La corsa. Veloce, frenetica, senza alcuna sosta. Edward come un bufalo incavolato al mio fianco, corre per fuggire dall’oscurità. Dal rumore di zoccoli che diventa sempre più vicino. I confini sorpassati, il duello iniziato e già passato. Troppo presto. Troppo presto. E quella sensazione di amaro, acre, spento, che ti invade il palato, costringendoti a sistemare i conti per fare in modo che tutto torni. Che tutto torni… Ho stracciato, irrimediabilmente, quella sottile linea rosso sangue che mi legava al passato. Si è strappata, tendendosi all’inverosimile, fino a compiere uno scatto netto, deciso. Tagliente. Aedan. Non. C'è. Più. Le mura di Hogwarts sembrano stringersi.
Più veloce. Più veloce. Più veloce.
Corri e non pensare. Corri e non pensare. E’ la sola cosa che mi ripeto, quando il buio viene interrotto dal rumore della porta della stanza.
Guardo Deirdre, il fiato corto. L’inferno, è appena cominciato.
Tom Riddle. Violet Traviston.
Buffo. Pensare che lo stesso Riddle l’ha indicata come suo…successore? Chiamiamola così.
Non che la cosa mi urti, in questo momento. Il fine giustifica i mezzi, e non posso far altro che considerare, come sempre, le parole del nostro ‘capo’, le uniche che valgano.
Se lo dice lui, è la realtà. E se lui reputa che questo sia il punto cardine della faccenda, ben venga.
Miss Traviston al comando. Faccia pure.
Al momento, non mi potrebbe fare più impressione di una pioggia incessante.
Esami. Arrivano sempre. Puntuali.
Svolgerli è automatico. Il risultato è ottimo, meglio di quello che speravo, ma in fondo non che ne dubitassi, una cosa sola non può andare storta, ora come ora. Ed è il rendimento scolastico, che dà come sempre soddisfazioni. Sono un po’ assente, un po’ sopra le righe, un po’…non lo so.
Preferisco trascorrere il mio tempo in altro modo, piuttosto che blaterare e star a pensare a cosa mai potrebbe succedere. Non ci hanno beccato, è successo con i tre quarti dei compagni che erano lì. A qualcuno, sono state impartite punizioni esemplari. Altri, gira voce che si trasferiranno, vedi le fatine Corvonero.Ma al momento, la sola cosa che mi urta più di tutte, è quest’aria rarefatta e pungente che aleggia. Mio…Aedan. Durante il tragitto lungo i corridoi incrocio la sua figura.
Mi fissa, gli occhi glaciali e inespressivi, come mai li avevo visti prima, se non rivolti ad altre persone.
Sul collo ha una piccola benda, suppongo che sia il risultato dello scontro tra me e lui, nell’oscurità, poche cose sono riuscita a scorgere. Non interrompo il mio corso, lo affianco, avviandomi nella direzione opposta. -Divisi.- sussurra, con tono fiero. -Divisi.- confermo, lasciandomi alle spalle quello che, ormai, è il mio nemico.
Deirdre osserva la scena, mi si affianca.
-Mi dispiace.- credo parli della sua disattenzione per gli ultimi avvenimenti. Guardo avanti, senza voltarmi mai indietro. Sarebbe letale.
Mai farlo. Mai. Per nessun motivo al mondo.
-Non ha importanza.- la rassicuro, senza tuttavia mutare la mia espressione, completamente lontana da questi avvenimenti, come se tutto non esistesse, come se niente avesse senso alcuno, come se il mondo avesse preso a girare al contrario.
Non esiste più nulla adesso. Niente che sia giusto o sbagliato. Niente che sia più logico da servire se non il proprio ideale. E il proprio ideale, è quello che non si abbandonerà mai.
Morsmordre.
Morsmordre.
Morsmordre.
Aengus Lywelyn
-Scarlett.- una voce a me familiare mi ridesta dalla attenzione che avevo dedicato al libro aperto sul tavolo. Sollevo lo sguardo, giusto in tempo per scorgere due occhi dal colore del manto notturno che mi sconvolgono per quanto bene io li conosca.
-Pa…papà?- domando, incredula, immaginando per un momento che possa trattarsi di un sogno, considerando l’improbabilità del luogo e la sua collocazione. Lui scosta la mantella che copre il suo braccio, fa un cenno con la mano. -Papà.- risponde, facendo un gesto con il capo. I suoi capelli scuri incorniciano il viso dai tratti fieri e severi. Siede, focalizzando la sua attenzione su di me. -Ho parlato con tuo fratello.- esordisce. Non posso fare a meno che chiudere il libro con un tonfo secco, rivolgendo a lui i miei occhi.
-Hai parlato con il mentecatto, vorrai dire.- sottolineo, evidenziando palesemente la differente posizione in ambito personale che ho assunto contro Aedan, che ormai nulla è. Nulla è. Mi ripeto.
-Ho parlato con lui.- ripete. –Farò in modo che non ci siano coinvolgimenti per il suo futuro e quello di…miss Versten.- solleva appena la nuca, fissandomi.
-Che cosa?- sibilo, contrariata. Lui poggia regalmente la schiena contro la poltrona, mi lancia uno sguardo, sfilando il guanto, le dita a sfregare fra loro con un cenno particolarmente eloquente.
-Hai sentito, Scarlett.- conferma il suo pensiero. Perché, papà. Perché. -E’ l’ultima cosa che faccio.- ah, ecco. Non potevo immaginare altrimenti. Solo che al momento sono troppo presa dalla tragedia ultima, per pensarci a fondo. Ma sicuramente la storia del ‘pro filosofia mezzosangue’, avrà turbato anche lui, profondamente. Non posso immaginare nemmeno pallidamente cosa alberga nel suo cuore, adesso. Immagino che lo aiuti per via del…coso. Amore paterno. Ma so bene allo stesso modo che se mio padre mette una croce su qualcuno, quella croce si marchia col sangue e rimane per sempre. Immagino…che sia il suo modo particolare di dire addio. Anche se…non so come potrebbe farcela pienamente. Ma lui è forte, lo è sempre stato. E certe filosofie di vita, certe linee, certe posizioni…non si possono cambiare. Non si devono cambiare. Ma so, che non si cancella un figlio, anche se lontano anni luce, non si può. Non uno come Aedan. Ma anche qui, si chiude un capitolo. Forse sarà riscritto, la famiglia Lywelyn continua…ma senza un pezzo. -Ah.- è la mia sola esclamazione, guardando oltre la finestra dai vetri spessi e trasparenti. -E’ finita, papà.- parlando del rapporto ormai rotto con una parte di me. Una zona che brucia, oltre lo sterno. Se potessi urlare. Se ne avessi la forza, lo farei. Fino a farmi sanguinare la gola per lo sforzo.
-Ti sbagli.- si alza, sfiora il mio capo poggiando un bacio sulla mia fronte. -E’ appena cominciato.-
Decisions -Tu vieni con me.- Edward salta fuori con questa frase, di punto in bianco. –Eh?- inarco un sopracciglio, Jasper abbandona la sua noia completa mentre rivolge a noi la sua attenzione, Deirdre ha uno sguardo che luccica appena.
-Tu vieni con me. Con noi.- aggiunge, parlando del gruppo per esteso.
-A nome della sottoscritta…eh?- come se fosse logico per me capire di cosa diamine stia parlando. Lui scuote la testa, poggia una mano sulla mia nuca.
-Vacanze insieme.- finalmente si sbottona. E ci voleva tanto a dire le cose chiaramente anziché saltare con qualche frase a doppio senso, dico io.
-Oh certo…è una buona idea.- interviene Lewis. -La quiete prima della tempesta visto che Martine, la mia adorabile sorellina Martine, mi farà pelo e contropelo, quando torno a casa. Le mie vacanze, quest’anno, si interrompono prima.- annuncia, storcendo appena il naso. Povero Jasp. Ho come l’impressione che sua sorella, preoccupata per la sua incolumità, non metterà a tacere questa storia in casa sua. E forse, ha ragione. Si fa così. Tra fratelli. Poi torna all’attacco.
-Quindi, avete l’obbligo morale di farmi divertire il più possibile.- Edward ride, portando indietro la testa.
-Faremo il possibile, amico mio.- poi torna su di me.
-Niente no.- precisa. Io sospiro, Deirdre reclina la testa sorridendo.
-Facciamo così…- comincio –Troviamo un valido compromesso. Anziché le solite vacanze…vi porto tutti nelle campagne irlandesi. Così il caro condannato alla gogna Lewis, potrà annegare i suoi dispiaceri nei meandri del verde delle terre.- propongo. Jasper mi fa un sorrisone enorme, poggia la matita che stava torturando. -Ma che carina…vuoi che anneghi i miei dispiaceri nel sidro…mi commuovo.- dice, con aria da cerbiatto indifeso. Gli calzasse un po’, almeno. Edward annuisce.
-Alle terre del sidro, allora.- Deirdre acconsente di buon grado.
-Alle terre del sidro.- chiude il giro Jasper. -E che l’alcool mi aiuti.-
Se non ci fosse Jasper, bisognerebbe inventarlo. Sorrido. -Compromesso valido, accettato.-
King's Cross-31 Giugno 1944 Binario 9 ¾ l’atmosfera è impalpabilmente tesa. Guardo fuori dal finestrino. Il paesaggio sfrecciare e Londra avvicinarsi. Irlanda sto tornando. E sto portando con me alcune persone importanti.
Non so come, non so per quale motivo. Un pezzo manca, ma qualcosa è rimasto.
Qualcosa che sembra scandire ticchettii particolarmente invitanti.
L’idea di una nuova era…ti toglie l’amaro dalla bocca.
Edward e la sua attenzione completamente rivolta altrove. Jasper sembra semi addormentato. Deirdre mi sorride. Poggio il piede per terra, all’arrivo. Gente che si scontra abbracciandosi. La voce di mia madre che ci richiama, pronta a condurci nelle terre verdi che ci culleranno, per un po’. Ci rivediamo a settembre, Hogwarts.
« Gut.. che ne pensi? » in uno svolazzo di velluto beige, compio una breve piroetta su me stessa, soffermandomi poi ad osservare Frances in attesa del suo verdetto. La mia compagna di stanza - con cui ho imparato a fare amicizia, lentamente come mio solito, mi guarda con i lucciconi negli occhi, battendo un paio di volte le mani in segno d'approvazione.
« E' davvero stupendo, Leen! Ti sta una favola. »
« Le sarte di mio padre fanno scintille. », ironizzo, scuotendo appena i capelli biondi da brava cocchina di papà. Sogghignando, Frances si sistema minuziosamente il nastro di seta intorno alla vita, osservandosi allo specchio più per curiosità, che per vanto. Io invece mi spio dall'angolo, più per vanto che per altro.
« E chi è che ti porta al ballo, bellezza? », domanda lei dopo poco, arricciando il nasino in un'espressione sorniona. Le lancio un'occhiata eloquente, nel riflesso dello specchio, senza rispondere. Deve insistere con la sua domanda ancora una volta, prima che io mi ritenga sconfitta dalla sua testardaggine.
« Garet Haslett. », schiocco la lingua sul palato, avvicinandomi al mio beauty-case.
« Maddai? E' ..insomma, l'ex di Georgiana! », si entusiasma nell'informarmi, stringendo le labbra in una smorfia un po' preoccupata.
« Non mi porta sull'altare, Frans. Rue, bitte. », sospiro, sorridendo tra me e me; non credo che Georgiana avrà qualcosa da ridire, e se comunque l'avesse, ci siamo già incontrate su terreno di battaglia; e a me non dispiacerebbe per niente, d'altronde, re-incontrarla in duello. Intanto ho provato tre dei miei rossetti preferiti sul dorso della mano, e sono convinta che non me ne starà bene uno - forse avrei dovuto chiedere alle sarte un vestito rosso, quello si sarebbe più adattato alle mie esigenze. Abbandono i tentennamenti in un breve prendere un respiro profondo, optando per un rossetto terra, chiaro e rossiccio, non troppo evidente, delineando le labbra con cura - come mi ha insegnato a fare mia zia quando ancora giocavo con i suoi trucchi, da bambina. Mia madre non ne ha mai avuto la possibilità, d'altronde. Osservo la lente che avevo preparato, su un fazzoletto poggiato sul mobile accanto al beauty-case. E con una lieve risata, guardandomi allo specchio, la lascio lì. Oggi più colori ho in viso, meglio è.
« Io scendo ..non far aspettare troppo il tuo cavaliere. », cinguetto sarcasticamente, passando attraverso l'entrata del dormitorio.
