Anche se non si direbbe, tra cinque giorni iniziano i M.A.G.O. Pensavo che mi sarei sentita sollevata, ed invece sto ripassando freneticamente e la mia mente non assorbe assolutamente niente; forse é che sono seduta sul pavimento, in un corridoio semibuio, appena fuori dall’infermeria. Che là dentro c’è la mia migliore amica, nelle peste fino al collo, e che il mio ragazzo è disperso chissà dove a rovesciare la sua frustrazione perché gli ho impedito di vederci finché non avremo finito gli esami. Ne ho bisogno io, come ne ha bisogno lui. Credo.
Forza, Georgiana. Visualizza le parole del libro che hai davanti, dà loro un senso compiuto e comprendi quello che stai tentando disperatamente di studiare. Pozioni. Una A assicurata, a meno che un fascio di luce divina non trasformi i miei disastri in qualcosa di lontanamente degno di una E.
La gonna ruvida della divisa, oltre a grattarmi il sedere, non serve a trasformare la superficie di pietra su cui sono rannicchiata in qualcosa di lontanamente comodo; con un po’ di fatica, facendo inutilmente leva sulla parete, mi sollevo giusto in tempo per vedere uscire l’infermiera Mound.
« la sua amica è pronta. » grufola fissando con disapprovazione le macchie sulla mia camicia; mi scusi, se è tre giorni che non torno in dormitorio perché LEI non sa fare il suo lavoro e io devo badare a Julia. E’ proprio lei, infatti, che appare dietro all’infermiera, con le sue cose chiuse nella valigia che tiene in mano; sembra sollevata, se non altro di uscire dall’incubo asettico che c’è oltre quella porta.
« ti avviso: non so quali siano gli ingredienti della pozione Obmutesco, e non ci tengo a saperli. » le sibilo mentre ci avviamo lungo una scala, appena ruotata in modo da consentirci di arrivare molto più rapidamente del previsto alla torre di Grifondoro.
« menta, elleboro, bile di tartaruga .. »
« vedo che hai studiato più di me. brava, cara. » la interrompo dopo aver svoltato l’angolo; tre settimane, e smetteremo di camminare per i corridoi di Hogwarts. Non avrò più bambini da mettere sulla buona strada, adolescenti arrapate da beccare in giro nel cuore della notte, liste di parole segrete da memorizzare. Tutto finito.
Un quadro lancia un fischio di ammirazione al nostro passaggio; ecco, questo non mi mancherà.
{ nei giorni successivi }
Credo che si chiami tregua; il pratico di incantesimi mi ha buttata così in basso che, dopo aver salutato con il massimo dell’educazione che sono riuscita a strapparmi l’esaminatore Lowell, ho avuto il bisogno fisico di vedere Sebastian e Julia. Lo studio solitario mi ha trasformata in una specie di spilletta semovente, visto che io sono quasi trasparente dietro il mio distintivo, fatta eccezione per le occhiaie.
Ignorando del tutto gli sguardi di Jules, che ovviamente è stata ridotta al terzo incomodo, Sebastian continua senza tregua a stritolarmi contro il suo petto e infilarmi la testa tra i capelli, annusandomi come se fossi un mazzo di fiori e non una strega, e ad azzannarmi l’orecchio senza ritegno, rischiando oltretutto di ingoiarsi le perle di mia zia.
« Io approvo Carlisle. » ribatto alla proposta di Jules, mollando l’ennesima gomitata nelle costole a SSS ( Sebastian Sesso Subito, ho riso fino alle lacrime quando ho sentito Eugene che lo borbottava a Peter Halbury ), che si allontana con aria offesa dal mio povero lobo maciullato. Finalmente senza rischiare di essere mangiata viva, affondo la testa nell’imbottitura del divano, e lancio uno sguardo piuttosto serioso alla mia amica, assorta nella contemplazione del paesaggio estivo fuori dalla finestra.
« già. mi sembra che abbia la testa sulle spalle, e soprattutto del potere sugli altri. »
« credo che ci siano buone probabilità che diventi caposcuola. »
« un po’ come te, Georgie. » ridacchio.
« mi raccomando, ignoratemi! » borbotta Sebastian riemergendo dal suo sogno ad occhi aperti.
« tesoro, non è colpa mia se la tua mente è altrove. » lo rimprovera Julia, sbuffando; credo che lei mi mancherà, troppo. Non sarà la stessa cosa, lo so già, perché sarà impossibile vederla tutti i giorni quando sarò a farmi ammazzare in qualche campo di addestramento auror, ovviamente con l’impossibilità di smaterializzarmi.
« credi che dovremmo fare una specie di festa di insediamento? » propongo ignorando i mugugni incomprensibili della mia dolce metà.
« mah, non sono molto dell’umore, ma sono convinta che troveremo qualcuno disposto a farlo. »
Sebastian continua a grugnire, si alza e se ne va sbattendo i piedi; questi uomini, peggio dei bambini. Tranne se c’è da combattere nella foresta nel cuore della notte e salvare metà dei presenti, ovvio.
***
E’ molto che io e Jules non parliamo a quattr’occhi, dedicandoci al gossip invece che alle vicende drammatiche di cui siamo state vittime dall’inizio di quest’anno. La morte di Ida, il Fidelius, Riddle; mi sembra di non riuscire a pensare a quando abbiamo parlato di ragazzi, l’ultima volta, senza riferirci agli orari di coprifuoco e a quando stabilire la riunione successiva.
Proprio come succedeva quand’eravamo piccole ed innocenti, lei ghigna e io sono rossa come una ricordella.
« su, non è mica una malattia! » esclama dandomi una pacca sulla spalla, e facendomi diventare sempre più purpurea e bollente. « raccontami! »
« cosa vuoi che ti dica?! » sbotto con la voce talmente acuta da essere irriconoscibile; mi è venuto naturale stringermi addosso la camicia, mentre lei cerca di strapparmi qualche dettaglio sconveniente sulla mia prima volta. Descrivere questo momento come imbarazzante è riduttivo; temo che lo sarebbe ancora di più recuperare il mio taccuino rosa confetto e leggerle direttamente quello che ho scritto al riguardo, con tutti i particolari scabrosi che la farebbero tremare di soddisfazione.
« che ne so, se è bravo! se è stato dolce! »
« come Megafusto sul pianoforte del povero Eugene? » il suo sorriso si smorza per un momento.
« beh, è stato molto romantico. » si giustifica prima di infilarsi in bocca un pasticcino con una mezza fragola sopra.
« Jules, promettimi che mi scriverai spesso. »
« Georgie, promettimi che smetterai di essere così paranoica. »
« Non credo di poterlo fare. »
« Sei incorreggibile. »
« Sì, ti voglio bene anch’io. »
{ last day of magic. }
Il professor Silente sembra più emozionato di me, mentre mi scruta attentamente da dietro le lenti dei suoi inconfondibili occhiali a mezzaluna.
« Signorina Harrington, mi sono permesso di prepararle una cosa. » le guance mi diventano subito di fiamma; non sono affatto abituata a ricevere regali d’addio, tantomeno dagli insegnanti. Non da Silente, soprattutto, per quanto lui sia il mio preferito in assoluto. Mi sforzo di sorridere e di non mettermi a gridare, ma di certo non riesco a dire una sola parola prima che lui riprenda.
« Ho visto la sua richiesta per l’Accademia Auror, mia cara. » oh. Buon segno, vuol dire che almeno sono state già consegnate al Ministero, anche se dubito che avrà qualche utilità. Tra quelli del settimo ne sono state raccolte più di venti, e i posti sono otto. Annuisco come unico sforzo di volontà.
« Mi sono permesso di aggiungere una nota sotto il suo curriculum ineccepibile. » sobbalzo. Se ne accorge, e ridacchia. « dice che lei è la migliore studentessa che Hogwarts ha visto da molti anni a questa parte .. » se prima non ero color pomodoro maturo, lo sono di certo ora. « .. e che se non la prenderanno, confermeranno la loro fama di totali, perfetti idioti. » sghignazza di gusto, mentre si alza dal suo scranno e gira attorno alla scrivania, come per raggiungermi. Non che sia strano, in effetti, ma mi sento i lacrimoni che si formano agli angoli degli occhi. Stringe le mie mani gelide e inerti tra le sue.
« Buona fortuna, Georgiana. »
***
Il quasi ex prefetto Corvonero mi fissa con aria contrariata; sembra quasi che gli dispiaccia essere alla fine del suo mandato. Tra le dita stringe la spilla di ordinanza, e mi ha appena pregato di lasciargliela tenere. Quando si parla di attaccamento all’istituzione; il mio baule é ancora mezzo vuoto, nel dormitorio, ma mi sento in colpa ad abbandonarlo senza una risposta soddisfacente.
« Joel, non credo di avere l’autorità per poterti autorizzare. » storce il naso. Gli do una pacca sulla spalla con tutta la convinzione che posso trovare nei suoi occhioni azzurri che mi scrutano con disperazione.
In un futuro non troppo lontano, lui potrebbe avere il mio incarico; e passare un settimo anno splendido come il mio, con amici straordinari, e magari senza doversi battere a duello nel cuore della notte. Mi saluta agitando la mano, e sgattaiola verso il suo dormitorio.
Alzo la testa e vedo davanti a me la bacheca di Corvonero, che ho amorevolmente aggiornato durante quest’anno; strappo via un paio di fogli di insulti verso gli studenti del primo, stacco con cautela quelli di auguri per noi del settimo.
E’ la mia ultima notte a Hogwarts; sono già le dieci passate, e non ho nessuna voglia di salire in camera mia e rivedere tutte le altre in lacrime; non ce la posso davvero fare, ho già pianto abbastanza in questi ultimi giorni.
Con uno sforzo, infilo la testa nel corridoio, lasciandomi investire da un silenzio che non può che spiegarsi con la stanchezza provocata dai fiumi di depressione che si sono appena riversati all’interno delle stanze. Socchiudo la porta con cautela; una delle altre russa rumorosamente. Mi siedo sul mio letto e con attenzione mi stacco dal petto la spilletta da Caposcuola. E’ strano vederla appoggiata sul comodino e sapere che domani mattina non la appunterò di nuovo sulla divisa. Ma è una bella immagine per chiudere il mio lunghissimo romanzo, lungo sette anni.
{ king's cross. }
« una settimana. » sento il fiato di Sebastian sul collo mentre mi abbraccia, sfregando intensamente la guancia contro la mia testa; ha passato l’intero viaggio in treno a sussurrarmi che sarebbero stati i giorni peggiori della sua vita. Una settimana; in effetti non ci siamo mai separati per più di un giorno, o due, in genere il tempo di dormire qualche ora. Talvolta neppure quello. Abbiamo stabilito che probabilmente né i suoi né i miei avrebbero compreso se avessimo fatto una fuga d’amore senza neanche salutare.
« dai, smettila! » sussurro senza rendermi conto fino all’ultima che anch’io sono aggrappata al suo braccio, totalmente circondata da lui. Mi bacia il collo come se volesse trapassarmelo con i canini vampireschi che non ha.
Sa benissimo che non potrò scollarmi di casa finché non arriverà la risposta dell’Accademia, a meno che non voglia provocare un collasso ai miei. Cedo ai suoi ridicoli tentativi di baciarmi, come se non avesse passato le ultime otto ore a cercare di “concentrare tutta la me di cui avrà bisogno”. Attorno a noi gli studenti si salutano, piangono, ridono, ritrovano i loro genitori e parenti vari; non riesco a concentrarmi sul fatto che a mia madre verranno i capelli bianchi, a vedermi in quegli atteggiamenti senza ancora un anello al dito.
« GEORGIANA! » tuoni, fulmini e saette! Sebastian si stacca come se fossi incandescente, io scatto nella direzione della voce che ho sentito sistemandomi i capelli in modo ossessivo, come se potesse migliorare quello che sapevo sarebbe successo e non ho prevenuto. Mio padre ha un sorriso da un orecchio all’altro, se non si considera l’enorme taglio che gli sfregia la guancia destra; qualcosa mi dice che sia appena tornato da un viaggio di lavoro. Dietro di lui, mia madre spettegola fittamente con una donna che non conosco.
« mia madre. » mormora la mia dolce metà, con una voce così strozzata da essere irriconoscibile. Ricapitoliamo; i miei peggiori timori sono sfumati nel nulla perché i miei genitori e i suoi si conoscono già? Il viso mi si accartoccia in un’espressione contrariata senza che sia capace di trattenermi. Lui, invece, ha preso a brillare; sembrerà che io abbia un’aureola, tanto lui risplende di felicità. Mi sistemo le pieghe della gonna e mi sforzo di sorridere.
« papà! mamma! » trillo offrendo loro il mio migliore sorriso, anche se vengo subito sotterrata nel profumo di vaniglia e animali selvatici della mia genitrice; mio padre si è già preso il mio baule e non sembra avere intenzione di lasciarlo finché ci sarà Sebastian nei dintorni, come a privarlo dell’opportunità di essere cavaliere con me. Non sento quello che mi dicono; ciò che posso udire è soltanto un ronzio sordo, spezzato improvvisamente dalla voce di SSS, dopo che è riemerso dalle pacche e dai baci dei suoi.
« mamma, papà, vorrei presentarvi la mia » pausa. Orrore e delirio. « ragazza, Georgiana. » oddio, svengo. Sua madre sembra essere sul punto di avere la stessa reazione, mentre Joshua Harrington ha un improvviso bisogno di tossire copiosamente e il signor Lang di accendersi la pipa.
« oh, Georgiana, proprio come tua nonna! » langue mrs.Lang mentre mia madre si avvinghia al braccio del suo pargoletto, adorante.
Se sopravviverò ai prossimi dieci minuti potrò dire di aver passato per l’ultima volta la barriera del binario 9 e ¾, e di aver detto addio all’Espresso. Sorrido a Sebastian, che si crogiola nel danno che si è fatto da solo; almeno finché non ci verrò per portare i miei bambini a scuola.
{ oh, july! }
Scendendo le scale, inciampo nella camicia da notte; sento il profumo del caffé e dei pancakes che mia madre sta preparando per colazione, ma non credo che sia questo a distrarmi. Ogni singolo giorno, dalla fine della scuola, mi alzo con un cubo di granito nell stomaco: potrebbe essere arrivata la lettera dal Ministero, quella dove c’è scritto se sono ammessa o no all’Accademia.
Mi fermo davanti allo specchio scassato del corridoio, prima di entrare in cucina; guardo la mia frangia spettinata, la treccia che si sta sfasciando dal fondo, la camicia da notte. Potrei davvero diventare un auror? Qualche volta vorrei essere ancora la piccola Georgie, che racconta fiabe ai suoi pupazzi e sogna di diventare la Principessa del Regno Candito. Acchiappo dal pavimento Cheslav, che inizia a fare le fusa nonappena gli poso le mani sulla pelliccia bluastra ed entro nella stanza sin troppo calda dove mi aspetta il mio primo pasto di oggi, oltre ai miei genitori.
Il cuore inizia a battermi a tutta birra appena mi rendo conto che mi stanno aspettando seduti, con le tazze di caffé fumante davanti, intoccate. E tra loro, davanti ad un barattolo di marmellata d’arance, c’è una busta di pergamena sbiancata.
« buongiorno, tesoro. » mormora mia madre senza la minima espressione sul volto cereo. Non le rispondo neppure. Lascio andare il gatto, che miagolando rumorosamente atterra ai miei piedi, e mi getto sulla busta.
E’ chiaro che, dimentica dei suoi poteri, aveva provato ad aprirlo con il vapore della teiera. Apro la pergamena davanti alla faccia; i miei occhi ci mettono qualche momento a realizzare cosa ci sia scritto.
« ammessa. » sibilo appena, crollando sulla sedia, che quasi cade all’indietro sotto il mio peso morto. Un Auror. Io.
Un rumore come di sparo si diffonde nell’aria, seguito da un tonfo.
« SONO STATA AMMESSA! » grido senza neppure guardare chi sia; tanto so già che ricadrò tra le braccia di Sebastian, colui che vedrò tutti i giorni ancora per qualche anno. Sento le sue labbra sulla fronte, e gli occhi dei miei nella schiena.
Questo è un nuovo inizio. Decisamente entusiasmante.
Tutti gli alberi sembrano uguali, i sentieri ormai sono spariti del tutto e mi sembra di essere passata per questo posto almeno un paio di volte. Mi fermo ansante. Il vestito è ormai praticamente a pezzi, strappato anche volontariamente per facilitarmi nella corsa, comunque difficoltosa tra tutte queste radici sporgenti e foglie che ricoprono completamente il pavimento della foresta.
Mi appoggio sulle ginocchia mentre sto ad ascoltare dei rumori indefiniti che provengono da non lontano, seguiti da della piccole grida. Lì, devo andare lì.
Il rumore sempre crescente non ispira nulla di buono. Improbabile che siano passi. Improbabile che si tratti di incantesimi. Improbabili che me li stia immaginando. Allora cosa sono?
Mi avvicino sempre più in una corsa che ha più della camminata. Maledetto vestito, maledette scarpe, maledetta serata! Se non sapessi quanto è importante tutto questo, non mi sarei mai lasciata coinvolgere. Ma visto il fine di questo grande disegno, questo ed altro.
Ripenso a tutta la serata, a come era cominciata e a come sarebbe finita se non fosse stato previsto altro, quando una strana creatura mi sfreccia davanti.
Non erano passi, non erano incantesimi, non era la mia immaginazione.
Centauri. Quegli esseri reclusi, emarginati in una piccola oasi per caritatevole concessione di noi maghi; eccoli qui a creare disordini, come sempre d’altronde. E poi si lamentano della loro condizione…
Ibridi, né uomini ne animali, lungi dall’essere considerati al pari dei maghi, esseri inferiori al pari dei mezzosangue, se non peggio, stanno rovinando la nostra serata; per non parlare del fatto che uno di loro mi ha praticamente sfiorato con il suo corpo animalesco! “Dè!”. Un urlo alla mia sinistra. Scarlett mi fa cenno di avvicinarmi a lei; il suo vestito non ha niente da invidiare al mio e il suo corpo è rivestito da ferite fortunatamente lievi. Sono così felice di rivederla. “Gli altri?”, le chiedo una volta raggiunta la mia amica. “Tutto bene ma ora non c’è più tempo, capito? Dobbiamo tornare al castello senza farci vedere mentre ancora possiamo!”.
“No, io devo…”
“Dè!”. La sua voce decisa mi riporta alla realtà. Stanno bene, stanno tutti bene, ma dobbiamo andare. I professori, anche se fossero completamente sordi, ho dei seri dubbi che ormai non si accorgano di quello che sta succedendo, specialmente dopo l’arrivo di quegli esseri.
Mentre Ed arriva al nostro fianco, piuttosto malandato, ci incita nella corsa, così andiamo, veloci, o almeno quanto possiamo, verso Hogwarts, verso la salvezza, verso la calma; o almeno si spera.
***
Stesso posto, stessa sala, stesso sotterraneo.
Stesse persone, stessi studenti, stessi seguaci. Insomma non è cambiato nulla, o quasi. “D’ora in poi é lei quella che vi dà gli ordini. Violet Ophelia Traviston.”.
Ho proprio sentito bene, qualcosa è cambiato. Qualcosa di importante anche. Non posso che lanciare degli sguardi poco amorevoli alla mia eterna compagna di stanza, di casa, di unghie e di urla. Non posso credere che dovrò obbedire proprio a lei. Sottostare a lei.
Se il Mondo è finito, ditemelo adesso, vi prego, che la fine avrà un sapore almeno un po’ più dolce.
Sbuffo, è l’unica cosa che posso fare per adesso, perché quello che dichiara Tom Ridde non è legge, è oltre quest’ultima. E’ un imperativo. Un imperativo categorico.
Un anno, solo un anno. Il settimo. L’ultimo, il decisivo.
Obbedire a Violet. Lo farò; mi impegnerò con tutte la mia forze e ce la farò. Devo, devo.
La servirò come fedele seguace del Club e del suo fondatore, ma non le offrirò la soddisfazione della mia sottomissione. Non sarò io ad avere i compiti peggiori, non sarò io a dover prendere le decisioni più importanti, decidere del destino di tutti noi rendendo conto a Lui. A chi è toccato il destino peggiore?
Nonostante sia quasi riuscita a convincermi della positività della situazione, non so perché, ma uno spiacevole sapore amaro continua ad insidiarsi in me; e non vorrei sbagliarmi, ma non promette nulla di buono…
***
Esami. Penso a ieri e guardo oggi: il castello immerso in questo clima, in questa calma inverosimile. Sapere e non essere sospettati, mi è capitato spesso, ma mai per una cosa così clamorosa. Mai.
Trasferimenti, compiti estivi, punizioni, sospettati. Nulla che tocchi me direttamente, come molti altri coinvolti nel grande scontro. Feriti, molti; morti, nessuna.
Nonostante questa calma apparente la tensione è alta più che mai tra la casa Serpeverde, e praticamente tutto il resto della scuola! Naturalmente questa tensione è palpabile solamente dai diretti interessati alla vita dei due club; tutti gli altri studenti non hanno che parole per le vacanze e per l’anno che verrà, a parte per gli uscenti, che hanno davanti a loro un oblio di incertezze; almeno prima degli ultimi esami. “Cominciate ora!”. Tuona Benton. Do un’occhiata ai miei amici, già impegnati nella risposte con una certa incuranza, prima di cominciare anch’io.
Non ho nessun problema, almeno in questi ultimi esami. Non devo avere nessun problema, anche perché le mie vacanze estive sono direttamente proporzionali ai vioti che otterrò, quindi meglio far bene.
Consegno il tutto ed esco. Pochi giorni alla fine della scuola, alla fine di quest’anno così turbolento ed incredibile. Non mi sarei mai aspettata che andasse così, con uno straordinario alternarsi di alti e bassi.
La partenza di Eve, l’arrivo di Scarlett, le mille incomprensioni e litigi con Jasper, i problemi di Edward, le indimenticabili liti con Violet, e infine questo scontro…e infine quel bacio…
Comunque si legga quest’anno, completamente fuori dalle righe, non si può che definirlo in un’unica parola: indimenticabile.
Nel bene, nel male; ma sempre indimenticabile.
***
Irlanda.
In mente ho delle immense praterie verdi, grandi ed antichi castelli, misteri (legati soprattutto alla storia di Ed), e litri e litri di sidro, a quanto pare.
Non lo lascio vedere, ma questa storia di annegare i dispiaceri nel sidro non mi lascia poi tanto tranquilla perché, conoscendo i due soggetti, è molto probabile che prendano in parola tutto quanto detto! Sorrido. “Alle terre del sidro, allora.” Dico esponendomi infine. Tanto effettivamente, ce ne sono di dispiaceri da annegare, e forse questo sarà il modo migliore di iniziare il nuovo anno. Alcool? Alla fine per i qui presenti, non sarebbe la prima volta. “Alle terre del sidro, e che l’alcool mi aiuti.” Conclude Jasp. Eh si, conoscendo la sua famiglia, ha di che sperare riguardo alla sua estate.
Solo due settimane.
Passeremo così poco tempo tutti insieme prima di avere un intero anno a nostra disposizione.
Nell’animo aleggia un velo di tristezza, ma in questo momento non posso che essere felice perché finalmente tutto sembra essersi sistemato. Mi sembra un sogno; ma come mi ha pienamente dimostrato il passato, mai dire mai, quindi do un contegno alle mie emozioni e lascio che stiano dentro di me, custodite e non meno intense di come sarebbero esternate.
Sorrido, prendo la mano a Jasp.
Manca poco ormai.
31 giugno 1944
Tutti gli studenti si apprestano a salire sul treno. Molto si lasciano dietro rimpianti, altri desideri, altri soddisfazioni. Molti non torneranno più e si lasciano dietro la loro vita per iniziarne una nuova. Riesco quasi a vedere il mio futuro in loro; quel futuro, così pieno di incertezze, così offuscato…
Siediamo nella solita carrozza, la nostra carrozza. E il treno parte. La corsa inizia.
Parliamo ancora della vacanze, ma è palese quanto siamo turbati. Per tutto.
Le più entusiaste sono le gemelle che espongono nei minimi dettagli quello che sarà il loro viaggio quest’anno, il primo al quale non parteciperò.
Vorrei solo un po’ di silenzio ora, per pensare; non c’è mai stato tempo quest’anno, mai.
Il paesaggio fuori dal finestrino scorre veloce, fin troppo, e la stazione arriva fin troppo presto.
Binario 9 ¾ . Ansia.
Una strana sensazione sale per tutto il corpo.
Non ho parlato con Jasp, non potevo, non volevo, e invece adesso vorrei più tempo.
Un mese. Un intero mese senza vederlo. Mai.
Un bacio. Un lungo bacio, coinvolgente, bellissimo. Un bacio che devo conservare per tutto questo tempo.
“Non andare, resta. Vieni con noi.” Questo vorrei dirgli, e invece non ci riesco. Non dico niente e lo guardo andare via. Via da me, via da noi. Non per molto, è vero, ma l’attesa ha sempre qualcosa di angosciante.
Infine mi rivolgo a Scarlett ed Ed sorridendo. Sono pronta per l’Irlanda, non vedo l’ora.
Un’estate con i miei migliori amici, potrei chiedere di più?
La voce sconosciuta della madre di Scar, l’ultima occhiata al treno che rivedremo solo a Settembre…
Vista l'espressione del mio amico pel di carota, intuisco che io e Milo non abbiamo di certo avuto l'idea migliore per intrattenerlo durante gli ultimi giorni di degenza. Carlisle sbatte le palpebre, con l'aria di chi ci tirerebbe un cazzotto nel naso se ne avesse le forze; non ha gradito la nostra raffinatissima replica del concerto di fine anno in versione a due voci, tanto faticosamente studiata. Appoggio gli spartiti sul suo comodino, rischiando di far cadere l’enorme bottiglia di sciroppo che vi è posata sopra, e poi torno su di lui.
« ragazzi, vorrei chiedervi di non bere alcool prima delle sette di sera. » ci apostrofa con un’occhiataccia, ricadendo sul cuscino con i capelli che gli formano un’aureola fiammeggiante.
« Carl, vorrei chiederti di metterti dei pigiami meno osceni! » ribatte Milo scuotendo il capino con la sua solita aria da re della moda.
Mi sembra quasi strano che siamo qui a fare gli idioti, e solo poche notti fa eravamo in quella foresta a rischiare la pelle. Ci sono voluti giorni prima che riuscissi a dormire più di due ore di seguito senza avere gli incubi, e che mi si levassero dagli occhi i colori degli incantesimi che ho evitato per un pelo. Come il blu della bandierina di Corvonero che Milo sta facendo a pezzi, probabilmente uno sgradevole regalo di Jillian, che cerca di conquistare territorio con tutti i suoi subdoli mezzi di fatina.
« Megafusto Lywelyn in arrivo. » sibilo tanto per rimanere in tema di Corvi, quando il ragazzo di Julia fa il suo ingresso in infermeria, ciondolando con i suoi movimenti da rinoceronte verso la Mound, che per la trecentesima volta gli ricorda che non può fare visita alla sua bella in quanto appartenente al genere maschile, oltre che al genere Cretinus Cretinus, nota specie di umano senza cervello.
« Come sta Julia? »
« Credo bene, a quanto mi dice il tuo angelo custode. »
« Lei sì che si è presa una batosta .. »
« Già. Anzi, perché non facciamo un bell’attentato a Riddle? »
« A furia di frequentare Dinamitarda Worthington hai un certo gusto per il pericolo, amico mio. » Milo digrigna i denti e mi dà uno spintone, costringendomi a non continuare, visto che la mia voce verrebbe coperta dal tonfo che faccio cadendo per terra.
« Coglione. » geme Carl. La Furia Rossa è tornata al 100%.
qualche giorno dopo /
Siamo ancora tutti vivi, dopotutto; forse è per questo che non ci tratteniamo con gli alcolici e ci divertiamo senza ritegno, facendo finta di non sapere che le ferite nei nostri animi e nella vita di alcune di noi non si rimargineranno mai più. Probabilmente fare questa stupida festa stasera é il modo meno pericoloso di riunirci, visto che la cricca di slytherin non si aspetterà di certo che abbiamo il coraggio di fare casino dopo tutto quello che è successo.
Le fatine non riescono a smettere di avere un’espressione depressa; non posso non giustificarle in effetti. Anzi, credo che sia per quello che ho una fitta allo stomaco che non mi abbandona da ieri. Isabel ciondola in giro, e stranamente sembra evitarmi; lei probabilmente è quella messa peggio, visto che rimarrà da sola a Hogwarts. O almeno, senza le sue amiche, quelle con cui ha passato tutti questi lunghi anni. Non credo che riuscirei a sopravvivere senza i miei due allegri compari.
« Silenzioooo! » urlo selvaggio, fonte da intercettare. Mi volto giusto in tempo per avere la seconda parte della versione scimmiesca di Sebastian, che si regge a malapena addosso all’accaldata Georgie. Oserei dire che é un déjà-vu. « Julia deve far un discorsoooo! »
Milo mi raggiunge con un sorrisino malefico su cui preferisco non interrogarmi, e ciondola il suo calice con grande soddisfazione.
« Per me è l’ultimo anno. Quindi devo salutare molti di voi. » Attacca Jules. « La cosa più importante, tuttavia, è che Fidelius continui. Per questo c’è bisogno di una persona che prenda il mio posto. Io, Georgie e Sebastian ci pensiamo già da un po’. Ed abbiamo deciso che il candidato migliore sarebbe Carlisle Hunnam. Sempre se accetta. »
Ma chi, il mio migliore amico? Mi volto automaticamente verso di lui, che guarda verso un punto imprecisato con la stessa espressione di uno spaventapasseri.
« Io… certo che accetto. È un onore che abbiate pensato a me, spero di esserne degno. » ribatte con il tono di chi ha appena preso il titolo di Ministro della Magia. Falso modesto.
« Brindisi, brindisi! » di nuovo l’esagitato Sebastian. Mi perdo la perla filosofica di Julia, mentre scatto verso Carl, che sta balbettando qualcosa di incomprensibile. Non credo che sia il mio status di lampione umano ad impedirmi di distinguere le sue parole. Ehi, sono amico di un pezzo grosso.
ancora qualche giorno /
Questo pianoforte ne ha viste di tutti i colori, compresi quelli del sedere di Julia Versten. Sollevo il lenzuolo polveroso che ho rubato in un dormitorio del secondo anno; si gonfia d’aria, e poi ricade sulle forme del mio compagno di tante ore. Se non ci fossi io, ad occuparmi di lui, chi lo farebbe? Non voglio immaginare la polvere che si attacca alle corde e ai martelletti, rovinandole per sempre.
Mi lascio sfuggire un sospiro, guardando un’altra volta fuori dalla grande finestra della stanza della musica. La botola cigola. Abbasso lo sguardo. Di nuovo la ragazzina Corvonero. Un urletto, e scompare. Dal rumore che ne segue, sembra che sia rotolata giù per le scale. Ciao ciao anche a te, spiona.
***
Chiudo ufficialmente lo scatolone in cui ho messo tutti i libri, e lo depongo con uno sforzo nel baule; non che mi piacciano gli sforzi fisici, ma preferisco non arrischiarmi, visto il mio talento magico non superiore a quello di uno scarpone. Fingo di non vedere la montagna di roba da sistemare che ho rovesciato sul letto, per non parlare della lista degli orari degli esami che é ancora attaccata sul comodino. Un disastro, come sempre, ma ormai non ci faccio più caso.
Il vero problema é l’umore di Carlisle, che tanto per cambiare si dà ai pomeriggi da pensatore, sdraiato sul letto con le mani intrecciate sullo stomaco. Non vogliamo disturbarlo, ma non é neanche possibile continuare così. Credo che abbia sprecato l’ultima energia vitale per fare dei test di fine anno degni, e ora si sia lasciato prendere dalla malinconia. Invece di sfruttare gli ultimi giorni con Jillian.
« allora, hai intenzione di marcire su quel materasso? » sbotta Milo, lanciandogli addosso un paio di mutandine, probabilmente dono galante di qualche ammiratrice particolarmente arrapata. Carl grugnisce e si sbatte un cuscino sulla faccia; eh no, che mi faccia il verso non sono pronto ad accettarlo. Non c’è posto per due orsi, qui.
Al posto di limitarmi agli oggetti, mi scaravento direttamente sul suo letto piantandogli le ginocchia nello stomaco.
« Ragazzo, se non scendi da questo letto con le tue gambe, sarò costretto a trucidarti a colpi di bacchetta! » dichiaro sollevandola sopra alla sua testa, e prendendo a percuoterlo con energia sulla mezzaluna rossa che spunta oltre il cuscino. Lo sento distintamente insultarmi attraverso le piume e il cotone.
Credo che questa si trasformerà nell’ultima rissa dell’anno, e che distruggeremo metà dei nostri bagagli. Già.
on the train /
Sono dovuto uscire a prendere una boccata d’aria. Prima che il treno partisse, sono dovuto scendere; quello scompartimento sarebbe stato letale anche per una zitella amante delle storie spaccacuore. E io, si sa, sono già abbastanza incline alla depressione senza espormi volontariamente alle radiazioni nocive di Jillian e soci.
Non vorrei essere preso per senza cuore. E’ che ho tanti, troppi bei ricordi legati a quelli che stanno lì dentro, e mi uccide vederli in uno stato del genere. Sì, sono un orso con l’anima.
« su, ragazzo, salta in carrozza! » sbraita un omaccione con i baffi a manubrio passandomi davanti, e sventolando una mano pelosa davanti al mio petto. Non credo che ci sia qualcuno abbastanza alto da sventolarmi la mano in faccia, dopotutto.
Con un salto – goffo, sì – recupero la mia postazione all’interno del vagone, e mi dirigo verso il nostro scompartimento, tentando di non farmi abbattere da una ragazzina corvonero bionda che passa correndo a tutta birra e urlando come una fuori di testa. Mi correggo, probabilmente è fuori di testa.
Dietro di lei, Norwood e Lewis si infilano dentro alla porta della toilette, e non ci tengo ad immaginare quale sarà la loro attività in equilibrio sopra un vespasiano puzzolente.
« allora, ragazzi, qualcuno ha voglia di biscotti? » trilla Isy mentre io abbasso la testa a sufficienza da poter entrare senza sfracellarmi il cranio. Apre sulle ginocchia un fazzoletto di tela, e prende a distribuire i suoi biscottini al cioccolato agli altri, che sgranocchiano in silenzio e con gli occhi bassi.
Milo. Carlisle. Ho come l’impressione che quest’estate sarà molto, molto lunga senza di loro. Per non parlare di Isy, che si ostina a stringermi la mano anche mentre scendiamo dal treno, fingendo di non ricordare che ci saranno i suoi genitori ad aspettarla; ma soprattutto i miei, che ormai erano convinti che fossi un’asessuato. Il binario è come sempre troppo fumoso e gremito di persone, tanto che riesco a prendere fiato solo alzando il mento.
« Isabel. » pronuncio in tono perfino più tetro del solito. Abbasso lo sguardo fino ad incontrare i suoi occhioni blu, che mi sorriderebbero anche se non riuscissi a vedere la sua bocca.
« finiscila, sono solo due mesi! » trilla allungandosi sulle punte dei piedi, mentre io mi abbasso e mi lascio dare un bacio sul naso. Sembra molto più felice di quanto non lo fosse dieci minuti fa. Probabilmente è perché c’è una donna minuta e non troppo più vecchia di lei che viene verso di noi di gran carriera. « é mia sorella .. devo andare. » aggiunge mentre mi aggancia il collo con le braccia, costringendomi ad accartocciarmi in avanti per regolarmi alla sua altezza. « se domani mattina non troverò la tua prima lettera sul comodino, mi offenderò tantissimo. Sappilo. » trilla come può trillare una fata minacciosa. Un altro bacio, e scappa verso la sua famiglia, che si è materializzata e mi fissa come se fossi un alieno.
Li ignoro; mi basta vedere Milo che saluta Bum-Bum Worthington per riprendere il mio sorriso beota di ordinanza. A meno che lei non faccia saltare in aria me. Carlisle non si vede. Neppure i miei genitori, in effetti, che dopo aver ricoperto di baci e abbracci la mia ragazza sono andati a salutare il loro vecchio amico non so chi, e sono spariti nel nulla.
« Eugene! » a proposito di Carl, ecco la sua consorte che mi chiama. Credo che questa sia l’ultima volta che la vedo. « volevo dirti addio. » mi dice stringendosi nelle spalle. Bella da spezzare il cuore, diceva Carl, quando non poteva mettere le sue luride manacce su di lei. Ora glielo spezzerà davvero, ma ciò non toglie che
« mi mancherai, Jillian. » rispondo stringendomi nelle spalle. Sorride e corre verso Carl, che la conduce verso la barriera con nonna al seguito.
Riprendo il mio carrello e lo spingo verso il muro di mattoni che ci divide dalla King’s Cross Babbana. Se i miei hanno trattato male il mio pianoforte, lo scoprirò nonappena rimetterò piede a casa. Ed è meglio per loro che sia tutto a posto.
La corsa. Veloce, frenetica, senza alcuna sosta. Edward come un bufalo incavolato al mio fianco, corre per fuggire dall’oscurità. Dal rumore di zoccoli che diventa sempre più vicino. I confini sorpassati, il duello iniziato e già passato. Troppo presto. Troppo presto. E quella sensazione di amaro, acre, spento, che ti invade il palato, costringendoti a sistemare i conti per fare in modo che tutto torni. Che tutto torni… Ho stracciato, irrimediabilmente, quella sottile linea rosso sangue che mi legava al passato. Si è strappata, tendendosi all’inverosimile, fino a compiere uno scatto netto, deciso. Tagliente. Aedan. Non. C'è. Più. Le mura di Hogwarts sembrano stringersi.
Più veloce. Più veloce. Più veloce.
Corri e non pensare. Corri e non pensare. E’ la sola cosa che mi ripeto, quando il buio viene interrotto dal rumore della porta della stanza.
Guardo Deirdre, il fiato corto. L’inferno, è appena cominciato.
Tom Riddle. Violet Traviston.
Buffo. Pensare che lo stesso Riddle l’ha indicata come suo…successore? Chiamiamola così.
Non che la cosa mi urti, in questo momento. Il fine giustifica i mezzi, e non posso far altro che considerare, come sempre, le parole del nostro ‘capo’, le uniche che valgano.
Se lo dice lui, è la realtà. E se lui reputa che questo sia il punto cardine della faccenda, ben venga.
Miss Traviston al comando. Faccia pure.
Al momento, non mi potrebbe fare più impressione di una pioggia incessante.
Esami. Arrivano sempre. Puntuali.
Svolgerli è automatico. Il risultato è ottimo, meglio di quello che speravo, ma in fondo non che ne dubitassi, una cosa sola non può andare storta, ora come ora. Ed è il rendimento scolastico, che dà come sempre soddisfazioni. Sono un po’ assente, un po’ sopra le righe, un po’…non lo so.
Preferisco trascorrere il mio tempo in altro modo, piuttosto che blaterare e star a pensare a cosa mai potrebbe succedere. Non ci hanno beccato, è successo con i tre quarti dei compagni che erano lì. A qualcuno, sono state impartite punizioni esemplari. Altri, gira voce che si trasferiranno, vedi le fatine Corvonero.Ma al momento, la sola cosa che mi urta più di tutte, è quest’aria rarefatta e pungente che aleggia. Mio…Aedan. Durante il tragitto lungo i corridoi incrocio la sua figura.
Mi fissa, gli occhi glaciali e inespressivi, come mai li avevo visti prima, se non rivolti ad altre persone.
Sul collo ha una piccola benda, suppongo che sia il risultato dello scontro tra me e lui, nell’oscurità, poche cose sono riuscita a scorgere. Non interrompo il mio corso, lo affianco, avviandomi nella direzione opposta. -Divisi.- sussurra, con tono fiero. -Divisi.- confermo, lasciandomi alle spalle quello che, ormai, è il mio nemico.
Deirdre osserva la scena, mi si affianca.
-Mi dispiace.- credo parli della sua disattenzione per gli ultimi avvenimenti. Guardo avanti, senza voltarmi mai indietro. Sarebbe letale.
Mai farlo. Mai. Per nessun motivo al mondo.
-Non ha importanza.- la rassicuro, senza tuttavia mutare la mia espressione, completamente lontana da questi avvenimenti, come se tutto non esistesse, come se niente avesse senso alcuno, come se il mondo avesse preso a girare al contrario.
Non esiste più nulla adesso. Niente che sia giusto o sbagliato. Niente che sia più logico da servire se non il proprio ideale. E il proprio ideale, è quello che non si abbandonerà mai.
Morsmordre.
Morsmordre.
Morsmordre.
Aengus Lywelyn
-Scarlett.- una voce a me familiare mi ridesta dalla attenzione che avevo dedicato al libro aperto sul tavolo. Sollevo lo sguardo, giusto in tempo per scorgere due occhi dal colore del manto notturno che mi sconvolgono per quanto bene io li conosca.
-Pa…papà?- domando, incredula, immaginando per un momento che possa trattarsi di un sogno, considerando l’improbabilità del luogo e la sua collocazione. Lui scosta la mantella che copre il suo braccio, fa un cenno con la mano. -Papà.- risponde, facendo un gesto con il capo. I suoi capelli scuri incorniciano il viso dai tratti fieri e severi. Siede, focalizzando la sua attenzione su di me. -Ho parlato con tuo fratello.- esordisce. Non posso fare a meno che chiudere il libro con un tonfo secco, rivolgendo a lui i miei occhi.
-Hai parlato con il mentecatto, vorrai dire.- sottolineo, evidenziando palesemente la differente posizione in ambito personale che ho assunto contro Aedan, che ormai nulla è. Nulla è. Mi ripeto.
-Ho parlato con lui.- ripete. –Farò in modo che non ci siano coinvolgimenti per il suo futuro e quello di…miss Versten.- solleva appena la nuca, fissandomi.
-Che cosa?- sibilo, contrariata. Lui poggia regalmente la schiena contro la poltrona, mi lancia uno sguardo, sfilando il guanto, le dita a sfregare fra loro con un cenno particolarmente eloquente.
-Hai sentito, Scarlett.- conferma il suo pensiero. Perché, papà. Perché. -E’ l’ultima cosa che faccio.- ah, ecco. Non potevo immaginare altrimenti. Solo che al momento sono troppo presa dalla tragedia ultima, per pensarci a fondo. Ma sicuramente la storia del ‘pro filosofia mezzosangue’, avrà turbato anche lui, profondamente. Non posso immaginare nemmeno pallidamente cosa alberga nel suo cuore, adesso. Immagino che lo aiuti per via del…coso. Amore paterno. Ma so bene allo stesso modo che se mio padre mette una croce su qualcuno, quella croce si marchia col sangue e rimane per sempre. Immagino…che sia il suo modo particolare di dire addio. Anche se…non so come potrebbe farcela pienamente. Ma lui è forte, lo è sempre stato. E certe filosofie di vita, certe linee, certe posizioni…non si possono cambiare. Non si devono cambiare. Ma so, che non si cancella un figlio, anche se lontano anni luce, non si può. Non uno come Aedan. Ma anche qui, si chiude un capitolo. Forse sarà riscritto, la famiglia Lywelyn continua…ma senza un pezzo. -Ah.- è la mia sola esclamazione, guardando oltre la finestra dai vetri spessi e trasparenti. -E’ finita, papà.- parlando del rapporto ormai rotto con una parte di me. Una zona che brucia, oltre lo sterno. Se potessi urlare. Se ne avessi la forza, lo farei. Fino a farmi sanguinare la gola per lo sforzo.
-Ti sbagli.- si alza, sfiora il mio capo poggiando un bacio sulla mia fronte. -E’ appena cominciato.-
Decisions -Tu vieni con me.- Edward salta fuori con questa frase, di punto in bianco. –Eh?- inarco un sopracciglio, Jasper abbandona la sua noia completa mentre rivolge a noi la sua attenzione, Deirdre ha uno sguardo che luccica appena.
-Tu vieni con me. Con noi.- aggiunge, parlando del gruppo per esteso.
-A nome della sottoscritta…eh?- come se fosse logico per me capire di cosa diamine stia parlando. Lui scuote la testa, poggia una mano sulla mia nuca.
-Vacanze insieme.- finalmente si sbottona. E ci voleva tanto a dire le cose chiaramente anziché saltare con qualche frase a doppio senso, dico io.
-Oh certo…è una buona idea.- interviene Lewis. -La quiete prima della tempesta visto che Martine, la mia adorabile sorellina Martine, mi farà pelo e contropelo, quando torno a casa. Le mie vacanze, quest’anno, si interrompono prima.- annuncia, storcendo appena il naso. Povero Jasp. Ho come l’impressione che sua sorella, preoccupata per la sua incolumità, non metterà a tacere questa storia in casa sua. E forse, ha ragione. Si fa così. Tra fratelli. Poi torna all’attacco.
-Quindi, avete l’obbligo morale di farmi divertire il più possibile.- Edward ride, portando indietro la testa.
-Faremo il possibile, amico mio.- poi torna su di me.
-Niente no.- precisa. Io sospiro, Deirdre reclina la testa sorridendo.
-Facciamo così…- comincio –Troviamo un valido compromesso. Anziché le solite vacanze…vi porto tutti nelle campagne irlandesi. Così il caro condannato alla gogna Lewis, potrà annegare i suoi dispiaceri nei meandri del verde delle terre.- propongo. Jasper mi fa un sorrisone enorme, poggia la matita che stava torturando. -Ma che carina…vuoi che anneghi i miei dispiaceri nel sidro…mi commuovo.- dice, con aria da cerbiatto indifeso. Gli calzasse un po’, almeno. Edward annuisce.
-Alle terre del sidro, allora.- Deirdre acconsente di buon grado.
-Alle terre del sidro.- chiude il giro Jasper. -E che l’alcool mi aiuti.-
Se non ci fosse Jasper, bisognerebbe inventarlo. Sorrido. -Compromesso valido, accettato.-
King's Cross-31 Giugno 1944 Binario 9 ¾ l’atmosfera è impalpabilmente tesa. Guardo fuori dal finestrino. Il paesaggio sfrecciare e Londra avvicinarsi. Irlanda sto tornando. E sto portando con me alcune persone importanti.
Non so come, non so per quale motivo. Un pezzo manca, ma qualcosa è rimasto.
Qualcosa che sembra scandire ticchettii particolarmente invitanti.
L’idea di una nuova era…ti toglie l’amaro dalla bocca.
Edward e la sua attenzione completamente rivolta altrove. Jasper sembra semi addormentato. Deirdre mi sorride. Poggio il piede per terra, all’arrivo. Gente che si scontra abbracciandosi. La voce di mia madre che ci richiama, pronta a condurci nelle terre verdi che ci culleranno, per un po’. Ci rivediamo a settembre, Hogwarts.
Gli ibridi sono sempre un problema.
Vedi i Mezzosangue, vedi Julia Versten, vedi i Centauri.
Mon Dieu, i Centauri. Esseri zoccolanti mezzi ronzini e mezzi umani con il dono della profezia, ma di certo non amici dei maghi.
Mi muovo rapido fra le sterpaglie della Foresta Proibita, sperando di non inciampare in un branco di simpatici quattrozampe. O seizampe?
Mentre resisto alla tentazione di dar fuoco al posto, intravedo una figura vestita di scuro. Una figura femminile, quindi la mia attenzione è subito calamitata.
Deirdre e Scarlett sono partite di gran carriera e a questo punto saranno già nelle loro stanze. Quindi potrebbe essere una del Fidelius [così i piccoli difensori dell’uguaglianza hanno chiamato il loro club], oppure…oppure Violet. L’ho persa di vista quasi subito.
Infatti, la mia intuizione si rivela fondata.
Violet Traviston giace priva di sensi. Mi ricorda Biancaneve. Le labbra rosse a contrasto con la pelle candida, i capelli scuri e sciolti che incorniciano un viso dai tratti dolci, quanto mai inadatti alla sua personalità.
L’abito di raso viola sembra integro, senza macchie di sangue. Un’abrasione sul braccio ed un livido sulla spalla sinistra sembrano le uniche ferite. Dopo un veloce esame, anche la testa sembra a posto. E brava McKanzie.
Bene, devo portarla a scuola.
In linea di massima, cercherei di far levitare il corpo, ma la Foresta è troppo fitta, non c’è spazio per muoverla. Non mi resta che sollevarla fra le braccia, sperando di non fare danni.
Il suo corpo è freddo, ma il cuore, contro il mio, batte lento ma sicuro. Sembra star bene.
Odio questa sottospecie di bosco con tutto me stesso.
Dieci minuti dopo, inizio a vedere Hogwarts.
Non posso portarla dall’infermiera Mound, mi scoprirebbero.
Devo lasciarla da qualche parte. In Sala Grande, ecco. La scuola è deserta, per fortuna.
Stendo il corpo di Violet su uno dei divani, vicino all’ingresso. Le sue mani sono gelide, devo coprirla con qualcosa. Una coperta, un mantello. Qualcosa! Ma non c’è niente, neppure una tovaglia.
Alzo gli occhi al cielo, esasperato.
Ma certo.
« Accio vessillo Serpeverde! » mormoro.
Il drappo di seta verde, intessuto d’argento, ricade fra le mie braccia. È morbido, ed è l’unica cosa disponibile. Avvolgo il suo corpo nello stendardo della nostra Casa.
Fa una strana impressione, ma ora è al sicuro. Non ci vorrà molto prima che la trovino.
« Buonanotte, Vi. » sussurro, mentre mi allontano.
La scuola è sottosopra. E non mi sarei aspettato niente di meno.
A rischiare grosso sono sei persone: Edward e Violet, fra i nostri; Julia Versten, Carlisle Testa-di-Carota Hunnam, Jillian McKanzie e Audrey Salinger, nelle file avversarie.
Salinger e McKanzie si sono fatte beccare dalla mia adorabile sorellina, e pare che il prossimo anno emigreranno in terra francese, per allietare i damerini di Beauxbatons. Due belle bionde in meno ad Hogwarts, ma soprattutto due importanti membri del Fidelius che se ne vanno. Quindi il dispiacere è temperato da una certa sodisfazione.
Sto esponendo ciò che penso a Scarlett, mentre ci avviamo verso la riunione di Morsmordre.
« Dovrei dirlo a Dè, se non sapessi che è il tuo carattere e non si può fare nulla per cambiarlo. » risponde lei esasperata.
« Suvvia, sai che scherzo! »
« No, so che non scherzi, è questo il punto! » replica, senza prendermi in realtà troppo sul serio.
Poco dopo, siamo tutti riuniti di fronte a Tom Riddle. Tutti in piedi, tranne Violet che è seduta: non stava così bene come mi era sembrato. Anzi. Dolohov evita di guardarla.
« Attenzione. Violet. » inizia, invitandola a raggiungerlo. Lei si alza con difficoltà, ma i suoi passi sono fermi.
