31/07/2008
commenti (2) • tag: ricordi, vacanze, famiglia, amori, sogni, malinconia, esami, speranze, addii, amicizie, grifondoro, corvonero, momenti imbarazzanti, fidelius

Anche se non si direbbe, tra cinque giorni iniziano i M.A.G.O. Pensavo che mi sarei sentita sollevata, ed invece sto ripassando freneticamente e la mia mente non assorbe assolutamente niente; forse é che sono seduta sul pavimento, in un corridoio semibuio, appena fuori dall’infermeria. Che là dentro c’è la mia migliore amica, nelle peste fino al collo, e che il mio ragazzo è disperso chissà dove a rovesciare la sua frustrazione perché gli ho impedito di vederci finché non avremo finito gli esami. Ne ho bisogno io, come ne ha bisogno lui. Credo.
Forza, Georgiana. Visualizza le parole del libro che hai davanti, dà loro un senso compiuto e comprendi quello che stai tentando disperatamente di studiare. Pozioni. Una A assicurata, a meno che un fascio di luce divina non trasformi i miei disastri in qualcosa di lontanamente degno di una E.
La gonna ruvida della divisa, oltre a grattarmi il sedere, non serve a trasformare la superficie di pietra su cui sono rannicchiata in qualcosa di lontanamente comodo; con un po’ di fatica, facendo inutilmente leva sulla parete, mi sollevo giusto in tempo per vedere uscire l’infermiera Mound.
« la sua amica è pronta. » grufola fissando con disapprovazione le macchie sulla mia camicia; mi scusi, se è tre giorni che non torno in dormitorio perché LEI non sa fare il suo lavoro e io devo badare a Julia. E’ proprio lei, infatti, che appare dietro all’infermiera, con le sue cose chiuse nella valigia che tiene in mano; sembra sollevata, se non altro di uscire dall’incubo asettico che c’è oltre quella porta.
« ti avviso: non so quali siano gli ingredienti della pozione Obmutesco, e non ci tengo a saperli. » le sibilo mentre ci avviamo lungo una scala, appena ruotata in modo da consentirci di arrivare molto più rapidamente del previsto alla torre di Grifondoro.
« menta, elleboro, bile di tartaruga .. »
« vedo che hai studiato più di me. brava, cara. » la interrompo dopo aver svoltato l’angolo; tre settimane, e smetteremo di camminare per i corridoi di Hogwarts. Non avrò più bambini da mettere sulla buona strada, adolescenti arrapate da beccare in giro nel cuore della notte, liste di parole segrete da memorizzare. Tutto finito.
Un quadro lancia un fischio di ammirazione al nostro passaggio; ecco, questo non mi mancherà.



{ nei giorni successivi }
Credo che si chiami tregua; il pratico di incantesimi mi ha buttata così in basso che, dopo aver salutato con il massimo dell’educazione che sono riuscita a strapparmi l’esaminatore Lowell, ho avuto il bisogno fisico di vedere Sebastian e Julia. Lo studio solitario mi ha trasformata in una specie di spilletta semovente, visto che io sono quasi trasparente dietro il mio distintivo, fatta eccezione per le occhiaie.
Ignorando del tutto gli sguardi di Jules, che ovviamente è stata ridotta al terzo incomodo, Sebastian continua senza tregua a stritolarmi contro il suo petto e infilarmi la testa tra i capelli, annusandomi come se fossi un mazzo di fiori e non una strega, e ad azzannarmi l’orecchio senza ritegno, rischiando oltretutto di ingoiarsi le perle di mia zia.
« Io approvo Carlisle. » ribatto alla proposta di Jules, mollando l’ennesima gomitata nelle costole a SSS ( Sebastian Sesso Subito, ho riso fino alle lacrime quando ho sentito Eugene che lo borbottava a Peter Halbury ), che si allontana con aria offesa dal mio povero lobo maciullato. Finalmente senza rischiare di essere mangiata viva, affondo la testa nell’imbottitura del divano, e lancio uno sguardo piuttosto serioso alla mia amica, assorta nella contemplazione del paesaggio estivo fuori dalla finestra.
« già. mi sembra che abbia la testa sulle spalle, e soprattutto del potere sugli altri. »
« credo che ci siano buone probabilità che diventi caposcuola. »
« un po’ come te, Georgie. » ridacchio.
« mi raccomando, ignoratemi! » borbotta Sebastian riemergendo dal suo sogno ad occhi aperti.
« tesoro, non è colpa mia se la tua mente è altrove. » lo rimprovera Julia, sbuffando; credo che lei mi mancherà, troppo. Non sarà la stessa cosa, lo so già, perché sarà impossibile vederla tutti i giorni quando sarò a farmi ammazzare in qualche campo di addestramento auror, ovviamente con l’impossibilità di smaterializzarmi.
« credi che dovremmo fare una specie di festa di insediamento? » propongo ignorando i mugugni incomprensibili della mia dolce metà.
« mah, non sono molto dell’umore, ma sono convinta che troveremo qualcuno disposto a farlo. »
Sebastian continua a grugnire, si alza e se ne va sbattendo i piedi; questi uomini, peggio dei bambini. Tranne se c’è da combattere nella foresta nel cuore della notte e salvare metà dei presenti, ovvio.

***

E’ molto che io e Jules non parliamo a quattr’occhi, dedicandoci al gossip invece che alle vicende drammatiche di cui siamo state vittime dall’inizio di quest’anno. La morte di Ida, il Fidelius, Riddle; mi sembra di non riuscire a pensare a quando abbiamo parlato di ragazzi, l’ultima volta, senza riferirci agli orari di coprifuoco e a quando stabilire la riunione successiva.
Proprio come succedeva quand’eravamo piccole ed innocenti, lei ghigna e io sono rossa come una ricordella.
« su, non è mica una malattia! » esclama dandomi una pacca sulla spalla, e facendomi diventare sempre più purpurea e bollente. « raccontami! »
« cosa vuoi che ti dica?! » sbotto con la voce talmente acuta da essere irriconoscibile; mi è venuto naturale stringermi addosso la camicia, mentre lei cerca di strapparmi qualche dettaglio sconveniente sulla mia prima volta. Descrivere questo momento come imbarazzante è riduttivo; temo che lo sarebbe ancora di più recuperare il mio taccuino rosa confetto e leggerle direttamente quello che ho scritto al riguardo, con tutti i particolari scabrosi che la farebbero tremare di soddisfazione.
« che ne so, se è bravo! se è stato dolce! »
« come Megafusto sul pianoforte del povero Eugene? » il suo sorriso si smorza per un momento.
« beh, è stato molto romantico. » si giustifica prima di infilarsi in bocca un pasticcino con una mezza fragola sopra.
« Jules, promettimi che mi scriverai spesso. »
« Georgie, promettimi che smetterai di essere così paranoica. »
« Non credo di poterlo fare. »
« Sei incorreggibile. »
« Sì, ti voglio bene anch’io. »



{ last day of magic. }
Il professor Silente sembra più emozionato di me, mentre mi scruta attentamente da dietro le lenti dei suoi inconfondibili occhiali a mezzaluna.
« Signorina Harrington, mi sono permesso di prepararle una cosa. » le guance mi diventano subito di fiamma; non sono affatto abituata a ricevere regali d’addio, tantomeno dagli insegnanti. Non da Silente, soprattutto, per quanto lui sia il mio preferito in assoluto. Mi sforzo di sorridere e di non mettermi a gridare, ma di certo non riesco a dire una sola parola prima che lui riprenda.
« Ho visto la sua richiesta per l’Accademia Auror, mia cara. » oh. Buon segno, vuol dire che almeno sono state già consegnate al Ministero, anche se dubito che avrà qualche utilità. Tra quelli del settimo ne sono state raccolte più di venti, e i posti sono otto. Annuisco come unico sforzo di volontà.
« Mi sono permesso di aggiungere una nota sotto il suo curriculum ineccepibile. » sobbalzo. Se ne accorge, e ridacchia. « dice che lei è la migliore studentessa che Hogwarts ha visto da molti anni a questa parte .. » se prima non ero color pomodoro maturo, lo sono di certo ora. « .. e che se non la prenderanno, confermeranno la loro fama di totali, perfetti idioti. » sghignazza di gusto, mentre si alza dal suo scranno e gira attorno alla scrivania, come per raggiungermi. Non che sia strano, in effetti, ma mi sento i lacrimoni che si formano agli angoli degli occhi. Stringe le mie mani gelide e inerti tra le sue.
« Buona fortuna, Georgiana. »

***

Il quasi ex prefetto Corvonero mi fissa con aria contrariata; sembra quasi che gli dispiaccia essere alla fine del suo mandato. Tra le dita stringe la spilla di ordinanza, e mi ha appena pregato di lasciargliela tenere. Quando si parla di attaccamento all’istituzione; il mio baule é ancora mezzo vuoto, nel dormitorio, ma mi sento in colpa ad abbandonarlo senza una risposta soddisfacente.
« Joel, non credo di avere l’autorità per poterti autorizzare. » storce il naso. Gli do una pacca sulla spalla con tutta la convinzione che posso trovare nei suoi occhioni azzurri che mi scrutano con disperazione.
In un futuro non troppo lontano, lui potrebbe avere il mio incarico; e passare un settimo anno splendido come il mio, con amici straordinari, e magari senza doversi battere a duello nel cuore della notte. Mi saluta agitando la mano, e sgattaiola verso il suo dormitorio.
Alzo la testa e vedo davanti a me la bacheca di Corvonero, che ho amorevolmente aggiornato durante quest’anno; strappo via un paio di fogli di insulti verso gli studenti del primo, stacco con cautela quelli di auguri per noi del settimo.
E’ la mia ultima notte a Hogwarts; sono già le dieci passate, e non ho nessuna voglia di salire in camera mia e rivedere tutte le altre in lacrime; non ce la posso davvero fare, ho già pianto abbastanza in questi ultimi giorni.
Con uno sforzo, infilo la testa nel corridoio, lasciandomi investire da un silenzio che non può che spiegarsi con la stanchezza provocata dai fiumi di depressione che si sono appena riversati all’interno delle stanze. Socchiudo la porta con cautela; una delle altre russa rumorosamente. Mi siedo sul mio letto e con attenzione mi stacco dal petto la spilletta da Caposcuola. E’ strano vederla appoggiata sul comodino e sapere che domani mattina non la appunterò di nuovo sulla divisa. Ma è una bella immagine per chiudere il mio lunghissimo romanzo, lungo sette anni.



{ king's cross. }
« una settimana. » sento il fiato di Sebastian sul collo mentre mi abbraccia, sfregando intensamente la guancia contro la mia testa; ha passato l’intero viaggio in treno a sussurrarmi che sarebbero stati i giorni peggiori della sua vita. Una settimana; in effetti non ci siamo mai separati per più di un giorno, o due, in genere il tempo di dormire qualche ora. Talvolta neppure quello. Abbiamo stabilito che probabilmente né i suoi né i miei avrebbero compreso se avessimo fatto una fuga d’amore senza neanche salutare.
« dai, smettila! » sussurro senza rendermi conto fino all’ultima che anch’io sono aggrappata al suo braccio, totalmente circondata da lui. Mi bacia il collo come se volesse trapassarmelo con i canini vampireschi che non ha.
Sa benissimo che non potrò scollarmi di casa finché non arriverà la risposta dell’Accademia, a meno che non voglia provocare un collasso ai miei. Cedo ai suoi ridicoli tentativi di baciarmi, come se non avesse passato le ultime otto ore a cercare di “concentrare tutta la me di cui avrà bisogno”. Attorno a noi gli studenti si salutano, piangono, ridono, ritrovano i loro genitori e parenti vari; non riesco a concentrarmi sul fatto che a mia madre verranno i capelli bianchi, a vedermi in quegli atteggiamenti senza ancora un anello al dito.
« GEORGIANA! » tuoni, fulmini e saette! Sebastian si stacca come se fossi incandescente, io scatto nella direzione della voce che ho sentito sistemandomi i capelli in modo ossessivo, come se potesse migliorare quello che sapevo sarebbe successo e non ho prevenuto. Mio padre ha un sorriso da un orecchio all’altro, se non si considera l’enorme taglio che gli sfregia la guancia destra; qualcosa mi dice che sia appena tornato da un viaggio di lavoro. Dietro di lui, mia madre spettegola fittamente con una donna che non conosco.
« mia madre. » mormora la mia dolce metà, con una voce così strozzata da essere irriconoscibile. Ricapitoliamo; i miei peggiori timori sono sfumati nel nulla perché i miei genitori e i suoi si conoscono già? Il viso mi si accartoccia in un’espressione contrariata senza che sia capace di trattenermi. Lui, invece, ha preso a brillare; sembrerà che io abbia un’aureola, tanto lui risplende di felicità. Mi sistemo le pieghe della gonna e mi sforzo di sorridere.
« papà! mamma! » trillo offrendo loro il mio migliore sorriso, anche se vengo subito sotterrata nel profumo di vaniglia e animali selvatici della mia genitrice; mio padre si è già preso il mio baule e non sembra avere intenzione di lasciarlo finché ci sarà Sebastian nei dintorni, come a privarlo dell’opportunità di essere cavaliere con me. Non sento quello che mi dicono; ciò che posso udire è soltanto un ronzio sordo, spezzato improvvisamente dalla voce di SSS, dopo che è riemerso dalle pacche e dai baci dei suoi.
« mamma, papà, vorrei presentarvi la mia » pausa. Orrore e delirio. « ragazza, Georgiana. » oddio, svengo. Sua madre sembra essere sul punto di avere la stessa reazione, mentre Joshua Harrington ha un improvviso bisogno di tossire copiosamente e il signor Lang di accendersi la pipa.
« oh, Georgiana, proprio come tua nonna! » langue mrs.Lang mentre mia madre si avvinghia al braccio del suo pargoletto, adorante.
Se sopravviverò ai prossimi dieci minuti potrò dire di aver passato per l’ultima volta la barriera del binario 9 e ¾, e di aver detto addio all’Espresso. Sorrido a Sebastian, che si crogiola nel danno che si è fatto da solo; almeno finché non ci verrò per portare i miei bambini a scuola.



{ oh, july! }
Scendendo le scale, inciampo nella camicia da notte; sento il profumo del caffé e dei pancakes che mia madre sta preparando per colazione, ma non credo che sia questo a distrarmi. Ogni singolo giorno, dalla fine della scuola, mi alzo con un cubo di granito nell stomaco: potrebbe essere arrivata la lettera dal Ministero, quella dove c’è scritto se sono ammessa o no all’Accademia.
Mi fermo davanti allo specchio scassato del corridoio, prima di entrare in cucina; guardo la mia frangia spettinata, la treccia che si sta sfasciando dal fondo, la camicia da notte. Potrei davvero diventare un auror? Qualche volta vorrei essere ancora la piccola Georgie, che racconta fiabe ai suoi pupazzi e sogna di diventare la Principessa del Regno Candito. Acchiappo dal pavimento Cheslav, che inizia a fare le fusa nonappena gli poso le mani sulla pelliccia bluastra ed entro nella stanza sin troppo calda dove mi aspetta il mio primo pasto di oggi, oltre ai miei genitori.
Il cuore inizia a battermi a tutta birra appena mi rendo conto che mi stanno aspettando seduti, con le tazze di caffé fumante davanti, intoccate. E tra loro, davanti ad un barattolo di marmellata d’arance, c’è una busta di pergamena sbiancata.
« buongiorno, tesoro. » mormora mia madre senza la minima espressione sul volto cereo. Non le rispondo neppure. Lascio andare il gatto, che miagolando rumorosamente atterra ai miei piedi, e mi getto sulla busta.
E’ chiaro che, dimentica dei suoi poteri, aveva provato ad aprirlo con il vapore della teiera. Apro la pergamena davanti alla faccia; i miei occhi ci mettono qualche momento a realizzare cosa ci sia scritto.
« ammessa. » sibilo appena, crollando sulla sedia, che quasi cade all’indietro sotto il mio peso morto. Un Auror. Io.
Un rumore come di sparo si diffonde nell’aria, seguito da un tonfo.
« SONO STATA AMMESSA! » grido senza neppure guardare chi sia; tanto so già che ricadrò tra le braccia di Sebastian, colui che vedrò tutti i giorni ancora per qualche anno. Sento le sue labbra sulla fronte, e gli occhi dei miei nella schiena.
Questo è un nuovo inizio. Decisamente entusiasmante.













27/07/2008
commenti (3) • tag: vacanze, esami, addii, amicizie, serpeverde, grifondoro, fidelius

Giorni dopo.
Non credo alle mie orecchie.
E chi ci pensava, che mentre me ne andavo spedita a grandi passi verso il letto dopo un'abbuffata di dolci, mi sfilavo le scarpe, mi scioglievo i capelli e cominciavo a russare, da qualche parte tutto il Fidelius si stava scambiando amichevoli fatture con le serpi?
Fa strano pensarlo, in effetti, uno scontro vero come se ne leggono solo nei libri. In un primo momento sono rimasta spiazzata, sparando epiteti a raffica contro chi aveva tenuto nascosto il tutto sia a me che a Daisy, e a chissà quanta altra gente; dopo le prime tre cuscinate contro il muro mi sono resa conto che, con quello che una bacchetta può fare nelle mie mani, sicuramente avrei fatto qualcosa di cui pentirmi per il resto della vita. Avrei potuto a malapena far spuntare la barba a qualcuno, e a meno che la vanità di Riddle non avesse bloccato la sua avanzata per un motivo così futile, sarei stata di poco aiuto.


***

« Sto diventando matta, matta! » sbraito rischiando di rovesciare il succo di zucca sugli appunti sparsi sul tavolo « Maledetta, maledetta me che non ho studiato per tutto l'anno »
« Vorrei farti notare, Ann, che ti ripeti alla vigilia di ogni esame » fa Prudence con una mano alla bocca, evidentemente per nascondere uno sbadiglio. Va bene, non posso negarlo, ma ciò non significa che debba ammetterlo!
« Non è vero! Al primo anno mi sono preparata per incantesimi una settimana prima » aggrotto la fronte e le rifilo una linguaccia « Comunque guarda, sono avanti, ho già quasi finito! » soggiungo recuperando allegria, e indicando la pergamena quasi conclusa.
« ... pozioni » bofonchia, cercando di non farsi notare, per poi alzare la voce rassegnata al mio cenno di aver capito perfettamente « Hai finito pozioni, ma ti mancano difesa e divinazione... e io te lo dico, che divinazione al sesto è stata qualcosa di deleterio per la sanità mentale » e già. Che io non so neanche perché la faccio, quella materia del cavolo! Se non fosse che la prof mi sta simpatica, giuro che avrei trovato il modo di mollarla...
Sbuffo, abbandonandomi allo schienale della sedia. Studiare in sala grande è una bella scusa per non produrre, con tutto il viavai e il rumore che c'è. Prue continua a dire che nella torre mi concentrerei meglio, ma non insiste troppo visto che lei – ovviamente – sa già tutto quel che deve sapere e non ha dubbi sulla sua perfetta uscita dai MAGO.
L'ultima cosa che volevo, di certo, era vedermi portare via la maestra personale dal suo bello (che poi tanto bello non é, a dirla tutta – ma questo meglio non dirlo) e dover proseguire la giornata nella completa e angusta solitudine, ma soprattutto studiare da sola.
« Eddai, tesoro, andiamo a fare un giro! »
« Ann, non ti dispiacerà mica? »
Ora glie lo dici. Fai gli occhioni, e dille che senza di lei non ce la fai...
« A me? Naaah, tranquilla. »
Ma complimenti, Annabel, tu sì che ti fai valere!
Ridacchio, in un modo piuttosto isterico a dirla tutta. Ora sì che sono nell'ectoplasma fino al collo, e come se non bastasse è un continuo uscire dalla sala per la passeggiata mattutina. Coloro che ieri sera si sono addormentati a un orario ragionevole oggi sono svegli e in perfetta forma, degli altri non c'è traccia. Si staranno disinfettando le ferite e prendendo la batosta da Dippet; in questo non li invidio proprio per niente.
Sospiro, chinandomi nuovamente sulla pergamena, quando mi vedo spuntare Daisy dall'altra parte del tavolo. Certo, lei non può aiutarmi, ma perlomeno ho compagnia...
« Agitata? » con la domanda più stupida e odiosa del mondo alludo ai suoi esami, ritornando per un attimo con la mente al mio quinto anno. Ero terrorizzata come non mai, avevo cominciato persino a studiare regolarmente, in un certo periodo (chiaro l'abbandono del proposito dopo le prime due settimane) quanto temevo di non passare.
« Un pochino » devo aver beccato la mia amica in una giornata serena, visto che mi aspettavo una risposta decisamente più schietta.
« Su, non è così difficile » pacca sulla spalla « E poi se sono passata io, potrebbero mettere al banco anche un elfo domestico! »
Mi sono sempre chiesta come dev'essere avere un elfo domestico. Voglio dire, io mi sentirei in colpa, eppure quasi tutte le famiglie di maghi ne hanno uno: fa i lavori al posto loro, cucina al posto loro e si occupa degli affari noiosi con cui nessuno ha voglia di perdere tempo. Quando ho passato l'estate da Prue al terzo anno, mi ricordo, trovavo i calzini stirati e profumati sul letto ogni settimana e mi chiedevo chi fosse a pulirli, dato che la signora Harrison passava le giornate nel suo studio.
E poi, ho conosciuto June. Non dimenticherò mai la scena: io che scappo urlando su per le scale alla vista di quel coso orribile, che non si era mai visto prima, e l'irritante immagine della mia amica ridacchiante. Dopo qualche giorno, mi sono accorta di quanto quel piccolo essere fosse tenero. Gin dice che troverei del tenero in tutto, ma non le credo completamente.
« Schifoso » avverto d'improvviso il sussurro di Daisy, mi risveglio dai pensieri e faccio appena in tempo ad alzare gli occhi e notare la figura di Riddle, che si avvia a passo spedito verso il tavolo di serpeverde, l'espressione in viso imperturbabile, accompagnato dalla solita combriccola di pecore belanti.
Non che io sia una grande osservatrice, però sembrano, come dire, turbati. Ho sempre creduto che le serpi fossero perennemente abituate all'idea di potersi scontrare nel luogo più tetro della scuola in una notte buia. Magari è solo un luogo comune, chissà; perché ora, hanno la classica faccia di chi è rimasto stupito da qualcosa che non si aspettava; la stessa identica, di quasi tutti quelli che riesco a scorgere.
« Dai, che quest'anno ce lo leviamo di torno » pronuncio atona quella che dovrebbe essere la battuta più allegra della giornata, continuando a fissare il gruppo.


***

Fidelius.

Sto cominciando a fare peripezie per arrivare qui senza destare i sospetti di Prue, la quale puntualmente ogni volta che mi vede uscire chiede dove stia andando. Io, che non riesco a mentire neanche a fin di bene, borbotto un « Chiacchiere tra amici » e mi dileguo prima che abbia il tempo di chiedere altro. Per fortuna c'è Daisy a intervenire in mio favore ogniqualvolta se ne presenti il caso.
Entriamo nella sala delle necessità a passo svelto, pur non essendo propriamente in ritardo. Sono tutti qui, stanno tutti bene, dal primo all'ultimo. Avevo sentito parlare di qualche rintronato, ma niente di ben definito. Beh, per quanto possa interessare a loro la mia opinione, è un sollievo vederli vivi.
Il signor carota viene nominato capo per l'anno prossimo, e anche di questo non posso che essere felice. Dalla faccia, mi sembra una persona talmente affidabile da poterla seguire ad occhi chiusi.
E poi le notizie mi si rivoltano contro, con una fitta allo stomaco. Qualcuno ha perso tutti i permessi per le attività extracurricolari del prossimo anno. Qualcuno ha dovuto fare l'acrobata per restare dentro. Qualcuno se ne andrà.
Lo giuro, mi si stringe il cuore.


***

Ultimo giorno di scuola.

Chiudo gli occhi, inspiro, avanzo a grandi passi verso la bacheca. Ho già passato tutto questo per cinque volte, non sarà difficile. Alzo lo sguardo, socchiudo prima un occhio, e poi l'altro. Faccio scorrere le pupille sulla lista. Lascio fuoriuscire l'aria, sbuffando, finché non intravedo il nome che mi interessa.
Bennett, Annabel: promossa.
« Aha! » spicco un balzo di due metri dando il cinque a una Prudence, esaltata dalla buona andata dei suoi MAGO. Ora che non ho più pensieri, ora che so che tornerò, ho deciso che quest'estate Hogwarts non deve mancarmi per niente. Voglio godermi le meritate vacanze, e magari ricevere qualche notizia piacevole e inaspettata riguardante Charlotte (sì, continuo a sperare).
Addio libri, addio letto a baldacchino, addio professori: si torna a casa!


***

King's Cross.

Sussulto, scossa dal treno in frenata, stropicciandomi gli occhi. Non ho resistito, l'ultima notte doveva passare in bianco nel modo più assoluto, e stamattina non riuscivo neppure a tenere le palpebre aperte per raggiungere il treno. Prue mi aiuta a prendere il bagaglio come ogni volta, scendo dal treno tenendolo stretto, saluto gli amici. Tre secondi per oltrepassare la barriera del binario nove e tre quarti, e mi ritrovo davanti alla mia famiglia al completo. Non posso chiedere niente di meglio.
Gli corro incontro, li abbraccio, mamma mi deposita un bacio sulla testa.
« Allora com'è stato quest'anno? » è un attimo prima che Charlie mi salti sulle spalle, con gli occhioni nocciola luccicanti di curiosità « E' successo qualcosa di speciale? »
« Mh, no » inclino per un attimo l'angolo sinistro della bocca « Niente di nuovo. La solita routine »
Sospiro, volgendo lo sguardo al cielo mentre seguo la mia famiglia verso l'automobile.
« Sempre la solita routine. »












26/07/2008
commenti • tag: vacanze, malinconia, addii, amicizie, riddle, grifondoro, corvonero, duelli, fidelius

Post Scontro
-Che schifo.- scosto con una mano la melma verdognola che ricopre i miei vestiti, come se questo possa servire. La battaglia si è conclusa, per adesso. Purtroppo, non posso fare a meno di notare lo scempio che si apre di fronte ai miei occhi. Il cuore batte veloce, Sebastian mi passa di fianco reggendo un corpo quasi esanime. Bianco al pari della carta sulla quale si scrive.  -Julia…- ho il tempo di sospirare, sentendo una rabbia impossessarsi delle mie viscere, infuocandole completamente.
-Maledetto Riddle, maledetto.- sibilo fra me e me, scuoto la testa, la mano fra i capelli. La guerra, è a volte l’unica soluzione, sì. Ma a che prezzo.

Giorni dopo
Sono giorni di silenzio. Giorni nei quali si susseguono come neve che fiocca punizioni, richiami, gossip fra i tavoli, più o meno grossi. Giorni di silenzio nei quali mi sento a volte impotente, a volte completamente inadatto. La verità è che sapevo che lo scontro sarebbe stato l’inizio di una battaglia ben più grossa, ma forse non vi ero preparato fino in fondo.
Il cucchiaino nella tazza, mattino, odore di miele lungo il tavolo dei grifondoro, il viso completamente perso nel vuoto.
Audrey e Jillian vanno via. Non ci saranno più l’anno prossimo. Niente bionde corvonero, intelligenti e acute, con le quali scambiare parole piacevoli, e intrattenere uno scherzo vigile e divertente. Non avevo mai pensato quanto potesse essere doloroso vedere andare via qualcuno che, in un modo o nell’altro, è parte di te. Strana sensazione di vuoto.
E’ patetico, forse. Ma non mi importa. Di certo non posso che augurare loro il futuro migliore che si possa mai desiderare. Anzi…vado proprio a dirglielo.
Mi alzo, lascio in ballo tutto. Colazione, pensieri confusi avvicinandomi al tavolo dei corvonero.
Siedo, forse senza chiedere il permesso, ma al momento non è importante, di fianco alle ragazze, che sembrano perfino più distratte di me nel guardare un punto indefinito della stanza così piena eppure così vuota al tempo stesso.
-Che giornata oscena…- biascico, attirando la loro attenzione. Non ho mai avuto problemi di espressione, maledizione a me, su. In fondo cosa ci vuole.
-Mi mancherete.- e mi alzo dalla mia postazione, dovessi bellamente continuare questa sviolinata della scena madre e far loro più male di quanto già non ne sentano.
Però…però…Audrey, credo, mi richiama. Mi volto, trovandole entrambe intente a guardarmi. Silenzio qualche istante. Mi sembra ieri, quando siamo arrivati insieme qui ad Hogwarts. E dovevamo andare via sempre insieme, non così.
Le stringo in un abbraccio, e chi se ne frega del resto.
-Anche tu ci mancherai. Non ti strozzare nelle cravatte, forse non è così opportuno.- un sorriso, leggero.
-Per quanto sia difficile riuscirci, ci proverò.-

Fidelius
Julia si è ripresa, sembra ancora una rosa fragile nel suo aspetto non troppo in salute, ma si è ripresa, e immagino sia questa la sola cosa alla quale pensare. Lei sta bene, lei è qui.
….Alla faccia tua, Riddle. [ pensiero del sottoscritto.]
Parla del Fidelius, parla di continuare, parla di abbandono.
Anche lei se ne va.
Sebastian, Georgiana. Pure Aedan, che per quanto breve sia stata questa ‘convivenza’ un po’ contrastata, è entrato comunque a far parte di questo gruppo di rivolta, a sue spese, se consideriamo tutto quello che gli è costato.
Se non ho capito male, e non si può capire male quando incroci due occhi blu notte che ti tagliano in due come quelli di suo padre, Lord Lywelyn ha dato la sua intercessione in favore di Julia, per evitare che avesse problemi nell’esecuzione dei MAGO.
Cosa dire se non.. ‘Love is in the Air’?
Questi due, lo dico io, si sposano. Diciamo…fra poco. E se non mi invitano me li mangio dalla testa ai piedi, è una promessa.
E mentre il mio cervello elucubra teorie non troppo serie su quello che sarà (e pare una telenovela di seconda mano, sbiadita dal tempo), un nome mi interrompe.
-Carlisle Hunnam.- ho il tempo di rivolgere il viso in direzione della mia capoccia rossa preferita, notandolo leggermente attonito.
Accetta la direzione del Fidelius. Accetta di guidare tutti noi. Accetta il compito più gravoso che potesse mai essere dato.
Ti sono vicino, Carl. Adesso, e domani.
Ma tu lo sai e non serve che ti sviolino davanti in merito. Basta un occhiolino fugace, dietro le braccia conserte.
Da qui, non ci muoviamo. Le idee si portano avanti. A costo di ogni costo.

31 Giugno 1944 - Di ritorno verso casa
Guardo fuori dal finestrino. Paesaggio che slitta. Mobilità d’animo. Un po’ la stessa che invade i miei sensi da un po’ di tempo a questa parte.
E vorrei, in fondo, che King’s Cross non giungesse mai.
Sono successe così tante cose che quasi me ne dimentico non riuscendo ad incasellarle in questo metodico puzzle al tempo stesso scomposto.
Mi chiedo a volte il perché degli eventi che hanno costellato quest’anno. E mi rendo conto di quanto effimero possa essere quello che viene definito ‘normale vivere’.
In realtà, nello specifico, nulla è effimero. Ma nemmeno indispensabile. Sarebbe anche il caso di smetterla nella salvaguardia di ideali che non ci rispecchiano pienamente.
Fidelius. Una cosa che nella vita mi soddisfa. Una cosa che nella vita porterò avanti fino all’ultimo respiro, se sarà necessario.
Tengo le braccia strette nel petto, una morsa fredda dalla quale non voglio separarmi.
Mi sono sforzato di continuare a tenere lo stesso atteggiamento con tutti, perché dovrebbe essere così. Niente addii, gli addii comprendono il non rivedersi più. Ed io nell’incrocio comunque delle strade, un giorno, ci voglio credere.
Dicono che certi punti fermi nella vita servono. Non ci ho pensato mai veramente bene, prima di adesso. Eppure, capita a tutti di arrivare al momento della realizzazione.
E’ così che deve essere, e non si scappa.
Un anno è finito, e sebbene sembri lontano, uno nuovo è alle porte.
In una era in cui la tranquillità sembra un tesoro più unico che raro, la calma, è solo il momento di stallo fra uno scontro, e l’altro.
Ma forse, è bene pensare che anche la calma, un po’, è scontro.
Ed ora basta. Il treno si ferma, i binari smettono di cigolare sotto le ruote, scendo, il fumo che esce dal vagone che guida.
Lo osservo un attimo. Un saluto, soffuso ma profondo a tutti coloro che non smetteranno mai di viaggiare nella mia vita.
Ci rivediamo l’anno prossimo. A chi rimarrà.
Arrivederci, per chi se ne andrà.
Ma mai troppo lontano.













18/07/2008
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Foresta Proibita.
Tutto quello che sento, adesso, è il mio respiro affannato.
Fino a trenta secondi fa facevo fatica a distinguere una voce dall’altra, e adesso sono persa in un oceano di silenzio. E’ quasi soffocante, sembra che le ombre si siano alzate dal terreno, gonfiandosi e dilatandosi fino ad inglobare qualsiasi cosa attorno a loro.
Mi faccio strada, affidandomi alla bacchetta che indica costantemente il nord, attraverso una fitta selva di biancospini che mi graffiano le gambe nude, strappando la seta non più immacolata dell’abito.
Se ne esco viva, la nonna mi ucciderà.
E se non lo farà lei, ci penserà la mamma.
Sento gli occhi bruciarmi, mentre mi arrampico oltre un masso che mi sbarra la strada. Ma chi me l’ha fatto fare? Voglio dire, sono una persona pacifica, io. Non ho mai dato problemi a nessuno, sono sempre stata una brava ragazza, studentessa brillante, figlia modello. Cosa ci faccio nel cuore della Foresta Proibita, senza avere la più pallida idea di come uscirne?
Il panico mi monta dentro, mentre un crack sordo alle mie spalle mi fa strillare per la paura. Mi rannicchio alle spalle della roccia, facendomi piccola piccola. Non è questo il momento di farsi prendere dal panico. Decisamente non è questo. Respiro a fondo, cercando di tranquillizzarmi.
La voce della nonna mi rimbomba nelle orecchie, stridula e irritata.
«Sei una McKanzie, per Diana! Non una mammalucca qualunque. Sei figlia di generazioni di grandi streghe e duellanti formidabili, non sarà certo un ammasso di alberi a fermarti!»
No, certo che no. Gli alberi forse non mi fermeranno, ma le creature che nascondo forse si!
Ma nessuno ribatte, questa volta, la voce si è spenta. Vorrei bene vedere.
Mi rialzo in piedi, scacciando l’ipotesi di essere impazzita completamente per aver accarezzato l’idea di parlare a una voce nella mia testa e stringo forte la bacchetta. Certo, se il mio fantastico albero genealogico potesse in questo momento accorrere il mio aiuto, non mi offenderei di certo.
Il crack si ripete, questa volta più deciso.
Trattengo il respiro, evocando silenziosamente un incantesimo di protezione che possa riflettere qualsiasi attacco magico e non. La magia brilla fioca, una sfera azzurrina che mi avvolge in un abbraccio confortante. Ma c’è ben poco di cui confortarsi, perché il crack si è trasformato in un leggero ansimare dietro il masso, in passi affannosi e frusciar di stoffa. Ho il cinquanta percento delle possibilità che sia un membro del Fidelius e altrettante che non lo sia. Posso aspettare che mi sorprenda qui, a tremare come un cucciolo spaventato, o recuperare tutto il coraggio che ho perso nel giro di un istante, quando un branco di centauri mi ha quasi ridotta a marmellata sbucando fuori dal nulla. Inspiro a fondo, facendo appello a tutta la forza che mi è rimasta per inginocchiarmi e sbirciare oltre la roccia: non vedo nulla, a parte una sagoma che si avventura furtiva tra i rovi dei biancospini. Un raggio di luna illumina una gonna color cipria e un boccolo biondo.
Il sollievo mi invade a ondate, mentre mi rialzo.
«Audrey» la chiamo, piano, per non spaventarla. La barriera si dissolve, dolcemente, non trovando più ragione d’esistere.
«Jill!» sobbalza lei. E’ pallida, un po’ sbattuta, ma sembra star bene. Per lo meno si regge ancora sulle gambe e non mi sembra ci siamo ustioni, bolle o piaghe. Mi avvicino a lei, stando attenta a non fare troppo rumore, e le getto le braccia al collo. Sorpresa, ricambia brevemente la stretta, prima di scostarsi, continuando a tenere le mie mani.
«Hai visto qualcuno?» chiede, nervosa, gettando continue occhiate alle sue spalle «Carlisle, Georgiana?»
Scuoto il capo, lo stomaco chiuso dalla paura.
«Nessuno. Stavo inseguendo la Traviston quando i centuari sono arrivati. Non ho più visto nessuno, da allora, sono scappati tutti» rabbrividisco all’idea. Lei annuisce brevemente.
«Tanto meglio» commenta, pragmatica «Con un po’ di fortuna ci hanno liberato la strada da eventuali professori e ficcanaso. Vieni, c’è bisogno d’aiuto»
Senza aggiungere altro, mi guida tra gli alberi senza lasciar andare la mano. Non consulta la bacchetta, non cammina alla cieca. Stiamo andando in un punto ben preciso. Da qualcuno.
Con un nodo in gola la seguo, stringendo forte la bacchetta e la sua mano, fino ad una radura isolata, costeggiata da un piccolo rigagnolo d’acqua accanto al quale giace Julia, immobile.
«E’ solo schiantata» mi precede il mio biondo angelo custode, mentre Sebastian sbuca da dietro un cespuglio, zoppicando vistosamente. Ci lancia un’occhiata sollevata, il volto esangue illuminato dalla scarsa luce. Un taglio gli corre lungo lo zigomo destro, ma non sembra sanguinare. Lascio la mano di Audrey, correndogli incontro.
«Fermo, non ti muovere» gli intimo «Fammi dare un’occhiata»
«Da quando in qua sei Medimago?» domanda stancamente, sedendosi con la schiena contro la corteccia di un albero.
«Devo ricordarti chi sono i miei genitori?» ribatto sottovoce, controllando il taglio per poi passare alla gamba «Però hai ragione, non sono un Medimago. Per questa non posso fare nulla, dovrai fare un salto in Infermeria. Lei come sta?»
«Si rimetterà» interviene Audrey «Sperando sia solo stata schiantata e non ci sia altro. Domani avrà un gran mal di testa, ecco tutto. Ora però dobbiamo portarla via da qui»
Si, ma come?

***

Infermeria.
Il viso della Mound è indecifrabile.
E’ china su Julia, che ora è stesa su un lettino, i capelli scuri sparsi attorno al volto pallido come un’aureola corvina, e la sta esaminando in silenzio. E’ palese che non è l’unica paziente che ha avuto nel corso della notte, miliardi di piccole rughe preoccupate le increspano la fronte, solitamente liscia e spianata; più di una brandina è nascosta da divisori accuratamente tirati, ma non si sente volare una mosca. La luce che illumina lo stanzone è fredda, metallica, tipica delle ore che precedono l’alba. L’aria non è fredda, ma continuo a tremare come se fossi rimasta per ore sotto la neve, è quasi imbarazzante, sento i miei denti battere violentemente al punto che persino la Mound si volta a scrutarmi, pensierosa. Mi punta un fascio di luce negli occhi, per poi decretare.
«E’ lo shock» si interrompe, spostando lo sguardo da alla mia amica «Non so cosa sia successo, stanotte, e non lo voglio nemmeno sapere, ma avete rischiato grosso. Se Armando sapesse cosa combinano i suoi studenti…» scuote il capo, sospirando. Nessuna di noi due osa respirare, mentre torna ad esaminarmi la faccia.
«Via, voi due state bene» indica me e Audrey, con un gesto stanco «Andate alla Torre e restateci, una bella dormita e domani starete di nuovo bene»
Non replichiamo, limitandoci a spostare contemporaneamente lo sguardo su Julia.
«Starà bene. Sarà nei guai, ma starà bene» fa schioccare la lingua contro il palato, spingendoci via. L’ultima cosa che riesco a vedere, prima che la porta si chiuda alle nostre spalle, è la chioma rossa dell’Infermiera che ci ha regalato la possibilità di scampare alle ire di Dippet e dei nostri genitori.

***

Ma ci pensa qualcun altro a bruciare la nostra chance, quando svoltiamo l’angolo per arrivare alle scale che portano alla Torre. La scuola è immobile, soffocata da una cappa di silenzio opprimente che non permette nemmeno al fioco russare dei quadri di scalfirne la superficie. Forse hanno incantato i saloni. Forse è solo lo shock che mi rende sorda, perché quando Martine Lewis ci compare davanti, in tutto il suo malvagio splendore, mi rendo conto che indossa ancora i tacchi vertiginosi che aveva al ballo e io non ho sentito nemmeno il più debole ticchettio. Mi sfugge un leggero gemito, Audrey singhiozza. La Lewis sorride dolcemente, gli occhi chiarissimi illuminati da un luccichio pericoloso. Per quanto sia innegabilmente bella, non posso fare a meno di trovarla mostruosa mentre ci viene incontro, avvolta nel suo meraviglioso abito da sera.
«Cosa abbiamo qui?» cantilena, inclinando leggermente il capo di lato «Due uccellini sperduti, forse?»
Le dita di Audrey mi stritolano la mano, esattamente come le mie stanno facendo alla sua. Nessuna delle due fiata.
«McKanzie» mi chiama, costringendomi a guardarla «Cosa ci fai qui, nel cuore della notte?»
«Torno alla Torre» ribatto, cercando di dominare la paura che fa sembrare le mie parole un pigolio tremulo.
«Le tue compagne di casa ci hanno fatto ritorno molte ore fa» commenta, fingendosi perplessa e picchiettandosi le labbra con le dita «Ti sei trattenuta con Salinger?» l’odioso sguardo smeraldino scivola su di Audrey, che automaticamente arretra di un passo.
«Siamo… siamo andate in cucina, alla fine del Ballo» mente, spudoratamente «Avevamo fame e non ci siamo rese conto del tempo che passava. Sa, gli elfi sono creature amabili ed estremamente servizievoli, non abbiamo resistito a una razza di cioccolata con dei biscotti.»
Ti prego credici. Ti prego, dimostra che sei solo una povera oca credulona e lasciaci andare.
E’ stupido sperare in una cosa del genere. Stupido e piuttosto ingenuo, da parte mia.
Soppesa le parole di Audrey, in silenzio, probabilmente chiedendosi per quanto tempo ancora torturarci prima di portarci da Dippet.
«E sei scalza solo perché i piedi ti facevano male, non è vero McKanzie?» indaga, sorridendo angelica. Annuisco, senza riuscire ad aprir bocca.
«D’accordo, capisco» sospira appena, facendosi da parte. Audrey trattiene il respiro. Non è possibile che ci vada tutto così liscio. No, non possiamo essere così fortunate.
«Strano però» riprende dopo qualche attimo.
Ecco, lo sapevo.
«Cosa, professoressa?» la voce di Audrey trema, ma è abbastanza salda da permetterle di formulare una frase coerente senza balbettare. Io non so se ne sarei capace.
«Non mi risulta che si debba attraversare la Foresta, per giungere in cucina» commenta, la voce che diventa parola dopo parola sempre più fredda e pungente, mentre la consapevolezza mi gonfia il cuore di paura. Lei sa. Lei ha sempre saputo. Le sa tutto e sta giocando al gatto e al topo, prendendoci in giro.
Chino il capo, mentre lei alza gli occhi dai nostri piedi sporchi di fango e dagli abiti stracciati, facendoci segno di seguirla.
«Sono sicura che il Professor Dippet sarà curioso quanto me di sapere cosa vi è successo mentre andavate a fare uno spuntino di mezzanotte.»

***

Presidenza, qualche ora dopo.
«Non è ammissibile» continua a borbottare il preside, percorrendo in su e in giù l’ufficio con addosso una ridicola vestaglia di velluto rosso, un cappellino di lana con tanto di pon-pon in testa e ciabatte ai piedi «Non è assolutamente ammissibile una cosa del genere!» sbotta, guardando me e Audrey.
Siamo qui da ore. Il sole sta sorgendo, lo vedo sbucare all’orizzonte, sopra il lago, allungando timidamente i suoi raggi dorati verso il prato davanti all’ingresso. Siamo qui da ore e la situazione è sempre la stessa.
Che siamo nei guai, l’abbiamo capito.
Che chiameranno le nostre famiglie, l’abbiamo capito.
Che prenderanno seri provvedimenti, l’abbiamo capito.
La testa mi ciondola sulle spalle, inizio a far fatica a tenere gli occhi aperti. Audrey, al mio fianco, sbadiglia sempre più frequentemente. L’adrenalina si è consumata e ha bruciato tutta la nostra energia, lasciandoci completamente vuote e in balia della nostra stanchezza, della nostra paura, della nostra fragilità. Vorrei piangere, alzarmi e urlare che basta, lo sappiamo! Non siamo due idiote, ma a cosa serve tenerci in piedi a questo punto? Non arriverà nessuno prima di domani pomeriggio, a meno che non si faccia ricorso alla Metropolvere e non sono nemmeno sicura si possa utilizzare all’interno della scuola. E che comunque non consiglio a nessuno di svegliare la nonna all’alba, la reazione potrebbe essere alquanto violenta.
Eppure, mi limito a fissare il vuoto, riuscendo a cogliere una parola su tre. Dippet sta ancora blaterando su quanto sia scandaloso l’accaduto –per senza sapere cosa sia effettivamente successo-, quando chiudo gli occhi e crollo addosso a Audrey.

***

Infermeria, qualche ora dopo.
«Come ho fatto a dimenticarmi di Carlisle?» domando a Audrey per l’ennesima volta, angosciata, mentre corriamo verso l’Infermeria. Non abbiamo fatto in tempo ad entrare in camera e a farci un bagno, che subito siamo uscite di corsa, indossando la prima cosa che ci è capitata a tiro. Non mi stupirei affatto se indossassi i pantaloni del pigiama e la camicia della divisa. Quando la Mound ci apre la porta, però, non sembra affatto sorpresa di vederci.
«McKanzie, Salinger» ci saluta, sospirando. Occhiaie scure le cerchiano gli occhi, si vede che nemmeno lei ha avuto tempo di dormire stanotte.
Audrey, al mio fianco, è subito raggiunta da Peter, che la stringe in abbraccio protettivo. Sento gli occhi pizzicare, mentre cerco Carlisle, inutilmente.
La Mound, probabilmente impietosita dalla maschera di terrore che mi ha paralizzato il volto, mi prende gentilmente per un braccio e mi guida verso un angolo dello stanzone, dove intravedo la chioma fulva del mio Tasso, in netto contrasto con la federa immacolato del cuscino.
L’infermiera sparisce, mentre mi trascino stancamente fino ai bordi del letto e li cado sulle ginocchia, gli occhi ora definitivamente gonfi di lacrime; faccio per parlare ma un singhiozzo me lo impedisce.
«..mi spiace» biascio alla fine, accarezzandogli la fronte.
È così bello, in questo momento, che mi si stringe il cuore; sembra così fragile che ho quasi paura di sfiorarlo. Ritraggo la mano, incrociando le braccia sul materasso e affondandovi in mezzo la faccia. Vorrei solo che aprisse gli occhi e ridesse, come sempre, prendendomi in giro.
«Pulcino, piangi?»
La voce è la sua. Flebile, roca e impastata, ma la riconoscerei tra mille al mondo. Mi sollevo di scatto, strofinandomi gli occhi con la manica del maglione.
«No, certo che no» esclamo.
«Pessima bugiarda, amore» mi rimprovera, aprendo gli occhi. E’ sofferente, ma riesce nonostante tutto ad abbozzare un sorriso. Di nuovo, mi viene da piangere.
«Ehi, ehi!» mi rassicura «Va tutto bene! Non piangere, non..»
«E’ che mi dispiace!» sussurro, guardandolo tra le lacrima «Mi dispiace tantissimo, io avrei.. avrei dovuto stare attenta.. anche.. anche a te e..»
«Jillian, non dirlo nemmeno per scherzo» sembra sconvolto «Ha già del miracoloso che siamo usciti dalla foresta più o meno illesi» fa una smorfia, mentre cerca di mettersi a sedere ignorando le mie proteste «Perché stai bene, non è vero?» indaga, improvvisamente angosciato, scrutandomi il volto.
Scuoto il capo, senza riuscire a trattenere un sorriso. Il primo, dopo moltissimo tempo.
«Tutto a posto» mi allungo, baciandogli la fronte. Fa una smorfietta, un po’ di colore gli riscalda le guance.
«Sono stato una pessima ombra» commenta cupo, stringendomi una mano.
«Sono stato peggio io» una smorfia, e non sono sicura stia facendo dell’ironia «Ma vedo che non ne ho bisogno. Prima che mi addormentassi, hanno portato la Traviston, mezza morta, avvolta nello stendardo di Serpeverde. Una scena che avrebbe commosso anche Tu-sai-chi.» rotea gli occhi, senza curarsi di celare il disgusto. Non ce ne è bisogno, a questo punto, le carte sono state svelate e non c’è motivo di far finta che in questa scuola tutti vadano d’amore e d’accordo «Dovevi essere veramente arrabbiata, per averla ridotta in quello stato»
«Oh» commento, sorpresa «Veramente non credo di essere stata io, mi spiace deluderti. L’ho persa di vista, dopo un po’, mentre correvamo tra gli alberi. Sarà stata Georgiana, non lo so» scuoto il capo. Per quanto la Velenosa per eccellenza possa starmi antipatica, non credo che sarei riuscita a ridurla in fin di vita.
Annuisce, pensieroso. Poi, un lampo gli attraversa lo sguardo e la sua mano si stringe con forza attorno alla mia, fino a farmi male.
«Julia?» chiede con un filo di voce. Poche volte in vita mia ho visto una persona così tanto preoccupata per qualcuno. Se non fosse che è perfettamente comprensibile in questa situazione, potrei persino essere gelosa. Ma è Carlisle. E’ il mio, Carlisle, e ha un cuore grande al punto da voler bene a persone che conosce da poco e a cui è vincolato da un legame che avrebbe potuto evitare facilmente, se davvero avesse voluto. Ma non l’ha fatto, e ora il non sapere lo divora. Chi sono io per lasciare che la tortura non finisca. Chiudo gli occhi un attimo, stringendo forte la sua mano. Poi, inizio a parlare. Raccontandogli tutto quello che so.

Con la promessa da parte sua di riposare e non azzardarsi ad attraversare il castello per uccidere Riddle e la sua cricca seduta stante, lascio Carlisle a quello che spero sia un sonno senza sogni. Audrey sta tornando verso Peter, Aedan e Georgiana, tutti e tre pallidi e provati da quella che deve essere stata una notte infernale. La mia Caposcuola si tormenta le dita magre, senza però aprir bocca, limitandosi a sgranare gli occhi quando la bionda boccolona annuncia che abbiamo il permesso di vedere Julia.
«Carlisle vuole sapere come sta Julia» annuncio. La mia amica tira un sospiro di sollievo: se vuole sapere come sta lei, allora non è in una situazione così grave. Aedan, però, non è d’accordo. Protesta, ma debolmente. Stanco, anche lui, guarda me e la mia amica con stupore, nel sentire che siamo state noi a riportare la sua bella al castello. Poi, fa l’ultima cosa che ci aspettavamo da un principe del ghiaccio come lui: ci abbraccia, ringraziandoci.
Sento gli occhi pizzicare e mi affretto a seguire le due figure sfuocate davanti a me fino al letto di Julia. Bella e fiera anche nella caduta, la Grifona soffre, il volto pallido ricoperto da minuscole goccioline di sudore. Georgiana si morde le labbra, chinandosi su di lei per posarle una pezza sulla fronte, ma si ritrae quasi di scatto, irrigidendosi all’improvviso quando Julia schiude le labbra per mormorare qualcosa che non riesco a cogliere. 
«Nel delirio, mi scambia per sua madre. L’infermiera ha detto che la febbre è molto alta, ma entro domani dovrebbe scendere. In un paio di giorni dovrebbe iniziare a riprendersi.»
Guardo Audrey di sottecchi, mentre ci avviciniamo al letto: è calma, non da segno di emozioni, ma potrei giurare che sotto la superficie ribolle un mare in subbuglio.
«Ida..» sussurra Julia.
Non posso fare a meno di rabbrividire, cercando la mano della mia amica che, prontamente, restituisce la stretta.
E’ straziante, non posso tollerarlo un minuto di più. Audrey mi cinge la vita con un braccio, sussurrandomi che si rimetterà presto e andrà tutto bene. Guardo Georgiana, sottile e indistruttibile accanto alla sua amica, e mi chiedo cosa avrei fatto io se ci fosse stata la ragazza al mio fianco in quel letto.
Quando facciamo ritorno nella Torre, non ho ancora trovato una risposta.