« Non hai messo la lente. », scandisce Garet, scrutando con soddisfazione i colori dei miei occhi, seguendo distrattamente alcuni passi di danza, mentre la Sala Grande si anima del chiacchiericcio, misto al sottofondo piacevole della musica. Il ballo è, come d'altronde lo è anche nella mia vecchia scuola, un evento che entusiasma anche gli animi più indolenti.
« Ho deciso che stasera non ne avrei avuto troppo bisogno. » gli rispondo, con un piccolo sorrisetto, che viene ricambiato dall'inclinazione sghemba e divertita delle labbra di lui dopo non troppi secondi. Lo vedo lanciare un'occhiata fugace a Georgiana, dall'altra parte della sala - impegnata in uno scioglilingua davvero trasportato insieme al caposcuola Grifondoro, prima di fermarsi e prendermi per mano delicatamente, facendo un cenno verso il tavolo del buffet.
« Ponch? », domanda, facendo un passo in avanti.
« Volentieri. », annuisco, lasciando la mia mano nella sua. Non è così spiacevole, dopotutto. Mi sorride in silenzio; sembra la cosa che riesce a fare meglio, molte volte, con l'angolo delle labbra caratterizzato da una punta di timidezza che, tuttavia, stenta sempre a lasciargli il viso, nascondendosi in qualche angolo, tra le pieghe del sorriso o nel riverbero degli occhi burrascosi.
« Così, tra un po' finisce l'anno. Come ti senti? », avanzo dopo un po', mentre ci avviciniamo al tavolo del buffet senza fretta.
« Eh. Un po' ansioso, a dire la verità. », risponde sinceramente, stringendo appena le labbra.
« Ti dispiace di crescere, Peter Pan? », domando ancora, con ironia. Sogghigna silenziosamente, esprimendosi in un piccolo sbuffo - quasi l'accenno di una risata trattenuta, e uno scuotere appena accennato del capo. Eccola lì, un'altra non risposta delle sue.
« Cosa farai, finita la scuola? », e continuo; so che a lui non da fastidio perchè dopo un po' che ci frequentiamo ho imparato a conoscerlo quello che serve. E lui anche, e sa che non sono una persona insistente - ma qualcuno tra i due deve pur intrattenere un minimo di conversazione.
« Pensavo di seguire un corso per diventare Medimag- », adduce, ma s'interrompe quando la voce di Lumacorno esordisce in tono pomposo, scavalcando tutto il rumore che rieccheggia in Sala Grande.
« Signori e signore, l'elezione di Miss e Mister Hogwarts! ». Tom Riddle, e Julia Versten; davvero due, bellissimi, buoni partiti. E non capisco perchè Garet diventi così irrequieto, quando è una cosa del tutto normale - almeno, davanti ai miei occhi.
« Accidenti. », borbotta lui, deglutendo un grosso malloppo di quelle che sembrano preoccupazioni nascoste.
« Cosa c'è, Garet? »
« Resta qui, Leen. Vengo subito. », mormora, allontanandosi velocemente tra la folla senza nemmeno darmi il tempo di provare a trattenerlo, mentre Julia e Tom, aprono le danze di una serata più incandescente di quanto avevo previsto.
Mi è difficile immaginare dove si possano essere dileguati tutti; da quando Julia e Tom hanno terminato il loro bel valzer, ho visto disperdersi tra la folla - e anche velocemente, la sopracitata damigella, Audrey, Georgiana e Sebastian Lang e persino il cavaliere che doveva tenermi compagnia sembra essersi smaterializzato via. Incrocio le braccia al petto, e stanca di stare appoggiata al tavolo del buffet, accanto al boccione del ponch - dove avrei voluto ritrovare Garet, mi intrufolo fra gli studenti - diminuiti in gran numero. O forse è solo una mia sensazione, e probabilmente quella resterà, perchè la maggiorparte dei presenti è tutta presa dal ballo e dai loro accompagnatori/accompagnatrici, mentre io invece, con la possibilità di stare da sola, sento che c'è qualcosa che non va. O che non sta andando, in questo preciso momento. La voce forte e intonata di Eugene Pennington risuona nella sala, sovrastando il coro nell'armonia del pezzo che hanno deciso di presentare, e mentre mi faccio spazio quanto posso, tra pizzi e svolazzi dei vestiti sontuosi di gran parte della scolaresca femminile, passo accanto al professor Crale di Astronomia, nonchè direttore di Corvonero. Caso vuole che una spinta di troppo mi ci fa impattare contro - essì, perchè come appena arrivata, anche io merito di fare le mie magre figure andando a sbattere contro i docenti. E se non volontariamente, un aiutino i miei compagni di scuola sanno darmelo volentieri.
« Signorina Neumann! Tutto a posto? », domanda lui, garbatamente, dopo aver appurato che il lieve scontro non abbia provocato molti danni.
« Tutto a posto, professore ..mi scusi, mi hanno spinta. », esordisco, traendo un sospiro.
« Si figuri, si figuri. Visto che è qui ..sa dirmi dov'è la signorina Harrington? Come caposcuola ha il dovere preciso di controllare i dintorni; in più devo parlarle e non riesco proprio a trovarla. », pronuncia, in maniera eloquente, scrollandosi brevemente i bordi della giacca di gessato blu scuro, perfettamente in tinta con il suo essere Capocasa Corvonero. Sento di essere marginalmente nei guai, oltre che infastidita eccessivamente dal non sapere cosa diavolo sta succedendo, perchè lo sento - e come diceva Alexander, il tuo sesto senso è uno dei più affinati di tutta Durmstrang, liebchen, e chissà se questo vale anche qui a Hogwarts. E devo prendere una decisione, in fretta - se seguire il mio rinomato sesto senso o indirizzare Crale dove ho visto scomparire Georgiana.
« Non so proprio, l'avrò vista si e no mezz'oretta fa ..sarà sicuramente qui intorno a pattugliare. », cerco di prendere quanta più sicurezza in me stessa - tanta, dicono di solito, anche se fingo, ma visto lo sguardo un po' in tralice del professore, non ho fatto del mio meglio.
« Così ..l'ultima lezione è stata davvero interessante, Professore. », sbatto due o tre volte le ciglia, e via con le moine. Fortunatamente ho assorbito qualche nozione e termine necessari per distrarlo quanto di dovere e dare il via ad un fitto dialogo su stelle e costellazioni magiche, e bye bye "devo parlare con la signorina Harrington". Quanto meno, qualcuno avrà di che ringraziarmi, arrivati al nodo di una questione che non capisco - sempre che i miei sospetti siano fondati, d'altronde. Altrimenti, sarà stata solo una serata passata a parlare di luci nel cielo; tanto meglio, comunque, di stare da sola, nell'attesa di un cavaliere che non arriverà, non per il momento.
*Frances è un png inventato sul momento non presente ET non rilevante da me. Solo per non far stare sola in camera la mia bimba, più che altro. Din Don.
Fatto. La stoffa scivola sulle mie ossa sporgenti, ricadendo talmente bene da far apparire il vestito fatto su misura. Quasi dimenticavo: mi é stato fatto su misura, tagliato e cucito dalla sarta di mia madre in raso verde smeraldo. Non riesco davvero a capacitarmi che quella nello specchio sia io.
« cavolo. » balbetta appena mia cugina Jane, dodici anni, sdraiata a pancia in giù sul mio letto in un turbinio di lenzuola e cianfrusaglie assortite. Passo le mani sulle anche, premendo il tessuto lucente contro il mio corpo. Immagino che in questo momento dovrei continuare a prepararmi, ma davvero non riesco a spostarmi; quella che si riflette nello specchio non sembro neppure io. E’ una figura bellissima, senza ossa fuori posto, che non è troppo alta e ..
« Georgiana Claire Harrington, da quando sei una stragnocca tutta trine? » mi apostrofa Annette, uscendo dal bagno con i capelli pettinati come una venusiana impazzita. Ma non glielo dico, visto che per lo spavento ho fatto un salto all’indietro e sono inciampata nello strascico, sbattendo il sedere per terra. Se si è strappato mi ammazzo.
Mi risollevo a fatica, fulminandola mentre si infila il reggicalze di pizzo rosa fluorescente; io le voglio bene, ma qualche volta mi spaventa davvero.
« è solo un vestito.. » sussurro cacciando la testa nel baule pur di non farle vedere che sono diventata rossa come una ricordella. Voglio solo essere bella, non mi sembra una grande richiesta; non carina, voglio essere bella.
Mi sistemo i capelli in uno chignon, non molto diverso da quello che mi faccio spesso a scuola; un colpo di bacchetta e li fisso in quella acconciatura, sistemandoci anche un fermaglio di quelli che, anche se non si direbbe, sono diamanti. Con la coda dell’occhio catturo la figuretta di Jane che si ribalta sul letto e si spalma sulla boccuccia del rossetto color mattone, insultata a tutta birra dalla proprietaria del cosmetico, la mia compagna di stanza Gemma.
« auguratemi buona fortuna. » dico in un sospiro, spostandomi verso la porta; per loro sarà una semplice festa, per me è un evento fondamentale. Sono una Caposcuola, e solo questo dovrebbe bastare per ricordarmi che passerò il tempo a controllare che nessuno si ubriachi e cada dalle scale – come stavo per fare io andando verso la Sala Grande, oltretutto.
Passo tra i lunghi tavoli del buffet, tra le bambine ricoperte di gonnelloni rosa che già cianciano alla ricerca di un cavaliere dell’ultimo momento. Del mio, invece, distinguo la forma della schiena larga, i capelli scuri e il lieve movimento della testa mentre ascolta le indicazioni di Dippet, che sfila davanti a lui ed Elizabeth Hale con aria di chi li sgozzerebbe volentieri.
Non dico niente quando gli arrivo di fianco, e mi limito a far scivolare la mano nella sua; subito si volta, e senza neppure badare a chi ci circonda mi stampa un bacio sulle labbra. Trattieniti, Georgiana, mi sussurra una vocina nella mia testa mentre gli circondo il collo con le braccia e lascio che mi baci di nuovo.
« Harrington! Lang! » abbaia il preside. Ehm. Ci voltiamo verso di lui con l’espressione più colpevole che ci possa venire; ma non posso che sorridere, sentendo il suo pollice che accarezza il dorso della mia mano.
Ho distinto un eco lontana; non ne sono del tutto sicura, ma credo di aver sentito che Julia è miss Hogwarts. Insieme a Riddle. Lo ammetto, sono troppo impegnata a controllarmi dallo sbottonare i pantaloni a Sebastian per badare a quello che succede a decine di metri da me, in Sala Grande, mentre noi siamo infossati nello sgabuzzino delle scope.
Il suo peso mi spappola le costole, e me ne rendo conto solo ora che ho smesso di occuparmi dei miei ormoni e sono ritornata ad essere un cervello pensante. Ed in effetti, questo secchio sta per spezzarmi l’osso del collo. Faccio scivolare il piede via dalla sua gamba, fino ad atterrare malamente. Tentare di fare sesso in uno stanzino è sempre una pessima idea. Anche per me, che ho dimostrato di fare sempre la cosa giusta in ogni occasione. Ballare riscalda l’istinto, non l’avrei mai pensato.
« Seb. Hai sentito? » si solleva a fatica, grugnendo quando rinuncia a slacciare il nodo strettissimo che mi tiene il vestito ancorato addosso.
« No, stanno tutti dormendo. » brontola prima di prendere a baciarmi dietro l’orecchio. Maledetto, è il mio punto debole, e lo sa benissimo. Mi divincolo a fatica, e mi rialzo ancor più lentamente, spostandomi sino a poter posare l’orecchio alla porta del ripostiglio.
« Julia è miss Hogwarts. E Riddle il mister. » gli sibilo, prima di socchiudere la porta. Le poche persone che vedo sono ancora più impegnate a pomiciare di quanto lo fossimo noi. Attraverso l’atrio a tutta birra, infilandomi tra le porte spalancate, in mezzo alla confusione. Non riesco a vedere la mia migliore amica. Non so dove sia finita, dove stia ballando con Riddle, suppongo.
Vado verso il buffet, giusto per ingannare il tempo almeno finché Sebastian non ricomparirà; perché mi sembra che tutti mi guardino? Dio, non sarò spettinata! Mi tocco i capelli. No, sembrerebbero apposto.
« Smettila, sei splendida. » sibila una voce che ben conosco abbracciandomi da dietro. Stasera deve aver bevuto qualcosa di strano, non era mai stato così infuocato. Gli do una gomitata quando vedo Aedan che trotterella verso di noi. Scuoto già il capo; non ho visto la sua dolce metà, è inutile.
