Infermeria.
E’ questione di giorni, ha detto la Mound quando ho riaperto gli occhi. Tra un paio di giorni te ne potrai andare, te lo assicuro.
Sette giorni dopo, sono ancora qui.
Inchiodato a questo stupido letto, in questa stupida stanza. Non è rimasto più nessuno, hanno mandato via persino la Traviston e lei si che era ridotta male! Sebastian pare sia l’unico che, pur essendo stato ferito da Doholov, è riuscito a sfuggire alle cure della nostra amata infermiera.
Jules dorme, la maggior parte del tempo, e quando apre gli occhi è completamente assorbita dalla presenza di Aedan. Chi l’avrebbe mai detto, poi, che il cuore della nostra regina dei ghiacci sarebbe stato sciolto proprio dal principe del gelo.
Mi rigiro su un fianco, sbuffando, e mi ritrovo ad affondare il viso in un gigantesco mazzo di fiori che pare galleggiare a mezz’aria. Mi ritraggo, di scatto, starnutendo.
«Ma che diamine..»
«Scusa» trilla una vocina sottile e incredibilmente acuta «Scusami non volevo!»
Guardo meglio il mazzo: non sta effettivamente volando, ci sono un paio di bambine che sbucano di sotto. Che Eugene si sia dato dalla Trasfigurazione di qualche piccina del primo anno?
«Non fa niente» rispondo in automatico, sentendomi non poco idiota nel parlare a un mazzo di fiori.
«Non volevo, lo giuro!» mi assicura la vocina, incrinandosi pericolosamente e sfiorando il panico assoluto.
«Davvero, non importa» la rassicuro.
Silenzio. Imbarazzante silenzio. Mi schiarisco la voce, prima di riprendere.
«Posso fare qualcosa per te?»
Il mazzo-mutante sbuffa, sollevandosi in punta di piedi, per poi scindersi in due: i fiori si posano sul comodino ricoperto di libri e biscotti, le gambe si ricongiungono al busto di una minuscola ragazzina dai capelli biondi ed enormi occhi azzurri che identifico come Emily, la Presidentessa del mio Fan-Club.
«Sono.. sono per te» balbetta, torturandosi le dita.
«Emily» le sorrido, facendola avvampare all’istante «Che pensiero gentile, non dovevi disturbarti..»
«Non sono solo da parte mia» precisa, compita «Sono da parte di tutto il tuo fan-club, che ho l’immenso onore di presiedere» recita, gonfiando il petto d’orgoglio. Fa tenerezza, questo scricciolino.
«E li hai portati tutti da sola?» le chiedo, educatamente. Scuote il capo.
«Sono venuta con Hannah e Lucy, loro..»
«Sono qui fuori, non è vero?»
Annuisce, in attesa. Mi sa che non ho proprio scelta.
«Hannah, Lucy» le chiamo, stampandomi in faccia il migliore dei sorrisi.
Due testoline, una rossa e una corvina, fanno capolino. Le due piccole arrossiscono, trotterellando verso la loro socia con un gran sorriso stampato in faccia. Si guardano, confabulando sotto voce, per poi spintonare la loro capa verso di me. Questa, riluttante, si schiarisce la voce.
«Volevamo sapere…» inizia «Come stai?»
Sarà un lungo, lungo, lunghissimo pomeriggio.
***
Presidenza –qualche giorno dopo.
Il volto di Dippet è pallido e scavato, segnato da profonde occhiaie violacee. Non devono esser state settimane facili per lui, giustificare al Ministero del perché molte delle personalità più influenti del mondo magico siano state convocate a scuola per rispondere della condotta dei loro pargoli d’oro. Ho intravisto la nonna di Jillian, dalle finestre dell’Infermeria, e il padre di Audrey mentre se ne andava, impassibile e glaciale come pochi altri. Milo mi ha riferito di Lywelyn Senior e della sua aria altera, mentre pare che assieme ai Norwood sia arrivata un ingente quantità di galeoni d’oro zecchino, appena prelevati dalla Gringott.
Quello che mi stupisce, però, è Riddle. Nessuno ha fatto il suo nome, nessuno l’ha visto, nessuno ha detto nulla. Si sta preparando per i M.A.G.O. come se nulla fosse, rinchiuso o nel Reparto Proibito della Biblioteca o nella Sala Comune di Serpeverde.
Il Preside si toglie gli occhialini rotondi, massaggiandosi le tempie, prima di tornare a guardare il viso pacato di mio padre. Siamo gli ultimi in assoluto, a transitare al suo cospetto.
«Signor Hunnam» riprende a parlare, stancamente «Io non so davvero cosa pensare. Una cosa del genere da Carlisle non me la sarei mai aspettata.»
«Nemmeno io» commenta mio padre, rifilandomi un’occhiataccia.
«Uno studente così brillante, un ragazzo così tranquillo» scuote il capo «Non è ammissibile, non è ammissibile»
«Preside Dippet, non sia così drammatico» intercede mia madre, allontanandosi dalla finestra per venire alle mie spalle e posarvi sopra le mani «Sono ragazzi, è normale che facciano qualche bravata!»
«Signora Hunnam, lanciare caccabombe è una bravata. Stregare le scope di Patricia è una bravata.» chiude gli occhi, di nuovo, per poi riaprirli e posarli su di me. Sento il rimprovero e la delusione scivolarmi addosso, macigni che vanno ad aggiungersi ai pesi che già porto «Una zuffa tra studenti, alcuni dei quali feriti gravemente, non è un bravata»
Sento mio padre inspirare a fondo, inquieto, ma non ho il coraggio di guardarlo. Qualcosa mi dice che non troverei un sorriso a curvargli le labbra, quanto una smorfia.
«Preside Dippet» scandisce, lentamente, sporgendosi leggermente in avanti «Cosa sta cercando di dirci? Che nostro figlio non potrà sostenere gli esami e dovrà ripetere l’anno perché si è sentito in dovere di difendere la sua ragazza? E’ questo che sta dicendo? Che verrà punito per aiutare una persona a cui vuole bene?»
Dippet si ritrae, leggermente spiazzato, e io guardo mio padre sorpreso: sa perfettamente cosa è successo nella Foresta, glielo ho detto chiaro e tondo prima di entrare in questa stanza. Eppure mi difende. Trattengo un sorriso, mentre mia madre interviene.
«Come ha detto lei, Carlisle è sempre stato uno studente modello, un bravo ragazzo. Non ha mai dato problemi. Tenga conto anche di questo, la prego: non pregiudichi il suo futuro per quello che è stato un atto di altruismo. Non è che questo che si insegna in questa scuola? L’amicizia, la lealtà, la correttezza. Avrà anche sbagliato, ad attaccare, ma l’ha fatto per una giusta causa.»
Alzo lo sguardo verso mia madre: la linea elegante del collo, lo sguardo puro e la piega pacata della labbra sono tutto ciò che riesco a scorgere di lei, tra ciocche di fiamme legate in un nodo distratto. Mio padre, lì vicino, guarda fisso davanti a se sfoggiando il mio stesso identico profilo. Le due persone a cui devo la mia esistenza, schierate per difendere il mio immediato futuro. E’ in momenti come questo che mi sento benedetto dal cielo.
«D’accordo, d’accordo» cede alla fine Dippet, dopo un interminabile silenzio «E’ vero. Ma non posso lasciarlo impunito, voglio che sia chiaro. Avrà un richiamo ufficiale, ma potrà prendere parte agli esami di fine anno. Se riuscirà a passarli, l’anno prossimo gli saranno interdette le uscite a Hogsmeade fino alle vacanze di Natale» decreta, con un tono che non ammette repliche.
Avverto la tensione abbandonare mio padre; mia madre si lascia andare in un sorriso, mentre io continuo a fissare il nulla davanti a me. Una volta ancora, sono stato graziato. Eppure, non riesco ad essere felice della mia buona sorte: Audrey e Jillian sono quelle che hanno pagato le conseguenze più care di una lotta clandestina a cui tutti prima o poi giungeranno; sono state le vittime sacrificali sull’altare della giustizia. Se ne andranno. Per sempre.
Una fitta mi stringe il cuore. Ho come la sensazione che non se ne andrà tanto in fretta.
Il cerchio sta iniziando a chiudersi, niente sarà più lo stesso.
***
Stanza delle Necessità –qualche giorno dopo.
«A cosa brindiamo, esattamente?» domando per l’ennesima volta a Milo, che continua a riempirmi un bicchiere dopo l’altro.
«Alla fine» mi risponde allegro e pimpante, gli occhi chiari illuminati dalla scintilla dell’alcol.
«Alla fine?»
«Degli esami, idiota!» mi tira una manata sulla spalle, prima di saltellare via in direzione di un altrettanto sbronza Dinamitarda Worthington.
«Ah» commento, imbambolato, fissando il bicchiere colmo fino all’orlo di Whisky Incendiario sgraffignato in cucina da Damian. Gli esami, già. Come siano andati, non lo so. Non so nemmeno come abbia fatto a rispondere a tutte le domande, quando l’unica cosa a cui riuscivo a pensare era l’imminente fino dell’anno scolastico e l’ancora più imminente separazione da Jillian.
Jillian.
Se ne sta in un angolo, a chiacchierare con Daisy e Annabel, un sorriso stampato sulla faccia ma gli occhi colmi di un dolore che mi strazia il petto. Tutto quello che vorrei, adesso, è mandare a fanculo il mondo, prenderla e portarla via da tutto questo. Georgie mi sfreccia accanto, gorgheggiando felice con un Sebastian ululante avvinghiato attorno alla vita. Una scena al limite del tragicomico. Scolo il liquore tutto d’un fiato, sentendolo scivolare lungo la gola lasciandosi una scia bruciante alle spalle. Con una smorfia, mi affianco ad Eugene nell’esatto istante in cui decide di far sfoggio delle sue notevoli capacità vocali, reclamando silenzio in favore di Julia.
La nostra guida si fa avanti, bella e fragile come non mai, e ci guarda uno ad uno, prima di iniziare a parlare. Milo mi si affianca, con un sorrisetto che non promette nulla di buono e un altro bicchiere stracolmo, che mi piazza in mano. Se domani mattina non sarò in grado di reggermi in piedi, saprò di chi è la colpa.
«La cosa più importante, tuttavia, è che Fidelius continui. Per questo c’è bisogno di una persona che prenda il mio posto.» sta dicendo Julia. I suoi occhi chiari si posano su di me, limpidi e penetranti. Butto giù un altro sorso,
«Io, Georgie e Sebastian ci pensiamo già da un po’. Ed abbiamo deciso che il candidato migliore sarebbe Carlisle Hunnam. Sempre se accetta.»
Il sorso mi va di traverso, ma riesco a non tossire: gli occhi dei presenti sono puntati su di me, in attesa, ma ho improvvisamente perso la capacità di parlare. Io? A capo del Fidelius? Per una frazione di secondo, mi sento irrimediabilmente perso. Ci pensa Georgiana a riportarmi alla realtà.
«Carlisle?» mi chiama dolcemente.
Mi schiarisco la voce. Cosa si fa in una situazione del genere?
«Io… certo che accetto. È un onore che abbiate pensato a me, spero di esserne degno.»
Ci si annega nella banalità, ecco cosa si fa: una frase più idiota non potevo trovarla, questo è certo. Sebastian riprende a ululare, reclamando altro alcol, mentre Julia avanza di un passo.
«Kahlil Gibran una volta scrisse: “La tua ragione e la tua passione sono i remi e le vele della tua anima marinaia. Se uno o l'altro si rompono, puoi buttarti e andare alla deriva, o restare fermo in un punto morto in mezzo al mare. Perché la ragione, se governa da sola, è una forza che ti limita; e la passione, da sola, è una fiamma che brucia fino a distruggersi.”» leva il calice ed urla «A Carlisle!»
I presenti attorno a me ripetono il mio nome, accompagnandolo con espressioni gioiose e grandi risate. Mi ritrovo a sorridere come un ebete, mentre Milo mi salta attorno e Eugene vaga per la stanza tubando come un piccione in calore per non so che astruso motivo. Intravedo Jillian, in un angolo, appoggiata contro la parete che guarda verso di me, con un caldo sorriso sul volto. Di nuovo, la fitta al cuore torna a farmi visita e questa volta non so combattere il mio istinto. Poso il bicchiere ancora pieno su un tavolino e vado verso di lei, senza guardare in faccia nessuno, ignorando tutto e tutti per fermarmi solo quando la mia ombra nasconde la sua figura.
«Ciao» sussurra, accarezzandomi il volto con il respiro.
«Ciao» mormoro a mia volta, guardandola negli occhi. Fa male, fa così dannatamente male. Ma non mi importa.
«Vieni» le dico, stringendole una mano.
«Dove?» domanda, lasciandosi trascinare via.
«Via da qui» rispondo.
Non so nemmeno io, dove sto andando. So solo che voglio stare con lei.
Serra abbandonata –più tardi.
Le dita fredde di Jillian scivolano lungo la mia schiena nuda, mentre la stringo a me e affondo il viso tra i suoi capelli. La notte è calma, attorno a noi; la luce della luna cade liquida sulle foglie lucide delle piante che sono cresciute rigogliose, nel corso degli anni. E’ stata lei a trascinarmi qui, dopo avermi visto attraversare un reticolo di corridoi con lo sguardo vacuo e nessuna idea su dove andare: mi ha stretto forte la mano e mi ha portato via. Quello che doveva essere il suo rapimento, è diventato il mio.
Mi sono accorto che abbiamo lasciato il castello solo quando un soffio d’aria fresca mi ha colpito la faccia, uno schiaffio gelido che mi ha riportato alla realtà. Il prato scorreva sotto i nostri piedi, man mano che correvamo verso la Foresta, solo all’ultimo ha deviato verso le serre, puntando verso una macchia di querce in mezzo alle quali si scorge a malapena una baracca fatiscente. E’ la serra abbandonata, la tana di Jillian.
«Amore» la chiamo piano.
«Mh?» mugola, sollevando appena il volto per guardarmi negli occhi.
E’ così dannatamente bella.
«Baciami»
Posa le labbra sulle mie dapprima con delicatezza, poi con impazienza, inclinando il capo verso la spalla per arrivare più a fondo nella mia bocca, stuzzicandomi fino a strapparmi un bacco gemito di protesta. Mi afferra i capelli, stringendo le ciocche con forza, mentre puntellandosi sulle mie spalle mi sale addosso, sedendosi sul mio ventre e piegandosi in avanti per continuare a baciarmi. Il desiderio ci soffoca, un dolore squisito sulla punta delle dita che cercano di farsi spazio tra i nostri corpi ancora allacciati.
«Carlisle» chiama, debolmente, la fronte aggrottata nello sforzo di non piangere.
«Jillian» rispondo io, sentendo gli occhi pizzicare a mia volta.
Non ci stiamo lasciando. Non ancora, quantomeno, eppure non riesco a fare a meno di trattenere le lacrime.
L’ultima volta che ho pianto è stato quando è morto Angus, il mio vecchio cane. Avevo otto anni e l’impressione che qualcuno mi stesse strappando il cuore dal petto.
«Non voglio andarmene» singhiozza, premendo le labbra contro il mio collo per soffocare la disperazione contro il calore della mia pelle; piccoli sussulti scuotono il suo corpicino magro.
Non so nemmeno cosa dirle. Nemmeno io voglio che se ne vada, ma dubito che dirglielo possa servire a qualcosa. Non è di parole, che ha bisogno adesso. È tutto così maledettamente sbagliato.
«Vengo con te» esclamo d’impulso. Sbatte le palpebre, due grosse lacrime le scivolano lungo le guance e poi precipitano sulle mie. Facendo leva sugli avambracci, mi metto a sedere, senza lasciare che si allontani.
«Vengo con te» ripeto «Lascio Hogwarts, vengo con te»
«Ma..» fa per protestare, ma non le do il tempo di parlare, tappandole la bocca con un bacio quasi violento, stringendole i polsi in una stretta ferrea, senza mai smettere di guardarla. Riconosco il piacere che le annebbia lo sguardo, riconosco la sua determinazione a combatterlo. Si allontana, rabbiosa.
«Cosa stai dicendo?» protesta «Mi fai male»
Ma adesso c’è solo dolcezza nei miei pollici che le accarezzano l’interno dei polsi, provocando violente scariche di brividi che la stordiscono, leggermente.
«Sto dicendo, Jillian McKanzie» scandisco lentamente «Che verrò con te.»
«Ma non puoi» geme, al limite della disperazione «Ci sono troppe cose a cui non puoi sottrarti»
«Non mi importa» la costringo a guardarmi, reprimendo la sensazione di fare qualcosa di incredibilmente crudele e sbagliato. Non voglio pensare, sono stanco di pensare.
«Il Fidelius» boccheggia, dopo un altro bacio.
La consapevolezza mi crolla addosso, come una doccia fredda. Le mani di Jillian crollano inermi, quando lascio andare i suoi polsi affondando il viso nella curva del suo collo. Il dolore si estende, dal cuore aveva raggiunto ogni terminazione nervosa e non lascia scampo; sono in trappola, combattuto tra la mente e il cuore, tra l’istinto e la ragione. Sento l’impellente bisogno di urlare
Poi, una carezza.
«Amore» mi chiama piano Jillian «Non fare così. Andrà tutto bene, vedrai»
Stringendomi il viso tra le mani, mi bacia la fronte.
«Andrà tutto bene» ripete dolcemente, scendendo al naso e poi alle labbra.
«Andrà tutto bene» cantilena ancora, nella mia bocca, per l’ultima volta. Lottiamo con irruenza, stringendoci e allontanandoci con la disperazione di due condannati a morte, intrappolati in una danza di sospiri e gemiti che gira veloce, vorticosa, risalendo una lenta spirale di piacere.
Da qualche parte sul lago, un timido raggio di sole fa capolino all’orizzonte.
«Vorrei poter fare di più» sussurro contro le sue labbra, stringendole forte mentre scivola su di me. Io dentro di lei, lei dentro di me, non esiste altro al di fuori di quello che siamo.
«Vorrei che tu capissi quanto già stai facendo» replica lei, con il fiato corto, prima che un nuovo sole annulli ogni volontà e ogni raziocinio, esplodendo in un mare di luce.
***
Torre di Tassorosso, stanza di Carlisle, Eugene e Milo –qualche giorno dopo.
Non ho nessuna voglia di preparare la valigia. Eugene ha appena chiuso per la seconda volta il suo, dopo avermi coinvolto in quella che probabilmente è stata l’ultima rissa dell’anno scolastico.
Milo continua ad imprecare, osservando il suo impeccabile riflesso nello specchio accanto al suo letto, scrutando con attenzione il taglio che gli sfregia la guancia destra.
«Cazzone che non sei altro» brontola verso di me «Rimarrò sfregiato a vita!»
Sbuffo.
«Non essere idiota, se aspetti che trovo di nuovo la bacchetta te lo sistemo»
«Fossi in te andrei dalla Mound, nello stato in cui si trova non è nelle condizioni di praticare alcun incantesimo, sarebbe più sicuro se te lo mettessi a posto io» commenta Eugene, sarcastico. E’ rosso come un peperone, mentre si ostina a sollevare il baule per rimetterlo ai piedi del suo letto.
«Forse hai ragione» commento dopo qualche attimo, senza cogliere la provocazione. I miei due amici si scambiano un’occhiata preoccupata, prima di venire a sedersi sul mio letto guardandomi, con l’espressione più seria che abbia mai visto sulle loro facce stampata addosso.
«Carl, vecchio mio» inizia Milo «Cosa sta succedendo?»
«Niente» scrollo le spalle, mentendo. Ma se c’è una cosa che dovrei sapere, è che non si può mentire a un membro del trio, dopo tanti anni assieme viviamo in una sorta di inquietantissima simbiosi.
«Balle» ringhia Eugene, che se fosse un po’ più piccolo potrebbe sembrare un angelo custode appollaiato sul mio letto. Ora come ora, sembrano due giganteschi avvoltoi che incombono su di me.
«Senti, io capisco che Jillian il prossimo anno se ne andrà, che non vi vedrete più ogni giorno e che non potrete più fare le vostre porcellane nei posti più impensati, ma questo non vuol dire che sia la fine» cerca di consolarmi il moro.
Mi rigiro su un fianco, sentendo la solita fitta tornare a farmi visita. Succede così, ogni volta che penso a lei. Se poi è un momento particolarmente triste, può addirittura capitare che mi metta a piangere.
«E invece si» confesso alla fine, senza riuscire a guardarli in faccia.
«Cosa intendi dire?» Eugene rizza le orecchie, sospettoso «La principessa delle fate ti ha lasciato?»
«Ma allora vuol dire che non è vero che ieri notte vi hanno beccati nell’aula di incantesimi a ballare il mambo!» si lascia scappare Milo, sconvolto, lasciando che il Tassorosso che è in lui abbia il sopravvento.
«Non mi ha lasciato» mi affretto a rispondere «Però lo farà»
«Perché dovrebbe?» riprende il moro.
«Perché» inspiro a fondo, pregando che la voce non mi tremi «Nessuno dei due crede nelle storie a distanza. Troppo dolore, troppe complicazioni..»
Non ho voglia di spiegare loro perché entro la fine dell’estate lascerò la ragazza che più ho amato in tutta la vita. Non ho voglia nemmeno di pensarci. Colpisco il cuscino con un pugno, stringendo forte le labbra per non piangere. Eugene mi posa una mano sulla spalla, facendomi sussultare.
«Carl..» mi scuote, leggermente «Non fare così»
«E cosa cazzo dovrei fare?» sbotto, sollevandomi a sedere di scatto «Lei se ne andrà e io non sono capace di fare altro che starmene tutto il giorno a pensare a quanto sarà orribile l’anno prossimo e…» mi mordo il pugno, sentendo le lacrime addensarsi negli occhi.
Nella stanza è calato il silenzio, interrotto di tanto in tanto dal morbido fruscio di una pergamena spostata dalla calda brezza estiva.
«Non la voglio perdere» mi lascio sfuggire, mandando definitivamente a fanculo ogni traccia di dignità e orgoglio «Non la voglio perdere, dannazio, ma la perderò»
Eugene abbassa lo sguardo, senza commentare; Milo mi posa una mano sulla spalla.
Non c’è più niente da dire.
***
Espresso per Hogwarts –31 giugnio 1944. E’ una bella giornata di sole, oggi.
Strascichi di nuvole bianche corrono lontane nel cielo, alle spalle del castello che, piano piano, sparisce dietro la prima curva; mi lascio andare ad un sospiro, appoggiandomi allo schienale.
«Starai mai ferma un attimo, Jill?» sospira Isabel che, dopo averci imbottito con un quantitativo di biscotti che avrebbe sfamato un reggimento, se ne sta allegramente distesa addosso a Eugene, godendosi quelli che sembrano grattini dietro le orecchie. La mia ragazza non risponde, continuando ad armeggiare con la bacchetta attorno al cestino di vimini dove, acciambellata su se stessa, Chipie dorme della grossa. Lo so cosa sta facendo. Lavora per non pensare, si concentra sulla magia per non ricordare che è l’ultima volta che saremo tutti assieme su questo treno, nello stesso scompartimento.
Sospiro, alzandomi in piedi e sollevandola con la forza, per farla sedere accanto a me.
«Ma che fai!» protesta svogliatamente, lasciandosi abbracciare e strappare un bacio «Se Chipie mi scappa poi ti picchio!» ma ride, nel dirlo, e Milo coglie subito l’occasione.
«Oh si, Jillian, ti prego! E mi raccomando chiamami, non voglio perdermi lo spettacolo per nulla al mondo!»
«Si, come no» roteo gli occhi «Non saresti capace di sfiorarmi nemmeno con un fiore» la punzecchio, pizzicandole i fianchi e dandole un altro bacio.
Lei gonfia le guance, scansandosi e incrociando le braccia al petto.
«Uffa come sei noioso» protesta. Audrey ride, Eugene abbozza un ghigno.
«Non sai quanto» si lamenta Milo, teatrale «Dovresti sentirlo quando parla nel sonno, poi! Riesce ad essere noioso pure li.»
Risata generale. Fuori dal finestrino la campagna inglese è un quadro sempre uguale, costellato di minuscoli paesini, strade sterrate e campi aridi: la misera della guerra babbana non ha risparmiato nessuno, nemmeno il paesaggio. Non oso immaginare come sarà Londra, quando ci arriveremo.
Distrutta, sfibrata, senza fiato.
Reduce, un po’ come noi.
Guardo i visi delle persone che ho attorno, persone con cui ho condiviso gioie e dolori, persone che ho imparato ad apprezzare, a stimare, a rispettare, ad amare. Quelli che all’inizio dell’anno erano solo nomi sentiti di tanto in tanto lungo i corridoi, protagonisti dei pettegolezzi durante le cene d’inizio anno al tavolo della mia casa.
Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti.
La mia vita è cambiata, quest’anno, in una maniera così radicale che solo il pensarci mi toglie il respiro.
«Mh?» Jill si scuote, quando con delicatezza la sollevo e la appoggio contro lo schienale, per alzarmi in piedi.
«A prendere una boccata d’aria» sorrido «Torno subito»
Annuisce, intontita dal brusco risveglio, e torna a girarsi sull’altro fianco. Scavalco un baule coperto da una scacchiera, interrompendo la partita tra Audrey e Milo, e scivolo fuori, nel corridoio.
Il sole sta iniziando a scendere, non deve mancare molto all’arrivo. È strano come, di anno in anno, il viaggio di ritorno sembri accorciarsi sempre più.
Mi strofino la faccia, appiattendomi contro la parete per far passare un paio di Grifondoro del secondo, per poi tornare a risalire il treno verso i vagoni dei Caposcuola. Ci sono persone che devo salutare, prima di scendere.
«Hunnam, quale onore!» la voce strascicata di Jasper Lewis mi sorprende fermo davanti al loro scompartimento. Ma proprio qui dovevo incontrare ragazzine indemoniate che corrono lungo il treno? «Cosa ti porta, in questa parte di treno? Il posto per i traditori è in coda, assieme ai tuoi sudici amici» sibila ghignante, una sigaretta abbandonata tra le labbra.
«Quanto meno l’aria lì è respirabile» scrollo le spalle, con noncuranza «Non c’è tanfo di Serpeverde»
Aspira un’ultima boccata di fumo, prima di lanciare la sigaretta fuori dal finestrino aperto. Una sigaretta sostanzialmente appena accesa.
«Come sei velenoso, Hunnam» scuote il capo «Finirai con l’uccidere la tua bella, con tutto questo veleno»
«E’ sopravvissuta a te, cosa potrebbe esserci di peggio?» ribatto, trattenendo l’irritazione. Un conto è insultare me, un conto è tirare in ballo Jillian.
«Su questo puoi scommetterci» mi si avvicina di un passo «Se l’avessi conosciuta un po’ meglio e non ci fossi stato tu, probabilmente il suo bel visino non sarebbe così spesso sorridente. Anche se, a dire il vero, non è che sorrida poi molto adesso. Ho saputo che se ne va, con la sua amica boccolosa»
Mi irrigidisco appena, ma lui prosegue, imperterrito.
«Un vero peccato» abbassa lo sguardo, per un attimo, dandomi quasi l’impressione che sia dispiaciuto «Davvero un grandissimo peccato»
Abbasso lo sguardo a mia volta, faccio per replicare, ma quando torno a guardarlo il solito ghigno irriverente è tornato a far capolino, curvandogli le labbra. L’attimo è passato. Forse non c’è neppure mai stato, chi lo sa.
«Il fatto che la tua fatina dei ghiacci se ne vada non cambia le cose tra noi, Hunnam» mi ammonisce. Inarco le sopracciglia, perplesso.
«Lewis, mi spiace smontare le tue speranze, ma gli uomini proprio non mi piacciono» sollevo le spalle, con aria dispiaciuta, e lo oltrepasso «Vedrai che un giorno Norwood capirà il tuo immenso valore e scorgerà la tua bellezza interiore, coronando il tuo sogno d’amore. Non perdere le speranze, l’estate è ancora lunga»
«Hunnam, mi spezzi il cuore » recita compito «Eppure lo sai che nella mia vita c’è posto solo per te»
Agito una mano in aria, senza neppure guardarlo. So già che sta sghignazzando apertamente.
«Buone vacanze, Lewis»
«Ne riparliamo a settembre, Hunnam»
Oh si. Come no.
Non vedo l’ora.
King’s Cross, binario 9 e ¾ –tempo dopo.
La folla che si accalca su questa striscia accanto al binario mi lascia sempre senza parole. Se non fosse per gli incantesimi del Ministero che lo hanno allargato, sarebbe impossibile persino respirare, qui in mezzo.
Un piccola tigre dorata preme contro il palmo della mia mano destra, una sottile catenina è attorcigliata attorno alle dita: Julia si allontana danzando verso il suo futuro, dopo avermi consegnato il mio nelle mani. E’ strano, un oggettino così piccino con un significato così grande, così pesante.
Inspiro a fondo, infilandolo nella tasca dei pantaloni nell’esatto istante in cui Eugene mi sfreccia accanto, trascinato da Isabel, sillabando una silenzio richiesta d’aiuto.
«Ci sarà da ridere» commenta Milo, comparendo alle mie spalle con un’aria particolarmente pallida.
«Che ti è successo?» domando, recuperando un carrello su cui faccio levitare il mio baule e quello di Jillian.
«Opal» borbotta, agitando una mano in aria «Un povero disgraziato si è visto il giornale esplodere in faccia»
«Bei ricordi» sospiro, prima di sghignazzare. La fobia dell’esplosione è ormai radicata in Milo al punto che solo nominarla lo fa rabbrividire.
«Mi permetto di dissentire sul “belli”» sibila, seguendomi attraverso la ressa. Il suo baule, come ogni anno, è stato puntualmente recuperato dall’elfo domestico di famiglia, l’elfo più grasso che abbia mai visto in tutta la mia vita, tra parentesi.
«Non puoi negare che molti lo siano, però»
Scrolla le spalle, prima di fermarsi.
«Fatti sentire» mi intima «Non voglio svegliarmi una mattina e trovare il tuo necrologio in prima pagina, sulla Gazzetta del Profeta»
«Grazie, Milo, sei veramente un amico» roteo gli occhi, sbuffando.
«Guarda che dico sul serio» riprende «Non farti problemi»
Annuisco, senza aggiungere altro. Il moro mi scruta, con attenzione, prima di sorridere e tirarmi la solita manata sulla schiena.
«E canta che ti passa!» mi urla pimpante, allontanandosi verso la barriera che lo catapulterà nel mondo babbano. Non posso fare a meno di ridere, mentre raggiungo Jillian e sua nonna, che aspettano pazienti.
Audrey saltella via, al mio arrivo, distribuendo baci e saluti, ma non ho occhi che per la mia Corvonero. Mi sorride, quando le stringo la mano, e assieme ci avviamo verso la barriera attraverso cui poco fa è passato Milo.
Non dice niente, guarda fisso davanti a sé e mi ritrovo a pensare che un anno fa non avrei mai neppure immaginato di vivere quello che ho vissuto accanto a una ragazza speciale come lei.
Le sue dita si stringono attorno alle mie, che ricambiano le stretta.
Speravo di non doverla lasciare mai, questa mano.
Il futuro pesa sulle mie spalle, ma un presente luminoso mi abbraccia e mentre ci addentriamo nelle macerie di una irriconoscibile Londra babbana, alzo lo sguardo al cielo: limpido, senza più nemmeno una nuvola, si allunga infinito su un orizzonte costellato di scheletri di ferro e cemento; ma è solo un attimo perché poi Diagon Alley e i suoi colori festosi sono davanti a noi.
Inspiro a fondo, riempiendomi i polmoni fino a scoppiare.
Benvenuta, estate.
Anche se non si direbbe, tra cinque giorni iniziano i M.A.G.O. Pensavo che mi sarei sentita sollevata, ed invece sto ripassando freneticamente e la mia mente non assorbe assolutamente niente; forse é che sono seduta sul pavimento, in un corridoio semibuio, appena fuori dall’infermeria. Che là dentro c’è la mia migliore amica, nelle peste fino al collo, e che il mio ragazzo è disperso chissà dove a rovesciare la sua frustrazione perché gli ho impedito di vederci finché non avremo finito gli esami. Ne ho bisogno io, come ne ha bisogno lui. Credo.
Forza, Georgiana. Visualizza le parole del libro che hai davanti, dà loro un senso compiuto e comprendi quello che stai tentando disperatamente di studiare. Pozioni. Una A assicurata, a meno che un fascio di luce divina non trasformi i miei disastri in qualcosa di lontanamente degno di una E.
La gonna ruvida della divisa, oltre a grattarmi il sedere, non serve a trasformare la superficie di pietra su cui sono rannicchiata in qualcosa di lontanamente comodo; con un po’ di fatica, facendo inutilmente leva sulla parete, mi sollevo giusto in tempo per vedere uscire l’infermiera Mound.
« la sua amica è pronta. » grufola fissando con disapprovazione le macchie sulla mia camicia; mi scusi, se è tre giorni che non torno in dormitorio perché LEI non sa fare il suo lavoro e io devo badare a Julia. E’ proprio lei, infatti, che appare dietro all’infermiera, con le sue cose chiuse nella valigia che tiene in mano; sembra sollevata, se non altro di uscire dall’incubo asettico che c’è oltre quella porta.
« ti avviso: non so quali siano gli ingredienti della pozione Obmutesco, e non ci tengo a saperli. » le sibilo mentre ci avviamo lungo una scala, appena ruotata in modo da consentirci di arrivare molto più rapidamente del previsto alla torre di Grifondoro.
« menta, elleboro, bile di tartaruga .. »
« vedo che hai studiato più di me. brava, cara. » la interrompo dopo aver svoltato l’angolo; tre settimane, e smetteremo di camminare per i corridoi di Hogwarts. Non avrò più bambini da mettere sulla buona strada, adolescenti arrapate da beccare in giro nel cuore della notte, liste di parole segrete da memorizzare. Tutto finito.
Un quadro lancia un fischio di ammirazione al nostro passaggio; ecco, questo non mi mancherà.
{ nei giorni successivi }
Credo che si chiami tregua; il pratico di incantesimi mi ha buttata così in basso che, dopo aver salutato con il massimo dell’educazione che sono riuscita a strapparmi l’esaminatore Lowell, ho avuto il bisogno fisico di vedere Sebastian e Julia. Lo studio solitario mi ha trasformata in una specie di spilletta semovente, visto che io sono quasi trasparente dietro il mio distintivo, fatta eccezione per le occhiaie.
Ignorando del tutto gli sguardi di Jules, che ovviamente è stata ridotta al terzo incomodo, Sebastian continua senza tregua a stritolarmi contro il suo petto e infilarmi la testa tra i capelli, annusandomi come se fossi un mazzo di fiori e non una strega, e ad azzannarmi l’orecchio senza ritegno, rischiando oltretutto di ingoiarsi le perle di mia zia.
« Io approvo Carlisle. » ribatto alla proposta di Jules, mollando l’ennesima gomitata nelle costole a SSS ( Sebastian Sesso Subito, ho riso fino alle lacrime quando ho sentito Eugene che lo borbottava a Peter Halbury ), che si allontana con aria offesa dal mio povero lobo maciullato. Finalmente senza rischiare di essere mangiata viva, affondo la testa nell’imbottitura del divano, e lancio uno sguardo piuttosto serioso alla mia amica, assorta nella contemplazione del paesaggio estivo fuori dalla finestra.
« già. mi sembra che abbia la testa sulle spalle, e soprattutto del potere sugli altri. »
« credo che ci siano buone probabilità che diventi caposcuola. »
« un po’ come te, Georgie. » ridacchio.
« mi raccomando, ignoratemi! » borbotta Sebastian riemergendo dal suo sogno ad occhi aperti.
« tesoro, non è colpa mia se la tua mente è altrove. » lo rimprovera Julia, sbuffando; credo che lei mi mancherà, troppo. Non sarà la stessa cosa, lo so già, perché sarà impossibile vederla tutti i giorni quando sarò a farmi ammazzare in qualche campo di addestramento auror, ovviamente con l’impossibilità di smaterializzarmi.
« credi che dovremmo fare una specie di festa di insediamento? » propongo ignorando i mugugni incomprensibili della mia dolce metà.
« mah, non sono molto dell’umore, ma sono convinta che troveremo qualcuno disposto a farlo. »
Sebastian continua a grugnire, si alza e se ne va sbattendo i piedi; questi uomini, peggio dei bambini. Tranne se c’è da combattere nella foresta nel cuore della notte e salvare metà dei presenti, ovvio.
***
E’ molto che io e Jules non parliamo a quattr’occhi, dedicandoci al gossip invece che alle vicende drammatiche di cui siamo state vittime dall’inizio di quest’anno. La morte di Ida, il Fidelius, Riddle; mi sembra di non riuscire a pensare a quando abbiamo parlato di ragazzi, l’ultima volta, senza riferirci agli orari di coprifuoco e a quando stabilire la riunione successiva.
Proprio come succedeva quand’eravamo piccole ed innocenti, lei ghigna e io sono rossa come una ricordella.
« su, non è mica una malattia! » esclama dandomi una pacca sulla spalla, e facendomi diventare sempre più purpurea e bollente. « raccontami! »
« cosa vuoi che ti dica?! » sbotto con la voce talmente acuta da essere irriconoscibile; mi è venuto naturale stringermi addosso la camicia, mentre lei cerca di strapparmi qualche dettaglio sconveniente sulla mia prima volta. Descrivere questo momento come imbarazzante è riduttivo; temo che lo sarebbe ancora di più recuperare il mio taccuino rosa confetto e leggerle direttamente quello che ho scritto al riguardo, con tutti i particolari scabrosi che la farebbero tremare di soddisfazione.
« che ne so, se è bravo! se è stato dolce! »
« come Megafusto sul pianoforte del povero Eugene? » il suo sorriso si smorza per un momento.
« beh, è stato molto romantico. » si giustifica prima di infilarsi in bocca un pasticcino con una mezza fragola sopra.
« Jules, promettimi che mi scriverai spesso. »
« Georgie, promettimi che smetterai di essere così paranoica. »
« Non credo di poterlo fare. »
« Sei incorreggibile. »
« Sì, ti voglio bene anch’io. »
{ last day of magic. }
Il professor Silente sembra più emozionato di me, mentre mi scruta attentamente da dietro le lenti dei suoi inconfondibili occhiali a mezzaluna.
« Signorina Harrington, mi sono permesso di prepararle una cosa. » le guance mi diventano subito di fiamma; non sono affatto abituata a ricevere regali d’addio, tantomeno dagli insegnanti. Non da Silente, soprattutto, per quanto lui sia il mio preferito in assoluto. Mi sforzo di sorridere e di non mettermi a gridare, ma di certo non riesco a dire una sola parola prima che lui riprenda.
« Ho visto la sua richiesta per l’Accademia Auror, mia cara. » oh. Buon segno, vuol dire che almeno sono state già consegnate al Ministero, anche se dubito che avrà qualche utilità. Tra quelli del settimo ne sono state raccolte più di venti, e i posti sono otto. Annuisco come unico sforzo di volontà.
« Mi sono permesso di aggiungere una nota sotto il suo curriculum ineccepibile. » sobbalzo. Se ne accorge, e ridacchia. « dice che lei è la migliore studentessa che Hogwarts ha visto da molti anni a questa parte .. » se prima non ero color pomodoro maturo, lo sono di certo ora. « .. e che se non la prenderanno, confermeranno la loro fama di totali, perfetti idioti. » sghignazza di gusto, mentre si alza dal suo scranno e gira attorno alla scrivania, come per raggiungermi. Non che sia strano, in effetti, ma mi sento i lacrimoni che si formano agli angoli degli occhi. Stringe le mie mani gelide e inerti tra le sue.
« Buona fortuna, Georgiana. »
***
Il quasi ex prefetto Corvonero mi fissa con aria contrariata; sembra quasi che gli dispiaccia essere alla fine del suo mandato. Tra le dita stringe la spilla di ordinanza, e mi ha appena pregato di lasciargliela tenere. Quando si parla di attaccamento all’istituzione; il mio baule é ancora mezzo vuoto, nel dormitorio, ma mi sento in colpa ad abbandonarlo senza una risposta soddisfacente.
« Joel, non credo di avere l’autorità per poterti autorizzare. » storce il naso. Gli do una pacca sulla spalla con tutta la convinzione che posso trovare nei suoi occhioni azzurri che mi scrutano con disperazione.
In un futuro non troppo lontano, lui potrebbe avere il mio incarico; e passare un settimo anno splendido come il mio, con amici straordinari, e magari senza doversi battere a duello nel cuore della notte. Mi saluta agitando la mano, e sgattaiola verso il suo dormitorio.
Alzo la testa e vedo davanti a me la bacheca di Corvonero, che ho amorevolmente aggiornato durante quest’anno; strappo via un paio di fogli di insulti verso gli studenti del primo, stacco con cautela quelli di auguri per noi del settimo.
E’ la mia ultima notte a Hogwarts; sono già le dieci passate, e non ho nessuna voglia di salire in camera mia e rivedere tutte le altre in lacrime; non ce la posso davvero fare, ho già pianto abbastanza in questi ultimi giorni.
Con uno sforzo, infilo la testa nel corridoio, lasciandomi investire da un silenzio che non può che spiegarsi con la stanchezza provocata dai fiumi di depressione che si sono appena riversati all’interno delle stanze. Socchiudo la porta con cautela; una delle altre russa rumorosamente. Mi siedo sul mio letto e con attenzione mi stacco dal petto la spilletta da Caposcuola. E’ strano vederla appoggiata sul comodino e sapere che domani mattina non la appunterò di nuovo sulla divisa. Ma è una bella immagine per chiudere il mio lunghissimo romanzo, lungo sette anni.
{ king's cross. }
« una settimana. » sento il fiato di Sebastian sul collo mentre mi abbraccia, sfregando intensamente la guancia contro la mia testa; ha passato l’intero viaggio in treno a sussurrarmi che sarebbero stati i giorni peggiori della sua vita. Una settimana; in effetti non ci siamo mai separati per più di un giorno, o due, in genere il tempo di dormire qualche ora. Talvolta neppure quello. Abbiamo stabilito che probabilmente né i suoi né i miei avrebbero compreso se avessimo fatto una fuga d’amore senza neanche salutare.
« dai, smettila! » sussurro senza rendermi conto fino all’ultima che anch’io sono aggrappata al suo braccio, totalmente circondata da lui. Mi bacia il collo come se volesse trapassarmelo con i canini vampireschi che non ha.
Sa benissimo che non potrò scollarmi di casa finché non arriverà la risposta dell’Accademia, a meno che non voglia provocare un collasso ai miei. Cedo ai suoi ridicoli tentativi di baciarmi, come se non avesse passato le ultime otto ore a cercare di “concentrare tutta la me di cui avrà bisogno”. Attorno a noi gli studenti si salutano, piangono, ridono, ritrovano i loro genitori e parenti vari; non riesco a concentrarmi sul fatto che a mia madre verranno i capelli bianchi, a vedermi in quegli atteggiamenti senza ancora un anello al dito.
« GEORGIANA! » tuoni, fulmini e saette! Sebastian si stacca come se fossi incandescente, io scatto nella direzione della voce che ho sentito sistemandomi i capelli in modo ossessivo, come se potesse migliorare quello che sapevo sarebbe successo e non ho prevenuto. Mio padre ha un sorriso da un orecchio all’altro, se non si considera l’enorme taglio che gli sfregia la guancia destra; qualcosa mi dice che sia appena tornato da un viaggio di lavoro. Dietro di lui, mia madre spettegola fittamente con una donna che non conosco.
« mia madre. » mormora la mia dolce metà, con una voce così strozzata da essere irriconoscibile. Ricapitoliamo; i miei peggiori timori sono sfumati nel nulla perché i miei genitori e i suoi si conoscono già? Il viso mi si accartoccia in un’espressione contrariata senza che sia capace di trattenermi. Lui, invece, ha preso a brillare; sembrerà che io abbia un’aureola, tanto lui risplende di felicità. Mi sistemo le pieghe della gonna e mi sforzo di sorridere.
« papà! mamma! » trillo offrendo loro il mio migliore sorriso, anche se vengo subito sotterrata nel profumo di vaniglia e animali selvatici della mia genitrice; mio padre si è già preso il mio baule e non sembra avere intenzione di lasciarlo finché ci sarà Sebastian nei dintorni, come a privarlo dell’opportunità di essere cavaliere con me. Non sento quello che mi dicono; ciò che posso udire è soltanto un ronzio sordo, spezzato improvvisamente dalla voce di SSS, dopo che è riemerso dalle pacche e dai baci dei suoi.
« mamma, papà, vorrei presentarvi la mia » pausa. Orrore e delirio. « ragazza, Georgiana. » oddio, svengo. Sua madre sembra essere sul punto di avere la stessa reazione, mentre Joshua Harrington ha un improvviso bisogno di tossire copiosamente e il signor Lang di accendersi la pipa.
« oh, Georgiana, proprio come tua nonna! » langue mrs.Lang mentre mia madre si avvinghia al braccio del suo pargoletto, adorante.
Se sopravviverò ai prossimi dieci minuti potrò dire di aver passato per l’ultima volta la barriera del binario 9 e ¾, e di aver detto addio all’Espresso. Sorrido a Sebastian, che si crogiola nel danno che si è fatto da solo; almeno finché non ci verrò per portare i miei bambini a scuola.
{ oh, july! }
Scendendo le scale, inciampo nella camicia da notte; sento il profumo del caffé e dei pancakes che mia madre sta preparando per colazione, ma non credo che sia questo a distrarmi. Ogni singolo giorno, dalla fine della scuola, mi alzo con un cubo di granito nell stomaco: potrebbe essere arrivata la lettera dal Ministero, quella dove c’è scritto se sono ammessa o no all’Accademia.
Mi fermo davanti allo specchio scassato del corridoio, prima di entrare in cucina; guardo la mia frangia spettinata, la treccia che si sta sfasciando dal fondo, la camicia da notte. Potrei davvero diventare un auror? Qualche volta vorrei essere ancora la piccola Georgie, che racconta fiabe ai suoi pupazzi e sogna di diventare la Principessa del Regno Candito. Acchiappo dal pavimento Cheslav, che inizia a fare le fusa nonappena gli poso le mani sulla pelliccia bluastra ed entro nella stanza sin troppo calda dove mi aspetta il mio primo pasto di oggi, oltre ai miei genitori.
Il cuore inizia a battermi a tutta birra appena mi rendo conto che mi stanno aspettando seduti, con le tazze di caffé fumante davanti, intoccate. E tra loro, davanti ad un barattolo di marmellata d’arance, c’è una busta di pergamena sbiancata.
« buongiorno, tesoro. » mormora mia madre senza la minima espressione sul volto cereo. Non le rispondo neppure. Lascio andare il gatto, che miagolando rumorosamente atterra ai miei piedi, e mi getto sulla busta.
E’ chiaro che, dimentica dei suoi poteri, aveva provato ad aprirlo con il vapore della teiera. Apro la pergamena davanti alla faccia; i miei occhi ci mettono qualche momento a realizzare cosa ci sia scritto.
« ammessa. » sibilo appena, crollando sulla sedia, che quasi cade all’indietro sotto il mio peso morto. Un Auror. Io.
Un rumore come di sparo si diffonde nell’aria, seguito da un tonfo.
« SONO STATA AMMESSA! » grido senza neppure guardare chi sia; tanto so già che ricadrò tra le braccia di Sebastian, colui che vedrò tutti i giorni ancora per qualche anno. Sento le sue labbra sulla fronte, e gli occhi dei miei nella schiena.
Questo è un nuovo inizio. Decisamente entusiasmante.
Post Scontro -Che schifo.- scosto con una mano la melma verdognola che ricopre i miei vestiti, come se questo possa servire. La battaglia si è conclusa, per adesso. Purtroppo, non posso fare a meno di notare lo scempio che si apre di fronte ai miei occhi. Il cuore batte veloce, Sebastian mi passa di fianco reggendo un corpo quasi esanime. Bianco al pari della carta sulla quale si scrive. -Julia…- ho il tempo di sospirare, sentendo una rabbia impossessarsi delle mie viscere, infuocandole completamente.
-Maledetto Riddle, maledetto.- sibilo fra me e me, scuoto la testa, la mano fra i capelli. La guerra, è a volte l’unica soluzione, sì. Ma a che prezzo.
Giorni dopo
Sono giorni di silenzio. Giorni nei quali si susseguono come neve che fiocca punizioni, richiami, gossip fra i tavoli, più o meno grossi. Giorni di silenzio nei quali mi sento a volte impotente, a volte completamente inadatto. La verità è che sapevo che lo scontro sarebbe stato l’inizio di una battaglia ben più grossa, ma forse non vi ero preparato fino in fondo.
Il cucchiaino nella tazza, mattino, odore di miele lungo il tavolo dei grifondoro, il viso completamente perso nel vuoto.
Audrey e Jillian vanno via. Non ci saranno più l’anno prossimo. Niente bionde corvonero, intelligenti e acute, con le quali scambiare parole piacevoli, e intrattenere uno scherzo vigile e divertente. Non avevo mai pensato quanto potesse essere doloroso vedere andare via qualcuno che, in un modo o nell’altro, è parte di te. Strana sensazione di vuoto.
E’ patetico, forse. Ma non mi importa. Di certo non posso che augurare loro il futuro migliore che si possa mai desiderare. Anzi…vado proprio a dirglielo.
Mi alzo, lascio in ballo tutto. Colazione, pensieri confusi avvicinandomi al tavolo dei corvonero.
Siedo, forse senza chiedere il permesso, ma al momento non è importante, di fianco alle ragazze, che sembrano perfino più distratte di me nel guardare un punto indefinito della stanza così piena eppure così vuota al tempo stesso.
