voce così strozzata da essere irriconoscibile. Ricapitoliamo; i miei peggiori timori sono sfumati nel nulla perché i miei genitori e i suoi si conoscono già? Il viso mi si accartoccia in un’espressione contrariata senza che sia capace di trattenermi. Lui, invece, ha preso a brillare; sembrerà che io abbia un’aureola, tanto lui risplende di felicità. Mi sistemo le pieghe della gonna e mi sforzo di sorridere.
« papà! mamma! » trillo offrendo loro il mio migliore sorriso, anche se vengo subito sotterrata nel profumo di vaniglia e animali selvatici della mia genitrice; mio padre si è già preso il mio baule e non sembra avere intenzione di lasciarlo finché ci sarà Sebastian nei dintorni, come a privarlo dell’opportunità di essere cavaliere con me. Non sento quello che mi dicono; ciò che posso udire è soltanto un ronzio sordo, spezzato improvvisamente dalla voce di SSS, dopo che è riemerso dalle pacche e dai baci dei suoi.
« mamma, papà, vorrei presentarvi la mia » pausa. Orrore e delirio. « ragazza, Georgiana. » oddio, svengo. Sua madre sembra essere sul punto di avere la stessa reazione, mentre Joshua Harrington ha un improvviso bisogno di tossire copiosamente e il signor Lang di accendersi la pipa.
« oh, Georgiana, proprio come tua nonna! » langue mrs.Lang mentre mia madre si avvinghia al braccio del suo pargoletto, adorante.
Se sopravviverò ai prossimi dieci minuti potrò dire di aver passato per l’ultima volta la barriera del binario 9 e ¾, e di aver detto addio all’Espresso. Sorrido a Sebastian, che si crogiola nel danno che si è fatto da solo; almeno finché non ci verrò per portare i miei bambini a scuola.
{ oh, july! }
Scendendo le scale, inciampo nella camicia da notte; sento il profumo del caffé e dei pancakes che mia madre sta preparando per colazione, ma non credo che sia questo a distrarmi. Ogni singolo giorno, dalla fine della scuola, mi alzo con un cubo di granito nell stomaco: potrebbe essere arrivata la lettera dal Ministero, quella dove c’è scritto se sono ammessa o no all’Accademia.
Mi fermo davanti allo specchio scassato del corridoio, prima di entrare in cucina; guardo la mia frangia spettinata, la treccia che si sta sfasciando dal fondo, la camicia da notte. Potrei davvero diventare un auror? Qualche volta vorrei essere ancora la piccola Georgie, che racconta fiabe ai suoi pupazzi e sogna di diventare la Principessa del Regno Candito. Acchiappo dal pavimento Cheslav, che inizia a fare le fusa nonappena gli poso le mani sulla pelliccia bluastra ed entro nella stanza sin troppo calda dove mi aspetta il mio primo pasto di oggi, oltre ai miei genitori.
Il cuore inizia a battermi a tutta birra appena mi rendo conto che mi stanno aspettando seduti, con le tazze di caffé fumante davanti, intoccate. E tra loro, davanti ad un barattolo di marmellata d’arance, c’è una busta di pergamena sbiancata.
« buongiorno, tesoro. » mormora mia madre senza la minima espressione sul volto cereo. Non le rispondo neppure. Lascio andare il gatto, che miagolando rumorosamente atterra ai miei piedi, e mi getto sulla busta.
E’ chiaro che, dimentica dei suoi poteri, aveva provato ad aprirlo con il vapore della teiera. Apro la pergamena davanti alla faccia; i miei occhi ci mettono qualche momento a realizzare cosa ci sia scritto.
« ammessa. » sibilo appena, crollando sulla sedia, che quasi cade all’indietro sotto il mio peso morto. Un Auror. Io.
Un rumore come di sparo si diffonde nell’aria, seguito da un tonfo.
« SONO STATA AMMESSA! » grido senza neppure guardare chi sia; tanto so già che ricadrò tra le braccia di Sebastian, colui che vedrò tutti i giorni ancora per qualche anno. Sento le sue labbra sulla fronte, e gli occhi dei miei nella schiena.
Questo è un nuovo inizio. Decisamente entusiasmante.
21/07/2008
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Tutti gli alberi sembrano uguali, i sentieri ormai sono spariti del tutto e mi sembra di essere passata per questo posto almeno un paio di volte. Mi fermo ansante. Il vestito è ormai praticamente a pezzi, strappato anche volontariamente per facilitarmi nella corsa, comunque difficoltosa tra tutte queste radici sporgenti e foglie che ricoprono completamente il pavimento della foresta.
Mi appoggio sulle ginocchia mentre sto ad ascoltare dei rumori indefiniti che provengono da non lontano, seguiti da della piccole grida.
Lì, devo andare lì.
Il rumore sempre crescente non ispira nulla di buono. Improbabile che siano passi. Improbabile che si tratti di incantesimi. Improbabili che me li stia immaginando. Allora cosa sono?
Mi avvicino sempre più in una corsa che ha più della camminata. Maledetto vestito, maledette scarpe, maledetta serata! Se non sapessi quanto è importante tutto questo, non mi sarei mai lasciata coinvolgere. Ma visto il fine di questo grande disegno,
questo ed altro.
Ripenso a tutta la serata, a come era cominciata e a come sarebbe finita se non fosse stato previsto altro, quando una strana creatura mi sfreccia davanti.
Non erano passi, non erano incantesimi, non era la mia immaginazione.
Centauri. Quegli esseri reclusi, emarginati in una piccola oasi per caritatevole concessione di noi maghi; eccoli qui a creare disordini, come sempre d’altronde. E poi si lamentano della loro condizione…
Ibridi, né uomini ne animali, lungi dall’essere considerati al pari dei maghi, esseri inferiori al pari dei mezzosangue, se non peggio, stanno rovinando la nostra serata; per non parlare del fatto che uno di loro mi ha praticamente sfiorato con il suo corpo animalesco!
“Dè!”. Un urlo alla mia sinistra. Scarlett mi fa cenno di avvicinarmi a lei; il suo vestito non ha niente da invidiare al mio e il suo corpo è rivestito da ferite fortunatamente lievi. Sono così felice di rivederla.
“Gli altri?”, le chiedo una volta raggiunta la mia amica.
“Tutto bene ma ora non c’è più tempo, capito? Dobbiamo tornare al castello senza farci vedere mentre ancora possiamo!”.
“No, io devo…”
“Dè!”. La sua voce decisa mi riporta alla realtà. Stanno bene, stanno tutti bene, ma dobbiamo andare. I professori, anche se fossero completamente sordi, ho dei seri dubbi che ormai non si accorgano di quello che sta succedendo, specialmente dopo l’arrivo di quegli
esseri.
Mentre Ed arriva al nostro fianco, piuttosto malandato, ci incita nella corsa, così andiamo, veloci, o almeno quanto possiamo, verso Hogwarts, verso la salvezza, verso la calma; o almeno si spera.
***
Stesso posto, stessa sala, stesso sotterraneo.
Stesse persone, stessi studenti, stessi seguaci. Insomma non è cambiato nulla, o quasi.
“D’ora in poi é lei quella che vi dà gli ordini. Violet Ophelia Traviston.”.
Ho proprio sentito bene, qualcosa è cambiato. Qualcosa di importante anche. Non posso che lanciare degli sguardi poco amorevoli alla mia eterna compagna di stanza, di casa, di unghie e di urla. Non posso credere che dovrò obbedire proprio a lei. Sottostare a lei.
Se il Mondo è finito, ditemelo adesso, vi prego, che la fine avrà un sapore almeno un po’ più dolce.
Sbuffo, è l’unica cosa che posso fare per adesso, perché quello che dichiara Tom Ridde non è legge, è oltre quest’ultima. E’ un imperativo. Un imperativo categorico.
Un anno, solo un anno. Il settimo. L’ultimo, il decisivo.
Obbedire a Violet. Lo farò; mi impegnerò con tutte la mia forze e ce la farò.
Devo, devo.
La servirò come fedele seguace del Club e del suo fondatore, ma non le offrirò la soddisfazione della mia sottomissione. Non sarò io ad avere i compiti peggiori, non sarò io a dover prendere le decisioni più importanti, decidere del destino di tutti noi rendendo conto a Lui.
A chi è toccato il destino peggiore?
Nonostante sia quasi riuscita a convincermi della positività della situazione, non so perché, ma uno spiacevole sapore amaro continua ad insidiarsi in me; e non vorrei sbagliarmi, ma non promette nulla di buono…
***
Esami. Penso a ieri e guardo oggi: il castello immerso in questo clima, in questa calma inverosimile. Sapere e non essere sospettati, mi è capitato spesso, ma mai per una cosa così clamorosa. Mai.
Trasferimenti, compiti estivi, punizioni, sospettati. Nulla che tocchi me direttamente, come molti altri coinvolti nel grande scontro. Feriti, molti; morti, nessuna.
Nonostante questa calma apparente la tensione è alta più che mai tra la casa Serpeverde, e praticamente tutto il resto della scuola! Naturalmente questa tensione è palpabile solamente dai diretti interessati alla vita dei due club; tutti gli altri studenti non hanno che parole per le vacanze e per l’anno che verrà, a parte per gli uscenti, che hanno davanti a loro un oblio di incertezze; almeno prima degli ultimi esami.
“Cominciate ora!”. Tuona Benton. Do un’occhiata ai miei amici, già impegnati nella risposte con una certa incuranza, prima di cominciare anch’io.
Non ho nessun problema, almeno in questi ultimi esami. Non devo avere nessun problema, anche perché le mie vacanze estive sono direttamente proporzionali ai vioti che otterrò, quindi meglio far bene.
Consegno il tutto ed esco. Pochi giorni alla fine della scuola, alla fine di quest’anno così turbolento ed incredibile. Non mi sarei mai aspettata che andasse così, con uno straordinario alternarsi di alti e bassi.
La partenza di Eve, l’arrivo di Scarlett, le mille incomprensioni e litigi con Jasper, i problemi di Edward, le indimenticabili liti con Violet, e infine questo scontro…e infine quel bacio…
Comunque si legga quest’anno, completamente fuori dalle righe, non si può che definirlo in un’unica parola:
indimenticabile.
Nel bene, nel male; ma sempre indimenticabile.
***
Irlanda.
In mente ho delle immense praterie verdi, grandi ed antichi castelli, misteri (legati soprattutto alla storia di Ed), e litri e litri di sidro, a quanto pare.
Non lo lascio vedere, ma questa storia di annegare i dispiaceri nel sidro non mi lascia poi tanto tranquilla perché, conoscendo i due soggetti, è molto probabile che prendano in parola tutto quanto detto! Sorrido.
“Alle terre del sidro, allora.” Dico esponendomi infine. Tanto effettivamente, ce ne sono di dispiaceri da annegare, e forse questo sarà il modo migliore di iniziare il nuovo anno. Alcool? Alla fine per i qui presenti, non sarebbe la prima volta.
“Alle terre del sidro, e che l’alcool mi aiuti.” Conclude Jasp. Eh si, conoscendo la sua famiglia, ha di che sperare riguardo alla sua estate.
Solo due settimane.
Passeremo così poco tempo tutti insieme prima di avere un intero anno a nostra disposizione.
Nell’animo aleggia un velo di tristezza, ma in questo momento non posso che essere felice perché finalmente tutto sembra essersi sistemato. Mi sembra un sogno; ma come mi ha pienamente dimostrato il passato, mai dire mai, quindi do un contegno alle mie emozioni e lascio che stiano dentro di me, custodite e non meno intense di come sarebbero esternate.
Sorrido, prendo la mano a Jasp.
Manca poco ormai.
31 giugno 1944
Tutti gli studenti si apprestano a salire sul treno. Molto si lasciano dietro rimpianti, altri desideri, altri soddisfazioni. Molti non torneranno più e si lasciano dietro la loro vita per iniziarne una nuova. Riesco quasi a vedere il mio futuro in loro; quel futuro, così pieno di incertezze, così offuscato…
Siediamo nella solita carrozza, la nostra carrozza. E il treno parte. La corsa inizia.
Parliamo ancora della vacanze, ma è palese quanto siamo turbati. Per tutto.
Le più entusiaste sono le gemelle che espongono nei minimi dettagli quello che sarà il loro viaggio quest’anno, il primo al quale non parteciperò.
Vorrei solo un po’ di silenzio ora, per pensare; non c’è mai stato tempo quest’anno, mai.
Il paesaggio fuori dal finestrino scorre veloce, fin troppo, e la stazione arriva fin troppo presto.
Binario 9 ¾ .
Ansia.
Una strana sensazione sale per tutto il corpo.
Non ho parlato con Jasp, non potevo, non volevo, e invece adesso vorrei più tempo.
Un mese. Un intero mese senza vederlo. Mai.
Un bacio. Un lungo bacio, coinvolgente, bellissimo. Un bacio che devo conservare per tutto questo tempo.
“Non andare, resta. Vieni con noi.” Questo vorrei dirgli, e invece non ci riesco. Non dico niente e lo guardo andare via. Via da me, via da noi. Non per molto, è vero, ma l’attesa ha sempre qualcosa di angosciante.
Infine mi rivolgo a Scarlett ed Ed sorridendo. Sono pronta per l’Irlanda, non vedo l’ora.
Un’estate con i miei migliori amici, potrei chiedere di più?
La voce sconosciuta della madre di Scar, l’ultima occhiata al treno che rivedremo solo a Settembre…
18/07/2008
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Foresta Proibita.
Tutto quello che sento, adesso, è il mio respiro affannato.
Fino a trenta secondi fa facevo fatica a distinguere una voce dall’altra, e adesso sono persa in un oceano di silenzio. E’ quasi soffocante, sembra che le ombre si siano alzate dal terreno, gonfiandosi e dilatandosi fino ad inglobare qualsiasi cosa attorno a loro.
Mi faccio strada, affidandomi alla bacchetta che indica costantemente il nord, attraverso una fitta selva di biancospini che mi graffiano le gambe nude, strappando la seta non più immacolata dell’abito.
Se ne esco viva, la nonna mi ucciderà.
E se non lo farà lei, ci penserà la mamma.
Sento gli occhi bruciarmi, mentre mi arrampico oltre un masso che mi sbarra la strada. Ma chi me l’ha fatto fare? Voglio dire, sono una persona pacifica, io. Non ho mai dato problemi a nessuno, sono sempre stata una brava ragazza, studentessa brillante, figlia modello. Cosa ci faccio nel cuore della Foresta Proibita, senza avere la più pallida idea di come uscirne?
Il panico mi monta dentro, mentre un crack sordo alle mie spalle mi fa strillare per la paura. Mi rannicchio alle spalle della roccia, facendomi piccola piccola. Non è questo il momento di farsi prendere dal panico. Decisamente non è questo. Respiro a fondo, cercando di tranquillizzarmi.
La voce della nonna mi rimbomba nelle orecchie, stridula e irritata.
«Sei una McKanzie, per Diana! Non una mammalucca qualunque. Sei figlia di generazioni di grandi streghe e duellanti formidabili, non sarà certo un ammasso di alberi a fermarti!»
No, certo che no. Gli alberi forse non mi fermeranno, ma le creature che nascondo forse si!
Ma nessuno ribatte, questa volta, la voce si è spenta. Vorrei bene vedere.
Mi rialzo in piedi, scacciando l’ipotesi di essere impazzita completamente per aver accarezzato l’idea di parlare a una voce nella mia testa e stringo forte la bacchetta. Certo, se il mio fantastico albero genealogico potesse in questo momento accorrere il mio aiuto, non mi offenderei di certo.
Il crack si ripete, questa volta più deciso.
Trattengo il respiro, evocando silenziosamente un incantesimo di protezione che possa riflettere qualsiasi attacco magico e non. La magia brilla fioca, una sfera azzurrina che mi avvolge in un abbraccio confortante. Ma c’è ben poco di cui confortarsi, perché il crack si è trasformato in un leggero ansimare dietro il masso, in passi affannosi e frusciar di stoffa. Ho il cinquanta percento delle possibilità che sia un membro del Fidelius e altrettante che non lo sia. Posso aspettare che mi sorprenda qui, a tremare come un cucciolo spaventato, o recuperare tutto il coraggio che ho perso nel giro di un istante, quando un branco di centauri mi ha quasi ridotta a marmellata sbucando fuori dal nulla. Inspiro a fondo, facendo appello a tutta la forza che mi è rimasta per inginocchiarmi e sbirciare oltre la roccia: non vedo nulla, a parte una sagoma che si avventura furtiva tra i rovi dei biancospini. Un raggio di luna illumina una gonna color cipria e un boccolo biondo.
Il sollievo mi invade a ondate, mentre mi rialzo.
«Audrey» la chiamo, piano, per non spaventarla. La barriera si dissolve, dolcemente, non trovando più ragione d’esistere.
«Jill!» sobbalza lei. E’ pallida, un po’ sbattuta, ma sembra star bene. Per lo meno si regge ancora sulle gambe e non mi sembra ci siamo ustioni, bolle o piaghe. Mi avvicino a lei, stando attenta a non fare troppo rumore, e le getto le braccia al collo. Sorpresa, ricambia brevemente la stretta, prima di scostarsi, continuando a tenere le mie mani.
«Hai visto qualcuno?» chiede, nervosa, gettando continue occhiate alle sue spalle «Carlisle, Georgiana?»
Scuoto il capo, lo stomaco chiuso dalla paura.
«Nessuno. Stavo inseguendo la Traviston quando i centuari sono arrivati. Non ho più visto nessuno, da allora, sono scappati tutti» rabbrividisco all’idea. Lei annuisce brevemente.
«Tanto meglio» commenta, pragmatica «Con un po’ di fortuna ci hanno liberato la strada da eventuali professori e ficcanaso. Vieni, c’è bisogno d’aiuto»
Senza aggiungere altro, mi guida tra gli alberi senza lasciar andare la mano. Non consulta la bacchetta, non cammina alla cieca. Stiamo andando in un punto ben preciso. Da qualcuno.
Con un nodo in gola la seguo, stringendo forte la bacchetta e la sua mano, fino ad una radura isolata, costeggiata da un piccolo rigagnolo d’acqua accanto al quale giace Julia, immobile.
«E’ solo schiantata» mi precede il mio biondo angelo custode, mentre Sebastian sbuca da dietro un cespuglio, zoppicando vistosamente. Ci lancia un’occhiata sollevata, il volto esangue illuminato dalla scarsa luce. Un taglio gli corre lungo lo zigomo destro, ma non sembra sanguinare. Lascio la mano di Audrey, correndogli incontro.
«Fermo, non ti muovere» gli intimo «Fammi dare un’occhiata»
«Da quando in qua sei Medimago?» domanda stancamente, sedendosi con la schiena contro la corteccia di un albero.
«Devo ricordarti chi sono i miei genitori?» ribatto sottovoce, controllando il taglio per poi passare alla gamba «Però hai ragione, non sono un Medimago. Per questa non posso fare nulla, dovrai fare un salto in Infermeria. Lei come sta?»
«Si rimetterà» interviene Audrey «Sperando sia solo stata schiantata e non ci sia altro. Domani avrà un gran mal di testa, ecco tutto. Ora però dobbiamo portarla via da qui»
Si, ma come?
***
Infermeria.
Il viso della Mound è indecifrabile.
E’ china su Julia, che ora è stesa su un lettino, i capelli scuri sparsi attorno al volto pallido come un’aureola corvina, e la sta esaminando in silenzio. E’ palese che non è l’unica paziente che ha avuto nel corso della notte, miliardi di piccole rughe preoccupate le increspano la fronte, solitamente liscia e spianata; più di una brandina è nascosta da divisori accuratamente tirati, ma non si sente volare una mosca. La luce che illumina lo stanzone è fredda, metallica, tipica delle ore che precedono l’alba. L’aria non è fredda, ma continuo a tremare come se fossi rimasta per ore sotto la neve, è quasi imbarazzante, sento i miei denti battere violentemente al punto che persino la Mound si volta a scrutarmi, pensierosa. Mi punta un fascio di luce negli occhi, per poi decretare.
«E’ lo shock» si interrompe, spostando lo sguardo da alla mia amica «Non so cosa sia successo, stanotte, e non lo voglio nemmeno sapere, ma avete rischiato grosso. Se Armando sapesse cosa combinano i suoi studenti…» scuote il capo, sospirando. Nessuna di noi due osa respirare, mentre torna ad esaminarmi la faccia.
«Via, voi due state bene» indica me e Audrey, con un gesto stanco «Andate alla Torre e restateci, una bella dormita e domani starete di nuovo bene»
Non replichiamo, limitandoci a spostare contemporaneamente lo sguardo su Julia.
«Starà bene. Sarà nei guai, ma starà bene» fa schioccare la lingua contro il palato, spingendoci via. L’ultima cosa che riesco a vedere, prima che la porta si chiuda alle nostre spalle, è la chioma rossa dell’Infermiera che ci ha regalato la possibilità di scampare alle ire di Dippet e dei nostri genitori.
***
Ma ci pensa qualcun altro a bruciare la nostra chance, quando svoltiamo l’angolo per arrivare alle scale che portano alla Torre. La scuola è immobile, soffocata da una cappa di silenzio opprimente che non permette nemmeno al fioco russare dei quadri di scalfirne la superficie. Forse hanno incantato i saloni. Forse è solo lo shock che mi rende sorda, perché quando Martine Lewis ci compare davanti, in tutto il suo malvagio splendore, mi rendo conto che indossa ancora i tacchi vertiginosi che aveva al ballo e io non ho sentito nemmeno il più debole ticchettio. Mi sfugge un leggero gemito, Audrey singhiozza. La Lewis sorride dolcemente, gli occhi chiarissimi illuminati da un luccichio pericoloso. Per quanto sia innegabilmente bella, non posso fare a meno di trovarla mostruosa mentre ci viene incontro, avvolta nel suo meraviglioso abito da sera.
«Cosa abbiamo qui?» cantilena, inclinando leggermente il capo di lato «Due uccellini sperduti, forse?»
Le dita di Audrey mi stritolano la mano, esattamente come le mie stanno facendo alla sua. Nessuna delle due fiata.
«McKanzie» mi chiama, costringendomi a guardarla «Cosa ci fai qui, nel cuore della notte?»
«Torno alla Torre» ribatto, cercando di dominare la paura che fa sembrare le mie parole un pigolio tremulo.
«Le tue compagne di casa ci hanno fatto ritorno molte ore fa» commenta, fingendosi perplessa e picchiettandosi le labbra con le dita «Ti sei trattenuta con Salinger?» l’odioso sguardo smeraldino scivola su di Audrey, che automaticamente arretra di un passo.
«Siamo… siamo andate in cucina, alla fine del Ballo» mente, spudoratamente «Avevamo fame e non ci siamo rese conto del tempo che passava. Sa, gli elfi sono creature amabili ed estremamente servizievoli, non abbiamo resistito a una razza di cioccolata con dei biscotti.»
Ti prego credici. Ti prego, dimostra che sei solo una povera oca credulona e lasciaci andare.
E’ stupido sperare in una cosa del genere. Stupido e piuttosto ingenuo, da parte mia.
Soppesa le parole di Audrey, in silenzio, probabilmente chiedendosi per quanto tempo ancora torturarci prima di portarci da Dippet.
«E sei scalza solo perché i piedi ti facevano male, non è vero McKanzie?» indaga, sorridendo angelica. Annuisco, senza riuscire ad aprir bocca.
«D’accordo, capisco» sospira appena, facendosi da parte. Audrey trattiene il respiro. Non è possibile che ci vada tutto così liscio. No, non possiamo essere così fortunate.
«Strano però» riprende dopo qualche attimo.
Ecco, lo sapevo.
«Cosa, professoressa?» la voce di Audrey trema, ma è abbastanza salda da permetterle di formulare una frase coerente senza balbettare. Io non so se ne sarei capace.
«Non mi risulta che si debba attraversare la Foresta, per giungere in cucina» commenta, la voce che diventa parola dopo parola sempre più fredda e pungente, mentre la consapevolezza mi gonfia il cuore di paura. Lei sa. Lei ha sempre saputo. Le sa tutto e sta giocando al gatto e al topo, prendendoci in giro.
Chino il capo, mentre lei alza gli occhi dai nostri piedi sporchi di fango e dagli abiti stracciati, facendoci segno di seguirla.
«Sono sicura che il Professor Dippet sarà curioso quanto me di sapere cosa vi è successo mentre andavate a fare uno spuntino di mezzanotte.»
***
Presidenza, qualche ora dopo.
«Non è ammissibile» continua a borbottare il preside, percorrendo in su e in giù l’ufficio con addosso una ridicola vestaglia di velluto rosso, un cappellino di lana con tanto di pon-pon in testa e ciabatte ai piedi «Non è assolutamente ammissibile una cosa del genere!» sbotta, guardando me e Audrey.
Siamo qui da ore. Il sole sta sorgendo, lo vedo sbucare all’orizzonte, sopra il lago, allungando timidamente i suoi raggi dorati verso il prato davanti all’ingresso. Siamo qui da ore e la situazione è sempre la stessa.
Che siamo nei guai, l’abbiamo capito.
Che chiameranno le nostre famiglie, l’abbiamo capito.
Che prenderanno seri provvedimenti, l’abbiamo capito.
La testa mi ciondola sulle spalle, inizio a far fatica a tenere gli occhi aperti. Audrey, al mio fianco, sbadiglia sempre più frequentemente. L’adrenalina si è consumata e ha bruciato tutta la nostra energia, lasciandoci completamente vuote e in balia della nostra stanchezza, della nostra paura, della nostra fragilità. Vorrei piangere, alzarmi e urlare che basta, lo sappiamo! Non siamo due idiote, ma a cosa serve tenerci in piedi a questo punto? Non arriverà nessuno prima di domani pomeriggio, a meno che non si faccia ricorso alla Metropolvere e non sono nemmeno sicura si possa utilizzare all’interno della scuola. E che comunque non consiglio a nessuno di svegliare la nonna all’alba, la reazione potrebbe essere alquanto violenta.
Eppure, mi limito a fissare il vuoto, riuscendo a cogliere una parola su tre. Dippet sta ancora blaterando su quanto sia scandaloso l’accaduto –per senza sapere cosa sia effettivamente successo-, quando chiudo gli occhi e crollo addosso a Audrey.
***
Infermeria, qualche ora dopo.
«Come ho fatto a dimenticarmi di Carlisle?» domando a Audrey per l’ennesima volta, angosciata, mentre corriamo verso l’Infermeria. Non abbiamo fatto in tempo ad entrare in camera e a farci un bagno, che subito siamo uscite di corsa, indossando la prima cosa che ci è capitata a tiro. Non mi stupirei affatto se indossassi i pantaloni del pigiama e la camicia della divisa. Quando la Mound ci apre la porta, però, non sembra affatto sorpresa di vederci.
«McKanzie, Salinger» ci saluta, sospirando. Occhiaie scure le cerchiano gli occhi, si vede che nemmeno lei ha avuto tempo di dormire stanotte.
Audrey, al mio fianco, è subito raggiunta da Peter, che la stringe in abbraccio protettivo. Sento gli occhi pizzicare, mentre cerco Carlisle, inutilmente.
La Mound, probabilmente impietosita dalla maschera di terrore che mi ha paralizzato il volto, mi prende gentilmente per un braccio e mi guida verso un angolo dello stanzone, dove intravedo la chioma fulva del mio Tasso, in netto contrasto con la federa immacolato del cuscino.
L’infermiera sparisce, mentre mi trascino stancamente fino ai bordi del letto e li cado sulle ginocchia, gli occhi ora definitivamente gonfi di lacrime; faccio per parlare ma un singhiozzo me lo impedisce.
«..mi spiace» biascio alla fine, accarezzandogli la fronte.
È così bello, in questo momento, che mi si stringe il cuore; sembra così fragile che ho quasi paura di sfiorarlo. Ritraggo la mano, incrociando le braccia sul materasso e affondandovi in mezzo la faccia. Vorrei solo che aprisse gli occhi e ridesse, come sempre, prendendomi in giro.
«Pulcino, piangi?»
La voce è la sua. Flebile, roca e impastata, ma la riconoscerei tra mille al mondo. Mi sollevo di scatto, strofinandomi gli occhi con la manica del maglione.
«No, certo che no» esclamo.
«Pessima bugiarda, amore» mi rimprovera, aprendo gli occhi. E’ sofferente, ma riesce nonostante tutto ad abbozzare un sorriso. Di nuovo, mi viene da piangere.
«Ehi, ehi!» mi rassicura «Va tutto bene! Non piangere, non..»
«E’ che mi dispiace!» sussurro, guardandolo tra le lacrima «Mi dispiace tantissimo, io avrei.. avrei dovuto stare attenta.. anche.. anche a te e..»
«Jillian, non dirlo nemmeno per scherzo» sembra sconvolto «Ha già del miracoloso che siamo usciti dalla foresta più o meno illesi» fa una smorfia, mentre cerca di mettersi a sedere ignorando le mie proteste «Perché stai bene, non è vero?» indaga, improvvisamente angosciato, scrutandomi il volto.
Scuoto il capo, senza riuscire a trattenere un sorriso. Il primo, dopo moltissimo tempo.
«Tutto a posto» mi allungo, baciandogli la fronte. Fa una smorfietta, un po’ di colore gli riscalda le guance.
«Sono stato una pessima ombra» commenta cupo, stringendomi una mano.
«Sono stato peggio io» una smorfia, e non sono sicura stia facendo dell’ironia «Ma vedo che non ne ho bisogno. Prima che mi addormentassi, hanno portato la Traviston, mezza morta, avvolta nello stendardo di Serpeverde. Una scena che avrebbe commosso anche Tu-sai-chi.» rotea gli occhi, senza curarsi di celare il disgusto. Non ce ne è bisogno, a questo punto, le carte sono state svelate e non c’è motivo di far finta che in questa scuola tutti vadano d’amore e d’accordo «Dovevi essere veramente arrabbiata, per averla ridotta in quello stato»
«Oh» commento, sorpresa «Veramente non credo di essere stata io, mi spiace deluderti. L’ho persa di vista, dopo un po’, mentre correvamo tra gli alberi. Sarà stata Georgiana, non lo so» scuoto il capo. Per quanto la Velenosa per eccellenza possa starmi antipatica, non credo che sarei riuscita a ridurla in fin di vita.
Annuisce, pensieroso. Poi, un lampo gli attraversa lo sguardo e la sua mano si stringe con forza attorno alla mia, fino a farmi male.
«Julia?» chiede con un filo di voce. Poche volte in vita mia ho visto una persona così tanto preoccupata per qualcuno. Se non fosse che è perfettamente comprensibile in questa situazione, potrei persino essere gelosa. Ma è Carlisle. E’ il mio, Carlisle, e ha un cuore grande al punto da voler bene a persone che conosce da poco e a cui è vincolato da un legame che avrebbe potuto evitare facilmente, se davvero avesse voluto. Ma non l’ha fatto, e ora il non sapere lo divora. Chi sono io per lasciare che la tortura non finisca. Chiudo gli occhi un attimo, stringendo forte la sua mano. Poi, inizio a parlare. Raccontandogli tutto quello che so.
Con la promessa da parte sua di riposare e non azzardarsi ad attraversare il castello per uccidere Riddle e la sua cricca seduta stante, lascio Carlisle a quello che spero sia un sonno senza sogni. Audrey sta tornando verso Peter, Aedan e Georgiana, tutti e tre pallidi e provati da quella che deve essere stata una notte infernale. La mia Caposcuola si tormenta le dita magre, senza però aprir bocca, limitandosi a sgranare gli occhi quando la bionda boccolona annuncia che abbiamo il permesso di vedere Julia.
«Carlisle vuole sapere come sta Julia» annuncio. La mia amica tira un sospiro di sollievo: se vuole sapere come sta lei, allora non è in una situazione così grave. Aedan, però, non è d’accordo. Protesta, ma debolmente. Stanco, anche lui, guarda me e la mia amica con stupore, nel sentire che siamo state noi a riportare la sua bella al castello. Poi, fa l’ultima cosa che ci aspettavamo da un principe del ghiaccio come lui: ci abbraccia, ringraziandoci.
Sento gli occhi pizzicare e mi affretto a seguire le due figure sfuocate davanti a me fino al letto di Julia. Bella e fiera anche nella caduta, la Grifona soffre, il volto pallido ricoperto da minuscole goccioline di sudore. Georgiana si morde le labbra, chinandosi su di lei per posarle una pezza sulla fronte, ma si ritrae quasi di scatto, irrigidendosi all’improvviso quando Julia schiude le labbra per mormorare qualcosa che non riesco a cogliere.
«Nel delirio, mi scambia per sua madre. L’infermiera ha detto che la febbre è molto alta, ma entro domani dovrebbe scendere. In un paio di giorni dovrebbe iniziare a riprendersi.»
Guardo Audrey di sottecchi, mentre ci avviciniamo al letto: è calma, non da segno di emozioni, ma potrei giurare che sotto la superficie ribolle un mare in subbuglio.
«Ida..» sussurra Julia.
Non posso fare a meno di rabbrividire, cercando la mano della mia amica che, prontamente, restituisce la stretta.
E’ straziante, non posso tollerarlo un minuto di più. Audrey mi cinge la vita con un braccio, sussurrandomi che si rimetterà presto e andrà tutto bene. Guardo Georgiana, sottile e indistruttibile accanto alla sua amica, e mi chiedo cosa avrei fatto io se ci fosse stata la ragazza al mio fianco in quel letto.
Quando facciamo ritorno nella Torre, non ho ancora trovato una risposta.
***
Cortile interno, la mattina dopo.
Il viso della nonna è una maschera di rughe e severità.
Come al solito, la mamma e il papà non hanno potuto lasciare il San Mungo –pare che ci sia stato del rumore attorno al padre di Eveline Sanders, la principessa caduta delle onorevoli Serpi- e adesso sono sola a sopportare il suo sguardo glaciale e il suo silenzio carico di rimprovero.
McKanzie e Salinger sono stati i primi cognomi convocati sulla lista di Dippet, le prime vittime degli alti ranghi scolastici. Ho come il sospetto, però, che ai colloqui della Traviston, Norwood, Lywelyn e Jasper (ammesso ci sia, un colloquio per loro) non ci sarà l’amabile presenza di Martine Lewis a testimoniare come due studentesse di Corvonero si aggirassero per il castello ben dopo il coprifuoco in atteggiamenti sospetti e con gli abiti laceri. E con un macete sporco di sangue tra i denti, giusto per rendere più piccante la storia e più pesante la punizione.
Non ho idea di cosa sia stato detto, la dentro. Non ho idea di quanto grande fosse la spada di Damocle sul nostro capo, questa mattina, quando si sono riuniti per discutere del nostro immediato futuro.
Ho passato la mattina a consumare il pavimento della Biblioteca, facendo finta di studiare per gli esami. Audrey è scomparsa con Peter dopo la prima mezz’ora passata a sfogliare libri a vuoto e non l’ho più vista da allora, fino a quando una terrorizzatissima bimba che mi sembra faccia parte del Carlisle fan-club non è venuta a dirmi che “una signora mi aspettava fuori, nel cortile”.
Ed eccomi qua, in attesa di conoscere il verdetto della giuria.
«Jillian» esordisce alla fine, guardandomi con severità. Nulla, nel suo volto, lascia presagire a qualcosa di buono.
L’imputata Jillian McKanzie si alzi, prego.
Non rispondo, abbassando lo sguardo. Non mi lasciano fare gli esami. Sono stata espulsa in tronco, senza preavviso, senza possibilità di appello e di ripensamenti. Lo sapevo, lo sapevo.
«Jillian, mi auguro con tutto il cuore che tu abbia trovato il tempo per studiare, tra un’incursione nella foresta e l’altra» prosegue «Perché se la tua media non rasenterà l’eccellenza allora temo che questa sia stata una mattina ufficialmente persa.»
Alzo gli occhi, sentendo il sangue pulsare più forte. Non mi espellono. Posso fare gli esami.
«Ed è chiaro che avrai un richiamo ufficiale e che l’accaduto avrà relativa risonanza nel tuo avvenire, ma…»
Smetto di ascoltarla, in preda ad un’ondata di euforia. Già mi vedo tra qualche settimana a ridere di quanto è accaduto con tutti quanti, davanti ad una coppa di gelato da Florian. Io, Carlisle (perché figuriamoci se lo espellono, è una delle glorie della scuola), Milo, Eugene, Georgie e Julia, Audrey.. Audrey.
«E Audrey?» la interrompo, senza rendermene conto. Mi guarda irritata per un attimo, prima di riprendere a parlare.
«Come stavo dicendo, sia tu che la tua amica affronterete tutto questo assieme. Con un po’ di fortuna sarete nuovamente nella stessa Casa e…»
«Che sciocchezza nonna, certo che saremo assieme! Lo Smistamento c’è solo al primo anno»
«Ma si può sapere dove hai la testa, Jillian?» sbotta, stizzita «A Beauxbatons sarete smistate, esattamente come accade a tutti gli studenti che vi accedono per la prima volta. Ma tu guarda, non ascolta nemmeno, sua madre mi sentirà..»
Io, da parte mia, non la sento più. C’è una sola, enorme parola, che mi rimbomba nella testa.
Beauxbatons.
Ha il suono di una condanna.
Ha il suono dell’esilio.
***
Infermeria, una settimana dopo.
«Sicuro di aver preso tutto?» domando per l’ennesima volta a Carlisle, che sbuffa.
«Jill, tesoro, si!» ride «E anche se avessi dimenticato qualcosa, posso sempre tornare a prendermela quando voglio»
«Tu non metterai piede qui dentro per un bel po’» ringhio, senza riuscire ad essere veramente minacciosa. Ma il succo è chiaro: il mio ragazzo non deve più rimettere piede in infermeria, né da sano né tanto meno da malato. Non esiste proprio. Milo sghignazza, in piedi accanto ad Eugene che fischietta, perso nel suo mondo di pentagrammi e tonalità.
Dopo una settimana di degenza, Carlisle torna a piede libero. Le ustioni sul petto, che tanto avevano fatto preoccupato la Mound, se ne sono completamente andate, senza lasciare nemmeno una cicatrice, e non c’è più motivo per cui il mio ragazzo debba rimanere in isolamento.
Guardo con un sorriso l’enorme striscione che Milo sta facendo arrotolare con delicati colpi di bacchetta, segno di tutto l’amore e tutto il sostegno del Carlisle fan-club, e i mazzi di fiori che costellavano il suo comodino, ricoperto di biscotti e dolci sgraffignati in cucina. Il biondo orso dall’ugola d’oro li raccoglie goffamente, senza nemmeno provare a sfiorare la bacchetta, e precede i suoi due compari in corridoio, subito seguito da Milo.
«Allora, vieni?» domanda il moro, con un abbagliante sorriso.
Tutto questo mi mancherà, da morire.
Sospiro.
«Jill, tesoro» esclama, cogliendo la mia tristezza. Mi si avvicina, intrappolandomi in un abbraccio appassionato «Se bruci d’amore per me al punto da sospirare per un sorriso, molla subito questo damerino pel di carota e fuggi con me!»
«Giù le zampe» ringhia Carlisle «Tieni giù le tue manacce dalla mia ragazza»
«Altrimenti che mi fai?»
«Lo stesso che ho fatto a Norwood»
«Oh si, ti prego!» geme lui «Anche io voglio una scusa per fare gli esami in privato, tra un mese!»
«Vi muovete, voi due?» si lamenta Eugene, facendo spuntare la sua testona bionda dalla porta.
«Si, si, arriviamo!» riprende il rosso «Devo solo uccidere questo idiota qui»
«Carl, vecchio mio. Se non fosse che sei convalescente ti avrei già steso da un pezzo»
«Ti piacerebbe, Ashmore, ammettilo»
Oltrepassano la soglia, battibeccando allegramente. Rimango qualche passo indietro a guardarli: uno biondo, uno rosso e uno moro. Le tre persone più diverse di questo mondo, che però si sono trovate e sono ora inseparabili. Come fratelli, hanno condiviso ogni cosa, ogni gioia, ogni dolore, ogni sogno, ogni speranza. Come fratelli.
Li guardo mentre camminano felici, a tratti accennando un salto, a tratti voltandosi per guardarsi in faccia.
E io non sarò più con loro.
Il pensiero mi folgora, paralizzandomi completamente. Immobile, chiudo gli occhi, lasciando che una più profonda percezione della realtà prenda possesso di me: i rumori, i profumi. La pietra dura sotto i piedi, il cinguettare degli uccellini nell’aria quasi estiva, le risate dei ragazzi davanti a me, una porta che scricchiola, lo strillo di tre ragazzine del primo anno.
La triade di Tassorosso è tornata per calcare ancora i corridoi della scuola.
Io lo faccio in questi giorni per l’ultima volta.
***
31 giugno 1944, King’s Cross –Londra.
Isabel sbadiglia, sonoramente, accoccolata addosso a Eugene che, rosso d’imbarazzo, non riesce a smettere di toccarle i capelli.
«Odio questo viaggio» protesta lei, roteando gli occhi «Non finisce mai»
«Siamo quasi arrivati, invece» commenta Milo, la voce velata da un’impercettibile tristezza. Carlisle mi stringe più forte e io mi giro, affondando il volto nell’incavo del suo collo. Inspiro a fondo, riempiendomi del suo profumo e del suo calore. Giuro che non avrei mai voluto che finisse così. MAI.
La periferia semi-distrutta di Londra sfreccia fuori dal finestrino, senza nasconderci gli orrori che il mondo babbano ha scatenato sul pianeta, orrori a cui noi davamo relativa importanza, protetti nella nostra gabbia dorata.
Sento il mio ragazzo sospirare, man mano che il treno inizia a perdere velocità.
«Va tutto bene?» mi chiede, sottovoce. Annuisco, ma un nodo alla gola mi impedisce di parlare. Chipie miagola, dalla sua bella cesta di vimini; un incantesimo particolarmente difficile le impedisce di uscirne.
Ho come l’impressione di trovarmi a mille miglia di distanza, in un luogo al di fuori del tempo e dello spazio. Attorno a me ci sono montagne di ricordi che si accavallano, prepotenti, e la netta sensazione di essere arrivata ad un punto di svolta. Al secondo anno, tornando a casa a fine anno, ho passato buona parte del viaggio a tormentare Isabel chiedendole cosa provasse uno studente all’ultimo anno al suo ultimo viaggio di ritorno da Hogwarts. All’epoca ero perdutamente innamorata di un ragazzo del settimo, il Capitano della Squadra di Quidditch di Corvonero. Non era bellissimo, ma aveva qualcosa che mi impediva di non pensare a lui. Chissà, forse era il presentimento che probabilmente non lo avrei mai più rivisto a renderlo così assolutamente speciale ai miei occhi, perché adesso non c’è dettaglio che non lo sia. Il sole che bacia i capelli di Isabel, il broncio imbarazzato di Eugene e la melodia che canticchia sottovoce, la camicia con le maniche rimboccate di Milo, la pila di libri di Audrey, la sciarpa che Peter ha dimenticato di infilare nel baule e che se ne sta abbandonato sul sedile.
Carlisle.
Le sue mani, che scivolano lungo la mia schiena e rimangono imprigionate tra i miei capelli, quel suo modo assolutamente unico di sollevarmi il volto premendo sul mento, con la punta delle dita, per poi rubarmi un bacio.
Il treno si ferma, con un sincronismo terrificante, nell’esatto istante in cui le nostre labbra si separano. Il chiasso nel corridoio esplode vivacemente, attorno a me un turbinio di piume, baule che lievitano e i lamenti di Eugene, che probabilmente è andato a sbattere contro il portabagagli o qualcosa del genere. Nel giro di un attimo, lo scompartimento è vuoto.
Ci siamo solo io e lui; io ho ancora gli occhi chiusi. Carlisle si alza, sono sicura che sta prendendo anche il mio baule.
«Jill..?»
«Un secondo» lo prego «Un secondo e arrivo»
«Ci vediamo giù»
Annuisco, mentre se ne va. Solo io, adesso.
Lame di luce trapassano i sedili di velluto color porpora, facendo danzare granelli di polvere attorno a me; nuvole di vapore piroettano fuori dai finestrini, simili a montagne di zucchero filato e panna montana.
Adesso mi alzo.
Prendo Chipie tra le braccia e faccio scivolare di lato la porta, esco in corridoio e scendo dal treno.
Per l’ultima volta.
C’è la nonna, che aspetta. Con il vestito buono e la sua espressione più severa, quella da portare abbinata alle perle che il nonno le ha regalato per il ventesimo anniversario di matrimonio.
La raggiungo, le do un bacio sulla guancia. Lei brontola qualcosa, poi Audrey, sorella e compagna di sventure, mi raggiunge con il suo caldo sorriso, che ricambio. Un attimo ancora e c’è pure Carlisle, che si trascina dietro un carrello con sopra i nostri bauli. Saluto Audrey, promettendole di scriverle non appena arrivo a casa, poi mi volto.
Il mio ragazzo mi stringe la mano, mentre inizio a camminare.
Non è stato un anno facile, ma è stato favoloso. Tante cose da ricordare, tante da dimenticare.
Jasper mi sfila accanto, alto e splendido come un dio greco; mi rivolge un’occhiata e quello che sembra un sorriso di scherno ma che forse, in fondo in fondo, è un addio che non si aspettava di dover dare adesso. Lo vedo correre via, verso i suoi Principi, verso la sua estate, verso il suo domani.
Vedo Julia e Georgiana che chiacchierano, in un angolo, vedo Aedan e Sebastian. Audrey segue mogia l’autista di famiglia, Isabel saltella dietro il suo orso buono dopo averne conosciuto i genitori, Opal avvampa quando Milo si china a baciarle la guancia e il giornale di un signore poco distante esplode; ma è solo un attimo.
Perché subito dopo, abbracciata a Carlisle, attraverso la barriera e mi lascio alle spalle un mondo intero che, quando rivedrò, se mai lo rivedrò, non sarà più lo stesso.
Lo giuro, non avrei mai voluto che finisse così.
Ma nemmeno nel più coraggiosi dei sogni e nella più sfrenata delle fantasie avrei saputo immaginare un finale migliore.
12/05/2008
Settimana passata.
“..e non pensate di potervi rilassare perché non avete esami quest’anno, anzi, il sesto è…”; parole, parole, solo una serie di inutili parole che escono dalla bocca di Benton: affascinante si, ma a volte estremamente noioso. Non è lui che mi interessa, non è lui a cui oggi si rivolgono i miei pensieri, la mia attenzione; decisamente no. Spingo con troppa forza la penna sullo sfortunato foglio che ho sotto mano, e questa per poco non si rompe. Il foglio di pergamena prima immacolato e ora coperto con una macchia indefinita di nero; nero, come il mio umore, nero come il mio….odio.
Odio. Odio puro, odio vero, autentico. Tutto per una persona, di cui sto ammirando la chioma ordinata, che tanto bramerei tagliare, e la figura piccola ed esile, seduta davanti a me, che mi piacerebbe schiacciare, schiantare, forse anche uccidere; si, perché no, in fondo non è proprio una novità, giusto? Potrei farlo. Poter sentire il potere racchiuso nelle mie mani, essere padrona incontrastata del destino di qualcun altro, poter decidere della vita e della morte, come solo una divinità potrebbe fare. Potrei…potrei…ma ne sarei davvero capace?
Intanto l’ignara Violet siede davanti a me, nemmeno lei troppo attenta al discorso di Benton, e rigira tranquilla e annoiata la penna. La sua testa si muove cullando prima a destra, poi a sinistra,…
Sfioro con la mano il mio viso, nel punto dove si trovava la ferita, ormai rimarginata, che mi ha lasciato con le sue sudice unghie poco tempo fa, prima che intervenisse Lenore e ponesse fine al nostro ‘diverbio’; ho persino dovuto picchiarla, con le mie mani, come una mezzosangue, o ancor peggio, come una babbana. Non posso perdonarla.
Qualcuno dice che il perdono è la virtù dei forti; sciocchezze. Il perdono non esiste, ma è confortante pensare che possa esistere, perché ci offre la speranza di crederci buoni come Dio. Anche quelli che si illudono di compiere il bene, quelli che vanno contro gli ideali di purezza per accogliere nel loro immenso abbraccio tutti i maghi, indifferentemente dal loro sangue, non sanno perdonare. Non è una loro colpa, sono solo uomini.
Avrò la mia vendetta; Ci sono condanne ben peggiori della morte...
Sarai pure una vipera, mia cara Violet, ma ricordati che sei in un covo di serpi…
Aspettami.
Un club, l’altro club. Forse la rivelazione non è troppo scioccante, scioccante è pensare che hanno continuato a riunirsi tutto questo tempo senza che noi li scoprissimo. Pensano anche di essere i ‘Buoni’ della situazione? Non diciamo illazioni, se davvero lo fossero desidererebbero cos’ intensamente la nostra scomparsa? Odierebbero a tal punto? Ma soprattutto chi ha deciso che siano loro i buoni. Anche noi agiamo per delle convinzioni e per il bene di tutta la comunità magica, e per questo siamo malvagi? Chi lo pensa pecca di presunzione,e a vedere i numerosi membri che vanta il club della Versten, ci sono molti studenti del genere…e molti nomi conosciuti…
“Deirdre!”, mi volto verso chi mi reclama.
“Steven…cosa c’è?”. E’ da molto che non lo vedo in giro, d’altronde gestire G.U.F.O., club segreti e vita sociale senza essere Tom Ridde, non dev’essere per nulla semplice!
“No, niente…posso accompagnarti fino al dormitorio?”, do una rapida occhiata a Jasp, Ed e Scar, poco dietro di me.
“Emh..non c’è problema…”.
Non si può dire che sia un tipo esilarante, ed è già un complimento definirlo divertente, però che male può far un po’ di compagnia?!
“Quindi non siete ancora riusciti a scoprire dove si riuniscono?”
“No, ma è solo questione di tempo…anzi, probabilmente non ce ne sarà nemmeno bisogno…”. Guardo il suo sguardo enigmatico mentre cerco di intuire l’allusione che sta sotto l’affermazione; un qualche piano che deve rimanere segreto, con tutta probabilità, ma cos’avrà in mente Riddle questa volta?
E’ un enigma, un enorme e infinito enigma…
Ho i piedi freddi; sono gelati e umidi. Apro gli occhi ed è come se lo facessi per la prima volta, li rivolgo verso terra: sono scalza. Il terreno è coperto dalla brina, che altera il colore dell’erba sotto di me. Alzo lo sguardo. Alberi, moltissimi alberi, dall’aspetto sinistro al chiarore della luna, alta in cielo, e offuscati dalla bassa nebbia che si aggira tra di loro. Socchiudo gli occhi per vedere meglio davanti a me e finalmente riconosco il posto dove mi trovo: è la foresta proibita. Come faccio a trovarmi qui? L’ultima cosa che ricordo è di essere andata a letto e poi….il nulla.
Muovo i primi passi per addentrarmi in quell’abisso di arbusti spinta dall’istinto, e ignoro la paura che urla forte, dentro di me, di non muovermi, di restare ferma, di non andare; forte però non abbastanza per sconfiggere l’impulso inarrestabile che sento crescere; devo andare, non so il motivo, ma devo. Man mano che penetro il silenzio si fa sempre più assordante, tanto che cerco in tutti i modi di non fare rumore nel camminare. Ci siamo solo io, e il silenzio.
Crack.
Un ramo spezzato. Mi volto mentre il cuore mi batte a mille.
“Chi va la?”, cerco di dire, ma la voce mi muore in gola. Dovrei fuggire, ma sono paralizzata dalla paura e dalla voglia di sapere.
Lenta, una chioma bionda irrompe nel grigio dell’ambiente e avanza verso me. Chi sei? Forse lei avrà delle risposte da darmi, per esempio perché mi trovo qui.
Si avvicina sempre di più; sempre di più; sempre di più. E’ davanti a me.
“Eve?”un sorriso leggero, per poi fuggire via. Il mio timore fa appena in tempo a scomparire, che il mio cuore, prima calmo, riprende a battere a mille per la corsa e l’eccitazione.
“Aspettami!” le urlo. Corro, corro per un’infinità di tempo. Un albero segue un altro, sempre uguale e tutto sembra ripetersi all’infinito. Sono sfinita. Mi fermo. Lei è sparita. Mi appoggio ad un albero per riprendere fiato.
“Aspetta un attimo…”. Guardo con attenzione la pianta che improvvisamente ha un aspetto familiare; tocco il tronco e mi assalgono una valanga di ricordi confusi, come se non li avessi veramente vissuti. Io ed Eve. Corriamo, in questo punto e poi…uno spiazzo.
Guardo nella direzione in cui si dovrebbe trovare, ed eccolo lì, leggermente diverso dai miei ricordi.
Lo spazio circolare rompe con l’atmosfera circostante: l’erba che infesta la foresta si interrompe davanti ai suoi confini e i raggi riflessi della luna sembrano illuminare solo quel punto. Solamente la nebbia rimane immune dalla stranezza di quel punto, dove a dominare non è la vita, ma la morte.
Riesco a distinguere all’interno di quel cerchio perfetto una sagoma confusa.
”Eve!”. Mi affretto verso l’oro dei suoi capelli, quando mi accorgo che non è sola: accanto a lei un’enorme animale mi fissa. Lei lo accarezza, calma, e non riesco nemmeno a vederle il viso coperto dalle lunghe ciocche.
Scappa! Vorrei urlarle, ma rimango stregata dagli occhi da rapace di quello strano ed inquietante animale.
“Ti ricordi quando venivamo qui, Dè?”, esordisce la voce quasi dimenticata.
“Adesso si…”, sono ricordi che risalgono al primo anno di scuola. Non saremmo nemmeno dovute avventurarci in questa foresta, ma si sa, niente ci poteva mettere dei freni; avevamo già le idee ben chiare. Ad Eve piaceva molto venire qui e mi raccontava delle storie; Diceva che lì vivevano degli animali che solo pochi potevano vedere e ogni volta mi ripeteva ‘ora li vedi Dè?’, ‘ora li vedi Dè?’. Non li ho mai visti. Come ho potuto scordarmene? Eppure ne soffrivo, e anche parecchio.
“Adesso riesci a vedere i Therstral”-non si volta verso di me
-“ora sei contenta?”. La sua voce diventa sprezzante e piena di odio. La paura ricomincia a farsi strada dentro di me. Perché mi fai questo Eve? Perché?
“voltati!”, le urlo con un coraggio che nasce dalla convinzione che quella non sia lei, non può essere lei…ma dove sono?
La nebbia si dirama sempre più mentre quella figura si gira. Sembrano passare ore prima di incontrare i suoi occhi senza vita, come tutto quello che ha intorno. Mi sento inghiottita dal gelo che emanano: la gola si secca, le mani tremano, il volto sbianca e sudo freddo.
Gli occhi sono azzurri, ma non sono quelli di Eve; il colorito è pallido, ma non è quello di Eve; i capelli sono biondi, ma non sono quelli di Eve.
Ida.
“Allora, ora sei contenta?”, non riesco a sfuggire al suo sudicio sguardo accusatore mentre tutt’intorno una risata familiare si diffonde come un veleno. Basta voglio fuggire, voglio andarmene da qui!
Una voce sibila alle mie spalle. E’ vicina, vicinissima.
“E allora svegliati!”
Mi alzo con un sobbalzo. Ho il fiatone, ho freddo e sono terrorizzata. E’ ancora buio, tutto tace, tutti dormono. Eccoci ancora: io e il silenzio. Ho paura ad addormentarmi: la notte ti lascia senza difese…
No. E’ sbagliato, è tutto terribilmente sbagliato. Perché Jasper, perché proprio lui? E’ il mio migliore amico, nonostante tutto, eppure…lo voglio. Più di quanto abbia mai desiderato Geert o qualche altro amore passeggero, persino più di Axis.
Forse è proprio il fatto che sia sbagliato, impossibile, a farmelo piacere; si, dev’essere così.