***

Cortile interno, la mattina dopo.
Il viso della nonna è una maschera di rughe e severità.
Come al solito, la mamma e il papà non hanno potuto lasciare il San Mungo –pare che ci sia stato del rumore attorno al padre di Eveline Sanders, la principessa caduta delle onorevoli Serpi- e adesso sono sola a sopportare il suo sguardo glaciale e il suo silenzio carico di rimprovero.
McKanzie e Salinger sono stati i primi cognomi convocati sulla lista di Dippet, le prime vittime degli alti ranghi scolastici. Ho come il sospetto, però, che ai colloqui della Traviston, Norwood, Lywelyn e Jasper (ammesso ci sia, un colloquio per loro) non ci sarà l’amabile presenza di Martine Lewis a testimoniare come due studentesse di Corvonero si aggirassero per il castello ben dopo il coprifuoco in atteggiamenti sospetti e con gli abiti laceri. E con un macete sporco di sangue tra i denti, giusto per rendere più piccante la storia e più pesante la punizione.
Non ho idea di cosa sia stato detto, la dentro. Non ho idea di quanto grande fosse la spada di Damocle sul nostro capo, questa mattina, quando si sono riuniti per discutere del nostro immediato futuro.
Ho passato la mattina a consumare il pavimento della Biblioteca, facendo finta di studiare per gli esami. Audrey è scomparsa con Peter dopo la prima mezz’ora passata a sfogliare libri a vuoto e non l’ho più vista da allora, fino a quando una terrorizzatissima bimba che mi sembra faccia parte del Carlisle fan-club non è venuta a dirmi che “una signora mi aspettava fuori, nel cortile”.
Ed eccomi qua, in attesa di conoscere il verdetto della giuria.
«Jillian» esordisce alla fine, guardandomi con severità. Nulla, nel suo volto, lascia presagire a qualcosa di buono.
L’imputata Jillian McKanzie si alzi, prego.
Non rispondo, abbassando lo sguardo. Non mi lasciano fare gli esami. Sono stata espulsa in tronco, senza preavviso, senza possibilità di appello e di ripensamenti. Lo sapevo, lo sapevo.
«Jillian, mi auguro con tutto il cuore che tu abbia trovato il tempo per studiare, tra un’incursione nella foresta e l’altra» prosegue «Perché se la tua media non rasenterà l’eccellenza allora temo che questa sia stata una mattina ufficialmente persa.»
Alzo gli occhi, sentendo il sangue pulsare più forte. Non mi espellono. Posso fare gli esami.
«Ed è chiaro che avrai un richiamo ufficiale e che l’accaduto avrà relativa risonanza nel tuo avvenire, ma…»
Smetto di ascoltarla, in preda ad un’ondata di euforia. Già mi vedo tra qualche settimana a ridere di quanto è accaduto con tutti quanti, davanti ad una coppa di gelato da Florian. Io, Carlisle (perché figuriamoci se lo espellono, è una delle glorie della scuola), Milo, Eugene, Georgie e Julia, Audrey.. Audrey.
«E Audrey?» la interrompo, senza rendermene conto. Mi guarda irritata per un attimo, prima di riprendere a parlare.
«Come stavo dicendo, sia tu che la tua amica affronterete tutto questo assieme. Con un po’ di fortuna sarete nuovamente nella stessa Casa e…»
«Che sciocchezza nonna, certo che saremo assieme! Lo Smistamento c’è solo al primo anno»
«Ma si può sapere dove hai la testa, Jillian?» sbotta, stizzita «A Beauxbatons sarete smistate, esattamente come accade a tutti gli studenti che vi accedono per la prima volta. Ma tu guarda, non ascolta nemmeno, sua madre mi sentirà..»
Io, da parte mia, non la sento più. C’è una sola, enorme parola, che mi rimbomba nella testa.
Beauxbatons.
Ha il suono di una condanna.
Ha il suono dell’esilio.

***

Infermeria, una settimana dopo.
«Sicuro di aver preso tutto?» domando per l’ennesima volta a Carlisle, che sbuffa.
«Jill, tesoro, si!» ride «E anche se avessi dimenticato qualcosa, posso sempre tornare a prendermela quando voglio»
«Tu non metterai piede qui dentro per un bel po’» ringhio, senza riuscire ad essere veramente minacciosa. Ma il succo è chiaro: il mio ragazzo non deve più rimettere piede in infermeria, né da sano né tanto meno da malato. Non esiste proprio. Milo sghignazza, in piedi accanto ad Eugene che fischietta, perso nel suo mondo di pentagrammi e tonalità.
Dopo una settimana di degenza, Carlisle torna a piede libero. Le ustioni sul petto, che tanto avevano fatto preoccupato la Mound, se ne sono completamente andate, senza lasciare nemmeno una cicatrice, e non c’è più motivo per cui il mio ragazzo debba rimanere in isolamento.
Guardo con un sorriso l’enorme striscione che Milo sta facendo arrotolare con delicati colpi di bacchetta, segno di tutto l’amore e tutto il sostegno del Carlisle fan-club, e i mazzi di fiori che costellavano il suo comodino, ricoperto di biscotti e dolci sgraffignati in cucina. Il biondo orso dall’ugola d’oro li raccoglie goffamente, senza nemmeno provare a sfiorare la bacchetta, e precede i suoi due compari in corridoio, subito seguito da Milo.
«Allora, vieni?» domanda il moro, con un abbagliante sorriso.
Tutto questo mi mancherà, da morire.
Sospiro.
«Jill, tesoro» esclama, cogliendo la mia tristezza. Mi si avvicina, intrappolandomi in un abbraccio appassionato «Se bruci d’amore per me al punto da sospirare per un sorriso, molla subito questo damerino pel di carota e fuggi con me!»
«Giù le zampe» ringhia Carlisle «Tieni giù le tue manacce dalla mia ragazza»
«Altrimenti che mi fai?»
«Lo stesso che ho fatto a Norwood»
«Oh si, ti prego!» geme lui «Anche io voglio una scusa per fare gli esami in privato, tra un mese!»
«Vi muovete, voi due?» si lamenta Eugene, facendo spuntare la sua testona bionda dalla porta.
«Si, si, arriviamo!» riprende il rosso «Devo solo uccidere questo idiota qui»
«Carl, vecchio mio. Se non fosse che sei convalescente ti avrei già steso da un pezzo»
«Ti piacerebbe, Ashmore, ammettilo»
Oltrepassano la soglia, battibeccando allegramente. Rimango qualche passo indietro a guardarli: uno biondo, uno rosso e uno moro. Le tre persone più diverse di questo mondo, che però si sono trovate e sono ora inseparabili. Come fratelli, hanno condiviso ogni cosa, ogni gioia, ogni dolore, ogni sogno, ogni speranza. Come fratelli.
Li guardo mentre camminano felici, a tratti accennando un salto, a tratti voltandosi per guardarsi in faccia.
E io non sarò più con loro.
Il pensiero mi folgora, paralizzandomi completamente. Immobile, chiudo gli occhi, lasciando che una più profonda percezione della realtà prenda possesso di me: i rumori, i profumi. La pietra dura sotto i piedi, il cinguettare degli uccellini nell’aria quasi estiva, le risate dei ragazzi davanti a me, una porta che scricchiola, lo strillo di tre ragazzine del primo anno.
La triade di Tassorosso è tornata per calcare ancora i corridoi della scuola.
Io lo faccio in questi giorni per l’ultima volta.

***

31 giugno 1944, King’s Cross –Londra.
Isabel sbadiglia, sonoramente, accoccolata addosso a Eugene che, rosso d’imbarazzo, non riesce a smettere di toccarle i capelli.
«Odio questo viaggio» protesta lei, roteando gli occhi «Non finisce mai»
«Siamo quasi arrivati, invece» commenta Milo, la voce velata da un’impercettibile tristezza. Carlisle mi stringe più forte e io mi giro, affondando il volto nell’incavo del suo collo. Inspiro a fondo, riempiendomi del suo profumo e del suo calore. Giuro che non avrei mai voluto che finisse così. MAI.
La periferia semi-distrutta di Londra sfreccia fuori dal finestrino, senza nasconderci gli orrori che il mondo babbano ha scatenato sul pianeta, orrori a cui noi davamo relativa importanza, protetti nella nostra gabbia dorata.
Sento il mio ragazzo sospirare, man mano che il treno inizia a perdere velocità.
«Va tutto bene?» mi chiede, sottovoce. Annuisco, ma un nodo alla gola mi impedisce di parlare. Chipie miagola, dalla sua bella cesta di vimini; un incantesimo particolarmente difficile le impedisce di uscirne.
Ho come l’impressione di trovarmi a mille miglia di distanza, in un luogo al di fuori del tempo e dello spazio. Attorno a me ci sono montagne di ricordi che si accavallano, prepotenti, e la netta sensazione di essere arrivata ad un punto di svolta. Al secondo anno, tornando a casa a fine anno, ho passato buona parte del viaggio a tormentare Isabel chiedendole cosa provasse uno studente all’ultimo anno al suo ultimo viaggio di ritorno da Hogwarts. All’epoca ero perdutamente innamorata di un ragazzo del settimo, il Capitano della Squadra di Quidditch di Corvonero. Non era bellissimo, ma aveva qualcosa che mi impediva di non pensare a lui. Chissà, forse era il presentimento che probabilmente non lo avrei mai più rivisto a renderlo così assolutamente speciale ai miei occhi, perché adesso non c’è dettaglio che non lo sia. Il sole che bacia i capelli di Isabel, il broncio imbarazzato di Eugene e la melodia che canticchia sottovoce, la camicia con le maniche rimboccate di Milo, la pila di libri di Audrey, la sciarpa che Peter ha dimenticato di infilare nel baule e che se ne sta abbandonato sul sedile.
Carlisle.
Le sue mani, che scivolano lungo la mia schiena e rimangono imprigionate tra i miei capelli, quel suo modo assolutamente unico di sollevarmi il volto premendo sul mento, con la punta delle dita, per poi rubarmi un bacio.
Il treno si ferma, con un sincronismo terrificante, nell’esatto istante in cui le nostre labbra si separano. Il chiasso nel corridoio esplode vivacemente, attorno a me un turbinio di piume, baule che lievitano e i lamenti di Eugene, che probabilmente è andato a sbattere contro il portabagagli o qualcosa del genere. Nel giro di un attimo, lo scompartimento è vuoto.
Ci siamo solo io e lui; io ho ancora gli occhi chiusi. Carlisle si alza, sono sicura che sta prendendo anche il mio baule.
«Jill..?»
«Un secondo» lo prego «Un secondo e arrivo»
«Ci vediamo giù»
Annuisco, mentre se ne va. Solo io, adesso.
Lame di luce trapassano i sedili di velluto color porpora, facendo danzare granelli di polvere attorno a me; nuvole di vapore piroettano fuori dai finestrini, simili a montagne di zucchero filato e panna montana.
Adesso mi alzo.
Prendo Chipie tra le braccia e faccio scivolare di lato la porta, esco in corridoio e scendo dal treno.
Per l’ultima volta.
C’è la nonna, che aspetta. Con il vestito buono e la sua espressione più severa, quella da portare abbinata alle perle che il nonno le ha regalato per il ventesimo anniversario di matrimonio.
La raggiungo, le do un bacio sulla guancia. Lei brontola qualcosa, poi Audrey, sorella e compagna di sventure, mi raggiunge con il suo caldo sorriso, che ricambio. Un attimo ancora e c’è pure Carlisle, che si trascina dietro un carrello con sopra i nostri bauli. Saluto Audrey, promettendole di scriverle non appena arrivo a casa, poi mi volto.
Il mio ragazzo mi stringe la mano, mentre inizio a camminare.
Non è stato un anno facile, ma è stato favoloso. Tante cose da ricordare, tante da dimenticare.
Jasper mi sfila accanto, alto e splendido come un dio greco; mi rivolge un’occhiata e quello che sembra un sorriso di scherno ma che forse, in fondo in fondo, è un addio che non si aspettava di dover dare adesso. Lo vedo correre via, verso i suoi Principi, verso la sua estate, verso il suo domani.
Vedo Julia e Georgiana che chiacchierano, in un angolo, vedo Aedan e Sebastian. Audrey segue mogia l’autista di famiglia, Isabel saltella dietro il suo orso buono dopo averne conosciuto i genitori, Opal avvampa quando Milo si china a baciarle la guancia e il giornale di un signore poco distante esplode; ma è solo un attimo.
Perché subito dopo, abbracciata a Carlisle, attraverso la barriera e mi lascio alle spalle un mondo intero che, quando rivedrò, se mai lo rivedrò, non sarà più lo stesso.
Lo giuro, non avrei mai voluto che finisse così.
Ma nemmeno nel più coraggiosi dei sogni e nella più sfrenata delle fantasie avrei saputo immaginare un finale migliore.













17/07/2008
commenti (3) • tag: famiglia, amori, dolore, speranze, addii, amicizie, paura, grifondoro, corvonero, fidelius

( Consequence )
Sembra che ogni brandello del mio corpo faccia male.
Sarà la botta, sarà la ferita, sarà che sono completamente teso, amareggiato, infuriato. Non ho assolutamente pulsioni positive, al momento.
Non ricordo bene, perché… stringo le palpebre, il mondo gira per qualche istante.
Riddle. Foresta. Julia……centauri. Luce. Julia per terra.
Sgrano gli occhi, mi porto seduto di scatto come se mi fossi risvegliato da un incubo. -Julia!- ho il tempo di lanciare un grido che si strozza in gola, Sebastian che afferra la mia spalla, cercando di rassicurarmi.
-Dove è Julia! Dove!- domando, quasi senza fiato. Lui mi calma un momento.
-E’…in infermeria…- mi informa, placando per qualche istante la mia ira -Aedan…c’è una cosa della quale dobbiamo parlare.-

( Reaction )
Lang mi ha spiegato. Pare che la situazione sia messa male.
Alcuni sono stati beccati, e sembra che la loro permanenza ad Hogwarts diventi un miraggio irraggiungibile, a detta dei ben informati.
No.
No.
No.
Non deve succedere, non può accadere. Non Julia, non Sebastian, non quest’anno.
Il futuro, dipende da questo. E non posso permettere che gente come Riddle lo ostacoli più di quanto non ha già fatto, maledetto. Che tu sia maledetto Tom Riddle.
Una missiva, chiara, con pochi giri.

Ho bisogno di aiuto. Ti aspetto ad Hogwarts , Aedan.

Un gufo che vola. L’Irlanda che accoglie questa comunicazione. Non resta che aspettare solo mio padre. Adesso.

( Face to Face )
Trovare mio padre di fronte è come fare un salto nel passato.
A quando…prima che arrivassi qui, avevo una famiglia. Una vita sicuramente meno movimentata, ma forse meno reale, per me.
-Papà.- è la sola cosa che dico, salutandolo. Lui inarca un sopracciglio nel notare la benda sulla mia nuca, fra i capelli scuri.
-Cosa è.- non è una domanda, più un ordine dietro lo sguardo severo ed imperturbabile d’oltremare.
-La ragione per la quale ti ho chiesto di venire qui.- esordisco. Lui si acciglia, si mette a sedere, scostando la mentella con un gesto della mano. Pronto ad ascoltarmi, almeno credo.
-La situazione sta cambiando, papà. Ed è tempo che le cose seguano il loro corso. Controversie, o non. Questo non è realmente importante. Mi hai sempre insegnato che ci vuole coraggio, che bisogna perseguire i propri obiettivi fino al raggiungimento, anche se ti stremano. Anche se ti…uccidono.- sottolineo, guardandolo.
-Ed io lo sto facendo…ma. A volte, lottare significa sacrificare altro. Tuttavia…non posso sopportare l’idea che una delle poche persone per me importanti ricada nell’abisso. Ho bisogno del tuo aiuto…- domando, continuando a fissarlo.
Lui poggia la mano sul tavolo, senza scostare i suoi occhi dai miei.
-Parla.- mi esorta, con tono distante. Freddo. Come se potesse leggermi attraverso quello che succede, lacerando l’anima.
-Devi chiedere al preside di non impedire alla signorina Julia Versten di sostenere i MAGO.- sembra quasi una imposizione, me ne rendo conto.
Non sono mai stato viziato, ma adesso, è questa l’etichetta che mi sento addosso.
Aengus  picchetta le dita sul piano, guarda altrove, sembra rifletterci.
-Non ti ho mai chiesto nulla. Nulla. Vorrei, che facessi questo per me.- domando ancora.
Se anche ci fosse il rischio di essere schiantato, lo farei.
Ogni cosa, senza Julia, non ha senso.
E l’idea che il suo futuro potrebbe essere appeso ad un filo, non è tollerabile.
Lui mi ascolta, sospira pesantemente, si alza, riprendendo il suo guanto scuro.
-Miss Versten. Hai detto.- chiede, di spalle.
-Julia Versten.- confermo, guardando la sua schiena.
-Andrò da Dippett. Ora.- dice, aprendo la porta. -Buona fortuna, Aedan.- l’uscio si richiude.
Pesante, tagliente, definitivo.
Ho perso, un pezzo di me, oggi.

( amicizia )
Non. Mi. E’. Permesso. Vedere. Julia.
Sono queste le parole che mi straziano. Che vorrei cambiassero. Che mi uccidono e mi fanno star male peggio di quanto già non stia.
Audrey, nei suoi occhi chiari capisco che ha provato, che ha cercato, ma che il permesso si blocca solo a lei e a Jillian.
Guardo la porta. Vorrei pronunciare tanto la magica parolina ‘Bombarda’, o semplicemente entrare spingendola con una spallata.
Verrebbe giù. Verrebbe giù.
Ma non posso farlo, stringo un pugno. Mi sporgo verso Jillian e Audrey. Le abbraccio, è un gesto improvviso. Mai fatto. Mai.
Socchiudo appena gli occhi. Due scriccioli, due ragazze così fragili, due…amiche.
Mi scosto, porgo la mano a Sebastian, che la stringe.
Non so che cosa significhi, quello che sto facendo.
Ma finora. Non lo avevo fatto mai.
Fidelius.

( due giorni dopo )
-Puoi andare.- la voce di Audrey sembra quasi una divinità che compare dal nulla a darmi la notizia più bella del mondo. Sorrido, finalmente. Mi alzo e la stringo quasi stritolandola mentre corro lungo i corridoi in direzione dell’infermeria.
Mai corso in vita mia. Mai in questo modo. Mi sto praticamente lanciando in avanti senza preoccuparmi di dove, e come.
Busso. Busso mentre invece vorrei perdere tutta la mia grazia ed entrare senza nemmeno chiedere il permesso.
-Avanti.- è la sola cosa che sento, spingendo la maniglia ed avanzando. I letti sfilano al mio fianco, fino a quando non mi soffermo su quello di Julia. Ancora pallida, ma comunque viva. E sta bene.
Ed è questa la cosa che mi importa.
Guarda altrove, la sua espressione è corrucciata in una smorfia di disappunto.
Mi chino verso di lei, sedendo sulla sedia accando al giaciglio chiaro che odora di disinfettante. La mano sulla fronte.
-Eih…- sussurro lentamente, aspettando che sia lei a parlare. Ma lei non mi guarda, sembra persa in altro, sebbene la sua attenzione sia vigile, tagliente, arrabbiata.
Non riesco, in un primo momento a concepire  a cosa mai sia dovuto questo atteggiamento. Anche se in realtà non riesco a concepire poi molto, al momento.
Non parla. Non parla. E’ in silenzio, ma so che sente che sono qui. E’ spigolosa, pungente. Sembra quasi che non voglia sentire niente.
-Julia…- torno a ribadire, ma senza mutare il mio tono di voce.
La verità è che fa male. Nonostante tutto, dopo quello che è successo. Fa male saperla, e vederla in questo modo. La sola cosa che mi viene spontanea è sporgermi appena, poggiare un bacio sulla sua fronte.
-Tempo al tempo…- riesco a sospirare sulla sua pelle. Non capisco.
Vorrei capire.
Ma lei non sembra darmene la possibilità.
Sospiro ancora, alzandomi. Forse non è il caso che rimanga qui. Anche se, ammettiamolo, non è esattamente la cosa che avrei voluto, andare via.
Sono troppo impegnato nei miei pensieri per riconoscere il mormorato -Gr…e.- che mi arriva alle orecchie.
Torno seduto, guardo Julia che adesso volesse il cielo, sembra rivolgermi la sua attenzione.
-Cosa…?- domando.
Lei sorride, ma è un sorriso furbo e ammiccante, come se avesse trovato il modo di riprendersi un momento.
Si porta seduta sul letto, lentamente, facendo leva sulle braccia.
-Ho detto…- riprende. -Grazie, Aedan.- conclude, guardandomi. Io ricambio il sorriso, e sto per risponderle, ma eccola lì che torna alla carica con un -…Ti amo anche per questo.-
E penso di avere assunto, per la prima volta in vita mia, la classica espressione va ‘vitellone innamorato’, come ama definirmi Georgiana.
Con quel classico sorriso ebete che ti taglia in due la faccia, affettandola proprio.
Un bel respiro. Che non hai mai avuto problemi di dialogo, tu. Dico a me stesso.
-Posso tenerti con me?- le chiedo. Lei inarca un sopracciglio, mi guarda.
-In che senso, scusa?- anche se ho come l’impressione che lo stia facendo apposta. Rido leggermente, mi avvicino a lei stringendole la mano, reclino la testa baciandola nel momento in cui l’infermiera Mound è troppo impegnata nei fatti suoi per badare a noi.
Sciolgo appena le mie labbra dalle sue.
-Anche io ti amo.-

( binario 9 ¾ )
Tante cose sono cambiate, quest’anno.
Persone, ambienti, famiglia e ideali.
Tante cose, davvero.
Addio Hogwarts, addio rimpianti, addio silenzi.
Adesso, comincia una nuova vita. Con lei. E non esiste cosa che abbia una musicalità più bella di questa.













16/07/2008
commenti (4) • tag: vacanze, famiglia, amori, malinconia, dolore, amicizie, paura, ritorni, guai, grifondoro, corvonero, duelli, morsmordre, fidelius

È la devastazione.
Ecco ciò che vedo in questo momento. Rami spezzati, alberi semicarbonizzati, e uno sgradevole odore di bruciato.
Distesa di fronte a me, Julia sembra dormire un sonno di pietra. Poco distante, Jillian cerca di fare il possibile per Sebastian, che per fortuna è in condizioni molto migliori.
La luce della luna permette di vedere e di orientarsi ma non mi permette di valutare i danni. Sembra solo svenuta a causa dell’incantesimo di quel subumano.
« Si rimetterà » dico, rispondendo alla domanda di Sebastian « Sperando sia solo stata schiantata e non ci sia altro. Domani avrà un gran mal di testa, ecco tutto. Ora però dobbiamo portarla via da qui. Lumos! »
La mia fedele bacchetta getta una luce dorata sul corpo di Julia. Sì, è stata schiantata da Riddle, ma non dovrebbe perdere i sensi così a lungo. A contrasto con la situazione, il suo bel viso è composto, ed i capelli appena in disordine.
Le tocco la nuca: deve aver battuto la testa.
Sangue.
Mostro a Jill e Seb la mia mano.
« Dobbiamo portarla in Infermeria. » scatta lui, cercando di alzarsi in piedi.
Zoppica, ma si regge sulle sue gambe ed è in grado di camminare. Il taglio sullo zigomo è sparito grazie a Jillian. Ma si vede che è molto debole. Ha combattuto contro Dolohov, le sue forze sono allo stremo.
Tocca a me e a Jill.
« L’unico modo è farla levitare, e sorreggerla. » dice Sebastian « Ma dovrete farlo voi. Io non… »
Incantesimi? Jill riprende un po’ di colore sulle guance. E anche io mi sento sollevata: Incantesimi. Si può fare.
« Insieme, Audrey. Da sole non ce la faremmo. » mi sussurra.
Mentre castiamo l’Incantesimo di Levitazione, Sebastian ci osserva con un’espressione sconfitta. Credo che si senta impotente di fronte alla sua migliore amica, di fronte a lui, a un passo dalla morte.
« Seb, puoi stare davanti e fare strada? » domando.
Poco dopo ci stiamo muovendo verso il castello. Con alcuni semplici incantesimi del terzo anno, il Caposcuola di Grifondoro apre un corridoio libero da sterpi.
« Al diavolo i Centauri, al diavolo la Foresta, al diavolo tutto questo. » mormora, negli intervalli fra una fattura e l’altra.
Jill ed io ci scambiamo un’occhiata; vorremmo dire qualcosa, rassicurarlo, ma siamo così sature di emozioni, da riuscire solo a trattenere un pianto nervoso.
Alla fine, raggiungiamo l’entrata di Hogwarts. Distendiamo Julia su una panca imbottita, e Jill ne approfitta per controllarle il polso e le pupille. La fortuna di avere una figlia di Medimaghi come amica.
« Sebastian, torna in camera. Ci pensiamo noi. » inizia la mia amica.
« State scherzando?! Io non mi muovo! » esclama, con voce alterata.
« Non ti reggi in piedi. » intervengo, fredda. « E ti beccheranno. »
« Beccheranno anche voi. » risponde.
« I Salinger ed i McKanzie arrangeranno la situazione. Qui amano i purosangue, e noi… lo siamo. Abbiamo una vaga possibilità di farcela. Lo sai che Julia ti direbbe lo stesso. Vai. »
Non so dove trovo la forza per reggere il suo sguardo.
« Ormai siamo al sicuro. Qui non può succedere nient’altro. » ribadisce Jillian.
Sebastian accarezza il viso di Julia con una delicatezza che non gli avevo mai visto.
« Vado a cercare Georgiana, le racconterò l’accaduto. » sussurra, poi volge le spalle e si allontana.
La panca levita di fronte a noi, mentre ci dirigiamo verso l’Infermeria. Di fronte all’ingresso, sto per dire ancora qualcosa quando…
« Oh, ragazze. »
È la voce stanca dell’infermiera Mound.
« Che cosa avete fatto…» mormora, mentre distende Julia sul letto più vicino. « E lei, povera ragazza…»
Jill trema, e mi accorgo di non essere da meno. Spinta dalla paura, che resta ferma nel mio animo come una spina, dal nervosismo, represso fino ora, dalla rabbia, mai sopita, cerco la mano della mia amica.
Ci stringiamo in un abbraccio, che non ha nulla di felice.
È solo un modo per dirci senza parlare: “Siamo qui, insieme, siamo vive.”

Lo scontro. Julia e Sebastian. La gentilezza dell'infermiera Mound, che voleva farci sgattaiolare via. La freddezza di Martine Lewis, che ci ha beccate.
Sembra passato un anno da ieri sera. Invece non si tratta nemmeno di dodici ore.
Chiuse nel nostro bagno, io e Jillian piangiamo in silenzio, sedute una accanto all’altra sul bordo della vasca. Il bel vestito bianco di Jill è strappato lungo l’orlo, ed il mio macchiato di fango.
« Jill, i tuoi piedi. » dico, indicandoli. Sono sporchi, e feriti.
I miei sono ancora stretti negli scarponcini, in origine scarpe col tacco. In origine, prima della trasferta nella Foresta Proibita.
La mia amica si alza, solleva la gonna e li osserva. Poi fa un passo dentro la vasca ed apre l’acqua. Esco dal bagno, per prendere le camicie da notte in camera, e il flacone dell’acqua ossigenata. Jill intanto si toglie l’abito dalla testa, e apre l’acqua.
« Vorrei farmi una doccia. Ma prima di tutto vorrei dormire. » sussurra.
« Anch’io. »
Disinfetta le ferite e poi le cura con un incantesimo.
« A volte vorrei che non fosse mai successo niente. Ida, Julia, il Fidelius… »
Jill lascia cadere la bacchetta.
« Carlisle! »
Oddio. E Peter!


Trovo la mia metà in infermeria, dove ho accompagnato Jillian.
« Peter! » esclamo, quando lo vedo sano e salvo, accanto a Sebastian.
« Amore! »
Odio che sia così appiccicoso in pubblico, ma in questo momento non mi importa di nulla se non di abbracciarlo. Sebastian distoglie lo sguardo. In disparte, Aedan guarda fuori dalla finestra.
« Dov’è Georgiana? » gli chiedo. So che sta bene, ma mi sembra strano non vederla qui.
« Vicino a Julia. »
Dietro le tende tirate, si intravede la sagoma di una ragazza alta, seduta vicino al letto.
« Come stanno? »
« Georgiana sta bene, e Julia…» la voce gli si spegne « Julia ha la febbre alta. Delira. »
« Ha battuto la testa. Non è solo lo Schiantesimo. » poi aggiungo « Non possiamo entrare? »
Sebastian fa un cenno di diniego.
« Solo Georgiana. Puoi provare a chiedere all’infermiera. »
Mi stacco da Peter e cerco la signora Mound.
« Vorrei vedere Julia. »
« Mi dispiace, cara. Non è possibile. »
C’è del dispiacere sincero nella sua voce.
« Senta, è probabile che io venga espulsa. E così anche Jillian. Vorrei almeno che ci fosse concesso di vedere la nostra amica. »
Non so se stiano contemplando l’espulsione, Dippet, la Lewis e compagnia, ma basta che lei ci creda e ce la lasci vedere. Anche se mi spiace ingannarla.
« E va bene. Ma solo voi tre. Nessun altro. Niente studenti maschi. È chiaro? »
« La ringrazio. »
Avrei voluto spingermi più in là e chiedere che anche Sebastian e Aedan la potessero vedere, ma non è il caso di buttare al vento ciò che ho ottenuto. Perlomeno possiamo dare una mano a Georgiana.
Jillian riappare fra noi.
« Carlisle vuole sapere come sta Julia. »
I ragazzi mi guardano curiosi.
« L’infermiera ha detto che possiamo entrare, ma solo io e Jill. »
« Voglio vederla anch’io. » afferma Aedan  « Perché non mi è permesso? »
« Loro l’hanno riportata qui. » mormora Sebastian « Hanno fatto tutto il lavoro, viste le mie condizioni. »
L’espressione di Aedan muta all’improvviso, e si avvicina a noi; temo quasi che stia per fare un gesto inconsulto, ma lui si protende verso di noi e ci abbraccia.
Poi ci lascia andare, e stringe la mano a Sebastian.
Non dice una parola, ma credo che in questo momento sarebbe chiedere troppo.
Entriamo nella barriera di tende.

Georgiana ci guarda, sorpresa.
« Abbiamo il permesso. » le dico.
Julia è pallida, il viso sudato. Indossa una camicia da notte bianca, il cui colore quasi si confonde con quello della sua pelle nivea. A tratti, è scossa da un tremito.
Georgie si china su di lei, passandole una pezza umida sulla fronte.
“Mamma…”mormora il capo del Fidelius.
Georgiana si irrigidisce per un momento, poi si rivolge a noi:
« Nel delirio, mi scambia per sua madre. L’infermiera ha detto che la febbre è molto alta, ma entro domani dovrebbe scendere. In un paio di giorni dovrebbe iniziare a riprendersi. »
Io e Jillian ci avviciniamo.
« Ida… »
Jill rabbrividisce, e mi stringe la mano. Io ricambio la stretta.
È terribile vederla in questo stato.


« Audrey, ho parlato con il preside e tutto il consiglio degli insegnanti. »
Mio padre ha mollato tutto per venire qui. Forse in condizioni normali ne sarei quasi felice. Non ha mandato mia nonna come al solito. Ma avrei di gran lunga preferito zia Diane.
« Potrai terminare l’anno. Darai gli esami come tutti i tuoi compagni. »
Trattengo il fiato.
« Tuttavia, ti è caldamente raccomandato di pensare ad una nuova scuola per il prossimo anno. »
« Mi espellono? »
« Non in modo ufficiale. Avrai un richiamo, s’intende. L’accordo è stato stipulato in forma privata fra me, i McKanzie ed il collegio docenti. »
« Quindi anche Jill…? »
« Anche la tua amica, sì. »
Siamo sotto la mia quercia.
Mio padre fuma un sigaro. Credo che sia arrabbiato, ma anche deluso; non mi capisce, non capisce l’ultimo legame fisico che lo lega a mia madre.
Gli esami siano andati come siano andati. Quest’anno potrebbero essere anche stati un disastro, ma per me non significherebbe nulla.
Siamo sul treno che ci riporta a Londra. L’Espresso di Hogwarts sferraglia allegro.
« Fra poco arriveremo al binario 9 e ¾, nella stazione di King’s Cross, Londra. » strilla l’altoparlante.
Riprendiamo i nostri bagagli dalle reti sopra le nostre teste, e ci prepariamo.
Con uno stridio di freni, ci fermiamo. Iniziamo ad uscire con tutta la fretta di chi non vede l’ora di iniziare le vacanze. Mi sembra ovvio che non possa filare tutto liscio. Mentre cerco di scendere ai gradini, mi scivola il libro che stavo leggendo in treno.
A salvarlo da una brutta fine sotto i piedi di un branco di Serpeverde, una ragazza con i capelli scuri e un viso da principessa. So che è una Corvonero, l’ho già vista un paio di volte in Sala Comune, e che il suo nome è Elinor.
« Tieni. Certa gente non ha proprio rispetto. » mi dice, porgendomelo.
« Grazie. E sì, certa gente non sa proprio cosa sia. »
« Infatti. Fa piacere vedere alcuni di loro un po’… provati, ecco. Ringrazierei chi li ha conciati così. » risponde, lanciandomi uno sguardo eloquente.
« Mh, credo proprio che potresti farlo. Grazie ancora, e buone vacanze! » la saluto, notando Jillian che mi fa segno di avvicinarmi.
Sua nonna, la terribile signora McKanzie senior, è accanto a lei e la sua espressione è a dir poco battagliera.
« Audrey, ti presento mia nonna. Nonna, lei è Audrey Salinger. »
« Quindi sei la figlia di Mr. Salinger! Ah, cara, tuo padre è un vero gentleman. » inizia, cordiale « Comunque l’avete combinata grossa, e credo proprio che sarete castigate a dovere. » conclude, furibonda.
Jill sembra imbarazzata, ma non ce n’è motivo. Sua nonna è venuta a prenderla. Io ho l’autista che mi aspetta, tanto per dimostrare quanto mio padre ci tenga a me.
Ignoro Mrs. McKanzie e abbraccio Jill.
« Ti scrivo appena arrivo. E poi, dobbiamo organizzarci per il prossimo anno. » le sussurro.
Il prossimo anno. Beauxbatons. Non Hogwarts.
Mentre mi allontano, saluto con un gesto la mia amica, sua nonna e Carlisle, che le ha raggiunte nel frattempo.
Affido i miei bagagli a Bob, l’autista.
« È pronta a tornare a casa, signorina Salinger? »
« Certo, Bob. Andiamo. »

 

 

 

 













14/07/2008
commenti (2) • tag: misteri, amicizie, serpeverde, dubbi, guai, riddle, grifondoro, corvonero, momenti imbarazzanti, morsmordre, fidelius

« Gut.. che ne pensi? » in uno svolazzo di velluto beige, compio una breve piroetta su me stessa, soffermandomi poi ad osservare Frances in attesa del suo verdetto. La mia compagna di stanza - con cui ho imparato a fare amicizia, lentamente come mio solito, mi guarda con i lucciconi negli occhi, battendo un paio di volte le mani in segno d'approvazione.
« E' davvero stupendo, Leen! Ti sta una favola. »
« Le sarte di mio padre fanno scintille. », ironizzo, scuotendo appena i capelli biondi da brava cocchina di papà. Sogghignando, Frances si sistema minuziosamente il nastro di seta intorno alla vita, osservandosi allo specchio più per curiosità, che per vanto. Io invece mi spio dall'angolo, più per vanto che per altro.
« E chi è che ti porta al ballo, bellezza? », domanda lei dopo poco, arricciando il nasino in un'espressione sorniona. Le lancio un'occhiata eloquente, nel riflesso dello specchio, senza rispondere. Deve insistere con la sua domanda ancora una volta, prima che io mi ritenga sconfitta dalla sua testardaggine.
« Garet Haslett. », schiocco la lingua sul palato, avvicinandomi al mio beauty-case.
« Maddai? E' ..insomma, l'ex di Georgiana! », si entusiasma nell'informarmi, stringendo le labbra in una smorfia un po' preoccupata.
« Non mi porta sull'altare, Frans. Rue, bitte. », sospiro, sorridendo tra me e me; non credo che Georgiana avrà qualcosa da ridire, e se comunque l'avesse, ci siamo già incontrate su terreno di battaglia; e a me non dispiacerebbe per niente, d'altronde, re-incontrarla in duello. Intanto ho provato tre dei miei rossetti preferiti sul dorso della mano, e sono convinta che non me ne starà bene uno - forse avrei dovuto chiedere alle sarte un vestito rosso, quello si sarebbe più adattato alle mie esigenze. Abbandono i tentennamenti in un breve prendere un respiro profondo, optando per un rossetto terra, chiaro e rossiccio, non troppo evidente, delineando le labbra con cura - come mi ha insegnato a fare mia zia quando ancora giocavo con i suoi trucchi, da bambina. Mia madre non ne ha mai avuto la possibilità, d'altronde. Osservo la lente che avevo preparato, su un fazzoletto poggiato sul mobile accanto al beauty-case. E con una lieve risata, guardandomi allo specchio, la lascio lì. Oggi più colori ho in viso, meglio è.
« Io scendo ..non far aspettare troppo il tuo cavaliere. », cinguetto sarcasticamente, passando attraverso l'entrata del dormitorio.

 « Non hai messo la lente. », scandisce Garet, scrutando con soddisfazione i colori dei miei occhi, seguendo distrattamente alcuni passi di danza, mentre la Sala Grande si anima del chiacchiericcio, misto al sottofondo piacevole della musica. Il ballo è, come d'altronde lo è anche nella mia vecchia scuola, un evento che entusiasma anche gli animi più indolenti.
« Ho deciso che stasera non ne avrei avuto troppo bisogno. » gli rispondo, con un piccolo sorrisetto, che viene ricambiato dall'inclinazione sghemba e divertita delle labbra di lui dopo non troppi secondi. Lo vedo lanciare un'occhiata fugace a Georgiana, dall'altra parte della sala - impegnata in uno scioglilingua davvero trasportato insieme al caposcuola Grifondoro, prima di fermarsi e prendermi per mano delicatamente, facendo un cenno verso il tavolo del buffet.
« Ponch? », domanda, facendo un passo in avanti.
« Volentieri. », annuisco, lasciando la mia mano nella sua. Non è così spiacevole, dopotutto. Mi sorride in silenzio; sembra la cosa che riesce a fare meglio, molte volte, con l'angolo delle labbra caratterizzato da una punta di timidezza che, tuttavia, stenta sempre a lasciargli il viso, nascondendosi in qualche angolo, tra le pieghe del sorriso o nel riverbero degli occhi burrascosi.
« Così, tra un po' finisce l'anno. Come ti senti? », avanzo dopo un po', mentre ci avviciniamo al tavolo del buffet senza fretta.
« Eh. Un po' ansioso, a dire la verità. », risponde sinceramente, stringendo appena le labbra.
« Ti dispiace di crescere, Peter Pan? », domando ancora, con ironia. Sogghigna silenziosamente, esprimendosi in un piccolo sbuffo - quasi l'accenno di una risata trattenuta, e uno scuotere appena accennato del capo. Eccola lì, un'altra non risposta delle sue.
« Cosa farai, finita la scuola? », e continuo; so che a lui non da fastidio perchè dopo un po' che ci frequentiamo ho imparato a conoscerlo quello che serve. E lui anche, e sa che non sono una persona insistente - ma qualcuno tra i due deve pur intrattenere un minimo di conversazione.
« Pensavo di seguire un corso per diventare Medimag- », adduce, ma s'interrompe quando la voce di Lumacorno esordisce in tono pomposo, scavalcando tutto il rumore che rieccheggia in Sala Grande.
« Signori e signore, l'elezione di Miss e Mister Hogwarts! ». Tom Riddle, e Julia Versten; davvero due, bellissimi, buoni partiti. E non capisco perchè Garet diventi così irrequieto, quando è una cosa del tutto normale - almeno, davanti ai miei occhi.
« Accidenti. », borbotta lui, deglutendo un grosso malloppo di quelle che sembrano preoccupazioni nascoste.
« Cosa c'è, Garet? »
« Resta qui, Leen. Vengo subito. », mormora, allontanandosi velocemente tra la folla senza nemmeno darmi il tempo di provare a trattenerlo, mentre Julia e Tom, aprono le danze di una serata più incandescente di quanto avevo previsto.

 Mi è difficile immaginare dove si possano essere dileguati tutti; da quando Julia e Tom hanno terminato il loro bel valzer, ho visto disperdersi tra la folla - e anche velocemente, la sopracitata damigella, Audrey, Georgiana e Sebastian Lang e persino il cavaliere che doveva tenermi compagnia sembra essersi smaterializzato via. Incrocio le braccia al petto, e stanca di stare appoggiata al tavolo del buffet, accanto al boccione del ponch - dove avrei voluto ritrovare Garet, mi intrufolo fra gli studenti - diminuiti in gran numero. O forse è solo una mia sensazione, e probabilmente quella resterà, perchè la maggiorparte dei presenti è tutta presa dal ballo e dai loro accompagnatori/accompagnatrici, mentre io invece, con la possibilità di stare da sola, sento che c'è qualcosa che non va. O che non sta andando, in questo preciso momento. La voce forte e intonata di Eugene Pennington risuona nella sala, sovrastando il coro nell'armonia del pezzo che hanno deciso di presentare, e mentre mi faccio spazio quanto posso, tra pizzi e svolazzi dei vestiti sontuosi di gran parte della scolaresca femminile, passo accanto al professor Crale di Astronomia, nonchè direttore di Corvonero. Caso  vuole che una spinta di troppo mi ci fa impattare contro - essì, perchè come appena arrivata, anche io merito di fare le mie magre figure andando a sbattere contro i docenti. E se non volontariamente, un aiutino i miei compagni di scuola sanno darmelo volentieri.
« Signorina Neumann! Tutto a posto? », domanda lui, garbatamente, dopo aver appurato che il lieve scontro non abbia provocato molti danni.
« Tutto a posto, professore ..mi scusi, mi hanno spinta. », esordisco, traendo un sospiro.
« Si figuri, si figuri. Visto che è qui ..sa dirmi dov'è la signorina Harrington? Come caposcuola ha il dovere preciso di controllare i dintorni; in più devo parlarle e non riesco proprio a trovarla. », pronuncia, in maniera eloquente, scrollandosi brevemente i bordi della giacca di gessato blu scuro, perfettamente in tinta con il suo essere Capocasa Corvonero. Sento di essere marginalmente nei guai, oltre che infastidita eccessivamente dal non sapere cosa diavolo sta succedendo, perchè lo sento - e come diceva Alexander, il tuo sesto senso è uno dei più affinati di tutta Durmstrang, liebchen, e chissà se questo vale anche qui a Hogwarts. E devo prendere una decisione, in fretta - se seguire il mio rinomato sesto senso o indirizzare Crale dove ho visto scomparire Georgiana.
« Non so proprio, l'avrò vista si e no mezz'oretta fa ..sarà sicuramente qui intorno a pattugliare. », cerco di prendere quanta più sicurezza in me stessa - tanta, dicono di solito, anche se fingo, ma visto lo sguardo un po' in tralice del professore, non ho fatto del mio meglio.
« Così ..l'ultima lezione è stata davvero interessante, Professore. », sbatto due o tre volte le ciglia, e via con le moine. Fortunatamente ho assorbito qualche nozione e termine necessari per distrarlo quanto di dovere e dare il via ad un fitto dialogo su stelle e costellazioni magiche, e bye bye "devo parlare con la signorina Harrington". Quanto meno, qualcuno avrà di che ringraziarmi, arrivati al nodo di una questione che non capisco - sempre che i miei sospetti siano fondati, d'altronde. Altrimenti, sarà stata solo una serata passata a parlare di luci nel cielo; tanto meglio, comunque, di stare da sola, nell'attesa di un cavaliere che non arriverà, non per il momento.

 

*Frances è un png inventato sul momento non presente ET non rilevante da me. Solo per non far stare sola in camera la mia bimba, più che altro. Din Don.













13/07/2008
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Fidelius.
« Expecto patronum! » devo essere rossa come un peperone, dato lo sforzo abnorme che sto concentrando su quest'incantesimo che tanto esalta gli altri membri del Fidelius. Attorno a me svolazzano allegramente gli animali più svariati descrivendo linee curve con la loro scia argentata, e rimarrei a guardarli in eterno, se non fosse che devo perlomeno cercare di produrre qualcosa di simile.
Ok, calma e sangue freddo. Hai milioni di ricordi felici, Annabel, basta pensarci un attimo su.
Quando andavamo a trovare la nonna in campagna potrebbe essere un'idea valida! Mai sentita così felice, specialmente una volta entrati nel recinto e cominciato ad odorare il profumo della torta di mele, del latte appena munto, dell'erba bagnata...
Chiudo gli occhi, punto la bacchetta in aria con decisione. « Expecto patronum! » forse stavolta ce l'ho fatta, me lo sento dentro, sono incontri su incontri che provo, non può non riuscirmi!
Socchiudo le palpebre, dapprima solo una e poi anche l'altra, per osservare con grande dispiacere la punta lignea della bacchetta galleggiare nella sola aria della sala.
« Mh » bofonchio, scrollando le spalle. La rassegnazione, che gran brutta cosa, ma non può sempre andare tutto bene nella vita; o almeno così ha sempre detto Ginevra, ma non che abbia mai preso eccessivamente in considerazione le sue pillole di filosofia.
« Tranquilla, prima o poi riuscirai anche tu » mi rassicura – o almeno tenta di farlo – la Harrington, con una professionalità degna dell'insegnante più capace « Concentrati su un ricordo veramente felice, lascia che ti invada completamente, chiudi gli occhi se necessario. Potresti impiegare minuti a trovarlo, ma una volta evocato per la prima volta, le successive saranno più semplici »
Ascolto con attenzione, annuendo. Quindi, deve essere un ricordo felice, ma davvero felice. Beh, l'unica cosa che ricordo è una... ma non so se potrebbe effettivamente funzionare.
Sospiro, socchiudendo gli occhi nella speranza di acquisire concentrazione. Non che sia poco, il tentativo di concentrazione da parte di una capace dei guai più disparati per semplice distrazione, ma ho l'impressione che qui si presti troppa attenzione alla riuscita di coloro che sono ancora inesperti.
« E-expecto... » balbetto, lo sguardo basso e la bacchetta puntata verso il soffitto « Expecto patronum! » strizzo gli occhi, li strofino con il dorso della mano, ma evidentemente non è affatto un sogno.
Un coniglio, o almeno spero lo si possa definire tale data la materia argentea e luminosa che lo compone, si muove lungo le pareti della stanza, sospingendosi sulle zampe posteriori per spiccare lunghi e calcolati balzi. Si ferma a grattarsi dietro le orecchie afflosciate e riprende la sua corsa, mentre lo osservo sbalordita.
« Ottimo, Annabel, ottimo » Georgiana sembra soddisfatta, a giudicare dall'aria compiaciuta con cui sposta lo sguardo da me al fascio di luce che la mia bacchetta emana.
« Aha! Lo sapevo! » esclamo, recuperata la coscienza della buona riuscita dell'incanto e superato l'attimo di spossamento iniziale, un sorriso che impiega poco ad allargarsi sulle labbra.
Dopotutto, non avrei mai sperato di ricevere il permesso dei miei per trasferirmi ad Hogwarts al primo anno. E le felicità improvvise e inaspettate, si sa, sono le più intense di tutte.


***

Sera del ballo.
« ANNABEL, VIENI SUBITO QUI! »
La voce stridula delle grandi occasioni della mia migliore amica mi giunge all'improvviso, provocando un effetto domino di sobbalzi e colpi contro il baldacchino che terminano con il tonfo dello specchio sul pavimento e le schegge di vetro sparse sul tappeto.
« Pru... Prudence? » faccio titubante, prima di voltarmi in direzione dell'altra parte della stanza.
« I miei capelli, guardali, Ann! » gesticola, sventolandone una ciocca e dimenandosi come una rana impazzita « Volevo schiarirli, e invece... » singhiozza teatrale, il dito puntato contro la massa bianca e sfilacciata che le ricopre il cuoio capelluto.
« Beh, dai, non è questa gran tragedia... il bianco va forte, quest'anno! » faccio spallucce, allargandomi in un sorrisetto piuttosto imbranato. Sarà che non ho una mezza voglia di andare a questo maledettissimo ballo per vari motivi, tra i quali possiamo citare: non so ballare, potrei essere l'unica ragazza del sesto senza accompagnatore, l'atmosfera zuccherosa e le parole dolci dei fidanzatini mi danno sui nervi, e credo che potrei andare avanti all'infinito.
« Oh, Ann, ma non riesci proprio a restare seria una volta tanto? » sbraita, puntando la bacchetta sui capelli, che ritornano in un batter d'occhio al loro colore originale.
La guardo di sbieco « Ma se sapevi farli tornare normali, che bisogno c'era di strillare in quel modo? » ne sono consapevole, la bionda non è tra le persone che si fanno prendere dal panico così spesso, ma stasera è talmente agitata che sta cominciando a sviluppare in me impulsi violenti. Comincio ad avere nostalgia della Prue che pretendeva silenzio nel dormitorio quando ripassava la lezione di Aritmanzia, e che mi teneva rinchiusa in biblioteca nei pomeriggi più soleggiati... Giuro che se non si calma la prendo a calci nel sedere e la spedisco nella sala grande così com'è, oh, se lo faccio!
« Eddai, in quel momento non ci ho pensato! » sbuffa, incrociando le braccia « Tu, piuttosto, credi davvero di andare conciata in quel modo? » non comprendo a cosa alluda, in effetti, e proprio per questo le rivolgo uno sguardo interrogativo.
« Ti do una mano, mh? » solleva la bacchetta, fermandosi appena dopo aver recepito il mio gesticolare spaventato « No, no, non ci provare! Faccio da me, tranquilla » la rassicuro, per poi raccogliere l'asta di legno da terra, mescolata con i nastri e le forcine per capelli.
Mi sposto davanti allo specchio. In effetti i capelli sciolti danno un'idea selvaggia che potrebbe apparire poco convincente, e il vestito è parecchio stropicciato, visto quante volte me lo sono sfilato e infilato nel corso del pomeriggio. Non so ancora chi me lo fa fare, in effetti, se non avessi una compagna di stanza così autoritaria, stasera me ne starei comoda a letto a mangiare del budino.
« Mh, vediamo... » mi tormento una ciocca, facendo dondolare la testa a destra e a sinistra. Ah, già, ora ricordo un particolare. Io non so fare incantesimi sui capelli. Lancio a Prudence un'occhiata eloquente, alla quale segue immediatamente un suo sospiro e un fascio di luce perlacea.
Non che mi interessi essere carina, dal momento che non ho né un ragazzo, né un semplice ammiratore ossessivo che mi accompagni a questa cavolo di festa; né tantomeno ho qualche fiamma irraggiungibile dalla quale cercare di farsi notare con le tattiche più assurde. Però devo ammetterlo, essere un minimo acconciata non è male e gli chignon mi sono sempre piaciuti; se non fosse che la gonna è maledettamente scomoda e i tacchi mi impediscono di camminare con un minimo di postura...
« Bene, ora una stiratina al vestito et... voilà! »
Devo ricordarmi di sostituire Prudence è lunatica con Prudence è assurdamente lunatica, nella lista delle stranezze di Hogwarts.
Lancia un'occhiata all'orologio « Ora, se tu vuoi fare tardi sei liberissima, io al contrario » e così dicendo si sistema a sua volta i capelli, con un gesto fluido della mano « Ho qualcuno che mi aspetta e non posso assolutamente farmi attendere » un calcio ai foulard disseminati sul pavimento per farsi strada ed è oltre la porta, lasciandomi sola nello sfacelo totale del dormitorio.
Bene, Ann, un respiro profondo e scendi anche tu. Seh, come no. Comincia a starmi decisamente sulle scatole anche la mia coscienza, a questo punto, dato che se ne esce con questi tentativi di auto convinzione davvero poco efficaci...