-Che giornata oscena…- biascico, attirando la loro attenzione. Non ho mai avuto problemi di espressione, maledizione a me, su. In fondo cosa ci vuole. -Mi mancherete.- e mi alzo dalla mia postazione, dovessi bellamente continuare questa sviolinata della scena madre e far loro più male di quanto già non ne sentano.
Però…però…Audrey, credo, mi richiama. Mi volto, trovandole entrambe intente a guardarmi. Silenzio qualche istante. Mi sembra ieri, quando siamo arrivati insieme qui ad Hogwarts. E dovevamo andare via sempre insieme, non così.
Le stringo in un abbraccio, e chi se ne frega del resto.
-Anche tu ci mancherai. Non ti strozzare nelle cravatte, forse non è così opportuno.- un sorriso, leggero.
-Per quanto sia difficile riuscirci, ci proverò.-
Fidelius Julia si è ripresa, sembra ancora una rosa fragile nel suo aspetto non troppo in salute, ma si è ripresa, e immagino sia questa la sola cosa alla quale pensare. Lei sta bene, lei è qui. ….Alla faccia tua, Riddle. [ pensiero del sottoscritto.]
Parla del Fidelius, parla di continuare, parla di abbandono.
Anche lei se ne va.
Sebastian, Georgiana. Pure Aedan, che per quanto breve sia stata questa ‘convivenza’ un po’ contrastata, è entrato comunque a far parte di questo gruppo di rivolta, a sue spese, se consideriamo tutto quello che gli è costato.
Se non ho capito male, e non si può capire male quando incroci due occhi blu notte che ti tagliano in due come quelli di suo padre, Lord Lywelyn ha dato la sua intercessione in favore di Julia, per evitare che avesse problemi nell’esecuzione dei MAGO.
Cosa dire se non.. ‘Love is in the Air’?
Questi due, lo dico io, si sposano. Diciamo…fra poco. E se non mi invitano me li mangio dalla testa ai piedi, è una promessa.
E mentre il mio cervello elucubra teorie non troppo serie su quello che sarà (e pare una telenovela di seconda mano, sbiadita dal tempo), un nome mi interrompe.
-Carlisle Hunnam.- ho il tempo di rivolgere il viso in direzione della mia capoccia rossa preferita, notandolo leggermente attonito.
Accetta la direzione del Fidelius. Accetta di guidare tutti noi. Accetta il compito più gravoso che potesse mai essere dato.
Ti sono vicino, Carl. Adesso, e domani.
Ma tu lo sai e non serve che ti sviolino davanti in merito. Basta un occhiolino fugace, dietro le braccia conserte.
Da qui, non ci muoviamo. Le idee si portano avanti. A costo di ogni costo.
31 Giugno 1944 - Di ritorno verso casa
Guardo fuori dal finestrino. Paesaggio che slitta. Mobilità d’animo. Un po’ la stessa che invade i miei sensi da un po’ di tempo a questa parte.
E vorrei, in fondo, che King’s Cross non giungesse mai.
Sono successe così tante cose che quasi me ne dimentico non riuscendo ad incasellarle in questo metodico puzzle al tempo stesso scomposto.
Mi chiedo a volte il perché degli eventi che hanno costellato quest’anno. E mi rendo conto di quanto effimero possa essere quello che viene definito ‘normale vivere’.
In realtà, nello specifico, nulla è effimero. Ma nemmeno indispensabile. Sarebbe anche il caso di smetterla nella salvaguardia di ideali che non ci rispecchiano pienamente.
Fidelius. Una cosa che nella vita mi soddisfa. Una cosa che nella vita porterò avanti fino all’ultimo respiro, se sarà necessario.
Tengo le braccia strette nel petto, una morsa fredda dalla quale non voglio separarmi.
Mi sono sforzato di continuare a tenere lo stesso atteggiamento con tutti, perché dovrebbe essere così. Niente addii, gli addii comprendono il non rivedersi più. Ed io nell’incrocio comunque delle strade, un giorno, ci voglio credere.
Dicono che certi punti fermi nella vita servono. Non ci ho pensato mai veramente bene, prima di adesso. Eppure, capita a tutti di arrivare al momento della realizzazione.
E’ così che deve essere, e non si scappa.
Un anno è finito, e sebbene sembri lontano, uno nuovo è alle porte.
In una era in cui la tranquillità sembra un tesoro più unico che raro, la calma, è solo il momento di stallo fra uno scontro, e l’altro.
Ma forse, è bene pensare che anche la calma, un po’, è scontro.
Ed ora basta. Il treno si ferma, i binari smettono di cigolare sotto le ruote, scendo, il fumo che esce dal vagone che guida.
Lo osservo un attimo. Un saluto, soffuso ma profondo a tutti coloro che non smetteranno mai di viaggiare nella mia vita.
Ci rivediamo l’anno prossimo. A chi rimarrà.
Arrivederci, per chi se ne andrà.
Ma mai troppo lontano.
Vista l'espressione del mio amico pel di carota, intuisco che io e Milo non abbiamo di certo avuto l'idea migliore per intrattenerlo durante gli ultimi giorni di degenza. Carlisle sbatte le palpebre, con l'aria di chi ci tirerebbe un cazzotto nel naso se ne avesse le forze; non ha gradito la nostra raffinatissima replica del concerto di fine anno in versione a due voci, tanto faticosamente studiata. Appoggio gli spartiti sul suo comodino, rischiando di far cadere l’enorme bottiglia di sciroppo che vi è posata sopra, e poi torno su di lui.
« ragazzi, vorrei chiedervi di non bere alcool prima delle sette di sera. » ci apostrofa con un’occhiataccia, ricadendo sul cuscino con i capelli che gli formano un’aureola fiammeggiante.
« Carl, vorrei chiederti di metterti dei pigiami meno osceni! » ribatte Milo scuotendo il capino con la sua solita aria da re della moda.
Mi sembra quasi strano che siamo qui a fare gli idioti, e solo poche notti fa eravamo in quella foresta a rischiare la pelle. Ci sono voluti giorni prima che riuscissi a dormire più di due ore di seguito senza avere gli incubi, e che mi si levassero dagli occhi i colori degli incantesimi che ho evitato per un pelo. Come il blu della bandierina di Corvonero che Milo sta facendo a pezzi, probabilmente uno sgradevole regalo di Jillian, che cerca di conquistare territorio con tutti i suoi subdoli mezzi di fatina.
« Megafusto Lywelyn in arrivo. » sibilo tanto per rimanere in tema di Corvi, quando il ragazzo di Julia fa il suo ingresso in infermeria, ciondolando con i suoi movimenti da rinoceronte verso la Mound, che per la trecentesima volta gli ricorda che non può fare visita alla sua bella in quanto appartenente al genere maschile, oltre che al genere Cretinus Cretinus, nota specie di umano senza cervello.
« Come sta Julia? »
« Credo bene, a quanto mi dice il tuo angelo custode. »
« Lei sì che si è presa una batosta .. »
« Già. Anzi, perché non facciamo un bell’attentato a Riddle? »
« A furia di frequentare Dinamitarda Worthington hai un certo gusto per il pericolo, amico mio. » Milo digrigna i denti e mi dà uno spintone, costringendomi a non continuare, visto che la mia voce verrebbe coperta dal tonfo che faccio cadendo per terra.
« Coglione. » geme Carl. La Furia Rossa è tornata al 100%.
qualche giorno dopo /
Siamo ancora tutti vivi, dopotutto; forse è per questo che non ci tratteniamo con gli alcolici e ci divertiamo senza ritegno, facendo finta di non sapere che le ferite nei nostri animi e nella vita di alcune di noi non si rimargineranno mai più. Probabilmente fare questa stupida festa stasera é il modo meno pericoloso di riunirci, visto che la cricca di slytherin non si aspetterà di certo che abbiamo il coraggio di fare casino dopo tutto quello che è successo.
Le fatine non riescono a smettere di avere un’espressione depressa; non posso non giustificarle in effetti. Anzi, credo che sia per quello che ho una fitta allo stomaco che non mi abbandona da ieri. Isabel ciondola in giro, e stranamente sembra evitarmi; lei probabilmente è quella messa peggio, visto che rimarrà da sola a Hogwarts. O almeno, senza le sue amiche, quelle con cui ha passato tutti questi lunghi anni. Non credo che riuscirei a sopravvivere senza i miei due allegri compari.
« Silenzioooo! » urlo selvaggio, fonte da intercettare. Mi volto giusto in tempo per avere la seconda parte della versione scimmiesca di Sebastian, che si regge a malapena addosso all’accaldata Georgie. Oserei dire che é un déjà-vu. « Julia deve far un discorsoooo! »
Milo mi raggiunge con un sorrisino malefico su cui preferisco non interrogarmi, e ciondola il suo calice con grande soddisfazione.
« Per me è l’ultimo anno. Quindi devo salutare molti di voi. » Attacca Jules. « La cosa più importante, tuttavia, è che Fidelius continui. Per questo c’è bisogno di una persona che prenda il mio posto. Io, Georgie e Sebastian ci pensiamo già da un po’. Ed abbiamo deciso che il candidato migliore sarebbe Carlisle Hunnam. Sempre se accetta. »
Ma chi, il mio migliore amico? Mi volto automaticamente verso di lui, che guarda verso un punto imprecisato con la stessa espressione di uno spaventapasseri.
« Io… certo che accetto. È un onore che abbiate pensato a me, spero di esserne degno. » ribatte con il tono di chi ha appena preso il titolo di Ministro della Magia. Falso modesto.
« Brindisi, brindisi! » di nuovo l’esagitato Sebastian. Mi perdo la perla filosofica di Julia, mentre scatto verso Carl, che sta balbettando qualcosa di incomprensibile. Non credo che sia il mio status di lampione umano ad impedirmi di distinguere le sue parole. Ehi, sono amico di un pezzo grosso.
ancora qualche giorno /
Questo pianoforte ne ha viste di tutti i colori, compresi quelli del sedere di Julia Versten. Sollevo il lenzuolo polveroso che ho rubato in un dormitorio del secondo anno; si gonfia d’aria, e poi ricade sulle forme del mio compagno di tante ore. Se non ci fossi io, ad occuparmi di lui, chi lo farebbe? Non voglio immaginare la polvere che si attacca alle corde e ai martelletti, rovinandole per sempre.
Mi lascio sfuggire un sospiro, guardando un’altra volta fuori dalla grande finestra della stanza della musica. La botola cigola. Abbasso lo sguardo. Di nuovo la ragazzina Corvonero. Un urletto, e scompare. Dal rumore che ne segue, sembra che sia rotolata giù per le scale. Ciao ciao anche a te, spiona.
***
Chiudo ufficialmente lo scatolone in cui ho messo tutti i libri, e lo depongo con uno sforzo nel baule; non che mi piacciano gli sforzi fisici, ma preferisco non arrischiarmi, visto il mio talento magico non superiore a quello di uno scarpone. Fingo di non vedere la montagna di roba da sistemare che ho rovesciato sul letto, per non parlare della lista degli orari degli esami che é ancora attaccata sul comodino. Un disastro, come sempre, ma ormai non ci faccio più caso.
Il vero problema é l’umore di Carlisle, che tanto per cambiare si dà ai pomeriggi da pensatore, sdraiato sul letto con le mani intrecciate sullo stomaco. Non vogliamo disturbarlo, ma non é neanche possibile continuare così. Credo che abbia sprecato l’ultima energia vitale per fare dei test di fine anno degni, e ora si sia lasciato prendere dalla malinconia. Invece di sfruttare gli ultimi giorni con Jillian.
« allora, hai intenzione di marcire su quel materasso? » sbotta Milo, lanciandogli addosso un paio di mutandine, probabilmente dono galante di qualche ammiratrice particolarmente arrapata. Carl grugnisce e si sbatte un cuscino sulla faccia; eh no, che mi faccia il verso non sono pronto ad accettarlo. Non c’è posto per due orsi, qui.
Al posto di limitarmi agli oggetti, mi scaravento direttamente sul suo letto piantandogli le ginocchia nello stomaco.
« Ragazzo, se non scendi da questo letto con le tue gambe, sarò costretto a trucidarti a colpi di bacchetta! » dichiaro sollevandola sopra alla sua testa, e prendendo a percuoterlo con energia sulla mezzaluna rossa che spunta oltre il cuscino. Lo sento distintamente insultarmi attraverso le piume e il cotone.
Credo che questa si trasformerà nell’ultima rissa dell’anno, e che distruggeremo metà dei nostri bagagli. Già.
on the train /
Sono dovuto uscire a prendere una boccata d’aria. Prima che il treno partisse, sono dovuto scendere; quello scompartimento sarebbe stato letale anche per una zitella amante delle storie spaccacuore. E io, si sa, sono già abbastanza incline alla depressione senza espormi volontariamente alle radiazioni nocive di Jillian e soci.
Non vorrei essere preso per senza cuore. E’ che ho tanti, troppi bei ricordi legati a quelli che stanno lì dentro, e mi uccide vederli in uno stato del genere. Sì, sono un orso con l’anima.
« su, ragazzo, salta in carrozza! » sbraita un omaccione con i baffi a manubrio passandomi davanti, e sventolando una mano pelosa davanti al mio petto. Non credo che ci sia qualcuno abbastanza alto da sventolarmi la mano in faccia, dopotutto.
Con un salto – goffo, sì – recupero la mia postazione all’interno del vagone, e mi dirigo verso il nostro scompartimento, tentando di non farmi abbattere da una ragazzina corvonero bionda che passa correndo a tutta birra e urlando come una fuori di testa. Mi correggo, probabilmente è fuori di testa.
Dietro di lei, Norwood e Lewis si infilano dentro alla porta della toilette, e non ci tengo ad immaginare quale sarà la loro attività in equilibrio sopra un vespasiano puzzolente.
« allora, ragazzi, qualcuno ha voglia di biscotti? » trilla Isy mentre io abbasso la testa a sufficienza da poter entrare senza sfracellarmi il cranio. Apre sulle ginocchia un fazzoletto di tela, e prende a distribuire i suoi biscottini al cioccolato agli altri, che sgranocchiano in silenzio e con gli occhi bassi.
Milo. Carlisle. Ho come l’impressione che quest’estate sarà molto, molto lunga senza di loro. Per non parlare di Isy, che si ostina a stringermi la mano anche mentre scendiamo dal treno, fingendo di non ricordare che ci saranno i suoi genitori ad aspettarla; ma soprattutto i miei, che ormai erano convinti che fossi un’asessuato. Il binario è come sempre troppo fumoso e gremito di persone, tanto che riesco a prendere fiato solo alzando il mento.
« Isabel. » pronuncio in tono perfino più tetro del solito. Abbasso lo sguardo fino ad incontrare i suoi occhioni blu, che mi sorriderebbero anche se non riuscissi a vedere la sua bocca.
« finiscila, sono solo due mesi! » trilla allungandosi sulle punte dei piedi, mentre io mi abbasso e mi lascio dare un bacio sul naso. Sembra molto più felice di quanto non lo fosse dieci minuti fa. Probabilmente è perché c’è una donna minuta e non troppo più vecchia di lei che viene verso di noi di gran carriera. « é mia sorella .. devo andare. » aggiunge mentre mi aggancia il collo con le braccia, costringendomi ad accartocciarmi in avanti per regolarmi alla sua altezza. « se domani mattina non troverò la tua prima lettera sul comodino, mi offenderò tantissimo. Sappilo. » trilla come può trillare una fata minacciosa. Un altro bacio, e scappa verso la sua famiglia, che si è materializzata e mi fissa come se fossi un alieno.
Li ignoro; mi basta vedere Milo che saluta Bum-Bum Worthington per riprendere il mio sorriso beota di ordinanza. A meno che lei non faccia saltare in aria me. Carlisle non si vede. Neppure i miei genitori, in effetti, che dopo aver ricoperto di baci e abbracci la mia ragazza sono andati a salutare il loro vecchio amico non so chi, e sono spariti nel nulla.
« Eugene! » a proposito di Carl, ecco la sua consorte che mi chiama. Credo che questa sia l’ultima volta che la vedo. « volevo dirti addio. » mi dice stringendosi nelle spalle. Bella da spezzare il cuore, diceva Carl, quando non poteva mettere le sue luride manacce su di lei. Ora glielo spezzerà davvero, ma ciò non toglie che
« mi mancherai, Jillian. » rispondo stringendomi nelle spalle. Sorride e corre verso Carl, che la conduce verso la barriera con nonna al seguito.
Riprendo il mio carrello e lo spingo verso il muro di mattoni che ci divide dalla King’s Cross Babbana. Se i miei hanno trattato male il mio pianoforte, lo scoprirò nonappena rimetterò piede a casa. Ed è meglio per loro che sia tutto a posto.
Foresta Proibita.
Tutto quello che sento, adesso, è il mio respiro affannato.
Fino a trenta secondi fa facevo fatica a distinguere una voce dall’altra, e adesso sono persa in un oceano di silenzio. E’ quasi soffocante, sembra che le ombre si siano alzate dal terreno, gonfiandosi e dilatandosi fino ad inglobare qualsiasi cosa attorno a loro.
Mi faccio strada, affidandomi alla bacchetta che indica costantemente il nord, attraverso una fitta selva di biancospini che mi graffiano le gambe nude, strappando la seta non più immacolata dell’abito.
Se ne esco viva, la nonna mi ucciderà.
E se non lo farà lei, ci penserà la mamma.
Sento gli occhi bruciarmi, mentre mi arrampico oltre un masso che mi sbarra la strada. Ma chi me l’ha fatto fare? Voglio dire, sono una persona pacifica, io. Non ho mai dato problemi a nessuno, sono sempre stata una brava ragazza, studentessa brillante, figlia modello. Cosa ci faccio nel cuore della Foresta Proibita, senza avere la più pallida idea di come uscirne?
Il panico mi monta dentro, mentre un crack sordo alle mie spalle mi fa strillare per la paura. Mi rannicchio alle spalle della roccia, facendomi piccola piccola. Non è questo il momento di farsi prendere dal panico. Decisamente non è questo. Respiro a fondo, cercando di tranquillizzarmi.
La voce della nonna mi rimbomba nelle orecchie, stridula e irritata.
«Sei una McKanzie, per Diana! Non una mammalucca qualunque. Sei figlia di generazioni di grandi streghe e duellanti formidabili, non sarà certo un ammasso di alberi a fermarti!» No, certo che no. Gli alberi forse non mi fermeranno, ma le creature che nascondo forse si! Ma nessuno ribatte, questa volta, la voce si è spenta. Vorrei bene vedere.
Mi rialzo in piedi, scacciando l’ipotesi di essere impazzita completamente per aver accarezzato l’idea di parlare a una voce nella mia testa e stringo forte la bacchetta. Certo, se il mio fantastico albero genealogico potesse in questo momento accorrere il mio aiuto, non mi offenderei di certo.
Il crack si ripete, questa volta più deciso.
Trattengo il respiro, evocando silenziosamente un incantesimo di protezione che possa riflettere qualsiasi attacco magico e non. La magia brilla fioca, una sfera azzurrina che mi avvolge in un abbraccio confortante. Ma c’è ben poco di cui confortarsi, perché il crack si è trasformato in un leggero ansimare dietro il masso, in passi affannosi e frusciar di stoffa. Ho il cinquanta percento delle possibilità che sia un membro del Fidelius e altrettante che non lo sia. Posso aspettare che mi sorprenda qui, a tremare come un cucciolo spaventato, o recuperare tutto il coraggio che ho perso nel giro di un istante, quando un branco di centauri mi ha quasi ridotta a marmellata sbucando fuori dal nulla. Inspiro a fondo, facendo appello a tutta la forza che mi è rimasta per inginocchiarmi e sbirciare oltre la roccia: non vedo nulla, a parte una sagoma che si avventura furtiva tra i rovi dei biancospini. Un raggio di luna illumina una gonna color cipria e un boccolo biondo.
Il sollievo mi invade a ondate, mentre mi rialzo.
«Audrey» la chiamo, piano, per non spaventarla. La barriera si dissolve, dolcemente, non trovando più ragione d’esistere.
«Jill!» sobbalza lei. E’ pallida, un po’ sbattuta, ma sembra star bene. Per lo meno si regge ancora sulle gambe e non mi sembra ci siamo ustioni, bolle o piaghe. Mi avvicino a lei, stando attenta a non fare troppo rumore, e le getto le braccia al collo. Sorpresa, ricambia brevemente la stretta, prima di scostarsi, continuando a tenere le mie mani.
«Hai visto qualcuno?» chiede, nervosa, gettando continue occhiate alle sue spalle «Carlisle, Georgiana?»
Scuoto il capo, lo stomaco chiuso dalla paura.
«Nessuno. Stavo inseguendo la Traviston quando i centuari sono arrivati. Non ho più visto nessuno, da allora, sono scappati tutti» rabbrividisco all’idea. Lei annuisce brevemente.
«Tanto meglio» commenta, pragmatica «Con un po’ di fortuna ci hanno liberato la strada da eventuali professori e ficcanaso. Vieni, c’è bisogno d’aiuto»
Senza aggiungere altro, mi guida tra gli alberi senza lasciar andare la mano. Non consulta la bacchetta, non cammina alla cieca. Stiamo andando in un punto ben preciso. Da qualcuno.
Con un nodo in gola la seguo, stringendo forte la bacchetta e la sua mano, fino ad una radura isolata, costeggiata da un piccolo rigagnolo d’acqua accanto al quale giace Julia, immobile.
«E’ solo schiantata» mi precede il mio biondo angelo custode, mentre Sebastian sbuca da dietro un cespuglio, zoppicando vistosamente. Ci lancia un’occhiata sollevata, il volto esangue illuminato dalla scarsa luce. Un taglio gli corre lungo lo zigomo destro, ma non sembra sanguinare. Lascio la mano di Audrey, correndogli incontro.
«Fermo, non ti muovere» gli intimo «Fammi dare un’occhiata»
«Da quando in qua sei Medimago?» domanda stancamente, sedendosi con la schiena contro la corteccia di un albero.
«Devo ricordarti chi sono i miei genitori?» ribatto sottovoce, controllando il taglio per poi passare alla gamba «Però hai ragione, non sono un Medimago. Per questa non posso fare nulla, dovrai fare un salto in Infermeria. Lei come sta?»
«Si rimetterà» interviene Audrey «Sperando sia solo stata schiantata e non ci sia altro. Domani avrà un gran mal di testa, ecco tutto. Ora però dobbiamo portarla via da qui»
Si, ma come?
***
Infermeria.
Il viso della Mound è indecifrabile.
E’ china su Julia, che ora è stesa su un lettino, i capelli scuri sparsi attorno al volto pallido come un’aureola corvina, e la sta esaminando in silenzio. E’ palese che non è l’unica paziente che ha avuto nel corso della notte, miliardi di piccole rughe preoccupate le increspano la fronte, solitamente liscia e spianata; più di una brandina è nascosta da divisori accuratamente tirati, ma non si sente volare una mosca. La luce che illumina lo stanzone è fredda, metallica, tipica delle ore che precedono l’alba. L’aria non è fredda, ma continuo a tremare come se fossi rimasta per ore sotto la neve, è quasi imbarazzante, sento i miei denti battere violentemente al punto che persino la Mound si volta a scrutarmi, pensierosa. Mi punta un fascio di luce negli occhi, per poi decretare.
«E’ lo shock» si interrompe, spostando lo sguardo da alla mia amica «Non so cosa sia successo, stanotte, e non lo voglio nemmeno sapere, ma avete rischiato grosso. Se Armando sapesse cosa combinano i suoi studenti…» scuote il capo, sospirando. Nessuna di noi due osa respirare, mentre torna ad esaminarmi la faccia.
«Via, voi due state bene» indica me e Audrey, con un gesto stanco «Andate alla Torre e restateci, una bella dormita e domani starete di nuovo bene»
Non replichiamo, limitandoci a spostare contemporaneamente lo sguardo su Julia.
«Starà bene. Sarà nei guai, ma starà bene» fa schioccare la lingua contro il palato, spingendoci via. L’ultima cosa che riesco a vedere, prima che la porta si chiuda alle nostre spalle, è la chioma rossa dell’Infermiera che ci ha regalato la possibilità di scampare alle ire di Dippet e dei nostri genitori.
***
Ma ci pensa qualcun altro a bruciare la nostra chance, quando svoltiamo l’angolo per arrivare alle scale che portano alla Torre. La scuola è immobile, soffocata da una cappa di silenzio opprimente che non permette nemmeno al fioco russare dei quadri di scalfirne la superficie. Forse hanno incantato i saloni. Forse è solo lo shock che mi rende sorda, perché quando Martine Lewis ci compare davanti, in tutto il suo malvagio splendore, mi rendo conto che indossa ancora i tacchi vertiginosi che aveva al ballo e io non ho sentito nemmeno il più debole ticchettio. Mi sfugge un leggero gemito, Audrey singhiozza. La Lewis sorride dolcemente, gli occhi chiarissimi illuminati da un luccichio pericoloso. Per quanto sia innegabilmente bella, non posso fare a meno di trovarla mostruosa mentre ci viene incontro, avvolta nel suo meraviglioso abito da sera.
«Cosa abbiamo qui?» cantilena, inclinando leggermente il capo di lato «Due uccellini sperduti, forse?»
Le dita di Audrey mi stritolano la mano, esattamente come le mie stanno facendo alla sua. Nessuna delle due fiata.
«McKanzie» mi chiama, costringendomi a guardarla «Cosa ci fai qui, nel cuore della notte?»
«Torno alla Torre» ribatto, cercando di dominare la paura che fa sembrare le mie parole un pigolio tremulo.
«Le tue compagne di casa ci hanno fatto ritorno molte ore fa» commenta, fingendosi perplessa e picchiettandosi le labbra con le dita «Ti sei trattenuta con Salinger?» l’odioso sguardo smeraldino scivola su di Audrey, che automaticamente arretra di un passo.
«Siamo… siamo andate in cucina, alla fine del Ballo» mente, spudoratamente «Avevamo fame e non ci siamo rese conto del tempo che passava. Sa, gli elfi sono creature amabili ed estremamente servizievoli, non abbiamo resistito a una razza di cioccolata con dei biscotti.» Ti prego credici. Ti prego, dimostra che sei solo una povera oca credulona e lasciaci andare. E’ stupido sperare in una cosa del genere. Stupido e piuttosto ingenuo, da parte mia.
Soppesa le parole di Audrey, in silenzio, probabilmente chiedendosi per quanto tempo ancora torturarci prima di portarci da Dippet.
«E sei scalza solo perché i piedi ti facevano male, non è vero McKanzie?» indaga, sorridendo angelica. Annuisco, senza riuscire ad aprir bocca.
«D’accordo, capisco» sospira appena, facendosi da parte. Audrey trattiene il respiro. Non è possibile che ci vada tutto così liscio. No, non possiamo essere così fortunate.
«Strano però» riprende dopo qualche attimo.
Ecco, lo sapevo.
«Cosa, professoressa?» la voce di Audrey trema, ma è abbastanza salda da permetterle di formulare una frase coerente senza balbettare. Io non so se ne sarei capace.
«Non mi risulta che si debba attraversare la Foresta, per giungere in cucina» commenta, la voce che diventa parola dopo parola sempre più fredda e pungente, mentre la consapevolezza mi gonfia il cuore di paura. Lei sa. Lei ha sempre saputo. Le sa tutto e sta giocando al gatto e al topo, prendendoci in giro.
Chino il capo, mentre lei alza gli occhi dai nostri piedi sporchi di fango e dagli abiti stracciati, facendoci segno di seguirla.
«Sono sicura che il Professor Dippet sarà curioso quanto me di sapere cosa vi è successo mentre andavate a fare uno spuntino di mezzanotte.»
***
Presidenza, qualche ora dopo. «Non è ammissibile» continua a borbottare il preside, percorrendo in su e in giù l’ufficio con addosso una ridicola vestaglia di velluto rosso, un cappellino di lana con tanto di pon-pon in testa e ciabatte ai piedi «Non è assolutamente ammissibile una cosa del genere!» sbotta, guardando me e Audrey.
Siamo qui da ore. Il sole sta sorgendo, lo vedo sbucare all’orizzonte, sopra il lago, allungando timidamente i suoi raggi dorati verso il prato davanti all’ingresso. Siamo qui da ore e la situazione è sempre la stessa.
Che siamo nei guai, l’abbiamo capito.
Che chiameranno le nostre famiglie, l’abbiamo capito.
Che prenderanno seri provvedimenti, l’abbiamo capito.
La testa mi ciondola sulle spalle, inizio a far fatica a tenere gli occhi aperti. Audrey, al mio fianco, sbadiglia sempre più frequentemente. L’adrenalina si è consumata e ha bruciato tutta la nostra energia, lasciandoci completamente vuote e in balia della nostra stanchezza, della nostra paura, della nostra fragilità. Vorrei piangere, alzarmi e urlare che basta, lo sappiamo! Non siamo due idiote, ma a cosa serve tenerci in piedi a questo punto? Non arriverà nessuno prima di domani pomeriggio, a meno che non si faccia ricorso alla Metropolvere e non sono nemmeno sicura si possa utilizzare all’interno della scuola. E che comunque non consiglio a nessuno di svegliare la nonna all’alba, la reazione potrebbe essere alquanto violenta.
Eppure, mi limito a fissare il vuoto, riuscendo a cogliere una parola su tre. Dippet sta ancora blaterando su quanto sia scandaloso l’accaduto –per senza sapere cosa sia effettivamente successo-, quando chiudo gli occhi e crollo addosso a Audrey.
***
Infermeria, qualche ora dopo.
«Come ho fatto a dimenticarmi di Carlisle?» domando a Audrey per l’ennesima volta, angosciata, mentre corriamo verso l’Infermeria. Non abbiamo fatto in tempo ad entrare in camera e a farci un bagno, che subito siamo uscite di corsa, indossando la prima cosa che ci è capitata a tiro. Non mi stupirei affatto se indossassi i pantaloni del pigiama e la camicia della divisa. Quando la Mound ci apre la porta, però, non sembra affatto sorpresa di vederci.
«McKanzie, Salinger» ci saluta, sospirando. Occhiaie scure le cerchiano gli occhi, si vede che nemmeno lei ha avuto tempo di dormire stanotte.
Audrey, al mio fianco, è subito raggiunta da Peter, che la stringe in abbraccio protettivo. Sento gli occhi pizzicare, mentre cerco Carlisle, inutilmente.
La Mound, probabilmente impietosita dalla maschera di terrore che mi ha paralizzato il volto, mi prende gentilmente per un braccio e mi guida verso un angolo dello stanzone, dove intravedo la chioma fulva del mio Tasso, in netto contrasto con la federa immacolato del cuscino.
L’infermiera sparisce, mentre mi trascino stancamente fino ai bordi del letto e li cado sulle ginocchia, gli occhi ora definitivamente gonfi di lacrime; faccio per parlare ma un singhiozzo me lo impedisce.
«..mi spiace» biascio alla fine, accarezzandogli la fronte.
È così bello, in questo momento, che mi si stringe il cuore; sembra così fragile che ho quasi paura di sfiorarlo. Ritraggo la mano, incrociando le braccia sul materasso e affondandovi in mezzo la faccia. Vorrei solo che aprisse gli occhi e ridesse, come sempre, prendendomi in giro.
«Pulcino, piangi?»
La voce è la sua. Flebile, roca e impastata, ma la riconoscerei tra mille al mondo. Mi sollevo di scatto, strofinandomi gli occhi con la manica del maglione.
«No, certo che no» esclamo.
«Pessima bugiarda, amore» mi rimprovera, aprendo gli occhi. E’ sofferente, ma riesce nonostante tutto ad abbozzare un sorriso. Di nuovo, mi viene da piangere.
«Ehi, ehi!» mi rassicura «Va tutto bene! Non piangere, non..»
«E’ che mi dispiace!» sussurro, guardandolo tra le lacrima «Mi dispiace tantissimo, io avrei.. avrei dovuto stare attenta.. anche.. anche a te e..»
«Jillian, non dirlo nemmeno per scherzo» sembra sconvolto «Ha già del miracoloso che siamo usciti dalla foresta più o meno illesi» fa una smorfia, mentre cerca di mettersi a sedere ignorando le mie proteste «Perché stai bene, non è vero?» indaga, improvvisamente angosciato, scrutandomi il volto.
Scuoto il capo, senza riuscire a trattenere un sorriso. Il primo, dopo moltissimo tempo.
«Tutto a posto» mi allungo, baciandogli la fronte. Fa una smorfietta, un po’ di colore gli riscalda le guance.
«Sono stato una pessima ombra» commenta cupo, stringendomi una mano.
«Sono stato peggio io» una smorfia, e non sono sicura stia facendo dell’ironia «Ma vedo che non ne ho bisogno. Prima che mi addormentassi, hanno portato la Traviston, mezza morta, avvolta nello stendardo di Serpeverde. Una scena che avrebbe commosso anche Tu-sai-chi.» rotea gli occhi, senza curarsi di celare il disgusto. Non ce ne è bisogno, a questo punto, le carte sono state svelate e non c’è motivo di far finta che in questa scuola tutti vadano d’amore e d’accordo «Dovevi essere veramente arrabbiata, per averla ridotta in quello stato»
«Oh» commento, sorpresa «Veramente non credo di essere stata io, mi spiace deluderti. L’ho persa di vista, dopo un po’, mentre correvamo tra gli alberi. Sarà stata Georgiana, non lo so» scuoto il capo. Per quanto la Velenosa per eccellenza possa starmi antipatica, non credo che sarei riuscita a ridurla in fin di vita.
Annuisce, pensieroso. Poi, un lampo gli attraversa lo sguardo e la sua mano si stringe con forza attorno alla mia, fino a farmi male.
«Julia?» chiede con un filo di voce. Poche volte in vita mia ho visto una persona così tanto preoccupata per qualcuno. Se non fosse che è perfettamente comprensibile in questa situazione, potrei persino essere gelosa. Ma è Carlisle. E’ il mio, Carlisle, e ha un cuore grande al punto da voler bene a persone che conosce da poco e a cui è vincolato da un legame che avrebbe potuto evitare facilmente, se davvero avesse voluto. Ma non l’ha fatto, e ora il non sapere lo divora. Chi sono io per lasciare che la tortura non finisca. Chiudo gli occhi un attimo, stringendo forte la sua mano. Poi, inizio a parlare. Raccontandogli tutto quello che so.
Con la promessa da parte sua di riposare e non azzardarsi ad attraversare il castello per uccidere Riddle e la sua cricca seduta stante, lascio Carlisle a quello che spero sia un sonno senza sogni. Audrey sta tornando verso Peter, Aedan e Georgiana, tutti e tre pallidi e provati da quella che deve essere stata una notte infernale. La mia Caposcuola si tormenta le dita magre, senza però aprir bocca, limitandosi a sgranare gli occhi quando la bionda boccolona annuncia che abbiamo il permesso di vedere Julia.
«Carlisle vuole sapere come sta Julia» annuncio. La mia amica tira un sospiro di sollievo: se vuole sapere come sta lei, allora non è in una situazione così grave. Aedan, però, non è d’accordo. Protesta, ma debolmente. Stanco, anche lui, guarda me e la mia amica con stupore, nel sentire che siamo state noi a riportare la sua bella al castello. Poi, fa l’ultima cosa che ci aspettavamo da un principe del ghiaccio come lui: ci abbraccia, ringraziandoci.
Sento gli occhi pizzicare e mi affretto a seguire le due figure sfuocate davanti a me fino al letto di Julia. Bella e fiera anche nella caduta, la Grifona soffre, il volto pallido ricoperto da minuscole goccioline di sudore. Georgiana si morde le labbra, chinandosi su di lei per posarle una pezza sulla fronte, ma si ritrae quasi di scatto, irrigidendosi all’improvviso quando Julia schiude le labbra per mormorare qualcosa che non riesco a cogliere.
«Nel delirio, mi scambia per sua madre. L’infermiera ha detto che la febbre è molto alta, ma entro domani dovrebbe scendere. In un paio di giorni dovrebbe iniziare a riprendersi.»
Guardo Audrey di sottecchi, mentre ci avviciniamo al letto: è calma, non da segno di emozioni, ma potrei giurare che sotto la superficie ribolle un mare in subbuglio.
«Ida..» sussurra Julia.
Non posso fare a meno di rabbrividire, cercando la mano della mia amica che, prontamente, restituisce la stretta.
E’ straziante, non posso tollerarlo un minuto di più. Audrey mi cinge la vita con un braccio, sussurrandomi che si rimetterà presto e andrà tutto bene. Guardo Georgiana, sottile e indistruttibile accanto alla sua amica, e mi chiedo cosa avrei fatto io se ci fosse stata la ragazza al mio fianco in quel letto.
Quando facciamo ritorno nella Torre, non ho ancora trovato una risposta.
***
Cortile interno, la mattina dopo. Il viso della nonna è una maschera di rughe e severità.
Come al solito, la mamma e il papà non hanno potuto lasciare il San Mungo –pare che ci sia stato del rumore attorno al padre di Eveline Sanders, la principessa caduta delle onorevoli Serpi- e adesso sono sola a sopportare il suo sguardo glaciale e il suo silenzio carico di rimprovero.
McKanzie e Salinger sono stati i primi cognomi convocati sulla lista di Dippet, le prime vittime degli alti ranghi scolastici. Ho come il sospetto, però, che ai colloqui della Traviston, Norwood, Lywelyn e Jasper (ammesso ci sia, un colloquio per loro) non ci sarà l’amabile presenza di Martine Lewis a testimoniare come due studentesse di Corvonero si aggirassero per il castello ben dopo il coprifuoco in atteggiamenti sospetti e con gli abiti laceri. E con un macete sporco di sangue tra i denti, giusto per rendere più piccante la storia e più pesante la punizione.
Non ho idea di cosa sia stato detto, la dentro. Non ho idea di quanto grande fosse la spada di Damocle sul nostro capo, questa mattina, quando si sono riuniti per discutere del nostro immediato futuro.
Ho passato la mattina a consumare il pavimento della Biblioteca, facendo finta di studiare per gli esami. Audrey è scomparsa con Peter dopo la prima mezz’ora passata a sfogliare libri a vuoto e non l’ho più vista da allora, fino a quando una terrorizzatissima bimba che mi sembra faccia parte del Carlisle fan-club non è venuta a dirmi che “una signora mi aspettava fuori, nel cortile”.
Ed eccomi qua, in attesa di conoscere il verdetto della giuria.
«Jillian» esordisce alla fine, guardandomi con severità. Nulla, nel suo volto, lascia presagire a qualcosa di buono.
L’imputata Jillian McKanzie si alzi, prego.
Non rispondo, abbassando lo sguardo. Non mi lasciano fare gli esami. Sono stata espulsa in tronco, senza preavviso, senza possibilità di appello e di ripensamenti. Lo sapevo, lo sapevo.
«Jillian, mi auguro con tutto il cuore che tu abbia trovato il tempo per studiare, tra un’incursione nella foresta e l’altra» prosegue «Perché se la tua media non rasenterà l’eccellenza allora temo che questa sia stata una mattina ufficialmente persa.»
Alzo gli occhi, sentendo il sangue pulsare più forte. Non mi espellono. Posso fare gli esami.
«Ed è chiaro che avrai un richiamo ufficiale e che l’accaduto avrà relativa risonanza nel tuo avvenire, ma…»
Smetto di ascoltarla, in preda ad un’ondata di euforia. Già mi vedo tra qualche settimana a ridere di quanto è accaduto con tutti quanti, davanti ad una coppa di gelato da Florian. Io, Carlisle (perché figuriamoci se lo espellono, è una delle glorie della scuola), Milo, Eugene, Georgie e Julia, Audrey.. Audrey.
«E Audrey?» la interrompo, senza rendermene conto. Mi guarda irritata per un attimo, prima di riprendere a parlare.
«Come stavo dicendo, sia tu che la tua amica affronterete tutto questo assieme. Con un po’ di fortuna sarete nuovamente nella stessa Casa e…»
«Che sciocchezza nonna, certo che saremo assieme! Lo Smistamento c’è solo al primo anno»
«Ma si può sapere dove hai la testa, Jillian?» sbotta, stizzita «A Beauxbatons sarete smistate, esattamente come accade a tutti gli studenti che vi accedono per la prima volta. Ma tu guarda, non ascolta nemmeno, sua madre mi sentirà..»
Io, da parte mia, non la sento più. C’è una sola, enorme parola, che mi rimbomba nella testa. Beauxbatons. Ha il suono di una condanna.
Ha il suono dell’esilio.
***
Infermeria, una settimana dopo.
«Sicuro di aver preso tutto?» domando per l’ennesima volta a Carlisle, che sbuffa.
«Jill, tesoro, si!» ride «E anche se avessi dimenticato qualcosa, posso sempre tornare a prendermela quando voglio»
«Tu non metterai piede qui dentro per un bel po’» ringhio, senza riuscire ad essere veramente minacciosa. Ma il succo è chiaro: il mio ragazzo non deve più rimettere piede in infermeria, né da sano né tanto meno da malato. Non esiste proprio. Milo sghignazza, in piedi accanto ad Eugene che fischietta, perso nel suo mondo di pentagrammi e tonalità.
Dopo una settimana di degenza, Carlisle torna a piede libero. Le ustioni sul petto, che tanto avevano fatto preoccupato la Mound, se ne sono completamente andate, senza lasciare nemmeno una cicatrice, e non c’è più motivo per cui il mio ragazzo debba rimanere in isolamento.
Guardo con un sorriso l’enorme striscione che Milo sta facendo arrotolare con delicati colpi di bacchetta, segno di tutto l’amore e tutto il sostegno del Carlisle fan-club, e i mazzi di fiori che costellavano il suo comodino, ricoperto di biscotti e dolci sgraffignati in cucina. Il biondo orso dall’ugola d’oro li raccoglie goffamente, senza nemmeno provare a sfiorare la bacchetta, e precede i suoi due compari in corridoio, subito seguito da Milo.
«Allora, vieni?» domanda il moro, con un abbagliante sorriso.
Tutto questo mi mancherà, da morire.
Sospiro.
«Jill, tesoro» esclama, cogliendo la mia tristezza. Mi si avvicina, intrappolandomi in un abbraccio appassionato «Se bruci d’amore per me al punto da sospirare per un sorriso, molla subito questo damerino pel di carota e fuggi con me!»
«Giù le zampe» ringhia Carlisle «Tieni giù le tue manacce dalla mia ragazza»
«Altrimenti che mi fai?»
«Lo stesso che ho fatto a Norwood»
«Oh si, ti prego!» geme lui «Anche io voglio una scusa per fare gli esami in privato, tra un mese!»
«Vi muovete, voi due?» si lamenta Eugene, facendo spuntare la sua testona bionda dalla porta.
«Si, si, arriviamo!» riprende il rosso «Devo solo uccidere questo idiota qui»
«Carl, vecchio mio. Se non fosse che sei convalescente ti avrei già steso da un pezzo»
«Ti piacerebbe, Ashmore, ammettilo»
Oltrepassano la soglia, battibeccando allegramente. Rimango qualche passo indietro a guardarli: uno biondo, uno rosso e uno moro. Le tre persone più diverse di questo mondo, che però si sono trovate e sono ora inseparabili. Come fratelli, hanno condiviso ogni cosa, ogni gioia, ogni dolore, ogni sogno, ogni speranza. Come fratelli.
Li guardo mentre camminano felici, a tratti accennando un salto, a tratti voltandosi per guardarsi in faccia.
E io non sarò più con loro.
Il pensiero mi folgora, paralizzandomi completamente. Immobile, chiudo gli occhi, lasciando che una più profonda percezione della realtà prenda possesso di me: i rumori, i profumi. La pietra dura sotto i piedi, il cinguettare degli uccellini nell’aria quasi estiva, le risate dei ragazzi davanti a me, una porta che scricchiola, lo strillo di tre ragazzine del primo anno.
La triade di Tassorosso è tornata per calcare ancora i corridoi della scuola.
Io lo faccio in questi giorni per l’ultima volta.
***
31 giugno 1944, King’s Cross –Londra.
Isabel sbadiglia, sonoramente, accoccolata addosso a Eugene che, rosso d’imbarazzo, non riesce a smettere di toccarle i capelli.
«Odio questo viaggio» protesta lei, roteando gli occhi «Non finisce mai»
«Siamo quasi arrivati, invece» commenta Milo, la voce velata da un’impercettibile tristezza. Carlisle mi stringe più forte e io mi giro, affondando il volto nell’incavo del suo collo. Inspiro a fondo, riempiendomi del suo profumo e del suo calore. Giuro che non avrei mai voluto che finisse così. MAI.
La periferia semi-distrutta di Londra sfreccia fuori dal finestrino, senza nasconderci gli orrori che il mondo babbano ha scatenato sul pianeta, orrori a cui noi davamo relativa importanza, protetti nella nostra gabbia dorata.
Sento il mio ragazzo sospirare, man mano che il treno inizia a perdere velocità.
«Va tutto bene?» mi chiede, sottovoce. Annuisco, ma un nodo alla gola mi impedisce di parlare. Chipie miagola, dalla sua bella cesta di vimini; un incantesimo particolarmente difficile le impedisce di uscirne.
Ho come l’impressione di trovarmi a mille miglia di distanza, in un luogo al di fuori del tempo e dello spazio. Attorno a me ci sono montagne di ricordi che si accavallano, prepotenti, e la netta sensazione di essere arrivata ad un punto di svolta. Al secondo anno, tornando a casa a fine anno, ho passato buona parte del viaggio a tormentare Isabel chiedendole cosa provasse uno studente all’ultimo anno al suo ultimo viaggio di ritorno da Hogwarts. All’epoca ero perdutamente innamorata di un ragazzo del settimo, il Capitano della Squadra di Quidditch di Corvonero. Non era bellissimo, ma aveva qualcosa che mi impediva di non pensare a lui. Chissà, forse era il presentimento che probabilmente non lo avrei mai più rivisto a renderlo così assolutamente speciale ai miei occhi, perché adesso non c’è dettaglio che non lo sia. Il sole che bacia i capelli di Isabel, il broncio imbarazzato di Eugene e la melodia che canticchia sottovoce, la camicia con le maniche rimboccate di Milo, la pila di libri di Audrey, la sciarpa che Peter ha dimenticato di infilare nel baule e che se ne sta abbandonato sul sedile. Carlisle.
Le sue mani, che scivolano lungo la mia schiena e rimangono imprigionate tra i miei capelli, quel suo modo assolutamente unico di sollevarmi il volto premendo sul mento, con la punta delle dita, per poi rubarmi un bacio.
Il treno si ferma, con un sincronismo terrificante, nell’esatto istante in cui le nostre labbra si separano. Il chiasso nel corridoio esplode vivacemente, attorno a me un turbinio di piume, baule che lievitano e i lamenti di Eugene, che probabilmente è andato a sbattere contro il portabagagli o qualcosa del genere. Nel giro di un attimo, lo scompartimento è vuoto.
Ci siamo solo io e lui; io ho ancora gli occhi chiusi. Carlisle si alza, sono sicura che sta prendendo anche il mio baule.
«Jill..?»
«Un secondo» lo prego «Un secondo e arrivo»
«Ci vediamo giù»
Annuisco, mentre se ne va. Solo io, adesso.
Lame di luce trapassano i sedili di velluto color porpora, facendo danzare granelli di polvere attorno a me; nuvole di vapore piroettano fuori dai finestrini, simili a montagne di zucchero filato e panna montana.
Adesso mi alzo.
Prendo Chipie tra le braccia e faccio scivolare di lato la porta, esco in corridoio e scendo dal treno.
Per l’ultima volta.
C’è la nonna, che aspetta. Con il vestito buono e la sua espressione più severa, quella da portare abbinata alle perle che il nonno le ha regalato per il ventesimo anniversario di matrimonio.
La raggiungo, le do un bacio sulla guancia. Lei brontola qualcosa, poi Audrey, sorella e compagna di sventure, mi raggiunge con il suo caldo sorriso, che ricambio. Un attimo ancora e c’è pure Carlisle, che si trascina dietro un carrello con sopra i nostri bauli. Saluto Audrey, promettendole di scriverle non appena arrivo a casa, poi mi volto.
Il mio ragazzo mi stringe la mano, mentre inizio a camminare.
Non è stato un anno facile, ma è stato favoloso. Tante cose da ricordare, tante da dimenticare.
Jasper mi sfila accanto, alto e splendido come un dio greco; mi rivolge un’occhiata e quello che sembra un sorriso di scherno ma che forse, in fondo in fondo, è un addio che non si aspettava di dover dare adesso. Lo vedo correre via, verso i suoi Principi, verso la sua estate, verso il suo domani.
Vedo Julia e Georgiana che chiacchierano, in un angolo, vedo Aedan e Sebastian. Audrey segue mogia l’autista di famiglia, Isabel saltella dietro il suo orso buono dopo averne conosciuto i genitori, Opal avvampa quando Milo si china a baciarle la guancia e il giornale di un signore poco distante esplode; ma è solo un attimo.
Perché subito dopo, abbracciata a Carlisle, attraverso la barriera e mi lascio alle spalle un mondo intero che, quando rivedrò, se mai lo rivedrò, non sarà più lo stesso.
Lo giuro, non avrei mai voluto che finisse così.
Ma nemmeno nel più coraggiosi dei sogni e nella più sfrenata delle fantasie avrei saputo immaginare un finale migliore.
È la devastazione.
Ecco ciò che vedo in questo momento. Rami spezzati, alberi semicarbonizzati, e uno sgradevole odore di bruciato.
Distesa di fronte a me, Julia sembra dormire un sonno di pietra. Poco distante, Jillian cerca di fare il possibile per Sebastian, che per fortuna è in condizioni molto migliori.