‘Toglitelo dalla testa Dè, non rovinare tutto, non rovinate tutto. E’ troppo importante.’
In quest’opera di autoconvinzione dimentico però che appena rimango sola è il mio unico pensiero, che quando sono insieme a lui, sono davvero felice, come l’altro giorno nel giardino, come l’altro giorno nella sua stanza…
Il cuore va da una parte, e la ragione dall’altra. Ora devo solo fare una scelta, fondamentale, importantissima, vitale…cuore o ragione?
“Dè?” Scar entra all’improvviso nella stanza. Poso il libro che avevo dimenticato di avere aperto.
“Scarl…hai una faccia. Che c’è?”
“Edward…”
“Che?” siedo preoccupata al suo fianco.
“Edward. Vado al ballo con Edward.” Il suo sorriso è radioso, e la sua felicità non può che contagiarmi. Tutto è come prima, finalmente.
“Dobbiamo cominciare a pensare ai vestiti!.”. Le dico eccitata, eppure il pensiero che tanto mi attanagliava prima è ancora lì, e non sembra volersene andare tanto presto.
E se mi chiedesse di andare con lui al ballo, io che farei? Dovrei accettare?
Guardo la mia amica mentre raggiante comincia ad elencarmi le probabili vesti del ballo, e non posso che identificarmi con lei. Desidero, bramo essere felice come lei, e so bene come poterlo essere…con chi poterlo essere.
Mi sembra già di assaporare quei sentimenti, ma prima…Ed, devo parlare con Ed. Ho bisogno di un consiglio, di una spalla amica, perché questa indecisione all’apparenza tanto banale, potrebbe rivelarsi catastrofica per tutti noi…
Il cuore non è sempre dispensatori di buoni consigli, ed è profondamente egoista; è per questo che la mia risposta sarebbe si, adesso, domani, per mille altre volte…
Si.
...oggi sono tornata nella foresta, Eve, in quel luogo dove mi portavi sempre, dove mi dicevi ti piaceva tanto stare, e io non riuscivo mai a capire il perchè. E' tutto come un tempo, solo che ora il nostro sentiero è inondato di erbacce e si intravede appena, e a guidarmi è stato più il ricordo che la vista...
Ho camminato sola a lungo, per un tempo infinito tra gli alberi di un tempo e tra la nostalgia del nostro passato, finchè sono arrivata nel punto in cui tu cominciavi sempre a sorridere...e li ho visti, per la prima volta...li ho visti davvero, Eve,... i Therstral....
01/05/2008
Un dolore lancinante si estende lungo tutta la coscia destra, mentre scendo le scale che mi portano alla Sala Comune dei Serpeverde. Il ginocchio, in particolare, si fa sentire.
Uno stupendo strappo muscolare che mi sono procurato oggi, mentre cercavo di prendere il Boccino.
Eh, sì.
Indovinate chi è il nuovo Cercatore di Serpeverde?
Qualche indizio. Ha gli occhi verdi, è bello, intelligente e di cognome fa Lewis.
“Jasper, sei il più adatto che abbiamo.”mi ha detto Morkan dopo una serie di provini piuttosto fallimentari.
“Grazie Bill, tu sì che sai farmi sentire importante.”
“Scherzi a parte, Jasp. Sei un ottimo Cacciatore, e non mi priverei di te in quel ruolo se non fossi più che certo che puoi fare altrettanto bene come Cercatore.”
Questo dialogo si è svolto ieri mattina fra me e Bill Morkan, il Capitano, nonché Portiere della mia squadra. Ora mi sto allenando per abituarmi al mio nuovo ruolo, che richiede maggiore velocità e prontezza.
“Stai facendo grandi progressi, Jasp, meno male che ti abbiamo trovato!”esulta Kane, uno dei Battitori.
Le mie gambe non sono altrettanto d’accordo.
Zoppico. Voglio solo raggiungere la mia stanza. Lì mi attendono i libri di Incantesimi e Pozioni, dove spero di trovare un sortilegio o un intruglio che possano placare il dolore.
Nella Sala non c’è quasi nessuno, a parte una decina di studenti del quinto e pochi di più del settimo che ripassano. Mi sforzo di camminare come sempre, ma non appena mi chiudo alle spalle la porta della Sala, il mio volto si contrae in una smorfia di dolore.
“Tutto bene?”dice Deirdre, mentre scende le scale.
“Non tanto. Uno strappo alla gamba.”
“Oh, povero!”
Mi raggiunge in un attimo e mi prende sotto la spalla, per aiutarmi a salire i gradini. Una volta nella mia stanza:
“Togliti i pantaloni.”
“Così, subito al sodo?”
“Frena i tuoi bollenti spiriti.”replica Dè sorridendo.“Vado a prendere un’ottima pomata che mi ha dato mia madre per casi come questo. Tu intanto non fare altri danni e resta sdraiato.”
“Ai tuoi ordini.”
Steso sul letto, mezzo nudo. La situazione potrebbe anche farsi interessante, se non si trattasse di Deirdre. Con lei, non oserei mai travalicare i limiti, e mancarle di rispetto con una richiesta che la metterebbe a disagio.
Chiudo gli occhi.
Non più tardi di una settimana fa, ho baciato Violet Traviston. Un gesto inconsulto a cui sono stato trascinato dalle circostanze. Riesce sempre a scatenare qualcosa dentro di me, quell’algida contessina viziata.
Ma nulla di paragonabile a Deirdre.
Eccola che torna, spingendo con cautela la porta.
“Pensavo dormissi.”dice, non appena apro gli occhi.
“Bene, ora inizio ad agire. Dove?”
“Ginocchio destro.”
Inizia ad applicare la pomata con massaggi vigorosi ma allo stesso tempo delicati.
Arrossisco.
Io. Jasper Lewis. Arrossisco.
Pochi minuti dopo, questa bizzarra specie di dolcissima tortura si conclude.
“Ecco. Ho finito.”
In effetti, sento già un certo sollievo.
Momento di imbarazzo abissale. Perché Deirdre resta lì, ferma, a guardarmi?
“Accio garza!”
Una benda arriva dalla porta aperta e si deposita nella mia mano. Mi avvolgo il ginocchio, e poi mi copro con le coperte.
“Grazie, Dè.”
“Figurati. E stai attento, la prossima volta!”
Si avvia ad uscire. Sulla porta, si volta per un secondo:
“Anche se devo dire che mi è piaciuto farti da crocerossina.”conclude.
L’ufficio di Martine è abbastanza spazioso, molto pieno di cose ma nell’insieme minimalista. Un paradosso.
Mi lascio cadere su una delle poltroncine.
“Allora, cosa stai facendo?”
“Correggo dei compiti.”
È circondata da pergamene coperte da simboli astrusi e numeri.
“McKanzie, dove avrà mai la testa…un errore di segno in un diagramma perfetto.”
Un segno rosso contamina il sudato lavoro di Jillian. Non riesco a contenere un sorrisetto.
“Un’altra delle tue conquiste, come non saperlo.”borbotta mia sorella, mentre prende un altro compito.
“No, lei è rimasta illesa dai miei artigli. L’amico del suo ragazzo un po’ meno.”
”Ah, è stato per lei?”
“No. Per Sean. Avevo appena scoperto com’era morto.”
Il suo viso resta impassibile. A volte mi chiedo come faccia. Era il suo gemello!
“Babbani. Due stupidi babbani.”sorride.
“Avresti dovuto vedere com’erano disperati quando sono arrivata da loro…prima il ragazzo più giovane. Aveva la mia età. Diciassette anni. Piangeva, dopo che i suoi genitori avevano esalato l’ultimo respiro.”
Continua a correggere i compiti, senza mutare tono mentre dice:
“Oh, Isherwood. Bel lavoro.”
Poi continua:
“All’altro, ci ha pensato papà. Nostra madre era appena morta. Sean se n’era andato da tre mesi.”
E così. È stata lei. È stato mio padre. Loro hanno vendicato la morte di mio fratello. Hanno ucciso i Babbani che lo avevano picchiato a morte.
“Ma vedi, Jasp. Noi non abbiamo rischiato nulla. Tu, qui, sei a scuola. Pretendiamo da te la massima attenzione.”
Annuisco.
La rivelazione mi sorprende, ma non mi tocca nel profondo.
Qualcuno bussa alla porta.
“Professoressa Lewis?”dice Benton, affacciandosi.
“Potrei parlare con lei? Oh, salve Jasper.”
Mi congedo subito, lasciandomi alle spalle Benton, mia sorella ed un segreto svelato.
Racconto tutto al mio migliore amico. Stiamo uscendo nel parco per goderci una bella giornata di sole, giunta, alla fine, dopo mesi di nebbia.
“Cosa ne pensi?”chiedo a Ed.
Non fa in tempo a rispondermi che sentiamo delle risa maschili miste a voci femminili. Le voci di Dè e Scarlett, che non sembrano per nulla a loro agio. Stringo la bacchetta, e rivolgo uno sguardo d’intesa a Ed, mentre ci dirigiamo verso le schiene di quattro ragazzi con le divise di Tassorosso.
19/04/2008