***

Sala grande.
Beh, devo mettermi l'anima in pace almeno per stasera. Stare qui è piuttosto piacevole, in verità, dal momento che: non devo ballare, senza accompagnatore si sta benissimo e basta non avvicinarsi alla pista per non sentire smancerie. Pensavo peggio, a dirla tutta, invece qualcuno con cui scambiare due chiacchiere per il momento c'è e la musica di sottofondo è addirittura piacevole; per non parlare delle candele accese e della luce soffusa che emanano.
« Signori, signore, l'elezione di Miss e Mister Hogwarts! » la musica si interrompe quando Lumacorno prende la parola, attirando l'attenzione di tutta la sala, che segue il suo sguardo con trepidazione. Povera Prue, ho paura che avrà una bella delusione, se spera di vincere...
« Mister Hogwarts è... » comincia, sfilando di tasca una pergamena « Tom Riddle! »
Tossisco, fortunatamente coperta dagli applausi dei Serpeverde – solo loro – rischiando di mandarmi la tartina di traverso, seguendo con uno spaventoso movimento delle pupille lo sporco, tremendamente odioso Tom che si posiziona al centro della sala.
« Ora è il turno della sua regina, signor Riddle. Miss Hogwarts è... »
Mezza sala trattiene il fiato, gli occhi fissi sul palco.
« Julia Versten! »
Ecco, ora l'aria si taglia con il coltello. Senza contare che ho rischiato seriamente di strozzarmi, questa volta. Facciamo mente locale: Riddle è quello che detesta i Mezzosangue e che vorrebbe estirparli dalla faccia della terra; Julia è sicuramente, a quanto ho visto, una dei capi del Fidelius. Ovvero ci difende.
E ora devono ballare assieme, stare così vicini, tenersi stretti, l'uno abbracciato all'altro, muoversi a passo di danza e mantenere la calma. Sono convinta che potrebbero farsi fuori a vicenda, in questo momento. Però non capita nulla, se non che lui le sussurra qualcosa in un orecchio, qualcosa che non posso percepire con precisione. So solo che questa non ci voleva proprio.
Uno sbadiglio, le palpebre pesanti, sono i sintomi che mi fanno capire di avere un gran sonno e niente più da fare in sala. Mi avvio lungo le scale e faccio in tempo a salutare Prue, prima di scivolare nel dormitorio.












12/07/2008
commenti (4) • tag: amori, dolore, serpeverde, guai, riddle, festeggiamenti, grifondoro, corvonero, duelli, morsmordre, fidelius

Partendo dal presupposto che non è possibile ricordarsi ogni cosa di ogni materia studiata nell’ultimo anno… la preparazione per i M.A.G.O. procede. Alcuni miei compagni di casa sono sull’orlo di una crisi di nervi, ma per quanto mi riguarda non ho intenzione di ridurmi in quello stato. Georgie è della mia stessa opinione, anche se fra i Corvi le crisi isteriche pre-M.A.G.O. e pre-G.U.F.O. sono molto più frequenti e spesso tocca a lei rimettere ordine.
Stiamo studiando da almeno tre ore quando mi accorgo di star fissando la pagina da almeno due minuti, senza aver capito nulla di ciò che ho sotto gli occhi.
Una pausa. Ho bisogno di una pausa.
Chiudo il libro di Incantesimi, e chiedo ad un mio compagno se può tenere d’occhio le mie cose…non che il problema di Hogwarts siano i furti, ma non si sa mai.
Scendo le scale, e poco dopo mi ritrovo nel parco. L’aria estiva accarezza la mia pelle, e non posso trattenere un sorriso.
I miei passi si dirigono quasi in modo inconscio verso il lago.
Mi siedo sul molo, poi mi tolgo le scarpe lasciando che i piedi nudi sfiorino la superficie dell’acqua. Sollevo una piccola quantità di liquido e la modello in spirali dai riflessi cangianti.
Quando sono stufa del mio gioco, lascio che l’acqua torni alla sua sede naturale e mi stendo sulle assi di legno. Osservo il cielo, di un insolito azzurro intenso, e, per la prima volta da molto, moltissimo tempo mi sento serena. È come se vedessi tutte le cose in modo più chiaro e definito.
Le persone che amo, le persone che ho perduto.
Le persone che odio.
Sento di aver raggiunto un nuovo equilibrio. Un equilibrio costato lacrime e dolore, ma saldo come la roccia.


La sera del ballo.
“Jules, se non metti quel vestito blu sarò costretta a non farti uscire dalla tua stanza.”mi ha minacciato Georgiana stamattina.
Chiaro che non posso non tenere conto del rischio di essere schiantata dalla mia migliore amica.
Quindi mi guardo allo specchio: il vestito blu è al suo posto, sulla mia persona.
Ho un’espressione bizzarra. Sì, credo di essere un po’ emozionata.
Scendo in Sala Comune, dove gli altri Grifondoro si stanno radunando per raggiungere la Sala Grande.
Sebastian mi aspetta, appoggiato ad un divano.
“Sei molto bella.”dice, con un sorriso dolcissimo. In momenti come questo, lo sento davvero come un fratello di sangue.
“Grazie. Anche tu, a proposito.”
“Ho una cosa per te. Da parte di un certo Corvo che venera la terra su cui poggi i piedi.”
“Seb, smettila.”dico, alzando gli occhi al cielo. Fine dei sentimenti fraterni.
“Ecco qui.”
Mi porge un sacchettino di seta, tenuto chiuso da un cordoncino. Sciolgo il nodo.
Sulla mia mano scivola un braccialetto d’argento, lavorato ad arabesco. Me lo allaccio con l’aiuto di Sebastian.
“Se tenta mosse azzardate, avvertimi, mi raccomando.”dice, scherzando ma non troppo, mentre è chino sul mio polso sinistro. All’anulare della mano destra, il cammeo di mia nonna. L’unica che io conosca.
“Oh, non oserei disturbare te e Georgiana. E poi magari le sue mosse azzardate potrebbero piacermi. Ciao Seb!”
Lo saluto con un bacio sulla guancia, ed esco dalla Sala Comune.
Non appena oltrepasso il dipinto della Signora Grassa, vedo di fronte a me una sagoma ben conosciuta.
Aedan.
Come non l’ho mai visto.
Ha fatto qualcosa ai capelli, sì, pettinati in questo modo gli donano molto. Indossa un elegante completo nero, una camicia bianca ed una cravatta nera. Come un nobiluomo d’altri tempi, ha il colletto rialzato.
“Che visione.”dice lui, venendomi incontro con un sorriso.
“Grazie. Posso dire lo stesso di te.”rispondo.
“Un po’ agitata?”chiede, mentre mi stringe fra le braccia.
“Sì. Non sono abituata a un evento così formale.”
“Tranquilla. Farai una bellissima figura. Comportati come fai di solito.”
“Sembri molto a tuo agio, tu.”
“Nella mia famiglia, ci sono balli e feste molto spesso…”
Mentre mi apre una finestra sulla sua vita al di fuori dalla scuola, raggiungiamo la Sala Grande.

Uno scenario da sogno.
Gli stendardi delle quattro case sono appesi alle pareti e si muovono lievi, di certo per effetto magico visto non c’è vento. Una miriade di candele accese fluttuano nell’aria, illuminando una Sala Grande parata a festa.
Sul palco, il professor Lumacorno che chiede il silenzio.
“Signori, Signore, l’elezione di Miss e Mister Hogwarts.”
Un boato scuote la Sala. Poco lontano da me e Aedan, scorgo Georgie, stupenda nel suo vestito verde, che mi sorride e mi una smorfia, accanto a Seb, che invece non mi nota.
“Mister Hogwarts è… Tom Riddle!”
I Serpeverde sono gli unici ad esultare con calore, mentre arriva qualche fioco applauso sparso dalle altre case.
Tom sale sul palco. Alto, bellissimo, letale.
“Ora è il turno della sua regina, signor Riddle. Miss Hogwarts è… Julia Versten!”
Credo di essere il ritratto dello stupore. Sono paralizzata.
“Signorina Versten, prego, ci raggiunga.”
Mi avvicino a passi lenti, cercando di mantenere un’espressione neutra, se non allegra, e salgo i tre gradini del palco senza neppure accorgermene.
Spero con tutto il cuore che questo finisca presto.
“Ed ora, i nostri bellissimi sovrani apriranno le danze.”
Tom Riddle si volta verso di me, sorride beffardo e mi porge la mano.
“Vogliamo andare?”
Julia. Julia Versten. Sei più forte di lui, e lo sai.
“Certo, Tom.”rispondo, sforzandomi di sorridergli.
Poco dopo, siamo al centro della Sala. Soli. Gli altri, dice il cerimoniale, devono aspettare che facciamo un certo numero di giri di valzer.
Tom Riddle mi sovrasta di metà testa. Appoggio una mano sulla sua spalla, mentre la sua si posa sul mio fianco ed esercita una lieve pressione.
L’orchestra inizia a suonare.
Pensa ai giri di valzer, Julia. Non è il momento di fare niente, ti stanno guardando tutti.
“E così, ci ritroviamo, Versten…anzi, Julia. Sei la mia regina, adesso.”
“Io per te non sono niente.”
“Non c’è bisogno di essere così definitivi.”
“Ida non riderebbe a questa battuta, Tom.”
Nulla intacca la sua fisionomia, il suo viso resta atteggiato alla calma più estrema. Come il mio, del resto. Intanto, anche altre coppie iniziano a danzare intorno a noi.
“Julia. Non sei stanca di tutto questo?”
“Molto stanca. Conosci una possibile soluzione?”
Sembra riflettere per qualche istante, ma so bene che è solo scena.
“A mezzanotte. Nella Foresta Proibita.”
La musica si interrompe. Il primo valzer è finito. Mentre mi sciolgo dal suo abbraccio, gli faccio un cenno si assenso, con il miglior sorriso che posso.
Non è una promessa. È un giuramento: non mancherò.

Mi dirigo verso Georgiana, Sebastian ed Aedan.
“Cosa ti ha detto?”chiede la mia amica.
“Giuro che se ti ha fatto male, vado là e…”inizia Seb.
“Julia?”dice Aedan, preoccupato per il mio silenzio.
Sospiro.
“Mi ha sfidato. A mezzanotte, nella Foresta Proibita.”
“Veniamo con te.”scattano all’unisono.
“Il Fidelius è nato per questo.”aggiunge Georgie, al mio iniziale diniego.
Fidelius.
“Va bene. Ma non tutti insieme. Sarebbe troppo sospetto. Andiamo avanti io e Georgiana. Intanto avvisiamo gli altri. Sebastian, Aedan, voi porterete al punto prestabilito gli altri.”

Io e Georgie ci muoviamo in fretta nella sterpaglia. Poco distante, sento i rumori degli altri che ci seguono.
Non sono sola.
Georgie sta finendo di dire:
“..ricordati quello che ti ho insegnato. E non avrai problemi.”
Averla accanto mi infonde fiducia.
Ad un tratto, sentiamo alcune voci e vediamo un nugolo di persone.
Una grande radura illuminata quasi a giorno dallo splendore della luna piena.
“Sei arrivata, finalmente.”
Stringo la mia bacchetta in mano.
“Sì, Tom. Hai intenzione di aspettare ancora a lungo?”
Dietro di me si dispongono i membri del Fidelius, così come i seguaci di Riddle alle spalle del loro capo.
Una fascio di luce parte della sua bacchetta.

Riesco a controbattere alla sua fattura.
Ciò che mi ha insegnato Georgiana, le ore di allenamento con lei…
“Attenta. Concentrazione. Devi essere in grado di vedere cosa sta per fare l’avversario prima che lo faccia.”
È sfibrante. So solo che desidero la morte di Tom Riddle più di ogni altra cosa al mondo, ma non possiedo i mezzi magici per ottenerla.
Gli incantesimi incrociati si fermano per un istante.
“Julia.”
Non perde il suo tono calmo neppure in questo momento, nonostante l'espressione affaticata. L’istante di calma mi permette di intuire come si svolgono i giochi intorno a me. Georgiana alla mia destra, Aedan alla mia sinistra. Il Fidelius schierato a battaglia.
“Sai quali sono state le ultime parole di Ida prima di morire?”domanda, ansando un poco.
Il pensiero di Ida mi attraversa la mente, un uragano di ira, e dolore, e odio, e sofferenza.
E desiderio di morte. Non la mia. La sua.
Intanto, Jasper Lewis ha appena atterrato Damian.
“Ha detto…”interviene il Principe, sogghignando“Ha detto: Ti amo, Tom.”
Stringo la bacchetta. Urlo:
“MUORI RIDDLE! Avada…”
Non riesco a terminare l’incantesimo.
Un istante prima che pronunci, per la prima volta nella mia vita, la seconda parola della Maledizione Senza Perdono, un fascio di luce mi colpisce dritto al cuore.
Lotto per non essere avvolta dalle tenebre, ma è inutile.
L’ultima cosa che vedo… è il viso di Tom Riddle, ansimante e provato.
L’ultima cosa che odo… è un rumore di zoccoli.














11/07/2008
commenti (4) • tag: discussioni, amori, amicizie, paura, serpeverde, dubbi, guai, errori, riddle, grifondoro, corvonero, momenti imbarazzanti, duelli, morsmordre, fidelius

Fatto. La stoffa scivola sulle mie ossa sporgenti, ricadendo talmente bene da far apparire il vestito fatto su misura. Quasi dimenticavo: mi é stato fatto su misura, tagliato e cucito dalla sarta di mia madre in raso verde smeraldo. Non riesco davvero a capacitarmi che quella nello specchio sia io.
« cavolo. » balbetta appena mia cugina Jane, dodici anni, sdraiata a pancia in giù sul mio letto in un turbinio di lenzuola e cianfrusaglie assortite. Passo le mani sulle anche, premendo il tessuto lucente contro il mio corpo. Immagino che in questo momento dovrei continuare a prepararmi, ma davvero non riesco a spostarmi; quella che si riflette nello specchio non sembro neppure io. E’ una figura bellissima, senza ossa fuori posto, che non è troppo alta e ..
« Georgiana Claire Harrington, da quando sei una stragnocca tutta trine? » mi apostrofa Annette, uscendo dal bagno con i capelli pettinati come una venusiana impazzita. Ma non glielo dico, visto che per lo spavento ho fatto un salto all’indietro e sono inciampata nello strascico, sbattendo il sedere per terra. Se si è strappato mi ammazzo.
Mi risollevo a fatica, fulminandola mentre si infila il reggicalze di pizzo rosa fluorescente; io le voglio bene, ma qualche volta mi spaventa davvero.
« è solo un vestito.. » sussurro cacciando la testa nel baule pur di non farle vedere che sono diventata rossa come una ricordella. Voglio solo essere bella, non mi sembra una grande richiesta; non carina, voglio essere bella.
Mi sistemo i capelli in uno chignon, non molto diverso da quello che mi faccio spesso a scuola; un colpo di bacchetta e li fisso in quella acconciatura, sistemandoci anche un fermaglio di quelli che, anche se non si direbbe, sono diamanti. Con la coda dell’occhio catturo la figuretta di Jane che si ribalta sul letto e si spalma sulla boccuccia del rossetto color mattone, insultata a tutta birra dalla proprietaria del cosmetico, la mia compagna di stanza Gemma.
« auguratemi buona fortuna. » dico in un sospiro, spostandomi verso la porta; per loro sarà una semplice festa, per me è un evento fondamentale. Sono una Caposcuola, e solo questo dovrebbe bastare per ricordarmi che passerò il tempo a controllare che nessuno si ubriachi e cada dalle scale – come stavo per fare io andando verso la Sala Grande, oltretutto.
Passo tra i lunghi tavoli del buffet, tra le bambine ricoperte di gonnelloni rosa che già cianciano alla ricerca di un cavaliere dell’ultimo momento. Del mio, invece, distinguo la forma della schiena larga, i capelli scuri e il lieve movimento della testa mentre ascolta le indicazioni di Dippet, che sfila davanti a lui ed Elizabeth Hale con aria di chi li sgozzerebbe volentieri.
Non dico niente quando gli arrivo di fianco, e mi limito a far scivolare la mano nella sua; subito si volta, e senza neppure badare a chi ci circonda mi stampa un bacio sulle labbra. Trattieniti, Georgiana, mi sussurra una vocina nella mia testa mentre gli circondo il collo con le braccia e lascio che mi baci di nuovo.
« Harrington! Lang! » abbaia il preside. Ehm. Ci voltiamo verso di lui con l’espressione più colpevole che ci possa venire; ma non posso che sorridere, sentendo il suo pollice che accarezza il dorso della mia mano.



Ho distinto un eco lontana; non ne sono del tutto sicura, ma credo di aver sentito che Julia è miss Hogwarts. Insieme a Riddle. Lo ammetto, sono troppo impegnata a controllarmi dallo sbottonare i pantaloni a Sebastian per badare a quello che succede a decine di metri da me, in Sala Grande, mentre noi siamo infossati nello sgabuzzino delle scope.
Il suo peso mi spappola le costole, e me ne rendo conto solo ora che ho smesso di occuparmi dei miei ormoni e sono ritornata ad essere un cervello pensante. Ed in effetti, questo secchio sta per spezzarmi l’osso del collo. Faccio scivolare il piede via dalla sua gamba, fino ad atterrare malamente. Tentare di fare sesso in uno stanzino è sempre una pessima idea. Anche per me, che ho dimostrato di fare sempre la cosa giusta in ogni occasione. Ballare riscalda l’istinto, non l’avrei mai pensato.
« Seb. Hai sentito? » si solleva a fatica, grugnendo quando rinuncia a slacciare il nodo strettissimo che mi tiene il vestito ancorato addosso.
« No, stanno tutti dormendo. » brontola prima di prendere a baciarmi dietro l’orecchio. Maledetto, è il mio punto debole, e lo sa benissimo. Mi divincolo a fatica, e mi rialzo ancor più lentamente, spostandomi sino a poter posare l’orecchio alla porta del ripostiglio.
« Julia è miss Hogwarts. E Riddle il mister. » gli sibilo, prima di socchiudere la porta. Le poche persone che vedo sono ancora più impegnate a pomiciare di quanto lo fossimo noi. Attraverso l’atrio a tutta birra, infilandomi tra le porte spalancate, in mezzo alla confusione. Non riesco a vedere la mia migliore amica. Non so dove sia finita, dove stia ballando con Riddle, suppongo.
Vado verso il buffet, giusto per ingannare il tempo almeno finché Sebastian non ricomparirà; perché mi sembra che tutti mi guardino? Dio, non sarò spettinata! Mi tocco i capelli. No, sembrerebbero apposto.
« Smettila, sei splendida. » sibila una voce che ben conosco abbracciandomi da dietro. Stasera deve aver bevuto qualcosa di strano, non era mai stato così infuocato. Gli do una gomitata quando vedo Aedan che trotterella verso di noi. Scuoto già il capo; non ho visto la sua dolce metà, è inutile.
Sento delle dita fredde che mi si richiudono improvvisamente contro il braccio; mi volto di scatto, mi trovo di fronte Jules. Pallida come un cencio.
« Cosa ti ha detto? » le chiedo senza neppure aspettare che sia lei a fiatare.
« Giuro che se ti ha fatto male, vado là e…» sbotta Seb, approfittandone per darmi una botta sul sedere già che c’è. L’ho detto, che stasera non è normale.
« Julia! » strilla Megafusto Lywelyn. Smetti di chiamarlo così ! Dannazione, è tutta colpa di Eugene e dei suoi nomignoli malvagi.
« Mi ha sfidato. A mezzanotte, nella Foresta Proibita. » risponde abbassando lo sguardo.
« Veniamo con te. Il Fidelius è nato per questo. » già, il fidelius. Sparpagliato per tutta la Sala Grande in versione elegante e del tutto ignara del casino che verrà fuori tra dieci minuti.
« Va bene. Ma non tutti insieme. Sarebbe troppo sospetto. Andiamo avanti io e Georgiana. Intanto avvisiamo gli altri. Sebastian, Aedan voi porterete al punto prestabilito gli altri. » ribatte Jules, lanciandomi uno sguardo eloquente.



Passo di corsa di fianco a Jill; mi basterà parlare con lei e pochi altri, perché chi di dovere sappia.
« Dillo agli altri, alla Foresta. Non tutti assieme. »
« L’ha sfidata » mi risponde sgranando gli occhioni azzurri. Non le rispondo, e mi lascio prendere per il braccio da Julia, che mi trascina verso la porta.
Chissà, forse sembrerà che stiamo andando ad incipriarci il naso o a spettegolare alle toilettes. E speriamo che anche i professori la pensino così, quando scompariamo in una nuvola blu e verde.



« Allora, Lenore? » sbotto guardandola dall’alto in basso. E’ a terra, e perde sangue dal naso; ha fatto molto male a mettersi contro la campionessa del club dei duellanti, imbattuta per tredici duelli di seguito – praticamente tutti quelli di quest’anno, in effetti.
« Troia! » sibila contorcendosi, come se si volesse rialzare.
« Puttana. » rispondo con tutta la tranquillità di cui sono dotata, come se avessi detto una parola a caso. Ora non ha molto da ridere, la signorina; mi passo il dorso della mano sulla guancia, tagliato diagonalmente da uno dei suoi incanti di lacerazione.
Non riesco a staccare gli occhi dalle sue ferite. Sono stata io, e ancora non me lo spiego.
« Georgiana! Centauri! » grida la voce acuta di Audrey alle mie spalle. I corpi a terra sono più di uno, quelli sulle spalle di altri ancora di più. Vedo Sebastian che solleva Julia, poi Megafusto ancora a terra. Corro verso di lui.
« Mobilicorpus! » sussurro appena. C’è una confusione infernale. Non capisco più niente. Mi rituffo tra i rami, portandomi dietro il corpo che ho incantato.












11/07/2008
commenti (2) • tag: amicizie, litigi, riddle, festeggiamenti, grifondoro, duelli, morsmordre, fidelius

“Per la barba di Merlino!”- in camera sto smanettando con la cravatta. Odio le cravatte. Detesto le cravatte. E poi, a cosa servono…le cravatte!?
Stupidi oggetti che strozzano. Perché, in teoria (e pure in pratica), mi sta soffocando questo nodo che non sta mai a posto, comincio a pensare che sia stata l’idea malsana di qualche donna, la cravatta, con il solo scopo di uccidere…tramite incidente involontario, mariti e fidanzati. Ok, lo smoking, c’è. La mantella, c’è. Il capp…ehm, la cravatta…c’è. Respiro. Una, due, tre volte. Il ballo, stasera. Adesso. L’aria, però….non è da festa. Qualcosa si muove, ed è qualcosa che scuote il mio animo, sottopelle. E’ scuro, ed è spaventoso. La bacchetta, all’interno della tasca del vestito. Mai ripensamenti. Mai.
Ogni pensiero contrastante, significa morte. Specie adesso, ad Hogwarts. Scendo in sala comune, nonostante il cappio malefico si sia allentato mi sembra di sentire il fiato venir meno in certi momenti. Tensione, Damian. Si chiama tensione. E controllati, per l’amore del cielo! Non sei un poppante. Calmo. Sono calmo. (nei sogni). Julia Versten si fa largo nella sala dei Grifondoro nel suo abito blu abisso, che esalta il suo fisico e la sua regalità ed eleganza. Sorrido, e mi avvicino. Un inchino, il braccio dietro la schiena. “Maestà.”- la prendo affettuosamente in giro. Lei sembra elettrica, magari il suo cicisbeo lupo è già fuori, ad aspettarla, e morirà di infarto per via delle coronarie deboli di fronte a questa vista celestiale, chissà. “Damian…dai, smettila di fare il cretino, nemmeno stasera hai dato libera uscita alle tue battute sciocche?”- dice lei, sistemando un ricciolo che le cade sulla spalla, morbido. E perfetto a mio dire, ma se provassi a dirglielo…sicuramente mi spiumerebbe..o…oddio. Meglio indietreggiare. Userà la cravatta contro di me, lo sento. Sollevo un dito, socchiudo gli occhi, l’aria solenne.
“Sono e s i l a r a n t i. Le mie battute sono esilaranti, Julia.”- spiego, mantenendo la giusta distanza affinché le sue mani da donna su di giri non afferrino questo cappio tirandolo in modo da appendermi per la gola e segnare irrimediabilmente la mia fine. Mannaggia alle cravatte. Ma siccome si sa, l’intraprendenza è dettata spesso dall’istinto di sopravvivenza, intervengo, onde evitare qualsiasi omicidio…accidentale (voglio pensare che Julia mi ucciderebbe solo accidentalmente) “Ma…Aedan è già arrivato?”- chiedo, e lei sembra sobbalzare. Mi guarda, con gli occhi celesti sbarrati. Annuisce.
“Sì…dovrebbe già essere fuori.”- io fingo di nascondermi dietro il divano.
“E allora vai, no?”- le dico, lei annuisce di nuovo, elettrica, avvicinandosi all’uscita. E’ nervosa, e per una volta…mi fa anche tenerezza, oltre che affetto, si sa.
“Julia?”- la richiamo, lei si volta. Sorrido, rassicurandola “Sei bellissima.”
Lei sorride, meno tesa. Uno sguardo più morbido sul viso.
“Grazie, Dam."  Scuoto la testa, ma in fondo mi fa piacere, sembra....innamorata, posso dirlo? Pensieri interrotti... “Scusa il ritardo, scusa!”- la voce di Elodie mi riporta alla realtà.
“Non fa niente, figu…”- mi volto ed ho il tempo di bloccarmi con aria attonita, lievemente sorpresa. Elodie, la piccola Elodie, indossa un lungo abito grigio scuro, dal tessuto leggero, con qualche fiore in tinta sulla gonna, smanicato e adatto alla sua tenera età. Sorrido, forse leggermente ebete, lei si guarda, controlla che il vestito sia apposto. Le mani sulla gonna, tirandola un po’ verso il basso con le mani.
“Non va bene? Sto male?”- chiede, diventando più rossa in viso. Mi avvicino, le dita a sfiorare le sue guance, le poggio un bacio sulla fronte.
“Stai benissimo. Splendida...”- porgo il braccio, che lei prende con delicatezza. “Andiamo.”

***

Stanza del ballo. Le danze aperte da una coppia d’eccezione. Particolare quanto improbabile. Julia e Tom Riddle. Il diavolo e l’acqua santa proprio. Non ha senso. L’aria diventa più rigida, Carlisle alle prese con un dialogo, sicuramente interessante, con Norwood e signora. Mi avvicino, con aria disinvolta non appena lui e Jillian si dividono dalla coppia principesca. “Hunnam, caro. Possibile? Mi tradisci con Norwood?”- dico, con aria fintamente offesa. Lui scuote la testa, accenna un sorriso.
“Oh, Dam, non potrei mai. Lo sai che il mio cuore appartiene solo a te.”- risponde. Ecco una persona con la quale mi piace scherzare. Carlisle. Prende lo scherzo con filosofia e compagnia.
Jillian, che prima sembrava un po’ rigida, un po’ tesa, forse per lo stesso motivo che inquieta me, si lascia andare in una risata. “E io che pensavo di dovermi preoccupare delle altre ragazze!”- mi accusa. Io porto una mano sul petto, in direzione del cuore.
“Questa sfiducia nei confronti del sex appeal del sottoscritto mi raggela il sangue nelle vene, Jill!”- ribatto, senza accorgermi che Carlisle ci ha abbandonato per scambiare qualche parole con…credo Sebastian, non so.  Ma è la sua espressione a lasciarmi perplesso, quando torna vicino a noi. La sua fidanzata smette di ridere, riconoscendo sui tratti del suo viso l’essenza stessa della preoccupazione.
“La foresta. L’ha sfidata.”

***

“Damian! Damian Denholm!”- una voce mi richiama dall’oscurità della foresta scossa da lampi di incantesimi lanciati e ri lanciati. La figura di Jasper Lewis, saltellante e sorridente come se stesse di fronte ad un carrello di caramelle. Di fianco a Tom Riddle, impegnato come avevo timore, contro Julia.
Sull’altro fianco, Aedan ‘lupo’ Lywelyn si fronteggia con la….sorella? Bella roba.
Il principe Lewis mi fa un mezzo inchino.
“Avanti, Damian.”- e così dicendo mi lancia un incantesimo, che riesco a schivare più per un movimento elasticamente fisico. Che però, maledetta foresta e melma appiccicosa sotto i piedi, mi costringe al suolo. Ho il tempo di sollevarmi, sfilando e lanciando la mantella.
“Lewis! Preparati!”- lui ride, annuisce, corre verso destra. Lo inseguo parallelamente. Saltando rami, rocce, qualsiasi ostacolo che mi si presenta davanti, mentre gli schiantesimi e le relative protezioni zampillano dalle nostre bacchette come fossero fuochi d’artificio, schioppettando fra loro nelle luci rossastre e azzurre. Lui mi guarda con odio, disprezzo. Solleviamo le bacchette, qualcuno però lo tira dalla camicia, qualcuno afferra me dopo qualche istante dal braccio.
“I CENTAURI!”- ho il tempo di realizzare, senza nemmeno rendermi conto di chi ha trascinato la mia figura, che comincia a correre dopo uno sguardo di rancore verso Jasper.
La guerra. E’ stata interrotta.
Ma non è finita.













08/07/2008
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Martine mi scompiglia ad arte i capelli.
“Ehi, fratellino, attento a non infrangere troppi cuori stasera.”
“Attenta tu, piuttosto. Ho sentito che Benton ti cercava.”
Martine alza gli occhi al cielo.
“Oh, per il Santo Graal. I danni del Whisky Incendiario.”
“Dài, sorellina, non dirmi che non ti piace nessuno. Crale è un bell’uomo. E anche Silente, anche se ha i suoi anni.”
“Ecco. Gli unici due appetibili hanno idee un attimo in contrasto con la mia visione del mondo magico.”ribatte lei, sorridendo.
“Ora torna dalla tua dama, dài. Sono in grado di difendermi da sola.”
Mi allontano da lei e vado a prendere due bicchieri di champagne. Deirdre sta parlando con Amanda, una nostra compagna di Casa, ed insieme commentano gli abiti delle ragazze.
Accanto a noi passa Jillian, bellissima come sempre. Non posso trattenermi dal fare un commento salace. Non appena l’apparizione in bianco si allontana, mi volto verso Dè.
Mi tiene il muso.
“Sono andato a salutare Martine. Si annoia da morire, deve fare la sorvegliante. Sai che divertimento.”
La sua espressione si rischiara.
“Non sarai mica gelosa…”
“No.”ribatte lei con un sorriso incantatore“Ma stai bene attento a quello che fai!”conclude, scoccandomi un’occhiata eloquente.
“Agli ordini, capo. E, mi dica, ora le andrebbe di ballare?”le domando, prendendole la mano.
Accanto a noi, una coppia bizzarra.
Julia Versten, una vera ninfa nel suo abito color zaffiro, e Tom Riddle, perfetto nel suo smoking. I bottoni dello sparato, io lo so perché li ho visti, sono tanti piccoli serpenti dagli occhi di smeraldo.
Ridacchio.
Non riesco a concentrarmi su niente. Né sul danzare, né su Deirdre, che pure è bellissima.
Sono proiettato verso quello che succederà fra poco.

Tom rifiuta con un cenno il mantello che Lenore gli porge.
“Non credo che sia l’accessorio migliore per la Foresta Proibita, mia cara.”afferma, con una lieve intonazione ironica, prima di uscire.
Il grande momento è arrivato, alla fine.
La resa dei conti.
Certo, ammetto che rovinare il mio smoking arrivato da Parigi non è un’idea che mi fa impazzire.
Ma al diavolo la vanità.
A questo punto, contano altre cose.

La Foresta Proibita.
La Giungla Proibita, dovrebbero chiamarla.
Non ci sono liane che penzolano o scimmie urlatrici, ma alla prossima radice che minaccia di farmi sprofondare in questo sottobosco melmoso, potrei fare piazza pulita e trasformare il luogo nel Deserto Proibito.
Deirdre manda un esclamazione di dolore.
“Dè?”
“Maledetto fango!”mi risponde.
Oh, insomma. Cosa deve fare un gentleman in questi casi?
“Abbracciami, su.”
Deirdre sembra stupita dalla richiesta, ma obbedisce senza discutere.
“Voilà.”
Con un gesto rapido, la sollevo in braccio.
“Grazie.”dice, mentre raccoglie la gonna del vestito per non farmi capitombolare.
“Di nulla.”
Deirdre torna con i piedi per terra non appena entriamo nella radura.
Basta radici sporgenti, rami assassini e animaletti di non ben specificata natura che ti sfiorano il viso, per fortuna.
Deirdre si allontana per raggiungere Scarlett, mentre io mi guardo in giro per individuare il mio compagno di giochi.
La testa rossa di Carlisle Hunnam è visibilissima alla luce della luna piena.
“Carlisle! Mio caro!”esclamo.
“Mi spiace Jasp, è già impegnato.”ribatte Ed.
“Ehi, trattamelo con riguardo, mi raccomando. I tuoi incantesimi migliori, amico.”gli rispondo, ben sapendo che è un incoraggiamento superfluo.
Dunque, dunque.
Oh, Jillian se l’è presa Violet. Peccato.
Audrey è con Catherine.
Aedan e Scarlett, caspita, una sfida in famiglia.
Georgiana e Lenore se le stanno dando di santa ragione.
E io?
San Salazar, aiutami tu.
Forse il grande Serpeverde ha udito la mia preghiera, perché ecco che sbuca dal groviglio di rami una figura a me ben nota, soprattutto in ambito Quidditch.
“Damian! Damian Denholm!”lo chiamo.
Non c’è bisogno di altro.
Un incantesimo sta per colpirmi, ma pronuncio in tempo la fattura adatta a contrastarlo.
Siamo il duo più dinamico della radura.
Un paio di sortilegi dopo, ci ritroviamo accanto a Tom e Julia.
“Julia. Sai quali sono state le ultime parole di Ida prima di morire?”domanda il mio Signore.
Intanto, la mia Pastoia Total-Body manca per un soffio Denholm, che è caduto a terra lungo disteso, scivolando sulla melma. Maledetta Foresta.
Rispondo io, ad uno sguardo di Tom. Come non ricordarlo?
Negli occhi di Julia Versten passa un lampo di odio, ma io devo preoccuparmi di Damian che si sta rialzando, altroché, bofonchiando una serie di improperi piuttosto coloriti.
“Lewis!”ruggisce“Ora preparati.”
Ah, meno male, non vedevo l’ora.

La Salinger urla qualcosa. Centauri?

 














06/07/2008
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Fidelius.
Così questo è il nome di una specie di associazione segreta per la difesa dei mezzosangue, dichiaratamente contro quel goblin di Riddle.
Goblin.
Poco fa non sono stata così gentile nel definirlo, ho adoperato tutta la fantasia di cui sono provvista -e a detta di molti è davvero fervida- per accompagnare il suo nome con una serie di epiteti che farebbero arrossire il più rozzo avventore dei locali di Nocturne Alley.
Jillian è effettivamente arrossita, alcuni sono scoppiati a ridere ed un ragazzo ha detto qualcosa circa il mio apparente ed ingannevole candore.
Solitamente non parlo così! Avrei voluto ribattere, ma mi hanno fatto altre domande a cui non mi sono potuta sottrarre, poichè ancora prima di pensare alla risposta la mia bocca si muoveva, quasi fosse diventata un organo del tutto autonomo dal cervello.
<<Mio Dio, Daisy, sei stata ancora più schietta del solito!>> mi sussurra Anne sinceramente stupita, dopo che mi sono riseduta accanto a lei, che pure mi conosce da tanti anni e sa bene quanto possa essere sincera.
Notando il mio disagio, Julia mi sorride << E' un effetto del veritaserum quello di far dire tutto ciò che si pensa. Consente di verificare con certezza la sincerità di chi si interroga.>>
Annuisco un po' incupita per essere stata "raggirata" in questo modo, ma al tempo stesso penso sognante alla pozione che mi hanno fatto bere: so che è molto complessa e non tutti gli studenti del settimo riescono a prepararla con successo.
La riunione prosegue ed apprendo alcune informazioni agghiaccianti, cose che non avrei creduto si potessero verificare in tutta l'Inghilterra, figuriamoci qui ad Hogwarts, la mia seconda casa, proprio sotto il mio naso.
Guardo stupita Julia e mi chiedo come faccia a convivere con un tale peso, a frequentare le stesse lezioni di quell'assassino.
Penserà mai alla vendetta?
Credo che non mi sarebbe mai venuto in mente di mobilitare tutte queste persone fondando un gruppo attivo e militante, probabilmente mi sarei limitata ad ucciderlo a mia volta.
Magari lei non è impulsiva come me ed ha fatto sicuramente la cosa giusta, è stata lungimirante e molto più saggia di come io potrò mai aspirare ad essere.
Mi guardo intorno e nel vedere tutti questi studenti, grifondoro, corvonero, tassorosso, realmente decisi a cambiare le cose, sento come un fuoco che mi brucia dentro e smanio per diventare un elemento attivo a mia volta.
Poi arriva il momento del patronus.
Solo adesso mi rendo conto che qui dentro sono la più piccola e trovo ingiusto che si aspettino realmente che io esegua un incantesimo così avanzato.
Tutti ci fissano -me, Anne ed una ragazza di tassorosso, Polly- aspettandosi chissà quale prova di maestria, che però non arriva, deludendo così le loro speranze.
Dalla mia bacchetta non esce niente, nemmeno una parvenza di incantesimo, nonostante gli altri si adoperino per darci suggerimenti e ripeterci di pensare a qualcosa di veramente felice.
Alla fine perdo la pazienza e pesto un piede per terra, quasi getto la bacchetta e mi metto ad ululare dalla rabbia.
Questa volta, non più sotto l'influenza del veritaserum, riesco a controllarmi.
<<Non mi riesce!>> strillo con una vocetta acuta e indispettita.
Georgiana dichiara chiusa la riunione e con circospezione usciamo dalla stanza delle necessità, mentre i membri senior cercano di rincuorarci.
A costo di non studiare più per i GUFO, riuscirò a fare quel benedetto patronus!

***

Il dormitorio è, stranamente, deserto.
Ancora è troppo presto per i preparativi per la serata e tutte le mie compagne di stanza sono a studiare (o a fare finta) in biblioteca e, visto che stamani era il turno di storia della magia, probabilmente ne avranno ancora per molto.
Ho calcolato tutto per poter trovarmi da sola davanti allo specchio, provando il mio abito per il ballo.
<<O Godric! Ma guardati, sei ridicola! Hai dei capelli che sembrano quelli di Medusa, per non parlare di quella coperta che vorresti spacciare per vestito!>>.
Il mio riflesso mi guarda con una smorfia di sufficienza.
Maledetti specchi magici, mai una volta che si facciano gli affari propri!
Ad ogni modo ha ragione lui, sono ridicola.
Velocemente mi vengono in mente almento tre soluzioni per poter ovviare al problema:

1- Non vado al ballo, il che equivarrebbe ad un suicidio per la mia popolarità. Scappo nella foresta per sempre, dove vengo adottata da un branco di ippogrifi e vivo il resto della mia vita incurante delle maldicenze altrui, dei balli, dei vestiti eleganti e delle formalità mondane.

2- Disegno un pentagono al centro della stanza e vi pongo intorno alcune candele nere, invocando una divinità pagana che in cambio della mia anima mi rende splendida per la serata.

3- Vado al ballo così come sono e amen, tanto non potrò perdere popolarità, giacchè non l'ho mai posseduta.

Sto ancora vagliando quale delle tre possa costituire la scelta migliore, quando fa il suo ingresso Elodie, i libri sottobraccio ed un sorriso sincero sulle labbra.
Restiamo alcuni istanti a fissarci e nessuna delle due ha il coraggio di fare la prima mossa.
<< Così sei qui.>> tenta lei, chiudendosi la porta alle spalle e avanzando verso il suo letto.
<< Lo so che il mio vestito fa schifo, ok? Era l'unico che possedevo ed è rimasto più di un anno sul fondo del mio baule. Sì è sgualcito. Ma non mi importa, perchè non me ne frega niente di questo ballo, a me.>> Dico tutto d'un fiato, aggressiva.
Lei cerca di sorridermi rassicurante -per quanto si possa sorridere ad un avvicinio come la sottoscritta- e prova a convincermi che no, non è affatto un vestito orribile e che il marrone è un colore che mi dona alquanto.
In risposta gonfio le guance e mi rinchiudo in bagno.
Elodie, perchè non solo è una ragazza di rara bellezza, ma è pure gentile d'animo, bussa delicatamente alla porta e dopo aver sfoderato tutta la sua diplomazia, condita da una buona dose di pazienza, riesce a convincermi a fare qualche modifica al mio look.
Sequestra il mio abito e non lo rivedo fino a poche ore dal ballo, in mezzo al caos totale del mio dormitorio.
Mi nascondo in un angolino dietro il letto, perchè mi vergogno abbastanza, e lo indosso con mio sommo stupore.
Prima di tutto il marrone cacca è diventato bordeaux, sono sparite tutte le trine ai polsi ed al colletto, sono state tolte le maniche lunghe ed accorciato il vestito, che ora mi arriva un po' sopra il ginocchio.
El ha provveduto persino alle scarpe, prestandomi un paio delle sue -tanto abbiamo lo stesso numero di piede-.
La guardo con gratitudine infinita: la mia dea pagana!
<< Non è che adesso vuoi in cambio la mia anima?>>
<< No grazie, per questa volta non ce n'è bisogno.>>
Arriva il suo turno di prepararsi, mentre io mi studio criticamente davanti allo specchio, che stavolta non osa fiatare.
Guardo ammirata la mia acconciatura, uno chignon da cui sfuggono alcuni boccoli neri: sembro quasi una persona seria, e dire che hanno dovuto insistere molto prima che io acconsentissi a farmelo fare.
L'abilità della mia amica non basta, tuttavia, a rendermi una persona attraente: i fianchi rimangono piatti e così il mio petto, dallo scollo a V sporgono tutti i miei ossicini che mio padre trova tanto adorabili.
Mio padre. Punto.
Proprio mentre formulo questi pensieri vagamente depressivi appare Elodie ed è quasi un'epifania perchè è bella e luminosa, con i capelli dorati, gli occhioni blu, magra ma con delle forme che la rendono femminile e non assomigliante ad una scopa da quidditch.
Il mondo è così ingiusto e totalmente di parte!
Ecco cosa succede ad avere per compagna di dormitorio una mezza veela.

I miei timori circa la buona riuscita del ballo vengono immediatamente accantonati, tanto che ben presto Anne mi rinfaccia di aver fatto tante scenate inutili, quando entrambe sapevamo benissimo che alla fine mi sarei divertita.
Sì, dico io, ma anche tu eri molto perplessa all'inizio.
Non mi pesa nemmeno il fatto di non avere un "accompagnatore", anzi sono felice di poter scherzare con le mie amiche (quelle scompagnate, ovviamente) e prendere in giro le coppiette.
I maligni potrebbero dire che io sia in verità gelosa, ma sarebbe un'accusa falsa e tendeziosa.
Sorseggio il mio succo di zucca seduta su una poltroncina ai margini della pista da ballo ancora vuota, quando una voce interrompe il filo dei miei pensieri.
<< Come mai una bella ragazza come te siede qua tutta sola?>>
Non faccio in tempo a pensare "oh mio Dio! Un uomo mi sta rivolgendo la parola!" che con orrore scopro che il mio interlocutore è Marck Twain, un grifondoro del sesto anno che ci provò con me quando io ero al secondo.
Rifiutai la gentile offerta dicendogli << Non starei mai con uno che ha un naso grosso quanto la Groellandia>>.
Da piccola ero un po' stronzetta.
Lui mi porge la mano e si presenta: pare si sia scordato dell'increscioso episodio, così anche io faccio finta di niente.
<< Allora, Daisy Brown, ti diverti?>>
<< Be', sì non è male. Insomma, mi aspettavo peggio.>>

Nonostante qualche mio debole tentativo di staccarmi dal mio compagno di casa, la conversazione prende avvio anche perchè tutte le mie amiche devono aver deciso di "non disturbarmi" -fraintendendo tutto, ovviamente!-.
Vengono annunciati Miss e Mister Hogwarts -una cagata che si potevano risparmiare, detto francamente- e sono Julia, che effettivamente è molto affascinante stasera, e, orrore, Riddle.
Mi irrigidisco e soffoco un'esclamazione di profondo disappunto.
Riddle. Ma si può essere più ciechi?
Le danze vengono così avviate e tutta l'attenzione viene calamitata sui due che volteggiano leggiadri al centro della pista; intercetto qualche sguardo disgustato di alcuni ragazzi del fidelius e vorrei tanto alzarmi e deturpare quel visino ipocrita e malvagio che si ritrova.
<< Che gnocca>> dice il mio fine cavaliere.
<< Sì ma è sprecata con una serpe viscida e impomatata come lui>> ringhio stizzita.
Mi alzo per sgranchirmi le gambe ed incontro Jillian e Carlisie.
<< Ciao!>> dico allegra.
Jill mi sorride e mi chiede se mi sto divertendo; abbastanza, rispondo io, e voi?
Anche loro si divertono.
Sembrano di fretta e glielo faccio notare, così si scambiano uno sguardo, indecisi su cosa rispondermi.
Li tranquillizzo, non voglio mica farmi gli affari loro! Andate pure, siete carinissimi insieme!
Jill sembra esitare un attimo e si torce le mani, ma la stretta di Carlisie sulla sua spalla si fa più vigorosa, così mi salutano con un sorriso e spariscono inghiottiti dalla folla.
<< Balliamo?>> Twain non demorde.
<< Vorresti farmi credere che sai ballare?>>
<< Naturalmente, lo sanno tutti!>>

Lo guardo scettica. << Però le bugie le sai dire bene>>
<< Ho molte altre doti, oltre un naso grande quanto la Groellandia>>
Allora si ricorda! AH! Mentitore! Voleva prendermi in giro, avere la sua rivalsa!
Lo guardo incazzata, giro i tacchi e me ne vado anche io.

<< E' tutta colpa di mia madre, sai? E' sempre stata molto romantica e voleva per me un nome dolce, così ha scelto Daisy. Solo che non aveva fatto i conti con il cognome e una margherita marrone non ispira tenerezza a nessuno.>>
Non so come sia successo, ma ho finito per raccontare la storia della mia vita a questo spilungone con il naso enorme.
Finita la serata sono così stanca che non mi reggo in piedi e ciò induce il mio cavaliere a portarmi in spalla, ma fatte due rampe di scale rinuncia e si arrende ad non essere affatto cavalleresco.
Ovviamente glielo faccio notare io.
Ci salutiamo nella sala comune dei grifondoro e lui mi stampa un bacio sulla fronte.
<< Non ti allargare. Mi stai simpatico, ma non mi interessi>>
Con una sola mossa entro nella mia camera, mi schianto sul materasso e mi addormento.












06/07/2008
commenti • tag: amori, serpeverde, riddle, grifondoro, corvonero, duelli, morsmordre, fidelius

La sera del Ballo, tanto atteso, tanto sognato, è arrivata.
Coppie felici scivolano leggere, fra risate e sguardi languidi.
Si sa, la sera del ballo molto spesso è preludio di importanti sviluppi sentimentali.
Dopo la tipica isteria che precede sempre questi eventi, io, Jill e le altre siamo riuscite a raggiungere la Sala Grande mantenendo ancora un briciolo di sanità mentale.
Perdo quasi subito di vista la mia amica bionda: è probabile che sia stata catturata dalle reti del suo bel Tasso dai capelli di fuoco, reti che immagino molto convincenti.
“Signore, signori, l’elezione di Miss e Mister Hogwarts!”
Oh, che incubo, me n’ero quasi dimenticata.
Peter sbuffa accanto a me, così gli stringo la mano e gli dico:
“Non siamo mica obbligati a restare qui tutto il tempo.”
Pochi istanti dopo, siamo rincantucciati in un angolino nascosto, intenti in attività molto più piacevoli.
Non sentiamo i nomi dei fortunati, tuttavia veniamo interrotti da un bonario professor Benton, con gli occhi accesi dal Whisky Incendiario, che dà una pacca sulla spalla del mio cavaliere ed esclama:
“Su, su, ragazzi, per questo ci sarà tempo più tardi! Unitevi alle danze!”conclude, con un singhiozzo.”Vado a cercare la professoressa Lewis!”
Peter ed io ci stacchiamo, ridendo al pensiero del professor Benton che prova a conquistare l’algida Martine Lewis, finché una scena quantomeno folle colpisce la nostra attenzione.
Julia che balla con Tom Riddle.
Julia e Tom? Che ballano?! Insieme?!?!
L’inferno deve essersi è tramutato in ghiaccio.
Peter mormora:
“Non è possibile. Andiamo a cercare Sebastian, dev’essere successo qualcosa.”
Mentre ci spostiamo per la Sala, la cosa si fa più chiara e diventa cristallina una volta incrociato Eugene.
“Sono Mister e Miss Hogwarts. Ecco perché sfarfalleggiano insieme.”bofonchia.
Nella sua voce si percepisce netto un tono di preoccupazione.
Julia è pallida, ma tranquilla.
“Non so dove trovi la forza.”dice Isabel.
Neppure io.
Il valzer finisce, con tanto di applausi all’orchestra. Peter ed io cogliamo l’occasione della breve pausa, e ci avviciniamo a Sebastian.
"È il momento. Tom Riddle ha sfidato Julia.”afferma, senza bisogno di domande da parte nostra.
“Dove? Quando?”lo incalza Peter.
“A mezzanotte, nella Foresta. Fra poco si muoveranno Julia e Georgiana, noi le raggiungeremo alla spicciolata per non dare troppo nell’occhio.”
La mano del mio ragazzo si stringe convulsa intorno alla mia.
Ci guardiamo per un istante negli occhi.
“Andiamo.”

Dopo essere inciampata per la terza volta, Peter prende il controllo della situazione e trasfigura le mie scarpette col tacco in un paio di comodi scarponcini, affinché mi possa muovere in modo più agile.
Intorno a noi, sento le voci indistinte di Jill e Carlisle, e di altri membri del Fidelius. Damian impreca contro la radice di un arbusto, alla nostra sinistra.
“Peter, non voglio che ti preoccupi per me, chiaro? Tu combatti e cerca di uscirne intero.”
“Audrey, io… ti amo. Stai attenta, ti prego.”
Poco dopo, sbuchiamo nella radura. La cricca di Tom Riddle è già pronta ad incrociare la bacchette. Abbraccio Peter e raggiungo Jillian.
“Pronta?”le chiedo.
La mano che stringe la bacchetta ha un leggero tremito, ma la sua voce è ferma e priva di esitazioni.
“Pronta.”risponde, con l’ombra di quello che sarebbe un sorriso d’intesa, se la situazione fosse diversa.
Lei si occupa della vipera Violet, mentre io prendo in carico Catherine, l’amichetta della Traviston.
La ragazza è piuttosto titubante.
Mi viene da pensare che non sia proprio felice di essere qui.
Non che io lo sia, ma…è come una catarsi.
Come se, incantesimo dopo incantesimo, la tensione che ho accumulato in tutti questi mesi quasi fluisse via, incanalata nella magia.
Ad un certo punto, colgo un attimo di esitazione in più.
“Stupeficium!”
Catherine cade al suolo, svenuta. Mi avvicino per disarmarla, mentre do uno sguardo circolare intorno a me.
Jill e Violet sono sparite. Julia sta ancora combattendo, così come tutti gli altri.
Nel frastuono generale, sembra che io sia l’unica ad accorgermi di un suono che non è né magico, né naturale.
Clop-clop, clop-clop, clop-clop…
Sono troppo agitata per associarlo con chiarezza a qualcosa, ma mentre si avvicina…
“I Centauri!”urlo“Stanno arrivando!"

 

 













03/07/2008
commenti (1) • tag: famiglia, amori, dolore, serpeverde, riddle, grifondoro, corvonero, duelli, morsmordre, fidelius

Che Julia fosse bella, era indubbiamente logico. Ma la palpabile essenza nel riconoscere, non appena varca la soglia del suo dormitorio, in lei, la creatura più bella che abbia mai visto mi lascia…spiazzato. Quasi senza fiato per un momento che mi sembra interminabile, seppur nella mia immaginazione.
Io sorrido. Lei sorride.
E niente sembra cosa più naturale e splendida del nostro abbraccio. Sfioro il suo polso, notando il bracciale che avevo gentilmente chiesto a Sebastian di consegnarle.
Il suo vestito blu, fine ed elegante ne fa risaltare pelle e sguardo, rendendola quasi..fiabesca, per così dire.
Le sollevo una mano, baciandole leggermente il palmo e le dita, per poi poggiare le labbra sulla sua fronte. <<Non trovo una parola adatta a descriverti. Perdonami.>> Le porgo il braccio, avviandomi con lei nella sala del ballo. Dove le danze hanno inizio. E dove il mio fegato si rode bellamente all’annuncio di miss e mister hogwarts (tali Julia Versten & Tom Riddle). Ai quali spetta l’onore del primo ballo.
Oltre l’enorme fastidio che mi porta la vicinanza di quella serpe a lei, non posso fare a meno di distogliere l’attenzione dalla gelosia tipicamente propria dei legami, e concentrarla sull’espressione sibilante e melliflua del Serpeverde.
Che rilascia un messaggio.
Di morte.
A lei.
Non concepisco.