La luce della luna permette di vedere e di orientarsi ma non mi permette di valutare i danni. Sembra solo svenuta a causa dell’incantesimo di quel subumano.
« Si rimetterà » dico, rispondendo alla domanda di Sebastian « Sperando sia solo stata schiantata e non ci sia altro. Domani avrà un gran mal di testa, ecco tutto. Ora però dobbiamo portarla via da qui. Lumos! »
La mia fedele bacchetta getta una luce dorata sul corpo di Julia. Sì, è stata schiantata da Riddle, ma non dovrebbe perdere i sensi così a lungo. A contrasto con la situazione, il suo bel viso è composto, ed i capelli appena in disordine.
Le tocco la nuca: deve aver battuto la testa. Sangue.
Mostro a Jill e Seb la mia mano.
« Dobbiamo portarla in Infermeria. » scatta lui, cercando di alzarsi in piedi.
Zoppica, ma si regge sulle sue gambe ed è in grado di camminare. Il taglio sullo zigomo è sparito grazie a Jillian. Ma si vede che è molto debole. Ha combattuto contro Dolohov, le sue forze sono allo stremo.
Tocca a me e a Jill.
« L’unico modo è farla levitare, e sorreggerla. » dice Sebastian « Ma dovrete farlo voi. Io non… »
Incantesimi? Jill riprende un po’ di colore sulle guance. E anche io mi sento sollevata: Incantesimi. Si può fare.
« Insieme, Audrey. Da sole non ce la faremmo. » mi sussurra.
Mentre castiamo l’Incantesimo di Levitazione, Sebastian ci osserva con un’espressione sconfitta. Credo che si senta impotente di fronte alla sua migliore amica, di fronte a lui, a un passo dalla morte.
« Seb, puoi stare davanti e fare strada? » domando.
Poco dopo ci stiamo muovendo verso il castello. Con alcuni semplici incantesimi del terzo anno, il Caposcuola di Grifondoro apre un corridoio libero da sterpi.
« Al diavolo i Centauri, al diavolo la Foresta, al diavolo tutto questo. » mormora, negli intervalli fra una fattura e l’altra.
Jill ed io ci scambiamo un’occhiata; vorremmo dire qualcosa, rassicurarlo, ma siamo così sature di emozioni, da riuscire solo a trattenere un pianto nervoso.
Alla fine, raggiungiamo l’entrata di Hogwarts. Distendiamo Julia su una panca imbottita, e Jill ne approfitta per controllarle il polso e le pupille. La fortuna di avere una figlia di Medimaghi come amica.
« Sebastian, torna in camera. Ci pensiamo noi. » inizia la mia amica.
« State scherzando?! Io non mi muovo! » esclama, con voce alterata.
« Non ti reggi in piedi. » intervengo, fredda. « E ti beccheranno. »
« Beccheranno anche voi. » risponde.
« I Salinger ed i McKanzie arrangeranno la situazione. Qui amano i purosangue, e noi… lo siamo. Abbiamo una vaga possibilità di farcela. Lo sai che Julia ti direbbe lo stesso. Vai. »
Non so dove trovo la forza per reggere il suo sguardo.
« Ormai siamo al sicuro. Qui non può succedere nient’altro. » ribadisce Jillian.
Sebastian accarezza il viso di Julia con una delicatezza che non gli avevo mai visto.
« Vado a cercare Georgiana, le racconterò l’accaduto. » sussurra, poi volge le spalle e si allontana.
La panca levita di fronte a noi, mentre ci dirigiamo verso l’Infermeria. Di fronte all’ingresso, sto per dire ancora qualcosa quando…
« Oh, ragazze. »
È la voce stanca dell’infermiera Mound.
« Che cosa avete fatto…» mormora, mentre distende Julia sul letto più vicino. « E lei, povera ragazza…»
Jill trema, e mi accorgo di non essere da meno. Spinta dalla paura, che resta ferma nel mio animo come una spina, dal nervosismo, represso fino ora, dalla rabbia, mai sopita, cerco la mano della mia amica.
Ci stringiamo in un abbraccio, che non ha nulla di felice.
È solo un modo per dirci senza parlare: “Siamo qui, insieme, siamo vive.”
Lo scontro. Julia e Sebastian. La gentilezza dell'infermiera Mound, che voleva farci sgattaiolare via. La freddezza di Martine Lewis, che ci ha beccate.
Sembra passato un anno da ieri sera. Invece non si tratta nemmeno di dodici ore.
Chiuse nel nostro bagno, io e Jillian piangiamo in silenzio, sedute una accanto all’altra sul bordo della vasca. Il bel vestito bianco di Jill è strappato lungo l’orlo, ed il mio macchiato di fango.
« Jill, i tuoi piedi. » dico, indicandoli. Sono sporchi, e feriti.
I miei sono ancora stretti negli scarponcini, in origine scarpe col tacco. In origine, prima della trasferta nella Foresta Proibita.
La mia amica si alza, solleva la gonna e li osserva. Poi fa un passo dentro la vasca ed apre l’acqua. Esco dal bagno, per prendere le camicie da notte in camera, e il flacone dell’acqua ossigenata. Jill intanto si toglie l’abito dalla testa, e apre l’acqua.
« Vorrei farmi una doccia. Ma prima di tutto vorrei dormire. » sussurra.
« Anch’io. »
Disinfetta le ferite e poi le cura con un incantesimo.
« A volte vorrei che non fosse mai successo niente. Ida, Julia, il Fidelius… »
Jill lascia cadere la bacchetta.
« Carlisle! »
Oddio. E Peter!
Trovo la mia metà in infermeria, dove ho accompagnato Jillian.
« Peter! » esclamo, quando lo vedo sano e salvo, accanto a Sebastian.
« Amore! »
Odio che sia così appiccicoso in pubblico, ma in questo momento non mi importa di nulla se non di abbracciarlo. Sebastian distoglie lo sguardo. In disparte, Aedan guarda fuori dalla finestra.
« Dov’è Georgiana? » gli chiedo. So che sta bene, ma mi sembra strano non vederla qui.
« Vicino a Julia. »
Dietro le tende tirate, si intravede la sagoma di una ragazza alta, seduta vicino al letto.
« Come stanno? »
« Georgiana sta bene, e Julia…» la voce gli si spegne « Julia ha la febbre alta. Delira. »
« Ha battuto la testa. Non è solo lo Schiantesimo. » poi aggiungo « Non possiamo entrare? »
Sebastian fa un cenno di diniego.
« Solo Georgiana. Puoi provare a chiedere all’infermiera. »
Mi stacco da Peter e cerco la signora Mound.
« Vorrei vedere Julia. »
« Mi dispiace, cara. Non è possibile. »
C’è del dispiacere sincero nella sua voce.
« Senta, è probabile che io venga espulsa. E così anche Jillian. Vorrei almeno che ci fosse concesso di vedere la nostra amica. »
Non so se stiano contemplando l’espulsione, Dippet, la Lewis e compagnia, ma basta che lei ci creda e ce la lasci vedere. Anche se mi spiace ingannarla.
« E va bene. Ma solo voi tre. Nessun altro. Niente studenti maschi. È chiaro? »
« La ringrazio. »
Avrei voluto spingermi più in là e chiedere che anche Sebastian e Aedan la potessero vedere, ma non è il caso di buttare al vento ciò che ho ottenuto. Perlomeno possiamo dare una mano a Georgiana.
Jillian riappare fra noi.
« Carlisle vuole sapere come sta Julia. »
I ragazzi mi guardano curiosi.
« L’infermiera ha detto che possiamo entrare, ma solo io e Jill. »
« Voglio vederla anch’io. » afferma Aedan « Perché non mi è permesso? »
« Loro l’hanno riportata qui. » mormora Sebastian « Hanno fatto tutto il lavoro, viste le mie condizioni. »
L’espressione di Aedan muta all’improvviso, e si avvicina a noi; temo quasi che stia per fare un gesto inconsulto, ma lui si protende verso di noi e ci abbraccia.
Poi ci lascia andare, e stringe la mano a Sebastian.
Non dice una parola, ma credo che in questo momento sarebbe chiedere troppo.
Entriamo nella barriera di tende.
Georgiana ci guarda, sorpresa.
« Abbiamo il permesso. » le dico.
Julia è pallida, il viso sudato. Indossa una camicia da notte bianca, il cui colore quasi si confonde con quello della sua pelle nivea. A tratti, è scossa da un tremito.
Georgie si china su di lei, passandole una pezza umida sulla fronte.
“Mamma…”mormora il capo del Fidelius.
Georgiana si irrigidisce per un momento, poi si rivolge a noi:
« Nel delirio, mi scambia per sua madre. L’infermiera ha detto che la febbre è molto alta, ma entro domani dovrebbe scendere. In un paio di giorni dovrebbe iniziare a riprendersi. »
Io e Jillian ci avviciniamo.
« Ida… »
Jill rabbrividisce, e mi stringe la mano. Io ricambio la stretta.
È terribile vederla in questo stato.
« Audrey, ho parlato con il preside e tutto il consiglio degli insegnanti. »
Mio padre ha mollato tutto per venire qui. Forse in condizioni normali ne sarei quasi felice. Non ha mandato mia nonna come al solito. Ma avrei di gran lunga preferito zia Diane.
« Potrai terminare l’anno. Darai gli esami come tutti i tuoi compagni. »
Trattengo il fiato.
« Tuttavia, ti è caldamente raccomandato di pensare ad una nuova scuola per il prossimo anno. »
« Mi espellono? »
« Non in modo ufficiale. Avrai un richiamo, s’intende. L’accordo è stato stipulato in forma privata fra me, i McKanzie ed il collegio docenti. »
« Quindi anche Jill…? »
« Anche la tua amica, sì. »
Siamo sotto la mia quercia.
Mio padre fuma un sigaro. Credo che sia arrabbiato, ma anche deluso; non mi capisce, non capisce l’ultimo legame fisico che lo lega a mia madre.
Gli esami siano andati come siano andati. Quest’anno potrebbero essere anche stati un disastro, ma per me non significherebbe nulla.
Siamo sul treno che ci riporta a Londra. L’Espresso di Hogwarts sferraglia allegro.
« Fra poco arriveremo al binario 9 e ¾, nella stazione di King’s Cross, Londra. » strilla l’altoparlante.
Riprendiamo i nostri bagagli dalle reti sopra le nostre teste, e ci prepariamo.
Con uno stridio di freni, ci fermiamo. Iniziamo ad uscire con tutta la fretta di chi non vede l’ora di iniziare le vacanze. Mi sembra ovvio che non possa filare tutto liscio. Mentre cerco di scendere ai gradini, mi scivola il libro che stavo leggendo in treno.
A salvarlo da una brutta fine sotto i piedi di un branco di Serpeverde, una ragazza con i capelli scuri e un viso da principessa. So che è una Corvonero, l’ho già vista un paio di volte in Sala Comune, e che il suo nome è Elinor.
« Tieni. Certa gente non ha proprio rispetto. » mi dice, porgendomelo.
« Grazie. E sì, certa gente non sa proprio cosa sia. »
« Infatti. Fa piacere vedere alcuni di loro un po’… provati, ecco. Ringrazierei chi li ha conciati così. » risponde, lanciandomi uno sguardo eloquente.
« Mh, credo proprio che potresti farlo. Grazie ancora, e buone vacanze! » la saluto, notando Jillian che mi fa segno di avvicinarmi.
Sua nonna, la terribile signora McKanzie senior, è accanto a lei e la sua espressione è a dir poco battagliera.
« Audrey, ti presento mia nonna. Nonna, lei è Audrey Salinger. »
« Quindi sei la figlia di Mr. Salinger! Ah, cara, tuo padre è un vero gentleman. » inizia, cordiale « Comunque l’avete combinata grossa, e credo proprio che sarete castigate a dovere. » conclude, furibonda.
Jill sembra imbarazzata, ma non ce n’è motivo. Sua nonna è venuta a prenderla. Io ho l’autista che mi aspetta, tanto per dimostrare quanto mio padre ci tenga a me.
Ignoro Mrs. McKanzie e abbraccio Jill.
« Ti scrivo appena arrivo. E poi, dobbiamo organizzarci per il prossimo anno. » le sussurro.
Il prossimo anno. Beauxbatons. Non Hogwarts.
Mentre mi allontano, saluto con un gesto la mia amica, sua nonna e Carlisle, che le ha raggiunte nel frattempo.
Affido i miei bagagli a Bob, l’autista.
« È pronta a tornare a casa, signorina Salinger? »
« Certo, Bob. Andiamo. »
Ammetto che non mi pare di aver mangiato cartone, ieri sera; eppure la sensazione nella mia bocca è esattamente quella. Sento la lingua secca, fastidiosamente appiccicata al palato, per non parlare del gusto disgustoso che mi prende la gola e il naso. Ed il mio letto; sento ogni singola molla conficcata nel fianco, cosa che non è mai successa nell’intero anno scolastico.
Socchiudo le palpebre. E vengo travolta dal bianco gelido di una stanza che in un primo momento non riconosco; sarà che forse sono mezza accecata, come se fossero giorni interi che non apro gli occhi.
« alla buon’ora! » gracchia una voce che inizialmente non riconosco. Finché non compare un grembiulino dello stesso orrendo bianco disinfettato davanti alla mia faccia, e poco più in alto il cappellino squallido dell’infermiera Mound.
Sono in infermeria.
In un flash, per la precisione un flash violetto, ritorna alla mia mente la notte nel bosco, la McKanzie, e quel cretino di Antonin Dolohov.
« ti hanno portata qui cinquantuno ore fa, cara. »
PIU’ DI DUE GIORNI FA? Provo ad aprire la bocca per esprimere tutto il mio disappunto, ma quello che mi esce è solo un conato di vomito. Automaticamente, mi sporgo sul catino di metallo che è appoggiato di fianco alla mia branda, davanti al comodino.
« non provare a parlare. Qualche malandrino ti ha praticamente squagliato l’apparato digerente, è un miracolo che non abbiano deciso di portarti al San Mungo. » è solo quando me lo dice che sento una fitta fortissima allo stomaco. Riaffondo la testa nel cuscino, e chiudo gli occhi.
Due giorni, dunque. E visto che io sono qui, è sicuro che siamo stati beccati. Cosa che non doveva succedere, affatto. Sento l’infermiera che sbatte boccette e bicchieri, ma non ho la forza di darle una sberla sulle gambe per allontanarla.
La testa mi ricade di lato; di fianco a me, c’è una fila di pazienti stesi sui loro letti.
Sento delle voci attutite dietro la porta; non mi sembrano quelle dei miei genitori, ma in effetti visto che non mi hanno portata in ospedale dubito che verranno. Meglio così, mi basterà l’estate di inferno che sto per passare.
Chiudo gli occhi, onde evitare di dover parlare con qualsiasi insegnante o simili che abbia intenzione di interrogarmi. Devo prima progettare una scusa decente, comprendetemi.
(.sei giorni dopo)
« No, Signor Preside. » certo che non avevo intenzione di uccidere, vecchio idiota. E anche se, di certo non verrei a dirtelo. Mi sto torturando le dita sotto la scrivania; sono stata tra gli ultimi della nostra allegra compagnia ad avere un piacevole colloquio con suo splendore Armando Dippet, che non fa altro che farmi domande cretine con cui rispondo a monosillabi.
« per che motivo vi siete sfidati? Avreste potuto farvi male! » noi volevamo farci male, scemo.
« Preside, io ho solo seguito le persone che andavano nel bosco! Ho pensato che avrei potuto evitare un litigio, e alla fine mi sono fatta male solo io! » gli rispondo con il tono più lamentoso che riesca ad ottenere, con gli occhi che mi si riempiono di lacrime in dieci secondi. Ah, adoro essere un’ottima attrice.
Sembra convinto, stranamente. Si alza in piedi, spostando verso di me una pergamena con un grosso sigillo verde smeraldo.
« è una copia del suo richiamo ufficiale, già recapitato ai suoi genitori, miss Traviston. » fa una pausa, come ad attendere che io scoppi in lacrime. « L’anno prossimo non potrà andare ad Hogsmeade né partecipare ad altre gite della scuola. Insomma, rimarrà qui a riflettere su quello che ha fatto. » sorriso acido da preside bastardo. « Può andare. »
Faccio una riverenza e me ne esco, appallottolando il foglio che segna la mia morte tra le dita. Qualcosa mi dice che l’anno prossimo sarà molto divertente; per me, almeno.
(.tre settimane dopo, a metà giugno. )
Una settimana e me ne tornerò a casa. Non so se esserne felice, visto che tutta la scuola tratta me e gli altri ‘del ballo’ come un’appestata – Lywelyn e Blackster comprese, cosa che mi fa imbestialire, visto che ci é mancato tanto così che anche loro ci lasciassero la reputazione. C’è da dire che a casa i miei mi sbucceranno viva, quindi non so cosa sia peggio.
Ho l’impressione che quest’anno i miei voti saranno ben più bassi di quanto avevo pronosticato; mi siedo per terra, con la schiena contro il muro, fuori dall’aula sigillata prima della lezione di Trasfigurazioni. Tutti attorno a me ripassano freneticamente per il compito finale, evitando accuratamente di posare i loro adorabili occhi su di me. Edward non si presenterà neppure, a meno che non decida di fare una comparsata finale; la sua influente mammina ha chiesto di fargli sostenere gli esami in forma privata quando si sarà ripreso dallo ‘stress psicologico a cui è stato sottoposto’.
Dopo questo, mi mancherà soltanto aritmanzia e avrò dato fondo a tutte le mie energie per l’anno scolastico. Anche se immagino che non riuscirò ad ottenere più di una fila ordinata di A, che mi comunicano che sono fuori da praticamente tutte le materie del secolo e farei prima a ritirarmi per evitare l’umiliazione di seguire soltanto storia della magia come materia curricolare.
Lascio cadere la mia borsa su un banco. In prima fila, tanto nessuno mi aiuterebbe mai a copiare. Da quando ho causato un mezzo cataclisma e ho messo metà scuola in pericolo bocciatura, sono praticamente un’isola. Ci saranno cinque persone che mi parlano per non insultarmi, ed una lo fa solo perché è nelle peste quanto me. Si chiama Lenore Swart, e non ho idea di come farà a passare i M.A.G.O. Piego la testa sul foglio che Silente mi consegna insieme ad uno sguardo di rimprovero. Ok, dev’essere un compito da E. O non uscirò mai da quest’inferno.
*
Io non passo da un ragazzo all’altro. Sono i ragazzi che passano per me. No, non in quel senso. Nel senso che si stufano subito; io non sono capace di dare loro la relazione tranquilla e sicura di cui hanno bisogno, di lasciare loro il loro spazio, di farmi gli affari miei ed essere pronta quando mi vogliono. Sono io quella con le esigenze; gli altri si devono adattare a me.
E’ che mi affeziono troppo, e sbaglio ogni volta.
Jeff sta studiando come un pazzo, con la testa china sulle pagine del suo libro di incantesimi; deve fare tutto quello che non ha fatto quest’anno nel poco tempo che gli è rimasto prima di domani.
Gli poso le mani sulle spalle, con cautela; ci vogliono dieci secondi perché se le scrolli di dosso, e mi lanci uno sguardo sbilenco, ritornando sul suo libro con la fronte aggrottata. Ci mancava solo che avesse le scatole girate lui; ’unico motivo che avevo ancora per alzarmi alla mattina e non spaccare la faccia a quel brutto grugno lurido di Deirdre é il suo buonumore che mi aspetta in sala grande insieme ad un croissant alla marmellata.
« che succede? » sibilo senza staccare gli occhi dalla sua nuca e dai capelli castano scuro, l’unica parte di lui che posso vedere dalla mia posizione. Si volta appena, guardandomi con la coda dell’occhio; sbuffa, impaziente. Fa cadere la penna d’aquila tra le pagine del libro, e si volta verso di me.
« Violet. » mugugna appena. Dal canto mio, rimango ferma dove mi ha esiliata, aspettando che sua maestà decida di potermi prestare cinque secondi di attenzione senza fare il nervosetto. « finiti gli esami ... non torno ad Ayr. » non mi guarda; ma non me ne rendo conto subito. Non capisco cosa intenda.
« vai a fare un viaggio? »
« no. » la sua sedia striscia all’indietro, di modo che abbia il posto per girarsi verso di me. E continuare imperterrito a non guardarmi. « mi trasferisco in india. »
« DOVE?! » sbotto senza neppure dargli il tempo di finire la frase. In un solo istante, tutti i miei progetti estivi crollano sotto il peso della sua prima occhiata, del color cioccolato che ho adorato sin dal primo momento.
« non urlare. » mi zittisce con il tono piatto che usa quando si innervosisce. Non gli do modo di continuare, filando dritta nei dormitori delle ragazze; sono ufficialmente una deficiente senza alcun motivo sensato per continuare a vivere.
(.qualche giorno dopo)
Ritornerò nella mia stanza con il pacco di appunti che ho recuperato dai vari idioti che me li hanno chiesti in prestito durante l’anno. Tra due giorni sarò su un treno che mi riporterà alla civiltà, lontano da questa scuola del cavolo e dai suoi professori ancor più del cavolo. I miei esami da E quest’anno saranno un disastro, non riesco a pensare ad altro.
La McKanzie e le sue amiche fatine l’anno prossimo verranno mandate a Beauxbatons. Edward si è dato alla macchia. Hunnam è un maledetto che non pagherà mai le conseguenze di quello che ha fatto.
E io ho un’estate da passare chiusa nelle mie stanze a tormentarmi e studiare, per salvare il salvabile a settembre, se mai verrò ammessa al settimo.
« Violet. » sibila Tom, in piedi davanti a tutti noi, nella solita stanza dietro alla statua di goblin. Buia, come sempre, visto che le candele che accendiamo non bastano mai a fare più che distinguere i contorni di persone e oggetti. Alzo la testa, come ad attendere un ordine; mi fa cenno di avvicinarmi. Mi alzo a fatica, facendo leva sulle braccia, e mi sposto di un paio di passi verso di lui.
« Attenzione. » sibila mentre la sua mano pallida mi si stringe attorno al braccio, affossandosi nella mia carne; mi fa male, ma non glielo dico. Anzi, non lo guardo neppure. Non so cosa voglia da me, e mi fa paura la sola idea di essere in piedi davanti ad una decina di persone che si aspettano chissà cosa. « D’ora in poi é lei quella che vi dà gli ordini. Violet Ophelia Traviston. » davanti a tutti, mi chiama con il mio nome completo. E ghigna. Capisco quello che ha detto, ma non sono sicura che faccia sul serio; cosa vuole da me? Che eredi il suo potere all’interno della scuola? Ma se non riesco neppure a farmi obbedire da quattro idiote del primo anno!
Gli altri sussurrano, mi lanciano occhiatacce. Io prendo il coraggio tra i denti e mi volto verso Tom, con tutta la perplessità che sono capace di mostrare.
« Ti seguiranno anche in capo al mondo. Gliel’ho detto io. » non vuole rassicurarmi. Vuole solo ricordarmi che il capo, quello vero, è solo lui. « Sentirai presto parlare di me, e allora ti rivorrò al mio fianco. E sai che non accetto no come risposta. » Il cuore mi batte a tutta velocità mentre annuisco debolmente, e lo fisso finché non mi lascia andare il braccio, ora decorato allegramente da cinque belle strisce rosse.
Si volta verso il muro e comincia a trafficare, gesto che significa che possiamo andare. Non voglio ricevere complimenti. Lo sguardo inorgoglito di Lenore, l’aria spaventata di Jeff. I principi, trasaliti ed offesi; avranno un anno per mettersi in pari con tutti i torti che mi hanno fatto ... ma non sanno ancora quanti io ne farò a loro.
Ho il potere. Si chiama Morsmordre.
(.in treno)
Mi sveglio per colpa del rumore del baule che mi balla sopra la testa. Catherine dorme con la bocca aperta e la testa che affonda nel sedile imbottito, e per una volta non si preoccupa del fatto che i suoi capelli siano tutti spettinati. Al suo fianco, c’è la sciarpa di seta rosa di Ashleigh, probabilmente emigrata alla ricerca di un bagno o di compagnia maggiore di due che dormono.
Metà dei serpeverde ora mi guarda con la reverenza che avrebbe sempre dovuto mantenere nei miei confronti, e che poco furbamente mi ha negato. Peggio per loro. Solo Jeff ha continuato a tenersi prudentemente alla larga; ogni tanto mi lasciava un biglietto di scuse sul letto, ricordandomi che gli dispiace, che a me ci tiene veramente, ma l’occasione di andare a fare lo spezzincantesimi laggiù è troppo grossa per lasciarsela sfuggire e bla bla bla.
Guardo fuori dal finestrino; non è difficile riconoscere Londra che si sta avvicinando, o meglio, noi che ci avvicinamo a lei, passando per i sobborghi che la circondano. E’ un peccato che i babbani non possano vedere l’Espresso, immagino che rimarrebbero strabiliati da un treno così bello. Allungo un calcio sugli stinchi a Cate, che si sveglia grugnendo.
« su, stiamo arrivando. » le grido, facendola sobbalzare ulteriormente. Mia madre mi ha già preannunciato che mi distruggerà appena arriveremo a casa, io figlia degenere che non ha mai imparato a comportarsi come si deve. Mi alzo in piedi, prendendo a sistemarmi gli orli della camicia e la gonna blu che dà tanto un’aria nobile. “Quella che dovresti avere sempre, contessina Violet Traviston, ma che ti ostini a camuffare con i tuoi atteggiamenti da bifolca lasciva!” , aggiungerebbe la cara mamma.
Il treno prende a rallentare. Fuori dai finestrini appaiono i primi genitori che agitano le braccia; ancora non distinguo la feccia babbana terrorizzata da chi è abituato a stare al 9 e ¾. Mi allungo per tirare giù il baule e, evitando per un pelo i piedi di Cate che ancora si sta sfregando gli occhietti, esco nel corridoio del treno, già gremito di bambini che pigolano e idioti tassorosso che si prendono a pacche sulle spalle.
Ci fermiamo. Siamo arrivati.
Aspetto che le Corvonero che si sono messe a piangere davanti alla porta si levino di mezzo, e poi esco, tarscinandomi dietro il mio bagaglio. I miei genitori e i miei fratelli non appaiono all’orizzonte; sono preoccupata sopratutto per Egbert, che l’anno scorso è riuscito a lasciare la sua civetta sul treno e quasi a farla ripartire per Hogwarts.
« V. » una voce familiare a pochi metri da me mi costringe a voltarmi; sapevo che si sarebbe fatto vivo in ultima, tanto per darmi la mazzata finale. Senza neppure pensarci, la mano mi scatta verso i capelli, e comincio ad arrotolarmi una ciocca attorno al dito, tirando fino a farmi male.
« Dimmi, Jeff. » gli dico tentando di rimanere il più fredda e lucida possibile. Certo, bello stronzo. Riconosco i suoi genitori che vengono avanti alle sue spalle; è la copia al maschile di sua madre, per non parlare di suo fratello.
« Volevo salutarti. » per sempre. Non lo aggiunge, ma so che lo sta pensando. Sorrido, e gli allungo una mano; ben tesa, come se dovessimo stringere un contratto.
« Ciao, allora. » gli rispondo tranquillamente, per quanta fatica mi costi fingere di non avere il cuore come un colabrodo. Sembra perplesso; allunga la sua mano scura verso la mia, e me la stringe con poca convinzione, per poi finire per allungarla e sfiorarmi il braccio.
« Dài, smettila! » lo rimprovero facendo un mezzo passo all’indietro. Suo padre lo chiama. Alzo una mano, la faccio oscillare in aria mentre si allontana.
Già. Si allontana. Chissà se mi scriverà un gufo, dal lontano Oriente.
« Violet, tesoro! » trilla mamma, precipitandosi verso di me in uno dei suoi soliti turbini di seta, oggi color acquamarina, e prendendo a sistemarmi il colletto della camicia. Mio fratello si sistema gli occhiali sul naso, tanto per cambiare. Mia sorella Ariel fa la timida e tuffa la testolina contro il collo di papà.
31 giugno 1944; Volto le spalle all’ultimo stralcio di Hogwarts. All’anno prossimo.
<<GIULIETTA: O Romeo, Romeo! Perché sei tu Romeo? Rinnega tuo padre; e rifiuta il tuo nome: o, se non vuoi, legati solo in giuramento all'amor mio, ed io non sarò più una Capuleti. ROMEO (fra sé): Starò ancora ad ascoltare, o rispondo a questo che ha detto? GIULIETTA: Il tuo nome soltanto è mio nemico: tu sei sempre tu stesso, anche senza essere un Montecchi. Che significa "Montecchi"? Nulla: non una mano, non un piede, non un braccio, non la faccia, né un'altra parte qualunque del corpo di un uomo. Oh, mettiti un altro nome! Che cosa c'è in un nome? Quella che noi chiamiamo rosa, anche chiamata con un'altra parola avrebbe lo stesso odore soave; così Romeo, se non si chiamasse più Romeo, conserverebbe qella preziosa perfezione, che egli possiede anche senza quel nome. Romeo, rinunzia al tuo nome, e per esso, che non è parte di te, prenditi tutta me stessa. ROMEO: Io ti piglio in parola: chiamami soltanto amore, ed io sarò ribattezzato; da ora innanzi non sarò più Romeo. GIULIETTA: Chi sei tu che, così protetto dalla notte, inciampi in questo modo nel mio segreto? ROMEO: Con un nome io non so come dirti chi sono. Il mio nome, cara santa, è odioso a me stesso, poiché è nemico a te: se io lo avessi qui scritto, lo straccerei. >>
***
Sospiro.
Ho letto tutto d'un fiato questo brano a Julia,lasciandolo scivolare morbido fra le piaghe della sua mente vigile, sperando che davvero lei potesse sentirlo con tutto il cuore che ci ho messo io.
Comincio ad essere stufo di tutto questo detto non detto, delle leggende metropolitane, delle cose che non capisco per il semplice fatto che la gente non voglia farmele capire.
Che la Versten abbia qualcosa contro i Serpeverde l'ho ben capito e non mi stupisce. Ma non immaginavo che una mia parentela potesse allontanarla così tanto da me.
La cosa mi devasta, quando forse non dovrei prenderla in questo modo. Cosa Julia mi abbia realmente fatto non so dirlo.
Una cosa la so per certa. Quella ragazza mi ha completamente, irreversibilmente catturato nella sua rete.
Punto importante, accettare quell'invito.
Quello scarabocchio a matita che vorrei leggesse con lo spirito giusto, con tutta quell'angoscia mista a rabbia, mista anche a qualcosa di dolce di cui non conosco esattamente i contorni per poterli saggiare, che ci ho messo io.
Ho bisogno di vederla. Ho bisogno di parlarle. E, la cosa che mi spaventa più di ogni altra cosa forse, è il fatto che il bisogno più grande, quello senza nome che urla continuamente martoriandomi il cervello è che deve credermi. Quando mi sorge questo dubbio....mi manca l'aria. Un brano che tiene in sè molti pensieri riconducibili al mio. Molti. Forse troppi. Ho davvero bisogno, ripeto, che lei lo capisca. E questa ostinazione che sento, a volte, è snervante. Solo perchè non comprendo ancora, fino in fondo, che cosa significhi. Che cosa comporti. O forse solo, perchè mi trovo in un limbo. Un limbo dove risposte non ce ne sono. Un limbo freddo come le terre dei ghiacci.
Il suo. Il mio. “Se mi credi, se mi hai capito, voglio vederti. Domani alle 10 p.m., nell’aula di Musica.
Aedan”
Il biglietto usato come segnalibro per il brano che le ho chiesto di leggere, o meglio, di ascoltare. Una cosa un pò sciocca, forse. Bambinesca, magari.Ma è stata la trovata più geniale che il mio cervello, già abbastanza martoriato, potesse trovare, indi per cui, ritengo in primis di doverla apprezzare nonostante la banalità estrema.Ore 22. Ore 22. Che vuoi che sia. Devo aspettare SOLO fino alle dieci di stasera. Ma dico io. Potevo pensarci un attimo e darle un appuntamento per un orario più decente. Perchè diamine mi son convinto a darle l'appuntamento così tardi..ci penso.
Ah già. Il via vai di gente che, almeno spero, dovrebbe essere notevolmente dimezzato per quell'ora consentendomi la possibilità, della quale necessito, di parlare con lei. Parlare finalmente senza mezzi termini. Senza mezze parole. A me non importa scavare nella sua esistenza. Mi rendo conto lentamente che a me importa di lei. Sempre, solo, completamente, di lei.
Raggiungo l'aula di musica con leggero anticipo. Forse pensando che, nell'effettivo, una buona compagnia dettata dalle note di un pianoforte potrebbe essere la cosa migliore. Problema, grosso. Nei momenti di frenesia/nervosismo, mi capita di comporre delle canzoni, più o meno forti. Più o meno articolate. Ma mai, mi era capitato di sedere allo sgabello e lasciare scivolare le dita sui tasti d'avorio producendo melodia PER UNA persona. Mai.
Non l'ho mai fatto per il semplice motivo che non ho mai sentito sensazioni così forti per qualcuno in grado di poter creare melodie tessendo archi di fiaba fra le note di uno spartito invisibile che solo il mio cervello conosce. Possibile che mi sia rimbecillito a tal punto?
Non lo faccio vedere, questo è certo. Ma cosa è questo rodo dentro che sento. Questa voglia di urlare alla luna ogni notte come se una maledizione si fosse impossessata del mio corpo.
Cosa è questo fuoco che mi brucia le viscere pulsando dal ventre allo sterno, producendo questa sensazione fastidiosa e piacevole al tempo stesso. Che mi assale lambendo il mio essere. Cullandolo nel silenzio e nella valle del dubbio senza possibilità di uscita. E mentre le mani scivolano sui tasti con velocità sorprendente la mia mente viene fermata da una musica dolce. Una musica dolce che deriva proprio da quel tormento che pensavo di sentire.
Il fuoco, il silenzio, la notte maledetta, hanno prodotto un suono dolcissimo. Un suono che ha sapori di favola e luoghi ben lontani dai segreti custoditi fra queste mura. Un suono che ha il sapore di me e di lei. Ma soprattutto di lei.
E mentre chino lo sguardo sull'ultimo re composto da una mia mossa, mi ritrovo a sospirare, immaginandomi come sarebbe se....se. E una voce mi riporta alla realtà. "Quale è il titolo di questa meraviglia?"- mi volto, giusto in tempo per scorgere la Versten che chiude l'uscio alle sue spalle, fissandomi.
Mi sollevo, guardandola a mia volta in quelle iridi gelide così simili alle mie, ed al tempo stesso così diverse. "Julia. Si intitola Julia."
« Complimenti, Georgiana. »
Hogwarts non è mai stato un posto, per me, degno di una qualsiasi nota, che di merito o meno. Questa scuola mi è indifferente come tutto ciò che la riguarda - e sì, mio fratello Dorian ha ragione, parlo proprio come mio padre. Parlo proprio come un'innamorata della mia Durmstrang. E lasciarla - e costringermi a lasciarla, è stata davvero una cattiveria. Soprattutto ora che stavo per imparare a castare incantesimi non verbali molto più avanzati di quelli che ho imparato a controllare, soprattutto ora che io e il professor Ebersbacher ..beh, eravamo arrivati ad un punto abbastanza critico della nostra "relazione", se la vogliamo esattamente chiamare così. Di Hogwarts non mi sono mai interessata, sono arrivata qui con la convinzione di finire quest'ultimo anno e pochi mesi senza distrarmi, senza fermarmi, cercando di farmi pesare di meno il tempo che devo passare qui - cercando di lasciarlo scorrere più velocemente. Ma, ora, la mia attenzione è stata catturata da qualcosa di più divertente del il mio soggiorno obbligato: o almeno, da qualcosa che lo renderà estremamente più piacevole. Duellare è sempre stato, per me, più che un passatempo: e dire che a Durmstrang non abbiamo mai avuto l'idea di fondare questo ufficiale 'Club dei Duellanti', al massimo tra noi studenti ci si divertiva, in gruppi piccoli o ampliati, non abbiamo mai avuto bisogno dell'ufficializzazione. E la Caposcuola, sotto questo punto di vista, ora che sono lontana da Alexander o Valentie, sembra fare al caso mio.
Scivolo via, dopo aver lanciato uno sguardo al ragazzo che Georgiana ha mandato al tappeto in un colpo solo: è deluso, ma sembra del tutto consapevole, come se già si aspettasse la fine del suo coraggioso incontro, la fine con il culo per terra.
« Entschuldigu- ..ehm, Georgiana Harrington? » cerco di attirare la sua attenzione, dopo essermi avvicinata; spero, più che altro, di aver pronunciato per bene il suo nome, tanto per evitare di fare magre figure i miei primi giorni, con qualcuno della casa in cui sono stata smistata, d'altronde. Preferirei di gran lunga parlare tedesco, ma qui ho l'impressione che non mi capirebbero, perciò, tenendomi il mio ancora raccapricciante accento, devo abituarmi a parlare l'inglese - oppure condannarmi ad un esule silenzio.
« Si? » lei si volta, poco dopo. Per lo meno non posso rimproverare agli studenti di qui di essere scortesi.
« Ti ho vista duellare ..sei stata sorpr- sorprendente » maledette paroline complicate.
« Grazie! Sei la ragazza che hanno trasferito da Durmstrang, non è vero? »
« Jawohl, e devo ancora imparare a scandire bene i vostri vocaboli. »
« Capisco che dev'essere difficile abituarsi a parlare un'altra lingua così improvvisamente ..se hai bisogno di una mano, sono il tuo Caposcuola, vieni da me quando hai bisogno. » sorride. Oltre che una brava duellante, puo' vantarsi di essere la prima persona a starmi veramente a genio qui dentro.
« Una cosa, ci sarebbe ..che dici, me lo concedi un duello, un giorno di questi? »
***
Datemi pure della sentimentale, ma Durmstrang - e tutti quelli che le sue mura ora nasconde, mi mancano da morire; a partire da Alexander, Valentie, e il professor - non so ancora perchè mi costringo a chiamarlo professore, Ebersbacher. Le lettere settimanali con i primi due non mi bastano, il silenzio dell'oramai implicita rottura con il terzo tanto meno. Non che io lo amassi, chiariamoci - non che sia mai riuscita ad amare qualcuno veramente, ma lui è stato una provvidenziale, bellissima e altrettanto breve avventura che mi ha aperto gli occhi, allontanandomi dai ragazzini che ero solita frequentare prima di lui.
Qui, comunque, me la vedo grigia: oltre Georgiana non ho ancora rivolto parola a nessuno, e lo stare in silenzio così tanto, non avere qualcuno con cui parlare, qualcuno oltre me stessa,mi destabilizza leggermente. Qualcuno una volta mi ha detto che alla fine mi sarebbe successo: di fare i conti con me stessa, dico. Di dovermela cavare da sola, in un modo o nell'altro, di capire che nulla mi è dovuto, di dover sopportare l'idea che prima degli altri, sono io che devo conoscere me stessa. Beh, il suddetto qualcuno comunque poi è caduto accidentalmente dalla scopa durante il suo simpatico allenamento: perchè se c'è una persona che mi conosce più di tutti, sono io. E la maggiorparte della gente recepisce solamente il 20% di quello che sono, è da sempre stato così, da sempre credono di sapere, da sempre io glielo lascio credere - purchè non mi si dica che non conosco me stessa. Affido la mia pergamena per Val ad un barbagianni, in Guferia, e spero che batta abbastanza velocemente le ali, e spero che le mie notizie arrivino agli altri prima di stasera, e che prima di domani sera io abbia ricevuto la mia meritata risposta: questa piccionaia puzza, terribilmente, ma la vista che offre sul panorama scozzese è altrettanto terribilmente mozzafiato. Non so da quanto tempo sono affacciata, con il vento leggero che mi accarezza il viso, ma so di non essere sola quando, ad un certo punto, qualcuno mi tocca la spalla, appena. Colta di sorpresa, mi volto: non riconosco immediatamente Garet Haslett come il ragazzo che Georgiana ha messo al tappeto, ma tuttavia non mi ci vuole molto per ricordarlo, ancora scosso, bell'e disteso sul pavimento.
« Tutto bene? » domanda, cortese, ritraendo la mano dopo poco.
« Oh, ja ..ero un po' pensante »
« Pf, vuoi dire che eri un po' persa nei tuoi pensieri? » mi corregge, con l'accenno di una risata breve, placida.
« Naturlich » scuoto appena il capo; meglio che mi ci abitui.
« Tedesca, eh? » domanda, socchiudendo le labbra in un sorriso. Forse vuole mettermi più a mio agio: ammetto che ci sta riuscendo.
« Qualcuno ha studiato lingue, eh? » gli rispondo, con un accenno di sarcasmo.
« Voi mangia-krauti siete tutti così simpatici? » mi redarguisce, con un sorrisetto scettico.
« Dimmi, mister Waddiwasi, sei qui per mandare un gufo o per criticare le abitudini dei singoli gruppi etnici? » preso in contropiede - alleggerisce un po' il proprio sorriso, abbassando gli occhi, ma poco dopo torna a guardarmi, sprezzante.
« Mando un gufo ..vuoi che ti accompagni, dopo? Non vorrei ti perdessi.. »
« Oh, che pensiero gentile ..potrei accettare e darti la soddisfatta di guidare questo giro turistico per Hogwarts, ma ho da portarmi avanti con il programma ..che peccato, nevvero? » lo prendo in giro, prima di voltargli le spalle, con un sospiro, incominciando ad incamminarmi verso l'uscita: qualche passo, poi gli faccio un cenno a mezz'aria con la mano.
« ..darti la so-ddi-sfa-zio-ne, signorina, la soddisfazione! » mi corregge prima che possa uscire.
Sorrido tra me e me, ritornando al mio silenzio, con la meta implicita della sala comune: la situazione comincia a diventare un tantino più colorita, e non è male, come cosa.
È un momento tranquillo.
Ed ha lasciato Violet. E Scarlett è pronta a prendere il suo posto, dopo essere diventata la sostituta ufficiale di Eve.
Sbuffo, annoiato dal compito di Pozioni. Che voglia: devo enunciare e descrivere i quindici modi d’uso del Siero Obtortus. Li conosco a menadito. Ma scrivere è un altro paio di maniche.
Seduto nella Sala Comune, mi lascio dondolare all’indietro. Tutti gli studenti del quinto e del settimo sono intenti a ripassare, studiare e quant’altro. Jefferson Lennard leggiucchia il tomo di Incantesimi senza eccessiva gioia, mentre Klaus McDowning, accanto a lui, ripassa Trasfigurazione e ogni tanto lo guarda in adorazione.
Violet entra, e, nel vedermi, alza gli occhi al cielo; il suo viso si contrarrebbe in una smorfia di disgusto, se non fosse una vera lady inglese.
Una distrazione dallo studio, ecco quel che mi ci voleva. Mi alzo e vado a sedermi accanto a lei. “Buongiorno, Traviston.”
“Buonasera, Lewis. Fra poco si cena, se non te ne sei ancora reso conto.”
Ah, la piccola vipera del mio cuore è tornata, dopo essersi raddolcita nei miei confronti si è trasformata ancora in un Basilisco. “Allora…buonasera. Come vanno le cose?”
“Se l’amico Norwood ti ha mandato a controllare come sto, cosa di cui francamente dubito, ti assicuro che non mi sto struggendo di dolore.” No, direi proprio di no. È bella e curata come al solito, e, per quel che ne so, le ragazze depresse per amore tendono alla trascuratezza. Ho anni di esperienza, sì. “Dunque, hai già trovato qualcuno per sostituire il mio fedifrago amico?”
“Non sono per niente affari tuoi.”
“Oh, andiamo…un po’ di pettegolezzi non fanno mai male.”
“Deirdre ti caverebbe gli occhi se ti vedesse mentre parli con me.”
“Carina come mossa per mandarmi via. Sappi che io faccio ciò che voglio, mia piccola goccia di fiele.” Dall’espressione del suo volto, tutt’altro che amichevole, capisco che sta per coprirmi di insulti…anzi, no. Sarebbe più nel suo stile gelarmi con una frase, una sola ma detta con tutto l’odio di questo mondo.
L’arrivo di mia sorella la interrompe. “Jasper, lascia in pace la signorina Traviston. Ne ho già viste abbastanza triturate dalle tue mani.”
“Non c’è pericolo, professoressa.”ribatte Violet.
Martine scoppia a ridere. “Jasp, stai perdendo il tuo tocco?”
“Quello mai. È solo che Traviston è immune al mio fascino, ecco il mistero. Cosa ci fai qui?”
“Devo parlare con Morkan, un tuo compagno. Rischia la bocciatura in Aritmanzia, a giudicare dai voti del mio predecessore.” Le indico un ragazzo alto e dinoccolato [Morkan è il Cercatore di Serpeverde, fra l’altro], che sta facendo bisboccia con il suo gruppo, e Martine si allontana.
Prima che possa rivolgerle la mia attenzione, Violet Traviston e già in piedi e si dirige verso il dormitorio femminile.
Eve non tornerà più.
Me lo ripeto da una mezzora. Da quando l’ho saputo da Deirdre, ieri in riva al Lago Nero, questo pensiero vaga nella mia mente, frammisto alle solite considerazioni scolastiche e\o sentimentali.
Eve non tornerà più.
All’improvviso, avverto un senso di vuoto.
E un’altra sensazione. Di cambiamento.
Sono cambiate così tante cose quest’anno…tutto è iniziato come al solito, ma poi il Destino ha iniziato a giocare con noi, intrecciando e disfacendo i fili delle nostre vite.
Io ho combinato disastri a non finire, iniziando con Belinda per concludere con l’episodio di Pennington. Ed ha iniziato la sua personale ricerca della verità. Deirdre ha dovuto affrontare il mio tradimento, la lontananza di Eve, l’arrivo di Violet Traviston.
E poi, Tom Riddle. Tom Riddle, questo ragazzo con il viso aristocratico di un principe e l’anima nera di un demone. Tom Riddle che ci ha illuminati con la sua luce, che ci ha infuso nuova speranza nei suoi, nei nostri ideali di purezza.
Tutti questi pensieri mi attraversano la mente mentre la voce monotona di Ruf si dilunga nello spiegare le vicende della Settima Guerra dei Goblin contro i Folletti.
Fuori dall’ampia finestra gotica, una pioggia battente scroscia sul Parco e sul Campo di Quidditch. Questo clima uggioso mi invoglia al sonno, e invece, penso con un brivido, oggi pomeriggio mi attende un allenamento.
Fra le altre cose, abbiamo bisogno di un nuovo Cercatore. Forsythe, dopo aver cercato di far fuori il suo collega Grifondoro che gli aveva rubato la più bella testa di ricci biondi della scuola[ammirevole intenzione, ma forse un po’ troppo plateale il gesto di farlo precipitare da trenta metri], era stato sospeso e in seguito ha continuato a studiare in privato. Morkan, il suo sostituto, è un buon giocatore, ma il suo rendimento scolastico è in crollo libero e quest’anno ha i G.U.F.O., dunque deve smettere e concentrarsi sullo studio. Quindi siamo senza Cercatore, alè.
“Ha smesso di piovere. Il fango la fa da padrone, ma perlomeno ha smesso di piovere.”mi dice, Somerville, il capitano della squadra, accogliendomi con una pacca sulle spalle. “Facciamo la solita partitella d’allenamento. Fai il Cercatore, intanto che aspettiamo di trovarne uno decente.”aggiunge.
Due ore dopo torno negli spogliatoi decisamente malmesso e con un male incredibile alle gambe. I Cercatori hanno proprio una vita grama. Mi rilasso sotto la doccia più del solito, e quando ne esco per andare a cambiarmi, ci sono già un paio di giocatori di Corvonero. Micheal Parker e Aedan Lywelyn. “Ciao Aedan!”lo saluto con cordialità. “Salve Jasper. Come va?”
“Non c’è male grazie. E tu? Ti stai ambientando?”
“Abbastanza. Non mi perdo più per questi labirintici corridoi, il che è già quacosa.”
“Tua sorella mi pare che si trovi benissimo qui.”
“Ha sempre desiderato studiare ad Hogwarts.”dice, mentre indossa la divisa blu. “Odiava Durmstrang.”
“La capisco! È un posto provinciale…”affermo.
Finisco di rivestirmi e mi infilo il mantello, salutandolo e uscendo nell’aria fredda per tornare a scuola.
Lancio, nel vero senso della parola, la borsa sul letto. Edward, immerso nella lettura di un dizionario di gaelico, inarca le sopracciglia e mi fissa. “A volte sei di una grazia…”dice sorridendo. “Lo so, neppure la regina d’Inghilterra può competere. Vuoi smetterla con il gaelico? Tanto Scarlett lo conosce benissimo.”
“E allora? Se conosco due parole, tanto meglio, no?”
La mia innata pigrizia non mi consente di dare risposte affermative. “Scarlett ti cercava, a proposito. Per il compito di Incantesimi.”
Oggi non ho proprio requie.
Ho lasciato Damian ai suoi pensieri. Stringo ancora fra le mani la sciarpa di Aedan, mentre mi dirigo verso la mia camera. Mi tolgo la giacca leggera ed i miei immancabili stivali e mi lascio cadere sul letto.
Angela, la mia compagna di stanza, mi apostrofa così: “Hai un sorriso da gatta che si lecca i baffi. Qualcosa da dichiarare, Versten?” Scuoto la testa, mentre mi alzo in piedi. Angela si sta pettinando la frangetta davanti allo specchio, e aggiunge: “A proposito, Sebastian è passato a cercarti, un’oretta fa.”
Mai che riesca a rilassarmi un momento. Avrei solo voglia di un bagno caldo, ma mi sembra chiaro che dovrò aspettare.