« D’ora in poi é lei quella che vi dà gli ordini. Violet Ophelia Traviston. »
Violet sembra sorpresa, se non sconvolta dalla notizia. Non se l’aspettava, e di certo non ce l’aspettavamo noi. Deirdre e Scarlett hanno subito iniziato mugugnare, Ed si è irrigidito, mentre io non posso fare a meno di pensare alla comicità della situazione. Tom che lascia il potere a Violet Traviston.
« Ti seguiranno anche in capo al mondo. Gliel’ho detto io. » aggiunge. Poi dice qualcosa che non riesco a captare.
È ovvio che la scelta del suo luogotenente non ammette ricorsi da parte di nessuno.
Esami finali!
Anche al sesto anno, non possono mancare i temutissimi finals. Per fortuna, non sono al quinto, né al settimo. Poiché nessuno sospetta del mio coinvolgimento nelle attività ludiche post-ballo, conto di prendere molte O inframezzate da E. Benton distribuisce i test, pacifico come sempre.
« Signore, signori… avete due ore a partire da questo momento. » afferma, scrivendo l’ora di condegna sulla lavagna.
Completo il test un quarto d’ora prima della fine, e mi presento alla cattedra per consegnarlo.
« Jasper, sono sicuro che sarà un ottimo lavoro. D’altronde, se hai preso appena un po’ da tua sorella… »
Preferisco non sapere cosa c’entri mia sorella, grazie.
« Le avevo proposto una piccola sfida, al Ballo. Ha lanciato un Incanto di Barriera, che era davvero impenetrabile. »
Non mi meraviglia che abbia scelto proprio un Incanto di Barriera contro di lui. Trattengo una risata e mi congedo.
« Incantesimi era la sua seconda materia preferita, dopo Aritmanzia. »
Poi esco dalla classe, mi nascondo alla prima svolta del corridoio e rido per cinque minuti buoni.
Martine e Benton.
Povera sorellina mia!
Povera sorellina mia, un accidente.
« Jasper, non credere che non ti abbia visto. Non credere che non sappia. »
Scenario: studio del professore di Aritmanzia. Personaggi: Jasper e Martine Lewis. Argomento: attività ludiche post-ballo.
« Ti ho coperto, visto che per quest’anno hai fatto anche troppo. »
« Potevi anche risparmiartelo. »
« Un’altra parola e ti schianto. Tu sei un Lewis, chiaro? Non un McKanzie o un Salinger qualsiasi.»
« E la Traviston? E Edward? »
« Erano feriti. Tu no, dipendeva solo da non farti trovare. E mentre sono con Benton, cosa succede? Vedo te che cerchi di sgattaiolare nei sotterranei. »
« Eri con Benton?! »
« Esatto, mi ha tormentato tutta la sera. Ho dovuto baciarlo per distrarlo dal rumore dei tuoi passi. »
Oh, buon Salazar. Benton come cognato?
« Stamattina l’ho convinto che era ubriaco e si è sognato tutto. Ho detto di aver eseguito un Incanto di Barriera e l’ho convinto, non so come.»
Niente di meno. I professori, in questa scuola, se decidono di non vedere… non vedono.
« In ogni caso, Martine, non sono un idiota completo. Se ho ritardato tanto, è perché c’è stato un imprevisto. »
« Del genere? »
« Del genere: una ragazza. Ferma, non quello che pensi tu; per una volta, non ti deluderò. Ho trovato Violet Traviston ferita, e l’ho riportata a scuola. »
Martine sorride ironica.
« Certo, come non saperlo. Chi altri poteva avvolgerla nello stendardo di Serpeverde? »
Le vacanze di quest’estate si preannunciano all’insegna del carcere.
A parte le due settimane che passerò in Irlanda con i miei amici, ad affogare i miei dispiaceri nel sidro scorrazzando per i verdi prati dell’Isola di Smeraldo, passerò il tempo a casa mia, solo, sotto la sorveglianza di Martine e della servitù.
Di conseguenza non sono proprio l’immagine della felicità, mentre usciamo dall’edificio che ci ospita per nove mesi all’anno e ci avviamo verso Hogsmeade per prendere l’Espresso.
I miei compagni di casa sono più allegri.
Deirdre, Edward e Scarlett discutono animatamente sull’estate e sull’organizzazione delle vacanze. Le gemelle Blackster cinguettano di un eventuale crociera in Sudamerica. Jefferson Lennard saluta la scuola per l’ultima volta, così come Lenore Swart. Tom Riddle, come sempre, ha un’espressione imperturbabile e osserva con occhi scintillanti il grande castello gotico.
Mi avvicino a lui.
« Ti mancherà? » gli chiedo.
« Alcune cose, sì. Ma non poi così tanto. » risponde, tranquillo. Poi volge le spalle ad Hogwarts, e si incammina con gli altri.
Stiamo entrando a Londra, lo intuisco dai sobborghi e dalle macerie. Maledetti babbani, maledette guerre babbane.
Con una frenata quasi dolce, il treno si ferma al binario 9 e ¾. Ci avviamo ad uscire, ognuno stretto al suo baule.
Martine mi fa segno di raggiungerla appena guadagnata la pensilina, ma non è semplice con quest’orda di studenti ansiosi di tornare a casa per le vacanze.
Dopo aver tolto di mezzo [solo con uno spintone] un Tassorosso che mi bloccava la strada, scendo i gradini e respiro l’aria londinese. Saluto i miei amici: ci rivedremo il 1 Agosto, a casa Lywelyn.
Lascio Dè con un bacio appassionato che spero le basti per almeno un mese. A giudicare dal rossore sul suo viso, è molto probabile.
Notturn Alley è brulicante di vita come non mai.
Prima di tornare a casa, Martine deve fare qualche acquisto.
« Pensavo a un regalo per papà, cosa ne dici? » mi chiede, mentre entriamo in uno dei negozi alla nostra destra.
« Ad esempio? »
Non conosco bene mio padre. Vivo con lui da sempre, a parte le parentesi di Hogwarts, eppure abbiamo l’incredibile capacità di non incontrarci mai pur vivendo sotto lo stesso tetto.
« Signori Lewis! Ben arrivati! »
Mandragorus Mulligan scodinzola di fronte a noi come un cane.
C’è qualcosa di più disgustoso di un mago servile? Forse un Sanguesporco servile.
Una mezzora dopo, usciamo con diversi pacchetti. Il regalo per papà non rischia certo di soffrire di solitudine.
Mentre camminiamo, tutti i maghi sopra i 12 anni e sotto i 120 guardano mia sorella come se volessero spogliarla. Ci sono abituato, ma… ehi, è mia sorella, un po’ di rispetto.
Il nostro ingresso in una bettola di infima classe è salutato con una serie di fischi di apprezzamento dagli avventori presenti, tutti uomini. Buon Salazar, alcuni sono rivolti a me.
Una manciata di Metropolvere nel caminetto più vicino et voilà, siamo nella nostra casa di campagna, vicino a Scarborough, la zona da cui proviene la mia famiglia.
Arriviamo nella sala da pranzo, illuminata dalla luce calda del tardo pomeriggio. Mio padre, William Lewis, per una volta non sta lavorando, bensì legge, seduto su una poltrona. Alle sue spalle, un ritratto ad olio di mia madre, Christine, in abito da sera e pelliccia.
Martine lo saluta con un bacio sulla fronte, e corre in camera a rinfrescarsi. Io resto in nella stanza, aspettando che la tempesta mi travolga.
Osservo l’uomo di fronte a me.
È bello, sì. Lo devo riconoscere, è più bello di me. Non ci somigliamo molto, neppure nei colori. Sean aveva preso da lui. Entrambi castani, la pelle piuttosto scura e con un fisico solido. Martine ed io siamo simili ai Chamberlain, la famiglia di mia madre. Biondi, di carnagione chiara e longilinei.
Mio padre non dice una parola per qualche minuto, ma pare continuare a leggere senza accorgersi della mia presenza. So bene che è una tattica, per far salire la tensione.
« Jasper. »
« Sì, signore. »
Non mi è permesso chiamarlo “papà”. Non è decoroso. Né in pubblico, né in privato.
« Sono molto deluso dalla tua mancanza di intelligenza. »
Pausa.
« Non pretendo che tu diventi un genio matematico o qualcosa di altrettanto improbabile. »
Pausa.
« Ma il tuo comportamento dev’essere irreprensibile. È chiaro? »
L’unica azione che mi è concessa è annuire. E infatti annuisco.
« Con ciò non voglio dire che tu non possa divertirti. Tuttavia, un conto è una scappatella notturna fuori dal coprifuoco. Un conto è un duello nella Foresta Proibita. Anzi, uno scontro con feriti gravi. »
A capo chino, azzardo una risposta, cercando di usare un tono impersonale.
« Nessuno mi ha scoperto. Mi ha visto solo Martine. »
« Martine non è “nessuno”. Se ti avesse visto Benton? Non nego di avere rapporti cordiali con lui, ma di certo non avrebbe potuto chiudere entrambi gli occhi. Ringrazia tua sorella. »
Chiude il libro di scatto.
« Jasper, tu sei il mio figlio maschio. L’unico che mi è rimasto. »
L’ombra di Sean tocca ogni nostra conversazione. È sempre stato così, anche quando era vivo. Era la pietra di paragone, e lo è rimasto tuttora.
« Martine ha deciso di dedicarsi all’insegnamento. Perfetto, un lavoro adatto ad una donna. Il prossimo anno sarà ancora ad Hogwarts, assumerà stabilmente la cattedra di Aritmanzia. »
Fa un respiro profondo, poi si alza e versa del brandy in due bicchieri. Si avvicina e me ne porge uno.
« Jasper, ti rivelerò un segreto. Ne sono a conoscenza solo i miei più stretti collaboratori, oltre a me. »
Alzo gli occhi e accenno un sì.
« Puoi fidarti di me. » gli garantisco.
« Mi hanno offerto la candidatura alle elezioni del prossimo anno, a novembre. Come Ministro della Magia. »
Beve un sorso di liquore, fissandomi con i suoi occhi scuri.
« Non tollererò nulla e nessuno che possa intralciarmi. È chiaro? »
Stringo il bicchiere nella mia mano.
Mio padre è l’unica persona che riesce a terrorizzarmi solo con uno sguardo.
Nonostante questo, il mio rispetto e la mia fedeltà verso di lui sono incrollabili.
Alzo il bicchiere.
« Al futuro Ministro della Magia. » brindo, sottovoce.
Foresta Proibita.
Tutto quello che sento, adesso, è il mio respiro affannato.
Fino a trenta secondi fa facevo fatica a distinguere una voce dall’altra, e adesso sono persa in un oceano di silenzio. E’ quasi soffocante, sembra che le ombre si siano alzate dal terreno, gonfiandosi e dilatandosi fino ad inglobare qualsiasi cosa attorno a loro.
Mi faccio strada, affidandomi alla bacchetta che indica costantemente il nord, attraverso una fitta selva di biancospini che mi graffiano le gambe nude, strappando la seta non più immacolata dell’abito.
Se ne esco viva, la nonna mi ucciderà.
E se non lo farà lei, ci penserà la mamma.
Sento gli occhi bruciarmi, mentre mi arrampico oltre un masso che mi sbarra la strada. Ma chi me l’ha fatto fare? Voglio dire, sono una persona pacifica, io. Non ho mai dato problemi a nessuno, sono sempre stata una brava ragazza, studentessa brillante, figlia modello. Cosa ci faccio nel cuore della Foresta Proibita, senza avere la più pallida idea di come uscirne?
Il panico mi monta dentro, mentre un crack sordo alle mie spalle mi fa strillare per la paura. Mi rannicchio alle spalle della roccia, facendomi piccola piccola. Non è questo il momento di farsi prendere dal panico. Decisamente non è questo. Respiro a fondo, cercando di tranquillizzarmi.
La voce della nonna mi rimbomba nelle orecchie, stridula e irritata.
«Sei una McKanzie, per Diana! Non una mammalucca qualunque. Sei figlia di generazioni di grandi streghe e duellanti formidabili, non sarà certo un ammasso di alberi a fermarti!» No, certo che no. Gli alberi forse non mi fermeranno, ma le creature che nascondo forse si! Ma nessuno ribatte, questa volta, la voce si è spenta. Vorrei bene vedere.
Mi rialzo in piedi, scacciando l’ipotesi di essere impazzita completamente per aver accarezzato l’idea di parlare a una voce nella mia testa e stringo forte la bacchetta. Certo, se il mio fantastico albero genealogico potesse in questo momento accorrere il mio aiuto, non mi offenderei di certo.
Il crack si ripete, questa volta più deciso.
Trattengo il respiro, evocando silenziosamente un incantesimo di protezione che possa riflettere qualsiasi attacco magico e non. La magia brilla fioca, una sfera azzurrina che mi avvolge in un abbraccio confortante. Ma c’è ben poco di cui confortarsi, perché il crack si è trasformato in un leggero ansimare dietro il masso, in passi affannosi e frusciar di stoffa. Ho il cinquanta percento delle possibilità che sia un membro del Fidelius e altrettante che non lo sia. Posso aspettare che mi sorprenda qui, a tremare come un cucciolo spaventato, o recuperare tutto il coraggio che ho perso nel giro di un istante, quando un branco di centauri mi ha quasi ridotta a marmellata sbucando fuori dal nulla. Inspiro a fondo, facendo appello a tutta la forza che mi è rimasta per inginocchiarmi e sbirciare oltre la roccia: non vedo nulla, a parte una sagoma che si avventura furtiva tra i rovi dei biancospini. Un raggio di luna illumina una gonna color cipria e un boccolo biondo.
Il sollievo mi invade a ondate, mentre mi rialzo.
«Audrey» la chiamo, piano, per non spaventarla. La barriera si dissolve, dolcemente, non trovando più ragione d’esistere.
«Jill!» sobbalza lei. E’ pallida, un po’ sbattuta, ma sembra star bene. Per lo meno si regge ancora sulle gambe e non mi sembra ci siamo ustioni, bolle o piaghe. Mi avvicino a lei, stando attenta a non fare troppo rumore, e le getto le braccia al collo. Sorpresa, ricambia brevemente la stretta, prima di scostarsi, continuando a tenere le mie mani.
«Hai visto qualcuno?» chiede, nervosa, gettando continue occhiate alle sue spalle «Carlisle, Georgiana?»
Scuoto il capo, lo stomaco chiuso dalla paura.
«Nessuno. Stavo inseguendo la Traviston quando i centuari sono arrivati. Non ho più visto nessuno, da allora, sono scappati tutti» rabbrividisco all’idea. Lei annuisce brevemente.
«Tanto meglio» commenta, pragmatica «Con un po’ di fortuna ci hanno liberato la strada da eventuali professori e ficcanaso. Vieni, c’è bisogno d’aiuto»
Senza aggiungere altro, mi guida tra gli alberi senza lasciar andare la mano. Non consulta la bacchetta, non cammina alla cieca. Stiamo andando in un punto ben preciso. Da qualcuno.
Con un nodo in gola la seguo, stringendo forte la bacchetta e la sua mano, fino ad una radura isolata, costeggiata da un piccolo rigagnolo d’acqua accanto al quale giace Julia, immobile.
«E’ solo schiantata» mi precede il mio biondo angelo custode, mentre Sebastian sbuca da dietro un cespuglio, zoppicando vistosamente. Ci lancia un’occhiata sollevata, il volto esangue illuminato dalla scarsa luce. Un taglio gli corre lungo lo zigomo destro, ma non sembra sanguinare. Lascio la mano di Audrey, correndogli incontro.
«Fermo, non ti muovere» gli intimo «Fammi dare un’occhiata»
«Da quando in qua sei Medimago?» domanda stancamente, sedendosi con la schiena contro la corteccia di un albero.
«Devo ricordarti chi sono i miei genitori?» ribatto sottovoce, controllando il taglio per poi passare alla gamba «Però hai ragione, non sono un Medimago. Per questa non posso fare nulla, dovrai fare un salto in Infermeria. Lei come sta?»
«Si rimetterà» interviene Audrey «Sperando sia solo stata schiantata e non ci sia altro. Domani avrà un gran mal di testa, ecco tutto. Ora però dobbiamo portarla via da qui»
Si, ma come?
***
Infermeria.
Il viso della Mound è indecifrabile.
E’ china su Julia, che ora è stesa su un lettino, i capelli scuri sparsi attorno al volto pallido come un’aureola corvina, e la sta esaminando in silenzio. E’ palese che non è l’unica paziente che ha avuto nel corso della notte, miliardi di piccole rughe preoccupate le increspano la fronte, solitamente liscia e spianata; più di una brandina è nascosta da divisori accuratamente tirati, ma non si sente volare una mosca. La luce che illumina lo stanzone è fredda, metallica, tipica delle ore che precedono l’alba. L’aria non è fredda, ma continuo a tremare come se fossi rimasta per ore sotto la neve, è quasi imbarazzante, sento i miei denti battere violentemente al punto che persino la Mound si volta a scrutarmi, pensierosa. Mi punta un fascio di luce negli occhi, per poi decretare.
«E’ lo shock» si interrompe, spostando lo sguardo da alla mia amica «Non so cosa sia successo, stanotte, e non lo voglio nemmeno sapere, ma avete rischiato grosso. Se Armando sapesse cosa combinano i suoi studenti…» scuote il capo, sospirando. Nessuna di noi due osa respirare, mentre torna ad esaminarmi la faccia.
«Via, voi due state bene» indica me e Audrey, con un gesto stanco «Andate alla Torre e restateci, una bella dormita e domani starete di nuovo bene»
Non replichiamo, limitandoci a spostare contemporaneamente lo sguardo su Julia.
«Starà bene. Sarà nei guai, ma starà bene» fa schioccare la lingua contro il palato, spingendoci via. L’ultima cosa che riesco a vedere, prima che la porta si chiuda alle nostre spalle, è la chioma rossa dell’Infermiera che ci ha regalato la possibilità di scampare alle ire di Dippet e dei nostri genitori.
***
Ma ci pensa qualcun altro a bruciare la nostra chance, quando svoltiamo l’angolo per arrivare alle scale che portano alla Torre. La scuola è immobile, soffocata da una cappa di silenzio opprimente che non permette nemmeno al fioco russare dei quadri di scalfirne la superficie. Forse hanno incantato i saloni. Forse è solo lo shock che mi rende sorda, perché quando Martine Lewis ci compare davanti, in tutto il suo malvagio splendore, mi rendo conto che indossa ancora i tacchi vertiginosi che aveva al ballo e io non ho sentito nemmeno il più debole ticchettio. Mi sfugge un leggero gemito, Audrey singhiozza. La Lewis sorride dolcemente, gli occhi chiarissimi illuminati da un luccichio pericoloso. Per quanto sia innegabilmente bella, non posso fare a meno di trovarla mostruosa mentre ci viene incontro, avvolta nel suo meraviglioso abito da sera.
«Cosa abbiamo qui?» cantilena, inclinando leggermente il capo di lato «Due uccellini sperduti, forse?»
Le dita di Audrey mi stritolano la mano, esattamente come le mie stanno facendo alla sua. Nessuna delle due fiata.
«McKanzie» mi chiama, costringendomi a guardarla «Cosa ci fai qui, nel cuore della notte?»
«Torno alla Torre» ribatto, cercando di dominare la paura che fa sembrare le mie parole un pigolio tremulo.
«Le tue compagne di casa ci hanno fatto ritorno molte ore fa» commenta, fingendosi perplessa e picchiettandosi le labbra con le dita «Ti sei trattenuta con Salinger?» l’odioso sguardo smeraldino scivola su di Audrey, che automaticamente arretra di un passo.
«Siamo… siamo andate in cucina, alla fine del Ballo» mente, spudoratamente «Avevamo fame e non ci siamo rese conto del tempo che passava. Sa, gli elfi sono creature amabili ed estremamente servizievoli, non abbiamo resistito a una razza di cioccolata con dei biscotti.» Ti prego credici. Ti prego, dimostra che sei solo una povera oca credulona e lasciaci andare. E’ stupido sperare in una cosa del genere. Stupido e piuttosto ingenuo, da parte mia.
Soppesa le parole di Audrey, in silenzio, probabilmente chiedendosi per quanto tempo ancora torturarci prima di portarci da Dippet.
«E sei scalza solo perché i piedi ti facevano male, non è vero McKanzie?» indaga, sorridendo angelica. Annuisco, senza riuscire ad aprir bocca.
«D’accordo, capisco» sospira appena, facendosi da parte. Audrey trattiene il respiro. Non è possibile che ci vada tutto così liscio. No, non possiamo essere così fortunate.
«Strano però» riprende dopo qualche attimo.
Ecco, lo sapevo.
«Cosa, professoressa?» la voce di Audrey trema, ma è abbastanza salda da permetterle di formulare una frase coerente senza balbettare. Io non so se ne sarei capace.
«Non mi risulta che si debba attraversare la Foresta, per giungere in cucina» commenta, la voce che diventa parola dopo parola sempre più fredda e pungente, mentre la consapevolezza mi gonfia il cuore di paura. Lei sa. Lei ha sempre saputo. Le sa tutto e sta giocando al gatto e al topo, prendendoci in giro.
Chino il capo, mentre lei alza gli occhi dai nostri piedi sporchi di fango e dagli abiti stracciati, facendoci segno di seguirla.
«Sono sicura che il Professor Dippet sarà curioso quanto me di sapere cosa vi è successo mentre andavate a fare uno spuntino di mezzanotte.»
***
Presidenza, qualche ora dopo. «Non è ammissibile» continua a borbottare il preside, percorrendo in su e in giù l’ufficio con addosso una ridicola vestaglia di velluto rosso, un cappellino di lana con tanto di pon-pon in testa e ciabatte ai piedi «Non è assolutamente ammissibile una cosa del genere!» sbotta, guardando me e Audrey.
Siamo qui da ore. Il sole sta sorgendo, lo vedo sbucare all’orizzonte, sopra il lago, allungando timidamente i suoi raggi dorati verso il prato davanti all’ingresso. Siamo qui da ore e la situazione è sempre la stessa.
Che siamo nei guai, l’abbiamo capito.
Che chiameranno le nostre famiglie, l’abbiamo capito.
Che prenderanno seri provvedimenti, l’abbiamo capito.
La testa mi ciondola sulle spalle, inizio a far fatica a tenere gli occhi aperti. Audrey, al mio fianco, sbadiglia sempre più frequentemente. L’adrenalina si è consumata e ha bruciato tutta la nostra energia, lasciandoci completamente vuote e in balia della nostra stanchezza, della nostra paura, della nostra fragilità. Vorrei piangere, alzarmi e urlare che basta, lo sappiamo! Non siamo due idiote, ma a cosa serve tenerci in piedi a questo punto? Non arriverà nessuno prima di domani pomeriggio, a meno che non si faccia ricorso alla Metropolvere e non sono nemmeno sicura si possa utilizzare all’interno della scuola. E che comunque non consiglio a nessuno di svegliare la nonna all’alba, la reazione potrebbe essere alquanto violenta.
Eppure, mi limito a fissare il vuoto, riuscendo a cogliere una parola su tre. Dippet sta ancora blaterando su quanto sia scandaloso l’accaduto –per senza sapere cosa sia effettivamente successo-, quando chiudo gli occhi e crollo addosso a Audrey.
***
Infermeria, qualche ora dopo.
«Come ho fatto a dimenticarmi di Carlisle?» domando a Audrey per l’ennesima volta, angosciata, mentre corriamo verso l’Infermeria. Non abbiamo fatto in tempo ad entrare in camera e a farci un bagno, che subito siamo uscite di corsa, indossando la prima cosa che ci è capitata a tiro. Non mi stupirei affatto se indossassi i pantaloni del pigiama e la camicia della divisa. Quando la Mound ci apre la porta, però, non sembra affatto sorpresa di vederci.
«McKanzie, Salinger» ci saluta, sospirando. Occhiaie scure le cerchiano gli occhi, si vede che nemmeno lei ha avuto tempo di dormire stanotte.
Audrey, al mio fianco, è subito raggiunta da Peter, che la stringe in abbraccio protettivo. Sento gli occhi pizzicare, mentre cerco Carlisle, inutilmente.
La Mound, probabilmente impietosita dalla maschera di terrore che mi ha paralizzato il volto, mi prende gentilmente per un braccio e mi guida verso un angolo dello stanzone, dove intravedo la chioma fulva del mio Tasso, in netto contrasto con la federa immacolato del cuscino.
L’infermiera sparisce, mentre mi trascino stancamente fino ai bordi del letto e li cado sulle ginocchia, gli occhi ora definitivamente gonfi di lacrime; faccio per parlare ma un singhiozzo me lo impedisce.
«..mi spiace» biascio alla fine, accarezzandogli la fronte.
È così bello, in questo momento, che mi si stringe il cuore; sembra così fragile che ho quasi paura di sfiorarlo. Ritraggo la mano, incrociando le braccia sul materasso e affondandovi in mezzo la faccia. Vorrei solo che aprisse gli occhi e ridesse, come sempre, prendendomi in giro.
«Pulcino, piangi?»
La voce è la sua. Flebile, roca e impastata, ma la riconoscerei tra mille al mondo. Mi sollevo di scatto, strofinandomi gli occhi con la manica del maglione.
«No, certo che no» esclamo.
«Pessima bugiarda, amore» mi rimprovera, aprendo gli occhi. E’ sofferente, ma riesce nonostante tutto ad abbozzare un sorriso. Di nuovo, mi viene da piangere.
«Ehi, ehi!» mi rassicura «Va tutto bene! Non piangere, non..»
«E’ che mi dispiace!» sussurro, guardandolo tra le lacrima «Mi dispiace tantissimo, io avrei.. avrei dovuto stare attenta.. anche.. anche a te e..»
«Jillian, non dirlo nemmeno per scherzo» sembra sconvolto «Ha già del miracoloso che siamo usciti dalla foresta più o meno illesi» fa una smorfia, mentre cerca di mettersi a sedere ignorando le mie proteste «Perché stai bene, non è vero?» indaga, improvvisamente angosciato, scrutandomi il volto.
Scuoto il capo, senza riuscire a trattenere un sorriso. Il primo, dopo moltissimo tempo.
«Tutto a posto» mi allungo, baciandogli la fronte. Fa una smorfietta, un po’ di colore gli riscalda le guance.
«Sono stato una pessima ombra» commenta cupo, stringendomi una mano.
«Sono stato peggio io» una smorfia, e non sono sicura stia facendo dell’ironia «Ma vedo che non ne ho bisogno. Prima che mi addormentassi, hanno portato la Traviston, mezza morta, avvolta nello stendardo di Serpeverde. Una scena che avrebbe commosso anche Tu-sai-chi.» rotea gli occhi, senza curarsi di celare il disgusto. Non ce ne è bisogno, a questo punto, le carte sono state svelate e non c’è motivo di far finta che in questa scuola tutti vadano d’amore e d’accordo «Dovevi essere veramente arrabbiata, per averla ridotta in quello stato»
«Oh» commento, sorpresa «Veramente non credo di essere stata io, mi spiace deluderti. L’ho persa di vista, dopo un po’, mentre correvamo tra gli alberi. Sarà stata Georgiana, non lo so» scuoto il capo. Per quanto la Velenosa per eccellenza possa starmi antipatica, non credo che sarei riuscita a ridurla in fin di vita.
Annuisce, pensieroso. Poi, un lampo gli attraversa lo sguardo e la sua mano si stringe con forza attorno alla mia, fino a farmi male.
«Julia?» chiede con un filo di voce. Poche volte in vita mia ho visto una persona così tanto preoccupata per qualcuno. Se non fosse che è perfettamente comprensibile in questa situazione, potrei persino essere gelosa. Ma è Carlisle. E’ il mio, Carlisle, e ha un cuore grande al punto da voler bene a persone che conosce da poco e a cui è vincolato da un legame che avrebbe potuto evitare facilmente, se davvero avesse voluto. Ma non l’ha fatto, e ora il non sapere lo divora. Chi sono io per lasciare che la tortura non finisca. Chiudo gli occhi un attimo, stringendo forte la sua mano. Poi, inizio a parlare. Raccontandogli tutto quello che so.
Con la promessa da parte sua di riposare e non azzardarsi ad attraversare il castello per uccidere Riddle e la sua cricca seduta stante, lascio Carlisle a quello che spero sia un sonno senza sogni. Audrey sta tornando verso Peter, Aedan e Georgiana, tutti e tre pallidi e provati da quella che deve essere stata una notte infernale. La mia Caposcuola si tormenta le dita magre, senza però aprir bocca, limitandosi a sgranare gli occhi quando la bionda boccolona annuncia che abbiamo il permesso di vedere Julia.
«Carlisle vuole sapere come sta Julia» annuncio. La mia amica tira un sospiro di sollievo: se vuole sapere come sta lei, allora non è in una situazione così grave. Aedan, però, non è d’accordo. Protesta, ma debolmente. Stanco, anche lui, guarda me e la mia amica con stupore, nel sentire che siamo state noi a riportare la sua bella al castello. Poi, fa l’ultima cosa che ci aspettavamo da un principe del ghiaccio come lui: ci abbraccia, ringraziandoci.
Sento gli occhi pizzicare e mi affretto a seguire le due figure sfuocate davanti a me fino al letto di Julia. Bella e fiera anche nella caduta, la Grifona soffre, il volto pallido ricoperto da minuscole goccioline di sudore. Georgiana si morde le labbra, chinandosi su di lei per posarle una pezza sulla fronte, ma si ritrae quasi di scatto, irrigidendosi all’improvviso quando Julia schiude le labbra per mormorare qualcosa che non riesco a cogliere.
«Nel delirio, mi scambia per sua madre. L’infermiera ha detto che la febbre è molto alta, ma entro domani dovrebbe scendere. In un paio di giorni dovrebbe iniziare a riprendersi.»
Guardo Audrey di sottecchi, mentre ci avviciniamo al letto: è calma, non da segno di emozioni, ma potrei giurare che sotto la superficie ribolle un mare in subbuglio.
«Ida..» sussurra Julia.
Non posso fare a meno di rabbrividire, cercando la mano della mia amica che, prontamente, restituisce la stretta.
E’ straziante, non posso tollerarlo un minuto di più. Audrey mi cinge la vita con un braccio, sussurrandomi che si rimetterà presto e andrà tutto bene. Guardo Georgiana, sottile e indistruttibile accanto alla sua amica, e mi chiedo cosa avrei fatto io se ci fosse stata la ragazza al mio fianco in quel letto.
Quando facciamo ritorno nella Torre, non ho ancora trovato una risposta.
***
Cortile interno, la mattina dopo. Il viso della nonna è una maschera di rughe e severità.
Come al solito, la mamma e il papà non hanno potuto lasciare il San Mungo –pare che ci sia stato del rumore attorno al padre di Eveline Sanders, la principessa caduta delle onorevoli Serpi- e adesso sono sola a sopportare il suo sguardo glaciale e il suo silenzio carico di rimprovero.
McKanzie e Salinger sono stati i primi cognomi convocati sulla lista di Dippet, le prime vittime degli alti ranghi scolastici. Ho come il sospetto, però, che ai colloqui della Traviston, Norwood, Lywelyn e Jasper (ammesso ci sia, un colloquio per loro) non ci sarà l’amabile presenza di Martine Lewis a testimoniare come due studentesse di Corvonero si aggirassero per il castello ben dopo il coprifuoco in atteggiamenti sospetti e con gli abiti laceri. E con un macete sporco di sangue tra i denti, giusto per rendere più piccante la storia e più pesante la punizione.
Non ho idea di cosa sia stato detto, la dentro. Non ho idea di quanto grande fosse la spada di Damocle sul nostro capo, questa mattina, quando si sono riuniti per discutere del nostro immediato futuro.
Ho passato la mattina a consumare il pavimento della Biblioteca, facendo finta di studiare per gli esami. Audrey è scomparsa con Peter dopo la prima mezz’ora passata a sfogliare libri a vuoto e non l’ho più vista da allora, fino a quando una terrorizzatissima bimba che mi sembra faccia parte del Carlisle fan-club non è venuta a dirmi che “una signora mi aspettava fuori, nel cortile”.
Ed eccomi qua, in attesa di conoscere il verdetto della giuria.
«Jillian» esordisce alla fine, guardandomi con severità. Nulla, nel suo volto, lascia presagire a qualcosa di buono.
L’imputata Jillian McKanzie si alzi, prego.
Non rispondo, abbassando lo sguardo. Non mi lasciano fare gli esami. Sono stata espulsa in tronco, senza preavviso, senza possibilità di appello e di ripensamenti. Lo sapevo, lo sapevo.
«Jillian, mi auguro con tutto il cuore che tu abbia trovato il tempo per studiare, tra un’incursione nella foresta e l’altra» prosegue «Perché se la tua media non rasenterà l’eccellenza allora temo che questa sia stata una mattina ufficialmente persa.»
Alzo gli occhi, sentendo il sangue pulsare più forte. Non mi espellono. Posso fare gli esami.
«Ed è chiaro che avrai un richiamo ufficiale e che l’accaduto avrà relativa risonanza nel tuo avvenire, ma…»
Smetto di ascoltarla, in preda ad un’ondata di euforia. Già mi vedo tra qualche settimana a ridere di quanto è accaduto con tutti quanti, davanti ad una coppa di gelato da Florian. Io, Carlisle (perché figuriamoci se lo espellono, è una delle glorie della scuola), Milo, Eugene, Georgie e Julia, Audrey.. Audrey.
«E Audrey?» la interrompo, senza rendermene conto. Mi guarda irritata per un attimo, prima di riprendere a parlare.
«Come stavo dicendo, sia tu che la tua amica affronterete tutto questo assieme. Con un po’ di fortuna sarete nuovamente nella stessa Casa e…»
«Che sciocchezza nonna, certo che saremo assieme! Lo Smistamento c’è solo al primo anno»
«Ma si può sapere dove hai la testa, Jillian?» sbotta, stizzita «A Beauxbatons sarete smistate, esattamente come accade a tutti gli studenti che vi accedono per la prima volta. Ma tu guarda, non ascolta nemmeno, sua madre mi sentirà..»
Io, da parte mia, non la sento più. C’è una sola, enorme parola, che mi rimbomba nella testa. Beauxbatons. Ha il suono di una condanna.
Ha il suono dell’esilio.
***
Infermeria, una settimana dopo.
«Sicuro di aver preso tutto?» domando per l’ennesima volta a Carlisle, che sbuffa.
«Jill, tesoro, si!» ride «E anche se avessi dimenticato qualcosa, posso sempre tornare a prendermela quando voglio»
«Tu non metterai piede qui dentro per un bel po’» ringhio, senza riuscire ad essere veramente minacciosa. Ma il succo è chiaro: il mio ragazzo non deve più rimettere piede in infermeria, né da sano né tanto meno da malato. Non esiste proprio. Milo sghignazza, in piedi accanto ad Eugene che fischietta, perso nel suo mondo di pentagrammi e tonalità.
Dopo una settimana di degenza, Carlisle torna a piede libero. Le ustioni sul petto, che tanto avevano fatto preoccupato la Mound, se ne sono completamente andate, senza lasciare nemmeno una cicatrice, e non c’è più motivo per cui il mio ragazzo debba rimanere in isolamento.
Guardo con un sorriso l’enorme striscione che Milo sta facendo arrotolare con delicati colpi di bacchetta, segno di tutto l’amore e tutto il sostegno del Carlisle fan-club, e i mazzi di fiori che costellavano il suo comodino, ricoperto di biscotti e dolci sgraffignati in cucina. Il biondo orso dall’ugola d’oro li raccoglie goffamente, senza nemmeno provare a sfiorare la bacchetta, e precede i suoi due compari in corridoio, subito seguito da Milo.
«Allora, vieni?» domanda il moro, con un abbagliante sorriso.
Tutto questo mi mancherà, da morire.
Sospiro.
«Jill, tesoro» esclama, cogliendo la mia tristezza. Mi si avvicina, intrappolandomi in un abbraccio appassionato «Se bruci d’amore per me al punto da sospirare per un sorriso, molla subito questo damerino pel di carota e fuggi con me!»
«Giù le zampe» ringhia Carlisle «Tieni giù le tue manacce dalla mia ragazza»
«Altrimenti che mi fai?»
«Lo stesso che ho fatto a Norwood»
«Oh si, ti prego!» geme lui «Anche io voglio una scusa per fare gli esami in privato, tra un mese!»
«Vi muovete, voi due?» si lamenta Eugene, facendo spuntare la sua testona bionda dalla porta.
«Si, si, arriviamo!» riprende il rosso «Devo solo uccidere questo idiota qui»
«Carl, vecchio mio. Se non fosse che sei convalescente ti avrei già steso da un pezzo»
«Ti piacerebbe, Ashmore, ammettilo»
Oltrepassano la soglia, battibeccando allegramente. Rimango qualche passo indietro a guardarli: uno biondo, uno rosso e uno moro. Le tre persone più diverse di questo mondo, che però si sono trovate e sono ora inseparabili. Come fratelli, hanno condiviso ogni cosa, ogni gioia, ogni dolore, ogni sogno, ogni speranza. Come fratelli.
Li guardo mentre camminano felici, a tratti accennando un salto, a tratti voltandosi per guardarsi in faccia.
E io non sarò più con loro.
Il pensiero mi folgora, paralizzandomi completamente. Immobile, chiudo gli occhi, lasciando che una più profonda percezione della realtà prenda possesso di me: i rumori, i profumi. La pietra dura sotto i piedi, il cinguettare degli uccellini nell’aria quasi estiva, le risate dei ragazzi davanti a me, una porta che scricchiola, lo strillo di tre ragazzine del primo anno.
La triade di Tassorosso è tornata per calcare ancora i corridoi della scuola.
Io lo faccio in questi giorni per l’ultima volta.
***
31 giugno 1944, King’s Cross –Londra.
Isabel sbadiglia, sonoramente, accoccolata addosso a Eugene che, rosso d’imbarazzo, non riesce a smettere di toccarle i capelli.
«Odio questo viaggio» protesta lei, roteando gli occhi «Non finisce mai»
«Siamo quasi arrivati, invece» commenta Milo, la voce velata da un’impercettibile tristezza. Carlisle mi stringe più forte e io mi giro, affondando il volto nell’incavo del suo collo. Inspiro a fondo, riempiendomi del suo profumo e del suo calore. Giuro che non avrei mai voluto che finisse così. MAI.
La periferia semi-distrutta di Londra sfreccia fuori dal finestrino, senza nasconderci gli orrori che il mondo babbano ha scatenato sul pianeta, orrori a cui noi davamo relativa importanza, protetti nella nostra gabbia dorata.
Sento il mio ragazzo sospirare, man mano che il treno inizia a perdere velocità.
«Va tutto bene?» mi chiede, sottovoce. Annuisco, ma un nodo alla gola mi impedisce di parlare. Chipie miagola, dalla sua bella cesta di vimini; un incantesimo particolarmente difficile le impedisce di uscirne.
Ho come l’impressione di trovarmi a mille miglia di distanza, in un luogo al di fuori del tempo e dello spazio. Attorno a me ci sono montagne di ricordi che si accavallano, prepotenti, e la netta sensazione di essere arrivata ad un punto di svolta. Al secondo anno, tornando a casa a fine anno, ho passato buona parte del viaggio a tormentare Isabel chiedendole cosa provasse uno studente all’ultimo anno al suo ultimo viaggio di ritorno da Hogwarts. All’epoca ero perdutamente innamorata di un ragazzo del settimo, il Capitano della Squadra di Quidditch di Corvonero. Non era bellissimo, ma aveva qualcosa che mi impediva di non pensare a lui. Chissà, forse era il presentimento che probabilmente non lo avrei mai più rivisto a renderlo così assolutamente speciale ai miei occhi, perché adesso non c’è dettaglio che non lo sia. Il sole che bacia i capelli di Isabel, il broncio imbarazzato di Eugene e la melodia che canticchia sottovoce, la camicia con le maniche rimboccate di Milo, la pila di libri di Audrey, la sciarpa che Peter ha dimenticato di infilare nel baule e che se ne sta abbandonato sul sedile. Carlisle.
Le sue mani, che scivolano lungo la mia schiena e rimangono imprigionate tra i miei capelli, quel suo modo assolutamente unico di sollevarmi il volto premendo sul mento, con la punta delle dita, per poi rubarmi un bacio.
Il treno si ferma, con un sincronismo terrificante, nell’esatto istante in cui le nostre labbra si separano. Il chiasso nel corridoio esplode vivacemente, attorno a me un turbinio di piume, baule che lievitano e i lamenti di Eugene, che probabilmente è andato a sbattere contro il portabagagli o qualcosa del genere. Nel giro di un attimo, lo scompartimento è vuoto.
Ci siamo solo io e lui; io ho ancora gli occhi chiusi. Carlisle si alza, sono sicura che sta prendendo anche il mio baule.
«Jill..?»
«Un secondo» lo prego «Un secondo e arrivo»
«Ci vediamo giù»
Annuisco, mentre se ne va. Solo io, adesso.
Lame di luce trapassano i sedili di velluto color porpora, facendo danzare granelli di polvere attorno a me; nuvole di vapore piroettano fuori dai finestrini, simili a montagne di zucchero filato e panna montana.
Adesso mi alzo.
Prendo Chipie tra le braccia e faccio scivolare di lato la porta, esco in corridoio e scendo dal treno.
Per l’ultima volta.
C’è la nonna, che aspetta. Con il vestito buono e la sua espressione più severa, quella da portare abbinata alle perle che il nonno le ha regalato per il ventesimo anniversario di matrimonio.
La raggiungo, le do un bacio sulla guancia. Lei brontola qualcosa, poi Audrey, sorella e compagna di sventure, mi raggiunge con il suo caldo sorriso, che ricambio. Un attimo ancora e c’è pure Carlisle, che si trascina dietro un carrello con sopra i nostri bauli. Saluto Audrey, promettendole di scriverle non appena arrivo a casa, poi mi volto.
Il mio ragazzo mi stringe la mano, mentre inizio a camminare.
Non è stato un anno facile, ma è stato favoloso. Tante cose da ricordare, tante da dimenticare.
Jasper mi sfila accanto, alto e splendido come un dio greco; mi rivolge un’occhiata e quello che sembra un sorriso di scherno ma che forse, in fondo in fondo, è un addio che non si aspettava di dover dare adesso. Lo vedo correre via, verso i suoi Principi, verso la sua estate, verso il suo domani.
Vedo Julia e Georgiana che chiacchierano, in un angolo, vedo Aedan e Sebastian. Audrey segue mogia l’autista di famiglia, Isabel saltella dietro il suo orso buono dopo averne conosciuto i genitori, Opal avvampa quando Milo si china a baciarle la guancia e il giornale di un signore poco distante esplode; ma è solo un attimo.
Perché subito dopo, abbracciata a Carlisle, attraverso la barriera e mi lascio alle spalle un mondo intero che, quando rivedrò, se mai lo rivedrò, non sarà più lo stesso.
Lo giuro, non avrei mai voluto che finisse così.
Ma nemmeno nel più coraggiosi dei sogni e nella più sfrenata delle fantasie avrei saputo immaginare un finale migliore.
( Consequence )
Sembra che ogni brandello del mio corpo faccia male.
Sarà la botta, sarà la ferita, sarà che sono completamente teso, amareggiato, infuriato. Non ho assolutamente pulsioni positive, al momento.
Non ricordo bene, perché… stringo le palpebre, il mondo gira per qualche istante.
Riddle. Foresta. Julia……centauri. Luce. Julia per terra.
Sgrano gli occhi, mi porto seduto di scatto come se mi fossi risvegliato da un incubo. -Julia!- ho il tempo di lanciare un grido che si strozza in gola, Sebastian che afferra la mia spalla, cercando di rassicurarmi.
-Dove è Julia! Dove!- domando, quasi senza fiato. Lui mi calma un momento.
-E’…in infermeria…- mi informa, placando per qualche istante la mia ira -Aedan…c’è una cosa della quale dobbiamo parlare.-
( Reaction )
Lang mi ha spiegato. Pare che la situazione sia messa male.
Alcuni sono stati beccati, e sembra che la loro permanenza ad Hogwarts diventi un miraggio irraggiungibile, a detta dei ben informati.
No.
No.
No.
Non deve succedere, non può accadere. Non Julia, non Sebastian, non quest’anno.
Il futuro, dipende da questo. E non posso permettere che gente come Riddle lo ostacoli più di quanto non ha già fatto, maledetto. Che tu sia maledetto Tom Riddle.
Una missiva, chiara, con pochi giri.
Ho bisogno di aiuto. Ti aspetto ad Hogwarts , Aedan.
Un gufo che vola. L’Irlanda che accoglie questa comunicazione. Non resta che aspettare solo mio padre. Adesso.
( Face to Face )
Trovare mio padre di fronte è come fare un salto nel passato.
A quando…prima che arrivassi qui, avevo una famiglia. Una vita sicuramente meno movimentata, ma forse meno reale, per me.
-Papà.- è la sola cosa che dico, salutandolo. Lui inarca un sopracciglio nel notare la benda sulla mia nuca, fra i capelli scuri.
-Cosa è.- non è una domanda, più un ordine dietro lo sguardo severo ed imperturbabile d’oltremare.
-La ragione per la quale ti ho chiesto di venire qui.- esordisco. Lui si acciglia, si mette a sedere, scostando la mentella con un gesto della mano. Pronto ad ascoltarmi, almeno credo.
-La situazione sta cambiando, papà. Ed è tempo che le cose seguano il loro corso. Controversie, o non. Questo non è realmente importante. Mi hai sempre insegnato che ci vuole coraggio, che bisogna perseguire i propri obiettivi fino al raggiungimento, anche se ti stremano. Anche se ti…uccidono.- sottolineo, guardandolo.
-Ed io lo sto facendo…ma. A volte, lottare significa sacrificare altro. Tuttavia…non posso sopportare l’idea che una delle poche persone per me importanti ricada nell’abisso. Ho bisogno del tuo aiuto…- domando, continuando a fissarlo.
Lui poggia la mano sul tavolo, senza scostare i suoi occhi dai miei.
-Parla.- mi esorta, con tono distante. Freddo. Come se potesse leggermi attraverso quello che succede, lacerando l’anima.
-Devi chiedere al preside di non impedire alla signorina Julia Versten di sostenere i MAGO.- sembra quasi una imposizione, me ne rendo conto.
Non sono mai stato viziato, ma adesso, è questa l’etichetta che mi sento addosso.
Aengus picchetta le dita sul piano, guarda altrove, sembra rifletterci.
-Non ti ho mai chiesto nulla. Nulla. Vorrei, che facessi questo per me.- domando ancora.
Se anche ci fosse il rischio di essere schiantato, lo farei.
Ogni cosa, senza Julia, non ha senso.
E l’idea che il suo futuro potrebbe essere appeso ad un filo, non è tollerabile.
Lui mi ascolta, sospira pesantemente, si alza, riprendendo il suo guanto scuro.
-Miss Versten. Hai detto.- chiede, di spalle.
-Julia Versten.- confermo, guardando la sua schiena.
-Andrò da Dippett. Ora.- dice, aprendo la porta. -Buona fortuna, Aedan.- l’uscio si richiude.
Pesante, tagliente, definitivo.
Ho perso, un pezzo di me, oggi.
( amicizia )
Non. Mi. E’. Permesso. Vedere. Julia.
Sono queste le parole che mi straziano. Che vorrei cambiassero. Che mi uccidono e mi fanno star male peggio di quanto già non stia.
Audrey, nei suoi occhi chiari capisco che ha provato, che ha cercato, ma che il permesso si blocca solo a lei e a Jillian.
Guardo la porta. Vorrei pronunciare tanto la magica parolina ‘Bombarda’, o semplicemente entrare spingendola con una spallata.
Verrebbe giù. Verrebbe giù.
Ma non posso farlo, stringo un pugno. Mi sporgo verso Jillian e Audrey. Le abbraccio, è un gesto improvviso. Mai fatto. Mai.
Socchiudo appena gli occhi. Due scriccioli, due ragazze così fragili, due…amiche.
Mi scosto, porgo la mano a Sebastian, che la stringe.
Non so che cosa significhi, quello che sto facendo.
Ma finora. Non lo avevo fatto mai. Fidelius.
( due giorni dopo )
-Puoi andare.- la voce di Audrey sembra quasi una divinità che compare dal nulla a darmi la notizia più bella del mondo. Sorrido, finalmente. Mi alzo e la stringo quasi stritolandola mentre corro lungo i corridoi in direzione dell’infermeria.
Mai corso in vita mia. Mai in questo modo. Mi sto praticamente lanciando in avanti senza preoccuparmi di dove, e come.
Busso. Busso mentre invece vorrei perdere tutta la mia grazia ed entrare senza nemmeno chiedere il permesso.
-Avanti.- è la sola cosa che sento, spingendo la maniglia ed avanzando. I letti sfilano al mio fianco, fino a quando non mi soffermo su quello di Julia. Ancora pallida, ma comunque viva. E sta bene.
Ed è questa la cosa che mi importa.
Guarda altrove, la sua espressione è corrucciata in una smorfia di disappunto.
Mi chino verso di lei, sedendo sulla sedia accando al giaciglio chiaro che odora di disinfettante. La mano sulla fronte.
-Eih…- sussurro lentamente, aspettando che sia lei a parlare. Ma lei non mi guarda, sembra persa in altro, sebbene la sua attenzione sia vigile, tagliente, arrabbiata.
Non riesco, in un primo momento a concepire a cosa mai sia dovuto questo atteggiamento. Anche se in realtà non riesco a concepire poi molto, al momento.
Non parla. Non parla. E’ in silenzio, ma so che sente che sono qui. E’ spigolosa, pungente. Sembra quasi che non voglia sentire niente.
-Julia…- torno a ribadire, ma senza mutare il mio tono di voce.
La verità è che fa male. Nonostante tutto, dopo quello che è successo. Fa male saperla, e vederla in questo modo. La sola cosa che mi viene spontanea è sporgermi appena, poggiare un bacio sulla sua fronte.
-Tempo al tempo…- riesco a sospirare sulla sua pelle. Non capisco.
Vorrei capire.
Ma lei non sembra darmene la possibilità.
Sospiro ancora, alzandomi. Forse non è il caso che rimanga qui. Anche se, ammettiamolo, non è esattamente la cosa che avrei voluto, andare via.
Sono troppo impegnato nei miei pensieri per riconoscere il mormorato -Gr…e.- che mi arriva alle orecchie.
Torno seduto, guardo Julia che adesso volesse il cielo, sembra rivolgermi la sua attenzione.
-Cosa…?- domando.
Lei sorride, ma è un sorriso furbo e ammiccante, come se avesse trovato il modo di riprendersi un momento.
Si porta seduta sul letto, lentamente, facendo leva sulle braccia.
-Ho detto…- riprende. -Grazie, Aedan.- conclude, guardandomi. Io ricambio il sorriso, e sto per risponderle, ma eccola lì che torna alla carica con un -…Ti amo anche per questo.-
E penso di avere assunto, per la prima volta in vita mia, la classica espressione va ‘vitellone innamorato’, come ama definirmi Georgiana.
Con quel classico sorriso ebete che ti taglia in due la faccia, affettandola proprio.