Rabbia. Che sale. Che nasce. Che divora. Sento il corpo lacerarsi quasi dall’ira che vischiosa scivola nelle mie vene. Quasi non capisco più nulla nella corsa adirata, quasi disperata, nella foresta che sembra ancora più scura adesso. In lontananza, LUI, di fronte a Julia, ride. E ride di gusto, anche.
Fa una smorfia di disappunto e schifo quando mi vede al suo fianco, lanciandogli uno sguardo carico d’astio. Lo ucciderei. Per quello che è. Per quello che ha fatto a Julia. Per quello che ha fatto a me.
Sì. Ha fatto qualcosa anche a me. Lui e le sue manie per il sangue puro. Mi hanno diviso completamente da una delle persone che amavo di più. Merita di morire.
<<Stupeficium>>, sento il mio corpo balzare indietro. Non cadere completamente, ma prossimo a perdere l’equilibrio. Nell’ombra qualcosa si nasconde. Riddle sorride.
<<Peccato. Mi sarei occupato anche di te ma…sembra che qualcuno muoia dalla voglia di farlo al posto mio.>>, sibila, reclinando la testa per focalizzare nuovamente la sua attenzione su Julia.
Dalla tenebra occhi che baluginano. Occhi che conosco molto bene. Scarlett stringe la bacchetta, il braccio teso. Lei…è stata lei. I principi la affiancano. La Blackster sobbalza, come se non si aspettasse che proprio Scarlett facesse una cosa simile…a me. Mi sollevo, la guardo. La mia espressione muta. Non più il caro, buon, vecchio Aedan.
Non posso. Non posso tirarmi indietro e non difendere chi amo. Non posso. Non ci riesco.
Non è giusto. Tengo la bacchetta scura fra le mani. Sento quasi una scossa elettrica nel momento in cui le parole <<E’ l’ora della resa dei conti.>> pronunciate da mia sorella mi trafiggono il viso.
<<Ti stavo aspettando, Scarlett.>>
Ed è un lento girare. Come predatori che si studiano a vicenda in un ring troppo piccolo.
E’ silenzio, quasi. Sguardi che si incontrano, attenzioni che non svaniscono mentre attorno l’atmosfera sanguina. I suoi occhi, verdi e oscuri come mai prima di adesso, si scontrano sui miei, luminosi e glaciali.
Numerosi colpi. Schivati, respinti. Voci che si innalzano. Incantesimi che si mischiano. Provocando scintille di ogni colore e forza. Non ci siamo mossi. Non più di tanto. Mentre sento passi che invadono la foresta. Gente che si insegue. Noi non ci siamo mossi. Siamo sempre lì.
Forse sono io che non voglio spostarmi più di tanto dal luogo di combattimento di Julia. Lancio un incantesimo. Scarlett lo respinge. Un fascio potente che si scontra con il suo. Contrastandolo.
Attimi di trepidazione. Balzi che non trovano una reale superiorità.
<<PERCHE’ MI HAI FATTO QUESTO?>>, sento la sua voce, confondersi nella mischia confusa di agitazione e panico. E’ arrabbiata, lo sento. Cova rancore e odio. Non verso di me, forse. Non so.
Ma al momento non è più Scarlett.
Non è più la mia Scarlett.
No.
E poi è il vuoto. La voce di Riddle si espande come fuoco attorno a noi, una luce forte.
Ho solo il tempo di rendermi conto di come il corpo di Julia abbandoni le sue forze, accasciandosi al suolo. Privo di alcuna reazione.
<<NO!>>, la mia voce interrotta da uno schianto deciso. Scarlett tiene la bacchetta tesa.
Sento i muscoli scontrarsi contro una superficie fredda.
<<Scarlett…>>, biascico, incredulo quasi.
La nuca mi fa male.
Sanguina. Sento il sangue sul collo e sulla bocca.
Deglutisco. I suoi passi, veloci, che si allontanano. Rumore che non distinguo.
Stringo la terra fra le dita. Trascinandomi ansante verso il corpo della mia fidanzata.
Arrivo con fatica sebbene sia  poco distante, ha gli occhi chiusi e la pelle leggermente scurita, forse dall’impatto col suolo. E’ fredda al tatto.
Non si muove.
<<JULIA!>> è un grido che fa eco.
E sento, per la prima volta, le lacrime premere prepotenti sotto le palpebre.













20/05/2008
commenti (5) • tag: amicizie, grifondoro, corvonero, fidelius

« Un ballo, capisci? » esclama Prudence tutta concitata, battendo le mani davanti alla bacheca « Un ballo vero! » continua in un soffio, gli occhi luminosi di gioia davanti alla bacheca dell'ingresso.
« Un cosa? »
Ecco, sapevo che prima o poi sarebbe dovuto succedere di nuovo. All'ultima festa da ballo ho rischiato di strappare il vestito più bello che abbia mai posseduto con una rovinosa caduta giù per le scale. Il fatto che nessuno fosse presente non cambia il mio conseguente rigetto verso qualunque abito lungo e verso scarpe sopraelevate anche solo di due centimetri.
« ... ti prego, no » bofonchio, in direzione dell'annuncio, che ormai sono arrivata a leggere con i miei occhi. Come se non bastasse averlo già sentito una volta dalle labbra forse più entusiaste dell'evento in tutta la scuola. Ora mi toccheranno, se i miei calcoli sono esatti – cosa di cui dubito – due settimane di preparativi intensivi e rose e fiori che sbocciano tra tutti gli esseri di sesso opposto che si trovino a meno di due metri di distanza. Che meraviglia.
« Annabel! » prende a fare lei crucciata, piazzandosi davanti a me a mo' di palo « Dovresti apprezzare le occasioni che la vita ti offre! E' la volta buona che trovi seriamente un ... ahia! » un po' di carica muscolare e uno scapaccione dritto dietro la testa, ecco cosa ci vuole.
Possibile che una come lei sappia pensare sempre, continuamente a un principe azzurro dei sogni, perlopiù variabile a periodi minimi di due mesi? Va bene, devo ammetterlo, oggi non è una di quelle giornate esattamente parlantine oltre limite massimo, ma ciò non significa che io sia diventata una specie di cadavere ambulante con il pallino per il pessimismo cosmico! Arriverà quando arriverà, fine della storia.
« Eddai, smuoviti! Che hai oggi? » mima una mal riuscita scena di resa con una scrollatina di spalle. In effetti, di solito la scena visibile al nostro passaggio in pubblico è quella totalmente opposta. E quando capita la giornataccia... beh, capita a tutti. Sarà stato il compito di Divinazione di oggi, che mi lascia nello stomaco qualche dubbio sulla sua riuscita, o forse è solo quello che ho mangiato stamattina?
« Oooh, eleggeranno anche Miss e Mister Hogwarts! » sussurra concitata, stringendo i libri al petto e illuminando gli occhi di due stelline lucenti « Dai, Ann, partecipa anche tu! »
Ok, se voleva farmi ridere, di sicuro ci sta riuscendo alla grande. Non ho mai sentito stupidaggine più grande di questa in sei anni di frequenza qui ad Hogwarts!
« Divertente, Prue » faccio ironica, aumentando il passo verso la sala comune – per quanto l'altezza modesta mi permetta spinte elevate su entrambi i piedi, ovvio.
« Non sto scherzando » risponde crucciata, scostandosi i capelli dal viso « Le partecipazioni sono aperte a tutti, perché non provare? »
« Perché non ti iscrivi tu, invece di girarmi intorno a mo' di mosca? » sbuffo, per poi mormorare senza interesse la parola d'ordine dei Grifondoro « Sarebbe decisamente costruttivo, senza contare che la finiresti di ridurre la mia pazienza in briciole di pane » concludo gettandomi sul divano, appena varcata la soglia.
Ok, quando è così non c'è niente da fare. Neanche vedere Riddle ballare la samba con un costume rosa da coniglio mi tirerebbe su di morale, ed è tutta colpa di quel maledetto compito. Ancora mi chiedo perché non abbia scelto Babbanologia, con tutti i vantaggi che avrebbe portato.
« Ok, scusa » sospiro. In fondo voglio troppo bene alla mia migliore amica, e stava solo cercando di animare le noiosissime ore infra lezioni, come solitamente mi trovo a fare io...
« Comunque sia, miss acidona » Prue riprende il suo discorso, agitando convulsamente le mani in aria come a voler spiegare chissà quale teoria di Aritmanzia « Che tu venga sola o accompagnata, ti serve un vestito nuovo, e a questo ho pronto rimedio » continua con un sorriso soddisfatto in viso.
« Un vestito nuovo? » esclamo, sgranando gli occhi « Intendi lungo? » chiedo con un brivido, aggrappandomi ad un cuscino.
« Mi sembra logico, come ad ogni ballo che si rispetti » la bionda si scosta un ciuffo di capelli dal viso, per poi alzarsi in piedi « Muoviti! » dice indicando il dormitorio.
Oh, dio. Non sono psicologicamente pronta ad affrontare un tendone di raso tutto pizzi e merletti, non ora, non il giorno prima del compito di Pozioni e non quello dopo il compleanno di Arcibaldo! Ora che ci penso non ho ancora salutato Charlotte, e volevo perlomeno che desse l'esame di prima...
Sospiro, salendo le scale della torre: ormai si sa, se lei vuole qualcosa non c'è possibilità di smuoverla. Entro nel dormitorio femminile, chiudendo la porta dietro di me e mettendomi a sedere sul letto, circoscrivendo le ginocchia con le braccia e osservando la mia compagna di casa frugare nel suo baule.
Dopo una lunga e quasi interminabile attesa, mi sento soffocare da un ammasso di seta morbida giunto sulla mia testa a velocità supersonica.
« Ecco qua! » sorride Prudence giuliva, saltellando fino a me con le mani intrecciate fra loro.
Mi districo dalla presa di quello che sembra un essere animato con milioni di tentacoli, per poi riuscire finalmente ad osservarlo nella sua integrità.
E' molto lungo, molto stretto e soprattutto molto rosa. Nient'altro da osservare, se non il pizzo spaventoso che ricopre l'orlo inferiore...
Ma come tutti sanno, sebbene possa sembrare strano, a volte ho un tatto anche io, e offendere quel suo bel faccino luminoso di gioia e piacere di aiutare gli altri sarebbe un'azione sconsideratamente cattiva.
« Beh, è... » mugugno, cercando le parole adatte a descrivere quell'invadente capo di abbigliamento, che ormai sta riuscendo a rovinarmi la giornata più di quanto non lo fosse prima « E' molto elegante, sì » concludo con un sorriso, stendendolo sulla coperta rossa e oro.
« Sapevo che ti sarebbe piaciuto! » esclama la bionda prendendolo tra le braccia, per poi riporlo subito nel suo baule, tra i vestiti e la biancheria invernale ormai riposta.
Sospiro.
« Ma certo, che pensavi? »


***

La biblioteca dovrebbe essere deserta, a quest'ora della sera, eppure qualche forma di vita ancora la sta esplorando, con i suoi occhietti forse curiosi, forse assetati di sapere, o semplicemente stanchi e bisognosi di andare a cena, ma obbligati a restare per completare chissà quale importantissimo compito dimenticato.
« Ehi! » esclamo gioconda, suscitando una reazione perplessa della bibliotecaria, appena scorgo la figura di Jillian farsi largo tra gli scaffali.
Abbasso il tono di voce « Qual buon vento? » chiedo con una risatina, vedendola sobbalzare al mio arrivo.
« Oh, Annabel... » alza le spalle, vagamente imbarazzata, ed esita un momento prima di chinarsi verso il mio tavolo « Cercavo giusto te » sorride.
« Cercavi me? E come mai? »
« Uhm... ti va di spostarci altrove? E' una cosa piuttosto privata »
Annuisco, leggermente spaventata. Dopotutto non dovrei fidarmi degli sconosciuti, sono una figlia di babbani e questo non è il periodo giusto per seguire nessuno che non conosca da almeno due mesi in qualche oscuro anfratto della scuola. Però Jillian, lei è così dolce e tenera, specialmente quando scuote la testa in quel modo adorabile prima di dire qualcosa di importante...
« Ti seguo » annuisco, recuperando il sorriso, per poi lasciarmi condurre dalla bionda attraverso i corridoi, illuminati dalla fioca luce del tardo pomeriggio che filtra dalle alte vetrate. Finchè non giungiamo davanti a un muro spoglio, i mattoni erosi dal tempo ma ancora visibili.
« Annabel, probabilmente ti sembrerà una stranezza ciò che sto per dirti » spiega dolce, anche se leggermente impacciata « Ma vedi, da quando i conflitti tra gli studenti si sono fatti così frequenti... » continua, mordendosi la lingua e dirigendo lo sguardo verso la parete.
« Siamo già un po’, ma contiamo di allargarci. Difendiamo i Mezzosangue » senza mezzi termini, lasciandosi andare a un sorriso « Puoi unirti a noi, se vuoi » conclude, facendo cenno verso l’arco murato e completamente vuota.
« Io... ovviamente sì » annuisco, leggermente confusa, ma non faccio in tempo a chiedere ulteriori spiegazioni, che davanti a me si materializza l'ultima cosa che mi sarei aspettata di trovare: una porta. Una semplice porta come tante altre, se non fosse per il fatto che sia appena apparsa dal nulla, dalla quale fa capolino la testa mora di una ragazza, sicuramente più grande di me, a giudicare dall'aspetto – ma dopotutto, anche uno del quarto potrebbe sembrare più grande di me...
« Julia » saluta lei, con un cenno della mano « Annabel » sorride, indicandomi.
« Nuova recluta, non penso dovrebbe dare problemi ma farei ugualmente il test » proferisce con aria professionale « Che ne dici, Ann? »
Test? Dio mio, detta così è inquietante, ma spero di potermi fidare...
« D'accordo » stringo la mano alla ragazza più grande, evidentemente Julia, prima di vedermi porgere un'ampolla di vetro contenente un liquido cristallino. E' chiaro l'invito a berla, immagino.
Ne mando giù un sorso, accorgendomi del suo sapore molto simile a quello della semplice acqua, prima di avvertire un leggerissimo giramento di testa. Oh, dio, che cosa ho fatto. Accettare da bere da degli sconosciuti qualcosa di cui non conosci entità, e perlopiù in un periodo così drammatico per i figli di babbani di tutta la storia di Hogwarts...
« Annabel, cosa pensi di Tom Riddle? »
Potrei aggirare la cosa esponendola con parole dolci, ma è inevitabile che mi ritrovi a gesticolare animatamente, senza la forza di trattenere la mia risposta.
« Penso che sia una lurida, schifosa e putrida serpe strisciante che non ha altro da fare se non piantare quel suo bel faccino in giro, e francamente penso che... » sbotto stizzita, prima di sentirmi chiudere la bocca con una mano. Peccato, mi sarebbe piaciuto sfogarmi, ora che le parole sgorgano così prepotentemente e senza lasciarmi possibilità di controbattere.
« Hai contatti con lui o i suoi seguaci? »
« Per chi mi avete preso? » torco il capo, offesa.
« Condividi le sue idee riguardo i cosiddetti Mezzosangue? »
« Io sono la Mezzosangue più fiera di questa terra! » esclamo ergendomi in piedi e scoppiando a ridere. Ok, questo potevo risparmiarlo, ma l'istinto si sta sovrapponendo alla ragione in un modo in cui non lo avevo mai provato prima.
Julia annuisce, lanciando uno sguardo ad un'altra ragazza appena comparsa dietro di lei.
« Beh, allora... » proprio quest'ultima abbozza un sorriso « Benvenuta nel Fidelius »












19/05/2008
commenti (4) • tag: confidenze, amori, amicizie, grifondoro, corvonero, tassorosso, fidelius

Oggi partono i reclutamenti dei nuovi membri. Milo Ashmore, Opal Worthington, Damian Denholm. Carlisle e Eugene con il primo, Sebastian con gli altri due, in momenti diversi.
Io, invece, devo parlare con Cassandra Becket.  La migliore amica di Ida. E poi con Aedan, ma è un’altra storia.
Stamattina ero intenta a fare colazione, anche se con tutte le cose che sono successe, lo stomaco era piuttosto chiuso.
“Julia, posso parlarti?”
Ho accettato. La Tassorosso ha poi iniziato ad espormi i suoi sospetti. Sospetti non infondati, che potevano metterla in pericolo.
Un’idea si è fatta strada nella mia mente: farla entrare nel Fidelius. È la cosa più logica. Sarebbe più tranquilla, e più protetta. Così, mi sto avviando a descriverle la situazione.
Cassandra mi aspetta nel parco, vicino al lago.
“Ciao, Julia.”
“Ciao, Cassandra.”
Iniziamo a camminare sulla riva, mentre cerco di spiegarle gli eventi sotto una nuova luce, più sinistra ma chiarificatrice. Alla fine, ha gli occhi lucidi.
“Devi venire con me in un posto.”le dico.
“Quando?”
“Te lo farò sapere.”
Ci dirigiamo verso la Sala Comune di Tassorosso, in silenzio. La accompagno fin sull’ingresso, dove la saluto. Cassandra si slancia ad abbracciarmi, e scoppia a piangere. Lascio che si sfoghi, poi le offro un fazzoletto.
Pochi istanti dopo, è in ordine, e con un sorriso triste rientra fra i suoi compagni.
Mi volto per andare via, quando intravedo una figura familiare girare l’angolo in tutta fretta. Una figura alta, magra, con un gran casco di capelli biondi. Eugene.

“Eugene!”esclamo, raggiungendolo e prendendogli il braccio.
Lui dà uno strattone, ma si ferma. Brontola qualcosa di incomprensibile.
“Eugene, non volevo.”
Guarda con ostinazione il pavimento, concentrato sugli stivali da giardinaggio infangati che ancora indossa.
“Erano il mio pianoforte, la mia aula.”ribatte, a voce bassa.“E voi li avete usati come…come…”
“Mi dispiace, in quel momento non ci ho pensato.”
“Già.”
Un muro, ecco cos’ho di fronte. Cerco di non perdere la pazienza, anche se il mio istinto più primordiale sarebbe quello di appioppargli uno schiaffo. Non ottiene nulla con questo comportamento da bambino offeso.
Sospiro.
“Ti va se andiamo a parlarne da qualche parte?”
Annuisce con un mugugno.
Poco dopo siamo in Sala Grande, di fronte a due enormi bicchieri colmi di latte caldo.
“Non so spiegartelo bene neppure io.”
Non mi guarda. Non mi ha ancora guardato da quando l’ho incontrato.
“Mi hanno sempre considerato la ragazza di ghiaccio. Forse in parte lo sono davvero. Ho avuto altre storie, altri ragazzi. Uscivamo due volte e poi mi stancavo. Sono una persona incostante, sotto questo punto di vista.”
Eugene arrossisce appena.
“Poi, è arrivato Aedan. Ci ha messo molto tempo a convincermi, te lo assicuro. Non volevo dargli alcuna possibilità. Per una serie di motivi.”
“Ad esempio sua sorella.”dice.
Sorrido. Ha parlato di sua spontanea volontà. Miracolo.
“Ad esempio lei, sì. Ed una serie di altre cose. Ti capita mai di aver paura? Non per un male fisico. Per una sensazione di disorientamento che ti prende da dentro. Uno smarrimento bizzarro, che ti fa star bene e male allo stesso tempo.”
Annuisce. O forse è un altro mugugno. Poi beve un sorso di latte.
“Ti dico tutto questo non per giustificarmi, ma per farti capire che, se ho in qualche modo profanato il tuo angolo privato…mi dispiace moltissimo.”
“Va bene.”
Mi sono aperta con Eugene più di quanto abbia osato farlo con me stessa, riguardo questa situazione. Forse l’ha capito anche lui.
“E poi…”aggiungo, per sdrammatizzare“Non è successo quasi niente. Ci hai preso in tempo. Il pianoforte è ancora incontaminato per ospitare te ed Isy.”
Eugene sta soffocando nel latte.
Scatto in piedi e cerco di farlo tossire il più possibile.
“Julia.”
Alza lo sguardo verso di me, con il respiro affannoso. Sembra voler dire qualcosa, con il viso contratto in una smorfia che lo assomigliare ad un orsetto, gli occhioni blu ancora colmi di lacrime.
“Prometto che non succederà più, mio piccolo Chopin. E adesso, sarà il caso di tornare nel tuo dormitorio. Sei fradicio di latte.”


Ammettiamolo.
Entrare nel Fidelius senza avere la più pallida idea che esista può essere traumatico. Ma stasera abbiamo ben cinque nuovi iscritti: Opal Worthington, Milo Ashmore, Damian Denholm, Cassandra Becket…e Aedan.
Se la sono cavata bene con l’interrogatorio, soprattutto Damian che alternava indignazione e sprazzi del suo solito umorismo. Opal invece sembrava sul punto di far esplodere qualunque cosa.
Alla fine dell’incontro, Georgie sembra stanca, il suo viso è piuttosto nuvoloso.
“Tutto bene?”le chiedo.
“Sì. Anche se non sono sicurissima su alcuni nuovi acquisti. Ad esempio, Cassandra. Credi che abbia la capacità emotiva di farcela?”
Le espongo la mia prospettiva, e Georgiana annuisce. So che non è del tutto convinta, ma spero che col tempo lo sarà.
“E Aedan?”
“Aedan…è roba tua. Mi fido di te. Se senti di poterti fidare di lui, allora posso tentare anch’io.”
“Grazie!”esclamo, sopraffacendola con un abbraccio.
In effetti, non è entusiasta, ma temevo che l’avrebbe bocciato in pieno…invece c’è un minimo margine di manovra.
“Vài pure dal tuo Corvo, tanto c’è Sebastian che mi aiuta a mettere a posto…”
“Sì. Mettere a posto. Questo è l’eufemismo del secolo!”
“Julia Versten! Non so tu che cosa intenda per mettere a posto, ma io mi riferisco alla mera attività di riordino. E con questo, fuori di qui!”dice, facendo un gesto con la mano.

Aedan mi sta aspettando vicino ad una delle grandi finestre del settimo piano.
“La sua scorta è qui, milady.”
“Grazie infinite, messere.”
Camminiamo fianco a fianco per un po’, finché non lo sento sbuffare. Mi avvolge le spalle con il suo braccio sinistro, ed io lo assecondo rincantucciandomi.
“Certo che una ragazza meno appiccicosa di te non l’ho mai vista.”sbotta.
“Ma guarda, non mi sembravi il tipo da romanticume.”
“Ti stupirò. Ad esempio, se non mi piacesse un minimo di romanticume, non ti inviterei al ballo.”
“Lo stai facendo?”
“Accetteresti?”
Per chiudere questo gioco del gatto col topo, rispondo:
“Con grande sforzo…penso che potrei accettare.”
“Meraviglioso. Avverto la stampa?”
I miei intenti di pace svaniscono. Non posso che prenderlo a pugni.
Aedan lascia fare, e dopo un poco mi blocca i polsi con le mani.
“Come sono sottili…”
“Grazie. Ora ti dispiacerebbe lasciarmi andare?”
“Un momento solo.”dice, avvicinando il suo corpo al mio.
Sussurra:
“Julia, vuoi venire con me al ballo di fine anno?”
“Sì, Aedan. .”

 

 














16/05/2008
commenti (1) • tag: discussioni, amori, speranze, amicizie, paura, grifondoro, corvonero

Peter mi chiude la bocca con un bacio, mentre gli sto spiegando gli utilizzi della mandragora nelle pozioni.
“Tesoro, smettila di parlare…”mormora, infilando una mano sotto la mia maglia.
“Fermo, se non studi finirà che il prossimo anno dovremo dare i M.A.G.O. insieme.”
“Ti dispiacerebbe?”
“Uhm. Sì. Cosa farai nella vita?”
“Oh, non lo so, c’è tanto tempo per decidere…”
“Non è vero, e tu lo sai.”
Il mio ragazzo tace, infastidito.
“Mi mancherai, è ovvio. Ma voglio che tu vada avanti, non che ti fermi!”
La sua espressione si ammorbidisce, mentre arrotola uno dei miei boccoli intorno alle dita.
“Io ti amo, Audrey. Lo sai.”
“Anche io.”
Che tono strano.
“Se succedesse qualcosa il prossimo anno, quando io non ci sarò…”
Si blocca.
“Ecco, non posso pensarci.”
“Allora, stupido. Prima di tutto, sono una Corvonero, e anche abbastanza intelligente, credo. Quindi uno Schiantesimo so lanciarlo più che bene, come la tua amica Alice Knox ricorda ancora. In secondo luogo, non sarò sola. Chiaro?”
“Sì, lo so. Ma dopo l’aggressione a Georgiana…”
“-Dopo l’aggressione a Georgiana- niente. Ce l’aspettavamo tutti in un certo senso.”dico, tagliente come a volte mi costringe ad essere.
“Questo è vero. Ma non posso fare a meno di preoccuparmi per quando non ci sarò. Audrey…ti prego, stai attenta. Fin da ora.”
“Non c’è bisogno di dirmelo.”


Torno nella mia stanza sbuffando.
Sono cosciente dei rischi, del pericolo che corriamo tutti. Però non sopporto Peter quando si fa prendere dalle sue manie da mamma chioccia. Se mi sono innamorata di lui, è stato per la sua indipendenza da me.
Prima, i miei ragazzi erano sempre stati docili strumenti nelle mie mani. Peter era la variabile impazzita, che ogni studente di Aritmanzia adora.
Lancio la cartella con i libri sul letto e mi lancio in bagno per farmi una doccia decente. Jillian ne emerge con la testa avvolta in un asciugamano azzurro, e mi saluta con uno dei suoi sorrisi.
Poi mi dice:
“Tesoro, tutto bene?”
“Sì, perché?”
“Hai un’espressione…corrucciata.”
“Peter. Si è fatto venire le paranoie. Perché lui il prossimo anno non ci sarà più, e io sarò sola a lottare contro i cattivi.”
Jill si siede e inizia svolgere l’asciugamano, rivelando i suoi lunghi capelli biondi, che da bagnati hanno una sfumatura scura.
“Dev’essere preoccupato, non dovresti prenderla così…”
“Non è per quello. Ma già ho paura io. Se ci si mette anche lui…crollo.”
Sento il viso caldo.
“Già, è difficile per tutti. Anche io a volte…”
Rabbrividisce.
Mi siedo accanto a lei.
“Cosa possiamo fare, d’altronde?”chiede.
“Soltanto sperare e prepararci al peggio.”
Il racconto delle gesta di Julia Versten e Aedan Lywelyn sta facendo il giro della scuola. Eugene Pennington lo ha raccontato a Milo Ashmore; e raccontarlo a Milo equivale a spargere il pettegolezzo per tutte le Isole Britanniche.
“Ma secondo te è vero che li ha sorpresi proprio nel momento clou?”domanda Rachel, ridacchiando.
“Ah, non saprei. Isy, cosa ci dici?”
Isabel avvampa all’istante.
“Io…a dire il vero, non gli ho chiesto nulla.”
“Come, non gli hai chiesto nulla?!”continua Rachel, impietosa, fingendo indignazione.
“Ehm…”
“Su, lasciatela stare, povera piccola…”interviene Jill, con una carezza sulla testolina castana.
Ridiamo tutte e quattro, dimenticando per un istante Fidelius, Riddle e tutto quanto.

 














13/05/2008
commenti (5) • tag: discussioni, amori, amicizie, paura, dubbi, guai, errori, riddle, grifondoro, corvonero, duelli, morsmordre, fidelius

« non c'è niente da ridere. » rimbecco secca due delle mie ragazze, che in fondo alla stanza delle necessità continuano a singhiozzare per soffocare la loro ilarità. Il motivo di tanto divertimento è chiaro a tutti: neppure io, in situazioni normali, riuscirei a stare seria davanti a Eugene Pennington rosso come una lampada giapponese che tenta di non rifuggere il contatto fisico con Isabel, alla disperata ricerca della sua mano. Il poverino è alla sua prima relazione, e si è beccato pure la piccola geisha della situazione. Guarda ostinatamente verso di me al posto di badare a lei, rimarcando con l'espressione da orso ferito che le mie parole gli salveranno la vita, almeno per mezz'ora.
Poco più in là, altrettanto smarriti, siedono i nuovi acquisti: Opal Worthington che stringe le mani una contro l'altra, probabilmente per evitare di far esplodere qualcosa mentre sbava copiosamente su Milo Ashmore, del tutto assorto ad osservare la stanza che non ha mai visto prima e che sembra aver fatto breccia nel suo immaginario. A completare l'allegro terzetto di nuove leve che mi aspettavo di incontrare, Damian Denholm, grifondoro del sesto anno che Julia ha preso sotto la sua ala protettiva. E, a proposito di miss Versten e dei suoi amici, possiamo notare alla mia destra uno splendido esemplare di vitellone dall'occhio luccicante, anche conosciuto come Aedan Lywelyn Innamorato. Il farfallone è tutto preso a lanciare sguardi mielosi alla mia amica, seduta al mio fianco e tutta presa dalla compilazione del diario di bordo.
Ripasso tutti i volti di coloro che sono seduti qui davanti e pendono dalle mie labbra: ragazzi pieni di speranze, con progetti idee e piani. Tutti messi in pericolo da me. Lanciati a occhi bendati tra le grinfie di un pazzo furioso. « ho fatto un guaio, ragazzi. » esordisco con gli occhi che già mi si riempiono di nuovo di lacrime; probabilmente sembrerà che stia andando ad un funerale, ed in effetti il mio si profila non più così distante. « Riddle mi ha letto nel pensiero ed ha scoperto il Club. » ancora mi chiedo come faccia ad essere stata così idiota; a lasciarmi pescare nella testa senza neppure pensare che Tom non si limava di certo le unghie come Elizabeth Hale, durante la riunione dei Caposcuola.
Meriterei d'essere appesa per le orecchie alla torre di Londra, per questo. Per la delusione e lo sconcerto che si dipingono sulle facce degli altri membri del club, una serie di sguardi vacui improvvisamente concentrati su di me. Lo so, sono stata una cretina. Tanto vale farla finita e dirla tutta; sento la mano di Sebastian che mi sfiora le scapole, per poi appoggiarsi oltre la mia schiena, sulla spalla opposta. E' che lui sa, lui c'era; è successo tutto sotto i suoi occhi, anche se nessuno ha passato in rassegna i meandri del suo cervello. Prendo un respiro profondo, socchiudo gli occhi. « non so cosa ci possa succedere. quel che è certo, è che tutto quello che abbiamo imparato ora potrebbe servirci. » le fatine di Corvonero avvicinano le teste ed iniziano a sussurrare, primo cenno di vita da interi minuti a questa parte. « dobbiamo stare uniti, ora più che mai. non andate mai in giro da soli. mai e poi mai senza bacchetta. occhi aperti, mano pronta. » nessuno sembra prendere di buon grado questi ordini: ho fatto un macello, lo sapevo. Ho messo nei guai tante persone da formare una classe scolastica. Mi sento di nuovo le lacrime che premono contro le palpebre, come la notte dello scontro con Lenore. Il vocio sommesso si fa gradualmente più forte; parlano tra loro, commentano, cominciano già ad organizzarsi. Mi auguro solo che nessuno finisca male per colpa mia: sarebbe una cosa che non riuscirei mai a perdonarmi. 

***

un paio di giorni dopo.
« su, julia! tieni dritta quella schiena! » sua divinità si è messa a prendere lezioni di duello dalla sottoscritta; agito la bacchetta e la colpisco con uno sbaffo di fumo in faccia. « vedi? se non stai attenta, ti frego con un attacco diretto! » so che probabilmente ora mi beccherò uno schiantesimo nello stomaco, ma dobbiamo essere perfetti - lei, soprattutto. Le pareti della Stanza delle Necessità sono sgombre e coperte di grossi materassi, come se fossero insonorizzate, ma serve semplicemente per evitare che ci spezziamo le ossa in atterraggi fatti male. Io e la mia migliore amica ci muoviamo lentamente, disegnando un circolo a terra con i nostri passi, mentre leviamo la bacchetta davanti alla faccia, pronte ad attaccare. sento chiaramente il suo polso che fa un piccolo schiocco e, senza neppure pensarci, mi accovaccio, evitando per un pelo che una palla di luce bluastra che mi avrebbe trasformata in un lampone vivente.
« ma come fai! » esclama alzando le mani, dopo che per l'ennesima volta ho sventato il suo attacco.
« riflessi; ci sono abituata. » mi stringo nelle spalle, facendo ruotare distrattamente la mia arma tra le dita. « attenta ad ogni movimento. ogni rumore. non c'è niente attorno, solo tu e il tuo avversario. » non la vedo molto convinta. « e gli incantesimi, ovviamente. » aggiungo sollevando gli occhi al cielo. Lei si risistema, io faccio un respiro profondo. Se si concentrasse di più, farebbe a fettine me e tutti quelli che provano a sfidarla. Mi concentro sul fruscio dei suoi vestiti; forse basterebbe solo un tremito della sua palpebra per farmi capire che sta per respingere correttamente il mio attacco.
« ooooh! » subdola. Si è accorta che stavo per attaccare e mi ha fatto fare un volo di tre metri all'indietro; questa donna ha capito tutto della vita. « infida! » esclamo rialzandomi, e già applaudendo. Finalmente è arrivata a concentrarsi nel modo giusto; cioè abbastanza da percepire le intenzioni ancor prima che lo stesso avversario si sia reso conto di averle pensate. Questa donna è pronta per sfidarsi con chi vuole. Riddle compreso.

***

Adoro il bel tempo. Il sole, il caldo che brucia la pelle anche attraverso i rami. Certo, ben diverso da notti buie e cime tempestose, ma questa è la vita reale, non una delle mie opere. Sto a pancia in giù con i gomiti piantati nell'erba e il taccuino blu ( fresco di acquisto ) aperto d'avanti. Al mio fianco, con la testa appoggiata sul maglione buttato sull'erba, sonnecchia Sebastian, con la bocca semiaperta ed una mano infilata sotto l'orlo della mia camicia; mi sfiora il bacino con la punta delle dita, ed è l'unico segno di vita che dà. Momenti di beatitudine. Abbiamo rinunciato a studiare per stare insieme, almeno un pomeriggio prima che gli esami ci riducano in fin di vita.
« Georgiana? » rotola su un fianco e socchiude un occhio, guardandomi di soppiatto e ritirando la mano dalla mia schiena.
« Mh? » alzo appena la testa, rivolgendogli uno sguardo annoiato; lui sorride e mi si tuffa addosso, baciandomi come se non lo facesse da tre anni.
« Vieni al ballo con me. » l'ha detto. L'ha detto. Scoppio a ridere e lascio che mi strappi di mano il taccuino, facendomi poi affondare la testa nell'erba.
« Contaci. »













12/05/2008
commenti (4) • tag: discussioni, confidenze, amicizie, dubbi, riddle, grifondoro, fidelius

Ho mille pensieri. Mille e forse anche più. E’ una situazione insostenibile. Soffocante. Vorrei scappare ma sarebbe sciocco. Guardo in giro e vedo lo stra-maledettissimo potere dei Serpeverde estendersi qui a scuola come un fuoco che non si estingue mai. E questa faccenda mi provoca fastidio/rabbia/frustrazione.
Il flusso dei miei pensieri è veloce, un turbine. Provo a fermarlo e, fortunatamente, qualcuno ci pensa per me. Sebastian mi si scontra di fronte, prendendomi per un braccio, riportandomi verso la parte dalla quale stavo venendo. “Dobbiamo parlare,Dam.” –esordisce trascinandomi.
“Capisco che tu mi faccia una corte spietata, Seb, ma vorrei dirti fin da subito che non sei il mio tipo” –ironizzo, seguendolo. Fin quando non mi porta praticamente dietro l’angolo alla fine del corridoio.
“La faccenda della quale dobbiamo discutere è importante.”-esordisce, come se non avesse minimamente sentito la mia battuta. Io annuisco, inarcando un sopracciglio. Più che altro stranito dalla sua “non risposta” al mio scherzo. Generalmente Sebastian aspetta di cogliere la palla al balzo pur di mostrare il suo lato comico, peraltro piacevole.
“Quando vuoi.” – rispondo.
“Stasera. Assolutamente stasera.” –ci pensa un attimo.- “Stasera, in sala comune. Ci vediamo lì.”


Elodie è scappata. Come sempre, possibile che non riesca MAI a star ferma quando ci sono io? Non la capisco. Ci provo ma non la capisco. Vorrei avere una sfera magica che mi permetta di leggerle quello che le passa per la testa, a volte. Si è arrabbiata con me, temo. Oddio, ne sono proprio sicuro in realtà. Considerando il fatto che mi ha praticamente schiaffato in faccia il fatto che IO non mi sono accorto di nulla. Che lei mi “guardava” dal primo anno, che sono sempre stato un idolo, qualcosa di irraggiungibile. Abbasso lo sguardo, controllando per bene me stesso. Ok, adesso posso anche dirlo. IO?Il suo dio, io???Elodie Qui c’è qualcosa che non va. Assolutamente qualcosa che non va. Ma come può dirmi una cosa simile dopo che per cinque, cinque (e scandisco bene affinché il mio cervello riesca ad assimilare questa affermazione) anni è scappata a gambe levate dal sottoscritto? Mi evitava come la peste, proprio rifuggiva ogni contatto, anche il più sciocco. Non si soffermava nemmeno per un momento. Per non parlare poi del fatto che non c’è stata MAI una volta nella quale incrociava il mio sguardo serenamente. Ogni volta che, malauguratamente per lei succedeva, io cercavo di mantenere un contatto quanto meno “visivo”, ed eccola piantare gli occhi contro la superficie del pavimento, o addirittura scostarsi da una stanza all’altra. Era perfino difficile trovarla in sala comune. Donne…io non le capisco. Sebbene mi sforzi, ma non ci riesco. Picchetto le dita contro il tavolo, lasciando che simili vaneggiamenti accompagnino il mio pomeriggio. Guardo la finestra, dopo aver ricontrollato due volte i compiti svolti, nella speranza di non incappare in qualche errore di ortografia a sfondo romantico non richiesto per via di questa miriade di problemi che si fa la mia testa. Niente, tutto ok. E’ quasi sera, il cielo volge all’imbrunire. E fra un po’. Un bel po’ a dire il vero, ho appuntamento con Sebastian. Stringo la bacchetta, storcendo il naso. Prima, però, ho una faccenda da sbrigare. Un problemuccio che ha tardato fin troppo nella sua risoluzione.

Forse è indelicato. Ci siamo. Forse non è assolutamente quello che si può definire “da gentiluomini”, ma qualcuno mi spieghi come accidenti devo fare io per parlare con una ragazza che praticamente scappa via ogni volta che mi vede. Non si può. A meno che, visto l’interesse reciproco (o almeno così lei dice), io non utilizzi le care e vecchie maniere forti per mettere in chiaro una volta per tutte questo increscioso disguido. “Fammi parlare prima di urlarmi contro” - la precedo, al fine di non dimenticare quello che voglio dirle in modo corretto, fluido e comprensibile. “Elodie, non è un atteggiamento maturo. Piantiamola con queste sciocchezze. Io ti parlo, e tu scappi come se avessi la lebbra. E la cosa oscena è che lo fai da cinque anni. Non da due giorni. Sarò sfacciato e anche ruffiano, ma non posso impormi ad una persona.” - sottolineo  - “Ho provato ad avvicinarti mille e mille volte. Ho cercato di parlarti, fermarti, trovare un punto di incontro, ma niente. Per non parlare del fatto che ultimamente mi eviti in modo palese”.
Forse sarà brutale, ma l’addolcire la pillola non è il mio forte. L’ho sempre considerata una pratica inutile, e anche sciocca, se vogliamo. Bisogna sempre dire le cose per quelle che sono. E questa situazione, non cambia di certo questa eventualità. “Parlandoci chiaro. Era palese l’eventualità che tu mi odiassi proprio” - marco l’ultima frase, e non lo faccio con intenzioni cattive. Ma voglio che si capisca che, se finora non ci sono stati risvolti particolarmente piacevoli, non è stata una cosa per mia scelta. Io c’ero. Io ci sono e ci sono stato. “Io ci sarò, se tu però me ne darai l’opportunità, anziché scappare.” - le sorrido, sedendomi poi di fronte a lei, che abbassa lo sguardo mormorando un sommesso “scusami” fra le labbra dischiuse.
Ma si può? Essere così dolci? Le sfioro la guancia, sollevandole il viso, affinché realmente mi guardi, ora.
“Non fa nulla bocciolo.” - le sorrido ancora. Per poi passare alla fase due.
“Elodie?”
“mh?”
“Ci vieni al ballo con me?”
- domando, diretto. Lei sorride, intimidita, e poi annuisce sibilando il suo consenso. Le bacio la guancia, per poi stringerla. “Sarà una bella serata.” – le assicuro.
Sebastian mi starà aspettando, o comunque starà per arrivare. Ma si sa, a me non piacciono affatto le cose a metà.
Mi congedo gentilmente, raggiungendo la sala comune ancora una volta. Sebastian in effetti è vicino al camino, praticamente elettrico. Teso come una corda di violino.
“Seb?” – lo richiamo. Sempre più perplesso.
“Andiamo.” - è il suo richiamo grave, incamminandosi. Mi porto al suo fianco, seguendolo.
“Destinazione? Non camera tua, spero” - ridacchio, conscio del fatto che ci stiamo dirigendo da tutt’altra parte.
“Diciamo che abbiamo una piccola riunione fra gli <<Anti-Riddle>> e pensavo che potesse farti piacere partecipare.” - mi informa, guardandomi con la coda dell’occhio.  Batto un pugno sulla mano destra.
“Tu sì che mi conosci.” - dando una lieve pacca sulla spalla.
 Dopo pochi minuti, ci ritroviamo di fronte alla stanza delle necessità.
“Mh?” - domando, perplesso.
“Dam, c’è una cosa che devi sapere.” - mi dice, prima di aprire la porta. Con mia sorpresa, un saluto teso da parte di Julia, Georgiana, ed altri studenti di altre casate che conosco più o meno bene.
“Buonasera…” - con un velo di dubbiosità.
Julia solleva lo sguardo, intervenendo per prima. “Damian. Abbiamo un paio di cose delle quali discutere.” -e mentre lei pronuncia questa frase, la vicina Georgiana si appresta al mio fianco, porgendo una piccola ampolla ricolma di liquido trasparente, con un sorriso. “A te.” - e così dicendo me la mette fra le mani, un chiaro invito a berla. Ok, non può essere un omicidio di massa, né una strana riunione fatta apposta per provocarmi danni irreversibili, almeno credo, e  poi quelli che mi trovo davanti sono, oltre ogni ragionevole dubbio, i miei amici. Dubito seriamente di poterli inserire nella lista dei serial killer qui presenti tra le mura di Hogwarts.
Annuisco, mandando giù quella bevanda che, dal sapore, credo proprio sia ben lontana dall’acqua, per poi sedermi. Julia ha un’aria seria, concentrata. Stringe le braccia al petto, incrociandole. Per poi fissarmi.
“Damian, hai simpatia per Tom Riddle?” - chiede, fissandomi. Io non posso fare a meno di sorridere, innocente.
“Oh sì, la stessa simpatia che proverei con due dita piantate nell’esofago” - rispondo, senza troppi problemi. In effetti è proprio quello che penso ogni volta che il Serpeverde Senior è nei paraggi. Una sensazione simile all’orticaria. Allergia pura. Julia reclina la testa, senza distogliere il suo sguardo di ghiaccio da me. “Hai contatti con lui?”
Io inarco un sopracciglio, con aria praticamente attonita
“L’unico contatto che vorrei avere è con il suo viso, possibilmente dopo un bel pugno piantato sulle Damgengive” - e dire che sono un tipo molto molto diplomatico. Ma proprio evidentemente è Tom Riddle a non scatenare tutti i miei buoni propositi. Diciamo che risveglia quella bestiolina che giace in ognuno di noi.
“Sei d’accordo con le sue convinzioni?” - e sembra che tenga molto alla sottolineatura di questa domanda, poiché l’attenzione di tutti si catalizza sul sottoscritto, che assume una posa rigida, stringo istintivamente un pugno, lungo il fianco. “No, assolutamente no. Classifica i ragazzi come gli animali.” - e qui mi fermo, altrimenti potrei scadere nel volgare, e non sarebbe tanto carino, vista la presenza di ragazze.
E lungi da me il voler decadere nella scurrilità. Odio la filosofia di Riddle, ma non divento certo l’ultimo degli scaricatori di porto per lui. Gli darei troppa importanza.
“Contatti con la sua compagnia?”  -d'accordo, Julia ha deciso di bestemmiare.
“Completamente, me ne guardo bene.” - aggiungo, continuando a fissare Julia, che si scambia sguardi di intesa con Georgie e Sebastian.
“Penso sia arrivato il momento di spiegarti un paio di cose.” - e così dicendo indica tutti i ragazzi presenti, spiegandomi del club, dei loro obiettivi, degli avvenimenti legati sfortunatamente ai Serpeverde e…della morte di Ida, un racconto che mi lancia addosso una malinconia ed una rabbia fuori dal comune, che canalizzo nel semplice annuire, e nell’ascolto completo.
“Adesso sai tutto.” - una volta terminata la sua spiegazione. Stringo un attimo le palpebre, affilando lo sguardo.
“E tu mi hai fatto cianciare ben bene anche prima del siero, mh?” - le dico, per sdrammatizzare. Lei sorride, forse più rilassata.
“Effettivamente…” - ricorda le nostre lunghe conversazioni in merito, credo.
“Effettivamente…” - la imito, ma senza volerla offendere, e lei storce il naso, incrociando ancora le braccia. Io sgrano gli occhi, fingendomi spaventato.
“Ti prego, i calci e i pugni no. Tienili buoni sul campo, eh?” - fintamente implorante, mentre l’atmosfera rigida di prima si spezza un po’.
“Ah, Dam, un’ultima cosa.” - Julia, tornando seria per un attimo.
“Sì?” - rivolgendomi meno scherzosamente a lei.
“Fidelius. Questo è il Fidelius.” - rivolgendosi a tutti i ragazzi.
Sorrido, facendo un mezzo inchino verso tutti. E Carlisle ride, scuotendo la testa.
Poi è una pacca/schiaffo sulla spalla sinistra. Elargita niente di meno che da…JULIA (ma vah?).
“aih.” - fintamente offeso.
“Touchè.”













08/05/2008
commenti (3) • tag: discussioni, confidenze, amori, sogni, dolore, speranze, amicizie, paura, grifondoro, momenti imbarazzanti

Adesso io mi chiedo: perché? Perché proprio a me? Che ho fatto di male nella mia vita per meritarmi tutto questo?! Perché la piccola Baudelaire, guardata da tutti ma toccata da pochi, proprio adesso al quinto anno, quando ha un esame da sostenere, deve ritrovarsi in una situazione del genere?!
A lei piaceva così tanto non essere guardata, essere lasciata sola, lì nel suo angoletto. Stava bene, in pace con se stessa. Sapeva cosa dire, come comportarsi, cosa fare. Invece adesso no.
Adesso lei è guardata, guardata da Damian. Quel pezzo di gnocco che per lei è sempre stato un santo. Una statua bellissima, intoccabile, inarrivabile. Perché?

Raggiungo Sophie in biblioteca. Sta cercando di studiare ma dal suo sguardo direi che la concentrazione è minima.
“Sophie?” sobbalza “a cosa diavolo stai pensando?” la guardo interrogativa. La sua mente era decisamente fuori da quello che c’è scritto in quel mattone dalle pagine giallastre che ha sotto gli occhi. E adesso, mentre io gli sto esponendo i miei pensieri, paranoici, è forse ancora più fuori.
“Mi stai ascoltando? In questo periodo non c’è proprio il modo di parlare con te! Sophie che diavolo hai per la testa? Per la barba di merlino!” La fisso, indispettita, con le mani sui fianchi. Aspetto una risposta che non arriva, per questo non tardo a realizzare di potermene andare via. Tanto ormai è perduta. “Soph, ci vediamo dopo!”
“Ah, eh, si. Ok, ok a dopo!” sospiro mandando un’occhiata al cielo. Salvami tu, ti prego!

Giorni dopo.
I giorni passano e la situazione è sempre la stessa. Riesco finalmente a parlare con Sophie e a dirgli quello che penso: esattamente quello che pensa lei.
“tesoro stai attenta, non vorrei che lui ti prenda in giro! Non voglio vederti stare male!” anche lei trova strano il suo atteggiamento. Com’è che prima non mi avevi mai notata, in ben cinque anni, e adesso invece sono al centro delle tue attenzioni? C’è qualcosa che non torna eppure, cosa? Non sono una Blackster o una Lywelyn, bellissima, importante, cercata, ricca. Io sono una semplice ragazza, mezza veela. Forse è questa l’unica mia pecca, essere una mezza veela.
Ho ripreso a parlare con Damian dopo che mi ha decisamente pregata di smetterla con questo comportamento che lo altera e gli da noia. La mia risposta è stata semplice e dettata dal cuore:
“Ma se hai fatto a meno di me per tutto questo tempo? Perché non puoi farne a meno anche adesso?”
Denholm mi guarda al limite fra l'allucinato e lo sconvolto.
"Elodie? Spero tu stia scherzando. Quando mai ti avrei ignorata per tutto questo tempo? Il fatto che non ci siano stati prima -scontri- non significa che non ti abbia mai notata, forse dovresti guardarti un pò meglio in giro". Lo guardo e scoppio a ridere, dopo un’affermazione del genere! Il volto probabilmente ha l’aria di una che dice: smettila di prendermi per il fondoschiena o inventatene una migliore; ma lui mi fissa, serio. Damian inarca un sopracciglio.
"Non c'è niente da ridere in una verità come questa." E la cosa tragica è che tende a sottolineare ai miei occhi la parola VERITA'.
"cosa vuoi dire Damian?" chiedo quasi sfidandolo, senza capire quello che intende.
Com'è possibile che lui mi abbia notata? Io che l'ho guardato per anni, non mi sono mai accorta di niente, impossibile. Sta continuando a prendersi gioco di me, proprio come dicevamo io e Soph. Merda! Lui chiude il libro, fissandomi negli occhi palesemente, stavolta.
"Quale parte di -Ti ho notata da tempo- non capisci, El? E' semplice, lineare. Solo che ogni volta stavi lontana dal mio raggio d'azione di circa tre km, come dovevo avvicinarti se pensavo di non interessarti proprio. Anzi, di farti addirittura schifo?". Cazzo. Gli scoppio palesemente a ridere in faccia e subito dopo balbetto un "tu, pensavi, cioè tu.." abbasso la testa. Non ce la faccio a supportare questa tremenda - orribile - difficile situazione.
"Io. Pensavo. Che. Tu. Mi. Detestassi." e la cosa orrenda è che lo scandisce, al fine di farlo capire perfettamente. E non si scompone, anzi. Mi guarda con serietà. E maledetta me, leggo una verità che non avevo visto prima. Adesso lo guardo, stupita.
"Ora mi chiedo come tu possa dire una cosa del genere!" mi arrabbio quasi e inizio a gridargli contro, con rabbia "come diavolo hai mai potuto pensare una cosa del genere! Io ti vengo dietro da anni, ti ho sempre notato, guardato, ammirato! Dio, tu per me sei sempre stato: il deo!" serro i pugni nervosa. Tutte le parole mi escono dalla bocca come un fiume. Libera, mi libero da tutte quelle parole, mi libero da un peso che mi è rimasto dentro per troppo tempo. Damian mi guarda leggermente perplesso. Sgranando appena gli occhi.
"Elodie...calmati per favore.." mi esorta, con voce dolce. E io voglio solo scappare, fuggire da questa situazione imbarazzante, ed è esattamente quello che faccio.

La sera.
Tutto il giorno rifugiata in camera mia. Non esco né a pranzo né a cena e impedisco a tutte coloro che abitano in camera mia di entrare. Voglio stare da sola. Sola, sola, sola. E così è fino a quando qualcuno non bussa vivacemente alla porta.
“Avevo detto che nessuno doveva venire, se non per urgenza!” sbraito, con garbo.
Non notando la risposta sfavorevole dall'interno, una voce maschile pronuncia, leggermente adirata oltre l'uscio "Alohomora", e la porta si apre, mentre Damian, una volta varcata la soglia, la richiude. Fissandomi: "Dobbiamo parlare."
Ecco, era esattamente questa la situazione che volevo evitare e invece?! Mi si piazza ancora una volta davanti agli occhi ed io, sono impotente davanti ad essa.
"Pensi sia maturo scappare così? Ed è la cosa che fai da CINQUE anni. Che cosa avrei dovuto pensare, eh? Chiunque avrebbe dedotto completo odio da parte tua, Elodie." lui mi espone il suo punto di vista, facendomi notare quello che, nel mio atteggiamento, lo ha portato a credere la mia completa avversione nei suoi confronti. E io di mio canto, come rispondo?! Abbassando nuovamente la testa, non riuscendo a guardarlo, a rispondergli. Queste situazioni mi bloccano, lui ha ragione, è vero che ha trovato una porta chiusa, ma la verità non è questa. Io ho paura dell'amore, ho paura di affezionarmi ad un uomo, ho paura di innamorarmi, ho paura di essere presa in giro, ho paura. E questa non è la risposta esatta, le mie azioni sono la cosa più sbagliata, ma è più forte di me.
Lo sento avvicinarsi. Sedere sul mio letto e sollevarmi il volto con le dita, sotto il mento. "Elodie, guardami per favore.." chiede, con tono gentile e comprensivo. Lo fisso negli occhi, timidamente. Le mie guance si fanno rosse, bruciano.
"Ci vieni al ballo con me?" domanda, sorridendo. Spalanco gli occhi per annuire poi, con dolcezza. Aggiungo uno scusami, riuscendo a guardarlo negli occhi, per i miei comportamenti infantili, enigmatici, sbagliati. E Damian accarezza la mia guancia, sfiorandola poi con le labbra.
"Non fa niente,bocciolo". Ed è quasi un sussurro sulla mia pelle, mentre lo sento stringermi in un abbraccio dolce. Terribilmente dolce.