Scendo in Sala Comune e cerco Sebastian: non c’era quando sono entrata, né è riapparso nel frattempo. Mugugno qualcosa[nulla di elegante o di appropriato per le labbra di una fanciulla, questo è certo], e mi preparo alla sua ricerca.
Sebastian, Sebastian. Dove potrai mai essere?
Mi torna in mente che al momento ha una riunione con Silente per discutere dell’organizzazione della Casa di Grifondoro, nonché una serie di altre amenità riguardanti Hogwarts.
Bene, sono di nuovo in giro per la scuola, da sola. Il rumore della pioggia scrosciante mi disillude: un giro nel Parco o nel Campo di Quidditch sono fuori discussione.
Sono combattuta: Georgiana in questo periodo è occupatissima, non so se potrei andare a disturbarla. Senza contare che nella Sala Comune di Corvonero c’è un’alta probabilità di incontrare il proprietario della sciarpa che al momento è avvolta intorno al mio collo.
Vago per i corridoi del castello, scegliendo le zone meno frequentate. Alla fine, mi ritrovo in Aula di Astronomia, a osservare il cielo notturno con uno dei telescopi che di solito usiamo durante le lezioni pratiche. “Oh, abbiamo qualcuno che si interessa di Astronomia, sì?”dice la voce del professor Crale alle mie spalle. “Salve, prof. Disturbo?”chiedo. “No, fai pure. Sono solo venuto a prendere un libro. Per la prossima lezione del sesto anno.”risponde, mostrandomi un enorme tomo, intitolato ‘De Planetibus’.
Si appoggia alla balaustra della finestra. “Tutto bene?”
Se fosse una qualsiasi altra persona [a parte le note eccezioni] a farmi una domanda del genere, l’ennesima sul tema, credo che sbotterei, nel migliore dei casi. Nel peggiore, potrei mettermi a urlare. Ma con Crale ho un rapporto particolare, forse perché anche lui è un ibrido, né umano né creatura magica, bensì entrambe le cose. Con Georgie ridiamo sempre perché lei è la cocca di Silente, mentre io lo sono di Crale…a rigor di logica, dovrebbe essere il contrario!
Così dico: “Vado avanti, e tutto torna a posto, pian piano.”
Crale mi sorride con gli occhi, anche se il suo viso resta immobile.
***
Ho passato la mattinata a crogiolarmi al sole, sul molo del lago. Sul tardi, Carlisle mi ha raggiunto e abbiamo scambiato due parole, grazie alle quali mi sono resa conto di quanto faccio preoccupare le persone che mi stanno accanto…brava, Julia.
Poi lui è andato a pranzo e io sono stata intercettata dalle mie compagne di stanza. “Ti abbiamo coperto, Jules!”annuncia Angela. “Certo però che se tu te ne vai in giro per il Parco…” “Donna di poca fede!”replico, indicando un drappo damascato. Il Mantello dell’Invisibilità fornitomi da Peter. Mi copro per bene e ce ne torniamo al dormitorio. È sempre strano vedere le persone, senza essere visti a nostra volta. Nella nostra Sala Comune, l’unico ad accorgersi di qualcosa è Seb. “Dite alla vostra compagna di stanza, Julia, che devo ancora parlare con lei…”ulula, sottolineando il mio nome. Non riuscirei mai a farla franca con lui, e non ci spero neppure. Ne sa una più del diavolo.
Una volta in stanza, indosso la divisa per le lezioni del pomeriggio e mi ripresento giù, millantando una ripresa della mia salute. Avevo bisogno di starmene un po’ da sola, stamane, dopo gli avvenimenti dell’altrieri.
Ma ora avrei bisogno di parlare con Georgie, dopo un giorno e mezzo che non la vedo. Ieri non avevamo lezioni in comune, ed in più dovevo preparami per l’interrogazione di oggi pomeriggio. Antiche Rune, aspettami.
Entro nell'aula e mi fiondo accanto alla mia migliore amica, imponendole, perentoria: “Non azzardarti ad uscire senza di me, dopo la lezione. Devo dirti una cosa.”
“Jules, questo tono da pettegolezzo non è da te, mi sconvolge. Sicura di star bene?”mi domanda con un’espressione perplessa. “Ah, no. Non ne sono per niente sicura.”
La nostra conversazione viene troncata dall’arrivo della professoressa Winckelman. “Versten, Mapplethorpe e Prentiss. Deliziateci con le vostre traduzioni!”esclama l’insegnante.
La Winckelman mi ha in simpatia, questo è chiaro. Per quale motivo, non saprei. Forse perché sono una delle poche che riesce a seguire i suoi voli pindarici.
L’interrogazione si chiude con il massimo di voti per me ed i miei compagni, coronato da un sorriso soddisfatto della professoressa mentre riporta i voti sul registro. Poi l’ora finisce e siamo liberi. “Georgie, ti va se andiamo in Sala Grande?”
“Questa suspense mi uccide, Jules. Vada per la Sala Grande.” Ci sediamo un po’ discosti dagli altri studenti. Davanti a noi appaiono due tazze di thé ed un piattino di biscotti.
Sospiro. “Georgiana.”
“Sì, Jules?”
“Aedan Lywelyn mi ha baciata.”
Georgie resta immobile per qualche secondo.
Poi dice: “Che cosa?”
“Aedan Lywelyn mi ha baciata.”
“Ho capito, ma come è successo?”
Racconto in breve i fatti, mentre l’espressione attonita non accenna ad abbandonare il volto della mia amica. “Non so cosa dire. Sai chi è sua sorella, vero? L’ultimo acquisto dei Principi.”
Annuisco. "È stato inaspettato. Non premeditato.”dico.
Georgiana è poco convinta.
E ad essere sincera, non è che io lo sia molto di più. “A proposito, sai per caso di cosa mi deve parlare Sebastian? Riguarda per caso lui ed una certa persona di mia conoscenza?” Georgiana e Garet si sono lasciati da poco. Seb è partito all’attacco in tre secondi netti. E io sono un po’ preoccupata. Anche se, sotto sotto, sono contenta per tutti e due.
***
L’amore è più un problema che altro.
Ne sono sempre più convinta.
Sto tornando verso il castello dopo aver lasciato Peter con la sua ragazza: l’espressione di Audrey era tutto tranne che amichevole, quando mi ha vista.
Così metto un passo in fila all’altro e mi dirigo in Sala Grande. Spingo la porta ed ecco un’apparizione divina: Sebastian che parla con Damian. Non appena mi vede, saluta il mio compagno di squadra e mi fa segno di avvicinarmi.
Mentre mi siedo vicino a lui, il mio migliore amico fa apparire un bicchiere di latte caldo per me. Appoggio accanto a me giacca e sciarpa: proprio su quest’ultima scivola lo sguardo di Seb. “Allora. Incontri ravvicinati con il Corvo dagli occhi di ghiaccio?”
“No.”
”Non più, vuoi dire. O non ancora, dopo l’ultima volta.”
Damian gli ha detto tutto. Stupida io a non dirgli di tenere la bocca chiusa. Chissà come ha presentato i fatti a Sebastian. “Jules, ti rendi conto di quello che stai facendo?”
“La verità è che non lo so neppure io, se ti interessa. E tu, ti rendi conto di quello che stai facendo a Georgiana?”
Inarca le sopracciglia, sentendosi colpito. “Lei non ha fratelli o sorelle che sono nella cricca di Riddle.”
Stringo il bicchiere fra le mani, con uno scatto convulso. Seb se ne accorge, e mi passa un braccio intorno alle spalle, stringendomi a sé. Poi mi bacia sui capelli. "È difficile.”dico. “Molto di più. È doloroso. A volte perfino sfibrante.”
“Che coppia che siamo. Se ci fidanziamo fra noi forse risolviamo, cosa ne dici?”
“No, non mi sembra il caso. Io non potrei più passare per l’insospettabile dongiovanni di Grifondoro, e tu non saresti più la mangiauomini, mia degna compagna di avventure. Beth mi ha detto che girano voci anche di una tua storia con Crale. Ci credi?!”
“Eh, magari.”
“Julia!”esclama. “Ma sto scherzando! È un bell’uomo. Non pensi?”
“Mah. Le mie preferenze si orientano più sulla Merrythought. O sulla Lostum, ecco. Ma anche la Bonnet e la Winckelman, una ventina d’anni fa…”
“Sei incorreggibile!”
Per fortuna, aggiungo fra me. Per fortuna che ci sei tu, Seb. E Georgie.
Come farei senza di voi?
La sfera d'acqua si solleva perfetta davanti al volto di Julia, catturando la luce del sole e riflettendola attorno a sé, simile ad una piccola stella evanescente. La ragazza inclina appena il capo di lato, qualche ciocca castana le scivola dolcemente sulla guancia prima di dondolare nell'aria fresca di metà mattina mentre mi avvicino in silenzio.
«Sei l'ultima persona che pensavo di trovare qui, Jules» la canzono, stiracchiando un sorriso sornione.
Lei non sobbalza, ma la sfera d'acqua assume le forma del mio volto prima di iniziare a ruotare vorticosamente su se stessa e trasformarsi in una lenta spirale in movimento.
«Potrei dire lo stesso di te, Carlisle» ribatte lieve, seguendo i movimenti sinuosi dell'acqua.
«E' una mattinata troppo bella per passarla in classe» le dico, con una scrollata di spalle.
Il vento si agita tra i suoi capelli, scompigliandoli dolcemente, mentre mi siedo in cima al piccolo molo. Il lago si allunga davanti a noi, fino all'orizzonte, senza che si possa nemmeno intuirne la sua fine: un panorama di cui non mi stanco mai, nemmeno dopo sei anni in cui è rimasto sotto i miei occhi immutato.
«Come stai?» le domando dopo qualche attimo.
La Grifona inspira a fondo, mentre chiude la mano a pugno e la sfera d'acqua inizia a roteare su se stessa come impazzita.
«Bene»
«Bugiarda» sospiro, scuotendo appena il capo «Non sei capace di mentire.»
Lei tace, abbassando lo sguardo e la mano, lasciando che la sfera torni al lago, con un delicato gocciolare.
«Sarà» ribatte scrollando le spalle «Fattostà, però, che ho bisogno di crederlo» ispira a fondo, distendendosi sul legno e guardando il cielo con gli occhi socchiusi, mentre dondolo i piedi sfiorando la superficie del lago con la punta delle scarpe. Sono tante le persone che non sanno dare il giusto valore ai silenzi. Quella breve sequenza di attimi privi di suono che si susseguono nel rapido intervallo tra due respiri, due battiti, due frasi: c'è qualcosa di magico, nel silenzio, che sfugge ai più.
«Non è meraviglioso?» commenta dopo qualche attimo, con aria quasi sognante.
«Che cosa?» mi appoggio sugli avambracci, offrendo il viso al sole.
«Il silenzio.»
Ecco, Julia fa parte di quel ristretto circolo di persone che capiscono quello che intendo. Le sorrido, senza aggiungere altro.
«Quasi dimenticavo» aggiunge voltando il capo verso di me «Come sta Eugene?»
«Meglio, indubbiamente» mi scappa un mezzo sorriso «Ha ripreso a tenere il muso a me e a Milo, direi che si è ripreso abbastanza»
«Ottimo» un sorriso le tira le labbra, mentre volta il capo in modo tale da posare una guancia contro il legno; un guizzo divertito le attraversa gli occhi «E per quale inenarrabile motivo vi tiene il muso?»
«Ragazze» le rispondo criptico, sghignazzando senza ritegno «E' il modo più sicuro per metterlo in imbarazzo, dovresti provare. Ha tutta una gamma di espressioni capaci di far ridere la più rigorosa delle stuatue» le assicuro, portando una mano sulla fronte per riparare gli occhi dalla luce del sole. Ride, tirandomi un colpo sul braccio.
«Siete senza cuore!» esclama, senza però smettere di ghignare.
«Se sacrificare la dignità di Eugene serve a farti ridere un po', allora continueremo ad essere senza cuore Jules» mi scappa di bocca, prima di realizzare cosa ho effettivamente detto. Si irrigidisce appena, tornando a guardare il cielo azzurro smalto. Non ci sono nuvole a chiazzarlo, non oggi; se non fosse per il vento ancora pungente potrebbe essere estate.
«Mi sono ridotta tanto male?» domanda alla fine «Non era mia intenzione far preoccupare fino a questo punto così tante persone, è solo che...» le si incrina appena la voce, ma si sforza di continuare a parlare «...è solo che mi manca tantissimo.»
«Manca anche a me» confido, chiudendo gli occhi. Il volto sorridendo di Ida fluttua tra i miei pensieri, chiudendomi la gola «Manca a tutti»
***
Faccio ritorno al castello che è ormai ora di pranzo, dopo aver lasciato Julia in compagnia di due sue compagne di casa che abbiamo incrociato mentre tornavano da Erbologia. La norvegese si è avviata con loro verso lo stadio, per recuperare qualcosa che ha detto di aver dimenticato, mentre io ho fatto ritorno a Scuola.
La Sala Grande, come sempre a quest'ora, è piena da scoppiare, ma non è particolarmente difficile individuare Eugene e Milo nella folla, al solito posto
«Signori» li saluto con un sorriso, accomodandomi davanti a loro «La mattinata come è andata?»
Si scambiano un'occhiata di intesa, trattenendo a stento un ghigno.
«Produttiva, in effetti» rispondo alla fine Milo, abbassando gli occhi sul piatto per non scoppiarmi a ridere in faccia «Vero, Eugene?»
«Oh si!» ribatte l'altro, mordendosi le labbra «Decisamente»
«Cosa state tramando, voi due?» chiedo agitando la forchetta dopo essermi riempito il piatto di zucchine e pollo ai ferri.
«Nulla» ribattono all'uninsono, fissando con esagerato interesse i loro piatti.
«Oh certo, e Edward Norwood è il mio migliore amico» commento ironico.
Il moro solleva il capo fingendo stupore.
«Carlisle! E cosa aspettavi per dircelo?»
«Che vi incrociassimo a Hogsmeade a fare shopping tenendovi a braccetto?»
Li guardo, senza dire nulla. Sono dell'idea che la mia espressione parli da se, senza bisogno di traduzioni sonore di alcun genere fatta eccezione per l'eco causato dall'eventuale cozzare di due teste vuote assieme. Le loro. «Quando la vostra mentalità tornerà adeguata al vostro fisico fatemelo sapere, grazie»
Torno a mangiare, cercando di ignorare le loro risatine vagamente isteriche e facendo mente locale su cosa mi aspetta nel pomeriggio. Pozioni? No, era l'altro ieri. Incantesimi? Si può essere.
Mi verso del succo di zucca e, quando sollevo lo sguardo, Jillian fa capolino alle spalle dei mie due rincretinitissimi amici.
«Jill» le sorrido, mentre inizia automaticamente ad arrossire man mano che si addentra nell'orbita gravitazionale di Milo.
«Ciao» pigola, più rossa che mai, stringendo con forza un libro al petto e dondolandosi sui piedi.
«Oh, Jillian cara!» Milo si volta, con un radioso sorriso stampato sulla faccia. Lei boccheggia, vagamente stordita dall'ondata di feromoni che le si schiantano addosso.
«Ciao Milo» riesce a formulare, dopo qualche attimo, distogliendo bruscamente lo sguardo «Ciao Eugene»
Il biondo grugnisce, orso come il suo solito, senza nemmeno guardarla. Sospirando, le faccio cenno di raggiungermi: mi regala un sorriso, un bellissimo sorriso, prima di trotterellare oltre un nutrito gruppo di sospiranti ragazzine del primo anno e venire a sedersi accanto a me. Le strappo un bacio, circondandole la vita con un braccio.
«Tesoro, toglimi una curiosità» inizio a dire «Tu sai perché questi due individui qui oggi sono particolarmente idioti?»
«Ehm» distoglie lo sguardo, imbarazzata, coprendosi la bocca con una mano.
Milo, senza più riuscire a contenersi, ulula con le lacrime agli occhi.
«Devo preoccuparmi?» aggrotto la fronte, senza capire. Jillian scuote il capo, posando il libro sul tavolo e infilando una mano in una tasca della gonna per poi porgermi un piccolo oggettino rotondo.
Una spilletta, per l'esattezza. Con la mia faccia stampata sopra, circondata da una miriade di cuoricini rosa che ci svolazzano attorno.
«Cos'è?» indago, dubbioso, mentre anche Eugene si unisce a Milo nella risata.
«Una spilletta» osserva candida la mia ragazza «Molto carina, tra le altre cose, è riuscita veramente bene»
«Si, questo lo vedevo anche da solo» ribatto, pizzicandole appena la vita. Lei si agita, lanciando un gridolino acuto per la sorpresa.
Le prendo il piccolo oggettino di mano, rigirandomelo tra le dita mentre una terribile intuizione mi folgora al ricordare una semplice domanda di Dorothy. Hai qualcosa di particolare contro le spillette? «Ditemi che non è quello che penso che sia!» esclamo, guardandoli a turno tutte e tre.
«Oh no, bello mio! E non è finita qui!» sghignazza Milo, invitandomi a schiacciare la mia faccia con un dito. Magicamente, a quella si sostituisce una scritta, le cui lettere riportano i colori di Tassorosso.
«Per noi Carlisle è..» recita il moro.
«...il ragazzo più bello che c'è!» conclude il biondo.
I due si guardano, prima di lanciarsi di nuovo in una lunga serie di ululati che attirano le occhiate incuriosite del resto della tavolata.
«Come hanno fatto ad incantarla?» domando, sentendo puzza di bruciato. E' una procedura troppo complessa per delle bambine del primo anno.
La mia ragazza avvampa, liberandosi dalla mia presa. Tossicchia, senza guardarmi negli occhi.
«Era un'idea troppo carina per lasciarla irrealizzata» ammette «E morivo dalla voglia di vedere la tua faccia davanti ad una cosa genere» sussurra, mordendosi le guance per non esplodere a sua volta.
«Fila via, traditrice!» esclamo, più imbarazzato che mai; anche lei scoppia a sua volta a ridere, allontanandosi di corsa, e Milo e Eugene, in preda a vedere e proprie convulsioni, sprofondano al di sotto del tavolo, incapaci di reggersi in piedi.
Ma tu guarda che gente.
Le tende del baldacchino ricadono ai lati del mio letto, ma io guardo dritto sopra la mia testa, stesa con le mani intrecciate all’altezza dello stomaco. Stomaco che si è chiuso un paio di giorni fa, quando Edward mi ha spiegato .. un mucchio di cose, che faccio ancora fatica a comprendere. E che non mi permettono comunque di giustificare il suo comportamento nei confronti di Scarlett Lywelyn.
Mi sono resa conto di non sapere di lui nemmeno metà di quello che so di chiunque altro, quando dovrebbe essere il contrario; è pur sempre il mio ragazzo, e invece è poco più che uno sconosciuto. Noto i passi che entrano nella stanza, ma non faccio lo sforzo di alzare la testa per vedere chi sia: forse è Amber, stava trasferendo una nuova quantità di cuscini ridicoli ed orrendi che le ha mandato sua sorella.
Compio appena un lieve movimento che mi permetta di superare la punta dei miei piedi con lo sguardo, e mi ritrovo a fissare dritto in faccia la sopracitata bagascia, che cammina con lo sguardo perso nel vuoto, e la bocca semichiusa di chi non riesce a pensare e contemporaneamente controllare la propria muscolatura perché é troppo difficile fare le due cose allo stesso tempo. Faccio giusto in tempo a spostarmi sul fianco, per vederla cozzare con un 'tonc' sordo contro il baldacchino.
Quasi mi strozzo per soffocare una risata, subito interrotta dallo sguardo infuocato della mia compagna di stanza, che sembra sul punto di saltarmi alla gola anche mentre si massaggia insistentemente la fronte. Magari questa botta inaspettata le ha fatto cambiare idea sul conto di Ed, e d'ora in poi lo lascerà in pace; anche se, in effetti, sarebbe lui a dover smettere di cercarla.
Dopo uno sforzo di volontà, mi alzo, e con falsa disattenzione passo al fianco di Lywelyn e di tutte le sue parolacce smozzicate, e dopo poco faccio lo slalom attorno al birillo-Blackster, che si è precipitata in camera non appena la sua nuova amichetta si è messa a strillare come un'aquila. Già, perché ormai è palese che le due abbiano un piano criminale per la rinascita del club dei principi, che comprende la mia cacciata dalle braccia di Edward. Non posso fare a meno di scoppiare a ridere nel sentire Scarlett che si lamenta come se l'avesse trapassata una freccia; in fretta mi avvio verso la camera di Catherine, che mi aspetta per il tè.
***
un paio di giorni dopo.
Focalizzo la figura di Tom Riddle, seduto al tavolo di Serpeverde tra Lenore e Antonin Dolohov; i due sono costretti a sbracciarsi per attirare la mia attenzione, mentre lui non fa altro che fissarmi con sguardo di ghiaccio e un ghigno maligno sul volto. Chissà che vuole da me, stavolta. Mi avvicino con una certa perplessità ignorando Cate che, a sua volta, mi aspetta al tavolo. Al fianco di Jefferson Lennard si libera un posto nello stesso momento in cui lo raggiungo, dopo che lui stesso ha scostato con poca gentilezza dei ragazzini del secondo; e così, mi ritrovo a sedermi nel bel mezzo del gruppetto di Riddle, sotto lo sguardo attento del Caposcuola.
« ciao, Violet. » borbotta Jeff, senza neppure voltarsi di me, e piuttosto servendosi nel piatto una porzione più che abbondante di lasagne; al suo fianco, il giovane McDowning cerca di smettere di tossire, inutilmente, bevendo un bicchiere d'acqua. Riddle mi scruta ancora per qualche secondo, poi non fa altro che spostare lo sguardo sul suo piatto ed iniziare a mangiare in silenzio. Cerco una spiegazione presso Lenore, che a sua volta scruta il manico della forchetta come se vi fosse inciso il senso della vita. Senza fiatare, mangiucchio la mia lasagna, attendendo che qualcuno mi spieghi perché sono qui, ma riesco ad arrivare alla fine del pasto senza sentire neppure una parola che provenga dai miei vicini.
Faccio per alzarmi, del tutto intenzionata a raggiungere Catherine, e subito vengo raggiunta da Jefferson, che quasi cade faccia a terra per non lasciarmi allontanare da sola.
« ho diritto ad una spiegazione? » gli chiedo con un mezzo sorriso, mentre lui mi affianca e procede con me verso la grande porta a due battenti, spalancati.
« Tom voleva così. » scrolla le spalle, sorridendo gentilmente. Mi fa uscire per prima, seguendomi poi verso la Sala Comune. Catturo con la coda dell'occhio la sagoma di Tom che, seguito da quattro o cinque persone, compie il nostro stesso percorso.
***
« dunque? » Edward mi ha fatto prendere posto sul suo letto, ma non si è seduto al mio fianco, iniziando invece a camminare avanti e indietro per la stanza, borbottando a bassa voce e lanciandomi sguardi di sottecchi.
« allora. Promettimi che non reagirai male. » no, figurati. Questa premessa già mi rende parecchio nervosa, come testimoniano le mie dita, saldamente ancorate sul copriletto, seminascoste dalle pieghe del tessuto. Si ferma e mi fissa, affranto. Devo sembrare piuttosto smarrita, ed è come mi sento; mi sistemo distrattamente le trecce, cercando qualcosa da fare mentre lui raccoglie i pensieri, qualsiasi cosa abbia da dirmi. Non oso farmi idee prima di sentirlo parlare, forse perché ho troppa paura delle conclusioni che io stessa potrei trarre.
« Credo che siamo arrivati al capolinea. » scandisce guardandomi, per una volta, dritto negli occhi. Non capisco subito le sue parole; l'elaborazione è abbastanza lunga da costringerlo a guardarmi di nuovo, mentre pian piano la mia espressione si trasforma in una smorfia di disgusto e dolore. Ho un crampo allo stomaco che mi impedisce di astrarmi completamente. Zittisco di colpo il grido che mi risuona in testa, coprendolo con la mia voce, reale.
« mi staresti mollando, mh? » gli chiedo senza scompormi, limitandomi ad alzarmi in piedi di fronte a lui, giusto per vederlo arretrare, come se rifuggisse il contatto. Vorrei ricordargli che non gli facevo affatto schifo, fino a l'altro ieri; il suo letto è testimone.
Non risponde.
« è stato un piacere, Edward. » faccio per andarmene, tentando di superarlo, ma mi ritrovo a rischiare di sbattere la faccia contro il suo maglione. Il suo gesto mi porta a credere che voglia darmi un ultimo abbraccio, o qualcosa del genere. « non credi che sia già abbastanza doloroso così? » sibilo con risentimento, molto più di quanto avrei mai pensato di potergli dimostrare. Mi guarda con desolazione, facendo ricadere le braccia lungo i fianchi.
Tento di non destare sospetti mentre attraverso con tranquillità apparente la Sala Comune, per una volta tanto evitata dagli sguardi delle bambine che non hanno Edward da cercare al mio fianco, e anche da quelli di tutti gli altri; mi auguro che la notizia non si sia sparsa così velocemente, e in effetti è praticamente impossibile.
La camera vuota di Catherine mi accoglie più di quanto farebbe la mia; mi accascio sul suo letto, aspettando che compaia da un momento all'altro per consolarmi. Sento i suoi passi, la sua mano che si posa sulla mia spalla.
« vi? »
« è finita. »
***
« stupido maledetto marmocchio! » le mie dita affondano nella carne del collo di un ragazzino di Grifondoro, che ha osato intralciarmi il passo proprio mentre tornavo dalla mia passeggiata digestiva. Lo strapazzo, i segni rossi lasciati dalla pressione sulla sua pelle sono già più che evidenti.
Digrigno i denti. « il tuo sangue lurido ti impedisce di vedere dove metti i piedi?! » guaisce mentre cozza contro il muro, dove l'ha mandato una mia spinta. Ha scelto il momento sbagliato per mettersi in mezzo, decisamente il momento sbagliato. L'avrei ignorato in un'altra occasione, ma in questi giorni sono così nervosa che trapasserei l'acciaio con un morso.
Non ci sono tisane calmanti né pozioni che possano ridarmi la serenità che mi è stata tolta. Già, perché dopotutto ero contenta; oltre alle preoccupazioni per la Lywelyn e per altre mille cose, avevo davvero trovato qualcuno che mi desse sicurezza.
Mi rendo conto di tremare come una foglia solo quando una voce priva di accento mi riporta alla realtà.
« vorrei che questo finisse immediatamente. » Una donna bionda e di una bellezza quasi imbarazzante, il cui aspetto mi ricorda qualcuno, sta in piedi con le braccia conserte poco lontano da me. Allargo le dita e il ragazzino sfugge subito, singhiozzando mentre si barrica nel bagno all'estremità del piano.
« per favore, venga con me, signorina. » scandisce prima di farmi strada, i tacchi stiletto che battono secchi sulla pietra.
Mi spalanca la porta dell'ufficio di Nolasco, richiudendola alle mie spalle e andando a prendere posto sulla poltrona dietro alla scrivania.
« su, siediti. » faccio come dice, senza staccare lo sguardo dalle sue iridi di ghiaccio. Intreccia le mani e vi posa il mento, senza smettere per un solo istante di osservarmi. « sono Martine Lewis, la supplente del professor Nolasco. » socchiudo appena le labbra; possibile che .. « sì, sono la sorella di Jasper. » aggiunge con un mezzo sorriso, lasciandosi andare sullo schienale. « tu sei..? »
« Violet Traviston, sesto. »
« hm, come Jasper. Sei una delle sue conquiste? »
« non è il mio tipo..però giochiamo a Quidditch insieme. » meglio non inimicarmela; i Lewis non sono i primi buzzurri sulla strada, e la sua posizione nei miei confronti dev'essere positiva, a tutti i costi. Mi riserva uno sguardo soddisfatto, per poi cambiare di colpo argomento e registro.
« per quanto io possa trovarmi d'accordo con il tuo pensiero, Violet, ti devo chiedere di evitare di aggredire in pubblico altri studenti. Ora vai. A presto. » si alza in piedi e io faccio lo stesso, congedandomi sbrigativamente dalla mia nuova, molto utile, conoscenza.
La situazione sta peggiorando. Un ragazzino del terzo anno è stato maltrattato da due ragazze del serpeverde… L’ha confidato a me e a Cassie pochi minuti fa. Una ragazza del Grifondoro fortunatamente l’ha protetto. Ma le cose non possono continuare così. Eugene Pennington ha ancora qualche livido sul viso. Soprattutto la casa dei Tassorosso risente della situazione pesante che si sta creando. Cassandra è pensierosa. Quel povero ragazzino è ancora sotto shock e non parlerà con nessuno. Non denuncerà l’accaduto, ha troppa paura per farlo.
Sospiro prendendo in mano un manuale di Antiche Rune recuperato dalla biblioteca. Mi immergo nella lettura per qualche minuto, poi Cassie mi chiede se volevo scendere a cenare con lei. Metto via il libro e la seguo un po’ svogliata.
Arrivati in sala troviamo pochissime persone che cenavano tranquillamente. Al tavolo dei Corvi vedo i riccioli biondi di Audrey che appena mi vede entrare alza lo sguardo e mi sorride, io ricambio e la ringrazio da lontano (sperando che legga il labbiale). Lei allarga il sorriso dimostrando di aver capito. È solo grazie a lei che son riuscita a superare i miei problemi in Trasfigurazione.
Il sole primaverile mi sveglia illuminandomi il viso da un piccolo spiraglio tra le tende. Osservo l’orologio sul mio comodino e mi accorgo subito di essere in ritardo. Cassie è ancora addormentata ma lei ha un’ora libera prima che inizino le lezioni. Cercando di non svegliarla e allo stesso tempo di fare in fretta mi preparo e scendo ad acchiappare un toast in sala grande prima di fondarmi a lezione. Percorro i corridoi con il toast che lascia cadere briciole ovunque… riesco addirittura a procurarmi delle lamentele non proprio pacate da parte della Fairfax. Arrivo in classe di Antiche Rune con qualche minuto di ritardo. Ho il fiatone per la corsa e la mia divisa è cosparsa di briciole, ma la professoressa Winckelman mi sorride tranquilla senza preoccuparsi della mie scuse.
“Non si preoccupi signorina Page, vada pure a sedersi.” Dice in tono flautato.
Io ringrazio e mi guardo attorno per cercare il mio solito banco vuoto, magari per ascoltare a differenza degli altri compagni che fanno tutto fuorché interessarsi alla lezione. Con mio enorme dispiacere vedo che tutti i banchi sono occupati da almeno una persona.
“Psss! Rah!” mi volto per vedere chi richiama la mia attenzione.
Alexa mi sorride dal penultimo banco, mi fa cenno di avvicinarmi. Il penultimo banco non era proprio quel che avevo in mente ma almeno avrei avuto vicino una persona simpatica e non quel serpeverde con la puzza sotto il naso che occupava il secondo banco. Mi avvicino ad Alexa e mi siedo vicino a lei.
“Ciao.” Soffia tranquilla.
“Ciao. Susan e Lory?” chiedo subito.
“Susan non frequenta mai Antiche Rune, trova che sia una materia difficile e noiosa. Lory doveva passare in infermeria a chiedere il decotto per il raffreddore… sembra proprio un’epidemia!” mi risponde. Io sorrido comprensiva. Probabilmente ero stata una delle poche a decidere di prepararsi una pozione preventiva.
“Come sta Cassandra?” mi chiede Alexa. Osservandola noto che sembra seriamente preoccupata.
“Sta meglio dice… è molto forte e sembra essersi quasi ripresa. Anche se so bene che se mi sentisse ora direbbe che si è ripresa del tutto.” Le dico aggrottando la fronte.
“Certe cose lasciano il segno… non so se riuscirei a riprendermi se mi venissero a mancare Susan e Lory.” Commenta lei. Io non replico, e mi faccio pensierosa. Non riesco a seguire e questo è certo.
***
“Rah che ti prende?” a lezione finita io e Alexa ci dirigiamo assieme a Pozioni.
“Oh, scusa nulla…” rispondo io poco convinta. Avevo passato tutta la lezione in silenzio assoluto.
“Senti, capisco che non abbiamo confidenza però questo te lo devo proprio dire.” Sbotta lei lasciandomi senza parole “Cassandra ci tiene molto a te. Il ricordo di Ida non cambia la vostra amicizia. Ho sentito la discussione che avete avuto in Sala Grande da poco e so che hai paura e che non hai mai avuto delle vere amicizie ma… devi crederci per una buona volta!” dice guardandomi con decisione. Io scoppio in lacrime. Erano settimane che sentivo questa sensazione d’ansia orribile. E ora finalmente riuscivo a sfogarla. Alexa mi cinge le spalle con un braccio e mi trascina il più lontano possibile dalla folla. Tra le lacrime riesco solo a sussurrarle “Grazie”.
Restiamo in silenzio per un po’ e io riesco a smettere un po’ di piangere.
“Alexa ascolta potresti avvisare Lumacorno che arriverò un po’ in ritardo… Digli che non sto bene.” Le chiedo alla fine.
“Sicura che non vuoi compagnia?” mi dice preoccupata.
“Credo che tu abbia già avuto troppi problemi con lezioni marinate. Ho sentito per caso la Bonnet che te ne parlava.” Non è un rimprovero. “Sono sicura che qualsiasi motivo avessi per marinare la lezione l’altra volta era migliore di questo. Non preoccuparti.”
Lei mi sorride e si dirige a grandi passi verso i sotterranei.
Arrivo nei sotterranei realmente in ritardo, ma Lumacorno mi guarda solo con fare preoccupato.
“Signorina Page… Si sente meglio?” mi chiede.
“Si signore.” Dico subito.
Mi volto poi a guardare l’aula e vedo che Alexa ora ha vicino anche Lory e Susan. Tutte e tre mi sorridono in modo comprensivo, credo che Alexa abbia raccontato il nostro discorso. Alla fine non mi importa. Sono davvero felice che le cose siano andate così.
Sono uscita dalla doccia, stamattina, ancora immersa nel vapore e nel pungente e dolce odore del mio sapone alla fragola. Ho passato la mano bagnata sullo specchio, creando un piccolo cerchio limpido che incorniciasse la mia faccia. Poi ho preso la mia trousse rosa, e ho tirato fuori la matita, gesto abituale di tutti i giorni, ma stavolta ero determinata ad osare di piu`. Volevo caricare l’occhio di nero, per renderlo piu` bello e misterioso. Ho iniziato il mio compito, e l’ho trovato piu` difficile di quello che mi aspettavo. Non riuscivo a tenere la mano ferma, e la matita sbavava. Ho dovuto ricominciare almeno tre volte, ma alla fine ho raggiunto un risultato che mi sembrava alquanto soddisfacente.
Poi ho passato il mascara diverse volte sulle mie ciglia sottili e per ultima cosa ho passato un po` di fard sui miei zigomi. Forse troppo poco fard, ne ho aggiunto un po` di piu`.
Finalmente sono uscita dal bagno e ho incontrato gli sguardi ancora assonnati di Susan e Lory. Che pero` mi hanno visto benissimo.
“Oddio ma come ti sei truccata?? Sembri un clown!” grida Susan, fiondandosi sul suo comodino e afferrando delle salviettine struccanti. Con un gesto veloce mi ripulisce la faccia. Poi mi spintona in bagno e inizia ad applicarmi il trucco. Mentre mi passa le sue mani esperte sulla faccia mi chiede:
"Be`, non hai qualcosa da dirmi? La nostra piccola Alexa e` diventata trasgressiva...Mi spieghi la tua assenza da Incantesimi ieri?" Il ricordo del mio incontro con Riddle torna piu` vivo che mai nella mia mente, lo scaccio infastidita. "Ti do un consiglio, che solo un'esperta come me puo` darti, la prossima volta cerca un giorno piu` conveniente. L'altra volta siamo arrivate in ritardo e Benton si e` arrabbiato, forse non era proprio una buona idea saltare la sua lezione con misero giorno di differenza". Se l'avessi ascoltata la prima volta che me l'ha detto...
Quando esco dal dormitorio mi sento un attimo piu` positiva, Susan ha veramente fatto un ottimo lavoro. Se non trova fortuna all’universita` dovrebbe diventare una truccatrice. Decisamente sa far risollevare l’autostima. Forse mi posso concedere anche qualcosa a colazione, giusto un assaggino, un piccolo muffin? Ad ogni modo oggi devo essere perfetta, c’e` la partita di Quidditch, Corvonero contro Tassorosso. Ci sara` tutta la scuola e devo essere presentabile.
Erbologia. Solito, riesce a rallegrarmi un po`. Sento sullo stomaco il muffin di stamattina, forse non avrei dovuto mangiarlo, ma ripenso che era la decisione piu` giusta, Lory e Susan hanno iniziato ad insospettirsi, ed era una necessita` mangiare qualcosa davanti a loro. Sono china sul mio vaso, mentre Susan, la mia partner per questo esperimento, scribacchia cuoricini su un quaderno, dimostrandosi per l'ennesima volta di poco aiuto. Ad un tratto pero` ci raggiunge la voce della Bonnet da dietro: "Susan al lavoro, Alexa devo parlarti". Mi alzo e mi trascino alla sua cattedra, quando sono in piedi davanti a lei mi accorgo di che ottima vista ha della classe, puo` vedere tutto. Nota mentale, ricordare a Susan di almeno fingere di lavorare, dalla cattedra si vedono benissimo i cuoricini sul suo quaderno.
"Alexa, sono davvero addolorata di dover mantenere questa conversazione con te, sono stata avvisata personalmente dal Caposcuola dei Serpeverde, Tom Riddle, della tua "voluta" assenza da Incantesimi ieri. Devo ammettere che all'inizio non riuscivo a credere alle sue parole, ma il professor Benton ha confermato cio` che gia` temevo. Hai qualche giustificazione per questo atto Alexa?". Non oso guardarla, so quanta fiducia ha in me la Bonnet, e mi dispiace doverla deludere cosi`. Maledetto Riddle...Non ha proprio tardato neanche un minuto ad avvisarla!
"Immagginavo di no. Ti conviene rimetterti in riga Alexa, so che il ritorno per te e` stato difficile, ma ultimamente ti vedo troppo distratta, e non c'e` scusa per il tuo comportamento. Per questo mi e` sembrato un dovere mandare una lettera a tua madre. Mi dispiace ma era necessario. Sai ovviamente che dovrai svolgere una punizione che il professor Benton ti assegnera`. Ti verra` notificato da lui quando e come. Puoi andare adesso". Non spreca un'altra parola con me. Non ha mai parlato cosi`, in questo tono duro e distaccato, ma anche profondamente deluso.
Ritorno al mio posto, e Susan mi guarda curiosa. Ma vede lo sguardo stampato sulla mia faccia e capisce che qualcuno mi ha beccato ieri mentre saltavo lezione. Meno male che ancora non sa chi, se sapesse si sentirebbe ancora piu` triste per me.
Dagli spalti si leva un urlo, e qualche mio compagno di casata butta per terra la sciarpa con lo stendardo del Tassorosso.
“Mannaggia!” grida Susan “Dai Lory fatti coraggio!”. Alzo lo sguardo dal mio specchietto, non ho occhio che per quello, ogni cinque minuti lo tiro fuori per ricontrollare il trucco.
“Che e` successo?” chiedo, visibilmente confusa. Un ragazzo del quarto si gira indignato verso di me. “Come che e` successo? Hai visto che punto hanno fatto i Corvonero?”
Ops. Forse era meglio se tenevo la bocca chiusa, fra le poche persone che mi apprezzano in questa scuola ci sono i miei compagni di casata, e non mi sembra proprio il caso di farmeli nemici proprio adesso. Susan ha capito la causa della mia distrazione.
“Guarda la`!” grida.
“Dove?” mi giro perplessa. Ma non c’e` niente, a parte uno stupido del primo che sta conducendo una dettagliata esplorazione del suo naso con il dito. Mi giro schifata.
“Bella vista eh?” dice Susan, sventolandomi davanti lo specchietto, che mi ha astutamente rubato.
“Infame!” grido, cercando di riprenderlo.
“L’ho fatto per il tuo bene, stai benissimo, il mio trucco tiene fino a sera. Giuro” Incrocio le braccia, e` inutile, non rivedro` quello specchietto in giornata. Tanto vale arrendersi.
“Ti trovo io qualcosa su cui concentrarti” e sorride maliziosa, indicando uno dei giocatori sospesi in aria, e` un Corvonero “Hai notato il nuovo? Decisamente carino non credi?” Notando che si sta avvicinando agli spalti e` stavolta lei a controllarsi nello specchietto. Pero` non ci rimane ore come me, e lo chiude prontamente. Facile per lei, bella com’e`! Anche struccata starebbe benissimo.
“E dai! Su con la vita! Cerca di goderti la vista. O almeno, se il belloccio non t’interessa, cerca di mostare un po` di entusiasmo almeno per Lory. Ti ricordo che c’e` anche lei, lassu` in aria” Detto questo si lascia andare ad una lunga serie di grida che elogiano Lory, spingendola ad andare avanti con la partita. Noto che c’e` anche Cassandra, la ragazza che ci ha presentato Lory l’altra volta, sul campo. Anche lei, come la mia amica, sembra trovarsi in difficolta`. E anche lei riceve grida di incoraggiamento, mi giro per cercare da chi provengono, e vedo Rah, anche lei molto entusiasta nel tifo. Strano, non me la immagginavo in un ruolo del genere. Ma ripensandoci, non mi vedevo neanch’io qui, ad una partita di Quidditch, a pensare soltanto al mio aspetto, mio unico pensiero della giornata, solo per uno stupido commento di uno stupido ragazzo che non meriterebbe la mia amicizia per nulla al mondo. Eppure, guarda un po`, sono proprio in questa situazione, e ci sono fino al collo.
Vorrei che tutto il turbinio nella mia testa finisse. Trambusto che non capisco. Che mi rifiuto di capire. Sebbene possa sembrare che le discussioni non mi tocchino minimamente, è sempre bene considerare che io abbia una testa pensante, e in quanto pensante [appunto], esistono degli attimi in cui quest’ultima decide di lavorare fin troppo. Cammino, lungo il cortile, diretto al lago. Voglio estraniarmi, star da solo. Avvolto dal silenzio, tollerante solo verso lo scrosciare eventuale della superficie dell’acqua mossa dal vento.
Sto diventando irritabile. E non è un bene, quando succede. Perché, se e quando capita, le mie reazioni generalmente non sono delle migliori. Da gioviale essere camuffato dall’aspetto di gelo, posso diventare un sadico, cinico essere con poca propensione verso i rapporti umani. Sono abituato alla folla, alla stesso modo in cui sono abituato alla solitudine. Solo, a volte il silenzio risulta fin troppo assordante.
Rischiarando la mente da pensieri indirizzati a valori di sangue e dubbi amletici, attraverso il banco di alberi, mentre la nebbiolina bagna la mia pelle, fastidiosa. Vicino al lago, la sensazione di umidiccio aumenta, mi fermo.
Una figura sulla riva. Una figura a me familiare, verso la quale, al momento, sento dentro come una sorta di attrazione-repulsione che non so spiegare.
Julia Versten, da sola, sulla riva del lago. Ed io, Aedan Lywelyn che la spio [in un certo senso, visto che non mi sono ancora fatto vedere]. Ma come…come sono ridotto.
Seduta sul ‘mio’ molo. Ecco dove sono ora. Vicino all’acqua, il mio elemento.
Ne sfioro la superficie. È gelida, nonostante oggi sia una giornata quasi primaverile.
Mi concentro: pochi istanti dopo, sul palmo della mano fluttua una sfera di acqua trasparente, depurata da tutto ciò che rende torbida la superficie del lago.
Posso cambiarle forma. Un gioco che risale fino ai tempi dell’infanzia, nella mia bellissima Oslo. Posso darle la forma di un viso per esempio. Ida, è la prima. Poi Georgiana, e Sebastian.
Senza ragione apparente, mi ritrovo a pensare alla mia fuga da Aedan Lywelyn. Tutto per una domanda non posta. Chiudo gli occhi.
Quando li riapro, l’acqua ha assunto i contorni del suo volto.
Stranito sobbalzo alla vista di quel gioco d’acqua e rivoli di vento quasi irreali.
Sgrano gli occhi, ed avvicinarmi è quasi naturale. Come una spinta che ti porta in avanti, senza una ragione precisa.
“Versten.” la chiamo, a pochi passi da lei.
Lei si volta, per un attimo sembra in panico, mentre l’acqua che si era sollevata formando un volto poco definito, ricade sullo specchio trasparente, mischiandosi all’altra.
Porto le mani nelle tasche dei jeans, guardandola.
“Ti ho forse interrotto?”domando, con garbo. Lei scuote la testa, non rispondendo immediatamente. Mi avvicino di più, sedendomi al suo fianco senza essere stato invitato. Se esiste un modo per dissipare i miei dubbi, forse, è proprio quello di tenerla il più vicina possibile.
“Versten.”dice la voce di un ragazzo, mentre i suoi passi si avvicinano.
Mi volto, perdendo la concentrazione. Il volto d’acqua di Aedan Lywelyn si dissolve nel lago, mentre quello reale ora è accanto al mio.
“Ti ho forse interrotto?”
Scuoto la testa, ringraziandolo col pensiero per avermi deconcentrato: ci mancava solo che vedesse il suo ritratto fluttuante sulla mia mano destra.
“No, affatto. Stavo solo giocando un po’.”
“Ho visto…di cosa si tratta? È un incantesimo?”
“No, è…una cosa di famiglia.”
Sollevo di nuovo una piccola quantità d’acqua.
“Una cosa di famiglia?”domanda incuriosito.
“Sì. Mia madre è una creatura dell’acqua.”
“Una ninfa?!”
Annuisco, mentre plasmo la sfera trasparente. Ora ha l’aspetto di una slanciata figura femminile.
“Non mi stupisce tua madre sia una ninfa. Si vede, altrochè se si vede!”esclama ridendo. Poi si ricompone e aggiunge:
“Sapevo che eri particolare, ma non fino a questo punto. Una…ehm, ninfa del lago di Hogwarts?”
“No. Dei fiordi norvegesi. Io non sono inglese.”
“Neanche io.”
“Dal cognome avevo dedotto. Irlanda?”provo a chiedere.
“Mi dichiaro colpevole.”mi risponde sorridendo. I suoi occhi azzurri si accendono di una scintilla.
“Parlami della tua terra.” Dico .
“La mia terra…mh… la mia terra è semplicemente splendida.” il mio sguardo si perde nella superficie del lago mentre con le parole intreccio scenari verdi e storie antiche, di popoli che credono nella magia. Di streghe e maghi. Di regioni e zone.
“E poi…poi c’è la mia famiglia. Irlandesi D.O.C.”dico, con un sorriso, ripensando ai componenti Lywelyn.
“I tuoi genitori sono entrambi dei maghi?”domanda. Forse incuriosita dal mio sproloquio.
“Si, esatto. Mio padre si chiama Aengus. Mia madre si chiama Sìne. Sono i maghi più famosi e potenti delle terre d’Irlanda.” – le confermo. Ma non per vantarmi più di tanto. Generalmente non parlo mai delle mie origini. “E poi c’è Scarlett. Che ti ho presentato l’altro giorno.”
“Ah, però.” risponde lei, stupita.
Io ne approfitto per ribattere:
“Eh già, terrore e distruzione! I Lywelyn sono molto rispettati, o temuti, non saprei come definire lo stato di stupore quando raggiungono qualche riunione. Diciamo che la loro fama svolazza anche in altre zone.”faccio spallucce, come se poco mi importasse.
Ed in effetti è così. Per me Aengus e Sìne Lywelyn sono e rimangono soltanto i miei genitori. Se poi sono avvolti da fama crescente…non è una cosa che mi riguarda. E Scarlett…beh, Scarlett è mia sorella.
L’Irlanda sembra un luogo bellissimo, incontaminato. Le parole di Aedan sono così vivide che un paesaggio verde smeraldo appare nella mia mente. “E tu?”chiede, e poi aggiunge: “Ora tocca a te.”
“La mia Norvegia…è fredda, sì. Ma solo come clima. Le persone sono libere nel corpo e nello spirito; ti devo dire che gli inglesi a volte mi sembrano insopportabili e di mente ristretta. A parte Sebastian e Georgiana.”
“Ah, va benissimo. Io sono irlandese!”scherza.
Continuo a descrivere la mia terra di ghiaccio e neve, Oslo e le sue vie larghe, la luce quasi bianca del sole.
“E i tuoi genitori? Non dev’essere facile vivere con una ninfa per casa!”dice Aedan.
“Io vivo con mio padre e la mia matrigna, a dire il vero. Mia madre…non l’ho mai conosciuta. Mio padre me l’ha descritta molte volte.”
“Scusami, non sapevo…”inizia, dispiaciuto.
Lo blocco all’istante.
“No, no. Non voglio sentire le tue scuse, non potevi saperlo.”
Sospiro.
“Mio padre mi ha sempre detto che io e lei siamo identiche. Solo che io non svanisco nell’acqua, posso solo manipolarla. E, mi sembra chiaro, io non sono un’Ondina.”
“Che cosa strana…quindi tuo padre è un Babbano?”
L’aspettavo questa domanda.
“No. Nils Versten è un mago di purissimo sangue magico. E così lo sono io, se ti può interessare.”
“Non intendevo…a me non interessa.”
Tace, e si volta a guardarmi.
“Non mi interessa.”ripete “Era solo una domanda. È forse vietato farne?”
No, non lo è. Sono io che su questo argomento sono sensibile.
“Scusami per lo scatto. È che odio le distinzioni di razza. Non hanno senso.”
“Posso e non posso capirlo.”rispondo, sincero. “In fondo, io ho sempre provato una sorta di indifferenza verso distinzioni prestabilite. Non mi ci sono mai invischiato più di tanto.”le spiego.