Un bel respiro. Che non hai mai avuto problemi di dialogo, tu. Dico a me stesso.
-Posso tenerti con me?- le chiedo. Lei inarca un sopracciglio, mi guarda.
-In che senso, scusa?- anche se ho come l’impressione che lo stia facendo apposta. Rido leggermente, mi avvicino a lei stringendole la mano, reclino la testa baciandola nel momento in cui l’infermiera Mound è troppo impegnata nei fatti suoi per badare a noi.
Sciolgo appena le mie labbra dalle sue.
-Anche io ti amo.-
( binario 9 ¾ )
Tante cose sono cambiate, quest’anno.
Persone, ambienti, famiglia e ideali.
Tante cose, davvero.
Addio Hogwarts, addio rimpianti, addio silenzi.
Adesso, comincia una nuova vita. Con lei. E non esiste cosa che abbia una musicalità più bella di questa.
È la devastazione.
Ecco ciò che vedo in questo momento. Rami spezzati, alberi semicarbonizzati, e uno sgradevole odore di bruciato.
Distesa di fronte a me, Julia sembra dormire un sonno di pietra. Poco distante, Jillian cerca di fare il possibile per Sebastian, che per fortuna è in condizioni molto migliori.
La luce della luna permette di vedere e di orientarsi ma non mi permette di valutare i danni. Sembra solo svenuta a causa dell’incantesimo di quel subumano.
« Si rimetterà » dico, rispondendo alla domanda di Sebastian « Sperando sia solo stata schiantata e non ci sia altro. Domani avrà un gran mal di testa, ecco tutto. Ora però dobbiamo portarla via da qui. Lumos! »
La mia fedele bacchetta getta una luce dorata sul corpo di Julia. Sì, è stata schiantata da Riddle, ma non dovrebbe perdere i sensi così a lungo. A contrasto con la situazione, il suo bel viso è composto, ed i capelli appena in disordine.
Le tocco la nuca: deve aver battuto la testa. Sangue.
Mostro a Jill e Seb la mia mano.
« Dobbiamo portarla in Infermeria. » scatta lui, cercando di alzarsi in piedi.
Zoppica, ma si regge sulle sue gambe ed è in grado di camminare. Il taglio sullo zigomo è sparito grazie a Jillian. Ma si vede che è molto debole. Ha combattuto contro Dolohov, le sue forze sono allo stremo.
Tocca a me e a Jill.
« L’unico modo è farla levitare, e sorreggerla. » dice Sebastian « Ma dovrete farlo voi. Io non… »
Incantesimi? Jill riprende un po’ di colore sulle guance. E anche io mi sento sollevata: Incantesimi. Si può fare.
« Insieme, Audrey. Da sole non ce la faremmo. » mi sussurra.
Mentre castiamo l’Incantesimo di Levitazione, Sebastian ci osserva con un’espressione sconfitta. Credo che si senta impotente di fronte alla sua migliore amica, di fronte a lui, a un passo dalla morte.
« Seb, puoi stare davanti e fare strada? » domando.
Poco dopo ci stiamo muovendo verso il castello. Con alcuni semplici incantesimi del terzo anno, il Caposcuola di Grifondoro apre un corridoio libero da sterpi.
« Al diavolo i Centauri, al diavolo la Foresta, al diavolo tutto questo. » mormora, negli intervalli fra una fattura e l’altra.
Jill ed io ci scambiamo un’occhiata; vorremmo dire qualcosa, rassicurarlo, ma siamo così sature di emozioni, da riuscire solo a trattenere un pianto nervoso.
Alla fine, raggiungiamo l’entrata di Hogwarts. Distendiamo Julia su una panca imbottita, e Jill ne approfitta per controllarle il polso e le pupille. La fortuna di avere una figlia di Medimaghi come amica.
« Sebastian, torna in camera. Ci pensiamo noi. » inizia la mia amica.
« State scherzando?! Io non mi muovo! » esclama, con voce alterata.
« Non ti reggi in piedi. » intervengo, fredda. « E ti beccheranno. »
« Beccheranno anche voi. » risponde.
« I Salinger ed i McKanzie arrangeranno la situazione. Qui amano i purosangue, e noi… lo siamo. Abbiamo una vaga possibilità di farcela. Lo sai che Julia ti direbbe lo stesso. Vai. »
Non so dove trovo la forza per reggere il suo sguardo.
« Ormai siamo al sicuro. Qui non può succedere nient’altro. » ribadisce Jillian.
Sebastian accarezza il viso di Julia con una delicatezza che non gli avevo mai visto.
« Vado a cercare Georgiana, le racconterò l’accaduto. » sussurra, poi volge le spalle e si allontana.
La panca levita di fronte a noi, mentre ci dirigiamo verso l’Infermeria. Di fronte all’ingresso, sto per dire ancora qualcosa quando…
« Oh, ragazze. »
È la voce stanca dell’infermiera Mound.
« Che cosa avete fatto…» mormora, mentre distende Julia sul letto più vicino. « E lei, povera ragazza…»
Jill trema, e mi accorgo di non essere da meno. Spinta dalla paura, che resta ferma nel mio animo come una spina, dal nervosismo, represso fino ora, dalla rabbia, mai sopita, cerco la mano della mia amica.
Ci stringiamo in un abbraccio, che non ha nulla di felice.
È solo un modo per dirci senza parlare: “Siamo qui, insieme, siamo vive.”
Lo scontro. Julia e Sebastian. La gentilezza dell'infermiera Mound, che voleva farci sgattaiolare via. La freddezza di Martine Lewis, che ci ha beccate.
Sembra passato un anno da ieri sera. Invece non si tratta nemmeno di dodici ore.
Chiuse nel nostro bagno, io e Jillian piangiamo in silenzio, sedute una accanto all’altra sul bordo della vasca. Il bel vestito bianco di Jill è strappato lungo l’orlo, ed il mio macchiato di fango.
« Jill, i tuoi piedi. » dico, indicandoli. Sono sporchi, e feriti.
I miei sono ancora stretti negli scarponcini, in origine scarpe col tacco. In origine, prima della trasferta nella Foresta Proibita.
La mia amica si alza, solleva la gonna e li osserva. Poi fa un passo dentro la vasca ed apre l’acqua. Esco dal bagno, per prendere le camicie da notte in camera, e il flacone dell’acqua ossigenata. Jill intanto si toglie l’abito dalla testa, e apre l’acqua.
« Vorrei farmi una doccia. Ma prima di tutto vorrei dormire. » sussurra.
« Anch’io. »
Disinfetta le ferite e poi le cura con un incantesimo.
« A volte vorrei che non fosse mai successo niente. Ida, Julia, il Fidelius… »
Jill lascia cadere la bacchetta.
« Carlisle! »
Oddio. E Peter!
Trovo la mia metà in infermeria, dove ho accompagnato Jillian.
« Peter! » esclamo, quando lo vedo sano e salvo, accanto a Sebastian.
« Amore! »
Odio che sia così appiccicoso in pubblico, ma in questo momento non mi importa di nulla se non di abbracciarlo. Sebastian distoglie lo sguardo. In disparte, Aedan guarda fuori dalla finestra.
« Dov’è Georgiana? » gli chiedo. So che sta bene, ma mi sembra strano non vederla qui.
« Vicino a Julia. »
Dietro le tende tirate, si intravede la sagoma di una ragazza alta, seduta vicino al letto.
« Come stanno? »
« Georgiana sta bene, e Julia…» la voce gli si spegne « Julia ha la febbre alta. Delira. »
« Ha battuto la testa. Non è solo lo Schiantesimo. » poi aggiungo « Non possiamo entrare? »
Sebastian fa un cenno di diniego.
« Solo Georgiana. Puoi provare a chiedere all’infermiera. »
Mi stacco da Peter e cerco la signora Mound.
« Vorrei vedere Julia. »
« Mi dispiace, cara. Non è possibile. »
C’è del dispiacere sincero nella sua voce.
« Senta, è probabile che io venga espulsa. E così anche Jillian. Vorrei almeno che ci fosse concesso di vedere la nostra amica. »
Non so se stiano contemplando l’espulsione, Dippet, la Lewis e compagnia, ma basta che lei ci creda e ce la lasci vedere. Anche se mi spiace ingannarla.
« E va bene. Ma solo voi tre. Nessun altro. Niente studenti maschi. È chiaro? »
« La ringrazio. »
Avrei voluto spingermi più in là e chiedere che anche Sebastian e Aedan la potessero vedere, ma non è il caso di buttare al vento ciò che ho ottenuto. Perlomeno possiamo dare una mano a Georgiana.
Jillian riappare fra noi.
« Carlisle vuole sapere come sta Julia. »
I ragazzi mi guardano curiosi.
« L’infermiera ha detto che possiamo entrare, ma solo io e Jill. »
« Voglio vederla anch’io. » afferma Aedan « Perché non mi è permesso? »
« Loro l’hanno riportata qui. » mormora Sebastian « Hanno fatto tutto il lavoro, viste le mie condizioni. »
L’espressione di Aedan muta all’improvviso, e si avvicina a noi; temo quasi che stia per fare un gesto inconsulto, ma lui si protende verso di noi e ci abbraccia.
Poi ci lascia andare, e stringe la mano a Sebastian.
Non dice una parola, ma credo che in questo momento sarebbe chiedere troppo.
Entriamo nella barriera di tende.
Georgiana ci guarda, sorpresa.
« Abbiamo il permesso. » le dico.
Julia è pallida, il viso sudato. Indossa una camicia da notte bianca, il cui colore quasi si confonde con quello della sua pelle nivea. A tratti, è scossa da un tremito.
Georgie si china su di lei, passandole una pezza umida sulla fronte.
“Mamma…”mormora il capo del Fidelius.
Georgiana si irrigidisce per un momento, poi si rivolge a noi:
« Nel delirio, mi scambia per sua madre. L’infermiera ha detto che la febbre è molto alta, ma entro domani dovrebbe scendere. In un paio di giorni dovrebbe iniziare a riprendersi. »
Io e Jillian ci avviciniamo.
« Ida… »
Jill rabbrividisce, e mi stringe la mano. Io ricambio la stretta.
È terribile vederla in questo stato.
« Audrey, ho parlato con il preside e tutto il consiglio degli insegnanti. »
Mio padre ha mollato tutto per venire qui. Forse in condizioni normali ne sarei quasi felice. Non ha mandato mia nonna come al solito. Ma avrei di gran lunga preferito zia Diane.
« Potrai terminare l’anno. Darai gli esami come tutti i tuoi compagni. »
Trattengo il fiato.
« Tuttavia, ti è caldamente raccomandato di pensare ad una nuova scuola per il prossimo anno. »
« Mi espellono? »
« Non in modo ufficiale. Avrai un richiamo, s’intende. L’accordo è stato stipulato in forma privata fra me, i McKanzie ed il collegio docenti. »
« Quindi anche Jill…? »
« Anche la tua amica, sì. »
Siamo sotto la mia quercia.
Mio padre fuma un sigaro. Credo che sia arrabbiato, ma anche deluso; non mi capisce, non capisce l’ultimo legame fisico che lo lega a mia madre.
Gli esami siano andati come siano andati. Quest’anno potrebbero essere anche stati un disastro, ma per me non significherebbe nulla.
Siamo sul treno che ci riporta a Londra. L’Espresso di Hogwarts sferraglia allegro.
« Fra poco arriveremo al binario 9 e ¾, nella stazione di King’s Cross, Londra. » strilla l’altoparlante.
Riprendiamo i nostri bagagli dalle reti sopra le nostre teste, e ci prepariamo.
Con uno stridio di freni, ci fermiamo. Iniziamo ad uscire con tutta la fretta di chi non vede l’ora di iniziare le vacanze. Mi sembra ovvio che non possa filare tutto liscio. Mentre cerco di scendere ai gradini, mi scivola il libro che stavo leggendo in treno.
A salvarlo da una brutta fine sotto i piedi di un branco di Serpeverde, una ragazza con i capelli scuri e un viso da principessa. So che è una Corvonero, l’ho già vista un paio di volte in Sala Comune, e che il suo nome è Elinor.
« Tieni. Certa gente non ha proprio rispetto. » mi dice, porgendomelo.
« Grazie. E sì, certa gente non sa proprio cosa sia. »
« Infatti. Fa piacere vedere alcuni di loro un po’… provati, ecco. Ringrazierei chi li ha conciati così. » risponde, lanciandomi uno sguardo eloquente.
« Mh, credo proprio che potresti farlo. Grazie ancora, e buone vacanze! » la saluto, notando Jillian che mi fa segno di avvicinarmi.
Sua nonna, la terribile signora McKanzie senior, è accanto a lei e la sua espressione è a dir poco battagliera.
« Audrey, ti presento mia nonna. Nonna, lei è Audrey Salinger. »
« Quindi sei la figlia di Mr. Salinger! Ah, cara, tuo padre è un vero gentleman. » inizia, cordiale « Comunque l’avete combinata grossa, e credo proprio che sarete castigate a dovere. » conclude, furibonda.
Jill sembra imbarazzata, ma non ce n’è motivo. Sua nonna è venuta a prenderla. Io ho l’autista che mi aspetta, tanto per dimostrare quanto mio padre ci tenga a me.
Ignoro Mrs. McKanzie e abbraccio Jill.
« Ti scrivo appena arrivo. E poi, dobbiamo organizzarci per il prossimo anno. » le sussurro.
Il prossimo anno. Beauxbatons. Non Hogwarts.
Mentre mi allontano, saluto con un gesto la mia amica, sua nonna e Carlisle, che le ha raggiunte nel frattempo.
Affido i miei bagagli a Bob, l’autista.
« È pronta a tornare a casa, signorina Salinger? »
« Certo, Bob. Andiamo. »
Ammetto che non mi pare di aver mangiato cartone, ieri sera; eppure la sensazione nella mia bocca è esattamente quella. Sento la lingua secca, fastidiosamente appiccicata al palato, per non parlare del gusto disgustoso che mi prende la gola e il naso. Ed il mio letto; sento ogni singola molla conficcata nel fianco, cosa che non è mai successa nell’intero anno scolastico.
Socchiudo le palpebre. E vengo travolta dal bianco gelido di una stanza che in un primo momento non riconosco; sarà che forse sono mezza accecata, come se fossero giorni interi che non apro gli occhi.
« alla buon’ora! » gracchia una voce che inizialmente non riconosco. Finché non compare un grembiulino dello stesso orrendo bianco disinfettato davanti alla mia faccia, e poco più in alto il cappellino squallido dell’infermiera Mound.
Sono in infermeria.
In un flash, per la precisione un flash violetto, ritorna alla mia mente la notte nel bosco, la McKanzie, e quel cretino di Antonin Dolohov.
« ti hanno portata qui cinquantuno ore fa, cara. »
PIU’ DI DUE GIORNI FA? Provo ad aprire la bocca per esprimere tutto il mio disappunto, ma quello che mi esce è solo un conato di vomito. Automaticamente, mi sporgo sul catino di metallo che è appoggiato di fianco alla mia branda, davanti al comodino.
« non provare a parlare. Qualche malandrino ti ha praticamente squagliato l’apparato digerente, è un miracolo che non abbiano deciso di portarti al San Mungo. » è solo quando me lo dice che sento una fitta fortissima allo stomaco. Riaffondo la testa nel cuscino, e chiudo gli occhi.
Due giorni, dunque. E visto che io sono qui, è sicuro che siamo stati beccati. Cosa che non doveva succedere, affatto. Sento l’infermiera che sbatte boccette e bicchieri, ma non ho la forza di darle una sberla sulle gambe per allontanarla.
La testa mi ricade di lato; di fianco a me, c’è una fila di pazienti stesi sui loro letti.
Sento delle voci attutite dietro la porta; non mi sembrano quelle dei miei genitori, ma in effetti visto che non mi hanno portata in ospedale dubito che verranno. Meglio così, mi basterà l’estate di inferno che sto per passare.
Chiudo gli occhi, onde evitare di dover parlare con qualsiasi insegnante o simili che abbia intenzione di interrogarmi. Devo prima progettare una scusa decente, comprendetemi.
(.sei giorni dopo)
« No, Signor Preside. » certo che non avevo intenzione di uccidere, vecchio idiota. E anche se, di certo non verrei a dirtelo. Mi sto torturando le dita sotto la scrivania; sono stata tra gli ultimi della nostra allegra compagnia ad avere un piacevole colloquio con suo splendore Armando Dippet, che non fa altro che farmi domande cretine con cui rispondo a monosillabi.
« per che motivo vi siete sfidati? Avreste potuto farvi male! » noi volevamo farci male, scemo.
« Preside, io ho solo seguito le persone che andavano nel bosco! Ho pensato che avrei potuto evitare un litigio, e alla fine mi sono fatta male solo io! » gli rispondo con il tono più lamentoso che riesca ad ottenere, con gli occhi che mi si riempiono di lacrime in dieci secondi. Ah, adoro essere un’ottima attrice.
Sembra convinto, stranamente. Si alza in piedi, spostando verso di me una pergamena con un grosso sigillo verde smeraldo.
« è una copia del suo richiamo ufficiale, già recapitato ai suoi genitori, miss Traviston. » fa una pausa, come ad attendere che io scoppi in lacrime. « L’anno prossimo non potrà andare ad Hogsmeade né partecipare ad altre gite della scuola. Insomma, rimarrà qui a riflettere su quello che ha fatto. » sorriso acido da preside bastardo. « Può andare. »
Faccio una riverenza e me ne esco, appallottolando il foglio che segna la mia morte tra le dita. Qualcosa mi dice che l’anno prossimo sarà molto divertente; per me, almeno.
(.tre settimane dopo, a metà giugno. )
Una settimana e me ne tornerò a casa. Non so se esserne felice, visto che tutta la scuola tratta me e gli altri ‘del ballo’ come un’appestata – Lywelyn e Blackster comprese, cosa che mi fa imbestialire, visto che ci é mancato tanto così che anche loro ci lasciassero la reputazione. C’è da dire che a casa i miei mi sbucceranno viva, quindi non so cosa sia peggio.
Ho l’impressione che quest’anno i miei voti saranno ben più bassi di quanto avevo pronosticato; mi siedo per terra, con la schiena contro il muro, fuori dall’aula sigillata prima della lezione di Trasfigurazioni. Tutti attorno a me ripassano freneticamente per il compito finale, evitando accuratamente di posare i loro adorabili occhi su di me. Edward non si presenterà neppure, a meno che non decida di fare una comparsata finale; la sua influente mammina ha chiesto di fargli sostenere gli esami in forma privata quando si sarà ripreso dallo ‘stress psicologico a cui è stato sottoposto’.
Dopo questo, mi mancherà soltanto aritmanzia e avrò dato fondo a tutte le mie energie per l’anno scolastico. Anche se immagino che non riuscirò ad ottenere più di una fila ordinata di A, che mi comunicano che sono fuori da praticamente tutte le materie del secolo e farei prima a ritirarmi per evitare l’umiliazione di seguire soltanto storia della magia come materia curricolare.
Lascio cadere la mia borsa su un banco. In prima fila, tanto nessuno mi aiuterebbe mai a copiare. Da quando ho causato un mezzo cataclisma e ho messo metà scuola in pericolo bocciatura, sono praticamente un’isola. Ci saranno cinque persone che mi parlano per non insultarmi, ed una lo fa solo perché è nelle peste quanto me. Si chiama Lenore Swart, e non ho idea di come farà a passare i M.A.G.O. Piego la testa sul foglio che Silente mi consegna insieme ad uno sguardo di rimprovero. Ok, dev’essere un compito da E. O non uscirò mai da quest’inferno.
*
Io non passo da un ragazzo all’altro. Sono i ragazzi che passano per me. No, non in quel senso. Nel senso che si stufano subito; io non sono capace di dare loro la relazione tranquilla e sicura di cui hanno bisogno, di lasciare loro il loro spazio, di farmi gli affari miei ed essere pronta quando mi vogliono. Sono io quella con le esigenze; gli altri si devono adattare a me.
E’ che mi affeziono troppo, e sbaglio ogni volta.
Jeff sta studiando come un pazzo, con la testa china sulle pagine del suo libro di incantesimi; deve fare tutto quello che non ha fatto quest’anno nel poco tempo che gli è rimasto prima di domani.
Gli poso le mani sulle spalle, con cautela; ci vogliono dieci secondi perché se le scrolli di dosso, e mi lanci uno sguardo sbilenco, ritornando sul suo libro con la fronte aggrottata. Ci mancava solo che avesse le scatole girate lui; ’unico motivo che avevo ancora per alzarmi alla mattina e non spaccare la faccia a quel brutto grugno lurido di Deirdre é il suo buonumore che mi aspetta in sala grande insieme ad un croissant alla marmellata.
« che succede? » sibilo senza staccare gli occhi dalla sua nuca e dai capelli castano scuro, l’unica parte di lui che posso vedere dalla mia posizione. Si volta appena, guardandomi con la coda dell’occhio; sbuffa, impaziente. Fa cadere la penna d’aquila tra le pagine del libro, e si volta verso di me.
« Violet. » mugugna appena. Dal canto mio, rimango ferma dove mi ha esiliata, aspettando che sua maestà decida di potermi prestare cinque secondi di attenzione senza fare il nervosetto. « finiti gli esami ... non torno ad Ayr. » non mi guarda; ma non me ne rendo conto subito. Non capisco cosa intenda.
« vai a fare un viaggio? »
« no. » la sua sedia striscia all’indietro, di modo che abbia il posto per girarsi verso di me. E continuare imperterrito a non guardarmi. « mi trasferisco in india. »
« DOVE?! » sbotto senza neppure dargli il tempo di finire la frase. In un solo istante, tutti i miei progetti estivi crollano sotto il peso della sua prima occhiata, del color cioccolato che ho adorato sin dal primo momento.
« non urlare. » mi zittisce con il tono piatto che usa quando si innervosisce. Non gli do modo di continuare, filando dritta nei dormitori delle ragazze; sono ufficialmente una deficiente senza alcun motivo sensato per continuare a vivere.
(.qualche giorno dopo)
Ritornerò nella mia stanza con il pacco di appunti che ho recuperato dai vari idioti che me li hanno chiesti in prestito durante l’anno. Tra due giorni sarò su un treno che mi riporterà alla civiltà, lontano da questa scuola del cavolo e dai suoi professori ancor più del cavolo. I miei esami da E quest’anno saranno un disastro, non riesco a pensare ad altro.
La McKanzie e le sue amiche fatine l’anno prossimo verranno mandate a Beauxbatons. Edward si è dato alla macchia. Hunnam è un maledetto che non pagherà mai le conseguenze di quello che ha fatto.
E io ho un’estate da passare chiusa nelle mie stanze a tormentarmi e studiare, per salvare il salvabile a settembre, se mai verrò ammessa al settimo.
« Violet. » sibila Tom, in piedi davanti a tutti noi, nella solita stanza dietro alla statua di goblin. Buia, come sempre, visto che le candele che accendiamo non bastano mai a fare più che distinguere i contorni di persone e oggetti. Alzo la testa, come ad attendere un ordine; mi fa cenno di avvicinarmi. Mi alzo a fatica, facendo leva sulle braccia, e mi sposto di un paio di passi verso di lui.
« Attenzione. » sibila mentre la sua mano pallida mi si stringe attorno al braccio, affossandosi nella mia carne; mi fa male, ma non glielo dico. Anzi, non lo guardo neppure. Non so cosa voglia da me, e mi fa paura la sola idea di essere in piedi davanti ad una decina di persone che si aspettano chissà cosa. « D’ora in poi é lei quella che vi dà gli ordini. Violet Ophelia Traviston. » davanti a tutti, mi chiama con il mio nome completo. E ghigna. Capisco quello che ha detto, ma non sono sicura che faccia sul serio; cosa vuole da me? Che eredi il suo potere all’interno della scuola? Ma se non riesco neppure a farmi obbedire da quattro idiote del primo anno!
Gli altri sussurrano, mi lanciano occhiatacce. Io prendo il coraggio tra i denti e mi volto verso Tom, con tutta la perplessità che sono capace di mostrare.
« Ti seguiranno anche in capo al mondo. Gliel’ho detto io. » non vuole rassicurarmi. Vuole solo ricordarmi che il capo, quello vero, è solo lui. « Sentirai presto parlare di me, e allora ti rivorrò al mio fianco. E sai che non accetto no come risposta. » Il cuore mi batte a tutta velocità mentre annuisco debolmente, e lo fisso finché non mi lascia andare il braccio, ora decorato allegramente da cinque belle strisce rosse.
Si volta verso il muro e comincia a trafficare, gesto che significa che possiamo andare. Non voglio ricevere complimenti. Lo sguardo inorgoglito di Lenore, l’aria spaventata di Jeff. I principi, trasaliti ed offesi; avranno un anno per mettersi in pari con tutti i torti che mi hanno fatto ... ma non sanno ancora quanti io ne farò a loro.
Ho il potere. Si chiama Morsmordre.
(.in treno)
Mi sveglio per colpa del rumore del baule che mi balla sopra la testa. Catherine dorme con la bocca aperta e la testa che affonda nel sedile imbottito, e per una volta non si preoccupa del fatto che i suoi capelli siano tutti spettinati. Al suo fianco, c’è la sciarpa di seta rosa di Ashleigh, probabilmente emigrata alla ricerca di un bagno o di compagnia maggiore di due che dormono.
Metà dei serpeverde ora mi guarda con la reverenza che avrebbe sempre dovuto mantenere nei miei confronti, e che poco furbamente mi ha negato. Peggio per loro. Solo Jeff ha continuato a tenersi prudentemente alla larga; ogni tanto mi lasciava un biglietto di scuse sul letto, ricordandomi che gli dispiace, che a me ci tiene veramente, ma l’occasione di andare a fare lo spezzincantesimi laggiù è troppo grossa per lasciarsela sfuggire e bla bla bla.
Guardo fuori dal finestrino; non è difficile riconoscere Londra che si sta avvicinando, o meglio, noi che ci avvicinamo a lei, passando per i sobborghi che la circondano. E’ un peccato che i babbani non possano vedere l’Espresso, immagino che rimarrebbero strabiliati da un treno così bello. Allungo un calcio sugli stinchi a Cate, che si sveglia grugnendo.
« su, stiamo arrivando. » le grido, facendola sobbalzare ulteriormente. Mia madre mi ha già preannunciato che mi distruggerà appena arriveremo a casa, io figlia degenere che non ha mai imparato a comportarsi come si deve. Mi alzo in piedi, prendendo a sistemarmi gli orli della camicia e la gonna blu che dà tanto un’aria nobile. “Quella che dovresti avere sempre, contessina Violet Traviston, ma che ti ostini a camuffare con i tuoi atteggiamenti da bifolca lasciva!” , aggiungerebbe la cara mamma.
Il treno prende a rallentare. Fuori dai finestrini appaiono i primi genitori che agitano le braccia; ancora non distinguo la feccia babbana terrorizzata da chi è abituato a stare al 9 e ¾. Mi allungo per tirare giù il baule e, evitando per un pelo i piedi di Cate che ancora si sta sfregando gli occhietti, esco nel corridoio del treno, già gremito di bambini che pigolano e idioti tassorosso che si prendono a pacche sulle spalle.
Ci fermiamo. Siamo arrivati.
Aspetto che le Corvonero che si sono messe a piangere davanti alla porta si levino di mezzo, e poi esco, tarscinandomi dietro il mio bagaglio. I miei genitori e i miei fratelli non appaiono all’orizzonte; sono preoccupata sopratutto per Egbert, che l’anno scorso è riuscito a lasciare la sua civetta sul treno e quasi a farla ripartire per Hogwarts.
« V. » una voce familiare a pochi metri da me mi costringe a voltarmi; sapevo che si sarebbe fatto vivo in ultima, tanto per darmi la mazzata finale. Senza neppure pensarci, la mano mi scatta verso i capelli, e comincio ad arrotolarmi una ciocca attorno al dito, tirando fino a farmi male.
« Dimmi, Jeff. » gli dico tentando di rimanere il più fredda e lucida possibile. Certo, bello stronzo. Riconosco i suoi genitori che vengono avanti alle sue spalle; è la copia al maschile di sua madre, per non parlare di suo fratello.
« Volevo salutarti. » per sempre. Non lo aggiunge, ma so che lo sta pensando. Sorrido, e gli allungo una mano; ben tesa, come se dovessimo stringere un contratto.
« Ciao, allora. » gli rispondo tranquillamente, per quanta fatica mi costi fingere di non avere il cuore come un colabrodo. Sembra perplesso; allunga la sua mano scura verso la mia, e me la stringe con poca convinzione, per poi finire per allungarla e sfiorarmi il braccio.
« Dài, smettila! » lo rimprovero facendo un mezzo passo all’indietro. Suo padre lo chiama. Alzo una mano, la faccio oscillare in aria mentre si allontana.
Già. Si allontana. Chissà se mi scriverà un gufo, dal lontano Oriente.
« Violet, tesoro! » trilla mamma, precipitandosi verso di me in uno dei suoi soliti turbini di seta, oggi color acquamarina, e prendendo a sistemarmi il colletto della camicia. Mio fratello si sistema gli occhiali sul naso, tanto per cambiare. Mia sorella Ariel fa la timida e tuffa la testolina contro il collo di papà.
31 giugno 1944; Volto le spalle all’ultimo stralcio di Hogwarts. All’anno prossimo.
Mattina.
Oggi c'è il ballo.
Inviti: nessuno.
Vestito: nessuno.
Sono in bibblioteca a ripassare erbologia per i GUFO ormai molto vicini. Cassie è vicina a me e ripassa per i suoi esami, sicuramente più leggeri dei miei, silenziosa come lo è stata dalla conversazione con Julia. Non me ne ha parlato più di tanto ma visto il suo umore non sono sicura che i suoi sospetti fossero infondati. L'unica serata davvero bella in cui l'ho vista spensierata è stata quella del pigiama-party: ha riso a lacrime al racconto dell'incontro con l'elfo domestico. Ma il resto delle giornate è stata taciturna, nemmeno triste, come chiusa in un suo pensiero fisso e assillante. Ora è immersa nel suo solito silenzio. Comincio a ripetere sottovoce gli utilizzi delle spine delle rose dai petali carnosi. poi Cassie mi interrompe, cercando probabilmente di distrarsi dal suo pensiero. "Rah, con chi devi andare al ballo?" dice guardandomi.
Io la osservo strabuzzando gli occhi. Era l'ultima domanda che mi aspettavo. "Cosa... cioè... penso che non andrò con nessuno al ballo. Non sono stata invitata da nessuno e io non ho intenzione di invitare nessuno... penso addirittura che non andrò." le rispondo con un pò di vergogna. Lei ha ricevuto un sacco di proposte, ma per ora non ne ha accettata nessuna. "Come non vai? Sapevo che non te ne saresti preoccupata e per questo ho mandato un gufo alla signora Page per chiederle di cercarti un vestito... L'ho nel mio armadio e so che ti starebbe benissimo!" dice con aria convinta. Io sono sempre più stupita. "Ma non ho cavaliere... e poi non avresti dovuto chiedere a mia madre..." le rispondo in un soffio "e tu non hai ancora un cavaliere?" lei sorride e comincia a rispondermi "No, io..." "Ehm... Cassandra?" un ragazzo alle nostre spalle richiama la sua attenzione. Lei si gira e lo saluta con un piccolo cenno del capo. "Potrei parlarti un momento?" chiede lui. é un ragazzo che non conosco, dovrebbe essere dello stesso anno di Cassie, al Corvonero. Dall'espressione (quella di chi sta per vomitare dall'emozione) dovrebbe essere una nuova conquista della mia amica che, non trovendo il coraggio prima, ha aspettato la mattina del ballo per chiederle di accompagnarlo. Lei acconsente e lo segue fuori dalla bibblioteca mentre io aspetto di vedere l'esito della chiaccherata.
Cassandra non si fa aspettare troppo e si siede di nuovo vicino a me dopo forse nemmeno cinque minuti. Sospira. "Allora? Vai con lui?" le chiedo. "No ho deciso che non andrò con nessuno." dice riprendendo il libro di Difesa Contro le Arti Oscure. "Ma come..." comincio. "Ci facciamo compagnia a vicenda. Ci sarà da ridere a vedere certe oche del Serpeverde stippate nei loro vestiti a fare le fatine! E poi sicuramente ci sarà qualche cavaliere pronto a chiederci un ballo non trovi?"
Io penso sinceramente di no ma faccio finta di nulla ed evito di commentare riprendendo a ripetere Erbologia.
Sera-preparativi
Non sono per nulla nervosa per il ballo... dopo tutto sarò lì solo per fare contena Cassie. Il vestito comprato per me dalla mia madre adottiva era un lungo abito da sera rosso di un tessuto particolare che mi aderiva alla pelle mettendo in risalto il mio corpo longilineo e magro. "Vedrai con quello Rah! Attirerai su di te gli sguardi di tutti i cavalieri e l'invidia di tutte le dame." commenta Cassandra osservandomi. Lei indossa un vestito nero corto, un pò provocante. "Credo che potresti essere tu ad attrare le attenzioni Cassie. Il vestito ti sta d'incanto." le dissi cercando di mettermi il mascara senza sporcarmi. Vedendomi in difficoltà Cassie mi prende la boccetta e comincia a mettermelo lei.
Ballo
Il ballo è la cosa più noiosa che mi sia capitata da giorni a questa parte, e in più avrei ancora due secoli di Storia della Magia da ripassare. Una perdita di tempo colossale. I miei pensieri sono più che visibili dalla mia espressione vacua e Cassie ha ormai rinunciato di farmi notare quanto è bella la Sala Grande decorata a festa, o altre cose ai miei occhi assolutamente inutili. Scorgo entrare Alexa e Lory e vedo con stupore che sono accompagnate da due ragazzi. "Hey Cassie, non ti sembra strano che non ci abbiano detto nulla?" dico indicandole. "Oh! Alexa sta con Max!" dice lei piacevolmente stupita "Non ci ho mai parlato troppo ma penso che sia un bravo ragazzo." mi dice. Io annuisco felice per la mia amica e effettivamente sento un pò di tristezza per me stessa. Nessuno mi ha invitata. Mi riscuoto stupendomi dei miei stessi pensieri. Non sono sicura che avrei accettato anche solo una proposta. "Rah guarda un pò da quella parte. C'è un ragazzo che non smette di fissarti!" dice Cassie sottovoce. Mi giro e incontro lo sguardo di un ragazzo del mio anno. Jared McPherson, serpeverde. è vero mi sta osservando e io non riesco a sostenere il suo sguardo. Mi giro verso Cassandra e arrosisco violentemente. "Ti prego spostiamoci..." sussurro con imbarazzo. "Come vuoi, cara." dice lei ridacchiando "In ogni caso non è male come ragazzo... non capisco proprio perchè ti vuoi allontanare da lui..." "é del serpeverde, per iniziare, figlio di una delle più potenti famiglie purosangue della Scozia." le dico per distoglierla. Lei inarca le sopracciglia. "Non mi sembra di averlo mai visto con Riddle... Condivide i suoi ideali?" mi chiede subito. "Non lo so ma preferisco non indagare." le rispondo. "Non sembra si scoraggi facilmente il ragazzo... guarda!"
Mi giro verso di lui e noto che si sta avvicinando a me e Cassandra. "Signorina Ching..." dice appena ci arriva vicino "Posso avere l'onore di un ballo?" nella sua voce non c'è nemmeno una nota di imbarazzo ed è così sicuro che comincio ad aver qualche dubbio sulla possibilità di rifiutare. "Non ammetto un rifiuto Rah." Dice infatti sorridendo e porgendomi la mano. Alla fine accetto, sotto occhiate maliziose di Cassandra che sembra anche preoccupata, e gli stringo la mano guardandolo negli occhi. Sono di un bellissimo colore blue acceso. Non avevo mai notato quanto potesse essere affascinante, e dopotutto era nella mia classe di erbologia solo da qualche mese. Mi sorride con gentilezza e mi conduce in mezzo alla sala a ballare. Io non ho mai partecipato a un ballo e mi tremano le gambe per l'emozione. Lo metto al corrente di questo problema con molto imbarazzo. "Non si preoccupi Signorina Ching, questo è un lento. Deve solo stringersi a me." Noto la nota ironica nel suo tono e arrossisco. "Perchè mi chiami così? Il mio cognome è Page..." gli chiedo stringendolo come mi aveva detto di fare. "Rah, sai così poco della tua vera famiglia da credere che Ching sia il tuo secondo nome?" mi dice con gli occhi che scintillavano. Mi presero le vertigini... "Cosa sai della mia famiglia?" chiesi in un soffio spaventato. "I Ching sono una delle più importanti famiglie cinesi, imparentate alla lontana con una dinastia di imperatori. Sei quasi una principessa Rah." Rispose. Sono così colpita da queste affermazioni che continuo a ballare in silenzio, senza parlare d'altro. Jared mi asseconda e probabilmente capisce che una informazione del genere poteva avermi scioccata. Ma come posso crederci senza un minimo di garanzia?
Sembra sincero e quando lo guardo negli occhi vedo solo sicurezza. Non c'è nemmeno una piccola traccia di quell'indifferenza che utilizza chi sa come mentire per non apparire imbarazzato mentre parla. I suoi occhi e il suo sorriso sono quasi ipnotici. Come sa queste cose? Devo credergli?
La canzone è finita Jared mi sorride compiaciuto. "Jared... Vorrei chiederti come sai queste cose ma preferisco lasciar perdere. Ti ringrazio per il ballo." dico congedandomi. "é stato un piacere Rah. Ci vediamo presto."Modificata l'immagine di Jared visto che la precedente era già utilizzata.... *-* Grazie alla Lynd per avermelo ricordato.
Che Julia fosse bella, era indubbiamente logico. Ma la palpabile essenza nel riconoscere, non appena varca la soglia del suo dormitorio, in lei, la creatura più bella che abbia mai visto mi lascia…spiazzato. Quasi senza fiato per un momento che mi sembra interminabile, seppur nella mia immaginazione.
Io sorrido. Lei sorride.
E niente sembra cosa più naturale e splendida del nostro abbraccio. Sfioro il suo polso, notando il bracciale che avevo gentilmente chiesto a Sebastian di consegnarle.
Il suo vestito blu, fine ed elegante ne fa risaltare pelle e sguardo, rendendola quasi..fiabesca, per così dire.
Le sollevo una mano, baciandole leggermente il palmo e le dita, per poi poggiare le labbra sulla sua fronte. <<Non trovo una parola adatta a descriverti. Perdonami.>> Le porgo il braccio, avviandomi con lei nella sala del ballo. Dove le danze hanno inizio. E dove il mio fegato si rode bellamente all’annuncio di miss e mister hogwarts (tali Julia Versten & Tom Riddle). Ai quali spetta l’onore del primo ballo.
Oltre l’enorme fastidio che mi porta la vicinanza di quella serpe a lei, non posso fare a meno di distogliere l’attenzione dalla gelosia tipicamente propria dei legami, e concentrarla sull’espressione sibilante e melliflua del Serpeverde.
Che rilascia un messaggio.
Di morte.
A lei. Non concepisco.
Rabbia. Che sale. Che nasce. Che divora. Sento il corpo lacerarsi quasi dall’ira che vischiosa scivola nelle mie vene. Quasi non capisco più nulla nella corsa adirata, quasi disperata, nella foresta che sembra ancora più scura adesso. In lontananza, LUI, di fronte a Julia, ride. E ride di gusto, anche.
Fa una smorfia di disappunto e schifo quando mi vede al suo fianco, lanciandogli uno sguardo carico d’astio. Lo ucciderei. Per quello che è. Per quello che ha fatto a Julia. Per quello che ha fatto a me.
Sì. Ha fatto qualcosa anche a me. Lui e le sue manie per il sangue puro. Mi hanno diviso completamente da una delle persone che amavo di più. Merita di morire. <<Stupeficium>>, sento il mio corpo balzare indietro. Non cadere completamente, ma prossimo a perdere l’equilibrio. Nell’ombra qualcosa si nasconde. Riddle sorride.
<<Peccato. Mi sarei occupato anche di te ma…sembra che qualcuno muoia dalla voglia di farlo al posto mio.>>, sibila, reclinando la testa per focalizzare nuovamente la sua attenzione su Julia.
Dalla tenebra occhi che baluginano. Occhi che conosco molto bene. Scarlett stringe la bacchetta, il braccio teso. Lei…è stata lei. I principi la affiancano. La Blackster sobbalza, come se non si aspettasse che proprio Scarlett facesse una cosa simile…a me. Mi sollevo, la guardo. La mia espressione muta. Non più il caro, buon, vecchio Aedan. Non posso. Non posso tirarmi indietro e non difendere chi amo. Non posso. Non ci riesco.
Non è giusto. Tengo la bacchetta scura fra le mani. Sento quasi una scossa elettrica nel momento in cui le parole <<E’ l’ora della resa dei conti.>> pronunciate da mia sorella mi trafiggono il viso.
<<Ti stavo aspettando, Scarlett.>>
Ed è un lento girare. Come predatori che si studiano a vicenda in un ring troppo piccolo.
E’ silenzio, quasi. Sguardi che si incontrano, attenzioni che non svaniscono mentre attorno l’atmosfera sanguina. I suoi occhi, verdi e oscuri come mai prima di adesso, si scontrano sui miei, luminosi e glaciali.
Numerosi colpi. Schivati, respinti. Voci che si innalzano. Incantesimi che si mischiano. Provocando scintille di ogni colore e forza. Non ci siamo mossi. Non più di tanto. Mentre sento passi che invadono la foresta. Gente che si insegue. Noi non ci siamo mossi. Siamo sempre lì.
Forse sono io che non voglio spostarmi più di tanto dal luogo di combattimento di Julia. Lancio un incantesimo. Scarlett lo respinge. Un fascio potente che si scontra con il suo. Contrastandolo.
Attimi di trepidazione. Balzi che non trovano una reale superiorità.
<<PERCHE’ MI HAI FATTO QUESTO?>>, sento la sua voce, confondersi nella mischia confusa di agitazione e panico. E’ arrabbiata, lo sento. Cova rancore e odio. Non verso di me, forse. Non so.
Ma al momento non è più Scarlett.
Non è più la mia Scarlett. No.
E poi è il vuoto. La voce di Riddle si espande come fuoco attorno a noi, una luce forte.
Ho solo il tempo di rendermi conto di come il corpo di Julia abbandoni le sue forze, accasciandosi al suolo. Privo di alcuna reazione.
<<NO!>>, la mia voce interrotta da uno schianto deciso. Scarlett tiene la bacchetta tesa.
Sento i muscoli scontrarsi contro una superficie fredda.
<<Scarlett…>>, biascico, incredulo quasi.
La nuca mi fa male.
Sanguina. Sento il sangue sul collo e sulla bocca.
Deglutisco. I suoi passi, veloci, che si allontanano. Rumore che non distinguo.
Stringo la terra fra le dita. Trascinandomi ansante verso il corpo della mia fidanzata.
Arrivo con fatica sebbene sia poco distante, ha gli occhi chiusi e la pelle leggermente scurita, forse dall’impatto col suolo. E’ fredda al tatto.
Non si muove.
<<JULIA!>> è un grido che fa eco.
E sento, per la prima volta, le lacrime premere prepotenti sotto le palpebre.
*Sala comune dei Serpeverde*
Comincio ad essere ampiamente stufa. Non so di cosa, non so di chi precisamente.
So soltanto che sono un fascio di nervi pronto ad tendersi fino a spezzarsi, sebbene non sembri.
Edward mi chiede spesso cosa mai frulli nella mia testa. Ma nella realtà dei fatti, evito spesso di dare spiegazioni in merito. Jasper. Jasper conosce e sa bene cosa mi sta succedendo. Infatti spesso mi lancia occhiate come per dire ‘lo sai che se vuoi, puoi parlarmi’.
Infatti, nel pomeriggio, ho approfittato di un momento della sua vicinanza, e ho colto la palla al balzo.<<Come procedono i preparativi per il ballo?>>, domando, tranquilla. Sapendo che lui sarà tutto su di giri per via della prima uscita ufficiale della coppia Lewis/Blackster.
<<Bene, molto bene. Sarò magnifico come al solito, mi sembra normale. Tu, invece?>>, so bene che la sua domanda va ben oltre il normale pensiero del ballo scolastico. E lui, di rimando, sa bene che ho colto perfettamente l’essenza della sua richiesta.
<<Và>> mi limito a rispondere, poggiando la piuma sul tavolo, ho finito da un pezzo di studiare, eppure stavo ancora armeggiando con la penna fra le dita.
<<Eih, straniera, guarda che non me la dai a bere. Cosa c’è.>>, ribatte, poggiando il suo libro sul tavolo. In attesa che sia io a parlare.
<<Mi manca, Jasp.>>, confido, facendo chiaro riferimento a Aedan <<Quella …quella…>> stringo un pugno al pensiero della Versten che ormai fa coppia fissa a tal punto da togliere il respiro a quello che, fino a poco tempo fa, era il punto cardine della mia vita.
Ora invece, vedo solo cenere. Cenere che si spazza via con un soffio.
<<Lui sembra parecchio preso, devo dire.>>, sibila Lewis, accavallando le gambe, sedendo sulla poltrona.
<<Lui sembra parecchio rincoglionito, è diverso.>>, correggo, per guadagnarmi il suo riso a mezzo labbro, divertito.
<< Ah, l'amour. Per esperienza posso dirti: fuoco e fiamme per un mese, e poi...>> fa un gesto come per allontanare qualcosa.
<<Non è questo il punto, Jasper.>>, blocco la sua teatrale mossa come se volesse scostare un rivolo di fumo. <<Il punto è che mio fratello non è più lo stesso. E' palese. Se ne sta accanto a Julia, e di conseguenza accanto a mezzosangue che prima non avrebbe mai considerato. Quella lì, mese o non mese, lo sta facendo scivolare nella rovina!>>, spiego, esasperata.
<<Capisco cosa intendi.>> replica, facendosi più serio. <<Hai mai considerato l'opzione che tuo fratello non abbia mai condiviso davvero i tuoi... i nostri ideali? Una donna, per quanto bella, non può costringere un uomo a un radicale cambiamento. Non di questo genere.>>
<<L'ho considerato.>> sospiro, con aria mesta, sedendo a mia volta. <<E purtroppo...la sola cosa che mi viene in mente ad una pazzia simile, sarebbe quella di sbattere la sua testa contro un muro fin quando non si rende conto del grave errore che sta commettendo. Non ci riesco. Non ci riesco.>>, porto le mani fra i capelli. Poggiando i palmi sulle tempie.
<<Perfino Riddle mi ha detto di non farmi trascinare da sentimentalismi inutili, e di continuare come ho fatto finora.>>, confido. <<Non ci si deve, far trascinare dall'amore, o roba simile, azioni del genere non sono giustificabili. Specie se NON indotte da altri.>> scuoto la testa.
<<Forse dentro di me ci speravo che fosse tutto frutto di una induzione, almeno non avrei considerato mio fratello così...distante.>>
<<Non puoi fare niente per lui, se non è disposto ad essere salvato. Ora...>>si blocca, forse conscio di essere sul punto di dire un'enormità.
Respiro, pesantemente.
<<Temo. Che non voglia...>>, scuoto la testa.
Annuisce. Poi prosegue, quasi a completare la frase che aveva interrotto poco fa:
<<Scarlett, ora siete su due fronti opposti, fra i quali non esiste possibilità di dialogo. Ne comprendi le conseguenze?>>
<<Le comprendo, Jasper. Le comprendo. E ti assicuro che semmai questo non dialogo sfociasse nella guerra aperta. Sarei io stessa ad occuparmi di quello sconsiderato.>> Le parole mi sono balzate fuori dalla gola con una velocità chirurgica, pesante.
Come se mi fossi liberata da una tortura che mi lacerava le labbra con artigli affilati.
Sospira, volgendo lontano lo sguardo.
<<Ciò che Lui ci chiede è molto. Ma... nessuno sacrificio è troppo grande per la nostra causa. Nessuno.>>
<<Nessuno.>> ripeto, annuendo. Lo sguardo rivolto alla finestra. Istintivamente poggio il viso contro la spalla di Jasper, con un atteggiamento d'affetto senza malizia <<Nessuno.>>
<<Dobbiamo ricordarcelo, sempre.>>conclude, la voce poco più di un sussurro.
Annuisco, sfiorando la sua mano, in segno di muto ringraziamento per queste sue parole, che hanno dato un po’ di sollievo al mio animo.
*La sera del Ballo*
Il ballo si è rivelato un covo di strane sensazioni che multiple invadono corpo e mente, dando uno strano sentore di stordimento ed eccitazione crescente. Non so spiegare bene, ma Riddle, la sera prima, si è chinato verso il mio orecchio, e ha comunicato, mellifluo:
<<Domani sarà una festa splendida, parteciperai attivamente. Lo so.>>
Non avevo capito in pieno, questa sua frase, ma ora mi sembra più chiara, reale.
Tutto sembra avvolto da una palpabile atmosfera tagliente, e se non fossi troppo impegnata nei fatti miei, potrebbe perfino innervosirmi quella sgualdrina della Traviston che lancia occhiate di dubbia natura nella mia direzione.
Ma…ma. Ho altro a cui pensare e lei non possiede una importanza tale da permetterle di invadere i miei pensieri con qualsiasi considerazione sulla sua persona. Perciò. Preferisco dedicarmi a passatempi migliori. Più…vivaci.
<<Meravigliosa stasera.>> sibila malizioso Norwood al mio orecchio, lanciandomi una occhiata eloquente.
<<Posso dire lo stesso>> rispondo al suo invito, con uno sguardo fermo e deciso. E tra un ballo e l’altro sembra quasi naturale ritrovarsi vicini al muro che porta al cortile. Le sue labbra sulle mie, saziandosi in un profondo bacio che mischia i rispettivi sapori lasciandoci alle spalle ogni avvenimento che accade all’interno delle mura scolastiche.
Mentre le sue mani corrono sui fianchi, veniamo attirati da rumori sospetti, passi veloci che si avviano nella foresta. Riddle e la Versten che si allontanano. Aedan che aumenta la sua corsa al seguito dei due.
Ae…Aedan? Sibilo nella mia mente. E prima di rendermene conto Edward ha già afferrato la mia mano, addentrandoci all’interno della radura, fra gli alberi.
Affiancati poco dopo da Jasper e Deirdre, che furtivi si guardano in giro. Non so cosa di preciso stia accadendo, ma non mi piace.
Noto due schiere, distinte, separate.
Riddle sfodera la bacchetta tenendola fra le dita come gingillo di morte, agitandola di fronte alla Versten, ridendo macabro.
Al suo fianco, a destra e sinistra, diverse figure a me conosciute. E noto Aedan, di fianco a quella…ninfa da due soldi.
Non so perché. Non so come. Non so spiegare bene il motivo. Ma prima che possa rendermene conto ho già sfoderato la bacchetta anche io.
<<Stupeficium>>, lancio l’incantesimo verso Aedan che viene allontanato pesantemente dalla Versten, lasciandola del tutto fra le grinfie di Tom, con mio sommo piacere fra l’altro.