Sarà il sole, l'aria tiepida e croccante, il lago che sembra non essere più profondo di una pozza, tanto è azzurro. Sono di nuovo di buonumore, dopo diverse settimane passate ad essere un'ombra della solita Violet. Do un'occhiata ai miei piedi che oscillano nell'aria, sospesi oltre la finestra aperta degli spogliatoi, che dà direttamente sul campo da Quidditch. Non c'è nessuno, non ancora; un silenzio perfetto è cristallizzato nell'aria rarefatta del tramonto. Sospiro. Quanto tempo è passato da quando Edward mi ha chiesto di uscire, nel corridoio a cui ora volto le spalle? Quanti sospiri?
« cosa ti affligge, mia adorata? » una voce delicata, melliflua, deposita queste parole insieme ad un lieve fruscio al mio fianco; il sorriso s'irrigidisce sulle mie labbra. Mi volto lentamente, fino ad incontrare lo sguardo del verde profondo che conosco bene, il verde degli occhi di Lewis.
« la tua presenza, ad esempio. » lo rimbecco arricciando il naso, sebbene non mi riesca di fulminarlo con uno dei miei soliti sguardi ammazzauomini. Si adagia al davanzale, scrutandomi dal basso – non così basso, visto che è altissimo anche se sono seduta un metro più in alto di lui – con una faccia che non lascia preludere niente di buono.
« suvvia, ti si è spezzata un'unghia? »
« no, Lewis. Le mie unghie stanno benissimo, è la mia tranquillità ad essere stata rotta. » sollevo la mano e gli sventolo la mia manicure davanti alla faccia.
« non dirmi che ti dispiace. »
« dispiacerà a te, la volta in cui la Blackster ti coglierà sul fatto. » ancora la scusa della Blackster .. devo studiare degli altri modi per levarmelo dalle scatole; da quando Edward mi ha mollata, mi sembra di averlo ancor più frequentemente tra i piedi. Per non parlare delle volte in cui sua sorella mi ha beccata in sua compagnia; quei due sembrano essere telepatici. Dove c'è l'uno, c'è l'altro.
« Deirdre, Deirdre .. vuoi lasciarti ancora mettere i bastoni tra le ruote da lei? » con un saltello, balza sul davanzale, anche se con le gambe che pendono verso l'interno, e lascia la sua borsa del Quidditch a fianco della mia. E' chiaro che io non ho lasciato che quella bifolca scombussolasse i piani: è solo che, per pura sfortuna, i principi sono un blocco compatto destinato a muoversi sempre insieme, e a ritornare al loro stato di monade anche dopo grossi cambiamenti.
Non posso fare a meno di allungargli un cazzotto sul braccio; ma lui, in un lampo, mi prende il polso facendomi sbilanciare in avanti. Caro Lewis, stiamo facendo una vera cazzata. Non so se sia stata io a fare il primo passo in questo gioco di sguardi e mani. Farsi accarezzare da Lewis non è male, e neppure passargli il braccio attorno alla nuca. Tre..Due..Uno..Decollo. Lo bacio, mi bacia. Pochi secondi a labbra chiuse. Non è stato niente di che: niente di sensuale, niente di profondamente coinvolgente. Anzi, non so neppure se l'abbiamo fatto più che per capriccio.
« Jackpot! Ho baciato due principi su due. » mormoro coprendo le voci dei nostri compagni di squadra che appaiono dall'altra parte del campo. Lui ghigna, salta a terra e scappa nello spogliatoio. Lo seguo nello sguardo.
« Ehi, Violet. »
« Jeff! » caro ragazzo. siamo usciti una o due volte, ai tempi del quarto, ma ero troppo stupida per capire che lui era veramente ... un attimo. Quando la smetterò di skippare da un ragazzo all'altro? Ho appena baciato Jasper Lewis, e già faccio le fusa ad un altro! Beh, si sa, chiodo scaccia chiodo, e io ho un chiodo bello grosso da tirarmi via dalla testa. E poi, finché mi piovono tra le braccia a frotte, che ci posso fare?! Scavalco il davanzale, riatterrando nel corridoio, recupero il borsone e lo affianco.
« Più tardi sei invitata ad un dopocena con Riddle e soci..gli è arrivata la voce che hai fatto saltare in aria un gruppetto di tassorosso che vendevano spillette. » ruggisco ripensando alle ragazzine che hanno tentato di appiopparmi le loro sudicie mercanzie. Maledette, disgustose sanguesporco. La loro spazzatura su quello sfigato di Hunnam.
« Non ho molta voglia... » E' sempre orribile passare più di 10 minuti con Riddle. Lo stimo, lo ammiro, ma mi mette i brividi. Dà sempre l'idea di sapere troppo, di avere troppo potere. Come faceva a sapere del ragno di Hagrid, di dov'era Myrtle? Ci penso ogni volta che passo davanti al "suo" bagno.
« Non credo che tu possa rifiutare. » commenta lasciando la scopa vicino all'ingresso dello spogliatoio, sopra a quelle dei nostri compagni.
« allora ci vediamo in campo. » interrompo il discorso, evitando di specificare che sapevo già di non poter rifiutare. Ho visto che fine fanno quelli che indispettiscono Tom Riddle. Jeff si avvicina, sorridendo in modo fin troppo languido. Mi allungo in punta di piedi, dandogli un bacio sulla guancia. Quasi tremo; ecco, lui mi piace veramente. Credo. Chissà che direbbe Edward. Mi sfiora per un istante la schiena coi palmi, per poi andarsene come se niente fosse verso le panche a destra. Mi fiondo nello spogliatoio, dove posso sospirare in pace mentre mi allaccio i parastinchi.
***
« I mezzosangue insudiciano la scuola. Tutto il mondo magico. Hanno rubato la magia ad altri maghi, è chiaro! Vanno distrutti. » sibila Riddle concludendo ancora una volta la sua propaganda serale. Puntuale come un orologio svizzero, Antonin Dolohov sposta la statua che copre l'ingresso segreto e fa la sua entrata, sventolando le mani.
« che schifo, ho toccato un mezzosangue! » borbotta richiudendo la stanza con un colpo di bacchetta. Riddle lo fulmina, si vede benissimo anche nella penombra fumosa della sala. Si volta verso di noi, poi verso il resto dei presenti. Seduti al mio fianco sul divanetto subito alla destra di Tom sono seduti Lenore e soprattutto Jeff, che continua a muoversi sulla stessa linea delle ultime settimane per quanto riguarda la nostra storiella. Il suo indice scorre lentamente alla base del mio collo, accarezzandomi la nuca, lasciata libera dai capelli raccolti in una coda di cavallo. Sto facendo una fatica tremenda a controllare le mie pulsioni, e contemporaneamente ad ascoltare ciò che viene detto in via ufficiale da Tom e soci. Più in là, i principi in formazione ridotta, in mezzo agli altri del club. Non so se Deirdre abbia già fatto richiesta di inserimento per la Lywelyn, fatto sta che non l'ho ancora mai sentita nominare da nessuno degli intimi di Riddle. Lui ha ripreso a parlare, ignorando Dolohov che ci costringe a spappolarci per farlo stare sul divano.
« se ti alzi, ti faccio sedere sulle mie ginocchia, così quel culone di Dolohov può sedersi. » tremo mentre mi posiziono sulle cosce di Jeff, che mi cinge i fianchi per non farmi scivolare. Ed Edward mi sta fissando; gli darà fastidio? Si sentirà in colpa? Quello che mi ha fatto mi brucia ancora, da morire. In alcuni momenti vorrei che tornassimo indietro ... insieme. Mi abbandono alla stretta di Jefferson, tornando a guardare Tom.
La faccenda dei mezzosangue si sta facendo molto più...seria. In realtà, non so neppure per quanto riusciremo ancora ad evitare di essere beccati: i nostri danni si stanno facendo piuttosto evidenti, per non dire che forniamo una dose quotidiana di lavoro all’infermiera. Per un giusto scopo, sia chiaro: mi auguro che presto quegli inguardabili, osceni mezzosangue si decidano a scomparire dalla nostra vista. Ad esempio, quella piaga putrescente di Annabel Bennett. Sì, lei è in cima alla lista, almeno alla mia.
***
« IO TI AMMAZZO! » moderata, come sempre. Salto giù dal letto, gettandomi verso Deirdre che si è già fiondata dall'altra parte della stanza. Questo non doveva dirlo. OH NO, questo non doveva dirlo. Darmi della bacchettona, lei che non è riuscita a portarsi a letto il suo ragazzo ufficiale! Dirmi che Edward non mi vuole! Continuare-a-tartassarmi-con-le-sue-stronzate! Stava ridendo, ma ora non sembra così divertita dalla conclusione della nostra piccola discussione, vista la sua smorfietta insulsa. Senza nessuno che le pari le spalle, non è poi tanto sicura di sé. Brandisco la bacchetta, cominciando a borbottare incantesimi a casaccio. Lei si tuffa dietro al letto di Amber, facendo capolino ogni tanto per verificare che non me ne sia andata.
« Violet, non essere così nervosa! » miagola mentre si risolleva, ed io frantumo un vaso al posto di spappolarle il cranio. E dire che fino all’inizio di quest’anno pensavo di poter arrivare ai M.A.G.O. Senza farle lo scalpo. Ma lei ce l’ha proprio messa tutta, per farmi impazzire: e chi è causa del suo mal, pianga se stesso. Mi fermo in mezzo alla stanza, posandomi una mano sulla fronte e facendo molti – respiri – profondi. Lei si avvicina, rischiando la sua vita, senza saperlo.
« Eddai..non te la sarai presa! » ridacchia entrando nel mio cerchio privato. Troppo vicina. E veloce come un lampo, tanto improvviso da non dare neanche a me la possibilità di rendermene conto se non a fatto compiuto, scatta lo schiaffone, abbastanza forte da farle voltare il capo. Lei spalanca la boccuccia di rosa, con le fiamme che già si riflettono nei suoi occhi.
« MALEDETTA! » urla prima di buttarsi verso di me, con l’aria di una valchiria inferocita. Già mi riparo il viso con le mani, pronta alle sue unghiate. Ma subito, una voce che riconosco bene ci interrompe.
« scusate. » sibila Lenore, appoggiata allo stipite della porta. La Blackster si ferma con le manacce a mezz’aria, io idem. « Violet, ti dispiacerebbe venire? »
12/04/2008
Mi è dispiaciuto. Davvero.
La rottura con Violet è stata, per me, una scelta difficile da prendere. E forse, in un certo senso (credo sia questo lo stato che sento), dolorosa. In fondo…per la prima volta avevo conosciuto…l’amore. Si. L’amore.
Ma non ho visto via d’uscita. Violet era sì la mia ragazza. La persona che, senza dubbio, ho amato finora. Ma era anche la persona che cominciava anche a soffocarmi con le sue gelosie/ossessioni/manie.
Ho bisogno di ritrovare me stesso, di tornare edward .Il vecchio Ed. Quello strafottente e spensierato, vivace e audace. Insomma. Me. E dopo che avevo deciso di confidarle quel segreto che sento trapanarmi la testa, lei ha reagito in modo strano. Pensando più al fatto che, questo problema, mi avrebbe avvicinato a Scarlett.Quando invece avrei voluto che lei mi appoggiasse, forse. Senza affogarmi nella sua gelosia smaniosa. Mentre invece non si era resa conto che Scarlett era soltanto UNA delle cause che ci hanno portato alla rovina, e non per i motivi erotico/sentimentali che palesava lei.
Tutto ha una fine, Edward. Tutto ha una fine. Convincitene. E’ questa la realtà dei fatti. E questo strano sentimento soffocato che senti bruciare in petto…..anche quello…deve avere una fine. Completa.
E mentre mi rintano nei miei pensieri mi ritrovo al lago, in compagnia dei miei amici. Che sorridenti scambiano battute senza senso, ma proprio belle per questo.
Deirdre. La mia Deirdre. La “nostra” Deirdre, sembra aver organizzato tutto.
La vedo, sorridere mentre Scarlett si avvicina a me, lei e Jasper. Contenta. Come se avesse ritrovato una gioia che le veniva privata da troppo tempo.
Senza scivolare nell’emotività dei fatti, vorrei che questi istanti si fermassero.
Mi sento anche io “Bene”, finalmente dopo tanto tempo. Mentre ci avviamo tutti insieme in sala comune.
Io, Deirdre, Jasper e….Scarlett. Un pensiero mi sovviene. Mi manca eve, e me ne accorgo proprio in questi momenti. Manca tanto a tutti noi. Ma come già detto: tutto ha una fine, un inizio e certe volte bisogna mettere un punto ed andare a capo. Eve non tornerà.
Non avrei mai pensato di poterlo dire. Mai. Eppure…i principi, sono tornati ad essere il gruppo bello, splendido, perfetto che erano un tempo. E le sorprese, sembrano non finire mai. Spingo la porta, avanzando fiero. La bellezza torna, più sfavillante di prima. Ed ora..? Non vi resta altro che il tremore. Tremate, pargoli, i principi sono qui per allietare i vostri sogni.
“A me dispiace Jasper. Mi dispiace. E lo dico davvero.” Parlo con il mio amico. Mostrando lui il mio risentimento.
“E tuttavia Violet stava diventando insostenibile, soffocante.Io…non credo che sarebbe stato salutare, in primis, continuare una storia che cominciava ad essere quasi…malata. Oserei dire così.”
Jasper annuisce, comprensivo come sempre con me che forse lo sto solo annegando di parole.
“ Lo so io quello che ti serve.” Rimarca Jasper, con aria leggermente sorniona.
“ Norwood, non vorrai perdere il tuo charme da seduttore…” e nel suo tono riscopro quel pizzico di sfida/rimprovero verso il quale si sono concentrate tante, e tante sfide in merito.
Io sorrido, audace e scintillante come un solo rampollo del mio calibro riesce a fare, e chinandomi aggraziato, rispondo:
“Hai ragione, non sia mai. Andiamo a far beare qualche giovane pulzella del nostro fascino regale, amico mio”.
E così dicendo, esco fuori. Hai visto, Edward? Deve finire, e finirà.
Gaeltacht. Gaeltacht. Gaeltacht.
Di notte, di giorno, negli attimi pomeridiani non faccio altro che pensare sempre e solo a quello.
E’ il mio chiodo fisso. Quella chiave che vorrei potesse aprire quello scrigno che mi è stato chiuso davanti agli occhi tempo e tempo fa.
Io ho promesso. Io ho giurato che avrei sfidato tutto, pur di vendicare mio padre. Era una promessa a lui, era una promessa a me. E’ una promessa A ME.
Mi alzo, uscendo dalla mia camera. Ho una strana, inspiegabile voglia di parlare con la mia amica Scarlett. Perché lei è
SOLO UN’AMICA. Figurarsi se al momento voglio altre seccature del tipo
“storie e quant’altro” no. Non fanno per me. Al momento…voglio gustarmi il significato della parola L I B E R T A’.
Che trovo in sala comune, china su un libro. Estraniata da tutto il mondo, quasi volesse esattamente questo. Siedo vicino, sbirciando fra le sue pagine.
“ Norwood a ore due.” La ragazza solleva lo sguardo, rivolgendomi la sua attenzione.
“Splendore sensitivo.” Le dico con un’audacia degna del più grande seduttore mai esistito ad Hogwarts.
Mi piacciono queste considerazioni personali che ho assolutamente intenzione di riprendere,fosse solo per curare il mio, momentaneamente instabile, ego.
“ Qual buon vento?” domanda, centrando immediatamente il problema.
“ Vento irlandese” ammetto, facendo in modo che i miei occhi riescano a rispecchiare quello che realmente vorrei sapere. Ossia qualcosa di nuovo.
Ne parliamo a lungo, ma le nostre considerazioni sono sempre le stesse, trite e ritrite sugli stessi concetti già ampiamente esplicati.
Niente di incognito. Niente che non so. Niente che possa aprire uno spiraglio nuovo. Uno spiraglio di luce.
“ Edward, tutto quello che potevamo scoprire qui a scuola, lo abbiamo già scoperto” Scarlett e la sua voce di velluto riescono a riportarmi alla realtà. Mi alzo, insieme a lei cingendole un fianco.
In fondo, devo ringraziarla davvero per avermi fornito anche quelle poche informazioni reperibili nella struttura in merito a questa setta, pare, sconosciuta.
“ Hai ragione” sottolineo
“ abbiamo scoperto tutto quello che Hogwarts riserva” .
E più che una precisazione a lei, è una precisazione a me stesso.
Tutto quello che Hogwarts….Hogwarts…..riserva.Ad Hogwarts ho scoperto tutto. Ad Hogwarts ho scoperto tutto.
Ogni cosa, ogni volume è stato messo sotto sopra. Anche Lumacorno ha fornito il reperibile. Niente. Tutte le fonti sono finite, tutte le fonti si sono esaurite.
Ogni cosa. Si è conclusa. Estinta come un fuoco su legna bagnata.
“Qui ad Hogwarts non troverò più niente” valuto, disteso ad occhi chiusi sul mio letto, le mani dietro la nuca.
“Qui ad Hogwarts non troverò più niente” come una nenia mi ripeto, convincendomi.
“Che stai blaterando, Ed?” Jasp mi ridesta dai miei pensieri, trascinandomi quasi, con la sua voce, seduto.
Con lo sguardo perso nel vuoto valuto quello che il mio pensiero vuole farmi capire.
“Qui…..ad Hogwarts……non troverò…..più niente.”
Avviso per la gentile clientela. Vista la mancanza di pc funzionante per la nostra Owner, mi ha gentilmente chiesto di potermi spedire i post tramite e-mail(inviata dal pc di un'amica) e postarlo, affinchè la presenza dei suoi PG non si annulli. Detto ciò, speriamo che questo "problema" si risolva in fretta. Have Fun.
*Scarlett*
11/04/2008
È un momento tranquillo.
Ed ha lasciato Violet. E Scarlett è pronta a prendere il suo posto, dopo essere diventata la sostituta ufficiale di Eve.
Sbuffo, annoiato dal compito di Pozioni. Che voglia: devo enunciare e descrivere i quindici modi d’uso del Siero Obtortus. Li conosco a menadito. Ma scrivere è un altro paio di maniche.
Seduto nella Sala Comune, mi lascio dondolare all’indietro. Tutti gli studenti del quinto e del settimo sono intenti a ripassare, studiare e quant’altro. Jefferson Lennard leggiucchia il tomo di Incantesimi senza eccessiva gioia, mentre Klaus McDowning, accanto a lui, ripassa Trasfigurazione e ogni tanto lo guarda in adorazione.
Violet entra, e, nel vedermi, alza gli occhi al cielo; il suo viso si contrarrebbe in una smorfia di disgusto, se non fosse una vera lady inglese.
Una distrazione dallo studio, ecco quel che mi ci voleva. Mi alzo e vado a sedermi accanto a lei.
“Buongiorno, Traviston.”
“Buonasera, Lewis. Fra poco si cena, se non te ne sei ancora reso conto.”
Ah, la piccola vipera del mio cuore è tornata, dopo essersi raddolcita nei miei confronti si è trasformata ancora in un Basilisco.
“Allora…buonasera. Come vanno le cose?”
“Se l’amico Norwood ti ha mandato a controllare come sto, cosa di cui francamente dubito, ti assicuro che non mi sto struggendo di dolore.”
No, direi proprio di no. È bella e curata come al solito, e, per quel che ne so, le ragazze depresse per amore tendono alla trascuratezza. Ho anni di esperienza, sì.
“Dunque, hai già trovato qualcuno per sostituire il mio fedifrago amico?”
“Non sono per niente affari tuoi.”
“Oh, andiamo…un po’ di pettegolezzi non fanno mai male.”
“Deirdre ti caverebbe gli occhi se ti vedesse mentre parli con me.”
“Carina come mossa per mandarmi via. Sappi che io faccio ciò che voglio, mia piccola goccia di fiele.”
Dall’espressione del suo volto, tutt’altro che amichevole, capisco che sta per coprirmi di insulti…anzi, no. Sarebbe più nel suo stile gelarmi con una frase, una sola ma detta con tutto l’odio di questo mondo.
L’arrivo di mia sorella la interrompe.
“Jasper, lascia in pace la signorina Traviston. Ne ho già viste abbastanza triturate dalle tue mani.”
“Non c’è pericolo, professoressa.”ribatte Violet.
Martine scoppia a ridere.
“Jasp, stai perdendo il tuo tocco?”
“Quello mai. È solo che Traviston è immune al mio fascino, ecco il mistero. Cosa ci fai qui?”
“Devo parlare con Morkan, un tuo compagno. Rischia la bocciatura in Aritmanzia, a giudicare dai voti del mio predecessore.”
Le indico un ragazzo alto e dinoccolato [Morkan è il Cercatore di Serpeverde, fra l’altro], che sta facendo bisboccia con il suo gruppo, e Martine si allontana.
Prima che possa rivolgerle la mia attenzione, Violet Traviston e già in piedi e si dirige verso il dormitorio femminile.
Eve non tornerà più.
Me lo ripeto da una mezzora. Da quando l’ho saputo da Deirdre, ieri in riva al Lago Nero, questo pensiero vaga nella mia mente, frammisto alle solite considerazioni scolastiche e\o sentimentali.
Eve non tornerà più.
All’improvviso, avverto un senso di vuoto.
E un’altra sensazione. Di cambiamento.
Sono cambiate così tante cose quest’anno…tutto è iniziato come al solito, ma poi il Destino ha iniziato a giocare con noi, intrecciando e disfacendo i fili delle nostre vite.
Io ho combinato disastri a non finire, iniziando con Belinda per concludere con l’episodio di Pennington. Ed ha iniziato la sua personale ricerca della verità. Deirdre ha dovuto affrontare il mio tradimento, la lontananza di Eve, l’arrivo di Violet Traviston.
E poi, Tom Riddle. Tom Riddle, questo ragazzo con il viso aristocratico di un principe e l’anima nera di un demone. Tom Riddle che ci ha illuminati con la sua luce, che ci ha infuso nuova speranza nei suoi, nei nostri ideali di purezza.
Tutti questi pensieri mi attraversano la mente mentre la voce monotona di Ruf si dilunga nello spiegare le vicende della Settima Guerra dei Goblin contro i Folletti.
Fuori dall’ampia finestra gotica, una pioggia battente scroscia sul Parco e sul Campo di Quidditch. Questo clima uggioso mi invoglia al sonno, e invece, penso con un brivido, oggi pomeriggio mi attende un allenamento.
Fra le altre cose, abbiamo bisogno di un nuovo Cercatore. Forsythe, dopo aver cercato di far fuori il suo collega Grifondoro che gli aveva rubato la più bella testa di ricci biondi della scuola[ammirevole intenzione, ma forse un po’ troppo plateale il gesto di farlo precipitare da trenta metri], era stato sospeso e in seguito ha continuato a studiare in privato. Morkan, il suo sostituto, è un buon giocatore, ma il suo rendimento scolastico è in crollo libero e quest’anno ha i G.U.F.O., dunque deve smettere e concentrarsi sullo studio. Quindi siamo senza Cercatore, alè.
“Ha smesso di piovere. Il fango la fa da padrone, ma perlomeno ha smesso di piovere.”mi dice, Somerville, il capitano della squadra, accogliendomi con una pacca sulle spalle.
“Facciamo la solita partitella d’allenamento. Fai il Cercatore, intanto che aspettiamo di trovarne uno decente.”aggiunge.
Due ore dopo torno negli spogliatoi decisamente malmesso e con un male incredibile alle gambe. I Cercatori hanno proprio una vita grama. Mi rilasso sotto la doccia più del solito, e quando ne esco per andare a cambiarmi, ci sono già un paio di giocatori di Corvonero. Micheal Parker e Aedan Lywelyn.
“Ciao Aedan!”lo saluto con cordialità.
“Salve Jasper. Come va?”
“Non c’è male grazie. E tu? Ti stai ambientando?”
“Abbastanza. Non mi perdo più per questi labirintici corridoi, il che è già quacosa.”
“Tua sorella mi pare che si trovi benissimo qui.”
“Ha sempre desiderato studiare ad Hogwarts.”dice, mentre indossa la divisa blu. “Odiava Durmstrang.”
“La capisco! È un posto provinciale…”affermo.
Finisco di rivestirmi e mi infilo il mantello, salutandolo e uscendo nell’aria fredda per tornare a scuola.
Lancio, nel vero senso della parola, la borsa sul letto. Edward, immerso nella lettura di un dizionario di gaelico, inarca le sopracciglia e mi fissa.
“A volte sei di una grazia…”dice sorridendo.
“Lo so, neppure la regina d’Inghilterra può competere. Vuoi smetterla con il gaelico? Tanto Scarlett lo conosce benissimo.”
“E allora? Se conosco due parole, tanto meglio, no?”
La mia innata pigrizia non mi consente di dare risposte affermative.
“Scarlett ti cercava, a proposito. Per il compito di Incantesimi.”
Oggi non ho proprio requie.
26/03/2008
La sfera d'acqua si solleva perfetta davanti al volto di Julia, catturando la luce del sole e riflettendola attorno a sé, simile ad una piccola stella evanescente. La ragazza inclina appena il capo di lato, qualche ciocca castana le scivola dolcemente sulla guancia prima di dondolare nell'aria fresca di metà mattina mentre mi avvicino in silenzio.
«Sei l'ultima persona che pensavo di trovare qui, Jules» la canzono, stiracchiando un sorriso sornione.
Lei non sobbalza, ma la sfera d'acqua assume le forma del mio volto prima di iniziare a ruotare vorticosamente su se stessa e trasformarsi in una lenta spirale in movimento.
«Potrei dire lo stesso di te, Carlisle» ribatte lieve, seguendo i movimenti sinuosi dell'acqua.
«E' una mattinata troppo bella per passarla in classe» le dico, con una scrollata di spalle.
Il vento si agita tra i suoi capelli, scompigliandoli dolcemente, mentre mi siedo in cima al piccolo molo. Il lago si allunga davanti a noi, fino all'orizzonte, senza che si possa nemmeno intuirne la sua fine: un panorama di cui non mi stanco mai, nemmeno dopo sei anni in cui è rimasto sotto i miei occhi immutato.
«Come stai?» le domando dopo qualche attimo.
La Grifona inspira a fondo, mentre chiude la mano a pugno e la sfera d'acqua inizia a roteare su se stessa come impazzita.
«Bene»
«Bugiarda» sospiro, scuotendo appena il capo «Non sei capace di mentire.»
Lei tace, abbassando lo sguardo e la mano, lasciando che la sfera torni al lago, con un delicato gocciolare.
«Sarà» ribatte scrollando le spalle «Fattostà, però, che ho bisogno di crederlo» ispira a fondo, distendendosi sul legno e guardando il cielo con gli occhi socchiusi, mentre dondolo i piedi sfiorando la superficie del lago con la punta delle scarpe. Sono tante le persone che non sanno dare il giusto valore ai silenzi. Quella breve sequenza di attimi privi di suono che si susseguono nel rapido intervallo tra due respiri, due battiti, due frasi: c'è qualcosa di magico, nel silenzio, che sfugge ai più.
«Non è meraviglioso?» commenta dopo qualche attimo, con aria quasi sognante.
«Che cosa?» mi appoggio sugli avambracci, offrendo il viso al sole.
«Il silenzio.»
Ecco, Julia fa parte di quel ristretto circolo di persone che capiscono quello che intendo. Le sorrido, senza aggiungere altro.
«Quasi dimenticavo» aggiunge voltando il capo verso di me «Come sta Eugene?»
«Meglio, indubbiamente» mi scappa un mezzo sorriso «Ha ripreso a tenere il muso a me e a Milo, direi che si è ripreso abbastanza»
«Ottimo» un sorriso le tira le labbra, mentre volta il capo in modo tale da posare una guancia contro il legno; un guizzo divertito le attraversa gli occhi «E per quale inenarrabile motivo vi tiene il muso?»
«Ragazze» le rispondo criptico, sghignazzando senza ritegno «E' il modo più sicuro per metterlo in imbarazzo, dovresti provare. Ha tutta una gamma di espressioni capaci di far ridere la più rigorosa delle stuatue» le assicuro, portando una mano sulla fronte per riparare gli occhi dalla luce del sole. Ride, tirandomi un colpo sul braccio.
«Siete senza cuore!» esclama, senza però smettere di ghignare.
«Se sacrificare la dignità di Eugene serve a farti ridere un po', allora continueremo ad essere senza cuore Jules» mi scappa di bocca, prima di realizzare cosa ho effettivamente detto. Si irrigidisce appena, tornando a guardare il cielo azzurro smalto. Non ci sono nuvole a chiazzarlo, non oggi; se non fosse per il vento ancora pungente potrebbe essere estate.
«Mi sono ridotta tanto male?» domanda alla fine «Non era mia intenzione far preoccupare fino a questo punto così tante persone, è solo che...» le si incrina appena la voce, ma si sforza di continuare a parlare «...è solo che mi manca tantissimo.»
«Manca anche a me» confido, chiudendo gli occhi. Il volto sorridendo di Ida fluttua tra i miei pensieri, chiudendomi la gola «Manca a tutti»
***
Faccio ritorno al castello che è ormai ora di pranzo, dopo aver lasciato Julia in compagnia di due sue compagne di casa che abbiamo incrociato mentre tornavano da Erbologia. La norvegese si è avviata con loro verso lo stadio, per recuperare qualcosa che ha detto di aver dimenticato, mentre io ho fatto ritorno a Scuola.
La Sala Grande, come sempre a quest'ora, è piena da scoppiare, ma non è particolarmente difficile individuare Eugene e Milo nella folla, al solito posto
«Signori» li saluto con un sorriso, accomodandomi davanti a loro «La mattinata come è andata?»
Si scambiano un'occhiata di intesa, trattenendo a stento un ghigno.
«Produttiva, in effetti» rispondo alla fine Milo, abbassando gli occhi sul piatto per non scoppiarmi a ridere in faccia «Vero, Eugene?»
«Oh si!» ribatte l'altro, mordendosi le labbra «Decisamente»
«Cosa state tramando, voi due?» chiedo agitando la forchetta dopo essermi riempito il piatto di zucchine e pollo ai ferri.
«Nulla» ribattono all'uninsono, fissando con esagerato interesse i loro piatti.
«Oh certo, e Edward Norwood è il mio migliore amico» commento ironico.
Il moro solleva il capo fingendo stupore.
«Carlisle! E cosa aspettavi per dircelo?»
«Che vi incrociassimo a Hogsmeade a fare shopping tenendovi a braccetto?»
Li guardo, senza dire nulla. Sono dell'idea che la mia espressione parli da se, senza bisogno di traduzioni sonore di alcun genere fatta eccezione per l'eco causato dall'eventuale cozzare di due teste vuote assieme. Le loro.
«Quando la vostra mentalità tornerà adeguata al vostro fisico fatemelo sapere, grazie»
Torno a mangiare, cercando di ignorare le loro risatine vagamente isteriche e facendo mente locale su cosa mi aspetta nel pomeriggio. Pozioni? No, era l'altro ieri. Incantesimi? Si può essere.
Mi verso del succo di zucca e, quando sollevo lo sguardo, Jillian fa capolino alle spalle dei mie due rincretinitissimi amici.
«Jill» le sorrido, mentre inizia automaticamente ad arrossire man mano che si addentra nell'orbita gravitazionale di Milo.
«Ciao» pigola, più rossa che mai, stringendo con forza un libro al petto e dondolandosi sui piedi.
«Oh, Jillian cara!» Milo si volta, con un radioso sorriso stampato sulla faccia. Lei boccheggia, vagamente stordita dall'ondata di feromoni che le si schiantano addosso.
«Ciao Milo» riesce a formulare, dopo qualche attimo, distogliendo bruscamente lo sguardo «Ciao Eugene»
Il biondo grugnisce, orso come il suo solito, senza nemmeno guardarla. Sospirando, le faccio cenno di raggiungermi: mi regala un sorriso, un bellissimo sorriso, prima di trotterellare oltre un nutrito gruppo di sospiranti ragazzine del primo anno e venire a sedersi accanto a me. Le strappo un bacio, circondandole la vita con un braccio.
«Tesoro, toglimi una curiosità» inizio a dire «Tu sai perché questi due individui qui oggi sono particolarmente idioti?»
«Ehm» distoglie lo sguardo, imbarazzata, coprendosi la bocca con una mano.
Milo, senza più riuscire a contenersi, ulula con le lacrime agli occhi.
«Devo preoccuparmi?» aggrotto la fronte, senza capire. Jillian scuote il capo, posando il libro sul tavolo e infilando una mano in una tasca della gonna per poi porgermi un piccolo oggettino rotondo.
Una spilletta, per l'esattezza. Con la mia faccia stampata sopra, circondata da una miriade di cuoricini rosa che ci svolazzano attorno.
«Cos'è?» indago, dubbioso, mentre anche Eugene si unisce a Milo nella risata.
«Una spilletta» osserva candida la mia ragazza «Molto carina, tra le altre cose, è riuscita veramente bene»
«Si, questo lo vedevo anche da solo» ribatto, pizzicandole appena la vita. Lei si agita, lanciando un gridolino acuto per la sorpresa.
Le prendo il piccolo oggettino di mano, rigirandomelo tra le dita mentre una terribile intuizione mi folgora al ricordare una semplice domanda di Dorothy.
Hai qualcosa di particolare contro le spillette?
«Ditemi che non è quello che penso che sia!» esclamo, guardandoli a turno tutte e tre.
«Oh no, bello mio! E non è finita qui!» sghignazza Milo, invitandomi a schiacciare la mia faccia con un dito. Magicamente, a quella si sostituisce una scritta, le cui lettere riportano i colori di Tassorosso.
«Per noi Carlisle è..» recita il moro.
«...il ragazzo più bello che c'è!» conclude il biondo.
I due si guardano, prima di lanciarsi di nuovo in una lunga serie di ululati che attirano le occhiate incuriosite del resto della tavolata.
«Come hanno fatto ad incantarla?» domando, sentendo puzza di bruciato. E' una procedura troppo complessa per delle bambine del primo anno.
La mia ragazza avvampa, liberandosi dalla mia presa. Tossicchia, senza guardarmi negli occhi.
«Era un'idea troppo carina per lasciarla irrealizzata» ammette «E morivo dalla voglia di vedere la tua faccia davanti ad una cosa genere» sussurra, mordendosi le guance per non esplodere a sua volta.
«Fila via, traditrice!» esclamo, più imbarazzato che mai; anche lei scoppia a sua volta a ridere, allontanandosi di corsa, e Milo e Eugene, in preda a vedere e proprie convulsioni, sprofondano al di sotto del tavolo, incapaci di reggersi in piedi.
Ma tu guarda che gente.
22/03/2008
Oggi è una giornata ventosa, tanto quanto l'altro giorno il sole ci ha scaldati per tutta l'ora di Cura delle Creature Magiche.
All'ennesimo soffio di vento che minaccia di alzarmi la gonna mormoro con vivacità una serie di improperi alla Scozia e al dannatissimo ideatore di questa stupida divisa. Dei comodi pantaloni unisex non sarebbero di certo un'eresia. Sono sempre più convinta che la linea di azione giusta sarebbe raccogliere tutte le grazie femminili di Hogwarts e barricarci nelle cucine – posto tatticamente geniale, anche se l'unico inconveniente è che quei poveri elfi domestici potrebbero morirne di crepacuore, giusto perché la nostra rivolta li costringerebbe a ferie a tempo indeterminato - finché il Professor Dippet non conceda un po' di utile parità tra i sessi, almeno in campo vestiario.
Una ragazza del mio anno mi lancia un'occhiata comprensiva, mentre esce dalla serra di Erbologia dietro di me e mi supera al fianco di un'altra Tassorosso; io mi avviluppo nel mantello, in un improvviso slancio d'amore verso quel pezzo di stoffa che metà delle volte mi si incastra tra i piedi. Sono tristemente sottovalutati, i mantelli. D'altronde, io sono ancora un po' contrita perché sono riuscita a farmi togliere cinque punti per aver esasperato la Fairfax mentre mi aggiravo nel corridoio al secondo piano... è perfettamente comprensibile rischiare di inciampare nel proprio mantello mentre si è distratti da una cartina.
Osservo le mie altre compagne di casa, che non fanno una piega ed avanzano spavalde davanti a me. Sorrido trionfante solo quando varco il portone d'ingresso, lasciando andare il mantello con poca grazia e rovistando nella borsa alla ricerca dell'orario.
“Probabilmente mi manca l'essenziale nonchalance delle veterane,” mormoro, sovrappensiero, guadagnandomi un'occhiata distratta da Eugene Pennington che mi passa a fianco. Vedendo lui e Carlisle Hunnam mi appare chiara nella mente la scena di un altro ragazzo, i capelli scuri pettinati accuratamente all'indietro, che sussulta tenendosi la mano e allontanandosi sensibilmente dall'Aethonan di fronte a lui. Oggi non l'ho visto a lezione.
“Ah, il ragazzo dell'altro giorno... con i capelli scuri. Come sta?” chiedo, rivolgendomi ad Eugene, a pochi passi da me.
“Fuori pericolo, di sicuro.”
“Ha preferito saltare Erbologia perché la mano gli dà ancora fastidio,” aggiunge il rosso, sfilandosi la sciarpa e appallottolandola per infilarla nella borsa.
Mi attardo per qualche secondo a guardare i lividi sul viso del biondo, tracce ancora visibili, seppure quasi del tutto scomparse. Forse ha avuto anche lui qualche problema con un Animale Fantastico, tipo un mastodontico Abraxan. Con uno sbuffo d'aria tento di scostare dagli occhi una ciocca che mi solletica le ciglia, tornando a guardare l'altro ragazzo.
“È davvero strano... Voglio dire, gli Aethonan sono docilissimi, e non amano i rumori, ma forse hanno un'avversione particolare per i brani canticchiati...” Il paragone di uno dei libri in negozio mi è rimasto impresso, assieme alle foto magiche di un branco di migliaia di cavalli sauri nelle praterie inglesi, una distesa di ali che ondeggiano appena: “Il primo mago che li ha scoperti e ha provato a cavalcarli l'ha trovato facile come un giro su una scopa!”
“Milo sarebbe d'accordo,” ribatte Carlisle con un ghigno. “Ma le scope non hanno ancora provato a morderlo, per fortuna.” Una pausa, poi un'occhiata incuriosita al mio implacabile rimestare tra libri e penne d'oca.
Sorrido, mentre mi si forma un'immagine mentale che comprende un ragazzo moro e scope insospettabilmente voraci. “Cerco l'orario, non l'ho ancora imparato a memoria...” comincio, come in risposta alla sua domanda inespressa.
“Per oggi abbiamo finito.”
“Davvero? È perfetto, posso andare a fare lezione di Pozioni con il primo anno,” ribatto io, sorridendo per il piccolo colpo di fortuna; intercetto un altro sguardo di Eugene, stavolta decisamente più trasparente e interdetto.
“A proposito,” inizio, muovendo la mano per attirare la sua attenzione. “Per arrivare all'aula di Pozioni da qui posso girare a destra e poi seguire il corridoio? Perché qui sulla cartina ci sarebbe quest'altra strada, ma ho ancora qualche problema con le scale...”
***
“Hai mai provato un odio viscerale per la tua divisa?” sussurro a mio fratello, incrociandolo mentre esce dall'aula di Pozioni. Occhieggio con invidia i suoi pantaloni: a casa portavo sempre i jeans, la Comodità con la c maiuscola.
Mi sorride. “Beh, l'arringa contro il mantello è già stata consumata. La gonna?” azzarda casualmente, decifrando la mia occhiata.
Ridacchio, risistemandomi la borsa a tracolla dopo il tragitto fatto di corsa. “Fa lavorare le sue celluline grigie in modo eccellente, signor Crowley. Posso contare sul suo aiuto nella presa di Hogwarts?”
“Come?” replica lui, esibendosi in un sopracciglio inarcato. “Devo essere all'oscuro di qualche passaggio, Dot.”
“Potrei aver trovato un punto di accordo con gli elfi, ma non ti posso rivelare nulla. La parola d'ordine sarà unisex, però,” sentenzio, gesticolando per enfatizzare il concetto. Prima di passare oltre e sedermi a metà classe, lo saluto con un “Silenzio radio!”. Gran fonte di ispirazione, i romanzi Babbani.
Occupo un posto libero tra due studenti intenti a sistemare le loro cose sul bancone. Li imito, tenendo a portata di mano il libro e una penna per prendere appunti. Quando il Professor Lumacorno entra si esibisce in uno squittio sorpreso nel vedermi tra alunni di sei anni più giovani, ma senza cerimonie saluta la classe con un ampio gesto delle mani e inizia subito ad illustrarci la Pozione da preparare durante la lezione.
Circa dieci minuti dopo mi sento tirare leggermente la manica. “Scusami... sei tu... sei tu che hai parlato con...” inizia timidamente la ragazzina alla mia destra, una breve incertezza a interrompere il basso mormorio “...Carlisle Hunnam?” conclude, arrossendo come un papavero.
Mi giro verso di lei, annuendo lentamente. “Meglio dei contatti dell'MI6,” commento piano. Penseresti che, come lo spionaggio Babbano, anche queste Tassorosso del primo anno non abbiano granché mezzi, e invece guarda quel che riescono a scoprire... Per la domanda a sorpresa mi immobilizzo con il coltello a mezz'aria, la radice di cardo sul tavolo da lavoro in attesa di giudizio, finché il ragazzo alla mia sinistra, dopo un'occhiata critica al mio lavoro, con un debole sospiro esasperato mi confida che è meglio tagliarla con la lama d'argento. La mia sequela di ringraziamenti sussurrati viene interrotta dalla stessa vocina esitante di poco prima.
“Posso sapere... di cosa avete parlato?”
Presa in contropiede di nuovo. Non so esattamente cosa dire. “Beh, di Aethonan e di negozi di animali, ma...”
“Hanno un fanclub, per quell'Hunnam,” si intromette il ragazzo, spostando con il dorso della mano la frangetta irregolare, e lasciando trapelare la sua opinione a riguardo con un'occhiata torva.
“Un fanclub?” ripeto, spostando lo sguardo tra i due. “Anch'io ne avevo creato uno, qualche anno fa. Era un club per gli appassionati di Snasi,” spiego a bassa voce, mentre il piccolo coltello d'argento per sminuzzare traccia inutili seppur enfatici cerchi nell'aria . “Mio fratello era l'altro membro del club, ed avevo creato delle spillette a tema da appuntare sul mantello... Li studiate, gli--”
“Spillette?” la voce della biondina si fa improvvisamente più acuta, sul viso il sorrisone a trentaquattro denti di chi ha appena avuto una folgorazione sul senso della vita. Potrei quasi giurare che le brillino gli occhi, se non fosse umanamente impossibile. Sono cose che si leggono solo nei libri. A una Tassorosso, poi, docile per definizione, dovrebbe essere proibito avere un luccichio così sinistro negli occhi.
***
Mi lascio cadere sulla panca, nel posto libero di fronte a Carlisle, la fronte aggrottata e l'urgenza di sputare il rospo. Mi sporgo sul tavolo, ma lui mi precede.
“Sei riuscita ad arrivare a lezione?”
“Sì sì,” rispondo in fretta, muovendo una mano come a scacciare dei Doxy e rischiando di rovesciare la brocca di succo di zucca. La agguanto, risistemandola poco più in là, per evitare il peggio. Non è questo l'importante.
Mi chiarisco la voce, e inizio come un fiume in piena.
“Credo di aver fomentato qualcosa che era meglio non fomentare. Non ci ho pensato finché non è stato troppo tardi, ma magari a te queste cose fanno piacere. No, sono quasi convinta che a nessuno farebbe piacere, ma prima di venire portata ad un simbolico rogo per scontare le mie malefatte sappi che sono pentita. E ho scoperto di essere totalmente inadatta per il ruolo da spia, semmai avessi voluto fare della professione di Auror la mia terza scelta di vita.”
Obiettivo numero uno: distrarlo dal pasticcio; bel lavoro, Dot.
“Il troppo cibo mi manda in confusione, temo,” commenta, un sorriso gentile nonostante la fronte aggrottata. “Non riesco a seguirti.”
Mi soffermo a fissare le venature del tavolo e i cibi ben disposti, accuratamente preparati per farti venire l'acquolina. Se non mi sentissi un tantino in colpa per la mia boccaccia probabilmente il mio stomaco brontolerebbe, indignato da tanto crudele disinteresse verso quelle bontà.
Alzo una mano, strofinandomi la pelle della fronte in un gesto talmente rapido che butta all'aria parte dei capelli che sfuggono all'elastico, e torno a guardarlo.
“Hai qualcosa di particolare contro le spille?”
20/03/2008
Scarlett mi ha spiegato la faccenda. Non so fino a che punto sia stata sincera con me, non la conosco abbastanza per fidarmi di lei. Mi fido del giudizio di Edward, però.
E spero con tutto il cuore che lei possa aiutarlo a placare i suoi démoni.
Sto leggendo un libro sull’Irlanda, nientemeno, per approfondire la mia conoscenza sulla zona del Gaeltacht. Non che ci sia qualcosa di molto interessante, ma così ho l’impressione di fare qualcosa per aiutare il mio amico. Giusto l’impressione, ecco.
In Sala Comune il solito brusio sale all’improvviso per poi fermarsi del tutto: una ragazza, o meglio: una giovane donna, di circa venticinque anni è apparsa sulla porta, sorridente e bellissima. È alta, slanciata, con un caschetto biondo ed un viso dolce.
“Jasper!”esclama, avvicinandosi a me e stringendomi in un abbraccio.
Come mai questo splendido esemplare di donna mi conosce? Semplice.
“Martine, cosa ci fai qui?!”rispondo, quasi immobilizzato dalla sorpresa.
Non vedo mia sorella da almeno tre anni. Di colpo, i miei compagni di casa si concentrano solo su di lei: le bellezze di Serpeverde perdono un po’ del loro splendore.
Non ci siamo mai visti molto spesso, quindi non sono ancora abituato all’effetto che fa sulla gente. Di solito la prendono per una Veela. Solo che è una strega come tutte le altre, se non fosse per una “certa” avvenenza fisica.
La mia diffidenza verso di lei è causata da un motivo ben preciso: è il braccio armato di mio padre. So per certo che è venuta qui per uno scopo, e non mi resta che scoprire quale.
“Possiamo parlare io e te in privato?”mi dice, con un guizzo metallico nella voce e negli occhi verdi.
Come volevasi dimostrare.
“Sì, certo. Nella mia camera.”
“Quanto tempo che non me lo diceva un bel ragazzo di Serpeverde…!”scherza lei.
La stanza è abbastanza in ordine, per essere occupata da tre ragazzi. Martine si siede accanto al fuoco che scoppietta, nonostante la bella giornata.
“Jasper, sono qui per conto di nostro padre.”
“Lo avevo immaginato; figuriamoci se Leonard Lewis si muove per la sua prole.”
“Siediti e ascoltami. Non intendiamo in nessun modo lasciare che tu faccia sciocchezze.”
“Cosa vuoi dire?”
Mi guarda con durezza.
“Andare in giro a picchiare Sanguesporco non è una soluzione per purificare la stirpe dei maghi.”
Silenzio.
“Te l’ha detto Ed.”
“Sì, perché ci tiene a te quanto noi. Quanto un fratello.”
Mi siedo, coprendomi il viso con le mani. Martine mi appoggia una mano sulla spalla.
“Io…non so perché l’ho fatto. O meglio, lo so. Dimmi una cosa, Martine. Sean è stato ucciso da Babbani?”
“Sì. Una rissa. A Sean non interessava mischiarsi o meno con i Babbani, gli erano indifferenti...come gattini innocui. Una sera, entrò in un pub di Londra; un pub normale, babbano. Non si sa bene come la cosa sia iniziata, però è chiaro come poi è finita.”
È la prima volta che qualcuno mi parla con chiarezza della morte di Sean.
“E i responsabili?”domando.
Martine mi sorride.
“Jasper, caro. È ovvio che sono stati neutralizzati.”
Un eufemismo per dire che mio padre li ha uccisi tutti.
Anzi no.
È più probabile che abbia pagato qualcuno per farlo: non è tipo da sporcarsi le mani dedicando tempo a dei Babbani, anche se gli avevano ucciso il figlio.
Realizzo che posso pestare tutti i Mezzosangue che voglio, ma non è così che vendicherò Sean.
“I Mezzosangue sono la feccia del popolo dei maghi.”prosegue mia sorella “Ma non è necessario che tu vada in giro a picchiarli; è comprensibile, ma pensa alle conseguenze. Potrebbero espellerti. O quantomeno sospenderti, e di conseguenza farti perdere l’anno. Pensaci bene, Jasper.”
Martine ha ragione, non devo dare loro potere su di me, sui miei sentimenti.
Ma soprattutto, non devo farmi scoprire, né ora né mai.
Martine se n’è andata, in un’aura di luce e splendore, come al suo solito.
Molto più efficace di una Strillettera, molto più bella.
Il risultato non cambia, però. Mi sono comportato come un idiota.
Non che mi dispiaccia per il povero, piccolo Eugene Pennington: una lezione se la meritava in ogni caso, non foss’altro per essere amico di quella fogna dai capelli rossi.
Ma io, io sono un Serpeverde, sono un Lewis, sono un Principe.
Cosa diavolo mi è preso?
Ripenso a ciò che è successo.
Tutto è nato dopo aver parlato con Tom Riddle, riguardo la morte di Sean. Le supposizioni del mio capo sono state poi confermate da mia sorella.
Riddle voleva solo aprirmi gli occhi, ed io, folle di rabbia e dolore, ho frainteso il suo messaggio.
Ho subito cercato qualcuno su cui sfogarmi, non pensando affatto alle conseguenze.
“Come con Belinda.”dice la mia coscienza.
Pecco di impulsività, e ne sono consapevole.
Come un toro che vede il drappo rosso durante la corrida, mi avvento contro l’avversario e non gli lascio scampo.
Ma così facendo, spesso causo più danni che benefici.
Mentre sono immerso nelle mie riflessioni, Edward entra in camera.
Non dice nulla, si limita a guardarmi; deve aver visto Martine andare via, ed ora aspetta che scarichi su di lui la mia collera.
Niente di più sbagliato.
Mi alzo in piedi, e con tre passi lo raggiungo.
Chino il capo e lo ringrazio.
Mi ha salvato da me stesso.
Tom Riddle mi scruta, mentre ci usciamo dal luogo della riunione.
“Lewis, ti è successo qualcosa.”
Annuisco. Come potrei mentirgli?
"È così. Ho fatto un errore, ma qualcuno mi ha aperto gli occhi.”
“Lo so.”
Silenzio, solo i passi di una decina di persone che rimbombano per i sotterranei. Poi ci dividiamo, per non destare sospetti.
Riddle si ferma per un istante di fronte a me.
“Lascia che il germoglio di ciò che io vedo in te cresca e maturi.”
Poi se ne va, mentre la gioia invade il mio cuore.
12/03/2008

Guardo fuori dalla finestra. Nevica, soffici fiocchi bianchi ricadono sul terreno lasciando un leggero alone bianco. Sta attaccando, se continua così per tutta la notte domani avremo uno o due metri di neve. Tra le mani i fogli, letti e riletti, che mi ha consegnato Scarlett con le informazioni sui Gaeltacht. Ormai le potrei ripetere tutte, le so a memoria, ma niente di quello che c’è scritto riesce a portarmi delle vere informazioni su essi. Sono una setta, forse questo è l’unico punto su cui posso apporgiarmi. Ma che cosa c’entra con loro mio padre? In cosa sarebbe potuto essere immischiato? Che cosè che mi sfugge? Forse l’unico modo per scoprire qualcosa, di concreto e sicuro, è
recarmi nel loro mondo.
Con queste deduzioni decido di lasciare lo scomodo marmo ghiaccio del davanzale della finestra e mi accingo ad andare a dormire. Mi preparo una tisana che mi sono preparato, dopo una settimana di intenso lavoro finalmente è pronta, per dormire. Questi incubi mi impediscono di riposare, ormai sono diventato un cadavere, tutti gli occhi delle ragazze mi guardano preoccupato. Sono un cencio. E domani devo parlare a Violet, devo riposare, per forza.