Sento delle dita fredde che mi si richiudono improvvisamente contro il braccio; mi volto di scatto, mi trovo di fronte Jules. Pallida come un cencio.
« Cosa ti ha detto? » le chiedo senza neppure aspettare che sia lei a fiatare.
« Giuro che se ti ha fatto male, vado là e…» sbotta Seb, approfittandone per darmi una botta sul sedere già che c’è. L’ho detto, che stasera non è normale.
« Julia! » strilla Megafusto Lywelyn. Smetti di chiamarlo così ! Dannazione, è tutta colpa di Eugene e dei suoi nomignoli malvagi.
« Mi ha sfidato. A mezzanotte, nella Foresta Proibita. » risponde abbassando lo sguardo.
« Veniamo con te. Il Fidelius è nato per questo. » già, il fidelius. Sparpagliato per tutta la Sala Grande in versione elegante e del tutto ignara del casino che verrà fuori tra dieci minuti.
« Va bene. Ma non tutti insieme. Sarebbe troppo sospetto. Andiamo avanti io e Georgiana. Intanto avvisiamo gli altri. Sebastian, Aedan voi porterete al punto prestabilito gli altri. » ribatte Jules, lanciandomi uno sguardo eloquente.
Passo di corsa di fianco a Jill; mi basterà parlare con lei e pochi altri, perché chi di dovere sappia.
« Dillo agli altri, alla Foresta. Non tutti assieme. »
« L’ha sfidata » mi risponde sgranando gli occhioni azzurri. Non le rispondo, e mi lascio prendere per il braccio da Julia, che mi trascina verso la porta.
Chissà, forse sembrerà che stiamo andando ad incipriarci il naso o a spettegolare alle toilettes. E speriamo che anche i professori la pensino così, quando scompariamo in una nuvola blu e verde.
« Allora, Lenore? » sbotto guardandola dall’alto in basso. E’ a terra, e perde sangue dal naso; ha fatto molto male a mettersi contro la campionessa del club dei duellanti, imbattuta per tredici duelli di seguito – praticamente tutti quelli di quest’anno, in effetti.
« Troia! » sibila contorcendosi, come se si volesse rialzare.
« Puttana. » rispondo con tutta la tranquillità di cui sono dotata, come se avessi detto una parola a caso. Ora non ha molto da ridere, la signorina; mi passo il dorso della mano sulla guancia, tagliato diagonalmente da uno dei suoi incanti di lacerazione.
Non riesco a staccare gli occhi dalle sue ferite. Sono stata io, e ancora non me lo spiego.
« Georgiana! Centauri! » grida la voce acuta di Audrey alle mie spalle. I corpi a terra sono più di uno, quelli sulle spalle di altri ancora di più. Vedo Sebastian che solleva Julia, poi Megafusto ancora a terra. Corro verso di lui.
« Mobilicorpus! » sussurro appena. C’è una confusione infernale. Non capisco più niente. Mi rituffo tra i rami, portandomi dietro il corpo che ho incantato.
Mattina.
Oggi c'è il ballo.
Inviti: nessuno.
Vestito: nessuno.
Sono in bibblioteca a ripassare erbologia per i GUFO ormai molto vicini. Cassie è vicina a me e ripassa per i suoi esami, sicuramente più leggeri dei miei, silenziosa come lo è stata dalla conversazione con Julia. Non me ne ha parlato più di tanto ma visto il suo umore non sono sicura che i suoi sospetti fossero infondati. L'unica serata davvero bella in cui l'ho vista spensierata è stata quella del pigiama-party: ha riso a lacrime al racconto dell'incontro con l'elfo domestico. Ma il resto delle giornate è stata taciturna, nemmeno triste, come chiusa in un suo pensiero fisso e assillante. Ora è immersa nel suo solito silenzio. Comincio a ripetere sottovoce gli utilizzi delle spine delle rose dai petali carnosi. poi Cassie mi interrompe, cercando probabilmente di distrarsi dal suo pensiero. "Rah, con chi devi andare al ballo?" dice guardandomi.
Io la osservo strabuzzando gli occhi. Era l'ultima domanda che mi aspettavo. "Cosa... cioè... penso che non andrò con nessuno al ballo. Non sono stata invitata da nessuno e io non ho intenzione di invitare nessuno... penso addirittura che non andrò." le rispondo con un pò di vergogna. Lei ha ricevuto un sacco di proposte, ma per ora non ne ha accettata nessuna. "Come non vai? Sapevo che non te ne saresti preoccupata e per questo ho mandato un gufo alla signora Page per chiederle di cercarti un vestito... L'ho nel mio armadio e so che ti starebbe benissimo!" dice con aria convinta. Io sono sempre più stupita. "Ma non ho cavaliere... e poi non avresti dovuto chiedere a mia madre..." le rispondo in un soffio "e tu non hai ancora un cavaliere?" lei sorride e comincia a rispondermi "No, io..." "Ehm... Cassandra?" un ragazzo alle nostre spalle richiama la sua attenzione. Lei si gira e lo saluta con un piccolo cenno del capo. "Potrei parlarti un momento?" chiede lui. é un ragazzo che non conosco, dovrebbe essere dello stesso anno di Cassie, al Corvonero. Dall'espressione (quella di chi sta per vomitare dall'emozione) dovrebbe essere una nuova conquista della mia amica che, non trovendo il coraggio prima, ha aspettato la mattina del ballo per chiederle di accompagnarlo. Lei acconsente e lo segue fuori dalla bibblioteca mentre io aspetto di vedere l'esito della chiaccherata.
Cassandra non si fa aspettare troppo e si siede di nuovo vicino a me dopo forse nemmeno cinque minuti. Sospira. "Allora? Vai con lui?" le chiedo. "No ho deciso che non andrò con nessuno." dice riprendendo il libro di Difesa Contro le Arti Oscure. "Ma come..." comincio. "Ci facciamo compagnia a vicenda. Ci sarà da ridere a vedere certe oche del Serpeverde stippate nei loro vestiti a fare le fatine! E poi sicuramente ci sarà qualche cavaliere pronto a chiederci un ballo non trovi?"
Io penso sinceramente di no ma faccio finta di nulla ed evito di commentare riprendendo a ripetere Erbologia.
Sera-preparativi
Non sono per nulla nervosa per il ballo... dopo tutto sarò lì solo per fare contena Cassie. Il vestito comprato per me dalla mia madre adottiva era un lungo abito da sera rosso di un tessuto particolare che mi aderiva alla pelle mettendo in risalto il mio corpo longilineo e magro. "Vedrai con quello Rah! Attirerai su di te gli sguardi di tutti i cavalieri e l'invidia di tutte le dame." commenta Cassandra osservandomi. Lei indossa un vestito nero corto, un pò provocante. "Credo che potresti essere tu ad attrare le attenzioni Cassie. Il vestito ti sta d'incanto." le dissi cercando di mettermi il mascara senza sporcarmi. Vedendomi in difficoltà Cassie mi prende la boccetta e comincia a mettermelo lei.
Ballo
Il ballo è la cosa più noiosa che mi sia capitata da giorni a questa parte, e in più avrei ancora due secoli di Storia della Magia da ripassare. Una perdita di tempo colossale. I miei pensieri sono più che visibili dalla mia espressione vacua e Cassie ha ormai rinunciato di farmi notare quanto è bella la Sala Grande decorata a festa, o altre cose ai miei occhi assolutamente inutili. Scorgo entrare Alexa e Lory e vedo con stupore che sono accompagnate da due ragazzi. "Hey Cassie, non ti sembra strano che non ci abbiano detto nulla?" dico indicandole. "Oh! Alexa sta con Max!" dice lei piacevolmente stupita "Non ci ho mai parlato troppo ma penso che sia un bravo ragazzo." mi dice. Io annuisco felice per la mia amica e effettivamente sento un pò di tristezza per me stessa. Nessuno mi ha invitata. Mi riscuoto stupendomi dei miei stessi pensieri. Non sono sicura che avrei accettato anche solo una proposta. "Rah guarda un pò da quella parte. C'è un ragazzo che non smette di fissarti!" dice Cassie sottovoce. Mi giro e incontro lo sguardo di un ragazzo del mio anno. Jared McPherson, serpeverde. è vero mi sta osservando e io non riesco a sostenere il suo sguardo. Mi giro verso Cassandra e arrosisco violentemente. "Ti prego spostiamoci..." sussurro con imbarazzo. "Come vuoi, cara." dice lei ridacchiando "In ogni caso non è male come ragazzo... non capisco proprio perchè ti vuoi allontanare da lui..." "é del serpeverde, per iniziare, figlio di una delle più potenti famiglie purosangue della Scozia." le dico per distoglierla. Lei inarca le sopracciglia. "Non mi sembra di averlo mai visto con Riddle... Condivide i suoi ideali?" mi chiede subito. "Non lo so ma preferisco non indagare." le rispondo. "Non sembra si scoraggi facilmente il ragazzo... guarda!"
Mi giro verso di lui e noto che si sta avvicinando a me e Cassandra. "Signorina Ching..." dice appena ci arriva vicino "Posso avere l'onore di un ballo?" nella sua voce non c'è nemmeno una nota di imbarazzo ed è così sicuro che comincio ad aver qualche dubbio sulla possibilità di rifiutare. "Non ammetto un rifiuto Rah." Dice infatti sorridendo e porgendomi la mano. Alla fine accetto, sotto occhiate maliziose di Cassandra che sembra anche preoccupata, e gli stringo la mano guardandolo negli occhi. Sono di un bellissimo colore blue acceso. Non avevo mai notato quanto potesse essere affascinante, e dopotutto era nella mia classe di erbologia solo da qualche mese. Mi sorride con gentilezza e mi conduce in mezzo alla sala a ballare. Io non ho mai partecipato a un ballo e mi tremano le gambe per l'emozione. Lo metto al corrente di questo problema con molto imbarazzo. "Non si preoccupi Signorina Ching, questo è un lento. Deve solo stringersi a me." Noto la nota ironica nel suo tono e arrossisco. "Perchè mi chiami così? Il mio cognome è Page..." gli chiedo stringendolo come mi aveva detto di fare. "Rah, sai così poco della tua vera famiglia da credere che Ching sia il tuo secondo nome?" mi dice con gli occhi che scintillavano. Mi presero le vertigini... "Cosa sai della mia famiglia?" chiesi in un soffio spaventato. "I Ching sono una delle più importanti famiglie cinesi, imparentate alla lontana con una dinastia di imperatori. Sei quasi una principessa Rah." Rispose. Sono così colpita da queste affermazioni che continuo a ballare in silenzio, senza parlare d'altro. Jared mi asseconda e probabilmente capisce che una informazione del genere poteva avermi scioccata. Ma come posso crederci senza un minimo di garanzia?
Sembra sincero e quando lo guardo negli occhi vedo solo sicurezza. Non c'è nemmeno una piccola traccia di quell'indifferenza che utilizza chi sa come mentire per non apparire imbarazzato mentre parla. I suoi occhi e il suo sorriso sono quasi ipnotici. Come sa queste cose? Devo credergli?
La canzone è finita Jared mi sorride compiaciuto. "Jared... Vorrei chiederti come sai queste cose ma preferisco lasciar perdere. Ti ringrazio per il ballo." dico congedandomi. "é stato un piacere Rah. Ci vediamo presto."Modificata l'immagine di Jared visto che la precedente era già utilizzata.... *-* Grazie alla Lynd per avermelo ricordato.
Giorni precedenti
Come tutti gli anni in questi ultimi tempi la scuola assume un aspetto quasi spettrale e inquietante, con tutti quegli studenti consumati dallo studio della loro linfa vitale, tanto da non sembrare nemmeno poi tanto umani; spero proprio di non incontrare nessuno di loro da sola nei corridoi…sarebbe peggio di scontrarsi faccia a faccia con un troll!
Nemmeno la grande notizia del ballo scolastico sembra rinvigorirli, anzi sembra che la cosa gli sia proprio scivolata addosso; d’altronde è normale…anch’io l’anno prossimo sarò nelle stesse condizioni…solo un po’ più carina, o almeno spero! Sta di fatto che mentre tutti i malcapitati dl quinto e del settimo anno riescono a trovare solo un piccolo angolo del loro tempo per pensare al vestito della festa, io ho tutto il tempo che voglio e più di quanto me ne occorre.