Aedan è confuso, stordito, si solleva, fissandomi.
<<E’ l’ora della resa dei conti, Aedan>>, avanzo, continuando a guardarlo, dimenticandomi di tutto il resto. Ho promesso. Niente coinvolgimenti personali.
Lui si rialza, bacchetta alla mano, e occhi di ghiaccio che ti squarciano l’anima.
<<Ti stavo aspettando, Scarlett.>>
Un dolore lancinante si estende lungo tutta la coscia destra, mentre scendo le scale che mi portano alla Sala Comune dei Serpeverde. Il ginocchio, in particolare, si fa sentire.
Uno stupendo strappo muscolare che mi sono procurato oggi, mentre cercavo di prendere il Boccino.
Eh, sì.
Indovinate chi è il nuovo Cercatore di Serpeverde?
Qualche indizio. Ha gli occhi verdi, è bello, intelligente e di cognome fa Lewis. “Jasper, sei il più adatto che abbiamo.”mi ha detto Morkan dopo una serie di provini piuttosto fallimentari. “Grazie Bill, tu sì che sai farmi sentire importante.”
“Scherzi a parte, Jasp. Sei un ottimo Cacciatore, e non mi priverei di te in quel ruolo se non fossi più che certo che puoi fare altrettanto bene come Cercatore.”
Questo dialogo si è svolto ieri mattina fra me e Bill Morkan, il Capitano, nonché Portiere della mia squadra. Ora mi sto allenando per abituarmi al mio nuovo ruolo, che richiede maggiore velocità e prontezza. “Stai facendo grandi progressi, Jasp, meno male che ti abbiamo trovato!”esulta Kane, uno dei Battitori.
Le mie gambe non sono altrettanto d’accordo.
Zoppico. Voglio solo raggiungere la mia stanza. Lì mi attendono i libri di Incantesimi e Pozioni, dove spero di trovare un sortilegio o un intruglio che possano placare il dolore.
Nella Sala non c’è quasi nessuno, a parte una decina di studenti del quinto e pochi di più del settimo che ripassano. Mi sforzo di camminare come sempre, ma non appena mi chiudo alle spalle la porta della Sala, il mio volto si contrae in una smorfia di dolore. “Tutto bene?”dice Deirdre, mentre scende le scale. “Non tanto. Uno strappo alla gamba.”
“Oh, povero!” Mi raggiunge in un attimo e mi prende sotto la spalla, per aiutarmi a salire i gradini. Una volta nella mia stanza: “Togliti i pantaloni.”
“Così, subito al sodo?”
“Frena i tuoi bollenti spiriti.”replica Dè sorridendo.“Vado a prendere un’ottima pomata che mi ha dato mia madre per casi come questo. Tu intanto non fare altri danni e resta sdraiato.”
“Ai tuoi ordini.”
Steso sul letto, mezzo nudo. La situazione potrebbe anche farsi interessante, se non si trattasse di Deirdre. Con lei, non oserei mai travalicare i limiti, e mancarle di rispetto con una richiesta che la metterebbe a disagio.
Chiudo gli occhi.
Non più tardi di una settimana fa, ho baciato Violet Traviston. Un gesto inconsulto a cui sono stato trascinato dalle circostanze. Riesce sempre a scatenare qualcosa dentro di me, quell’algida contessina viziata.
Ma nulla di paragonabile a Deirdre.
Eccola che torna, spingendo con cautela la porta. “Pensavo dormissi.”dice, non appena apro gli occhi. “Bene, ora inizio ad agire. Dove?”
“Ginocchio destro.”
Inizia ad applicare la pomata con massaggi vigorosi ma allo stesso tempo delicati.
Arrossisco.
Io. Jasper Lewis. Arrossisco.
Pochi minuti dopo, questa bizzarra specie di dolcissima tortura si conclude. “Ecco. Ho finito.”
In effetti, sento già un certo sollievo.
Momento di imbarazzo abissale. Perché Deirdre resta lì, ferma, a guardarmi? “Accio garza!”
Una benda arriva dalla porta aperta e si deposita nella mia mano. Mi avvolgo il ginocchio, e poi mi copro con le coperte. “Grazie, Dè.”
“Figurati. E stai attento, la prossima volta!”
Si avvia ad uscire. Sulla porta, si volta per un secondo: “Anche se devo dire che mi è piaciuto farti da crocerossina.”conclude.
L’ufficio di Martine è abbastanza spazioso, molto pieno di cose ma nell’insieme minimalista. Un paradosso.
Mi lascio cadere su una delle poltroncine. “Allora, cosa stai facendo?”
“Correggo dei compiti.”
È circondata da pergamene coperte da simboli astrusi e numeri. “McKanzie, dove avrà mai la testa…un errore di segno in un diagramma perfetto.” Un segno rosso contamina il sudato lavoro di Jillian. Non riesco a contenere un sorrisetto. “Un’altra delle tue conquiste, come non saperlo.”borbotta mia sorella, mentre prende un altro compito. “No, lei è rimasta illesa dai miei artigli. L’amico del suo ragazzo un po’ meno.”
”Ah, è stato per lei?”
“No. Per Sean. Avevo appena scoperto com’era morto.”
Il suo viso resta impassibile. A volte mi chiedo come faccia. Era il suo gemello! “Babbani. Due stupidi babbani.”sorride. “Avresti dovuto vedere com’erano disperati quando sono arrivata da loro…prima il ragazzo più giovane. Aveva la mia età. Diciassette anni. Piangeva, dopo che i suoi genitori avevano esalato l’ultimo respiro.”
Continua a correggere i compiti, senza mutare tono mentre dice: “Oh, Isherwood. Bel lavoro.” Poi continua: “All’altro, ci ha pensato papà. Nostra madre era appena morta. Sean se n’era andato da tre mesi.”
E così. È stata lei. È stato mio padre. Loro hanno vendicato la morte di mio fratello. Hanno ucciso i Babbani che lo avevano picchiato a morte. “Ma vedi, Jasp. Noi non abbiamo rischiato nulla. Tu, qui, sei a scuola. Pretendiamo da te la massima attenzione.”
Annuisco.
La rivelazione mi sorprende, ma non mi tocca nel profondo.
Qualcuno bussa alla porta. “Professoressa Lewis?”dice Benton, affacciandosi. “Potrei parlare con lei? Oh, salve Jasper.”
Mi congedo subito, lasciandomi alle spalle Benton, mia sorella ed un segreto svelato.
Racconto tutto al mio migliore amico. Stiamo uscendo nel parco per goderci una bella giornata di sole, giunta, alla fine, dopo mesi di nebbia. “Cosa ne pensi?”chiedo a Ed.
Non fa in tempo a rispondermi che sentiamo delle risa maschili miste a voci femminili. Le voci di Dè e Scarlett, che non sembrano per nulla a loro agio. Stringo la bacchetta, e rivolgo uno sguardo d’intesa a Ed, mentre ci dirigiamo verso le schiene di quattro ragazzi con le divise di Tassorosso.
"Santo Godric! Ma che cosa hanno al posto della testa?"
Siedo con le gambe incrociate su una poltrona e parlo gesticolando, riversando addosso alla povera Annabel tutta la mia incontinenza verbale.
Ai nostri piedi sono abbandonati un tomo di trasfigurazione del quinto anno ed uno di incantesimi del sesto, un foglio di pergamena, alcuni appunti, una lettera scritta con una grafia minuta.
Una macchia nera si è allargata sul tappeto, proprio accanto ad una boccetta di inchiostro del medesimo colore.
Due ragazzi che stanno studiando attorno ad un tavolo ci guardano infastiditi e noto con la coda dell'occhio che uno di questi bisbiglia qualcosa all'orecchio dell'altro, che fa un cenno d'assenzo.
Non passa molto tempo prima che i due si alzino e si allontanino dalla sala comune. "Ti giuro, Annabel, la prossima volta che uno di quelli si azzarda a rispondermi in quel modo lo schianto! Non me ne frega di chi è, potrebbe essere pure Riddle..."
La mia amica mi guarda sorridendo e si porta una mano sul cuore "Ti ricorderò sempre come una persona molto coraggiosa, Daisy. Mi mancherai, davvero." conclude in modo solenne e commosso.
Con una smorfia infastidita agito una mano, come se scacciassi un insetto. "Dai, non scherzare!" le dico contrariata "Sai cosa penso? Si atteggiano come se fossero i padroni del mondo magico, con tutti quegli insulti e minacce. Sì, qualche volta avranno anche lanciato qualche incantesimo, ma secondo me non saprebbero tradurre in fatti quello che vanno dicendo!" "Hai ragione. A proposito..." Annabel si prende il mento fra l'indice ed il pollice, con fare pensoso "Preferisci i gigli o i crisantemi?" "Annabel! Non sono ancora morta!"
Lei scoppia a ridere, ma io rimanco seria, guardandola accigliata. "Sai cosa potresti fare, Daisy? Scriverti sulla divisa "Proud to be Halfblood" e andare in giro per Hogwarts." "Wow! Sarebbe una trovata geniale! Facciamolo davvero!"
Lei continua a ridere, ma per poco, lentamente le si insinua il dubbio che io possa essere seria e gli angoli delle sue labbra iniziano a scendere. "Anzi, ho un'idea migliore: perchè non lo scriviamo negli spogliatoi? Oppure nei sotterranei, vicino ai dormitori dei serpeverde! Dai: tu fai il palo e io eseguo!" "Daisy...la mia era una battuta" mormora con un fil di voce.
Schiocco la lingua sul palato. "Certo che era una battuta! Anche la mia!"
Sospira di sollievo "Scema! mi hai fatto prendere un colpo!"
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Caro Doug,
ti ringrazio della lettera, l'ho ricevuta con molto piacere.
Certo, non si può dire che ti sia spremuto eccessivamente: mi rendo conto che definire quel telegramma striminzito una "lettera" sia fin troppo gentile.
E non stare ad arrabbiarti per la mia presunta insolenza: ti ha mai detto nessuno che quando sei offeso ti si arrossano le orecchie e la tua bocca si contorce in un modo molto ridicolo?
Naturalmente i GUFO sono il mio primo pensiero al mattino e l'ultimo quando vado a dormire, ma sono così avanti con il programma che non necessito di eccessive preoccupazioni.
Hai colto l'ironia?
Sul serio, per quale motivo dovrei occuparmi dei GUFO, ora?
Mancano ancora due mesi!
Da casa non ho nessuna notizia che valga la pena di spendere dell'utilissimo inchiostro, mi spiace.
Tu invece? Hai qualche gossip o notizia degna di nota?
Sei poi andato a trovare quell'amico del nonno? Rudolph, mi sembra si chiamasse.
Parla sempre e solo dei bombardamenti di Londra del '40, oppure si è rivelato una persona più interessante?
Attenderò una tua risposta,
tua devotissima
Daisy
Rileggo la lettera indirizzata al mio fratello maggiore, la ripiego e la inserisco nella busta: domani la spedirò, ormai è troppo tardi per fare un salto fino alla guferia (senza contare che non ne ho la minima voglia).
Per quanto Doug sia stato un insopportabile secchione, cosa che mi porterebbe a non ascoltare a prescindere nessuno dei suoi suggerimenti, mi duole ammettere che ha ragione: i miei esami sono mostruosamente vicini.
Ci ho pensato durante l'ora di pozioni e mi sono fatta prendere un po' dall'ansia, così per rilassarmi, mentre aspettavo che anche gli altri finissero il compito, mi sono messa a disengare su un pezzo di pergamena.
Era una lumaca gigante, di quelle schifosissime senza il guscio, che affogava in una pozione.
Ci ho aggiunto gli occhi e la bocca: era identica al mio professore!
Senza farmi vedere l'ho passato a Rah con scritto Lumaca-corno e siamo scoppiate a ridere entrambe (ma senza che il professore se ne accorgesse!).
Se invece di pensare a queste cazzate mi dedicassi di più allo studio forse non avrei troppe preoccupazioni per i GUFO, ma so bene che è praticamente impossibile impormi studiare una materia che non mi piace.
<<GIULIETTA: O Romeo, Romeo! Perché sei tu Romeo? Rinnega tuo padre; e rifiuta il tuo nome: o, se non vuoi, legati solo in giuramento all'amor mio, ed io non sarò più una Capuleti. ROMEO (fra sé): Starò ancora ad ascoltare, o rispondo a questo che ha detto? GIULIETTA: Il tuo nome soltanto è mio nemico: tu sei sempre tu stesso, anche senza essere un Montecchi. Che significa "Montecchi"? Nulla: non una mano, non un piede, non un braccio, non la faccia, né un'altra parte qualunque del corpo di un uomo. Oh, mettiti un altro nome! Che cosa c'è in un nome? Quella che noi chiamiamo rosa, anche chiamata con un'altra parola avrebbe lo stesso odore soave; così Romeo, se non si chiamasse più Romeo, conserverebbe qella preziosa perfezione, che egli possiede anche senza quel nome. Romeo, rinunzia al tuo nome, e per esso, che non è parte di te, prenditi tutta me stessa. ROMEO: Io ti piglio in parola: chiamami soltanto amore, ed io sarò ribattezzato; da ora innanzi non sarò più Romeo. GIULIETTA: Chi sei tu che, così protetto dalla notte, inciampi in questo modo nel mio segreto? ROMEO: Con un nome io non so come dirti chi sono. Il mio nome, cara santa, è odioso a me stesso, poiché è nemico a te: se io lo avessi qui scritto, lo straccerei. >>
***
Sospiro.
Ho letto tutto d'un fiato questo brano a Julia,lasciandolo scivolare morbido fra le piaghe della sua mente vigile, sperando che davvero lei potesse sentirlo con tutto il cuore che ci ho messo io.
Comincio ad essere stufo di tutto questo detto non detto, delle leggende metropolitane, delle cose che non capisco per il semplice fatto che la gente non voglia farmele capire.
Che la Versten abbia qualcosa contro i Serpeverde l'ho ben capito e non mi stupisce. Ma non immaginavo che una mia parentela potesse allontanarla così tanto da me.
La cosa mi devasta, quando forse non dovrei prenderla in questo modo. Cosa Julia mi abbia realmente fatto non so dirlo.
Una cosa la so per certa. Quella ragazza mi ha completamente, irreversibilmente catturato nella sua rete.
Punto importante, accettare quell'invito.
Quello scarabocchio a matita che vorrei leggesse con lo spirito giusto, con tutta quell'angoscia mista a rabbia, mista anche a qualcosa di dolce di cui non conosco esattamente i contorni per poterli saggiare, che ci ho messo io.
Ho bisogno di vederla. Ho bisogno di parlarle. E, la cosa che mi spaventa più di ogni altra cosa forse, è il fatto che il bisogno più grande, quello senza nome che urla continuamente martoriandomi il cervello è che deve credermi. Quando mi sorge questo dubbio....mi manca l'aria. Un brano che tiene in sè molti pensieri riconducibili al mio. Molti. Forse troppi. Ho davvero bisogno, ripeto, che lei lo capisca. E questa ostinazione che sento, a volte, è snervante. Solo perchè non comprendo ancora, fino in fondo, che cosa significhi. Che cosa comporti. O forse solo, perchè mi trovo in un limbo. Un limbo dove risposte non ce ne sono. Un limbo freddo come le terre dei ghiacci.
Il suo. Il mio. “Se mi credi, se mi hai capito, voglio vederti. Domani alle 10 p.m., nell’aula di Musica.
Aedan”
Il biglietto usato come segnalibro per il brano che le ho chiesto di leggere, o meglio, di ascoltare. Una cosa un pò sciocca, forse. Bambinesca, magari.Ma è stata la trovata più geniale che il mio cervello, già abbastanza martoriato, potesse trovare, indi per cui, ritengo in primis di doverla apprezzare nonostante la banalità estrema.Ore 22. Ore 22. Che vuoi che sia. Devo aspettare SOLO fino alle dieci di stasera. Ma dico io. Potevo pensarci un attimo e darle un appuntamento per un orario più decente. Perchè diamine mi son convinto a darle l'appuntamento così tardi..ci penso.
Ah già. Il via vai di gente che, almeno spero, dovrebbe essere notevolmente dimezzato per quell'ora consentendomi la possibilità, della quale necessito, di parlare con lei. Parlare finalmente senza mezzi termini. Senza mezze parole. A me non importa scavare nella sua esistenza. Mi rendo conto lentamente che a me importa di lei. Sempre, solo, completamente, di lei.
Raggiungo l'aula di musica con leggero anticipo. Forse pensando che, nell'effettivo, una buona compagnia dettata dalle note di un pianoforte potrebbe essere la cosa migliore. Problema, grosso. Nei momenti di frenesia/nervosismo, mi capita di comporre delle canzoni, più o meno forti. Più o meno articolate. Ma mai, mi era capitato di sedere allo sgabello e lasciare scivolare le dita sui tasti d'avorio producendo melodia PER UNA persona. Mai.
Non l'ho mai fatto per il semplice motivo che non ho mai sentito sensazioni così forti per qualcuno in grado di poter creare melodie tessendo archi di fiaba fra le note di uno spartito invisibile che solo il mio cervello conosce. Possibile che mi sia rimbecillito a tal punto?
Non lo faccio vedere, questo è certo. Ma cosa è questo rodo dentro che sento. Questa voglia di urlare alla luna ogni notte come se una maledizione si fosse impossessata del mio corpo.
Cosa è questo fuoco che mi brucia le viscere pulsando dal ventre allo sterno, producendo questa sensazione fastidiosa e piacevole al tempo stesso. Che mi assale lambendo il mio essere. Cullandolo nel silenzio e nella valle del dubbio senza possibilità di uscita. E mentre le mani scivolano sui tasti con velocità sorprendente la mia mente viene fermata da una musica dolce. Una musica dolce che deriva proprio da quel tormento che pensavo di sentire.
Il fuoco, il silenzio, la notte maledetta, hanno prodotto un suono dolcissimo. Un suono che ha sapori di favola e luoghi ben lontani dai segreti custoditi fra queste mura. Un suono che ha il sapore di me e di lei. Ma soprattutto di lei.
E mentre chino lo sguardo sull'ultimo re composto da una mia mossa, mi ritrovo a sospirare, immaginandomi come sarebbe se....se. E una voce mi riporta alla realtà. "Quale è il titolo di questa meraviglia?"- mi volto, giusto in tempo per scorgere la Versten che chiude l'uscio alle sue spalle, fissandomi.
Mi sollevo, guardandola a mia volta in quelle iridi gelide così simili alle mie, ed al tempo stesso così diverse. "Julia. Si intitola Julia."
La biblioteca è tranquillissima, di domenica sera. Quasi tutti gli studenti ne approfittano per godersi le ultime ore di libertà prima dell'inevitabile lunedì; la sottoscritta invece si ritrova a finire il suo primo tema di Babbanologia, Pellicole Cinematografiche: Originalità Babbana o Spunto Dalle Fotografie Magiche? Compara Le Due Invenzioni ed Argomenta.
Al di sopra della montatura degli occhiali Aleister guarda dritto davanti a sé, perso nelle sue riflessioni dopo aver brillantemente concluso il tema di Erbologia con uno svolazzo degno della firma del Preside.
“Se fossi un Animale Fantastico ti classificherebbero XXX” ghigna, spostando leggermente la traiettoria del suo sguardo per incrociare il mio che si alza di scatto. “Un mago capace dovrebbe cavarsela.”
“Mh?” Chiara, concisa. Vado a capo e inizio il nuovo paragrafo, coprendo con una lettera più grande del normale una macchia d'inchiostro caduta per l'improvvisa frase di mio fratello.
“Ho visto un sacco di spillette, in giro. Anche una ragazzina del primo anno di Corvonero si è lasciata convincere a sfoggiarne una sulla divisa.”
Non ho bisogno di chiedere come fa a saperlo. Alcuni giorni dopo la realizzazione del loro nuovo status symbol i membri del fanclub di Carlisle al completo si sono presentati in Sala Comune, in mano un attestato al mio prodigarsi per la causa. Al, che era con me per darmi una mano in Pozioni, ha seguito l'investitura dalla prima fila, il viso neutrale a dispetto degli occhi lucidi per il divertimento. Io... io ero senza parole, una volta tanto.
“Mi preoccupa pensare che stai progettando la presa di Hogwarts... senza contare che vuoi sbarazzarti della divisa fem--”
“Fi-ni-to!” annuncio, interrompendolo con un sorriso soddisfatto, e lascio che il prolungato contatto della piuma con la pergamena formi una bolla d'inchiostro nero a concludere la mia argomentazione. Mi riallaccio al suo discorso, chiudendo il Breve Compendio Delle Invenzioni Babbane con un discreto ma soddisfacente tonfo: “E per protesta ci sarà una rivolta maschile?”
“Sarebbe, ehm, comprensibile,” borbotta Al imbarazzato. “Niente più gonne...”
Gli lancio uno sguardo a metà tra il sorpreso e il divertito, e in risposta lui arrossisce visibilmente.
“Aleister Crowley. Non ci credo. Stai sempre con me!”
“Beh, ti aiuto. E poi, che c'entra?” replica lui, sulla difensiva.
“Non dirmi che hai il complesso della sorella maggiore... Comunque non ce n'è bisogno, eh, dovresti pensare alla tua fidanzata invece di--”
“Guarda che non ho una fidanzata.”
“Ma quella ragazza dai capelli castani, che ti accompagna nelle ronde...?” mormoro, la fronte corrugata.
Sostiene il mio sguardo, ma il rossore non cede terreno. Questo sarà ricordato come il Giorno In Cui Caddero Le Illusioni Su Mio Fratello. “No. Lei non... no.”
“Scusami, scusami, è che siete spesso assieme e tu... tu arrossisci. Guardi le gonne! Stai seguendo le orme di Hodge?!”
Dei passi felpati si avvicinano alle mie spalle, una mano si ferma sullo schienale della mia sedia.
“Signorina Crowley,” la voce di Madama Bukwomm riuscirebbe a suonare come un avvertimento anche da sé, il pesante accento tedesco è solo un optional. “Non creda che tollererò un tono di voce più alto di quello qui consentito solo perché siete gli unici presenti a quest'ora. Un po' di decoro!” Mi zittisco già prima di essere l'oggetto della sua occhiata severa, e lei continua, il tono appena più dolce mentre sfiora una copertina per controllarne il titolo: “La biblioteca sta per chiudere, avete bisogno di portare via dei libri?”
“Oh, sì!” salto su, allungandomi sul tavolo per recuperare tre tomi in parte già sfogliati. “Ecco, vorrei questo sulle Creature Magiche, poi Ponderate Perle Di Saggezza Per Il Pozionista Poco Pratico e quest'altro...”
Cinque minuti e tre firme dopo, sono fuori dalla biblioteca con le mani occupate a reggere – o per meglio dire, abbracciare – i miei ostaggi cartacei. Mi sono ripromessa di far vedere a Polly delle foto di Augurey per farle capire che tipo di animali sono. Andando nella sezione dedicata agli animali magici non sono rimasta delusa, anzi; il problema era piuttosto scegliere quale dei tredici volumi a disposizione prendere in prestito. Alla fine ho deciso per quello che contiene anche magnifiche foto magiche di Alicanti, giusto in caso.
Mio fratello rimane in silenzio finché non siamo fuori portata d'orecchio, per poi abbozzare un sorriso: “So che me ne pentirò, ma perché sono l'erede illegittimo del nostro fantasma di famiglia?”
“Beh, lui..."
Al mi fissa, con l'aria di chi non sa se fa bene a restare ed ascoltare o se farebbe meglio a tapparsi e orecchie e restare all'oscuro per la vita.
“...quand'era ancora in vita, sai, guardava sotto le gonne delle streghe: un casuale Incanto Ventifero e... ecco... non vuole che la mamma lo sappia, però è morto perché la sua terza moglie l'ha beccato sul fatto.”
Lui si blocca, costringendo anche me a interrompere la camminata verso i dormitori. “Dot, la mia era una battuta. Io... io non... sei seria?”
Allungo una mano per liberarmi la visuale da una ciocca di capelli, rischiando di far crollare a terra i libri e bilanciandomi all'ultimo minuto per evitare un rovinoso crollo a terra. “No, cioè, sì, è tutto vero, ma tu non assomigli per niente a Hodge... era una battuta infelice, scusa. Non te la prendere, tu e Hodge non potreste essere più diversi, lui era proprio un dongiovanni. Comunque eviterò di andare avanti con la presa di Hogwarts per riguardo nei tuoi confronti, ok? Credo che per voi maschi sia una sorta di strano modo per apprezzare la bellezza femminile. Magari idealizzate il tutto! Tanto nemmeno gli elfi avrebbero approvato, in fondo eviterò crepacuori generali e rancori da parte della fascia maschile della scuola. Magari riuscirò ad arrivare incolume al settimo anno.”
"Magari. Nel frattempo ti parerò le spalle e mi assicurerò di non fare mai più battute di quel genere."
"Potrei sempre provare a brevettare un incantesimo per far restare la gonna rigida come cartone. O magari foderarla di MagiScotch?"
Ricominciamo a camminare, dopo che Aleister mi sorride con quell'occhiata tra l'esasperato e l'affettuoso che mi fa tirare un sospiro di sollievo. Devo decisamente imparare a frenare la lingua, penso, muovendo la spalla per evitare alla borsa di scivolarmi lungo il braccio. Ormai Al c'è abituato, a questo mio modo di fare. Quello che mi fa un po' pensare è che Carlisle, invece, non ha fatto un solo commento sulla Faccenda Spillette. Sulle prime non mi sembrava che avesse capito molto bene la situazione, ma ora non potrebbe essere più cristallina di così. Eppure ancora niente. E magari sta organizzando un duello per ripristinare il suo onore e io ancora non ne so nulla.
"Il coprifuoco sta per scadere," scandisce una voce maschile a qualche metro da noi, sorprendendoci appena giriamo a destra per infilandoci in un altro corridoio. A parlare è un ragazzo alto, ma i suoi lineamenti si distinguono poco nel punto in cui si trova, al limite tra le aree illuminate dalle torce. Avanza nella nostra direzione, al suo fianco un'altra ragazza. I capelli di lei si rivelano color castano, e nel momento in cui la luce cattura e fa splendere per un attimo la spilla da Caposcuola di lui riesco a vederne anche i capelli nerissimi.
Mio fratello si porta impercettibilmente più vicino a me, sfiorandomi il gomito. "Stiamo andando verso i dormitori," risponde "ci siamo trattenuti in biblioteca."
"Ah, Crowley, Prefetto Corvonero, ricordo bene?" il duo si ferma per un attimo a osservarci, ma né io ne l'altra ragazza parliamo. Mi sento leggermente in soggezione, davanti a questa figura maschile così alta e così pacata... e così sfuggente. Perché la Serpeverde non apra bocca, onestamente, non lo so, ma dubito sia per qualcosa di simile a ciò che provo io. Non le sfugge nemmeno un mezzo sorriso, mentre le labbra del suo compagno di casa sono lievemente incurvate all'insù, una smorfia che non riesce però ad essere veramente affabile.
Aleister annuisce, e dopo un ammonimento del ragazzo a non fare tardi per i corridoi ci separiamo con un saluto più dovuto che sentito. Al, da leggermente nervoso, si rilassa di nuovo.
“Senti, Al, ma quello chi era?” sussurro, quando siamo sufficientemente distanti.
“Tom Riddle, Caposcuola... è al settimo anno, un Serpeverde.”
Sposto il peso dei libri sistemandoli meglio, mossa che mi permette di muovermi seppur non di gesticolare come faccio di solito. “Mette soggezione. Ha una specie di aura...”
“È uno studente particolare, molto brillante. I professori lo considerano uno tra i più dotati.”
“La ringrazio, signor Crowley, per questo riassunto così efficace e neutrale,” ridacchio. A volte non c'è verso di capire cosa pensi di certe persone. “Sono arrivata. Ah, ma sul serio la Corvonero castana non è la tua ragazza?”
“Non al momento. Però è carina, ed è rilassante stare con lei, al contrario di te.”
“Ah-ha! Approfitta del fatto che vi aggirate da soli tra i corridoi per la ronda e dichiarale il tuo amore!”
“Dove le peschi certe malsane idee da romanzo rosa, se leggi solo romanzi Babbani di spionaggio?”
“Il fascino della spia senza macchia e senza paura paga sempre, sai.”
NB. Ho cercato se da qualche parte la bibliotecaria era stata già nominata ma non ho trovato niente, per cui mi sono permessa di inventarla. Ecco a voi Madama Bukwomm (cognome che, anche letto alla tedesca Bùkvomm, dovrebbe conservare la quasi omofonia con il termine inglese bookworm). Se vi va bene faccio un breve post introduttivo nella sezione apposita del forum; se ci sono problemi o mi sono persa il vero nome, ditemelo pure!
Lezione di incantesimi. La mattina si rivela poco produttiva, almeno finora.
Ho salutato di sfuggita Aedan, che come ogni mattina mi ha rivolto quel sorriso spensierato che lo caratterizza nei miei confronti.
Non abbiamo più parlato del problema amoroso che ha scatenato in me molti dubbi. Forse per la paura di perderlo, mio fratello…forse per quello che di questa ragazza che sembra averlo preso mi sfugge, impiego diverso tempo a pensare qualcosa di logico su cosa mai avranno in comune quei due. Mi avvio al mio posto, quando una chioma bionda di mia conoscenza fa capolino, china su un libro che sembra leggere con più distrazione che interesse. Almeno nell’apparenza. Mi avvicino, poggiando i miei di libri. “Signor Lewis, buongiorno” comunico, sedendomi vicina. “Signorina Lywelyn, che piacere di primo mattino” risponde, mimando un inchino da seduto. “Così mi confonde, potrei non seguire più la lezione se mi rivolge simili attenzioni.” Affermo, sorridendo con grazia d’altri tempi. Non riusciamo a fare a meno di guardarci entrambi e ridere, per un momento, ho l’impressione che l’andazzo della mattinata potrebbe capovolgersi. E tutto soltanto per la presenza del mio nuovo…amico? Si, forse dovrei definirlo così. “Ragazzi miei, una relazione complessa vi attende, e tuttavia, sarò così magnanimo da assegnarla a due studenti a testa, così da non farvi entrare in seria crisi mistica.” Benton, con la sua solita, pungente, ironia comunica alla classe intera l’assegnazione di un compito parecchio complicato.
Un lampo, guizza nei miei occhi. E sembra che lo stesso pensi Jasper, notando l’occhiata fulminea che ci rivolgiamo, prima di alzare la mano. “Si?” la voce del professore ci concede la parola. “Professor Benton, sarebbe troppo chiedere di essere accoppiato a Miss Lywelyn?” Jasper e la sua verve da ruffiano con stile, domanda con gentilezza disarmante.
Io annuisco, rivolta all’insegnante. “Non avrei alcun problema, se a lei non disturba” rimarco, sfoderando la mia occhiata da cerbiatto indifeso. Finto, ma funziona. A giudicare dal sorriso furbo che il professore ci rivolge, con un serafico “ mi aspetto grandi risultati, dalla vostra collaborazione. Lywelyn, Lewis…che sia per voi un’ unione fruttuosa.”
Sorrido, soddisfatta e vincente al mio compagno di banco. “Sala comune, nel pomeriggio.”
***
"Dove la trovi la voglia, proprio non lo so." dice, coprendosi la bocca con la mano per nascondere uno sbadiglio. "Dove la nascondi tutta questa pigrizia proprio non lo so." rispondo, trattenendo con fatica un sorriso. " E dire che quando si tratta di fare il farfallone amoroso, tutta la stanchezza la perdi." proprio non ce la faccio più. Mi copro la bocca con una mano, ridendo sotto il naso. "La farfalloneria amorosa è una disciplina sacrosanta." "Se inserissero un esame in merito, tu lo supereresti con il massimo, mh?" chiedo, piacevolmente divertita dalla discussione che sembra animare il fino-a-poco-prima-moribondo-jasper-lewis. "Una pioggia di O. Mi pare ovvio." sorride sornione. "Mi pare ovvio" ripeto, imitando vagamente la sua occhiata seduttrice. "O apriamo i libri adesso, o non ne avrò più la forza."afferma, alzando gli occhi al cielo ed atteggiando il viso ad un'espressione di sconforto. " ma quanta teatralità per una piccola interrogazione da preparare " rido, aprendo il libro, e sfogliando le pagine, arrivando a quella che ci interessa. " e poi quando ti capita svolgere i compiti con me, mh? Dovresti gioirne!" annuisco, scostando una ciocca di capelli che ricade morbida sulla mia spalla, con un atteggiamento fintamente snob nei suoi confronti. "Ne gioisco ogni momento, fidati." "ma che gentile" rispondo, leggermente ammiccante, per poi allungare la mano sul suo libro. Ed aprirlo con un tonfo secco al capitolo interessato. " adesso concentriamoci su questo, dopo potrai riempirmi di complimenti, grazie."
"Oh, mia torturatrice!"
"Splendida torturatrice, preferisco" dico, porgendo la matita per i suoi tragici appunti da trascrivere. "Uffa. Non potremmo chiedere una mano a tuo fratello? Alla fine, è un Corvonero."
"Vorresti, forse, insultare al mia intelligenza? Malfidato" mi fingo offesa, mettendo su un broncio che porta la mia testa a voltarsi sulla sinistra, distogliendo lo sguardo da lui. "Problemi con il fratellone?" chiede, facendosi più serio.
Irrigidisco la mia espressione, sciogliendo l'incrocio delle braccia sul petto. " Diciamo che Aedan mi da grattacapi ai quali pensare" mi rivolgo a Jasper, stranamente fiduciosa nell'esposizione del mio problema. "Se hai voglia di parlarne..."dice, appoggiando il viso su una mano.
Colgo la palla al balzo, poggiando la matita (sicuramente per la sua gioia) sul tavolo, rimandando lo svolgimento dei compiti. "Jasp, conosci una certa Julia Versten?"
"Ma certo."risponde, con un guizzo negli occhi. "Beh, chi è? E perchè ti scintilla l'occhietto vispo di quella luce tipica del tuo radar farfallone? " inarco un sopracciglio, incuriosita. "Non essere gelosa, resti sempre la mia compagna di Incantesimi preferita. Allora, Julia Versten è una cacciatrice di Grifondoro, e visto che anche io gioco a Quidditch, è un motivo sufficiente per conoscerla. In secondo luogo, è decisamente una delle ragazze più belle che conosca, dunque non potrebbe sfuggirmi." Sorrido alla sua affermazione. "Oh certo, come ho fatto a non pensarci. Una grifondoro, dunque." pensierosa per un attimo. " Beh...io l'ho conosciuta di sfuggita durante uno...scontro...tra lei e mio fratello" dico, reclinando la testa. "Scontro di che genere? Non c'è ancora stata la partita Grifondoro-Corvonero."
"Jasper. Mi meraviglio di te. "affermo, sorniona. " Esistono vari tipi di..scontri. E non necessariamente negativi."
"Ah, ti riferisci al campo in cui sono maestro! Non dirmi che li hai sorpresi nella loro intimità!"sogghigna. "Quasi. Ho il dubbio che siano parecchio vicini, in tal senso." poi rifletto "a dire il vero è una certezza, visto che stavano per baciarsi. E stanno lì a lanciarsi occhiatine eloquenti, ogni qual volta si trovano nello stesso luogo" spiego. "Oh, beh. Di' a tuo fratello che ha tutta la mia comprensione."risponde, esasperandomi. “E perchè mai l'avrebbe?" domando, cercando di capire cosa mai abbia questa Versten di così accattivante. "Dolce, ingenua Scarlett."sorride, dandomi un buffetto su una guancia."Sappi che la Verstenen è una preda molto ambita, anche ora che non è proprio nelle sue condizioni migliori. Anche se resta sempre una gran... bella ragazza."
“Non è nelle sue condizioni migliori?" stranita. "Sì. Sua sorella è morta qualche mese fa, proprio qui a scuola. Voi non eravate ancora arrivati. Una Mezzosangue Tassorosso, con un bel visino come lei." Sobbalzo" Alt. La Versten è una mezzosangue?" chiedo, ripensando a quando Aedan mi ha detto, giorni fa, che non lo è. Che abbia mentito? Attendo una risposta quasi sconvolta da un' eventualità del genere. "No, per niente. Altro che Mezzosangue. Suo padre è un mago, mio padre lo conosce perchè finanzia alcuni progetti che lo riguardano. Ma la cosa strana è che sua madre è una ninfa." Sospiro sollevata per lo scampato pericolo. Aedan non mi mentirebbe mai. "Ah. Buono a sapersi" paleso spudoratamente la mia opinione favorevole sotto il fattore "Sangue". Poi realizzo le parole di Jasper, concentrandomi sul seguito. "Le è morta la sorella?"
"Già. Era metà gennaio. Ovviamente non l'ha presa benissimo.Non dirmi che non lo sapevi."aggiunge"Ne parlano tutti, è il mistero di Hogwarts."
"Non lo sapevo. Ma adesso mi stai dissipando molti dubbi sull'atteggiamento della fatina occhi blu." ribatto, per poi rivolgere un sorrisetto. "Povero Jasper. Immagino tu sia assolutamente d'accordo nel volerle elargire comprensione, nel caso in cui lei la desiderasse, dico bene?"
"Magari. Anche perchè dovrebbe piantarla di disperarsi per una lurida Mezzosangue. Ma a quanto pare Aedan mi ha preceduto, beato lui."
" La penso come te. Sui Mezzosangue non è il caso di sprecare una parola in più del nostro tempo prezioso. Si concede loro un'importanza che, nell'effettivo, non hanno. " mi rivolgo ancora una volta al libro, salvo poi avvicinarmi, poggiare una mano sulla sua spalla, ed avvicinarmi maliziosa, ma senza secondi fini, al suo orecchio. Giusto per precisare una postilla alla quale tengo particolarmente . "Ah, Jasp. Giusto per mettere le cose in chiaro. Io sono una finta ingenua. Non dimenticarlo. " sussurro, per poi scostarmi con un sorrisetto furbo, e porgere la matita ancora una volta. " Adesso, però, è tempo di studio."
"Non ho mai avuto dubbi. E ora, che la noia abbia inizio." Ridacchio, tornando al mio posto, cominciando ad elaborare, insieme al mio compagno di studi, la relazione assegnata.
Mai parlare con Jasper mi aveva fatto così bene. E penso proprio, che mi ritroverò a farlo più spesso.
In fondo…siamo principi, no? E lui…si. Posso dire, adesso, che senza dubbio è un amico.
È un momento tranquillo.
Ed ha lasciato Violet. E Scarlett è pronta a prendere il suo posto, dopo essere diventata la sostituta ufficiale di Eve.
Sbuffo, annoiato dal compito di Pozioni. Che voglia: devo enunciare e descrivere i quindici modi d’uso del Siero Obtortus. Li conosco a menadito. Ma scrivere è un altro paio di maniche.
Seduto nella Sala Comune, mi lascio dondolare all’indietro. Tutti gli studenti del quinto e del settimo sono intenti a ripassare, studiare e quant’altro. Jefferson Lennard leggiucchia il tomo di Incantesimi senza eccessiva gioia, mentre Klaus McDowning, accanto a lui, ripassa Trasfigurazione e ogni tanto lo guarda in adorazione.
Violet entra, e, nel vedermi, alza gli occhi al cielo; il suo viso si contrarrebbe in una smorfia di disgusto, se non fosse una vera lady inglese.
Una distrazione dallo studio, ecco quel che mi ci voleva. Mi alzo e vado a sedermi accanto a lei. “Buongiorno, Traviston.”
“Buonasera, Lewis. Fra poco si cena, se non te ne sei ancora reso conto.”
Ah, la piccola vipera del mio cuore è tornata, dopo essersi raddolcita nei miei confronti si è trasformata ancora in un Basilisco. “Allora…buonasera. Come vanno le cose?”
“Se l’amico Norwood ti ha mandato a controllare come sto, cosa di cui francamente dubito, ti assicuro che non mi sto struggendo di dolore.” No, direi proprio di no. È bella e curata come al solito, e, per quel che ne so, le ragazze depresse per amore tendono alla trascuratezza. Ho anni di esperienza, sì. “Dunque, hai già trovato qualcuno per sostituire il mio fedifrago amico?”
“Non sono per niente affari tuoi.”
“Oh, andiamo…un po’ di pettegolezzi non fanno mai male.”
“Deirdre ti caverebbe gli occhi se ti vedesse mentre parli con me.”
“Carina come mossa per mandarmi via. Sappi che io faccio ciò che voglio, mia piccola goccia di fiele.” Dall’espressione del suo volto, tutt’altro che amichevole, capisco che sta per coprirmi di insulti…anzi, no. Sarebbe più nel suo stile gelarmi con una frase, una sola ma detta con tutto l’odio di questo mondo.
L’arrivo di mia sorella la interrompe. “Jasper, lascia in pace la signorina Traviston. Ne ho già viste abbastanza triturate dalle tue mani.”
“Non c’è pericolo, professoressa.”ribatte Violet.
Martine scoppia a ridere. “Jasp, stai perdendo il tuo tocco?”
“Quello mai. È solo che Traviston è immune al mio fascino, ecco il mistero. Cosa ci fai qui?”
“Devo parlare con Morkan, un tuo compagno. Rischia la bocciatura in Aritmanzia, a giudicare dai voti del mio predecessore.” Le indico un ragazzo alto e dinoccolato [Morkan è il Cercatore di Serpeverde, fra l’altro], che sta facendo bisboccia con il suo gruppo, e Martine si allontana.
Prima che possa rivolgerle la mia attenzione, Violet Traviston e già in piedi e si dirige verso il dormitorio femminile.
Eve non tornerà più.
Me lo ripeto da una mezzora. Da quando l’ho saputo da Deirdre, ieri in riva al Lago Nero, questo pensiero vaga nella mia mente, frammisto alle solite considerazioni scolastiche e\o sentimentali.
Eve non tornerà più.
All’improvviso, avverto un senso di vuoto.
E un’altra sensazione. Di cambiamento.
Sono cambiate così tante cose quest’anno…tutto è iniziato come al solito, ma poi il Destino ha iniziato a giocare con noi, intrecciando e disfacendo i fili delle nostre vite.
Io ho combinato disastri a non finire, iniziando con Belinda per concludere con l’episodio di Pennington. Ed ha iniziato la sua personale ricerca della verità. Deirdre ha dovuto affrontare il mio tradimento, la lontananza di Eve, l’arrivo di Violet Traviston.
E poi, Tom Riddle. Tom Riddle, questo ragazzo con il viso aristocratico di un principe e l’anima nera di un demone. Tom Riddle che ci ha illuminati con la sua luce, che ci ha infuso nuova speranza nei suoi, nei nostri ideali di purezza.
Tutti questi pensieri mi attraversano la mente mentre la voce monotona di Ruf si dilunga nello spiegare le vicende della Settima Guerra dei Goblin contro i Folletti.
Fuori dall’ampia finestra gotica, una pioggia battente scroscia sul Parco e sul Campo di Quidditch. Questo clima uggioso mi invoglia al sonno, e invece, penso con un brivido, oggi pomeriggio mi attende un allenamento.
Fra le altre cose, abbiamo bisogno di un nuovo Cercatore. Forsythe, dopo aver cercato di far fuori il suo collega Grifondoro che gli aveva rubato la più bella testa di ricci biondi della scuola[ammirevole intenzione, ma forse un po’ troppo plateale il gesto di farlo precipitare da trenta metri], era stato sospeso e in seguito ha continuato a studiare in privato. Morkan, il suo sostituto, è un buon giocatore, ma il suo rendimento scolastico è in crollo libero e quest’anno ha i G.U.F.O., dunque deve smettere e concentrarsi sullo studio. Quindi siamo senza Cercatore, alè.
“Ha smesso di piovere. Il fango la fa da padrone, ma perlomeno ha smesso di piovere.”mi dice, Somerville, il capitano della squadra, accogliendomi con una pacca sulle spalle. “Facciamo la solita partitella d’allenamento. Fai il Cercatore, intanto che aspettiamo di trovarne uno decente.”aggiunge.
Due ore dopo torno negli spogliatoi decisamente malmesso e con un male incredibile alle gambe. I Cercatori hanno proprio una vita grama. Mi rilasso sotto la doccia più del solito, e quando ne esco per andare a cambiarmi, ci sono già un paio di giocatori di Corvonero. Micheal Parker e Aedan Lywelyn. “Ciao Aedan!”lo saluto con cordialità. “Salve Jasper. Come va?”
“Non c’è male grazie. E tu? Ti stai ambientando?”
“Abbastanza. Non mi perdo più per questi labirintici corridoi, il che è già quacosa.”
“Tua sorella mi pare che si trovi benissimo qui.”
“Ha sempre desiderato studiare ad Hogwarts.”dice, mentre indossa la divisa blu. “Odiava Durmstrang.”
“La capisco! È un posto provinciale…”affermo.
Finisco di rivestirmi e mi infilo il mantello, salutandolo e uscendo nell’aria fredda per tornare a scuola.
Lancio, nel vero senso della parola, la borsa sul letto. Edward, immerso nella lettura di un dizionario di gaelico, inarca le sopracciglia e mi fissa. “A volte sei di una grazia…”dice sorridendo. “Lo so, neppure la regina d’Inghilterra può competere. Vuoi smetterla con il gaelico? Tanto Scarlett lo conosce benissimo.”
“E allora? Se conosco due parole, tanto meglio, no?”
La mia innata pigrizia non mi consente di dare risposte affermative. “Scarlett ti cercava, a proposito. Per il compito di Incantesimi.”
Oggi non ho proprio requie.
Oggi Peter ci ha convocato sul campo alle cinque e mezzo per l’allenamento di Quidditch.
Manca ancora almeno un’ora abbondante, ma io sto già uscendo dalla scuola, con la mia borsa. La scopa è nello spogliatoio. Cammino a passo lento, godendomi il sole che splende luminoso. Una vera giornata di primavera.
Raggiungo gli spogliatoi, e appoggio la borsa.
Sento lo scroscio della doccia: qualcuno deve essersi attardato per riprendersi dopo una sessione stancante. Infatti ci sono alcuni abiti appesi, e un paio di scarpe abbandonate. La borsa che intravedo non ha insegne particolari.
Mi tolgo la giacca e faccio per sfilarmi il maglione leggero, quando sento dei passi alle mie spalle.
Mi volto.
Il mio cuore si ferma un istante per poi cominciare a correre come un cavallo imbizzarrito.
Sotto l’acqua non posso fare a meno di annullare il mio io per qualche attimo. La doccia, già prolungata per troppo tempo, si rivela rilassante e compiacente per corpo e spirito.
Chiudo il getto, avviandomi negli spogliatoi, lego un asciugamani in vita, mentre con un secondo scompiglio i capelli eliminando l’umido in eccesso.
Mi fermo, di scatto, notando all’ingresso dell’ormai vuota sala avvolta dal vapore una figura che conosco. Bene.
Che ho sognato, anche.
Julia di fronte a me, silenziosa.
Nello specchio dei suoi occhi azzurri nei quali mi sono perso e mi perderei. Mi sento un bambino, forse. Dovrei avvicinarmi? Forse. Ma la sola cosa che penso, non appena la guardo, è la voglia di spingermi vicino a lei e baciarla. Baciarla come mai ho fatto. Baciarla fino allo stremo del respiro. Silenzioso, la osservo.
Parlami…
Aedan Lywelyn è di fronte a me, coperto solo da un asciugamano. “Ciao.”dico.
La cosa più stupida del mondo. Aedan ha un’espressione che non gli avevo mai visto. I suoi occhi fiammeggiano, quasi. E devo farmi forza per concentrarmi su di loro e trattenere il mio sguardo dallo scendere, sul petto, sugli addominali, sull’asciugamano con le sue cifre…
Sento che sto arrossendo, cosa che non mi è mai capitata con un ragazzo.
Cosa mi sta facendo?
Non risponde al mio saluto. Stringe i pugni, e poi rilascia le mani.
Aedan, non hai idea di quanto io sia tesa.
Finisco di togliermi il maglione e resto solo con la maglietta a maniche corte che il bel tempo mi aveva spinto a indossare.
Mentre muove un passo verso di me, Aedan mormora: “Ti vesti sempre troppo poco, Versten. Non puoi pretendere che io resti indifferente.” Infatti non lo pretendo.
Mentre ascolto quelle rosee labbra pronunciare quella che per me risulta come musica, il mio passo diventa una vera avanzata. Con una falcata ampia la raggiungo, portandola volutamente contro la porta dello spogliatoio, verso la quale allungo la mano per chiuderla del tutto, tendendo un braccio. “Così va meglio…”un sussurro malizioso, per niente tranquillo. La voglio, e la voglio come mai l’avevo voluta prima.
Mi avvicino alle sue labbra, sfiorandole mentre le accarezzo con il dorso della mano la guancia, scivolando poi fra i capelli. Sulla nuca.
Stavolta, nessuno mi può fermare. Ed anche se ci provassero, probabilmente non lo farei.
La bacio, lasciandomi trasportare da quell’amplesso di piacere ed emozione che brucia in corpo, facendomi trasalire.
Julia Versten è lì, ed io non voglio farla scappare.
Così incateno le sue labbra alle mie, mentre con movimenti lenti le mordo appena, regalandole un bacio carico di passione ma anche di dolcezza. Non solo il fisico viene trascinato da lei stessa, ma ogni cosa.
E questo “ogni cosa” risulta essere più grande, più devastante, più accattivante.
Sensuale.
Il corpo di Aedan Lywelyn preme sul mio, mentre mi bacia con una passione di cui non lo immaginavo capace.
Una sensazione calda e avvolgente sale dalle mie viscere, una sensazione che non ho mai provato, in ogni caso non in modo così travolgente. Non so bene cosa sta succedendo, ma voglio che continui.
Mi stacco per un istante da lui, che si irrigidisce. Voglio guardarlo negli occhi per un istante. “Aedan…” Non mi lascia tempo di concludere la frase, e mi chiude la bocca con un altro bacio.
Lascio scorrere le mani fra i suoi capelli bagnati,sulla sua schiena ancora umida…il suo profumo ora è più forte che mai, mi stordisce e mi fa dimenticare tutto, una sorta di droga.
Lo stringo forte a me.
Il solo pensiero che la mia mente ripete è: “Non andare via, non andare via.”
Vorrei ascoltarla. Forse sarebbe giusto, corretto. Ma non posso rischiare, non stavolta.
Questo bacio di ghiaccio mi ipnotizza. Sanando la ferita dell’abbandono precario dell’ultima volta. Le sfioro i fianchi, le mani corrono sulla sua pelle, sotto la maglia.
Scosto le mie labbra, dividendo quegli attimi mentre la sollevo, portandola sul ripiano. Seduta, mentre la mia bocca scivola, lasciva, sul collo. Lambendone la pelle che profuma di fresco. Di buono.
Risalgo, di fronte a lei. Sorrido leggermente, sussurrandole: “ Julia…” nell’accento che lei adora.
Sfioro la sua pelle, sotto la maglia. Vorrei che questi attimi durassero per sempre.