Mi butto di sotto dal letto fischiettando un motivetto a me sconosciuto. Dormire mi ha fatto bene, mi sento come rinato. Jasper mi fissa incredulo dal suo letto, fino a quando in tono teatrale non mi rivolgo a lui: “mio caro amico, ma come ti è venuto in mente di farmi ridurre in questo stato? La mia povera immagine, sembro un barbone! Adesso cosa penseranno tutti di me?!” sembro drogato. Devo ammetterlo. Probabilmente ho esagerato la dose ‘risveglina’ di quel troiaio che mi sono bevuto ieri sera. Meglio così.
Mi dirigo verso il bagno dove mi faccio un’accurata pulizia del viso: barba, sopracciglia di troppo, crema. Adesso si che va bene. Mi guardo compiaciuto, lasciando poi il posto a Jasper che è ancora mezzo addormentato.
Decido di indossare un paio di semplici jeans ed un maglioncino in lana grigio, con le righine di rifinitura verdi e scendo in sala comune. Mi siedo sul divano più vicino al fuoco e tiro fuori pergamena e piuma.
Violet ho bisogno di parlarti. Appena puoi raggiungimi in cortile, al solito posto.
***

Arrivo in giardino, come previsto dalla sera prima è completamente ricoperto di neve. Vedo Violet già appostata vicino l’albero, infreddolita.
La saluto con u bacio sulle labbra e mi scuso per il leggero ritardo, alla fine sono solo cinque minuti ma con questo freddo anche questi pochi minuti fanno il loro.
“Edward, non potevamo vederci in un posto un po’ più accogliente?” brontola dolcemente lei.
“Scusa, è che non avevo voglia di stare in mezzo ad un branco di gente” mi sorride leggermente e poi mi fissa. Sta chiaramente aspettando che io parli.
Respira, respira, respira.
“Devo confessarti una cosa!” diretto, forse troppo. L’ho spaventata? Vedo i suoi occhi roteare, panico. Chissà a cosa sta pensando, è sbiancata.
“Si..?!” Aggiunge debolmente.
“In questi giorni sono scomparso perché..” non continuo subito la frase e vedo i suoi occhi sgranare sempre più.
“Stai con un’altra?!” sbotta lei. Dio santo, ma cosa gli è venuto in mente a questa!
“No, no, no.”
“Ti ho visto sai con quella là, la novellina, la Lywelyn!” continua maneggiando a destra e a manca.
“Violet, Violet calmati! Non ci sono altre. Ci sei solo tu.” Prendo le sue mani tra le mie e la vedo finalmente tranquillizzarsi. Le sue guance prendono un leggero rossastro.
“Scusami..” chiede poi, abbassando lo sguardo imbarazzata.
“Bhè..devo dirti una cosa che non so se ti farà piacere.
Ma devi giurarmi” le alzo il volto verso i miei occhi, in modo da poterla fissare “
devi giurarmi che non ne farai mai, e dico mai, parola con nessuno. Chiaro?” annuisce debolmente.
“Questa storia risale a tanti anni fa; io ero un ragazzino e uccisero mio padre sotto i miei occhi. Cancellai tutti i miei ricordi di quella sera fino ad oggi, giurando però
vendetta.” A quella parola – vendetta – vedo un filo di preoccupazione, paura negli occhi della mia ragazza. Decido però, nonostante tutto, di continuare a parlare. “Ma qualche tempo fa, grazie ad un sogno, gli avvenimenti di quella notte sono tornati chiari. Il mantello di quell’uomo. Il simbolo della sua famiglia. Nessuno sapeva aiutarmi: Lumacorno, libri, fino all’arrivo di Scarlett. Lei conosceva quella famiglia, un’antichissima famiglia irlandese. I Gaeltacht.”
***

La cena è ricca ma ormai l’effetto dello sciroppo sta scomparendo e la mia vitalità con esso. Non ho fame, anzi, ho fame, ma di sapere. Sono avido di scoprire. Noto Scarlett alzarsi dalla tavola ed andare via. Non ho più parlato con lei da quando mi ha consegnato gli ultimi appunti, neanche per ringraziarla. A parte quel bigliettino stropicciato che le avevo inviato.
Lascio i miei compagni con un “ciao” e un bacio per Violet e la raggiungo.
“Scar!”
“Norwood. Guarda chi si rivede!” dice sarcastica.
“E’ vero, sono scomparso. Scusa”
“Un misero fogliettino! Almeno un po’ di tempo per un semplice grazie potevi anche trovarlo” so che è solo superficialmente arrabbiata con me. Ho sentito prima Deirdre che parlava di una Scarlett indaffarata per Edward.
“Hai ragione e chiedo umilmente perdono!” faccio un mezzo inchino davanti a lei prendendole la mano e baciandogliela.
“Sei perdonato. Ma attento a te!” La saluto con un occhiolino per raggiungere quella che in lontananza è solo la sagoma della mia gemellino preferita: Utopia Blackster.
“Ciao piccola!”
“Edward!”
“Dove stai andando?”
“Sto tornando in sala comune. Non mi sento molto bene!”
“Bhè, ti accompagno!” le cingo il braccio intorno alla vita e mi dirigo con lei verso la nostra accogliente sala comune.
Attenzione:
- Leggere nel forum, in discussioni per pg, il topic riguadante Edward e il club pro-riddle
- Quando dico che Ed si fa le sopracciglia, sia chiaro, non è nel senso di delinearle e dargli una forma. Ma ad esempio di avitare il monociglio o qualche brutto peletto che non incastra niente!
04/03/2008
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Toc Toc Toc
Apro gli occhi lentamente, scosto la tenda del letto a baldacchino e guardo verso la finestra, la fonte del rumore. Scorgo un gufo abbastanza grosso, marrone, che con i suoi occhietti piccoli mi squadra e con il becco continua a picchiettare sul vetro sporco della finestra. Mi alzo subito, infilo le pantofole e corro ad aprire l’anta. Non voglio che il rumore svegli le mie due Belle Addormentate, Susan e Lory.
Il gufetto si appoggia su una pila di vestiti di Susan, e mentre si mette comodo fra i cardigan di cotone e le minigonne colorate alza la zampetta e mi porge una letterina.
La apro subito, gia` so chi e` il mittente, ricevo lettere solo da una persona fuori Hogwarts. E` la mamma, ha una calligrafia piccola, gentile, le parole appena sfiorano il foglio, ma rimangono impresse nella mente.
Cara Alexa,
sono passati gia` molti giorni da quando te ne sei andata e io, piccola mia, non ho fatto altro che pensare a te e a come mi manchi. La casa e` terribilmente vuota, e io mi sento terribilmente vuota e triste. Mi manca una giovincella per casa! Certo, eri una palla al piede quando ti lamentavi perche` non c’era nessuno della tua eta`. A proposito, indovina chi e` venuto ad abitare dalla nostra anziana vicina di casa tanto amata? Niente meno che suo nipote, che ha la tua eta`, forse un po` piu` grande. Figurati e` venuto una settimana dopo che te ne sei andata!
Rimango a bocca aperta, mannaggia! Proprio quando me ne vado io, dopo i mesi di solitudine e noia arriva una novita` proprio quando non ci sono!
Sono sicura che adesso ti starai strappando i capelli, continua Alexa, figurati che il ragazzo e` anche carino!!!
Ecco a questo punto sono veramente incavolata.
Mi ha aiutato con la spesa e il resto, appena ha saputo che ero ancora convalescente. Ma non ti preoccupare, gli ho parlato di te, e non vede l’ora di vederti quest’estate!
Comunque se ti stai chiedendo come sto non ti preoccupare, va tutto bene, il dottore e` ogni giorno piu` ottimista e concorda con la mia decisione di mandarti a scuola. Dopotutto lo sapevo io che ti mancavano Incantesimi, Trasfigurazione, Antiche Rune e tutte le altre materie strane di Hogwarts! Mi raccomando mi aspetto il massimo dei voti eh? Dai scherzo piccola mia, basta che ti trovi bene con le amiche e che vai decentemente, e la tua vecchia mamma e` contenta ed in pace.
Qua va tutto bene, a parte questa novita` del ragazzo carino, io riesco a muovermi abbastanza e cucino, pulisco e faccio altre faccende da sola.
Perfavore scrivimi e raccontami qualcosa, qualsiasi cosa, anche cosa hai mangiato oggi. Lo sai quanto adoro ricevere tue notizie, non posso vivere senza le tue battute simpatiche e le tue prese in giro ai professori e agli studenti. Mi chiedo perche` non mostri la tua spiritosaggine agli altri compagni, sei davvero simpatica e divertente, devi aprirti un po` di piu` alle altre persone.
Ti voglio bene
Mamma
Rileggo la lettera, e` un po` corta, e mi ha lasciato l’impressione che mamma mi stia nascondendo qualcosa. Spero davvero che dica la verita` riguardo alla sua salute, non si e` allargata sull’argomento. Cammino in punta di piedi e mi siedo alla scrivania, dove tiro fuori una piuma e inizio a scrivere la mia risposta. Sono ancora insonnolita e le parole mi escono con fatica, vorrei dimostrare a mia madre che sono veramente spiritosa come dice lei, ma non mi viene in mente niente. Guardo Lory e Susan che dormono e un’idea fa capolino nella mia mente. Perche` non descrivere la posizione strana che assume Susan quando dorme, messa a V con il sedere che spunta fuori dalle lenzuola? Oppure descrivere come russa Lory, che sembra che tutto il fiato che ha nei polmoni lo fa uscire fuori di notte. Inizio a scrivere speranzosa, ma controllo il tempo e mi rendo conto che mi devo sbrigare, se voglio fare in tempo per la colazione e non essere in ritardo a Trasfigurazione.
“Su ragazze, su! Su!” grido, tirando addosso alle Belle Addormentate un paio di cuscini.
La campanella suona, segnando la fine di questa prima lezione. Susan si avvicina, e inizia a pichiettare sul mio banco impaziente, ci metto sempre tanto a riordinare la borsa.
“Datti una mossa, ti ricordo che l’altro giorno abbiamo alla grande pisciato Incantesimi, e non mi sembra proprio il caso di arrivare in ritardo oggi”
“O cacchio Incantesimi! Ho il libro in camera, devo scender quattro piani merda!” finisco di ordinare in fretta, esco dalla stanza a razzo, sento da lontano la voce di Susan che mi chiama, e in sottofondo il grido della professoressa “Alexa spingi la sedia quando esci!!” e poi sento qualcos’altro, qualcosa che speravo proprio di non sentire, la spalla di Jasper Lewis. Me ne accorgo troppo tardi, quando mi giro e incontro il suo sguardo freddo, e tremendamente incazzato. Se mi sento cosi` male guardando lui, figuriamoci se mi scontro mai con Riddle. Noto che i miei libri giaciono per terra, accanto ai suoi.
“Ma guarda dove vai!” poi mi guarda e il suo viso assume una smorfia di disgusto “Cacchio dato che mi dovevo proprio scontrare con una mezzosangue perlomeno potevo scontrarmi con una un’attimo carina no?”
Sento il mio viso che diventa rosso e le lacrime che combattono per non cadere, non qua, non davanti a tutti. Perche` effetivamente tutti hanno sentito, c’e` qualche ragazzo che ride, altri che stanno zitti, vedo gli occhi di una o due ragazze che mi fissano con pieta`. Jasper ha fatto la sua scena, ed ora e` contento. La sua vita continua, la mia si e` fermata.
Corro giu` per le scale, e non mi fermo piu` finche` non sono rinchiusa in camera mia, sul letto a lasciare che le lacrime scorrano e bagnino il cuscino. Non mi frega niente, tanto qua non mi vede nessuno. Non so perche` me la sono presa cosi` tanto, in fondo e` Jasper, il suo mestiere e` offendere la gente, offendere i mezzosangue. Pero` lui non ha offeso me essendo mezzosangue, mi ha offesa secondo il mio aspetto fisico, che lui evidentemente non apprezza. E se non l’apprezza lui puo` essere che non l’apprezza nessun’altro ragazzo? Che i miei sogni di fidanzamento sono solo fantasie? Che nessuno mi amera` mai, nessuno mi invitera` ad un ballo? Cavolo Alexa, sei veramente messa male. Mi alzo e vado a guardarmi allo specchio, l’Alexa che stamattina mi guardava riflessa dallo specchio e` cambiata, ora e` un mostro, e` grassa, ha il naso troppo grande, la faccia troppo rossa, gli occhi troppo piccoli, i capelli troppo banali. Non posso credere che io abbia mai pensato di essere carina. Mi accascio sul letto di nuovo, cavolo cavolo, tutto per uno stupido commento da uno stupido ragazzino che guarda caso e` uno dei piu` popolari della scuola. Cavolo!! Improvvisamente mi cade lo sguardo sulla lettera che stamattina stavo cercando di scrivere, e mi accorgo che in quel preciso momento ho tutta l’ispirazione. Mi siedo alla scrivania e in una quindicina di minuti ho gia` firmato la lettera e l’ho ripiegata in una bustina. Cavolo ho perso quindici minuti, sono in estremo ritardo per Incantesimi. Posso benissimo pisciare di nuovo, tanto ormai! Anzi quasi quasi vado in Guferia e lo affido al primo gufo a cavolo, cosi` non ci ripenso e strappo la lettera. La Guferia e` sull’alto di una torre, e un po` mi ci vuole per arrivarci, sto al penultimo piano quando sento una voce dietro di me. Una voce che non mi piace per niente.
“Signorina Robinson” e` una voce che ti penetra nelle ossa e ti congela dentro, e` ancora piu` fredda dello sguardo di Jasper Lewis, e` la voce di Tom Riddle. Non voglio girarmi, ma non posso continuare avanti come se niente fosse. “Stupida sporca mezzosangue girati!” Mi giro di scatto, non mi conviene non obbedire. “Brava, vedo che un pizzico di cervello ti e` rimasto, adesso signorina Robinson, spiegami perche` non stai con i tuoi compari del quinto in classe” Oh cavolo, mi ero scordata che era Prefetto, mi ero scordata che se scopre che ho saltato la lezione sono morta.
“Be`...dovevo andare al bagno...mi sento poco bene...conati di vomito...” Ma che dico?? Questa non se la beve per niente.
“Questa non me la bevo Robinson!” Ti pareva. Mi accorgo che non l’ho ancora guardato in faccia da quando mi ha rivolto la parola, sono combattuta se farlo o no, se non lo faccio potrebbe vederlo come una mancanza di rispetto, e se lo faccio potrebbe pensare la stessa cosa. Mi decido a farlo, mi ritrovo davanti il suo volto pallido, i suoi occhi pieni d’odio, che gia` tramano una punizione adatta.
“40 punti in meno alla tua casa Robinson, 10 te li ho aggiunti perche` mi hai mentito stupida mezzosangue. Adesso ti conviene dirmi che professore avresti dovuto avere senno` vedro` di metterti in piu` guai di quelli che hai adesso”
“Incantesimi” balbetto.
“Bene, vedro` di provvedere, sono sicuro che il professor Benton sara` felice di avere un’assistente per rimettere a posto la stanza o qualunque altro lavoretto odioso avra` da dare a una viscida mezzosangue come te. Sopratutto a una viscida TRADITRICE mezzosangue” Riddle non esita a sputare, e il suo sputo manca di poco la mia scarpa. So a chi si riferisce quando dice traditrice, si riferisce a mio padre, la voce corre, e tutti sanno come ha rinnegato la comunita` magica. Per i sangue puro non sono solo una lurida mezzosangue, ma pure una traditrice, anche se io non ho avuto niente a che fare con la decisione di mio padre. E` ingiusto, questo giorno e` ingiusto, da Lewis a Riddle.
Devo aggiungere un'altro pezzo, ma aspetto il ritorno della jill, perche` la devo consultare. Questo post verra` quindi di conseguenza aggiornato.
20/02/2008
“Ciao Jasp, cosa stai facendo?”dice Ed, entrando nella nostra stanza.
Non gli rispondo, ma gli chiedo notizie. Notizie delle ricerche che Scarlett sta svolgendo per e con lui. Giusto l’altro giorno l’ho vista parlare animatamente con il fratello in Sala Comune[ero di passaggio dopo gli allenamenti di Quidditch]; poi era andata via. Poco dopo, mentre mi sorbivo una Burrobirra bollente, un vero toccasana dopo tutto il freddo preso, Julia Versten era andata a parlare con lui.
Non avevo potuto fare a meno di trattenere un sorriso sardonico. Il fratello di Scarlett Lywelyn, che strana scelta. Come se avesse parlato con un fratello di Ed, o di Deirdre. Povera cara.
“Sì, ha trovato qualcosa, qualcosa di importante.”
“Spiegati.”dico, mentre si avvicina e si siede accanto a me.
“Le è arrivata una lettera, e delle informazioni. E mi ha detto…”la sua voce si abbassa di colpo, e la porta si apre.
Morgan Lancaster si ritrova addosso i nostri sguardi infastiditi.
“Beh, ragazzi. Questa è anche la mia stanza. E ora devo studiare.”bofonchia.
Il nostro ex amico si allunga sul letto, masticando una Cioccorana, e inizia a leggere a bassa voce una serie di appunti di Incantesimi, per imprimerseli nella memoria.
Lo sguardo di Ed è lontano.
Io ho circa otto anni. Un bambino con i capelli ancora biondi, e gli stessi occhi verdi.
Accanto a me, c’è un ragazzo bellissimo. È alto, biondo e ha gli occhi castani. Sorride timido.
È mio fratello, Gabriel Sean Lewis.
Questa è l’ultima fotografia che ci scattarono insieme: solo io e lui, nel giardino della nostra casa.
Sean aveva diciassette anni, quando è morto.
L’ho saputo origliando da dietro la porta del salotto: i miei genitori, attoniti, riuscirono a litigare anche su quello.
Io ero corso via, rifugiandomi a piangere sotto le scale.
Immagino che cosa possa avere provato il mio amico ad assistere all’uccisione di suo padre. Cerco di amplificare per mille ciò che provai io, quel giorno.
Non lo so. Non lo so.
È troppo diverso.
Mio fratello morì per un incidente. Non fu ucciso da nessuno. Quindi io non ho mai pensato di potermi vendicare.
Sono assorto nei miei pensieri da un pezzo, tanto da non accorgermi che la Sala Comune si è popolata di Serpeverde.
Mi guardo in giro.
Occhi scuri.
Uno sguardo inespressivo.
Tom Riddle mi fa segno di avvicinarmi.
“Ti vedo pensieroso, Jasper.”
Non mi chiama per cognome, come fa di solito; anche la sua voce è quasi dolce. Prende la foto che stringo nella mano destra. All’improvviso mi sento in imbarazzo, come se mi avesse visto nudo.
“Tu, chiaramente. E…?”
“Mio fratello. Sean.”
Annuisce.
“Morto?”
“Sì.”
“Come?”
La sua voce è cantilenante e melodiosa, come una musica gentile che accarezza l’orecchio. Una ragazzina del quarto lo fissa adorante.
Non mi ero mai reso conto più di ora del suo potere di seduzione.
“Una rissa. Lo hanno trovato pestato a morte.”
Riflette per un attimo, poi si china verso di me e sussurra:
“E questo non ti fa mai venire in mente nulla?”
“Che cosa?”
Sono ipnotizzato, del tutto in suo potere.
“Un mago ucciderebbe mai con la violenza fisica? A calci, pugni e bastonate?”
Non so rispondere. Non credo di avere ancora la capacità di pensare autonomamente.
“No. Soltanto uno stupido Babbano potrebbe farlo. Un mago userebbe…”
Non completa la frase. Mi riconsegna la fotografia e se ne va, salutandomi con un:
“Pensaci bene.”
Un Babbano.
Mio fratello ucciso da un Babbano?
Eppure quello che dice Riddle non è stupido.
Mi vengono in mente tutti i discorsi di mio padre. Le rare volte che ci vediamo, è ovvio. O lo sguardo di mia madre, quando le parlo dei Babbani che mi infastidiscono. Per quanto con nessuno dei due abbia mai, e dico mai, affrontato l'argomento. Dal giorno dopo le esequie, il nome di mio fratello li azzittiva immediatamente.
Nei miei ricordi, trovo conferma di quanto ha detto Tom Riddle. L'erede di Serpeverde. Colui che merita la mia stima eterna e la mia obbedienza incondizionata, per il suo sangue e per le sue qualità.
16/02/2008

Sdraiato nel letto massaggio la spalla nuda della mia ragazza. Che strano, la mia ragazza. Io, Edward Norwood, che mai e poi mai avrei pensato di avere una ragazza, se non dopo la ventina.
Dopo l’incontro con Riddle non abbiamo più parlato di questo argomento, sono un po’ spaventato da quello che mi possa dire, ma non sembra averla presa male. Probabilmente se non le andava, mi avrebbe già arrangiato per bene, con il caratterino che ha.
“Devo andare” le dico dandole un bacio sulla fronte per poi alzare e rivestirmi. Devo tornare dai miei amici. Ultimamente sembrano scocciati da questa situazione: io e Violet.
“Dai rimani ancora un po’” intima lei con voce sensuale, trattenendomi per una mano e spingendomi verso di lei.
“Sai che lo farei volentieri ma.. non posso!” Abbassa lo sguardo scocciata. Questo non è un buon periodo, per niente. Da quando ho scoperto cosa è successo quella notte sono suscettibile più del solito. Naturalmente Violet se né resa conto ma, fortunatamente, non fa domande. I miei migliori amici cercano di consolarmi e di aiutarmi nelle ricerche del simbolo, ma non vanno affatto bene. Perfino Lumacorno non è riuscito a dirmi niente e neanche i libri in biblioteca, sezione proibita e non.

Raggiungo Jasper in sala comune dove è alle prese con il tema di pozioni che fortunatamente io ho già finito.
“Hey ma sei proprio una lumaca!” scherzo io, gli ho dato quel tema all’incirca tre ore fa ed è ancora a scriverlo. Chissà che si è messo a fare mentre io non c’ero.
“Impegni superiori mi hanno richiamato e sai com’è, non si può resistere!” rido di gusto, lo sapevo. Lo aiuto a finire qualcosa, in modo da poter abbandonare al più presto lo studio per lanciarci in cose ben più rilassanti e divertenti.
“Hey ma poi hai visto? Quelle cretine delle tassorosso? Fanno tanto le vittime, le poverine con le lacrime: ipocrite! Mezza di loro conoscevano Ida solo per l’immagine poco non-notabile! Certe persone proprio non le capisco. Inutili le tasse, così come la loro casata!” parlo animatamente con il mio migliore amico del comportamento degli alunni di questa scuola: stupidi, falsi, inutili. Sono veramente pochi quelli degni del mio interesse. Sono veramente pochi quelli che dovrebbero appartenere al mondo magico.
A interrompere questa conversazione di un certo livello arriva un volto molto, molto gradevole ma inaspettato. Il volto di: Scarlett Lywelyn. La bella bambolina durmastranghiana con cui ho passato un ottimo capodanno. Amica di famiglia da tempo, sempre stata una bella ragazza, ma quest’anno si è fatta notare in modo particolare. Un tempo era più bambina: la dolce, piccola, tenera Scarlett. Che poi tenera e dolce, mica tanto! Se dice di sputar veleno e di raggiungere un obiettivo, stai tranquillo che ci arriva. E’ un po’ il “Principe di Durmastrang”. All’attacco caro Edward, quello è un bocconcino che fa per te.
“Ci si ritrova”-saluto Edward e Jasper baciando le guance e siedo, poggiando i libri. Scambiamo qualche parola e niente più sul tema di pozioni che Jasp ha appena finito e messo via. Edward ascolta, intromettendosi qualche volta, a tratti scocciato. Con la faccia di uno che, chiaramente, pensa ad altro.
Non ci faccio troppo caso, salvo guardarlo qualche volta durante la discussione, cercando di coinvolgerlo, e lo stesso sembra fare Jasper, che sento quasi avvilito da questo silenzio pesante che a volte cala fra loro due. Poi qualcosa attira la mia attenzione, il viso di Edward rivolto verso un disegno abbozzato su un foglio di carta bianca, leggermente stropicciata, probabilmente passato di mano in mano diverse volte, viste le impronte annerite dovute al troppo ripassare sul tratto della matita. Nonostante il disegno sia di qualità senza dubbio poco artistica, sono evidenti i suoi elementi. Una spada, un dragone, i tratti di una scrittura antica,forse incomprensibile per loro ma non per me, che in Irlanda ci sono nata e cresciuta.
“ Conosci i Gaeltacht?”- chiedo,rivolta a Norwood. Lui cade dalle nuvole,scostando la mano con la quale si teneva il viso.
“ come?” –domanda, assente.
“ la casata dei Gaeltacht.”- ribadisco, ancora. Lui mi guarda,stranito. Forse sorpreso. Comunque con la tipica aria di chi non sta capendo nulla. Poi indico il disegno,poggiando un dito sulla carta.
“ questo qui, è il simbolo della casata dei Gaeltacht”- dico, tranquilla.
E lui sgrana gli occhi, incredulo quasi. Temo di aver sbagliato, ma poi giustamente penso che sia lui ad avere qualcosa che non va, data la convinzione con la quale affermo la mia tesi.
“ cosa…è…questo?” – il suo tono di voce è nervoso. Anche l’attenzione di Jasper si è focalizzata su di me. E la cosa non mi è chiara. Mantengo la calma necessaria, prendo il foglio e lo guardo bene. Porgo la mano “
mi daresti la matita per piacere?”- Edward la ripone fra le mie dita, prendo un foglio di carta sicuramente meno imbrattato di quello e comincio a disegnare, a memoria, il simbolo della casata, completo di dettagli. Poi lo mostro.
“ questo qui.” – e sembra impazzire nel momento in cui i suoi occhi ne saggiano i contorni, lo strappa letteralmente via dalle mie mani, per fissarlo ancora. Uno sguardo poco chiaro, simile alla lucida follia quello che, in seguito, rivolge a me. Jasper che cerca, invano, di calmarlo.
“ dimmi cosa sai, Scarlett. Dimmelo!” – alza leggermente la voce, sembra sconvolto. La cosa comincia a preoccuparmi. Guardo Jasper.
“ andiamo in camera mia, Edward. Tu non stai bene, e lì ti dirò quello che so. Se ti fa tanto piacere.”- mi alzo, Jasper e Edward dietro me diretti in stanza.
Fortunatamente solo Deirdre è presente, e la cosa…almeno per me…non è un problema. Chiudo la porta, Edward è ancora di un pallore cadaverico. Mi esorta, prendendomi le spalle, guardandomi come un ossesso.
“avanti,dimmelo.”- stavolta mi sto innervosendo io. Comincio.
“ora tu ti calmi”- categorica-
“ altrimenti la sola cosa che ottieni è un ceffone tale da farti girare per due settimane di fila.”- una smorfia simile ad un broncio quando lui molla la presa,scusandosi.
Sistemo la maglia,per poi sedermi. Sfilo il foglio,ormai accartocciato dalle sue mani e lo apro.
“ questo qui è il simbolo di una casata di maghi antichissima, nata agli albori dell’ottocento,in Irlanda. Le sue sedi sono dislocate in più o meno in cinque o sei zone dell’Isola irlandese. Gaeltacht, in realtà, è una parola gaelica che identifica le zone in cui ancora si parla con l’antico idioma come lingua corrente. Ma allora, visto che le loro collocazioni, è diventato il nome vero e proprio di questa specie di setta.” – cerco di essere più chiara possibile. E tutti sembrano seguire il mio discorso. Edward è quello,però , che sembra seguire con un’ attenzione diversa. Mi fissa intensamente, chiedendo quasi fosse una supplica, in quel momento:
“ se tu, conosci qualcos’ altro io devo saperlo.”- la sua voce è sempre dai toni vellutati, ma trema. Sintomo di ansia. Mi fa tenerezza, devo dire la verità. Escludendo quell’ aspetto da gran stronzo che si porta dietro, mi ero quasi dimenticata del fatto che, in fondo, anche lui è un essere umano. Sospiro, per poi rispondere.
“ so molto altro, in verità. Ma prima voglio farti una domanda.”- lo guardo.
Lui annuisce.
“ perché vuoi saperlo.”- in effetti la mia, più che una domanda, è una precisa richiesta. O me lo dice, o me lo dice.

Scarlett conosce quel simbolo. Scarlett conosce quel simbolo. La guardo mentre ridisegna perfettamente il simbolo. Proprio lui, uguale identifico alla spilla che quell’uomo portava sul mantello.
Pretendo di sapere quello che sa. Voglio saperlo, deve dirmelo. Non mi faccio scrupoli e sembro quasi disperato, voglioso di sapere, assatanato quando le chiedo, o meglio le ordino, di parlarmi di quel simbolo. Ma lei non è tipo da farsi mettere i piedi in testa. Lei è come me, come noi. Cerco di riprendermi, di mettere una frase carina a quello che gli avevo spiattellato prima cercando così di rimediare.
La ragazza inizia a spiegare di una famiglia di maghi antica, molto antica, gaelica. Una delle più importanti dell’Irlanda. La ascolto affascinato dal suono di quelle parole. Finalmente qualcuno che riesca a dirmi qualcosa, finalmente qualcuno che sa. E’ stata come un soffio di aria fresca in una giornata piena d’afa. E’ arrivata portando con sé bellezza e sapienza, proprio quello che ci voleva. Certe volte le cose, non sono lasciate al caso, o almeno in questo caso, non sembra.
I miei pensieri si bloccano quando arriva la domanda che inizialmente temevo, ma alla quale poi non ho più dato peso: “Perché lo vuoi sapere” che poi, dire domanda è dire troppo. La sua voce suona quasi imperativa: se me lo dici, io continuo a parlare; sennò arrangiati.
Non so cosa risponderle, nonostante sia una Lywelyn, non so cosa fare. Amica di famiglia, di vecchia data, non ci sono mai stati problemi con loro, anzi. Ma qualcosa mi impedisce di parlare. L’uniche persone che sanno quello che sto passando sono Jasper e Deirdre, quest’ultima ne è quasi all’oscuro, sa soltanto qualche accenno. Cosa fare?!
“Bhè.. perché l’ho trovato su di un libro e mi ha fatto un effetto strano.” Mi guarda alzando un sopracciglio. Non ci ha creduto, chiaro. Ti pare che adesso, uno come me, Edward Norwood, si perda dietro ad un simbolo che gli è già parso di vedere? E poi con così tanto interesse? Che cretino.
“adesso se non vi spiace mi congedo. Ho bisogno di dormire, sono stanco.” Saluto le due ragazze con un bacio sulla guancia e mi avvio con Jasper nel dormitorio, dove parliamo della situazione.
Le cinque di mattina. Un altro incubo. Jasper mi fissa preoccupato.
“Edward non puoi andare avanti così! Questa cosa ti sta distruggendo!”
“Jasper io devo sapere, io devo sapere per forza!”
“allora rischia” già, forse è l’unica cosa da poter fare. Dire la verità a Scarlett e poi si starà a vedere.

La notte porta consiglio un corno. Mi sono addormentata con fatica. Ho cercato di riorganizzare i pensieri, canalizzandoli verso il relax completo, inutilmente. Che Norwood mi abbia mentito non esiste dubbio alcuno.
Le sento, le bugie. E sono stanca di cercare di capire cosa mai possa avere. Mi volto, rivolgendo le spalle al buio, guardando oltre la finestra mentre l’incoscienza si impossessa di me, lasciandomi scivolare nell’ oblio del sonno, relegandomi nell ‘ Erebo.
Ma si sa, nemmeno nel sonno certe cose ti lasciano in pace. Una voce, flautata ma al tempo stesso quasi reale fra le pieghe della mia mente:
“ Scarlett…Scarlett..”- chiama, in lontananza. Non la riconosco. Mi avvicino a quella figura poco chiara che si staglia nel bianco di quello che, credo in un primo momento, sia un sogno vigile. E poi lo riconosco. Edward Norwood.
Non ho il tempo di parlare che lui già mi ferma, le sue dita sono consistenti sulle labbra quando mi dice
“ sala comune, è importante. Scendi ti prego.”- si blocca un attimo. Tutto si offusca.
Riapro gli occhi.
“ora”- una voce perentoria, che riesco a percepire solo io. Nessun sogno.
Scendo dal letto,indosso il jeans ed una felpa non troppo lunga, le scarpe da tennis facendo pianissimo. Mi dirigo velocemente in sala comune dove, senza alcuna sorpresa, lo trovo.
Richiamo la sua attenzione, sulla soglia. Tossisco appena, lui si volta. Incrocio le braccia sul petto, fissandolo:
“disturbiamo anche nei sogni, ora?” il mio non è un rimprovero, quanto un modo come un altro per raffreddare la situazione che sembra di ghiaccio completo. Tagliente e spinosa.
“ mi spiace, ma devo parlarti assolutamente. E devo farlo adesso.” non sembra dispiaciuto. Chiaramente non ha capito il doppio senso della mia frase, mi avvicino sedendo sul divano.
“ti ascolto” dico, tranquilla, portando le gambe incrociate sul cuscino, vista la totale assenza di gente attorno. Anche lui si mette comodo, sporgendosi però verso di me. Cominciando a parlare lentamente, a bassa voce.
“ ti ho mentito” dice.
“Lo so bene” rispondo subito.
“Ti ho mentito per un motivo…importante, Scarlett.” parla, fissandomi. Faccio cenno di continuare, senza forzarlo.
“Quando ero piccolo… ho assistito all’uccisione di mio padre… e… la persona che lo ha ammazzato… aveva… questo.” tira fuori dalla tasca il disegno che io ho fatto sul simbolo dei Gaeltacht.
Non so cosa dire, attimo di silenzio.
“ io devo sapere Scarlett. Io devo riuscire a sapere qualcosa in più su questa setta, qualcosa in più su quello che sono, e qualcosa in più sul perché hanno ucciso mio padre.” e mentre continua a spiegarmi, sento nella sua voce una voglia di vendetta che affascina ma distrugge, cerco di leggere nei suoi occhi profondi dalle iridi cerchiate di rosso per la stanchezza qualcosa, che vada al di là della coltre comune che rilascia. Mi ha confidato qualcosa che lo fa star male. E’ la prima volta che sento la sua voce tremare di rabbia. Sospiro, attirando ancora una volta su di me il suo sguardo.
“io..” comincio. Poi sento dei rumori, vicini alla porta. Mi viene in mente un’ idea. Mi avvicino a lui, poggiando amichevolmente (oserei dire) una mano sulla sua spalla.
“ ti prometto…che cercherò di sapere dell’altro."
13/02/2008
In camera, le valigie aperte.Una noia disfare i bagagli. Preferisco farli. Farli significa novità, preparare una borsa è indice di cambiamento.O comunque di qualcosa di interessante.
Sistemo le t-shirt nei cassetti,ed i jeans vicino. Penso a tante cose, allo spazio rispetto a Durmstrang che sembra essere aumentato dieci volte, mi chiedo come sarà andato il primo giorno a mio fratello.
E la mia testa è così impegnata nelle sue riflessioni, che nemmeno mi accorgo della porta della camera che si è aperta. Torno alla normalità soltanto sentendo una voce: "Eih, buongiorno " - mi volto e guardo una figura a me familiare. "Ciao Deirdre"- le rispondo, abbozzandole un sorriso. Metto da parte una borsa, ormai vuota apprestandomi a svuotarne una seconda. Mi fa piacere essere ad Hogwarts, e la rendo partecipe. "quella festa di capodanno è servita, ottima cosa che io sia qui" -Lei mi sorride. E noto giovialità nei suoi modi di fare. Non so perchè, ma questa ragazza mi piace. L'avevo sempre trovata bella, ma oltre questo avevo sempre letto una luce particolare nei suoi occhi, ed essendo una persona curiosa, non posso far altro che voler scoprire se così è.
"anche tu in questa stanza, allora. " - mi chiede, e sembra sollevata nel vedere gli indumenti piegati negli scomparti e le borse sempre più vuote.
"così pare ed è una gran cosa, almeno sono in stanza con qualcuno che ha un pò di cervello "- mi lascio scappare questa affermazione. E lei ride.
Mi chiede come è andata la giornata e le rispondo che tutto è andato per il meglio fino a quel momento.
Dopodichè mi lancia una frecciatina. "ti ho visto in sala comune con Edward." - mi chiede, con l'occhietto vispo di chi la sa lunga. "si, abbiamo studiato"- rispondo subito,senza esitazione alcuna.
"oh si,tante siedono accanto a Edward per STUDIARE" - sorride, guardandomi dritta negli occhi. "punto primo" - comincio- "LUI si è seduto di fianco a me. E punto secondo....ha di certo una bella esposizione,il pargolo " - scoppio a ridere,e lei con me. Poi l'atmosfera si spezza, quando lei esordisce:
" peccato che sia sempre braccato da quella lì, la Traviston." - e lo dice storcendo il naso, forse infastidita. Domandare risulta quasi naturale. "da chi?" - incuriosita, e forse leggermente sorpresa, anche se non lo do a vedere.Scosto una valigia dal letto,facendole cenno di sedersi. Lei si accomoda, per poi dirmi, in confidenza: "abbiamo diverse cose di cui parlare”.