Poi riprendo:
“La realtà è…che sono un amante della mente umana. Per questo, detesto le limitazioni che le si pongono dinanzi. E questa divisione…beh, la definisco una di quelle limitazioni che odio visceralmente.”
Spiegazione patetica? Forse.
Ma è la prima persona a cui la dico. E la cosa mi fa pensare, attentamente.
In realtà, non mi era mai capitato di parlarne, perché non mi ero mai posto simili problemi.
Le classificazioni, non sono mai state il mio forte. Sebbene la mia mente sia schematica e spesso “quadrata” per certi versi. Ma amo definirmi molto “accondiscendente” verso certi ideali che, finora, non mi sono mai posto realmente dinanzi.
Ci credo? Non ci credo? Non trovo risposta, e mentre il silenzio sembra essersi catapultato su noi mi ritrovo quasi inconsciamente a fissare il profilo [oserei definirlo greco] di Julia.
E di nuovo, la domanda torna.
Ci credo? Non ci credo?
Aedan spezza il silenzio con una risata.
“Beh, non inizia a raffreddare?”dice, guardando con scarsa convinzione la giacca leggera che ho indossato, illudendomi che la temperatura mite del primo pomeriggio sarebbe durata a lungo.
“Io starei gelando al tuo posto.”aggiunge.
Poi si alza in piedi e mi porge la mano per aiutarmi. Che gesto da cavaliere. Sono incerta se accettare o meno…però, insomma. Piantiamola di farci tanti problemi che non ne vale la pena.
Afferro la sua mano e ci dirigiamo verso la scuola, mentre in effetti inizia a soffiare un inclemente vento freddo.
Rabbrividisco in modo abbastanza palese.
“Dai, ti do la mia giacca.”
“Così poi sarai tu a gelare! Scordatelo.”
Alza gli occhi al cielo, e dice:
“Va bene. E la mia sciarpa? Mi faresti l’onore di accettarla?”
Annuisco, mentre lui si sfila la sciarpa nera e me la offre con un sorriso.
“Prendi, orgogliosa vichinga che non sei altro.”
Me la avvolgo intorno al collo: è morbida, credo sia cashmere. Si tratta bene, il ragazzo. E il profumo…poco marcato, ma particolare. Una sorta di misto fra menta e qualcos’altro. Muschio bianco, forse.
E’ assurdo quanto la Versten sia cocciuta. Meno male che la scuola non dista moltissimo, quindi non ci sarà il tempo di buscarsi un malanno, almeno spero per lei.
Aumento il passo. Tenendomi sul suo fianco sinistro. Il vento soffia, gelido e leggermente pizzicante. Sono abituato al freddo, spesso, penso che se non fossi nato umano, probabilmente [ per non dire sicuramente ] sarei stato un lupo.
Paragone azzardato, ma rende l’idea.
Le ho offerto la mia giacca, la vichinga ha graziosamente rifiutato, tutto sommato però, ha accettato la sciarpa.
“Imbacuccati bene, Versten.” le dico“Cento metri e siamo dentro al caldo.” quantifico osservando la distanza che ci separa dalla struttura.
Il cielo si scurisce, le nuvole minacciose si addensano. La pioggerella comincia a scivolare lenta, imperlando il viso.
Istintivamente, considerando ancora il tragitto da compiere, la stringo al mio fianco, coprendola con un lembo della giacca, per fare in modo che si bagni il meno possibile.
“Niente lamentele, Julia. Non è di certo una trovata per sedurti.”preciso, ridendo.
Che strano. E’ la prima volta che la chiamo con il suo nome di battesimo.
“Non ho dubbi.”rispondo.
La tipica pioggerellina britannica ha appena iniziato a cadere, per la nostra gioia. Ringrazio qualche entità superiore di non avere allenamenti oggi.
“Muoviamoci.”dice Aedan, mentre affrettiamo il passo.
È stato strano sentire il mio nome pronunciato da lui. Non ha il suono limpido dell’accento norvegese, non è lezioso come quello inglese.
“Ha un bel suono.”
“Cosa?”domanda lui, quando ci mancano pochi passi alla porta della scuola.
“Il modo in cui parli. Il tuo accento. Di’ ancora il mio nome.”
Mi sento una bambina a chiedere una cosa del genere, ma ad essere sincera non mi importa.
Sorrido, leggermente spiazzato ma intenerito dal modo in cui la Versten mi chiede di chiamarla ancora per nome.
Prima che me ne accorga, siamo già sotto il porticato della scuola, non sciolgo immediatamente l’abbraccio.
La fisso per secondi che sembrano interminabili, mentre pronuncio con lentezza: “Eccoci arrivati, Julia.”dico, fissandola, con un’intensità con la quale mai mi ero sforzato di guardarla.
Occhi azzurro cielo che si riflettono nel ghiaccio quasi vitreo dei miei.
Lei sorride, e per un istante ho come l’impressione che la coltre di neve che la incatenava si stia sciogliendo. Come catene di acqua congelata esposte al sole dell’equatore la sento rilassata nel mio abbraccio, che non ho intenzione di sciogliere. Non tanto presto almeno. È strano, come le alchimie si fondano, spesso senza un motivo.
Se esiste un altro modo per definire quello che sento, ditemelo.
Perché la Versten, adesso, sta davvero smuovendo i miei dubbi.
E ora cosa faccio?
Mi sono messa in una situazione che sta sfuggendo dal mio controllo, come sabbia fra le dita.
È uno di quei momenti in cui si decidono alcune cose, e se ne costruiscono altre. O si distruggono.
Siamo al riparo, ormai. Il rumore della pioggia è uno scroscio lontano e indistinto per le mie orecchie. Mentre i miei occhi sono imprigionati nel ghiaccio di quelli di Aedan Lywelyn, mentre il suo braccio è ancora stretto alla mia vita.
Non ho voglia di combattere.
Questa volta mi arrendo, mentre i nostri volti si avvicinano.
Un rumore di passi in lontananza. Passi che diventano una corsa.
Avrei voluto che il tempo si fermasse, che il cielo mi inghiottisse quando una voce, sibilante da cerbiatto leggermente adirato, mi chiama alle spalle.
“Ehm, Aedan?”
Scarlett batte il piede per terra. Io sobbalzo quasi, ho ancora Julia vicina quando le rivolgo uno sguardo al limite fra l’imbarazzo e l’istinto omicida.
“Scarlett! ”esclamo esasperato. Sciogliendo l’abbraccio, senza nemmeno troppa fretta. La Versten si ricompone, scrollando via dalle spalle l’imbarazzo che si fionda su di noi. Mia sorella è dinanzi alle nostre figure, squadra Julia allo stesso modo in cui esamina me.
“Ho bisogno di aiuto per un compito di Trasfigurazione. “ annuisco “Adesso arrivo.” le rispondo. Mentre lei passa oltre noi due, avviandosi in biblioteca. Per questo fantomatico compito.
Mi soffermo un attimo su Julia che evita il mio sguardo. Almeno così sembra.
“Beh.” rompo il silenzio “Allora ci vediamo.” le dico, con un tono di voce leggermente poco contento, e credo si senta.
“Si, certo.” fa per sfilarsi via la sciarpa, io sorrido“No, tienila.” – occhiolino. "ogni scusa è buona, Julia"
Mi avvicino, sfacciato, sfiorando le sue labbra di proposito. Sorrido leggermente e mi avvio. Era quello che volevo. Esattamente quello che volevo.
Scarlett.
Mi ero del tutto dimenticata che sua sorella esiste, è una Serpeverde e mi ha appena interrotto in una situazione imprevista, imprevedibile, incredibile.
Torno verso il dormitorio di Grifondoro, a passi lenti, stringendo la sciarpa nera fra le mani.
È così morbida.
Non riesco a crederci.
La sorella di Aedan è con gli altri. Con Lui.
E Aedan?
Aedan mi ha baciata.
Un bacio leggero come un soffio di vento.
diversi giorni fa.
Momento di attaccare gli avvisi in bacheca, come faccio spesso; tengo tutti i miei bei foglietti stretti in mano, e con cura li appunto uno ad uno al rettangolo di legno, approfittandone per leggerli, visto che per ora non ne ho avuto il tempo.
Tra annunci di ripetizioni offerte e cercate e altri foglietti di scarsa importanza, conservo una posizione d’onore per l’avviso sul Quidditch: un cacciatore si è sfracellato a terra durante un allenamento e s’è rifiutato di ricominciare a giocare. Siamo alla ricerca di un giocatore per la partita di questo weekend, e così domani pomeriggio ci saranno delle audizioni d’emergenza.
« questo è tempismo, non c’è che dire! » alle mie spalle è apparso Aedan Lywelyn, tutto arruffato dalla notizia di cui ha appena preso atto; non ho socializzato molto con lui, ma intuisco al primo colpo che gli interessi quel posto da cacciatore. Considero Aedan un tipo un po’ strano; non l’ho visto passare tempo al di fuori della Sala Comune, se non con sua sorella, il nuovo acquisto del club di Edward Norwood & C. Gli stessi che hanno riempito di botte Eugene Pennington, il Mezzosangue amico di Jillian.
« i provini sono domani alle sei. » sorrido, mentre ripeto l’informazione riportata nell’annuncio. Mi sentirei in colpa, se non lo facessi: è il mio compito, visto che sono stata nominata Caposcuola.
« ci vediamo lì, allora. » risponde con un sorriso, accennando un inchino; certo che è proprio strano. Talvolta mi chiedo se non sia spuntato da uno dei miei racconti – di certo dalla parte di un malvagio antagonista, perché i miei protagonisti non hanno mai la stazza di un torello. Lo saluto con la mano, spostandomi in fretta verso i dormitori delle ragazze, dove devo recuperare la mia tracolla prima di scappare a lezione.
***
una manciata di gorni fa.
Infilo la testa nel dormitorio delle ragazze del sesto; dopo profonde riflessioni, sono giunta ad una conclusione dai risultati imprevedibili, che cambierà parecchie cose nel Club e in tutto il corso della mia vita. E non solo della mia.
« Jillian McKanzie? » la testolina bionda della Corvonero scatta in alto; è sempre bizzarro vedere le persone fuori dal loro contesto abituale, e McKanzie senza i suoi boccoli d’ordinanza è davvero scioccante. La più stupita sembra comunque lei, che sbatte le lunghe ciglia e quasi rotola giù dal letto, senza smettere di fissarmi con gli occhioni sgranati. Dopo un paio di momenti di stallo, si precipita verso la porta, mentre le sue amichette ridono di gusto da sotto le rispettive coperte.
« ciao, Georgiana. » mugugna nascondendo un libro dietro la schiena.
« Jillian McKanzie, dovrei parlarti un momento. » le faccio cenno di seguirmi fuori dalla stanza; zompetta fuori, in equilibrio sulle grosse pantofole imbottite. E’ tutta rossa in faccia: forse non ha gradito di essere stata convocata mentre si stava per addormentare, sognando il suo bell’amichetto tassorosso.
« sei autorizzata a dire di no. » premetto, appoggiandomi con la schiena al muro per cercare nelle pietre la forza di parlarle. Se mi dicesse di no sarei davvero in imbarazzo. « è per il club .. ti andrebbe di diventare la mia assistente? » boccheggia. Lo sapevo, non poteva andare tutto bene; peraltro, non le sto chiedendo una cosa qualsiasi, è logico che ci debba riflettere. Non posso gestirmi da sola, questo è chiaro, visto che ci sono una decina di persone che aspettano le mie indicazioni, e né Julia né Sebastian se la sentono di fare gli insegnanti. Dopo poco annuisce con decisione, senza neppure dischiudere le labbra. Sospiro di sollievo.
« grazie. ci vediamo domani, e ti spiego meglio. » la lascio tornare meglio, e intanto io torno verso la mia stanza. Mi sono tolta un bel peso dallo stomaco, anche se probabilmente è solo perché l’ho scaricato su quello di Jillian. Apro la porta, e Cheslav mi salta in braccio, miagolando a tutto volume.
***
riunione del club.
Isabel Sittenfeld segue come un cagnolino Jillian non appena questa si dirige verso la nostra nuova mascotte, Eugene Pennington. Quel povero ragazzo ha subito abbastanza percosse da distruggere completamente almeno tre persone, e ancora regge perfettamente; anzi, sembra che si stia impegnando ancora di più per imparare ad usare propriamente un incanto di base, ma che potrebbe rivelarsi più che utile, come l’expelliarmus. La sua bacchetta si leva sopra alla sua testa – quindi molto, molto in alto – e poi ricade con un gesto fluido; dopo un istante, la bacchetta di Carlisle Hunnam vola via dalla sua mano, ticchettando al suolo. Eugene ridacchia trionfante e Isabel, con gli occhioni lucidi e un rivolo di bava, tira una serie di gomitate ad Audrey Salinger. Ah, l’amore.
Il mio, di amore, sta facendo il cretino con Peter Halbury qualche metro più in là, sorvegliato da vicino da Sebastian e Julia. Nell’ultimo periodo, il suo comportamento non si è rivelato affatto rassicurante: c’è qualcosa che non va e non me ne parla. Sospetto di essere io stessa, il motivo di tanto nervosismo; non usciamo da soli da più di una settimana, e non ho il coraggio di contare precisamente i giorni che mi separano dall’ultimo bacio che ho ricevuto. Non c’è che dire che anche al momento non mi sta badando, neppure per sbaglio.
« sono le undici, vi conviene andare. » ci interrompe Julia, alzando le braccia per attirare l’attenzione. Jill si volta subito verso di me con aria trionfante: ha superato la sua prima lezione, ed è ufficialmente dentro.
***
poco dopo. Corro lungo il corridoio prima che Garet possa fermarmi; sono abbastanza contrariata da poterlo sgozzare, se solo osa avvicinarsi troppo. Il suo comportamento non è accettabile, almeno non da me. Mi stringo al petto la mia cartellina e la bacchetta, infilando le scale più in fretta che posso.
« Georgiana! » è lui che mi chiama; mi fermo sulla rampa, con un piede sul quarto gradino e uno sul terzo. Mi volto verso di lui, sgranando gli occhi mentre si ferma alla fine delle scale, guardandomi dal basso all’alto; mi costringo a ruotarmi interamente verso di lui, scendendo anche di un gradino. « scusa se non ti ho badato per un po’.. avevo bisogno di riflettere. » oh no. Nessuna Giulietta, nessuna Elizabeth, nessuna eroina si è mai sentita dire niente del genere; ho la forte tentazione di dargli una pedata in faccia, ma mi trattengo, visto che ricomincia a parlare, come un fiume. « vedi, tra di noi c’è qualcosa che non va. Sono desolato. Non riesco a capire cosa voglio. Forse dovremmo fare una pausa, sai, per pensarci un po’ su. » sono passati due mesi da quando ci siamo messi insieme. Due mesi. Sapevo che Garet non era tipo da avere una donna, se non quella che avrebbe portato all’altare, ma il mio cuore si sta comunque sbriciolando dentro la cassa toracica. Mi appoggio al corrimano, ricacciando indietro le lacrime; mi aspettavo delle scuse, non di venire mollata. Il silenzio mi rimbomba violentemente nelle orecchie: Garet trema davanti ai miei occhi, continua a guardarmi aspettando una risposta, mi accorgo nettamente che anche le sue iridi sono velate di un lieve strato umido. Prendo fiato dalla bocca.
« No, Garet. No. » distolgo lo sguardo per un momento; non voglio fare quello che sto per fare, e non mi rendo neppure conto delle mie stesse parole, in realtà. « o stiamo insieme, o non stiamo insieme. » guardo il soffitto per qualche momento, cercando di far tornare indietro le lacrime, che però scivolano a lato degli occhi, fino a finire nelle radici dei capelli.
« Georgiana, non posso. » scendo un altro gradino, trovandomi praticamente di fronte a lui. E’ bellissimo. Non voglio stare senza di lui, ma non voglio neppure rimanere in un limbo. Gli prendo il viso tra le mani; sta tremando, e non dice niente. « non posso. » borbotta abbassando lo sguardo. Lo lascio andare, indietreggiando; salgo due gradini. La distanza che c’è ora tra noi non è solo fisica. Non attendo più una sua risposta; mi concedo di iniziare a piangere silenziosamente, e scappo verso la Sala Comune.
***
due giorni dopo. Mi siedo sul tappeto ed incrocio le gambe, posizione che trovo particolarmente comoda, e che posso assumere solo quando porto qualcosa di più coprente e pratico della gonna della divisa. Sebastian si mette in ginocchio di fronte a me, facendo cadere tra di noi un pacco di scartoffie, risultato di un’eternità passata in presidenza. Un’eternità completamente inutile, visto che la presenza di Tom Riddle ci ha precluso qualsiasi possibilità di fare qualcosa di concreto, o anche solo di fiatare con Dippet.
« non c’è niente di interessante, in tutto questo. » borbotto smuovendo le carte. Prendo in mano una matita, scarabocchiando sul margine di un foglio qualche altro appunto e continuando a parlare a ruota libera; noto appena con la coda dell’occhio i movimenti di Sebastian. « .. non concluderemo mai niente! » esclamo puntando lo sguardo su di lui, del tutto alterata dal mio sproloquio. È che non punto esattamente lo sguardo su di lui, ma direttamente nei suoi occhi, visto che il suo viso è a pochissimi centimetri dal mio. Lascio che si avvicini ancora un po’, la sua guancia scorre delicatamente contro la mia; perché sto flirtando in questo modo disgustoso? Gli permetto anche di prendermi per mano, e di lasciar poi scorrere il palmo lungo il mio braccio. E’ orribile da parte mia! Però è piacevole. Mi obbligo a ritrarmi quando si inclina lievemente, con l’evidente intenzione di baciarmi.
« no, Sebastian. » mormoro sbilanciandomi all’indietro, e tornando a sedermi mezzo metro più indietro. Sono lusingata, lo ammetto. E anche piuttosto eccitata dalla faccenda.
***
« .. abbiamo finito di lavorare senza neppure accennarci, e basta. Lo giuro! » mi sento ancor più sudicia e bastarda mentre racconto a Julia cos’è successo. E dire che pochissimo tempo fa mi ero accasciata piangendo sulle sue ginocchia, dopo essere stata mollata da Garet; solo al pensiero mi si stringe lo stomaco. Non si è più fatto vedere, ed è meglio così, perché gli avrei lanciato una fattura trasfigurante appena fosse passato nel mio raggio d’azione. Invece mi ritrovo a spettegolare su Sebastian, sotto lo sguardo compiaciuto della mia migliore amica. Quando si dice che la vita è strana.
Carlisle mi prende da parte e mi dice: “Julia, è successa una cosa.”
Il tono non mi piace. La sua espressione ancora meno. Non proferisco verbo, mentre lui sembra cercare le parole. Mi sto preoccupando. “Hanno aggredito Eugene.”
Chiudo gli occhi. È abbastanza un colpo, ma non posso dire che non me lo sarei mai aspettato. Riapro gli occhi, e guardo Carlisle fisso negli occhi. “Come sta ora?”
“Abbastanza bene. È in infermeria.”
“Capisco. Devo andare.” Carlisle mi guarda abbastanza attonito mentre lo lascio solo nel corridoio, superandolo. Mentre mi allontano, una lacrima, una sola, scende dai miei occhi.
"È successo ancora.”dico a Sebastian ed a Georgiana.
Loro non possono fare altro che annuire. Cammino avanti e indietro. “Cosa possiamo fare? Nulla! Avrei dovuto essere lì. Qualcuno avrebbe dovuto esserci.”
“Jules, non ricominciare!”prorompe Georgie.
Non rispondo. “Non possiamo certo mettere sotto scorta tutti i Mezzosangue della scuola.”rincara Sebastian.
È vero, non possiamo. “Possiamo solo insegnare loro a difendersi. Ma se vengono assaliti senza l’uso della magia…beh, il nostro aiuto pressochè si annulla, a meno che non li difendiamo fisicamente.”aggiunge il mio amico.
Mi siedo accanto a Georgie, che mi mette un braccio intorno alle spalle. Seb si accoccola accanto a noi, e mi stringe la mano. “Non è come con Ida, capito?”dice Georgiana.
Faccio un cenno d’assenso. “Sì. Stavolta lo so. Non è colpa mia.”
Scendo nelle cucine di Hogwarts. Subito un esercito di elfi domestici mi viene incontro impaziente di aiutarmi. Rifiuto con cortesia e domando alcuni ingredienti. “Mi servirebbero farina, uova, zenzero…”inizio ad enumerare.
Poco dopo, tutto è sul tavolo, insieme ad una ciotola, una teglia e degli stampini.
Mescolo le giuste dosi aiutandomi con la magia, poi cuocio i biscotti con un incantesimo insegnatomi da mio padre. Questi sono i suoi ed i miei dolci preferiti, ed io ho imparato a prepararli fin da piccolissima.
Gli zelanti elfi domestici mi forniscono addirittura una scatola di latta.
Salgo le scale, e mi dirigo in infermeria. L’infermiera Mound mi sorride, e quando chiedo: “Posso entrare da Eugene Pennington?”
“Ma certo, cara.”mi risponde.
Spingo la porta, e vedo una testa bionda che si volta subito verso la porta. Sembra sorpreso dalla mia presenza, ma non dice nulla. “Ciao.”dico, sollevando la scatola. “Ciao. Cos’è quella?”
“Biscotti norvegesi allo zenzero. Spero che ti piacciano.”glieli porgo.
Li prende in mano e li appoggia sul comodino. “Come stai?”gli domando. “Insomma. Sono passato fra le mani ed i piedi di un numero imprecisato di Serpeverde.”
“Hai riconosciuto qualcuno?” Un guizzo nei suoi occhi. Poi si accorge che ho visto qualcosa, e abbassa lo sguardo. “Sì, mi sembra ovvio.”dico.
Mi siedo sul letto accanto a lui, il che forse lo mette un po’ in imbarazzo, visto il rossore sulle sue guance. Ma ho bisogno di sapere. E non ho intenzione di lasciarmi frenare. “Eugene, è importante.”
Non una parola. “Cosa devo fare per farti cantare?! Ballare nuda?”esclamo, cercando di scuoterlo.
Alleluia. Un sorriso stiracchiato. Poi di nuovo l’espressione diffidente di poco fa. “Non ho visto bene. Ma mi è parso di intravedere il viso di Jasper Lewis.”
Uno dei pupilli di Tom Riddle. Mi sembra ovvio.
Qualcuno bussa alla porta. Scatto in piedi e mi allontano di un passo, mentre l’infermiera Mound introduce la testa color ruggine e dice: “Eugene dovrebbe riposare, cara.”
Lo saluto, ed esco.
Ora ho una certezza in più.
Una domenica pomeriggio passata al campo di Quidditch. Motivazione: prima partita del torneo fra le Case, Corvonero contro Tassorosso. Peter, il nostro capitano, ci ha riuniti in Sala Comune e poco dopo la truppa si è messa in marcia. “Il miglior modo per sconfiggere l’avversario è conoscerne i punti deboli!”afferma il nostro Cercatore. “Peter, non è per smontarti. Ma sono anni che li conosciamo…”dice Damian Denholm, il mio collega Cacciatore. “Non è vero. Hanno un Cacciatore nuovo…come si chiama? Lywelyn. E non credo sia da sottovalutare.”
Prendiamo posto nelle parti più lontane dal tifo sfegatato e osserviamo i giocatori che svolazzavano per il cielo color piombo. Vincono i corvi.
Mentre andiamo via, vedo Aedan Lywelyn di spalle che parla con qualcuno, così decido di andare a salutarlo. Gli do un colpetto sulla spalla. "Oh, Versten."mi saluta. Un’occhiata del genere ‘Visto con chi avrai a che fare?’. "Pura fortuna,Lywelyn."rispondo, sorridendogli.
Poi mi presenta la ragazza con cui sta parlando: sua sorella Scarlett. È piccola, magra con un visino dai lineamenti sottili. Mi ha osservato con attenzione fin da quando ho aperto bocca. Un istante dopo averle porto la mano, mi ricordo che è Serpeverde.
E questo non mi piace.
Scarlett ci saluta poco dopo. "È molto bella.”dico. "Sì, fin troppo. E la bellezza è compensata da un caratterino esplosivo."aggiunge lui, seguendola con lo sguardo mentre si allontana.
Oh, no. Ora mi farà la classica domanda: e tu, hai fratelli o sorelle?
Non me la sento di rispondere. Così cerco di dileguarmi in fretta. “Allora complimenti per la partita. Ma vedrai poi, quando ci affronteremo!”
“Non vedo l’ora!”
“Ora vado, ci sono i miei compagni che mi aspettano.”dico, indicando Peter e Damian che si sono fermati poco distante.
Così mi allontano da lui e da una domanda ancora difficile per me. Peter e Damian mi accolgono con un gran sorriso. “Se stai fraternizzando con il nemico, ti butto fuori. Ma nel caso riuscissi a carpire qualche informazione utile…”inizia Peter, guardandomi sornione.
Alzo gli occhi al cielo. “Capitano, sei più pettegolo di una Tassa!”viene in mio aiuto Damian, che però poi aggiunge: “Però è vero, mai disdegnare un aiuto in più…”
Continuano a prendermi in giro mentre torniamo a scuola, ed io li lascio fare. Sono loro grata, perché risollevano il mio morale. Che ora è abbastanza in crisi.
Nell’atrio, intercetto Jillian, Audrey e le loro amiche e chiedo loro se possono portarmi da Georgie. Jill mi sorride, e si offre di accompagnarmi fino alla Torre di Corvonero. Cerca di avviare una normale conversazione con me, ma purtroppo non sono molto dell’umore. Non sento neppure l’indovinello della porta della loro Sala Comune. Jillian spinge la porta per farmi passare, e mi guarda inquieta. “Scusami, Jill. Sono un po’ giù…ho bisogno di stare con Georgiana, e poi tornerò come nuova.”
Jillian annuisce e mi saluta con un sorriso nervoso. La smetterò mai di far preoccupare per me le persone che mi stanno accanto?
Mentre faccio un passo avanti nella Sala, mi sorge il dubbio di poter incontrare Aedan. Per fortuna non si vede in giro.
Georgiana è in camera sua, mi dicono, così la raggiungo. È seduta accanto alla finestra, e osserva pensosa l’orizzonte che si tinge d’arancio. “Georgie?”
Si volta verso di me e dice: “Oh, Jules! Avevo proprio bisogno di parlare con te.”
Telepatia. La necessità è reciproca. Stavolta però accantono i miei problemi, e mi preparo all’ascolto dei suoi. Pochi giorni fa, povera G., ha subito il mio primo sfogo dopo la morte di Ida. Devo ricambiare in qualche modo. “Dimmi tutto.”
Sospira, mentre mi siedo di fronte a lei. "È Garet. Sta diventando geloso di Sebastian.”
"È comprensibile, non credi?”
Annuisce. “Tu cosa vuoi?”
“Se lo sapessi, non sarei qui a parlarne con te, no?!”
Non è da lei scattare così. Non con me. Alla mia domanda di notizie, risponde: “A parte l’episodio dell’altro giorno, Garet mi ha detto che Seb non si comporta più proprio da amico nei suoi confronti.”
“In che senso?”
“Per il momento sono solo volate parole grosse.”
Cerco di confortare Georgiana come posso, attingendo alla mia esperienza non proprio positiva. Mi sembra del tutto in crisi. E non poter dare una mano alla mia amica mette in crisi anche me.
Urge una discussione fra me e Seb. Argomento: cosa diavolo stai combinando?!
Terza riunione del Club. Siamo gli stessi dell’ultima volta, nessun nuovo iscritto. La boccia di Siero della Verità resta sigillata, accanto a Georgiana.
Seduto su un divano, apparso per l’occasione, c’è Eugene Pennington. “Direi che dovremmo parlare degli ultimi avvenimenti.”dice Sebastian.
Oggi c’è meno brusio del solito. Gli sguardi si appuntano su Eugene a intervalli regolari, e lui resiste stoico a questa prova. Carlisle mi ha spiegato quanto odi essere al centro dell’attenzione per questo motivo, e mi ha pregato di evitare di peggiorare la situazione.
Ma io sono piena di rabbia lo stesso, quando prendo la parola. “La violenza delle viscide Serpi con cui abbiamo la fortuna di andare a scuola non è diminuita, affatto. Anzi, si è resa ancora più infida e vergognosa. Non solo dovete stare attenti e sapervi diferndere con la magia. Ma dovete essere preparati al rischio di aggressioni fisiche.”
Non vola una mosca. Forse sono un po’ troppo melodrammatica, ma mi preme che capiscano bene la posta in gioco. “I consigli che vi do sono quelli dettati dal buonsenso. Non girate da soli di notte. Portate con voi la vostra bacchetta in ogni momento. Siate cauti ma anche vigili, casomai qualcuno dovesse aver bisogno di voi…e prima o poi succederà.”
Dopo qualche altra parola, lascio campo libero a Georgie. Jillian è stata promossa sua assistente [o suo ufficiale in seconda, come dico io], e le da una mano nell’impartire la lezione odierna.
La professoressa Merrythought avrà bellissime sorprese nei nostri voti di Difesa contro le Arti Oscure.
Guardo fuori dalla finestra. Nevica, soffici fiocchi bianchi ricadono sul terreno lasciando un leggero alone bianco. Sta attaccando, se continua così per tutta la notte domani avremo uno o due metri di neve. Tra le mani i fogli, letti e riletti, che mi ha consegnato Scarlett con le informazioni sui Gaeltacht. Ormai le potrei ripetere tutte, le so a memoria, ma niente di quello che c’è scritto riesce a portarmi delle vere informazioni su essi. Sono una setta, forse questo è l’unico punto su cui posso apporgiarmi. Ma che cosa c’entra con loro mio padre? In cosa sarebbe potuto essere immischiato? Che cosè che mi sfugge? Forse l’unico modo per scoprire qualcosa, di concreto e sicuro, è recarmi nel loro mondo.
Con queste deduzioni decido di lasciare lo scomodo marmo ghiaccio del davanzale della finestra e mi accingo ad andare a dormire. Mi preparo una tisana che mi sono preparato, dopo una settimana di intenso lavoro finalmente è pronta, per dormire. Questi incubi mi impediscono di riposare, ormai sono diventato un cadavere, tutti gli occhi delle ragazze mi guardano preoccupato. Sono un cencio. E domani devo parlare a Violet, devo riposare, per forza.
Mi butto di sotto dal letto fischiettando un motivetto a me sconosciuto. Dormire mi ha fatto bene, mi sento come rinato. Jasper mi fissa incredulo dal suo letto, fino a quando in tono teatrale non mi rivolgo a lui: “mio caro amico, ma come ti è venuto in mente di farmi ridurre in questo stato? La mia povera immagine, sembro un barbone! Adesso cosa penseranno tutti di me?!” sembro drogato. Devo ammetterlo. Probabilmente ho esagerato la dose ‘risveglina’ di quel troiaio che mi sono bevuto ieri sera. Meglio così.
Mi dirigo verso il bagno dove mi faccio un’accurata pulizia del viso: barba, sopracciglia di troppo, crema. Adesso si che va bene. Mi guardo compiaciuto, lasciando poi il posto a Jasper che è ancora mezzo addormentato.
Decido di indossare un paio di semplici jeans ed un maglioncino in lana grigio, con le righine di rifinitura verdi e scendo in sala comune. Mi siedo sul divano più vicino al fuoco e tiro fuori pergamena e piuma.
Violet ho bisogno di parlarti. Appena puoi raggiungimi in cortile, al solito posto.
***
Arrivo in giardino, come previsto dalla sera prima è completamente ricoperto di neve. Vedo Violet già appostata vicino l’albero, infreddolita.
La saluto con u bacio sulle labbra e mi scuso per il leggero ritardo, alla fine sono solo cinque minuti ma con questo freddo anche questi pochi minuti fanno il loro.
“Edward, non potevamo vederci in un posto un po’ più accogliente?” brontola dolcemente lei.
“Scusa, è che non avevo voglia di stare in mezzo ad un branco di gente” mi sorride leggermente e poi mi fissa. Sta chiaramente aspettando che io parli.
Respira, respira, respira.
“Devo confessarti una cosa!” diretto, forse troppo. L’ho spaventata? Vedo i suoi occhi roteare, panico. Chissà a cosa sta pensando, è sbiancata.
“Si..?!” Aggiunge debolmente.
“In questi giorni sono scomparso perché..” non continuo subito la frase e vedo i suoi occhi sgranare sempre più.
“Stai con un’altra?!” sbotta lei. Dio santo, ma cosa gli è venuto in mente a questa!
“No, no, no.”
“Ti ho visto sai con quella là, la novellina, la Lywelyn!” continua maneggiando a destra e a manca.
“Violet, Violet calmati! Non ci sono altre. Ci sei solo tu.” Prendo le sue mani tra le mie e la vedo finalmente tranquillizzarsi. Le sue guance prendono un leggero rossastro.
“Scusami..” chiede poi, abbassando lo sguardo imbarazzata.
“Bhè..devo dirti una cosa che non so se ti farà piacere. Ma devi giurarmi” le alzo il volto verso i miei occhi, in modo da poterla fissare “devi giurarmi che non ne farai mai, e dico mai, parola con nessuno. Chiaro?” annuisce debolmente.
“Questa storia risale a tanti anni fa; io ero un ragazzino e uccisero mio padre sotto i miei occhi. Cancellai tutti i miei ricordi di quella sera fino ad oggi, giurando però vendetta.” A quella parola – vendetta – vedo un filo di preoccupazione, paura negli occhi della mia ragazza. Decido però, nonostante tutto, di continuare a parlare. “Ma qualche tempo fa, grazie ad un sogno, gli avvenimenti di quella notte sono tornati chiari. Il mantello di quell’uomo. Il simbolo della sua famiglia. Nessuno sapeva aiutarmi: Lumacorno, libri, fino all’arrivo di Scarlett. Lei conosceva quella famiglia, un’antichissima famiglia irlandese. I Gaeltacht.”
***
La cena è ricca ma ormai l’effetto dello sciroppo sta scomparendo e la mia vitalità con esso. Non ho fame, anzi, ho fame, ma di sapere. Sono avido di scoprire. Noto Scarlett alzarsi dalla tavola ed andare via. Non ho più parlato con lei da quando mi ha consegnato gli ultimi appunti, neanche per ringraziarla. A parte quel bigliettino stropicciato che le avevo inviato.
Lascio i miei compagni con un “ciao” e un bacio per Violet e la raggiungo.
“Scar!”
“Norwood. Guarda chi si rivede!” dice sarcastica.
“E’ vero, sono scomparso. Scusa”
“Un misero fogliettino! Almeno un po’ di tempo per un semplice grazie potevi anche trovarlo” so che è solo superficialmente arrabbiata con me. Ho sentito prima Deirdre che parlava di una Scarlett indaffarata per Edward.
“Hai ragione e chiedo umilmente perdono!” faccio un mezzo inchino davanti a lei prendendole la mano e baciandogliela.
“Sei perdonato. Ma attento a te!” La saluto con un occhiolino per raggiungere quella che in lontananza è solo la sagoma della mia gemellino preferita: Utopia Blackster.
“Ciao piccola!”
“Edward!”
“Dove stai andando?”
“Sto tornando in sala comune. Non mi sento molto bene!”
“Bhè, ti accompagno!” le cingo il braccio intorno alla vita e mi dirigo con lei verso la nostra accogliente sala comune. Attenzione:
Leggere nel forum, in discussioni per pg, il topic riguadante Edward e il club pro-riddle
Quando dico che Ed si fa le sopracciglia, sia chiaro, non è nel senso di delinearle e dargli una forma. Ma ad esempio di avitare il monociglio o qualche brutto peletto che non incastra niente!
La discussione con mia sorella mi ha leggermente stordito.
Girando lungo i corridoi della scuola, quasi ne studiassi il perimetro, pensare è inevitabile.
Perché Scarlett considerava i babbani così impossibili da tollerare anche solo mentalmente, non sapevo spiegarmelo.
e non trovavo motivazione ancora meno nel fatto che avessi preoccupazioni riguardo al fatto che Julia potesse essere una di loro.
Non ho mai avuto una simile “allergia” verso i mezzo sangue.
Ed anche definirli così, a mio dire, era comunque una sciocca classificazione.
Appartenere ad una famiglia antica di purosangue, spesso, ti affibbia dei target, ai quali risulta quasi impossibile sfuggire.
Decido di non pensarci, sfuggendo volutamente alla mia mente vorticosa.
Sfoglio le pagine di un libro riletto milioni di volte, Hamlet. Lo trovo interessante, la divisione interiore di questo essere in conflitto con se stesso.
Essere, o non essere...
questo è il nodo: se sia più nobil animo
sopportar le fiondate e le frecciate
d'una sorte oltraggiosa,
o armarsi contro un mare di sciagure,
e contrastandole finir con esse.
Morire... addormentarsi: nulla più.
E con un sonno dirsi di por fine
alle doglie del cuore e ai mille mali
che da natura eredita la carne.
Chiudo il libro,pesantemente.
Capisco la sorte avversa. Ma che anche la letteratura ci si metta è una cosa che mi manda in bestia.
Mi alzo, con ampia falcata mi avvio nella mia stanza, richiudendo pesantemente la porta.
Ancora nessuno dei miei compagni di dormitorio è dentro, meglio.
Chino sul lavabo sciacquo la mia faccia. Osservo allo specchio la linea del mio viso.
Morir... dormire, e poi sognare, forse...
Già, ma qui si dismaga l'intelletto:
perché dentro quel sonno della morte
quali sogni ci possono venire,
quando ci fossimo scrollati via
da questo nostro fastidioso involucro?
Ecco il pensiero che deve arrestarci.
Ecco il dubbio che fa così longevo
il nostro vivere in tal miseria.
Se no, chi s'indurrebbe a sopportare
le frustate e i malanni della vita,
le angherie dei tiranni,
il borioso linguaggio dei superbi,
le pene dell'amore disprezzato,
le remore nell'applicar le leggi,
l'arroganza dei pubblici poteri,
gli oltraggi fatti dagli immeritevoli
al merito paziente,
quand'uno, di sua mano, d'un solo colpo
potrebbe firmar subito alla vita
la quietanza, sul filo d'un pugnale?
E che nervi cronici. Guardo fuori dalla finestra che da sul cortile. Silenzioso osservo quella figura che tanto causa questi dubbi che non riesco a spiegare, che non riesco a decifrare. Vorrei non avere questo peso addosso.
Questo dubbio senza nome.
Cosa c’entra, CON ME, la Versten.
Perché le parole di Scarlett mi hanno segnato, in qualche modo ferito, forse agitato.
Me lo chiedo da ore, ormai, senza trovare risposta.
Odio, detesto non avere alternative valide ad uno stato che non comprendo.
Scendo di corsa, di nuovo in sala comune, prima di salutare come un fulmine pianto una mano sul libro di Scarlett, intenta a leggere.
“Dobbiamo parlare” – le dico, con un tono poco gentile.
Lei mi guarda, stizzita.
“Con calma e per favore” – ribatte la mia richiesta. Innervosito, sorrido ironico.
“Ok, con calma e per favore,dobbiamo parlare” – sfilo il suo volume dalle dita, chiudendolo, sedendomi di fronte a lei.
Riprendo.
“Spiegami. Perché io non capisco. Che problema ci sarebbe se Julia fosse una mezzosangue? ” – domando, quasi esasperato.
“ che problema c’è?????” – Scarlett si altera.
“Aedan, ma ti rendi conto di quello che chiedi????? ” – la sua è quasi un’imprecazione,mentre mi fissa.
“ che costa sto chiedendo? ” – le inveisco contro, moderando comunque la voce.
“ Aedan! Non puoi nemmeno pensare di mischiare il TUO sangue con qualcuno che non ne sia degno, con qualcuno che non sia puro! Ma non ti da il ribrezzo anche solo il pensiero di farlo? ” – sento l’ostilità nella sua voce.
Rifletto, prima di rispondere.
“Scarl, è questione di punti di vista.”- le dico, arginando il discorso.
“No, è questione di cervello, Aedan, e spero tanto che ti torni in fretta. ”
La guardo, per poi sorridere.
E’ mia sorella, ed in fondo capisco che sia in un certo senso, preoccupata.
Sebbene le sue idee mi preoccupino.
Le bacio la guancia, alzandomi dalla sedia “torno a studiare, sorellina.”
“Non farmi scherzi, Ae. Sai che tengo a te più della mia vita” – mi sussurra, vicina alla mia guancia.
Intenerito le accarezzo i capelli, tornando ai miei pensieri.
No, la Versten non può scatenare simili dubbi, in me.
Rientro in camera, silenzioso e gelido, portandomi su un letto dal sapore dolce, quasi di miele, per il mio corpo stanco.
Riapro l’Amleto, concentrandomi sul relax completo della mia mente:
E chi vorrebbe trascinarsi dietro
questi fardelli, e gemere e sudare
sotto il peso d'un'esistenza grama,
se il timore di un "che" dopo la morte
- quella regione oscura, inesplorata,
dai cui confini non v'è viaggiatore
che ritorni - non intrigasse tanto
la volontà, da indurci a sopportare
quei mali che già abbiamo,
piuttosto che a volar, nell'aldilà,
incontro ad altri mali sconosciuti?
Ed è così che la nostra coscienza
ci fa vili; è così che si scolora
al pallido riflesso del pensiero
il nativo colore del coraggio,
ed alte imprese e di grande momento,
a cagione di questo, si disviano
e perdono anche il nome dell'azione.
Chiudo, ancora una volta, il libro. Infastidito rivolgo le spalle alla finestra.
No, la Versten non può darmi simili dubbi, mi dico.
Scivolando nel sonno, un sonno di liberazione, almeno momentanea, per la mia coscienza.
Gaeltacht. Tutti i tormenti, gli incubi, i misteri di Edward risolti in una sola insignificante parola. So bene quanto Ed abbia sofferto per suo padre, per i suoi ricordi sbiaditi e per la sua ricerca esasperata, che sembrava non arrivare mai a una fine, ma la sua reazione dell’altro giorno mi ha lasciato a dir poco sgomenta. Non avrei mai immaginato che il suo desiderio di verità arrivasse fino a quel punto: ci mancava davvero poco, poi Scarlett sicuramente non avrebbe esitato a schiantarlo! Rimugino su quanto è successo sul divano della sala comune Serpeverde; Accanto a me Jasper sembra immerso negli stessi pensieri. “Secondo te ora Ed cosa farà?” chiedo infine. “Non so proprio…spero solo non faccia pazzie…”. Guardo in faccia il mio amico, rassegnati in una comune impotenza: è davvero frustrante non poter far nulla per aiutare Edward, ed ancora di più dev’ esserlo per Jasp. Gli prendo la mano per cercare di confortarlo; era da mesi che io e lui non riuscivamo più ad avere lo stesso rapporto che ci legava prima, in parte per colpa sua, ma anche per colpa della mia stupida ostinazione…ma ormai tutto è passato. Non provo più nemmeno rabbia ripensando a lui e Belinda, non provo dolore. In quel momento davanti a noi corre una bella e indaffarata Scarlett: non sembra nemmeno vederci tanto è concentrata su qualunque cosa abbia in mente. In fretta e furia entra nella sala comune. Nonostante il comportamento di Ed nei suoi confronti non sia stato dei migliori, sembra davvero presa da questa faccenda; e a questo punto lei è l’unica che può davvero aiutare Ed, L’unica che sappia qualcosa sui Gaeltacht. Sorrido. Ammetto che non è il momento giusto per pensare a certe cose, ma ormai non ho più dubbi; non c’è niente che possa giustificare l’interessamento di Scarlett, se non il fatto che il suo reale obiettivo sia proprio Ed: questo rende il mio piano anti-Violet decisamente più semplice. Un tonfo tremendo. Il libro che Scarlett fa cadere sul tavolo è talmente grande da non sembrare vero! Slego la mano da quella di Jasp, gli faccio segno di non seguirmi e vado verso di lei, incuriosita dal libro, dal suo comportamento, ma soprattutto impaziente di tirarle fuori la verità sui suoi sentimenti nei confronti di Ed. Non escludo che nemmeno lei sappia con certezza cosa prova, e chi meglio di un’amica può aiutarti nei momenti di difficoltà? Ormai al suo fianco cerco di capire di cosa parli il libro, ma quello che vedo sono solo una serie di simboli che non conosco, e sinceramente nemmeno voglio conoscere. Mi stupisco solo del fatto che Scarlett sembri davvero leggerci qualcosa, se no a che pro quegli appunti, quei cerchi e quelle macchie che affollano la pergamena su cui sta scrivendo? “Cosa stai facendo?”, le chiedo facendola sobbalzare.
“Cerco qualcosa che possa aiutare Edward.” Mi risponde, dopo un attimo di pausa. Mi siedo al suo fianco, pronta per il mio interrogatorio. “Vedo che sei davvero…coinvolta in questa storia..o mi sbaglio?”
“E’ solo che mi piace l’idea di saperne di più su questa storia”, la guardo scettica, “e non c’è altro.”, aggiunge infine, forse innervosita, forse consapevole della bugia. ’
“Si certo…però devi ammettere che Ed non è stato troppo gentile con te…”
“Effettivamente sarebbe stata l'occasione ideale per stampare un bel ceffone su quel visino d’angelo. Ma era sconvolto,per cui…farò finta di nulla. Odio agitare invano mani e bacchette.”, non la lascio continuare troppo nelle risposte. Non deve avere il tempo di pensare. “Però lo aiuti comunque, anzi ti stai impegnando fin troppo..” Purtroppo, però (o per fortuna ), Scarlett è tutt’altro che una sprovveduta. Mi lancia un’occhiata indagatoria: “E generalmente naso le bugie in fretta.”-incrocia le mani sui fogli poggiati di fronte a noi –“ dove vuoi arrivare, Dè?”. Mi prende in contromano; non ho altra scelta, devo essere schietta. “Ammettilo, ti piace Ed, se non perché tutta questa fatica, questo lavoro…è così, vero?”. Più che una domanda la mia sembra una supplica. Deve piacerle Ed, lei è la sola che potrei accettare, la sola alla sua altezza! La guardo speranzosa in attesa di una risposta, che si fa aspettare, che non arriva, che mi fa impazzire! “Frena,Deirdre. Frena. Ho sempre ammesso che Norwood è un bel ragazzo. Per così dire mi piace…”- sta per continuare ma la blocco. Il mio viso si accende di gioia: Violet, sei finita! “Lo sapevo, lo sapevo!Grazie Scarlett!”, mi alzo dalla sedia raggiante, “continua pure!”. Mi avvio velocemente alla mia camera, lasciandomi dietro una Scarlett sbigottita e un Jasper confuso. Sono impaziente di attuare il mio piano, ora che i presupposti ci sono tutti…sono avida degli sviluppi.
Ogni sera, qui, sembra di essere capitati nell'età dell'oro: l'abbondanza dei tavoli e la ricchezza delle pietanze rende quasi impossibile pensare che ogni cosa sia stata preparata da quegli esseri rivoltanti degli elfi.
Al nostro tavolo i piatti si riempono l'uno dopo l'altro, senza sosta, e persino l'atmosfera cambia radicalmente: le parole sono sostituite dal rumore delle posate che graffiano i piatti e da quello dei bicchieri, quando vengono riposti con troppa forza sul tavolo.
In fondo siede il nostro caposcuola, che nelle vesti di ragazzo mite e irraggiungibile, non scatena nemmeno quella paura e timore di quando è Tom Riddle; sembra solo perfetto. Troppo perfetto.
Sposto lo sguardo lungo tutto la tavolata, Lenore e Antonin siedono come sempre al suo fianco, più spostato siede Geert, che dal mio discorso non ha più avuto il coraggio di guardarmi in faccia, altri studenti del settimo e poi sediamo noi. I membri del club sono sparpagliati lungo questa porzione, lontani, indifferenti, in modo da destare il meno possibile le attenzioni; davanti a me i bellissimi occhi di Edward sono, a suo malgrado, esaltati da profonde occhiaie e la sua pelle chiara è resa più brillante dal pallore dell'insonnia, che ricorda quello di un malato. Jasper alla sua sinistra conserva un poco più di colore e sembra aver un conto in sospeso con le verdure che ha nel piatto, visto che continua ad infilzarle senza alcun motivo. Devo dire che qui l'allegria regna sovrana, tanto che mi passa persino la voglia di mangiare; Cerco un pò di conforto in Scar, ma anche lei sembra esausta per i giorni di esasperata ricerca e di scontri verbali con la ragazza diafana seduta a fianco di Ed.
Sospiro; E' inutile che io resti qui per farmi deprimere, meglio andare in camera: è da giorni che non scrivo ad Eve, ma soprattutto non ho ancora letto la lettera che mi ha spedito Amelia...
Faccio per alzarmi quando noto un'altra figura che si staglia sopra le teste del tavolo Grifondoro. Alta, esile, Julia Versten si incammina decisa verso l'uscita. I suoi amici la seguono preoccupati con lo sguardo; durante tutta la storia di Ida non ho mai pensato nemmeno lontanamente alla sorella, a quello che debba provare in questo momento: lei probabilmente non capisce il fine superiore che sta dietro all'omicidio di sua sorella. Forse sta soffrendo, forse sospetta di qualcuno, forse non se ne fa una ragione, e tutto perchè non riesce a leggere il grande progetto, la volontà che sta sopra di noi; verrebbe quasi voglia di urlarglielo in faccia per togliergli quell'espressione che le tormenta il volto, per farle capire che è tutto giusto, perfetto, che così doveva andare. Voglio toglierle quell'espressione del volto che mi ricorda tanto quella di Ed e Jasp.