Dice il mio nome. Come l’ultima volta.
Ci allontaniamo un istante, mentre mi tolgo la maglia.
Ecco, forse è questo che spezza il momento. All’improvviso mi ricordo di sua sorella, dei Serpeverde, di Riddle…di mia sorella.
Mi blocco, mentre lui bacia il mio collo. Non mi vede in viso, ma subito avverte che qualcosa è cambiato. “Julia?”ripete. Ma con un altro tono.
Mi divincolo, rimettendomi la maglietta che mi sono appena sfilata. Mi allontano da lui, poi mi giro. Non posso non guardarlo negli occhi, anche se ho paura di quel che potrei vedere.
E tuttavia vorrei tanto che non se ne andasse.
Scuoto un attimo la testa, tornando alla realtà dei fatti. Julia si scosta come una furia sciogliendo quel bacio che ha legato entrambi. Rimango spiazzato, leggermente confuso, forse.
La osservo, di spalle. Mi avvicino di qualche passo, senza pretendere nulla. “Ho fatto qualcosa di sbagliato?” – sussurro, vicino al suo orecchio. Con la chiara convinzione che VOGLIO che mi dica cosa le balena in testa.
Sono stanco, dei silenzi. Delle parole a metà. Ma ancor più dei baci spezzati, degli attimi rotti. Stufo.
E se esiste una spiegazione a tutto questo, voglio saperla. E desidero, che sia proprio lei a darmela.
Non lo so se hai fatto qualcosa di sbagliato, Aedan. Di sicuro sto sbagliando io.
Prendo i suoi vestiti, ancora appesi e glieli porgo. Non posso stargli vicino, se non si copre. Mi copro il viso con le mani mentre si riveste, mentre sento un pianto fatto di tensione che preme sui miei occhi.
Poco dopo, indossa una maglietta e i pantaloni. Io mi sono calmata, nel frattempo. Calmata…che eufemismo. Diciamo che posso offrire una parvenza di tranquillità. “N-Non è…”inizio.
Prendo fiato. Poi riprendo: “Scusami, sono io. Tu non hai fatto nulla che non va, e anche se fosse stato così, sarebbe colpa mia che ti ho lasciato fare.” Tace, mentre vedo una rabbia violenta che fa mutare la sua espressione. Stringe i pugni. “Ho tante cose per la testa, Aedan. Tante. Non so bene come comportarmi, in nessun frangente. Credimi.” Sta lì, fermo, in attesa che io gli dia una spiegazione migliore, che non ho. Forse l’ho impietosito, il suo viso si addolcisce.
Cosa faccio? Cosa posso fare?
Se mi avvicino, ricomincia tutto.
Julia, insomma! Dimostra un po’ di autocontrollo.
Muovo due passi malfermi, e lo abbraccio per un istante, ma mi stacco subito. Mi devo staccare subito.
Ascolto le sue parole, sento sulla pelle il suo abbraccio fugace. E sento, distinta e bruciante, la sua necessità, direi, di starmi lontano. Vorrei poter leggere la sua mente, adesso. Cercare di capire cosa si cela dietro quegli occhi azzurri. Almeno darei una spiegazione logica per placare la rabbia che sento, rabbia che non è indirizzata verso lei, ma verso me stesso, verso quello che stavo per fare. E che forse lei non voleva come me.
Sospiro. “Ti credo.”comincio“Non serve giustificarsi. Non ne vedo motivo. E soprattutto….nessuno ti forza, per nessun motivo al mondo, chiaro?”sto per tendere la mano, vicino al suo viso.
Mi fermo un attimo, fissandola. Quasi stessi combattendo con il mio io per capire se è giusto o meno farlo.
Ignorando la voce interiore che sibila attenzione, le sfioro con la punta delle dita la pelle. Sorridendo leggermente. “Non preoccuparti.” è la sola cosa che riesco a dire. Sarà stupida, ma è la realtà.“Non preoccuparti”dice, sfiorandomi il viso.
Poi aggiunge con tenerezza, alzandomi il mento: “Sorridi, su. Non fare quel visino triste.” È un santo, questo ragazzo dal viso di lupo.
Sorrido sul serio, divertita da un pensiero che mi colpisce all’improvviso: “Prima tua sorella, ora io. Saremo sempre interrotti, io e te.” Non so cos’ho detto di così grave, ma Aedan si irrigidisce e lascia cadere la mano lungo il fianco. Poi si volta, e si mette la giacca.
Io resto paralizzata. È il tuo turno, Julia.
L’argomento “Scarlett” suona come una nota stridente in quel momento che stava assumendo contorni più morbidi, dopo l’incomprensibile allontanamento.
Indosso la giacca, e la sciarpa. Leggermente assente. Non voglio riversare su Julia delle ansie mie, ma quando si parla di cose simili, perdo la malleabilità, che già di per sé è un tantino assente.
Chiudo la borsa, portandola sulla spalla. E mi rivolgo a lei. “Credo sia ora del tuo allenamento.” le dico, senza freddezza nella mia voce. Forse con un pizzico di amarezza mal mascherata. Mi avvio, passandole di fianco. Ma prima di andare poggio un bacio sulla sua guancia. Senza preoccuparmi del ceffone che potrebbe schiantarmi sul viso. “Ci vediamo in giro, Julia.”le sussurro all’orecchio, prima di far scattare la chiave che chiude la porta.
Quel rumore ha chiuso questo momento.
La chiave che scatta, decreta la fine dei venti minuti più pazzeschi della mia vita, dal punto di vista sentimentale. Non tanto per ciò che è successo, quanto per le sensazioni che ho provato.
Mi siedo su una delle panche, e appoggio la schiena al muro.
Poi mi chino ed inizio a togliermi stivali, jeans, maglietta, per indossare la divisa da allenamento: chiudo la cerniera con un unico movimento. Pronta.
Lego i capelli, in disordine dopo le turbolenze di poco fa. Rassettando il mio aspetto fisico, cerco di dare un ordine logico anche ai miei pensieri.
Impresa titanica, ma resa più semplice dalla sua lontananza.
Sto ancora rimuginando, quando iniziano ad arrivare i miei compagni di squadra.
Damian mi saluta dicendo: “Allora, hai incrociato il mitico Lywelyn, eh?”
Damian, se solo sapessi… “Sì, stava andando via. Allenamento supplementare anche per i Corvi. Io vado, inizio a fare un po’ di riscaldamento.” E così esco da questa stanza: non credo che riuscirei ancora a sopportarne l’atmosfera.
Esco velocemente, richiudendo la porta con garbo. La testa scoppia, quasi volesse un attimo di pausa.
Forse esiste un motivo a tutto questo, o forse no. Mentre risalgo, incrocio lungo la mia strada alcuni ragazzi, fra cui uno conosciuto, almeno nell’ambiente del Quidditch, mi pare si chiami Denholm. Che saluta con un cenno della testa atono, che io ricambio.
Via, veloce verso la mia stanza. O la voglia di tornare indietro, potrebbe prevalere sul buon senso.
- E’ assurdo. INCONCEPIBILE. – la mia voce è al limite della sopportazione.
- Possibile, Aedan? Ma io non ti riconosco più! Ma che accidenti ti combina quella fatina tutta occhi blu? Eh? – domando, nervosa.
- Non combina proprio un bel niente, Scarlett. – mi risponde con una voce tranquillissima, forse leggermente assente, la fatina gli fa male. Proprio male. E la cosa non mi piace. Per niente.
- Hai mai pensato al fatto che potrebbe essere una mezzosangue?- domando, leggermente disgustata dall’idea di avvicinamento fra i due. Un Lywelyn con un…ibrido? No! Nemmeno negli incubi peggiori. - Non lo è – ribatte lui, vagamente irritato.
- Oh, scusami sai se ti sto insultando la tua mezza strega – la mia voce è velenosa, completamente ostile. Non verso di lui, ma verso questa eventualità.
Qualcosa nella Versten non mi convince. Qualcosa che va oltre Aedan, e ovviamente il pensiero di loro due mi lascia perplessa, a tratti sconvolta. Vorrei che mio fratello, con un sorriso audace, mi dicesse che si tratta tutto di uno scherzo. E comunque, fortunatamente, ho le carte giuste per rimettergli un pizzico di sale in zucca, che ultimamente sembra esser svanito sotto un paio di battenti occhi blu.
Per carità. – Dovresti cominciare a rifrequentare gente di un certo calibro, Aedan. Alla pari con me e te, il che è molto difficile, lo capisco. Ma comunque non impossibile, se si frequentano i giri giusti – Così dicendo consegno fra le sue mani la pergamena invito al Lumaclub.
-Qui, potrai trovare gente che conta, ed è praticamente IMPOSSIBILE che qualche mezzosangue incappi, e se succede, è soltanto per via di uno spiacevole incidente – spiego, con dovizia.
Ed all’osservazione dello sguardo gelido che mio fratello mi rivolge, sento il sangue gelarsi in vena, come coltre di ghiaccio
Mi alzo, forse appena adirata con la sua cocciutaggine. E con l’idea sempre ferma di volerla rimettere in piedi, la sua dignità purosangue.
- Vedi di presentarti – faccio cenno riprendendo i miei libri – è importante – e così dicendo mi avvio fuori da quella maledetta biblioteca.
Questa storia, deve finire. IO devo vederci chiaro. E soprattutto capire cosa accidenti vuole questa qui da mio fratello.
Nervosa, guardo in giro.
Deirdre. Devo parlarne con Deirdre.
Pare che in giro non ci sia traccia alcuna, né di lei né degli altri due principi. Mi spazientisco, cominciando a ricercarli un po’ in giro.
Se c’è qualcosa della quale non ho bisogno ora, è non trovare loro. Che sembrano tre delle pochissime persone che valga la pena respirino qui ad Hogwarts.
Sotto il porticato, osservo fuori, e noto le loro esili figure avanzare verso la struttura.
Potrei aspettare, ma sento nell’aria una sorta di novità aleggiante, e non posso non sapere di cosa si tratti. Mi avvio.
La raggiungo, in cortile. E la vedo avvicinarsi accerchiata da Jasper e….Edward…Edward??? Incredula nel vederlo solo, senza la “carissima” [ come una macabra allergia ] Traviston, mi avvio verso di loro.
- Eih… - attirando la loro attenzione. - ..vi avevo cercato ovunque. – quasi un rimprovero offeso.
Dè mi rivolge un sorrisone da copertina allargando l’espressione, ora gioiosa, con un:
- Adesso ci hai trovati e siamo proprio tutti. -
Ho il tempo di notare gli sguardi tra lei e Jasper che i suoi obiettivi mi risultano chiari. Limpidi come acqua cristallina, seguiti poi dalla sua conferma.
- …Edward era così solo.. – miagola teneramente, mettendosi sottobraccio con Jasp, che ridacchia divertito.
Sorrido, leggermente stuzzicata dalla situazione.
- Non sia mai che Norwood rimanga da solo. Sarebbe controproducente, immagino. – annuisco, scostando i capelli. Affiancandomi poi a lui stesso, che mi concede un occhiolino audace, degno del più grande marpione della scuola.Sembra che Edward sia tornato, buone nuove, oggi.
- Sala comune?- prima che possano rispondere Deirdre è già protesa in avanti, sembra quasi che abbia una spasmodica voglia di raggiungere il luogo della mia proposta.
Chissà come mai.
Un sorrisetto, nella penombra.
Da lei, posso aspettarmi di tutto. E la cosa mi piace, particolarmente.
Spingiamo le porte,e subito le intenzioni della mia amica mi si palesano davanti come brillante diversivo.
La pruriginosa Traviston è seduta ad un tavolo, e fulmina la nostra folgorante entrata, quasi avesse visto un fantasma poco gradito.
Notando lo sguardo soddisfatto-vincente di Deirdre, deduco che le sue (mie) speranze hanno finalmente fatto capolino.
Si. Sono. Mollati. Mol.la.ti. Sfioro la mano della principessa gioiosa, facendole l’occhiolino. Il cinque, ce lo scambieremo più tardi.
La fastidiosa pulce evita lo sguardo di Edward, e sembra (con mia somma gioia) che lui non lo ricerchi nemmeno, anzi, è talmente preso dalla conversazione concitata e divertita fra NOI che nemmeno ci pensa, alla sua presenza.
Vorrei riderle in faccia, ma la mia compostezza me lo impedisce. Per non parlare poi del fatto che, ho senza dubbio di meglio, molto meglio, da fare.
Arrivederci, Violet “allergia” Traviston. Sei stata una brutta parentesi passeggera.
Doccia, dopo cena è quello che ci vuole per rilassarsi completamente. Nel silenzio della mia stanza, parlo poi con Deirdre, finalmente riusciamo ad avere un tempo da dedicare al nostro fine pettegolezzo.
- Allora – esordisco spazzolando i capelli – Novità brillanti? – chiedo con un sorriso audace, rendendo palesemente vive le mie intenzioni ai suoi occhi. Come se già non sapessi.
Lei sfavilla di contentezza, informandomi.
- Ed ha mollato la simpaticona – dice, ridendo.
- Sia ringraziato il cielo! – le dico, facendo un sospirone teatrale. Divertita.
- Adesso, finalmente non avremo più questa grossa zecca attaccata ad un fianco. Era snervante – la smorfia della ragazza è al limite della sopportazione.
Deve esser stato brutto per lei ritrovarsi di colpo senza due amici.
In fondo, Eveline è andata via, e Vì “allergia” aveva spodestato Edward dal suo gruppo.
Sono contenta che sia tornato tutto come prima. Fondamentalmente per una cosa personale, ma anche per la mia amica. Ricevere uno smacco simile, non deve essere troppo bello.
Per non parlare poi del fatto che la faccia adirata della pulce, è qualcosa di assolutamente delizioso.
-Se si scherza con il fuoco, ci si brucia prima o poi Deirdre. Non dimenticarlo mai. – e così dicendo le rivolgo un sorriso, sornione.
- Se poi il fuoco viene scatenato, è ancora meglio. No? – la sua voce è divertita. - Assolutamente si. – annuisco, fermamente convinta.
- Un po’ come stavolta, giusto? – sorride, portandosi la mano di fronte le labbra, per trattenere una risata con grazia.
- Oh si, stavolta poi…era un fuoco assolutamente splendido. E il rogo finale, l’ho semplicemente adorato. -
- Tutto merito del tizzone da dover bruciare, tesoro. Ci ha riempito la giornata. –
Queste, sono le parole PIU’ BELLE che oggi avrei mai potuto sentire.
Stamattina mi sono risvegliata come l’altro giorno, con un picchiettare continuo alla finestra. Solo che l’altro giorno era dolce, e stavolta era brusco e violento. Cosi` ho dovuto corrrere ancora piu` velocemente dell’altra volta per non svegliare Lory e Susan. La civetta mi ha consegnato la lettera e, proprio mentre la stavo aprendo in tutta fretta mi sono ricordata di cosa avevo scritto io l’ultima volta. Mi sono fermata un attimo, mi vergognavo perfino a leggere la sua risposta. Ma, ripensandoci, forse avrebbe potuto tirarmi su il morale. Cosi` ho aperto la lettera e ho sentito qualcosa che cadeva sui miei piedi.Era una foto mia, di qualche mese fa, che mi aveva fatto la mamma in giardino in mezzo alla neve. Faceva un freddo assurdo quel giorno, e infatti nella foto si puo` vedere quanto mi ero imbacuccata. Portavo un giaccone pesante e un po` spesso, di colore blu chiaro, che andava benissimo con il cappello di lana che aveva fatto mia madre. Non avevo un filo di matita, eppure in quella foto, con il sorriso che illuminava la faccia infreddolita, i capelli castani che fuoriuscivano dal cappello e le guance rosse dal freddo devo ammetterlo stavo proprio bene. Anche se ero seduta con il culo per terra in una montagna di neve e con un cappottone che al minimo duplicava la mia forma.
Sono passata alla lettera:
Cara Alexa,
guarda la foto prima, e poi leggi la lettera.
L’hai vista vero? E gia` vedo un sorrisetto stampato in faccia. Perche` e` in quella foto che si cela la risposta a tutte le tue domande. Non so chi sia questo Jasper Lewis, ma aime`, io nella mia vita ne ho incontrati pure troppi. Gente senza cuore, che ferisce gli altri per sentirsi migliore, per farsi piu` bello davanti agli occhi degli altri. Mentre in realta` non meriterebbe la considerazione di nessuno, ed e` molto piu` inferiore di te.
Tu Alexa sei bellissima, sei bellissima appunto perche` non sei come Jasper Lewis, te sei felice nella vita, felice con te stessa e con gli altri. Ti trovi a tuo agio con il cerchio di conoscenze e di amici che ti sei creata, e non hai bisogno di impressionare gente.
Alexa, ti prego, spero di non ricevere mai piu` nessuna lettera del genere. Se c’e` una cosa che mi rende triste e` appunto vederti a te triste. Ricordati che sei a Hogwarts, circondata da amici e da gente che ti vuole bene. Perche` tenere il broncio, dopotutto non sei piu` qua in Michigan ad accudire una vecchia pazza!
Ti voglio bene
Ho riguardato la foto un’ultima volta, e insieme con la lettera l’ho poggiata dentro il cassetto del comodino. Era giusto cio` di cui avevo bisogno, una lettera dolce e rassicurante. E leggendola mi ero accorta di quanto aveva ragione mamma, Jasper era insignificante, non aveva niente a che fare con me, e non dovevo considerare cosa diceva. Per niente.
“Stamattina sei decisamente allegra” dice Susan mentre mi guarda con aria divertita “E anche affamata come vedo”. Chissa` cosa vede lei, cio` che io ho paura di vedere. Una ragazza con i capelli impiastricciati di pezzi di glassa e con la bocca riempita di torta. Ma al momento poco mi importa, dato che non ho mangiato da troppo troppo tempo.
“Alexa non hai mangiato da troppo troppo tempo. Ci spieghi perche` questo digiuno?” Ti pareva. A volte penso che le mie amiche siano telepatiche. Meno male che mi e` impossibile rispondere, data la quantita` enorme di torta che sta occupando la mia bocca.Sento qualche risata, niente di che, solo il Carlisle fan club che trova molto divertente la mia faccia. Ma fulminate da una mia occhiata le ragazzine tacciono e abbassano la testa imbarazzate. Dopo aver spazzolato per bene il mio piatto mi alzo e caricando la mia borsa pesante sulla spalla mi avvio da sola verso Antiche Rune. Mi siedo a uno dei penultimi banchi, oggi sono particolarmente allegra e ho quindi tanta voglia di parlare con qualcuno. Ma mi aspetta la triste fine del banco da sola, Lory e Susan non ci sono, e i miei altri compagni sono gia` seduti tutti assieme. Oggi pero` ho un colpo di fortuna, il discorso della Winckelman viene interrotto qualche minuto dopo l’inizio della lezione. La porta si spalanca rivelando una affannata Rah. La professoressa e` pero` clemente: “Non si preoccupi signorina Page, vada pure a sedersi.”. Improvvisamente mi sorge un’idea, cerco di richiamare l’attenzione di Rah che si gira e capisce subito. Si siede accanto a me e la saluto.
“Ciao! Susan e Lory?”. Ridacchio sotto i baffi, ormai sono associata eternamente a Susan e Lory!
“Susan non frequenta mai Antiche Rune, trova che sia una materia difficile e noiosa. Lory doveva passare in infermeria a chiedere il decotto per il raffreddore… sembra proprio un’epidemia!” Per un momento una pausa interrompe il nostro breve discorso, poi mi viene in mente un argomento che ci accomuna ad entrambe.
“Come sta Cassandra?” mentre formulo questa domanda ripensa a quell’anima fragile di ragazza, che sicuramente adesso sta soffrendo le pene dell’inferno, e una smorfia si forma sulla mia faccia. Rah cerca di calmarmi.
“Sta meglio dice… è molto forte e sembra essersi quasi ripresa. Anche se so bene che se mi sentisse ora direbbe che si è ripresa del tutto.”
“Certe cose lasciano il segno… non so se riuscirei a riprendermi se mi venissero a mancare Susan e Lory.” Un pensiero tira l’altro sono arrivata a questa conclusione. Cosa farei io senza i miei cari? Ci avevo gia` pensato quando mamma stava male, la sola possibilita` di perderla mi faceva impazzire. La morte di Ida e` successa cosi` d’improvviso, nessuno si aspettava un avvenimento del genere dopotutto. Potrebbe succedere a chiunque...Con questo brutto pensiero in mente taglio corto alla conversazione, forse concentrandomi in Antiche Rune riesco a dimenticarmi questo treno di pensieri tristi.
Finisce la lezione, Rah prende i suoi libri ed esce dall’aula. Io butto tutto alla rinfusa nella borsa e la rincorro fuori.
“Rah che ti prende?” gli chiedo. Durante la lezione l’ho osservata, l’ho vista pensierosa, a disagio, triste. A me non sfuggono queste cose. Lei evidentemente ancora non mi conosce bene per saperlo. Infatti mi risponde dicendo che sta bene e non e` successo nulla. A questo punto mi esaspero: “Senti, capisco che non abbiamo confidenza però questo te lo devo proprio dire. Cassandra ci tiene molto a te. Il ricordo di Ida non cambia la vostra amicizia. Ho sentito la discussione che avete avuto in Sala Grande da poco e so che hai paura e che non hai mai avuto delle vere amicizie ma… devi crederci per una buona volta!”. Oh! Che sollievo! Immediatamente la mia espressione di sollievo si transforma in una di sorpresa, Rah e` scoppiata a piangere. Ma letteralmente scoppiata, e` come se tutto il pianto che si e` tenuta dentro e` uscito proprio in questo momento. Gia` vedo qualcuno che si e` girato e ci guarda con aria interrogativa cosi` prendo per un braccio Rah e la porto in un luogo piu` appartato. Lei mi ringrazia con voce flebile e continua a piangere. E` strano, non sono mai capitata in una situazione del genere. Non ho mai dovuto consolare una persona cosi`, senza parole, solo standogli vicino e facendole sapere che io ci sono.
“Alexa ascolta potresti avvisare Lumacorno che arriverò un po’ in ritardo… Digli che non sto bene.” Mi chiede una volta calmata.
“Sicura che non vuoi compagnia?”
“Credo che tu abbia già avuto troppi problemi con lezioni marinate. Ho sentito per caso la Bonnet che te ne parlava.” Apro la bocca per contestare ma lei e` piu` veloce e aggiunge “Non è un rimprovero. Sono sicura che qualsiasi motivo avessi per marinare la lezione l’altra volta era migliore di questo. Non preoccuparti.” Sorrido. E` stato stupido da me pensare che lei volesse farmi la predica. Mi avvio allora da sola ai sotteranei. Davanti alla porta mi aspetta impaziente Susan.
“Oh! Ma dov’eri?”
“Stavo con Rah, poverina lei...”
“Con Occhi di Mandorla? Perche`?” risponde Susan un po` adirata. Ancora turbata dalla sua reazione rispondo.
“Perche` no scusa? E` tanto simpatica!” Arriva Lory, che ha sentito la nostra conversazione.
“Infatti si Susan, che problema hai con lei?”
“Non ho un problema. Quella volta che abbiamo parlato a pranzo, be` appunto non abbiamo parlato! E` proprio una noia di ragazza, non sa comunicarsi!” Susan rotea gli occhi scocciata. Ripensandoci la mia reazione e` stata un po` precipitosa, e` comprensibile che Susan abbbia reagito in questo modo. Lei e` molto selettiva nelle conoscenze e amicizie, gli piace la gente spontanea e con un senso dell’umore particolare. Io pero` non sono una ragazza spontanea, ma bensi` molto timida e impacciata, quindi sono l’eccezione alla regola.
“Ma che ne sai te! Non la conosci neanche, e` una ragazza molto dolce e sensibile che si trova in una situazione difficilissima. E se parlassi sul serio con lei scopriresti anche che ha molto da raccontare e che e` divertente” rispondo decisa.
“Gia`, anche Cassandra parla molto bene di lei. Non puoi giudicare cosi` su due piedi Susan, dagli un’opportunita`!”. In quel momento Lumacorno ci chiama ed entriamo in classe.
“Professore, Rah si sente poco bene, ma arrivera` a momenti” gli dico, mantenendo la mia promessa.
Un po` di tempo dopo arriva Rah, ha gli occhi ancora arrossati, ma forse li noto solo io che l’ho vista piangere prima. Lumacorno le chiede se sta bene.
“Si si signore” risponde. Si gira verso di noi e io e Lory gli rivolgiamo i nostri migliori sorrisi. Mi giro verso di Susan e con una gomitata ottengo una smorfia che puo` passare per un sorriso. E anche questa e` andata.
Mi affretto a raggiungere la biblioteca, dove già so che mi aspetta una Scarlett al limite fra l’isterico e l’atomico.
Chiudo la porta, sedendomi al suo tavolo, esattamente di fronte. “Allora? Il compito per il quale ti serviva aiuto?” – le domando, con calma. “ Smetti di dire scemate, Ae. Ti ho visto con quella là.” – mi lincia, immediatamente prima che continui. Io incrocio le mani sul tavolo, per poi portarle sotto il mio mento. “ E allora?” – il mio tono ha un velluto sottile di sarcasmo verso la sua reazione. “ Allora??? Non la conosci nemmeno!” – mi rimprovera, mantenendo un tono di voce moderato, ci bastano gli occhi a saettare adirati verso di me per compensare le eventuali urla. “ Scarlett. La conosco quel tanto che basta.” – le dico, leggermente stanco della discussione. “ E se fosse una mezzosangue, ci hai pensato? Mh?” – irrompe con forza poggiando le mani sul tavolo.
Scosto il gomito, sporgendomi verso di lei. “ Visto che ti interessa tanto. Non lo è.” – le sibilo praticamente di fronte. “ Sarà meglio per te. Che il nostro sangue sia macchiato da una impura mi sembra indicibile” – scivola tranquilla sulla sedia. “ Scarlett. Non riesco più a seguire la tua avversione per i mezzosangue, mi dispiace”. Sembra che le stia rifilando un insulto,vista la sua reazione.
Si alza, portandosi di fianco a me. “ Ti sei bevuto il cervello? Eh, Aedan? Ma che ti sta facendo quella ragazza tutta occhi blu?” – domanda. E sento nella sua voce, oltre la rabbia, una sorta di apprensione.
Una apprensione che mi riporta alla realtà dei fatti che lei, Scarlett, è mia sorella.
Le accarezzo i capelli sulla nuca, teneramente. “ Non mi sta facendo nulla. Anzi, ti assicuro che è di una dolcezza disarmante” – le dico. “ Non mi pare proprio” – incalza, storcendo il naso. “ Di sicuro è più dolce di te” – la prendo in giro, sperando che la situazione perda i contorni della lite. Lei mi fulmina, capisco di averla presa in contropiede più del dovuto. “ A volte” – aggiungo, per salvarmi da ulteriori ramanzine. “ Aedan, vedi di non farmi girare le eliche” – mi bacchetta, per poi porgermi una pergamena. “Mh?” – le domando, osservandola. “ Cerca di cominciare a valutare le cose realmente importanti, e soprattutto a frequentare gente che conta.” – srotolo il foglio in carta ingiallita, vagamente elegante. “ Un invito.” – leggo. “ Al Lumaclub. Bada che solo gli studenti più meritevoli ne ricevono uno. E lì è rarissimo, per non dire impossibile incontrare mezzosangue” – sembra che ci tenga a precisarlo.
Io la fisso, e credo che nel mio sguardo risieda quel pensiero che, in me, si sta facendo largo. Poiché noto il lento dilatarsi delle pupille di Scarlett, quasi avesse visto un fantasma. “ Non mancare” – precisa, prima di alzarsi.- “ è importante” – torna a ribadire, per poi inforcare la via dell’uscita.
Ho trascorso il pomeriggio intero, dopo lo studio,a vagare per la struttura, addirittura sono riuscito a trovare, nelle soffitte un piccolo giaciglio di cui, credo, nessuno conosca l’esistenza.
E’ piccolo, con un tetto leggermente spiovente, ed una finestra che si affaccia sul cielo.
Rilassante e silenzioso. Penso proprio che tornerò spesso qui, ogni volta che vorrò abbandonare il trambusto di Hogwarts. E le sue “Leggi non scritte”.
Detesto che mi si dica cosa è giusto fare. Ho una testa. Mia. E solo mia.
E se fossi un lupo, ululerei alla luna che alta si staglia nel cielo. Perché io, sono stanco. Mortalmente stanco. Sospiro.
Scendo dirigendomi alla sala comune dei Corvonero. E’ sera ormai, e forse sarebbe anche ora che io dormissi, sperando giustamente di farcela. La finestra, l’ampia vetrata ai limiti della stanza, mi attira. Ed io mi avvicino, osservando i giardini, ed alcuni ragazzi che si divertono a trasgredire le regole correndo per non farsi vedere.
Le dita corrono sul vetro, come se scivolassero sull’acqua. E l’impensabile torna. Ho baciato Julia Versten. Perché l’ho fatto.
Perché oggi non mi sono fermato, quando è arrivata Scarlett. Perché ho continuato, sebbene l’incantesimo fosse stato spezzato.
Mi sono avvicinato a lei e….l’ho sfiorata. Labbra su labbra per un istante che è sembrato infinito.
Julia, tu si che mi stai dando problemi.
E sulla veste, sento pallidamente ancora il profumo della sua pelle.
Somiglia alle rose della serra. Delicato. Inebriante. Proprio da lei.
Evidentemente sono troppo distratto per ascoltare i rumori attorno a me. La porta si apre, sento pronunciare il mio nome.
Da una studentessa con fluenti e morbidi boccoli biondi.
Aguzzo sguardo e mente. Cercando di ricordare.
Punto leggermente il dito, abbandonando la mia posizione vicino la finestra, raggiungendola. “ Audrey, dico bene?” – le domando, con gentilezza. “Dici bene” – mi risponde con un sorriso – “non si dorme?” “ I lupi sono animali notturni, non lo sapevi?” – le dico, accomodandomi sul divano – “ e tu allora?In giro per appuntamenti?”
“Si, appuntamenti nefasti, ma appuntamenti” – mi informa, sprofondando praticamente al posto di fianco al mio. “Eh?E perché? E’ scoppiata l’apocalisse e non lo sapevo?” – domando, leggermente ironico. “ Si, e si chiama Julia Versten” – incalza, leggermente preoccupata in volto.
Eccola che torna, possibile? Sempre in mezzo. “ La Versten?” – chiedo, e non sembro per niente disinteressato. “ Si, la Versten” – rimarca, ed il suo sguardo si fa grave. – “ è SEMPRE con il mio fidanzato, Halbury. Comincio a pensare che possa avere mire di qualche tipo nei suoi confronti”- mi confida.
Io sorrido, e le scosto una ciocca per poi dare un buffetto sulla fronte. “Dubito che abbia mire di alcun genere” – la rassicuro “Si, e sentiamo come fai ad essere così sicuro?” – leggermente incredula, sebbene nutra speranza sulla fondatezza della mia ipotesi. “ Abbiamo altri progetti” – le sussurro, scherzosamente confidenziale. Un sorriso, enorme, si stampa sul suo viso. “ E bravo Lywelyn!” – mi acclama, battendo sulla mia spalla. “Grazie grazie” – rido, mimando un inchino prima di congedarmi, ora che il sonno sembra aver fatto capolino. “ Ovviamente, tu non sai nulla. Non mi hai mai parlato” – le raccomando, in atteggiamento vagamente circospetto e molto cinematografico. “ Non ti conosco proprio” – annuisce, convinta. “Questo mi sembra troppo, Aud.” – le dico, inarcando un sopracciglio. “ Che vuoi, è il brio della conoscenza di simili segreti” – esplodiamo in una rilassante risata. “ Bonnenuit Audrey” – le auguro, con un francese leggermente elementare, ma comunque d’effetto. “ Ci vediamo presto.” – le sorrido, avviandomi nella mia camera.
Chi sia realmente Audrey non lo so. Ma ho come l’impressione che sia riuscita a far rilassare questo lupo burbero, stasera.
E Julia, beh….Julia a quanto pare c’entra sempre.
Bene, d’accordo, è tutto a posto. Calma e gesso…
In un ultimo, disperato tentativo di far entrare il manuale di Pozioni nella valigia, mi rimbocco le maniche, inspiro profondamente e, dopo aver lanciato un’occhiata di sfida al mio bagaglio, prendo la rincorsa e mi ci butto a sedere sopra. Cioè, l’idea era quella di buttarmici a sedere sopra, ma non avevo assolutamente previsto alcun tipo di scivolone con ginocchiata rumorosa (e dolorosa oltre i limiti dell’immaginabile) alla sponda del letto. È in momenti come questi che non posso fare a meno di rammaricarmi del fatto che i minorenni non possano usare la propria bacchetta fuori dalle mura scolastiche…
Dubito che siano le mie urla di dolore, quanto piuttosto tutti gli altri rumori sospetti provenienti dalla mia camera, a richiamare mia madre, che si affaccia sulla porta con quella sua solita espressione da “che diamine succede qua dentro?” “Ape, amore, cosa stai combinando?” chiede perplessa, e si direbbe assolutamente poco intenzionata a venirmi a soccorrere in questo momento d’agonia. ”Non Ape, mamma, non Ape!” esclamo innervosita, il ginocchio leso al petto mentre mi accartoccio su me stessa in maniera pietosa, le lacrime agli occhi dal male. ”Ma sei ancora lì con quella valigia?!” il suo tono ha assunto venature di sconcertata incredulità, qualcosa di molto irritante ”E cosa sono quei braghini campagnoli? Vuoi darti una rassettata, per l’amor del cielo? Partiamo tra meno di un’ora, Ape!”
Che bello buttare tutto questo fiato al vento… ”Lo so, lo so” bofonchio, rialzandomi in piedi e scuotendo i pantaloncini campagnoli che mia mamma evidentemente non approva ”Ma ci metto un minuto, giuro”
Lei mi rivolge un’occhiata dubbiosa e, dopo avermi scrutato per un’enormità di tempo, decide che può anche lasciarmi sola con qualche probabilità che non mi ammazzi entro i prossimi trenta minuti, e se ne scompare per il corridoio.
Sbuffo, imprecando tra i denti contro libro, valigia e, già che ci sono, pure cerimonia. In realtà, non ho nulla contro i matrimoni. Davvero, lo giuro, anzi, li trovo piuttosto divertenti. Soprattutto qua, nella Côtes-d’Armor, dove c’è sempre qualcuno che dà il là a qualche ballata bretone, ed è sempre pieno di vecchietti che cercano d’insegnarti qualche massima nella vecchia lingua. Il problema sorge quando, a separare la tua scuola dalla chiesa in cui tua cugina ha deciso di sposarsi, c’è la Manica più una fettina di terra ferma di dimensioni non proprio del tutto trascurabili. ”Polly, muoviti” dice Lucilla passando davanti alla porta della camera, senza degnarmi di uno sguardo. Aggrotto la fronte. Sì, va bene, perfetto, tutti bravi a dire “datti una mossa” ma nessuno che muova uno straccio di dito per aiutarmi. Perché diamine sono l’unica, qui, a doversi sempre portar dietro quintali di libri? ”Ti serve una mano?” questa volta a fare capolino sulla soglia è quel quattordicenne troppo cresciuto di Maurice, le mani enormi tuffate nelle tasche dei jeans, che mi guarda con quell’aria da “non ho decisamente nulla da fare al momento”. ”Oh, grazie, qualcuno con un cuore” borbotto, indicandogli la valigia che versa ancora in condizioni immutate ”Non riesco a chiuderla” ”Ancora non mi sono abituato a questa roba che avete da studiare” commenta, avvicinandosi e sollevando il manuale incriminato, guardandolo con occhio critico ”Per esempio…cosa vi fanno fare, a Pozioni, esattamente?” ”Principalmente frullati di occhi di gallina e spezzatini di lingue di rospo” rispondo splendida, cercando di spingere il più possibile in profondità il contenuto del bagaglio. ”Polly, ma che schifo!” esordisce mio fratello, con tanto di smorfietta disgustata, mentre cerca di incastrare nel modo più funzionale possibile questo benedetto libro in qualche anfratto libero della valigia. Io gli lancio un’occhiata di traverso. Bèh, non sono proprio frullati di occhi di gallina, ma in ogni caso poco ci manca… Maui sbatte violentemente il coperchio della valigia, che si chiude per un attimo tornando poi a sollevarsi quel tanto che basta perché le serrature non possano toccarsi…Mio fratello inarca un sopracciglio. ”Non puoi agitare un po’ quella tua bacchetta e la finiamo qua?” chiede, facendo un vago gesto a mezz’aria con la mano. Bèh, cocco, se potessi farlo non sarei qui a disfarmi le ginocchia…
***
Il viaggio di ritorno mi ha distrutto. Quando varco la soglia del dormitorio, la prima cosa che mi viene da fare è lasciarmi cadere pesantemente su una delle comode poltrone dal rivestimento color ocra che se ne stanno placide nei pressi del focolare. Non è così frequente vedermi accasciata in questo modo da qualche parte, ma devo ammettere che macchina, traghetto e treno, ecco, sono un terzetto davvero mortifero. Avessi avuto un po’ di polvere volante a portata di mano, mi sarei piuttosto sorbita una traversata camino-camino dal soggiorno della casa dei miei zii, in Bretagna, al focolare delle cucine di Hogwarts, ma appartenere ad una famiglia totalmente estranea dal mondo magico ha anche i suoi limiti…
Così, mi prendo i miei meritati dieci minuti di riflessione durante i quali, spaparanzata poco signorilmente sulla soffice seduta, ho il tempo di reimmergemi completamente nel classico e tanto amato brusio della Sala Comune.
”’Giorno Polly” a rompere questo momento di pace interiore, facendomi aprire prima un occhio poi l’altro, è Carlisle Hunnam, appena uscito dal dormitorio maschile assieme ad Eugene, il cui viso pallido appare leggermente vaiato da aloni più scuri ”Com’è andato il matrimonio?” ”Alla grande” rispondo, accompagnando il cenno della mano con un sorriso “anche se lo sposo per poco non ci rimetteva un occhio”
Il rosso mi guarda con un sopracciglio inarcato, al ché io mi stringo nelle spalle “una manciata di riso mal calcolata” aggiungo in risposta a quell’occhiata perplessa, guardando poi verso Eugene, che quanto meno sembra aver colto il riferimento alle tradizionali usanze babbane che invece deve sfuggire a Carlisle. ”E a te che piffero è successo?” domando ficcanaso, alzandomi svogliatamente da sedere, le mani a passare – distrattamente e per abitudine – sui pantaloni da viaggio che ho ancora addosso. Lo sguardo del biondino prende a circoscrivere ghirigori indefiniti nell’aria, mentre lui si stringe nelle spalle, di poche parole come sempre. Va bene, d’accordo, magari non è il caso di mettermi a punzecchiargli il fianco con un bastoncino…promemoria mentale: chiedere spiegazioni a Costance. Carlisle lancia un’occhiata al suo amico e, afferrata la poca voglia di confidenze che ha in questo momento, sfodera un sorriso amichevole che serve da congedo per entrambi ”Ci vediamo in Sala Grande”
Annuisco, raccogliendo la mia valigina da terra mentre loro escono in corridoio. ”Cos’è successo a Eugene Pennington?” domando distrattamente, buttando il mio bagaglio sul letto, una volta entrata in stanza. Costance, sempre biondissima e sempre tutta occhi, seduta sul suo materasso a leggere non-mi-è-dato-di-sapere-cosa, fa un salto che sembra quasi sia appena stata morsa da un doxy. “Per Morgana, Polly, che paura!” esclama stridula, il libro che si chiude di botto a quel sussulto ”Quando sei arrivata?” ”Venti minuti fa” rispondo, buttando il mantello accanto alla valigia ”E ho incrociato Penny e Carlisle”
Coco mi guarda corrucciandosi, con aria di rimprovero ”Dai Polly, non chiamarlo così…”
La guardo divertita, mentre apro il mio baule – rimasto tranquillamente a vegliare sul mio posto letto durante questi giorni di mia assenza – e ne estraggo la divisa scolastica. Non sopporta che dia nomignoli alla gente, anche se sa perfettamente che non lo faccio con cattiveria. È solo che mi piace abbreviare, tutto qui. E, tra Eugy e Penny, sinceramente… ”Ha fatto a botte con un manipolo di serpeverde, pare” mi spiega Coco, con l’aria vaga di una che ha raccolto voci di corridoio e ne ha tirato le conclusioni. Sgrano gli occhi in un’espressione tra l’incredulo e il perplesso ”Cosa? Eugene?” aggrotto la fronte, molto poco convinta “E per quale oscura ragione, scusa?”
Lei sospira, facendo roteare gli occhi ”Lo sai” commenta ”Quelli stanno cominciando a montarsi la testa, negli ultimi tempi” ”Ma Dippet?” domando ”Avrà pur preso qualche tipo di provvedimento!”
Costance si stringe nelle spalle, una faccia che dice “il bollettino settimanale finisce qui”. ”Ma pensa te” bofonchio, l’uniforme stesa sul letto mentre travaso senza troppa cura il contenuto della valigia nel baule ”Questi fanno quello che gli pare…non bastano cretinate come gli schiantesimi, pure le botte…e poi, scusa, pensavo che…” smetto di parlare quando noto che, sul letto accanto al mio, giacciono, ammonticchiati in bell’ordine, un paio di manuali scolastici. Mi guardo in giro per trovare altre tracce di una possibile intrusa, ed ecco che noto un baule che prima non c’era, insieme a diversi effetti personali che monopolizzano il comodino accanto al letto. ”E questa roba?” chiedo, presa in contropiede. ”Ah, già” fa Coco “È di Dorothy” E chi caspita è Dorothy?
***
Uno non può lasciare la propria scuola per poco più di una settimana, che quando torna è successo di tutto. Maltrattamenti, risse, partite di quiddich andate rovinosamente, e personaggi mai visti piombati nella propria camera non si sa bene da dove. In fin dei conti non è che quest’ultimo punto mi tocchi particolarmente, se c’era posto per tre ci si starà anche in quattro, però…
La Sala Grande straripa di gente, il che, generalmente, mi mette sempre di buon umore, ma i postumi del viaggio – davvero deflagrante: il mondo magico, con tutte queste “comodità”, devi avermi leggermente rammollito – si sentono ancora quel tanto che basta ad impedirmi di esibirmi nei consueti “mezza corsetta e tuffo plateale sulle vivande” che puntualmente m’ispira la visione della tavolata stracolma di cibo. Mi siedo quindi con molta meno enfasi del solito dove trovo un buco libero, nei pressi di Costance che è intenta a discutere di non so cosa con un ragazzo del settimo. “Cos’è quella faccia, Pollyanna?” Milo Ashmore allarga un sorriso placido nella mia direzione. Fermo restando che non so come faccia a conoscere un romanzo babbano come Pollyanna, mi limito a rispondergli con uno sbadiglio, ma almeno ho la creanza di mettermi una mano davanti alla bocca. ”Sono provata” dichiaro, annuendo alle mie stesse parole mentre mi riempio il piatto di cibo. Certo, i gamberetti grigi della Bretagna sono deliziosi, ma anche gli elfi domestici di Hogwarts, in quanto a gastronomia, sanno il fatto loro…
Milo mi guarda stupito, come se gli stessi raccontando di aver appena incrociato un elfo domestico che sbacchettava la Fairfax per i corridoi ”Polly stanca? E da quando in qua” ”Credo di avere scarsa resistenza per i matrimoni…” ”Bèh, praticamente hanno portato in negozio questo Augurey” la voce concitata e squillante che arriva da poco più in là fa cadere qualunque sorta di curiosità suscitata in me dal cerotto che Milo porta ad una mano. Alzo lo sguardo verso la ragazza che parla con Carlisle, tutta un annuire e un volteggiare di mani, piccoletta, mai vista prima ”Però, insomma, non sembrava veramente un Augurey. Voglio dire, sai, di solito hanno quel bel piumaggio color verde petrolio, quasi nero…” continua, assumendo di tanto in tanto un’espressione pensosa, gli occhi che si alzano verso il soffitto incantato, per poi guizzare sul suo piatto e, qualche volta, sul suo interlocutore ”Questo, invece…insomma, totalmente bianco. Gli occhi chiarissimi!”
Ridacchio sotto i baffi, lo sguardo sempre fisso sulla ragazzina, facendo dondolare le gambe sotto il tavolo – perché, insomma, proprio fermi del tutto non ci si può mica stare! Un modo di fare assolutamente divertente, questa tipa mai vista. La sua forchetta passa più tempo a tracciare disegni elaborati per aria che ad infilzare cibo! ”E la signora ci dice ‘guardate che il mio pennuto è metereopatico, e non canta quando dovrebbe’…” ”E che cos’è un Augurey?” lo so che non s’interrompe la gente mentre parla, e a maggior ragione se parla come questa ragazza, ma è più forte di me, gesticola talmente tanto che mi vien voglia di partecipare. Bèh, non avevo previsto che una domanda come questa potesse comportare una reazione del genere. Non è solo la ragazza a smettere di chiacchierare, le mani ferme a mezz’aria e una faccia da pesciolino spaesato in viso, ma anche Milo si volta verso di me con aria dubbiosa, mentre Carlisle inarca un sopracciglio. ”Oh, bèh…” borbotta lei, assumendo un’espressione pensosa, come se cercasse di radunare le giuste parole per espormi il concetto. Prima che possa lanciarsi in qualsiasi tipo di spiegazione, Costance – che deve aver troncato la sua discussione appositamente per lanciarmi questo sguardo allucinato – esordisce con un allibito ”Non sai cos’è un Augurey?” ”Come cavolo hai fatto a passare ai G.U.F.O.?” commenta Carlisle sullo scherzoso, ma nemmeno poi troppo, perché la sua bella faccia è lo specchio della Perplessità. Io aggrotto la fronte. Questa poi, potrei anche prenderla sul personale… ”Bèh, ma…” interviene la brunetta, gli occhi che saettano dal rosso a me ”Non è così grave…insomma, non lo so in realtà, non ho mai frequentato una scuola di magia, ma ecco…penso che sì, insomma, gli Augurey non siano tra le creature magiche più studiate…” tutto questo gran giro di parole per mitigare un po’ le occhiate dubbiose dei miei compagni lo apprezzo molto, anche se la metà delle cose che ha detto, per la verità, mi sfuggono… ”Oh, avanti” bofonchia Costance, scuotendo la testa in un gesto nervoso, gli occhi che roteano verso l’alto ”Non si può non sapere cos’è un Augurey al sesto anno…” ”Ma magari…ecco, sì, non so” la ragazza mi rivolge un’occhiata larga, annuendo ”Potrebbe darsi che non ti sia mai capitato di entrare in un negozio di animali magici. Sai, in genere è difficile che qualcuno di nascita babbana frequenti questo tipo di posti…nessuno che abbia mai bisogno di un Ghoul o di uno Jobberknoll, preferiscono tutti quei puzzolenti insetticidi…” ”E questo cosa c’entra?” domanda Carlisle, l’aria di uno che ha decisamente perso il filo del discorso. ”Comunque è assolutamente improbabile che non sia mai entrata in un negozio di creature magiche” continua Coco, annuendo con fare saputo alle proprie parole, parlando di me come se non ci fossi per poi tornare a fissarmi “Insomma, Charlie Pi dove l’hai preso?” ”L’ha trovato mio fratello al fiume” rispondo stringendomi nelle spalle. Milo se la ride sotto i baffi mentre Costance assume un’aria di sconfitta rassegnazione, bofonchiando un ”Non posso crederci” che mi darebbe ai nervi se non la conoscessi da così tanto tempo. ”E chi è Charlie Pi?” chiede la ragazza esperta di Augurey, un’espressione sospesa tra l’interrogativo e il confuso. ”Un musicista babbano” la voce di Eugene si leva da qualche parte oltre le figure di Milo e Carlisle. Ridacchio ”Eh, magari…” commento alzando gli occhi verso lo scuro cielo artificiale che si specchia nel soffitto “È il mio rospo. Charlie Bird Parker, s’il vous plait”
La ragazza esordisce in un risolino divertito, che arresta quando si vede inaspettatamente piazzare la mia mano sotto il suo naso ”Io sono Polly, invece” la informo, e poco ci manca che per raggiungerla non mi sdrai sullo spezzatino. Lei guarda per un po’ la mia mano come se cercasse di trovare il modo più adatto per stringerla, poi sorride ”Dorothy, piacere”
Questa volta sono io a fare una faccia stupita. Ah, ecco, c’era qualcosa che non mi quadrava…la nuova compagna di stanza. Probabilmente ci metto un po’ troppo a fare tutte queste complicate somme d’informazioni, e forse mi si dipingono sul viso espressioni incoerenti, perché la ragazza assume un’aria tipica di chi teme di aver detto qualcosa che non doveva e, con un fantasioso cenno della mano, aggiunge ”Oh, ma puoi anche chiamarmi Dot, ecco…”
Non posso fare a meno di farmi scappare un sorrisino. Questa Dorothy sembra decisamente una a posto. ”Com’è finita poi, con quell'Augurey?” domando, mentre torno a sedermi più o meno compostamente sulla panca. Se normalmente avrei accettato senza storie una neoarrivata nella mia stanza, bèh, posso dire che in questo frangente potrei anche essere propensa a srotolare il tappeto rosso delle grandi occasioni…
Scarlett mi ha spiegato la faccenda. Non so fino a che punto sia stata sincera con me, non la conosco abbastanza per fidarmi di lei. Mi fido del giudizio di Edward, però.
E spero con tutto il cuore che lei possa aiutarlo a placare i suoi démoni.
Sto leggendo un libro sull’Irlanda, nientemeno, per approfondire la mia conoscenza sulla zona del Gaeltacht. Non che ci sia qualcosa di molto interessante, ma così ho l’impressione di fare qualcosa per aiutare il mio amico. Giusto l’impressione, ecco.
In Sala Comune il solito brusio sale all’improvviso per poi fermarsi del tutto: una ragazza, o meglio: una giovane donna, di circa venticinque anni è apparsa sulla porta, sorridente e bellissima. È alta, slanciata, con un caschetto biondo ed un viso dolce. “Jasper!”esclama, avvicinandosi a me e stringendomi in un abbraccio.
Come mai questo splendido esemplare di donna mi conosce? Semplice. “Martine, cosa ci fai qui?!”rispondo, quasi immobilizzato dalla sorpresa.
Non vedo mia sorella da almeno tre anni. Di colpo, i miei compagni di casa si concentrano solo su di lei: le bellezze di Serpeverde perdono un po’ del loro splendore.
Non ci siamo mai visti molto spesso, quindi non sono ancora abituato all’effetto che fa sulla gente. Di solito la prendono per una Veela. Solo che è una strega come tutte le altre, se non fosse per una “certa” avvenenza fisica.
La mia diffidenza verso di lei è causata da un motivo ben preciso: è il braccio armato di mio padre. So per certo che è venuta qui per uno scopo, e non mi resta che scoprire quale. “Possiamo parlare io e te in privato?”mi dice, con un guizzo metallico nella voce e negli occhi verdi.