Entro nella mia stanza, diventata un campo minato, se la guerra fosse combattuta con tacchi 10, vestiti e gioielli; mi faccio spazio tra stoffe rosa e azzurre, scanso sandali e decolté per poi raggiungere il mio obiettivo finale: “Scar!”. “Hey Dè”, replica con ben poco entusiasmo…non saprà cosa indossare o sarà indecisa su qualche accessorio suppongo. “Penso di aver trovato IL vestito…devi vederlo…”. Mi giro scartando il pacco che mi ha appena mandato mia madre: premurosa come sempre. Mentre tolgo delicatamente la carta che lo avvolge noto che nella stanza manca una presenza ostile; sembra proprio che il campo nemico sia sgombro. “Dov’è la Traviston?”, domando incuriosita, celando ancora la sorpresa. “Penso proprio che alla fine abbia ceduto e si sia ritirata per fortuna…”. che peccato...sarcasticamente parlando!
“Ok…pronta?!”, le domando. Mi sorride; mi domando perchè Scar sia così pensierosi in questi ultimi tempi... “Pronta per cosa?”, Amber, toltasi dallo specchio del bagno con cui stava intrattenendo una felice conversazione col suo riflesso, si intromette come non manca mai di fare nella nostra conversazione; “Stavo per mostrare il mio nuovo vestito a Scar…il vestito per il ballo”.
“Oddio posso vederlo vero?”. gli manca solo la coda per scodinzolare per rendere meglio l'immagine di completa sottomissione e dedizione di questa ragazza!
“Certo..”; sarà anche una vera rompiscatole, ma nessuno sa far ingigantire il mio ego come lei; in questo ambito è davvero indispensabile!
Apro davanti agli occhi delle presenti un magnifico abito azzurro, del colore dei miei occhi per la precisione, lungo e di seta. “E’ bellissimo…ti starà di certo da favola!”, mi dice la bionda con la sua solita sovreccitazione e esaudendo le mie speranza di successo. “Certo una favola…ma non penso che tu lo possa mettere per il ballo…”. Attonita. Non esiste parola che esprima meglio i miei sentimenti. Scar continua a lanciarmi occhiate eloquenti, che però non riesco a cogliere…
“Dè, pensa bene al dopo…quel vestito è troppo bello per un possibile risvolto della serata…”. Ma è impazzita? Di che diavolo….ah già. Solo ora mi ricordo della controindicazioni di quest’ultimo ballo scolastico. C’è sempre qualcosa o qualcuno che deve rovinare il mio happy-ending… per quanto io sa importante c’è qualcosa di più grande che dev’essere compiuto…ma odio comunque questa situazione. “Io veramente lo trovo fantastico…”, e di nuovo Amber spunta dall’ombra. “No ha ragione Scar…è troppo…ho tantissimi altri vestiti altrettanto belli e anche comodi…”
ritorno alla mia ricerca, spaziando tra gli armadi, consiglio alla mediocre Amber, che continua ad insistere su quel cavolo di vestito, e alla favolosa Scar, ma mentre cerco qualcosa di adatto mi domando sempre una cosa, fondamentale per la scelta, “Questo piacerà a Jasp?”. Patetica e infantile, ma felice ed eccitata come non mai.
Sera del ballo
“Come sto?”, chiedo per la milionesima volta a Scar, poi a Beli, Uto, Eileen e a chiunque mi capiti a tiro…ok non proprio a tutti. Dopo essere sicura, ma alla fine nemmeno toppo, di aver fatto la scelta giusta mi immergo nell’insieme di luce e suoni della Sala Grande, piena di persone, in una serata che non si sono nemmeno negati gli indaffaratissimi diplomandi. Ansia e tensione da una parte, eccitazione dall’altra mi sconvolgono completamente, mentre al mio fianco la mia amica sembra più immersa in tutt’altri pensieri; solo ora mi accorgo che forse sono stata egoista e decisamente egocentrica a focalizzare la mia attenzione solo su di me, senza notare che l’atteggiamento distante di Scar era forse dovuto ad argomenti più importanti e profondi che un semplice paio di scarpe. Dovrei parlarle…dovrei spiegarle…dovrei scusarmi, ma… “Dè…”. Jasp arriva porgendomi la mano ed è come se lo vedessi per la prima volta; avverto una sensazione strana che non so spiegare…so solo che comincio a sorridere come una cretina principiante. Gli porgo la mano e cominciamo a ballare in mezzo a tutti gli altri studenti, e al contempo completamente soli. In questo momento, per me, ci siamo solo io e lui. Guardo negli occhi il mio migliore amico, il mio complice, il ragazzo che mi ha fatto soffrire come non mai, che mi ha supportato, sopportato, regalato gioie e delusioni fino ad oggi; l’unico che abbia mai amato senza nemmeno saperlo. “Sei bellissima…”. Quanto vorrei che questo momento durasse per sempre. “Anche tu…”, ecco di nuovo quegli stupidi sorrisi. Mi stringo a lui, poggiando l’orecchio sul suo petto fino a sentire i battiti del suo cuore. Sento la musica che cambia ed alzo lo sguardo finchè i miei occhi incontrano i suoi. Un interminabile istante. ‘baciami, ti prego, baciami’ continuo a ripetermi non desiderando altro da troppo tempo. Ma i desideri, come in tutte le favole, si avverano sempre, e così i nostri volti si avvicinano sempre più in un solo, unico, splendido bacio; tutto perfetto, prima di essere trasportati via dalla forza degli eventi e capire che questa è la realtà e non una favola; e allora eccoci a inseguire Ridde e la Versten, con al nostro fianco Ed e Scar. Corriamo in quella foresta che conosco e che mi sembra ora così minacciosa. Perché sono i momenti più belli ad essere sempre rubati? Non chiedevo che pochi minuti ancora…ma l’arroganza degli ideali non ammette sconti.
A ognuno il suo, ora è il momento della resa dei conti, così si schierano i due schieramenti di guerra, l’uno di fronte all’altro, Morsmordre e Fidelius; ci sono fratelli contro fratelli, compagni contro compagni, omicidi contro vittime. Nella paura e nella tensione che sale sempre più non temo solo per la mia vita, ma anche per quella delle persone che ho accanto. Ed, Scar,…Jasp…e se vi dovessi perdere cosa farei? Non deve accadere, non può accadere; e se lo richiederà preferisco perire io stessa piuttosto che loro. Eroismo? Probabilmente solo paura estrema e amicizia. Guardo Jasp negli occhi per un solo istante, senza parole, totalmente inutili di fronte alla situazione. Mi stringe la mano mentre il primo lampo di luce si staglia nel buio della notte e si scontra violentemente col secondo in risposta; è cominciata.
E’ la resa dei conti, l'inizio della fine...o di un altro inizio.
Estraggo la bacchetta contro un nemico invisibile e non posso che sperare mentre inseguo una sagoma appena visibile all'interno della foresta proibita in una notte sempre più oscura…
Il corridoio e` buio, le lampade ad olio ai muri formano ombre che si susseguono sul tappeto persiano per terra, illuminando fiori rossi o leoni dalle fauci aperte. Mentre cammino sulla punta dei piedi, guardandomi intorno circospetta, mi balena per un attimo il pensiero che non ne vale la pena. Guardo Susan negli occhi in cerca forse di un segno che mi rassicuri, ma anche lei sembra poco convinta della nostra missione “ruba-cibo-dalla-cucina-per-sleepover”. Il solo pensiero di una banda di elfi domestici che ci sorprendono rovistando nella dispensa mi fa rabbrividire. Gia` li vedo con il mattarello in mano, pronti a cacciarci via a suon di “mattarellate”.
“Forse dovremmo tornare” sussurro all’orecchio di Susan, che si e` accostata alla pesante porta che segna l’entrata della cucina.
“Dai Alexa, facciamoci coraggio, massimo mettiamo in atto una fuga rocambolesca, tanto i dormitori dei Tassorosso sono qua vicino”. Sospiro profondamente e annuisco in sengo di approvazione. Susan lentamente inizia a spingere il portone, stranamente non e` chiuso a chiave. Poso la mia mano sulla sua, fermandola.
“Non e` che stanno ancora la` dentro?”.
Susan mi squadra arrabbiata e subito mi zittisco, girandomi dall’altra parte mentre lei apre la porta. Qualche scricchiolio dopo siamo dentro una sala buia, dove a malapena si possono distinguere i fornelli e i tavoli.
“Lumos” sussurra Susan prima che la possa fermare. Una debole fiamma di luce fuoriesce dalla punta della sua bacchetta, illuminando la cucina, pulita a fondo e lucidata dagli elfi. Con sollievo vedo che non si trovano in cucina, probabilmente staranno in una stanza contigua a dormire. Meglio per noi. Ci avviamo alla dispensa, e Susan alza la bacchetta per illuminare scaffali e scaffali pieni di ogni tipo di cibo, dagli insaccati alle brioche, dal pane ai succhi di frutta. Prendiamo poco, nonostante la tentazione di arraffare il piu` possibile e` grande, ma non vogliamo che gli elfi si accorgano del furto. Susan mi fa un segno con la testa e insieme ci incamminiamo verso il portone, ma cercando di tenere la bacchetta in mano per illuminare la via Susan fa cadere una pesante barretta di cioccolato, che nel silenzio mortale della cucina provoca un rumore metallico che rimbalza dai muri. Immediatamente si accende una luce nello stanzino dietro la cucina dove dormono alcuni elfi. Leggo la paura negli occhi di Susan. Questo e` il momento della fuga rocambolesca. Cosi`, con le mani piene di cibo e bibite, corriamo verso il portone. Ma la luce della bacchetta si affievolisce di colpo e Susan inciampa proprio sulla barretta di cioccolato, rotolando per terra in modo penoso. La scena e` cosi` divertente che non posso fare a meno di ridere. Anche Susan inizia a ridere fragorosamente, e le nostre risate riempiono il silenzio tetro della cucina. Con dei passetti corti e svelti si avvicina a noi un piccolo elfo, che tiene in mano una lampada ad olio appena accesa. Non sembra per niente felice di trovarci nella cucina. Deglutisco lentamente, e poso altrettanto lentamente tutto cio` che avevo in mano per terra. Infine alzo le mani, un po` alla film western. Susan accanto a me fa altrettanto. Ma l’elfo ci sorprende:
“Tutto questo casino per un anticipo alla colazione? Bastava chiederci no?”. Sorride mostrando i suoi denti rovinati e gialli, ma io lo trovo il sorriso piu` gradito del mondo. In pochi minuti le nostre mani sono piene di almeno il doppio della roba che tenevamo in mano inizialmente, e l’elfo ci ha raccomandato di non fare rumore in corridoio, rischiando di essere scoperte. Prima di uscire salutiamo e ringraziamo calorosamente il piccolo elfo, che ancora mezzo assonnato ci porge un’ultimo muffin. Cosi` voliamo per il corridoio, arrivando ansimanti alla Sala Comune. Una volta dentro, tiriamo un forte respiro di sollievo, ma prima di scoppiare a ridere, aspettiamo ad arrivare fino al dormitorio, e poi veramente non ci fermiamo piu`, rotolandoci per terra fra le poche cose che ci sono rimaste in mano dopo la corsa. E meno male che temevamo le mattarellate degli elfi! Rah e Cassie, che erano intente a fare le treccine a Lory, abbandonano la loro postazione per sgranocchiare i dolcetti. Lory rimane con mezza testa a treccine e mezza liscia, ma si accontenta servendo cinque bicchieri di succo di zucca, e proponendo un brindisi: “A un magnifico ballo, fantastico fine anno, ottimo GUFO e a una nuova amicizia!”. Brindiamo. A un nuovo inizio in poche parole, ma a Lory piace esagerare nei brindisi. Il resto della serata vola via in un soffio, fra abbuffate, risate, scherzi, battute e molti altri brindisi. Spero che questo sia soltanto uno dei tanti futuri sleepover che vedranno partecipi anche Cassandra e Rah. E spero di andare anche la prossima volta in cucina a fare visita al nostro amico elfo.