***

La notte ho dormito sogni tranquilli. Ho rivisto la scena della sera precedente miliardi e miliardi di volte. La dolcezza, la tenerezza di quell’abbraccio, di quelle parole.
“Miele! Siete miele!” urla Sophie dopo che le ho raccontato tutto. E’ quasi eccitata, anche lei dopo questa confessione del pargolo si è calmata. Lui mi aveva notata. Lui mi notava, lui mi nota e tutto è così bello. Sono felice, ho mille emozioni che mi si attorcigliano dentro lo stomaco. Ho delle farfalle che mi volano dentro, felici.












04/05/2008
commenti (5) • tag: consigli, amicizie, dubbi, grifondoro, corvonero, duelli

Qui la situazione si sta facendo più piacevole del previsto; è la frase con cui ho iniziato la lettera per Valentie, e quella che mi ronza in testa da un paio di giorni, da quando - per lo meno, non sono così tanto isolata. Che poi, essendo ancora al sesto anno, non devo preoccuparmi di nessun esame per cui recuperare ancor più frettolosamente di quanto io già stia facendo, il programma che ho perso per via del trasferimento. Me ne sto seduta su una delle poltrone della sala comune, e tra le pagine del libro che sto leggendo, "Il giovane fabbricante di pozioni", c'è questo biglietto ben fatto, che recita in una calligrafia rotonda e un poco insicura, l'invito al Lumaclub. Qualcuno m'avesse spiegato cosa sia, poi, il Lumaclub. Il biglietto si è materializzato con un piccolo mazzetto di fiori - che ho lasciato sul tavolino accanto a me. In realtà questa precisione mi ha un po' insospettito, o inquietato, nel caso in cui qualcuno sapesse sempre dove mi trovo.
« Tutto bene? », la bella voce di una ragazza bionda, boccolosa, irrompe nel silenzio interrotto solo dal grattare delle piume di alcuni studenti del quinto, seduti più in la, impegnati a stilare i loro temi.
« Oh, ciao Audrey ..tutto a posto, zì, se non fosse per mazzi di fiori e biglietti che si materializzano da un momento all'altro! »
« Ti sei già fatta gli ammiratori, Leen? », domanda, con una vena d'ironia, e un sorrisetto che la esprime totalmente.
« Ich glaube nein.. cioè, qui parla di un certo Lumaclub, dici che dovrei preoccuparmi? », mi scosto con una mano i capelli dal viso, con uno sbuffo.
« Ma no! », ridacchia, placidamente « No no, Leen, il Lumaclub è ..il Club del professor Lumacorno! »
« Il club ..del professore? », non so che espressione abbia la mia faccia, ma devo essere abbastanza sconcertata. Cos'è, qui invece di accalappiarti ti invitano ad un club? ..in questo il professor Ebersbacher aveva più stile e senso romantico, devo dire. E devo dire che era anche un tantino più giovane, coff. Ok, una volta con un professore mi è bastata: capitolo chiuso, benintesi, niente più professori, nemmeno quelli che mi mandano dei fiori.  
« Sì ..è solito invitare le persone con una certa popolarità, discendenza o famiglia, insomma, quelli che si distinguono. », Ah, ok, mein Gott. Sono più tranquilla. « Ma fidati, forse è meglio che tu non ci vada, quel posto sta diventando il secondo quartier generale dei Serpeverde, e poi Lumacorno è un tale lumacone.. »
« Wie bitte? » quel suo 'lumacone' mi fa sorridere, anche se non so cosa significhi. E' strano, pronunciato in quel modo.
« Ehm, scusa ..lascia perdere, tu non fidarti troppo di quel club, siamo intesi? », adduce, portandosi un attimo la mano alle labbra come se volesse nascondere il fatto di non essersi fatta capire anche se per un solo attimo.
« Intesi, Audrey ..grazie! »
« Di niente ..ora scusa, ho una cosa da fare. Ci vediamo dopo, ochei? », con un occhiolino, si allontana, con i suoi boccoli ondeggianti ai lati del viso.
« Jawohl. », ho solo il tempo di rispondere.


***


Alla fine, ho seguito il consiglio di Audrey; non sono andata alla riunione del fantomatico Lumaclub, e in realtà non ho intenzione di andarci, nè ora, nè mai. Solo perchè, poi, sono la figlia di un professore della Durmstrang o chissà per quale altro motivo - io credo il primo, comunque; non sarebbe una sorpresa scoprire che i professori sanno, dal primo all'ultimo, che Philipp Krauz Neumann, duro e severo professore di DCLAO della fredda Durmstrang, ha mandato qui la sua figlioletta prediletta con tanto di raccomandazione. Chissà poi, che impressione si devono essere fatti di me - come se alla fine me ne importasse veramente qualcosa.
Seduta sugli spalti dello stadio, osservo il campo vuoto; non mi è mai piaciuto giocare, però osservare sì. Alexander è cercatore della squadra della nostra casa, a Durmstrang, ed io e Valentie assistiamo alle sue partite dal primo anno. Purtroppo, ora lei dovrà farlo da sola, senza di me. A volte vorrei riuscire a volare io, in quel modo, senonchè ho una schifosa paura di togliere i piedi da terra. Un fischio mi distrae, lasciando sparire l'immagine perfetta che mi ero creata nella mia testa, i giocatori di Durmstrang, accanto a me la mia migliore amica. Tutto sparito, scomparso, come quel piccolo sogno ad occhi aperti che è, in realtà.
« Ehi, mangia-krauti. », Garet Haslett; unico studente di una casa che non sia Corvonero che sto frequentando più o meno giornalmente, tanto perchè è una delle prime persone a cui ho rivolto la parola e uno dei pochi che non si diverte a parlarmi alle spalle. Sale gli spalti, nella sua linda tuta da Quidditch, sfoderando un sorriso sghembo.
« Giochi a Quidditch? », domando, seguendolo avvicinarsi.
« Ohssì, Battitore ..e tu, hai mai giocato? », si ferma accanto a me, senza sedersi, trattenendo la sua scopa nella mano destra e la mazza per respingere i Bolidi nella sinistra.
« Io non so nemmeno salire su una scopa! », esclamo, scuotendo appena il capo con un sorrisetto; avrò tutta la fiducia in me stessa di questo mondo, ma l'unica cosa che ho sempre voluto senza risultati, è stato imparare a volare.
« Non mi dire che hai paura. », ribatte lui, arcuando appena le sopracciglia, scettico.
« Ochei, non te lo dico. », gli rivolgo un piccolo sorriso, divertito, senza rispondere altrimenti.
« Mi deludi, biondina! »
« Quand'è che comincerai a chiamarmi con il mio nome di battesimo? » domando, alzando appena gli occhi al cielo. Lui ridacchia appena, senza rispondere; alcune volte è così timido che mi riesce difficile anche solo parlarci - quando mi ha mostrato il castello, per esempio; sono riuscita ad estorcergli qualche parola in croce. Altre volte invece, come oggi, sembra essere molto più pimpante del suo solito. Non riuscirò a capirlo mai del tutto, credo.
« Cos'è, un incantesimo, quello degli occhi? », fa dopo avermi squadrato il volto a lungo.
« Ohw ..nein, nein », accidenti, ho dimenticato la lente. « No sono ..sono così. Metto una lente al sinistro, per nascondere che è verde ..ma no, sono così. », da piccola mi stufavano parecchio i commenti delle persone sui miei occhi, "ma tu hai un occhio verde ed uno azzurro!", perciò ho deciso di applicare giornalmente quella lente azzurra per nascondere la bicromia: solo che oggi me la sono dimenticata.
« Non dovresti farlo. », mi redarguisce Garet, con un cipiglio leggermente inseverito. Poi si apre nuovamente in un sorriso, piacevole. « Per me, sono bellissimi. »


***


Sulla pista del Club dei Duellanti; Georgiana Harrington, di fronte a me, le bacchette alle mani e una lieve adrenalina che mi percorre fino alle dita, con cui stringo la bacchetta, impaziente di cominciare. Georgiana è una delle migliori duellanti che io abbia mai visto, e lo sfidarla mi entusiasma parecchio, anche perchè è da quando sono partita che non faccio qualche incantesimo come si deve, come dico io. « Saluto! », esclama Jason Jensen. Faccio scattare delicatamente la bacchetta davanti al viso, così come la Caposcuola, il cui sguardo deciso e tenace deve essere, più o meno, lo specchio del mio: ne sarà valsa la pena, nonostante l'esito.
« Conjunctivitus! », esclama, puntandomi la bacchetta contro. E' rapida, e precisa: ma è per questo che ho studiato tanto con il professore Ebersbacher - anche studiato tanto, gli incantesimi non verbali. Protego, creo con la bacchetta uno scudo davanti a me che devia il colpo di Georgiana: questa ha un piccolo lampo, negli occhi, dato dalla consapevolezza della mia abilità. Dominusterra, velocemente dalla mia bacchetta schizza via un getto di luce veloce e preciso che va a colpire la pedana, senza danno: solo dopo qualche secondo il terreno comincia a tremare, segno che il mio incantesimo è andato a buon fine, quando le scosse si fanno più potenti. Qualche studente spettatore, oltre la pedana, perde l'equilibrio. Invece Georgiana ha i piedi ben piantati a terra, contro le mie previsioni, e casta un Finite Incantatem potente che fa cessare il terremoto. « Expelliarmus! » casta, mentre un getto di luce schizza prepotentemente verso la mia bacchetta, ad una velocità che mi prende quasi di sorpresa, e solo per un pelo riesco ad ergere un nuovo scudo capace di respingere anche quell'incantesimo. E' arrivato il momento di fermarla: Languelingua, se l'incanto dovesse andare a buon fine la sua lingua si attaccherebbe il palato e lei non sarebbe più capace di parlare, e quindi di castare un incantesimo, e io potrei facilmente vincerla. « Defendo! » anche lei però, riesce a deviare il mio incantesimo all'ultimo con una difesa notevole, e il mio digrignare i denti è già una distrazione che non dovevo permettermi, visto che castando un Waddiwasi notevole, lei riesce finalmente a mandarmi al tappeto. Cado a terra, perdendo di mano la bacchetta. Oltre la pedana qualcuno applaude, Jason fa un cenno del capo a Georgiana e lei, con soddisfazione, mi si avvicina di qualche passo, porgendomi poi la mano, con un sorriso amichevole. « Ottima tattica, Leen. » si complimenta, docile - in duello sembra tutt'un'altra persona, invitandomi ad alzarmi. Con un sorriso soddisfatto, le stringo la mano: come ho detto, ne valeva la pena.













02/05/2008
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Passo dopo passo si va lontano, dice un proverbio che mio nonno mi ripete spesso.
E io, dove sto andando?
Verso l’aula di Musica, in senso fisico. Ma questi passi lenti e timorosi, dove stanno conducendo la mia anima?
I corridoi della scuola sono illuminati dalla luce tremante delle torce.
Non c’è nessuno in giro. Ma non per questo la tensione delle mie dita intorno alla mia bacchetta si allenta. La porta dell’aula di musica è appena socchiusa.
Qualcuno sta suonando.
Mi appoggio al muro e chiudo gli occhi, dilatando al massimo il senso dell’udito.
È una melodia dolce, struggente.
Non l’ho mai sentita prima, non è un pezzo d’opera. Forse una sonata per pianoforte. Ma di chi?
La musica si fa più intensa, mentre procede, come se il pianista ne fosse catturato, e poi iniziasse a parlare con essa, a danzarvi.
Non so spiegare questa sensazione che mi attorciglia lo stomaco.
Si ferma? No, riprende. Intensa e gentile.
Dallo spiraglio intravedo Aedan, seduto sullo sgabello, che suona senza spartito.
La musica si spegne, e lui distoglie le mani dai tasti bianchi e neri e sospira.
“Quale è il titolo di questa meraviglia?”domando, entrando nella stanza.
“Julia. Si intitola Julia.”
Mi gira la testa, e chiudo gli occhi per non perdere l’equilibrio.
La sua risposta mi ha colpito come uno Schiantesimo.


E io non posso fare a meno di fissarla, mentre osservo il suo stato di all’erta calare, forse per via del mio gesto. Sconsiderato o no, non mi importa. Ho intenzione di agire fino in fondo. E se questo significa mettere completamente a nudo me stesso, lo farò. Perché è importante. Perché non esiste nient’ altro di più importante che questo per me, al momento.
Non avanzo, né indietreggio. Rimango lì, in piedi vicino al pianoforte a corda che sembra ancora vibrare per la melodia appena composta.
Sono stupito quanto lei.
Di aver creato questo motivo, di averlo composto senza nemmeno pensarci su un attimo.
Le note erano trascinate da una magia strana, una magia che non proveniva dalla mia bacchetta, né dalla mia testa.
Temo, credo che la razionalità abbia appena lasciato spazio a qualcosa che va ben oltre la fredda logica che mi sono imposto.
Se potessi descrivere lo strabordare di sentimenti contrastanti che sento, probabilmente direi che i ghiacci che avvolgevano lo sterno, si son sciolti.
Si sono trasformati in pallida rugiada che scivola via, abbandonando questo corpo prima vuoto, ma che ora pulsa di…qualcosa.
“Devi capirlo, Julia.” La mia voce è un sussurro lento, che viene pronunciato mentre i miei occhi annegano nei suoi.
Freddi. Ma mai caldi come ora. In uno sguardo perlaceo che voglio donare solo a lei. Stanotte.
"L’ho capito, Aedan. E lo vorrei tanto”.
La mia mano destra ormai stringe senza forza la bacchetta. Non mi serve difendermi, non da lui.
“E allora cosa ti frena? Non credere che per me sia stato facile cercarti e cercare di farti comprendere.”
Cosa gli rispondo? Dovrei raccontargli tutto.
Mi avvicino a lui rimuginando. Mi siedo sullo sgabello accanto a questo ragazzo che in questo momento odio perché mi sta costringendo a fare i conti con tutto.
“Ci sono così tante cose che non sai.”
“Prova a dirmele!”
ribatte esasperato. “E guardami negli occhi, mentre lo fai!”aggiunge.
La mia vita nell’ultimo periodo è stato un concatenarsi di dolore, segreti ed emozioni. Segreti, soprattutto. Forse iniziare a svelarne qualcuno è il modo per andare avanti.
E non mi importa se sua sorella sta con i Serpeverde.
E non mi importa di conoscerlo da poco tempo.
Non mi importa più di nulla.
Ora. Ora gli racconterò tutto. Tutto ciò che è successo qui, ad Hogwarts, fin da prima che lui arrivasse, sconvolgendo me e la mia vita.
Annuisco, acconsentendo alla muta richiesta di comprensione che Julia esprime attraverso il suo sguardo dilatato per via di quelle confessioni impossibili che vuole farmi.
“Prima che arrivassi tu…è successa una cosa che mi ha devastato.” comincia, e la voce le trema leggermente.
In uno dei miei soliti riflessi inconsci le sfioro la mano, invitandola a proseguire con un cenno degli occhi.
“Mia sorella Ida, è morta. Qui a scuola.” e succede una cosa strana, i muscoli della ragazza si irrigidiscono, forse preda del nervosismo, e del dolore,che le porta ricordare una cosa simile.
La stringo a me, costringendola con la testa contro il mio petto. Soffio un bacio fra i capelli corvini, lasciando che possa sentire che io, realmente e materialmente, per lei ci sono.
“Vuoi dirmelo?” il mio è un sospiro dispiaciuto vicino alla sua fronte.
Lei annuisce, e non si scosta. Rimane in quella posizione, e così la tengo io, cullandola.
Fin quando un fulmine a ciel sereno non si abbatte su tutto questo.
“I Serpeverde. Riddle. La causa di tutto è Tom Riddle.” E lo dice con angoscia, stringendo avidamente la mia maglia, come se mi stesse rivelando il segreto più maledetto che possiede.
“Riddle…i Serpeverde…” sussurro, a mezza voce, mentre milioni di motivazioni mi si spiegano dinanzi gli occhi.
Stretta a lui, le parole mi escono come un’onda liberatoria, che mi distrugge e mi guarisce allo stesso tempo.
Quando ho finito, mi allontano da lui. Lo guardo negli occhi, come non ho fatto mentre parlavo.
Non ci sono riuscita, non ce l’ho fatta.
Ma adesso devo.
“Anche io avevo qualcosa da capire.”dice.
Il suo tono è amaro, con una tenue traccia di stupore.
“I segreti…”inizio, ma la voce mi muore in gola.
“I segreti. I segreti non fanno altro che confondere le cose. Le rendono più oscure, e la ragione non riesce a sondarli.”
È così lontano, all’improvviso.
“Non l’ho fatto per cattiveria, o per malizia. Io ho una responsabilità, devo proteggere delle persone. Adesso, tu hai in mano me e gli altri. Potresti benissimo rivelarlo a tua sorella. Potresti benissimo tradirmi.”rispondo, stringendomi nelle spalle.
“Julia, ma cosa stai dicendo?!”quasi urla.
Poi continua, più calmo:
“Non puoi pensarlo davvero. O non mi avresti detto nulla. Un poco ti conosco. Non avresti rischiato senza avere un minimo di certezze su di me.”
Certezze? Certezze inconsce, magari.
“Non lo so, non lo so. Vicino a te, mi sento come una conchiglia in balia delle acque del mare.”
“Nessuno dei Serpeverde saprà mai quello che mi hai detto.” La incalzo, per poi aggiungere. “Nessuno, lo saprà mai.”.
E sospiro, guardando altrove mentre dico queste parole. Non perché non ne sia convinto. Ma perché mi rendo conto che senza volerlo probabilmente ho fatto star male Julia. Il non capire uccide, e forse rende più ciechi del previsto.
La stringo forte, baciandole ancora la fronte.
“Non potrei mai lasciarti andare alla deriva. Per nessun motivo al mondo.”
Al momento, tenerla stretta a me è la sola cosa che abbia senso.
Socchiudo gli occhi, chinando la mia testa vicina alla sua. Mentre le dita sfiorano il suo profilo, con un tocco dolce.
“Mai.”
Ripeto, poggiandole un morbido bacio sul naso. Mai, prima di adesso, l’ho vista così fragile. Così delicata. Bellissima.
Come quella canzone.
La sua.
La mia.
Per un istante, un solo istante, ho temuto che fosse arrabbiato.
Per un istante, un solo istante, ho lasciato che le mie paure vincessero.
Invece ora mi sciolgo in questo lago di tenerezza che non pensavo fosse in grado di offrirmi.
Aedan è sempre stato la passione travolgente, il desiderio immediato. Questo mi spaventava, mi allontanava.
Adesso, invece, mi arrendo alla sua dolcezza.
Prendo il suo viso fra le mani e gli sorrido.
Un bacio sulla fronte, in segno di tenerezza.
Un bacio sulla guancia, in segno di amicizia.
Un bacio sulle labbra, in segno di passione.
Gli stringo le braccia al collo, e chiudo gli occhi. Forzo le sue labbra con la mia lingua, e smetto di pensare. Lui mi accarezza i capelli e la schiena, mentre il mio cuore accelera.
Tutto ciò che mi circonda di fa indistinto, mentre mi alzo e lo trascino con me sul pianoforte.
Seguo i suoi movimenti mentre le mani calde scivolano sulla sua schiena coperta da questi indumenti al momento così inutili ai miei occhi.
E’ un bacio forte, intriso di qualcosa che non pensavo potessimo vicendevolmente donarci. I segreti svelati hanno abbattuto la barriera.
I segreti svelati ci avevano inibito conducendoci all’apice di una rovinosa condizione di silenzio.
Le labbra scivolano sul collo, sulla linea della clavicola, baciandola lentamente. Mentre la lingua scivola assaporando la sua pelle d’alabastro.
Le dita scivolano sotto la sua maglia, impercettibili. Camuffate da questa straordinaria passione che ci travolge.
E sono attimi.
Julia qui. Julia con me. Io stretto a lei. Corpo contro corpo in questa sorda richiesta di eliminare le barriere una volta per tutte.
E poi un rumore. Ma io sono troppo impegnato per distinguerlo. Terribilmente.
Un cigolio. Quella minima parte dei miei sensi che non è concentrata su Aedan registra il rumore della porta.
“Julia?!”
Oh Santo Merlino.
Eugene è fermo sulla porta, paralizzato dalla sorpresa, credo.
Mentre avvampo per la vergogna, Aedan ed io ci stacchiamo e ci allontaniamo dal pianoforte
“Eugene.”dice Aedan, con un’incommensurabile faccia tosta.
Poi il ragazzo-lupo mi prende per mano e mi porta via, e non posso fare nulla se non seguirlo e rivolgere un muto sguardo di scusa a Eugene.
Poco dopo, sto correndo con Aedan per i corridoi.
“Eugene.” Ho appena il tempo di chinare il capo, una volta al suo fianco, in segno di saluto.
E trascinare Julia fuori dall’aula.
Aumento il passo, in modo esponenziale passo dopo passo.
Dove. Dove.
Un barlume. Un’idea.
“Ti porto in un posto.” Mi avvio lungo le scale, continuando a salire, fino all’entrata in legno del giaciglio segreto. Spingo la porta, facendole cenno di entrare.
“Qui nessuno potrà disturbarci.”
Alla luce della luna, scorgo una piccola soffitta. Aedan accende una coppia di candele con un incantesimo.
“Ma che posto è?”non posso fare a meno di chiedere, guardandomi intorno.
“Non ho voglia di parlare, Julia.”dice, con un sorriso, mentre mi stringe di nuovo a lui.
“Neppure io.”
Abbracciati, cadiamo su un giaciglio di coperte.
“Pieno di sorprese come sempre, Lywelyn.”sussurro, mentre gli tolgo la camicia.
Sorrido, stuzzicato dalla situazione mentre lascio che i vestiti abbandonino il corpo sotto il tocco delle sue mani appena sfiorato. Sollevo la sua maglia, sfilandola via, mentre la bocca percorre la linea del suo ventre, il petto ed il collo, le dita sul jeans che indossa, sbottonando la sua apertura.
Le sollevo leggermente il bacino con le mani mentre lascio che scivolino lungo le gambe, che accarezzo con lentezza prima si poggiare il mio corpo, svestito, sul suo.
Tra le coperte è un bacio dolce, mentre le dita affondano fra i suoi capelli, un desiderio incontrollabile ma dolce al tempo stesso mentre spingo contro il suo inguine, scivolando in lei con un sospiro soffuso.
Inebriandomi della sua presenza, come mai prima di allora.

 

 













01/05/2008
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Sarà la primavera, ma l'aria negli ultimi tempi è piacevolmente festosa e frizzante, tanto che persino studiare in alcune circostanze può rivelarsi piacevole. Per esempio quando gli esercizi di Incantesimi da fare sono puramente pratici, e il vento freddo impedisce di metter piede fuori dalla scuola.
« Geminio » scandisco, puntando un cuscino porpora con la bacchetta e scrutandolo da sopra la punta lignea, per poi modellare il mio viso in una smorfia crucciata una volta accortami dell'integrità della sala comune com'era quando siamo rientrate, mezz'ora fa. Giuro che se si rifiuta ancora di duplicarsi, non avrò alcuna pietà nel lasciarlo marcire tra le fiamme del camino.
Prudence mi lancia uno sguardo accigliato, interrompendo improvvisamente il suo scuotere l'asticella di frassino a destra e a sinistra « Senti, sto cercando di produrre un Incanto Proteus senza appellativo verbale, e la cosa non è per nulla semplice » proferisce infastidita, scostandosi una ciocca bionda dal viso e riprendendo i suoi disperati tentativi, le labbra serrate e tremolanti dal desiderio di enunciare la formula. Se non avesse quel senso del dovere così rigoroso, starebbe già correndo per la stanza sputando parole di origine latina a mo' di Schiopodo Sparacoda avvicinato da sconosciuti.
« Fai un po' quel che vuoi, ma qui ci sono anche io che devo studiare, sai » ribatto con un tono falsamente saggio « Mica esistono solo i tuoi esami, e per fortuna c'è ancora gente che vive felice e serena pensando alle vacanze estive » concludo il mio discorso con uno schiocco delle dita, mentre agito ancora la bacchetta tentando di far funzionare l'incantesimo.
« ... ho detto GE-MI-NIO! » strillo serrando l'asta di legno ancor più forte, e chiudendo gli occhi in un atto liberatorio verso il potere che si sta probabilmente trasferendo sul mio apparentemente semplice ma allo stesso tempo complicato strumento di incanto.
Grazie al cielo, al posto del cuscino ce ne sono due. E questo, per me, si traduce facilmente nella supposizione che la giornata sia stata abbastanza proficua finora, e che non necessiti di altre attività dilettevoli per essere conclusa. Sorrido soddisfatta, infilando la bacchetta nella tasca della divisa e voltandomi trionfante verso Daisy.
« Visto? Ce l'ho fatta! » esclamo, prendendo a saltare per la sala comune gremita di studenti.
« Sono sbalordita » dice la mora in tutta risposta, lasciandosi scappare uno sbadiglio mentre continua a scorrere con l'indice un biglietto pieno di appunti « Vedi che se ti impegni ce la fai? »
« Ogni tanto capita » faccio spallucce, accompagnata da una smorfia molto simile a un sorriso; anche se provassi ad essere scortese non ci riuscirei. Vedere la gente mettere il broncio è deprimente, e francamente tra tutti i compiti e gli esercizi – sebbene la mia considerazione verso di essi non sia grande – non credo che per la tristezza mi resti tempo...


***

Lumacorno si destreggia tra i banchi uniti a due a due, annuendo compiaciuto ogni volta che getta l'occhio su un calderone perfettamente giallo « Bene, Worthington, perfetto » esclama mentre giunge a passo lento e incostante verso il mio tavolo « Bennett, un po' più di artemisia, è ancora color pagliericcio » agita una mano in direzione del liquido, che immediatamente mi sporgo a guardare contrariata. Sarò daltonica io, ma la vedo di un normalissimo giallo sole.
« E' inutile che fai quella faccia, è vero » puntualizza Opal a bassa voce, continuando a rimestare il contenuto del suo pentolone « Possibile che riesci nelle pozioni più complicate, e poi mi cadi su una sessione di ripasso pre-esami finali? » ride, porgendomi una manciata di erbacce.
« Ma cadere cosa » ribatto con fare altezzoso « Si tratta di un impercettibile errore di percorso nella preparazione » concludo, tentando con un tagliuzzare disperato di scurire il colorito dell'infuso prima che il professore passi nuovamente tra i Grifondoro.
Che poi, a dirla tutta, non so nemmeno perchè mi abbiano messa qui dentro, domanda che si fa largo nei miei pensieri dalla bellezza di sei anni. Già prevedevo poco, quando il tessuto del cappello mi ha toccato la testa. Poi ha cominciato quel discorso di cui non ricordo una parola, alludendo a una grande forza di volontà e una certa dose di coraggio (magari parlava già con la bimba successiva e non me ne sono resa conto) che avrebbe dovuto fare di me una perfetta discendente del prode e valoroso Godric. Mi chiedo se i colpi di sole abbiano effetto anche sui cappelli, e in caso di risposta positiva se quel giorno avessero promosso una speciale offerta per le vacanze al mare ai copricapi magici...
« Ora non puoi dire che non sia giallo! » esclamo forse a voce un po' troppo alta, incrociando le braccia davanti al pentolone e lanciando a Opal un'occhiata eloquente « Sembra già succo di zucca, altro che elisir euforico dei miei stivali! » riprendo a mescolare l'infuso, evitando di incrociare lo sguardo di altre forme umane, ben conscia del fatto che facendolo esploderei.
L'insegnante fa ritorno al nostro tavolo trascinando un po' i passi. L'ultima ora della giornata deve essere stancante anche per i professori, ed io effettivamente non ci avevo mai riflettuto seriamente sopra. Che siano umani anche loro, in un angolino profondo della loro coscienza? Sta di fatto che per qualche ragione, Lumacorno sembra particolarmente stressato; suppongo non veda l'ora di trascinarsi nella sua stanza e gettarsi sulla prima poltrona che gli capiterà sottomano...
E' proprio la sua voce a risvegliarmi da questi fitti – e pericolosi, per la quantità di neuroni che impiegano – pensieri, annunciando la fine della lezione ed affrettandosi a ritirare quei suoi pochi libri e fogli di pergamena sparsi sulla cattedra. Sembra stranamente rinvigorito da quello stato appena vegetale in cui si trovava, probabilmente sapendo di avere ancora qualche minuto di spiegazioni e controlli davanti.
« Ricordate il compito sul distillato della morte vivente » si raccomanda gioviale, per poi lasciarci alla nostra disordinata uscita dall'aula, chi diretto all'esterno, chi in sala comune e chi direttamente a cena.

Più tardi.
La Guferia è decisamente un posto rilassante. Logico, dipende dai punti di vista; ma l'atmosfera lì dentro è sempre calda, specialmente se illuminata dalla luce rosea del tramonto e dal fresco tipico di quest'orario. Mi addentro nella torre, prendendo a salire la scalinata di pietra, illuminata da quel piacevole bagliore opalino.
Un volatile dal piumaggio tendente al nocciola e l'aria familiare, sebbene in uno stato ambiguamente bagnaticcio, emette il solito strano suono al sentore del mio arrivo, agitando le ali e mostrando il becco aperto.
« Sì, va bene, dopo ti passo da mangiare » dico accarezzandogli la testa piumata, e nel frattempo frugando nella borsa alla ricerca della missiva da inviare « Se porti a destinazione questa, Arcie » sottolineo sventolandogliela davanti al becco, in modo che i suoi occhietti scuri possano facilmente individuare l'indirizzo di casa.

Cara Ginevra,
come va a casa? Spero che la vita prosegua come sempre, o comunque che stiate bene. Qui va tutto benissimo, gli esami finali sono alle porte e c'è parecchio da studiare; comunque il sesto anno è libero da G.U.F.O. e M.A.G.O. così posso starmene tranquilla e pensare alle vacanze.
Spero tu sappia aggiornarmi sulla situazione della famiglia. Papà, come sta? E l'influenza della mamma è migliorata? Lo spero, mi mancate tutti molto e vorrei rivedervi subito. Manca davvero poco alla fine dell'anno!
Charlotte è ancora così brava a scuola? Immagino non sia cambiato molto, dato che ci siamo sentite solo due settimane fa. Non da' ancora segni di qualche magia? So cosa penserai, ma io ci spero ancora! Sarebbe una studentessa eccezionale, qui ad Hogwarts!
Ultimamente c'è qualche incidente dal retroscena sospetto, ma non so dirti di più, purtroppo. L'unica cosa strana è che il viavai in infermeria è vasto, e ormai questa è frequentata quasi esclusivamente da quelli come me: maghi nati da famiglie normali o semplicemente imparentati con persone senza poteri magici.
Ovvio, per ora non è successo niente di grosso. Sono solo un po' preoccupata per me e Daisy, ma appena possibile vi aggiornerò su eventuali sviluppi.
Vi voglio bene,
Ann.


Osservo il gufo diventare sempre più piccolo, fino a dileguarsi in un piccolo puntino scuro proprio dinanzi al sole calante, il che lo lascia risaltare ancora di più. Sospiro, lanciando un'ultima occhiata al cielo, dopodichè mi affretto ad uscire dalla porta principale della torre.
Sto giusto percorrendo verso il basso la scalinata di pietra, quando percepisco un'improvvisa forza, accompagnata da un pizzicare progressivamente più fastidioso dietro la testa, oltre alla parziale perdita di coscienza che mi sta provocando quel tirare...
« AAAH! » strillo una volta accortami che si tratta di una coppia di volatili poco amichevoli, di cui uno sta tentando con molta probabilità di strapparmi una ciocca di capelli.
« Via, via, via! Lasciatemi in pace! » continuo ad urlare, agitando le mani sulla testa, ben conscia dell'inutilità delle mie azioni. Non distruggeranno i miei capelli con quegli artigli selvaggi, non se ne parla!
Che fare, se non continuare a proteggere la testa dalla loro crudele corsa al becco più svelto? E anche se tirassi fuori la bacchetta, che incantesimo usare per mandare via un paio di allocchi? Ormai sono praticamente piegata in due, non riuscirei neppure ad estrarre la bacchetta...
I miei pensieri sono interrotti da un improvviso scoppiettare, seguito da uno sprizzare di scintille proveniente da un punto indefinito davanti a me. Strizzo gli occhi per vedere meglio, ma non riconosco altro che un'ombra indistinta e contrastante con la luce del sole, almeno finchè l'incantesimo non si dissolve e i due uccelli si allontanano starnazzando verso il cielo.
Mi tasto le tempie doloranti, facendo per rialzarmi, quando la voce della mia presunta salvatrice mi riporta alla realtà « Ehi... se ne sono andati » dice, con una dolcezza innaturale, mentre ripone la bacchetta nella tasca.
Alzo gli occhi verso il suo viso tondo, contornato da una folta chioma bionda, fino ad incrociarne gli occhi verdi « Li hai... Li hai cacciati tu? » le chiedo, senza riuscire a tirar fuori più voce del minimo indispensabile dalle corde vocali bloccate.
Annuisce , assumendo una tenue tonalità rosea « Beh, sì...  ma non ho fatto niente di tale » precisa, mentre mi alzo in piedi e prendo a lisciare le pieghe della gonna.
« Scherzi? » strabuzzo gli occhi, fissandola a bocca aperta « Erano due bestiacce possedute, altroché! Se non fossi arrivata tu probabilmente adesso non andrei a cena, ma in infermeria » la modestia è una qualità apprezzabile, ma quando è troppo è troppo!
Visto che lei non fa altro che sorridere lievemente, mentre le sue guance assumono ancora più colorito, proseguo « Sei stata incredibile, non sapevo veramente cosa fare, ero proprio nel pallone! » sto sparando a raffica parole senza senso, ma se serve a interrompere il silenzio sono obbligata.
Lei ride, prendendo tra le mani una ciocca dorata e attorcigliandola nervosamente intorno a un dito. Qualcosa mi dice che non ama ricevere tanti complimenti, e l'ultima cosa che voglio fare a una persona è metterla in imbarazzo...
« Ma qualcosa mi fa pensare che ti sto mettendo terribilmente a disagio » dico dispiaciuta, notando il suo sguardo timido rivolto ai suoi stessi piedi « Scusami, non era mia intenzione, ma non sapevo veramente cosa fare e tu sei stata così provvidenziale che... » prendo a dire, tentando di riportarla alla condizione di parlare. Odio questo mio imbarazzare la gente senza volerlo, ma non posso fare a meno di parlare.
« Non importa » mi rassicura, facendo sì che mi distenda per un attimo « E' che non... non sono brava con le persone quanto gli incantesimi » evidentemente è una confessione che le costa, ma non voglio andare oltre a scavare nella sua coscienza. Sembrerà incredibile, ma ho un tatto anch'io.
Annuisco, tentando di assumere un'aria vagamente comprensiva e sensibile « Oh, per me è lo stesso con le canzoni » mi esce di bocca quasi inconsciamente, mentre mi allargo in un sorriso.
« Eh? » fa lei, ma spiegare sarebbe troppo complicato e terribilmente imbarazzante...
E' forse per questo che mi ritrovo a deviare l'argomento con un « Nulla, nulla » per poi passare alle presentazioni ufficiali.
« Sono Annabel, comunque »


***

La giornata era già iniziata male, per cui poteva tranquillamente evitarsi il disturbo di finire in peggio. Saremmo andate tutte e tre a cena, io, Daisy e Jillian – nonchè mia salvatrice dalle pene crudeli degli allocchi al tramonto – e la serata si sarebbe conclusa come tutte le altre.
Ma vedere quel Riddle spuntare all'improvviso da un angolo accompagnato da un altro ragazzo piuttosto smunto, in divisa da Serpeverde, mi ha lasciato decisamente l'amaro in bocca. Non che ci abbia parlato, ovvio, ma è quell'espressione altezzosa e superiore lascia trasparire tanti pensieri.
Anche se molti dicono che sia impossibile capire che cosa pensa dal suo sguardo, i suoi occhi pieni di odio quando incrociano i nostri, non si dimenticano mai.












30/04/2008
commenti (6) • tag: lettere, amicizie, conoscenze, riddle, grifondoro, corvonero, momenti imbarazzanti, fidelius

Cara nonna,
scusa se non ti ho risposto prima, ma ho avuto mille cose da fare. Come stai?
La mamma mi ha scritto che hai avuto un piccolo incidente, qualche giorno fa: quand'è che la smetterai di arrampicarti sui mobili per levare le tende e lavarle a mano, quando sai perfettamente che ci sono gli elfi per farlo al posto tuo? E' una fortuna che la mamma fosse a casa e ti abbia sentita lamentarti. Ma dico io! Hai una certa età, non spettano a te certi lavori!
Ma a parte questo, qui a scuola va tutto bene. Credo. Ti ricordi di quel Serpeverde di cui ti ho parlato qualche tempo fa, Riddle? Non saprei dire con esattezza cosa sta combinando, ma il punto è proprio che sta combinando qualcosa. Maghi e Streghe della sua casa gli ronzano attorno a tutte le ore del giorno, ogni giorno qualcuno finisce misteriosamente in infermeria. E guarda caso, gli infortunati sono tutti Mezzosangue. La cosa che più mi sconvolge, però, è che nessun professore sembra ritenere tutte queste coincidenze troppo numerose per essere veramente casuali. L'atmosfera non è delle più rilassate, ecco, specie se lui è nei paraggi.
Forse sono io che ho troppa fantasia e vedo cose campate per aria, ma ho un brutto presentimento.
Spero con tutto il cuore si riveli infondato.
Un bacione, nonna
Spero di vederti presto, possibilmente non tutta ammaccata come la vecchia Scopa di papà.
Ti voglio bene,
Jill.

Ps: Carlisle ti manda i suoi saluti e ti fa sapere che no, non ha nessuna intenzione di indossare una "terrificante cravatta marrone a pois rossi" come quella che hai visto addosso al nipote dei McRidden, il giorno del nostro matrimonio. Chiede, però, di essere informato con un po' di preavviso circa la data della cerimonia, onde evitare di arrivare davanti all'altare con l'aspetto di un barbone cencioso, dal momento che non ne sapeva nulla.

***

Guardo la civetta levarsi in volo con grazia, nel cielo arancione.
Il tramonto brucia in lontananza, colorando il castello e il lago con le sue calde tinte, mentre io cerco di destreggiarmi tra volatili più o meno amichevoli per uscire dalla Guferia. Gli Allocchi sono decisamente poco affettuosi, a quest'ora, non è raro rischiare una beccata improvvisa. E le loro adorabili zampine non fanne chissà che bene ai capelli di una ragazza.
«AHHHH!»
Lo strillo mi fa fare un salto e non faccio in tempo a svoltare l'angolo che si ripete, con maggiore intensità di prima, seguito a ruota da una serie di epiteti irripetibili. Un'altra curva (e ho sempre più il presentimento che non vedrò mai più la luce del sole) e mi ritrovo davanti alla scena più assurda che abbia mai visto in sei anni qui dentro: una studentessa si agita convulsamente, roteando le braccia all'impazzata sopra la testa, per scacciare due allocchi che tentano, ripetutamente, di beccarla sul capo.
«Via, via, via!» continua ad urlare lei «Lasciatemi in paceeeh...!»
Trattengo l'impulso di ridere, sfilando la bacchetta dalla tasca della gonna e spruzzando una leggera cascata di scintille verso i due volatili, che si allontanano in un agitato frullar di piume. Quando abbasso lo sguardo, la studentessa è accovacciata a terrae continua a lanciare improperi a raffica, incapace di fermarsi. Riconosco, tra i capelli castani,una sciarpa di Grifondoro.
«Ehi..» la chiamo, rimettendo a posto la bacchetta «Se ne sono andati»
Alza il capo di scatto, puntandomi addosso due enormi occhioni castani, lucidi; un lacrimone le rotola sulla guancia, mentre si solleva nuovamente in piedi.
«Li hai.. li hai cacciati tu?» mi chiede, con un filo di voce.
«Beh, si..» annuisce, vagamente imbarazzata «Ma non ho fatto niente di tale»
«Scherzi? Erano due bestiacce possedute, altroché!» esclama, smettendo di rassettarsi la gonna per lanciarmi un'occhiata sconvolta «Se non fossi arrivata tu probabilmente adesso non adrei a cena ma in infermeria.»
Arrossisco, abbozzando un sorriso.
«Sei stata incredibile, non sapevo veramente cosa fare, ero proprio nel pallone!» inizia a parlare a macchinetta, gesticolando di tanto in tanto, e io mi sento indietreggiare.
«Ah ah ah ah» ridacchio nervosamente, turturando una ciocca di capelli.
«Ma qualcosa mi fa pensare che ti sto mettendo terribilmente a disagio.» commenta dopo qualche attimo, dispiaciuta «Scusami, non era mia intenzione, ma non sapevo veramente cosa fare e tu sei stata così provvidenziale che..»
«Non importa» mi affretto a rassicurarla, cercando di risultare il più convincente possibile «E' che non.. non sono brava con le persone quanto gli incantesimi» sintetizzo il più possibile, cercando di non ferirla più di quanto non abbia già fatto con la mia totale incapacità di relazionarmi con qualcuno che non conosco. Mi studia in silenzio, per qualche attimo, mordicchiandosi le labbra. Poi, sul volto rotondo, si allarga un sorriso.
«Oh, per me è lo stesso con le canzoni» commenta, annuendo comprensiva.
«Eh?»
«Nulla, nulla» si affretta a dire, prima di porgermi la mano destra «Sono Annabel, comunque.»

*** 

Sono ancora assieme ad Annabel, quando faccio ritorno al Castello: dopo un evitato ritorno di fiamma da parte dei due allocchi, siamo riuscite ad uscire dalla Guferia più o meno incolumi. La Grifona saltella allegramente al mio fianco, mentre varchiamo il grande portone dell'Ingresso e ci avviamo verso il corridoio che porta alla Sala Grande: non ha smesso di parlare un attimo.
«E così alla fine sono riuscita a consegnare il compito in tempo, un vero miracolo» conclude con una mezza risata, precedendomi in modo da potersi voltare a guardarmi. Sorrido a mia volta.
«Succede a me lo stesso per Aritmanzia» commento «Da quando poi è arrivata la Lewis, i compiti sono un vero incubo» roteo appena gli occhi. Per quel che ho sentito dire, la Lewis è sopportata poco e male da chiunque non sia un Serpeverde, non è prerogativa dei Corvonero detestarla cordialmente.
«Oh, quella lì» il viso di Annabel si deforma in un smorfia di palese disapprovazione.
«Proprio lei» le faccio eco, cupa «Già scegliere la materia è stato un clamoroso errore, ancora mi ritrovo ad avere come insegnante la sorella di Jasper..» mi scappa un gemito, che non sfugge alla moretta.
«Conosci Jasper?» domanda, allusiva.
«Ehm» arrossisco appena, colta di sorpresa «Una lunga storia, ecco..»
Annuisce, con l'aria di chi la sa lunga, ma ha la gentilezza di cambiare argomento. O meglio, da un'aula sbuca fuori una ragazza che attira la sua attenzione, obbligandola ad abbondonare la questione.
«Daisy!» esclama, correndole incontro. Minuta, dai capelli neri legati in una coda disordinata e gli occhi luminosi, la diretta interessata apre la bocca in un largo sorriso alla vista di Annabel, che prosegue imperterrita «Capiti proprio a fagiolo!»
«Ciao Ann» inclina il capo di lato, senza capire «Cosa c'è?»
«Stavo giusto parlando con Jill..»
«Jill?» inarca le sopracciglia, notando solo ora la mia presenza.
«Ciao, io sono Jillian» mi presento compita, in automatico, con lo stesso tono che uso quando la nonna mi porta a conoscere gli svariati nipoti delle sue amiche. Manca solo la riverenza e sono a posto.
«Daisy» replica lei, svogliatamente. Stringo le labbra in una linea sottile. Scusa tanto, tesoro, se ti annoia fare la mia conoscenza.
«Si si si, i convenevoli a dopo» prosegue Annabel «Stavo dicendo che parlavo con lei della Regina delle Nevi e mi è venuta in mente quella cosa che hai fatto l'altro giorno, in Sala Comune, e Jillian, devi assolutamente vedere, è una cosa geniale!»
«Cosa?» domando, smettendo di fissare quella che è, per forza di cose, un'altra Grifondoro.
Daisy si illumina improvvisamente.
«Che domande, certo che si!» esclama allegramente, mettendosi a frugare nella borsa, da cui estrare un plico di pergamene tanto spesso da far concorrenza agli appunti che Georgiana si porta dietro a tutte le ore del giorno.
«Di che si tratta?»
Sta a vedere che i Grifondoro combinano qualcosa di buono oltre agli allenamenti di Quidditch a tutte le ore del giorno e hanno inventato una pozione che renda, dopo un sorso, dei geni indiscussi dell'Aritmanzia!
«Vedrai» gli occhi di Annabel brillano, mentre la sua amica sfoglia freneticamente i fogli, prima di porgermene uno con un gran sorriso.
«Sono certa che apprezzerai»
Se è la lista degli ingredienti, puoi starne certa.
Ma non è niente di ciò che penso: è un disegno. Una caricatura, a dire il vero, della Lewis. Una testa enorme, quasi completamente nascosta da una gigantesca corona, in bilico sopra un minuscolo corpicino avvolto in un esageratamente lungo mantello di ermellino. Alle sue spalle, una distesa di quelli che sembrano studenti imprigionati dentro blocchi di ghiaccio.
Scoppio a ridere.
«E' geniale!» esclamo «L'hai fatta davvero tu?»
«Con le mie manine» gongola Daisy, orgogliosa.
«E' meraviglioso, Audrey deve vederlo assolutamente, impazzirà. Ti spiace se lo tengo? Poi domani te lo torno, giuro, ma devono mostrarlo a un paio di persone, assolutamente!»
«Ma certo, non c'è problema! Guarda, puoi tenerlo tranquillamente, ne ho a bizzeffe» mi assicura, decisamente più amichevole che non un minuto fa.
«Grazie, troppo gentile»
«Ahhh, come mi piace fare buone azioni e rendere la gente felice» sospira Annabel, teatrale.
«Ssi, Ann, come vuoi» accondiscendenti, Daidy le accarezza la testa. Non posso fare a meno di scoppiare a ridere di nuovo.
«Ohhh! Non c'è niente da ridere!» protesta lei.
«No, infatti, c'è da piangere» le rimbecca l'altra. Annabel fa per ribattere, ma si blocca all'improvviso, fissando il corridoio: non ci vuole un genio a capire che ha visto qualcosa -o qualcuno- che non le va particolarmente a genio. Seguo la traiettoria del suo sguardo, incorniciando la figura alta e imperiosa di Tome Riddle, che assieme a uno dei suoi lacché di sempre, Dolohov, esce in un piccolo chiostro su cui si apre il corridoio.
Le due Grifone, se potessero, soffierebbero come gatti.
«Serpe» commenta Daisy, a denti stretti.
«Lurida serpe» la corregge Annabel.
«Non credo sia abbastanza» mormoro cupa, il braccio con il disegno abbandonato lungo il fianco. Annuiscono. Ecco cosa intendevo, quando ho scritto alla nonna che l'atmosfera non è delle più rilassate: è bastato intravederlo ed ecco che due ragazze sorridenti si sono incupite di colpo. Nel male, però, si può sempre trovare un po' di bene: chissà che abbia davanti due futuri membri del club.
«Via quei bronci» dico, spezzando il silenzio nervoso «Non lasciategli fare il suo gioco» sorrido, con aria vagamente materna.
«Si, hai ragione» concorda Daisy «Parliamo d'altro»
«Ecco si, io ho fame» continua Annabel, con un sorriso «Voi no?»

***

 

Audrey però non ride, quando le mostro la caricatura della Lewis.
Stira le labbra in un sorriso tremulo, nulla a che vedere con quelli che elargisce anche nelle situazioni più impossibile (come ad esempio quando faccio errori stupidissimi che lei poi corregge negli esercizi di Aritmanzia).
«Che succede?» le chiedo, subito in allarme.
Mi guarda, in silenzio, il volto teso e le dita strette con forza attorno alla tazza di latte calde: è notte fonda, ormai, la Torre è avvolta nel silenzio e gli unici rumori che la riempiono sono lo schioppettare della legna nel camino e le nostre voci. La mia voce, dal momento che lei si esprime a monosillabi nella migliore delle ipotesi. E' così da quando sono scesa, dopo essermi svegliata e aver visto il suo letto ancora vuoto.
«Non eri a cena e sei stata introvabile per tutta la sera» riprendo, cercando di mettere un freno all'agitazione. Magari non è successo niente di grave, magari è solo la mia fantasia che galoppa troppo.. «E' successo qualcosa con Peter?» domando, cercando di essere il più delicata possibile. Magari è solo un ennessimo brutto presentimento del tutto infondato, magari...
«No, no» mi risponde alla fine, guardando il fumo che si leva dalla tazza «Nulla di tutto questo.»
Qualcosa, nel suo tono, non mi fa sospirare di sollievo: è cupa in volto, nasconde qualcosa che la sua solita maschera di tranquillità non riesce a contenere.
«Audrey, così mi fai spaventare..» sussurro «Cosa c'è che non va?»
Inspira a fondo, reclinando il capo all'indietro e, quando torna a posare gli occhi su di me, sono intrisi di una preoccupazione che non ho mai visto nello sguardo di nessuno, in netto contrasto con la calma sovramana che le ha congelato l'espressione in una bellezza quasi disarmante.
«Lenore ha attaccato Georgie» scandisce lentamente «Il Club è stato scoperto. Non siamo più al sicuro.»












26/04/2008
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  "Santo Godric! Ma che cosa hanno al posto della testa?"
Siedo con le gambe incrociate su una poltrona e parlo gesticolando, riversando addosso alla povera Annabel tutta la mia incontinenza verbale.
Ai nostri piedi sono abbandonati un tomo di trasfigurazione del quinto anno ed uno di incantesimi del sesto, un foglio di pergamena, alcuni appunti, una lettera scritta con una grafia minuta.
Una macchia nera si è allargata sul tappeto, proprio accanto ad una boccetta di inchiostro del medesimo colore.
Due ragazzi che stanno studiando attorno ad un tavolo ci guardano infastiditi e noto con la coda dell'occhio che uno di questi bisbiglia qualcosa all'orecchio dell'altro, che fa un cenno d'assenzo.
Non passa molto tempo prima che i due si alzino e si allontanino dalla sala comune.
"Ti giuro, Annabel, la prossima volta che uno di quelli si azzarda a rispondermi in quel modo lo schianto! Non me ne frega di chi è, potrebbe essere pure Riddle..."
La mia amica mi guarda sorridendo e si porta una mano sul cuore "Ti ricorderò sempre come una persona molto coraggiosa, Daisy. Mi mancherai, davvero." conclude in modo solenne e commosso.
Con una smorfia infastidita agito una mano, come se scacciassi un insetto.
"Dai, non scherzare!" le dico contrariata "Sai cosa penso? Si atteggiano come se fossero i padroni del mondo magico, con tutti quegli insulti e minacce. Sì, qualche volta avranno anche lanciato qualche incantesimo, ma secondo me non saprebbero tradurre in fatti quello che vanno dicendo!"
"Hai ragione. A proposito..." Annabel si prende il mento fra l'indice ed il pollice, con fare pensoso "Preferisci i gigli o i crisantemi?"
"Annabel! Non sono ancora morta!"
Lei scoppia a ridere, ma io rimanco seria, guardandola accigliata.
"Sai cosa potresti fare, Daisy? Scriverti sulla divisa "Proud to be Halfblood" e andare in giro per Hogwarts."
"Wow! Sarebbe una trovata geniale! Facciamolo davvero!"
Lei continua a ridere, ma per poco, lentamente le si insinua il dubbio che io possa essere seria e gli angoli delle sue labbra iniziano a scendere.
"Anzi, ho un'idea migliore: perchè non lo scriviamo negli spogliatoi? Oppure nei sotterranei, vicino ai dormitori dei serpeverde! Dai: tu fai il palo e io eseguo!"
"Daisy...la mia era una battuta" mormora con un fil di voce.
Schiocco la lingua sul palato.
"Certo che era una battuta! Anche la mia!"
Sospira di sollievo "Scema! mi hai fatto prendere un colpo!"