Sembra quasi che l’aria stessa abbia qualcosa di diverso quest’oggi, sento una strana sensazione..quasi inspiegabile. Entro nella Sala comune Serpeverde, decisa ad andare nella mia camera, ma qualcosa cattura la mia attenzione. E come non notare, d’altronde, l’enorme ego di Ashleigh Hale e le valigie al suo fianco; la sua inconfondibile voce cristallina e le sue dolci parole mi rallegrano la giornata
“Alla fine sei riuscita a sbattermi fuori dalla TUA camera Blackster, ma non finisce qui!”
Non le degno la minima attenzione. Averla sopportata per tutto questo tempo mi esenta sicuramente dal gravoso compito di rivolgerle la parola. Dallo strano gridolino alle mie spalle intuisco che non abbia apprezzato il mio gesto. La porta della camera è semichiusa e questo può significare solo una cosa: la mia sofferenza, il mio patimento, la mia reclusione, finalmente sono giunti al termine. Giro la maniglia ed entro, ma la ragazza, china sul suo baule, non sembra nemmeno accorgersi della mia presenza;
“Hei, buongiorno!”
“Ciao Deirdre” Scarlett Lywelyn mi regala un sorriso appena accennato. Provo di nuovo quella strana sensazione, che mi sembra quasi dimenticata da tempo. Le parole escono da sole, non sono sforzate, ma soprattutto non recito la mia solita parte da copione. Guardo con attenzione il suo profilo delicato, che riporta i miei pensieri alla festa di capodanno, e a tutto quello che è successo e al nostro primo incontro: poche parole, qualche cenno; allora perché sento di conoscerla da una vita? Mi sento felice, a tratti euforica, perché dopo tanto tempo, mi sembra di parlare di nuovo con Eve. Strano. Non mi è mai capitato con nessuno, nessuno che non fosse lei. Mi siedo sul mio letto, proprio a fianco a quello di Scarlett, già colmo di vestiti bellissimi e accuratamente piegati; Non posso fare a meno di chiederle qualcosa su Edward, dopo averli beccati insieme in Sala Grande, assorti in una discussione troppo accesa per riguardare la nostra bella Hogwarts. Ridiamo insieme davanti alle parole che riserva per il nostro principe, finche una nube scura si affaccia nella mia mente: Violet.
"da chi?".La domanda mi coglie di sorpresa: quasi dimenticavo che Scarlett non sapeva nulla di Hogwarts. Accetto l’invito che mi rivolge e mi siedo al suo fianco: certe cose pretendono un minimo di privacy!
“Violet …” – faccio una smorfia-
“ ..Vì…Traviston, Scarlett “ - mi fermo un momento-
“la fiamma di Edward.” - concludo. La ragazza davanti a me segue l’espressione del mio viso, lasciandomi con un laconico
“ ah ” che però me la dice lunga.
Il suo non esprimersi mi fa rendere conto di quanto potenziale sia la sensazione che, senza dubbio, le sta crescendo dentro. Lo leggo nei suoi occhi. Curiosità, ma forse anche voglia di NON sapere. Magari si trovava meglio non sapendolo. Anche io mi trovavo meglio, quando quella lì non c’era. Poi riprendo, avendo piena coscienza di doverla avvisare di alcune cosette
.“ mi spiace essere portatrice di cattive notizie, ma la suddetta tipa, è nostra compagna di stanza. Una simpatia che non ti dico…” – un gesto della mano, a volerle far intendere quanto mi stia antipatica Violet.
“ andiamo bene..” – la sua faccia è l’espressione della noia a questa notizia. Sempre meglio. L’impressione che una parte di me stia risorgendo, volgendosi verso nuovo entusiasmo è palpabile. Poi è lei a rompere il silenzio:
“vorrà dire che dovrò sforzarmi di applicare totale indifferenza, non che sia una cosa che mi costa particolare fatica. “ – musica per le mie orecchie. Altro punto in comune con Scarl, mi conviene cominciare a segnare.
11/02/2008
Io e Violet Traviston stiamo parlando senza cavarci gli occhi a vicenda. Pazzesco.
Strano a dirsi, tutto è partito da uno dei suoi commenti acidi sulla mezza rissa dell’altro giorno con Hunnam e Jillian. Le avrei volentieri risposto per le rime, se lei non avesse aggiunto:
“In ogni caso, una lezione alla testolina rossa ci sarebbe voluta.”
“Oh, beh. Potresti darmi una mano la prossima volta, allora.”
“Sì, magari non in modo così plateale. Giusto per non farci scoprire, vero?”replica alla mia risposta, scoccandomi un’occhiata divertita. Edward deve averla messa di buonumore, in un modo infallibile.
Allargo le braccia, e le sorrido.
“La casa di Tassorosso è a dir poco inutile.”affermo, cambiando discorso.
“A dir poco. Guarda un po’ vicino al caminetto est.”
Siamo in Sala Grande, facendo colazione dopo un allenamento di Quidditch sfiancante; Edward e Deirdre stanno controllando i compiti di Incantesimi, un po’ discosti da noi. Seguo la traiettoria indicatami da Violet con un cenno del capo, e inquadro tre Tassorosso che mi fissano ridacchiando.
“Ci sarai abituato, immagino.”
“Abbastanza.”dico, senza falsa modestia.
Una delle tre ragazze si accorge che le sto guardando, e sussurra qualcosa alle sue compagne.
“Ah, vedo che è tornata Alexa Robinson. Quella più a destra.”continua Violet.
“La conosci? Non l’avevo mai notata. E non credo che lo farò mai.”aggiungo, considerandone l’aspetto.
“Sì, l’anno scorso abbiamo avuto un piccolo contrasto.”
“Ovvero?”
“Mi ha urtato mentre salivamo sul treno per Hogsmeade.”
“Non dirmi che l’hai schiantata per questo affronto.”
“No. Però ho fatto in modo che ricordasse di non osare mai più sfiorarmi con le sue mani di Mezzosangue.”
Violet sorride. Non credo che abbia usato la magia: la sua lingua, tagliente come il filo di un pugnale, è molto efficace.
“Credo proprio che tu abbia fatto colpo su una delle sue amiche. Fortunato, Lewis.”
“Peggio che andar di notte. Se si fanno avanti, dovrò spezzare il loro cuoricino delicato.”
“Povere care. Come puoi essere così crudele?”
“Traviston, ti dirò: credo sia una dote innata.”
Poi ci alziamo e andiamo in classe. Lumacorno e le sue pozioni ci attendono.
Una pigra ora in Sala Comune. Edward ed io ci stiamo facendo gli affari nostri. Abbiamo parlato ancora di quello stemma. Sfoglio un librone di araldica inglese: sotto i miei occhi si suss

eguono leoni rampanti, draghi, gigli. Ma Ed non riconosce nessuno come quello che ha visto.
Chiudo il volume con un rumore sordo.
“Ehi, non arrabbiarti.”dice il mio amico.
“Non mi arrabbio.”
“Hai troppe energie, dovresti sfogarle in qualche modo. Sai come.”
“Beh, ma trovarne una.”rispondo, stiracchiandomi. L’allenamento di stamattina, il primo dopo le vacanze, mi ha distrutto.
“Hai dei gusti troppo difficili.”aggiunge Ed.
“Ma senti chi parla.”
Mentre ridiamo, noto che molti sguardi si appuntano sulla porta della Sala Comune, che si è appena aperta. Sulla soglia, una ragazza che non mi sarei mai aspettata di vedere qui.
“Ma è Scarlett.”dice Ed, sorpreso.
Annuisco.
Lei si avvicina e ci saluta. Scarlett Lywelyn era alla festa di Capodanno a casa di Deirdre. Io e Dè eravamo un pochino occupati con i fratelli Rakovski, quindi Ed è stato quello che l’ha conosciuta meglio.
Ci alziamo in piedi e, uno alla volta, la baciamo sulle guance.
Non me lo sarei mai aspettato.
Qualche piacevole novità capita perfino qui.
Scarlett si è trasferita qui da Durmstrang, a quanto pare, insieme a suo fratello Aedan. Non mi sorprende affatto una scelta del genere: neppure io sarei entusiasta di studiare in una sperduta scuola fra monti e contadini. Anche se però ha anche dei pregi di non poco conto.
A Durmstrang, le Arti Oscure fioriscono e danno frutti.
“No!”geme Edward.
È notte. Notte fonda e senza luna.
Scosto le coperte e vado da lui. Sta ancora dormendo, ma è sudato fradicio e si agita, in preda a chissà quale incubo.
“No!”ripete.
Lo scuoto per una spalla, e cerco di svegliarlo chiamandolo per nome. Quando apre gli occhi, ha uno scatto verso il comodino, come per afferrare la bacchetta per difendersi. Nei suoi occhi, leggo la paura.
“Non ti avrò mica attaccato la febbre dall’altro giorno?”dico, per sdrammatizzare la situazione.

Ed chiude gli occhi e si passa una mano sul viso pallido.
“No, era un incubo.”
“Tuo padre?”mi arrischio a chiedere.
“Sì.”
“Hai sognato quello che è successo?”
“No. Cioè, non lo so. Non mi ricordo bene.”
È sconvolto, e ha gli occhi cerchiati da ombre scure.
“Ma non voglio riaddormentarmi. Non voglio provare di nuovo tutto questo…anche se non so cos’era.”
“Aspetta un momento.”gli dico.
Apro il libro di pozioni domestiche che mi aveva regalato anni fa mia madre. Niente di particolarmente utile, ovvio. Ma ricordavo di un infuso calmante, che faceva sprofondare in un sonno profondo e senza sogni.
Scendo nelle cucine, gli ingredienti necessari non sono pericolosi e spesso si usano per cucinare. Poco dopo sono di ritorno, con una tazza ricolma di liquido bianco.
“Su, bevi il latte caldo.”gli dico.
Edward non è molto convinto, poi lo assaggia.
“Latte caldo un corno!”aggiunge, prima di berlo fino in fondo.
Gli occhi gli si fanno pesanti. In effetti, ho aumentato un po’ le dosi di valeriana. Prima di addormentarsi del tutto, Ed fa in tempo a sussurrare un ringraziamento. Gli rincalzo le coperte, fissando il volto esangue del mio migliore amico.
Pagheranno, Ed.
Quelli che ti fanno vivere in questo modo.
La pagheranno con gli interessi.
28/01/2008