Odio l’atmosfera a scuola pre-ballo. Seriamente la odio con tutto il mio cuore. La scuola pullula di ragazze (e ragazzi) in piena fase ormoni, che si acconciano meglio giusto la settimana prima del ballo, sperando che, con quell’attimo di matita in piu`, o quella mini gonna ricevuta ai dodici anni, puoi forse colpire qualche ragazzo che, diciamocelo chiaramente, non ti ha mai notato per tutto l’anno. Perche` dovrebbe adesso, mi chiedo? Persino in biblioteca, un posto dedicato allo studio e alla santa dormita in pace, si sono appostate alcune ragazzine del quarto, che ridacchiano e fanno finta di leggere un libro, con la inutile speranza di essere chieste al ballo da alcuni ragazzi del mio anno, che come me, ripassano disperatamente per i GUFO. Non riesco a concentrarmi con le risate da ochette delle ragazzine, quindi mi alzo ed esco, sperando di trovare un po` piu` di quiete al parco. Come non detto, anche la` ragazzine in gruppetti stretti si scambiano opinioni su vestiti, trucchi e cavalieri, scorgo con la coda dell’occhie le sorelline di Deidre, che ostentano una sicurezza e un’indifferenza nel tema ballo notevole, ma che sono sicura siano emozionate come il resto delle loro compagne.
“Alexa!” grida una voce dietro di me. E` Susan, che, aggrappata al braccio di Lory, la sta praticamente trascinando nella mia direzione. “Giusto in tempo!”. Non capisco questa sua affermazione, ma, data la faccia di Lory, sospetto che sia una delle sue grandi idee. E questa non e` una buona notizia. Cosi` si aggrappa anche al mio braccio, e adesso si ritrova a trascinare ben due ragazzine. Improvvisamente colgo l’obiettivo di questa sua passeggiata per il parco, che aime` sembra anche l’obiettivo di meta` della popolazione femminile di Hogwarts.
“Oh no Susan questo proprio no...”. Ma e` gia` partita.
“Scusate ce l’avete una sigaretta?” chiedo con molta naturalita` Susan a due ragazzi che stavano fumando accanto a una quercia vicino al lago. Li conosco di vista, sono due del sesto, Corvonero, carini, i classici tipi da appuntamento. Un po` timiducci, frangia che casca sugli occhi, quei tipi che finche` non li conosci non puoi sapere se sono interessanti o no. Il piu` alto dei due porge una sigaretta a Susan e poi gliela accende un po` impacciato.
“Grazie! A proposito io sono Susan e queste sono le mie amiche Alexa e Lory”. La mia faccia avvampa e divento rossa come un peperone mentre li saluto stringendogli la mano.
“Noi siamo Max e Robbie”. A questo punto Susan ci guarda con i suoi occhi “scusate-uccidetemi-dopo” e si rivolge di nuovo a Max e Robbie.
“Sentite due ragazzi belli come voi avranno di sicuro un’appuntamento per il ballo no?”.
I due si scambiano un’occhiata veloce, chiedendosi forse se dire la verita` oppure inventarsi una balla.
“Be`...in realta` no...” dice Max con un filo di voce.
“Ma com’e` possibile? Vabbe` si rimedia presto, anche Alexa si trova al momento senza appuntamento, avendo rifiutato proprio ieri uno del settimo” Come fa a inventarsi tutte queste balle tempo due minuti? “Perche` non vai con lei?”. La faccia di Max cambia repentinamente espressione, sono sicura che lui sperava di andare con Susan, invece che con me, ma la fortuna gli ha voltato le spalle.
“E te potresti andare con Lory Robbie!”. Robbie annuisce, rivolgendo un timido sorriso a Lory.
“Benissimo allora ci si vede al ballo ragazzi!” grida Susan, trascinandoci di nuovo via.
Appena fuori di vista dalla quercia inizia a saltellare proponendoci il suo ballo di vittoria.
“Be` non esultate con me?”.
Ed e` cosi` che mi sono trovata un appuntamento al ballo, riducendomi nello stesso stato di quelle stupide ragazzine del quarto in biblioteca. Mi chiedo come abbia permesso un evento del genere...
« non c'è niente da ridere. » rimbecco secca due delle mie ragazze, che in fondo alla stanza delle necessità continuano a singhiozzare per soffocare la loro ilarità. Il motivo di tanto divertimento è chiaro a tutti: neppure io, in situazioni normali, riuscirei a stare seria davanti a Eugene Pennington rosso come una lampada giapponese che tenta di non rifuggere il contatto fisico con Isabel, alla disperata ricerca della sua mano. Il poverino è alla sua prima relazione, e si è beccato pure la piccola geisha della situazione. Guarda ostinatamente verso di me al posto di badare a lei, rimarcando con l'espressione da orso ferito che le mie parole gli salveranno la vita, almeno per mezz'ora.
Poco più in là, altrettanto smarriti, siedono i nuovi acquisti: Opal Worthington che stringe le mani una contro l'altra, probabilmente per evitare di far esplodere qualcosa mentre sbava copiosamente su Milo Ashmore, del tutto assorto ad osservare la stanza che non ha mai visto prima e che sembra aver fatto breccia nel suo immaginario. A completare l'allegro terzetto di nuove leve che mi aspettavo di incontrare, Damian Denholm, grifondoro del sesto anno che Julia ha preso sotto la sua ala protettiva. E, a proposito di miss Versten e dei suoi amici, possiamo notare alla mia destra uno splendido esemplare di vitellone dall'occhio luccicante, anche conosciuto come Aedan Lywelyn Innamorato. Il farfallone è tutto preso a lanciare sguardi mielosi alla mia amica, seduta al mio fianco e tutta presa dalla compilazione del diario di bordo.
Ripasso tutti i volti di coloro che sono seduti qui davanti e pendono dalle mie labbra: ragazzi pieni di speranze, con progetti idee e piani. Tutti messi in pericolo da me. Lanciati a occhi bendati tra le grinfie di un pazzo furioso. « ho fatto un guaio, ragazzi. » esordisco con gli occhi che già mi si riempiono di nuovo di lacrime; probabilmente sembrerà che stia andando ad un funerale, ed in effetti il mio si profila non più così distante. « Riddle mi ha letto nel pensiero ed ha scoperto il Club. » ancora mi chiedo come faccia ad essere stata così idiota; a lasciarmi pescare nella testa senza neppure pensare che Tom non si limava di certo le unghie come Elizabeth Hale, durante la riunione dei Caposcuola.
Meriterei d'essere appesa per le orecchie alla torre di Londra, per questo. Per la delusione e lo sconcerto che si dipingono sulle facce degli altri membri del club, una serie di sguardi vacui improvvisamente concentrati su di me. Lo so, sono stata una cretina. Tanto vale farla finita e dirla tutta; sento la mano di Sebastian che mi sfiora le scapole, per poi appoggiarsi oltre la mia schiena, sulla spalla opposta. E' che lui sa, lui c'era; è successo tutto sotto i suoi occhi, anche se nessuno ha passato in rassegna i meandri del suo cervello. Prendo un respiro profondo, socchiudo gli occhi. « non so cosa ci possa succedere. quel che è certo, è che tutto quello che abbiamo imparato ora potrebbe servirci. » le fatine di Corvonero avvicinano le teste ed iniziano a sussurrare, primo cenno di vita da interi minuti a questa parte. « dobbiamo stare uniti, ora più che mai. non andate mai in giro da soli. mai e poi mai senza bacchetta. occhi aperti, mano pronta. » nessuno sembra prendere di buon grado questi ordini: ho fatto un macello, lo sapevo. Ho messo nei guai tante persone da formare una classe scolastica. Mi sento di nuovo le lacrime che premono contro le palpebre, come la notte dello scontro con Lenore. Il vocio sommesso si fa gradualmente più forte; parlano tra loro, commentano, cominciano già ad organizzarsi. Mi auguro solo che nessuno finisca male per colpa mia: sarebbe una cosa che non riuscirei mai a perdonarmi.
***
un paio di giorni dopo. « su, julia! tieni dritta quella schiena! » sua divinità si è messa a prendere lezioni di duello dalla sottoscritta; agito la bacchetta e la colpisco con uno sbaffo di fumo in faccia. « vedi? se non stai attenta, ti frego con un attacco diretto! » so che probabilmente ora mi beccherò uno schiantesimo nello stomaco, ma dobbiamo essere perfetti - lei, soprattutto. Le pareti della Stanza delle Necessità sono sgombre e coperte di grossi materassi, come se fossero insonorizzate, ma serve semplicemente per evitare che ci spezziamo le ossa in atterraggi fatti male. Io e la mia migliore amica ci muoviamo lentamente, disegnando un circolo a terra con i nostri passi, mentre leviamo la bacchetta davanti alla faccia, pronte ad attaccare. sento chiaramente il suo polso che fa un piccolo schiocco e, senza neppure pensarci, mi accovaccio, evitando per un pelo che una palla di luce bluastra che mi avrebbe trasformata in un lampone vivente.
« ma come fai! » esclama alzando le mani, dopo che per l'ennesima volta ho sventato il suo attacco.
« riflessi; ci sono abituata. » mi stringo nelle spalle, facendo ruotare distrattamente la mia arma tra le dita. « attenta ad ogni movimento. ogni rumore. non c'è niente attorno, solo tu e il tuo avversario. » non la vedo molto convinta. « e gli incantesimi, ovviamente. » aggiungo sollevando gli occhi al cielo. Lei si risistema, io faccio un respiro profondo. Se si concentrasse di più, farebbe a fettine me e tutti quelli che provano a sfidarla. Mi concentro sul fruscio dei suoi vestiti; forse basterebbe solo un tremito della sua palpebra per farmi capire che sta per respingere correttamente il mio attacco.
« ooooh! » subdola. Si è accorta che stavo per attaccare e mi ha fatto fare un volo di tre metri all'indietro; questa donna ha capito tutto della vita. « infida! » esclamo rialzandomi, e già applaudendo. Finalmente è arrivata a concentrarsi nel modo giusto; cioè abbastanza da percepire le intenzioni ancor prima che lo stesso avversario si sia reso conto di averle pensate. Questa donna è pronta per sfidarsi con chi vuole. Riddle compreso.
***
Adoro il bel tempo. Il sole, il caldo che brucia la pelle anche attraverso i rami. Certo, ben diverso da notti buie e cime tempestose, ma questa è la vita reale, non una delle mie opere. Sto a pancia in giù con i gomiti piantati nell'erba e il taccuino blu ( fresco di acquisto ) aperto d'avanti. Al mio fianco, con la testa appoggiata sul maglione buttato sull'erba, sonnecchia Sebastian, con la bocca semiaperta ed una mano infilata sotto l'orlo della mia camicia; mi sfiora il bacino con la punta delle dita, ed è l'unico segno di vita che dà. Momenti di beatitudine. Abbiamo rinunciato a studiare per stare insieme, almeno un pomeriggio prima che gli esami ci riducano in fin di vita.
« Georgiana? » rotola su un fianco e socchiude un occhio, guardandomi di soppiatto e ritirando la mano dalla mia schiena.
« Mh? » alzo appena la testa, rivolgendogli uno sguardo annoiato; lui sorride e mi si tuffa addosso, baciandomi come se non lo facesse da tre anni.
« Vieni al ballo con me. » l'ha detto. L'ha detto. Scoppio a ridere e lascio che mi strappi di mano il taccuino, facendomi poi affondare la testa nell'erba.
« Contaci. »
Ho mille pensieri. Mille e forse anche più. E’ una situazione insostenibile. Soffocante. Vorrei scappare ma sarebbe sciocco. Guardo in giro e vedo lo stra-maledettissimo potere dei Serpeverde estendersi qui a scuola come un fuoco che non si estingue mai. E questa faccenda mi provoca fastidio/rabbia/frustrazione.
Il flusso dei miei pensieri è veloce, un turbine. Provo a fermarlo e, fortunatamente, qualcuno ci pensa per me. Sebastian mi si scontra di fronte, prendendomi per un braccio, riportandomi verso la parte dalla quale stavo venendo. “Dobbiamo parlare,Dam.” –esordisce trascinandomi. “Capisco che tu mi faccia una corte spietata, Seb, ma vorrei dirti fin da subito che non sei il mio tipo” –ironizzo, seguendolo. Fin quando non mi porta praticamente dietro l’angolo alla fine del corridoio. “La faccenda della quale dobbiamo discutere è importante.”-esordisce, come se non avesse minimamente sentito la mia battuta. Io annuisco, inarcando un sopracciglio. Più che altro stranito dalla sua “non risposta” al mio scherzo. Generalmente Sebastian aspetta di cogliere la palla al balzo pur di mostrare il suo lato comico, peraltro piacevole. “Quando vuoi.” – rispondo. “Stasera. Assolutamente stasera.” –ci pensa un attimo.- “Stasera, in sala comune. Ci vediamo lì.”