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Caro Doug,
ti ringrazio della lettera, l'ho ricevuta con molto piacere.
Certo, non si può dire che ti sia spremuto eccessivamente: mi rendo conto che definire quel telegramma striminzito una "lettera" sia fin troppo gentile.
E non stare ad arrabbiarti per la mia presunta insolenza: ti ha mai detto nessuno che quando sei offeso ti si arrossano le orecchie e la tua bocca si contorce in un modo molto ridicolo?
Naturalmente i GUFO sono il mio primo pensiero al mattino e l'ultimo quando vado a dormire, ma sono così avanti con il programma che non necessito di eccessive preoccupazioni.
Hai colto l'ironia?
Sul serio, per quale motivo dovrei occuparmi dei GUFO, ora?
Mancano ancora due mesi!
Da casa non ho nessuna notizia che valga la pena di spendere dell'utilissimo inchiostro, mi spiace.
Tu invece? Hai qualche gossip o notizia degna di nota?
Sei poi andato a trovare quell'amico del nonno? Rudolph, mi sembra si chiamasse.
Parla sempre e solo dei bombardamenti di Londra del '40, oppure si è rivelato una persona più interessante?
Attenderò una tua risposta,
tua devotissima
Daisy



Rileggo la lettera indirizzata al mio fratello maggiore, la ripiego e la inserisco nella busta: domani la spedirò, ormai è troppo tardi per fare un salto fino alla guferia (senza contare che non ne ho la minima voglia).
Per quanto Doug sia stato un insopportabile secchione, cosa che mi porterebbe a non ascoltare a prescindere nessuno dei suoi suggerimenti, mi duole ammettere che ha ragione: i miei esami sono mostruosamente vicini.
Ci ho pensato durante l'ora di pozioni e mi sono fatta prendere un po' dall'ansia, così per rilassarmi, mentre aspettavo che anche gli altri finissero il compito, mi sono messa a disengare su un pezzo di pergamena.
Era una lumaca gigante, di quelle schifosissime senza il guscio, che affogava in una pozione.
Ci ho aggiunto gli occhi e la bocca: era identica al mio professore!
Senza farmi vedere l'ho passato a Rah con scritto Lumaca-corno e siamo scoppiate a ridere entrambe (ma senza che il professore se ne accorgesse!).
Se invece di pensare a queste cazzate mi dedicassi di più allo studio forse non avrei troppe preoccupazioni per i GUFO, ma so bene che è praticamente impossibile impormi studiare una materia che non mi piace.












26/04/2008
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« allora, qualcuno di voi è mai riuscito a far prendere una forma corporea al proprio patronus? » diverse mani si alzano, anche se ho i miei dubbi che alcuni di loro dicano la verità al riguardo. Vedo una fila di bacchette già schierate di fronte a me: sapevo che quest’incontro avrebbe riscosso successo. Jillian si affretta ad infilarsi nella riga ordinata, abbandonando la sua postazione al mio fianco.
« concentrazione, e un pensiero felice. » abbasso lo sguardo dopo aver ripetuto per l’ennesima volta le istruzioni, in modo da poter trovare la concentrazione necessaria per dare una dimostrazione. Ripenso per un istante al serraglio, alla mia cameretta, a casa. La mia bacchetta compie un mezzo giro nell’aria, « expecto patronum! » e diffonde un bagliore argenteo, che poi scivola verso il pavimento e spiega le ali nella forma di un cigno. Il mio Patrono plana e poi si solleva nell’aria, scomparendo dopo aver svolazzato un po’ in giro, seguito da un coro di “ooh” d’apprezzamento. Ci ho messo una vita a riuscire a farlo; non è facile, e non tutti gli adulti sono capaci di utilizzarlo – anzi, sarebbe divertente vedere quanti insegnanti sanno castarlo correttamente al primo colpo. Faccio un cenno agli altri, per suggerire agli altri che l’hanno già imparato di sfoderare il coraggio e farci vedere cosa sanno fare.
Jillian McKanzie è già diventata tutta rossa, e borbotta qualcosa che potrebbe essere “expecto patronum” come qualsiasi altra cosa. Fa un passo in avanti, scrutandoci tutti prima di iniziare. Io mi siedo su uno di pouf, dandomi la possibilità di scrutare le facce estasiate degli altri. La mia assistente scandisce la formula e strizza gli occhi, senza vedere così un grosso gatto dalla coda ancor più lunga e pelosa della norma. « un gatto delle Ande! » commenta tutta orgogliosa, tornando al suo colorito normale mentre il gatto si aggira per la stanza e scompare mentre salta su una poltroncina. Sono molto, molto soddisfatta. Dopo pochi momenti, si aggira per la stanza anche la grossa tigre di Julia, e tutti i presenti ruotano mantenendosi a distanza di sicurezza dal felino.
Cominciano ad apparire sbuffi argentati e zampe, ali e nuvolette. Mi avvicino a Eugene, fermandogli il polso mentre si agita per dissolvere la nebbiolina che lo circonda.
« forza! » mi lancia uno dei suoi sguardi da orso bruno, ritirando la mano. Faccio un passo indietro per lasciargli lo spazio di agire ed aspetto di vedere un altro tentativo. Anche se, finché lui non ci crederà, non funzionerà affatto. Tra me e lui passa Isabel Sittenfeld, che insegue uno scoiattolo d’argento ridendo come una pazza. Ed Eugene fa qualcosa di simile ad un sorriso, prima di far comparire un bel procione che inizia a sfregarsi il capo. Gongolo, prima di passare al prossimo caso disperato.



Julia è scappata nonappena è finita la riunione. E di sicuro c’entra Aedan Lywelyn, mr. Campione-Di-Quidditch. Sono scettica, molto scettica. Perplessa riguardo al futuro di una relazione e alle intenzioni del mio cmpagno di casa. Un rumore alle mie spalle mi costringe involontariamente a voltarmi e a vedere Sebastian che si accoccola su una montagna di cuscini, rimasta lì dalle prove – fallite – di insegnare un Incanto Respingente. Scrollo la mia bacchetta, lasciandone uscire uno spruzzo rosa confetto, e mi dirigo verso di lui.
E’ bello, e malizioso, e sa di piacermi almeno quanto io piaccio a lui. Mi accovaccio, per poi lasciarmi scivolare al suo fianco. Jules gongolerebbe; nessuno è mai riuscito a mettere insieme Seb ad una ragazza con il cervello, tanto per darle un primato di cui vantarsi. E nessuno è mai riuscito ad intortarmi in così breve tempo, devo dire.
Lui sorride, riversandomi addosso un fiume di ormoni.
« allora? Soddisfatta? » chiede con falso interesse, mantenendo lo sguardo fisso su di me mentre la sua mano scivola lentamente verso il mio fianco, dove approda dopo un tragitto relativamente breve.
« dovremmo riprovarci. Sono convinta che tutti ce la faranno. » non stacco lo sguardo, ma faccio in modo che le mi dita si intreccino con le sue, e pian piano il suo palmo si sposti sulla mia schiena. Basta una frazione di secondo perchè si renda conto che ... certo, questo è il modo migliore per concentrarmi sui M.A.G.O. ... concentrarmi su un mago! Sembra quasi ruggire mentre si avvicina, facendo pressione sulla mia colonna vertebrale con i polpastrelli.
« sono d’accordo. E poi, con un’insegnante d’eccellenza... » mi lascio scappare una risatina nervosa.
« già, hai ragione. »
« georgiana? »
« mmh? » si solleva dai cuscini, piegandosi su di me.
« ti va di uscire? » mi ritrovo supina, con il peso del suo corpo sulle costole e la sua bocca contro la mia.



Spero che la ronda non duri più di altri 10 minuti: sono sul punto di addormentarmi in corridoio, e probabilmente non mi accorgerei neppure di un gregge di pecore in transito. Manca ancora poco. Poggio la schiena ad una statua di una brutta strega dall’aria boriosa, abbassando per un momento la lanterna. Anche oggi ci siamo ammazzati di studio: si avvicina il test finale di incantesimi, e stranamente non riesco ad utilizzare non verbalmente gli incanti di ultimo livello. “E se non ci riesce Georgiana...” come direbbe Julia.
Il mio unico scopo nella vita, al momento, è passare i M.A.G.O., poi potrò andarmene felice per le strade del mondo. Faccio uno sforzo di volontà per mettermi in piedi e ripartire alla volta del dormitorio.
« e così tu saresti il piccolo genio. » una voce sibilante mi pugnala in mezzo alle scapole. Mi volto; anche nella luce debole è facile riconoscere la serpeverde amica di Riddle, la velenosa Lenore Swart. Fa sventolare teatralmente il mantello della divisa, e la bacchetta scatta in avanti, puntata dritta sul mio viso. La fisso con palese terrore; quella ragazza è una fuori di testa conclamata, ed un’ottima strega. Stringo la mia fidata bacchetta sotto il mantello.
« e sei quella che spreca tempo proteggendo ... » il club. Mi balena con forza l’idea che ci abbiano scoperti. « ...quei disgustosi, sudici mezzosangue. » sono di ghiaccio. Come se la magia mi fosse volata via. Con una leggera pressione faccio in modo che la bacchetta mi cada in pugno, per quanto inutilmente.
« dunque? » ribatto con calma artica, anche se sto per morire. Non ho salutato Cheslav. Non ho consegnato i miei taccuini alla posterità. Non ho preso i M.A.G.O. Tremo nel buio denso, di colpo assorbito da un raggio di luce giallastra; un preavviso che si scontra sulla statua dietro di me, che inizia a corrodersi sin troppo rapidamente.
Lenore scuote i boccoli scuri, mascherando per qualche istante il ghigno malvagio che le deforma il viso. Il mio polso sembra costretto verso il basso da un peso di dieci chili; riesco a fatica a disegnare un 8 nell’aria e spararle addosso una pioggia di faville argentate, dall’aspetto tanto suggestivo quanto ne è pericoloso l’effetto. Faccio tre passi verso le scale mentre keu su spegne di dosso le fiammelle biancastre, e con la manica ancora illuminata mi fa schizzare contro il corrimano di pietra massiccia, su cui sbatto con violenza. Il silenzio tra di noi è perfetto, ma soffocato dal rumore dei nostri corpi e dei movimenti sgraziati. Mi rialzo a fatica e lancio la prima fattura che mi viene in mente. Impedimenta. Scappo appena i suoi gesti si rallentano, evitando di incespicare nei gradini per pura fortuna.
Il club è stato scoperto. Un trapano che mi ripete questo sospetto ad ogni passo. Devo parlare con Julia. Devo scoprire cos’è successo.













24/04/2008
commenti (8) • tag: lettere, famiglia, amori, malinconia, dolore, dubbi, grifondoro, corvonero

<<GIULIETTA: O Romeo, Romeo! Perché sei tu Romeo? Rinnega tuo padre; e rifiuta il tuo nome: o, se non vuoi, legati solo in giuramento all'amor mio, ed io non sarò più una Capuleti.
ROMEO (fra sé): Starò ancora ad ascoltare, o rispondo a questo che ha detto?
GIULIETTA: Il tuo nome soltanto è mio nemico: tu sei sempre tu stesso, anche senza essere un Montecchi. Che significa "Montecchi"? Nulla: non una mano, non un piede, non un braccio, non la faccia, né un'altra parte qualunque del corpo di un uomo. Oh, mettiti un altro nome! Che cosa c'è in un nome? Quella che noi chiamiamo rosa, anche chiamata con un'altra parola avrebbe lo stesso odore soave; così Romeo, se non si chiamasse più Romeo, conserverebbe qella preziosa perfezione, che egli possiede anche senza quel nome. Romeo, rinunzia al tuo nome, e per esso, che non è parte di te, prenditi tutta me stessa.
ROMEO: Io ti piglio in parola: chiamami soltanto amore, ed io sarò ribattezzato; da ora innanzi non sarò più Romeo.
GIULIETTA: Chi sei tu che, così protetto dalla notte, inciampi in questo modo nel mio segreto?
ROMEO: Con un nome io non so come dirti chi sono. Il mio nome, cara santa, è odioso a me stesso, poiché è nemico a te: se io lo avessi qui scritto, lo straccerei. >>

***

Sospiro.
Ho letto tutto d'un fiato questo brano a Julia,lasciandolo scivolare morbido fra le piaghe della sua mente vigile, sperando che davvero lei potesse sentirlo con tutto il cuore che ci ho messo io.
Comincio ad essere stufo di tutto questo detto non detto, delle leggende metropolitane, delle cose che non capisco per il semplice fatto che la gente non voglia farmele capire.
Che la Versten abbia qualcosa contro i Serpeverde l'ho ben capito e non mi stupisce. Ma non immaginavo che una mia parentela potesse allontanarla così tanto da me.
La cosa mi devasta, quando forse non dovrei prenderla in questo modo. Cosa Julia mi abbia realmente fatto non so dirlo.
Una cosa la so per certa. Quella ragazza mi ha completamente, irreversibilmente catturato nella sua rete.
Punto importante, accettare quell'invito.
Quello scarabocchio a matita che vorrei leggesse con lo spirito giusto, con tutta quell'angoscia mista a rabbia, mista anche a qualcosa di dolce di cui non conosco esattamente i contorni per poterli saggiare, che ci ho messo io.
Ho bisogno di vederla. Ho bisogno di parlarle. E, la cosa che mi spaventa più di ogni altra cosa forse, è il fatto che il bisogno più grande, quello senza nome che urla continuamente martoriandomi il cervello è che deve credermi. Quando mi sorge questo dubbio....mi manca l'aria.
Un brano che tiene in sè molti pensieri riconducibili al mio. Molti. Forse troppi. Ho davvero bisogno, ripeto, che lei lo capisca. E questa ostinazione che sento, a volte, è snervante. Solo perchè non comprendo ancora, fino in fondo, che cosa significhi. Che cosa comporti. O forse solo, perchè mi trovo in un limbo. Un limbo dove risposte non ce ne sono. Un limbo freddo come le terre dei ghiacci.
Il suo. Il mio.


“Se mi credi, se mi hai capito, voglio vederti. Domani alle 10 p.m., nell’aula di Musica.

Aedan”


Il  biglietto usato come segnalibro per il brano che le ho chiesto di leggere, o meglio, di ascoltare. Una cosa un pò sciocca, forse. Bambinesca, magari.Ma è stata la trovata più geniale che il mio cervello, già abbastanza martoriato, potesse trovare, indi per cui, ritengo in primis di doverla apprezzare nonostante la banalità estrema.Ore 22. Ore 22. Che vuoi che sia. Devo aspettare SOLO fino alle dieci di stasera. Ma dico io. Potevo pensarci un attimo e darle un appuntamento per un orario più decente. Perchè diamine mi son convinto a darle l'appuntamento così tardi..ci penso.
Ah già. Il via vai di gente che, almeno spero, dovrebbe essere notevolmente dimezzato per quell'ora consentendomi la possibilità, della quale necessito, di parlare con lei. Parlare finalmente senza mezzi termini. Senza mezze parole. A me non importa scavare nella sua esistenza. Mi rendo conto lentamente che a me importa di lei. Sempre, solo, completamente, di lei.


Raggiungo l'aula di musica con leggero anticipo. Forse pensando che, nell'effettivo, una buona compagnia dettata dalle note di un pianoforte potrebbe essere la cosa migliore. Problema, grosso. Nei momenti di frenesia/nervosismo, mi capita di comporre delle canzoni, più o meno forti. Più o meno articolate. Ma mai, mi era capitato di sedere allo sgabello e lasciare scivolare le dita sui tasti d'avorio producendo melodia PER UNA persona. Mai.
Non l'ho mai fatto per il semplice motivo che non ho mai sentito sensazioni così forti per qualcuno in grado di poter creare melodie tessendo archi di fiaba fra le note di uno spartito invisibile che solo il mio cervello conosce. Possibile che mi sia rimbecillito a tal punto?julia
Non lo faccio vedere, questo è certo. Ma cosa è questo rodo dentro che sento. Questa voglia di urlare alla luna ogni notte come se una maledizione si fosse impossessata del mio corpo.
Cosa è questo fuoco che mi brucia le viscere pulsando dal ventre allo sterno, producendo questa sensazione fastidiosa e piacevole al tempo stesso. Che mi assale lambendo il mio essere. Cullandolo nel silenzio e nella valle del dubbio senza possibilità di uscita.
E mentre le mani scivolano sui tasti con velocità sorprendente la mia mente viene fermata da una musica dolce. Una musica dolce che deriva proprio da quel tormento che pensavo di sentire.
Il fuoco, il silenzio, la notte maledetta, hanno prodotto un suono dolcissimo. Un suono che ha sapori di favola e luoghi ben lontani dai segreti custoditi fra queste mura. Un suono che ha il sapore di me e di lei. Ma soprattutto di lei.
E mentre chino lo sguardo sull'ultimo re composto da una mia mossa, mi ritrovo a sospirare, immaginandomi come sarebbe se....se.
E una voce mi riporta alla realtà.
"Quale è il titolo di questa meraviglia?"- mi volto, giusto in tempo per scorgere la Versten che chiude l'uscio alle sue spalle, fissandomi.
Mi sollevo, guardandola a mia volta in quelle iridi gelide così simili alle mie, ed al tempo stesso così diverse.
"Julia. Si intitola Julia."













22/04/2008
commenti (3) • tag: amori, sogni, speranze, amicizie, grifondoro, corvonero, fidelius

A volte mi chiedo cosa sia il tempo. Tanti piccoli istanti senza importanza, e forse un paio di lampi splendenti che illuminano tutta la nostra vita. Ma la loro luce non sempre è benigna. A volte è malvagia, altre volte…ambigua.
È così che definirei la presenza di Aedan nella mia vita.
Un lampo ambiguo.
“Jules, a cosa stai pensando?”chiede la voce di Sebastian.
“A nulla.”rispondo.
Sto scrivendo gli avvisi per la prossima riunione del Club, e mi sono persa sulla J di Jillian: sembra un serpente che invade metà pergamena. Sospiro, e ne prendo un’altra dalla riserva alla mia sinistra.
Sebastian mi chiede qualcosa per una questione di Antiche Rune, ed è costretto a ripetermela.
Sono sulle nuvole, stasera.
Ricontrollo nomi e date sui vari inviti. A parte un piccolo errore [Carlisle è diventato Carle, povero], sono tutti a posto. Domani cercherò di distribuirli senza dare nell’occhio.
“Posso darlo io a Georgiana?”dice Seb.
“E va bene, ecco qua. Avete una riunione dei Caposcuola?”
“Più o meno ora, per essere precisi.”
Gli porgo il biglietto. Lui allunga la mano, ed io…
“Jules, sono in ritardo, non posso giocare!”esclama, mentre allontano il suo oggetto del desiderio.
“Promettimi che ti comporterai bene.”
“Promesso!”dice, assumendo un’espressione da bimbo innocente.
“Lo so che tanto non mi posso fidare…tieni.”
“Grazie, mio fiore dei ghiacci.”esulta, schioccandomi un bacio sui capelli.
Seb, Seb…


Chiudo il libro con un rumore cupo. In Sala Comune sono rimaste poche persone, stakanovisti dello studio. Io ho già dato: se leggo ancora una volta le dodici applicazioni del’incantesimo Argante, giuro che mi metto ad urlare.
Mi alzo in piedi, mi stiracchio. Devo riportare il libro in biblioteca, e poi posso andarmene a dormire. Sento gli occhi pesanti. Il corpo indolenzito. Il cervello fuso. Sì, ho bisogno di dormire.
Il rumore dei miei passi è fioco come la luce delle candele che illuminano il corridoio. Mi tornano in mente le raccomandazioni che ho fatto al Club, non più di un mese fa.
Non andate in giro da soli di notte.
Stringo nel pugno la mia bacchetta di legno di rosa. Un gesto semi-irrazionale, che però riesce a darmi forza. La Biblioteca chiuderà fra poco.
Spingo il portone di cedro e vedo alcune teste chine. Solo divise di Corvonero a quest’ora. D’altronde, lo dice anche Georgie. Talvolta un Corvo si trova meglio in Biblioteca che a casa.
Mi avvicino al banco della signora Bukvomm, e le consegno il volume intitolato “Incantevoli Incantesimi” [mai un titolo fu più sbagliato]. Appongo la mia firma e mi volto per andarmene.
Ferma. Gelata dagli occhi azzurri di un Corvonero che inizio a conoscere fin troppo bene.
“Ciao, Julia.”mi saluta tranquillo. Di colpo rimpiango di non aver indossato la divisa, invece di questa maglietta. La maglietta di quel giorno.
“Ciao, Aedan. Cosa ci fai qui?”
“Stavo leggendo una cosa interessante. Una cosa che potrebbe farti capire molte cose.”
“Ad esempio?”domando, con voce appena un po’ alta. Non mi piace la sua frase.
Non risponde subito, ma si alza e inizia a mettere via le sue cose. Una pila di libri, le penne, ed un libricino di dimensioni ridotte. Prende tutto in mano, e si avvia verso la bibliotecaria, per riconsegnarle i tomi. Passandomi accanto, mi porge il libro più piccolo.
“Leggilo, e poi mi dirai.”
Annuisco, e lo saluto con un laconico:
“Buonanotte.”


Sto indossando il mio pigiama azzurro, e sul letto giace il libro di Aedan. Si intitola “Romeo e Giulietta”. Ho paura di leggere la tragedia di Shakespeare, e non sto scherzando. Georgie mi capirebbe, se glielo potessi dire.
Lo apro: fra le pagine, spicca un segnalibro rosso con il disegno di una rosa bianca. C’è scritto il mio nome. Lo sfioro con l’indice, ed una voce a me nota scivola fra i miei pensieri.
Una voce che assume due inflessioni diverse. Lo sguardo mi cade sulla pagina del libro, che è proprio quella recitata dalla voce di Aedan Lywelyn.

GIULIETTA: O Romeo, Romeo! Perché sei tu Romeo? Rinnega tuo padre; e rifiuta il tuo nome: o, se non vuoi, legati solo in giuramento all'amor mio, ed io non sarò più una Capuleti.
ROMEO (fra sé): Starò ancora ad ascoltare, o rispondo a questo che ha detto?
GIULIETTA: Il tuo nome soltanto è mio nemico: tu sei sempre tu stesso, anche senza essere un Montecchi. Che significa "Montecchi"? Nulla: non una mano, non un piede, non un braccio, non la faccia, né un'altra parte qualunque del corpo di un uomo. Oh, mettiti un altro nome! Che cosa c'è in un nome? Quella che noi chiamiamo rosa, anche chiamata con un'altra parola avrebbe lo stesso odore soave; così Romeo, se non si chiamasse più Romeo, conserverebbe quella preziosa perfezione, che egli possiede anche senza quel nome. Romeo, rinunzia al tuo nome, e per esso, che non è parte di te, prenditi tutta me stessa.
ROMEO: Io ti piglio in parola: chiamami soltanto amore, ed io sarò ribattezzato; da ora innanzi non sarò più Romeo.
GIULIETTA: Chi sei tu che, così protetto dalla notte, inciampi in questo modo nel mio segreto?
ROMEO: Con un nome io non so come dirti chi sono. Il mio nome, cara santa, è odioso a me stesso, poiché è nemico a te: se io lo avessi qui scritto, lo straccerei.

Rabbrividisco.
In matita, retro del segnalibro, poche parole: “Se mi credi, se mi hai capito, voglio vederti. Domani alle 10 p.m., nell’aula di Musica.”
Appena dopo la riunione del Club.


Interno, sera. Tutti i personaggi seduti su poltrone e pouf. Una ragazza con i capelli castani che detesta sempre di più il dover parlare in pubblico senza scriversi prima il discorso. Prendo un respiro profondo e inizio a parlare:
“Ormai le Serpi, o meglio, i seguaci di Riddle stano espandendo sempre più la loro influenza sulla scuola. Ultimo esempio è l’arrivo della nuova insegnante di Aritmanzia, Martine Lewis.”
Georgie sbuffa, mentre il viso di Eugene resta impassibile.
“Quindi ho ben due cose da dire. In primo luogo, che il Club necessita di ampliamenti. Per quanto mi riguarda ho in mente i nomi di due persone: Damian Denholm ed Opal Worthington.”
Cenni di assenso fra i miei compagni.
“Anche voi potrete fare le vostre proposte. La decisione finale sarà presa da me, Georgiana e Sebastian. Se la persona verrà approvata, la porterete qui e la sottoporremo alla nostra consueta piccola intervista. Domande?”
Silenzio. Non sapevo di essere così autorevole.
“La seconda cosa, riguarda il Club più da vicino. Da oggi in avanti, inizieremo ad esercitarci con l’Incanto Patronus.”
L’entusiasmo generale è abbastanza manifesto, tanto che intravedo appena la mano alzata di Audrey Salinger.
“Sì, Audrey, dimmi.”
“Possiamo dare un nome al Club?”
L’idea non mi ha mai sfiorata, tuttavia non mi dispiace.
“Certo, perché no. Avevi già pensato a qualcosa?”
“Io e Jill avevamo pensato a Fidelius.”
L’Incanto Fidelius. Un incantesimo per proteggere i segreti.
“Mi sembra appropriato. Tutti d’accordo?”
La risposta è un “Sì!” unanime.
“E allora che Fidelius sia.”
Dopodichè, Georgie prende il libro di Incantesimi e parte con l’introduzione teorica riguardo il Patronus.
“Dovete pensare ad un ricordo felice…”

Un ricordo felice. Sono le parole di Georgiana che rimbalzano fra i miei pensieri, mentre mi dirigo verso l’Aula di Musica. I miei tentativi di Patronus non erano stati altro che una nebbiolina indistinta, finché non avevo pensato all’episodio di pochi giorni fa. Con lui.
Allora, un meraviglioso Patronus perlaceo si era materializzato di fronte a me.














19/04/2008
commenti (4) • tag: discussioni, confidenze, amicizie, riddle, grifondoro, corvonero

Che ci  fosse qualcosa di strano nel comportamento della piccola Baudelaire lo avevo intuito da solo. Ma la realtà di COSA fosse esattamente questo “qualcosa di strano” mi sfuggiva, ed era semplicemente detestabile, come condizione.
Se consideriamo poi il fatto che, ogni volta che vorrei chiederle qualcosa lei si dilegua. Puf! Sparisce come se fosse un fantasma che incontra il veleno contro il suo ectoplasma.
Donne. Capissi almeno come devo fare per chiederle che accidenti succede.
Mi sa…che dovrò usare le maniere forti. Fortissime.


Mi incammino lungo i corridoi, la suddetta Baudelaire arriva dalla parte opposta, e nel momento in cui solleva lo sguardo, notando la mia presenza, inchioda gli occhi sul pavimento, tornando a camminare verso dove è venuta.
“Eh no.” - dico a me stesso, aumentando il passo diretto verso di lei. Se qualcuno ha qualche problema con il sottoscritto deve dirmelo in faccia. Bella o brutta che sia, io la verità la voglio sapere. E comincio a chiedermi per qualche arcano motivo mi interessa così tanto sapere se Elodie mi sta evitando o meno. Sarà per la strana sensazione allo stomaco. O forse è la mancanza di sincerità che sento. Si, sicuramente è quella. Mi convinco. Le blocco, con gentilezza, un polso.elodie
“Eih, bocciolo.” - la mia voce è lo specchio immutato della mia non intolleranza nei suoi confronti. A giudicare dal suo sguardo allucinato/contrariato, forse non ho fatto granchè bene in questo mio gesto non ponderato. Ma sfido chiunque ad avere un dubbio e non soddisfarlo mai!
Lei si limita ad elargire un saluto spiccio “ciao.”
Io inarco un sopracciglio, la sua affermazione lascia poco spazio a discussioni di alcun genere, per cui, fuori il “tatto” di cui sono disposto in queste situazioni [ ossia zero ] e cominciamo.
“Dì un po’.” -esordisco- “mi stai FORSE evitando?”.
Diretto. Stra-maledettamente diretto. La sua reazione non è delle più eloquenti, in positivo. Visto che si limita a guardarmi, leggermente allucinata quasi avesse visto un morto che cammina, sgranando gli occhi. Mentre il suo piede non da tregua al pavimento battendo sonoramente.
Aspetto qualche istante, ma il suo sguardo non si schioda, e sembra non voler accennare alcuna risposta alla mia, credo legittima, domanda.
Ancora qualche attimo, e poi un sibilo da parte sua. “Perché dovrei?”-chiede, con una naturalezza disarmante. Depongo il suo braccio, sfilandolo dalla mia presa.
“In effetti, non ce ne sarebbe motivo. Ma considerando il tuo atteggiamento, sembrava quasi una cosa evidente.” –mannaggia alla mia lingua, zitto mai Damian?
"Bene, non è così" - mi risponde, leggermente infastidita (almeno credo).
Io le sorrido, gentile. “ok. Credo sia meglio chiudere qui la faccenda”-schiarendo leggermente la voce- “Scusa la domanda impertinente, allora.”-mi congedo,mantenendo saldamente la mia linea di calma apparente. – “Ci vediamo in giro, Elodie”. E mentre lo pronuncio lei si è già dileguata.
…..poi non devo pensarlo che mi sta, sul serio, evitando.
Ho ripensato spesso a quello che mi ha detto Julia, giorni fa.
A quello che è successo con il marmocchio serpeverde, a tutto quello che capita a scuola. La situazione precipita, e pare che a tessere i fili di questa invisibile ragnatela vi sia dietro qualcuno di molto molto grosso.
Che Riddle fosse promotore di questa filosofia “No ai mezzosangue” non mi aveva per nulla stupito, anzi. Sono convinto che sia lui il famigerato capobanda. Un po’ per i suoi modi di fare, un po’ per il suo fare altezzoso e fuori dal comune.
Che Hogwarts fosse scissa non vi era dubbio, ma l’equilibrio, prima, era qualcosa che si riusciva a mantenere, seppur con qualche leggera difficoltà non impossibile da superare. Non, va. Proprio non va.
georgieE vorrei poter dire di avere una soluzione qui, a portata di bacchetta.
Sfoglio il mio libro, guardando le pagine con leggero disinteresse. Per poi sollevare lo sguardo, ed incontrare l’esile figura di Georgiana Harrington.
Una simpatica ragazza, che conosco fin dai primi giorni qui ad Hogwarts, se non fosse per il pochissimo tempo che si riesce a condividere, posso dire che senza ombra di dubbio sia una cara amica. E poi, l’ho sempre vista molto decisa e caparbia quando si tratta di seguire le linee giuste, che portano a conclusioni sensate.
Sollevo una mano, il mio tavolo della biblioteca è pressoché vuoto, chiaro invito a farla accomodare di fronte. Lei sorride, e poggia i suoi libri sulla superficie.
“Dam.” - saluta, con un cenno gentile.
“Georgie” -ricambio il saluto, tornando con lo sguardo basso sulle pagine. La biblioteca, oggi, è un continuo vociare, mi volto, notando alcuni serpeverde dei primi anni che confabulano concitatamente fra loro nella critica aspra sull’aspetto di una ragazza, seduta poco distante da loro, probabilmente mezzosangue a giudicare la loro definizione.
“Sporca.” - sibilo, infastidito, ripetendo fra i denti quello che ho potuto cogliere da quelle boccucce malefiche atte a cianciare fra loro di argomenti senza senso.
Georgiana solleva lo sguardo.
“Mh?” - domanda. Perplessa. Io scuoto la testa.
“ E’ impossibile. E’ insopportabile.” – sbuffo, spazientito. Mentre Georgie continua a fissarmi.
“La situazione a scuola precipita. Ne parlavo con Julia giorni fa, ma più passa il tempo, più mi sento come se gli eventi colassero a picco. Prima era una filosofia che riprendeva soprattutto i ragazzi degli ultimi anni nella casata verde/argento. Adesso è un problema comune, anche i ragazzetti dei primi anni si divertono nella critica spregiudicata, e non solo, dei figli di babbani. E’ assurdo.” – continuo a parlare concitatamente, forse dimenticandomi leggermente il luogo nel quale ci troviamo.
Georgiana annuisce lentamente, forse d’accordo con il mio discorso di disappunto.
“Vorrei davvero fare qualcosa, sul serio. In fondo non esiste nulla di diverso, anzi. Mi vengono i brividi nel sapere che il mondo magico sarà anche in mano a quei dementi serpeverde senza ritegno.” – le mie considerazioni sono notevolmente aspre, ma forse la mia è solo voglia di rivalsa. Nei miei confronti mai sono state suscitate polemiche simili, per il semplice fatto che il mio sangue è PURO, degno di nota.
Non è una cosa concepibile.
“La classificazione degli animali.” – sbotto.- “ Ecco a cosa siamo arrivati.”
Mi inalbero, voltandomi palesemente verso le ragazzine alle mie spalle che vengono raggelate dalla mia occhiata. Scosto gli occhi, posandoli su quelli della giovane presa di mira, che non si sente per nulla a suo agio nel trovarsi bersagliata sommessamente da quelle arpie in erba.
Considerato questo mi alzo, avvicinandomi a lei, e mi chino vicino.
“ Vieni a studiare al mio tavolo, vuoi?” – il mio tono è amichevole, e la piccolina accetta, fondandosi al mio fianco, sotto il sorriso compiaciuto di Georgiana.
Oh.
Ora va meglio.
Quando ci vuole, ci vuole.













16/04/2008
commenti (4) • tag: amicizie, guai, grifondoro, momenti imbarazzanti

« Monotonia » bofonchio, interrompendo il silenzio tombale della sala comune.
A quest'ora del pomeriggio e in pieno Aprile, con il sole invitante che filtra dalle vetrate e diffonde quel calore così piacevole, è raro vedere anima viva dentro il castello. Ma è risaputo che, quando qualche votaccio da recuperare incombe sulla mia testa come un nuvolone nero e carico di pioggia, le mie libertà personali vengono prontamente invase dalla mia presunta migliore amica.
« Che? » lo sguardo di Prue è interrogativo quanto basta per farmi capire che non deve aver afferrato.
« E' tutto molto... monotono » ripeto, facendo volteggiare la bacchetta nell'aria, che forma qualche scintilla zigzagante di colore rosso. La osservo contrastare con la luce della finestra, per poi vederla dissolversi.
La bionda sospira, indicando il foglio di pergamena che giace sul tavolo da due ore ormai « Anne, hai preso un altro Desolante » dice tentando di assumere un tono grave, aprendo un volume polveroso davanti a me « Se ti metti d'impegno ora, prometto che avrai la tua boccata d'aria giornaliera »
Sbuffo sonoramente, lasciando poi che lei riprenda a parlare. Opporsi sarebbe inutile; non si sfugge alle grinfie di Prudence Harrison.
« Siamo qui perchè tu devi presentarti al compito di giovedì con una preparazione da Oltre Ogni Previsione » fa una smorfia, incrociando le braccia in un gesto fiero « Certo, se tu studiassi al momento giusto, ora saresti lì fuori a brucare l'erba come desideri... » conclude, alludendo al fatto che avrei potuto benissimo studiare per la scorsa verifica e prendere la sufficienza allora, piuttosto che dover adesso recuperare.
Ma con questo sole, gli uccellini che svolazzano e cinguettano, e il vai e vieni concitato nel parco, a chi verrebbe in mente di chiudersi in camera a studiare per un così mediocre compito in classe di Pozioni?
« Dai, Prue » incrocio le braccia dietro la schiena, rivolgendole il mio sorriso migliore « Ormai so tutto, vedrai che andrà a meraviglia! »
Lei sospira di nuovo, incerta nello sguardo, tanto che alla fine cede alle mie capacità di convinzione.
« Hai vinto » mormora sprezzante, chiudendo i libri e riponendoli nella tracolla.
Oh, ora sì che mi sembra di sentire le campane suonare! Questa sessione di studio è stata deteriorante, quasi quanto quella pre-esami dell'anno scorso. Il fatto è che, ultimamente, quella che potrei definire la mia guida spirituale (quando si parla di studio, ovviamente) è ancora più apprensiva del solito nei confronti dei miei risultati scolastici. E' vero, ha i M.A.G.O. pressochè tra un mese e mezzo, ma sono i suoi, non i miei esami. A giudicare da come organizza ogni mio singolo pomeriggio, comincio a pensare che stia seriamente tramando uno scambio d'identità...
Afferro la sciarpa di cotone dei giorni caldi e infilo il maglione di Grifondoro, fremendo dalla voglia di trovarmi fuori. Prue mi segue, seppur ancora contrariata, sbuffando a intervalli di tempo perfettamente regolari.
« Dai, Prue » esclamo battendo le mani in un gesto allegorico « Su con la vita, stai per assaporare la libertà! » le do' una pacca sulla spalla, proprio mentre giungiamo fuori dal portone. L'orologio della torre segna le cinque e mezza, il tempo prima che faccia buio è pochissimo, ma sempre meglio di niente. Perchè chi cade tra le grinfie della secchiona per eccellenza, ha poche probabilità di fuggire...


***

Lezione.

« In qualunque caso, e non mi stancherò mai di ripeterlo, l'applicazione nello studio è fondamentale per una buona riuscita tecnica » non sto ascoltando con particolare attenzione le parole di Benton, il quale, camminando a grandi passi lungo l'aula, sta probabilmente tentando di concludere la lezione.
« Psst » un sussurro proviene da uno dei banchi alle mie spalle. Mi volto, cercando di non farmi notare dal professore, per scoprire che il richiamo proviene dalle labbra di Opal.
Sorride, sporgendosi verso di me e abbassando la voce « Non è che hai una piuma di riserva? »
« Certo » frugo nella borsa, gettando al professore qualche occhiata sfuggente ed evitare che si accorga della mia disattenzione. Non sono esattamente certa che non mi abbia visto, considerato che ormai quasi tutti si sono fatti una ragione davanti all'evidenza che, per me, dare retta ai precetti fondamentali della brava studentessa è pressochè impossibile.
Porgo la penna alla ragazza, rialzandomi dalla posizione incurvata che avevo osato per cercarla « Tieni »
Un tonfo fragoroso mi impone di fermarmi a mezz'aria, tra le occhiate di tutti i presenti (insegnante compreso), voltatasi simultaneamente per verificare che cosa sia successo.
« Oh, porc... » i miei occhi osservano dilatati lo spettacolo del pavimento di pietra cosparso di inchiostro, dalla macchia più grande costellata dai frammenti di vetro, alle gocce più piccole sparse nel raggio di un metro.
Mi sento gli sguardi addosso, ma essendoci ormai abituata, traggo un gran respiro ed estraggo la bacchetta.
« Signorina Bennett » il sorriso sghembo piantato sulla faccia, Benton blocca il mio tentativo di aggiustare le cose in un gesto « Preferirei che lei non arrecasse altri danni durante la lezione, cosa ne dice di attardarsi a sistemare quando sarà finita? » proferisce indicando la mia mano, che sta ancora serrando stretta l'asticella di legno d'edera.
« Ahm... » Fisso il professore, incerta « Certo che no » rispondo infine, rimettendomi a sedere al tavolo e prendendo a giocherellare con la pergamena.
« Tra l'altro, dato che il suo non mi pare un linguaggio adeguato a un ambiente tale quello scolastico » perfetto, adesso vuole anche provocarmi sensi di colpa per un'imprecazione sussurrata, e tra l'altro neppure completata « Ritengo che sottrarre cinque punti alla sua casa sia d'obbligo, non crede? »
In questi momenti muoio dalla voglia di scagliargli in testa qualcosa a lui davvero adeguato...

Lezione finita. L'aula, man mano che gli studenti decidono di evadere dall'ultima ora di lezione, si svuota. Bofonchiando eufemismi non riportabili su carta, mi accingo a ripulire il disastro, per poi raccattare la mia roba e gettarla alla rinfusa dentro la borsa.
Alzo gli occhi alla porta, la mia attuale e desiderata meta, pregustando l'uscita quasi fosse la fine di una lunga sofferenza. Se c'è una cosa che detesto è essere messa in ridicolo, e anche se dopo cinque minuti gran parte dei presenti starà già sicuramente parlando d'altro, gli sguardi e le risatine sono irritanti.
« Serve una mano? » a quanto pare, oltre ai modi di fare e la grazia, devo rivedere anche la vista; non mi ero resa conto di un'altra forma di vita presente nell'aula...
« Mh, no » borbotto in direzione di Opal, senza però poter fare a meno di sorriderle. Ha un viso che sprizza allegria, che mette allegria dentro, e io vado matta per le cose allegre. Esatto, gente, è inutile che vi facciate un'immagine esigente di me: ridere è tutto quello che mi serve, nient'altro!
« Dai, avranno già dimenticato » dice, seguendomi verso la porta « Sai com'è, si fanno due risate e poi la cosa finisce » un sorriso caloroso, che non può che mettermi immediatamente di buonumore.
« Forse hai ragione. In fondo è un modo per animare le lezioni di Benton... » rido, mentre percorriamo assieme il corridoio « Se devo assumermi quest'arduo compito per la patria, lo farò senza indugio! »


***

Sera.

« Vuoi del dolce? » la voce di Prudence mi arriva alle orecchie, leggermente offuscata dal brusio diffuso in tutta la sala grande all'ora di cena.
« Certamente! » rispondo allegra, prendendone una quantità abbondante dal piatto di portata.
Lei mi guarda con un sopracciglio alzato, ma non può che lasciarmi fare. Non c'è speranza di separazione tra me e il gusto sublime di una torta al cioccolato all'irlandese. Sento il sapore invadermi il palato: questa è una situazione di paradiso...
« Ma possibile che devi sempre mangiare? » ride, mentre assaggia a poco energici morsetti una mela. Da quando si è invaghita di uno sconosciuto principe azzurro del settimo, sta tentando il miracolo mettendosi addirittura a dieta.
Io (e in quell'io non voglio sottintendere egocentrismo) non riuscirei a sopportare la rinuncia ad ogni alimento minimamente gustoso, come lei sta facendo da circa due mesi. Insomma, siamo o non siamo stati mandati a Hogwarts per gustare le sue prelibatezze?
Devo aver accidentalmente fatto il mio ragionamento ad alta voce, poichè un oggetto eccessivamente duro e pesante mi arriva dritto sulla nuca...












06/04/2008
commenti (2) • tag: famiglia, amicizie, serpeverde, dubbi, grifondoro, corvonero, momenti imbarazzanti

Oggi Peter ci ha convocato sul campo alle cinque e mezzo per l’allenamento di Quidditch.
Manca ancora almeno un’ora abbondante, ma io sto già uscendo dalla scuola, con la mia borsa. La scopa è nello spogliatoio. Cammino a passo lento, godendomi il sole che splende luminoso. Una vera giornata di primavera.
Raggiungo gli spogliatoi, e appoggio la borsa.
Sento lo scroscio della doccia: qualcuno deve essersi attardato per riprendersi dopo una sessione stancante. Infatti ci sono alcuni abiti appesi, e un paio di scarpe abbandonate. La borsa che intravedo non ha insegne particolari.
Mi tolgo la giacca e faccio per sfilarmi il maglione leggero, quando sento dei passi alle mie spalle.
Mi volto.
Il mio cuore si ferma un istante per poi cominciare a correre come un cavallo imbizzarrito.


Sotto l’acqua non posso fare a meno di annullare il mio io per qualche attimo. La doccia, già prolungata per troppo tempo, si rivela rilassante e compiacente per corpo e spirito.
Chiudo il getto, avviandomi negli spogliatoi, lego un asciugamani in vita, mentre con un secondo scompiglio i capelli eliminando l’umido in eccesso.
Mi fermo, di scatto, notando all’ingresso dell’ormai vuota sala avvolta dal vapore una figura che conosco. Bene.
Che ho sognato, anche.
Julia di fronte a me, silenziosa.
Nello specchio dei suoi occhi azzurri nei quali mi sono perso e mi perderei. Mi sento un bambino, forse. Dovrei avvicinarmi? Forse. Ma la sola cosa che penso, non appena la guardo, è la voglia di spingermi vicino a lei e baciarla. Baciarla come mai ho fatto. Baciarla fino allo stremo del respiro. Silenzioso, la osservo.
Parlami…
Aedan Lywelyn è di fronte a me, coperto solo da un asciugamano.
“Ciao.”dico.
La cosa più stupida del mondo. Aedan ha un’espressione che non gli avevo mai visto. I suoi occhi fiammeggiano, quasi. E devo farmi forza per concentrarmi su di loro e trattenere il mio sguardo dallo scendere, sul petto, sugli addominali, sull’asciugamano con le sue cifre…
Sento che sto arrossendo, cosa che non mi è mai capitata con un ragazzo.
Cosa mi sta facendo?
Non risponde al mio saluto. Stringe i pugni, e poi rilascia le mani.
Aedan, non hai idea di quanto io sia tesa.
Finisco di togliermi il maglione e resto solo con la maglietta a maniche corte che il bel tempo mi aveva spinto a indossare.
Mentre muove un passo verso di me, Aedan mormora:
“Ti vesti sempre troppo poco, Versten. Non puoi pretendere che io resti indifferente.”
Infatti non lo pretendo.
Mentre ascolto quelle rosee labbra pronunciare quella che per me risulta come musica, il mio passo diventa una vera avanzata. Con una falcata ampia la raggiungo, portandola volutamente contro la porta dello spogliatoio, verso la quale allungo la mano per chiuderla del tutto, tendendo un braccio.
“Così va meglio…”un sussurro malizioso, per niente tranquillo. La voglio, e la voglio come mai l’avevo voluta prima.
Mi avvicino alle sue labbra, sfiorandole mentre le accarezzo con il dorso della mano la guancia, scivolando poi fra i capelli. Sulla nuca.
Stavolta, nessuno mi può fermare. Ed anche se ci provassero, probabilmente non lo farei.
La bacio, lasciandomi trasportare da quell’amplesso di piacere ed emozione che brucia in corpo, facendomi trasalire.
Julia Versten è lì, ed io non voglio farla scappare.
Così incateno le sue labbra alle mie, mentre con movimenti lenti le mordo appena, regalandole un bacio carico di passione ma anche di dolcezza. Non solo il fisico viene trascinato da lei stessa, ma ogni cosa.
E questo “ogni cosa” risulta essere più grande, più devastante, più accattivante.
Sensuale.
Il corpo di Aedan Lywelyn preme sul mio, mentre mi bacia con una passione di cui non lo immaginavo capace.
Una sensazione calda e avvolgente sale dalle mie viscere, una sensazione che non ho mai provato, in ogni caso non in modo così travolgente. Non so bene cosa sta succedendo, ma voglio che continui.
Mi stacco per un istante da lui, che si irrigidisce. Voglio guardarlo negli occhi per un istante.
“Aedan…”
Non mi lascia tempo di concludere la frase, e mi chiude la bocca con un altro bacio.
Lascio scorrere le mani fra i suoi capelli bagnati,sulla sua schiena ancora umida…il suo profumo ora è più forte che mai, mi stordisce e mi fa dimenticare tutto, una sorta di droga.
Lo stringo forte a me.
Il solo pensiero che la mia mente ripete è:
“Non andare via, non andare via.”
Vorrei ascoltarla. Forse sarebbe giusto, corretto. Ma non posso rischiare, non stavolta.
Questo bacio di ghiaccio mi ipnotizza. Sanando la ferita dell’abbandono precario dell’ultima volta. Le sfioro i fianchi, le mani corrono sulla sua pelle, sotto la maglia.
Scosto le mie labbra, dividendo quegli attimi mentre la sollevo, portandola sul ripiano. Seduta, mentre la mia bocca scivola, lasciva, sul collo. Lambendone la pelle che profuma di fresco. Di buono.
Risalgo, di fronte a lei. Sorrido leggermente, sussurrandole: “ Julia…” nell’accento che lei adora.
Sfioro la sua pelle, sotto la maglia. Vorrei che questi attimi durassero per sempre.
Dice il mio nome. Come l’ultima volta.
Ci allontaniamo un istante, mentre mi tolgo la maglia.
Ecco, forse è questo che spezza il momento. All’improvviso mi ricordo di sua sorella, dei Serpeverde, di Riddle…di mia sorella.
Mi blocco, mentre lui bacia il mio collo. Non mi vede in viso, ma subito avverte che qualcosa è cambiato.
“Julia?”ripete. Ma con un altro tono.
Mi divincolo, rimettendomi la maglietta che mi sono appena sfilata. Mi allontano da lui, poi mi giro. Non posso non guardarlo negli occhi, anche se ho paura di quel che potrei vedere.
E tuttavia vorrei tanto che non se ne andasse.
Scuoto un attimo la testa, tornando alla realtà dei fatti. Julia si scosta come una furia sciogliendo quel bacio che ha legato entrambi. Rimango spiazzato, leggermente confuso, forse.
La osservo, di spalle. Mi avvicino di qualche passo, senza pretendere nulla. “Ho fatto qualcosa di sbagliato?” – sussurro, vicino al suo orecchio. Con la chiara convinzione che VOGLIO che mi dica cosa le balena in testa.
Sono stanco, dei silenzi. Delle parole a metà. Ma ancor più dei baci spezzati, degli attimi rotti. Stufo.
E se esiste una spiegazione a tutto questo, voglio saperla. E desidero, che sia proprio lei a darmela.
Non lo so se hai fatto qualcosa di sbagliato, Aedan. Di sicuro sto sbagliando io.
Prendo i suoi vestiti, ancora appesi e glieli porgo. Non posso stargli vicino, se non si copre. Mi copro il viso con le mani mentre si riveste, mentre sento un pianto fatto di tensione che preme sui miei occhi.
Poco dopo, indossa una maglietta e i pantaloni. Io mi sono calmata, nel frattempo. Calmata…che eufemismo. Diciamo che posso offrire una parvenza di tranquillità.
“N-Non è…”inizio.
Prendo fiato. Poi riprendo:
“Scusami, sono io. Tu non hai fatto nulla che non va, e anche se fosse stato così, sarebbe colpa mia che ti ho lasciato fare.”
Tace, mentre vedo una rabbia violenta che fa mutare la sua espressione. Stringe i pugni.
“Ho tante cose per la testa, Aedan. Tante. Non so bene come comportarmi, in nessun frangente. Credimi.”
Sta lì, fermo, in attesa che io gli dia una spiegazione migliore, che non ho. Forse l’ho impietosito, il suo viso si addolcisce.
Cosa faccio? Cosa posso fare?
Se mi avvicino, ricomincia tutto.
Julia, insomma! Dimostra un po’ di autocontrollo.
Muovo due passi malfermi, e lo abbraccio per un istante, ma mi stacco subito. Mi devo staccare subito.
Ascolto le sue parole, sento sulla pelle il suo abbraccio fugace. E sento, distinta e bruciante, la sua necessità, direi, di starmi lontano. Vorrei poter leggere la sua mente, adesso. Cercare di capire cosa si cela dietro quegli occhi azzurri. Almeno darei una spiegazione logica per placare la rabbia che sento, rabbia che non è indirizzata verso lei, ma verso me stesso, verso quello che stavo per fare. E che forse lei non voleva come me.
Sospiro.
“Ti credo.”comincio“Non serve giustificarsi. Non ne vedo motivo. E soprattutto….nessuno ti forza, per nessun motivo al mondo, chiaro?”sto per tendere la mano, vicino al suo viso.
Mi fermo un attimo, fissandola. Quasi stessi combattendo con il mio io per capire se è giusto o meno farlo.
Ignorando la voce interiore che sibila attenzione, le sfioro con la punta delle dita la pelle. Sorridendo leggermente.
“Non preoccuparti.” è la sola cosa che riesco a dire. Sarà stupida, ma è la realtà.
“Non preoccuparti”dice, sfiorandomi il viso.
Poi aggiunge con tenerezza, alzandomi il mento:
“Sorridi, su. Non fare quel visino triste.”
È un santo, questo ragazzo dal viso di lupo.
Sorrido sul serio, divertita da un pensiero che mi colpisce all’improvviso:
“Prima tua sorella, ora io. Saremo sempre interrotti, io e te.”
Non so cos’ho detto di così grave, ma Aedan si irrigidisce e lascia cadere la mano lungo il fianco. Poi si volta, e si mette la giacca.
Io resto paralizzata. È il tuo turno, Julia.
L’argomento “Scarlett” suona come una nota stridente in quel momento che stava assumendo contorni più morbidi, dopo l’incomprensibile allontanamento.
Indosso la giacca, e la sciarpa. Leggermente assente. Non voglio riversare su Julia delle ansie mie, ma quando si parla di cose simili, perdo la malleabilità, che già di per sé è un tantino assente.
Chiudo la borsa, portandola sulla spalla. E mi rivolgo a lei.
“Credo sia ora del tuo allenamento.” le dico, senza freddezza nella mia voce. Forse con un pizzico di amarezza mal mascherata. Mi avvio, passandole di fianco. Ma prima di andare poggio un bacio sulla sua guancia. Senza preoccuparmi del ceffone che potrebbe schiantarmi sul viso.
“Ci vediamo in giro, Julia.”le sussurro all’orecchio, prima di far scattare la chiave che chiude la porta.
Quel rumore ha chiuso questo momento.
La chiave che scatta, decreta la fine dei venti minuti più pazzeschi della mia vita, dal punto di vista sentimentale. Non tanto per ciò che è successo, quanto per le sensazioni che ho provato.
Mi siedo su una delle panche, e appoggio la schiena al muro.
Poi mi chino ed inizio a togliermi stivali, jeans, maglietta, per indossare la divisa da allenamento: chiudo la cerniera con un unico movimento. Pronta.
Lego i capelli, in disordine dopo le turbolenze di poco fa. Rassettando il mio aspetto fisico, cerco di dare un ordine logico anche ai miei pensieri.
Impresa titanica, ma resa più semplice dalla sua lontananza.
Sto ancora rimuginando, quando iniziano ad arrivare i miei compagni di squadra.
Damian mi saluta dicendo:
“Allora, hai incrociato il mitico Lywelyn, eh?”
Damian, se solo sapessi…
“Sì, stava andando via. Allenamento supplementare anche per i Corvi. Io vado, inizio a fare un po’ di riscaldamento.”
E così esco da questa stanza: non credo che riuscirei ancora a sopportarne l’atmosfera.
Esco velocemente, richiudendo la porta con garbo. La testa scoppia, quasi volesse un attimo di pausa.
Forse esiste un motivo a tutto questo, o forse no. Mentre risalgo, incrocio lungo la mia strada alcuni ragazzi, fra cui uno conosciuto, almeno nell’ambiente del Quidditch, mi pare si chiami Denholm. Che saluta con un cenno della testa atono, che io ricambio.
Via, veloce verso la mia stanza. O la voglia di tornare indietro, potrebbe prevalere sul buon senso.