Violet Traviston ha quasi ucciso Medea Diamond. Non pensavo potesse arrivare a tanto. Quella ragazza mi stupisce sempre di più, oltre ad inquietarmi.
Sdraiato sul letto ripenso alla riunione indetta da Riddle qualche giorno fa e alla deduzione che ci è venuta fuori dall’anello.
Tom Riddle erede di Slazar Serpeverde. Me lo sentivo. Quel ragazzo è sempre stato circondato da un’aurea di potenza, da qualcosa in più rispetto agli altri. Lui è il migliore, Serpeverde non poteva trovare un erede più perfetto di lui.
A confermare le mie idee sono le sue parole che risuonano in biblioteca:
“Serpeverde non avrebbe voluto questo, Serpeverde ha lottato per non far diventare questa scuola impura e guardate adesso come ci siamo ridotti. Come si sono ridotti. Dobbiamo fare qualcosa. Qualcosa di grande, ma allo stesso tempo di silenzioso e nascosto. Dobbiamo agire nell’ombra.”
Le parole di Riddle continuano a riecheggiare nella mia mente. Ha ragione, è impossibile dargli torto. Questa scuola è diventata uno schifo, tra un po’ gli impuri sovrasteranno i puri e questo non dovrà accadere.
Mai.
Esco in cortile dove trovo Deirdre e Jasper con un piccoletto del terzo anno. Inizialmente mi avvicino a loro senza capire il perché di tanta enfasi nell’attaccare il rosso, poi, squadrando i miei due amici, noto il maglione di Deirdre macchiato di cioccolata. Cacchio, bel bersaglio si è scelto il ragazzino per decidere di fare una doccia di cioccolata.
“Tu maledetto imbranato! Chi mai ha fatto tanto di accettarti in questa scuola se non sai neanche camminare! Immagino soltanto cosa tu possa fare con una bacchetta in mano! Odioso ragazzino!” un movimento veloce della bacchetta e quella che un tempo era una folta chioma rossa, diventa un mix di ceneri e capelli bruciacchiati. Mai toccare un vestito di Deirdre Blackster, mai. Così come tutti quelli dei principi, ovvio. Rido nel vedere l’espressione del piccoletto, che cercando di farsi forza, ci squadra quasi incazzato. Basta un’occhiata veloce però dei miei amici a fargli cambiare idea e a farlo scappare a gambe levate.
“Stupido odioso marmocchio!” gli urla dietro la mia amica, lanciandogli qualche incantesimo che gli scoppia subito dietro ai piedi facendolo sobbalzare per scansarli. Una scenetta piuttosto comica, infatti scoppio a ridere mentre Jasper mi accende la sigaretta.
Gli incontri con Violet sono sempre dei ‘sotter-fuggi’. Sgattaioliamo in camera, in aule vuote, cercando di farci vedere insieme il meno possibile anche se ormai, la relazione, è pubblica. Tutti ci squadrano, colgono ogni attimo dei nostri movimenti, dei nostri sguardi. Le ragazzine la fissano, cercano probabilmente di capire che cosa io trovi in lei. Bella domanda, cosa trovo io in lei? Bho. Probabilmente quel suo carattere di merda, così suscettibile, sempre pronta a ribattere e a rispondere mi ha attirato. Sono stanco delle ochette. Di quelle senza carattere che non ti danno neanche un po’ di lavoro
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Un appunto: a Ed non fa paura la morte, non l'ha scandalizzato vedere morire davanti ai suoi occhi Ida. Lui desidera più di ogni altra cosa la vendetta al male che ha subito da piccolo e questo lo porta ad essere propenso e indifferente davanti alla morte.
* Stupidi cani bastardi: è riferito al cane non di razza, al così detto bastardino. Non è detto in modo cattivo o offensivo, ma in modo da ampliare l'accoppiamento tra due razze differenti.
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Guardo fuori dalla finestra. Dei ricordi nascosti mi tornano alla mente, dei leggeri flash:
...Una strada buia, si vede a malapena la punta dei piedi miei e di quelli di mio padre, nonostante la luce sprigionata dalla bacchetta. Dei passi, oltre ai nostri, risuonano nella notte. Mio padre aumenta il passo trascinandomi dietro di lui. Fatico a stargli dietro infatti inciampo e finisco con la faccia a terra. Lui, con la sua figura possente, si china per aiutarmi ad alzarmi ma una scintilla lo colpisce in piena schiena, facendolo schizzare via, a qualche metro da me. Un uomo alto con un mantello scuro sorretto da una spilla e dotato di due occhi color del ghiaccio, gli si avvicina. I due duellano per un po’ fino a quando mio padre si ricorda della mia esistenza: suo figlio, raggomitolato in un angolo della strada, impaurito ed impotente.
E poi più nulla. Il nero compare nella mia mente fino a quando non vi si disegna il volto, triste e disperato, di una bellissima donna, che riconosco subito essere mia madre.
“Edward. Tuo padre è morto. Tu eri stordito, sotto incantesimo. Vi hanno trovati quelli del ministero”...
“Jasper, devo parlarti!” scruto la ragazzina, carina, mora, in sua compagnia che mi guarda con occhi sognanti e decido di aggiungere un
“In privato.” abbastanza chiaro e conciso. Lo guardo mentre saluta la ragazza: un sorriso affascinante che fa intendere –scusa tesoro ma devo andare, sarei rimasto volentieri ancora con te ma proprio non posso- ed un “bacio sfiorato” sulla guancia.
Ci allontaniamo da lei fino a ritrovarci in un corridoio, soli.
“Insomma Ed, vuoi dirmi che è successo? Non tenermi sulle spine!”
“Non qui Jasper. Andiamo in camera!”
“La morte di Ida. La sua uccisione davanti ai miei occhi, ha risvegliato in me qualcosa.” Sono eccitato e spaventato allo stesso tempo. Ho sempre desiderato la vendetta da quel giorno, sempre. Ma non avevo mai avuto abbastanza informazioni per riuscire a capire qualcosa: mia madre non parlava e i miei ricordi erano rinchiusi -nonsodove- dentro di me. Adesso invece tutto era più chiaro. Il suo volto, o perlomeno, i suoi occhi. E quella spilla: probabilmente l’immagine impresse erano quelle della sua dinastia. Se tutto andava per il verso giusto, se le mie deduzioni erano esatte, non sarebbe stato difficile rintracciarlo.
Racconto tutta la storia a Jasper che rimane perplesso.
Leggo il biglietto che Lumacorno ha inviato questa mattina a noi tutti partecipanti del LumaClub.
“Vi aspetto domani sera nelle mie stanze per una giornata di sane chiacchiere e relax. Ho preparato per voi delle sorpresine.
A domani.
Horace Lumacorno.”
Chissà cosa avrà questa volta da dire. Arriva comunque al momento giusto questa riunione: nessuno è più informato di Horace Lumacorno sulle stirpi familiari, i loro simboli, la loro potenza. Magari riuscirò a scovare qualcosa sull’assassino di mio padre. Chiederò a mia madre di inviarmi qualcosa da regalargli domani sera, buon viso, cattivo gioco.
“Hey Jasper!”
“Edward!”
“Ti è arrivato il biglietto di Lumacorno?” chiedo con un sorriso a trentadue denti. Si, questa proprio ci voleva, le cose mi stanno andando bene e forse, riuscirò veramente a fare luce su qualcosa che mi è stato oscuro per troppi anni. E io odio stare all’oscuro delle cose, essere impotente. Lo odio più di ogni altra cosa al mondo.
Raggiungiamo Deirdre in sala comune e iniziamo a parlare del più e del meno fino a quando non arriva a raccontarci dello scontro con la gabbana, che a mio parere, sono i momenti migliori. Questa tizia adesso va in giro con il naso rotto, a meno che l’infermiera non abbia già sistemato il tutto come suo solito fare.
“Eppure non capisco perché questi cretini continuino a venire da noi. Questi proprio se la cercano. Mi sembra più che ovvio quali siano le nostre risposte, è palese da che parte stiamo. Eppure insistono nel voler ribellarsi, far vedere chi siano etc, etc, etc. Stupidi, noiosi, *cani bastardi”.
27/01/2008
La definizione più adatta per le ore di Storia della Magia è Purgatorio. Concetto babbano, ma che rende perfettamente l'idea della noia e della l'utilità che gli studenti ne traggono. Inutile dire che è la prima ad abbondare, piuttosto che la seconda.
Raddrizzo la schiena indolenzita, lasciando cadere l'occhio sull'orologio: ancora-ventisette-interminabili-minuti. Se non fosse che non è proprio il caso, mi metterei a piangere. Sospiro, tornando a fissare il parco che si estende fuori dalla finestra, perdendosi nei confini sempre verdi della foresta: i prati sono coperti da quello che pare un terribilmente soffice manto di neve, costellato qua e la dalle scie di impronte di studenti che sono scesi alle serre o si sono avvicinati alla foresta con Collins, per la lezione di Cura delle Creature Magiche. Di tanto in tanto, qualche macchiolina nera si snoda in percorsi più o meno sinuosi fino a raggiungere le rive del lago o lo stadio di Quidditch, ma per il resto la perfezione è assoluta. Una nuvola oscura la fioca luce del sole, lasciando alle candele il compito di illuminere l'aula sovrafollata di ragazzi giunti al punto di non ritorno tra la veglia e il sonno profondo. Le finestre, coperte da un sottile strato di ghirigori ghiacciati prendono fuoco, brillando della calda luce delle fiamme. Mi massaggio le tempie, intonito dal parlottare monotono di sottofondo di Ruf e dal brusio monotono che è calato sull'aula, interrotto di tanto in tanto dagli strilli acuti di Catherine Aberforth che si intercalano con chirurgica precisione nel bel mezzo di un racconto della sua degna compare, tale Violet. Scommetto a giudicare dall'aumentare dei gridolini e degli sbuffi della Traviston, che la storia è arrivata da un punto focale particolarmente piccante. Che vediamo.. di come abbia divinamente scopato con Norwood in un qualche ripostiglio tra una lezione e l'altra? No, non è nello stile di Norwood. Snob com'è, non metterebbe piede in uno sgabuzzino neanche sotto pagamento.
Allungo lo sguardo qualche fila più avanti, lasciando cadere l'occhio sul gruppetto di Serpeverde per antonomasia che se ne stanno svaccati sul banco come se fossero su un divano. Qualcuno dovrebbe spiegar loro che sono a scuola, non alla settimana della moda a Londra, tra le altre cose.
Distolgo lo sguardo, vagamente nauseato da quel concentrato di ottusità e presunzione, tornando a guardare il parco. Una coppia irrompe nel bianco uniforme nel prato: lei scappa da lui, inciampando ogni tre passi e lanciando gridolini acuti ogni due, inseguita dal ragazzo che, ridendo, lancia palle di neve contro la sua schiena. Aguzzo la vista, cercando di riconoscere quella figura vagamente scoordinata che rischia di finire faccia a terra ad ogni passo, poi realizzo. Georgiana Harrington, Caposcuola di Corvonero. Il ragazzo -di cui ignoro il nome- accelera, acchiappandola da dietro e facendola volteggiare in aria per somma gioia delle corde vocali della Corvonero, che alza la voce di altre due ottave.
Ed ecco che la realtà svanisce con un sonoro POF! e al loro posto vedo me e una meno confusa Jillian McKanzie, intenti a giocare nella neve. Sbuffo, scacciando la visione e concentrandomi su Georgiana, china a strofinarsi le mani scoperte sulle gambe, del tutto ignara della minaccia che sta sorgendo dietro di lei, della pila di neve che lui sta facendo lievitare con movimenti abili della bacchetta. Mi sistemo meglio sulla sedia. Tutto ciò è molto più interessante della lezione, dei gridolini alle mie spalle e dei commenti annoiati dei Principini lì sotto. Ci mancano solo un po' di cioccorane e poi sono a posto.
Georgiana, nel frattempo, sta soffiando aria calda sulle dita intorpidite dal freddo, probabilmente sta pure dicendo qualcosa che la fa sorridere. Poi, lui la chiama. Si gira. Sbianca, apre la bocca per un urlargli di non farlo, ma è troppo tardi: il cumolo di neve è partito, alla velocità della luce, e le si schianta addosso, esplodendo come un fuoco d'artificio.
Mi sporgo appena verso la finestra, in attesa della reazione. Il ragazzo ride, forse ha pure le lacrime agli occhi. Lei è immobile. La neve le cade di dosso, simile a una pioggerellina leggera. Quando si volta, intravedo il suo viso ancora bianco, se le avessero tirato in faccia una torta alla crema l'effetto sarebbe stato identico: ha ancora gli occhi e la bocca completamente spalancati. Boccheggia. Poi, l'inimmaginabile.
Persino il professor Ruf sobbalza vistosamente, quando l'urlo lascia la sua gola e riempie l'aria, salendo fino all'aula e oltrepassando le pesanti pareti di pietra.
"Tu sei un uomo morto!"
Scuotendo il capo e tossicchiando, vagamente perplesso, il professor Ruf annuncia che l'ora è finita, andate in pace.
Amen.
"...oh, è pensieroso" sospira una piccola del primo anno, con i capelli biondissimi legati in due codine. Al suo fianco, una sua amica dai folti ricci neri le fa eco.
"E' innamorato"
Una terza ragazzina si lascia sfuggire un singhiozzo.
"Si, deve essere per forza così. E guardate come soffre!" pigola con un filo di voce, torturando una ciocca di capelli color cioccolato.
Se ne stanno nell'angolo destro della sala comune, rannicchiate su un piccolo divano ricoperto di cuscini accanto al caminetto: il Carlisle Fan Club. Non ricordo quando sia iniziata questa storia, ma adesso è diventata a tutti gli effetti una tradizione di Tassorosso. Non sono l'unico a chiedersi cosa succederà quando io finirò il mio settimo anno. Le ipotesi più accreditate sono due: o fonderanno un fanclub in memoria di Carlisle Hunnam o decideranno all'unanimità di lasciarsi affondare nel Lago, incapaci di sopravvivere al loro dolore.
Involontariamente sospiro a mia volta, causando una lunga serie di gridolini allarmati nelle tre piccine all'angolo che, per un qualche strano motivo a me aumentano d'un tratto di intensità. Mi volto, vagamente stranito, ritrovandomi davanti il sorriso smagliante Alexa Robinson. La guardo, perplesso, in attesa.
"Ciao, Carlisle" mi saluta, sforzandosi come suo solito di nascondere il forte accento. Come se poi a qualcuno importasse davvero e la giudicasse per come suonano le sue parole e non per quello che è. Abbozzo un sorriso.
"Ciao"
"Senti, mi stavo chiedendo.." inizia a dire, un po' incerta, trattenuta da un vago pudore che mi ricorda tanto Jillian. Sento la mia espressione ammorbidirsi.
"Dimmi" la esorto a parlare, chiudendo il libro di Trasfigurazione che stavo sfogliando senza particolare interesse "Posso esserti utile?"
"Si, ecco.. si è poi saputo qualcosa su.. sulla morte di.. di Ida?" le trema un po' la voce, nel pronunciare il nome della sua compagna di casa morta. Abbasso lo sguardo, scuotendo il capo. La morte di Ida Verstein è avvolta nel mistero, nessuno sembra venirne a capo. Un attimo prima era viva, un attimo dopo morta. Un lampo illumina la stanza, mentre lo sciosciare della pioggia di fa più forte: nel giro di poche ore, il freddo gelido dell'inverno è stato spazzato via dal vento caldo, forieri di nubi temporalesche. Ha iniziato a piovere e non ha più smesso, come se il cielo cercasse di cancellare tutto ciò che ha un aspetto allegro e felice, mostrando il suo lutto per la ragazza morta. Faccio fatica a concepire l'idea che qualcuno possa averla uccisa, era una persona talmente buona e gentile che non posso pensare ci fosse qualcuno capace di odiarla con una intensità tale da ucciderla.
Sospiro di nuovo, scuotendo il capo e tornando a guardare Alexa.
"Mi spiace, non so cosa dirti. Brancolano tutti nel buio" mi muore la voce, al ricordare tutte le ore di lezione passate ai margini della Foresta, durante Cura delle Creature Magiche. La ragazza di fronte a me abbozza un sorriso tirato, annuendo, e mormora qualche parola nel congedarsi, tornando nella sua stanza senza aggiungere altro. Le tre bambine, nell'angolo, confabulano tra di loro con foga, festicolando e lasciandosi scappare qualche urletto acuto di tanto in tanto. Torno a guardare fuori dalla finestra, spingendo il libro di incantesimi lontano da me. Non ho voglia di studiare, non ho voglia di far nulla. Il ricordo di Ida mi è calato addosso tutto d'un tratto, strappandomi via l'aria dai polmoni e facendomi precipitare in un mare di cupo sconforto. Stringo i pugni con rabbia, mentre il cielo ringhia sopra il castello e riversa la sua rabbia sulle sue mura di pietra. Se potessi, mi trasformerei io stesso in una tempesta per sfogare la mia frustrazione su qualcosa. O qualcuno. Norwood, per esempio, che dall'alto della sua tronfia presunzione questa mattina ha avuto da ridire sull'aspetto sciupato di Julia. Una così ben dotata ragazza non dovrebbe versare nemmeno una lacrima per una come quella lì, una sporca MezzoSangue. Se non l'ho schiantato, è stato solo perché ci ha pensato il professor Silente a zittirlo, invitandolo ad uscire per un'interrogazione dal momento che era così voglioso di parlare. Chissà, forse è stato proprio lui a uccidere Ida. Lui e le sue idee perverse che può aver preso da qualcun altro. E' troppo stupido per pensare autonomamente.
Oh, basta.
Arrivare a pensare che un'ameba come Norwood possa arrivare a fare una cosa tanto terribile per un motivo tanto stupido è... è degno di lui, in effetti. Mi alzo in piedi, in trance, e mi dirigo verso l'uscita della Sala, sotto gli sguardi attoniti delle tre bambine del primo anno. Non le saluto nemmeno, cosa che in genere faccio per evitare che si deprimano troppo e passino la serata a piangere nel loro angolino, ma c'é una cosa che devo effettivamente fare.
Devo parlare con Jiulia, per capire se il mio odio per il Principe mi ha fatto impazzire del tutto o se c'è davvero qualcuno, nella scuola, che odiava Ida con tutte le sue forze, uccidendola per un motivo che nessuno prenderebbe mai in considerazione.
24/01/2008
Mio padre mi guarda con i suoi occhi dolci e tristi, poi si slancia verso di me e mi abbraccia, mentre Siri mi accarezza la testa.
“Stai attenta, piccola mia. Stai attenta, adesso più che mai.”
Io non so cosa rispondergli. Non posso fare altro che assentire con il capo chino. Non posso fare altro che stringerlo forte a me, quasi come a dire ‘Io non ti lascerò, papà. Stai tranquillo, non ti lascerò mai…’.
Così faccio un passo indietro, e poco dopo mi ritrovo nell’aula di Astronomia, sotto gli occhi del professor Crale, che l’ha messa a disposizione per il mio viaggio. Non credo che me la sarei sentita di arrivare in Sala Comune.
Appoggio sul pavimento la piccola valigia che ho portato con me: sono stata via solo due giorni. Vorrei tanto poter mettere via dentro di essa tutto il dolore che sento, ed abbandonarla lontano da me, da mio padre, da Siri, da tutti noi che stiamo male. Ma non posso.
Crale deve vedermi assorta all’improvviso, perché mi domanda:
“Julia, tutto bene?”
Certo, professore, tutto bene. Non vede come sono allegra?
“Sono solo un po’ stanca. Vorrei tornare nella mia camera. Crede che ci siano molte persone in giro?”
“A dire il vero, dovrebbe arrivare qualcuno per te.”
“Per me?”
Chi può essere? Dippet? Silente? No, con loro ho già parlato. Forse l’infermiera Mound, per assicurarsi delle mie condizioni psicologiche. Un sorriso amaro mi increspa le labbra. La botola dell’aula si apre, e ne emergono Sebastian e Georgie. La mia amica si slancia su di me per abbracciarmi, ma qualcosa mi impedisce di risponderle con il calore che meriterebbe. Seb invece resta in piedi di fronte a me, ed i suoi color autunno mi confortano, seppur a distanza; regge in mano un drappo damascato, che si rivela essere il Mantello dell’Invisibilità di Peter Halbury.
“Così puoi tornare in camera senza essere fermata ogni istante.”mi spiega Georgiana, dimostrando una volta di più la sua innata gentilezza. Sebastian prende la mia valigia e la trasfigura nell’Enciclopedia delle Creature Magiche, che a volte siamo obbligati a sfogliare per le lezioni del professor Collins.
Domani tutti sapranno che sono tornata, ma voglio almeno un’ultima sera di respiro.
Nella mia stanza, mi tolgo il Mantello, il cappotto e la sciarpa, che avevo ancora addosso. Apro la valigia e rimetto a posto le poche cose che mi ero portata ad Oslo. Sento gli occhi pesanti, la stanchezza pervade il mio corpo e tutto ciò che desidero è un bagno caldo. Così, afferro il Mantello che Seb ha dimenticato su una poltrona e decido di andare nel Bagno dei Prefetti. Due anni fa, sono assurta a tale importantissima carica per non si sa quali maneggi di Sebastian, e da allora mi sono rimasti alcuni privilegi.
Alla parola d’ordine, la pesante porta di legno scuro gira sui cardini e mi ritrovo in una stanza sontuosa, in marmo bianco, dominata da un’immensa vasca rettangolare. Apro i rubinetti dell’acqua, e inizio a spogliarmi. La sirena bionda cerca di fare conversazione con me, ma a dire il vero non sono molto dell’umore.
Mi immergo con lentezza, e subito si ripresenta il ricordo delle acque gelide del lago di Hogwarts, al chiaro di luna, mentre nevicava. Cosa avevo cercato di fare? Di uccidermi? No. Non tollero la vigliaccheria, non potrei commetterne una di mia volontà. Volevo solo dimenticare, ed ho scelto quello che ritenevo il modo più semplice.
Poi quella luce azzurra, qual volto femminile. Possibile che fosse davvero mia madre?
Metto la testa sott’acqua: nelle orecchie solo il suono del mio sangue che scorre. Mia madre. Non lo so, forse era una delle creature marine ed io ho caricato tutto con la mia fantasia distorta da quel momento di crisi. I pensieri vanno e vengono, come pellegrini in viaggio.
Il pensiero di Ida, invece, non va mai via. Resta lì, fermo, una guglia di freddo cristallo, luminoso e colmo di dolore. Tutto ciò che ho letto nel suo diario mi ha fatto così arrabbiare. Ma ho capito molte cose. Di Ida, di me, di Riddle.
1 Settembre
Caro diario,
oggi è iniziata la scuola. Ho incontrato Tom in Sala Grande: durante l’estate è cambiato molto. Ora porta i capelli un po’ più lunghi, ma si è fatto anche più pallido e smagrito. Non ho il coraggio di parlargli, di chiedergli qualcosa. Per il momento mi basta guardarlo e sapere ciò che so. C’è una possibilità che lui un giorno sia mio.
24 Ottobre
Caro diario,
è sempre più bello. Più carismatico, più affascinante, più tutto. In questa scuola non c’è nessuno come lui. Non so cosa farei per essere sua amica, per potergli parlare qualche volta. Se potessi essere come la Sanders o la Blackster… se potessi essere come tutti loro.
7 Dicembre
Caro diario,
basta, ho deciso. Gli parlerò. Devo dirgli ciò che so, così con me, almeno con me, potrà smettere di indossare quella maschera: io so che in realtà non gli appartiene. È il figlio di un Mezzosangue. È un Mezzosangue.
Oggi pomeriggio, ho parlato a Georgiana di ciò che ho scoperto leggendo il diario di Ida. Mi stava raccontando di come procede la storia con Garet, ma io ad un certo punto non sono più riuscita a trattenermi e le ho detto tutto. Siamo subito andate da Silente, che ha gelato con poche frasi i nostri propositi.
“Il preside Dippet non vorrebbe neppure sentire le vostre illazioni. Julia, io capisco quello che senti, quello che vorresti fare, ma…”
“Professore, non posso ignorare quello che mi ha scritto mia sorella. Quello che lei mi ha lasciato nel suo diario è tutto ciò che mi resta, tutto ciò che può farmi capire perché è stata uccisa.”
“Non è così certo che sia stata uccisa. Questo lo dovranno stabilire gli investigatori che il Ministero manderà.”
Non è così certo che sia stata uccisa?
Silente mi ha deluso, ha spezzato le ultime speranze che riponevo nella scuola. Ora ho capito che non posso aspettarmi nulla, da nessuno. Ora ho capito che devo essere io a fare qualcosa, ad agire. Ma cosa? Cos’ho in mano?
Il diario di Ida, certo. Ma non posso, non voglio che tutti leggano le sue confessioni più intime e private. Non posso farle del male, io, sua sorella, dopo che lei ha già dato la vita per ciò che sentiva.
Ma Riddle per fortuna non ha una fama immacolata, fra gli studenti. Della sua personalità, i professori hanno sempre conosciuto solo le sfaccettature che selezionava con cura: lo studente modello, il bel ragazzo pensoso, l’orfano triste. Non sapevano, non sanno delle intimidazioni ai Mezzosangue più piccoli, di mille altre cose che dipingono un ritratto diverso da quello dell’integerrimo Caposcuola di Serpeverde che sono abituati a vedere. Si fermano alla superficie: Riddle appare come una bellissima mela rossa, ma dentro è marcia, scavata da un verme odioso.
Sto cercando di sfuggire a tutti. L’unico luogo in cui mi sento tranquilla, in pace, è il lago. Mi siedo sul molo di legno dove approda la nave quando i piccoli del primo anno arrivano ad Hogwarts.
Allungo una mano e ne tocco la superficie oscura. “L’acqua” mi dice la voce del professor Ruf, in un ricordo dei primi anni di scuola “è il simbolo di Serpeverde, per la sua forma variabile, come l’intelletto pronto e sottile degli studenti della Casa.”
Eppure io la so manipolare così bene. Una Grifondoro, che appartiene la Casa del fuoco, che possiede il potere dell’idrocinesi: potrei sollevare buona parte del lago ed osservarne il fondale, se mi impegnassi al massimo delle mie forze.
“Julia, cosa stai facendo?”domanda la voce del professor Crale alle mie spalle.
Ho sobbalzato, mi ha colto di sorpresa.
“Sto pensando.”gli rispondo, mentre si siede accanto a me. Forse teme che voglia ripetere le mie azioni.
“A cosa?”
“Niente di preciso. Riflettevo sul fatto che io so muovere l’acqua, ma non sono una Serpeverde.”
“Tua madre non è un’umana, vero?”
“No. È una ninfa acquatica, un’Ondina.”
“È diventata mortale, dopo averti dato alla luce?”
“No. Quelle sono solo leggende, inventate dagli umani, che i maghi hanno accettato. In realtà, l’essenza di una ninfa resta sempre tale.”
Crale annuisce.
“Ti sembrerà strano ma posso capirti. Mia madre apparteneva al popolo degli Elfi.”
Guardo il mio professore, stupita da questa rivelazione.
“Anche lei andò via subito.”
“L’ha mai conosciuta?”
“No, mai.”
Il silenzio aleggia un po’ su di noi.
“Volevo solo dirti che ti posso capire, in parte. Se qualche volta hai bisogno di parlare, puoi venire da me.”
“Certo, professore.”
“Come stai? Rispondimi con sincerità, Julia.”
“Sto male. Non è solo il dolore in sé, ma il fatto che non posso fare nulla. Questa sensazione di impotenza mi distrugge.”
“Si può sempre fare qualcosa.”
Mi rivolge uno sguardo eloquente.
“Se non lo fa la scuola, lo puoi fare tu. Non ti sto invitando alla vendetta, bada. Ma puoi cercare di fare chiarezza.”
Forse ha ragione.
Forse posso fare qualcosa.
Tornata a scuola, cerco Sebastian e Georgiana. Devo parlare con loro. Li trovo insieme mentre parlano in Sala Grande. Hanno un’espressione preoccupata e tacciono all’improvviso non appena mi vedono. È molto probabile che stessero parlando di me.
Sebastian sa già tutto, gliene ho parlato appena io e Georgiana siamo tornate dal colloquio con Silente. Ci aveva visto sconvolte, e non aveva voluto saperne di lasciarci andare se prima non gli avessimo detto tutto.
Mi siedo di fronte a loro.
“Non ho più intenzione di stare con le mani in mano.”
“Cosa intendi?”domanda la mia amica.
“Ho capito, Julia. Era ora. Si comincia quindi.”dice Sebastian, il primo a suggerire l’idea.
“Sì. Si comincia.”
Georgiana ci guarda con espressione interrogativa:
“Si può sapere di cosa state parlando?”
Io e Sebastian ci scambiamo uno sguardo d’intesa.
“Dobbiamo iniziare ad organizzarci. Riddle sta diventando…è diventato troppo potente.”
“Se non te la senti…non preoccuparti.”dico alla mia amica. Le stringo una mano, cercando di farle capire che il mio affetto per lei non pretende prove o sacrifici.
“Ma…stai scherzando! Io ci sono!”
Le sorrido, grata.
“Allora, volete decidervi a spiegarmi cosa avete pensato?”
18/01/2008
In Sala Grande ci sono i soliti gruppi che si riuniscono un po’ per caso, un po’ per volontà, quando la scuola è agli sgoccioli e non c’è più molto da fare. Su un tavolo al centro, una miriade di dolci e bevande sono radunati per placare gli stomaci degli studenti di Hogwarts. Una festa di Natale in grande stile, davvero.
Mi avvicino al buffet e mi verso un bicchiere di Burrobirra, per poi avvicinarmi ad uno dei caminetti. Mi viene da ridere. Ho appena compiuto uno dei gesti più insulsi della mia esistenza, vale a dire dare un bacio a Jillian McKanzie. Non so bene cosa mi sia preso: la rabbia si è impadronita di me. Detesto vedere che le mie azioni finiscono a vuoto. E non mi piace forzare le ragazze a darmi ciò che voglio: è una sconfitta, non un traguardo. Tuttavia è meglio così, che sia finita. Non che sia mai iniziata davvero.
Uno strano senso di liberazione si fa strada fra i miei pensieri: non mi è mai capitato di essere rifiutato, però questa situazione era davvero logorante. Se devo star dietro ad una ragazza, perlomeno che sia una ragazza disposta a venirmi incontro.
“Ciao, Jasper. Come va?”domanda la voce di Belinda al mio fianco.
“Ciao piccolina, tutto bene. Ho chiuso con la McKanzie.”
“Davvero? Quando?”
“Cinque minuti fa, circa. La cosa non portava a nulla, così meglio troncare.”
“Già. In effetti mi sono sempre chiesta cosa ci trovassi in lei. Non è proprio il tuo tipo.”
Guardo il visino di Belinda, che si volta e mi sorride:
“Allora? Che c’è?”
“Pensavo a tutto quello che è successo fra noi, dall’inizio della scuola.”
“Ormai è tutto passato.”
“Per fortuna. La prossima volta che mi vedi sul punto di commettere qualche errore…ti prego, fermami.”
Belinda ride.
“Va bene, lo farò! Posso anche schiantarti?”
“Se è proprio necessario…sì. Però se puoi evita!”
Poco dopo ci raggiungono anche le due sorelle, Utopia e Deirdre. Se ci fosse anche Eve, sarebbero un quadro perfetto e bellissimo. Le mie ragazze: non le perderò. Mai.
Sul treno per tornare a casa, Ed e io ci accaparriamo, come sempre, la cabina migliore. Sistemiamo i bagagli con un incantesimo e ci piazziamo sui sedili. Un Grifondoro del terzo mette dentro la testa con fare timido; basta uno sguardo di sbieco del sottoscritto per farlo scappare a gambe levate.
“Jasp, un giorno dovrai insegnarmi a gelare le persone con uno sguardo!”ghigna Ed.
“Sì, ma ti costerà una bella somma di galeoni!”
“Bell’amico che sei! Scherzi a parte, ecco che arriva Dè.”
La nostra Principessa entra e chiude la porta, lasciandosi cadere sul sedile al mio fianco con un sospiro:
“Accidenti…”
“Cos’è successo?”domanda Ed.
“Geert. Sta diventando davvero troppo appiccicoso. E in altri campi non abbastanza.”
“Cosa vuoi dire?”
“Mi ha detto che mi ama.”
“Lo sapevo!”esclama Ed.
“C’era da aspettarselo.”rincaro io.
“Ma…non vuole venire a letto con me.”
“Perché?!”stavolta parliamo all’unisono, visto che io ed il mio migliore amico siamo abbastanza sorpresi dalla cosa.
“Perché io non lo amo.”
Ed e io scoppiamo a ridere. Dè invece rimane seria, anche se il suo viso si rischiara.
“Beh? La cosa vi sembra così divertente?”
“Non è per te, che ridiamo.”inizio.
“Ma per il ragionamento del caro orsacchiotto, che è di un’ingenuità disarmante!”va avanti Ed.
“Povera la nostra Dè!”concludo.
Quando si dice un idiota. Geert raggiunge delle vette che non avevo neppure osato immaginare per lui: siamo sicuri che sia un uomo? Come faccia a resistere a Dè, per me è un mistero.
“Comunque anche io non sono da meno.”le dico, per rincuorarla un po’: “Ieri l’ho fatta finita con Jillian McKanzie.”
“Meno male, non mi è mai piaciuta. Quando è successo?”
“Prima che ci vedessimo in Sala Grande. Te l’avrei detto anche lì, ma non c’è stata occasione.”
O forse ci sarebbe anche stata, ma non avevo voglia di pensarci ancora, una volta vuotato il sacco con Belinda. Edward invece aveva ascoltato tutta la storia prima di andare a dormire, tra una risata e l’altra, mentre Forsythe e Lancaster dormivano e russavano.
Deirdre ascolta con attenzione la storia, mentre Ed conclude:
“Dovremmo far incontrare la McKanzie e Geert. Come tasso di zucchero e miele ci siamo!”
“Ma non dirlo neppure per scherzo!”salta su Dè“Geert sarebbe sprecato! Non credo sia abbastanza per me. Ma di certo non è abbastanza poco per lei!”
Alzo gli occhi al cielo, che poi è il soffitto dello scompartimento.
Il fascino dell’orsacchiotto è difficile da dimenticare. Ma come tutte le cose, presto svanirà.
È tradizione per me passare il Natale a casa di Ed. Al primo anno, Ed mi aveva chiesto:
“Allora a Natale starai con la tua famiglia?”
Avevamo undici anni, e ci eravamo conosciuti sull’Espresso di Hogsmeade. Non so definirlo, ma sembrava quasi che ci fossimo riconosciuti fra i numerosi studenti che iniziavano quell’anno a frequentare Hogwarts. Ed stava con Deirdre ed Eve: io li guardavo ammirato dalla loro bellezza, dalla grazia che traspariva da ogni loro singolo gesto.
Eve Sanders aveva un visino da elfo: i suoi grandi occhi chiari erano pervasi di una dolcezza che oggi riappare solo a sprazzi; già allora attirava l’attenzione maschile, anche se era ancora una bambina, ulteriormente calamitata da Deirdre Blackster, già bellissima, che all’epoca portava i capelli pettinati in tanti boccoli inanellati (morivo dalla voglia di toccarli). Edward invece era un ragazzino piuttosto magro, e alto per la sua età, con un’espressione insolitamente pensosa. La prima volta che i nostri sguardi si incrociarono, credo che il mio cuore avesse perso un battito. Capii immediatamente che quel ragazzino sarebbe diventato il mio migliore amico.
E così era stato.
Per questo, alla domanda di Ed non avevo potuto rispondere che con sincerità:
“No, sarò da solo. Io sono sempre solo a casa mia.”
“E perché?”
Gli avevo spiegato come stavano le cose: mio padre era (ed è tuttora) sempre in giro per il mondo per le sue ricerche, ed è raro che sia a casa per una ricorrenza; dopo la morte di mio fratello Sean, mia madre lo aveva lasciato, ed aveva tagliato i contatti anche con me.
Mi vergognavo profondamente di ogni mia parola, e parlavo fissando un punto indefinito. Alla fine del mio discorso, avevo osato guardare il mio amico in faccia, temendo di vedervi dipinta la smorfia di disprezzo che già allora riservava a chi lo meritava.
Invece mi sorrideva e mi aveva detto:
“Bene! Allora puoi venire a passare il Natale da me!”
Io avevo accettato. Durante quelle prime vacanze insieme, avevo scoperto che Ed aveva perso il padre da pochi mesi: questo ci rese ancora più legati, perché i miei genitori, benché entrambi ancora in vita, erano lo stesso assenti. Così la nostra amicizia, che era iniziata da poco, iniziò a rafforzarsi.
Deirdre ci viene incontro, bella e delicata come una farfalla, e dopo averci salutato, ci prospetta la situazione:
“Allora, vedete quella ragazza bionda?”dice, indicando quella che definirei una “bella fanciulla” per non scadere in inutili volgarità.
“Sì, e allora?”risponde Ed, poco interessato.
“Vuole uscire con uno di voi. Non importa chi.”
Ed sembra tutt’altro che interessato. Avrà la testa persa per una certa persona di mia conoscenza.
“Ci penso io, Dè.”affermo “Ed adesso preferisce le more, lo sai.”
Così trascorro una piacevole serata. Scopro che Amalia, la mia dama, è la sorella di Axis, ovvero la preda prescelta da Deirdre. Inarco un sopracciglio quando la vedo ridere con lui: non che quel tipo mi vada a genio, ma perlomeno è già un miglioramento rispetto a Geert Wellington. Non è come me, ma potrebbe quasi andare.
Amalia deve vedermi distratto, perché richiama la mia attenzione con un pizzicotto: e io sono ben felice di concedergliela.
Il profilo di Deirdre si staglia contro il finestrino del treno che ci riporta a scuola dopo le vacanze. Ripenso a quello che è appena successo: possibile che Tom Riddle sia l’erede di Salazar Serpeverde?
Non considerando per un istante l’anello…devo ammettere che sarebbe possibile. E se è così, cosa vorrà dirci alla riunione?
08/01/2008
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Che il Capodanno prendesse una svolta simile, non l'avrei mai detto.
Mi stringo forte al braccio di Carlisle, mentre attraversa un mare di ragazzi e ragazze che probabilmente non vedrò mai più in vita mia, dopo questa sera, e che comunque non sarò in grado di riconoscere. Fate e folletti, perché gira tutto così veloce? Non ho nemmeno bevuto -sono troppo nervosa per fare qualsiasi cosa che differisca dal respirare-, quindi per quale astruso motivo mi sembra che tutto sia destinato a capovolgersi da un momento all'altro? Forse è l'emozione.
"Carlisle.." il lamento sfugge alle mie labbra prima di poter fare qualsiasi altra cosa. Il ragazzo si volta verso di me, trafiggendomi con i suoi incredibili occhi azzurri. Avvampo, mentre mi scruta pensieroso prima di annuire.
"Due minuti, resisti due minuti" mi ordina con un mezzo sorriso, allungando il passo. Come se non stesse già andando veloce. Sbuffo, senza troppa convinzione, lasciandomi trascinare in mezzo al trambusto ad occhi chiusi. Se davvero guardassi cosa ho davanti, finirei col rimettere il mezzo grissino che sono riuscito a ingurgitare prima di prendere la Passaporta per questa casa.
L'aria fredda che mi schiaffeggia il viso, dopo quella che mi è sembrata un'eternità, è una vera e propria benedizione. Inspiro a fondo, avida di questo gelo che mi riempie i polmoni e mi sgombra la testa. Mi sento come se non respirassi da anni. Il mio cavaliere mi porta fino ad una balustra di marmo bianco, dove si siede incrociando le braccia al petto.
"Non sei tipo da feste selvagge, vero?" mi chiede abbozzando un sorriso. Riapro gli occhi, scoprendomi con entrambe le mani alla gola. Abbasso le braccia, vagamente imbarazzata.
"Nemmeno un po'" sussurro, rimanendo immobile nell'esatto punto in cui la sua mano ha lasciato la mia. Non è lontano da me, posso ancora sentire la scia del suo profumo. Ed è buono.
"Mi spiace.." non accenna ad abbassare lo sguardo "Ti sarai annoiata a morte"
Neanche tanto, a pensarci bene. Ho passato buona parte della serata rannicchiata su una poltroncina in un angolo dell'enorme biblioteca, dopo esser stata puntualmente abbandonata da Isabel in favore di un aitante ragazzo dai capelli nerissimi e gli occhi smeraldo. Ho avuto modo di buttar l'occhio su vere e proprie chicche che nemmeno nella sezione proibita avrei potuto sfogliare, ho vagato tra gli enormi scaffali impolverati respirando il forte odore della cera delle candele, ho sbirciato la mia amica e i suoi progressi dalla cima di un'enorme scalinata coperto da un lungo tappeto di velluto rosso. E poi. E poi sono stata rapita. Un biondino straordinariamente simile a Jasper mi ha individuata, si è praticamente materializzato al mio fianco -o forse sono io che sono rimasta paralizzata quando l'ho visto e lui si è mosso a velocità normale, non ne sono sicura- e mi ha portata giù, nella ressa, dove mi sono vista costretta a dimenarmi in una maniera assurda per evitare che quel mare di gente mi calpestasse e mi riducesse a marmellata pura. Poco prima dello scoccare di mezzanotte, mi sono defilata in un dei mille bagni di cui questa reggia sembra provvista e mi ci sono chiusa dentro. Non mi andava di baciare un emerito sconosciuto. O meglio, un emerito sconosciuto con la faccia di Jasper Lewis. Non faccio un vanto dell'aver passato la mezzanotte chiusa in un lussuosissimo bagno, chiaro, ma non ero dell'umore adatto a fare altro.
Il caso -credo- ha voluto che a trovarmi fosse Carlisle. Il Tassorosso sorridente di Natale. Quello che mi ha presentato la nonna. Ha bussato alla porta, delicatamente, e mi ha detto che era urgente. Senza una scusa opportuna da propinargli -in mezzo a tutta quella confusione l'ho scambiato per il sosia di Jasper venuto a reclamare il bacio mancato- ho spalancato la porta dicendogli che mi dispiaceva ma che non se ne faceva niente. La sua faccia è stata qualcosa di spettacolare. Mi ha rivolto un enorme sorriso, facendomi presente che qualunque fosse il problema se ne poteva parlare tranquillamente, e poi si è scusato. E' entrato nel bagno trascinandosi dietro un ragazzo semi svenuto che ha rimesso penso pure l'anima con la testa dentro la tazza. Si è assicurato che l'amico stesse bene e poi, non so nemmeno come, mi sono ritrovata nella folla assieme a lui, questa volta sul punto di svenire. L'emozione, si.
"Oh, neanche tanto" sorrido, stringendomi le braccia in vita "Ci sono un sacco di cose da fare in questa casa"
"Non ne dubito" un lampo divertito attraversa il suo sguardo e io, come mio solito, arrossisco "Sei qui da sola?" prosegue cordiale.
"No" scuoto il capo "Sono qui con Isabel, ma l'ho persa di vista"
"Non l'ho mai vista staccarsi da mio cugino per tutta la sera" ribatte, impassibile, senza perdere il sorriso. Non mi chiedo nemmeno come faccia a conoscerla, non mi importa.
"L'ho persa di vista da un po'" replicò piccata, incrociando le braccia al petto. Cosa vuole insinuare, adesso?
"Scusa, scusa!" ride, sollevando le mani e mostrandomi i palmi, in segno di resa "Non volevo farti arrabbiare, Jillian"
Abbasso lo sguardo, borbottando qualcosa di incomprensibile alle mie stesse orecchie, fino a quando non sento il suo braccio caldo circondarmi le spalle. Quando è comparso al mio fianco, non lo so.
"Stavi tremando" sussurra al mio orecchio, giocando distrattamente con una ciocca di capelli. I
stintivamente, mi irrigidisco: l'ultima persona che ha toccato i miei capelli è stato Jasper. E una parte di me non vuole che un altro ragazzo faccia lo stesso. Anzi, parliamoci chiaro. Non voglio che un ragazzo mi tocchi i capelli. O mi accarezzi il viso. O, peggio ancora, mi baci. Distolgo lo sguardo, imbarazzata.
"Carlisle, io.." inizio a dire, incespicando nelle parole "Io non.."
Lo sento sorridere, e sospirare, prima che il calore del suo braccio lasci posto al freddo dell'imminente alba.
"Lewis" sospira di nuovo, infastidito "Avevo sentito qualche voce su voi due, ma non credevo fosse una cosa seria. Con tutto il rispetto, eh!"
"Non stiamo assieme" rispondo automaticamente, prima che il significato più cattivo delle sue parole mi investa come una slitta trainata da Ippogrifi. Mi ritraggo, spalancando la bocca senza pronunciar parola.
"..Cosa vorresti insinuare?" ruggisco poi, una volta acquistata nuovamente la capacità di parlare "Che siccome qualche tua compagna di Casa ficcanaso mi ha vista assieme a Jasper una volta o due e io non sono qui con lui ora ti senti libero di fare quello che ti pare con me? Non so che voce sia arrivata alle tue orecchie e non voglio nemmeno sentirla, ma non hai il diritto di pensare questo di me. Non hai il diritto di dire nientre, su di me, non mi conosci nemmeno!" strillo tutto d'un fiato, sentendo il mio tono di voce salire di due ottave almeno. Carlisle non sorride più. Sta per dire qualcosa, probabilmente sta per scusarsi, ma non lo lascio parlare.
"E anche se fosse stata una cosa seria, cosa speravi di ottenere? Che io venissi con te solo perché lui non è presente? O forse che siccome probabilmente qualche pettegola amica tua -con tutto il rispetto, eh!- lo ha visto mentre mi baciava a forza quando io volevo solo andarmene a casa senza troppi incidenti sentimentali, allora questo fa di me una ragazza poco seria, una facile, una con cui andare a capodanno per riempire il vuoto lasciato da non so nemmeno io chi?"
Okay. Adesso sono decisamente isterica. E nei suoi occhi c'è un filo di preoccupazione che mi da da pensare che lui abbia radicalmente cambiato idea su di me: se prima ero una secchiona un po' strana, adesso sono una psicopatica in piena regola. Ma a questo punto non si può piangere sul latte versato. Tanto vale uscire con un gran finale.
"Qualunque cosa tu stessi pensando, non mi importa. Me ne torno a casa. Felice anno nuovo, Carlisle."
E giro sui tacchi, rimanendo miracolosamente in equilibrio sui trampoli che Isabel mi ha obbligata ad indossare, rientrando nel salone e dileguandomi nel mare di folla. E quando finalmente una forza familiare mi strattona tirandomi l'ombelico verso la vecchia spazzola che mi riporterà a casa, mi rendo conto che, probabilmente, ho rovinato quanto di più buono la serata mi aveva offerto.
Un applauso a Jillian, signore e signori, la più idiota tra gli idioti!
"..ian! Jill, mi stai ascoltando?"
Mi scuoto dal torpore in cui ero scivolata, sbattendo le palpebre un paio di volte e ricambiando lo sguardo preoccupato della mamma.
"Scusa, mamma, non ho sentito" le sorrido, allungando le braccia e stiracchiandomi pigramente. Ho bisogno di dormire, ma è così raro avere la mamma a casa che non ho nessuna intenzione di sprecare il momento tenendo gli occhi chiuso e spegnendo un po' il pensiero.
"Tesoro, sei così pensierosa.." osserva lei, sedendosi accanto a me sul grande divano del salotto dove me ne sto rannicchiata, con Chipie raggomitolata in grembo "Va tutto bene?"
"Si. No. Cioè, si, va tutto bene. Ma non come vorrei, in effetti.."
Non sono tagliata per le vicende sentimentali. Datemi un oggetto da trasfigurare, datemi una pozione da preparare, e lo faccio senza problemi. Ma affrontare una spinosa situazione come quella in cui mi sono cacciata.. beh, è un altro paio di maniche. Sospiro, posando il capo contro la sua spalla.
"Tesoro, lo sai che se hai qualche problema puoi parlarmene, vero?" inizia ad accarezzarmi i capelli, come quando da piccola voleva farmi confessare qualche pasticcio che avevo accuratamente nascosto.
"Il problema è che tua figlia è un vero disastro quando si tratta di rapporti umani" brontolò di malavoglia, esattamente come facevo tanti anni fa.
"Prerogativa di famiglia, non fartene un cruccio" ribatte fulminea, con una smorfia. Non posso fare a meno di sorridere, mentre la colpisco con la mano.
"Eddai, io sono seria!" protesto "Non sto scherzando"
"Oh, ma nemmeno io" sorride, pizzicandomi le guance "Ma ti ascolto. Su, come si chiama?"
"Chiama? Come si chiamano, piuttosto."
"Addirittura due! Se lo viene a sapere tuo padre muore d'infarto all'istante"
"Non ho dubbi... Non glielo dirai, vero?"
"No, certo che no." mi rassicura lei, continuando ad accarezzarmi i capelli e incitandomi a proseguire.
"C'è un ragazzo, a scuola. Jasper. Oh, potessi vederlo mamma, è così bello! Ha degli occhi talmente verdi che fanno quasi paura, e quando sorride.." arrossisco, mio malgrado, sentendo la faccia bruciare "E stava andando tutto bene. Abbiamo passato un sacco di tempo assieme, per via di un compito di Incantesimi, e anche quando lo abbiamo finito abbiamo continuato a vederci" Mi interrompo un attimo, mordicchiandomi le labbra.
"E...?"
"E niente. Il problema è che per quanto mi piaccia c'è sempre stato qualcosa a bloccarmi. Era chiaro al mondo che anche lui aveva un certo interesse nei miei confronti, ma non lo so.. sai, non ha una buona fama a scuola. E' un dongiovanni, che pensa solo ad ottenere ciò che vuole, senza curarsi dei sentimenti altrui. Non volevo essere solo una delle tante. Ma quando glielo ho detto, prima di prendere l'Espresso e tornare a casa, si è arrabbiato con me.." sentò la voce spezzarsi, dopo aver tremolato sulle ultime parole.
La mamma non dice nulla, abbracciandomi. Al sicuro tra le sue braccia, avvolte nel suo profumo delicato, chiudo gli occhi e continuo a raccontare, combattendo con il nodo che mi serra la gola. "E' stato terribile. Io non volevo che le cose andassero così, davvero. Mi ha baciata. Ed 'è stato cattivo, è stato crudele, perché io non volevo, e quando il bacio è finito ha detto che è stato tutto tempo sprecato. Come se io non ne valessi la pena, come se io non fossi nessuno!" tra le lacrime trattenute, affiora l'indignazione e la vergogna, assieme alla consapevolezza "Ma la cosa più brutta, è che adesso tutti sanno che il bacio c'è stato. Che io sono solo una delle tante"
"Oh tesoro mio!" l'abbraccio si fa più forte, assieme alla mia voglia di piangere "Tu non sarai mai una delle tante, mai! Tu sei speciale, sei una ragazza splendida, con un cuore enorme, non sarai mai una delle tante. E se qualcuno lo pensa, tu lascialo fare e lascialo stare: vuol dire che non ti conosce e che non vale la pena conoscerlo se si fida di pettegolezzi sentiti in mezzo ad un corridoio!"
"Si, lo so.. ma non riesco a fare a meno di pensarci. Anche Carlisle pensa che io sia una ragazza poco seria! E lo conosco da una settimana scarsa!"
"Carlisle Hunnam? Il ragazzo che la nonna ti ha presentato a Natale?" sembra sorpresa. Probabilmente perché è la prima volta che le parlo di qualcuno presentatomi dalla nonna -sembre pronta a combinarmi un matrimonio, che non è mai troppo presto per sposarsi!
"Si. Sicuramente conosci i suoi genitori, lavorano al San Mungo" commento, con voce incolore.
"Come no, Charlie e Hannah" annuisce "Ma non vedo come Carlisle possa pensare questo di te, dal momento che ti conosce così poco" obietta perplessa.
"E' un Tassorosso, mamma!" esclamò un po' seccata "E anche se lo chiamano l'Anti-Principe perché si dice sia un vero gentiluomo, appena uscito da un romanzo di Jane Austen, è pur sempre nella casa di più ficcanaso di Hogwarts. Le voci girano, dopo tutto il castello è piccolo."
"Ma quando ti avrebbe detto una cosa del genere? Non a Natale, spero!"
"No, per carità! A Capodanno"
"Non eri con Isabel?"
"Diciamo che sono andata con Isabel, poi lei si è dileguata lasciandomi sola. No, niente commenti mamma, va bene così" la blocco, prima che si lanci in una filippica su quanta poca fiducia merita Izzie. Brontola qualcosa, accavallando le gambe con grazia.
"In ogni caso" riprendo a parlare, la voce decisamente più ferma ma una gran paura di andare a scoprire il perché mi sia arrabbiata così tanto quella notte "Ho trovato Carlisle dopo mezzanotte. O meglio, lui ha trovato me. Abbiamo parlato un po', poi quando lui ha provato a baciarmi io mi sono tirata indietro. E lui ha fatto uno sgradevolissimo commento su me e Jasper, dicendo che non credeva fosse una cosa tanto seria. Mi sono arrabbiata, mi sono sentita umiliata. Perché non avrebbe dovuto essere una cosa seria? Perché quel bacio deve significare solamente che sono solo una delle tante, una povera sciocca che si è fatta abbindolare da un bel faccino? Non è giusto, mamma, non è giusto!" sbotto "Lui non aveva il diritto di dire quello che ha detto, non doveva dirlo! Non doveva nemmeno pensarlo!"
"No, non avrebbe dovuto" la voce della mamma è dolce, pacata "Ma forse non era sua intenzione offenderti, anzi, sicuramente non voleva"
"No, non credo lo abbia detto per ferirmi, però lo ha fatto. E io mi sono arrabbiata, lo ho aggredito come una furia, fuori di me, e me ne sono andata. Così domani, quando risalirò sull'Espresso, tutta la scuola avrà già saputo che, oltre ad essere l'ennesima vittima di Jasper Lewis, il Principe di Serpeverde, sono pure una pazza psicopatica che ha aggredito Carlisle Hunnam, l'Anti-Principe per eccellenza"
"Mh, io non credo che sia così tragica come la descrivi" mi rassicura, sorridendo "Non sei mai stata tipo da dare credito a malignità, quindi riguardo Jasper non dovresti preoccuparti più di tanto: se è davvero il superficiale che sembra, non ne vale nemmeno la pena. Mentre per Carlisle.. anche qui, se è davvero quello che sembra, parlagli. Spiegagli la situazione e sono sicuro che capirà. D'accordo? E adesso basta piangere, che a tua padre sta per prendere un accidenti al collo tanto si sta sforzando di origliare senza farsi vedere"
Ci voltiamo verso l'ingresso del salone, dove un colpo di tosse impacciato e un uno scalpiccio frettoloso accompagnano la precipitosa fuga di papà. Ridiamo, rimanendo accoccolate sul divano.
"Grazie, mamma" mormorò dopo qualche attimo, abbracciandola forte "Ti voglio bene"
"Anche io, tesoro, anche io"
Resta il fatto che io a scuola non ci voglio tornare.
Non così presto, almeno, vorrei un altro paio di giorni per riordinare i pensieri e scacciare via questo odioso presagio di sfortuna che vedo colorare il mio immediato futuro. Sbuffo, una sigaretta abbandonata tra le labbra, sedendomi per terra tra i libri e i vestiti che devo infilare nel baule, sapientemente allargato con un Incantesimo Estensivo Irriconoscibile. Se il vecchio Dippet sapesse quanti studenti si servissero abitualmente dell'Incantesimo Estensivo per introdurre a scuola cose che era meglio non nominare, probabilmente morirebbe di crepacuore. Agito distrattamente la bacchetta in aria, facendo volare una pila di golfini ordinatamente piegati e impilati nel baule. Chipie, accanto a me, gioca con un pupazzo incantato a forma di topolino, che si agita tra le sue zampine squittendo ad ogni colpo ricevuto. La micia, divertita, miagola di tanto in tanto, mentre io proseguo imperturbabile nel mio compito. Sbuffo di nuovo, prima che un picchiettare insistente contro la finestra della stanza mi riscuota: è un gufo, uno splendido gufo reale che attende, paziente, di recapitare una lettera.
"Strano" mormoro alzandomi in piedi e facendolo entrare nella stanza. Di solito vanno tutti nella gufiera, sul tetto, e poi ci pensa Milly, l'elfo domestico, a smistare la posta. Lo splendido volatile mi scruta con attenzione, prima di posarsi sulla scrivania e tendere la zampina, con fare altero. Non appena la busta è tra le mie dita, l'animale mi lancia un'altra occhiata -incredibile quanto intelligente sia il suo sguardo ambrato- per poi volare via, nella notte. Evidentemente, il mittente non aspetta risposta.
Recuperò Chipie, strappandola al suo giocattolo e stringomela al petto mentre mi siedo sul letto. Lei protesta fiaccamente, miagolando, per poi rabbonirsi dopo qualche carezza.
"Non sei curiosa, Fifì?" le domando carezzandole il musetto. Chiude gli occhi, docile, mentre dispiego la lettera. La grafia è sottile, elegante, le parole si rincorrono lievi come onde scure in un mare immacolato.