Elodie è scappata. Come sempre, possibile che non riesca MAI a star ferma quando ci sono io? Non la capisco. Ci provo ma non la capisco. Vorrei avere una sfera magica che mi permetta di leggerle quello che le passa per la testa, a volte. Si è arrabbiata con me, temo. Oddio, ne sono proprio sicuro in realtà. Considerando il fatto che mi ha praticamente schiaffato in faccia il fatto che IO non mi sono accorto di nulla. Che lei mi “guardava” dal primo anno, che sono sempre stato un idolo, qualcosa di irraggiungibile. Abbasso lo sguardo, controllando per bene me stesso. Ok, adesso posso anche dirlo. IO?Il suo dio, io??? Qui c’è qualcosa che non va. Assolutamente qualcosa che non va. Ma come può dirmi una cosa simile dopo che per cinque, cinque (e scandisco bene affinché il mio cervello riesca ad assimilare questa affermazione) anni è scappata a gambe levate dal sottoscritto? Mi evitava come la peste, proprio rifuggiva ogni contatto, anche il più sciocco. Non si soffermava nemmeno per un momento. Per non parlare poi del fatto che non c’è stata MAI una volta nella quale incrociava il mio sguardo serenamente. Ogni volta che, malauguratamente per lei succedeva, io cercavo di mantenere un contatto quanto meno “visivo”, ed eccola piantare gli occhi contro la superficie del pavimento, o addirittura scostarsi da una stanza all’altra. Era perfino difficile trovarla in sala comune. Donne…io non le capisco. Sebbene mi sforzi, ma non ci riesco. Picchetto le dita contro il tavolo, lasciando che simili vaneggiamenti accompagnino il mio pomeriggio. Guardo la finestra, dopo aver ricontrollato due volte i compiti svolti, nella speranza di non incappare in qualche errore di ortografia a sfondo romantico non richiesto per via di questa miriade di problemi che si fa la mia testa. Niente, tutto ok. E’ quasi sera, il cielo volge all’imbrunire. E fra un po’. Un bel po’ a dire il vero, ho appuntamento con Sebastian. Stringo la bacchetta, storcendo il naso. Prima, però, ho una faccenda da sbrigare. Un problemuccio che ha tardato fin troppo nella sua risoluzione.
Forse è indelicato. Ci siamo. Forse non è assolutamente quello che si può definire “da gentiluomini”, ma qualcuno mi spieghi come accidenti devo fare io per parlare con una ragazza che praticamente scappa via ogni volta che mi vede. Non si può. A meno che, visto l’interesse reciproco (o almeno così lei dice), io non utilizzi le care e vecchie maniere forti per mettere in chiaro una volta per tutte questo increscioso disguido. “Fammi parlare prima di urlarmi contro” - la precedo, al fine di non dimenticare quello che voglio dirle in modo corretto, fluido e comprensibile. “Elodie, non è un atteggiamento maturo. Piantiamola con queste sciocchezze. Io ti parlo, e tu scappi come se avessi la lebbra. E la cosa oscena è che lo fai da cinque anni. Non da due giorni. Sarò sfacciato e anche ruffiano, ma non posso impormi ad una persona.” - sottolineo - “Ho provato ad avvicinarti mille e mille volte. Ho cercato di parlarti, fermarti, trovare un punto di incontro, ma niente. Per non parlare del fatto che ultimamente mi eviti in modo palese”.
Forse sarà brutale, ma l’addolcire la pillola non è il mio forte. L’ho sempre considerata una pratica inutile, e anche sciocca, se vogliamo. Bisogna sempre dire le cose per quelle che sono. E questa situazione, non cambia di certo questa eventualità. “Parlandoci chiaro. Era palese l’eventualità che tu mi odiassi proprio” - marco l’ultima frase, e non lo faccio con intenzioni cattive. Ma voglio che si capisca che, se finora non ci sono stati risvolti particolarmente piacevoli, non è stata una cosa per mia scelta. Io c’ero. Io ci sono e ci sono stato. “Io ci sarò, se tu però me ne darai l’opportunità, anziché scappare.” - le sorrido, sedendomi poi di fronte a lei, che abbassa lo sguardo mormorando un sommesso “scusami” fra le labbra dischiuse.
Ma si può? Essere così dolci? Le sfioro la guancia, sollevandole il viso, affinché realmente mi guardi, ora. “Non fa nulla bocciolo.” - le sorrido ancora. Per poi passare alla fase due. “Elodie?”
“mh?”
“Ci vieni al ballo con me?” - domando, diretto. Lei sorride, intimidita, e poi annuisce sibilando il suo consenso. Le bacio la guancia, per poi stringerla. “Sarà una bella serata.” – le assicuro.
Sebastian mi starà aspettando, o comunque starà per arrivare. Ma si sa, a me non piacciono affatto le cose a metà.
Mi congedo gentilmente, raggiungendo la sala comune ancora una volta. Sebastian in effetti è vicino al camino, praticamente elettrico. Teso come una corda di violino. “Seb?” – lo richiamo. Sempre più perplesso. “Andiamo.” - è il suo richiamo grave, incamminandosi. Mi porto al suo fianco, seguendolo. “Destinazione? Non camera tua, spero” - ridacchio, conscio del fatto che ci stiamo dirigendo da tutt’altra parte. “Diciamo che abbiamo una piccola riunione fra gli <<Anti-Riddle>> e pensavo che potesse farti piacere partecipare.” - mi informa, guardandomi con la coda dell’occhio. Batto un pugno sulla mano destra. “Tu sì che mi conosci.” - dando una lieve pacca sulla spalla.
Dopo pochi minuti, ci ritroviamo di fronte alla stanza delle necessità. “Mh?” - domando, perplesso. “Dam, c’è una cosa che devi sapere.” - mi dice, prima di aprire la porta. Con mia sorpresa, un saluto teso da parte di Julia, Georgiana, ed altri studenti di altre casate che conosco più o meno bene. “Buonasera…” - con un velo di dubbiosità.
Julia solleva lo sguardo, intervenendo per prima. “Damian. Abbiamo un paio di cose delle quali discutere.” -e mentre lei pronuncia questa frase, la vicina Georgiana si appresta al mio fianco, porgendo una piccola ampolla ricolma di liquido trasparente, con un sorriso. “A te.” - e così dicendo me la mette fra le mani, un chiaro invito a berla. Ok, non può essere un omicidio di massa, né una strana riunione fatta apposta per provocarmi danni irreversibili, almeno credo, e poi quelli che mi trovo davanti sono, oltre ogni ragionevole dubbio, i miei amici. Dubito seriamente di poterli inserire nella lista dei serial killer qui presenti tra le mura di Hogwarts.
Annuisco, mandando giù quella bevanda che, dal sapore, credo proprio sia ben lontana dall’acqua, per poi sedermi. Julia ha un’aria seria, concentrata. Stringe le braccia al petto, incrociandole. Per poi fissarmi. “Damian, hai simpatia per Tom Riddle?” - chiede, fissandomi. Io non posso fare a meno di sorridere, innocente. “Oh sì, la stessa simpatia che proverei con due dita piantate nell’esofago” - rispondo, senza troppi problemi. In effetti è proprio quello che penso ogni volta che il Serpeverde Senior è nei paraggi. Una sensazione simile all’orticaria. Allergia pura. Julia reclina la testa, senza distogliere il suo sguardo di ghiaccio da me. “Hai contatti con lui?”
Io inarco un sopracciglio, con aria praticamente attonita “L’unico contatto che vorrei avere è con il suo viso, possibilmente dopo un bel pugno piantato sulle gengive” - e dire che sono un tipo molto molto diplomatico. Ma proprio evidentemente è Tom Riddle a non scatenare tutti i miei buoni propositi. Diciamo che risveglia quella bestiolina che giace in ognuno di noi. “Sei d’accordo con le sue convinzioni?” - e sembra che tenga molto alla sottolineatura di questa domanda, poiché l’attenzione di tutti si catalizza sul sottoscritto, che assume una posa rigida, stringo istintivamente un pugno, lungo il fianco. “No, assolutamente no. Classifica i ragazzi come gli animali.” - e qui mi fermo, altrimenti potrei scadere nel volgare, e non sarebbe tanto carino, vista la presenza di ragazze.
E lungi da me il voler decadere nella scurrilità. Odio la filosofia di Riddle, ma non divento certo l’ultimo degli scaricatori di porto per lui. Gli darei troppa importanza. “Contatti con la sua compagnia?” -d'accordo, Julia ha deciso di bestemmiare. “Completamente, me ne guardo bene.” - aggiungo, continuando a fissare Julia, che si scambia sguardi di intesa con Georgie e Sebastian. “Penso sia arrivato il momento di spiegarti un paio di cose.” - e così dicendo indica tutti i ragazzi presenti, spiegandomi del club, dei loro obiettivi, degli avvenimenti legati sfortunatamente ai Serpeverde e…della morte di Ida, un racconto che mi lancia addosso una malinconia ed una rabbia fuori dal comune, che canalizzo nel semplice annuire, e nell’ascolto completo. “Adesso sai tutto.” - una volta terminata la sua spiegazione. Stringo un attimo le palpebre, affilando lo sguardo. “E tu mi hai fatto cianciare ben bene anche prima del siero, mh?” - le dico, per sdrammatizzare. Lei sorride, forse più rilassata. “Effettivamente…” - ricorda le nostre lunghe conversazioni in merito, credo. “Effettivamente…” - la imito, ma senza volerla offendere, e lei storce il naso, incrociando ancora le braccia. Io sgrano gli occhi, fingendomi spaventato. “Ti prego, i calci e i pugni no. Tienili buoni sul campo, eh?” - fintamente implorante, mentre l’atmosfera rigida di prima si spezza un po’. “Ah, Dam, un’ultima cosa.” - Julia, tornando seria per un attimo. “Sì?” - rivolgendomi meno scherzosamente a lei. “Fidelius. Questo è il Fidelius.” - rivolgendosi a tutti i ragazzi.
Sorrido, facendo un mezzo inchino verso tutti. E Carlisle ride, scuotendo la testa.
Poi è una pacca/schiaffo sulla spalla sinistra. Elargita niente di meno che da…JULIA (ma vah?). “aih.” - fintamente offeso. “Touchè.”
“..e non pensate di potervi rilassare perché non avete esami quest’anno, anzi, il sesto è…”; parole, parole, solo una serie di inutili parole che escono dalla bocca di Benton: affascinante si, ma a volte estremamente noioso. Non è lui che mi interessa, non è lui a cui oggi si rivolgono i miei pensieri, la mia attenzione; decisamente no. Spingo con troppa forza la penna sullo sfortunato foglio che ho sotto mano, e questa per poco non si rompe. Il foglio di pergamena prima immacolato e ora coperto con una macchia indefinita di nero; nero, come il mio umore, nero come il mio….odio.
Odio. Odio puro, odio vero, autentico. Tutto per una persona, di cui sto ammirando la chioma ordinata, che tanto bramerei tagliare, e la figura piccola ed esile, seduta davanti a me, che mi piacerebbe schiacciare, schiantare, forse anche uccidere; si, perché no, in fondo non è proprio una novità, giusto? Potrei farlo. Poter sentire il potere racchiuso nelle mie mani, essere padrona incontrastata del destino di qualcun altro, poter decidere della vita e della morte, come solo una divinità potrebbe fare. Potrei…potrei…ma ne sarei davvero capace?
Intanto l’ignara Violet siede davanti a me, nemmeno lei troppo attenta al discorso di Benton, e rigira tranquilla e annoiata la penna. La sua testa si muove cullando prima a destra, poi a sinistra,…
Sfioro con la mano il mio viso, nel punto dove si trovava la ferita, ormai rimarginata, che mi ha lasciato con le sue sudice unghie poco tempo fa, prima che intervenisse Lenore e ponesse fine al nostro ‘diverbio’; ho persino dovuto picchiarla, con le mie mani, come una mezzosangue, o ancor peggio, come una babbana. Non posso perdonarla.
Qualcuno dice che il perdono è la virtù dei forti; sciocchezze. Il perdono non esiste, ma è confortante pensare che possa esistere, perché ci offre la speranza di crederci buoni come Dio. Anche quelli che si illudono di compiere il bene, quelli che vanno contro gli ideali di purezza per accogliere nel loro immenso abbraccio tutti i maghi, indifferentemente dal loro sangue, non sanno perdonare. Non è una loro colpa, sono solo uomini.
Avrò la mia vendetta; Ci sono condanne ben peggiori della morte...
Sarai pure una vipera, mia cara Violet, ma ricordati che sei in un covo di serpi…
Aspettami.