Tutti e tre hanno gli stessi occhi, non importa di che colore siano, l'odio che li accomuna li rende identici, molto simili a quelli di Riddle per la verità. Hanno provato un dolore inimmaginabile, che io non ho mai provato e che probabilmente non posso capire. Come posso aiutare Ed se non conosco i suoi sentimenti? come posso aiutare Jasp se non so quello che sta provando? La verità è che mi sento inutile e l'unica cosa che mi resta da fare, l'unica grazie alla quale mi senta almeno vicino a loro, in qualche maniera, è cercare di allontanare Violet da Ed a favore di Scarlett. Patetica, insensibile, stupida, si pensi qualsiasi cosa di me, ma meglio fare questo che non fare assolutamente niente, meglio questo piuttosto che comprendere di non saper come aiutare, forse per la prima volta, i miei migliori amici.
Svegliati Julia, non capisci, è tutto come deve essere...
Sarà anche divertente come dicono ma io non capisco davvero cosa ci sia di esaltante nel sporcarsi le mani di sangue sporco. Che volgarità.
Ho appena finito di parlarne con Scarlett, dopo aver saputo dell'avventura dell'altra sera da Jasper. Riguardo al mio piano, di cui non ho svelato niente a nessuno, non ci sono stati eventi significativi o occasioni che mi abbiano permesso di fare la mia prima mossa; questo compito si sta rivelando più difficile del previsto!
Ci avviamo insieme al campo di Quidditch dove si sta giocando l'ennesima partita sotto un cielo poco rassicurante; dovrei essere abituata alla pioggia, in fondo sono nata e cresciuta in Inghilterra, ma odio vedere le mie scarpe insudiciate dal fango del terreno. Cammino con disgusto fino agli spalti, dove ci sediamo nei posti migliori, dopo aver fatto spostare dei ragazzi del quarto. Da brava tifosa ho stretta intorno al collo la sciarpa della mia casa. A dirla tutta questo sport non mi fa impazzire, ma non posso perdermi Jasp che gioca e nemmeno la possibilità di vedere Violet colpita da un bolide vagante; una volta venivo anche per Geert, ma ora è diverso.
Dopo un paio di minuti dall'inizio della partita Ed ci raggiunge e con lui anche la prima fase del mio piano. "una scusa stupida, una qualunque Dè!" mi continuo a ripetere nella testa: ora che ho l'occasione di lasciare soli Edward e Scar, senza che ci sia Violet nei dintorni, possibile che non mi venga in mente niente di sensato che mi permetta di allontanarmi?! "Dè! Ed!" una voce, forse quella della salvezza, mi raggiunge dagli spalti al nostro fianco. Belinda, col suo solito e immancabile entusiasmo, mi saluta urlando e attirando l'attenzione di tutti. Edward risponde al saluto con un gesto e un sorriso e io decido di cogliere l'attimo: "Sembra che Beli abbia bisogno di me...forse è meglio che vada, trattandosi di lei potrebbe essere di tutto!", mi alzo dagli spalti,"Torno subito", mento naturalmente.
Di solito me la cavo sempre in ogni situazione, riesco a trovare un'idea o almeno uno spunto appena intelligente per quasi tutto, ma a quanto pare(o almeno giudicando dalle espressioni delle mie due vittime), il lavoro di 'matchmaker' non mi riesce proprio; con l'amore non me la cavo proprio bene per niente...possibile che io sia così incapace? possibile che io non possa amare nessuno, che non comprenda questo sentimento? "Dè cosa ci fai qui?", mi chiede Utopia appena le raggiungo; non avevo notato ci fosse anche lei, e penso di sapere il perchè si nascondeva: Ed; sempre e comunque lui. Guardo verso Ed e Scar che si sono lanciati in una deliziosa risata. Io davvero l'amore non lo capisco...
Il tempo è mutevole, come solo nella mia umida Inghilterra sa essere. Guardo il cielo, sperando che non piova durante gli allenamenti: se mi prendessi un raffreddore sarebbe il colmo. Quando abbasso gli occhi, noto una gradevole figura che cammina a passi piccoli e aggraziati. Mi scuoto dai miei pensieri: Violet Traviston mi precede. “Traviston, da chi stai fuggendo?”domando, mentre la affianco. “Da…te, forse.”
Una delle sue frasi al vetriolo: però mi indirizza uno sguardo divertito, quindi mi trattengo dal risponderle per le rime. Anche perché mi cade lo sguardo sulla sua scollatura. Davvero un bel vedere. “Non rischi di attirare un vampiro o qualcosa del genere con la tua pelle lattea così esposta?”
Lei non fa il minimo gesto di coprirsi. “Saprei come stenderlo.”
“Dove? Per terra o su una superficie più comoda?”
“Dipende da come mi va, caro il mio Lewis.”
Stiamo migliorando. Fino a poco tempo fa, era un miracolo se ci salutavamo senza schiantarci a vicenda, o peggio. Ora siamo alle battutine.
Una nube oscura il sole all’improvviso, e un vento freddo prende a soffiare. La mia compagna rabbrividisce. “Dài, su muoviamoci!”le dico, mentre affrettiamo il passo.
Schivo un Bolide, scambio qualche battuta con i Battitori, catturo una serie di Pluffe. All’ennesimo punto segnato, mi inchino al mio pubblico immaginario, ma a guardarmi c’è solo Violet Traviston che sorride, scuotendo la testa ed allontanandosi in un istante.
Edward è sempre più strano in questi giorni. Rimugina sempre sulle informazioni che gli ha portato Scarlett Lywelyn. L’altro giorno, l'ho sorpreso a spulciare un vetusto dizionario di gaelico, per poi chiuderlo sconsolato.
Ed è disteso sul letto, concentrato nella lettura del libro di Incantesimi.
Si alza di scatto, e lo scaraventa contro il muro. “Inutile!”sibila. “Cosa?” mi azzardo a chiedere. “Inutile tutto quello che ci insegnano a scuola! Incantesimi che possono servire giusto a una fattucchiera di terz’ordine, trasfigurazioni improbabili…Storia della Magia!”
Si copre il viso con le mani. “Ho bisogno di stare da solo. Scusami, Jasp.”mormora.
Lo guardo fisso negli occhi.
Mi sto preoccupando: pensavo che l’aiuto di Scarlett gli sarebbe stato d’aiuto, che avrebbe pacificato un poco il suo animo. Ma non è stato così. Sembra ancora più tormentato. “Non riesco…a stare fermo qui! Devo fare qualcosa.”
Che cosa posso dirgli?
Mi avvicino a lui, e gli do una pacca sulla spalla. Forse dovrei abbracciarlo. Ma sento che mi respinge: ha bisogno di riflettere. “Se vuoi parlare sai che ci sono.”mormoro.
Il mio amico annuisce, e il suo sguardo freddo come uno smeraldo si ammorbidisce. Poi esco e mi dirigo verso la biblioteca: un’interessante ricerca di Pozioni mi attende.
Deirdre è seduta su una poltrona in Sala Comune. Sfoglia un giornale senza troppa voglia, così mi avvicino e mi siedo di fronte a lei.
Mi lascio cadere su una sorta di pouf bitorzoluto, appoggiando il libro di Pozioni, la pergamena con gli appunti e la penna accanto alla sua rivista. “Mia bella Dè, buonasera.”
“Ciao, Jasp. Allora, come va?”
Si stiracchia come una gatta. “Male, penso che dopodomani dovrai fare un po’ di moine a Lumacorno: la mia ricerca va a rilento.”
“Se non iniziassi sempre all’ultimo minuto… sei troppo ben abituato a prendere voti alti lavorando il minimo indispensabile.”
“Sono le prerogative di noi geni, mia cara!”
Scoppia a ridere. “Certo, certo…”
“Come ti trovi con Scarlett?”le domando.
Sono molto curioso di saperlo: Deirdre è sempre stata legatissima a Eve, ed ha sempre visto come il fumo negli occhi chiunque cercasse di prenderne il posto[un esempio? Violet Traviston]. Con Scarlett, invece, si è sempre dimostrata amichevole e gentile. “Mi piace, sì. È simpatica, parliamo molto. Non è acida come quella là.”
Ovvero Violet. “E poi ho dei progetti…”
“Che genere di progetti?”
Uno dei suoi sguardi da gatta – somiglia proprio a un felino, a volte. “Lo scoprirai a tempo debito!”
Ah, le donne.
La doccia lava via tutta la stanchezza.
Mi insapono i capelli, li sciacquo ed esco.
Mi preparo a farmi la barba, ma un crampo alla mano me lo impedisce.
Sul ripiano del bagno, un fazzoletto ancora macchiato di sangue: non il mio, s’intende.
Ieri notte, un Tassorosso se l’è vista brutta.
Non era l’insulso Pel-di-Carota, per quanto sia quello che lo meriterebbe di più, ma il suo amico.
L’incapace, il canterino Eugene Pennington.
Preso di sorpresa, ha ricevuto una piccola lezione su come dovrebbero essere trattati i Sanguesporco di Hogwarts: con la delicatezza di un martello.
Povero Eugene. Forse non se lo meritava neppure, inetto com’è nelle arti magiche.
Lo specchio mi rimanda l’immagine del mio volto sorridente.
Dopotutto, è stata solo un po’ di sana attività fisica. Mi devo accontentare di impiegare così la mia irruenza.
Finché non troverò modi più piacevoli.
Vorrei non avere tanto mal di testa, ma d’altronde è colpa mia, se sono rimasta a studiare fino a notte fonda. Non vedo la mia media in calo, ma non posso fare a meno di pensare che Garet e in genere tutti gli impegni che ho preso tolgano troppo tempo allo studio. Fino a qualche mese fa, non passavo il mio tempo libero a passeggiare sospirando, a guardare allenamenti di Quidditch sotto la pioggia, a fare lezione di Difesa contro le Arti Oscure ai miei compagni. Cose che, per carità, adoro, ma che mi fanno rodere per il senso di colpa. Ho un futuro che mi aspetta, e tutti contano su di me.
Infilo nella sua apposita cartelletta la pergamena coperta fittamente di appunti, mentre Silente sposta delle grosse gabbie piene di pappagalli sul fondo della stanza; la lezione doppia di Trasfigurazione mi ha stremata, anche se la mia lotta per la E è ormai alla fine, e a maggior ragione non voglio cedere proprio ora che Silente sembra sul punto di concedermela.
Mi metto la tracolla, sistemandomela alla bell’e meglio sulla spalla, e mi piego verso Annette, che per tutta la lezione si è agitata al mio fianco, fremendo per il desiderio di raccontarmi della fine che ha fatto il suo ex. Sogghigna, prende fiato – le sue vicissitudini mi forniscono sempre un sacco di spunti, quando scrivo di amori travagliati – e si ferma. Indica alle mie spalle, continuando a ridacchiare vivacemente e occhieggiando … Sebastian, che mi guarda con un’espressione a dir poco bizzarra, di cui non capisco né l’origine né lo scopo; è seduto su un banco, le gambe che oscillano e i piedi che sfiorano il pavimento.
« Beh? » gli chiedo, senza muovermi dalla mia posizione. Lui, invece, scende dal banco con un balzo, mettendosi in piedi di fronte a me. Curioso, molto curioso: è così .. alto, e ad una stangona come me non capita molto spesso di sentirsi sovrastata.
« Niente, mia cara. Osservavo che hai la faccia sporca di inchiostro. » mi sfiora la guancia con la punta delle dita. Curiosa, questa sensazione, già. Viene subito scacciato con uno spintone di Julia, stranamente energica. Mi guarda storto e guarda ancor più torvamente il povero Seb, che sembra volersi scusare di non so cosa con uno sguardo di rimando.
« Andiamo. » ruggisce la mi amica, trascinandoci entrambi con se. Faccio un cenno ad Annette, che rivedrò più tardi e alla quale darò tutto il tempo necessario per raccontarmi i dettagli. Seb allunga di nuovo un indice verso il mio mento, iniziando a premervi ripetutamente.
« Signorina Harrington. » mi volto verso Silente, sfuggendo al suo tocco.
***
Il professore aspetta in silenzio che i miei compagni escano, lasciandomi imbambolata ad osservarlo con crescente perplessità.
« So di non essere il tuo Capocasa .. » esordisce indicandomi il banco da cui mi sono alzata pochi istanti fa. « .. ma vorrei chiederti a che punto sei con lo studio per i M.A.G.O. » Ecco, sapevo che sarebbe successo: due anni fa, Silente è stato il primo ad appoggiare la mia idea di scegliere le materie più adatte ad un’eventuale assunzione come Auror. Cosa che, come ben so, richiede un assurdo coraggio ed una perseveranza che va oltre ogni limite. Doni che non sono sicura di avere, ma che non posso che sperare di tirar fuori, al momento giusto.
« Va bene .. sto studiando. »
« Pensi ancora di voler fare l’auror? »
« Già. » mormoro mentre lui si aggira per l’aula, ancora alle prese con i pappagalli che, poco fa, hanno subito una lunga serie di trasformazioni di quelle che potrebbero essere richieste, per l’appunto, agli esami finali.
« Anche il tuo collega Sebastian Lang ha i tuoi stessi progetti … già. » borbotta senza guardarmi.
« Ah sì? » senza volerlo mi spingo all’indietro, facendo scivolare di lato le gambe, come se stessi per alzarmi.
« Sei di fretta, eh? »
« No, affatto. Anzi.. »
« Sì? »
« ..sono contenta che me l’abbia chiesto. E’ un bene che mi sia ricordata qual è il mio obiettivo. » sorrido, alzandomi in piedi. Silente mi guarda con affetto prima di voltarmi le spalle e ricominciare a lavorare.
qualche giorno dopo.
Saluto Sebastian, che si dondola sulla sedia e mi segue con lo sguardo mentre scappo verso Garet. Il problema è Julia: come non preoccuparsi per lei? E’ evidentemente deperita. Sta male, è palese, ma non si sfoga affatto. Né con me, né con lui, e non riesco a capire cosa fare per aprire la valvola.
Il mio ragazzo è appena risalito dal campo di Quidditch, se non mi sbaglio, e sono quasi certa che sia stato un allenamento extra in vista della partita contro serpeverde. Vedo per prima cosa, appena mi avvicino, lo stato del suo occhio destro: è gonfio, ed un’ampia area attorno ad esso è di un rosso acceso. Lo sfioro appena, con la punta delle dita. Freme sotto il mio tocco: mi sembra nervoso, irritato, ma apparentemente non ce n’è motivo.
« Tesoro, cosa ti sei fatto? » sorrido, poi mi sposto in avanti, verso di lui. Si ritira, rifiutandomi un bacio. Mi sento momentaneamente disorientata, non l’ho mai visto fare una cosa del genere; probabilmente non è andato bene l’allenamento.
« Una pluffa. Tu, piuttosto … » alza il mento, accenna alla sedia da cui Seb è sparito; la sua espressione è stranamente dura, gelida. Lui è così dolce: non si è mai arrabbiato, neppure quando mi sono scordata un appuntamento perché stavo leggendo un saggio di Storia della Magia inviatomi da casa. « … ti sei fatta il ragazzo? » non l’ho mai sentito neanche parlare con sarcasmo; sembra quasi un’altra persona, e questo nuovo Garet non mi va decisamente a genio. Seguo i suoi tratti: le narici dilatate, gli occhi stretti, le mani che tremano.
« Ma che stai dicendo? » mi viene quasi da ridere mentre gli rispondo: è uno scherzo, no? non è davvero possibile che Garet creda che lo sto tradendo .. con Seb, soprattutto.
« Non ho le fette di prosciutto sugli occhi, e neppure gli altri! Mi hanno detto dei vostri giochini.. mi sono accorto di come ti guarda .. di come VI GUARDATE! » alza il tono, sembra troppo arrabbiato per esserlo veramente.
« Garet, non puoi pensarlo veramente. »
« Ah, no? »
« Io sto con TE, sono innamorata di TE! »
« Certo, e Seb è solo un amico. »
« Sì! »
« Ridicola. » stringo i denti; non capisco, non voglio capire, mi sento mortificata e ferita. Singhiozzo. Lui distoglie lo sguardo, come se si vergognasse di me; stiamo litigando? Mi sta lasciando?
« Lui è mio amico, è IL TUO amico! » sento che la mia voce comincia a tremare dal fondo della gola; non è affatto bello quello che sta succedendo.
« Per la barba di Merlino, Georgiana! Smettila! » geme e fa per andarsene. Sento le lacrime che mi salgono agli occhi, e che scendono lungo le guance mentre, con poca forza, tento di afferrargli il polso. Evidentemente è mosso a pietà: torna sui suoi passi. Gli poso le mani sul petto, ormai in preda ai singulti.
« Ti prego … » mormoro, mentre lui lascia che gli posi la testa sulla spalla, tremando come una foglia al vento. Mi bacia i capelli, mi abbraccia. Fine della crisi. Sorrido, trattenendo un fiume di lacrime che si arenano tra le mie ciglia.
Gli ultimi membri del club escono dalla stanza delle necessità, lasciando me e Julia sole nella sala vuota, con i cuscini sparpagliati ovunque sul pavimento. Respiro rumorosamente, anzi, sospiro: è stato decisamente difficile far agitare le bacchette ad un gruppo di coetanei, tutti convinti che io abbia le capacità per farlo.
Mi lascio cadere su un cumulo di cuscini ammonticchiati in un angolo, socchiudo gli occhi, seguendo per qualche momento la figura di Julia che si affanna inutilmente.
« Fermati un attimo. » non sembra ascoltarmi. « Garet è strano. » niente. Scompiglia e rimette in ordine la stessa pila di fogli. Facendo leva sui palmi, mi metto seduta sulla montagna di cuscini, e osservo più agevolmente la mia amica.
« Sono andata a letto con Sebastian. » esclamo con esasperazione, tentando di attirare la sua attenzione con un espediente piuttosto banale, e ai limiti del possibile.
« mmh? » mugugna appena, voltandosi verso di me come se avessi parlato di zuppa inglese. E’ chiaro che le sue facoltà mentali si siano involate definitivamente: ad un qualsiasi accenno al sesso avrebbe fatto un bel salto, per non ricordare che nella stessa frase ho detto anche ‘Sebastian’. E lei non ha mosso un dito!
« Tu adesso mi dici cosa c’è. »
« Niente. »
« Julia Versten, non farmi arrabbiare, o dovrò toglierti 10 punti perché ti sei rifiutata di collaborare con l’autorità! »
« Non ho niente, davvero! » stringo le labbra, guardandola storto per farle intuire che non è il caso di continuare a dire sciocchezze. « … ho incontrato Riddle. »
« e…? »
« Ha ucciso mia sorella. E’ vivo, e libero. » sta in piedi a stento; faccio per alzarmi, per sorreggerla, ma è lei a precipitare come un sacco di patate al mio fianco. E’ improvvisamente impallidita, se mai potesse essere più bianchiccia di quanto sia nell’ultimo periodo, e questo non lascia presagire niente di positivo. Le poso una mano sulla spalla. Trema; so che potrebbe suonare crudele, però è il momento giusto per tentare di far cadere le sue barriere.
« Io non faccio niente per .. per .. »
« tu non potevi farci niente, Julia. »
« dovevo proteggere mia sorella! » singhiozza, cadendo all’indietro. Forse ce la faccio a farla piangere, forse ce la faccio. E forse riuscirò anche a convincerla che non è stata affatto colpa sua.
« cosa potevi saperne, tu? »
« dovevo parlarne con lei! »
« l’hai fatto. »
« no, no! non abbastanza! » grida ora. Probabilmente le si sta scatenando un turbinio emozionale; la ascolto emettere suoni disarticolati, ogni tanto sbocconcellare qualche parola, tremante e sul punto di scoppiare a piangere. E io aspetto, seguendola come posso e stringendole le mani; passano minuti su minuti, il tempo si allunga e arrotola mentre lei segue un discorso che ha senso solo nella sua mente. « … non è colpa mia! » esplode finalmente, gettandosi tra le mie braccia, in lacrime.
« Già, non è colpa tua. Su, va tutto bene. »
Apro gli occhi lentamente, scosto la tenda del letto a baldacchino e guardo verso la finestra, la fonte del rumore. Scorgo un gufo abbastanza grosso, marrone, che con i suoi occhietti piccoli mi squadra e con il becco continua a picchiettare sul vetro sporco della finestra. Mi alzo subito, infilo le pantofole e corro ad aprire l’anta. Non voglio che il rumore svegli le mie due Belle Addormentate, Susan e Lory.
Il gufetto si appoggia su una pila di vestiti di Susan, e mentre si mette comodo fra i cardigan di cotone e le minigonne colorate alza la zampetta e mi porge una letterina.
La apro subito, gia` so chi e` il mittente, ricevo lettere solo da una persona fuori Hogwarts. E` la mamma, ha una calligrafia piccola, gentile, le parole appena sfiorano il foglio, ma rimangono impresse nella mente.
Cara Alexa,
sono passati gia` molti giorni da quando te ne sei andata e io, piccola mia, non ho fatto altro che pensare a te e a come mi manchi. La casa e` terribilmente vuota, e io mi sento terribilmente vuota e triste. Mi manca una giovincella per casa! Certo, eri una palla al piede quando ti lamentavi perche` non c’era nessuno della tua eta`. A proposito, indovina chi e` venuto ad abitare dalla nostra anziana vicina di casa tanto amata? Niente meno che suo nipote, che ha la tua eta`, forse un po` piu` grande. Figurati e` venuto una settimana dopo che te ne sei andata!
Rimango a bocca aperta, mannaggia! Proprio quando me ne vado io, dopo i mesi di solitudine e noia arriva una novita` proprio quando non ci sono!
Sono sicura che adesso ti starai strappando i capelli, continua Alexa, figurati che il ragazzo e` anche carino!!!
Ecco a questo punto sono veramente incavolata.
Mi ha aiutato con la spesa e il resto, appena ha saputo che ero ancora convalescente. Ma non ti preoccupare, gli ho parlato di te, e non vede l’ora di vederti quest’estate!
Comunque se ti stai chiedendo come sto non ti preoccupare, va tutto bene, il dottore e` ogni giorno piu` ottimista e concorda con la mia decisione di mandarti a scuola. Dopotutto lo sapevo io che ti mancavano Incantesimi, Trasfigurazione, Antiche Rune e tutte le altre materie strane di Hogwarts! Mi raccomando mi aspetto il massimo dei voti eh? Dai scherzo piccola mia, basta che ti trovi bene con le amiche e che vai decentemente, e la tua vecchia mamma e` contenta ed in pace.
Qua va tutto bene, a parte questa novita` del ragazzo carino, io riesco a muovermi abbastanza e cucino, pulisco e faccio altre faccende da sola.
Perfavore scrivimi e raccontami qualcosa, qualsiasi cosa, anche cosa hai mangiato oggi. Lo sai quanto adoro ricevere tue notizie, non posso vivere senza le tue battute simpatiche e le tue prese in giro ai professori e agli studenti. Mi chiedo perche` non mostri la tua spiritosaggine agli altri compagni, sei davvero simpatica e divertente, devi aprirti un po` di piu` alle altre persone.
Ti voglio bene
Mamma
Rileggo la lettera, e` un po` corta, e mi ha lasciato l’impressione che mamma mi stia nascondendo qualcosa. Spero davvero che dica la verita` riguardo alla sua salute, non si e` allargata sull’argomento. Cammino in punta di piedi e mi siedo alla scrivania, dove tiro fuori una piuma e inizio a scrivere la mia risposta. Sono ancora insonnolita e le parole mi escono con fatica, vorrei dimostrare a mia madre che sono veramente spiritosa come dice lei, ma non mi viene in mente niente. Guardo Lory e Susan che dormono e un’idea fa capolino nella mia mente. Perche` non descrivere la posizione strana che assume Susan quando dorme, messa a V con il sedere che spunta fuori dalle lenzuola? Oppure descrivere come russa Lory, che sembra che tutto il fiato che ha nei polmoni lo fa uscire fuori di notte. Inizio a scrivere speranzosa, ma controllo il tempo e mi rendo conto che mi devo sbrigare, se voglio fare in tempo per la colazione e non essere in ritardo a Trasfigurazione.
“Su ragazze, su! Su!” grido, tirando addosso alle Belle Addormentate un paio di cuscini.
La campanella suona, segnando la fine di questa prima lezione. Susan si avvicina, e inizia a pichiettare sul mio banco impaziente, ci metto sempre tanto a riordinare la borsa.
“Datti una mossa, ti ricordo che l’altro giorno abbiamo alla grande pisciato Incantesimi, e non mi sembra proprio il caso di arrivare in ritardo oggi”
“O cacchio Incantesimi! Ho il libro in camera, devo scender quattro piani merda!” finisco di ordinare in fretta, esco dalla stanza a razzo, sento da lontano la voce di Susan che mi chiama, e in sottofondo il grido della professoressa “Alexa spingi la sedia quando esci!!” e poi sento qualcos’altro, qualcosa che speravo proprio di non sentire, la spalla di Jasper Lewis. Me ne accorgo troppo tardi, quando mi giro e incontro il suo sguardo freddo, e tremendamente incazzato. Se mi sento cosi` male guardando lui, figuriamoci se mi scontro mai con Riddle. Noto che i miei libri giaciono per terra, accanto ai suoi.
“Ma guarda dove vai!” poi mi guarda e il suo viso assume una smorfia di disgusto “Cacchio dato che mi dovevo proprio scontrare con una mezzosangue perlomeno potevo scontrarmi con una un’attimo carina no?”
Sento il mio viso che diventa rosso e le lacrime che combattono per non cadere, non qua, non davanti a tutti. Perche` effetivamente tutti hanno sentito, c’e` qualche ragazzo che ride, altri che stanno zitti, vedo gli occhi di una o due ragazze che mi fissano con pieta`. Jasper ha fatto la sua scena, ed ora e` contento. La sua vita continua, la mia si e` fermata.
Corro giu` per le scale, e non mi fermo piu` finche` non sono rinchiusa in camera mia, sul letto a lasciare che le lacrime scorrano e bagnino il cuscino. Non mi frega niente, tanto qua non mi vede nessuno. Non so perche` me la sono presa cosi` tanto, in fondo e` Jasper, il suo mestiere e` offendere la gente, offendere i mezzosangue. Pero` lui non ha offeso me essendo mezzosangue, mi ha offesa secondo il mio aspetto fisico, che lui evidentemente non apprezza. E se non l’apprezza lui puo` essere che non l’apprezza nessun’altro ragazzo? Che i miei sogni di fidanzamento sono solo fantasie? Che nessuno mi amera` mai, nessuno mi invitera` ad un ballo? Cavolo Alexa, sei veramente messa male. Mi alzo e vado a guardarmi allo specchio, l’Alexa che stamattina mi guardava riflessa dallo specchio e` cambiata, ora e` un mostro, e` grassa, ha il naso troppo grande, la faccia troppo rossa, gli occhi troppo piccoli, i capelli troppo banali. Non posso credere che io abbia mai pensato di essere carina. Mi accascio sul letto di nuovo, cavolo cavolo, tutto per uno stupido commento da uno stupido ragazzino che guarda caso e` uno dei piu` popolari della scuola. Cavolo!! Improvvisamente mi cade lo sguardo sulla lettera che stamattina stavo cercando di scrivere, e mi accorgo che in quel preciso momento ho tutta l’ispirazione. Mi siedo alla scrivania e in una quindicina di minuti ho gia` firmato la lettera e l’ho ripiegata in una bustina. Cavolo ho perso quindici minuti, sono in estremo ritardo per Incantesimi. Posso benissimo pisciare di nuovo, tanto ormai! Anzi quasi quasi vado in Guferia e lo affido al primo gufo a cavolo, cosi` non ci ripenso e strappo la lettera. La Guferia e` sull’alto di una torre, e un po` mi ci vuole per arrivarci, sto al penultimo piano quando sento una voce dietro di me. Una voce che non mi piace per niente.
“Signorina Robinson” e` una voce che ti penetra nelle ossa e ti congela dentro, e` ancora piu` fredda dello sguardo di Jasper Lewis, e` la voce di Tom Riddle. Non voglio girarmi, ma non posso continuare avanti come se niente fosse. “Stupida sporca mezzosangue girati!” Mi giro di scatto, non mi conviene non obbedire. “Brava, vedo che un pizzico di cervello ti e` rimasto, adesso signorina Robinson, spiegami perche` non stai con i tuoi compari del quinto in classe” Oh cavolo, mi ero scordata che era Prefetto, mi ero scordata che se scopre che ho saltato la lezione sono morta.
“Be`...dovevo andare al bagno...mi sento poco bene...conati di vomito...” Ma che dico?? Questa non se la beve per niente.
“Questa non me la bevo Robinson!” Ti pareva. Mi accorgo che non l’ho ancora guardato in faccia da quando mi ha rivolto la parola, sono combattuta se farlo o no, se non lo faccio potrebbe vederlo come una mancanza di rispetto, e se lo faccio potrebbe pensare la stessa cosa. Mi decido a farlo, mi ritrovo davanti il suo volto pallido, i suoi occhi pieni d’odio, che gia` tramano una punizione adatta.
“40 punti in meno alla tua casa Robinson, 10 te li ho aggiunti perche` mi hai mentito stupida mezzosangue. Adesso ti conviene dirmi che professore avresti dovuto avere senno` vedro` di metterti in piu` guai di quelli che hai adesso”
“Incantesimi” balbetto.
“Bene, vedro` di provvedere, sono sicuro cheil professor Benton sara` felice di avere un’assistente per rimettere a posto la stanza o qualunque altro lavoretto odioso avra` da dare a una viscida mezzosangue come te. Sopratutto a una viscida TRADITRICE mezzosangue” Riddle non esita a sputare, e il suo sputo manca di poco la mia scarpa. So a chi si riferisce quando dice traditrice, si riferisce a mio padre, la voce corre, e tutti sanno come ha rinnegato la comunita` magica. Per i sangue puro non sono solo una lurida mezzosangue, ma pure una traditrice, anche se io non ho avuto niente a che fare con la decisione di mio padre. E` ingiusto, questo giorno e` ingiusto, da Lewis a Riddle.
Devo aggiungere un'altro pezzo, ma aspetto il ritorno della jill, perche` la devo consultare. Questo post verra` quindi di conseguenza aggiornato.
Oggi c’è la seconda riunione del Club. Devo pensare ad un nome decente, fra l’altro.
Distesa sul molo ad occhi chiusi, lascio che una mano sfiori la superficie dell’acqua, un po’ meno gelida del solito: forse è la primavera che inizia a farsi strada, anche se è ancora un timido tentativo.
Sento che qualcuno si siede accanto a me, alla mia sinistra. “Julia?”dice la voce di Georgiana.
Apro gli occhi, senza dire nulla. Aspetto che parli.
La mia amica prende un respiro profondo. Poi guarda lontano, al di là del lago. “Mi fa male vederti così.”
E io non so cosa rispondere.
Il silenzio dura alcuni istanti, finché non mi accorgo che il sole sta tramontando. "È ora di andare. Ci staranno aspettando.”
Mi alzo in piedi. Georgiana mi rivolge uno sguardo triste ed arrabbiato, poi inizia a camminare davanti a me.
La Stanza delle Necessità si va ingrandendo: non per niente si modifica a seconda delle esigenze di chi la usa. Ci siamo quasi tutti. Scorgo un nuovo viso, fra quelli conosciuti, caratterizzato da una luminosa chioma bionda.
Audrey Salinger, che stringe il braccio di Peter e sembra piuttosto perplessa. Spero davvero di non perdere la pazienza con lei.
Rompo gli indugi e la sottopongo subito al colloquio preparatorio. Non che nutra molti dubbi su di lei: sta insieme a Peter, che ha origini babbane per parte di madre, e la sua migliore amica è figlia di umani senza poteri magici.
È un po’ nervosa, ma supera il test a pieni voti. “Vorrei dirvi qualcosa.”inizio.
Non amo in modo particolare essere la leader di un gruppo – sono troppo democratica, forse. In ogni caso, mi danno ascolto: le ragazze smettono di ridere, i ragazzi tacciono. Qualcuno si siede, qualcuno resta in piedi. “Apprezzo moltissimo che voi siate qui, e sacrifichiate il vostro tempo libero per…una causa superiore.”
Perché non mi sono scritta il discorso, invece di andare a braccio, facendomi prendere dall’idea del momento e utilizzando parole troppo solenni? Ormai è fatta, mi stanno ascoltando. “Questa è un’organizzazione clandestina. Quindi, non potete usare le nostre riunioni per giustificarvi a scuola, per andare via prima dalle lezioni o non svolgere i compiti; i professori, ve lo ripeto, non ne sono a conoscenza. Né dovete farvi particolari illusioni sul fatto che due Caposcuola siano fra noi: svolgeranno il loro compito in modo imparziale, come sempre hanno fatto. Chiaro?”
Cenni di assenso. “La finalità che ci proponiamo è difendere i cosiddetti Mezzosangue della scuola nel miglior modo possibile. Ovvero, imparando e praticando gli Incantesimi di Difesa. Dovrete saperli maneggiare alla perfezione, per voi…e per gli altri. Non credo ci sia bisogno di farvi notare come la violenza dei Purosangue” la mia bocca si storce in un sorriso amaro, credo “sia aumentata in modo esponenziale.”
Nessuno muove un muscolo.
L’atmosfera tesa viene spezzata dall’arrivo di Carlisle e Eugene. Al limite ripeterò loro il discorso più tardi, anche se dubito ne abbiano bisogno.
Eugene non sembra molto convinto, ma beve il Veritaserum [versione riveduta e corretta di Georgie] e risponde con sicurezza. Poi Georgie si dà all’insegnamento, nonostante un po’ di incertezza iniziale.
Osservo i tentativi di Sebastian di avvicinarsi a lei. Non capisco bene se la mia amica se ne renda conto o no: Seb è del tutto partito per lei.
“Julia, andresti a chiamare Sebastian? Avrei bisogno di lui. Dovrebbe essere da Lumacorno per non so che problema con uno studente del primo.”mi chiede Silente, mentre sono nella Sala Comune. Scrivo il mio nome sul tema di Storia della Magia, e vado alla ricerca di Seb.
La scuola è tranquilla, poche persone si aggirano per i corridoi nonostante sia abbastanza presto. Scendo molti gradini di molte scale per raggiungere i sotterranei del castello, dove si trova l’aula di Pozioni.
Spingo la porta, che si apre con un cigolio. Forse è il silenzio a rendere il suono così sgradevole.
La sagoma maschile che sta scartabellando fra vari libroni mi è molto, troppo familiare. “Julia…Versten.”dice Tom Riddle.
La sua voce è morbida come velluto, gli occhi scuri sono vuoti come quelli di una statua. È più alto di me, snello. Il suo sorriso sembra appartenere ad una persona affascinante ma incapace di fare del male a una mosca.
Il Caposcuola di Serpeverde misura la mia figura con lo sguardo. “Che sorpresa.” aggiunge.
Sono pietrificata: non l’ho mai visto da così vicino, da quel giorno non ce n’è mai stata occasione.
La bacchetta è nella tasca interna della divisa che ancora indosso, la sento che punge la mia costola.
Poco più di dieci pollici di legno di rosa. Corda di cuore di drago. La mia unica arma di difesa se decidesse di attaccarmi. “Hai qualcosa da dirmi?”
Qualcosa da dirgli?
Vorrei potergli vomitare addosso tutta la rabbia, tutto il dolore degli ultimi mesi, vorrei scuotere quel suo viso bianco come il latte, deformarne i lineamenti perfetti, fargli provare nel corpo un minimo di quel dolore che io provo nell’anima. “Versten, cara, cosa ci fai qui?”
Lumacorno è alle mie spalle: gli sto intralciando la strada, visto che non mi sono mossa dall’uscio. Ho ancora la mano sulla maniglia.
Riprendo il controllo su di me, deglutisco. “Cercavo Lang, il Caposcuola di Grifondoro.”
"È appena andato via. Abbiamo risolto in fretta.”
Lumacorno mi sorride: credo che mi adori grazie alle mie origini piuttosto inconsuete.
Lascio questo luogo dopo un laconico saluto, e l’ultima cosa che mi resta di questo episodio è la voce di Riddle. “A presto, Julia.”
Devo calmarmi, devo calmarmi un po’. Non posso tornare in Sala Comune in questo stato.
L’unica alternativa che mi viene in mente è la Stanza delle Necessità.
Raggiungo il settimo piano di corsa, facendo i gradini a tre a tre. Mi sento grata per lo scarso affollamento.
Ora è una piccola cameretta tranquilla.
Una finestra offre una meravigliosa vista sul cielo stellato. Il fuoco arde tranquillo e sicuro; su un tavolino, una tazza di tè fumante e biscotti allo zenzero, i miei preferiti. Mi accoccolo sulla poltrona, togliendomi gli stivali, e bevo il tè.
A poco a poco, sento il suo calore che mi rassicura, e avvolge il mio corpo.
Mi addormento, sfinita.
“Ciao Jasp, cosa stai facendo?”dice Ed, entrando nella nostra stanza.
Non gli rispondo, ma gli chiedo notizie. Notizie delle ricerche che Scarlett sta svolgendo per e con lui. Giusto l’altro giorno l’ho vista parlare animatamente con il fratello in Sala Comune[ero di passaggio dopo gli allenamenti di Quidditch]; poi era andata via. Poco dopo, mentre mi sorbivo una Burrobirra bollente, un vero toccasana dopo tutto il freddo preso, Julia Versten era andata a parlare con lui.
Non avevo potuto fare a meno di trattenere un sorriso sardonico. Il fratello di Scarlett Lywelyn, che strana scelta. Come se avesse parlato con un fratello di Ed, o di Deirdre. Povera cara. “Sì, ha trovato qualcosa, qualcosa di importante.”
“Spiegati.”dico, mentre si avvicina e si siede accanto a me. “Le è arrivata una lettera, e delle informazioni. E mi ha detto…”la sua voce si abbassa di colpo, e la porta si apre.
Morgan Lancaster si ritrova addosso i nostri sguardi infastiditi. “Beh, ragazzi. Questa è anche la mia stanza. E ora devo studiare.”bofonchia.
Il nostro ex amico si allunga sul letto, masticando una Cioccorana, e inizia a leggere a bassa voce una serie di appunti di Incantesimi, per imprimerseli nella memoria.
Lo sguardo di Ed è lontano.
Io ho circa otto anni. Un bambino con i capelli ancora biondi, e gli stessi occhi verdi.
Accanto a me, c’è un ragazzo bellissimo. È alto, biondo e ha gli occhi castani. Sorride timido.
È mio fratello, Gabriel Sean Lewis.
Questa è l’ultima fotografia che ci scattarono insieme: solo io e lui, nel giardino della nostra casa.
Sean aveva diciassette anni, quando è morto.
L’ho saputo origliando da dietro la porta del salotto: i miei genitori, attoniti, riuscirono a litigare anche su quello.
Io ero corso via, rifugiandomi a piangere sotto le scale.
Immagino che cosa possa avere provato il mio amico ad assistere all’uccisione di suo padre. Cerco di amplificare per mille ciò che provai io, quel giorno.
Non lo so. Non lo so.
È troppo diverso.
Mio fratello morì per un incidente. Non fu ucciso da nessuno. Quindi io non ho mai pensato di potermi vendicare.
Sono assorto nei miei pensieri da un pezzo, tanto da non accorgermi che la Sala Comune si è popolata di Serpeverde.
Mi guardo in giro.
Occhi scuri.
Uno sguardo inespressivo.
Tom Riddle mi fa segno di avvicinarmi. “Ti vedo pensieroso, Jasper.”
Non mi chiama per cognome, come fa di solito; anche la sua voce è quasi dolce. Prende la foto che stringo nella mano destra. All’improvviso mi sento in imbarazzo, come se mi avesse visto nudo. “Tu, chiaramente. E…?”
“Mio fratello. Sean.”
Annuisce. “Morto?”
“Sì.”
“Come?”
La sua voce è cantilenante e melodiosa, come una musica gentile che accarezza l’orecchio. Una ragazzina del quarto lo fissa adorante.
Non mi ero mai reso conto più di ora del suo potere di seduzione. “Una rissa. Lo hanno trovato pestato a morte.”
Riflette per un attimo, poi si china verso di me e sussurra: “E questo non ti fa mai venire in mente nulla?”
“Che cosa?”
Sono ipnotizzato, del tutto in suo potere. “Un mago ucciderebbe mai con la violenza fisica? A calci, pugni e bastonate?”
Non so rispondere. Non credo di avere ancora la capacità di pensare autonomamente. “No. Soltanto uno stupido Babbano potrebbe farlo. Un mago userebbe…”
Non completa la frase. Mi riconsegna la fotografia e se ne va, salutandomi con un: “Pensaci bene.”
Un Babbano.
Mio fratello ucciso da un Babbano?
Eppure quello che dice Riddle non è stupido.
Mi vengono in mente tutti i discorsi di mio padre. Le rare volte che ci vediamo, è ovvio. O lo sguardo di mia madre, quando le parlo dei Babbani che mi infastidiscono. Per quanto con nessuno dei due abbia mai, e dico mai, affrontato l'argomento. Dal giorno dopo le esequie, il nome di mio fratello li azzittiva immediatamente.
Nei miei ricordi, trovo conferma di quanto ha detto Tom Riddle. L'erede di Serpeverde. Colui che merita la mia stima eterna e la mia obbedienza incondizionata, per il suo sangue e per le sue qualità.
Non ho per niente voglia di alzarmi dal letto, ma devo farlo.
Doccia, vestiti, libri.
Una mattinata scolastica di routine mi attende. La professoressa Merrythought oggi è più insopportabile del solito. Il suo metodo di insegnamento è un inno alla disorganizzazione. Verifiche messe a caso, interrogazioni non programmate, momenti di follia quando si rende conto di non avere ancora nessun voto alla fine del quadrimestre. Il mio pensiero, per la prima volta dopo molto tempo, corre ai M.A.G.O. che ci aspettano alla fine dell’anno. Inutile dire che per Difesa contro le Arti Oscure mi aspetto il peggio.
Per fortuna, l’ultima ora è di Astronomia. Stiamo affrontando le teorie di Newton e Keplero sulle orbite planetarie, quindi la parte pratica, che si svolge di notte, per il momento è accantonata. “L’aneddoto della mela che cadde dall’albero sulla testa del vecchio Isaac è una sciocchezza, ma deve servire a farvi capire…” Mi sforzo di restare sveglia e concentrata, ma è davvero difficile. Georgie tenta di rivitalizzarmi un po’. “Allora, ho visto che hai conosciuto il nuovo acquisto della mia Casa.”
“Aedan…Lywelyn?”
“Sì, il ragazzo dagli occhi di ghiaccio. Due giorni che è qui, e già vi salutate.”
“Eh, certo. Il prossimo passo sono le partecipazioni di matrimonio. Scherzi a parte, mi ha chiesto un’indicazione per raggiungere i vostri dormitori. E così ci siamo conosciuti.”
“Si, si. Se lo dici tu.”
“Georgiana…”dico con voce stanca. Non sono molto dell’umore, no. “In ogni caso, speriamo che non vada a ingrossare le fila dei Riddle-boys.” Non posso trattenere una risata spontanea. Grazie, Georgie, tu sai come risollevarmi il morale. “Perché dici questo?”chiedo, non appena mi riprendo. Crale mi rivolge uno sguardo stranito. “Sua sorella è fra le nostre care Serpi, e anzi, le voci di Tassorosso dicono che sia già partita all’attacco di Norwood.”
Stiamo zitte tutte e due. Poi l’ora finisce e siamo libere di andare a pranzo.
Torno in camera, ho un estremo bisogno di sciacquarmi il viso e di stare da sola per qualche minuto. Lo specchio del bagno mi rimanda un volto pallido, segnato dalle occhiaie che mi fanno gli occhi più azzurri e più profondi, con degli zigomi sporgenti che non mi appartenevano. “Julia, ti prego, mangia qualcosa.”
La frase che quasi tutti mi ripetono ai pasti. Georgie, Sebastian, Garet, Peter, perfino Silente. Non mi sto affamando, ma non ho appetito, non sento i sapori. Mi nutro perché è necessario alla mia sopravvivenza, non perché mi dà piacere.
Mi asciugo il viso, e stendo un nuovo strato di fondotinta, cercando di riparare ai danni. Un colpo di pettine ai capelli e mi avvio verso la Sala Grande per il pranzo.
Nel corridoio, Carlisle Hunnam mi intercetta, e coglie l’occasione per presentarmi in maniera ufficiale il suo amico. “Vi sarete di certo già visti…” dice “Julia, lui è Eugene Pennington. Eug, ti presento Julia Versten.”
Un Tassorosso del sesto anno con i capelli biondissimi, che mi sovrasta di tutta la testa. Mi sento piccola, all’improvviso, scrutata dai suoi occhi, molto più maturi del suo aspetto. Carlisle non fa mai niente per caso.
“Non è possibile!”esclama Georgiana, sedendosi accanto a me e a Sebastian, che subito arrossisce. “Che cosa?”
“Crale mi ha dato un plico di documenti da portare al ragazzo dagli occhi di ghiaccio. Solo che io ho un tema di Trasfigurazione ancora da iniziare…non ho tempo! Senti, Jules…”
Le rivolgo uno sguardo interrogativo. “Non è che lo faresti tu per me? Portagli questi fogli e che se la cavi da solo.”
Non è una domanda, anche se è formulata come tale. Così afferro la mia borsa con la divisa da Quidditch[mi aspetta un allenamento pomeridiano], prendo i fogli e mi dirigo verso la figura di Aedan Lywelyn, che ha un libro chiuso in mano ed un’espressione pensierosa.
Mi siedo di fronte a lui, e gli porgo il plico. Lui sembra non accorgersi della mia presenza. “Aedan?”
Alza il capo di scatto, e mi dice: “Si?”
“Ti ho portato questi, te li manda Crale. Credo che siano dispense delle varie materie.”
“Grazie.”risponde, prendendole in mano e dando loro una rapida sfogliata “Scusami, ero un po’ soprappensiero.”
“Ho visto. Nostalgia di casa?”
“No, non direi.”
Poi nota la mia borsa. “Cos’è quella roba?”
“Ho gli allenamenti di Quidditch.”
Sembra abbastanza meravigliato. “Ma guarda un po’…anch’io gioco a Quidditch. In che ruolo?”
“Cacciatore.”
“Che coincidenza sospetta…”dice, sorridendo.
Lo sguardo mi cade sull’orologio a pendolo alle sue spalle. “In effetti, devo proprio andare. L’allenamento inizia fra venti minuti, e io devo ancora cambiarmi.” Mi alzo in piedi. “Allora non vedo l’ora di affrontarti sul campo.”ribatte. “Vedremo proprio chi vincerà!”
E ci salutiamo con un sorriso.
“Ahia!”esclamo.
Un livido corre per il mio braccio destro, grazie ad una Pluffa mal direzionata da uno dei Battitori, che mi ha colpito di striscio, vicino alla spalla. Qualcuno ha appena cercato di farmi voltare.
Il mio umore non è dei migliori di per sé, e non può fare altro che peggiorare. “Cosa diavolo vuoi?!”dico, cercando di non ringhiare come un lupo.
Geert Wellington sembra sconcertato dalla mia reazione. Poi nota che mi sto tenendo il braccio, per proteggerlo da ulteriori aggressioni, e forse un collegamento scatta nella sua mente. “Allenamento, vero?”
“Già. Una Pluffa impazzita e un Battitore che ha perso il lume della ragione per un istante. Hai bisogno di qualcosa?”chiedo.
Stavolta la mia voce si addolcisce. Forse anche perché il dolore va scemando. “Volevo scusarmi con te.”
A fatica non spalanco gli occhi per la sorpresa. Scusarsi con me? “Sebastian mi è venuto a cercare e mi ha spiegato a cosa servivano gli ingredienti che avevate sottratto dalla dispensa di Lumacorno.” ‘Seb, che balla ti sei inventato?’ vorrei chiedere al mio amico. Ma non posso fare altro che assentire con il capo. Forse ha risolto la situazione. “Mi rendo conto che sia difficile per te, ecco. E io sono venuto lo stesso a infastidirti con i miei sospetti. Non sapevo che si trattasse si una pozione per dormire. Mi dispiace infinitamente, Julia. Il tuo aspetto provato avrebbe dovuto parlare da solo, ma…” Fermo questa autoflagellazione. Non credo di essere in grado di sopportare altre scuse. “Geert, lascia perdere. Quel che è fatto è fatto.”
Credo sia dispiaciuto sul serio. Leggo tristezza nei suoi occhioni castani: di colpo, mi ricordo che fino a poco tempo fa era il fidanzato di Deirdre Blackster, una Riddle-girl sfegatata, per dirla alla Georgie.
Che coppia improbabile.
Mi lascia andare dopo un’altra serie di scuse, che riesco a troncare solo salutandolo e iniziando ad allontanarmi.
Un pozione per dormire.
Quanto ne avrei bisogno.
Non riesco a piangere.
Non riesco a dormire.
Sono come paralizzata, intrappolata nel ghiaccio dal mio dolore, dalla mia rabbia.
Sdraiato nel letto massaggio la spalla nuda della mia ragazza. Che strano, la mia ragazza. Io, Edward Norwood, che mai e poi mai avrei pensato di avere una ragazza, se non dopo la ventina.
Dopo l’incontro con Riddle non abbiamo più parlato di questo argomento, sono un po’ spaventato da quello che mi possa dire, ma non sembra averla presa male. Probabilmente se non le andava, mi avrebbe già arrangiato per bene, con il caratterino che ha. “Devo andare” le dico dandole un bacio sulla fronte per poi alzare e rivestirmi. Devo tornare dai miei amici. Ultimamente sembrano scocciati da questa situazione: io e Violet.