Quasi non mi accorgo della zampina di Chipie che colpisce ripetutamente il mio naso, mentre rileggo, avida, quelle parole. Se non fosse che sono nero su bianco sotto il mio naso, penserei ad uno scherzo. Restia ad abbandonarmi ad un entusiasmo avventato, recupero la bacchetta e la agito sopra la pergamena, mormorando un paio di incantesimi: nulla. La lettera rimane immutata, in tutta la sua regale eleganza. Chiudo gli occhi. Li riapro: tutto uguale. Mi pizzico le guance. Niente, sembra sia davvero la realtà.
E mentre finalmente accetto quest'idea, lo stesso disagio provato a capodanno mi riempie il cuore. Vorrei esser felice, davvero. Ma non ci riesco. E' più forte di me.
Ripiego la lettera con cura, posandola sul comodino. Sono talmente stordita da non sapere nemmeno cosa pensare: non capita certo tutti giorni di sentirsi dire cose del genere, in effetti. Nel mio caso, inoltre, è la prima volta. Cosa si fa, in questi casi? Si risponde? E domani, sul treno, cosa farò se lo vedrò? Devo salutarlo come se niente fosse? O evitarlo? Mh, forse evitarlo non è il caso visto come sono finite le cose con Jasper.
Jasper, già.
Anche qui, un bel dilemma. Forse, se gli spedissi una strillettera anonima riversandogli addosso tutto quello che penso di lui, risolverei qualcosa. Ma dubito seriamente che riuscirei a scalfire quella sua impeccabile facciata di perfezione. Bel dilemma. Vorrei tanto riuscire a capire cosa fare. Che poi, sarei mai veramente in grado di ferirlo? Lo voglio davvero? Dubito. Decisamente, sono troppo buona per questo genere di cose. Ci sarà un motivo se sono finita a Corvonero e non a Serpeverde, no? Cosa fare?
Il viso di Georgiana Harrington mi passa davanti agli occhi, assieme alle sue parole: "Tu, Jillian McKanzie. Sei hai qualcosa che non va, sai dove trovarmi."
Ecco la soluzione. Mi alzo in piedi di scatto. Basta pensare, chiederò consiglio a Georgiana una volta tornata a scuola, ecco cosa devo fare. Adesso devo finire di riempire il baule, devo fare qualcosa, qualsiasi cosa, che mi tenga la mente occupata e mi impedisca di pensare. Agito la bacchetta, stizzita, facendo partire il vecchio giradischi magico e tornando al mio lavoro, mentre luna maestosa melodia, un trionfo di archi e fiati, invade la camera. Mi rimbocco le maniche, guardando la marea di cose che ancora copre il pavimento della stanza, e sospiro di sollievo.
Ho così tante cose da fare, che pensare sarà proprio l'ultimo dei miei pensieri. Fischiettando sulla falsariga della sinfonia, mi rimetto al lavoro.
Domani è un'altro giorno, domani si vedrà.
06/01/2008
Poiché le vacanze di Natale di solito si rivelano un momento un po’ fiacco nello svolgimento della trama, le menti pericolose di Lyndea e Martyl hanno pensato di scrivere un post a quattro mani che coinvolga due dei loro personaggi: Julia Versten e Georgiana Harrington. Speriamo che il risultato sia di vostro gradimento! [Qualora non fosse così, verrete schiantati!]
04/01/2008
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Profumo di biscotti. L'enorme albero di Natale che troneggia quasi minaccioso su una valanga di pacchetti dorati ammassati alle sue radici. La neve che vortica leggera dal soffitto del salone, scomparendo a qualche metro da terra. Lo scintillio delle mille e più candele che lievitano sopra l'enorme tavola già apparecchiata. La nonna che sbraita ordini con un tono vagamente isterico e al tempo stesso detta una strillettera indirizzata ai miei genitori, ancora prigionieri del loro lavoro al San Mungo, come ogni anno. Si, è davvero Natale.
Faccio quasi fatica a credere che siano arrivate le fatidiche vacanze: le ultime due settimane di scuola sono state un vero inferno, quando la fatidica sindrome del "Non ho voti-mi servono voti" si è abbattuta su noi poveri studenti togliendoci ogni secondo libero. Non mi sono affatto stupita quando, appena tornata a casa, la nonna mi ha squadrata da capo a piedi prima di dichiarare che ero dimagrita e che mi vedeva piuttosto sciupata. Inspiro a fondo, facendo sfiorando con la punta delle dita il passamano lucido dello scalone, senza nemmeno più sobbalzare alle urla stridule della nonna. Ho sobbalzato abbastanza prima di partite da scuola, quando mi sono ritrovata faccia a faccia con Jasper.
Chiudo gli occhi, dopo aver accostato la porta della mia camera e aver preso Chipie tra le braccia. Ed eccolo lì, il bel volto del Principe di Serpeverde: gli occhi verdi, di quel colore denso, vellutato, ricolmi di uno sdegno e una furia gelida; quelle ciocche scompigliate che morivo dalla voglia di tenere tra le dita, anche solo per scostarglierle dal volto pallido, dai lineamenti affilati.
Mi lascio cadere di schiena sul letto, provocando un miagolio infastidito alla piccola gattina nera che si agita, infastidita, saltando su un cuscino accanto a me, dove si acciambella soddisfatta. Sospiro, raggomitolandomi. Non ho dimenticato una sola parola di quell'incontro. Del resto, non potrei mai. E dire che le cose sembravano andare così bene..
[ Qualche giorno prima ]
"Jillian!" Jasper sorrise, affiancandosi alla bionda Corvonero che aspettava, paziente, accanto all'ingresso. Riconoscendolo, arrossì.
"Ciao, Jasper.." mormorò timidamente, abbassando lo sguardo sulle sue mani, coperte da un paio di guanti bianchi, come il cappotto che indossava.
"Mica volevi andartene senza prima salutarmi!" esclamò il ragazzo, corrugando la fronte e increspando le labbra in una smorfia che lei trovò adorabile e di fronte alla quale non potè fare altro che abbozzare un sorriso e negare, mentendo spudoratamente.
"Certo che no" mormorò con un filo di voce, sentendo il cuore accellerare impazzito. Il volto di Jasper si ammorbidì in un sorriso sghembo.
"Sono contento di vederti" riprese dopo qualche attimo, allunando una mano e catturando una ciocca di capelli della ragazza, attorcigliandosela attorno alle dita sottili. La sentì trattenere il respiro e, approfittando della paralisi totale che sembrava averla colpita, si avvicinò ulteriormente, contando sul fatto che lei sarebbe indietreggiata, trovandosi con le spalle contro la parete di pietra. Cosa che accadde. La bionda sussultò, arrossendo ancora di più se possibile, mentre lui si chinava in avanti, posando l'avambraccio sul muro, sopra la sua testa.
"Smetterai mai di giocare?" le chiese suadente, soffiandole le parole sul viso. Jillian corrugò la fronte, sentendosi come in trappola. Era affascinata, dal mago, non poteva negarlo: ma c'era qualcosa, in lui, qualcosa nel suo modo di fare, nella sua ostentata sicurezza, che la inquietava. Una sensazione, che si insinuava in lei ogni qualvolta si faceva troppo vicino, un brivido cui aveva sempre dato il nome di timidezza. Era, invece, la consapevolezza dell'errore che si nascondeva dietro quell'infatuazione. La certezza che c'era effettivamente qualcosa di sbagliato, che non era quello che voleva.
"Io non sto giocando" sussurrò la Corvonero, lavorando veloce di pensiero per trovare una via di fuga. Era una caccia, solo ora l'aveva capito. E il suo ruolo, purtroppo, era quello della preda.
"No? Allora smettila di scappare" ordinò suadente, avvicinandosi ancora di più. Le era talmente vicino da poter sentire il profumo del suo respiro, un aroma dolce e invitante che presto sarebbe stato ricordato come uno dei tanti rubati, nel corso di sei anni.
"Perché non dovrei?" ribattè lei a bassa voce, aggressiva. D'un tratto, era arrabbiata. Lui si ritrasse appena, lasciando che la sorpresa trapelasse sul bel viso prima che la frustrazione e la rabbia lo indurissero.
"Perché non c'è motivo" sibilò, cercando di mantenere un tono di voce tranquillo.
"Ah no?" fu lei a sospirare, questa volta "Jasper, non credere che io sia tanto stupida da non vedere. Ogni giorno che passa, c'è sempre una nuova ragazza accanto a te. Un giorno, un'altra ragazza. E io lo so, so che se ti do quello che vuoi, poi è solo questione di ore prima che trovi qualcun'altra. Io non voglio essere solo un'altra ragazza, una delle tante" abbassò lo sguardo, evidentemente dispiaciuta, prima di cercare gli occhi verdissimi di lui, che replicò immediato
"E allora spiegami il senso di tutta questa sceneggiata, che a me sfugge"
"Nessuna sceneggiata" fece per allungare una mano verso la sua guancia, abbozzando un sorriso, ma la ritrasse immediatamente non appena vide la sua smorfia "Tu mi piaci, e mi sembrava fosse piuttosto evidente" ammisse, arrossendo furiosamente "Ma non... non posso, ecco tutto"
"Non puoi? Non sarebbe meglio dire non vuoi?" l'accusò il Serpeverde, gli occhi fiammeggianti d'ira. La Corvonero si ritrasse ancora di più, facendosi piccola piccola contro la parete.
"Jasper, non dire così.." sussurrò.
"Io dico quello che voglio" riprese il ragazzo, più collerico che mai, prendendole il mente tra le dita e costringendola a guardarla negli occhi "E quello che voglio dire, ora, è che sei una codarda. Che hai paura, ma così tanta paura che il solo pensiero di aver sprecato così tanto tempo con te mi irrita, mi innervosisce"
"Mi fai male.." protestò la Corvonero, il volto teso dallo sforzo di non lasciare che le lacrime che sentiva riempirle gli occhi non trabordassero e scivolassero lungo le guance. Lui allentò la presa, automaticamente, stringendo i denti.
"No, non ti sto facendo male. Non quanto vorrei, in questo preciso momento" masticò le parole, una ad una, a fatica, sporgendosi verso di lei, che aveva iniziato a tremare. Per un attimo, un attimo soltanto, sentì l'irrefrenabile impulso di abbracciarla e scusarsi. Ma fu solo un attimo, subito cancellato dal fastidio dell'esser respinto. La prima volta, in assoluto, che succedeva una cosa del genere. L'idea soltanto lo faceva infuriare come mai prima d'ora.
"Smettila" iniziò a dire lei "Mi sti facendo paura"
Lui la guardò, senza dire una sola parola. Ormai piangeva. Si sforzava, con tutta se stessa, di non farlo, ma due grossi lacrimoni erano scivolati sulle guancie morbide, arrossate, ed erano arrivati alle sue dita. Gli occhioni verdi erano pregni di paura, ma sul fondo riusciva a leggervi qualche traccia di tristezza. No, lei non aveva mentito dicendo che lui le piaceva, ma allora perché quel rifiuto? Jasper non capiva. Come poteva, del resto? Non era nella sua natura essere rifiutato, la sua natura era prendere-usare-lasciare. Era fatto così, al contrario della Corvonero piena di sogni e speranze, ancora in attesa del suo primo bacio. Non riusciva a capire perché lei stesse dicendo di no. E la sua decisione fu la peggiore che potesse prendere in quella situazione: senza lasciar andare il suo volto, la immobilizzò. L'ultima cosa che vide, prima di posare le labbra su quelle di lei, fu l'espressione terrorizzata della ragazza che lo implorava di non farlo. Fu un bacio violento. Aggressivo. E quando finì, Jasper si accorse di ansimare leggermente, tanto era stato intenso. Nel bene e nel male.
"Ci avrei giurato" sussurrò, abbozzando un sorrisetto. Lei non disse nulla. Fissava il biondino, senza realmente vederlo, e quando finalmente lo mise a fuoco, aprì la bocca per parlare, ma non ne uscì nulla, se non aria.
"E' stato solo tempo sprecato.." disse dolcemente, prima di girare sui tacchi e allontanarsi, con un impeccabile sorriso stampato sul bel volto. Come se nulla fosse successo. Prima di sparire nel salone, si fermò un attimo. Si voltò, cercò la minuta figurina vestita di bianco che se ne stava appoggiata contro la parete, e disse, ad alta voce.
"Ah, dimenticavo... Buon Natale, Corvonero"
Poi, sparì.
Mi affaccio verso l'ingresso, dalla cima delle scale: è già affollato. Volti più o meno noti, più o meno famigliari, più o meno sorridenti. Inspiro a fondo. Anche se tutto quello che desidero è rinchiudermi in camera a piangermi addosso mangiando biscotti al cioccolato, devo fare un profondo respiro e scendere giù. Io-amo-il-Natale. Io-amo-il-Natale. Vorrei solo avere la testa saldamente ancorata sulle spalle e non tra le nuvole, è chiedere troppo? Cerco di convincermi che è stato solo un bacio, uno stupido bacio che non conta nulla. Perché è ovvio, che per lui non conta nulla. Quindi perché io devo darci così tanta importanza? Perché sei Jillian McKanzie, risponde una vocina nella mia testa, e sei una stupida sognatrice. Mi concedo un altro profondo respiro, come se l'aria pulita potesse lavar via i ricordi e farmi tornare vagamente lucida. Incrocio lo sguardo della nonna, mentre cautamente inizio a scendere lo scalone, facendo attenzione a non rompermi l'osso del collo scivolando giù dai tacchi vertiginosi che sono costretta ad indossare. Io-amo-il-Natale.
"Jillian, tesoro!" mi richiama all'ordine la madre di mia madre "Vieni qui, ci sono un paio di persone che devi assolutamente conoscere"
Intravedo, alle sue spalle, il volto sorridente di un Tassorosso intravisto qualche volta a Trasfigurazione. Meraviglioso. Non desideravo altro che passare la serata con un membro della Casa più pettegola della scuola. E per la terza volta, dopo ave sfoderato un sorriso abbastanza convincente, inspiro a fondo.
Io-amo-il-Natale.
28/12/2007


Tiro un respiro di sollievo non appena mi lascio alle spalle la porta e tutto quello che c'è al suo interno, ovvero Silente e la montagna di lettere che ho dovuto compilare. Prima di varcare quella soglia questo pomeriggio pensavo che la punizione assegnatami non fosse così insostenibile. 'Cosa vuoi che sia scrivere due o tre lettere al Ministero', mi dicevo. Che stupida, come ho potuto pensare a sole 'due o tre lettere'. Entrata nell'ufficio mi son quasi sentita male alla vista della quantità di carta sulla scrivania già fin troppo affollata del prof Silente.
"Ben arrivata signorina Blackster. Si accomodi pure...può cominciare subito allora!". Non so se è il suo sorriso innocente ad irritarmi tanto, o solo il fatto di aver visto tutte le mie illusioni infrangersi improvvisamente. Ma comunque ora è finita per fortuna, meglio non ripensarci. Sento ancora il torpore nelle mani stanche e sporche d'inchiostro. Prendo la bacchetta e smacchio le mie povere mani, poi alzo lo sguardo fino alla prima finestra del corridoio.: fuori è buio pesto. Ma che ore saranno maledizione, avevo un appuntamento da Geert! A quanto pare compilare quei fogli mi è costato più tempo del previsto. Meglio correre. Geert mi ha promesso una sorpresa per stasera, e io non me la voglio certo perdere.
Corri. Corri. Corri.
Arrivo in sala comune e con la coda dell'occhio scorgo alla mia sinistra Tom Riddle apparentemente chino su un libro, ma con lo sguardo fisso nel vuoto. Chissà cosa starà vedendo la sua mente oltre il confine del libro, dove si staranno perdendo i suoi pensieri? Una cosa è certa: non devono essere pensieri felici: il suo bel viso è contratto in una smorfia e le mani stringono forte e avide il libro, come se potesse sfuggirgli da un momento all'altro. Non si accorge nemmeno del risuonare dei miei passi affrettati nelle stanza, ormai semi-vuota, o del mio respiro affannato.
Devo fermarmi a respirare.
"Sembri allegra"
"Ho appena visto Jasp.."
"Ah...". Ogni volta che nomino Ed o Jasp, Geert ha sempre la stessa reazione, se davvero si può definire reazione uno stupido 'Ah'.
"ci sono problemi tra di voi?"
"Niente di importante o di irrisolvibile." Storco il naso mentre Geert mi sorride dolcemente, come per rincuorarmi. Non so se riesca davvero a farlo, di sicuro l'idea che non vadano d'accordo non mi piace, però in questo momento riesce a non farmici pensare. Geert è proprio come il mio tenero orsacchiotto, quello che quando sei piccola stringi forte nelle notti buie, quello in cui puoi trovare sempre e comunque consolazione e ristoro; Lo stesso che poi dimentichi con gli anni, quando trovi qualcosa di decisamente più interessante o di più bello, e nonostante tutto, lui è sempre lì pronto ad aspettarti e ad accoglierti di nuovo, infinitamente generoso e immensamente ingenuo. Mio povero piccolo Geert...
"Lo sai che sono 4 mesi che stiamo insieme oggi?". Il respiro si interrompe per un momento. Cavolo...già quattro mesi....vuol dire che sono quasi 6 mesi che stiamo insieme, un'eternità!
"Certo che lo so!"
"Beh...ho una sorpresa per te, chiudi gli occhi.". Abbasso le palpebre e per qualche strano motivo nella mia mente si affollano pensieri do ogni genere..
"Aprili". Un' esercito di rose rosse si para davanti ai miei occhi. Un bellissimo oceano color sangue.
"Ma sono...bellissime". Colpita dal profumo inebriante dei fiori quasi non mi accorgo del biglietto giallo pallido. Lo leggo. Due parole, due sole parole bastano a sconvolgermi: 'Ti amo'. Cosa devo fare? Cosa bisogna dire in certe occasioni? Forse niente, forse tutto. Guardo Geert e spero non si accorga del panico che si sta velocemente impossessando di me. Lui al contrario è così sicuro...
"Dè, piccola, sono convinto di amarti. Ti amo.". Pensavo di aver passato il peggio, ma a parole fa un altro effetto: effettivamente il panico è amplificato al massimo. Eppure è gratificante sentirselo dire, se si trascura il lato tragico della faccenda: io non lo amo. Non posso farci nulla, è così e basta; E' vero, gli voglio bene( è pur sempre il mio orsacchiotto) e bacia decisamente bene, ma non rinuncerei a nulla per lui.
Ma non posso continuare col silenzio, devo assolutamente dire qualcosa; Probabilmente 'Ti ami anch'io? sarebbe l'ideale, ma le parole mi si spengono in gola. Dalla mia bocca non esce nulla. C'è solo il silenzio.
"Non preoccuparti piccola, non devi dire niente se non te la senti. Aspetterò. Aspetterò fin quando sarà necessario, fin quando tu non mi amerai davvero."
"Tu sei troppo buono con me. Non devi, io ti deluderò. E' inevitabile". Tutti noi viviamo di illusioni ogni giorno, ci aiutano ad andare avanti, ma verrà il giorno in cui qualcuno le distruggerà. Lo so, ne sono consapevole adesso più che mai: sono io. io distruggerò le illusioni di Geert. Voglio che sia preparato, che sia avvisato, così quando accadrà non mi sentirò in colpa. Prende le rose dalle mie braccia,le posa sulla scrivania, si avvicina e mi abbraccia. Tra tante bugie la verità è l'unica ad essere ignorata alla fine...
"Non dire stupidaggini..."mi bacia. La stanza è vuota, non c'è nessuno dei suoi compagni di stanza. Lo faccio sedere sul letto mentre continuiamo a baciarci. Come sono egoista: ho appena rifiutato il suo amore e ancora non mi basta, devo farlo soffrire ancora di più ed andarci a letto. Dovrei sentirmi disgustata di me stessa e invece sono solo divertita. Gli slaccio la camicia e poi inizio con la mia, mentre lui è come inerme, finchè...
"No..."
"Cosa?"
"Ho detto no piccola...non è giusto, non così...". Mi alzo di fronte a lui, delusa, mareggiata,
rifiutata.
"Geert sono quattro mesi che stiamo insieme, non te lo sto chiedendo, lo pretendo!"
"Piccola non sai quello che dici...tu non mi ami! Non ancora perlomeno.."
"E allora?" Mi guarda stupito.
"Non sempre l'amore è necessario per certe cose...insomma..."
"Per me non è così. Io voglio essere sicuro dei tuoi sentimenti prima!". Non posso credere alle mie orecchie. Mi sembra inverosimile che io sia la donna e lui l'uomo, in questo momento sembra il contrario. Incrocio le braccia mentre l'ultimo rimasuglio di vergogna si trasforma in rabbia. Chiudo gli occhi.
"Dè non fare così...quando sarai pronta lo faremo"
"Ma io sono pronta!"
"Non mi ami."
"Ma ti voglio!"
"Non basta"
"Tutti vorrebbero venire a letto con me!"
"Ma io non sono tutti, io ti amo." Inarco le sopracciglia: adesso cosa c'entra l'amore?
"Forse è meglio che me ne vada ora"
"Piccola non fare così...resta ti prego..."
"Ciao Geert." Esco e dimentico persino quelle fantastiche rose rosse. Spero solo si senta in colpa per quello che ha fatto.
"Ma buona sera" Edward sta salendo le scale verso la sua stanza.
"Ciao" Il suo sguardo si sposta dal mio viso verso il basso , e assume un'espressione dapprima perplessa, poi divertita.
"Notte brava è?" Cerco di capire cosa l'abbia indotto a dirlo e così noto la mia camicetta ancora sbottonata. Chiudo velocemente l'apertura:
"Se magari...te invece?"
Si fa serio,
"...il solito..."
"Va bè, vado a dormire che sono...esausta!"
"Certo, notte Dè" "Notte Ed"
Raggiungo la porta della mia stanza e non ho nemmeno la forza di pensare a cosa ci facesse in giro Ed a quest'ora. C'è un'ultima cosa che devo fare però. Mi fiondo in bagno davanti allo specchio.
"Ti amo ti amo ti amo..." Andando avanti così dovrei almeno riuscire a convincere me stessa...
L'altra mattina le rose rosse erano sul mio comodino accompagnate da un biglietto 'Scusa...ti amo'. Ashleigh ha semplicemente ignorato me, le rose e il biglietto come sempre, e penso che il suo odio verso di me stia raggiungendo livelli inimmaginabili. Amber come al solito si è mostrata entusiasta e non ha fatto che riempire il mio dormiveglia a suon di 'Ma come sei fortunata..', 'sono davvero bellissime', e cose del genere. Aspettavo con ansia solo i commenti acidi di Violet ma, con mia enorme sorpresa, era già uscita da un pezzo.
La situazione con Geert alla fine è migliorata e abbiamo fatto pace; a dir la verità solo perchè mi sono ripromessa di riuscire a corrompere il suo animo nobile mentendo sui miei sentimenti, ma mi ha già smascherata per ben due volte. In ogni caso cerco di stargli alla larga ed esercitarmi più che posso.
Le decorazioni natalizie che padroneggiano nella scuola non fanno che ricordarmi che il natale ormai è prossimo, e quindi anche la nostra partenza; l'atmosfera natalizia non sembra tuttavia aver contagiato i professori che nell'ultima settimana si sono impegnati per renderci la vita più amara di quanto fosse lecito.
Per questo motivo ora mi ritrovo nella biblioteca a prepararmi per l'ultimo compito di Storia della Magia che, come ci ha più volte ricordato il prof Ruf, sarà 'decisivo la media finale'. Penso non ci sia materia più noiosa di questa, anche se non c'è Ruf a peggiorare la situazione con le sue lezioni soporifere: nonostante stia cercando di ripassare il tutto con la massima attenzione, distrarsi è pressochè impossibile!
La mia concentrazione va man mano sfumando con i minuti che passano, finchè mi ritrovo a rileggere la stessa frase una decina di volte senza riuscire ad afferrarne il senso. "peste nera". Mi soffermo su queste due semplici parole. Nero. Nero come l'anello di Riddle. Lo splendido anello che ha cominciato a portare al dito l'anno scorso: la prima volta che l'ho visto è stato durante una riunione del Lumaclub, bello e disinvolto anche più del solito, il suo sguardo era acceso da una luce strana, quasi sinistra. Qualcosa era cambiato in lui, e forse era merito di quell'oggetto. L'anno passato mi è capitato spesso di soffermarmi a guardarlo, soprattutto a causa di Eve, ma non sono riuscita a scoprire niente che non fosse l'evidenza. Col tempo poi la mia curiosità è scemata, finchè adesso mi trovo qui, in biblioteca, a ripensare a quello stupido anello, alla sua pietra nera come la notte, all'oro che la definisce e che attornia il dito del suo possessore, invece che ripassare per il compito in classe. Non è normale martoriarsi per una cosa del genere, ma se solo riuscissi a non pensare al fascino che esercita, al potere che emana... Mi ricorda qualcosa, qualcosa che dovrei sapere o ricordare, eppure non riesco a capire cosa sia. Se solo....
"Dè...Dè, ci sei??".
"...si certo...scusa Eileen, che c'è?"
"E' arrivata la lettera di tua madre, proprio adesso. La stanno leggendo Uto e Beli"
"Ah si. Non mi interessa.". La lettera che arriva ogni anno da casa mia è sempre uguale tutti gli anni: non vedo perchè dovrebbe interessarmi leggerla!
"Sapevano avresti risposto così, mi hanno solo detto di avvertirti che quest'anno a natale avrete più ospiti del solito...in particolare i...emm..Rakovski??". Il respiro mi si ferma in gola quando sento pronunciare quel nome. "Ah...grazie..." .
"Grazie mille Lara, ora potresti tenermi d'occhio le valigie mentre passo a salutare?! Ci metto due minuti grazie ancora!". Lascio la ragazzina a prendersi cura delle mie cose mentre mi dirigo verso la folla di studenti intenti a scambiarsi gli ultimi saluti prima della partenza per le vacanze natalizie. Lara è una ragazza molto particolare, non è come tutte le altre pronte a tutto per entrare nei Principi. Lei sembra disinteressata, e per di più sembra nutrire una sorta di venerazione nei miei confronti: in pratica è l'unica ragazzina 'normale' e che io riesca a sopportare. Inoltre è la sorella di Noir, e questo può avere i suoi vantaggi. Riconosco che quello che mi aveva annunciato Noir non appena arrivata a scuola corrisponda effettivamente alla verità: da quando la sua amica Pearl non c'è più, sembra davvero cambiata, niente più festini o comunque niente che rientri in quello che faceva nel passato. Però così non mi diverto più come prima: dovrò trovare un modo per riaprire le sfide degli anni scorsi, e forse quello di cui ho bisogno è proprio tra le mie mani; Meglio trattare Lara al meglio e tenerla vicina.
Saluto molti dei miei compagni di casa tra convenevoli, saluti sinceri e altri meno. Lumacorno ha riservato saluti e raccomandazioni personali per ognuno dei membri del club, ricordandoci di salutare da parte sua le nostre 'illustri' famiglie.
Ormai è arrivata l'ora della partenza e, ritornando verso i miei bauli, noto con piacere che Lara è ora affiancata da sua sorella.
"Grazie Lara troppo gentile. Ma salve Noir, vedo che sei venuta a prendere tua sorella...". Sfodero un sorriso tanto impertinente quanto falso mentre guardo Noir negli occhi. Lei mi guada con uno sguardo altrettanto sprezzante mentre tiene sua sorella per un braccio.
"Sai Lara è stata proprio carina in questi giorni, sei proprio fortunata ad avere una sorella così ! Ma ora devo andare che il treno sta partendo. Ciao Noir, ciao Lara...buone feste!". Salgo sul treno e punto dritta alla nostra cabina, quando Geert mi ferma prendendomi per un braccio.
"A me invece non mi saluti?"
"Certo...solo che non ti trovavo. Buone vacanze piccolo...ci sentiamo, ok?". Bene, l'ultima persona che volevo vedere. Ultimamente lui è sempre l'ultima persona che voglio vedere, ed effettivamente è da un pò di tempo che sto pensando di farla finita con Geert. Siamo troppo diversi: lui non è decisamente il mio tipo, è uno da 'amore per l'eternità', mentre io non sono il tipo da storia seria.
"Non vieni nello scomparto con me? Non stiamo insieme prima di partire?"
"Preferisco passare il tempo con Ed e Jasp adesso...ci sentiamo ok?ciao". Lo lascio attontito con un bacio sulla guancia nel mezzo del corridoio del treno. Alla fine riesco ad arrivare allo scompartimento e mi lascio cadere sul sedile, finalmente libera in un luogo sicuro. Attorno a me solo le persone a cui tengo di più: Jasper, Edward, Uto e Beli, manca solo una persona, la mia Eve. Forse il regalo più bello sarebbe avere lei per Natale con noi, poterle parlare, sentire i suoi consigli e averla accanto. Mi piacerebbe, mi piacerebbe molto...
08/12/2007
La sua testa appoggiata al mio seno. Il suo respiro regolare come quello di un bimbo. I suoi capelli che profumano di arancia.
Le nostre gambe sono ancora intrecciate. I nostri corpi si abbracciano. Il nostro calore è rimasto fra le lenzuola, e ci scalda la pelle.
Non riesco a crederci.
Io. Peter. Io e Peter insieme. Io e Peter insieme ancora. Io e Peter abbiamo fatto l’amore. Un sorriso fiorisce sulle mie labbra nell’oscurità. Certo che la vita è strana. Giri immensi per tornare al punto di partenza.
Ieri (già, era ancora ieri) ero andata nella Torre di Divinazione, spinta da un istinto animalesco. Peter era lì. Il resto è stato come un sogno: gesti ed emozioni che mi sembravano troppo vividi. Troppo intensi per essere veri.
Peter era più sorpreso di me quando l’avevo attirato su di me, stesa sul divano. Per un momento si era ritratto ed io mi ero sentita morire, ma lui mi aveva presa per mano e mi aveva portato nella sua stanza. Abbiamo attraversato la Sala Comune di Grifondoro persi nel nostro mondo, e quando avevamo raggiunto la sua camera, lui aveva incantato la serratura. Ed eravamo rimasti soli.
Ed era stato tutto: stupore, paura, piacere, sorpresa, insicurezza, passione, desiderio. Amore, forse.
Mi sciolgo dalle sue braccia, e inizio a rivestirmi. La biancheria, le calze, i jeans, la maglia. Mi guardo allo specchio. Sono un po’ spettinata.
“Sei bellissima.”mi dice lui, assonnato.
“Devo andare.”
“Lo so.”
Gli sorrido e poi lo saluto con un ultimo bacio.
Fra una settimana si va ad Hogsmeade e ho già raggranellato una buona somma. Questo mi rende molto soddisfatta, anche se la mia vita ora è piuttosto frenetica. Gli impegni scolastici piovono addosso a decine; le ripetizioni mi occupano il poco tempo libero disponibile. Non vedo l’ora che tutto questo finisca e lasci spazio alle vacanze di Natale.
Sto aiutando uno studente del terzo anno di Tassorosso, Abel Wyler, con Astronomia quando Jillian mi informa che c’è della posta per me. Mi porge una pergamena arrotolata, chiusa con un sigillo di ceralacca verde. Lo stemma della mia famiglia: una libellula.
“Sono appena andata a ritirare le mie lettere, e visto che c’era anche questo…te l’ho portato. Spero di non aver fatto male.”
“Hai fatto benissimo, Jill, grazie mille. Mi hai risparmiato una trasferta in Guferia.”
Il Tassorosso se la sta cavando abbastanza bene, così lo lascio ai calcoli sull’orbita di Venere e apro la missiva. È una lettera di mio padre, per mia grande sorpresa. Julian Salinger scrive a sua figlia che spera stia bene, e che l’aspetta a casa per Natale. Caspita. Credo che sia la terza lettera che mi manda dall’inizio della scuola: uno dei suoi record di presenza.
La mia mente corre a casa mia. Brighton. Mia zia Diane. Mio padre. I miei nonni. Ma soprattutto la festa di Capodanno. Il galà che la mia famiglia tiene tutti gli anni. Vestiti, risate, cibo squisito, champagne a fiumi. Tremo al solo pensiero, ma non posso sottrarmi. È una tradizione. Butto giù una laconica risposta a mio padre, e mi riprometto di spedirla al più presto, visto che con le feste che si avvicinano trovare un gufo libero diventa sempre più difficile. Patty, la mia gatta, viene a farci visita zampettando sul tavolo. Le lego la mia risposta al collo, e la mando in camera.
Il giovane Wyler inizia a sbadigliare: è al limite, credo proprio che non ce la faccia più.
“Dài, Abel, vai pure. Sei a pezzi. Ci vediamo dopodomani.”
In effetti, anche io sono stanca. Mi stiracchio e chiudo gli occhi per un istante.
“Audrey.”dice la voce di Georgiana Harrington.
“Dimmi.”
Si siede vicino a me.
“Senti, qualche giorno fa ti ho sentita rientrare piuttosto tardi. Sai che non è permesso restare in giro per i corridoi oltre una certa ora.”
“Certo, lo so. È stata una causa di forza maggiore.”
”Guarda, io non voglio dirlo a Crale. Però sarebbe meglio se non succedesse più. Se ci fosse un’ispezione, ci andremmo di mezzo tutte e due.”
“Ho capito. Non è una cosa che faccio di solito. È che…è successo.”
“Bene, allora…basta che non capiti più.”
La rassicuro un ultima volta e poi Georgiana se ne va. È davvero un’ottima Caposcuola, e nessuno si è mai lamentato di lei. Avrebbe potuto benissimo denunciarmi al professor Crale, ma ha preferito parlarne con me. Beh, ha ragione. Le sanzioni sono pesanti. E se mi avessero trovata nella stanza di un ragazzo, non so cosa sarebbe successo.
A proposito, io e Peter non abbiamo più avuto occasione di parlare. Di parlare sul serio. Fra la scuola ed il Quidditch, che ha già ripreso a praticare, siamo troppo occupati. A colazione si vede mai, è già fuori ad allenarsi. A pranzo, va già bene se trovo cinque minuti per mangiare. A cena, spesso sto dando ripetizioni.
Mi manca. E ho bisogno di stare con lui. Soprattutto dopo quello che è successo.
Non so bene come affrontare la situazione. Prendo una matita ed un foglio bianco e disegno uno dei miei ricordi di quella notte.
I nostri corpi, le nostre gambe intrecciate come edera. Il cuore che mi batteva così forte, così veloce da sembrare che volesse uscire dal mio petto. Una miriade di sensazioni nuove, diverse, stupende.
Non credo che per lui sia stato solo il passatempo di una notte.
Per me non lo è stato.
Va bene, basta con queste paranoie. Sono solo le nove e mezzo di sera. Andiamo a cercarlo.
Mentre esco dal ritratto che sorveglia l’entrata alla Sala Comune di Corvonero, vedo Blaine Huznestov e Zoe Leroi che parlano. Zoe mi rivolge uno sguardo infastidito, forse disturbata dal mio passaggio. Così mi muovo in fretta per non disturbarli.
Non ho considerato un piccolo particolare. Non conosco la parola d’ordine per entrare dai Grifondoro. E adesso? Noir Varesco arriva al momento giusto.
“Ciao Audrey, cosa fai qui?”
”Dovrei entrare a parlare con un mio amico. Solo che non so la parola d’ordine.”
“Non preoccuparti, vieni con me. Questo amico è Peter Halbury, vero?”
“Sì.”
Noir mi fa un sorrisetto furbo.
“E brava la nostra Audrey…”
Caspita, sono proprio un libro aperto. Nella Sala Comune individuo e saluto alcune persone di mia conoscenza, ad esempio Elliot e le sue amiche, Alice McFly e Samantha Smallet. Micheal è seduto poco distante immerso in una conversazione con Sebastian Lang. Ma Peter non si vede da nessuna parte. Micheal mi urla qualcosa.
“È in biblioteca a studiare.”
Peter?! In biblioteca?! A studiare?! Oddio, dev’essere impazzito. Così riprendo il mio pellegrinaggio e pochi minuti dopo sono in biblioteca. Eccolo là. Peter immerso in un libro dall’aspetto polveroso e antico. Non appena mi vede, lo chiude e salta in piedi. Lo raggiungo, e ci abbracciamo. Il suo profumo mi avvolge come sempre.
Mi cade lo sguardo sulla copertina di cuoio nero. Sulla rilegatura, campeggia il simbolo della Sezione dei Libri Proibiti.
Cosa diavolo significa?
29/11/2007

Questa scuola non è cambiata per niente, è sempre la stessa, tutto uguale nonostante siano passati tre anni da quando l’ho frequentata l’ultima volta.
Fisso fuori dalla finestra, l’acqua che cade con violenza. Sebbene il buio ed il brutto tempo, rendino la vista quasi cieca, riconosco chiaramente una figura, come non ricordarla.
Blaine Houznestov. Forse è una delle poche persone che mi è mancata veramente, una delle poche che mi potrà capire.
Ricordo ancora i mesi in cui ci siamo frequentati. Stavo bene con lui, anche se spesso quel suo carattere particolare (probabilmente dati dalle brutte esperienze vissute nella sua infanzia), mi portavano ad incavolarmi, a non capire i suoi modi di fare, di reagire.
Comè strano il mondo, soltanto adesso riesco a capirlo, almeno un po’ di più, soltanto adesso avrei potuto amarlo veramente, per quello che era, per quello che è. Prima ero troppo stupida, piccola e insignificante per stare al suo fianco. Non sapevo che cosa la vita potesse riservare, come non si può essere eterni bambini. Perché devi crescere, devi saper fare le cose, così da essere più pronta, più consapevole,
il giorno in cui accadrà qualcosa di brutto.
Decido di predere il cappotto e di andare fuori, da lui. Cammino veloce per i corridoi, a testa bassa, mi urta vedere questo mondo, ancora non riesco ad affrontarlo pienamente. Devo fare in fretta sennò lui potrebbe andarsene e io ho bisogno di salutarlo, di risentire la sua voce. Ho bisogno di qualcuno qua dentro, non potrò stare per sempre sola e l’unica persona che mi viene in mente è lui: distaccato, riflessivo, calcolatore, sarcastico, arrogante.
Nel mio percorso andai a sbattare contro qualcuno, che riconobbi come Edward Norwood. Bello come è sempre stato, anzi, meglio ancora. Il suo fisico un tempo più sottile adesso è ben lineato da quel po’ di muscoli che su di un corpo maschile stanno sempre bene, gli occhi profondi, glacili e belli come sempre. Il suo fascino, il suo modo di vestire, la voce. E perfino le mani, quel ragazzo è perfetto, anche lì.
“Hey Leroi, sei tornata?!”
“Così sembra” rispondo sistemandomi il vestiario che mi si era scomposto tramite l’impatto.
“Tornata a cercare vendetta?!” già. Sarebbe una buona cosa e probabilmente lo farò, cercherò vendetta. Quel cane deve soffrire come ho sofferto io. Ma non adesso, non è questo il momento. Lui mi scruta per un po’, probabilmente capisce tutto dalla mia faccia, dai miei occhi, nonostante possa dare l’aria del bambinetto stupido e superficiale, credo proprio non sia così. Quel suo modo di studiarti, fissarti con quegli occhi, lascia trapelare ben poco. Ne sono convinta, anche se non lo conosco.
“Se avrai bisogno di una mano..non mi tiro mai indietro sai! Poi quando si parla di sudici gabbani” già. Norwood che ama i gabbani, ma quando mai. Già al suo secondo anno andava in giro a schiantare chi non era di razza pura. Probabilmente mi sono salvata dalla sua lista dato che sono nata per metà mago e metà babbano. Lo fisso e gli sorrido leggermente. Lui se ne va, girando un’angolo, accompagnato da una delle sue risate diaboliche che lo hanno sempre caratterizzato.
L’acqua gelida picchia sulla mia pelle, fa quasi male. Alzo il cappuccio della mia mantella e squadro tutto in torno a me fino a quando non lo vedo. Vado da lui, diretta, fredda.
“Blaine?” la mia voce quasi si smorza quando mi ritrovo faccia a faccia con lui.
“Leroi!” la sua voce è sempre la stessa, quella voce che non trapela emozioni.
“Come stai?” chiedo seriamente interessata al suo stato d’animo.
“Tiro avanti.” Già, bisogna tirare avanti. E’ questa la vita. Lo fisso, continuo a fissarlo. Mi rendo conto di essere un’imbecille, per di più la voglia di abbracciarlo è grande, ma non posso farlo. Non posso e non devo.
“Mi sei mancato” gli dico alla fine. E lui risponde con un sorriso, per poi girarsi e tornare dentro
“Ci vediamo..” dice salutandomi di spalle, con un movimento veloce della mano.
E’ affascinante quella ragazza. Tanto affascinante quanto strana. Gli leggo negli occhi che la sua è soltanto una felicità apparente. Ha qualcosa di molto più grosso di lei che porta dentro. Noir Varesco, la bellissima dei grifondoro a parer mio. L’ultima volta che mi ha rivolto la parola, ha concluso la nostra conversazione fuggendo via, traumatizzata da una lettera.
Sembra quasi che qui ad hogwarts i problemi si ampliano, che le persone che stanno male o vivono una vita difficile, sono molto di più che in altri posti. Forse è una sensazione la mia, vedere tutto negativo, qua a Londra, ma forse no. Sono convinta che quella ragazza abbia qualcosa. La mia curiosità cresce, quel lato di me non è stato sotterrato, anche se, è più difficile che emerga.
“Ciao” dico alla Varesco che è seduta in un banco in biblioteca.
“Ciao” ricambia sorridendo.
“tutto bene?”
“Si grazie”
“L’altro giorno mi hai fatto prendere un colpo a correre via in quel modo” già, alla fine quel po’ di Margot, torna fuori sempre. Lei non è morta, è semplicemente nascosta dentro di me, in un angolino. Ogni tanto riaffiora, ma non potrà mai tornare come prima, mai.
“Oh, già. Ma va tutto bene grazie, non era niente di grave!” dice lei, ma le sue guance leggermente arrossate fanno chiaramente capire che mente.
“Sarà. Bhè, io adesso vado. Ciao!”.
Decido di tornare in sala comune, il fuoco mi farà bene, fa troppo freddo in questi giorni. Arrivata la sala è deserta, per mia fortuna. Mi siedo sulla poltrona più vicina al fuoco. Resto un po’ lì, a farmi coccolare da quel calduccio, fino a quando qualcuno non mi distrae dalla mia trance. E’ Elliot. Sapevo che prima o poi sarebbe arrivato il momento di affrontarla.
Non è cambiata, è sempre la dolce, timida, cara Elliot, lo si vede. Bella come sempre con quei due suoi occhioni che spiccano sul resto. I capelli neri incorniciano la sua pelle chiara e le sue guance, che troppe volte, un tempo, arrossivano.
Inizia a parlare, imbarazzata, cercando di creare un atmosfera più decente. Probabilmente si sente in obbligo di parlare con me, in fin dei conti io e lei eravamo migliori amiche.
“sai zoe…” rifletto su quante volte avrà nominato il mio nome nel tempo di qualche secondo, troppe. Probabilmente sta continuando a dirlo per ficcarselo bene in testa. Io ero -la sua Margot-, come mi diceva spesso. Per lei è più difficile che per altri chiamarmi con il nome giusto, e potrebbe essere l’unica persona a cui darei la possibilità di sbagliare, anche se, sentire quel nome pronunciato da lei, mi farebbe male. Continua a parlare, facendosi coraggio. Questa volta è più seria, sta parlando con il cuore.
“quando avevo 9 anni persi mia nonna..mia madre era molto legata alla sua e vedendosela mancare davanti agli occhi le fece male e io a quel tempo ero solo una bambina e non capii a pieno quello che mi disse mia madre…mi disse che quando una persona a cui teniamo ci lascia noi non dobbiamo smettere di vivere rimpiangendola, ma continuare a vivere con tutto il nostro spirito per la persona che ci è stata tolta, in suo onore e solo così questa persona continuerà a vivere in noi” continuava a parlare, fissando non so quale punto. Non aveva il coraggio di guardarmi, aveva paura della mia reazione. O meglio, aveva paura di me.
“quello che cerco di dirti Zoe è che mi dispiace per tua madre, non ho mai potuto dirtelo, ma adesso che ne ho la possibilità voglio approfittare…sono convinta che tua madre non vorrebbe vederti giù… io sono convinta che se lei fosse ancora viva ti direbbe di reagire, di tenere duro…” Io continuo a fissarla sapendo che quelle parole sono vere, sante parole. Ma non è così facile. Finalmente decide di alzare lo sguardo, fino ad incontrare il mio. Non riesco a parlare, a dire niente. Ha toccato un tasto dolente, lei. E devo aggiungere un’altra persona che mi è mancata, lei. Quanto amavo abbracciarla, quanto amavo difenderla, quanto amavo ridere con lei. Lei che sapeva tutto di me, l’unica. Lei che ho mandato via dalla mia vita perché ricordava gli attimi felici che avevo vissuto. Le sorrisi, un sorriso sincero, come non avevo più fatto a nessuno da quando ero tornata, o forse da molto prima. Le presi la mano e la strinsi forte. La dolce piccola indifesa Elliot è cresciuta.
28/11/2007