Un club, l’altro club. Forse la rivelazione non è troppo scioccante, scioccante è pensare che hanno continuato a riunirsi tutto questo tempo senza che noi li scoprissimo. Pensano anche di essere i ‘Buoni’ della situazione? Non diciamo illazioni, se davvero lo fossero desidererebbero cos’ intensamente la nostra scomparsa? Odierebbero a tal punto? Ma soprattutto chi ha deciso che siano loro i buoni. Anche noi agiamo per delle convinzioni e per il bene di tutta la comunità magica, e per questo siamo malvagi? Chi lo pensa pecca di presunzione,e a vedere i numerosi membri che vanta il club della Versten, ci sono molti studenti del genere…e molti nomi conosciuti… “Deirdre!”, mi volto verso chi mi reclama. “Steven…cosa c’è?”. E’ da molto che non lo vedo in giro, d’altronde gestire G.U.F.O., club segreti e vita sociale senza essere Tom Ridde, non dev’essere per nulla semplice! “No, niente…posso accompagnarti fino al dormitorio?”, do una rapida occhiata a Jasp, Ed e Scar, poco dietro di me. “Emh..non c’è problema…”.
Non si può dire che sia un tipo esilarante, ed è già un complimento definirlo divertente, però che male può far un po’ di compagnia?! “Quindi non siete ancora riusciti a scoprire dove si riuniscono?”
“No, ma è solo questione di tempo…anzi, probabilmente non ce ne sarà nemmeno bisogno…”. Guardo il suo sguardo enigmatico mentre cerco di intuire l’allusione che sta sotto l’affermazione; un qualche piano che deve rimanere segreto, con tutta probabilità, ma cos’avrà in mente Riddle questa volta?
E’ un enigma, un enorme e infinito enigma…
Ho i piedi freddi; sono gelati e umidi. Apro gli occhi ed è come se lo facessi per la prima volta, li rivolgo verso terra: sono scalza. Il terreno è coperto dalla brina, che altera il colore dell’erba sotto di me. Alzo lo sguardo. Alberi, moltissimi alberi, dall’aspetto sinistro al chiarore della luna, alta in cielo, e offuscati dalla bassa nebbia che si aggira tra di loro. Socchiudo gli occhi per vedere meglio davanti a me e finalmente riconosco il posto dove mi trovo: è la foresta proibita. Come faccio a trovarmi qui? L’ultima cosa che ricordo è di essere andata a letto e poi….il nulla.
Muovo i primi passi per addentrarmi in quell’abisso di arbusti spinta dall’istinto, e ignoro la paura che urla forte, dentro di me, di non muovermi, di restare ferma, di non andare; forte però non abbastanza per sconfiggere l’impulso inarrestabile che sento crescere; devo andare, non so il motivo, ma devo. Man mano che penetro il silenzio si fa sempre più assordante, tanto che cerco in tutti i modi di non fare rumore nel camminare. Ci siamo solo io, e il silenzio.
Crack.
Un ramo spezzato. Mi volto mentre il cuore mi batte a mille. “Chi va la?”, cerco di dire, ma la voce mi muore in gola. Dovrei fuggire, ma sono paralizzata dalla paura e dalla voglia di sapere.
Lenta, una chioma bionda irrompe nel grigio dell’ambiente e avanza verso me. Chi sei? Forse lei avrà delle risposte da darmi, per esempio perché mi trovo qui.
Si avvicina sempre di più; sempre di più; sempre di più. E’ davanti a me. “Eve?”un sorriso leggero, per poi fuggire via. Il mio timore fa appena in tempo a scomparire, che il mio cuore, prima calmo, riprende a battere a mille per la corsa e l’eccitazione. “Aspettami!” le urlo. Corro, corro per un’infinità di tempo. Un albero segue un altro, sempre uguale e tutto sembra ripetersi all’infinito. Sono sfinita. Mi fermo. Lei è sparita. Mi appoggio ad un albero per riprendere fiato. “Aspetta un attimo…”. Guardo con attenzione la pianta che improvvisamente ha un aspetto familiare; tocco il tronco e mi assalgono una valanga di ricordi confusi, come se non li avessi veramente vissuti. Io ed Eve. Corriamo, in questo punto e poi…uno spiazzo.
Guardo nella direzione in cui si dovrebbe trovare, ed eccolo lì, leggermente diverso dai miei ricordi.
Lo spazio circolare rompe con l’atmosfera circostante: l’erba che infesta la foresta si interrompe davanti ai suoi confini e i raggi riflessi della luna sembrano illuminare solo quel punto. Solamente la nebbia rimane immune dalla stranezza di quel punto, dove a dominare non è la vita, ma la morte.
Riesco a distinguere all’interno di quel cerchio perfetto una sagoma confusa. ”Eve!”. Mi affretto verso l’oro dei suoi capelli, quando mi accorgo che non è sola: accanto a lei un’enorme animale mi fissa. Lei lo accarezza, calma, e non riesco nemmeno a vederle il viso coperto dalle lunghe ciocche.
Scappa! Vorrei urlarle, ma rimango stregata dagli occhi da rapace di quello strano ed inquietante animale. “Ti ricordi quando venivamo qui, Dè?”, esordisce la voce quasi dimenticata. “Adesso si…”, sono ricordi che risalgono al primo anno di scuola. Non saremmo nemmeno dovute avventurarci in questa foresta, ma si sa, niente ci poteva mettere dei freni; avevamo già le idee ben chiare. Ad Eve piaceva molto venire qui e mi raccontava delle storie; Diceva che lì vivevano degli animali che solo pochi potevano vedere e ogni volta mi ripeteva ‘ora li vedi Dè?’, ‘ora li vedi Dè?’. Non li ho mai visti. Come ho potuto scordarmene? Eppure ne soffrivo, e anche parecchio. “Adesso riesci a vedere i Therstral”-non si volta verso di me-“ora sei contenta?”. La sua voce diventa sprezzante e piena di odio. La paura ricomincia a farsi strada dentro di me. Perché mi fai questo Eve? Perché? “voltati!”, le urlo con un coraggio che nasce dalla convinzione che quella non sia lei, non può essere lei…ma dove sono?
La nebbia si dirama sempre più mentre quella figura si gira. Sembrano passare ore prima di incontrare i suoi occhi senza vita, come tutto quello che ha intorno. Mi sento inghiottita dal gelo che emanano: la gola si secca, le mani tremano, il volto sbianca e sudo freddo.
Gli occhi sono azzurri, ma non sono quelli di Eve; il colorito è pallido, ma non è quello di Eve; i capelli sono biondi, ma non sono quelli di Eve.
Ida. “Allora, ora sei contenta?”, non riesco a sfuggire al suo sudicio sguardo accusatore mentre tutt’intorno una risata familiare si diffonde come un veleno. Basta voglio fuggire, voglio andarmene da qui!
Una voce sibila alle mie spalle. E’ vicina, vicinissima. “E allora svegliati!”
Mi alzo con un sobbalzo. Ho il fiatone, ho freddo e sono terrorizzata. E’ ancora buio, tutto tace, tutti dormono. Eccoci ancora: io e il silenzio. Ho paura ad addormentarmi: la notte ti lascia senza difese…
No. E’ sbagliato, è tutto terribilmente sbagliato. Perché Jasper, perché proprio lui? E’ il mio migliore amico, nonostante tutto, eppure…lo voglio. Più di quanto abbia mai desiderato Geert o qualche altro amore passeggero, persino più di Axis.
Forse è proprio il fatto che sia sbagliato, impossibile, a farmelo piacere; si, dev’essere così.
‘Toglitelo dalla testa Dè, non rovinare tutto, non rovinate tutto. E’ troppo importante.’
In quest’opera di autoconvinzione dimentico però che appena rimango sola è il mio unico pensiero, che quando sono insieme a lui, sono davvero felice, come l’altro giorno nel giardino, come l’altro giorno nella sua stanza…
Il cuore va da una parte, e la ragione dall’altra. Ora devo solo fare una scelta, fondamentale, importantissima, vitale…cuore o ragione?
“Dè?” Scar entra all’improvviso nella stanza. Poso il libro che avevo dimenticato di avere aperto. “Scarl…hai una faccia. Che c’è?”
“Edward…”
“Che?” siedo preoccupata al suo fianco. “Edward. Vado al ballo con Edward.” Il suo sorriso è radioso, e la sua felicità non può che contagiarmi. Tutto è come prima, finalmente.
“Dobbiamo cominciare a pensare ai vestiti!.”. Le dico eccitata, eppure il pensiero che tanto mi attanagliava prima è ancora lì, e non sembra volersene andare tanto presto.
E se mi chiedesse di andare con lui al ballo, io che farei? Dovrei accettare?
Guardo la mia amica mentre raggiante comincia ad elencarmi le probabili vesti del ballo, e non posso che identificarmi con lei. Desidero, bramo essere felice come lei, e so bene come poterlo essere…con chi poterlo essere.
Mi sembra già di assaporare quei sentimenti, ma prima…Ed, devo parlare con Ed. Ho bisogno di un consiglio, di una spalla amica, perché questa indecisione all’apparenza tanto banale, potrebbe rivelarsi catastrofica per tutti noi…
Il cuore non è sempre dispensatori di buoni consigli, ed è profondamente egoista; è per questo che la mia risposta sarebbe si, adesso, domani, per mille altre volte…
Si. ...oggi sono tornata nella foresta, Eve, in quel luogo dove mi portavi sempre, dove mi dicevi ti piaceva tanto stare, e io non riuscivo mai a capire il perchè. E' tutto come un tempo, solo che ora il nostro sentiero è inondato di erbacce e si intravede appena, e a guidarmi è stato più il ricordo che la vista...
Ho camminato sola a lungo, per un tempo infinito tra gli alberi di un tempo e tra la nostalgia del nostro passato, finchè sono arrivata nel punto in cui tu cominciavi sempre a sorridere...e li ho visti, per la prima volta...li ho visti davvero, Eve,... i Therstral....
Qui la situazione si sta facendo più piacevole del previsto; è la frase con cui ho iniziato la lettera per Valentie, e quella che mi ronza in testa da un paio di giorni, da quando - per lo meno, non sono così tanto isolata. Che poi, essendo ancora al sesto anno, non devo preoccuparmi di nessun esame per cui recuperare ancor più frettolosamente di quanto io già stia facendo, il programma che ho perso per via del trasferimento. Me ne sto seduta su una delle poltrone della sala comune, e tra le pagine del libro che sto leggendo, "Il giovane fabbricante di pozioni", c'è questo biglietto ben fatto, che recita in una calligrafia rotonda e un poco insicura, l'invito al Lumaclub. Qualcuno m'avesse spiegato cosa sia, poi, il Lumaclub. Il biglietto si è materializzato con un piccolo mazzetto di fiori - che ho lasciato sul tavolino accanto a me. In realtà questa precisione mi ha un po' insospettito, o inquietato, nel caso in cui qualcuno sapesse sempre dove mi trovo.
« Tutto bene? », la bella voce di una ragazza bionda, boccolosa, irrompe nel silenzio interrotto solo dal grattare delle piume di alcuni studenti del quinto, seduti più in la, impegnati a stilare i loro temi.
« Oh, ciao Audrey ..tutto a posto, zì, se non fosse per mazzi di fiori e biglietti che si materializzano da un momento all'altro! »
« Ti sei già fatta gli ammiratori, Leen? », domanda, con una vena d'ironia, e un sorrisetto che la esprime totalmente.
« Ich glaube nein.. cioè, qui parla di un certo Lumaclub, dici che dovrei preoccuparmi? », mi scosto con una mano i capelli dal viso, con uno sbuffo.
« Ma no! », ridacchia, placidamente « No no, Leen, il Lumaclub è ..il Club del professor Lumacorno! »
« Il club ..del professore? », non so che espressione abbia la mia faccia, ma devo essere abbastanza sconcertata. Cos'è, qui invece di accalappiarti ti invitano ad un club? ..in questo il professor Ebersbacher aveva più stile e senso romantico, devo dire. E devo dire che era anche un tantino più giovane, coff. Ok, una volta con un professore mi è bastata: capitolo chiuso, benintesi, niente più professori, nemmeno quelli che mi mandano dei fiori.
« Sì ..è solito invitare le persone con una certa popolarità, discendenza o famiglia, insomma, quelli che si distinguono. », Ah, ok, mein Gott. Sono più tranquilla. « Ma fidati, forse è meglio che tu non ci vada, quel posto sta diventando il secondo quartier generale dei Serpeverde, e poi Lumacorno è un tale lumacone.. »
« Wie bitte? » quel suo 'lumacone' mi fa sorridere, anche se non so cosa significhi. E' strano, pronunciato in quel modo.