“Dai rimani ancora un po’” intima lei con voce sensuale, trattenendomi per una mano e spingendomi verso di lei. “Sai che lo farei volentieri ma.. non posso!” Abbassa lo sguardo scocciata. Questo non è un buon periodo, per niente. Da quando ho scoperto cosa è successo quella notte sono suscettibile più del solito. Naturalmente Violet se né resa conto ma, fortunatamente, non fa domande. I miei migliori amici cercano di consolarmi e di aiutarmi nelle ricerche del simbolo, ma non vanno affatto bene. Perfino Lumacorno non è riuscito a dirmi niente e neanche i libri in biblioteca, sezione proibita e non.
Raggiungo Jasper in sala comune dove è alle prese con il tema di pozioni che fortunatamente io ho già finito. “Hey ma sei proprio una lumaca!” scherzo io, gli ho dato quel tema all’incirca tre ore fa ed è ancora a scriverlo. Chissà che si è messo a fare mentre io non c’ero. “Impegni superiori mi hanno richiamato e sai com’è, non si può resistere!” rido di gusto, lo sapevo. Lo aiuto a finire qualcosa, in modo da poter abbandonare al più presto lo studio per lanciarci in cose ben più rilassanti e divertenti. “Hey ma poi hai visto? Quelle cretine delle tassorosso? Fanno tanto le vittime, le poverine con le lacrime: ipocrite! Mezza di loro conoscevano Ida solo per l’immagine poco non-notabile! Certe persone proprio non le capisco. Inutili le tasse, così come la loro casata!” parlo animatamente con il mio migliore amico del comportamento degli alunni di questa scuola: stupidi, falsi, inutili. Sono veramente pochi quelli degni del mio interesse. Sono veramente pochi quelli che dovrebbero appartenere al mondo magico.
A interrompere questa conversazione di un certo livello arriva un volto molto, molto gradevole ma inaspettato. Il volto di: Scarlett Lywelyn. La bella bambolina durmastranghiana con cui ho passato un ottimo capodanno. Amica di famiglia da tempo, sempre stata una bella ragazza, ma quest’anno si è fatta notare in modo particolare. Un tempo era più bambina: la dolce, piccola, tenera Scarlett. Che poi tenera e dolce, mica tanto! Se dice di sputar veleno e di raggiungere un obiettivo, stai tranquillo che ci arriva. E’ un po’ il “Principe di Durmastrang”. All’attacco caro Edward, quello è un bocconcino che fa per te. “Ci si ritrova”-saluto Edward e Jasper baciando le guance e siedo, poggiando i libri. Scambiamo qualche parola e niente più sul tema di pozioni che Jasp ha appena finito e messo via. Edward ascolta, intromettendosi qualche volta, a tratti scocciato. Con la faccia di uno che, chiaramente, pensa ad altro.
Non ci faccio troppo caso, salvo guardarlo qualche volta durante la discussione, cercando di coinvolgerlo, e lo stesso sembra fare Jasper, che sento quasi avvilito da questo silenzio pesante che a volte cala fra loro due. Poi qualcosa attira la mia attenzione, il viso di Edward rivolto verso un disegno abbozzato su un foglio di carta bianca, leggermente stropicciata, probabilmente passato di mano in mano diverse volte, viste le impronte annerite dovute al troppo ripassare sul tratto della matita. Nonostante il disegno sia di qualità senza dubbio poco artistica, sono evidenti i suoi elementi. Una spada, un dragone, i tratti di una scrittura antica,forse incomprensibile per loro ma non per me, che in Irlanda ci sono nata e cresciuta. “ Conosci i Gaeltacht?”- chiedo,rivolta a Norwood. Lui cade dalle nuvole,scostando la mano con la quale si teneva il viso. “ come?” –domanda, assente. “ la casata dei Gaeltacht.”- ribadisco, ancora. Lui mi guarda,stranito. Forse sorpreso. Comunque con la tipica aria di chi non sta capendo nulla. Poi indico il disegno,poggiando un dito sulla carta. “ questo qui, è il simbolo della casata dei Gaeltacht”- dico, tranquilla.
E lui sgrana gli occhi, incredulo quasi. Temo di aver sbagliato, ma poi giustamente penso che sia lui ad avere qualcosa che non va, data la convinzione con la quale affermo la mia tesi. “ cosa…è…questo?” – il suo tono di voce è nervoso. Anche l’attenzione di Jasper si è focalizzata su di me. E la cosa non mi è chiara. Mantengo la calma necessaria, prendo il foglio e lo guardo bene. Porgo la mano “ mi daresti la matita per piacere?”- Edward la ripone fra le mie dita, prendo un foglio di carta sicuramente meno imbrattato di quello e comincio a disegnare, a memoria, il simbolo della casata, completo di dettagli. Poi lo mostro. “ questo qui.” – e sembra impazzire nel momento in cui i suoi occhi ne saggiano i contorni, lo strappa letteralmente via dalle mie mani, per fissarlo ancora. Uno sguardo poco chiaro, simile alla lucida follia quello che, in seguito, rivolge a me. Jasper che cerca, invano, di calmarlo. “ dimmi cosa sai, Scarlett. Dimmelo!” – alza leggermente la voce, sembra sconvolto. La cosa comincia a preoccuparmi. Guardo Jasper. “ andiamo in camera mia, Edward. Tu non stai bene, e lì ti dirò quello che so. Se ti fa tanto piacere.”- mi alzo, Jasper e Edward dietro me diretti in stanza.
Fortunatamente solo Deirdre è presente, e la cosa…almeno per me…non è un problema. Chiudo la porta, Edward è ancora di un pallore cadaverico. Mi esorta, prendendomi le spalle, guardandomi come un ossesso. “avanti,dimmelo.”- stavolta mi sto innervosendo io. Comincio. “ora tu ti calmi”- categorica- “ altrimenti la sola cosa che ottieni è un ceffone tale da farti girare per due settimane di fila.”- una smorfia simile ad un broncio quando lui molla la presa,scusandosi.
Sistemo la maglia,per poi sedermi. Sfilo il foglio,ormai accartocciato dalle sue mani e lo apro. “ questo qui è il simbolo di una casata di maghi antichissima, nata agli albori dell’ottocento,in Irlanda. Le sue sedi sono dislocate in più o meno in cinque o sei zone dell’Isola irlandese. Gaeltacht, in realtà, è una parola gaelica che identifica le zone in cui ancora si parla con l’antico idioma come lingua corrente. Ma allora, visto che le loro collocazioni, è diventato il nome vero e proprio di questa specie di setta.” – cerco di essere più chiara possibile. E tutti sembrano seguire il mio discorso. Edward è quello,però , che sembra seguire con un’ attenzione diversa. Mi fissa intensamente, chiedendo quasi fosse una supplica, in quel momento: “ se tu, conosci qualcos’ altro io devo saperlo.”- la sua voce è sempre dai toni vellutati, ma trema. Sintomo di ansia. Mi fa tenerezza, devo dire la verità. Escludendo quell’ aspetto da gran stronzo che si porta dietro, mi ero quasi dimenticata del fatto che, in fondo, anche lui è un essere umano. Sospiro, per poi rispondere. “ so molto altro, in verità. Ma prima voglio farti una domanda.”- lo guardo.
Lui annuisce. “ perché vuoi saperlo.”- in effetti la mia, più che una domanda, è una precisa richiesta. O me lo dice, o me lo dice. Scarlett conosce quel simbolo. Scarlett conosce quel simbolo. La guardo mentre ridisegna perfettamente il simbolo. Proprio lui, uguale identifico alla spilla che quell’uomo portava sul mantello.
Pretendo di sapere quello che sa. Voglio saperlo, deve dirmelo. Non mi faccio scrupoli e sembro quasi disperato, voglioso di sapere, assatanato quando le chiedo, o meglio le ordino, di parlarmi di quel simbolo. Ma lei non è tipo da farsi mettere i piedi in testa. Lei è come me, come noi. Cerco di riprendermi, di mettere una frase carina a quello che gli avevo spiattellato prima cercando così di rimediare.
La ragazza inizia a spiegare di una famiglia di maghi antica, molto antica, gaelica. Una delle più importanti dell’Irlanda. La ascolto affascinato dal suono di quelle parole. Finalmente qualcuno che riesca a dirmi qualcosa, finalmente qualcuno che sa. E’ stata come un soffio di aria fresca in una giornata piena d’afa. E’ arrivata portando con sé bellezza e sapienza, proprio quello che ci voleva. Certe volte le cose, non sono lasciate al caso, o almeno in questo caso, non sembra.
I miei pensieri si bloccano quando arriva la domanda che inizialmente temevo, ma alla quale poi non ho più dato peso: “Perché lo vuoi sapere” che poi, dire domanda è dire troppo. La sua voce suona quasi imperativa: se me lo dici, io continuo a parlare; sennò arrangiati.
Non so cosa risponderle, nonostante sia una Lywelyn, non so cosa fare. Amica di famiglia, di vecchia data, non ci sono mai stati problemi con loro, anzi. Ma qualcosa mi impedisce di parlare. L’uniche persone che sanno quello che sto passando sono Jasper e Deirdre, quest’ultima ne è quasi all’oscuro, sa soltanto qualche accenno. Cosa fare?! “Bhè.. perché l’ho trovato su di un libro e mi ha fatto un effetto strano.” Mi guarda alzando un sopracciglio. Non ci ha creduto, chiaro. Ti pare che adesso, uno come me, Edward Norwood, si perda dietro ad un simbolo che gli è già parso di vedere? E poi con così tanto interesse? Che cretino. “adesso se non vi spiace mi congedo. Ho bisogno di dormire, sono stanco.” Saluto le due ragazze con un bacio sulla guancia e mi avvio con Jasper nel dormitorio, dove parliamo della situazione.
Le cinque di mattina. Un altro incubo. Jasper mi fissa preoccupato. “Edward non puoi andare avanti così! Questa cosa ti sta distruggendo!”
“Jasper io devo sapere, io devo sapere per forza!” “allora rischia” già, forse è l’unica cosa da poter fare. Dire la verità a Scarlett e poi si starà a vedere. La notte porta consiglio un corno. Mi sono addormentata con fatica. Ho cercato di riorganizzare i pensieri, canalizzandoli verso il relax completo, inutilmente. Che Norwood mi abbia mentito non esiste dubbio alcuno.
Le sento, le bugie. E sono stanca di cercare di capire cosa mai possa avere. Mi volto, rivolgendo le spalle al buio, guardando oltre la finestra mentre l’incoscienza si impossessa di me, lasciandomi scivolare nell’ oblio del sonno, relegandomi nell ‘ Erebo.
Ma si sa, nemmeno nel sonno certe cose ti lasciano in pace. Una voce, flautata ma al tempo stesso quasi reale fra le pieghe della mia mente: “ Scarlett…Scarlett..”- chiama, in lontananza. Non la riconosco. Mi avvicino a quella figura poco chiara che si staglia nel bianco di quello che, credo in un primo momento, sia un sogno vigile. E poi lo riconosco. Edward Norwood.
Non ho il tempo di parlare che lui già mi ferma, le sue dita sono consistenti sulle labbra quando mi dice “ sala comune, è importante. Scendi ti prego.”- si blocca un attimo. Tutto si offusca.
Riapro gli occhi. “ora”- una voce perentoria, che riesco a percepire solo io. Nessun sogno.
Scendo dal letto,indosso il jeans ed una felpa non troppo lunga, le scarpe da tennis facendo pianissimo. Mi dirigo velocemente in sala comune dove, senza alcuna sorpresa, lo trovo.
Richiamo la sua attenzione, sulla soglia. Tossisco appena, lui si volta. Incrocio le braccia sul petto, fissandolo: “disturbiamo anche nei sogni, ora?” il mio non è un rimprovero, quanto un modo come un altro per raffreddare la situazione che sembra di ghiaccio completo. Tagliente e spinosa. “ mi spiace, ma devo parlarti assolutamente. E devo farlo adesso.” non sembra dispiaciuto. Chiaramente non ha capito il doppio senso della mia frase, mi avvicino sedendo sul divano. “ti ascolto” dico, tranquilla, portando le gambe incrociate sul cuscino, vista la totale assenza di gente attorno. Anche lui si mette comodo, sporgendosi però verso di me. Cominciando a parlare lentamente, a bassa voce. “ ti ho mentito” dice. “Lo so bene” rispondo subito. “Ti ho mentito per un motivo…importante, Scarlett.” parla, fissandomi. Faccio cenno di continuare, senza forzarlo. “Quando ero piccolo… ho assistito all’uccisione di mio padre… e… la persona che lo ha ammazzato… aveva… questo.” tira fuori dalla tasca il disegno che io ho fatto sul simbolo dei Gaeltacht.
Non so cosa dire, attimo di silenzio. “ io devo sapere Scarlett. Io devo riuscire a sapere qualcosa in più su questa setta, qualcosa in più su quello che sono, e qualcosa in più sul perché hanno ucciso mio padre.” e mentre continua a spiegarmi, sento nella sua voce una voglia di vendetta che affascina ma distrugge, cerco di leggere nei suoi occhi profondi dalle iridi cerchiate di rosso per la stanchezza qualcosa, che vada al di là della coltre comune che rilascia. Mi ha confidato qualcosa che lo fa star male. E’ la prima volta che sento la sua voce tremare di rabbia. Sospiro, attirando ancora una volta su di me il suo sguardo. “io..” comincio. Poi sento dei rumori, vicini alla porta. Mi viene in mente un’ idea. Mi avvicino a lui, poggiando amichevolmente (oserei dire) una mano sulla sua spalla. “ ti prometto…che cercherò di sapere dell’altro."
Accarezzo la pianta di fronte a me. Un arbusto di ginepro, non proprio la cosa più semplice da toccare. La lezione di Erbologia è quasi terminata, e i miei compagni stanno mettendo via annaffiatoi e strumenti per il giardinaggio.
“Julia, ti dispiacerebbe fermarti per un momento?”domanda la professoressa Bonnet, con voce dolce.
“Va bene.”
Ripongo il fertilizzante che stavo usando e mi lavo le mani con cura, per togliere i residui di terra dalle unghie. In realtà sto solo prendendo tempo: l’ultima cosa che voglio è ascoltare l’ennesimo discorso sull’accettazione del dolore da parte di un insegnante.
Ma la professoressa Bonnet mi sorprende in modo positivo.
“Vorrei chiederti di scambiare due parole con Cassandra Becket. Credo che non stia passando un bel momento. So che non lo è neanche per te, ma…si è ferita ad una mano, cercando di incantare una fotografia di Ida, in modo che parlasse di nuovo.”
Sospiro.
“Non c’è problema.”rispondo.
Faccio segno a Sebastian di andare. Ci rivedremo fra un po’ negli alloggi di Grifondoro. Poco dopo, entro in compagnia della Bonnet nella Sala Comune di Tassorosso. Inutile dire che tutti gli occhi si puntano su di me. Saluto con un cenno Carlisle ed il suo amico Eugene Pennington. Per il resto, mantengo lo sguardo di fronte a me, senza concentrarmi su nulla in particolare. L’ultima volta che sono entrata qui era il giorno prima del funerale di Ida, quando ero andata a raccogliere le sue cose.
“La quarta porta a destra.”mi sussurra la professoressa “Le ho cambiato stanza. Ora è con una ragazza del quinto anno, che l’ha aiutata dopo…dopo la sua disavventura.”
Raggiungo l’uscio, e afferro la maniglia. Faccio un respiro profondo e la apro.
"Ciao ragazze."
Cassandra è seduta a leggere, mentre la sua compagna di stanza mi punta contro la sua bacchetta. Sembrano abbastanza stupite.
"La professoressa Bonnet mi ha accompagnata in Sala Comune."spiego.
"Ciao."mi rispondono. "Spero di non avervi disturbate.”
"No, assolutamente!" si affretta a dire Cassandra. "Lei è Rah...è del quinto anno." Sorrido e allungo la mano verso la ragazza dagli occhi a mandorla.
Rah ed io scambiamo qualche parola a proposito dei GUFO, per i quali si sta preparando.
"Senti Cassandra... dovrei parlarti in privato."dico poi.
Rah ci lascia sole, ed esce dalla stanza.
“Allora, come va?”inizio, non sapendo bene come affrontare il discorso.
“Insomma. Mi hanno cambiato di stanza, hai visto? Meno male.”
Mi siedo accanto a Cassandra, abbracciandola come Georgie ha fatto tante volte con me.
“Non so se sarei riuscita a sopportare tutti quei ricordi.”aggiunge.
Piange. E io non so cosa fare, se non abbracciarla stretta.
“Grazie, Julia. Non c’era bisogno che venissi.”
“Non preoccuparti. L’ho fatto volentieri. Ma tu promettimi che cercherai un’altra volta di accendere un falò in camera!”esclamo, strappandole un sorriso triste.
“Come ti trovi con Rah?”chiedo, per distrarla un poco.
“Bene. È simpatica, anche se con gli altri sembra sempre fredda e distante. Mi ha aiutato quando…”non termina la frase.
Ecco, sento la rabbia che sale. Ora, in questo momento, sento un’ondata di cattiveria, di odio. Tutto questo è solo colpa di Tom Riddle.
Esco dagli alloggi di Tassorosso, e cammino a passo svelto. Una coppia che non ho mai visto si saluta con un bacio sulla guancia, ed il ragazzo incontra il mio sguardo.
“Scusami!”dice.
Mi fermo accanto a lui, con espressione incuriosita.
“Mi potresti indicare i dormitori di Corvonero?”mi domanda, sfoderando un sorriso smagliante.
Ha degli incredibili occhi azzurri; mi ricordano il ghiaccio dei fiordi.
“Certo, è nella Torre ovest. Segui il corridoio, poi gira a sinistra. Dovrai risolvere un enigma e poi potrai entrare.”
“Grazie per l’informazione…sai, sono nuovo.”
Ha un accento particolare. Non scozzese, no, ma di certo non inglese.
“Mi chiamo Aedan Lywelyn, fino a poco tempo fa frequentavo Durmstrang. Ma la mia famiglia è irlandese.”continua, porgendomi la mano, che stringo.
“Lieta di conoscerti, Julia.”
“Solo Julia?”
“Julia Versten.”
“Corvonero?”
“No, Grifondoro.”
“Lo sapevo, troppo carina per essere una secchiona.”
Queste considerazioni sterotipate non mi piacciono molto.
“Le Corvonero sono molto belle, ad esempio la mia migliore amica. Il caposcuola di Corvonero, Georgiana Harrington.”replico.
“Chissà…pero di rivederti in giro, Julia.”
Arrivo in camera spossata. Nel corpo e nell’animo. Mi butto sul letto, ancora vestita. Una voce mi fa sobbalzare:
“Versten, non è possibile. Sei sempre a poltrire!”
È Sebastian. Di norma i ragazzi non potrebbero entrare negli alloggi femminili, e viceversa. Ma il mio amico è il Caposcuola di Grifondoro: ha dei privilegi, beato lui.
“Julia, dobbiamo parlare.”
“E di cosa?”
Sebastian tace.
“Allora?”dico, in piedi accanto a lui.
Lui alza lo sguardo verso di me.
“Ti prego, non arrabbiarti.”
Iniziamo benissimo.
“Cos’hai combinato?”
“Ti ricordi la notte di Capodanno? Io e Georgiana…”
Oh, no.
Quando li ho trovati, Georgie e Sebastian erano nella stessa stanza. Una sul letto, l’altro sul pavimento. Penso al peggio, ma poi mi rimprovero: no, non sarebbe da Georgiana. Poi però mi ricordo che quella sera il tasso alcolico era piuttosto elevato.
“Seb, stringi. Cos’hai fatto?”
“Allora, l’ho incontrata al tavolo dei cocktail. E poi ci siamo messi ad inseguirci. Poi siamo arrivati nella stanza dove ci hai trovati tu. E lì…ci siamo baciati.”
Non mi sembra vero. Così la pianterà con tutte le smorfiose che gli girano intorno e si metterà con una ragazza seria.
Sebastian è abbastanza sconvolto.
“Come?”
Gli spiego il mio punto di vista.
“Oh, per tutti i folletti! Sei diabolica.”
“No, ti voglio bene, è diverso. Ma mi spieghi qual è il problema?”
“Che adesso lei sta con Garet che è un mio amico.”
È vero. Non c’è mai nulla di facile in questa scuola.
“Come mai me lo dici solo ora?”
“Forse perché ho capito solo ora cosa sento per lei.”
Resta zitto per qualche istante.
“Oggi li ho visti che si baciavano, come era successo a noi quella notte.”
Sebastian, accidenti. Avresti anche potuto svegliarti prima.
Scendo giù in Sala Grande. È quasi ora di cena. In giro c’è ancora gente che ripassa. Mi siedo vicino a Georgiana. Passa il nuovo Corvonero che ho salvato poco fa dai labirintici corridoi della scuola.
“Ciao, Julia Versten.”
Aedan Lywelyn. Occhi di ghiaccio.
Rispondo al suo saluto, mentre Georgiana alza gli occhi al cielo.
“Allora, io direi che siamo pronti.” sussurro “Il Club può incontrarsi per la prima volta.”
Un sorriso invade il suo volto raggiante.
“Bene.” dice “Apriamo le danze.”
Io e Georgie pensiamo agli spostamenti: decidiamo di utilizzare come punto di incontro l’aula di Astronomia, per poi spostarci nella Stanza delle Necessità.
Prendo una pergamena e la divido in cinque frammenti: Sebastian, Jill, Carlisle, Garet e Peter. Scrivo un identico messaggio su ognuno di essi.
E' strano quanto la scuola sembri diversa negli ultimi tempi; o forse sono io che sono cambiata, non riesco ancora a capirlo, so solo che mi sto abituando a questa nuova situazione, anzi a dirla tutta, mi elettrizza in un certo qual modo.
L'ansia che provavo quando il nome di Ida si poteva leggere sulla bocca di tutti e riecheggiava sinistro tra i corridoi di Hogwarts, sta lentamente diminuendo insieme all'interesse degli studenti per questa storia. Dopo la conferma ufficiale di suicidio, le acque si sono calmate e con loro anche le teorie degli studenti più fantasiosi.
Nessuno di noi è stato sospettato, nessuno sospetta di noi e spero che la situazione si mantenga immutata.
Finisco di scrivere le ultime righe della pergamena di compito di 'Storia della Magia' nel silenzio quasi surreale della biblioteca; davanti a me Belinda, Utopia e Eileen sono chine sui libri, le fronti corrugate e l'espressione concentrata su quello che stanno leggendo. Ricordo bene il mio quinto anno, e non con piacere, almeno per quanto riguarda lo studio...una mano timorosa mi sfiora la spalla.
"Che c'è?", la voce esce dalla mia bocca qualche tono sopra la media e un paio di teste rivolte dalla mia parte me lo fanno notare. Dietro di me un biondino del terzo a Serpeverde mi porge una lettera, e ho paura di sapere già di chi sia; la prendo tra le mani e il biondo, invece che andarsene, mi guarda come curioso di sapere di cosa si tratti. "Hai bisogno di qualcosa?". Questa volta la mia voce, che è poco più di un sussurro, riesce a non far irritare alcuno studente. "Io..no...vado!". A volte sono proprio irritanti, questi ragazzini.
La lettera è breve, l'ultima di una lunga serie, e come tutte le altre ripete le stesse, identiche, inutili cose: la getto nella borsa con noncuranza; poi mi alzo dal mio posto, dopo aver salutato le tre, e cammino verso l'uscita. A quanto pare anche i miei passi sono sufficienti a distrarre dallo studio gran parte della sala, alcuni sguardi sono severi, altri tutt'altro, ma non mi importa nulla: io non devo rendere conto a nessuno...quasi a nessuno.
Oh no. Subito fuori dalla Biblioteca mi aspetta una brutta, e alquanto noiosa, sorpresa: Geert è appoggiato al muro, e penso proprio stia aspettando me. Cerco di passargli davanti senza prestargli attenzione, ma come al solito si mostra più tenace di quanto mi aspetti. Peccato che nel nostro rapporto non si sia dimostrato altrettanto caparbio... "Deirdre, aspetta". Respira Dè, respira. Non c'è proprio limite alla stupidità, dopo un mese Geert sembra ancora credere in noi, credere in me.
"Cosa diavolo vuoi ancora Wellington?"
"Lo sai bene, sapere perchè mi hai lasciato ma soprattutto quando l'hai deciso visto che sei sparita tutto ad un tratto...", i suoi occhi si spostano verso il basso, "andava tutto così bene...". Certo forse per te. Possibile che non capisca quanto è patetico?!
"Non mi andava più di stare con te, semplice. Non vedo perchè dovrei rendertene conto, ormai ho deciso, quindi...vedi di sparire...ho altro da fare".
"No...Dè, tu sei cambiata, non sei la stessa di prima...è per...via di Riddle? Tu e i tuoi...'amici' siete sempre con lui negli ultimi tempi e..non piace. Lui non mi piace per niente...per piacere lasciali stare e allontanati da loro finchè puoi...Dè.."
"Basta!", mi guardo intorno per vedere se qualcuno stia ascoltando il discorso, nessuno, ma meglio appartarsi un pò, "possibile che tu non abbia ancora capito che fatica mi è costata stare con te? fingere di essere qualcosa che non sono per avere indietro cosa?niente. Ma adesso basta, sei no-io-so, non ti sopporto e non ti permettere di parlare così dei miei amici perchè non vali neanche la metà di loro. Continua pure a stare con il tuo amichetto mezzosangue finchè vuoi ma, se non l'avesi capito, con me hai chiuso. Per sempre." Mi volto per andare verso il dormitorio e nessuna voce mi richiama indietro. Avrei voluto vedere la sua espressione dopotutto, ma preferisco andare a cambiarmi. Mi auguro che almeno adesso l'abbia capita, che mi odi, che non mi rivolga più la parola: non m'importa. Non ho bisogno di lui, non ho bisogno di nessun altro, ho Jasp, Ed e Eve e non c'è posto per nessun altro dentro di me.
Il sogno di Jasper sintetizza tutte le mie paure maggiori: Riddle e il suo atteggiamento. Il problema è che noi non siamo abituati a essere secondi a nessuno, noi dominiamo, non adoriamo. E' anche vero che Riddle è l'erede, eppure, per quanto lo ammiri, non riesco ad evitare quel brivido che mi sale la schiena ogni volta che vedo il suo ghigno, così perfido, così inumano...
“Avete sentito Eve di recente?” Questa parte l'ho già provata.
“Sì. Mi ha scritto pochi giorni fa.”
“Come sta?”
“Sempre uguale. I medici del San Mungo non possono fare molto, se non alleviare le sue sofferenze.” In realtà Eve mi ha scritto ben altro. Non è una completa bugia questa, ma non è nemmeno la verità. Quel giorno, nel parco, quando Jasp si è sentito male, ero andata lì per cercare un pò di tranquillità dopo la lettera che avevo ricevuto da lei. "sinceramente Dè...non penso ritornerò a scuola entro quest'anno...". Lei non tornerà. Non posso nemmeno descrivere il vuoto che sento. Devo dirlo ai Principi, ma adesso proprio non me la sento, non è il momento adatto: stanno succedendo troppe cose importanti, tutte insieme.
Mi chiedo perchè abbiano deciso di mettere il nostro dormitorio proprio nei sotterranei: freddi, bui, ma soprattutto umidi. Mi domando se qualcuno sappia quanto influisca l'umidità sul volume dei capelli...io proprio non la sopporto!
Entriamo con la solita teatralità nella Sala Grande dove, dopo una paio di battute jasperiane sul mio modo di vestire, per altro completamente false, ci sediamo ad un tavolo vicino al caminetto sud dove comincio immediatamente a scrivere il mio tema per Lumacorno.
Tutto accade in un attimo: Jasper è addosso a Hunnam. E' solo grazie alla prontezza di Edward se si evita uno scontro diretto. Che imprudente. Mi guardo intorno per vedere se nella Sala si trova qualche Serpeverde del Club, o peggio ancora Riddle, ma fortunatamente le serpi preferiscono evitare di mischiarsi alla feccia, se non per necessità. Se solo questa storia si venisse a sapere, sono sicura che Jasper la pagherebbe cara, e solo per una stupidaggine detta da quell'impertinente...
La situazione però non sembra calmarsi, anzi. Mi alzo a dare man forte, così da avere la superiorità numerica, ma nello stesso istante la piccola corvonero si intromette. Jillian McKanzie; mi piace tanto giocare con lei...
Di nuovo scambi di battute veloci finchè sbianco: i nostri battiti rallentano, il sangue gela, la testa si svuota per un attimo di fronte alle parole del rosso. Parla di Ida. Sospetta di noi. Merda. Ma in questi momenti è meglio mantenere la calma, assoluto controllo, sempre e in ogni situazione, lo sappiamo bene; e infatti è ciò che facciamo, riuscendo in qualche modo a smorzare la tensione creatasi dopo le affermazioni di quello, fino all'arrivo dei Caposcuola Corvonero e Grifondoro.
Ci sediamo tranquilli ai nostri posti; creare altri casini può essere solo sconveniente, specialmente dopo che tutta la sala ha assistito alla scena, dopo che tutta la sala ha sentito quelle parole... Violet. Edward ha scelto Violet e ora anche Riddle ha scelto Violet ha quanto pare. Stento ad addormentarmi e fisso l'oscurità dove dovrebbe trovarsi la mia compagna di stanza. Cos'avrà tanto di speciale quella ragazza non riesco ancora a capirlo, a parte una gran quantità di veleno, quello è certo, e una certa dose di impertinenza. Da quando Ed ha deciso di fare sul serio con lei, è molto spesso con noi, e non troviamo quasi più il tempo di stare noi Principi, tra una cosa e l'altra.
Ora siamo Deirdre, Jasper, Edward e...Violet. Ma quello era il posto di Eve, e nessuno può sostituirla, o per lo meno non lei... Mi riassale la solita tristezza. Noi quattro siamo sempre stati insieme, unici, inseparabili e tra Ed e Eve c'è sempre stato un feeling particolare...possibile che Ed si sia dimenticato di lei? che Violet abbia preso il suo posto nel suo cuore?No. Non ci credo. Lei non è un ricordo sfumato, è un immagine viva e non può essere dimenticata. Sono arrabbiata con Ed, ma ancora di più con Violet per avercelo portato via, per aver spezzato il cuore, già fin troppo tormentato, di mia sorella Utopia, per aver usurpato il posto della mia migliore amica: ma i sentimenti vanno controllati, manipolati e controllati a piacere. Non posso odiarla e non posso nemmeno sfogare la mia rabbia; domani è il giorno, domani ci sarà la riunione del Lumaclub, e poi... Sfioro il mio braccio destro.
Da domani avremo qualcos'altro in comune, qualcosa che non si può cancellare, nemmeno volendo.
Volenti o nolenti noi saremmo unite per la vita. Sospiro rassegnata finchè la notte trascina con se anche i miei ultimi pensieri, e sprofondo in un sonno senza sogni.
Io e Violet Traviston stiamo parlando senza cavarci gli occhi a vicenda. Pazzesco.
Strano a dirsi, tutto è partito da uno dei suoi commenti acidi sulla mezza rissa dell’altro giorno con Hunnam e Jillian. Le avrei volentieri risposto per le rime, se lei non avesse aggiunto: “In ogni caso, una lezione alla testolina rossa ci sarebbe voluta.”
“Oh, beh. Potresti darmi una mano la prossima volta, allora.”
“Sì, magari non in modo così plateale. Giusto per non farci scoprire, vero?”replica alla mia risposta, scoccandomi un’occhiata divertita. Edward deve averla messa di buonumore, in un modo infallibile.
Allargo le braccia, e le sorrido. “La casa di Tassorosso è a dir poco inutile.”affermo, cambiando discorso. “A dir poco. Guarda un po’ vicino al caminetto est.” Siamo in Sala Grande, facendo colazione dopo un allenamento di Quidditch sfiancante; Edward e Deirdre stanno controllando i compiti di Incantesimi, un po’ discosti da noi. Seguo la traiettoria indicatami da Violet con un cenno del capo, e inquadro tre Tassorosso che mi fissano ridacchiando. “Ci sarai abituato, immagino.”
“Abbastanza.”dico, senza falsa modestia.
Una delle tre ragazze si accorge che le sto guardando, e sussurra qualcosa alle sue compagne. “Ah, vedo che è tornata Alexa Robinson. Quella più a destra.”continua Violet. “La conosci? Non l’avevo mai notata. E non credo che lo farò mai.”aggiungo, considerandone l’aspetto. “Sì, l’anno scorso abbiamo avuto un piccolo contrasto.”
“Ovvero?”
“Mi ha urtato mentre salivamo sul treno per Hogsmeade.”
“Non dirmi che l’hai schiantata per questo affronto.”
“No. Però ho fatto in modo che ricordasse di non osare mai più sfiorarmi con le sue mani di Mezzosangue.”
Violet sorride. Non credo che abbia usato la magia: la sua lingua, tagliente come il filo di un pugnale, è molto efficace. “Credo proprio che tu abbia fatto colpo su una delle sue amiche. Fortunato, Lewis.”
“Peggio che andar di notte. Se si fanno avanti, dovrò spezzare il loro cuoricino delicato.”
“Povere care. Come puoi essere così crudele?”
“Traviston, ti dirò: credo sia una dote innata.”
Poi ci alziamo e andiamo in classe. Lumacorno e le sue pozioni ci attendono.
Una pigra ora in Sala Comune. Edward ed io ci stiamo facendo gli affari nostri. Abbiamo parlato ancora di quello stemma. Sfoglio un librone di araldica inglese: sotto i miei occhi si susseguono leoni rampanti, draghi, gigli. Ma Ed non riconosce nessuno come quello che ha visto.
Chiudo il volume con un rumore sordo. “Ehi, non arrabbiarti.”dice il mio amico. “Non mi arrabbio.”
“Hai troppe energie, dovresti sfogarle in qualche modo. Sai come.”
“Beh, ma trovarne una.”rispondo, stiracchiandomi. L’allenamento di stamattina, il primo dopo le vacanze, mi ha distrutto. “Hai dei gusti troppo difficili.”aggiunge Ed. “Ma senti chi parla.” Mentre ridiamo, noto che molti sguardi si appuntano sulla porta della Sala Comune, che si è appena aperta. Sulla soglia, una ragazza che non mi sarei mai aspettata di vedere qui. “Ma è Scarlett.”dice Ed, sorpreso.
Annuisco.
Lei si avvicina e ci saluta. Scarlett Lywelyn era alla festa di Capodanno a casa di Deirdre. Io e Dè eravamo un pochino occupati con i fratelli Rakovski, quindi Ed è stato quello che l’ha conosciuta meglio.
Ci alziamo in piedi e, uno alla volta, la baciamo sulle guance.
Non me lo sarei mai aspettato.
Qualche piacevole novità capita perfino qui.
Scarlett si è trasferita qui da Durmstrang, a quanto pare, insieme a suo fratello Aedan. Non mi sorprende affatto una scelta del genere: neppure io sarei entusiasta di studiare in una sperduta scuola fra monti e contadini. Anche se però ha anche dei pregi di non poco conto.
A Durmstrang, le Arti Oscure fioriscono e danno frutti. “No!”geme Edward.
È notte. Notte fonda e senza luna.
Scosto le coperte e vado da lui. Sta ancora dormendo, ma è sudato fradicio e si agita, in preda a chissà quale incubo. “No!”ripete.
Lo scuoto per una spalla, e cerco di svegliarlo chiamandolo per nome. Quando apre gli occhi, ha uno scatto verso il comodino, come per afferrare la bacchetta per difendersi. Nei suoi occhi, leggo la paura. “Non ti avrò mica attaccato la febbre dall’altro giorno?”dico, per sdrammatizzare la situazione.
Ed chiude gli occhi e si passa una mano sul viso pallido. “No, era un incubo.”
“Tuo padre?”mi arrischio a chiedere. “Sì.”
“Hai sognato quello che è successo?”
“No. Cioè, non lo so. Non mi ricordo bene.” È sconvolto, e ha gli occhi cerchiati da ombre scure. “Ma non voglio riaddormentarmi. Non voglio provare di nuovo tutto questo…anche se non so cos’era.”
“Aspetta un momento.”gli dico.
Apro il libro di pozioni domestiche che mi aveva regalato anni fa mia madre. Niente di particolarmente utile, ovvio. Ma ricordavo di un infuso calmante, che faceva sprofondare in un sonno profondo e senza sogni.
Scendo nelle cucine, gli ingredienti necessari non sono pericolosi e spesso si usano per cucinare. Poco dopo sono di ritorno, con una tazza ricolma di liquido bianco. “Su, bevi il latte caldo.”gli dico.
Edward non è molto convinto, poi lo assaggia. “Latte caldo un corno!”aggiunge, prima di berlo fino in fondo.
Gli occhi gli si fanno pesanti. In effetti, ho aumentato un po’ le dosi di valeriana. Prima di addormentarsi del tutto, Ed fa in tempo a sussurrare un ringraziamento. Gli rincalzo le coperte, fissando il volto esangue del mio migliore amico.
Pagheranno, Ed.
Quelli che ti fanno vivere in questo modo.
La pagheranno con gli interessi.
Non mi ricordavo che la scuola fosse cosi` impegnativa. Ogni giorno compiti su compiti su compiti, al minimo ci metto tre/quattro ore al finire il tutto, e quando ho effettivamente finito ho appena la forza di scendere a mangiare qualcosa e ritornare su, magari restare un paio di minuti nella Sala Comune. Susan mi ha detto che poi mi abituero`, imparero` a scopiazzare i compiti di qua in la` e a studiare il minimo indispensabile, giusto per prendere la sufficienza. Dovro` riprendere la mia vecchia routine. Prima ero brava a fare certe cose.
Sono proprio impegnata a studiare, leggiucchiando dal libro di Incantesimi, quando mi alzo e guardo fuori dalla finestra. La giornata e` grigia, buia, fuori impazzando nuvoloni scuri e minaccianti. Piovera`. Non aiuta certo a migliorare il mio umore, che gia` e` sotto zero a causa del volumone che mi attende sulla scrivania. Improvvisamente mi sento un peso opprimente che spinge contro il cuore, un senso di tristezza mi invade. Penso alla mamma, che ormai deve vivere da sola nella casa in Michigan, penso a Ida. E non riesco a controllarmi. Esco dalla stanza sbattendo la porta, scendo rapidamente le scale e piombo nella Sala Comune. Con un’occhiata ispeziono la stanza, fino a trovare l’uomo che stavo cercando. E` seduto non lontano dal divanetto vicino al camino, dove sono sedute tre ragazzine del primo anno, il cui unico scopo nella vita e` esaminare ogni minimo dettaglio della vita del ragazzo, ammirarlo e sospirare dietro al suo bel faccino. Il ragazzo in questione e` Carlisle. Mi avvicino e non faccio in tempo a tossicchiare o a picchiettargli la spalla che lui si gira. Gli rivolgo uno dei miei migliori sorrisi.
“Ciao Carlisle”
“Ciao”. Non so come esprimere tutte quelle emozioni che mi fremono dentro, non so come tirarle fuori, raccontarle in una sola frase. Lui mi sorride, vuole certo rendermi piu` a mio agio.
“Dimmi. Posso esserti utile?” Chiude il libro di Trasfigurazione che teneva aperto sulle ginocchia, concentrandosi solo su di me.
"Si, ecco.. si è poi saputo qualcosa su.. sulla morte di.. di Ida?" chiedo con un filo di voce. Non sapevo a chi rivolgermi veramente, a Beth l’avro chiesto gia` una decina di volte, e non conosco nessun altro Tassorosso che potrebbe sapere qualcosa di rilevante sull’argomento, se non Carlisle.
"Mi spiace, non so cosa dirti. Brancolano tutti nel buio" risponde lui con lo stesso tono pacato con il quale ho porso lo domanda.
“Ah be` si insomma... be`... Grazie” mi risulta difficile salutarlo, e in un miscuglio di parole lo lascio la` sulla poltrona, mentre io risalgo in camera, sempre con quel peso sul cuore.
Mancano pochi minuti al suono della campanella, io e i miei compagni non stiamo un attimo zitti, ci muoviamo nelle sedie e controlliamo che tutto sia nei nostri zaini, per scappare al primo squillo della fine dell’ora. La Bonnet pero` ci rovina tutto.
“Non credete di scappare cosi` facilmente, dovrete pulire tutto questo disordine prima di uscire dalla serra. Giusto l’altro giorno un gruppetto poco simpatico di Serpeverdi e` scappato a gambe levate lasciando il casino piu` indescrivibile dietro, ho dovuto ripulire tutto io” dice la Bonnet con le mani sui fianchi. Ho gia` un’idea a chi si riferisce quando dice “gruppetto di Serpeverdi”. Cosi` siamo costrette a trasportare le piante da una serra all’altra, e fidatevi, non erano leggere! Sono all’ultima pianta e la poso con un grande sospiro liberatorio per terra nella seconda serra, in quel momento mi accorgo di una figura accanto a me. Mi giro e per una frazione di secondo osservo la ragazza vicino, la vedo da dietro, una ragazza fragile e piccolina, molto magra. Poi si gira e riconosco Rah, e i suoi bellissimi occhi a mandorla si posano su di me per un attimo. Mi giro velocemente verso Susan.
“Non vedo l’ora di farmi una doccia!” grido.
“Comincia a fare fila, ci sono prima io!” grida lei. Ridiamo entrambe e ci avviamo verso l’uscita della serra.
Mezz’ora dopo
Io e Susan siamo sedute alla fine di una tavolata dei Tassi, gustando le alette di pollo all’americana che gli elfi hanno preparato. Io che sono americana posso dire che hanno fatto un’eccellente lavoro. E io per il cibo ho dei gusti particolari, quindi gli elfi dovrebbero essere immensamente felici. Penso che passero` dopo dalle cucine a complimentarli, dopotutto sono vicino alla dimora dei Tassi!
Lory ancora non e` arrivata, oggi ha un lungo allenamento di Quidditch, e stara` sul campo fino a tardi. Infatti non so se fara` in tempo a prendere qualcosa da mangiare prima che suoni la campanella. Non riesco manco a completare questo pensiero che la vedo entrare, accanto a lei cammina una ragazza della nostra casa, non la conosco bene, infatti non sono sicura del suo anno. E` del sesto o del settimo?
“Ma quella non e` l’amica di Ida? Sai quella che girava sempre con lei!” mi sussurra Susan all’orecchio.
Problema risolto, adesso so in che anno sta, e` del sesto. E adesso che Susan me l’ha fatto notare, ricordo con chiarezza la sua figura, sempre presente accanto a Ida. Lory si avvicina e rimango un po` sconcertata dal fatto che Cassandra la segue, sedendosi accanto a noi. Strano, insomma e` normale fare un pezzo di strada insieme dopo l’allenamento, ma portarla al nostro tavolo!
“Ragazze questa e` Cassandra, sapete e` in squadra con me no? Cercatore”
“Ma certo...Cassandra ciao” la saluto. Non sembra molto convinta, ma mi sorride ugualmente. Susan mi da un calcio da sotto il tavolo, so che anche lei pensa cio` che penso io. Cassandra e` sola, triste e sola, e adesso ha bisogno di nuovi amici dopo Ida. Come incolparla? Le sorrido, la mia arma segreta.
Iniziamo a mangiare e caccheriamo del piu` e del meno, improvvisamente Cassandra si alza e si avvicina a Rah, la ragazza che avevo visto poco prima in serra, seduta qualche posto piu` in la`. Non mi ero accorta della sua presenza, ma Rah d’altronde sa come rendersi invisibile. Oddio, ho appena formulato un pensiero alla Susan. Cerco di scacciarlo mentre vedo Cassandra che torna con Rah. Un’altra novita` al nostro tavolo oggi. Due nuove in un giorno solo, insomma che giorno particolare! Rah si siede lentamente, guarda in basso, saluta impacciatamente. Si vede che non e` abituata a questo tipo di cose. Cassandra e` molto piu` allegra, ma dire allegra e` relativo, era molto piu` allegra qualche settimana fa, con Ida.
“Ho saputo dalla Bonnet che staremo insieme in camera, sono molto contenta. Insomma...e` bello... non credi?” dice Cassandra.
“Si certo” dice Rah sempre guardando il suo piatto di alette di pollo.
In quel momento Susan dice qualcosa che non avrebbe dovuto dire, non era ne` il luogo ne` il tempo adatto.
“Mi dispiace per Ida... te per caso sai qualcosa di piu` sul fatto?” ovviamente si sta rivolgendo a Cassandra. Io e Lory la fulminiamo con lo sguardo, ma dopo un po` di secondi ci abbandoniamo anche noi alla curiosita`. Ne` Carlisle ne` Beth hanno saputo aiutarci, forse Cassandra ci riuscira`? Ma lei ci fornisce solo una risposta enigmatica e misteriosa:
Tutto va avanti. Si muove, procede, avanza.
Georgie ha messo all’opera il suo talento di pozionista e, con gli ingredienti che io e Seb abbiamo sottratto dalla dispensa di Lumacorno, ha preparato una versione meno conosciuta (ma altrettanto efficace) del Veritaserum che useremo…in caso di bisogno.
Stiamo cercando di decidere il nome del Club, ma non ne siamo ancora venuti a capo. A voler ben vedere, non è una questione di così grande importanza, come ha sottolineato Seb, così ci siamo concentrati di più sugli aspetti pratici.
“Siamo troppo in pochi.”dico.
“Già.”annuisce pensoso Sebastian.
“Ma chi potremmo fare entrare? Perché mi sembra ovvio che il reclutamento, per così dire, non debba essere una cosa pubblica.”aggiunge Georgiana.
Siamo seduti nella Sala Comune di Grifondoro, un po’ in disparte dal resto dei miei compagni di Casa. Garet cinge con un braccio le spalle di Georgie, mentre io e Sebastian ci spartiamo un divano.
“Io propongo Jillian McKanzie.”afferma la mia amica.
“La ragazza bionda con cui parlavi l’altro giorno?”domanda Sebastian.
“Sì.”rispondo io, e proseguo “Come mai hai pensato a lei?”
“Allora.” Georgie tace un attimo per radunare i pensieri. “Innanzi tutto, mi fido di lei, so che è dalla nostra parte, per il poco che conosce della questione. In secondo luogo, è una ragazza brillante in Incantesimi, cosa che nei duelli è molto utile.” Per quanto mi riguarda, mi trovo abbastanza d’accordo. Non la conosco bene, ma confido nell’acume di Georgie che sbaglia molto, molto di rado.
“Altre proposte?”sollecito i due ragazzi.
Garet è troppo perso nell’osservare il profilo della mia amica per rispondere, mentre da Sebastian arriva la proposta che mi aspettavo.
“Peter Halbury.”dice con voce neutra.
Sospiro. Per me andrebbe benissimo, ma c’è un piccolo problema. La ragazza di Peter è una Corvonero che non ho mai avuto in particolare simpatia, il che è un fatto trascurabile; tuttavia Audrey Salinger appartiene ad una delle famiglie che più sostengono il tema della purezza di stirpe, e ho paura che questo possa influenzarla.
Faccio presente i miei dubbi, ma la risposta di Georgiana mi rassicura:
“Non credo che ci sia nulla da temere. La sua migliore amica è di origini babbane, così come Peter. Quindi credo che possa andare.”
Forse mi sono lasciata condizionare dalla mia opinione di lei, lo ammetto.
“Bene, ragazzi, direi che per il momento va bene così.”concludo.
Così passiamo ad argomenti più gradevoli. Garet si allontana (a malincuore, poverino, ma spinto da Georgiana) per andare a cercare Peter, mentre noi tre decidiamo di scendere in Sala Grande per cambiare un po’ aria.
Non appena entriamo, notiamo vicino ad uno dei camini cinque figure in piedi. Il silenzio è pesante.
Jasper Lewis e Carlisle Hunnam si fronteggiano. Jillian McKanzie assiste con espressione preoccupata, mentre Deirdre Blackster ed Edward Norwood sembrano quasi annoiati.
Sta succedendo qualcosa, è evidente.
Sebastian e Georgiana fanno valere la loro autorità e la situazione sembra rasserenarsi: i Serpeverde si siedono, mentre Jillian e Carlisle avanzano verso di noi.
Carlisle mi prende in disparte, dicendomi:
“Julia, avrei bisogno di parlare con te.”
“Certo.”
"È a proposito di Ida, della…della sua morte.”
Riesco a mantenere un viso impassibile, ma sento, come sempre, una stretta al cuore.
Ida.
Carlisle e la mia sorellina sono sempre stati amici; il loro non era un legame particolare come il mio con Sebastian, ma erano abbastanza in confidenza, e passavano molto tempo insieme. Avevano una passione in comune: entrambi adoravano gli animali, e seguivano sempre con grande interesse le lezioni di Cura delle Creature Magiche. Il professor Collins li definiva “le due ali dell’Ippogrifo”.
Il Tassorosso di fronte a me si sistema i capelli di fuoco, con un gesto che dimostra il suo nervosismo.
“Stai tranquillo, chiedi pure ciò che vuoi.”cerco di rassicurarlo.
“Senti, allora sarò schietto. Pensi che potrebbe essere stato Edward Norwood a uccidere Ida?”
Aggrotto la fronte: questa, in effetti, è un’idea che potrebbe balzare alla mente di chi non conosce la verità, tuttavia è al corrente delle correnti di pensiero dominanti fra le Serpi.
Ma come rispondo a Carlisle?
“No. Credimi, non esiste questa possibilità.”
Lui mi guarda sorpreso e incuriosito.
“Cosa intendi?”
Non posso spiegarglielo in mezzo alla Sala Comune.
“Ci vediamo fra un quarto d’ora nell’aula di Astronomia.”gli dico.
Carlisle, sempre più sorpreso, annuisce.
Forse ho appena trovato un membro in più per il Club.