31/03/2008
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«Sicuro di non essere arrabbiato?» domando per l'ennesima volta, stringendo forte la mano di Carlisle.
Scuote il capo.
«Per la milionesima volta no» mi rassicura, fermandosi un attimo nel bel mezzo del corridoio «Non sono arrabbiato, non avrei motivo per esserlo.»
«Si, però..» mi mordo le labbra, abbassando per un attimo lo sguardo «Sembravi così seccato l'altro giorno!»
Mi sorride, illuminato dalla calda luce delle candele appese alle pareti. E' così bello che fa quasi male guardarlo.
«Non fare quella faccia, ti prego» si sporge appena verso di me, sfiorandomi il viso con una carezza «Ora ascoltami, perché è l'ultima volta che te lo dico, d'accordo?»
Annuisco, senza riuscire a distogliere lo sguardo.
«Non sono arrabbiato. Trovo che sia adorabile quello che hai fatto, se proprio vuoi saperlo, non so quante altre persone al mondo avrebbero acconsentito ad aiutare un paio di ragazzine del primo anno a realizzare un'idea così strampalata»
Gonfio le guance, annuendo, e lui sorride di nuovo.
«Brava la mia stella» mi canzona, stringendomi la mano mentre riprende a camminare.
«Senza contare che» aggiunge dopo qualche attimo «L'idea di te nella Sala Comune Tassorosso mi stuzzica non poco..»
E mentre la porta della Stanza delle Necessità si materializza davanti a noi, un familiare bruciore mi avvolge la faccia.

***

Goergiana sbuffa, prima di prendere fiato e lanciare un tremendo urlo per richiamare il gruppo al silenzio.
I pochi presenti si paralizzano completamente, voltandosi verso la mia Caposcuola che sorride compiaciuta.
«Bene» esordisce, soffermandosi con lo sguardo su ognuno di loro «Direi che possiamo iniziare»
Abbasso lo sguardo, turturando l'orlo del povero maglione che indosso mentre lei si dilunga nelle solite comunicazioni di rito e si prodiga a scrivere su un quadernetto che custodisce gelosamente tutte le aggressioni di cui siamo venuti a conoscenza in corso di settimana.
«Violet Travingston ha quasi staccato la testa a morsi a un Grifondoro del primo anno dopo esser stata lasciata da Norwood» ci comunica Carlisle pacato, senza lasciar intravedere il fastidio che comunicare una notizia del genere gli provoca.
Julia inarca le sopracciglia, dal suo angolo, mentre Isabel lancia un fischio sommesso.
«Apperò, carina la ragazza» commenta la mia amica, incrociando le braccia al petto. Eugene, al suo fianco, ridacchia, subito fulminato da un'occhiataccia di Georgiana.
«Sebbene non tolleri l'aggressione, posso capire il gesto» commenta gelida la Caposcuola, continuando a scrivere con la sua grafia minuta e ordinata sul quadernetto. Il biondo distoglie lo sguardo, vagamente imbarazzato. Da quando Garet (che stasera non si è presentato) l'ha lasciata, Georgiana è particolarmente inflessibile con tutto e tutti. Come biasimarla, del resto.
«Altro?» indaga, alzando appena gli occhi dalle pagine.
«McDowning ha mostrato simpatia per la filosfia di Riddle» riporta Audrey, attorcigliandosi un ricciolo biondi attorno alle dita sottili.
«McDowning?» esclamo sorpresa «Klaus McDowning?»
Il ragazzino più fragile che sia mai stato smistato a Serpeverde in tutta la storia di Hogwarts?
La Salinger annuisce mesta.
«Lo so, ci sono rimasta male io per prima» sospira, scuotendo il capo. Georgiana, impassibile, continua a scrivere.
«Altro?» abbaia, richiamandoci all'ordine. Fa decisamente paura.
«Ancora una cosa» Sebastian si schiarisce la voce, abbozzando un sorriso «Opal Worthington ha fatto esplodere un libro in faccia a una delle due mini-Blackster»
Mi mordo la lingua, non ridere, e non sono l'unica: tutto d'un tratto Eugene trova particolarmente interessanti le sue scarpe, Carlisle è in preda a un maniacale attacco d'ordine e sistema i cuscini impilati alle sue spalle, Isabel e Audrey si contrallano rispettivamente le unghie ed eventuali doppie punte mentre Peter da una lustratina alla sua bacchetta e Julia tossisce discretamente.
«Libro esploso in faccia a mini-Blackster» mormora Georgiana, ignorandoci tutti, prima di chiudere il quadernetto con uno scatto secco «Direi che siamo a posto»
Inspiro a fondo, cercando di tenere a freno le palpitazioni: non è nulla di grave, in fondo, devo solo aiutarla. Nulla di impossibile.
E anche se Georgiana in questo momento è dolce, disponibile e tollerante come un Dorsorugoso in calore, è sempre sempre la stessa ragazza dal cuore grande, profondamente insicura e indiscutibilmente sognatrice di sempre. Non è notoriamente cannibale, anzi. A vedere quanto è magra si direbbe che tende al vegeratariano, ergo non mi sbranerà viva.
Abbozzò un sorriso, che ricambia con una smorfia truce.
D'accordo, come non detto, è assai probabile che possa decidere di divorarmi come spuntino di mezzanotte oggi. Ma tutti hanno un cuore, anche le cannibali arrabbiate perché appena mollate dal fidanzato imbecille di turno. Spero.
Mi schiarisco la voce, affiancandola, e mi stampo in faccia un sorriso che possa anche solo vagamente farmi sembrare più rilassata.
«Dunque» esordisce Georgiana, incrociando le braccia al petto «Come spero tutti voi sappiate, Riddle è un legimens e questo lo rende ancora più pericoloso di quanto già non sia. Siamo più vulnerabili davanti ad una persona che conosce i nostri segreti, figuriamoci davanti ad una che può navigarci dentro a suo piacimento..» lascia la frase in sospeso, guardandomi di sottecchi. Si aspetta che vada avanti io? Tossicchia. Si, immagino di si.
«Ehm.. c'è un unico modo per tenere una persona al di fuori della propria testa» inizio a dire, tentennante «O la si rende innocua, e per esperienza personale è alquanto difficile rendere innocuo Riddle» Carlisle ha un fremito, ma non gli lascio il tempo di parlare «o si fa in modo che ci sia un muro tra lui e i propri pensieri. Nel nostro caso, la seconda è la più auspicabile delle ipotesi.» una breve pausa, prima di riprendere a parlare «Nessuno di noi è Legimens, però tutti -presumo- conosciamo la formula e sappiamo come funziona l'incantesimo. Quello che stasera faremo, in sostanza, sarà utilizzare l'incantesimo scudo in modo tale che non vada a creare una barriera fisica ma mentale, ecco.»
Georgiana annuisce, agitandosi inquieta tra i presenti e dividendoli a coppie.
«Legilimes, per attaccare. Protego, per difendere» continua a ripetere, facendo di quella frase il suo mantra personale. E mentre l'aria inizia a saturarsi di magia, mi lancia una rapida occhiata meno ostile delle precedenti. Esame superato.

***

«Adesso tu mi spieghi per qualce assurdo motivo non mi hai mai detto questa cosa di Riddle» sbuffa Carlisle, spingendomi contro la parete alle mie spalle. Mi inchioda lì, guardandomi dritto negli occhi.
«Perché, come ti ho già detto, non è successo nulla di tale» inspiro a fondo, cercando di dominare la voce «Non esisteva ancora nessun club, non aveva nulla da perdere e nulla da proteggere»
«A parte te stessa» mi corregge cupo.
«Oh, avanti, non mi avrebbe fatto proprio nulla. La prima volta eravamo nel reparto proibito della biblioteca e sai com'è quell'arpia lì di guardia, no? Non se ne lascia scappare uno, sarebbe stato troppo semplice risalire a lui. E la seconda volta, c'eri tu» sostengo il suo sguardo, con aria di sfida «E poi dovresti tenere a mente che per lui siamo -o meglio, eravamo, adesso non saprei- creature da tutelare, possibili futuri assassini nella sua cricca. Non mi avrebbe torto un capello.»
Sbuffa, ritrovandosi ad ammettere, suo malgrado, che c'è una certa logica nel mio discorso.
«Sei convinto di quello che dico, zuccone?»
«Vorrei poter dire di no» brontola, scostandosi e dandomi le spalle «E' che non sopporto l'idea che tu ti possa trovare in una situazione potenzialmente pericolosa»
«Ma Carlisle, non essere sciocco!» esclamo, incrociando le braccia al petto.
«Non sono sciocco» ringhia «Sono solo.. preoccupato»
Sospiro, abbracciandolo da dietro e posando la fronte contro la sua schiena.
«Non c'è ragione di esserlo, lo sai vero?» bisbiglio.
«Non ancora» specifica.
«Ragione in più per non fasciarsi la testa prima del necessario, no?»
«Vorrei che tu non fossi così dannatamente sicura» confessa «L'idea che ti succeda qualcosa mi terrorizza»
«Cosa credi, che per me non sia lo stesso?»
E' una fortuna che non possa vedermi, mi sento bruciare la faccia come mai prima d'ora.
«Ogni volta che tu e Lewis battibeccate, ogni volta che ti vedo così impaziente di agire.. mi spaventi da morire, Carlisle. Io... io non voglio che tu..»
Mi si spezza la voce in gola, non riesco nemmeno a dirlo. E' più forte di me.
«Jill» mi chiama piano, dopo qualche attimo «Resta con me»
«Tutto il tempo che vuoi»
«No, io intendevo..» la sua voce è un soffio, appena udibile «Resta con me stanotte. Ti prego, Jill, resta con me»













30/03/2008
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Ho lasciato Damian ai suoi pensieri. Stringo ancora fra le mani la sciarpa di Aedan, mentre mi dirigo verso la mia camera. Mi tolgo la giacca leggera ed i miei immancabili stivali e mi lascio cadere sul letto.
Angela, la mia compagna di stanza, mi apostrofa così:
“Hai un sorriso da gatta che si lecca i baffi. Qualcosa da dichiarare, Versten?”
Scuoto la testa, mentre mi alzo in piedi. Angela si sta pettinando la frangetta davanti allo specchio, e aggiunge:
“A proposito, Sebastian è passato a cercarti, un’oretta fa.”
Mai che riesca a rilassarmi un momento. Avrei solo voglia di un bagno caldo, ma mi sembra chiaro che dovrò aspettare.
Scendo in Sala Comune e cerco Sebastian: non c’era quando sono entrata, né è riapparso nel frattempo. Mugugno qualcosa[nulla di elegante o di appropriato per le labbra di una fanciulla, questo è certo], e mi preparo alla sua ricerca.
Sebastian, Sebastian.  Dove potrai mai essere?
Mi torna in mente che al momento ha una riunione con Silente per discutere dell’organizzazione della Casa di Grifondoro, nonché una serie di altre amenità riguardanti Hogwarts.
Bene, sono di nuovo in giro per la scuola, da sola. Il rumore della pioggia scrosciante mi disillude: un giro nel Parco o nel Campo di Quidditch sono fuori discussione.
Sono combattuta: Georgiana in questo periodo è occupatissima, non so se potrei andare a disturbarla. Senza contare che nella Sala Comune di Corvonero c’è un’alta probabilità di incontrare il proprietario della sciarpa che al momento è avvolta intorno al mio collo.
Vago per i corridoi del castello, scegliendo le zone meno frequentate. Alla fine, mi ritrovo in Aula di Astronomia, a osservare il cielo notturno con uno dei telescopi che di solito usiamo durante le lezioni pratiche. 
“Oh, abbiamo qualcuno che si interessa di Astronomia, sì?”dice la voce del professor Crale alle mie spalle.
“Salve, prof. Disturbo?”chiedo.
“No, fai pure. Sono solo venuto a prendere un libro. Per la prossima lezione del sesto anno.”risponde, mostrandomi un enorme tomo, intitolato ‘De Planetibus’.
Si appoggia alla balaustra della finestra.
“Tutto bene?”
Se fosse una qualsiasi altra persona [a parte le note eccezioni] a farmi una domanda del genere, l’ennesima sul tema, credo che sbotterei, nel migliore dei casi. Nel peggiore, potrei mettermi a urlare. Ma con Crale ho un rapporto particolare, forse perché anche lui è un ibrido, né umano né creatura magica, bensì entrambe le cose. Con Georgie ridiamo sempre perché lei è la cocca di Silente, mentre io lo sono di Crale…a rigor di logica, dovrebbe essere il contrario!
Così dico:
“Vado avanti, e tutto torna a posto, pian piano.”
Crale mi sorride con gli occhi, anche se il suo viso resta immobile.

***

Ho passato la mattinata a crogiolarmi al sole, sul molo del lago. Sul tardi, Carlisle mi ha raggiunto e abbiamo  scambiato due parole, grazie alle quali mi sono resa conto di quanto faccio preoccupare le persone che mi stanno accanto…brava, Julia.
Poi lui è andato a pranzo e io sono stata intercettata dalle mie compagne di stanza.
“Ti abbiamo coperto, Jules!”annuncia Angela. “Certo però che se tu te ne vai in giro per il Parco…”
“Donna di poca fede!”replico, indicando un drappo damascato. Il Mantello dell’Invisibilità fornitomi da Peter. Mi copro per bene e ce ne torniamo al dormitorio. È sempre strano vedere le persone, senza essere visti a nostra volta. Nella nostra Sala Comune, l’unico ad accorgersi di qualcosa è Seb.
“Dite alla vostra compagna di stanza, Julia, che devo ancora parlare con lei…”ulula, sottolineando il mio nome. Non riuscirei mai a farla franca con lui, e non ci spero neppure. Ne sa una più del diavolo.
Una volta in stanza, indosso la divisa per le lezioni del pomeriggio e mi ripresento giù, millantando una ripresa della mia salute. Avevo bisogno di starmene un po’ da sola, stamane, dopo gli avvenimenti dell’altrieri.
Ma ora avrei bisogno di parlare con Georgie, dopo un giorno e mezzo che non la vedo. Ieri non avevamo lezioni in comune, ed in più dovevo preparami per l’interrogazione di oggi pomeriggio. Antiche Rune, aspettami.
Entro nell'aula e mi fiondo accanto alla mia migliore amica, imponendole, perentoria:
“Non azzardarti ad uscire senza di me, dopo la lezione. Devo dirti una cosa.”
“Jules, questo tono da pettegolezzo non è da te, mi sconvolge. Sicura di star bene?”
mi domanda con un’espressione perplessa.
“Ah, no. Non ne sono per niente sicura.”
La nostra conversazione viene troncata dall’arrivo della professoressa Winckelman.
“Versten, Mapplethorpe e Prentiss. Deliziateci con le vostre traduzioni!”esclama l’insegnante.
La Winckelman mi ha in simpatia, questo è chiaro. Per quale motivo, non saprei. Forse perché sono una delle poche che riesce a seguire i suoi voli pindarici.
L’interrogazione si chiude con il massimo di voti per me ed i miei compagni, coronato da un sorriso soddisfatto della professoressa mentre riporta i voti sul registro. Poi l’ora finisce e siamo liberi.
“Georgie, ti va se andiamo in Sala Grande?”
“Questa suspense mi uccide, Jules. Vada per la Sala Grande.”
Ci sediamo un po’ discosti dagli altri studenti. Davanti a noi appaiono due tazze di thé ed un piattino di biscotti.
Sospiro.
“Georgiana.”
“Sì, Jules?”
“Aedan Lywelyn mi ha baciata.”

Georgie resta immobile per qualche secondo.
Poi dice:
“Che cosa?”
“Aedan Lywelyn mi ha baciata.”
“Ho capito, ma come è successo?”

Racconto in breve i fatti, mentre l’espressione attonita non accenna ad abbandonare il volto della mia amica.
“Non so cosa dire. Sai chi è sua sorella, vero? L’ultimo acquisto dei Principi.”
Annuisco.
"È stato inaspettato. Non premeditato.”dico.
Georgiana è poco convinta.
E ad essere sincera, non è che io lo sia molto di più.
“A proposito, sai per caso di cosa mi deve parlare Sebastian? Riguarda per caso lui ed una certa persona di mia conoscenza?”
Georgiana e Garet si sono lasciati da poco. Seb è partito all’attacco in tre secondi netti. E io sono un po’ preoccupata. Anche se, sotto sotto, sono contenta per tutti e due.

***

L’amore è più un problema che altro.
Ne sono sempre più convinta.
Sto tornando verso il castello dopo aver lasciato Peter con la sua ragazza: l’espressione di Audrey era tutto tranne che amichevole, quando mi ha vista.
Così metto un passo in fila all’altro e mi dirigo in Sala Grande. Spingo la porta ed ecco un’apparizione divina: Sebastian che parla con Damian. Non appena mi vede, saluta il mio compagno di squadra e mi fa segno di avvicinarmi.
Mentre mi siedo vicino a lui, il mio migliore amico fa apparire un bicchiere di latte caldo per me. Appoggio accanto a me giacca e sciarpa: proprio su quest’ultima scivola lo sguardo di Seb.
“Allora. Incontri ravvicinati con il Corvo dagli occhi di ghiaccio?”
“No.”
”Non più, vuoi dire. O non ancora, dopo l’ultima volta.”

Damian gli ha detto tutto. Stupida io a non dirgli di tenere la bocca chiusa. Chissà come ha presentato i fatti a Sebastian.
“Jules, ti rendi conto di quello che stai facendo?”
“La verità è che non lo so neppure io, se ti interessa. E tu, ti rendi conto di quello che stai facendo a Georgiana?”

Inarca le sopracciglia, sentendosi colpito.
“Lei non ha fratelli o sorelle che sono nella cricca di Riddle.”
Stringo il bicchiere fra le mani, con uno scatto convulso. Seb se ne accorge, e mi passa un braccio intorno alle spalle, stringendomi a sé. Poi mi bacia sui capelli.
"È difficile.”dico.
“Molto di più. È doloroso. A volte perfino sfibrante.”
“Che coppia che siamo. Se ci fidanziamo fra noi forse risolviamo, cosa ne dici?”
“No, non mi sembra il caso. Io non potrei più passare per l’insospettabile dongiovanni di Grifondoro, e tu non saresti più la mangiauomini, mia degna compagna di avventure. Beth mi ha detto che girano voci anche di una tua storia con Crale. Ci credi?!”
“Eh, magari.”
“Julia!”
esclama.
“Ma sto scherzando! È un bell’uomo. Non pensi?”
“Mah. Le mie preferenze si orientano più sulla Merrythought. O sulla Lostum, ecco. Ma anche la Bonnet e la Winckelman, una ventina d’anni fa…”
“Sei incorreggibile!”

Per fortuna, aggiungo fra me. Per fortuna che ci sei tu, Seb. E Georgie.
Come farei senza di voi?

 

 













28/03/2008
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Io e Jillian entriamo tranquille nell’aula di Aritmanzia.
La prima cosa strana è un animato brusio: Nolasco pretende sempre il massimo silenzio, non vedo perché oggi dovrebbe fare un’eccezione.
La seconda cosa strana è l’agitazione della parte maschile della classe.
La terza cosa strana è una giovane donna bionda che siede alla cattedra. Al posto di Nolasco.
“Ho la vaga impressione di essermi persa qualcosa.”dico a Jill.
“Credo anch’io.”risponde lei, assumendo un’espressione poco convinta.
La donna bionda aspetta che entrino gli ultimi ritardatari e poi inizia a parlare.
“Buongiorno a tutti. Il professor Nolasco è dovuto tornare a casa per questioni familiari; io prenderò il suo posto, e sarò la vostra supplente fino alla fine dell’anno scolastico. Mi chiamo Martine Lewis.”
Jillian al mio fianco sobbalza. Un Serpeverde alza la mano e domanda:
“Mi scusi, lei è la sorella di Jasper, vero?”
Il viso della professoressa Lewis si addolcisce in un sorriso a fior di labbra.
“Sì, esatto. Altre domande?”
Nessuno interviene.
“Allora, direi di cominciare.”
Inizia a sfogliare il registro e poi apre il libro di testo.
“Andate a pagina 247.”
Jillian è pallida e non muove un muscolo. Le apro il libro e la scuoto appena.
“Jill? Va tutto bene?”
La mia amica fa un respiro profondo. Poi sfoglia il libro e dice:
“Ho l’impressione che Aritmanzia mi respinga. Adesso c’è perfino la sorella di Jasper ad insegnarla. I Serpeverde…sono sicura che loro c’entrano in qualche modo.”
Annuisco. La cosa mi pare lampante.

Ci avviamo verso la Sala Grande, abbastanza prive di appetito dopo la recente scoperta. Mentre entriamo, incrociamo lo sguardo di Georgiana. La nostra Caposcuola capisce subito che qualcosa non va e poco dopo viene da noi.
Al suo sguardo preoccupato [Jill in effetti sembra abbastanza provata], rispondo:
“C’è una nuova insegnante di Aritmanzia.”
“Sì, lo so. Nell’ultimo Consiglio d’Istituto Dippet ce ne aveva parlato. Com’è?”

Non sa di chi si tratta.
"È la sorella di Jasper.”mormora Jillian.
Georgiana appare colpita, ma mantiene il controllo.
“Siete sicure?”
“L’ha confermato, ad un’esplicita domanda di un Serpeverde. Si chiama Martine Lewis.”
rispondo.
“State tranquille. Al momento non possiamo farci nulla.”
Sembra preoccupata, mentre ci saluta per tornare al suo posto. Inizia subito a parlare con Julia e Sebastian, e poco dopo le loro espressioni sono tutte intonate: l’emozione dominante è l’inquietudine. Mi siedo al tavolo dei Corvonero, e poco dopo incontro lo sguardo di Rah, la Tassorosso che ho aiutato settimana scorsa con qualche ripetizione. Dal viso sorridente deduco che tutto è andato a posto. Meno male che qualcosa va a buon fine, ogni tanto.

***

Che razza di giornata!
Ci mancava solo Martine Lewis, adesso, a complicare le cose. Come se la situazione non fosse già abbastanza difficile.
Sto raggiungendo Peter, che mi aspetta giù nel Parco.
Spingo la porta e aguzzo la vista. Eccolo là, un poco discosto da un grande acero. Con Julia Versten.
Mi avvicino cercando di trattenermi.
Va bene. Julia ha sofferto tanto. Soffre ancora tanto.
Va bene. Sono compagni di squadra.
Va bene. Sono amici da prima che io e Peter iniziassimo anche solo ad uscire.
Ma questo non mi impedisce di essere gelosa di lei, di loro.
Perché non è una ragazza normale, con delle amiche? Invece la sua unica amica è Georgiana, e poi ha solo amici maschi. Amici tipo Peter.
E poi, per non farci mancare nulla, è bella anche se è pallida e con gli occhi segnati.
Ormai sono a un paio di metri da loro: è chiaro che stanno discutendo.
“Ciao, Audrey.”mi saluta lei.
“Tesoro!”dice lui.
“Salve…vi ho interrotto?”chiedo, con una smorfia.
“No, stavo andando.”risponde Julia, che infatti subito si congeda.
Peter ed io camminiamo per qualche istante in silenzio.
“Allora?”inizio.
“Allora cosa?”
“Non sopporto di vederti sempre con lei.”
“Sempre! Se sto sempre con te, o con la squadra.”
“Squadra in cui c’è lei.”
“Che però preferisce stare con i suoi amici.”

Resto zitta.
“Se hai voglia di litigare, beh…io non ce l’ho.”
“Neanch’io.”

A dire il vero, avrei voglia di litigare, eccome. Ma lo sguardo stanco del mio ragazzo ha spento la mia bellicosità. 
“Andiamo.”gli dico, prendendolo per mano.
Peter mi sorride:
“Portami dove vuoi. Mi fido di te.”
Sorrido anch’io. Non te ne pentirai, Peter.

***

È tardi quando rientro nella Sala Comune della mia Casa. Per fortuna, stavolta sono ancora dentro il coprifuoco. Georgiana non dovrà richiamarmi e io non mi sentirò in colpa. Audrey e il senso del dovere: una lotta impari.
Qualcun altro si trova qui: una figura maschile guarda fuori dalla finestra. O soffre d’insonnia, o anche lui torna da un appuntamento con la sua metà.
Mi pare di riconoscere Aedan Lywelyn, così pronuncio il suo nome, sperando di non cadere in una delle mie gaffe.
La figura sobbalza, e si rivela essere proprio il nuovo arrivato, catalizzatore dell’attenzione di buona parte delle Corvonero single. E di una larga fetta delle altre studentesse di Hogwarts. E ad essere sincera anche un paio di professoresse non sono rimaste indifferenti alla sua comparsa…ma forse è solo una mia impressione.
“Cosa ci fai qui?”chiedo, togliendomi il cappotto.
“Non riesco a dormire.”
“Stanco dopo un appuntamento con la tua bella?”
“Magari! E tu, invece? Tu sì che mi sembri stanca, dopo un appuntamento con Halbury.”

Ridiamo entrambi.
“Confesso, mi hai scoperto. Ma non è per l’appuntamento che sono stanca. Abbiamo quasi litigato.”
“E come mai?”

Se è sveglio a quest’ora, con tutto il lavoro che c’è da fare, dev’essere per una ragione abbastanza seria. Quindi, se vuole distrarsi con i miei problemi, si può anche fare. Chissà che non sappia darmi qualche consiglio.
“Per Julia Versten.”
Un sfavillio di curiosità brilla nei suoi occhi. Tutti sono interessati a quella ragazza.
Gli racconto in breve il mio arrivo, e mi dilungo sui miei timori: ci siamo seduti su uno dei divani, altrimenti credo che saremmo crollati per la stanchezza.
Alla fine del mio discorso, Aedan conclude:
“Dubito che la Versten abbia secondi fini con il tuo Peter.”
“Vorrei sapere da dove viene questa tua sicurezza.”
"È semplice. Abbiamo altri progetti.”

Se l’articolazione della mascella potesse slogarsi, e far sprofondare la mandibola fino al pavimento per lo stupore…beh, allora sarebbe ciò che mi sta succedendo. Ma anni di vita di società con la mia famiglia mi hanno insegnato a dissimulare le emozioni, quindi il mio viso limita ad assumere un’espressione di stupore infinito.
Questa me l’ero persa. Promemoria per il futuro: diventare amica di qualche Tassa ficcanaso.
“E bravo il nostro Lywelyn…!”esclamo.
“Tieni il segreto, capito?”mi dice con un sorriso un poco imbarazzato.
“Le mie labbra sono sigillate. Il favore è reciproco, s’intende.”
“Ovvio.”

Se fossimo nel mondo babbano, brinderemmo con un drink alla nostra salute.
Ma siamo ad Hogwarts, e quindi non resta che salutarci e andare a dormire.

Nel mio letto, non riesco a smettere di sorridere. Non so come mi sia venuto in mente di confidarmi con un semisconosciuto studente arrivato da poco. Ma queste confidenze notturne mi hanno tolto un peso dal cuore.


 













26/03/2008
commenti (5) • tag: ricordi, malinconia, dolore, amicizie, conoscenze, grifondoro, corvonero, tassorosso, momenti imbarazzanti

La sfera d'acqua si solleva perfetta davanti al volto di Julia, catturando la luce del sole e riflettendola attorno a sé, simile ad una piccola stella evanescente. La ragazza inclina appena il capo di lato, qualche ciocca castana le scivola dolcemente sulla guancia prima di dondolare nell'aria fresca di metà mattina mentre mi avvicino in silenzio.
«Sei l'ultima persona che pensavo di trovare qui, Jules» la canzono, stiracchiando un sorriso sornione.
Lei non sobbalza, ma la sfera d'acqua assume le forma del mio volto prima di iniziare a ruotare vorticosamente su se stessa e trasformarsi in una lenta spirale in movimento.
«Potrei dire lo stesso di te, Carlisle» ribatte lieve, seguendo i movimenti sinuosi dell'acqua.
«E' una mattinata troppo bella per passarla in classe» le dico, con una scrollata di spalle.
Il vento si agita tra i suoi capelli, scompigliandoli dolcemente, mentre mi siedo in cima al piccolo molo. Il lago si allunga davanti a noi, fino all'orizzonte, senza che si possa nemmeno intuirne la sua fine: un panorama di cui non mi stanco mai, nemmeno dopo sei anni in cui è rimasto sotto i miei occhi immutato.
«Come stai?» le domando dopo qualche attimo.
La Grifona inspira a fondo, mentre chiude la mano a pugno e la sfera d'acqua inizia a roteare su se stessa come impazzita.
«Bene»
«Bugiarda» sospiro, scuotendo appena il capo «Non sei capace di mentire.»
Lei tace, abbassando lo sguardo e la mano, lasciando che la sfera torni al lago, con un delicato gocciolare.
«Sarà» ribatte scrollando le spalle «Fattostà, però, che ho bisogno di crederlo» ispira a fondo, distendendosi sul legno e guardando il cielo con gli occhi socchiusi, mentre dondolo i piedi sfiorando la superficie del lago con la punta delle scarpe. Sono tante le persone che non sanno dare il giusto valore ai silenzi. Quella breve sequenza di attimi privi di suono che si susseguono nel rapido intervallo tra due respiri, due battiti, due frasi: c'è qualcosa di magico, nel silenzio, che sfugge ai più.
«Non è meraviglioso?» commenta dopo qualche attimo, con aria quasi sognante.
«Che cosa?» mi appoggio sugli avambracci, offrendo il viso al sole.
«Il silenzio.»
Ecco, Julia fa parte di quel ristretto circolo di persone che capiscono quello che intendo. Le sorrido, senza aggiungere altro.
«Quasi dimenticavo» aggiunge voltando il capo verso di me «Come sta Eugene?»
«Meglio, indubbiamente» mi scappa un mezzo sorriso «Ha ripreso a tenere il muso a me e a Milo, direi che si è ripreso abbastanza»
«Ottimo» un sorriso le tira le labbra, mentre volta il capo in modo tale da posare una guancia contro il legno; un guizzo divertito le attraversa gli occhi «E per quale inenarrabile motivo vi tiene il muso?»
«Ragazze» le rispondo criptico, sghignazzando senza ritegno «E' il modo più sicuro per metterlo in imbarazzo, dovresti provare. Ha tutta una gamma di espressioni capaci di far ridere la più rigorosa delle stuatue» le assicuro, portando una mano sulla fronte per riparare gli occhi dalla luce del sole. Ride, tirandomi un colpo sul braccio.
«Siete senza cuore!» esclama, senza però smettere di ghignare.
«Se sacrificare la dignità di Eugene serve a farti ridere un po', allora continueremo ad essere senza cuore Jules» mi scappa di bocca, prima di realizzare cosa ho effettivamente detto. Si irrigidisce appena, tornando a guardare il cielo azzurro smalto. Non ci sono nuvole a chiazzarlo, non oggi; se non fosse per il vento ancora pungente potrebbe essere estate.
«Mi sono ridotta tanto male?» domanda alla fine «Non era mia intenzione far preoccupare fino a questo punto così tante persone, è solo che...» le si incrina appena la voce, ma si sforza di continuare a parlare «...è solo che mi manca tantissimo.»
«Manca anche a me» confido, chiudendo gli occhi. Il volto sorridendo di Ida fluttua tra i miei pensieri, chiudendomi la gola «Manca a tutti»

***

Faccio ritorno al castello che è ormai ora di pranzo, dopo aver lasciato Julia in compagnia di due sue compagne di casa che abbiamo incrociato mentre tornavano da Erbologia. La norvegese si è avviata con loro verso lo stadio, per recuperare qualcosa che ha detto di aver dimenticato, mentre io ho fatto ritorno a Scuola.
La Sala Grande, come sempre a quest'ora, è piena da scoppiare, ma non è particolarmente difficile individuare Eugene e Milo nella folla, al solito posto
«Signori» li saluto con un sorriso, accomodandomi davanti a loro «La mattinata come è andata?»
Si scambiano un'occhiata di intesa, trattenendo a stento un ghigno.
«Produttiva, in effetti» rispondo alla fine Milo, abbassando gli occhi sul piatto per non scoppiarmi a ridere in faccia «Vero, Eugene?»
«Oh si!» ribatte l'altro, mordendosi le labbra «Decisamente»
«Cosa state tramando, voi due?» chiedo agitando la forchetta dopo essermi riempito il piatto di zucchine e pollo ai ferri.
«Nulla» ribattono all'uninsono, fissando con esagerato interesse i loro piatti.
«Oh certo, e Edward Norwood è il mio migliore amico» commento ironico.
Il moro solleva il capo fingendo stupore.
«Carlisle! E cosa aspettavi per dircelo?»
«Che vi incrociassimo a Hogsmeade a fare shopping tenendovi a braccetto?»
Li guardo, senza dire nulla. Sono dell'idea che la mia espressione parli da se, senza bisogno di traduzioni sonore di alcun genere fatta eccezione per l'eco causato dall'eventuale cozzare di due teste vuote assieme. Le loro.
«Quando la vostra mentalità tornerà adeguata al vostro fisico fatemelo sapere, grazie»
Torno a mangiare, cercando di ignorare le loro risatine vagamente isteriche e facendo mente locale su cosa mi aspetta nel pomeriggio. Pozioni? No, era l'altro ieri. Incantesimi? Si può essere.
Mi verso del succo di zucca e, quando sollevo lo sguardo, Jillian fa capolino alle spalle dei mie due rincretinitissimi amici.
«Jill» le sorrido, mentre inizia automaticamente ad arrossire man mano che si addentra nell'orbita gravitazionale di Milo.
«Ciao» pigola, più rossa che mai, stringendo con forza un libro al petto e dondolandosi sui piedi.
«Oh, Jillian cara!» Milo si volta, con un radioso sorriso stampato sulla faccia. Lei boccheggia, vagamente stordita dall'ondata di feromoni che le si schiantano addosso.
«Ciao Milo» riesce a formulare, dopo qualche attimo, distogliendo bruscamente lo sguardo «Ciao Eugene»
Il biondo grugnisce, orso come il suo solito, senza nemmeno guardarla. Sospirando, le faccio cenno di raggiungermi: mi regala un sorriso, un bellissimo sorriso, prima di trotterellare oltre un nutrito gruppo di sospiranti ragazzine del primo anno e venire a sedersi accanto a me. Le strappo un bacio, circondandole la vita con un braccio.
«Tesoro, toglimi una curiosità» inizio a dire «Tu sai perché questi due individui qui oggi sono particolarmente idioti?»
«Ehm» distoglie lo sguardo, imbarazzata, coprendosi la bocca con una mano.
Milo, senza più riuscire a contenersi, ulula con le lacrime agli occhi.
«Devo preoccuparmi?» aggrotto la fronte, senza capire. Jillian scuote il capo, posando il libro sul tavolo e infilando una mano in una tasca della gonna per poi porgermi un piccolo oggettino rotondo.
Una spilletta, per l'esattezza. Con la mia faccia stampata sopra, circondata da una miriade di cuoricini rosa che ci svolazzano attorno.
«Cos'è?» indago, dubbioso, mentre anche Eugene si unisce a Milo nella risata.
«Una spilletta» osserva candida la mia ragazza «Molto carina, tra le altre cose, è riuscita veramente bene»
«Si, questo lo vedevo anche da solo» ribatto, pizzicandole appena la vita. Lei si agita, lanciando un gridolino acuto per la sorpresa.
Le prendo il piccolo oggettino di mano, rigirandomelo tra le dita mentre una terribile intuizione mi folgora al ricordare una semplice domanda di Dorothy.
Hai qualcosa di particolare contro le spillette?
«Ditemi che non è quello che penso che sia!» esclamo, guardandoli a turno tutte e tre.
«Oh no, bello mio! E non è finita qui!» sghignazza Milo, invitandomi a schiacciare la mia faccia con un dito. Magicamente, a quella si sostituisce una scritta, le cui lettere riportano i colori di Tassorosso.
«Per noi Carlisle è..» recita il moro.
«...il ragazzo più bello che c'è!» conclude il biondo.
I due si guardano, prima di lanciarsi di nuovo in una lunga serie di ululati che attirano le occhiate incuriosite del resto della tavolata.
«Come hanno fatto ad incantarla?» domando, sentendo puzza di bruciato. E' una procedura troppo complessa per delle bambine del primo anno.
La mia ragazza avvampa, liberandosi dalla mia presa. Tossicchia, senza guardarmi negli occhi.
«Era un'idea troppo carina per lasciarla irrealizzata» ammette «E morivo dalla voglia di vedere la tua faccia davanti ad una cosa genere» sussurra, mordendosi le guance per non esplodere a sua volta.
«Fila via, traditrice!» esclamo, più imbarazzato che mai; anche lei scoppia a sua volta a ridere, allontanandosi di corsa, e Milo e Eugene, in preda a vedere e proprie convulsioni, sprofondano al di sotto del tavolo, incapaci di reggersi in piedi.
Ma tu guarda che gente. 













24/03/2008
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Abbraccio il cuscino, come fosse qualcosa che non si dovrebbe mai e poi mai allontanare da me. Ripenso alla figuraccia che ho fatto giusto ieri con Damian Denholm. Mi rannicchio sotto le coperte abbracciando adesso violentemente quel povero cuscino. Vorrei scomparire. Sento le mie guance andare a fuoco, così come tutto il resto della faccia. Mi sono scontrata con lui, LUI. Da quando ho messo piede in questa scuola quel ragazzo ha fatto breccia nel mio cuore. E’ diventato una fissa per me, un idolo. Ho fatto una testa tanta a Sophie parlando di lui: com’è bello, come si muove bene, ha un abito nuovo.. bla, bla, bla. Mi mancava solo di tenere un taccuino con tutti i suoi movimenti ed inseguirlo che poi potevo dire di sapere veramente tutto, vita – morte – miracoli, di questo ragazzo. E io ieri ci sono andata a sbattere contro. Stupida bambina! Cerco di non pensarci, continuo a girarmi e rigirarmi nel letto. Mi metto addirittura a contare le pecorelle ma non funziona.
“Basta non ce la faccio più!” sibilo, alzandomi a sedere sul letto, facendo il più piano possibile per non svegliare le altre mie compagne di stanza che dormono sogni felici. Beate loro. Indosso la mia vestaglia color lilla e le mie pantofole. Fa freddo, appena varco la porta, ma scendendo in sala comune, dove il camino è ancora scoppiettante e subito mi sento meglio. Vado verso il divano, solitamente occupato dai ragazzi del sesto o del settimo, piazzato davanti al camino e mi siedo. Guardo con attenzione il calamaio, ormai finito, che è stato lasciato sul tavolo e lo trasfiguro in una tazza colma di tisana all’ortica. Forse questa mi aiuterà a riprendere sonno.

Una porta sbattuta, mi giro verso le scale e vedo un’ombra, quasi minacciosa in questo silenzio assordante. Un passo, due, tre e poi scompare. Un botto assordante e noto un ragazzo per terra, con le gambe in aria. “che botta!” penso tra me e me realizzando solo adesso il volo che ha fatto, povero! Non ce la faccio a trattenere una risata. Cerco di soffocarla poi con la mano, mentre il ragazzo si rialza, ma ormai è troppo tardi, mi ha sentita ridere. Massaggiandosi il fondo-schiena si volta verso di me, avvicinandosi: acciderbolina – porcapupazza, è Damian!
“Hey tu! Anziché ridertela così a crepapelle avresti potuto ricambiare il favore!” fa allusione al giorno prima, che se il ragazzo non mi avesse salvata, avrei battuto un bel tonfo per terra. Sorrido nuovamente, arrossendo – per fortuna che la luce è fioca e non può notare il mio grado di rossore! – “Scusa..” rispondo abbassando leggermente la testa. Mioddio che imbarazzo! Sono in pantofole e vestaglia. Si avvicina fino ad essermi di fronte.
“certo che in questi giorni ci incontriamo spesso, bionda!”
“è che prima non mi notavi!” rispondo per le rime. Ecco Elodie, prendi una pala per sotterrarti per favore. Perché non tieni mai quella boccaccia chiusa? Mannaggià!
“Beh, si vede che prima di adesso non ti eri mai premurata di schiantarti addosso al sottoscritto. Altrimenti non sarei stato affatto dispiaciuto di attutire il tuo corpicino nella caduta” Damian risponde con finta offesa subita, ed un sorriso sotto il naso degno del miglior furbo presente a Hogwarts. Abbasso nuovamente lo sguardo. –marpione- penso tra me e me, aggiungendo al mio pensiero anche un: adesso muoio! Che fare?.
“Come mai sveglio a quest’ora di notte? Appuntamenti segreti?” Oddio, la notte mi fa male. Io non posso rispondere a lui in quel modo: non devo, non posso, non voglio!
"Oh si, come hai visto, avevo un appuntamento segreto con una voglia ignota di andare in infermeria vista la caduta" dice, sedendosi di fianco a me. Comodo, mentre scioglie i muscoli della schiena con un movimento fluido. Scoppio a ridere sonoramente.
"Vuoi un pò di tisana anche tu? Ortiche!" chiedo gentilmente. Sto per morire, la mia faccia è decisamente a bollore, potrei cuocerci sopra qualcosa! Mamma quanto è bello, ed è anche a poca distanza da me. Il panico si sta facendo padrone: aiutoh!
"Vedo che cominci a capire quanto tu debba farti perdonare per non avermi fatto da materasso, bocciolo " mi chiama in quel modo delizioso per la seconda volta, sfilando la tazza dalle mie mani, sfiorando con le sue dita affusolate le mie. Ok. Adesso è troppo, non riesco più a reggere la tensione e la tisana che cercavo di prendere per tornare a dormire mi sarà praticamente inutile. Ho il cuore a mille, oddio, un colpo epilettico. Elodie respira, respira.
"Mi sa che io vado a farmi un giro fuori, mi fa caldo" mi alzo di scatto. Voglio fuggire da questa situazione imbarazzante.
"Stai scherzando, spero" Damian mi guarda, inarcando un sopracciglio. "Ti buschi un raffreddore da guinnes dei primati, se esci."

***
L’indomani mi sveglio con fatica. Un mal di testa allucinante si fa spazio, un martello continua a picchiettarmi dentro: tum – tum- tum.
“Elodie ma che faccia hai stamani? Hai avuto incubi?” mi volto stanca verso la mia compagna di stanza, Hope.
“Si effettivamente non ho dormito molto stanotte” non mi va di continuare questa discussione, o almeno, non mi va con lei e per evitare domande mi dirigo verso il bagno. Una doccia forse riuscirà a tirarmi su.

Scendo in sala comune dove un Damian assorto nei suoi pensieri è appoggiato su di una sedia, verso l’uscita. O cavolo, speravo di non incontrarlo stamani, dopo ieri sera. E non c’è modo per evitarlo, devo passare per forza da là davanti per uscire: maledetta sfortuna!
Prendo coraggio e via, parto in quarta verso l’uscita. Fortunatamente non mi ha notata, o almeno così speravo. Però quando con tutta la mia forza e velocità cerco di aprire la porta e di svanirne dietro, mi accorgo che lui si è buttato con la mano su di essa per non farla aprire. Fa tutto questo con molta nonchalance, continuando a leggere il libro che tiene sotto gli occhi, fino a quando: “Buongiorno Elodie” i suoi occhi chiari sono adesso puntati su di me “tutto bene?!”
“Una meraviglia, scusa ma adesso devo andare” dico tutto d’un fiato senza neanche dare un tono alle parole.
Inarca un sopracciglio, poco convinto dalla completa mancanza di spessore delle mie parole.
"Oh si, una meraviglia. Io, invece, sono diventato una suora, sai?" sono troppo impegnata a pensare al modo più semplice e veloce per aprire quella porta che LUI tiene con la sua mano per rendermi conto della poca verità delle sue parole.
"Oh, meraviglioso" rispondo, senza nessuna emozione, quasi. E' lì che sento il libro chiudersi nelle sue mani, e lui avvicinarsi.
" Non ti sarai davvero presa quel raffreddore perchè sei uscita ieri, mh?" chiede, indagatorio, a pochi centimetri da me.

Raggiungo, correndo, Sophie in sala grande. Mi siedo veloce al mio tavolo dove mangio qualcosa e poi scappo da lei: “Sophie devo parlarti!”. La mia migliore amica mi guarda con due occhi quasi preoccupati, come se fossi, di botto, diventata un’inferma mentale. “adesso” aggiungo. Si alza dal tavolo, salutando i suoi compagni e ci avviamo per i corridoi della scuola.
“Soph, non sai cosè successo ieri sera!”
“Eh no!” dice ironica.
“non c’è da ridere!” la ammonisco io.
“Ok, scusa. Dimmi tutto!”
“Ieri notte, io, Elodie Baudelaire, ho parlato di nuovo con Damian!”
“Giura?” - “Giuro!”
“Racconta tutto! Voglio sapere! Comunque, voi due, ultimamente vi state parlando un po’ troppo per i miei gusti, dato che prima neanche sapeva della tua esistenza!”
“Niente iio non riuscivo a dormire, sai, dopo la figura di merda dell’altro giorno dove gli sono volata praticamente tra le braccia… bhè insomma sono scesa in sala comune per bermi una tisana e chi mi raggiunge – volando dalle scale aggiungerei io? – lui!”
“ahah, come volando per le scale? Ahah. Non me lo immagino proprio!”
“Insomma, siamo stati là. Abbiamo parlato e scherzato un po’! Oddio Sophie, a me quel ragazzo mi fa impazzire! E’ troppo bello!” La mia amica mi guarda con fare materno. “Tesoro sono contenta per te.. però stai attenta! Non ci si può mai fidar troppo degli uomini! Soprattutto se, solo adesso e così spesso, si faccia vivo! El non ha senso! Stà attenta, per favore, non voglio che lui ti faccia stare male.” So quello che vuole dirmi la mia amica: lei sa che io muoio dietro lui da anni e che questa situazione, così tutto d’un tratto, è diventata strana. Io, la piccola tenera dolce El, innamorata. Sophie non vuole che io mi attacchi ancora di più a lui e non vuole che io rimanga scottata. Non devo ‘sognare’ o prendere troppe speranze da questo ‘rapporto’ che si è creato in questa settimana.












22/03/2008
commenti (4) • tag: speranze, amicizie, serpeverde, litigi, conoscenze, grifondoro, momenti imbarazzanti

Appena finito di parlare con Sebastian. Noto, qua e là, che la sommossa contro i mezzo sangue sta diventando una piaga odierna. Prima il pestaggio di Eugene, adesso le gemelle Blackster contro un ragazzino. La cosa, mi fa pensare.
Ne parlavo addirittura con Opal, ci ho perfino riso su, nel momento in cui mi ha praticamente confessato di aver fatto esplodere il libro di una delle ragazze. Tuttavia, sia io che lei, dopo l’ilarità, non possiamo non renderci conto di quanto problematica sia diventata la situazione.
E dire che sono un purosangue e nella loro mente (bacata) dei miei “simili” per così dire, dovrei capirli. Odio le classificazioni. Detesto essere etichettato come “Bene” o “Male”.
Alle volte, mi capita di ascoltare, non volutamente, i discorsi dei cosiddetti “veri maghi”, roba da accapponare la pelle.
Livelli assolutamente assurdi nei quali vengono selezionate le persone. A volte, mi ritrovo palesemente a bofonchiare con il solo intento di farmi sentire.
Le classificazioni modi animali, al primo posto? Chi c’è? Eh?” – sussurro prendendo appunti mentre un serpeverde saetta con lo sguardo verso di me, chiaramente non condivide il mio pensiero.
Poggio la penna, voltandomi con lentezza fino a ritrovarmi occhi negli occhi.
a cuccia.” – sibilo, prima di tornare a scrivere la mia relazione. Chissà perché, il ragazzino non inveisce, credo abbia capito che la storia non cambia.
Per me, l’opinione resta. Il mio sangue, nonostante sia puro, non risulta una catena. E ne vado fiero.