Come volevasi dimostrare. “Sì, certo. Nella mia camera.” “Quanto tempo che non me lo diceva un bel ragazzo di Serpeverde…!”scherza lei.
La stanza è abbastanza in ordine, per essere occupata da tre ragazzi. Martine si siede accanto al fuoco che scoppietta, nonostante la bella giornata. “Jasper, sono qui per conto di nostro padre.” “Lo avevo immaginato; figuriamoci se Leonard Lewis si muove per la sua prole.”
“Siediti e ascoltami. Non intendiamo in nessun modo lasciare che tu faccia sciocchezze.”
“Cosa vuoi dire?”
Mi guarda con durezza. “Andare in giro a picchiare Sanguesporco non è una soluzione per purificare la stirpe dei maghi.”
Silenzio. “Te l’ha detto Ed.”
“Sì, perché ci tiene a te quanto noi. Quanto un fratello.”
Mi siedo, coprendomi il viso con le mani. Martine mi appoggia una mano sulla spalla. “Io…non so perché l’ho fatto. O meglio, lo so. Dimmi una cosa, Martine. Sean è stato ucciso da Babbani?”
“Sì. Una rissa. A Sean non interessava mischiarsi o meno con i Babbani, gli erano indifferenti...come gattini innocui. Una sera, entrò in un pub di Londra; un pub normale, babbano. Non si sa bene come la cosa sia iniziata, però è chiaro come poi è finita.”
È la prima volta che qualcuno mi parla con chiarezza della morte di Sean. “E i responsabili?”domando.
Martine mi sorride. “Jasper, caro. È ovvio che sono stati neutralizzati.”
Un eufemismo per dire che mio padre li ha uccisi tutti.
Anzi no.
È più probabile che abbia pagato qualcuno per farlo: non è tipo da sporcarsi le mani dedicando tempo a dei Babbani, anche se gli avevano ucciso il figlio.
Realizzo che posso pestare tutti i Mezzosangue che voglio, ma non è così che vendicherò Sean. “I Mezzosangue sono la feccia del popolo dei maghi.”prosegue mia sorella “Ma non è necessario che tu vada in giro a picchiarli; è comprensibile, ma pensa alle conseguenze. Potrebbero espellerti. O quantomeno sospenderti, e di conseguenza farti perdere l’anno. Pensaci bene, Jasper.” Martine ha ragione, non devo dare loro potere su di me, sui miei sentimenti.
Ma soprattutto, non devo farmi scoprire, né ora né mai.
Martine se n’è andata, in un’aura di luce e splendore, come al suo solito.
Molto più efficace di una Strillettera, molto più bella.
Il risultato non cambia, però. Mi sono comportato come un idiota.
Non che mi dispiaccia per il povero, piccolo Eugene Pennington: una lezione se la meritava in ogni caso, non foss’altro per essere amico di quella fogna dai capelli rossi.
Ma io, io sono un Serpeverde, sono un Lewis, sono un Principe.
Cosa diavolo mi è preso?
Ripenso a ciò che è successo.
Tutto è nato dopo aver parlato con Tom Riddle, riguardo la morte di Sean. Le supposizioni del mio capo sono state poi confermate da mia sorella.
Riddle voleva solo aprirmi gli occhi, ed io, folle di rabbia e dolore, ho frainteso il suo messaggio.
Ho subito cercato qualcuno su cui sfogarmi, non pensando affatto alle conseguenze. “Come con Belinda.”dice la mia coscienza.
Pecco di impulsività, e ne sono consapevole.
Come un toro che vede il drappo rosso durante la corrida, mi avvento contro l’avversario e non gli lascio scampo.
Ma così facendo, spesso causo più danni che benefici.
Mentre sono immerso nelle mie riflessioni, Edward entra in camera.
Non dice nulla, si limita a guardarmi; deve aver visto Martine andare via, ed ora aspetta che scarichi su di lui la mia collera.
Niente di più sbagliato.
Mi alzo in piedi, e con tre passi lo raggiungo.
Chino il capo e lo ringrazio.
Mi ha salvato da me stesso.
Tom Riddle mi scruta, mentre ci usciamo dal luogo della riunione. “Lewis, ti è successo qualcosa.”
Annuisco. Come potrei mentirgli? "È così. Ho fatto un errore, ma qualcuno mi ha aperto gli occhi.”
“Lo so.”
Silenzio, solo i passi di una decina di persone che rimbombano per i sotterranei. Poi ci dividiamo, per non destare sospetti.
Riddle si ferma per un istante di fronte a me. “Lascia che il germoglio di ciò che io vedo in te cresca e maturi.”
Poi se ne va, mentre la gioia invade il mio cuore.
Vorrei che tutto il turbinio nella mia testa finisse. Trambusto che non capisco. Che mi rifiuto di capire. Sebbene possa sembrare che le discussioni non mi tocchino minimamente, è sempre bene considerare che io abbia una testa pensante, e in quanto pensante [appunto], esistono degli attimi in cui quest’ultima decide di lavorare fin troppo. Cammino, lungo il cortile, diretto al lago. Voglio estraniarmi, star da solo. Avvolto dal silenzio, tollerante solo verso lo scrosciare eventuale della superficie dell’acqua mossa dal vento.
Sto diventando irritabile. E non è un bene, quando succede. Perché, se e quando capita, le mie reazioni generalmente non sono delle migliori. Da gioviale essere camuffato dall’aspetto di gelo, posso diventare un sadico, cinico essere con poca propensione verso i rapporti umani. Sono abituato alla folla, alla stesso modo in cui sono abituato alla solitudine. Solo, a volte il silenzio risulta fin troppo assordante.
Rischiarando la mente da pensieri indirizzati a valori di sangue e dubbi amletici, attraverso il banco di alberi, mentre la nebbiolina bagna la mia pelle, fastidiosa. Vicino al lago, la sensazione di umidiccio aumenta, mi fermo.
Una figura sulla riva. Una figura a me familiare, verso la quale, al momento, sento dentro come una sorta di attrazione-repulsione che non so spiegare.
Julia Versten, da sola, sulla riva del lago. Ed io, Aedan Lywelyn che la spio [in un certo senso, visto che non mi sono ancora fatto vedere]. Ma come…come sono ridotto.
Seduta sul ‘mio’ molo. Ecco dove sono ora. Vicino all’acqua, il mio elemento.
Ne sfioro la superficie. È gelida, nonostante oggi sia una giornata quasi primaverile.
Mi concentro: pochi istanti dopo, sul palmo della mano fluttua una sfera di acqua trasparente, depurata da tutto ciò che rende torbida la superficie del lago.
Posso cambiarle forma. Un gioco che risale fino ai tempi dell’infanzia, nella mia bellissima Oslo. Posso darle la forma di un viso per esempio. Ida, è la prima. Poi Georgiana, e Sebastian.
Senza ragione apparente, mi ritrovo a pensare alla mia fuga da Aedan Lywelyn. Tutto per una domanda non posta. Chiudo gli occhi.
Quando li riapro, l’acqua ha assunto i contorni del suo volto.
Stranito sobbalzo alla vista di quel gioco d’acqua e rivoli di vento quasi irreali.
Sgrano gli occhi, ed avvicinarmi è quasi naturale. Come una spinta che ti porta in avanti, senza una ragione precisa.
“Versten.” la chiamo, a pochi passi da lei.
Lei si volta, per un attimo sembra in panico, mentre l’acqua che si era sollevata formando un volto poco definito, ricade sullo specchio trasparente, mischiandosi all’altra.
Porto le mani nelle tasche dei jeans, guardandola.
“Ti ho forse interrotto?”domando, con garbo. Lei scuote la testa, non rispondendo immediatamente. Mi avvicino di più, sedendomi al suo fianco senza essere stato invitato. Se esiste un modo per dissipare i miei dubbi, forse, è proprio quello di tenerla il più vicina possibile.
“Versten.”dice la voce di un ragazzo, mentre i suoi passi si avvicinano.
Mi volto, perdendo la concentrazione. Il volto d’acqua di Aedan Lywelyn si dissolve nel lago, mentre quello reale ora è accanto al mio.
“Ti ho forse interrotto?”
Scuoto la testa, ringraziandolo col pensiero per avermi deconcentrato: ci mancava solo che vedesse il suo ritratto fluttuante sulla mia mano destra.
“No, affatto. Stavo solo giocando un po’.”
“Ho visto…di cosa si tratta? È un incantesimo?”
“No, è…una cosa di famiglia.”
Sollevo di nuovo una piccola quantità d’acqua.
“Una cosa di famiglia?”domanda incuriosito.
“Sì. Mia madre è una creatura dell’acqua.”
“Una ninfa?!”
Annuisco, mentre plasmo la sfera trasparente. Ora ha l’aspetto di una slanciata figura femminile.
“Non mi stupisce tua madre sia una ninfa. Si vede, altrochè se si vede!”esclama ridendo. Poi si ricompone e aggiunge:
“Sapevo che eri particolare, ma non fino a questo punto. Una…ehm, ninfa del lago di Hogwarts?”
“No. Dei fiordi norvegesi. Io non sono inglese.”
“Neanche io.”
“Dal cognome avevo dedotto. Irlanda?”provo a chiedere.
“Mi dichiaro colpevole.”mi risponde sorridendo. I suoi occhi azzurri si accendono di una scintilla.
“Parlami della tua terra.” Dico .
“La mia terra…mh… la mia terra è semplicemente splendida.” il mio sguardo si perde nella superficie del lago mentre con le parole intreccio scenari verdi e storie antiche, di popoli che credono nella magia. Di streghe e maghi. Di regioni e zone.
“E poi…poi c’è la mia famiglia. Irlandesi D.O.C.”dico, con un sorriso, ripensando ai componenti Lywelyn.
“I tuoi genitori sono entrambi dei maghi?”domanda. Forse incuriosita dal mio sproloquio.
“Si, esatto. Mio padre si chiama Aengus. Mia madre si chiama Sìne. Sono i maghi più famosi e potenti delle terre d’Irlanda.” – le confermo. Ma non per vantarmi più di tanto. Generalmente non parlo mai delle mie origini. “E poi c’è Scarlett. Che ti ho presentato l’altro giorno.”
“Ah, però.” risponde lei, stupita.
Io ne approfitto per ribattere:
“Eh già, terrore e distruzione! I Lywelyn sono molto rispettati, o temuti, non saprei come definire lo stato di stupore quando raggiungono qualche riunione. Diciamo che la loro fama svolazza anche in altre zone.”faccio spallucce, come se poco mi importasse.
Ed in effetti è così. Per me Aengus e Sìne Lywelyn sono e rimangono soltanto i miei genitori. Se poi sono avvolti da fama crescente…non è una cosa che mi riguarda. E Scarlett…beh, Scarlett è mia sorella.
L’Irlanda sembra un luogo bellissimo, incontaminato. Le parole di Aedan sono così vivide che un paesaggio verde smeraldo appare nella mia mente. “E tu?”chiede, e poi aggiunge: “Ora tocca a te.”
“La mia Norvegia…è fredda, sì. Ma solo come clima. Le persone sono libere nel corpo e nello spirito; ti devo dire che gli inglesi a volte mi sembrano insopportabili e di mente ristretta. A parte Sebastian e Georgiana.”
“Ah, va benissimo. Io sono irlandese!”scherza.
Continuo a descrivere la mia terra di ghiaccio e neve, Oslo e le sue vie larghe, la luce quasi bianca del sole.
“E i tuoi genitori? Non dev’essere facile vivere con una ninfa per casa!”dice Aedan.
“Io vivo con mio padre e la mia matrigna, a dire il vero. Mia madre…non l’ho mai conosciuta. Mio padre me l’ha descritta molte volte.”
“Scusami, non sapevo…”inizia, dispiaciuto.
Lo blocco all’istante.
“No, no. Non voglio sentire le tue scuse, non potevi saperlo.”
Sospiro.
“Mio padre mi ha sempre detto che io e lei siamo identiche. Solo che io non svanisco nell’acqua, posso solo manipolarla. E, mi sembra chiaro, io non sono un’Ondina.”
“Che cosa strana…quindi tuo padre è un Babbano?”
L’aspettavo questa domanda.
“No. Nils Versten è un mago di purissimo sangue magico. E così lo sono io, se ti può interessare.”
“Non intendevo…a me non interessa.”
Tace, e si volta a guardarmi.
“Non mi interessa.”ripete “Era solo una domanda. È forse vietato farne?”
No, non lo è. Sono io che su questo argomento sono sensibile.
“Scusami per lo scatto. È che odio le distinzioni di razza. Non hanno senso.”
“Posso e non posso capirlo.”rispondo, sincero. “In fondo, io ho sempre provato una sorta di indifferenza verso distinzioni prestabilite. Non mi ci sono mai invischiato più di tanto.”le spiego.
Poi riprendo:
“La realtà è…che sono un amante della mente umana. Per questo, detesto le limitazioni che le si pongono dinanzi. E questa divisione…beh, la definisco una di quelle limitazioni che odio visceralmente.”
Spiegazione patetica? Forse.
Ma è la prima persona a cui la dico. E la cosa mi fa pensare, attentamente.
In realtà, non mi era mai capitato di parlarne, perché non mi ero mai posto simili problemi.
Le classificazioni, non sono mai state il mio forte. Sebbene la mia mente sia schematica e spesso “quadrata” per certi versi. Ma amo definirmi molto “accondiscendente” verso certi ideali che, finora, non mi sono mai posto realmente dinanzi.
Ci credo? Non ci credo? Non trovo risposta, e mentre il silenzio sembra essersi catapultato su noi mi ritrovo quasi inconsciamente a fissare il profilo [oserei definirlo greco] di Julia.
E di nuovo, la domanda torna.
Ci credo? Non ci credo?
Aedan spezza il silenzio con una risata.
“Beh, non inizia a raffreddare?”dice, guardando con scarsa convinzione la giacca leggera che ho indossato, illudendomi che la temperatura mite del primo pomeriggio sarebbe durata a lungo.
“Io starei gelando al tuo posto.”aggiunge.
Poi si alza in piedi e mi porge la mano per aiutarmi. Che gesto da cavaliere. Sono incerta se accettare o meno…però, insomma. Piantiamola di farci tanti problemi che non ne vale la pena.
Afferro la sua mano e ci dirigiamo verso la scuola, mentre in effetti inizia a soffiare un inclemente vento freddo.
Rabbrividisco in modo abbastanza palese.
“Dai, ti do la mia giacca.”
“Così poi sarai tu a gelare! Scordatelo.”
Alza gli occhi al cielo, e dice:
“Va bene. E la mia sciarpa? Mi faresti l’onore di accettarla?”
Annuisco, mentre lui si sfila la sciarpa nera e me la offre con un sorriso.
“Prendi, orgogliosa vichinga che non sei altro.”
Me la avvolgo intorno al collo: è morbida, credo sia cashmere. Si tratta bene, il ragazzo. E il profumo…poco marcato, ma particolare. Una sorta di misto fra menta e qualcos’altro. Muschio bianco, forse.
E’ assurdo quanto la Versten sia cocciuta. Meno male che la scuola non dista moltissimo, quindi non ci sarà il tempo di buscarsi un malanno, almeno spero per lei.
Aumento il passo. Tenendomi sul suo fianco sinistro. Il vento soffia, gelido e leggermente pizzicante. Sono abituato al freddo, spesso, penso che se non fossi nato umano, probabilmente [ per non dire sicuramente ] sarei stato un lupo.
Paragone azzardato, ma rende l’idea.
Le ho offerto la mia giacca, la vichinga ha graziosamente rifiutato, tutto sommato però, ha accettato la sciarpa.
“Imbacuccati bene, Versten.” le dico“Cento metri e siamo dentro al caldo.” quantifico osservando la distanza che ci separa dalla struttura.
Il cielo si scurisce, le nuvole minacciose si addensano. La pioggerella comincia a scivolare lenta, imperlando il viso.
Istintivamente, considerando ancora il tragitto da compiere, la stringo al mio fianco, coprendola con un lembo della giacca, per fare in modo che si bagni il meno possibile.
“Niente lamentele, Julia. Non è di certo una trovata per sedurti.”preciso, ridendo.
Che strano. E’ la prima volta che la chiamo con il suo nome di battesimo.
“Non ho dubbi.”rispondo.
La tipica pioggerellina britannica ha appena iniziato a cadere, per la nostra gioia. Ringrazio qualche entità superiore di non avere allenamenti oggi.
“Muoviamoci.”dice Aedan, mentre affrettiamo il passo.
È stato strano sentire il mio nome pronunciato da lui. Non ha il suono limpido dell’accento norvegese, non è lezioso come quello inglese.
“Ha un bel suono.”
“Cosa?”domanda lui, quando ci mancano pochi passi alla porta della scuola.
“Il modo in cui parli. Il tuo accento. Di’ ancora il mio nome.”
Mi sento una bambina a chiedere una cosa del genere, ma ad essere sincera non mi importa.
Sorrido, leggermente spiazzato ma intenerito dal modo in cui la Versten mi chiede di chiamarla ancora per nome.
Prima che me ne accorga, siamo già sotto il porticato della scuola, non sciolgo immediatamente l’abbraccio.
La fisso per secondi che sembrano interminabili, mentre pronuncio con lentezza: “Eccoci arrivati, Julia.”dico, fissandola, con un’intensità con la quale mai mi ero sforzato di guardarla.
Occhi azzurro cielo che si riflettono nel ghiaccio quasi vitreo dei miei.
Lei sorride, e per un istante ho come l’impressione che la coltre di neve che la incatenava si stia sciogliendo. Come catene di acqua congelata esposte al sole dell’equatore la sento rilassata nel mio abbraccio, che non ho intenzione di sciogliere. Non tanto presto almeno. È strano, come le alchimie si fondano, spesso senza un motivo.
Se esiste un altro modo per definire quello che sento, ditemelo.
Perché la Versten, adesso, sta davvero smuovendo i miei dubbi.
E ora cosa faccio?
Mi sono messa in una situazione che sta sfuggendo dal mio controllo, come sabbia fra le dita.
È uno di quei momenti in cui si decidono alcune cose, e se ne costruiscono altre. O si distruggono.
Siamo al riparo, ormai. Il rumore della pioggia è uno scroscio lontano e indistinto per le mie orecchie. Mentre i miei occhi sono imprigionati nel ghiaccio di quelli di Aedan Lywelyn, mentre il suo braccio è ancora stretto alla mia vita.
Non ho voglia di combattere.
Questa volta mi arrendo, mentre i nostri volti si avvicinano.
Un rumore di passi in lontananza. Passi che diventano una corsa.
Avrei voluto che il tempo si fermasse, che il cielo mi inghiottisse quando una voce, sibilante da cerbiatto leggermente adirato, mi chiama alle spalle.
“Ehm, Aedan?”
Scarlett batte il piede per terra. Io sobbalzo quasi, ho ancora Julia vicina quando le rivolgo uno sguardo al limite fra l’imbarazzo e l’istinto omicida.
“Scarlett! ”esclamo esasperato. Sciogliendo l’abbraccio, senza nemmeno troppa fretta. La Versten si ricompone, scrollando via dalle spalle l’imbarazzo che si fionda su di noi. Mia sorella è dinanzi alle nostre figure, squadra Julia allo stesso modo in cui esamina me.
“Ho bisogno di aiuto per un compito di Trasfigurazione. “ annuisco “Adesso arrivo.” le rispondo. Mentre lei passa oltre noi due, avviandosi in biblioteca. Per questo fantomatico compito.
Mi soffermo un attimo su Julia che evita il mio sguardo. Almeno così sembra.
“Beh.” rompo il silenzio “Allora ci vediamo.” le dico, con un tono di voce leggermente poco contento, e credo si senta.
“Si, certo.” fa per sfilarsi via la sciarpa, io sorrido“No, tienila.” – occhiolino. "ogni scusa è buona, Julia"
Mi avvicino, sfacciato, sfiorando le sue labbra di proposito. Sorrido leggermente e mi avvio. Era quello che volevo. Esattamente quello che volevo.
Scarlett.
Mi ero del tutto dimenticata che sua sorella esiste, è una Serpeverde e mi ha appena interrotto in una situazione imprevista, imprevedibile, incredibile.
Torno verso il dormitorio di Grifondoro, a passi lenti, stringendo la sciarpa nera fra le mani.
È così morbida.
Non riesco a crederci.
La sorella di Aedan è con gli altri. Con Lui.
E Aedan?
Aedan mi ha baciata.
Un bacio leggero come un soffio di vento.
Aedan si diverte a volte a lasciarmi biglietti di questo tipo, specie da quando siamo costretti ( per ovvi motivi ) a vederci meno rispetto al solito.
scendo velocemente, curiosa e smaniosa di vedere mio fratello a cavallo della sua scopa cacciare il boccino.
Sono certa che vincerà, come sempre.
Che io ne abbia memoria, ha sempre vinto quando io ho assistito alle sue partite.
Non che il Quidditch mi entusiasmi, ma senza dubbio è un modo differente di impiegare le mie giornate.
Siedo sugli spalti, le casate avversarie sono gremite di gente.
Corvonero contro Tassorosso. Ovviamente, a prescindere dagli elementi in gioco, la casata avversaria non riscontra le mie particolari simpatie.
Decido di non darci peso, concentrandomi sui pensieri che distolgono la mia attenzione dal resto, per qualche attimo.
Ci sono delle cose che devo capire. Delle cose alle quali devo smettere di rivolgere i miei sensi, comincia ad essere snervante.
Non ho tutto questo tempo da perdere, che si arrangino, queste parole che non riesco a pronunciare e che risultano perfino idiote, a mio dire.
Conscia del fatto che la logicità lineare nella mia mente, al momento, non esiste, torno alla realtà dei fatti osservando i giocatori scendere in campo.
Aedan in divisa si erge alto e statuario mentre sorregge la scopa con la mano sinistra, rivolgendomi un saluto al limite del grugnito nervoso, mai interrompere la sua concentrazione pre-partita.
Si rischia di incorrere in bofonchiamenti strani. Ma oggi non è giornata, se mi dicesse qualcosa, lo manderei irrimediabilmente a stendere.
La partita comincia, i bolidi partono, il boccino fugge via. I cacciatori si mettono velocemente al suo inseguimento mentre i compagni di squadra si impegnano a difendere, più o meno egregiamente, il risultato finale.
Diverse ore di esclamazioni stupite e punti rubati fin quando un fischio, forte, attira l'attenzione.
E nello stesso momento vedo Aedan scendere a terra, con grazia, tenendo fra le due dita il boccino d'oro.
Lo avevo detto. " Che io ne abbia memoria..ha sempre vinto.Ha la competizione nel sangue.".
Aspetto, concedendomi qualche minuto di liberta vigilata dalla mia mente fastidiosamente iper- attiva al limite dell'irritabilità. Quando sento Aedan dare un buffetto sulla mia testa. "eih" dico, sorridendo. "eih a te" , risponde, pompandosi. "Vista la partita?" chiede, come se non mi avesse notato sugli spalti.
"No guarda, ero lì a considerare quale piano può essere più azzeccato per conquistare il mondo" lo prendo in giro, mentre lui scompiglia la mia testa, in vena di scherzare.
Generalmente lo lascio fare, ma non sono in vena.
Lui aguzza lo sguardo, puntando i suoi occhi di ghiaccio dritti sui miei(senza dubbio più caldi). "Parla" , esordisce, senza nemmeno premurarsi di chiedere se DAVVERO ci sia qualcosa che non va. "Sempre il solito"protesto" comunque non mi va proprio di..." non faccio in tempo a terminare la frase, che una giovane picchetta alla spalla di mio fratello, che le rivolge l'attenzione. "Oh, Versten" le dice, con aria di commiato.Finto. Palesemente. Sembra sia ironico, con lei.Che sorride, facendo una smorfia. "Pura fortuna,Lywelyn." , miagola, rispondendo allo scherzo.
Io la osservo, studiandone i tratti. Inutile dire che il mio pensiero si rivolge, fulmineo, al sospetto che balenava nella mia testa giorni prima, proprio quando discussi con Aedan della questione "No ai mezzo sangue in relazione con i Lywelyn". Deve essere lei, la ragazza che intendeva Jasper.
Mi pare che si chiami Julia.
Aspetto, Aedan prende la parola. "Julia, voglio presentarti Scarlett", fa cenno rivolgendo la mano verso di me, per poi rimarcare dopo qualche secondo "mia sorella", quasi volesse sottolinearlo di proposito.
Tombola,ho indovinato.
Io lo fulmino impercettibilmente con lo sguardo mentre lo rivolgo alternativamente alla giovane, che tende la mano.Una mano dalle dita affusolate che osservo prima di porgerle la mia. "piacere." mi limito a dire, guardandola."Così, tu sei la sorella di Aedan" la sua constatazione risulta quasi rassicurata, o comunque, nel suo tono è nascosta qualcosa di cui ho difficoltà nella comprensione.
Certa che la sua non sia un'affermazione pronunciata a caso, sfilo la mano.
Che sia perchè ha mire su Aedan, o che sia per qualche altro motivo...sembra che gli occhi di questa ragazza nascondano qualcosa.
Qualcosa che mi incuriosisce, ma qualcosa che al tempo stesso...vedo così lontanamente, irrimediabilmente, drasticamente diverso da quella luce che brilla nei miei di occhi ( giusto per fare un confronto pratico.)
Mi congedo, velocemente. Allontanandomi guardinga mentre rivolgo loro un ulteriore sguardo. La situazione non mi convince. Quella ragazza non mi convince. Forse una discussione faccia a faccia con mio fratello, quando sarà possibile, servirà a schiarirmi le idee.
Adesso, non sono proprio in vena.
Raggiungo la sala comune dei Serpeverde, siedo su una poltrona. Estraniandomi dal mondo, mentre apro un libro del quale trangugio le parole una per una.
Verlaine. Uno dei miei preferiti. Un libro antico che mio padre mi ha regalato, dalla antica collezione di famiglia.
Sfoglio le pagine, scegliendo quale potrebbero essere i versi che fanno per me, quando la mia attenzione viene catturata da una voce maschile e da un leggero scombussolamento sul posto di fianco al mio. “Eih, Scarlett” – ho il tempo di voltarmi e riconoscere il viso di Jasper Lewis. “Ciao Jasp.” –rispondo, con garbo ma con distacco. Non ce l’ho con lui, ma non sono proprio in vena di relazioni interpersonali. “Cosa leggi?”- mi chiede, ma dal tono della sua voce ho come l’impressione che la sua sia soltanto una domanda con il solo scopo di aprire una conversazione con altri fini.
Lo guardo, mostrando la copertina. “Verlaine. Ma a te non interessa un emerito nulla.” – lo precedo – “ in cosa posso aiutarti?” –chiedo, con un tono più gentile. In fondo, Jasper è una persona qui ad Hogwarts che mi piace sicuramente. Ed avere contrasti con lui, non mi avrebbe dato alcuna soddisfazione.
Lui sospira, evidentemente ci ho preso. “ Beh, volevo chiederti alcune cose.” – mi conferma. “ Ti ascolto” – rispondo, facendo cenno di continuare. Mentre mi sporgo per poggiare il libro sul tavolino di fronte. “ Si tratta delle cose che hai detto a Edward…” – esordisce, a bassa voce.
Ma possibile che più mi sforzi di non pensare a Norwood e più il suo pensiero mi si schiaffa in faccia come onda malefica?
Siedo comodamente, cercando di mantenere freddezza. In modo che non si noti la mia indisposizione verso l’argomento [ che il mio io considera fin troppo interessante ]. “ Cosa…vuoi sapere? ” – chiedo, avendo ormai intrapreso la via della discussione.
Attendo, mentre Jasp si guarda in giro, per evitare che qualche impiccione si intrometta nel nostro chiacchiericcio fin troppo importante, e poi riprende: “ Sono preoccupato”.
Ammetto il fatto di essere ipertesa. Ammetto il fatto di essere assolutamente snervata da questo silenzio imposto.
Ma ammetto anche il fatto che la causa, forse nemmeno casuale, del mio nervosismo ha una sola origine: Violet Traviston.
La stessa Travisto che, adesso, tiene la mia sciarpa fra le mani.
La sfilo, per nulla gentile, rivolgendole un “Beh?” irritato.
Lei risponde a tono.
Se pensa che io abbassi lo sguardo, specie adesso che ho la possibilità di dirle quello che penso, si sbaglia di grosso.
E se, nei suoi pensieri è contemplato anche solo UN momento di vittoria nei miei confronti, è proprio fuori strada.
Mi minaccia, la piccola. “ …dovrai passare prima sul mio cadavere” –miagola stizzita riferita a Edward.
Le sorrido, velenosa. “ non ci sarà nulla di più piacevole se proprio ci tieni, Traviston. Attenta, non sfidare il fuoco. Potresti bruciarti.” – le sibilo lentamente, fissandola.
Lei si volta, incamminandosi con falcata pesante, sicuramente tipica di una persona irritata dalla mia risposta., scoppiare a ridere risulta naturale e mi fa decisamente bene.
Cerco di riprendere la compostezza, e la guardo, ormai di spalle, divertita. “ brucia la paura, eh?” – mi allontano, volgendole le spalle a mia volta.
Una come lei, merita solo la cenere, nient’altro che la cenere.
Guardo fuori dalla finestra. Nevica, soffici fiocchi bianchi ricadono sul terreno lasciando un leggero alone bianco. Sta attaccando, se continua così per tutta la notte domani avremo uno o due metri di neve. Tra le mani i fogli, letti e riletti, che mi ha consegnato Scarlett con le informazioni sui Gaeltacht. Ormai le potrei ripetere tutte, le so a memoria, ma niente di quello che c’è scritto riesce a portarmi delle vere informazioni su essi. Sono una setta, forse questo è l’unico punto su cui posso apporgiarmi. Ma che cosa c’entra con loro mio padre? In cosa sarebbe potuto essere immischiato? Che cosè che mi sfugge? Forse l’unico modo per scoprire qualcosa, di concreto e sicuro, è recarmi nel loro mondo.
Con queste deduzioni decido di lasciare lo scomodo marmo ghiaccio del davanzale della finestra e mi accingo ad andare a dormire. Mi preparo una tisana che mi sono preparato, dopo una settimana di intenso lavoro finalmente è pronta, per dormire. Questi incubi mi impediscono di riposare, ormai sono diventato un cadavere, tutti gli occhi delle ragazze mi guardano preoccupato. Sono un cencio. E domani devo parlare a Violet, devo riposare, per forza.
Mi butto di sotto dal letto fischiettando un motivetto a me sconosciuto. Dormire mi ha fatto bene, mi sento come rinato. Jasper mi fissa incredulo dal suo letto, fino a quando in tono teatrale non mi rivolgo a lui: “mio caro amico, ma come ti è venuto in mente di farmi ridurre in questo stato? La mia povera immagine, sembro un barbone! Adesso cosa penseranno tutti di me?!” sembro drogato. Devo ammetterlo. Probabilmente ho esagerato la dose ‘risveglina’ di quel troiaio che mi sono bevuto ieri sera. Meglio così.
Mi dirigo verso il bagno dove mi faccio un’accurata pulizia del viso: barba, sopracciglia di troppo, crema. Adesso si che va bene. Mi guardo compiaciuto, lasciando poi il posto a Jasper che è ancora mezzo addormentato.
Decido di indossare un paio di semplici jeans ed un maglioncino in lana grigio, con le righine di rifinitura verdi e scendo in sala comune. Mi siedo sul divano più vicino al fuoco e tiro fuori pergamena e piuma.
Violet ho bisogno di parlarti. Appena puoi raggiungimi in cortile, al solito posto.
***
Arrivo in giardino, come previsto dalla sera prima è completamente ricoperto di neve. Vedo Violet già appostata vicino l’albero, infreddolita.
La saluto con u bacio sulle labbra e mi scuso per il leggero ritardo, alla fine sono solo cinque minuti ma con questo freddo anche questi pochi minuti fanno il loro.
“Edward, non potevamo vederci in un posto un po’ più accogliente?” brontola dolcemente lei.
“Scusa, è che non avevo voglia di stare in mezzo ad un branco di gente” mi sorride leggermente e poi mi fissa. Sta chiaramente aspettando che io parli.
Respira, respira, respira.
“Devo confessarti una cosa!” diretto, forse troppo. L’ho spaventata? Vedo i suoi occhi roteare, panico. Chissà a cosa sta pensando, è sbiancata.
“Si..?!” Aggiunge debolmente.
“In questi giorni sono scomparso perché..” non continuo subito la frase e vedo i suoi occhi sgranare sempre più.
“Stai con un’altra?!” sbotta lei. Dio santo, ma cosa gli è venuto in mente a questa!
“No, no, no.”
“Ti ho visto sai con quella là, la novellina, la Lywelyn!” continua maneggiando a destra e a manca.
“Violet, Violet calmati! Non ci sono altre. Ci sei solo tu.” Prendo le sue mani tra le mie e la vedo finalmente tranquillizzarsi. Le sue guance prendono un leggero rossastro.
“Scusami..” chiede poi, abbassando lo sguardo imbarazzata.
“Bhè..devo dirti una cosa che non so se ti farà piacere. Ma devi giurarmi” le alzo il volto verso i miei occhi, in modo da poterla fissare “devi giurarmi che non ne farai mai, e dico mai, parola con nessuno. Chiaro?” annuisce debolmente.
“Questa storia risale a tanti anni fa; io ero un ragazzino e uccisero mio padre sotto i miei occhi. Cancellai tutti i miei ricordi di quella sera fino ad oggi, giurando però vendetta.” A quella parola – vendetta – vedo un filo di preoccupazione, paura negli occhi della mia ragazza. Decido però, nonostante tutto, di continuare a parlare. “Ma qualche tempo fa, grazie ad un sogno, gli avvenimenti di quella notte sono tornati chiari. Il mantello di quell’uomo. Il simbolo della sua famiglia. Nessuno sapeva aiutarmi: Lumacorno, libri, fino all’arrivo di Scarlett. Lei conosceva quella famiglia, un’antichissima famiglia irlandese. I Gaeltacht.”
***
La cena è ricca ma ormai l’effetto dello sciroppo sta scomparendo e la mia vitalità con esso. Non ho fame, anzi, ho fame, ma di sapere. Sono avido di scoprire. Noto Scarlett alzarsi dalla tavola ed andare via. Non ho più parlato con lei da quando mi ha consegnato gli ultimi appunti, neanche per ringraziarla. A parte quel bigliettino stropicciato che le avevo inviato.
Lascio i miei compagni con un “ciao” e un bacio per Violet e la raggiungo.
“Scar!”
“Norwood. Guarda chi si rivede!” dice sarcastica.
“E’ vero, sono scomparso. Scusa”
“Un misero fogliettino! Almeno un po’ di tempo per un semplice grazie potevi anche trovarlo” so che è solo superficialmente arrabbiata con me. Ho sentito prima Deirdre che parlava di una Scarlett indaffarata per Edward.
“Hai ragione e chiedo umilmente perdono!” faccio un mezzo inchino davanti a lei prendendole la mano e baciandogliela.
“Sei perdonato. Ma attento a te!” La saluto con un occhiolino per raggiungere quella che in lontananza è solo la sagoma della mia gemellino preferita: Utopia Blackster.
“Ciao piccola!”
“Edward!”
“Dove stai andando?”
“Sto tornando in sala comune. Non mi sento molto bene!”
“Bhè, ti accompagno!” le cingo il braccio intorno alla vita e mi dirigo con lei verso la nostra accogliente sala comune. Attenzione:
Leggere nel forum, in discussioni per pg, il topic riguadante Edward e il club pro-riddle
Quando dico che Ed si fa le sopracciglia, sia chiaro, non è nel senso di delinearle e dargli una forma. Ma ad esempio di avitare il monociglio o qualche brutto peletto che non incastra niente!
La discussione con mia sorella mi ha leggermente stordito.
Girando lungo i corridoi della scuola, quasi ne studiassi il perimetro, pensare è inevitabile.
Perché Scarlett considerava i babbani così impossibili da tollerare anche solo mentalmente, non sapevo spiegarmelo.
e non trovavo motivazione ancora meno nel fatto che avessi preoccupazioni riguardo al fatto che Julia potesse essere una di loro.
Non ho mai avuto una simile “allergia” verso i mezzo sangue.
Ed anche definirli così, a mio dire, era comunque una sciocca classificazione.
Appartenere ad una famiglia antica di purosangue, spesso, ti affibbia dei target, ai quali risulta quasi impossibile sfuggire.
Decido di non pensarci, sfuggendo volutamente alla mia mente vorticosa.
Sfoglio le pagine di un libro riletto milioni di volte, Hamlet. Lo trovo interessante, la divisione interiore di questo essere in conflitto con se stesso.
Essere, o non essere...
questo è il nodo: se sia più nobil animo
sopportar le fiondate e le frecciate
d'una sorte oltraggiosa,
o armarsi contro un mare di sciagure,
e contrastandole finir con esse.
Morire... addormentarsi: nulla più.
E con un sonno dirsi di por fine
alle doglie del cuore e ai mille mali
che da natura eredita la carne.
Chiudo il libro,pesantemente.
Capisco la sorte avversa. Ma che anche la letteratura ci si metta è una cosa che mi manda in bestia.
Mi alzo, con ampia falcata mi avvio nella mia stanza, richiudendo pesantemente la porta.
Ancora nessuno dei miei compagni di dormitorio è dentro, meglio.
Chino sul lavabo sciacquo la mia faccia. Osservo allo specchio la linea del mio viso.
Morir... dormire, e poi sognare, forse...
Già, ma qui si dismaga l'intelletto:
perché dentro quel sonno della morte
quali sogni ci possono venire,
quando ci fossimo scrollati via
da questo nostro fastidioso involucro?
Ecco il pensiero che deve arrestarci.
Ecco il dubbio che fa così longevo
il nostro vivere in tal miseria.
Se no, chi s'indurrebbe a sopportare
le frustate e i malanni della vita,
le angherie dei tiranni,
il borioso linguaggio dei superbi,
le pene dell'amore disprezzato,
le remore nell'applicar le leggi,
l'arroganza dei pubblici poteri,
gli oltraggi fatti dagli immeritevoli
al merito paziente,
quand'uno, di sua mano, d'un solo colpo
potrebbe firmar subito alla vita
la quietanza, sul filo d'un pugnale?
E che nervi cronici. Guardo fuori dalla finestra che da sul cortile. Silenzioso osservo quella figura che tanto causa questi dubbi che non riesco a spiegare, che non riesco a decifrare. Vorrei non avere questo peso addosso.
Questo dubbio senza nome.
Cosa c’entra, CON ME, la Versten.
Perché le parole di Scarlett mi hanno segnato, in qualche modo ferito, forse agitato.
Me lo chiedo da ore, ormai, senza trovare risposta.
Odio, detesto non avere alternative valide ad uno stato che non comprendo.
Scendo di corsa, di nuovo in sala comune, prima di salutare come un fulmine pianto una mano sul libro di Scarlett, intenta a leggere.
“Dobbiamo parlare” – le dico, con un tono poco gentile.
Lei mi guarda, stizzita.
“Con calma e per favore” – ribatte la mia richiesta. Innervosito, sorrido ironico.
“Ok, con calma e per favore,dobbiamo parlare” – sfilo il suo volume dalle dita, chiudendolo, sedendomi di fronte a lei.
Riprendo.
“Spiegami. Perché io non capisco. Che problema ci sarebbe se Julia fosse una mezzosangue? ” – domando, quasi esasperato.
“ che problema c’è?????” – Scarlett si altera.
“Aedan, ma ti rendi conto di quello che chiedi????? ” – la sua è quasi un’imprecazione,mentre mi fissa.
“ che costa sto chiedendo? ” – le inveisco contro, moderando comunque la voce.
“ Aedan! Non puoi nemmeno pensare di mischiare il TUO sangue con qualcuno che non ne sia degno, con qualcuno che non sia puro! Ma non ti da il ribrezzo anche solo il pensiero di farlo? ” – sento l’ostilità nella sua voce.
Rifletto, prima di rispondere.
“Scarl, è questione di punti di vista.”- le dico, arginando il discorso.
“No, è questione di cervello, Aedan, e spero tanto che ti torni in fretta. ”
La guardo, per poi sorridere.
E’ mia sorella, ed in fondo capisco che sia in un certo senso, preoccupata.
Sebbene le sue idee mi preoccupino.
Le bacio la guancia, alzandomi dalla sedia “torno a studiare, sorellina.”
“Non farmi scherzi, Ae. Sai che tengo a te più della mia vita” – mi sussurra, vicina alla mia guancia.
Intenerito le accarezzo i capelli, tornando ai miei pensieri.
No, la Versten non può scatenare simili dubbi, in me.
Rientro in camera, silenzioso e gelido, portandomi su un letto dal sapore dolce, quasi di miele, per il mio corpo stanco.
Riapro l’Amleto, concentrandomi sul relax completo della mia mente:
E chi vorrebbe trascinarsi dietro
questi fardelli, e gemere e sudare
sotto il peso d'un'esistenza grama,
se il timore di un "che" dopo la morte
- quella regione oscura, inesplorata,
dai cui confini non v'è viaggiatore
che ritorni - non intrigasse tanto
la volontà, da indurci a sopportare
quei mali che già abbiamo,
piuttosto che a volar, nell'aldilà,
incontro ad altri mali sconosciuti?
Ed è così che la nostra coscienza
ci fa vili; è così che si scolora
al pallido riflesso del pensiero
il nativo colore del coraggio,
ed alte imprese e di grande momento,
a cagione di questo, si disviano
e perdono anche il nome dell'azione.
Chiudo, ancora una volta, il libro. Infastidito rivolgo le spalle alla finestra.
No, la Versten non può darmi simili dubbi, mi dico.
Scivolando nel sonno, un sonno di liberazione, almeno momentanea, per la mia coscienza.
Vento in faccia. L’aria che corre più veloce di me, e in direzione opposta; mi sferza la faccia, il gelo mi arriva fino alle ossa. Stacco le dita dalla scopa, con cautela, sbilanciandomi all’indietro per rispondere alla chiamata di Jasper.
Un battitore Tassorosso mi sfreccia davanti, cercando di deviarmi addosso un bolide; mi scanso, prendendo per un pelo la Pluffa, che mi ricade in mano all’ultimo momento. Vedo gli anelli, dritti davanti a me; il portiere si agita e si muove a ogni mio millimetrico spostamento, e attorno a me e alla mia palla si agitano due intere squadre di Quidditch. E’ il momento. Mi alzo sopra le teste degli altri, e sollevo il braccio con un immenso sforzo per non farmela portare via dal vento. Carico. La Pluffa si stacca dalle mie dita, con lo slancio necessario per volare in linea retta verso l’anello centrale. Mi fermo, seguendo con lo sguardo la traiettoria disegnata dalla sfera rossa nell’aria. Un battito di ciglia. Un respiro, appena. E va dentro.
Il tempo si scioglie ed esplode insieme al grido di trionfo del pubblico sugli spalti. Faccio virare la scopa e ritorno lentamente indietro, spostandomi verso il centro del campo con uno zig-zag nell’aria. Al mio fianco sfreccia Wellington, che agita la mazza in una mano e solleva il pollice dell’altra, per poi gettarsi in picchiata verso un bolide un po’ più in basso.
Quest’anno la coppa è nostra; abbiamo vinto tutte le partite, tranne un pareggio con i Grifondoro. Non si può dire che sia presto per parlare, visto che siamo quasi alla fine del campionato. Dopo il fischio, riparte il gioco, e quasi contemporaneamente si fa largo una pioggerellina fine e fastidiosa, che mi fa appiccicare i capelli alla faccia e m’impedisce di vedere correttamente. Mi piace il Quidditch; mi rilassa, mi tiene allenata, e mi garantisce una posizione sociale di un certo livello mi diverte parecchio; sono in squadra da quando ero al quarto, e non credo di aver mai perso una sola partita o un allenamento. Certo, senza considerare i miei epocali ritardi.
Davanti a me, un cacciatore avversario notevolmente impedito si fa cadere la palla di mano con un atto di carità quasi commovente nei nostri confronti; sotto di me sfreccia Jefferson Lennard, o Jeff, mio compagno di squadra e amico di Tom Riddle. Prende al volo la Pluffa, schivando in tutta fretta i giocatori che gli si gettano addosso, tentando di prendergli la palla. Lo inseguo, allontanandoli come posso e cercando di distrarli, mentre lui si getta verso la porta. E’ un ragazzo simpatico, Jeff, e decisamente alla mano, rispetto alla media degli amici del nostro amato Caposcuola. E’ stato uno dei pochi che si è comportato amichevolmente nei miei confronti anche quando ero ‘sotto esame’ in quanto novellina.
Tre fischi. Qualcuno ha preso il boccino.
Tassorosso, a quanto pare: l’arbitro, Madame Wasp, parla concitatamente con i cercatori e altri giocatori che fluttuano attorno a lei. La situazione mi risulta chiara solo quando solleva le mani e annuncia i punteggi: a quanto pare, abbiamo fatto abbastanza punti da ottenere comunque la vittoria. Geert, come sempre il più gaio della situazione, scende già verso gli spogliatoi sventolando la sua mazza come un trofeo.
Sto tranquillamente a mezz’aria, quando mi viene praticamente addosso una tassorosso bionda; non posso esimermi dal darle uno spintone, facendola tremare sulla scopa, sul punto di fare un volo di almeno una decina di metri, un rischio ben più grosso di quello a cui lei ha esposto me. Maledetta idiota, deve imparare a guardare dove va.
A mia volta, scivolo verso l’ingresso degli spogliatoi, mentre sulla faccia mi scorrono copiosi i rivoli di pioggia.
Con un’espressione disgustosa sul viso, Lenore mi osserva da dietro le spalle di Tom Riddle. La situazione potrebbe essere scambiata per un colloquio di lavoro, in effetti, se non fosse che il mio presunto capo ha un anno in più di me e mi ha convocata per ben altri fini. Da quando Tom mi ha rivelato di sapere tutto riguardo a quello che avevo fatto a Medea, mi sono resa conto che in lui c’è qualcosa di molto speciale, e difficilmente rintracciabile in chiunque altro: ha un’ambizione smodata, e soprattutto un talento assolutamente superiore in qualsiasi campo. I miei bicchieri che esplodevano non erano altro che un pretesto per avvicinarmi, come poi ha confermato il mio inserimento nel suo club di giovani assassini. Non pensavo che il tentato omicidio della Diamond potesse portare risultati così positivi.
« Violet Ophelia Traviston, che piacere vederti. » sibila mellifluo, intrecciando le dita e posando i palmi sulla grossa scrivania di legno intarsiato della Sala Comune. Attorno a lui, sono raccolti i suoi pupilli, in silenzio perfetto e praticamente immobili. Io, invece, non riesco a trattenere dei movimenti convulsi, e tento di strapparmi le dita delle mani a furia di tormentarle, nascoste dietro la schiena.
« Anche per me, Tom. » mento, ma suppongo non si aspetti niente di diverso da me; le sue capacità di percezione devono avergli già consentito di scandagliare il mio cervello meglio di quanto io stessa abbia mai fatto. Mi osserva per qualche istante, in silenzio; quando ricomincia a parlare, sembra ancor più pacato del solito, quasi professionale.
« So che la nuova arrivata ti crea dei problemi, non è così? » il suo sguardo vacuo, privo di espressione, si dirige dritto nei miei occhi. Sono costretta ad interrompere il contatto visivo.
« Parli di Scarlett Lywelyn? Credo che sia io a creare problemi a lei. » sono impertinente, forse, ma non reagisce in alcun modo. Antonin Dolohov, alle sue spalle, si dondola sulle gambe di un antico scranno, sonnecchiando.
« Non crearti nemici, Violet. » quasi sibila, ghignando e sporgendosi in avanti, verso la sottoscritta. Non posso che ritirarmi, sprofondando nello schienale imbottito della poltroncina. In questo stesso momento, con un tonfo incredibile, Dolohov atterra di schiena sul pavimento, gambe all’aria, e la sedia sfracellata sotto il suo sedere. Riddle lo ignora. « conto su di te, perché i mezzosangue vengano mandati dove devono anche dopo che me ne sarò andato. » si alza in piedi, forse aspettando che gli stringa la mano. Non reagisco, invece, probabilmente perché sono troppo inquietata per farlo. « Lenore, accompagna Violet nella sua camera. Buona continuazione, mia cara. Dolohov, Lennard, andiamo. » si congeda per primo, scomparendo oltre la porta del dormitorio maschile con i suoi due amichetti alle spalle. La bella Lenore, invece, si accosta a me, sbattendo le ciglia; dietro ad un aspetto tanto dolce, si nasconde un carattere assassino, come ho potuto constatare.
« Non angosciarti troppo. » borbotta facendomi strada verso il dormitorio; è evidente che gli ordini di Tom non si discutano, visto che non ha fatto una piega e ora mi sta conducendo fino alla porta della mia stanza. « C’è tempo per lasciarti prendere dal panico, Violet.»
Familiare e gentile; non avevo mai pensato di poter considerare Lenore da questo punto di vista, ed ammetto che il suo supporto dopo la breve conversazione con Tom è stata una sorpresa davvero apprezzata.
Edward alza la testa dalla sua pergamena, sorridendomi; forti raggi di sole fanno scintillare il pulviscolo come coriandoli dorati, e trasformano i suoi occhi chiari in due specchi trasparenti. Allunga una mano, sfiorando il dorso della mia, finendo per ricominciare a scrivere con le dita ancora intrecciate alle mie. Non va bene, tra di noi; apparentemente siamo una coppia molto carina, alla faccia dell’intero globo terracqueo che va dietro al Bell’Edward, e non c’è l’ombra di un problema sui nostri volti. Ma è chiaro ad entrambi che non è la stessa cosa; non abbiamo litigato, non ne abbiamo mai parlato apertamente, ma la Lywelyn è chiaramente interessata a lui,e lui non fa niente per farle notare che è già impegnato. E che, oltretutto, non ha testa neanche per curarsi della sua ragazza; nell’ultima settimana avrei potuto benissimo definirmi single, e se non l’avessi cercato io avrebbe continuato ad ignorarmi e rimanere seduto con le gambe incrociate sul suo letto ad arrovellarsi su chissà quale dilemma, che ovviamente non mi vuole svelare.
« Edward .. hai ancora molto da fare? » cerco di attirare la sua attenzione con un sorriso languido, sperando che colga il sottotesto della mia domanda.
« Mmmh.. abbastanza. » sfilo la mano dalla sua: è davvero possibile che non capisca una sola parola di quello che dico? Gli darei un pugno in testa, e non esagero. Visto che, come ha dimostrato l’aggressione al Tassorosso biondo l’altro giorno, le scazzottate non sono più bandite dal raffinato mondo magico. Non insisto, e mi rimetto a leggere il mio libro con calma.