Mi sto dirigendo verso la Torre di Astronomia, che si trova in una delle zone meno frequentate del castello. L’ho scelta per questo, oltre che per la presenza di un camino scoppiettante sempre acceso, da non disdegnare visti gli spifferi che ci sono in alcune aule.
Il professor Crale sta scendendo dalla botola, mentre io mi avvicino.
“Salve, Julia. Hai bisogno di qualcosa?” mi chiede con un sorriso.
“No, professore. Credo di aver dimenticato in aula il libro di Incantesimi. Salgo a controllare.”
Crale mi saluta, e mi lascia andare per la mia strada. Per fortuna. Mi lascio cadere su una delle sedie, mentre aspetto Carlisle.
Sento gli occhi che si inumidiscono, ma non riesco a piangere.
Non ho mai pianto, da quando Ida se n’è andata. Mai.
La botola si apre, e la testa fulva di Carlisle Hunnam fa capolino.
Non dice nulla: chiude la botola, e viene a sedersi di fronte a me. Poi mi osserva, aspettando che inizi a parlare.
Chiudo gli occhi, sospiro e inizio:
“Il giorno prima di tornare ad Oslo per il funerale, sono andata in camera di Ida a recuperare le sue cose, ed ho trovato il suo diario.”
“Me lo ricordo, ci scriveva sempre. A volte la prendevo in giro.”ricorda lui, con voce sommessa e venata di tristezza.
“Ho letto alcune cose, fra quelle pagine. Ida è stata uccisa, sì. Ma non da Ed Norwood. Credo che non si conoscessero neppure, di persona.”
Carlisle tace, proteso verso di me.
“La verità la conosciamo soltanto in quattro. Io, Georgiana Harrington, Sebastian Lang…e Tom Riddle.”
“Tom Riddle? Il Caposcuola di Serpeverde?”
"Sì.”
Non c’è bisogno che io dica altro.
Carlisle ha capito.
Le sue mani stringono i braccioli della sedia, il suo volto sbianca e si deforma in una smorfia di rabbia.
Non dormo più. Non dormo più da quel giorno.
I miei unici istanti di riposo, in cui sprofondo in un dormiveglia agitato, arrivano quando sono troppo stanca, e non posso fare altro che crollare.
Stringo a me il cuscino, cercando una qualche sorta di conforto.
E poi arriva l’oblio, dolce e silenzioso come un amante, che mi chiude gli occhi e mi culla fra le sue braccia.
Il sole sorge sereno, appena velato dalla foschia mattutina. Mi alzo e osservo l’alba dalla finestra. Poi inizio a prepararmi per affrontare la solita mattinata scolastica.
Scendo in Sala Grande, e mi siedo al solito posto, accanto a Sebastian. Con un tocco della mia bacchetta, faccio apparire un cappuccino ed un’arancia. Inizio a sbucciarla con calma, finché noto le mani di Seb che sbriciolano convulse un pezzo di pane.
“Va tutto bene?”domando.
“Ci hanno visti, Julia. Rubare gli ingredienti dalla dispensa di Lumacorno.”
“Chi?”
“Uno studente di Serpeverde. È al settimo anno. È Geert Wellington. ”
Soffoco un’imprecazione.
Mancano cinque minuti all’inizio della lezione di Incantesimi. Geert Wellington arriva con lo sguardo stanco e la barba lunga. Capisce che lo sto aspettando.
“Ciao, Julia.”
“Ciao. Hai un minuto?”
“Anche due.”
Il suo sguardo si accende di curiosità.
“Che cosa hai visto esattamente?”chiedo.
“Ho visto te e Sebastian Lang, uscire dall’ufficio di Lumacorno. Mi piacerebbe sapere perché.”
“Per dirlo a Riddle, suppongo.”
Sembra sorpreso.
“No, perché? Non sono uno dei suoi leccapiedi.”
Sarebbe un miracolo, fra le Serpi.
"Servivano per una cosa importante.”rispondo, cercando di essere vaga senza destare troppi sospetti. Come se fosse facile.
Non mi sembra molto convinto.
“Julia, Geert. Avete intenzione di entrare in classe, stamattina?”
È la voce del professor Benton.
“Certo, prof.”dice Geert.
Poco dopo, sono seduta accanto a Sebastian, mentre lui è in mezzo ai Serpeverde.
Tom Riddle mi dà le spalle. Basterebbe così poco per…
Gli occhi castani di Geert Wellington mi fissano e ripetono la stessa domanda per tutta la lezione.
Non amo in modo particolare svolgere la funzione di messaggero.
Diciamo pure che la detesto.
Ma un ordine di Tom Riddle non si discute, in nessun caso. “Jasper.”mi ha chiamato pochi istanti fa “Devo parlare con Edward.”
“Perché?”chiedo, cercando di non sembrare troppo inquisitorio. Sono curioso, e basta. “Forse la sua metà potrebbe esserci utile.”
Ammetto di aver avvertito il colpo. Violet Traviston, una di noi. Come se non stesse già abbastanza fra i piedi di Ed.
Ho abbandonato la ricerca di Incantesimi che stavo scrivendo e sono andato alla ricerca del mio migliore amico.
So benissimo dov’è.
Nella nostra stanza, in dolce compagnia.
Oggi pomeriggio mi ha detto, con noncuranza: “Jasp, avrei bisogno di un po’ di privacy.”
“Capisco. Intrighi di letto?”
“Si.”mi aveva risposto di fretta. È evasivo nell’ultimo periodo su questo argomento.
Così mi dirigo verso il dormitorio maschile di Serpeverde.
Apro la porta e…la scena di fronte ai miei occhi non mi meraviglia per niente. “Edward!”
Abbasso gli occhi, non sono un voyeur. Ma non riesco a trattenere un sorriso. Li ho interrotti proprio quando le cose iniziavano a farsi interessanti. “Devi…devi venire con me.” Ed si è già ricomposto. Io faccio qualche passo nel corridoio per permettere loro di salutarsi. Sono una persona discreta, già. Anni e anni di educazione impartita da una nanny tedesca mi hanno influenzato, direi. Soltanto nei miei momenti di rabbia non riesco a mantenere la ferrea disciplina che mi è stata inculcata.
Edward esce dalla stanza, accostando la porta. “Allora?”scatta con rabbia “Cosa diavolo c’è?”
“Controllati. Mi ha mandato Riddle.”
“Perché?”
In corridoio non c’è nessuno.
Abbasso la voce. “Si tratta della fanciulla da cui ti sei appena separato.”
Edward, come me poco fa, è sorpreso. “Portami da lui.”dice.
In camera.
Un paio d’ore dopo. “Ed?”
Il mio amico è soprappensiero. “Edward.” Sobbalza. “Cosa ti ha detto Riddle?” Il succo della faccenda, l’ho intuito. Ma voglio i particolari. “Vuole che Violet si unisca a noi.”risponde, guardando una lettera. “Non mi sembra una cosa così pessima.”ribatto.
Ma vedo che non è convinto.
Provo a cambiare argomento. “Beato te, che almeno hai qualcuno con cui fare un po’ di sana ginnastica da camera.”
Non che io ne sia sprovvisto. Ma la Traviston è uno dei migliori modi per esercitarsi. “Eh, già.”sorride sarcastico, piegando il foglio che ha in mano.
Provo di nuovo a cambiare argomento. “Mi sento meglio, sai? Dopo quello che è successo.”mi riferisco alla morte di Ida Versten “Credo fosse giusto un momento di scompenso. Essendo la prima volta, sai…”
No. È proprio da un’altra parte con la testa. “Edward! Insomma, mi vuoi dire cosa diavolo hai?”
“Niente. Sto pensando a mio padre.”
Adesso capisco.
Qualche giorno fa, Ed mi era venuto a cercare. Era piuttosto agitato. Mi aveva raccontato di alcuni ricordi che aveva cancellato riguardo la morte di suo padre, ucciso più di cinque anni fa dall’Avada Kedavra.
Edward era presente. Aveva visto tutto. Conoscevo l’accaduto, ma Ed mi aveva raccontato il poco che ricordava soltanto all’inizio del quarto anno. La voce gli tremava, mentre rievocava quella notte di paura.
E ora, nuovi ricordi erano venuti a galla.
Una spilla, uno stemma. Potevano appartenere a qualcuno? Certo. Ma soprattutto…a chi?
Questi ricordi sono molto importanti per il mio migliore amico.
Sono l’ultimo legame con suo padre. Io, com’è ovvio, gli darò tutto l’aiuto possibile.
Oh, ma chi si vede.
Le mie Corvonero preferite. La lezione di Astronomia è appena cominciata. Il professor Crale sta spiegando con dovizia di particolari le intersezioni fra l’orbita di Plutone e l’orbita di Nettuno. Il mio interesse scarseggia, diciamolo. Ed è taciturno, io pure. Sarà l’atmosfera dell’ultima ora di lezione.
Il mio sguardo vaga sui miei compagni di classe.
Sedute vicine, vedo Audrey Salinger e Jillian McKanzie. È da qualche lezione che sono inseparabili. Alzo gli occhi al cielo: magari Jill fosse stata come Audrey. Halbury s’è fatto un volo notevole, per lei, ma almeno ci ha guadagnato qualcosa. La ragazza dai riccioli d’oro incontra il mio sguardo.
Ma ciao, biondina. Le sorrido.
Lei scoppia quasi a ridere e dice qualcosa a Jill, accanto a lei. Anche la piccola Corvonero alza lo sguardo verso di me, ma lo riabbassa immediatamente. Audrey mi fissa per qualche istante, poi riprende a lavorare.
Jillian ormai mi ha dimenticato, ahimè. Come sono triste. Il fortunato è quell’idiota di Carlisle Hunnam, una vera e propria spina nel fianco per Ed. Un pel di carota insulso, che ovviamente non poteva appartenere altro che a Tassorosso.
Chissà che lui non riesca a sciogliere la cara Jill.
Non riesco a trattenere una risata sarcastica, beccandomi così anche un rimprovero da Crale.
Anche lui, insomma.
Che pare abbia una storia con Julia Versten. Almeno, così dicevano le due Tassorosso sedute davanti a me due lezioni fa, proprio durante Astronomia.
Vecchio furbone! Magari ci avessi pensato io a consolarla durante questo difficile momento.
E chi meglio di me?
So perfettamente cos’è successo.
I capelli biondi, gli occhi azzurri, la figura snella, i lineamenti dolci. Ida Versten, la più bella dei Tassorosso del sesto anno. Forse la più bella dei Tassorosso in generale.
Il suo viso contratto dal terrore, il suo corpo che scivolava al suolo, che si accasciava come quello di una bambola priva di vita.
Riddle l’aveva guardata per un istante, e poi aveva detto:
“Guardatela. Un fiore stupendo. Ma impuro. E pericoloso. Meritava di essere reciso.”
Poi avevamo lasciato quel luogo.
Una volta nella nostra stanza, avevo preso Ed per un braccio:
“Non si torna più indietro.”
Lui aveva annuito, senza mutare espressione, come se avesse già considerato ogni aspetto di quanto era successo. Poi mi aveva dato una pacca sulla spalla, ed eravamo andati a dormire.
Stamattina, la notizia ha già fatto il giro della scuola. Corre voce che Julia Versten abbia tentato di uccidersi gettandosi nel lago. La cosa non mi sembra molto credibile, ma forse c’è un fondo di verità, visto che non è presente a colazione.
L’ho vista spesso, a scuola. È stata prefetto di Grifondoro, ora frequenta il settimo anno. È alta, con i capelli scuri, e gioca come Cacciatore nella squadra di Quidditch: velocissima, è sempre stata abile a non farsi colpire dai Bolidi vaganti.
Lei e sua sorella si somigliano pochissimo, se non per l’identica sfumatura di azzurro degli occhi; inoltre, mentre Ida era una sporca Mezzosangue, Julia è la figlia di una ninfa. Una creatura leggendaria. Non potrebbero essere più diverse.
Deirdre, Edward ed io mangiamo in silenzio. Non so molto bene cosa dire.
“Ehi.” inizio, per rompere l’atmosfera di ghiaccio “Avete fatto i compiti di Incantesimi?”
“Te li passo io, Jasp.”mormora Dè.
E il silenzio ritorna.
La Sala Grande, invece, è invasa da un cicaleccio fastidioso e insistente. Da ogni parte sento il nome di Ida Versten, a volte quello di sua sorella. Nessuno parla di noi, nessuno sospetta di noi.
I Tassorosso e i Grifondoro sono i più colpiti dall’avvenimento. I Corvonero, a parte qualche scarsa eccezione, come il loro Caposcuola, hanno già la testa nei libri. I Serpeverde sono i più tranquilli, per un motivo o per l’altro.
Violet Traviston arriva e si siede vicino al mio amico. Fra loro non ci sono mai gesti plateali, ma tutti sanno che ormai stanno insieme.
“Allora, Violet. Ti vedo affaticata. Incombenze amorose notturne particolarmente spossanti?”butto lì.
Ed mi sferra un calcio da sotto il tavolo, mentre lei mi apostrofa dicendo:
“Lewis, immagino che tu purtroppo abbia del tutto dimenticato come si fa.”
Piccola vipera malefica.
Piove. Non si sa come, la temperatura è risalita quel tanto che basta: la pioggia scioglie la neve dei giorni scorsi. Sto lì, sotto le gocce sferzanti. Ho freddo. Ma almeno sento qualcosa. Da quando è successo tutto, mi sembra di vivere in un mondo ovattato, senza spazio per le emozioni.
Non provo nulla.
Non sento orrore per ciò che abbiamo fatto, non sento gioia, né soddisfazione. Mi appare piuttosto come un dovere che abbiamo adempiuto.
Da qui, su una delle torri minori del castello, si gode una vista che domina il parco di Hogwarts. Sotto una tettoia, individuo la figura di Deirdre, sola.
Deirdre e io siamo fuori, nel parco. Il cielo ha il colore del piombo.
Dè mi accende una sigaretta con un incantesimo. Le offro una boccata, che rifiuta.
Nessuno dei due proferisce verbo.
È passata quasi una settimana dall’omicidio.
“Fra poco arriveranno gli investigatori del Ministero.”dice.
“Non possono permettere che sappiano. È già il secondo omicidio che avviene in due anni.”
È vero. Era già capitato che morisse una ragazza. Una certa Myrtle, credo, era stata ritrovata cadavere nella toilette femminile del secondo piano.
“Quindi cercheranno di insabbiare la cosa. Meglio per noi.”
“Già. Dippet non può permettere che chiudano la scuola. Quindi la morte della Versten sarà fatta passare come suicidio o decesso accidentale.”
Una domanda mi sale alle labbra.
“Deirdre…”
Una tosse violenta mi scuote i polmoni. Lascio cadere la sigaretta, e cerco di controllare gli spasmi che mi sconvolgono.
“Jasper!”esclama lei.
La tosse si è calmata, ma ho i brividi. Forse prendere tutta quell’acqua non è stata una bella idea. Deirdre appoggia la sua fronte sulla mia, come faceva mia madre, quando ero piccolo.
“Sei bollente.”
“Grazie, me lo dicono tante ragazze, ma non con i vestiti ancora addosso.”le dico, cercando di farla sorridere.
“Oh, non fare lo scemo come sempre.”
Però riesco a strapparle un mezzo sorriso.
“Adesso ti riporto nel dormitorio. Non puoi stare in giro, al freddo per giunta, in queste condizioni.”
Io nel mio letto. Solo. Negli ultimi tempi questa sembra diventata la normalità. Forsythe non tornerà per completare l’anno (pare abbia avuto un crollo nervoso ed ora sia al San Mungo), Lancaster non ha mai passato qui molto tempo, mentre Ed è in giro, suppongo. Con la Traviston, come no. Ormai vede più lei che me, o Deirdre.
Quest’anno sta mettendo dura prova il legame che c’è fra noi Principi: prima le mie stronzate con Belinda, poi la partenza di Eve.
Adesso, questa storia di Edward con Violet Traviston.
Fisso il soffitto, o meglio, il baldacchino verde scuro.
Detesto l’inattività forzata, ma mi sento la testa pesante e gli occhi stanchi. Sto per scivolare nel sonno.
Un serpente striscia verso di me. Lento, sinuoso, ipnotico. Io sono seduto, non capisco bene dove. La creatura mi ha raggiunto, ormai, e si erge in tutta la sua altezza di fronte a me, sovrastandomi. Fisso i suoi occhi, che sono senza colore e senza pupilla. Vedo soltanto loro.
Poi questa strana sensazione si spezza, e mi ritrovo davanti Tom Riddle. Sorride e annuisce, come se fosse divertito o soddisfatto di qualcosa.
Le sue mani sono sul mio viso.
Gelide.
Scendono sul mio collo.
Una pressione, in principio dolce, poi sempre più forte.
Mi manca l’aria.
Non respiro.
Il volto di Riddle resta impassibile, congelato in una smorfia divertita.
Poi si allontana da me.
“Non avrei bisogno di fare questo. Lo sai, vero? Mi basterebbe molto meno. Se io volessi. Basterebbero due parole.”
“Jasper! Svegliati, insomma!”
È la voce di Edward che mi chiama. Apro gli occhi.
“Cosa c’è?”
Ho la voce impastata, e mi sento uno straccio.
“Deliravi. Deirdre mi ha detto che stavi male. Conviene che ti porti in Infermeria.”
“Non ce n’è alcun bisogno. Apri il libro di Pozioni e trova qualcosa che mi faccia scendere la febbre.”
Poco convinto, Ed sbotta:
“Se è per quello, l’ho già preparata. Sicuro che sia solo un po’ di febbre?”
“Certo. Ho preso freddo.”
Ed mi porge una sorta di ampolla, ricolma di un liquido scuro.
“Che schifo! Sembra uno sciroppo babbano!”
Ma la mando giù tutta, fino in fondo. Mi sento già meglio.
“Cosa stavi sognando?”
“Niente.”
“Non fare l’idiota. Di certo non era un bel sogno. Era Sean?”
Mio fratello…quando sogno di lui, mi sveglio sempre in un bagno di sudore e lacrime. Stavolta però si trattava di un altro motivo.
“No. Ho sognato Tom Riddle.”
Mi alzo in piedi, ho un lieve capogiro, ma sto abbastanza bene. Inizio a rivestirmi: sono solo le cinque del pomeriggio.
“Tom Riddle?”
Racconto al mio migliore amico l’incubo che ho fatto.
“Hai paura di Tom Riddle?”
“Sì. Credo di sì. Ma non è solo quello. È paura, reverenza, ammirazione…un misto di tutte queste cose.”
Respiro profondamente.
“Non pensavo che sarebbe stato così. Uccidere. Mi sento vuoto. Non piango, non rido…non sento nulla.”
Peter e quel libro. Non riesco a togliermi dalla testa che stia succedendo qualcosa. Io odio i segreti. Soprattutto quelli che mantengono le persone che amo. Quindi penso proprio che si necessario un attacco frontale.
In Sala Grande si pasteggia in allegria, il Natale è vicino e tutti sono spensierati. Perfino i Serpeverde, che hanno vinto l’ultima partita del torneo di Quidditch. Individuo la mia preda e rivolgo uno sguardo di intesa a Rachel, che mi incoraggia con una delle sue frasi, mentre addenta un muffin ai mirtilli: ”Vai e attacca, tigre!”
Non riesco a trattenere un sorriso, così quando mi siedo accanto a Peter non ho l’espressione truce di un troll arrabbiato (che invece sarebbe molto più vicina al mio umore), ma una via di mezzo fra le due...più tendente alla seconda, in ogni caso. Mi saluta con un bacio leggero, cosa a cui non mi sono ancora riabituata. Per quanto riguarda il resto dei Grifondoro, ci guardano con un certo interesse, ma poco dopo io e lui riusciamo ad isolarci un po’ dagli altri. Stamattina è abbastanza taciturno, o forse soltanto assonnato, così colgo subito l’occasione per esprimere i miei dubbi. “Cosa stavi facendo con quel libro l’altro giorno in biblioteca?”
Peter all’improvviso si incupisce e fissa la sua tazza di caffelatte. “Niente, Audrey, niente.”
“Certo, stavi studiando l’arte calligrafica medioevale. Come non arrivarci da subito.”
“Ti prego non litighiamo adesso. Non era niente di importante.”
“Non prendermi per una scema. Menti, se vuoi, ma fallo bene.”poi aggiungo “Perlomeno quello…fallo bene.” Lo sguardo di Peter è ferito e nello stesso tempo gelido. Ma il mio lo è di più.
Non ci credo, non ci posso credere. Dopo tutto quello che è successo, Peter ha ancora dei segreti con me. Con me! Non capisce che così mi fa stare male, mi ferisce, mi delude? È come se non mi ritenesse degna della sua fiducia. E io l’ho perdonato dopo che avermi tradito. Ho fatto l’amore con lui. Sento le lacrime che mi premono sugli occhi, la nota sensazione che pensavo di poter dimenticare, almeno per un po’. Mi rifugio vicino alla mia quercia, presso le rive del lago. Non sento neppure il freddo che si insinua fra i miei vestiti. Le mani cacciate nelle tasche, prendo lunghi respiri per non perdere la calma. Mentre rientro a scuola, una figura maschile mi si affianca: Blaine Huznestov. “Salinger, allora! Come va?”
“Lasciami in pace. Non ho voglia di parlare.”
“Litigato col ragazzo? Se mi dici chi è posso andarlo a picchiare.”
“Non credo che ce ne sia bisogno. Dovresti picchiare me per la mia stupidità.”
Forse ha percepito la tristezza nella mia voce, perché risponde nel modo più serio con cui si sia mai rivolto a me. “Le persone ti deludono, Audrey. È nell’ordine delle cose. Ti mentono oppure…vanno via. Credi che ci sia bisogno di star male per chi ti fa soffrire?”
“Non lo so. Però non posso impedirmelo.”
“Già. Bella fregatura l’amore, eh?”
“Sì. La più grande che esista al mondo.” Poi, appena prima di entrare nell'atrio, getta quel che resta della sua sigaretta a terra, calpestandola con il tallone per spegnerla. “Fattela passare." mi dice guardandomi negli occhi"Anche se piangessi tutte le tue lacrime, anche se ti strappassi i tuoi bei riccioli d’oro…lui, chiunque sia, non cambierà mai.”
Se ne va, lasciandomi da sola. Credo sia la cosa più simile ad una conversazione che abbia mai avuto con Blaine, dopo sei anni di scuola insieme. Non lo conosco, non lo conosco affatto. Però forse mi ha detto qualcosa su cui farei bene a riflettere.
Studia, Audrey, studia! Non pensare a niente, se non alle ultime interrogazioni che ti separano dalle vacanze di Natale. Silente oggi mi ha assegnato con degnazione un Oltre Ogni Previsione, che mi sono sudata nel vero senso della parola: ad un certo punto, mentre mi interrogava ho iniziato a sentire un caldo assurdo, e l’unica cosa che pregavo era che la tortura finisse presto.
Non mi piace studiare. Ma mi piace ancora meno vedere la mia media in calo. Dunque, ecco che mi sono impegnata nelle ultime due settimane, per organizzarmi in modo decente e non fare disastri.
Micheal mi intercetta mentre sto andando in biblioteca per prendere in prestito dei libri riguardo l’ultima lezione di Incantesimi. “Allora, cosa diavolo è successo ancora con Peter?”
“Le solite cose, segreti e bugie.”
“Audrey, insomma, piantala di fare la drammatica. Il segreto di Peter non è nulla che sia legato a voi due, alla vostra storia.”
“Ma Peter è legato a me. Non voglio che ci siano segreti fra noi.”
“E va bene, allora. Siediti e parliamone.”
Ci sediamo su uno dei divani più lontani dal caminetto, dunque uno dei meno usati durante la stagione infernale. “Riddle sta iniziando ad intimidire i Mezzosangue dei primi anni, i più vulnerabili.”
“Si è sempre saputo che non fosse proprio a favore della parità.”
“Ma ora sta oltrepassando il limite. Ne stavo parlando anche con Sebastian, il Caposcuola di Grifondoro.”
“Va bene, ma questo cosa c’entra con Peter? E con il libro che stava leggendo?”
“Cercava delle informazioni. Incantesimi di Protezione.”
“E allora non poteva dirmelo?”
“Non voleva farti preoccupare. Come invece è riuscito a fare lo stesso.”
“Adesso andiamo da lui. Sai dov’è?”
“L’ho lasciato poco fa in Sala Grande.”
Battagliera io, rassegnato lui, scendiamo dalla Torre di Corvonero. Peter è seduto con Sebastian Lang e Julia Versten, e mi sembrano impegnati in una discussione. Di norma mi interesserei anch’io di cosa potrebbe essere successo, nonostante io non conosca bene Sebastian e Julia sia sempre stata abbastanza fredda con me. Ma adesso ho bisogno di risolvere con Peter, così gli chiedo se possiamo parlare un momento. “Micheal mi ha detto tutto.”
“Capisco.”
“Scusami Peter, ma non vi reggo quando vi comportate così.”dice il nostro amico, e poi continua: “Adesso vedete di chiarire.”
Con il solito tatto, ci lascia da soli a parlare.
E così, si è risolto tutto. O quasi. Sono ancora un po’ arrabbiata con Peter, ma c’è di peggio a questo mondo. In camera, c’è Jill alle prese con Astronomia, mentre Laura scrive sul suo diario. Io per una volta non ho niente da studiare, così mi stendo sul mio letto e leggo un romanzo. Che bello, non dover leggere un tedioso saggio sulla Guerra dei Folletti o le ventuno applicazioni dell’incantesimo di Diffusione. Un po' di tempo per me.
Stamattina ho salutato Peter, Rachel, i miei amici e le mie compagne di stanza. Ho consegnato i vari regali che ho comprato con i miei guadagni. È sempre strano separarsi per Natale, anche se alla fine si tratta giusto di un paio di settimane.
Ho cambiato due treni, prima di scendere a Brighton.
Brighton è la mia stupenda cittadina natale nell’East Sussex, nella zona meridionale dell’Inghilterra. La guerra l’ha abbastanza risparmiata rispetto alle altre città della costa. Alla stazione mi aspetta una berlina nera, con l’autista di mio padre che mi saluta: “Ben arrivata, signorina Audrey. Spero che abbia fatto buon viaggio.”
“Ciao, Bob. Tutto a posto, grazie.”
La casa della mia famiglia è una bellissima costruzione in stile Reggenza, appena fuori dalla città, con un giardino curato e una serie di statue neoclassiche. Mio padre non c’è, come sempre. Mia zia Diane scende ad accogliermi, mentre dal cielo grigio piombo inizia a scendere qualche lieve fiocco di neve.
A casa, finalmente.
Un grosso gufo grigio, sulla cui targhetta è inciso il nome di 'Tesorino', prende il volo con la mia lettera legata alla zampa con un nastro blu oltremare. La pelle della faccia mi si sta disintegrando, per non parlare dei piedi che, seppelliti tra escrementi e cumuli di neve, hanno quasi perso sensibilità. Riesco a vedere il cielo coperto di nuvole fitte attraverso le grandi finestre della Guferia. Spingo più a fondo le mani coperte da guanti di lana nelle tasche del cappotto, seguendo la sagoma del gufo che scompare all'orizzonte.
I miei genitori mi avrebbero dovuto aspettare direttamente a casa; da quando ho superato l'esame di materializzazione, hanno smesso di venirmi a prendermi a Hogsmeade. Mia madre mi ha informata che, invece, questo Natale verranno perché porteranno a casa nostra anche i miei cugini, invitati da noi per le vacanze.
Mi volto verso l'arco basso e senza porta attraverso il quale si vede la rampa di scale in discesa. Sulla porta, però, compare all'improvviso Garet Haslett, illuminato da un raggio di sole che fa tremare l'aria per qualche istante.
« Ciao, Georgiana. » Sorride, venendo verso di me. Le sue origini nobili non si confermano nel suo carattere modesto e gentile; ha un'aria triste, come se ci fosse costantemente qualcosa per cui essere infelice. Tutte le volte che lo vedo, ho un'immagine nettissima del signor Darcy * . In questo momento, indossa un cappotto grigio che rende perfettamente l'idea; le mani mi tremano per la voglia di prendere dalla tracolla il mio taccuino e scrivere qualcosa su di lui. Ho tutto il tempo di osservarlo, dopo aver risposto al suo saluto: rimane a scrutarmi con stupore, come se non si fosse aspettato di sentire la mia voce.
«Mi fa piacere vederti. » fa un'ampia pausa, durante la quale tenta di fare un debole sorriso. « ...ti stavo cercando. » Mi sento le guance andare a fuoco, ma mi auguro che il freddo mascheri il mio imbarazzo. Distolgo lo sguardo dai suoi occhi di un azzurro intenso, mentre provo a rispondere senza che mi tremi la voce.
« E cosa...? » non completo la domanda; la mia mente iperattiva ha sfornato il nome di Sir Garet, che salva la bella damigella lady Georgiana da ... E' troppo ridicolo per continuare a pensarci.
« Ecco, beh ... Sebastian mi ha pregato di darti questa. » Mi porge una busta, ritraendo la mano nonappena la sfioro, come se fosse spaventato dall'idea di toccarmi. Mi saluta con un cenno secco, poi torna sui suoi passi.
Mi poso una mano sul cuore, che batte come un forsennato. Esco dalla Guferia e mi reggo sul corrimano della lunga scala a chiocciola.
Garet è un grifondoro del settimo; gioca come battitore nella squadra di Quidditch, e tutti si stupiscono di come un ragazzo così malinconico e silenzioso sia così energico e rabbioso in campo. E' un buon amico e compagno di stanza di Sebastian Lang; spesso girano per la scuola e fanno casini insieme. Ci ho parlato diverse volte, visto che frequentiamo la maggior parte delle lezioni insieme.
Entro in Sala Comune con il cuore che non accenna a rallentare. Entro di corsa nella mia camera, tuffandomi sul letto. Annette, che si sta facendo i capelli davanti alla toeletta, si volta con aria stupita.
« Beh? »
« Non indovinerai mai chi ho incontrato! » esclamo sospirando, mentre mi copro il viso con un cuscino.
Riddle ha iniziato a minacciare studenti dei primi anni. Stai attenta ai tuoi, dobbiamo parlare al più presto. Sebastian L.
E' da tre giorni che giro per la scuola stringendo la bacchetta, terrorizzata da ogni minimo movimento; ho quasi schiantato Cheslav, che si era nascosto dentro l'armadio. Il biglietto di Sebastian mi ha provocato una certa angoscia, se vogliamo minimizzare la questione.
Nonostante la paura e il freddo artico, ho acconsentito a fare una passeggiata in riva al lago con Julia. Lo studio intenso sta riducendo sempre di più il tempo che possiamo passare insieme.
« ... Tom Riddle! Ho letto il suo diario segreto, e mi sono messa a gridare! E' completamente pazza di lui, si è azzuffata con una sua amica che l'aveva criticato! » Urla con espressione affranta, agitando in aria i guanti lilla. Il mio collega caposcuola ha fatto breccia nel cuore di sua sorella Ida, e lei non ne è affatto contenta.
« E come se non bastasse, c'è anche quell'oca insopportabile! » L'ultima furbata del prode Sebastian, che ha fatto andare su tutte le furie Julia, è stata di mettersi con una tipina del quarto, una versa sciaquetta.
Non molti sanno che dietro al perfetto prefetto e caposcuola Lang si nasconde il re della mattanza e delle feste, il capo di un'allegra confraternita di dementi. Che, però, sa qual è il limite che non può superare. Julia sembra essere sull'orlo di una crisi isterica per questa faccenda, e mi sta raccontando con molti dettagli delle loro vicende sentimentali e di quanto si senta messa da parte. La sua foga mi porta a credere che sia invidia nei confronti della ragazzina, e mi sforzo di evitare di pensare alla loro relazione come qualcosa di diverso da una forte amicizia.
La lascio sfogare, lanciandole occhiate di sottecchi ogni tanto. Poi lei si ferma di scatto, e alza l'indice per indicare una figura nera che sta sul limitare della foresta proibita. Mi metto a correre, costruendo nella testa una frase opportuna per distogliere, chiunque sia, dall'entrare: il regolamento prevede l'espulsione per chi si addentri nella Foresta. Avvicinandomi a tutta velocità, riconosco all'improvviso proprio il nostro beneamato Tom Riddle; mi balugina in mente l'idea che non posso togliere punti ad un altro Capocasa. Lo fulmino.
« Tom, non dovresti essere qui, o sbaglio? »
« Fatti gli affari tuoi, Harrington. » mi lancia uno sguardo velenoso, e si allontana zoppicando. Lo seguo con lo sguardo, e subito la mia attenzione viene catturata da Julia, che sta urlando contro sua sorella Ida, comparsa chissà da dove.
« Sei arrivata al punto di pedinarlo! Tu ci lascerai la pelle, Ida! »
« Tu! Un punto in meno, e che non ti venga mai più in mente di correre sul pavimento bagnato! » Sento strillare un prefetto in fondo al corridoio; quando sento gli altri intervenire così decisamente, mi chiedo se dovrei essere meno generosa con i miei studenti.
Esco dall'aula di Trasfigurazioni chiudendo a chiave la porta: il professor Silente mi ha concesso di rimanere ad esercitarmi dopo la lezione avanzata, che conta solo dodici studenti oltre a me. La Lostum ha praticamente fatto una crisi isterica perché, a suo parere, il 13 porta sfortuna e la nostra classe sarà decimata dalle avversità.
Saluto un po' di ragazzi lungo il corridoio, cercando con lo sguardo Annette o Julia: durante la lezione ho sorpreso Garet a guardarmi e per questo sto camminando su un tappeto di nuvole, oltre a vedere cuoricini nell'aria. Lo sto appunto scrivendo sul mio taccuino, quando sento qualcuno chiamarmi.
« Ehi, tu, Harrington! » tuona una Tassorosso del sesto, di cui non ho mai saputo e neanche m'interessa sapere il nome, e mi fa cenno di avvicinarmi a lei; stringe la bacchetta in pugno e ostenta un'aria minacciosa. Lascio cadere il mio taccuino nella tracolla e mi accosto a lei con affabilità.
« Hai bisogno di qualcosa? » le chiedo con garbo. Si stacca dalla parete con una spinta, fulminandomi.
« Dimmi, ci stai provando con Garet Haslett, eh? » strabuzzo gli occhi alle sue parole; mi sento avvampare.
« No, e non vedo come ti possa essere saltato in mente! » Apre il taccuino che tiene nell'altra mano, mi fulmina di nuovo ed inizia a leggere.
« Ho incontrato Georgiana. » gira qualche pagina. « Ho parlato con Georgiana .. oh, pensavo che Georgiana sapesse .. Georgiana era ... Georgiana con la sua amica .. Georgiana di qua, Georgiana di là, Georgiana, Georgiana, Georgiana!! » Sono più che sconvolta; mi schiarisco la voce, cercando di prendere tempo e riordinare le idee. Allora: sono stata citata nei diari di Garet Haslett, che tra l'altro, quindi, tiene dei taccuini proprio come faccio io. Questa ragazza è convinta che io ci provi con lui, cosa impossibile, vista la mia incapacità in questo campo, anche se lui mi piace parecchio. Per qualche motivo che ignoro ancora, lei ce l'ha con me per questo.
« Mi dispiace, hai frainteso ... Se vuoi scusarmi ... » faccio per andarmene, del tutto convinta che la questione si possa considerare chiusa. Ancora non mi spiego come possa essere successa una cosa del genere; se è uno scherzo, non è stato affatto divertente, e mi ha rovinato l'umore. Chiunque sia quella, evidentemente ha dei diritti da accampare su Garet, e questo distrugge i miei sogni più idilliaci.
« Dove credi di andare? Io ti sfido a duello, Georgiana Harrington! » Trasalisco, spalancando la bocca per lo stupore. Non so chi si creda di essere, ma oltre ad avere un anno in più di lei, credo di avere anche una certa competenza, per quanto riguarda gli incantesimi. E anche per quanto riguarda le regole, e so benissimo che i duelli sono assolutamente vietati, se non per quanto riguarda il Club. Glielo comunico, incrociando le braccia sul petto.
« E allora risolviamola all'interno del club! » ringhia. Insisto con le regole di cui sono il braccio esecutivo, ricordandole che le iscrizioni al Club sono per chi supera il test d'ammissione all'inizio del trimestre e che, obiettivamente, ho qualche dubbio sulle sue capacità. Sembra piuttosto offesa.
« Suvvia, hai troppa paura di contravvenire alle regole, per sfidarmi? » sibila con un ghigno insopportabile sul volto.
« No, è che non ci stiamo contendendo Garet Haslett, visto che quella interessata sei tu. Arrivederci. » esclamo battendo sui tacchi e filandomela, prima che insista di nuovo con le sue patetiche teorie. Ora posso dire di avere il cuore a pezzi, e che odio con tutti quei pezzi la ragazza di Garet Haslett.
Lancio la cravatta della divisa sulla sedia di fianco al mio letto, mentre ascolto con distrazione il racconto di Catherine riguardo alle sue ultime vicende amorose con Quentin. Si sta mettendo lo smalto, spaparanzata sul suo letto, e io sono costretta a rischiare la morte per sporgermi in avanti dal mio visto che il suo tono non supera quello di un sussurro.
Per le scale, si sentono dei passi pesanti e frettolosi.
«Cate, alza il volume, non riesco a sentirti con tutto questo rumore. » sbuffo appena, tentando di non infastidire Deirdre che ci origlia fingendo di dormire. Cate smette per un istante di parlare, e nello stesso momento bussano forte alla nostra porta. Mi alzo, afferrando la mia vestaglia di seta cinese dal baule aperto ai piedi del letto. Me ne infilo un braccio e apro la porta.
« Ehm..Violet? » Utopia Blackster si nasconde nell'ombra per non farsi notare da sua sorella, che miracolosamente si è svegliata. La guardo storto. « Devi venire con me .. per favore. » Sembra riluttante al chiedermi con cortesia di seguirla. Scivolo fuori dalla porta, sentendo subito l'aria gelida del corridoio che mi ghiaccia i polpacci nudi.
«Dunque? » mi lancia uno sguardo freddo, imitazione malriuscita di quelli di Deirdre, e mi fa cenno di andare con lei verso la Sala Comune. Distinguo a malapena una figura che si delinea contro la luce fioca che proviene dalla Sala.
«Beh, vai da sola. » grugnisce prima di tornare correndo verso la sua stanza. Mi stringo nella vestaglia, tentando di non morire ibernata. Le mie pantofole non servono a niente, contro il freddo scozzese.
« Potevi anche degnarti di venire senza farti chiamare.. » mi rimbrotta Edward, infilando le mani nelle tasche dei jeans. « .. ma direi che la tua tenuta ti giustifica. »
«Tu cosa ci fai qui, per la cronaca? » Gli chiedo perplessa, facendo un passo all'indietro e stringendomi addosso la vestaglia. Mi fissa come se avessi detto la più grande sciocchezza del secolo; sistema l'orlo del suo maglione nero, poi torna a guardarmi, allugandomi un biglietto.
« Questo. » leggo rapidamente il biglietto: contiene un invito da parte mia a raggiungermi nella mia stanza. Sento un brivido corrermi lungo il corpo mentre lui mi continua a guardare come se fossi idiota.
« Ci hai provato, Edward. » proclamo in un concentrato di acidità e antipatia che solo mia madre è in grado di usare. Scrollo le spalle e lo fisso con aria di sufficienza, aspettando la sua reazione; chiunque sia il responsabile di questa bella scenetta la pagherà con la vita, sempre che riesca ad uscirne viva io stessa. Lo saluto agitando appena la punta delle dita, poi mi volto e inizio camminare lentamente verso la mia stanza.
« Ma ... ! » esclama allungando una mano e agguantandomi la spalla. Sono costretta a girarmi di nuovo verso di lui; si piega in avanti e mi bacia sulla guancia, molto più delicato e dolce dei suoi soliti baci violenti e improvvisi. Mi lascia andare e fa qualche passo indietro.
« Non credere di potermi sfuggire!» sibila mentre ci allontaniamo in direzioni opposte.
G I O R N I D O P O.
Mi butto sulle spalle il mantello invernale, fissando con attenzione gli alamari. Il sistema di riscaldamento della scuola non sembra avere ancora deciso di funzionare, quest'anno, e in particolare i sotterranei sono la perfetta imitazione di una grotta artica. Giro a sinistra, imboccando il corridoio che, fino a prova contraria, dovrebbe portarmi dritta all'ufficio di Lumacorno. Punto lo sguardo sull'ombra che si nasconde dentro ad una nicchia del muro, e che sospetto essere Pix, visto il ghigno sommesso che echeggia debolmente contro la volta a crociera. Dò un calcio al galeone lasciato per terra e faccio un salto all'indietro; la moneta esplode, spargendo vernice verde bandiera a destra e a manca.
« Ah-aaaah! » grida Pix uscendo dalla nicchia; sembra piuttosto interdetto quando si trova davanti la sottoscritta che lo fissa con le braccia conserte e la bacchetta stretta in un pugno.
« Pix, sparisci dalla mia vista o chiamerò il Barone. » Lui sparisce immediatamente, dopo avermi fatto una boccaccia disgustosa.
Proseguo lungo il corridoio, saltando la pozza di colore che imbratta il pavimento di pietra e manderà su tutte le furie la Custode.
Busso alla porta di Lumacorno; mi ha mandato uno dei suoi graziosi biglietti scritti in oro per avvisarmi che mi attendeva per un colloquio. Sento la sua voce gridarmi forte che la porta è già aperta; con una lieve spinta la apro, e abbraccio con lo sguardo lo studio del CapoCasa. Dire che è barocco è usare un riduttivo: la ricchezza di mobili e oggetti è tale che devo stare attenta ad ogni tremito per non rischiare di fare cadere qualcosa.
Lumacorno mi osserva dal fondo della stanza, tentando di nascondere il suo palese nervosismo con un sorrisino ebete; la luce della lampada di cristallo appesa sopra alla scrivania rococò si riflette sui bottoni d'oro e sui ricami di seta del panciotto color crema.
« Venga avanti, signorina Traviston. » muovendomi con cautela, raggiungo una poltrona di velluto color granato e mi siedo dopo aver ricevuto un cenno del capo da parte del mio professore. Lo fisso insistentemente, provando a fargli capire che vorrei che si sbrigasse a comunicarmi qualsiasi cosa debba comunicarmi.
« Signorina Traviston, devo metterla a parte di un fatto piuttosto spiacevole. » Mi sento gelare: a partire dalla punta delle dita, fino al cuore. Mi appare nettamente l'immagine di Medea Diamond, non ancora tornata dal san Mungo. In un attimo sono tempestata dall'idea di spie, avversaspecchi, diari segreti, minacce e qualsiasi cosa possa aver segnato la mia condanna. Stringo le dita sui braccioli della poltroncina. « Si tratta di suo cugino Lochlainn O'Mhaille. » mi sento contemporaneamente più tranquilla e più spaventata. Tutti sanno quanto bene io voglia a Lochlainn, e quanto ansiosa io diventi se non ricevo la sua lettera settimanale. Ha tre anni più di me, e l'anno scorso ho fatto una grande fatica a imparare a gestirmi senza la sua protezione costante.
« Cosa..? » mormoro appena, sprofondando nello schienale e tormentando l'orlo del mio scamiciato grigio ferro.
« E' stato arrestato a Kilkenny per aver aggredito un babbano. » proferisce pacatamente, anche se la goccia di sudore che gli cola sulla fronte mi annuncia che è decisamente agitato. « Ma è anche fuggito, e lei è pregata di comunicarmelo nel caso si facesse vivo. »
Graffio il velluto con le unghie, facendo sobbalzare Lumacorno. Sento gli occhi che bruciano, come se fossi sul punto di scoppiare a piangere. Penso all'ultima lettera di mio cugino, risalente a quattro giorni fa, in cui mi raccontava con grande quantità di dettagli del suo viaggio in Irlanda e di quanti regali stesse accumulando per me.
« Può andare, se vuole. » mi alzo lentamente, le orecchie mi fischiano e faccio fatica a rimanere in piedi. Nonappena riesco a guadagnare l'uscita, inizio a correre forsennatamente verso la Sala Comune, reggendomi con la mano al muro.
G I O R N I D O P O.
Con un taglio netto, accorcio il nastro blu del pacchetto che sto terminando di confezionare. Lancio un'occhiata al regalo che avevo comprato per Lochlainn nell'ultimo weekend a Hogsmeade, e che ho gettato a calci sotto il letto dopo che ho avuto quel piacevole colloquio con Lumacorno.
Mio padre, tanto per rincarare la dose, mi ha mandato una lettera stizzosa in cui mi avvisava di non osare seguire le orme di mio cugino, e in cui insultava con improperi particolarmente elaborati il suo sangue irlandese.
La biblioteca è zeppa di studenti che si affannano per recuperare le loro insufficienze; io non riesco neppure a pensare di aprire un libro, e non lo fa neanche Edward, che invece si è nascosto per fare chissà cosa con Jasper, dando adito a commenti poco gradevoli.
« Vi, è arrivata una lettera per te. » mi dice Catherine, lasciandomi cadere una busta sulle ginocchia. Impallidisco nel riconoscere chiaramente la calligrafia del mittente. E, come se non bastasse, nello stesso momento vedo Edward venire verso di me.
Fa freddo, va bene? Un freddo assurdo, e l’ultima cosa di cui avrei voglia è un allenamento di Quidditch alle sei del mattino. Ma il nostro capitano, dopo essersi ripreso dal piccolo incidente che gli ha quasi rotto l’osso del collo, ieri sera ha proclamato con fare trionfante: “Ragazzi, domani vi voglio in campo per le sei. Allenamento intensivo!”
“Peter, sei sicuro di non aver battuto anche la testa?”chiede Alice McFly“A quell’ora ci gelerà anche l’aria nei polmoni!” Ma Peter era fin troppo baldanzoso. Mi chiedo cosa sia successo per renderlo così di buon umore. Magari ha fatto pace con la sua ragazza. E sarebbe anche ora, è dall’inizio dell’anno che gira con un’espressione da cane bastonato e non se ne può più di vederlo in quello stato. Mentre ci dirigevamo verso i dormitori, dopo la riunione della squadra, Jack Adams mi aveva messo un braccio intorno alla vita, alitandomi in un orecchio: “Allora, Julia, ti va se passiamo la notte insieme? Così domani mattina non abbiamo problemi per svegliarci.” E questo in base a quale logica? Sempre che un animale come lui agisca e parli secondo una logica, cosa che ritengo alquanto improbabile. “No, Jack, grazie. Ho bisogno di riposarmi.”gli ho risposto, mantenendo un minimo di cortesia. Se potessi, l’avrei già schiantato da un pezzo, ma è un mio compagno di squadra e, come Peter mi ha già ripetuto più volte, è meglio se c’è un clima di collaborazione nello spogliatoio. Sarà, ma non vedo l’ora di finire l’anno per non vedere più quel viscido individuo.
L’allenamento è faticoso, ed il vento gelido che soffia non aiuta di certo. Ci alleniamo per un’ora abbondante, per poi andare a farci una doccia calda. Credo che sia stato il pensiero del calore dell’acqua a farmi resistere così a lungo.
Con i capelli bagnati, corro verso la scuola, desiderosa di tornare nella mia stanza.
Nell’atrio, un incontro che incupisce ancora di più la mattinata. Tom Riddle, in tutto il suo splendore. Con una ragazza della sua Casa, che conosco di vista. “Buongiorno, Julia.”
“Buongiorno, Tom.” La temperatura all’interno della scuola è gradevole, ma il tono delle nostre voci è tanto freddo da poter formare stalattiti di ghiaccio. Fra me e lui uno sguardo pieno di ostilità, con il quale ognuno misura il suo avversario.
Odio quel ragazzo.
La sua aria di superiorità, come se fosse un sole che si ritrova per sbaglio in mezzo a lucciole mediocri. La sua arroganza di Purosangue, che non tiene in nessun conto il fatto che la magia è posseduta da tutti i maghi e le streghe nello stesso modo. I suoi occhi freddi e inespressivi, simili a quelli di un serpente prima di attaccare. I suoi capelli neri, dai riflessi quasi verdastri, che sono sempre pettinati e lucidi. Le sue mani pallide, con le dita sottili e le unghie corte.
Provo per lui una sorta di repulsione istintiva, che è aumentata da quando durante il quinto anno siamo stati entrambi Prefetti delle rispettive Case ed abbiamo dovuto condividere un po’ di tempo.
Arrivo in Sala Comune, che si sta pian piano riempiendo, e come una furia salgo in camera: mi asciugo i capelli con un incantesimo, e poi inizio a spogliarmi per indossare la divisa scolastica. In quel momento, Sebastian entra. “Ehi, va tutto bene?”
“Sì, perché?”gli rispondo con tono aspro, mentre combatto con il mantello. “Sei passata come un’Erinni che medita vendetta, ecco perché!”
“Ho incontrato Riddle.” Sebastian si siede sulla poltrona vicino al caminetto e appoggia il viso sulla mano destra. Per lui non è un problema vedermi mentre mi cambio d’abito: fra noi c’è un’amicizia così forte che non potrebbe mai trasformarsi in un interesse romantico, neppure se fossimo ubriachi e mi offrissi a lui. “Beh, pensa che io me lo trovo davanti ad ogni riunione dei Caposcuola.”
“Già, tu odi così tanto quelle riunioni, vero?”
“Cosa intendi dire?!”
“Che non tutti i Caposcuola sono disgustosi come Riddle. Non sei d’accordo anche tu?”
“Non so dove tu mi voglia portare con questo discorso, ma vedi di muoverti. È tardi!”mi risponde, lanciandomi gli stivali.
Ma lo so io, caro, e credo proprio che lo saprai anche tu, prima o poi.