Lungo i corridoi, i libri per le mani e le lezioni praticamente concluse. Finalmente la giornata è finita. Mi avvio nei dormitori Grifondoro, fin quando, per le scale, non mi scontro (letteralmente) con una ragazza che, nella fretta, mi salta addosso. Quasi travolgendomi.
Notando la sua quasi perdita dell’equilibrio, la afferro per le spalle, tenendola salda vicino al mio petto.
Eih! ”- stringendole le braccia. Cercando i suoi occhi fra capelli biondo scuro.elodie
è tutto ok?” – domando. Lei solleva lo sguardo, al limite fra l’imbarazzo e la paura [ avrebbe fatto un bel volo ].
tutto ok….oh cielo, scusami” – e noto le sue guance arrossire, di un fuxia adorabile. Sorrido.
E’ familiare, e fortunatamente ho buona memoria.
Elodie.” – esordisco, sicuro. Lei sgrana gli occhi. Io cambio espressione, convinto di aver toppato con il nome. Brutto cervello,che razza di scherzi.
ehm…Eloise?” cerco di salvare la faccia pronunciando qualche nome simile, o similare comunque, in modo da trovare l’escamotage ideale per dire << EH, ma si somigliano! >>.
no..Elodie, hai detto bene” – mi rassicura lei, con un tono di voce flautato, musicale.
Meno male” – esclamo- “ stavo già pensando ad un modo consono per farmi perdonare, semmai avessi sbagliato” – confermo. Lei sorride, leggermente sulle sue.
Mi chino, raccogliendo un quaderno di appunti che si è rovesciato durante l’impatto ricadendo, aperto, sul gradino.
Un nome, scritto con una calligrafia elegante, senza alcuna pomposità, compare, in inchiostro nero.
Leggo ad altra voce.
Elodie Baudelaire”- realizzo- “ BAUDELAIRE?” – chiedo, stordito.
Lei sobbalza, poi annuisce. Mannaggia alle mie reazioni esagerate, mi avrà creduto pazzo.
Hai lo stesso cognome di Charles.” – la guardo, con occhi luccicanti. Se esiste un poeta che adoro, è senza dubbio Charles.
Siccome la curiosità regna sempre sovrana, scruto il volto della ragazza. Per poi sfoderare un sorriso audace, le porgo il quaderno.
Ora, di te, non mi dimentico più Elodie Baudelaire.” – la saluto, con un baciamano appena accennato, ed una smagliante performance da gentleman.
Ci vediamo, bocciolo.” – occhiolino, prima di comunicare la parola segreta alla donna formosa, che mi lascia passare, raggiungendo i dormitori.
Il mattino seguente, ancora assonnato, mi reco alla sala grande, pronto già ad esporre la prossima tattica che ho pensato per la partita di Quidditch. [ sport, mon amour ].
Mi avvio, trafelato, attraversando il primo corridoio. Quando un vociare strano, attira la mia attenzione. L’altezzoso stridere della cimice del giorno prima arriva nitido, mentre impreca verso il muro [ manco fosse matto ] il suo odio sviscerato verso i mezzo sangue.
Ci manca lo sputo per terra, teatrale, e la commedia sarebbe davvero completa.
Mi avvicino, pronto già a sfoderare il buonumore più luminoso. Alla rabbia, si risponde con un sorriso. Fosse solo per aizzarla ancora di più. Fin quando non ci si brucia, definitivamente.
Cammino, pompando leggermente d’aria il torace, le mani dietro la schiena. Una seconda voce, giunge al mio orecchio.
klaus…non è né il luogo, né il momento.” – un ragazzo, della sua stessa casata, riconoscibile per i colori, cerca di placare la sua ira [ o follia, non ho ben chiaro ].
Mi avvicino, felice di sentire le prime parole sensate della giornata.
Inutile, i matti bisogna assecondarli, non lo sai?” – fulgido mi rivolgo al ragazzo sensato dai profondi occhi verdi.
ah si?” – mi risponde lui, fissandomi con un’intensità disarmante, quasi.
eh già, dovresti cominciare a renderti conto…mh, come ti chiami caro?” – chiedo, con ammirazione per le parole sentite poco prima.
Klaus.” – sibila, con un tono leggermente criptico.
Damian.” – ricambio la presentazione, prima di continuare. – “ devi renderti conto, Klaus, che elementi come quelli del tuo compagno di casa hanno una considerazione pressoché nulla della gran parte del mondo magico. D’altronde, un animale che definisce animali i babbani, che credibilità può avere?” – dico, con naturalezza. Rivolgendomi a lui, quasi l’altro ragazzo [ che sento borbottare adirato ] non esistesse.
a dire il vero” – mi interrompe Klaus – “ i babbani non devono essere considerati così” – pronuncia lentamente sotto il mio saggio annuire.
I babbani, sono ben peggio” – sottolinea, sadico. Fissandomi.
Ed è lì, che mi si spalancano le porte della ragione. Incrocio le braccia sul petto, sfoggiando il sorriso strafottente più bello che possa esistere.
Oh scusa. Animale da podio anche tu, vedo.” – rido, leggermente divertito. Per poi tornare serio. Elimino la risata canzonatoria, lasciando spazio ad una leggera increspatura delle labbra.
Mi sporgo sul ragazzino, che d’un tratto, mi si palesa davanti in tutto il suo pensiero. La faccia, quasi, mi sembra sfigurata ora che so cosa realmente pensa.
Mi inchino, come se mi fossi ravveduto. Rivolgendo loro uno sguardo di ghiaccio. Per poi voltarmi, e scomparire dirigendomi verso le aule. Pensieroso. La situazione è ben più seria del previsto con questi emuli della teoria del “taglio netto”.
Le passeggiate salutari sono la cosa più bella che ci sia, peccato che la pioggia decida di rompere l’idillio Damian-Natura un po’ troppo spesso.
Sono rilassatissimo in cortile, prossimo al sonnellino vigile ma ristoratore. Rido sotto il naso pensando già alla battuta tipo non appena arriva Julia, con la quale ho appuntamento.
Me la immagino, arrivare con le mani sui fianchi ed urlarmi nelle orecchie: “SVEGLIA” .
Indi per cui, studio già mentalmente l’intonazione mentale da accoppiare alla frase tipo << non stavo dormendo. Pensavo ad occhi chiusi>>.
Maledizione ai cieli uggiosi, la pioggia comincia a scivolare lenta.
Lenta. Una, due, tre gocce. Quattro, cinque..seisetteottonovedieciundicidodicitrediciquattordiciquindici […]. Prima che me ne accorga sono già un pulcino fradicio che si fionda sotto il porticato, ringraziando la presenza superiore che ha deciso di lanciare una secchiata d’acqua sulla terra interrompendo la mia sacrosanta “riflessione ad occhi chiusi”. Sfilo la sciarpa, zuppa, scuotendo appena i capelli con una mano, al fine di non grondare d’acqua più di quanto già non stia grondando.julia
Evidentemente Noè aveva da fare, ed ha ceduto il posto a me, solo, non sapevo dove fosse l’arca. Leggere lamentele a labbra socchiuse, prima di aguzzare la vista alla mia destra, dove scorgo Julia con il belloccio tutto occhini di ghiaccio, tale Aedan Lywelyn.
Il primo pensiero è <<vai e colpisci.>> da tradurre in <<vai e impicciati>>.
Mentre la mia testa è occupata nello strizzare gli abiti, i due visi si avvicinano.
Vicini…vicinissimi…… oddio si stanno baciando!!! Sogno già i titoli sul giornale e le prese in giro ai danni di Julietta, quando passi veloci verso i due rompono l’idillio.
oh caspita, la fidanzata.” – sussurro, perplesso a me stesso. Una ragazza, non molto alta ma senza dubbio bella, frantuma l’atmosfera, facendo dividere i due, che imbarazzati trangugiano sguardi di circostanza. La giovane con occhi da cerbiatto e fare altezzoso si allontana, lanciando un’ultima occhiata, diretta in biblioteca. Mi passa di fianco, e lasciare scivolare lo sguardo sul suo profilo sinuoso è una cosa giusta e doverosa. Visto che non ho la più pallida idea di chi sia.
Nel momento preciso in cui la ragazza misteriosa entra nella stanza, Aedan poggia un bacio fugace sulle labbra di Julia, dileguandosi velocemente. Poi. Lei si allontana, avviandosi nella mia direzione, pur non accorgendosene.
Io la guardo, con un sorriso sornione, avvicinandomi. Braccia conserte. Deciso a fermarla, ovviamente.
Julietta, vecchia volpe!” – sorrido- “ E meno male che avevamo un appuntamento,sei stata trattenuta, ho visto.” – esclamo, furbamente.
Julia rotea gli occhi, non sapendo se ridere o meno. La sua faccia perplessa, non me la conta giusta. “ eih, è tutto ok?” – domandare risulta naturale. Sembra combattuta.
Fa un cenno di capo verso la direzione opposta. “ Andiamo Dam, devo parlarti di una cosa”.
Annuisco, sempre più perplesso. Generalmente al mio <<vecchia volpe>> Julia avrebbe inveito con epiteti non troppo carini [ nella migliore delle ipotesi ], altrimenti….vai di pugno in pieno viso con relativo trauma facciale e setto nasale spezzato.
La seguo, senza chiederle cosa mai è successo con Lywelyn, e chi fosse quella ragazza. Forse non è il momento, forse deve essere lei a parlare quando se la sentirà.
Schiarisce la voce, al mio fianco, esordendo:
"Dam, avrai notato che le cose qui a scuola stanno peggiorando. Per i Mezzosangue, come li chiamano le care Serpi."ha una sfumatura amara nella voce.
Sospiro. “Ho notato eccome, e la situazione è sfiancante. Proprio oggi ho espresso il mio parere ad un mini serpe tutto veleno e poco cervello. Sul fatto che ritengo che siano loro i primi animali.” – le racconto l’accaduto con quella  ragazzo. Come è che si chiama? Ah si, l’odioso Klaus.
"Non mi sorprende, non mi sorprende più nulla. Secondo te non si potrebbe fare qualcosa?"dice, lanciandomi uno sguardo obliquo.
Quasi con uno sguardo allucinato la fisso.
si POTREBBE? Si DEVE fare qualcosa. Io non li capisco. NON E’ concepibile una cosa simile. Non siamo nel medioevo, e qui sembra essere ancora ai tempi della caccia alle streghe, è indicibile. Inconcepibile” – scandisco, pienamente convinto delle mie parole.
"Hai ragione, si deve fare qualcosa."risponde, osservando un punto indefinito, con un mezzo sorriso che le aleggia sulle labbra. "Proposte?"aggiunge.
Vorrei..” – penso bene alle mie parole – “Vorrei dimostrare ad ogni costo che la distinzione mezzosangue-purosangue è semplicemente un’eresia. E se fosse necessario, mi rivolterei, credimi. Ma la violenza fisica, come finora ha operato QUALCUNO , non è la soluzione esatta. Di certo, se potessi, farei in modo che tutti i figli dei babbani non venissero maltrattati. Ma la scuola pullula, e se non si trovasse gente con il coraggio di mettersi in prima linea, non si andrebbe troppo lontano.” – espongo le mie idee, leggermente malinconico.Detesto quando non posso fare nulla, o comunque posso fare poco.
Julia non risponde, ma annuisce con convinzione.  "Non è detto che non sia possibile, Damian."

 













21/03/2008
commenti (5) • tag: amori, speranze, amicizie, dubbi, grifondoro, corvonero

"Rilassati Rose, alla fine i voti non sono tutto!”, ripeto alla mia compagna di stanza boccheggiante davanti ai miei occhi, colpita dall’ultima delle sue crisi di panico, ultimamente sempre più frequenti a causa dell’imminente avvicinarsi dei G.U.F.O. “Ora guardami attentamente”, le dico appoggiando le mie mani sulle sue spalle “e respira profondamente: fai come me” E così inizio a tirare profondi e lunghi respiri a ritmo regolare, come se stessi assistendo a un parto…
Sembra calmarsi; allontano lentamente le mani da lei, come temessi un altro attacco, e aspetto che ritrovi il suo battito normale; Continuo a chiedermi che problema avesse il cappello parlante il giorno che mi ha smistata in Corvonero: io qui non c’entro proprio niente. Studio? Il minimo. M’interessa?il necessario. Intelligenza? Beh dai voti non si direbbe…
Sospiro. “Stai bene? Devi metterti in testa che non è necessario avere tutte ‘E’, ci si può accontentare anche di una o due ‘O’”, cerco di spiegare al muro dalla sagoma di ragazza che mi trovo davanti. ‘Eresia!Bruciatela, è una strega!’; più o meno sono queste le frasi che potrei leggerle in volto in questo momento. “Sai, mio fratello aveva sempre ottimi voti e adesso che fa? Vive tra i babbani come uno di loro! A cosa gli sono servite tutte le sue E? A niente!”. Bene. Molto bene. Il colore sta ritornando dal rosa pallido al rosso acceso, con qualche punta di violetto………
Sono morta…
“Basta con questa storia di tuo fratello io non sono lui!” Fulmini, saette…e non escluderei di aver intravisto un leggero fumo spuntarle dalle orecchie.”Sai quanto è difficile diventare qualcuno quando si hanno genitori babbani?! Io parto già svantaggiata, non posso permettermi una O, non posso! Tu non capisci…”
“Ti ricordo che anch’io sono una ‘mezzosangue’” le dico gesticolando.
“E non dire quella parola!”. Gli occhi dietro gli occhiali si fanno sempre più grandi mentre il suo viso sembra un enorme sole rosso. Roteo gli occhi.
“E’ la pura verità! Dai sei talmente intelligente che non posso credere che tu possa avere paura di una parola!” . Mi guarda impietrita. A quanto pare si, invece. Ci rinuncio. “Io vado a fare colazione.” La liquido, stanca ormai dei suoi farfugliamenti. Spesso le persone più intelligenti sono anche quelle più stupide.
Scendo le centinaia di gradini che mi separano dalla Sala Grande. L’architetto che ha progettato questo posto voleva che gli studenti si mantenessero in forma, se no che senso avrebbero tutte queste scale! O forse era solo una persona intelligente…

Mi precedono decine di studenti diretti nella mia stessa direzione; i loro passi hanno qualcosa di ritmico, eppure loro non sembrano nemmeno accorgersi di essere perfettamente coordinati nel camminare. Mi viene da ridere: dal dietro sono così buffi!

“ Night and day, you are the one
Only you beneath the moon or under the sun
Whether near to me, or far
It's no matter darling where you are
I think of you…”


Canticchio sottovoce la lenta melodia di una canzone d’amore. Possibile che con tutto quello che sta succedendo nel Mondo la gente canti ancora l’amore, creda ancora nell’amore…
“Che canti oggi?”, la voce viene da dietro il mio orecchio sinistro. Sobbalzo. Henry Hallward ride alle mie spalle. “Davvero divertente Harry, grazie! Per poco non mi rovesciavo addosso la tazza di the che ho in mano!”. Ride di nuovo.
“No dai scusa…comunque l’hai scritta tu quella canzone?”. Sorrido amaro.
“Si, magari! Dei miei amici di Harwhic la ascoltavano spesso quest’estate, sai alcuni di loro hanno la radio…” Mi guarda stranito. “Oddio Harry, una radio!Te l’ho spiegato mille volte!”
“Si lo so ti prendevo in giro, è bello vedere quando ti arrabbi!”. Fantastico, io degli amici normali non li posso avere, vero?!
Sorrido (per la disperazione?!). “Piuttosto come va?”, gli chiedo. E’ da un paio di giorni che non riesco a parlarci insieme.
“Tutto bene, e tu invece, preoccupata per i tuoi esami?”. Si, come no…
Continuiamo il discorso per un paio di minuti sotto lo sguardo attento e micidiale di una ragazza del tavolo Grifondoro: Annette.
“Forse è meglio che tu vada, se lo sguardo delle tua ragazza fosse una lama tagliente, sarei già morta da un pezzo!” Si gira verso la biondina che lo guarda con sguardo risentito e piuttosto arrabbiato. Si gira verso di me sbuffando.
“Si certo…ma noi ci vediamo vero?”
“Se vuoi io sono sempre qui e non scappo…a meno che ‘la tua metà’ non decida di tradurre in atto i suoi pensieri perchè, se così fosse, è meglio dirci addio!”. Mi guarda sorridendo debolmente.
“Mi spiace, Sophie, se ti sto trascurando in questo periodo, ma sai Anne è molto gelosa e…mi spiace. Però se hai qualche problema, sappi che ci sono sempre per te!”
Quando esce con queste affermazioni mi verrebbe quasi voglia di tenerlo stretto a me per sempre, il mio Henry! Invece gli sorrido e basta, perché se osassi fare una cosa del genere, non so chi finirebbe prima a far compagnia alla Mound, se io o lui.
“Lo so…ma ora va o sarò la causa prima della fine di un amore..”. Lo lascio andare, anche se avrei voglia di parlare ancora con lui, di sentire i suoi problemi e confessargli i miei; come facevamo una volta, quando ancora non avevamo scoperto il fascino dell’altro sesso e l’amore, vera bestia dell’umanità, il sentimento più incomprensibile ed indescrivibile in questo mondo, soggetto prediletto della maggior parte delle canzoni, libri, poesie e quant’altro. Eppure…so per certo che se ognuno di noi fosse una canzone, se fossimo fatti di note e melodie, la mia canzone preferita sarebbe il mio Henry…
Sorrido ancora mentre si siede a fianco della sua ragazza e riesce con poche parole a farle dimenticare la mia esistenza…

Pranzo.“Vedi Sophie, io te e molti altri avremmo molto meno problemi se non ci fosse gente come i Serpeverde…come quelli là”, mi dice indicando con un accenno il tavolo delle serpi.
Distoglie subito lo sguardo da loro: non sia mai che la vedano guardarli e che comincino a prenderla di mira!
“Avremmo problemi comunque, ma sono d’accordo, non so chi gli abbia messo in testa quelle idee, ma sono davvero malsane!”. Guardo il solito gruppo dei cosiddetti ‘principi’ (di cosa poi??), splendenti nella loro illusione di perfezione. Sembrano appena usciti da un altro mondo: belli, ben vestiti, acconciature perfette; su di loro, così perfetti, non ci sarebbe nulla di interessante da dire, da scrivere; anche se quelli della loro specie, solitamente sono anche quelli che hanno di più da nascondere: sono i moderni Dorian: perfetti all’apparenza, ma da qualche parte hanno un ritratto che nasconde la loro vera natura e tutti i loro crimini.
“Bè, io avrei la vita semplificata se fossi”- adesso bisbiglia per non farsi sentire-”purosangue”, -riprende col tono normale-”ma non lo sono e mi tocca sgobbare il doppio di quello che fanno loro”
Rose a volte sa essere davvero ridicola.
Continuo a studiare Norwood, Lewis, la Blackster, la new entry-Lywelyn e anche la Traviston,e non posso fare a meno di pensare che ci sia qualcosa di profondamente sbagliato in loro; mi verrebbe voglia di andare lì e scompigliargli i capelli, o fare altre cose stupide del genere, renderli meno perfetti e mostrare a tutti che in fondo sono umani anche loro;”Oppure hanno venduto l’anima al diavolo…”, bisbiglio sorridendo.
Dopo un paio di minuti passati ad osservarli, durante i quali la mia compagna di stanza si è lanciata a capofitto nel dolce alla crema che ha davanti,mi viene in mente una frase:
“Scelgo gli amici per la bellezza, i conoscenti per il buon carattere e i nemici per l’intelligenza.” *" dico, rivolgendomi a Rose," sembra questo apparentemente il loro modo di giudicare, il che significa che c’è una nota positiva: in questa scuola ci sono più persone intelligenti di quanto immaginiamo.” Rose mi guarda dapprima sorpresa e poi mi sorride finalmente;”Bè, probabilmente è così..almeno significa che siamo tra le persone intelligenti!”, un altro sorriso per poi dedicarsi completamente al suo dolce. Io lancio l’ultima occhiata alla grande sala ghermita di studenti. Chissà quanti nemici hanno in questa scuola?

Si, probabilmente l’unica cosa che ho in comune con i miei compagni di casa, è la mia passione smisurata per la biblioteca: silenziosa, calma, e con la giusta dose di ‘vecchio’, tanto quanto basta per farti sembrare di vivere in un’altra epoca, in qualche corte o castello, prigioniera o regina, sconsolata o potente; a ognuno il suo.
“Elodie, ho visto male o Damian Denholm è appena sbucato fuori dal tuo stesso corridoio?”, chiedo alla ragazza dall’apparenza tanto fragile che si sta sedendo al mio tavolo. Arrossisce appena, cercando palesemente di trattenersi.
“Mi ha aiutata con un libro…è stato molto gentile…”. Sorrido davanti al suo imbarazzo nel parlare dell’unico ragazzo che le sia mai piaciuto davvero. E’ impossibile non volerle bene se la si conosce: sono dell’opinione che non esista creatura più dolce di lei, anche se a volte la sua testardaggine mi fa pensare il contrario! Tanto dolce, tanto fragile…che ogni volta ho paura che qualcuno possa romperla, o rovinarla per sempre; è proprio come una bambola di porcellana, la si deve tenere con cura perché le possibilità che vada in mille pezzi, se cade, sono altissime; Per questo ora ho un po’ di paura, dopo aver osservato lo sguardo che le ha rivolto il ragazzo mentre si allontanava: pochi attimi, se non qualche secondo, è bastato per farmi capire che anche lui ha scoperto che è entrato in contatto con qualcosa di raro e bellissimo.
‘Stai attenta…non cadere, ti prego…’, urlo nella mia testa, ma lei non può sentire, ma lei non vorrebbe comunque sentire. Più che un’amica Elodie è come una sorella per me; una sorella minore alla quale bisogna badare; ma con tutta probabilità mi sto preoccupando troppo per qualcosa che non c’è, così mi chino sul libro per cercare di finire almeno l’ultimo capitolo di Storia della Magia e l’ultima cosa che noto prima dell’’immersione’ è il suo sorriso incontrollabile.

"Day and night, night and day
Under the hide of me
There's an oh such a hungry yearning burning inside of me
And this torment won't be through
Until you let me spend my life making love to you

Day and night, night and day "


Cammino per i corridoi del castello, sola, come trasportata da un istinto che mi è ancora oscuro. Nel lungo corridoio solo i miei passi. Cammino; questa è musica. Una melodia dolce e malinconica si sente appena, mentre porta avanti la sua battaglia contro la porta della stanza, chiusa. Vuole uscire: è prigioniera.
Mi avvicino sempre di più alla porta, chiedendomi chi mai possa suonare il piano qui, ad Hogwarts, in una maniera così divina. Tocco la maniglia e socchiudo, il più silenziosamente possibile, per non farmi scoprire; la musica mi travolge in tutta la sua forza e bellezza. Mi tremano le mani nello sporgermi per vedere che sia capace di tutto ciò: potrebbe accorgersi di me e porre fine a questo sogno; non lo posso permettere. La stanza non è ben illuminata e vedo solo la sagoma di una ragazzo controluce, i suoi capelli biondi e le mani, che si rincorrono veloci sui tasti del pianoforte.
Questa è vera magia, non quella che ci insegnano qui. Ritiro la testa senza chiudere la porta e mi appoggio al muro. Lascio che la musica mi entri dentro e mi rapisca e mi tolga il respiro. E’ impossibile descrivere tutte le emozioni che sento. Chiudo gli occhi. La vedo; è davanti a me, la Musica. Voglio toccarla, voglio toccare le note e i suoi colori freddi: blu, azzurro, viola:rabbrividisco. Malinconia, angoscia, amarezza. Lei danza davanti a me ed è bellissima.
Danza e poi… smette, sparisce: la musica è finita, il brano è concluso. Applausi? No quelli sono per i grandi teatri, per gli artisti, non per gli angeli.
Mi allontano senza farmi sentire: non voglio che mi veda e non voglio vedere lui; voglio continuare ad osservarlo da lontano, per sempre; o almeno finchè non finisce la composizione.
Arrivata all’angolo lancio l’ultima occhiata prima di tornare alla dura realtà scolastica: grazie per le emozioni che non sai nemmeno di avermi dato, grazie angelo biondo….
”A presto…”
Cammino. Nel corridoio solo i miei passi, finchè non ne cominciano a sopraggiungere altri: sono di nuovo nel mondo ordinario.
Allora, la canzone che ho citato è di Frank Sinatra, è uscita pressochè in quegli anni e si chiama "Night and Day"(come avrete notato...!) ed è veramente bella(se vi piace il genere...song)
*è una frase tratta da "The picture of Dorian Gray" di Oscar Wilde...che io personalmente adorooo!!XD
Anche una citazione che ho fatto prima era relativa a questo libro...












19/03/2008
commenti (9) • tag: discussioni, serpeverde, lezioni, grifondoro

Stagione inutile, la primavera.
E' scentificamente provato che se esiste un periodo dell'anno in cui le probabilità di ammalarsi schizzano alle stelle, è proprio in primavera.
Starnutisco, infilandomi nella Sala Grande, gremita come al solito, e mi faccio largo verso il tavolo dei Serpeverde scansando un paio di ragazzine del primo anno. Le due sorelline Blackster mi salutano con un cenno, mentre mi siedo accanto a loro affondando il mento nella sciarpa verde e argento.
«Ciao Klaus!» esclamano in coro, alzando gli occhi dai loro libri di Divinazione. Se non fosse che è ormai il quarto anno che me le ritrovo sotto il naso non sarei in grado di distinguerle l'una dall'altra, la loro somiglianza è impressionante: bionde, enormi occhi grigi, stessi sorrisi sornioni.
«'Giorno» brontolo, allungandomi verso la brocca con la cioccolata.
«Come stai?» domanda Utopia, passandomi una brioches con la crema. La ringrazio con un cenno, mentre un colpo di tosse mi costringe a ritardare la risposta.
«Come sempre» sospiro alla fine, rimescolando la densa bevanda.
«Ma nessuno può fare proprio niente per la tua tosse?» attacca Belinda, tutta felice di poter accantonare il ripasso, ponendomi la domanda che mi son sentito fare ormai un miliardo buono di volte «Nemmeno al San Mungo?»
«Pare di no» si sente dire lei per la miliardesima volta. Abbassa lo sguardo sul suo bicchiere di succo di zucca, con aria affranta, per recuperare immediatamente un sorriso smagliante in seguito ad una provvidenziale gomitata della sorella, al passare di Edward Norwood.
«Buon giorno, ragazze» le saluta affabile il Principe, fermandosi alle mie spalle. Tanto per cambiare, io sono invisibile.
«Ciao Ed!» cinguettano sbattendo le ciglia e regalando accecanti sorrisi al ragazzo.
«Che fate di bello?»
«Stavamo parlando della tosse di Klaus» sbuffa Belinda «E' una cosa indecente che nemmeno al San Mungo possano fare nulla!»
Norwood sembra quasi colpito. Abbassa lo sguardo su di me, intento a mangiare la mia brioches, e ha un lieve sussulto.
«McDowning!» esclama, colpendomi con una manata sulla schiena che mi provoca un paio di colpi di tosse particolarmente violenti «Non ti avevo visto»
Non avevo dubbi a riguardo.
«Ed!» strillano le due gemelle, con aria di rimprovero, aggrottando in maniera identica la fronte.
«Non sono un bambolotto» sibilo alle sue ragazze, seccato dalla loro eccessiva preoccupazione.
Non ho bisogno del loro aiuto né tantomeno della loro pietà, è solo tosse in fondo, non fa di me un moribondo o un malato terminale.
«No, certo che no. Scusa, McDowning, la prossima volta sarò più delicato»
Non posso vederlo, ma immagino perfettamente il ghigno che si è disegnato sul suo volto, e l'espressione deliziata che spunta sui visi identici delle Blackster è la conferma che non aspettavo.
«Norwood!» abbaia Jefferson Lennard da qualche posto più in là «Vieni qui, devo parlarti di una cosa.»
«Non possiamo fare più tardi?» protesta lui. Per mia fortuna, il mio santo protettore è immovibile; devo ricordarmi di ringraziarlo alla prima occasione.
Non ho ancora capito cosa esattamente in me susciti in uno dei ragazzi più popolari di Serpeverde, il campione di Quidditch, tutta questa simpatia nei miei confronti. C'è da dire che non mi da assolutissimamente alcun fastidio.
«No» sbotta secco, sorprendendo l'altro ragazzo che china il capo, raggiungendolo. Non senza rifilarmi prima un'ennesima manata sulla schiena (e causarmi quindi un altro attacco di tosse) e soffiare un bacio alle due biondine, che si lasciano andare a tutta una serie di gridolini entusiasti che mi sarei volentieri evitato.
Rifilo loro un'occhiata scettica, scrollando le spalle, e torno alla mia colazione ormai quasi finita.
«Certo che è bello..» commenta dopo qualche attimo Belinda, con un teatrale sospiro.
«Se sperate di coinvolgermi nei vostri deliri amorosi sieti fuori strada» le avviso, inarcando le sopracciglia.
«E poi ha un cuore così grande... » le fa da eco la gemella senza dar segno di avermi sentito, accasciandosi sulla tavola com un budino mezzo sciolto. Mi volto verso Edward, che se ne sta allegramente abbracciato alla nuova arrivata, tale Scarlett Lywelyn, sotto gli sguardi di puro odio della ragazza ufficiale, Violet. Che davvero non so come faccia a tollerare una scenetta del genere.
Scuoto il capo, prima di buttar giù l'ultimo sorso di cioccolata.
«Ma come, già te ne vai?» rinviene Utopia, vagamente dispiaciuta, quando realizza che mi sono alzato e ho recuperato le mie cose in silenzio, senza batter ciglio.
«Devo riportare un libro in biblioteca» abbozzo un sorriso, tanto per essere cortese. La gola mi brucia in maniera esponenziale, sono di cattivo umore e ho il vago presentimento che sarà una giornata d'inferno, non ho nessuna voglia di sorridere, ma anche comportarmi in maniera odiosa nei confronti di due delle poche persone con cui passo volentieri il tempo non sarebbe una bella cosa.
«Oh, d'accordo» commenta, facendo evanescere qualche briciola dal mio maglione. Sia mai che un Serpeverde si faccia vedere con qualcosa fuori posto.
«Grazie cara» stiracchio le labbra in un sorriso, che lei ricambia affettuosamente.
Aspetto che la sua identica metà sollevi i suoi occhioni grigi dal libri e mi congedi con un allegrissimo ciao accompagnato da un altrettanto allegrissimo sventolio della santa manina, per voltarmi e avviarmi verso il grande portone spalancato.  

***

Mi spiego in due, soffocando un ennesimo colpo di tosse, mentre il professor Benton mi fulmina con un'occhiataccia velenosa. Di nuovo.
Come se mi divertissi a star male! Chiudo gli occhi con forza, premendo la mano sulla bocca e la fronte contro il banco, in attesa che l'attacco passi; non c'è altro da fare. La magia è in grado di intervenire per curare le allergie più strampalate ma non può far sparire una forma particolarmente recidiva di tosse cronica. Chissà, forse è una malattia troppo babbana per essere presa in considerazione dai nostri eminenti studiosi. Non so se ridere o piangere, in effetti.
Che odio la primavera, già l'avevo detto.
Ma se c'è una cosa che odio ancora di più, è la compassione gratuita. Specie se regalata da una lurida mezzosangue Grifondoro che si ritrova, per sua e mia immensa sfortuna, a dividere il banco con me perché arrivata in ritato a lezione.
«Klaus, vuoi dell'acqua?» mi bisbiglia Elliot Clark, sporgendosi appena verso di me.
Solo per fartici affogare dentro.
«No, grazie, ora mi passa» sussurro rauco, la gola arida e infiammata, ignorando gli occhioni preoccupati della mezzababbana puntati come fari sulla mia schiena.
«...sei sicuro?» insiste lei, dopo qualche attimo di tentennamento, torturando un pezzo di carta tra le dita.
E' chiaro, Clark, che questa mattina ti sei svegliata con l'indole della crocerossina, ma ti avviso che se mi sfiori potresti esser tu ad aver bisogno di cure.
Inspiro a fondo, mentre la tosse inizia a placarsi e un po' di quiete si fa largo nei miei bronchi devastati.
«Si, sono sicuro» affermo alla fine, con decisione, risollevandomi.
Sollevata, sorride.
«Sai, quando ero piccola spesso avevo anche io la tosse» inizia a raccontare, frugando nella borsa che magicamente è finita sulle sue gambe «E mia madre mi dava delle pastiglie che facevano dei veri miracoli»
Oh, non provarci nemmeno per scherzo ragazzina. Non azzardarti a rifilarmi un qualche intruglio babbano!
«Oh, accidenti!» sbuffa, contrariata «Le ho lasciate in camera»
«Ma che peccato» commento laconico, scribacchiando qualche appunto distratto tanto per suggerire un motivo in più a Benton per togliere qualche punto a Serpeverde.
«Mi dispiace, altrimenti te le avrei lasciate volentieri...» sospira, scrollando le spalle.
«Non ti preoccupare, Elliot, non fa niente» la rassicuro, con un sorriso tanto falso quanto convincente.
«Se lo dici tu..» titubante, sfoglia qualche pagina a casaccio, alternando lo sguardo tra me e le parole stampate sul manuale.
«Si, lo dico io» commento a bassa voce, tornando a guardare Benton come se la mia vita dipendesse da ogni singola parola che esce dalla sua bocca..
Fine della discussione.













18/03/2008
commenti (4) • tag: discussioni, amori, sogni, speranze, amicizie, dubbi, lezioni, grifondoro

« vuoi finire nei guai? vuoi finire nei guai?! » strillo e minaccio una biondina di Serpeverde, che per tutta risposta non fa altro che scuotere la chioma e ridermi in faccia. La sua sorella gemella sta in disparte, evitando di farsi coinvolgere, ma sospetto che stia meditando di andare a chiamare qualcuno dei loro amici grandi,grossi e decisamente troppo forti per me. Alle mie spalle, un ragazzino del terzo osserva la scena con gli occhi lucidi; la bionda, di sicuro non molto più grande di lui, lo stava minacciando. E perché? Perché è figlio di babbani! Ci sono tante cose che posso accettare, ma questo genere di insulto insensato e non rientra nella categoria.
« non ti consiglio di metterti contro di noi. » sibila in risposta, scrutandomi dal basso con un sorrisino irritante sulle labbra; sono certa che sia più piccola di me, almeno di un paio d’anni. « sai chi è Deirdre Blackster? beh, è mia sorella, e non è bene sfidarla. »
E’ costretta a smettere di parlare da un forte botto: il libro che teneva in mano è saltato in aria, e ora sta ricadendo sulle nostre teste sotto forma di coriandoli di carta. Ops, l’ho fatto di nuovo; giuro che non ho nessuna volontà di far esplodere le cose: succede e basta. La giovane Blackster trema e avvampa, fissando con la bocca spalancata il suo palmo teso. Lentamente riporta lo sguardo su di me, con le fiamme nelle pupille.
« tu, schifosa grifondoro! » flette le ginocchia come se stesse per saltarmi addosso.
Ma, grazie al cielo, interviene salvifica un’altra voce. « cosa sta succedendo, qui? » chiede Sebastian Lang, il mio Caposcuola, intervenendo nel quadretto con prontezza, seguito dalla sua amica Julia Versten. A mia volta, non posso fare a meno di arrossire per la figuraccia che sto facendo; abbasso lo sguardo, soffermandomi giusto per un istante sulla ragazzina che ha già raggiunto la sua gemella senza neppure provare a dire qualcosa in propria difesa.
« stava aggredendo un ragazzino .. poi le ho fatto esplodere il libro .. » biascico senza trovare il coraggio di rialzare gli occhi fino a che non ho finito, e ancora temo di sembrare decisamente troppo contrita per l’accaduto. Non è la prima volta che qualcuno deve intervenire nelle mie esplosioni di forza d’animo, per non parlare delle esplosioni reali. Incontro lo sguardo divertito di Julia, poi passo a Sebastian, attendendo di conoscere il mio destino.
« esplodere il libro. » gracchia divertito, mentre sulla sua mano tesa ricade un pezzetto di carta; lo stringe nel pugno, scambiandosi uno sguardo con Julia.
« facciamo finta di niente, ok?! » dice lei, interpretando le occhiate del suo amico e rivolgendomi un sorriso scaltro; sembra proprio il tipo di ragazza che non ha paura di niente, quello che dovrei essere io. Invece arrossisco di nuovo, e dopo averli salutati con un nervoso agitarsi della mano corro via, trascinandomi dietro la mia tracolla stracolma.

***

Sotto lo sguardo attento e piuttosto divertito di Benton, sto intrattenendo una conversazione tutt’altro che amichevole con Jillian McKanzie, che si è fatta portavoce dei Corvonero in questo piccolo dibattito magico. All’opposto della mia tesi, sostiene che l’incanto flagrate bruci realmente, e non sia soltanto un sistema di marchiatura magica.
« e allora, Jillian, che ne diresti se lo provassi sulla tua faccia? » no, in genere detesto fare l’antipatica, ma non può che venirmi dal profondo del cuore, visto che lei insiste così tanto nel controbattere anche quando tento di mettere una parola di chiusura. Storce il naso, facendo leva con i palmi sul banco per alzarsi in piedi e fulminarmi più agevolmente. Faccio per sollevarmi a mia volta, ma Cecily mi prende per il braccio, costringendomi a rimanere seduta. E’ il momento per Benton di intervenire, obbligandoci ad abbandonare la sfida verbale, visto che è finita l’ora.
« visto che l’argomento vi interessa così tanto, per la prossima volta mi farete tutti una ricerca di 500 parole su questo tema. Andate in pace! » alza le braccia e poi, con un grande sventolare di tunica, si ritira nel suo ufficio uscendo dalla porta sul fondo dell’aula.
Jillian ancora mi scruta, aspettando che io riprenda a bisticciare per l’ennesima volta. Ricaccio i miei libri in borsa e mi dirigo verso l’uscita dall’aula; non sono così sciocca da mettermi contro una Corvonero, soprattutto non contro una che di incantesimi capisce quanto me, se non di più. Sbuffo rumorosamente, avviandomi lungo il corridoio e precedendo tutti verso la Sala Grande, dove tra poco verrà servito il pranzo; se solo avessi l’amplombe di Julia. Non so come abbia fatto a resistere senza neppure incrinarsi alla morte di Ida, quando persino io mi sono ritrovata a piangere. E poi ..
OH NO. OH NO. Improvvisamente mi trasformo in una statua di sale, immobile sulla porta della Sala Grande, proprio in mezzo al traffico, e non riesco neppure a muovere un dito. Verso di me si è voltato Milo Ashmore, e giuro che per un momento ha guardato verso di me. Di me! Sono sul punto di svenire, proprio in questo momento, proprio in questo posto, davanti a tutti. Richiudo di scatto la mascella solo quando mi viene posata una mano sulla schiena, interrompendo il mio momento di deliquio interiore.
« Milo? » chiede Jillian, spuntando al mio fianco e rivolgendomi un sorriso molto, molto più gentile di quanto mi meriterei per quel che le ho detto poco fa.
Annuisco debolmente, ricevendo in risposta uno sguardo comprensivo; sospira, voltandosi verso di me dopo averlo osservato per qualche secondo.
« ti capiamo tutte. » ridacchia, spingendomi quanto basta per scollarmi dal pavimento e farmi fare qualche passo in avanti. Mi areno di nuovo quando vedo la Sua figura, quasi sollevata da terra, venire verso di noi al seguito del ragazzo di Jill.
« svengo. » pigolo sgattaiolando alle sue spalle, e accartocciandomi per non farmi notare. Non ho nessuna confidenza con lei, me ne rendo conto solo dopo averle strapazzato un braccio; la lascio andare e scappo via, sedendomi in scivolata al tavolo di Grifondoro. Noir Varesco smette di piluccare la sua insalata scondita e mi guarda come si guarda una pazza.

***

Mi rannicchio nella poltrona, nascondendomi dietro ad un gigantesco volume di incantesimi che ho preso da poco in biblioteca. Forse avrei fatto meglio a diventare un’allevatrice di Puffskein, e non intestardirmi sulle aspettative dei miei genitori, studiando come una matta per diventare Auror.
Nella tasca dei jeans è appallottolata l’ultima lettera di Nate: tra una settimana tornerà in Inghilterra dopo tre mesi di addestramento in Turchia. Si è ustionato una mano lanciando un incantesimo sbagliato durante l’esame, ma si è preso il dovuto attestato di merito; ora completerà gli studi a casa, e tra qualche mese otterrà il suo titolo di Auror. Un’eternità di fatiche a cui mi sottoporrò anch’io tra non molto tempo, sempre che riesca a prendere cinque M.A.G.O.. In questo caso, avrò già un posto prenotato nella graduatoria di accesso all’Accademia, e spero di riuscire ad entrare in uno dei sette posti disponibili.
« argh! » sobbalzo quando sento sbattere forte una porta nel corridoio dei ragazzi; subito dopo, Garet Haslett spunta nella sala comune, insultando Sebastian, che lo insegue con aria esasperata. C’è tempesta nell’aria.













16/03/2008
commenti (9) • tag: confidenze, famiglia, malinconia, amicizie, serpeverde, dubbi, conoscenze, riddle, grifondoro, corvonero, momenti imbarazzanti

ae juliaVorrei che tutto il turbinio nella mia testa finisse. Trambusto che non capisco. Che mi rifiuto di capire. Sebbene possa sembrare che le discussioni non mi tocchino minimamente, è sempre bene considerare che io abbia una testa pensante, e in quanto pensante [appunto], esistono degli attimi in cui quest’ultima decide di lavorare fin troppo. Cammino, lungo il cortile, diretto al lago. Voglio estraniarmi, star da solo. Avvolto dal silenzio, tollerante solo verso lo scrosciare eventuale della superficie dell’acqua mossa dal vento.
Sto diventando irritabile. E non è un bene, quando succede. Perché, se e quando capita, le mie reazioni generalmente non sono delle migliori. Da gioviale essere camuffato dall’aspetto di gelo, posso diventare un sadico, cinico essere con poca propensione verso i rapporti umani. Sono abituato alla folla, alla stesso modo in cui sono abituato alla solitudine. Solo, a volte il silenzio risulta fin troppo assordante.  
Rischiarando la mente da pensieri indirizzati a valori di sangue e dubbi amletici, attraverso il banco di alberi, mentre la nebbiolina bagna la mia pelle, fastidiosa. Vicino al lago, la sensazione di umidiccio aumenta, mi fermo.
Una figura sulla riva. Una figura a me familiare, verso la quale, al momento, sento dentro come una sorta di attrazione-repulsione che non so spiegare.
Julia Versten, da sola, sulla riva del lago. Ed io, Aedan Lywelyn che la spio [in un certo senso, visto che non mi sono ancora fatto vedere]. Ma come…come sono ridotto.


Seduta sul ‘mio’ molo. Ecco dove sono ora. Vicino all’acqua, il mio elemento.
Ne sfioro la superficie. È gelida, nonostante oggi sia una giornata quasi primaverile.
Mi concentro: pochi istanti dopo, sul palmo della mano fluttua una sfera di acqua trasparente, depurata da tutto ciò che rende torbida la superficie del lago.
Posso cambiarle forma. Un gioco che risale fino ai tempi dell’infanzia, nella mia bellissima Oslo. Posso darle la forma di un viso per esempio. Ida, è la prima. Poi Georgiana, e Sebastian.
Senza ragione apparente, mi ritrovo a pensare alla mia fuga da Aedan Lywelyn. Tutto per una domanda non posta. Chiudo gli occhi. 
Quando li riapro, l’acqua ha assunto i contorni del suo volto.
Stranito sobbalzo alla vista di quel gioco d’acqua e rivoli di vento quasi irreali.
Sgrano gli occhi, ed avvicinarmi è quasi naturale. Come una spinta che ti porta in avanti, senza una ragione precisa.
Versten.” la chiamo, a pochi passi da lei.
Lei si volta, per un attimo sembra in panico, mentre l’acqua che si era sollevata formando un volto poco definito, ricade sullo specchio trasparente, mischiandosi all’altra.
Porto le mani nelle tasche dei jeans, guardandola.
Ti ho forse interrotto?”domando, con garbo. Lei scuote la testa, non rispondendo immediatamente. Mi avvicino di più, sedendomi al suo fianco senza essere stato invitato. Se esiste un modo per dissipare i miei dubbi, forse, è proprio quello di tenerla il più vicina possibile.
Versten.”dice la voce di un ragazzo, mentre i suoi passi si avvicinano.
Mi volto, perdendo la concentrazione. Il volto d’acqua di Aedan Lywelyn si dissolve nel lago, mentre quello reale ora è accanto al mio.
Ti ho forse interrotto?
Scuoto la testa, ringraziandolo col pensiero per avermi deconcentrato: ci mancava solo che vedesse il suo ritratto fluttuante sulla mia mano destra.
No, affatto. Stavo solo giocando un po’.”
Ho visto…di cosa si tratta? È un incantesimo?
No, è…una cosa di famiglia.”
Sollevo di nuovo una piccola quantità d’acqua.
Una cosa di famiglia?”domanda incuriosito.
Sì. Mia madre è una creatura dell’acqua.”
Una ninfa?!
Annuisco, mentre plasmo la sfera trasparente. Ora ha l’aspetto di una slanciata figura femminile.
Non mi stupisce tua madre sia una ninfa. Si vede, altrochè se si vede!”esclama ridendo. Poi si ricompone e aggiunge:
Sapevo che eri particolare, ma non fino a questo punto. Una…ehm, ninfa del lago di Hogwarts?
No. Dei fiordi norvegesi. Io non sono inglese.”
Neanche io.”
Dal cognome avevo dedotto. Irlanda?”provo a chiedere.
Mi dichiaro colpevole.”mi risponde sorridendo. I suoi occhi azzurri si accendono di una scintilla.
Parlami della tua terra.” Dico .
La mia terra…mh… la mia terra è semplicemente splendida.” il mio sguardo si perde nella superficie del lago mentre con le parole intreccio scenari verdi e storie antiche, di popoli che credono nella magia. Di streghe e maghi. Di regioni e zone.
E poi…poi c’è la mia famiglia. Irlandesi D.O.C.”dico, con un sorriso, ripensando ai componenti Lywelyn.
I tuoi genitori sono entrambi dei maghi?”domanda. Forse incuriosita dal mio sproloquio.
Si, esatto. Mio padre si chiama Aengus. Mia madre si chiama Sìne. Sono i maghi più famosi e potenti delle terre d’Irlanda.” – le confermo. Ma non per vantarmi più di tanto. Generalmente non parlo mai delle mie origini. “E poi c’è Scarlett. Che ti ho presentato l’altro giorno.”
Ah, però.” risponde lei, stupita.
Io ne approfitto per ribattere:
Eh già, terrore e distruzione! I Lywelyn sono molto rispettati, o temuti, non saprei come definire lo stato di stupore quando raggiungono qualche riunione. Diciamo che la loro fama svolazza anche in altre zone.”faccio spallucce, come se poco mi importasse.
Ed in effetti è così. Per me Aengus e Sìne Lywelyn sono e rimangono soltanto i miei genitori. Se poi sono avvolti da fama crescente…non è una cosa che mi riguarda. E Scarlett…beh, Scarlett è mia sorella.
L’Irlanda sembra un luogo bellissimo, incontaminato. Le parole di Aedan sono così vivide che un paesaggio verde smeraldo appare nella mia mente.
“E tu?”chiede, e poi aggiunge: “Ora tocca a te.”
La mia Norvegia…è fredda, sì. Ma solo come clima. Le persone sono libere nel corpo e nello spirito; ti devo dire che gli inglesi a volte mi sembrano insopportabili e di mente ristretta. A parte Sebastian e Georgiana.”
Ah, va benissimo. Io sono irlandese!”scherza.
Continuo a descrivere la mia terra di ghiaccio e neve, Oslo e le sue vie larghe, la luce quasi bianca del sole.
E i tuoi genitori? Non dev’essere facile vivere con una ninfa per casa!”dice Aedan.
Io vivo con mio padre e la mia matrigna, a dire il vero. Mia madre…non l’ho mai conosciuta. Mio padre me l’ha descritta molte volte.”
Scusami, non sapevo…”inizia, dispiaciuto.
Lo blocco all’istante.
No, no. Non voglio sentire le tue scuse, non potevi saperlo.”
Sospiro.
Mio padre mi ha sempre detto che io e lei siamo identiche. Solo che io non svanisco nell’acqua, posso solo manipolarla. E, mi sembra chiaro, io non sono un’Ondina.
Che cosa strana…quindi tuo padre è un Babbano?
L’aspettavo questa domanda.
No. Nils Versten è un mago di purissimo sangue magico. E così lo sono io, se ti può interessare.”
Non intendevo…a me non interessa.”
Tace, e si volta a guardarmi.
Non mi interessa.”ripete “Era solo una domanda. È forse vietato farne?
No, non lo è. Sono io che su questo argomento sono sensibile.
Scusami per lo scatto. È che odio le distinzioni di razza. Non hanno senso.
Posso e non posso capirlo.”rispondo, sincero. “In fondo, io ho sempre provato una sorta di indifferenza verso distinzioni prestabilite. Non mi ci sono mai invischiato più di tanto.”le spiego.
Poi riprendo:
La realtà è…che sono un amante della mente umana. Per questo, detesto le limitazioni che le si pongono dinanzi. E questa divisione…beh, la definisco una di quelle limitazioni che odio visceralmente.”
Spiegazione patetica? Forse.
Ma è la prima persona a cui la dico. E la cosa mi fa pensare, attentamente.
In realtà, non mi era mai capitato di parlarne, perché non mi ero mai posto simili problemi.
Le classificazioni, non sono mai state il mio forte. Sebbene la mia mente sia schematica e spesso “quadrata” per certi versi. Ma amo definirmi molto “accondiscendente” verso certi ideali che, finora, non mi sono mai posto realmente dinanzi.
Ci credo? Non ci credo? Non trovo risposta, e mentre il silenzio sembra essersi catapultato su noi mi ritrovo quasi inconsciamente a fissare il profilo [oserei definirlo greco] di Julia.
E di nuovo, la domanda torna.
Ci credo? Non ci credo?
Aedan spezza il silenzio con una risata.
Beh, non inizia a raffreddare?”dice, guardando con scarsa convinzione la giacca leggera che ho indossato, illudendomi che la temperatura mite del primo pomeriggio sarebbe durata a lungo.
Io starei gelando al tuo posto.”aggiunge.
Poi si alza in piedi e mi porge la mano per aiutarmi. Che gesto da cavaliere. Sono incerta se accettare o meno…però, insomma. Piantiamola di farci tanti problemi che non ne vale la pena.
Afferro la sua mano e ci dirigiamo verso la scuola, mentre in effetti inizia a soffiare un inclemente vento freddo.
Rabbrividisco in modo abbastanza palese.
Dai, ti do la mia giacca.”
Così poi sarai tu a gelare! Scordatelo.”
Alza gli occhi al cielo, e dice:
Va bene. E la mia sciarpa? Mi faresti l’onore di accettarla?
Annuisco, mentre lui si sfila la sciarpa nera e me la offre con un sorriso.
Prendi, orgogliosa vichinga che non sei altro.”
Me la avvolgo intorno al collo: è morbida, credo sia cashmere. Si tratta bene, il ragazzo. E il profumo…poco marcato, ma particolare. Una sorta di misto fra menta e qualcos’altro. Muschio bianco, forse.
E’ assurdo quanto la Versten sia cocciuta. Meno male che la scuola non dista moltissimo, quindi non ci sarà il tempo di buscarsi un malanno, almeno spero per lei.
Aumento il passo. Tenendomi sul suo fianco sinistro. Il vento soffia, gelido e leggermente pizzicante. Sono abituato al freddo, spesso, penso che se non fossi nato umano, probabilmente [ per non dire sicuramente ] sarei stato un lupo.
Paragone azzardato, ma rende l’idea.
Le ho offerto la mia giacca, la vichinga ha graziosamente rifiutato, tutto sommato però, ha accettato la sciarpa.
Imbacuccati bene, Versten.” le dico“Cento metri e siamo dentro al caldo.” quantifico osservando la distanza che ci separa dalla struttura.
Il cielo si scurisce, le nuvole minacciose si addensano. La pioggerella comincia a scivolare lenta, imperlando il viso.
Istintivamente, considerando ancora il tragitto da compiere, la stringo al mio fianco, coprendola con un lembo della giacca, per fare in modo che si bagni il meno possibile.
Niente lamentele, Julia. Non è di certo una trovata per sedurti.”preciso, ridendo.
Che strano. E’ la prima volta che la chiamo con il suo nome di battesimo.
Non ho dubbi.”rispondo.
La tipica pioggerellina britannica ha appena iniziato a cadere, per la nostra gioia. Ringrazio qualche entità superiore di non avere allenamenti oggi.
Muoviamoci.”dice Aedan, mentre affrettiamo il passo.
È stato strano sentire il mio nome pronunciato da lui. Non ha il suono limpido dell’accento norvegese, non è lezioso come quello inglese.
Ha un bel suono.”
Cosa?”domanda lui, quando ci mancano pochi passi alla porta della scuola.
Il modo in cui parli. Il tuo accento. Di’ ancora il mio nome.”
Mi sento una bambina a chiedere una cosa del genere, ma ad essere sincera non mi importa.
Sorrido, leggermente spiazzato ma intenerito dal modo in cui la Versten mi chiede di chiamarla ancora per nome.
Prima che me ne accorga, siamo già sotto il porticato della scuola, non sciolgo immediatamente l’abbraccio.
La fisso per secondi che sembrano interminabili, mentre pronuncio con lentezza:
“Eccoci arrivati, Julia.”dico, fissandola, con un’intensità con la quale mai mi ero sforzato di guardarla.
Occhi azzurro cielo che si riflettono nel ghiaccio quasi vitreo dei miei.
Lei sorride, e per un istante ho come l’impressione che la coltre di neve che la incatenava si stia sciogliendo. Come catene di acqua congelata esposte al sole dell’equatore la sento rilassata nel mio abbraccio, che non ho intenzione di sciogliere. Non tanto presto almeno. È strano, come le alchimie si fondano, spesso senza un motivo.
Se esiste un altro modo per definire quello che sento, ditemelo.
Perché la Versten, adesso, sta davvero smuovendo i miei dubbi.
E ora cosa faccio?
Mi sono messa in una situazione che sta sfuggendo dal mio controllo, come sabbia fra le dita.
È uno di quei momenti in cui si decidono alcune cose, e se ne costruiscono altre. O si distruggono.
Siamo al riparo, ormai. Il rumore della pioggia è uno scroscio lontano e indistinto per le mie orecchie. Mentre i miei occhi sono imprigionati nel ghiaccio di quelli di Aedan Lywelyn, mentre il suo braccio è ancora stretto alla mia vita.
Non ho voglia di combattere.
Questa volta mi arrendo, mentre i nostri volti si avvicinano.

Un rumore di passi in lontananza. Passi che diventano una corsa.


Avrei voluto che il tempo si fermasse, che il cielo mi inghiottisse quando una voce, sibilante da cerbiatto leggermente adirato, mi chiama alle spalle.
Ehm, Aedan?
Scarlett batte il piede per terra. Io sobbalzo quasi, ho ancora Julia vicina quando le rivolgo uno sguardo al limite fra l’imbarazzo e l’istinto omicida.
Scarlett! ”esclamo esasperato. Sciogliendo l’abbraccio, senza nemmeno troppa fretta. La Versten si ricompone, scrollando via dalle spalle l’imbarazzo che si fionda su di noi. Mia sorella è dinanzi alle nostre figure, squadra Julia allo stesso modo in cui esamina me.
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