« Ciao Violet! » sento chiamare con un gridolino familiare; la mia cuginetta Roisin sta saltellando verso di me con estrema grazia, e un dolce sorriso sulle labbra. Ha un carattere davvero forte: non si è lasciata abbattere dall’arresto di suo fratello Lochlainn, reagendo con ancor più energia di quanto avrei fatto io nel mio momento migliore, e ignorando il fatto che mi sia lasciata prendere dalla disperazione. « Ciao, Edward! » trilla arrossendo visibilmente: probabilmente ha appena realizzato il suo sogno segreto, salutando Ed.
« Ciao, Roisin! » la saluto, depositandole un bacio in fronte. Si sistema il cravattino, guardando fisso verso di me per sforzarsi di non squagliarsi sul tavolo alla sola vista del Magnifico Edward.
« Ti va di venire a bere un thé con me? » non le voglio dire di no, e d’altronde posso cogliere l’occasione per testare l’interesse di Edward nei confronti della mia presenza.
« Ed, ti dà fastidio? » non risponde neppure, facendomi appena un cenno per congedarmi. Wow, sono colpita. Mi alzo di scatto, prendendo sottobraccio mia cugina. I suoi occhi, di una sfumatura di verde che non si differenzia minimamente da quella dei miei, e da quelli di tutti gli altri appartenenti al ceppo Traviston, si soffermano per un secondo sul mio ‘ragazzo’, ed è l’ultima cosa che fa prima di trascinarmi via, verso la Sala Grande.
« Beh? » abbaia Scarlett Lywelyn, strappandomi di mano una sciarpa violetto che ho trovato abbandonata sul pavimento e che ho raccolto. Immagino che la mia faccia sia più che attonita: in un istante catturo la mia faccia stupita nel riflesso dello specchio alle sue spalle. Lei sta emettendo vapori dalle orecchie, sventolando la sciarpa sopra la testa. Nel vedere che non reagisco, si immobilizza. Vedo il suo cervellino striminzito che lavora a massima velocità per cercare qualcosa da dire. « Ti pare il modo?»
« La prossima volta la butterò giù dalla finestra, al posto di raccoglierla. » rispondo con un sorriso sornione, spostandomi verso il mio letto e distogliendo lo sguardo dal suo faccino da gattamorta. Non sono dell’umore per usare la diplomazia, mi auguro che l’abbia capito.
« Cos’hai da fare la stronzetta? » non cede, continua a fare l’arcigna.
« Devo risponderti? »
« Beh! » evidentemente questo monosillabo è la sua passione, oppure si crede una pecora. E in ogni caso, non si è resa conto che potrei azzannarla, se solo dicesse una parola di troppo.
« Tu fai la gattamorta, io faccio la stronza. » ribatto placidamente, piegando una montagna di vestiti che sono ammonticchiati sul letto.
« Cosa staresti insinuando? » la trucido con lo sguardo, sbattendo tre camicie nel baule e richiudendolo con un gran sbattere di legno massiccio.
« Prima di portarti a letto Edward, dovrai passare sul mio cadavere. » evitiamo i mezzi termini, a questo punto, e andiamo dritte all’obiettivo. Tanto, prima o poi avrei dovuto dirglielo. Le sfilo davanti, infilando l’uscita e sgambettando verso la Sala Comune. « e vai a morire. » sibilo tra me e me, lanciando uno sguardo nello specchio della porta aperta.
“Hanno trovato il modo di curare la tua allergia!”
Decisamente senza fiato, affannato per la corsa, mio fratello si lancia attraverso l'ampia e luminosa cucina fino ad approdare al tavolo di legno squadrato, dove sono seduta su un alto sgabello intenta ad imburrare pigramente una fetta di pane.
“La volta in cui sei entrato urlando 'I Babbani ci hanno portato un ippopotamo da curare!' eri più convincente”, ribatto in tono piatto, senza staccare gli occhi dalla mia merenda. Mi ci vogliono quei tre secondi di tempo in cui Aleister inizia a snocciolare le percentuali di probabilità che un animale del genere venga davvero portato a casa nostra per rendermi conto che, beh, c'è mio fratello in piedi di fronte a me. Nella cucina di casa nostra. A Newcastle-under-Lyme, Staffordshire, Inghilterra.
“Tu che diavolo ci fai QUI?” soffio, puntandogli contro il coltello con fare accusatorio, mentre alzo di scatto lo sguardo per focalizzarmi su di lui. Sono troppo sorpresa per usare un tono di voce più alto, o mettere più enfasi. “Non dirmi che ti hanno espulso...”
Per i calzini di Merlino, se hanno espulso lui il mondo sta per disintegrarsi, collassare, implodere.
“Oh, la mamma non te l'ha detto”, commenta quietamente lui, smorzando le mie visioni apocalittiche e la mia tendenza a drammatizzare. Si toglie sciarpa e mantello lasciandoli cadere sul tavolo, pericolosamente vicini al burro, ma non preoccupandosene minimamente. Torna a rivolgermi quello sguardo eccitato, mentre mi informa che ha un permesso speciale per questo finesettimana, “per dirti assieme la novità!”
“La... novità”, ripeto lentamente, come se la cosa potesse aiutarmi a capire.
In quel momento fa la sua provvidenziale entrata nella stanza mia madre, una cassa di Vermicoli appena nati per le mani. “Bentornato tesoro, sei arrivato presto. L'hai già detto a tua sorella?”
“Parlate di ippopotami?” mi intrometto, cercando di afferrare il senso del discorso. Magari mia madre vuole combinarmi un matrimonio e ha bisogno di tutto l'aiuto possibile per bloccare ogni mia protesta. Ecco cosa succede a non andare a scuola e a restare tutto il giorno davanti agli occhi di un genitore: si diventa cavie da nozze. Brr.
Al mette il broncio, mugugnando con un filo di incredulità che non gli credo.
Lo sguardo di mia madre al di sopra degli occhialetti a mezzaluna è di puro rimprovero. “Dorothy Crowley, diffidenza fatta persona, ti è arrivata una lettera, prima. Qui, nella mia giacca...”
Sciolgo la posizione scomposta delle gambe per scivolare giù dallo sgabello e sfilarle dalla tasca una busta color porpora: un colore curioso, penso, rigirandola lentamente tra le mani per qualche momento mentre lei appoggia la cassa per terra. Qualche secondo dopo la curiosità ha la meglio: la apro in fretta strappando la carta, rischiando di rovinare anche la lettera all'interno.
All'attenzione della sig.na Dorothy Crowley.
È con immenso piacere che La informiamo... bla bla bla... la riuscita di un esperimento frutto di anni di laboriose ricerche... bla bla bla... ora perfezionato al punto da riuscire a condensare la pozione in un oggetto inanimato di piccole dimensioni... bla bla bla... con un indubbio guadagno anche dal punto di vista estetico... bla bla bla... Certi che apprezzerà, Le alleghiamo un campione del prodotto...
“Davvero, allora.” mormoro con un filo di voce. Rileggo la lettera un'altra volta per essere sicura di non aver capito male, per farmi entrare quelle parole in testa, mentre pian piano sul mio viso si fa strada un sorrisone idiota. Ad una mia domanda inespressa, mia madre mi passa una scatolina dello stesso colore della busta, che una volta aperta rivela un braccialetto rotondo di legno scuro, spesso qualche millimetro e largo uno. “Questo sarebbe...?” comincio perplessa, alzando un sopracciglio. Lo prendo in mano, rigirandolo tra le dita. Sembra un normale braccialetto (“Assomiglia vagamente ai ferma-tende di zia Maureen”, mi fa notare mio fratello con un sopracciglio inarcato). Giusto quando provo a indossarlo, pronta a un'esclamazione delusa perchè il bracciale è troppo piccolo, quello si allarga magicamente e circonda il mio polso sinistro. È leggermente grande, si muove appena ad ogni mio movimento, ma non scivola via.
“Non mi sento molto diversa”, confesso, sedendomi di nuovo sullo sgabello e mordendo il mio pane imburrato. Dondolo le gambe avanti e indietro, mentre mastico e contemporaneamente cerco di parlare, guadagnandomi un'occhiataccia da mia madre. “Dovrò fare una prova nella tua camera, Al. Lì è pieno di ingredienti...”
Lui annuisce serio, come se mi stesse concedendo un grande onore. Ridacchio tra me e me nel vedere la sua espressione compunta: questa dev'essere la sua idea di un momento solenne.
“Potrò preparare pozioni anch'io”, continuo, dando un altro morso. Sto lentamente realizzando che cosa comporta questa novità. Prima non potevo nemmeno avvicinarmi ad Al, quando si esercitava con le pozioni durante le vacanze, perchè qualche minima traccia degli ingredienti gli rimaneva addosso. “Sarò spaventosamente indietro rispetto agli altri maghi della mia età, ma ho tempo per--”
“Oh, ma a scuola recupererai in un colpo di bacchetta.”
Deglutisco, aggrottando le sopracciglia mentre mi volto a guardare mia madre. La bolla di felicità che cominciava ad avvolgermi minaccia di scoppiare, come fosse stata di sapone. “Che c'entra la scuola?”
“Dot, mi pare ovvio. Non hai più il problema dell'allergia, quindi andrai ad Hogwarts come tuo fratello... e non riesco ad immaginare un epilogo migliore a questa faccenda. Potrai diplomarti!”
La fetta imburrata atterra, trascurata, sul tavolo. Mondo crudele, che non mi lascia godere le piccole gioie culinarie della vita.
“No, no, no, aspetta un attimo,” per la barba di Merlino! “Mamma, non sono mai andata a scuola, sarò indietro con il programma, ho studiato a casa ma non è la stessa cosa...”
“Ho già parlato con il Preside, non ci sono problemi ad inserirti nel sesto anno con i tuoi coetanei. Dovrai seguire qualche ripetizione alla sera, ma niente di troppo impegnativo.”
Nella mia testa comincia a risuonare una fastidiosa sirena che si traduce in parole come 'panico'. Questo non l'avevo propriamente messo in conto, quando fantasticavo di guarire dalla mia allergia e diventare una pozionista. È un lavoro decisamente redditizio, e senza orari prestabiliti. Decido all'istante che tutti i miei sogni di ricchezza possono essere lasciati lì, comodi comodi, ad ammuffire nel loro cantuccio.
“Ma... vedi, io penso che questa storia dell'allergia sia stata un po' sottovalutata. Probabilmente non era destino che io andassi a scuola, e, sinceramente, cominciare ad andarci a sedici anni non ha senso. Questo dev'essere un Avvertimento Cosmico, un Non Devi Andare A Scuola Perciò Tienitene Alla Larga, esistono questo tipo di cose, l'ho letto in uno dei libri di Al... mi pare che anche Guendalina la Guercia abbia avuto uno strano prurito cutaneo prima che venisse presa per essere messa sul--”
“Solo una volta ogni quarant'anni succede un evento raro come un Avvertimento Cosmico. L'ultimo è stato solo sette anni fa.” Mio fratello, piccolo, infido traditore, mi consegna sulla graticola alla mercè di mia madre. Gli regalo una linguaccia degna di una bambina di tre anni e tento l'ultima carta.
“Credo di essere fuori tempo massimo. Un anno ancora e sono maggiorenne... io non ci vado.”
“Scuola dell'obbligo. E tu non hai più una giustificazione valida.” ribatte serenamente lei, tornando a rivolgere tutte le sue attenzioni ai Vermicoli che tentano di scappare dalla loro prigione di quattro mura di legno. Li guardo con molta più simpatia e comprensione di quanto abbia mai fatto in passato.
TRE GIORNI DOPO.
“La mia piiiiiiccola va ad Hooooogwaaaaarts!” aveva cominciato ad ululare Hodge, il fantasma di famiglia, attraversando con aria drammatica il mio baule mentre sistemavo divisa nuova, libri nuovi e tutto il servibile. Aveva provato a seguirmi sul Nottetempo, con la scusa di farsi un giretto nella modernità, ma all'ultimo minuto si era defilato con le lacrime agli occhi, svolazzando via verso la rimessa, suo salottino d'elezione.
Ore undici di mattina, nell'ufficio del Preside, con un Cappello Parlante a frugarmi nella testa, cerco di convincermi che, nonostante tutto, andare a scuola e imparare sul serio deve avere dei lati positivi.
“Dunque dunque, cos'abbiamo qui?” chioccia il pezzo di stoffa.
Mi muovo impercettibilmente sulla sedia, a disagio sotto lo sguardo pungente del Professor Dippet. Dalla mia posizione ribassata mi sovrasta di molto. Mi sento come una studentessa del primo anno ed, effettivamente, questo è il mio primo anno.
“Vedo perseveranza...” comincia la voce cantilenante, e io commento tra me e me e me ne servirà parecchia... “Credo anch'io”, concorda, prima di esibirsi in un risolino gracchiante. “È interessante trovare qualcuno che risponda a tono, ogni tanto. Pura testardaggine e voglia di fare...”
“Tassorosso, eh?” commenta mio fratello staccandosi dal muro di fronte, non appena la scala mobile mi deposita alla base della torre e lui può vedermi con in mano un'inconfondibile sciarpa gialla e nera.
“Aleister Crowley, Prefetto, trovo te a marinare le lezioni?” commento divertita, infilando con noncuranza la sciarpa nella borsa dei libri. Non è riuscito a nascondere del tutto la punta di delusione nella sua voce. “Che ti aspettavi?”
“Corvonero.”
Sbuffo, bloccando a metà un sorriso. “Quella è la tua casa, cervellone.”
“Anche di mamma, di nonna, di...”
“Vergogna, disonore! Sono la Tassa nera di famiglia! Strapparmi tutti i capelli laverà via l'onta?” Le mia mani si animano di vita propria gesticolando nell'aria per sottolineare il concetto, ma Al, in risposta, sorride rivolgendomi quell'occhiata a metà tra l'affettuoso e l'esasperato che significa 'Impossibile fare un discorso serio, con te'. Non mi aspettavo veramente di finire a Corvonero, però sarebbe stato più... in linea con la tradizione di famiglia. Più facile. Erano sostanzialmente gli indovinelli - che a detta di Al vengono formulati agli studenti di quella casa ogni volta che devono entrare in Sala Comune - a lasciarmi parecchio perplessa: ad un paio non avrei saputo che Incantesimi pigliare... A quel pensiero mi sento colma di gratitudine verso il Cappello Parlante: mi ha semplificato la vita,smistandomi tra i Tassorosso.
“Materie a scelta?”
“Do-man-da pre-ve-di-bi-le: Cura delle Creature Magiche e Babbanologia”, canticchio in risposta, sulle note di un vecchio motivetto.
Non appena pronuncio l'ultima materia, lo sguardo sorpreso di mio fratello è un invito a spiegarmi meglio.
“Beh, sto barando. Mi piace l'idea di vedere i Babbani attraverso ciò che dicono di loro i libri di testo, e poi non sarà male studiare poco almeno per una materia. Dovrò rompermi la schiena per Pozioni, e Pozioni, e Pozioni...”
“Posso aiutarti, fino al programma del quinto anno”, propone Al.
“Mh. Dovrei chiedere aiuto al Professor Lunastorno.”
“Lumacorno”, mi corregge distrattamente, poi sul suo viso si allarga un ghigno saputo. “Portagli dell'ananas candito, almeno lo puoi bloccare fin quando non hai finito di parlare.”
Volutamente non ho cercato Norwood, dopo quello che ci eravamo detti.
Quello che c’era da scoprire lo avevo tirato fuori, e la cosa era più che sufficiente, per me.
Era giusto eliminare ogni traccia di quel sospetto che Deirdre aveva instillato in me.
No, Edward non poteva interessarmi.
Io dovevo solo lasciar perdere. Non dovevo affatto mettermi in mezzo ad una cosa simile.
Mi aveva ringraziato, scomparendo nel buio.
E forse, perfino pensarci ancora era controproducente.
Mi avvio in sala comune, infastidita questa mattina.
Comincia a darmi sui nervi il “non capire” cosa ho. Forse parlarne con Aedan sarà una buona cosa. Forse Aedan stesso, come sempre, potrà aiutarmi a lasciar fluire tra le dita il filo di questa matassa così ingarbugliata da farmi venire il capogiro, e mi farà stare meglio.
Risalgo dai dormitori di Serpeverde, Jasper giorni prima mi aveva detto ( ridendo ) di un particolare “pettegolezzo” proprio su mio fratello stesso.
Lo ha visto parlare con una ragazza, il che non mi ha stupito al primo impatto, ma senza dubbio mi ha messo la pulce nell’orecchio vispamente.
Io sono il top della curiosità, e non sapere una cosa simile, mi mandava su di giri.
Lo incontro, e mi siedo di fianco.
“Allora, chi è?” domando, senza formalizzarmi. Lui mi fissa, inarcando un sopracciglio.
“Scusa?” chiede a sua volta.
“ Andiamo Aedan, chi è la ragazza con i capelli corvini e gli occhi azzurri?” diretta, mentre scarto una ciocco rana.
Lui sembra focalizzare il centro della mia attenzione, rispondendo semplicemente “ si chiama Julia.” E mi sorride, leggermente.
“Beh? C’è del tenero? Avanti racconta” curiosa sono affamata di particolari.
“Macché tenero?Ma dico…siamo qui da pochissimo e già parli di tenerezze?” lui ride, io non ci troverei niente di strano, a parte il fastidio ENORME che potrebbe causarmi una eventualità del genere, ma decido di non pensarci.
La domanda, è lecita.
“ Quando mi farai conoscere questa bella purosangue che turba il tuo cuore?” e lo dico con un sorriso, sincero.
Lui cambia espressione, facendosi torvo.
“ Non so nemmeno se lo è, a dire il vero. Come ti ho già detto….la tua è supposizione sprecata.” – conclude.
Evidentemente la mia faccia è lo specchio della mia incredibile disapprovazione.
“Nel caso in cui fosse una mezzosangue, tu non ci faresti mai nulla, VERO?” chiedo, incitando quasi una risposta negativa da parte sua. Sperandoci.
“ Lo sai che i mezzosangue mi sono indifferenti” mi bacchetta con la sua voce praticamente assente.
“Aedan, non fare sciocchezze di alcun tipo. Nemmeno se ti si annebbiasse il cervello posso credere che staresti con una mezzosangue!” lo rimprovero, aspramente.
Lui addolcisce l’espressione glaciale, guardandomi.
“Qualsiasi cosa fosse, te la direi, ed è inutile parlare di qualcosa che, nello specifico NON C’E’” sottolinea, tornando ai libri.
Io sbuffo, guardando altrove.
“Piuttosto, avevi bisogno di qualcosa?” riprende.
“Niente, non ho bisogno di niente” saluto, e mi alzo dirigendomi altrove. Questa non deve succedere.
Lo scontro verbale con Aedan mi ha leggermente frastornata.
La possibilità che la sua indifferenza verso i mezzosangue possa condurlo dritto nelle reti di una di loro mi fa rabbrividire, per non dire inorridire del tutto.
No, che mio fratello possa cadere in una rete simile è fuori discussione.
Non è così sciocco, non si farebbe mai incantare da un paio di occhioni e da fluenti capelli corvini che creano contrasto.
No, mi convinco che Aedan non è uno sprovveduto, né ora. Né mai.
Nella notte gli incubi prendono forma, sostanza. Sembrano quasi scenario perfetto di un’apocalisse non annunciata, che aspetta solo il calare delle tenebre per giustiziare coloro che, ignari, si abbandonano a quello che dovrebbe essere un sonno ristoratore.
Sotto le palpebre mostri senza nome prendono colore, lasciando poco spazio al relax.
Un cielo. Familiare.
Flash. La mia Irlanda.
Flash. Io che respiro.
Flash. Qualcuno con me.
Vorrei. Non. Sentirmi. Così. Male.
Flash. Una casa. Così simile a casa mia, la mia dimora nelle campagne verdi ed incontaminate.
No, sogno. Io non sono lì.
O forse si.
Flash. Tutto tangibile.
Vorrei. Non. Sentirmi. Così. Male.
Queste parole sono un crescendo ricorrente in quelle immagini inquietanti ma senza connessioni logiche. Altro bagliore.
Flash. Una voce.
Flash. Maschile.
Flash. La conosco.
Lampi e tempesta in un cielo che non piove. E stormi di corvi che annebbiano la visuale. Fastidio. Dove sono io. “Dove sono io!” urlo, nel mio sogno. Non riuscendo però a farmi sentire. La voce si spezza in gola come sibilo sinistro relegandomi nell’oblio di un baratro senza fine.
Vorrei capire. Ma non riesco. Vorrei capire. Cosa ombre lucenti nascondono. Cosa mi aspetta.
Perché questo sogno dalle tinte strane e poco chiare adesso? Perché?
Mi lascia cullare nei dubbi e nelle incertezze. Nelle cose che più odio al mondo.
“ Chi sei?” lancio un altro grido, supplica sorda che non trova risposta.
Flash. Una voce.
Flash. Maschile.
Flash. La conosco.
Vorrei. Non. Sentirmi. Così. Male.
Un tocco, lieve ed impercettibile.
Flash. Io che mi volto.
Flash. Due occhi.
Flash. Azzurri.
Flash. Sono i suoi.
Flash. Edward Norwood.
Sobbalzo, ansimando. Come annegato che recupera l’ossigeno mi ridesto, portando la testa fra le mie mani. I capelli fra le dita.
Riprendo coscienza dei miei sensi.
Vorrei. Non. Stare. Così. Male.
“Ciao Jasp, cosa stai facendo?”dice Ed, entrando nella nostra stanza.
Non gli rispondo, ma gli chiedo notizie. Notizie delle ricerche che Scarlett sta svolgendo per e con lui. Giusto l’altro giorno l’ho vista parlare animatamente con il fratello in Sala Comune[ero di passaggio dopo gli allenamenti di Quidditch]; poi era andata via. Poco dopo, mentre mi sorbivo una Burrobirra bollente, un vero toccasana dopo tutto il freddo preso, Julia Versten era andata a parlare con lui.
Non avevo potuto fare a meno di trattenere un sorriso sardonico. Il fratello di Scarlett Lywelyn, che strana scelta. Come se avesse parlato con un fratello di Ed, o di Deirdre. Povera cara. “Sì, ha trovato qualcosa, qualcosa di importante.”
“Spiegati.”dico, mentre si avvicina e si siede accanto a me. “Le è arrivata una lettera, e delle informazioni. E mi ha detto…”la sua voce si abbassa di colpo, e la porta si apre.
Morgan Lancaster si ritrova addosso i nostri sguardi infastiditi. “Beh, ragazzi. Questa è anche la mia stanza. E ora devo studiare.”bofonchia.
Il nostro ex amico si allunga sul letto, masticando una Cioccorana, e inizia a leggere a bassa voce una serie di appunti di Incantesimi, per imprimerseli nella memoria.
Lo sguardo di Ed è lontano.
Io ho circa otto anni. Un bambino con i capelli ancora biondi, e gli stessi occhi verdi.
Accanto a me, c’è un ragazzo bellissimo. È alto, biondo e ha gli occhi castani. Sorride timido.
È mio fratello, Gabriel Sean Lewis.
Questa è l’ultima fotografia che ci scattarono insieme: solo io e lui, nel giardino della nostra casa.
Sean aveva diciassette anni, quando è morto.
L’ho saputo origliando da dietro la porta del salotto: i miei genitori, attoniti, riuscirono a litigare anche su quello.
Io ero corso via, rifugiandomi a piangere sotto le scale.
Immagino che cosa possa avere provato il mio amico ad assistere all’uccisione di suo padre. Cerco di amplificare per mille ciò che provai io, quel giorno.
Non lo so. Non lo so.
È troppo diverso.
Mio fratello morì per un incidente. Non fu ucciso da nessuno. Quindi io non ho mai pensato di potermi vendicare.
Sono assorto nei miei pensieri da un pezzo, tanto da non accorgermi che la Sala Comune si è popolata di Serpeverde.
Mi guardo in giro.
Occhi scuri.
Uno sguardo inespressivo.
Tom Riddle mi fa segno di avvicinarmi. “Ti vedo pensieroso, Jasper.”
Non mi chiama per cognome, come fa di solito; anche la sua voce è quasi dolce. Prende la foto che stringo nella mano destra. All’improvviso mi sento in imbarazzo, come se mi avesse visto nudo. “Tu, chiaramente. E…?”
“Mio fratello. Sean.”
Annuisce. “Morto?”
“Sì.”
“Come?”
La sua voce è cantilenante e melodiosa, come una musica gentile che accarezza l’orecchio. Una ragazzina del quarto lo fissa adorante.
Non mi ero mai reso conto più di ora del suo potere di seduzione. “Una rissa. Lo hanno trovato pestato a morte.”
Riflette per un attimo, poi si china verso di me e sussurra: “E questo non ti fa mai venire in mente nulla?”
“Che cosa?”
Sono ipnotizzato, del tutto in suo potere. “Un mago ucciderebbe mai con la violenza fisica? A calci, pugni e bastonate?”
Non so rispondere. Non credo di avere ancora la capacità di pensare autonomamente. “No. Soltanto uno stupido Babbano potrebbe farlo. Un mago userebbe…”
Non completa la frase. Mi riconsegna la fotografia e se ne va, salutandomi con un: “Pensaci bene.”
Un Babbano.
Mio fratello ucciso da un Babbano?
Eppure quello che dice Riddle non è stupido.
Mi vengono in mente tutti i discorsi di mio padre. Le rare volte che ci vediamo, è ovvio. O lo sguardo di mia madre, quando le parlo dei Babbani che mi infastidiscono. Per quanto con nessuno dei due abbia mai, e dico mai, affrontato l'argomento. Dal giorno dopo le esequie, il nome di mio fratello li azzittiva immediatamente.
Nei miei ricordi, trovo conferma di quanto ha detto Tom Riddle. L'erede di Serpeverde. Colui che merita la mia stima eterna e la mia obbedienza incondizionata, per il suo sangue e per le sue qualità.
QUALCHE GIORNO FA.
Fisso Lumacorno, senza sbattere le palpebre. In realtà non muovo proprio niente, neppure respiro. I rintocchi della pendola barocca appesa alle sue spalle riempiono il silenzio teso che ha assorbito ogni parola. Lumacorno mi scruta come ad aspettare la mia reazione. Silenzio. Serro le dita attorno al mio compito di pozioni, una E, lo zucchero per indorare la pillola amara. Ora il foglio è orribilmente stropicciato, e nient'altro. Mi alzo, piano, senza smettere di guardarlo, con gli occhi appena socchiusi.
« Arrivederci.. » mormoro spostandomi verso la porta. Non risponde neppure; evidentemente si è servito di uno dei suoi intrugli per prendere la forza e l'incoscienza di convocarmi.
Il mio indice sfiora le pietre ruvide della parete dei sotterranei; entro in sala comune, gli occhi bassi. Non ha senso cercare sguardi, visto che l'unica persona che ho voglia di vedere si trova nella sua camera. Infatti, distinguo la figura di Catherine che mi aspetta sulla porta.
« Allora? » sussurra, come se non volesse turbare la pace di quest'uggioso pomeriggio scozzese.
« Ho bisogno di sedermi. » le rispondo, già sul punto di accasciarmi sul pavimento.
***
ora di cena. « Ehi, Violet. » riconosco la voce, ma è il tono ad essermi nuovo. Cerco con lo sguardo il viso di Lenore Swart, e lo trovo oltre il pollo arrosto. Non mi ha mai chiamata per nome, e c'è voluto del tempo anche perché smettesse di usare insulti - non credo che sia stata felice di vedersi fregare Ed da sotto il naso.
« Mi dispiace per tuo cugino..davvero. » fa un mezzo sorriso.
Rimane da capire come faccia a saperlo: l'unica a cui l'ho detto è Catherine, e quello che è successo .. Quello che è successo è che mio cugino Loch è stato preso. Alla fine del processo, andrà ad Azkaban. Dopo aver parlato con Lumacorno, mi sono chiusa in camera, dove non ho pianto affatto: mi si sono bloccate le emozioni. Mio cugino, il mio migliore amico, andrà ad Azkaban, e io non lo rivedrò mai più. Mai più.
Rialzo la testa in tempo per vedere Edward che chiacchiera ancora con Scarlett Lywelyn. Non ho parole.
19 FEBBRAIO.
Buon compleanno a me. Violet Traviston raggiunge oggi la maggiore età, incredibile a dirsi. Il mio desiderio per oggi è che Scarlett e Deirdre scompaiano nel nulla.
Socchiudo gli occhi, poi lentamente mi metto a sedere sul materasso. La stanza è ancora semibuia, ma vedo un pacco enorme posato ai piedi del mio letto, probabilmente da parte dei miei. Sorrido insensatamente, posando i piedi sulla pietra gelida.
« Buon Compleanno! » trilla Amber, scattando in piedi. Le nostre due deliziose compagne di stanza, grazie a dio, sono già sparite a nascondere le loro sembianze di arpie con chili di makeup. Comincio a rimpiangere Eveline Sanders: almeno lei era educata e gentile, e obbligava anche la Blackster ad esserlo.
« Grazie, Amber. » Mi vesto in fretta, e mi precipito in bagno a preparami. Dev'essere una giornata straordinaria, e basta. Non ammetto imperfezioni.
« Vi, auguri! » trilla un gruppetto di ragazze del quinto quando esco in corridoio, ma vengono subito superate da Cate, che mi abbraccia ancor prima di rivolgermi la parola.
« Auguri Auguri Auguri! » trilla, sbattendomi in mano un regalo avvolto in carta bluette.
« Grazie, Cate. Ti voglio bene. » scarto il pacchetto mentre saliamo le scale, e quasi cado giù quando vedo di cosa si tratta. « Non dovevi. » mugolo tenendo tra due dita uno specchio di piccole dimensioni,ma di cui conosco perfettamente le funzioni: è un avversaspecchio, ed è mio. Abbraccio Caterine, che dopo poco viene raggiunta da Quentin, il suo ragazzo.
E' il mio compleanno. Ho diciassette anni. Verso di noi avanza Riddle, seguito da Lenore ed altri del suo gruppetto.
« Buon compleanno, Traviston. » mi dice in tono vagamente derisorio, ma probabilmente è solo il suo tono abituale. Lenore mi saluta gentilmente con la mano, e sussurra la parola 'auguri'. Stiamo socializzando, che cosa carina.
Entriamo in Sala Grande. Sul tavolo di Serpeverde, al mio solito posto, è posato un pacchetto, ben visibile; in realtà mi auguravo che ci fosse Edward, ma di lui non una traccia. Mi siedo, continuando a rispondere agli auguri dei miei compagni. Osservo il pacchetto: è davvero piccolo, e ci metto poco a scartarlo. Dentro c'è un sassolino perlaceo, levigato, e un biglietto.
Al lago.
Riconosco la calligrafia di Edward. Stringo nel pugno il sasso che mi ha consegnato, mi alzo ed esco subito. Il tempo è grigio, ma la giornata mi sembra comunque splendida. Galoppo verso il lago, lasciando che le scarpe e l'orlo del mantello si macchino di fango.
« Finalmente. » sento la voce di Ed, e dopo poco lo vedo comparire da dietro un grosso albero. Sorride. Mi cinge i fianchi con delicatezza, e mi bacia, sollevandomi leggermente da terra. « Buon compleanno. » Sorrido, baciandolo di nuovo.
Mi stringe la mano, prendendo a camminare. « Ti ricordi? Al secondo, mi hai fatto cadere nel lago durante erbologia. E al primo .. » ride « ti ho aiutata a scendere dalla barca, il primo giorno. credo che sia stato in quel momento, che hai iniziato a piacermi. »
cinque del mattino. Risalgo in camera. La conversazione con Norwood mi ha sfiancata. Eliminando, ovviamente, l'esser stata buttata giù dal letto in piena notte.
Non faccio altro che pensarci. Gli ho promesso di fargli sapere qualcosa. Oddio, non che lo abbia promesso veramente, non ho usato simili termini, ma... credo sul serio che abbia bisogno di una mano.
Siedo sul materasso, le coperte scostate. Silenziosa guardo fuori, una notte che comincia ad impallidire, lasciando spazio al giorno. Deirdre dorme ancora, peccato, avrei voluto dirle cosa è successo.
Anche se, la nostra stanza non è il luogo migliore viste le...presenze. Sospiro, aspettando ancora un pò prima di vestirmi come se nulla fosse. Arriverò prima in aula, questa mattina.
Ora di Difesa contro le arti Oscure. Totale assenza. Appunti poco logici sul quaderno.
Aedan. Devo parlare con Aedan.
Sala comune, detesto andarci. Ma devo, se voglio trovare mio fratello. Entro senza guardare nessuno se non lui, seduto su un tavolo in disparte rispetto agli altri.
Siedo di fronte, incrociando le mani "dobbiamo parlare." - esordisco.
Lui chiude il libro, con un gesto fluido della mano, tenendolo sul palmo "ciao sorellina, sto bene grazie, e tu?"- ironico. Sorrido. Cambio posto,sedendo di fianco a lui,cingo le sue spalle, dando un bacio sulla guancia. "tutto bene,grazie." - vocina dolce- " possiamo parlare, ora?"- sorriso innocente.
Lui scuote la testa, sorridendo,ed annuisce. Mi manca, il mio Aedan. E per un attimo vorrei scucire quell'odioso cappello che lo ha collocato altrove.
Chiaccheriamo su come siano andati i primi giorni di scuola, su quanto Hogwarts sia grande rispetto a Durmstrang, talmente tanto da non vederci quasi più. Somiglia ad un rimprovero, il suo. Lo fisso, mentre rispondo " ho avuto da fare.."- annuisco.
Lui inarca un sopracciglio. Mi legge in faccia la bugia, maledizione! Detesto quando succede.
Mantengo la calma, reclinando la testa di lato. Assolutamente innocente. eh si. "ok..che cosa, per esempio?" - colpo basso. Mio fratello vuole farmi crollare. Ma io non mollo. " e va beene." - gioco la carta dello scherzo- "mi sono perdutamente innamorata di un mio compagno di casa, passiamo tutto il tempo libero in camera mia lontani dagli occhi di tutti a svolgere compiti...intimi" - la sua espressione cambia. Ed io rido. " scemo. Ho avuto da fare, te l'ho detto. Adesso...volevo chiederti una cosa." - mio fratello torna in sè, dopo essersi ripreso dallo shock per la mia battutaccia. "dimmi pure.E che sia una cosa seria." - sottolinea scrivendo una cosa sul suo block notes. " tu...ricordi...quando i nostri genitori parlavano della setta Gaeltach?.." - cerco di intraprendere il discorso nel modo più normale possibile.
Lui interrompe fulmineamente quello che stava svolgendo,per rivolgermi la sua attenzione completa. " che...cosa hai detto?" - la sua voce si abbassa notevolmente. Gli altri non devono sentire. Ricordo, quando mio padre parlava di silenzio assoluto attorno alla setta, sconosciuta quasi da tutto il mondo magico, e potente proprio per l'alone impalpabile attorno ad essa. "mi hai sentito Aedan.." -cerco di non sembrare troppo insistente. "Scarlett, perchè vuoi saperlo? Lo sai che sono cose alle quali è meglio non interessarsi." - mi interrompe subito, mio fratello è matto quanto me e ne saprà a bizzeffe, ma l'idea di proteggermi a volte lo fa sembrare troppo...iper prudente. Solo con me, però.Mpf. "andiamo...lo sai che sono curiosa..." - mi poggio sulla sua spalla. Applicando la classica tattica da dolce cerbiatto.
Lui esita, prima di cominciare. " c'è qualcosa che non so?" - mi domanda.
Scuoto la testa, immediatamente. "No, affatto." - mento sapendo di mentire.
Lui sospira, agitando la matita fra le dita. Mi parla di simboli, di storie e maghi antichi. Di casate, eredi e generazioni. Di incantesimi senza tempo e storie macabre, forse impronunciabili.
Lo ascolto, bevendo le sue parole, fino a tardo pomeriggio, quando la mia attenzione viene attirata da Deirdre, che mi cerca in lungo ed in largo.
Mi avvicino all'orecchio di mio fratello, stringendolo mentre gli sussurro un "grazie" al quale lui risponde con un bacio.
Prima di alzarmi ed andar via, oltre la porta, verso Deirdre, velocemente. Senza voltarmi verso la sola persona che non avevo mai tradito e che mi ha fatto male...tradire.
E penso, nello stesso istante, che se non avesse parlato, lo avrei costretto a farlo. Lo avrei indotto a farlo. E la cosa mi fa riflettere.
Perchè.
Perchè arrivo a pensare questo, su mio fratello. Poi scuoto la testa. No, Aedan non lo toccherei mai. Nemmeno per questo. Nemmeno per....Norwood. (credo)
Dopo il nostro dialogo, non avevo più parlato con Edward.
Ci eravamo lasciati con un laconico "cercherò di sapere dell'altro" , ma nulla più. Non gli ho detto nulla, e forse ho sbagliato, ma in questi ultimi giorni mi sono volutamente sfilata via del tempo per studiare,dedicandomi alla totale brama verso la setta Gaeltacht.
Ho fatto ricerche su ricerche in biblioteca, tradotto dei testi in gaelico antico sperando di trovare delle informazioni che sfuggivano alle mie conoscenze. Ho parlato con Aedan, senza scendere in eccessivi particolari. Mentirgli mi ha fatto male. Ma non potevo tradire la fiducia di Norwood.
Mio fratello e le sue informazioni da chiacchera familiare mi sono stati utili. L'ho salutato con un bacio sulla guancia ed un abbraccio, ignaro della soddisfazione che mi avesse dato. Sono scesa di corsa nelle mie stanze. Ho scritto tre missive da far partire nell'immediato.
Di mio pugno, nel gaelico più antico che conosco, mi sono rivolta ad alcune delle famiglie di maghi più vecchie dell' Irlanda. La più potente è la mia. Alla vista del cognome Lywelyn, probabilmente qualche risposta me l'avrebbero data.
Il passare delle ore è stato snervante, per non dire fastidioso. Ma in serata, ho ricevuto le risposte chieste. Apro la busta, forse leggermente sfiduciata. Riconosco la calligrafia minuta di Abraham Sheumais, vecchio mago sul quale aleggiano leggende di spiriti e reincarnazioni. Roba folcloristica.
Leggo il testo, fremente. Mi allega alcune pagine, ingiallite, da tradurre. " Posso farcela "- dico a me stessa apprestandomi a dare un significato a quelle parole sbiadite dal tempo, ingiallite dalle mani di qualcuno troppo curioso. "Dove.. la luce si offusca, coperta da pietra. Istante di nebbia, squarciata sul confine del nulla. Tra rovine di tempi antichi tinti di sfarzo e bellezza riposa il segreto della nostra non decadenza." Attimo di panico.
Indovinello. Io non sono brava con gli indovinelli, ma devo riuscirci. "Dove la luce si offusca, coperta da pietra.." - penso. Connessioni logiche. Pietra, muro, castello. Oh, facile. L'Irlanda è solo piena di castelli. Piena zeppa.
Poi mi soffermo, sul resto della frase leggendola lentamente.. " ...istante di nebbia,squarciata sul confine del nulla...." - fiabe,ricordi di bambina. Altra connessione.. fortezza. Scrivo sulla pagina. Così da non lasciare niente al caso.- "..tra rovine di tempi antichi in sfarzo e bellezza".. - Scrivo ancora. Rovine. Disuso...altra connessione. Penso che non sia tuttavia possibile. ma scrivo.
Cattedrale vicina alla fortezza. Conosco un solo posto che possa essere così descritto.Riprendo- "..riposa il segreto della nostra non decadenza...". Apro il libro sulle dimora d' Irlanda.
Cercando come una furia. Pagine piene di foto, le scanso una dopo l'altra. e cerco ancora, ancora, ancora.
Poi mi fermo, sull'unica connessione logica che la mia vista riesce a trovare.. " E' lui..." - dico a me stessa, chiudendo il libro di botto, afferrando traduzioni, fogli e quant'altro. Cercando di riordinare le mie idee per non sembrare una matta furiosa.
Scendo nella sala comune dei serpeverde. Lo cerco, da una parte all'altra. Cercando di star calma. Fortunatamente è solo. Niente fidanzatina al seguito. Mi avvicino al tavolo. Picchetto con il dito contro la sua spalla. Lui si volta "eih,Scarl.." - lo interrompo subito.
"devo parlarti, Edward."-mi fermo un momento,continuando a tenere il libro attorno al braccio. "ci vediamo in biblioteca fra due minuti." - e mi allontano, nello stesso istante sento lui far armi e bagagli, raccogliere le sue cose e alzarsi, avviandosi.
Arrivare in biblioteca e sedersi sembra il tragitto più lungo che ci possa essere, ma cerco di mantenere la freddezza che serve, aspettandolo. Lui arriva, si accomoda di fronte. Io lo guardo. Poi comincio " ho scoperto...qualcosa..".
La sua espressione cambia, vuole sapere. "dopo la nostra discussione ho continuato a cercare.. qualcosa che potesse interessarti,o comunque che potesse esserti utile per cercare di ricomporti le idee. Ho scritto ad alcuni maghi antichi della colonia irlandese, che avrebbero potuto dirmi qualcosa dei Gaeltacht che alla mia giovinezza sfuggiva.."- spiego.
Lui ascolta, bevendo le mie parole una ad una. Come un assetato in cerca di risposte. "proprio qualche ora fa, mi è giunta una missiva. Una missiva che conteneva qualche informazione generale sulla dislocazione temporale della setta con relativi maghi capo. E in allegato ho trovato questi."- passo le pagine ingiallite sul tavolo. e lui le prende. Cercando di distinguere qualcosa in quella lingua che probabilmente non capisce. "è gaelico" -lo interrompo- "non sarebbe strano che tu non sapessi leggerlo".- concludo. "maledizione." -è la sua esclamazione,adirata. "io ho detto che TU non sai leggerlo. Non ho detto che io non ne sia capace. Non offendiamo la mia intelligenza."- e cerco di sorridere. La sua speranza si riaccende. "sono riuscita a tradurlo. E sorvolando la storia che conosco a memoria, ho trovato questa frase.” Porgo alla sua attenzione l'indovinello. "e che significa,si può sapere?"- si vede proprio che è nervoso. Altrimenti si sarebbe applicato di più.
Solo allora apro il libro sui castelli irlandesi,e pongo dinanzi a lui la foto della rocca in questione. "Significa Rock of Cashel, Edward."
Sdraiato nel letto massaggio la spalla nuda della mia ragazza. Che strano, la mia ragazza. Io, Edward Norwood, che mai e poi mai avrei pensato di avere una ragazza, se non dopo la ventina.
Dopo l’incontro con Riddle non abbiamo più parlato di questo argomento, sono un po’ spaventato da quello che mi possa dire, ma non sembra averla presa male. Probabilmente se non le andava, mi avrebbe già arrangiato per bene, con il caratterino che ha. “Devo andare” le dico dandole un bacio sulla fronte per poi alzare e rivestirmi. Devo tornare dai miei amici. Ultimamente sembrano scocciati da questa situazione: io e Violet.
“Dai rimani ancora un po’” intima lei con voce sensuale, trattenendomi per una mano e spingendomi verso di lei. “Sai che lo farei volentieri ma.. non posso!” Abbassa lo sguardo scocciata. Questo non è un buon periodo, per niente. Da quando ho scoperto cosa è successo quella notte sono suscettibile più del solito. Naturalmente Violet se né resa conto ma, fortunatamente, non fa domande. I miei migliori amici cercano di consolarmi e di aiutarmi nelle ricerche del simbolo, ma non vanno affatto bene. Perfino Lumacorno non è riuscito a dirmi niente e neanche i libri in biblioteca, sezione proibita e non.
Raggiungo Jasper in sala comune dove è alle prese con il tema di pozioni che fortunatamente io ho già finito. “Hey ma sei proprio una lumaca!” scherzo io, gli ho dato quel tema all’incirca tre ore fa ed è ancora a scriverlo. Chissà che si è messo a fare mentre io non c’ero. “Impegni superiori mi hanno richiamato e sai com’è, non si può resistere!” rido di gusto, lo sapevo. Lo aiuto a finire qualcosa, in modo da poter abbandonare al più presto lo studio per lanciarci in cose ben più rilassanti e divertenti. “Hey ma poi hai visto? Quelle cretine delle tassorosso? Fanno tanto le vittime, le poverine con le lacrime: ipocrite! Mezza di loro conoscevano Ida solo per l’immagine poco non-notabile! Certe persone proprio non le capisco. Inutili le tasse, così come la loro casata!” parlo animatamente con il mio migliore amico del comportamento degli alunni di questa scuola: stupidi, falsi, inutili. Sono veramente pochi quelli degni del mio interesse. Sono veramente pochi quelli che dovrebbero appartenere al mondo magico.
A interrompere questa conversazione di un certo livello arriva un volto molto, molto gradevole ma inaspettato. Il volto di: Scarlett Lywelyn. La bella bambolina durmastranghiana con cui ho passato un ottimo capodanno. Amica di famiglia da tempo, sempre stata una bella ragazza, ma quest’anno si è fatta notare in modo particolare. Un tempo era più bambina: la dolce, piccola, tenera Scarlett. Che poi tenera e dolce, mica tanto! Se dice di sputar veleno e di raggiungere un obiettivo, stai tranquillo che ci arriva. E’ un po’ il “Principe di Durmastrang”. All’attacco caro Edward, quello è un bocconcino che fa per te. “Ci si ritrova”-saluto Edward e Jasper baciando le guance e siedo, poggiando i libri. Scambiamo qualche parola e niente più sul tema di pozioni che Jasp ha appena finito e messo via. Edward ascolta, intromettendosi qualche volta, a tratti scocciato. Con la faccia di uno che, chiaramente, pensa ad altro.
Non ci faccio troppo caso, salvo guardarlo qualche volta durante la discussione, cercando di coinvolgerlo, e lo stesso sembra fare Jasper, che sento quasi avvilito da questo silenzio pesante che a volte cala fra loro due. Poi qualcosa attira la mia attenzione, il viso di Edward rivolto verso un disegno abbozzato su un foglio di carta bianca, leggermente stropicciata, probabilmente passato di mano in mano diverse volte, viste le impronte annerite dovute al troppo ripassare sul tratto della matita. Nonostante il disegno sia di qualità senza dubbio poco artistica, sono evidenti i suoi elementi. Una spada, un dragone, i tratti di una scrittura antica,forse incomprensibile per loro ma non per me, che in Irlanda ci sono nata e cresciuta. “ Conosci i Gaeltacht?”- chiedo,rivolta a Norwood. Lui cade dalle nuvole,scostando la mano con la quale si teneva il viso. “ come?” –domanda, assente. “ la casata dei Gaeltacht.”- ribadisco, ancora. Lui mi guarda,stranito. Forse sorpreso. Comunque con la tipica aria di chi non sta capendo nulla. Poi indico il disegno,poggiando un dito sulla carta. “ questo qui, è il simbolo della casata dei Gaeltacht”- dico, tranquilla.
E lui sgrana gli occhi, incredulo quasi. Temo di aver sbagliato, ma poi giustamente penso che sia lui ad avere qualcosa che non va, data la convinzione con la quale affermo la mia tesi. “ cosa…è…questo?” – il suo tono di voce è nervoso. Anche l’attenzione di Jasper si è focalizzata su di me. E la cosa non mi è chiara. Mantengo la calma necessaria, prendo il foglio e lo guardo bene. Porgo la mano “ mi daresti la matita per piacere?”- Edward la ripone fra le mie dita, prendo un foglio di carta sicuramente meno imbrattato di quello e comincio a disegnare, a memoria, il simbolo della casata, completo di dettagli. Poi lo mostro. “ questo qui.” – e sembra impazzire nel momento in cui i suoi occhi ne saggiano i contorni, lo strappa letteralmente via dalle mie mani, per fissarlo ancora. Uno sguardo poco chiaro, simile alla lucida follia quello che, in seguito, rivolge a me. Jasper che cerca, invano, di calmarlo. “ dimmi cosa sai, Scarlett. Dimmelo!” – alza leggermente la voce, sembra sconvolto. La cosa comincia a preoccuparmi. Guardo Jasper. “ andiamo in camera mia, Edward. Tu non stai bene, e lì ti dirò quello che so. Se ti fa tanto piacere.”- mi alzo, Jasper e Edward dietro me diretti in stanza.
Fortunatamente solo Deirdre è presente, e la cosa…almeno per me…non è un problema. Chiudo la porta, Edward è ancora di un pallore cadaverico. Mi esorta, prendendomi le spalle, guardandomi come un ossesso. “avanti,dimmelo.”- stavolta mi sto innervosendo io. Comincio. “ora tu ti calmi”- categorica- “ altrimenti la sola cosa che ottieni è un ceffone tale da farti girare per due settimane di fila.”- una smorfia simile ad un broncio quando lui molla la presa,scusandosi.
Sistemo la maglia,per poi sedermi. Sfilo il foglio,ormai accartocciato dalle sue mani e lo apro. “ questo qui è il simbolo di una casata di maghi antichissima, nata agli albori dell’ottocento,in Irlanda. Le sue sedi sono dislocate in più o meno in cinque o sei zone dell’Isola irlandese. Gaeltacht, in realtà, è una parola gaelica che identifica le zone in cui ancora si parla con l’antico idioma come lingua corrente. Ma allora, visto che le loro collocazioni, è diventato il nome vero e proprio di questa specie di setta.” – cerco di essere più chiara possibile. E tutti sembrano seguire il mio discorso. Edward è quello,però , che sembra seguire con un’ attenzione diversa. Mi fissa intensamente, chiedendo quasi fosse una supplica, in quel momento: “ se tu, conosci qualcos’ altro io devo saperlo.”- la sua voce è sempre dai toni vellutati, ma trema. Sintomo di ansia. Mi fa tenerezza, devo dire la verità. Escludendo quell’ aspetto da gran stronzo che si porta dietro, mi ero quasi dimenticata del fatto che, in fondo, anche lui è un essere umano. Sospiro, per poi rispondere. “ so molto altro, in verità. Ma prima voglio farti una domanda.”- lo guardo.
Lui annuisce. “ perché vuoi saperlo.”- in effetti la mia, più che una domanda, è una precisa richiesta. O me lo dice, o me lo dice. Scarlett conosce quel simbolo. Scarlett conosce quel simbolo. La guardo mentre ridisegna perfettamente il simbolo. Proprio lui, uguale identifico alla spilla che quell’uomo portava sul mantello.
Pretendo di sapere quello che sa. Voglio saperlo, deve dirmelo. Non mi faccio scrupoli e sembro quasi disperato, voglioso di sapere, assatanato quando le chiedo, o meglio le ordino, di parlarmi di quel simbolo. Ma lei non è tipo da farsi mettere i piedi in testa. Lei è come me, come noi. Cerco di riprendermi, di mettere una frase carina a quello che gli avevo spiattellato prima cercando così di rimediare.
La ragazza inizia a spiegare di una famiglia di maghi antica, molto antica, gaelica. Una delle più importanti dell’Irlanda. La ascolto affascinato dal suono di quelle parole. Finalmente qualcuno che riesca a dirmi qualcosa, finalmente qualcuno che sa. E’ stata come un soffio di aria fresca in una giornata piena d’afa. E’ arrivata portando con sé bellezza e sapienza, proprio quello che ci voleva. Certe volte le cose, non sono lasciate al caso, o almeno in questo caso, non sembra.