C'è questa nuova ragazza, Zoe mi sembra che si chiami, mi hanno detto che è tornata dopo perecchi anni di assenza dalla scuola.
Nessuno conosce con precisione il motivo per cui se ne è andata però mi è stato riferito che è molto cambiata, non lo so, io non mi ricordo

come era prima so solo che ora è davvero molto interessante; non è una fighetta una dei quelle fissate con i vestiti o i trucchi, che vuole essere sempre perfetta, sembra più profonda come se avesse altro a cui pensare qualcosa che aleggia su di lei minacciosamente e che la fa sembrare sempre così malinconica e dura con se stessa e con gli altri.
Un pò di tempo fa avrei dato qualsiasi cosa per fare quello che ha fatto lei; ricominciare daccapo, rinascere dalle mie ceneri, diversa non migliore o peggiore, solo diversa.
Elliot era sua maica al tempo, approposito si Elliot! l'ho incontrata alla lezione della Merrythought e abbiamo scambiato due parole, le ho chiesto di quel ragazzo che sta frequentando ora, si chiama Michael qualcosa e mi è sembrato molto carino, spero per lei che questa storia vada a finire bene; se lo merita.
E' mattina in sala grande, sono seduta vicino a Elliot che prla con Samantha di non so che film babbano che ha visto questa estate, dirigo lo sguardo verso Lara, è da quando siamo arrivate che non mi rivolge la parola se io avessi avuto una sorella maggiore il primo anno passato ad Hogwarts le sarei stata appiccicata tutto il tempo! lei invece continua imperterrita la sua scalata verso la popolarità e a quanto pare ci sta riuscendo visto che Deindre le sta parlando amichevolmente, almeno in apparenza amichevolmente.
una frase mi distoglie dai miei pensieri
"Noir, com'è che si chiama quel ragazzo che ti viene dietro? strabuzzo gli occhi e esclamo
"cosa?!" Alice Mcfly mi guarda sorridendo
"ma si dai! il ragazzo riccio, quello che suona" "ma chi Ephram?" Sam e Elliot ci guardano incuriosite
"non lo so ... se è così che si chiama ..."
"guarda che è di grifondoro come noi, se ti guardassi intorno un pò di più lo sapresti!!" le rispondo io un pochino risentita dal fatto che non conoscesse il suo nome, Alice mi guarda un pò spiazzata, forse sono stata troppo acida, vorrei sorridere ma non ci riesco in questo momento, non so cosa mi sia preso
"io lo sapevo come si chiama" si intromette Sam
"è simpatico, abbastanza artistico in effetti" la guardo e mi metto a ridere, improvvisamente tutta le tensione scompare
"artistico Sam? che aggettivo è?" Elliot e Alice ridono
"lasciala perdere Noir il cervello non le si è ancora svegliato del tutto" mi fa Elliot sorridendo, Alice mi guarda come risentita
"dai ragazze andiamo sennò facciamo tardi alla lezione di erbologia" sbotta alzandosi di colpo dalla sedia e dirigendosi verso l'aula, Elliot mi saluta dolcemente scuotendo i suoi lunghi capelli castani mentre Sam prende al volo un ultima frittela e mi fa ciao con la mano mentre corre dietro alle altre due.
Sospiro; fortunatamente oggi non ho lezione alla prima ora e tra l'altro non ho neacnhe toccato la colazione!.
Guardo il piatto di sottecchi, non lo so se mi va di mangiare, tutto questo cibo mi ha fatto venire la nausea ricordo che lo scorso anno ero riuscita a stare quattro giorni di fila senza mangiare! comunque non era niente in confronto a quello che faceva Pearl, non mangiava per più di una settimana e poi la notte del settimo giorno la sentivo sgranocchiare qualcosa la notte nel letto, lei non magiava mai in pubblioco, ora che ci penso non l'ho mai vista magiare un pasto completo, chissà come sta ora.
Comunque non lo facevamo per la linea, sia lei che io avevamo problemi reali e profondi che ci scalfivano l'anima e ci rendevano impossibile raggiungere uno stato di pace e di equilibrio.
Dalla'ltra parte del salone vedo entrare una ragazza dai lunghi e lisci capelli neri che avanza a passo deciso ma con la testa abbassata a terra.
Dopo poco arriva alla mia altezza e si mette a sedere poco più su di sove sono seduta io, e finalmente dopo un accurata osservazione la riconosco: è Zoe Leroi.
Indossa la divisa malamente, si vede che se l'è infilata in fretta e furia, i capelli sono un pochino spettinati ma comunque molto belli; neri, lucidi e lunghi non vedo bene i lineamenti del volto perchè tiene i capelli davanti alla faccia in compenso però riesco a vedere benissimo le sue mani, io ho una spece di fissazione per le mani, le sue sono bianche e magre, però evidentemente di mangia le unghie e le pellicine delle dita cisto che le ha molto corte e rovinate.
Lei alza lo sguardo dal suo piatto, mi squadra da capo a fondo soffermandosi invece sulle mie mani che sono curate e affusolate
"sai che ore sono?" mi chiede con un aria di sufficenza che mi fa innervosire
"hai fatto tardi eh?" lei mi guarda un pò stupita e infastidita
"vabbè che mi importa ...la prima ora la salto" per un secondo ritorna al suo caffè, ma non lo beve; sembra assorta nei suoi pensieri, poi rialza lo sguardo
"ma tu sei Noir Varesco?" la guardo
oh no! penso
la mia reputazione ha colpito ancora "si sono io" rispondo.

Mi immaginavo che mi chiedesse qualcosa sui famosi festini o su Pearl ma lei dice semplicemente
"mi ricordo di te ... begli occhi comunque" ...
gli occhi??? penso, ma poi mi ritorna in mente che sta mattina ho sperimentato un nuovo metodo per truccare gli occhi che mi fu insegnato al tempo da Pearl, sinceramente io non mi trucco mai ma oggi mi andava così.
"Grazie" le rispondo, lei guarda il mio piatto
"non mangi?" ma prima che potessi rispondere un gufo marrone piomba sulla tavola imbandita lasciando cadere vicino al mio piatto una lettera,
salvata dal pennuto penso.
La lettera è scritta su una strana carta giallognola dall'aspetto antico, la apro e riconosco immediatamente la scrittura di Pearl
"Ciao Noir
qui fa tutto abbastanza schifo, sono ancora ricoverata; i miei genitori mi opprimono e i medici sono insopportabili, ma tra poco dovrei uscire e potrò ritornare a casa finalmente.
Io non sono malata Noir, io non sono come te, tu sei fragile e io sono forte, sono invincibile credimi e tu senza di me non puoi stare e lo sai.
Noi siamo unite, siamo una parte dell'altra, io ti rendo più tollerabile l'esistenza, non ti preoccupare Noir tra poco tornerò a casa e i miei genitori organizzeranno un ballo con tutte le famiglie più importanti della comunità magica, ci potremo rivedere Noir! e potrò rivedere anche Eve, Deindre e Edward e Jasper, ti ricordi che lotte facevamo?torneremo Noir, torneremo a governare su tutti e a fare la lotta e a vincere.
Non ti preoccupare il nostro periodo di separazione sta per finire credimi!.
Pearl"
La leggo e la rileggo, impallidisco: è delirante lo so ma ha sempre questo strano effetto su di me, per un secondo sento come se tornassi indietro nel tempo e mi ritrovo ad aspettare con ansia il momento in cui ci saremmo ricongiunte, ma dura solo un secondo
, dopo è come se rinsanissi dopo una lunga malattia.
"Hei ti senti bene?" mi fa Zoe, mi alzo bruscamente dalla sedia
"devo andare scusa" e comincio a correre verso il dormitorio,
chissà che avrà pensato Zoe?.

Stringo la foto tra le mani, l'ho scatta io la scorsa estate, poco prima del ricovero di Pearl, durante una festa.
Lei è magra, pallida, con le occhiaie ma ha sempre il potere di incantarmi, indossa un abito chiaro scollato sulla schiena, ricordo che quella sera era triste, senza un motivo preciso.
Alla festa c'era anche Deirdre se non sbaglio e i principi e poi anche Eve naturalmente, all'epoca non era ancora scomparsa nel nulla.
Ci siamo ubriacate e abbiamo preso pure dell'altro, poi il giorno dopo Pearl è stata ricoverata, io stavo così male che lì per lì non ho capito niente solo dopo ventiquattro ore ho realizzato quello che era successo e mi sono sentita un cane quando mio padre mi ha guardato con gli occhi tristi e delusi, per non parlare poi di Lara! il nostro rapporto non è mai stato particolarmente stretto ma credo che fino a quel momento almeno mi ammirasse un pò, da quella sera invece è cambiato tutto.
Il castello di carte è caduto: quello che avevo tenuto segreto per tanti anni alla fine è venuto fuori, forse alla fine è stato meglio così.
Presi un foglio immacolato e cominciai a scrivere ma le parole non mi venivano e rimasi lì per un pò a pensare.
Che dovevo fare? le dovevo dire che io ormai ero cambiata, che non la capivo più? o invece avrei dovuto semplicemente assecondarla? alla fine optai per la seconda possibilità visto che Pearl era già abbastanza malata senza che io inferissi di più.
Ciao Pearl
hai ragione noi siamo come sorelle e mi dispiace non essere al tuo fianco in questo momento ma sono felice di sapere che presto uscirai presto e non vedo l'ora di rivederti!
Baci
Noir
Eccola, è semplice e neutrale.
La chiudo e mi dirigo in guferia, mentre cammino vedo il prefetto di Corvonero, Georgina che parla animatamente con Tom Riddle.
Arrivo in guferia e incontro Jasper Lewis, uno dei principi, il più simpatico devo dire, l'unico con il quale si può avere un rapporto anche soltanto lontanamente umano.
Lo saluto e lui mi saluta squadrandomi.
Lego la lettere sulla zampa di un gufo grigio e mi dirgo verso la sala comune ... ho voglia di parlare con Ephram, lui riesce sempre a calmarmi.
In lontananza vedo Deirde che parlotta con Edward Norwood chissà che hanno in mente quei due.
27/11/2007
Ne sono successe così tante ultimamente:
Il bacio di Micheal prima di tutto è uno degli avvenimenti più belli.
La partita di Quiddich tra Grifondoro e Serpeverde invece non è altrettanto bello.
I due cercatori si sono azzuffati e Peter è in infermeria adesso.
Povera Audrey è così una brava ragazza e secondo me è ancora molto legata a Peter nonostante lui si sia comportato da stupido e Samantha mi ha detto che è quasi certamente convinta che anche Peter sia ancora molto legato ad Audrey. Io non capisco perché i Serpeverde devono sempre risolvere ogni cosa con la violenza. Secondo me Forsythe avrebbe dovuto reagire da persona più matura. Lo pensa anche Micheal e sono sicura che lo pensa anche Audrey. Va beh ma in fin dei conti se una persona di natura è in un determinato modo solo un miracolo potrebbe cambiarlo. Mi spiace solo che Audrey ne soffra… mi dispiace veramente tanto.
Un’altra persona di cui mi dispiace infinitamente è Jillian McKanzie, sempre una biondina corvonero che con me è sempre stata dolce e gentile, ma d'altronde è così con tutti.
Questa ragazza ultimamente si stava legando a Lewis (sempre un serpeverde) non è una delle solite ragazze con cui vedo Lewis, lei è dolce, timida e carina e un giorno quando mi ha gentilmente accompagnato al campo di Quiddich ad aspettare Micheal abbiamo sentito Lewis e Nordwood parlare delle loro ‘conquiste’.
Io non capisco, parlano delle ragazze come se fossero oggetti, come se fossero dei premi da accumulare, a me sembrano solo dei ragazzi perfidi e insensibili.
Jasper parlava di Jillian come una meta da raggiungere, come l’ennesima ragazza da portare a letto, e la corvonero non ci è rimasta per niente bene.
Io ho provato a parlarle a dirle quanto mi dispiaceva e a cercare di confortarla, ma lei non sembrava nemmeno ascoltarmi.
Quando ne ho parlato con Micheal ha detto che in fin dei conti Jillian doveva aspettarsi una cosa del genere da Jasper Lewis.
Però ci sono stati anche avvenimenti bellissimi finalmente!
Sono tornate due ragazze di Grifondoro:
Noir Varesco temevo avesse abbandonato la scuola dopo che Pearl si è ammalata, altro fatto di cui mi dispiace moltissimo, però alla fine sono contentissima che sia tornata.
Ha l’aria così distante e sofisticata però che tutte le volte che provo ad avvicinarmi a lei ho paura di scocciarla.
Un’altra ragazza della mia casa è tornata a Hogwarts: Margot!
Margot era una ragazza con cui andavo molto d’accordo al primo anno, poi con la morte della madre si è trasferita.
Era una ragazza così dolce e carina, sempre gentile e disponibile con tutti. Girava sempre insieme a Blaine Huznestov anche se non so come facevano ad andare d’accordo dato che avevano due caratteri completamente diversi. Giravano un sacco di voci su quei due al tempo e quando Margot se n’è andata però Blaine non ha mai mostrato segni di tristezza, a dire il vero quel ragazzo non mostra mai segni di tristezza, mi da l’idea di essere un ragazzo molto orgoglioso.
Però Margot è tornata, non so per quale motivo, ma è compltamente differente dalla ragazza che ricordavo sempre ordinata, precisa e sorridente. Anche il suo modo di vestirsi e di porsi è cambiato.
Si aggira sempre per la scuola come un anima in pena, dai vestiti scuri e lo smalto nero, dai capelli disordinati e l’aria distante e minacciosa. Mi fa paura. Deve averla scioccata molto la morte della madre. Ho sentito inoltre che adesso non si fa più chiamare Margot, ma Zoe… è proprio un’altra persona.
Ho quasi paura ad avvicinarla.
“Ciao Noir!” mi siedo a fianco a lei a difesa contro le arti oscure, la Merrythought non è ancora arrivata.
Ci sono Alice e Sam dietro di noi che chiacchierano e io vedendo la ragazza da sola al banco non ho resistito.
”ciao Elliot” la ragazza mi sorride debolmente con un aria forse un po’ altezzosa.
”che carina tua sorella, vi somigliate molto sai?” chiedo sistemando i libri sul banco.
”dici?” chiede perplessa, non aspettandosi forse la mia affermazione.
”si, non lo dico tanto per dire” mormoro schietta sorridendole.
”peccato che abbia una sorta di fissazione per Deirdre Blackster” sospira Noir.
”eh già…” mi scappa una lieve risata “ la tua rivale numero uno no?”
”più o meno” mi sorride di nuovo.
”beh è una rivale molto in gamba… Alice dice che è stata messa in punizione da Silente per aver duellato con un ragazzo che aveva molestato la sorellina”
Noir annuisce, cavolo che tentativo di approccio patetico.
”Ah Elliot ho visto il tuo ragazzo… molto carino, ti sei data da fare eh” mi da una gomitata giocosa e io rido.
”Micheal? Beh lui è…” non faccio in tempo a trovare un aggettivo che la professoressa entra in classe.
Meno male, un aggettivo non avrei saputo trovarlo per Micheal; lui ha tutti i pregi del mondo.
”comunque state molto bene insieme” mi sussurra Noir.
Mi volto e le sorrido prima di andare a portare completamente la mia attenzione sulla Merrythought
Ho appena salutato Micheal dopo averlo accompagnato agli allenamenti di Quiddich.
Fino a una settimana fa non sapevo nemmeno che gusto avesse un bacio e adesso ho una sorta di dipendenza da questa dolcissima dimostrazione di affetto.
Quando non li ricevo da lui sto male, come sono patetica, spero di non rivelarmi appiccicosa.
Noto Audrey all’uscita del campo da Quiddich assorta nei suoi pensieri.
”ciao Audrey…” la saluto con un cenno.
La bionda ricciola mi sorride rispondendomi con un gesto della mano e del capo, che bella che è.
”come stai Peter?” le chiedo poi, non sono più riuscita ad andare a trovarlo in infermeria.
Non riesco a farle domande più intime su di lui, non mi sento all’altezza di una tale intimità, non la conosco bene. Sono sempre stata imbranata con le persone.
”oh si sta riprendendo” mi dice solamente con un debole sorriso ”speriamo si rimetta in fretta…” aggiunge poi.
”già per la squadra” ironizzo azzardatamene e lei sembra cogliere la mia battuta perché ride.
”Audrey mi dispiace molto per la situazione in cui ti trovi” ammetto poi con un sospiro.
”non preoccuparti elliot” dice spiccia.
”Tu e Lucas sembravate la coppia ideale, anche tua nonna ne era fiera no?” le chiedo e istintivamente le prendo le mani fredde nelle mie che, tenendole perennemente nelle tasche, sono calde.
”E in quanto a Peter… io penso che lui sia ancora molto legato a te e molto pentito” sospiro. Cavolo, perché alla fine non riesco mai a farmi gli affari miei?
”e secondo me Alice Knox dovrebbe andare a quel paese” ggiungo poi con un tono più stizzito.
Audrey ridacchia, quasi per smorzare la tensione…
”scusami se mi permetto così tanta intimità ma tu mi sembri una ragazza così brava.. non meriti di stare male” sospiro
”come dice un detto: nessuno merita le tue lacrime e chi le merita sicuramente farà di tutto per non farti piangere…”
cala per un istante il silenzio in cui Audrey mi guarda negli occhi sorridendomi con dolcezza.
”grazie Elliot”
Percorro velocemente i corridoi con i libri stretti in petto senza fare molto caso a dove vado, sinceramente, devo finire di studiare Pozioni per la prova di domani così dopo posso andare da Micheal.
Come ogni volta che vado di fretta e non guardo dove vado finisco per urtare qualcuno, la povera vittima questa volta è Jillian. Sinceramente non mi aspettavo di trovarmela così davanti con un espressione relativamente più serena. Non so come prenderla.
”Jillian!” esclamo chiamandola per nome “… scusami, sono così imbranata”
”di niente” mi sorride la bionda “nemmeno io guardavo dove andavo quindi siamo tutte e due colpevoli”.
Rido “entrambe con la testa sulle nuvole”
”tu a cosa pensavi?”
”mmh… pensavo che non mi va di studiare pozioni” dico veritiera facendo spallucce “ e tu?”
”ehm… a … niente” mormora abbassando il capo.
”ehm… hai chiarito poi con… Jasper Lewis?” chiedo poi azzardando.
”ehm.. più o meno” mi sorride con semplicità. “grazie di interessarti Elliot
”ma ti pare!” esclamo come se fosse una cosa normalissima, che, in effetti, è.
”adesso scusa ma devo andare” mi dice.
”oh… anche io Pozioni mi attende” dico ricordandomi improvvisamente.
Jillian ride… “ beh allora buono studio”
”oh grazie..” dico con poca convinzione “a presto Jill, ciao” le sorrido salutandola con un cenno della mano per poi allontanarmi velocemente.
Trovo Zoe in sala comune…
è un tardo pomeriggio di pioggia e fulmini. Tempo che mi mette a disagio dato che ho sempre avuto paura di tuoni e fulmini da quando ero piccola. Ho sempre avuto una strana fobia per i suoni forti e improvvisi.
Trovare Zoe da sola nella sala a fissare le fiamme del camino mi mette a disagio, non mi aspettavo di trovarla. E soprattutto mi sento in dovere di salutarla, di dirle qualcosa dati i rapporti che c’erano tra noi e il fatto vergognoso che da quella sera in sala grande non le ho ancora rivolto parola.
Sospiro prendendo coraggio, pozioni aspetterà… Micheal mi capirà.
”Zoe!” esclamo con gentilezza avvicinandomi a lei con un sorriso attenta ad utilizzare il suo secondo nome dopo aver visto la sua reazione quando una ragazza l’ha chiamata Margot.
Zoe alza il suo sguardo serio e penetrante su di me e per un attimo mi fa venire i brividi.
”ciao Elliot” dice con tono piatto.
Mi siedo di fronte a lei composta sulla poltrona guardandola “come… come stai?” le chiedo semplicemente
fa spallucce. Ecco la sua risposta; solo un gesto. Sospiro… è più difficile del previsto.
”beh sono felice che tu sia tornata Zoe, Mi sei mancata” le sorrido con più calore ma lei rimane impassibile.
”grazie..” mormora poi alla fine..
Cala di nuovo il silenzio, non che questa ragazza favorisca il dialogo eh…
”sai zoe… “ mormora con voce diversa.. meno imbarazzata e più seria ripensando al passato “quando
avevo 9 anni persi mia nonna..” non oso guardarla negli occhi “mia madre era molto legata alla sua e vedendosela mancare davanti agli occhi le fece male e io a quel tempo ero solo una bambina e non capii a pieno quello che mi disse mia madre…” sospiro..
”mi disse che quando una persona a cui teniamo ci lascia noi non dobbiamo smettere di vivere rimpiangendola, ma continuare a vivere con tutto il nostro spirito per la persona che ci è stata tolta, in suo onore e solo così questa persona continuerà a vivere in noi” non alzo lo sguardo non voglio immaginare l’espressione di Zoe.
Mi alzo lentamente “quello che cerco di dirti Zoe è che mi dispiace per tua madre, non ho mai potuto dirtelo, ma adesso che ne ho la possibilità voglio approfittare….” Sospiro “sono convinta che tua madre non vorrebbe vederti giù… io sono convinta che se lei fosse ancora viva ti direbbe di reagire, di tenere duro…” alzo lo sguardo e finalmente incontro le iridi di Margot Zoe Leroi
27/11/2007


Il contatto con il corpo di Jasper mi coglie di sorpresa. Sono impreparata, senza difese e resto ferma ben poco prima di scoppiare in lacrime, ma la novità è che non sono lacrime di dolore, quelle che ti tolgono il fiato, non ti fanno pensare, ragionare, parlare; Le mie sono lacrime di gioia. Quanto mi sei mancato, Jasp?
Non è che ho dimenticato tutto, come potrei, ma Jasp ha perfettamente ragione: così non può continuare. Ho passato troppi giorni nella gelosia, nella tristezza, nella paura e nella rabbia per poter continuare ancora. Certi sentimenti ti consumano dentro. Ed è per questo che non posso far cadere tutto quello che ho passato, che ho sentito nell'indifferenza.
Jasper ha fatto quello che noi non facciamo mai, non dobbiamo fare mai: rompere una promessa; Però adesso è qui, davanti a me e non cerco il suo pentimento e rimorso nelle parole. Non è lì che troverò la verità, tutto quello che devo fare è guardare i suoi occhi, quelli non possono mentire.
"Non farò mai più idiozie del genere. Ti rispetterò sempre. Rispetterò le persone a cui vuoi bene. Cercherò di crescere, di cambiare da quel bambino immaturo che sono." Resto in piedi di fronte a lui e nella stanza cade il silenzio. Un minuto che sembra un'eternità.
"Sai Jasp sei davvero un bambino immaturo, viziato ed egoista. Tu pensi solo a te stesso, eppure ero convinta che tu lo facessi solo con gli altri, non anche con me. Mi hai fatto tantissimo male, però non ci riesco. Io non ce la faccio ad odiarti, non posso." faccio una piccola pausa che mi serva a riordinare le idee, la voce è più ferma di quello che pensassi e il mio viso è impassibile,
"se tu fossi chiunque altro non te lo perdonerei mai, ma tu non sei chiunque altro. Io ti perdono, ma non lo dovrai fare mai più. Mai, e questa volta me lo devi promettere per davvero...". Lascio di nuovo passare alcuni minuti, o forse sono solo secondi, non so dirlo con certezza.
Mi rilasso, finalmente, in un sorriso leggero.
"Mi sei mancato..."
"Anche tu..."
Anche questa sera smistamento, certo che non se ne può proprio più: chi diavolo decide di venire a scuola solo adesso? Comunque non ci posso fare nulla, devo assistere per forza, nonostante non mi vada per niente. Guardo la ragazzina che si avvicina per nulla timorosa alla sedia dove, come al solito, è posato il vecchio e logoro cappello parlante. Mentre assisto alla scena i ricordi mi tornano a sei anni fa, al giorno del mio smistamento quando
noi siamo diventati i 'Principi' e io Deirdre Blackster. Nonostante la spavalderia non ci mancasse nemmeno quel giorno non eravamo per niente rilassati, specialmente io ed Eve, che ci tenevamo per mano. Tutta la sala era piena di ragazzi che ci fissavano per vedere chi avrebbe onorato la loro casa dopo la fine della loro carriera scolastica, e anche allora il preside Dippet era in piedi, con la pergamena nella quale erano scritti tutti i nostri nomi; nomi di quei ragazzi che ora sono qui, al mio fianco o nei tavoli opposti. Mi assale un pò di nostalgia. "
Serpeverde!". Questi non sono i miei ricordi, è il cappello parlante che, a quanto pare, ci ha assegnato un nuovo compagno di casa. Guardo piuttosto annoiata la ragazzina che si accomoda al nostro tavolo, felice come se le avessero appena esaudito un desiderio, e una volta seduta mi fissa anche lei.
Le sorrido di rimando, più per abitudine che per cortesia e poi mi volto di nuovo. Continuo a sentire il suo sguardo su di me, ma non ci faccio caso perchè questa volta sono catturata da un'altra figura, una vecchia conoscenza per la verità.
"Ma quella è la Varesco?", chiedo a Jasp e ad Ed, che subito si voltano a guardare.
Tra il tavolo dei Corvonero e dei Grifondoro si alza un leggero trambusto, ma non sembra che le stiano parlando dietro, anzi. Tutti l'accolgono come se fosse la ragazza più dolce e carina di questo mondo...contenti loro. Noto anche che al suo fianco non c'è la sua amica, Pearl, e non me ne sorprendo affatto. Mentre la guardo non so sinceramente cosa provo, forse è meraviglia, o forse eccitazione; si, perchè l'anno scorso tra noi era davvero una gara senza fine e la cosa mi divertiva: non mi annoiavo mai.
Sorrido appena mentre ripenso allo scorso anno (oggi è giorno di ricordi...), e la voce stonata di una ragazzina del nostro tavolo mi irrita non poco, visto che sono costretta a destarmi da quei bei pensieri...
"ma tu guarda che gente volgare! si mettono a strillare nel bel mezzo della sala!".
Mi volto. In primis senti chi parla, visto che come minimo si è girata mezza sala, secondo nessuno può permettersi di trattare male la
mia rivale, specialmente se ad aprir bocca è una che si offre di portarmi i libri! Ogni persona ha il suo degno rivale e la bambina rossiccia non è certo al suo livello, anche se mi secca non poco ammetterlo.
"
ti prego taci, non sai cosa dici, questa ragazza fa i festini più chic di tutta Hogwarts, non è vero?"
La rossina mi guarda spaurita, e mi da anche una certa soddisfazione visto che non ho mai potuto sopportare l'arroganza negli altri.
"non quest'anno". E' il momento di darle il mio benvenuto.
"ah gia! manca l'attrazione principale!", rido con un tono di voce studiato. "forse è meglio così"
Aggiungo infine sorridendole, d'altronde è il primo giorno per lei e so anch'io come ci si sente senza la propria migliore amica al fianco. E inoltre...mi ha fatto venire in mente tanti bei ricordi...
Mi sorride anche lei, e questi sono probabilmente i nostri ultimi sorrisi sinceri reciproci. Forse avremmo anche potuto essere amiche noi due, ma non mi sarei mai divertita come mi diverto ad averla per nemica.
"Lara Varesco.". Mi volto alla mia sinistra. E così quella è la sorellina di Noir. La scruto a lungo e quando si accorge di me arrossisce appena. Le sorrido di nuovo, come si dice, 'tieni vicino gli amici,...'.
Intanto mi sovvengono un sacco di idee decisamente geniali e divertenti...almeno per me.
Il sole splende, oggi è una bella giornata, come non se ne vedevano da tempo. Sono le tipiche giornate in cui senti di poter conquistare il mondo intero, anche se l'universo di Hogwarts non è certo così vasto.
Ripenso a ieri in guferia e scoppio a ridere: il viso della McKenzie davanti alle mie parole era davvero buffo, come se si aspettasse davvero che Jasper facesse sul serio. Ma forse lo credeva...
"Piccola!". Geert scende nella sala comune proprio mentre entro io. Che palle, non avevo proprio voglia di averlo tra i piedi. Sopportarlo diventa sempre più difficile. Per non parlare di fingere davanti alle sue frasi smielate; a volte non scoppiare a ridere è un'impresa, però devo resistere, me lo sono promessa... certo...che noia!
"Buongiorno, che fai scendi a colazione?"
"Vado solo dove vai tu...", dice avvicinandosi. Ma che ragazza fortunata che sono...
"Certo...". Mi esce un sorriso forzato, e per fortuna in quel momento vedo Utopia.
"Uto buongiorno, scendi con noi?"
"Non oggi...non ne ho voglia...". Non posso fare a meno di notare il suo viso combattuto e stanco, come se non avesse dormito tutta notte.
"C'è qualcosa che non va?". La mia sembra un affermazione, e in effetti capisco benissimo che qualcosa non va.
"No no..non ti preoccupare, va pure!"
Mi sorge un dubbio spontaneo, che stupidamente le espongo con poca leggerezza.
"C'entra Ed? No perchè se è così me la paga..."
"Ferma Dè, Ed non c'entra, anzi....", delle lacrime leggere cominciano a caderle dagli occhi. Le sue mani si muovono velocemente nel tentativo d nasconderle, ma è tutto inutile. La faccio sedere sul divano e mando via bruscamente Geert, cosa che in realtà non mi dispiace affatto. Lentamente, e non senza qualche esitazione, la mia sorellina comincia a raccontarmi tutto: di quel 'ragazzo', di quello che ha cercato di farle e dell'arrivo provvidenziale di Ed. In tutta la storia non mi ha mai nominato il nome di quel tale.
"Chi è questo tizio?". Cerco di non far pesare la rabbia che provo, ma le mie parole suonano comunque minacciose.
"No Dè...non voglio che tu ti metta nei guai, non per me...per piacere..."
"So badare a me stessa ma tu dimmi chi è....", Utopia abbassa gli occhi e serra al contempo le labbra.
"Non fare la bambina dimmi chi è!Lo posso anche scoprire da sola, e sarà molto peggio!". Mi guarda spaventata, probabilmente dalla mia espressione, quindi cerco di riaddolcirmi per non sconvolgerla più di quanto lo sia già.
"Promettimi che non andrai da lui...", non rispondo. Non voglio promettere qualcosa che so bene non farò. Sospira rassegnata prima di rivelarmi il nome.
Tutto si svolge in un attimo. Vado decisa verso la porta senza badare a ciò che mi urla Uto. Cammino per le scale, i corridoi, e non ci metto molto a trovare Billy Toler.

Le mie mani sono sempre sulla bacchetta e fremono di desiderio.; o forse è ira.
"Billy...". E' costretto a concludere il monologo con cui stava intrattenendo i suoi amici e a voltarsi. Forse gli stava raccontando proprio dell'altra sera, con Utopia, e si stava vantando di chissa cosa. Nonostante le mie siano solo supposizioni, ormai dentro di me riesco a provare solo due tipi di emozioni, la rabbia e un profondo disprezzo, mentre continuo a ripetere nella mia mente le stesse parole: sei morto.
Una volta voltatosi completamente, il suo volto si fa pallido. Non parla più adesso? Non si vanta più di quello che stava per fare a mia sorella? Mi dispiace Billy, hai scelto la persona sbagliata da inimicarti.
"Hai fatto l'errore più stupido della tua vita...", gli dico a bassa voce.
"Io non so...non so di cosa tu stia parlando!", cerca di mantenere la voce ferma e fingersi sicuro, ma il tono indeciso e spaurito e il sudore che comincia a bagnargli il viso raccontano un'altra storia.
"Non fingere. Pensi di passarla liscia dopo quello che hai tentato di fare? Bè ti sbagli, sono un tipo vendicativo...non te l'hanno mai detto?".Non c'è rabbia nelle mie parole, ma divertimento; mantengo un tono basso e un ritmo lento, perchè è così che si fa provare il vero terrore.
Anche i suoi amici assumono un'aria impaurita e pensano bene di lasciare l'amico in mia completa balia, ma non mi illudo: probabilmente stanno chiamando qualcuno. Meglio agire in fretta.
"Piantala io non ho fatto niente!". Il suo tono è aggressivo. Tutto va come al solito. d'altronde gli esseri umani sono prevedibili. Mi lascio scappare un sorrisino di scherno, che ha un che di diabolico.
"Billy dimostrami quanto sei uomo, quanto sei maturo, battiti con me. Ti lascio la prima mossa...". Tentennante e in completa confusione non ha alcuna possibilità di farmi del male. Non che comunque prima ne avesse. Aspetto che faccia la prima mossa: in questo modo nessuno potrà dire che ho iniziato io. Per giustificarmi parlerò di legittima difesa e nessuno potrà affermare il contrario. Estraggo velocemente la bacchetta in modo che si senta minacciato e che decida un attacco improvviso, e il mio piano funziona.
Combatte con tanto impeto e senza ragione che non devo nemmeno spostarmi o pararli quei colpi. Faccio in modo che mi veda ridere, continuando così il mio gioco psicologico.
"Mi basta un colpo per metterti al tappeto", gli intimo,
"Sei pronto? al mio tre. Uno..."
Toler continua a esplodere dei colpi, che questa volta sono costretta a parare. Alcuni minacciano persino alcuni studenti che sono venuti ad assistere alla scena. Che razza di idiota.
"Due...", il mio conto alla rovescia continua.
"Uno...", mi preparo a scagliare il mio primo colpo quando una voce solenne mi costringe a fermarmi all'improvviso.
"Basta! ma cosa state combinando, siamo in una scuola!". O certo, alle corvonero bionde è permesso tutto, ai Serpeverde invece sangue e ferro! Silente si avvicina a noi con la solita aria grave. Tra tutti i professori, proprio lui doveva accorrere?
"Lo chieda a lui professor Silente, è stato lui a colpirmi per primo.". Da sopra gli occhiali a mezzaluna scruta Billy, totalmente sconvolto dalla foga dei precedenti attacchi.
"Non importa chi ha cominciato, tutte due in punizione. E non voglio sentire obiezioni. Che non riaccada mai più o sarà peggio per voi.". Che ingiustizia, almeno l'avessi spedito in infermeria...
Prima di andare via e dopo la lunga predica, Silente riesce persino a ritagliare uno spazietto per togliere 10 punti a Serpeverde. Che uomo insopportabile.
Dall'altro lato della sala vedo Jasper ed Ed, ai quali sopraggiungono Eillen e Belinda con Utopia, che mi guarda sconsolata, come se si sentisse responsabile.
Vado verso di loro, ma prima mi accosto all'orecchio di Toler per sussurrargli le ultime provocazioni.
"Avrei potuto ucciderti con un colpo solo...". E in effetti avrei potuto, ma non l'avrei mai fatto. L'importante è che lui me ne creda capace. Mi allontano andando verso i miei amici, lasciandomi alle spalle la figura impietrita di Billy.
Andiamo a fare una passeggiata all'esterno e in pochi minuti mi torna il buonumore, lo scontro è stato un toccasana, ora mi sento più...libera. Mentre parliamo ci si avvicina la figura esile di una ragazzina che fa la domanda più impertinente e incredibile che ci potessimo mai aspettare.
“Ma è vero che voi due state insieme?!”
“Io e Jasper?!”, risponde subito Ed.
“Si, me l’ha detto uno del terzo anno, ma io non ci credo!”. Assisto divertita alla scena, che prende un andamento del tutto inaspettato.
“Ah no? E perché mai?”. Osservo Ed, poi Jasp e spero che non facciano quello che temo stiano invece per fare.Pochi secondi ed eccoli scambiarsi un finto bacio. La ragazzina allibita (e in effetti ne ha tutte le ragioni...) si allontana e noi scoppiamo a ridere.
“Fate schifo!”, dico a quei ragazzi che in qualche modo riescono sempre a sorprendermi.
“Perché mai, Jasper è così attraente. Stai tranquilla che se fossi una donna non me lo farei scappare!”
Lascio cadere il discorso. Per fortuna sono Ed e Jasp ad essersi baciati in pubblico, per loro questo non farà altro che aumentare le chiacchere e accrescerne la popolarità. Per non parlare del fatto che sono sempre giustificati dalla loro bellezza disarmante, ma soprattutto dalla lunga lista di ragazze-usate... Mi volto verso Belinda e le sorrido. Ora è tutto come deve essere.
Aspetto che le gemelle e Eileen se ne siano andate per chiamare da parte Ed.
"Grazie per tutto quello che hai fatto, per me, ma soprattutto per Utopia. Se non fossi accorso tu forse ora...". Stringo i pugni per contenere la rabbia. Se non ci fosse stato Ed, o se fosse arrivato solo alcuni minuti dopo... non voglio nemmeno pensare a cosa sarebbe successo a Utopia. Proprio a lei che è sempre così dolce con tutti...
"Dai Dè non ci pensare, si è risolto tutto per il meglio. Dopotutto sono i momenti e le situazioni inaspettate a fare la differenza...". Lo guardo con aria interrogativa, istigata dal suo sguardo che per un momento si perde nel vuoto. Comincio a pensare che mi nasconda qualcosa.
"Forza andiamo adesso!", dice, dopo essersi ripreso dalla 'trance' momentanea e si dirige al castello.
"Ed!", lo chiamo di nuovo e aspetto che si volti nella mia direzione,
"grazie...". gli sorrido.
Mi regala anche lui un bel sorriso e lo guardo poi allontanarsi sullo sfondo della maestosa e bella Hogwarts...