I miei pensieri si bloccano quando arriva la domanda che inizialmente temevo, ma alla quale poi non ho più dato peso: “Perché lo vuoi sapere” che poi, dire domanda è dire troppo. La sua voce suona quasi imperativa: se me lo dici, io continuo a parlare; sennò arrangiati.
Non so cosa risponderle, nonostante sia una Lywelyn, non so cosa fare. Amica di famiglia, di vecchia data, non ci sono mai stati problemi con loro, anzi. Ma qualcosa mi impedisce di parlare. L’uniche persone che sanno quello che sto passando sono Jasper e Deirdre, quest’ultima ne è quasi all’oscuro, sa soltanto qualche accenno. Cosa fare?! “Bhè.. perché l’ho trovato su di un libro e mi ha fatto un effetto strano.” Mi guarda alzando un sopracciglio. Non ci ha creduto, chiaro. Ti pare che adesso, uno come me, Edward Norwood, si perda dietro ad un simbolo che gli è già parso di vedere? E poi con così tanto interesse? Che cretino. “adesso se non vi spiace mi congedo. Ho bisogno di dormire, sono stanco.” Saluto le due ragazze con un bacio sulla guancia e mi avvio con Jasper nel dormitorio, dove parliamo della situazione.
Le cinque di mattina. Un altro incubo. Jasper mi fissa preoccupato. “Edward non puoi andare avanti così! Questa cosa ti sta distruggendo!”
“Jasper io devo sapere, io devo sapere per forza!” “allora rischia” già, forse è l’unica cosa da poter fare. Dire la verità a Scarlett e poi si starà a vedere. La notte porta consiglio un corno. Mi sono addormentata con fatica. Ho cercato di riorganizzare i pensieri, canalizzandoli verso il relax completo, inutilmente. Che Norwood mi abbia mentito non esiste dubbio alcuno.
Le sento, le bugie. E sono stanca di cercare di capire cosa mai possa avere. Mi volto, rivolgendo le spalle al buio, guardando oltre la finestra mentre l’incoscienza si impossessa di me, lasciandomi scivolare nell’ oblio del sonno, relegandomi nell ‘ Erebo.
Ma si sa, nemmeno nel sonno certe cose ti lasciano in pace. Una voce, flautata ma al tempo stesso quasi reale fra le pieghe della mia mente: “ Scarlett…Scarlett..”- chiama, in lontananza. Non la riconosco. Mi avvicino a quella figura poco chiara che si staglia nel bianco di quello che, credo in un primo momento, sia un sogno vigile. E poi lo riconosco. Edward Norwood.
Non ho il tempo di parlare che lui già mi ferma, le sue dita sono consistenti sulle labbra quando mi dice “ sala comune, è importante. Scendi ti prego.”- si blocca un attimo. Tutto si offusca.
Riapro gli occhi. “ora”- una voce perentoria, che riesco a percepire solo io. Nessun sogno.
Scendo dal letto,indosso il jeans ed una felpa non troppo lunga, le scarpe da tennis facendo pianissimo. Mi dirigo velocemente in sala comune dove, senza alcuna sorpresa, lo trovo.
Richiamo la sua attenzione, sulla soglia. Tossisco appena, lui si volta. Incrocio le braccia sul petto, fissandolo: “disturbiamo anche nei sogni, ora?” il mio non è un rimprovero, quanto un modo come un altro per raffreddare la situazione che sembra di ghiaccio completo. Tagliente e spinosa. “ mi spiace, ma devo parlarti assolutamente. E devo farlo adesso.” non sembra dispiaciuto. Chiaramente non ha capito il doppio senso della mia frase, mi avvicino sedendo sul divano. “ti ascolto” dico, tranquilla, portando le gambe incrociate sul cuscino, vista la totale assenza di gente attorno. Anche lui si mette comodo, sporgendosi però verso di me. Cominciando a parlare lentamente, a bassa voce. “ ti ho mentito” dice. “Lo so bene” rispondo subito. “Ti ho mentito per un motivo…importante, Scarlett.” parla, fissandomi. Faccio cenno di continuare, senza forzarlo. “Quando ero piccolo… ho assistito all’uccisione di mio padre… e… la persona che lo ha ammazzato… aveva… questo.” tira fuori dalla tasca il disegno che io ho fatto sul simbolo dei Gaeltacht.
Non so cosa dire, attimo di silenzio. “ io devo sapere Scarlett. Io devo riuscire a sapere qualcosa in più su questa setta, qualcosa in più su quello che sono, e qualcosa in più sul perché hanno ucciso mio padre.” e mentre continua a spiegarmi, sento nella sua voce una voglia di vendetta che affascina ma distrugge, cerco di leggere nei suoi occhi profondi dalle iridi cerchiate di rosso per la stanchezza qualcosa, che vada al di là della coltre comune che rilascia. Mi ha confidato qualcosa che lo fa star male. E’ la prima volta che sento la sua voce tremare di rabbia. Sospiro, attirando ancora una volta su di me il suo sguardo. “io..” comincio. Poi sento dei rumori, vicini alla porta. Mi viene in mente un’ idea. Mi avvicino a lui, poggiando amichevolmente (oserei dire) una mano sulla sua spalla. “ ti prometto…che cercherò di sapere dell’altro."
Io e Violet Traviston stiamo parlando senza cavarci gli occhi a vicenda. Pazzesco.
Strano a dirsi, tutto è partito da uno dei suoi commenti acidi sulla mezza rissa dell’altro giorno con Hunnam e Jillian. Le avrei volentieri risposto per le rime, se lei non avesse aggiunto: “In ogni caso, una lezione alla testolina rossa ci sarebbe voluta.”
“Oh, beh. Potresti darmi una mano la prossima volta, allora.”
“Sì, magari non in modo così plateale. Giusto per non farci scoprire, vero?”replica alla mia risposta, scoccandomi un’occhiata divertita. Edward deve averla messa di buonumore, in un modo infallibile.
Allargo le braccia, e le sorrido. “La casa di Tassorosso è a dir poco inutile.”affermo, cambiando discorso. “A dir poco. Guarda un po’ vicino al caminetto est.” Siamo in Sala Grande, facendo colazione dopo un allenamento di Quidditch sfiancante; Edward e Deirdre stanno controllando i compiti di Incantesimi, un po’ discosti da noi. Seguo la traiettoria indicatami da Violet con un cenno del capo, e inquadro tre Tassorosso che mi fissano ridacchiando. “Ci sarai abituato, immagino.”
“Abbastanza.”dico, senza falsa modestia.
Una delle tre ragazze si accorge che le sto guardando, e sussurra qualcosa alle sue compagne. “Ah, vedo che è tornata Alexa Robinson. Quella più a destra.”continua Violet. “La conosci? Non l’avevo mai notata. E non credo che lo farò mai.”aggiungo, considerandone l’aspetto. “Sì, l’anno scorso abbiamo avuto un piccolo contrasto.”
“Ovvero?”
“Mi ha urtato mentre salivamo sul treno per Hogsmeade.”
“Non dirmi che l’hai schiantata per questo affronto.”
“No. Però ho fatto in modo che ricordasse di non osare mai più sfiorarmi con le sue mani di Mezzosangue.”
Violet sorride. Non credo che abbia usato la magia: la sua lingua, tagliente come il filo di un pugnale, è molto efficace. “Credo proprio che tu abbia fatto colpo su una delle sue amiche. Fortunato, Lewis.”
“Peggio che andar di notte. Se si fanno avanti, dovrò spezzare il loro cuoricino delicato.”
“Povere care. Come puoi essere così crudele?”
“Traviston, ti dirò: credo sia una dote innata.”
Poi ci alziamo e andiamo in classe. Lumacorno e le sue pozioni ci attendono.
Una pigra ora in Sala Comune. Edward ed io ci stiamo facendo gli affari nostri. Abbiamo parlato ancora di quello stemma. Sfoglio un librone di araldica inglese: sotto i miei occhi si susseguono leoni rampanti, draghi, gigli. Ma Ed non riconosce nessuno come quello che ha visto.
Chiudo il volume con un rumore sordo. “Ehi, non arrabbiarti.”dice il mio amico. “Non mi arrabbio.”
“Hai troppe energie, dovresti sfogarle in qualche modo. Sai come.”
“Beh, ma trovarne una.”rispondo, stiracchiandomi. L’allenamento di stamattina, il primo dopo le vacanze, mi ha distrutto. “Hai dei gusti troppo difficili.”aggiunge Ed. “Ma senti chi parla.” Mentre ridiamo, noto che molti sguardi si appuntano sulla porta della Sala Comune, che si è appena aperta. Sulla soglia, una ragazza che non mi sarei mai aspettata di vedere qui. “Ma è Scarlett.”dice Ed, sorpreso.
Annuisco.
Lei si avvicina e ci saluta. Scarlett Lywelyn era alla festa di Capodanno a casa di Deirdre. Io e Dè eravamo un pochino occupati con i fratelli Rakovski, quindi Ed è stato quello che l’ha conosciuta meglio.
Ci alziamo in piedi e, uno alla volta, la baciamo sulle guance.
Non me lo sarei mai aspettato.
Qualche piacevole novità capita perfino qui.
Scarlett si è trasferita qui da Durmstrang, a quanto pare, insieme a suo fratello Aedan. Non mi sorprende affatto una scelta del genere: neppure io sarei entusiasta di studiare in una sperduta scuola fra monti e contadini. Anche se però ha anche dei pregi di non poco conto.
A Durmstrang, le Arti Oscure fioriscono e danno frutti. “No!”geme Edward.
È notte. Notte fonda e senza luna.
Scosto le coperte e vado da lui. Sta ancora dormendo, ma è sudato fradicio e si agita, in preda a chissà quale incubo. “No!”ripete.
Lo scuoto per una spalla, e cerco di svegliarlo chiamandolo per nome. Quando apre gli occhi, ha uno scatto verso il comodino, come per afferrare la bacchetta per difendersi. Nei suoi occhi, leggo la paura. “Non ti avrò mica attaccato la febbre dall’altro giorno?”dico, per sdrammatizzare la situazione.
Ed chiude gli occhi e si passa una mano sul viso pallido. “No, era un incubo.”
“Tuo padre?”mi arrischio a chiedere. “Sì.”
“Hai sognato quello che è successo?”
“No. Cioè, non lo so. Non mi ricordo bene.” È sconvolto, e ha gli occhi cerchiati da ombre scure. “Ma non voglio riaddormentarmi. Non voglio provare di nuovo tutto questo…anche se non so cos’era.”
“Aspetta un momento.”gli dico.
Apro il libro di pozioni domestiche che mi aveva regalato anni fa mia madre. Niente di particolarmente utile, ovvio. Ma ricordavo di un infuso calmante, che faceva sprofondare in un sonno profondo e senza sogni.
Scendo nelle cucine, gli ingredienti necessari non sono pericolosi e spesso si usano per cucinare. Poco dopo sono di ritorno, con una tazza ricolma di liquido bianco. “Su, bevi il latte caldo.”gli dico.
Edward non è molto convinto, poi lo assaggia. “Latte caldo un corno!”aggiunge, prima di berlo fino in fondo.
Gli occhi gli si fanno pesanti. In effetti, ho aumentato un po’ le dosi di valeriana. Prima di addormentarsi del tutto, Ed fa in tempo a sussurrare un ringraziamento. Gli rincalzo le coperte, fissando il volto esangue del mio migliore amico.
Pagheranno, Ed.
Quelli che ti fanno vivere in questo modo.
La pagheranno con gli interessi.
Tutto va avanti. Si muove, procede, avanza.
Georgie ha messo all’opera il suo talento di pozionista e, con gli ingredienti che io e Seb abbiamo sottratto dalla dispensa di Lumacorno, ha preparato una versione meno conosciuta (ma altrettanto efficace) del Veritaserum che useremo…in caso di bisogno.
Stiamo cercando di decidere il nome del Club, ma non ne siamo ancora venuti a capo. A voler ben vedere, non è una questione di così grande importanza, come ha sottolineato Seb, così ci siamo concentrati di più sugli aspetti pratici.
“Siamo troppo in pochi.”dico.
“Già.”annuisce pensoso Sebastian.
“Ma chi potremmo fare entrare? Perché mi sembra ovvio che il reclutamento, per così dire, non debba essere una cosa pubblica.”aggiunge Georgiana.
Siamo seduti nella Sala Comune di Grifondoro, un po’ in disparte dal resto dei miei compagni di Casa. Garet cinge con un braccio le spalle di Georgie, mentre io e Sebastian ci spartiamo un divano.
“Io propongo Jillian McKanzie.”afferma la mia amica.
“La ragazza bionda con cui parlavi l’altro giorno?”domanda Sebastian.
“Sì.”rispondo io, e proseguo “Come mai hai pensato a lei?”
“Allora.” Georgie tace un attimo per radunare i pensieri. “Innanzi tutto, mi fido di lei, so che è dalla nostra parte, per il poco che conosce della questione. In secondo luogo, è una ragazza brillante in Incantesimi, cosa che nei duelli è molto utile.” Per quanto mi riguarda, mi trovo abbastanza d’accordo. Non la conosco bene, ma confido nell’acume di Georgie che sbaglia molto, molto di rado.
“Altre proposte?”sollecito i due ragazzi.
Garet è troppo perso nell’osservare il profilo della mia amica per rispondere, mentre da Sebastian arriva la proposta che mi aspettavo.
“Peter Halbury.”dice con voce neutra.
Sospiro. Per me andrebbe benissimo, ma c’è un piccolo problema. La ragazza di Peter è una Corvonero che non ho mai avuto in particolare simpatia, il che è un fatto trascurabile; tuttavia Audrey Salinger appartiene ad una delle famiglie che più sostengono il tema della purezza di stirpe, e ho paura che questo possa influenzarla.
Faccio presente i miei dubbi, ma la risposta di Georgiana mi rassicura:
“Non credo che ci sia nulla da temere. La sua migliore amica è di origini babbane, così come Peter. Quindi credo che possa andare.”
Forse mi sono lasciata condizionare dalla mia opinione di lei, lo ammetto.
“Bene, ragazzi, direi che per il momento va bene così.”concludo.
Così passiamo ad argomenti più gradevoli. Garet si allontana (a malincuore, poverino, ma spinto da Georgiana) per andare a cercare Peter, mentre noi tre decidiamo di scendere in Sala Grande per cambiare un po’ aria.
Non appena entriamo, notiamo vicino ad uno dei camini cinque figure in piedi. Il silenzio è pesante.
Jasper Lewis e Carlisle Hunnam si fronteggiano. Jillian McKanzie assiste con espressione preoccupata, mentre Deirdre Blackster ed Edward Norwood sembrano quasi annoiati.
Sta succedendo qualcosa, è evidente.
Sebastian e Georgiana fanno valere la loro autorità e la situazione sembra rasserenarsi: i Serpeverde si siedono, mentre Jillian e Carlisle avanzano verso di noi.
Carlisle mi prende in disparte, dicendomi:
“Julia, avrei bisogno di parlare con te.”
“Certo.”
"È a proposito di Ida, della…della sua morte.”
Riesco a mantenere un viso impassibile, ma sento, come sempre, una stretta al cuore.
Ida.
Carlisle e la mia sorellina sono sempre stati amici; il loro non era un legame particolare come il mio con Sebastian, ma erano abbastanza in confidenza, e passavano molto tempo insieme. Avevano una passione in comune: entrambi adoravano gli animali, e seguivano sempre con grande interesse le lezioni di Cura delle Creature Magiche. Il professor Collins li definiva “le due ali dell’Ippogrifo”.
Il Tassorosso di fronte a me si sistema i capelli di fuoco, con un gesto che dimostra il suo nervosismo.
“Stai tranquillo, chiedi pure ciò che vuoi.”cerco di rassicurarlo.
“Senti, allora sarò schietto. Pensi che potrebbe essere stato Edward Norwood a uccidere Ida?”
Aggrotto la fronte: questa, in effetti, è un’idea che potrebbe balzare alla mente di chi non conosce la verità, tuttavia è al corrente delle correnti di pensiero dominanti fra le Serpi.
Ma come rispondo a Carlisle?
“No. Credimi, non esiste questa possibilità.”
Lui mi guarda sorpreso e incuriosito.
“Cosa intendi?”
Non posso spiegarglielo in mezzo alla Sala Comune.
“Ci vediamo fra un quarto d’ora nell’aula di Astronomia.”gli dico.
Carlisle, sempre più sorpreso, annuisce.
Forse ho appena trovato un membro in più per il Club.
Mi sto dirigendo verso la Torre di Astronomia, che si trova in una delle zone meno frequentate del castello. L’ho scelta per questo, oltre che per la presenza di un camino scoppiettante sempre acceso, da non disdegnare visti gli spifferi che ci sono in alcune aule.
Il professor Crale sta scendendo dalla botola, mentre io mi avvicino.
“Salve, Julia. Hai bisogno di qualcosa?” mi chiede con un sorriso.
“No, professore. Credo di aver dimenticato in aula il libro di Incantesimi. Salgo a controllare.”
Crale mi saluta, e mi lascia andare per la mia strada. Per fortuna. Mi lascio cadere su una delle sedie, mentre aspetto Carlisle.
Sento gli occhi che si inumidiscono, ma non riesco a piangere.
Non ho mai pianto, da quando Ida se n’è andata. Mai.
La botola si apre, e la testa fulva di Carlisle Hunnam fa capolino.
Non dice nulla: chiude la botola, e viene a sedersi di fronte a me. Poi mi osserva, aspettando che inizi a parlare.
Chiudo gli occhi, sospiro e inizio:
“Il giorno prima di tornare ad Oslo per il funerale, sono andata in camera di Ida a recuperare le sue cose, ed ho trovato il suo diario.”
“Me lo ricordo, ci scriveva sempre. A volte la prendevo in giro.”ricorda lui, con voce sommessa e venata di tristezza.
“Ho letto alcune cose, fra quelle pagine. Ida è stata uccisa, sì. Ma non da Ed Norwood. Credo che non si conoscessero neppure, di persona.”
Carlisle tace, proteso verso di me.
“La verità la conosciamo soltanto in quattro. Io, Georgiana Harrington, Sebastian Lang…e Tom Riddle.”
“Tom Riddle? Il Caposcuola di Serpeverde?”
"Sì.”
Non c’è bisogno che io dica altro.
Carlisle ha capito.
Le sue mani stringono i braccioli della sedia, il suo volto sbianca e si deforma in una smorfia di rabbia.
Non dormo più. Non dormo più da quel giorno.
I miei unici istanti di riposo, in cui sprofondo in un dormiveglia agitato, arrivano quando sono troppo stanca, e non posso fare altro che crollare.
Stringo a me il cuscino, cercando una qualche sorta di conforto.
E poi arriva l’oblio, dolce e silenzioso come un amante, che mi chiude gli occhi e mi culla fra le sue braccia.
Il sole sorge sereno, appena velato dalla foschia mattutina. Mi alzo e osservo l’alba dalla finestra. Poi inizio a prepararmi per affrontare la solita mattinata scolastica.
Scendo in Sala Grande, e mi siedo al solito posto, accanto a Sebastian. Con un tocco della mia bacchetta, faccio apparire un cappuccino ed un’arancia. Inizio a sbucciarla con calma, finché noto le mani di Seb che sbriciolano convulse un pezzo di pane.
“Va tutto bene?”domando.
“Ci hanno visti, Julia. Rubare gli ingredienti dalla dispensa di Lumacorno.”
“Chi?”
“Uno studente di Serpeverde. È al settimo anno. È Geert Wellington. ”
Soffoco un’imprecazione.
Mancano cinque minuti all’inizio della lezione di Incantesimi. Geert Wellington arriva con lo sguardo stanco e la barba lunga. Capisce che lo sto aspettando.
“Ciao, Julia.”
“Ciao. Hai un minuto?”
“Anche due.”
Il suo sguardo si accende di curiosità.
“Che cosa hai visto esattamente?”chiedo.
“Ho visto te e Sebastian Lang, uscire dall’ufficio di Lumacorno. Mi piacerebbe sapere perché.”
“Per dirlo a Riddle, suppongo.”
Sembra sorpreso.
“No, perché? Non sono uno dei suoi leccapiedi.”
Sarebbe un miracolo, fra le Serpi.
"Servivano per una cosa importante.”rispondo, cercando di essere vaga senza destare troppi sospetti. Come se fosse facile.
Non mi sembra molto convinto.
“Julia, Geert. Avete intenzione di entrare in classe, stamattina?”
È la voce del professor Benton.
“Certo, prof.”dice Geert.
Poco dopo, sono seduta accanto a Sebastian, mentre lui è in mezzo ai Serpeverde.
Tom Riddle mi dà le spalle. Basterebbe così poco per…
Gli occhi castani di Geert Wellington mi fissano e ripetono la stessa domanda per tutta la lezione.
Non amo in modo particolare svolgere la funzione di messaggero.
Diciamo pure che la detesto.
Ma un ordine di Tom Riddle non si discute, in nessun caso. “Jasper.”mi ha chiamato pochi istanti fa “Devo parlare con Edward.”
“Perché?”chiedo, cercando di non sembrare troppo inquisitorio. Sono curioso, e basta. “Forse la sua metà potrebbe esserci utile.”
Ammetto di aver avvertito il colpo. Violet Traviston, una di noi. Come se non stesse già abbastanza fra i piedi di Ed.
Ho abbandonato la ricerca di Incantesimi che stavo scrivendo e sono andato alla ricerca del mio migliore amico.
So benissimo dov’è.
Nella nostra stanza, in dolce compagnia.
Oggi pomeriggio mi ha detto, con noncuranza: “Jasp, avrei bisogno di un po’ di privacy.”
“Capisco. Intrighi di letto?”
“Si.”mi aveva risposto di fretta. È evasivo nell’ultimo periodo su questo argomento.
Così mi dirigo verso il dormitorio maschile di Serpeverde.
Apro la porta e…la scena di fronte ai miei occhi non mi meraviglia per niente. “Edward!”
Abbasso gli occhi, non sono un voyeur. Ma non riesco a trattenere un sorriso. Li ho interrotti proprio quando le cose iniziavano a farsi interessanti. “Devi…devi venire con me.” Ed si è già ricomposto. Io faccio qualche passo nel corridoio per permettere loro di salutarsi. Sono una persona discreta, già. Anni e anni di educazione impartita da una nanny tedesca mi hanno influenzato, direi. Soltanto nei miei momenti di rabbia non riesco a mantenere la ferrea disciplina che mi è stata inculcata.
Edward esce dalla stanza, accostando la porta. “Allora?”scatta con rabbia “Cosa diavolo c’è?”
“Controllati. Mi ha mandato Riddle.”
“Perché?”
In corridoio non c’è nessuno.
Abbasso la voce. “Si tratta della fanciulla da cui ti sei appena separato.”
Edward, come me poco fa, è sorpreso. “Portami da lui.”dice.
In camera.
Un paio d’ore dopo. “Ed?”
Il mio amico è soprappensiero. “Edward.” Sobbalza. “Cosa ti ha detto Riddle?” Il succo della faccenda, l’ho intuito. Ma voglio i particolari. “Vuole che Violet si unisca a noi.”risponde, guardando una lettera. “Non mi sembra una cosa così pessima.”ribatto.
Ma vedo che non è convinto.
Provo a cambiare argomento. “Beato te, che almeno hai qualcuno con cui fare un po’ di sana ginnastica da camera.”
Non che io ne sia sprovvisto. Ma la Traviston è uno dei migliori modi per esercitarsi. “Eh, già.”sorride sarcastico, piegando il foglio che ha in mano.
Provo di nuovo a cambiare argomento. “Mi sento meglio, sai? Dopo quello che è successo.”mi riferisco alla morte di Ida Versten “Credo fosse giusto un momento di scompenso. Essendo la prima volta, sai…”
No. È proprio da un’altra parte con la testa. “Edward! Insomma, mi vuoi dire cosa diavolo hai?”
“Niente. Sto pensando a mio padre.”
Adesso capisco.
Qualche giorno fa, Ed mi era venuto a cercare. Era piuttosto agitato. Mi aveva raccontato di alcuni ricordi che aveva cancellato riguardo la morte di suo padre, ucciso più di cinque anni fa dall’Avada Kedavra.
Edward era presente. Aveva visto tutto. Conoscevo l’accaduto, ma Ed mi aveva raccontato il poco che ricordava soltanto all’inizio del quarto anno. La voce gli tremava, mentre rievocava quella notte di paura.
E ora, nuovi ricordi erano venuti a galla.
Una spilla, uno stemma. Potevano appartenere a qualcuno? Certo. Ma soprattutto…a chi?
Questi ricordi sono molto importanti per il mio migliore amico.
Sono l’ultimo legame con suo padre. Io, com’è ovvio, gli darò tutto l’aiuto possibile.
Oh, ma chi si vede.
Le mie Corvonero preferite. La lezione di Astronomia è appena cominciata. Il professor Crale sta spiegando con dovizia di particolari le intersezioni fra l’orbita di Plutone e l’orbita di Nettuno. Il mio interesse scarseggia, diciamolo. Ed è taciturno, io pure. Sarà l’atmosfera dell’ultima ora di lezione.
Il mio sguardo vaga sui miei compagni di classe.
Sedute vicine, vedo Audrey Salinger e Jillian McKanzie. È da qualche lezione che sono inseparabili. Alzo gli occhi al cielo: magari Jill fosse stata come Audrey. Halbury s’è fatto un volo notevole, per lei, ma almeno ci ha guadagnato qualcosa. La ragazza dai riccioli d’oro incontra il mio sguardo.
Ma ciao, biondina. Le sorrido.
Lei scoppia quasi a ridere e dice qualcosa a Jill, accanto a lei. Anche la piccola Corvonero alza lo sguardo verso di me, ma lo riabbassa immediatamente. Audrey mi fissa per qualche istante, poi riprende a lavorare.
Jillian ormai mi ha dimenticato, ahimè. Come sono triste. Il fortunato è quell’idiota di Carlisle Hunnam, una vera e propria spina nel fianco per Ed. Un pel di carota insulso, che ovviamente non poteva appartenere altro che a Tassorosso.
Chissà che lui non riesca a sciogliere la cara Jill.
Non riesco a trattenere una risata sarcastica, beccandomi così anche un rimprovero da Crale.
Anche lui, insomma.
Che pare abbia una storia con Julia Versten. Almeno, così dicevano le due Tassorosso sedute davanti a me due lezioni fa, proprio durante Astronomia.
Vecchio furbone! Magari ci avessi pensato io a consolarla durante questo difficile momento.
E chi meglio di me?
So perfettamente cos’è successo.
Violet Traviston ha quasi ucciso Medea Diamond. Non pensavo potesse arrivare a tanto. Quella ragazza mi stupisce sempre di più, oltre ad inquietarmi.
Sdraiato sul letto ripenso alla riunione indetta da Riddle qualche giorno fa e alla deduzione che ci è venuta fuori dall’anello.
Tom Riddle erede di Slazar Serpeverde. Me lo sentivo. Quel ragazzo è sempre stato circondato da un’aurea di potenza, da qualcosa in più rispetto agli altri. Lui è il migliore, Serpeverde non poteva trovare un erede più perfetto di lui.
A confermare le mie idee sono le sue parole che risuonano in biblioteca: “Serpeverde non avrebbe voluto questo, Serpeverde ha lottato per non far diventare questa scuola impura e guardate adesso come ci siamo ridotti. Come sisono ridotti. Dobbiamo fare qualcosa. Qualcosa di grande, ma allo stesso tempo di silenzioso e nascosto. Dobbiamo agire nell’ombra.”
Le parole di Riddle continuano a riecheggiare nella mia mente. Ha ragione, è impossibile dargli torto. Questa scuola è diventata uno schifo, tra un po’ gli impuri sovrasteranno i puri e questo non dovrà accadere. Mai.
Esco in cortile dove trovo Deirdre e Jasper con un piccoletto del terzo anno. Inizialmente mi avvicino a loro senza capire il perché di tanta enfasi nell’attaccare il rosso, poi, squadrando i miei due amici, noto il maglione di Deirdre macchiato di cioccolata. Cacchio, bel bersaglio si è scelto il ragazzino per decidere di fare una doccia di cioccolata. “Tu maledetto imbranato! Chi mai ha fatto tanto di accettarti in questa scuola se non sai neanche camminare! Immagino soltanto cosa tu possa fare con una bacchetta in mano! Odioso ragazzino!” un movimento veloce della bacchetta e quella che un tempo era una folta chioma rossa, diventa un mix di ceneri e capelli bruciacchiati. Mai toccare un vestito di Deirdre Blackster, mai. Così come tutti quelli dei principi, ovvio. Rido nel vedere l’espressione del piccoletto, che cercando di farsi forza, ci squadra quasi incazzato. Basta un’occhiata veloce però dei miei amici a fargli cambiare idea e a farlo scappare a gambe levate. “Stupido odioso marmocchio!” gli urla dietro la mia amica, lanciandogli qualche incantesimo che gli scoppia subito dietro ai piedi facendolo sobbalzare per scansarli. Una scenetta piuttosto comica, infatti scoppio a ridere mentre Jasper mi accende la sigaretta.
Gli incontri con Violet sono sempre dei ‘sotter-fuggi’. Sgattaioliamo in camera, in aule vuote, cercando di farci vedere insieme il meno possibile anche se ormai, la relazione, è pubblica. Tutti ci squadrano, colgono ogni attimo dei nostri movimenti, dei nostri sguardi. Le ragazzine la fissano, cercano probabilmente di capire che cosa io trovi in lei. Bella domanda, cosa trovo io in lei? Bho. Probabilmente quel suo carattere di merda, così suscettibile, sempre pronta a ribattere e a rispondere mi ha attirato. Sono stanco delle ochette. Di quelle senza carattere che non ti danno neanche un po’ di lavoro
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Un appunto: a Ed non fa paura la morte, non l'ha scandalizzato vedere morire davanti ai suoi occhi Ida. Lui desidera più di ogni altra cosa la vendetta al male che ha subito da piccolo e questo lo porta ad essere propenso e indifferente davanti alla morte. * Stupidi cani bastardi: è riferito al cane non di razza, al così detto bastardino. Non è detto in modo cattivo o offensivo, ma in modo da ampliare l'accoppiamento tra due razze differenti.
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Guardo fuori dalla finestra. Dei ricordi nascosti mi tornano alla mente, dei leggeri flash:
...Una strada buia, si vede a malapena la punta dei piedi miei e di quelli di mio padre, nonostante la luce sprigionata dalla bacchetta. Dei passi, oltre ai nostri, risuonano nella notte. Mio padre aumenta il passo trascinandomi dietro di lui. Fatico a stargli dietro infatti inciampo e finisco con la faccia a terra. Lui, con la sua figura possente, si china per aiutarmi ad alzarmi ma una scintilla lo colpisce in piena schiena, facendolo schizzare via, a qualche metro da me. Un uomo alto con un mantello scuro sorretto da una spilla e dotato di due occhi color del ghiaccio, gli si avvicina. I due duellano per un po’ fino a quando mio padre si ricorda della mia esistenza: suo figlio, raggomitolato in un angolo della strada, impaurito ed impotente.
E poi più nulla. Il nero compare nella mia mente fino a quando non vi si disegna il volto, triste e disperato, di una bellissima donna, che riconosco subito essere mia madre. “Edward. Tuo padre è morto. Tu eri stordito, sotto incantesimo. Vi hanno trovati quelli del ministero”...
“Jasper, devo parlarti!” scruto la ragazzina, carina, mora, in sua compagnia che mi guarda con occhi sognanti e decido di aggiungere un “In privato.” abbastanza chiaro e conciso. Lo guardo mentre saluta la ragazza: un sorriso affascinante che fa intendere –scusa tesoro ma devo andare, sarei rimasto volentieri ancora con te ma proprio non posso- ed un “bacio sfiorato” sulla guancia.
Ci allontaniamo da lei fino a ritrovarci in un corridoio, soli. “Insomma Ed, vuoi dirmi che è successo? Non tenermi sulle spine!”
“Non qui Jasper. Andiamo in camera!”
“La morte di Ida. La sua uccisione davanti ai miei occhi, ha risvegliato in me qualcosa.” Sono eccitato e spaventato allo stesso tempo. Ho sempre desiderato la vendetta da quel giorno, sempre. Ma non avevo mai avuto abbastanza informazioni per riuscire a capire qualcosa: mia madre non parlava e i miei ricordi erano rinchiusi -nonsodove- dentro di me. Adesso invece tutto era più chiaro. Il suo volto, o perlomeno, i suoi occhi. E quella spilla: probabilmente l’immagine impresse erano quelle della sua dinastia. Se tutto andava per il verso giusto, se le mie deduzioni erano esatte, non sarebbe stato difficile rintracciarlo.
Racconto tutta la storia a Jasper che rimane perplesso.
Leggo il biglietto che Lumacorno ha inviato questa mattina a noi tutti partecipanti del LumaClub.
“Vi aspetto domani sera nelle mie stanze per una giornata di sane chiacchiere e relax. Ho preparato per voi delle sorpresine.
A domani.
Horace Lumacorno.”
Chissà cosa avrà questa volta da dire. Arriva comunque al momento giusto questa riunione: nessuno è più informato di Horace Lumacorno sulle stirpi familiari, i loro simboli, la loro potenza. Magari riuscirò a scovare qualcosa sull’assassino di mio padre. Chiederò a mia madre di inviarmi qualcosa da regalargli domani sera, buon viso, cattivo gioco. “Hey Jasper!”
“Edward!”
“Ti è arrivato il biglietto di Lumacorno?” chiedo con un sorriso a trentadue denti. Si, questa proprio ci voleva, le cose mi stanno andando bene e forse, riuscirò veramente a fare luce su qualcosa che mi è stato oscuro per troppi anni. E io odio stare all’oscuro delle cose, essere impotente. Lo odio più di ogni altra cosa al mondo.
Raggiungiamo Deirdre in sala comune e iniziamo a parlare del più e del meno fino a quando non arriva a raccontarci dello scontro con la gabbana, che a mio parere, sono i momenti migliori. Questa tizia adesso va in giro con il naso rotto, a meno che l’infermiera non abbia già sistemato il tutto come suo solito fare. “Eppure non capisco perché questi cretini continuino a venire da noi. Questi proprio se la cercano. Mi sembra più che ovvio quali siano le nostre risposte, è palese da che parte stiamo. Eppure insistono nel voler ribellarsi, far vedere chi siano etc, etc, etc. Stupidi, noiosi, *cani bastardi”.
In Sala Grande ci sono i soliti gruppi che si riuniscono un po’ per caso, un po’ per volontà, quando la scuola è agli sgoccioli e non c’è più molto da fare. Su un tavolo al centro, una miriade di dolci e bevande sono radunati per placare gli stomaci degli studenti di Hogwarts. Una festa di Natale in grande stile, davvero.
Mi avvicino al buffet e mi verso un bicchiere di Burrobirra, per poi avvicinarmi ad uno dei caminetti. Mi viene da ridere. Ho appena compiuto uno dei gesti più insulsi della mia esistenza, vale a dire dare un bacio a Jillian McKanzie. Non so bene cosa mi sia preso: la rabbia si è impadronita di me. Detesto vedere che le mie azioni finiscono a vuoto. E non mi piace forzare le ragazze a darmi ciò che voglio: è una sconfitta, non un traguardo. Tuttavia è meglio così, che sia finita. Non che sia mai iniziata davvero.
Uno strano senso di liberazione si fa strada fra i miei pensieri: non mi è mai capitato di essere rifiutato, però questa situazione era davvero logorante. Se devo star dietro ad una ragazza, perlomeno che sia una ragazza disposta a venirmi incontro. “Ciao, Jasper. Come va?”domanda la voce di Belinda al mio fianco. “Ciao piccolina, tutto bene. Ho chiuso con la McKanzie.”
“Davvero? Quando?”
“Cinque minuti fa, circa. La cosa non portava a nulla, così meglio troncare.”
“Già. In effetti mi sono sempre chiesta cosa ci trovassi in lei. Non è proprio il tuo tipo.” Guardo il visino di Belinda, che si volta e mi sorride: “Allora? Che c’è?”
“Pensavo a tutto quello che è successo fra noi, dall’inizio della scuola.”
“Ormai è tutto passato.”
“Per fortuna. La prossima volta che mi vedi sul punto di commettere qualche errore…ti prego, fermami.” Belinda ride. “Va bene, lo farò! Posso anche schiantarti?”
“Se è proprio necessario…sì. Però se puoi evita!”
Poco dopo ci raggiungono anche le due sorelle, Utopia e Deirdre. Se ci fosse anche Eve, sarebbero un quadro perfetto e bellissimo. Le mie ragazze: non le perderò. Mai.
Sul treno per tornare a casa, Ed e io ci accaparriamo, come sempre, la cabina migliore. Sistemiamo i bagagli con un incantesimo e ci piazziamo sui sedili. Un Grifondoro del terzo mette dentro la testa con fare timido; basta uno sguardo di sbieco del sottoscritto per farlo scappare a gambe levate. “Jasp, un giorno dovrai insegnarmi a gelare le persone con uno sguardo!”ghigna Ed. “Sì, ma ti costerà una bella somma di galeoni!”
“Bell’amico che sei! Scherzi a parte, ecco che arriva Dè.”
La nostra Principessa entra e chiude la porta, lasciandosi cadere sul sedile al mio fianco con un sospiro: “Accidenti…”
“Cos’è successo?”domanda Ed. “Geert. Sta diventando davvero troppo appiccicoso. E in altri campi non abbastanza.”
“Cosa vuoi dire?”
“Mi ha detto che mi ama.”
“Lo sapevo!”esclama Ed. “C’era da aspettarselo.”rincaro io. “Ma…non vuole venire a letto con me.”
“Perché?!”stavolta parliamo all’unisono, visto che io ed il mio migliore amico siamo abbastanza sorpresi dalla cosa. “Perché io non lo amo.”
Ed e io scoppiamo a ridere. Dè invece rimane seria, anche se il suo viso si rischiara. “Beh? La cosa vi sembra così divertente?”
“Non è per te, che ridiamo.”inizio. “Ma per il ragionamento del caro orsacchiotto, che è di un’ingenuità disarmante!”va avanti Ed. “Povera la nostra Dè!”concludo.
Quando si dice un idiota. Geert raggiunge delle vette che non avevo neppure osato immaginare per lui: siamo sicuri che sia un uomo? Come faccia a resistere a Dè, per me è un mistero. “Comunque anche io non sono da meno.”le dico, per rincuorarla un po’: “Ieri l’ho fatta finita con Jillian McKanzie.”
“Meno male, non mi è mai piaciuta. Quando èsuccesso?” “Prima che ci vedessimo in Sala Grande. Te l’avrei detto anche lì, ma non c’è stata occasione.”
O forse ci sarebbe anche stata, ma non avevo voglia di pensarci ancora, una volta vuotato il sacco con Belinda. Edward invece aveva ascoltato tutta la storia prima di andare a dormire, tra una risata e l’altra, mentre Forsythe e Lancaster dormivano e russavano.
Deirdre ascolta con attenzione la storia, mentre Ed conclude: “Dovremmo far incontrare la McKanzie e Geert. Come tasso di zucchero e miele ci siamo!”
“Ma non dirlo neppure per scherzo!”salta su Dè“Geert sarebbe sprecato! Non credo sia abbastanza per me. Ma di certo non è abbastanza poco per lei!”
Alzo gli occhi al cielo, che poi è il soffitto dello scompartimento.
Il fascino dell’orsacchiotto è difficile da dimenticare. Ma come tutte le cose, presto svanirà.
È tradizione per me passare il Natale a casa di Ed. Al primo anno, Ed mi aveva chiesto: “Allora a Natale starai con la tua famiglia?”
Avevamo undici anni, e ci eravamo conosciuti sull’Espresso di Hogsmeade. Non so definirlo, ma sembrava quasi che ci fossimo riconosciuti fra i numerosi studenti che iniziavano quell’anno a frequentare Hogwarts. Ed stava con Deirdre ed Eve: io li guardavo ammirato dalla loro bellezza, dalla grazia che traspariva da ogni loro singolo gesto.
Eve Sanders aveva un visino da elfo: i suoi grandi occhi chiari erano pervasi di una dolcezza che oggi riappare solo a sprazzi; già allora attirava l’attenzione maschile, anche se era ancora una bambina, ulteriormente calamitata da Deirdre Blackster, già bellissima, che all’epoca portava i capelli pettinati in tanti boccoli inanellati (morivo dalla voglia di toccarli). Edward invece era un ragazzino piuttosto magro, e alto per la sua età, con un’espressione insolitamente pensosa. La prima volta che i nostri sguardi si incrociarono, credo che il mio cuore avesse perso un battito. Capii immediatamente che quel ragazzino sarebbe diventato il mio migliore amico.
E così era stato.
Per questo, alla domanda di Ed non avevo potuto rispondere che con sincerità: “No, sarò da solo. Io sono sempre solo a casa mia.”
“E perché?” Gli avevo spiegato come stavano le cose: mio padre era (ed è tuttora) sempre in giro per il mondo per le sue ricerche, ed è raro che sia a casa per una ricorrenza; dopo la morte di mio fratello Sean, mia madre lo aveva lasciato, ed aveva tagliato i contatti anche con me.
Mi vergognavo profondamente di ogni mia parola, e parlavo fissando un punto indefinito. Alla fine del mio discorso, avevo osato guardare il mio amico in faccia, temendo di vedervi dipinta la smorfia di disprezzo che già allora riservava a chi lo meritava.
Invece mi sorrideva e mi aveva detto: “Bene! Allora puoi venire a passare il Natale da me!”
Io avevo accettato. Durante quelle prime vacanze insieme, avevo scoperto che Ed aveva perso il padre da pochi mesi: questo ci rese ancora più legati, perché i miei genitori, benché entrambi ancora in vita, erano lo stesso assenti. Così la nostra amicizia, che era iniziata da poco, iniziò a rafforzarsi.
Deirdre ci viene incontro, bella e delicata come una farfalla, e dopo averci salutato, ci prospetta la situazione: “Allora, vedete quella ragazza bionda?”dice, indicando quella che definirei una “bella fanciulla” per non scadere in inutili volgarità. “Sì, e allora?”risponde Ed, poco interessato. “Vuole uscire con uno di voi. Non importa chi.” Ed sembra tutt’altro che interessato. Avrà la testa persa per una certa persona di mia conoscenza. “Ci penso io, Dè.”affermo “Ed adesso preferisce le more, lo sai.”
Così trascorro una piacevole serata. Scopro che Amalia, la mia dama, è la sorella di Axis, ovvero la preda prescelta da Deirdre. Inarco un sopracciglio quando la vedo ridere con lui: non che quel tipo mi vada a genio, ma perlomeno è già un miglioramento rispetto a Geert Wellington. Non è come me, ma potrebbe quasi andare.
Amalia deve vedermi distratto, perché richiama la mia attenzione con un pizzicotto: e io sono ben felice di concedergliela.
Il profilo di Deirdre si staglia contro il finestrino del treno che ci riporta a scuola dopo le vacanze. Ripenso a quello che è appena successo: possibile che Tom Riddle sia l’erede di Salazar Serpeverde?
Non considerando per un istante l’anello…devo ammettere che sarebbe possibile. E se è così, cosa vorrà dirci alla riunione?
Cammino con le mie sorelle lungo il viale che porta alla mia villa sotto un cielo interamente coperto da dense nuvole grigie. Il vento gelido che soffia implacabile mi graffia il viso e tento inutilmente di coprirmi il più possibile, mentre il parco tutt'intorno a me è ricoperto da un alto strato di neve candida; persino le grandi sculture classiche che l'adornano sono nascoste da un velo bianco. Finalmente a casa dopotutto. Arrivo fino all'ingresso dove, appena messo piede sul piano d'entrata, la porta si spalanca di fronte a me e riesco a percepire il calore che viene dall'interno. Ad accoglierci c'è un insignificante elfo che si occupa immediatamente dei bagagli. La grande sala è completamente adorna di addobbi preziosi, e anche qui tutto è bianco, proprio come all'esterno. L'albero posto al centro del salone fa risplendere i suoi cristalli mentre la magia fa cadere piccoli fiocchi bianchi sull'arbusto. Mi guardo intorno per riprendere familiarità con l'ambiente quando sento la voce di mia madre che ci da il benvenuto e lo zampettare di un piccolo cane che ci corre in contro festoso. "Snow!", mi abbasso ad accarezzargli il piccolo musetto nero, in netto contrasto col suo curato pelo bianco, ironia della sorte. "Forse hai un pò esagerato col bianco quest'anno, mamma."sento parlare Belinda alle mie spalle. "Non dire sciocchezze cara, ma entrate che fuori si gela!"
"E' tutto meraviglioso..."questa volta è la voce di Utopia,"quest'anno sarà proprio un bianco natale!". Mia mamma ride, spero non davvero divertita dalla battuta, mentre io e Beli la guardiamo un pò stranite. Quando un leggero rossore comincia a colorarle le guance però, le sorrido, "Hai ragione... sarà un bianco natale!" Natale. L'autorità di mio padre si fa subito sentire in casa: tutti obbediscono agli ordini, gli elfi domestici cercano di farsi vedere il meno possibile e la mia libertà è decisamente limitata. Giusto ieri ha voluto controllare che il nostro rendimento scolastico fosse impeccabile, e così Belinda si è dovuta subire dei duri rimproveri e l'obbligo di intrattenere gli ospiti di natale per tutta la sera, compito di una noia mortale, e che di solito tocca alla sottoscritta. "Bene Deirdre, non vedo tutti gli Eccezionale che vorrei ma siamo sulla buona strada.", è stato uno dei massimi complimenti che mio padre mi abbia mai rivolto, e che mi ha risparmiato una serata tra vecchie signore snob che amano troppo se stesse per comprendere la loro ecclatante stupidità. Guardo mio padre, ora appoggiato al muro, perfetto nel suo abito fasciato, lo sguardo duro che non abbandona mai e la sigaretta stretta nelle dita. Charles Blackster, troppo facile descriverlo: conservatore, attaccato all'onore e al prestigio della casa Blackster più che alla sua stessa vita, membro di prestigio al Ministero, temuto e rispettato da tutti. Se solo tenesse alle figlie almeno quanto tiene all'onore, non comprerebbe il nostro amore con i regali più costosi. Ma in fondo, va bene anche così...
Distolgo gli occhi da lui per concentrarmi su un punto davanti a me. Sono agitata mentre sto in piedi davanti alla porta d'ingresso, con al mio fianco le gemelle e con come giudice imparziale mia madre. Indossiamo alcuni tra i nostri abiti migliori mentre aspettiamo i nostri primi e più importanti (e graditi) ospiti: la famiglia Rakovski.
"Bene..perfette! I Rakovski dovrebbero essere qui a momenti..mi raccomando!". Mi sudano le mani e continuo a cambiare posizione, forse per tensione, forse per impazienza. "De così fai agitare anche me! Non puoi fare così ogni anno!" "Si hai ragione Beli..scusa...". Ci provo, giuro, ci provo ma non riesco a togliermi di dosso quel senso di vuoto, un misto di paura, eccitazione, e... "Sono arrivati!" esclama mia madre. Pietrificata; nemmeno un incantesimo potrebbe mai farmi restare più ferma di come sono ora.
I miei genitori si apprestano ad accogliere personalmente gli ospiti, come fanno nelle occasioni importanti. "Benvenuti! Accomodatevi...E' un piacere avervi qui!". Due figure varcano per prime la soglia, ma non sono loro che aspetto tanto impazientemente: subito dietro di loro infatti, un ragazzo e una ragazza infreddoliti entrano a loro volta e salutano cordialmente i vecchi amici di famiglia. Lei è Amalia Rakovski, una delle mie più care amiche, sempre frizzante e brillante; mentre il ragazzo al suo fianco è suo fratello, Axis. Mi toglie letteralmente il respiro quando si gira verso di me.
"Seguite pure Deirdre e le gemelle, vi accompagneranno alle stanze che vi abbiamo riservato. Assar, Diodora, io e Charles vi accompagneremo invece nei vostri alloggi..."
Saliamo le scale nel silenzio più assoluto finchè i nostri rispettivi genitori non spariscono dalla visuale...
"Nell'ultima lettera mi dicevi che volevi chiudere con il tuo ragazzo, Geert vero?", chiede Amelia già pronta per la serata, mentre osserva attentamente la mia vasta collezione di rossetti e lucidalabbra.
"O si...già fatto...spero almeno che lui l'abbia capito, sai non era molto sveglio...". Mi guardo allo specchio, indecisa se scegliere il vestito bianco, oppure quello blu. Sono entrambi molto belli...
"Ma stasera ci saranno anche Edward e Jasper?"
"No...". Il vestito di seta blu fa la sua scena, ma quello bianco è decisamente più elegante: l'ideale per questa sera. Faccio il giro su me stessa con indosso l'abito candido.
"Che peccato..."
"Penso di aver scelto...vada per il bianco!". Indosso le scarpe nere,alte, aperte davanti ed in tinta con le righe che ornano il vestito. "Allora, andiamo?". dico esortando la biondina sul letto.
"Certo...", mi risponde Amalia, con uno sguardo un pò risentito, probabilmente a causa delle scarse attenzioni che le ho appena rivolto,"ma prima Dè...ti piace ancora parecchio mio fratello, vero?"
Rispondo solo dopo parecchi secondi, "Mi piace...". Forse farei meglio a dire che mi fa impazzire e che è come una calamita per me, ma meglio non sbilanciarsi troppo visto il profondo legame dei due fratelli.
"Bene, allora ti farò una confessione...". La guardo incuriosita e la mia amica nota il cambiamento del mio atteggiamento verso di lei, così fa un sorriso tra il malizioso e il divertito,"Axis mi ha chiesto di te durante il viaggio...e per uno come lui, può significare solo una cosa: gli interessi davvero!"
Rimango basita e cerco di non far trasparire troppo l'emozione che mi sale come un brivido per il corpo: Axis mi piace da una vita, e inoltre è il protagonista di una vecchia scommessa tra me ed Eve, una scommessa che punto di vincere entro l'anno nuovo. A capodanno, ormai ne sono sicura, vincerò la sfida, e non appena Eve tornerà, dovrà riconoscere la mia vittoria e fare qualcosa per me...
Destandomi dai miei piani per i giorni successivi, ricordo chi sia la persona in piedi di fronte a me: "Ok Amy...cosa vuoi in cambio di quest'informazione?". Il suo viso si illumina. "Mi conosci troppo bene...voglio un appuntamento con uno dei Principi. Non mi importa se Ed o Jasp." La richiesta non sembra neanche troppo gravosa, ne per me, ne per i principini immagino.
"Non c'è problema...Capodanno va bene?"
"E' perfetto!Grazie Dè"
"No...grazie a te...". Sapere di piacere a Axis per me era fondamentale, le cose così cambiano e tutto diventa più semplice. Sento già il sapore dolce della vittoria..."Non vedo l'ora di Capodanno", sussurro appena, mentre mi accin