« Ehm, scusa ..lascia perdere, tu non fidarti troppo di quel club, siamo intesi? », adduce, portandosi un attimo la mano alle labbra come se volesse nascondere il fatto di non essersi fatta capire anche se per un solo attimo.
« Intesi, Audrey ..grazie! »
« Di niente ..ora scusa, ho una cosa da fare. Ci vediamo dopo, ochei? », con un occhiolino, si allontana, con i suoi boccoli ondeggianti ai lati del viso.
« Jawohl. », ho solo il tempo di rispondere.
***
Alla fine, ho seguito il consiglio di Audrey; non sono andata alla riunione del fantomatico Lumaclub, e in realtà non ho intenzione di andarci, nè ora, nè mai. Solo perchè, poi, sono la figlia di un professore della Durmstrang o chissà per quale altro motivo - io credo il primo, comunque; non sarebbe una sorpresa scoprire che i professori sanno, dal primo all'ultimo, che Philipp Krauz Neumann, duro e severo professore di DCLAO della fredda Durmstrang, ha mandato qui la sua figlioletta prediletta con tanto di raccomandazione. Chissà poi, che impressione si devono essere fatti di me - come se alla fine me ne importasse veramente qualcosa.
Seduta sugli spalti dello stadio, osservo il campo vuoto; non mi è mai piaciuto giocare, però osservare sì. Alexander è cercatore della squadra della nostra casa, a Durmstrang, ed io e Valentie assistiamo alle sue partite dal primo anno. Purtroppo, ora lei dovrà farlo da sola, senza di me. A volte vorrei riuscire a volare io, in quel modo, senonchè ho una schifosa paura di togliere i piedi da terra. Un fischio mi distrae, lasciando sparire l'immagine perfetta che mi ero creata nella mia testa, i giocatori di Durmstrang, accanto a me la mia migliore amica. Tutto sparito, scomparso, come quel piccolo sogno ad occhi aperti che è, in realtà.
« Ehi, mangia-krauti. », Garet Haslett; unico studente di una casa che non sia Corvonero che sto frequentando più o meno giornalmente, tanto perchè è una delle prime persone a cui ho rivolto la parola e uno dei pochi che non si diverte a parlarmi alle spalle. Sale gli spalti, nella sua linda tuta da Quidditch, sfoderando un sorriso sghembo.
« Giochi a Quidditch? », domando, seguendolo avvicinarsi.
« Ohssì, Battitore ..e tu, hai mai giocato? », si ferma accanto a me, senza sedersi, trattenendo la sua scopa nella mano destra e la mazza per respingere i Bolidi nella sinistra.
« Io non so nemmeno salire su una scopa! », esclamo, scuotendo appena il capo con un sorrisetto; avrò tutta la fiducia in me stessa di questo mondo, ma l'unica cosa che ho sempre voluto senza risultati, è stato imparare a volare.
« Non mi dire che hai paura. », ribatte lui, arcuando appena le sopracciglia, scettico.
« Ochei, non te lo dico. », gli rivolgo un piccolo sorriso, divertito, senza rispondere altrimenti.
« Mi deludi, biondina! »
« Quand'è che comincerai a chiamarmi con il mio nome di battesimo? » domando, alzando appena gli occhi al cielo. Lui ridacchia appena, senza rispondere; alcune volte è così timido che mi riesce difficile anche solo parlarci - quando mi ha mostrato il castello, per esempio; sono riuscita ad estorcergli qualche parola in croce. Altre volte invece, come oggi, sembra essere molto più pimpante del suo solito. Non riuscirò a capirlo mai del tutto, credo.
« Cos'è, un incantesimo, quello degli occhi? », fa dopo avermi squadrato il volto a lungo.
« Ohw ..nein, nein », accidenti, ho dimenticato la lente. « No sono ..sono così. Metto una lente al sinistro, per nascondere che è verde ..ma no, sono così. », da piccola mi stufavano parecchio i commenti delle persone sui miei occhi, "ma tu hai un occhio verde ed uno azzurro!", perciò ho deciso di applicare giornalmente quella lente azzurra per nascondere la bicromia: solo che oggi me la sono dimenticata.
« Non dovresti farlo. », mi redarguisce Garet, con un cipiglio leggermente inseverito. Poi si apre nuovamente in un sorriso, piacevole. « Per me, sono bellissimi. »
***
Sulla pista del Club dei Duellanti; Georgiana Harrington, di fronte a me, le bacchette alle mani e una lieve adrenalina che mi percorre fino alle dita, con cui stringo la bacchetta, impaziente di cominciare. Georgiana è una delle migliori duellanti che io abbia mai visto, e lo sfidarla mi entusiasma parecchio, anche perchè è da quando sono partita che non faccio qualche incantesimo come si deve, come dico io. « Saluto! », esclama Jason Jensen. Faccio scattare delicatamente la bacchetta davanti al viso, così come la Caposcuola, il cui sguardo deciso e tenace deve essere, più o meno, lo specchio del mio: ne sarà valsa la pena, nonostante l'esito.
« Conjunctivitus! », esclama, puntandomi la bacchetta contro. E' rapida, e precisa: ma è per questo che ho studiato tanto con il professore Ebersbacher - anche studiato tanto, gli incantesimi non verbali. Protego, creo con la bacchetta uno scudo davanti a me che devia il colpo di Georgiana: questa ha un piccolo lampo, negli occhi, dato dalla consapevolezza della mia abilità. Dominusterra, velocemente dalla mia bacchetta schizza via un getto di luce veloce e preciso che va a colpire la pedana, senza danno: solo dopo qualche secondo il terreno comincia a tremare, segno che il mio incantesimo è andato a buon fine, quando le scosse si fanno più potenti. Qualche studente spettatore, oltre la pedana, perde l'equilibrio. Invece Georgiana ha i piedi ben piantati a terra, contro le mie previsioni, e casta un Finite Incantatem potente che fa cessare il terremoto. « Expelliarmus! » casta, mentre un getto di luce schizza prepotentemente verso la mia bacchetta, ad una velocità che mi prende quasi di sorpresa, e solo per un pelo riesco ad ergere un nuovo scudo capace di respingere anche quell'incantesimo. E' arrivato il momento di fermarla: Languelingua, se l'incanto dovesse andare a buon fine la sua lingua si attaccherebbe il palato e lei non sarebbe più capace di parlare, e quindi di castare un incantesimo, e io potrei facilmente vincerla. « Defendo! » anche lei però, riesce a deviare il mio incantesimo all'ultimo con una difesa notevole, e il mio digrignare i denti è già una distrazione che non dovevo permettermi, visto che castando un Waddiwasi notevole, lei riesce finalmente a mandarmi al tappeto. Cado a terra, perdendo di mano la bacchetta. Oltre la pedana qualcuno applaude, Jason fa un cenno del capo a Georgiana e lei, con soddisfazione, mi si avvicina di qualche passo, porgendomi poi la mano, con un sorriso amichevole. « Ottima tattica, Leen. » si complimenta, docile - in duello sembra tutt'un'altra persona, invitandomi ad alzarmi. Con un sorriso soddisfatto, le stringo la mano: come ho detto, ne valeva la pena.
Passo dopo passo si va lontano, dice un proverbio che mio nonno mi ripete spesso.
E io, dove sto andando?
Verso l’aula di Musica, in senso fisico. Ma questi passi lenti e timorosi, dove stanno conducendo la mia anima?
I corridoi della scuola sono illuminati dalla luce tremante delle torce.
Non c’è nessuno in giro. Ma non per questo la tensione delle mie dita intorno alla mia bacchetta si allenta. La porta dell’aula di musica è appena socchiusa.
Qualcuno sta suonando.
Mi appoggio al muro e chiudo gli occhi, dilatando al massimo il senso dell’udito.
È una melodia dolce, struggente.
Non l’ho mai sentita prima, non è un pezzo d’opera. Forse una sonata per pianoforte. Ma di chi?
La musica si fa più intensa, mentre procede, come se il pianista ne fosse catturato, e poi iniziasse a parlare con essa, a danzarvi.
Non so spiegare questa sensazione che mi attorciglia lo stomaco.
Si ferma? No, riprende. Intensa e gentile.
Dallo spiraglio intravedo Aedan, seduto sullo sgabello, che suona senza spartito.
La musica si spegne, e lui distoglie le mani dai tasti bianchi e neri e sospira. “Quale è il titolo di questa meraviglia?”domando, entrando nella stanza. “Julia. Si intitola Julia.”
Mi gira la testa, e chiudo gli occhi per non perdere l’equilibrio.
La sua risposta mi ha colpito come uno Schiantesimo.
E io non posso fare a meno di fissarla, mentre osservo il suo stato di all’erta calare, forse per via del mio gesto. Sconsiderato o no, non mi importa. Ho intenzione di agire fino in fondo. E se questo significa mettere completamente a nudo me stesso, lo farò. Perché è importante. Perché non esiste nient’ altro di più importante che questo per me, al momento.
Non avanzo, né indietreggio. Rimango lì, in piedi vicino al pianoforte a corda che sembra ancora vibrare per la melodia appena composta.
Sono stupito quanto lei.
Di aver creato questo motivo, di averlo composto senza nemmeno pensarci su un attimo.
Le note erano trascinate da una magia strana, una magia che non proveniva dalla mia bacchetta, né dalla mia testa.
Temo, credo che la razionalità abbia appena lasciato spazio a qualcosa che va ben oltre la fredda logica che mi sono imposto.
Se potessi descrivere lo strabordare di sentimenti contrastanti che sento, probabilmente direi che i ghiacci che avvolgevano lo sterno, si son sciolti.
Si sono trasformati in pallida rugiada che scivola via, abbandonando questo corpo prima vuoto, ma che ora pulsa di…qualcosa. “Devi capirlo, Julia.” La mia voce è un sussurro lento, che viene pronunciato mentre i miei occhi annegano nei suoi.
Freddi. Ma mai caldi come ora. In uno sguardo perlaceo che voglio donare solo a lei. Stanotte."L’ho capito, Aedan. E lo vorrei tanto”.
La mia mano destra ormai stringe senza forza la bacchetta. Non mi serve difendermi, non da lui. “E allora cosa ti frena? Non credere che per me sia stato facile cercarti e cercare di farti comprendere.”
Cosa gli rispondo? Dovrei raccontargli tutto.
Mi avvicino a lui rimuginando. Mi siedo sullo sgabello accanto a questo ragazzo che in questo momento odio perché mi sta costringendo a fare i conti con tutto. “Ci sono così tante cose che non sai.”
“Prova a dirmele!”ribatte esasperato. “E guardami negli occhi, mentre lo fai!”aggiunge.
La mia vita nell’ultimo periodo è stato un concatenarsi di dolore, segreti ed emozioni. Segreti, soprattutto. Forse iniziare a svelarne qualcuno è il modo per andare avanti.
E non mi importa se sua sorella sta con i Serpeverde.
E non mi importa di conoscerlo da poco tempo.
Non mi importa più di nulla.
Ora. Ora gli racconterò tutto. Tutto ciò che è successo qui, ad Hogwarts, fin da prima che lui arrivasse, sconvolgendo me e la mia vita.
Annuisco, acconsentendo alla muta richiesta di comprensione che Julia esprime attraverso il suo sguardo dilatato per via di quelle confessioni impossibili che vuole farmi. “Prima che arrivassi tu…è successa una cosa che mi ha devastato.” comincia, e la voce le trema leggermente.
In uno dei miei soliti riflessi inconsci le sfioro la mano, invitandola a proseguire con un cenno degli occhi. “Mia sorella Ida, è morta. Qui a scuola.” e succede una cosa strana, i muscoli della ragazza si irrigidiscono, forse preda del nervosismo, e del dolore,che le porta ricordare una cosa simile.
La stringo a me, costringendola con la testa contro il mio petto. Soffio un bacio fra i capelli corvini, lasciando che possa sentire che io, realmente e materialmente, per lei ci sono. “Vuoi dirmelo?” il mio è un sospiro dispiaciuto vicino alla sua fronte.
Lei annuisce, e non si scosta. Rimane in quella posizione, e così la tengo io, cullandola.
Fin quando un fulmine a ciel sereno non si abbatte su tutto questo. “I Serpeverde. Riddle. La causa di tutto è Tom Riddle.” E lo dice con angoscia, stringendo avidamente la mia maglia, come se mi stesse rivelando il segreto più maledetto che possiede. “Riddle…i Serpeverde…” sussurro, a mezza voce, mentre milioni di motivazioni mi si spiegano dinanzi gli occhi.
Stretta a lui, le parole mi escono come un’onda liberatoria, che mi distrugge e mi guarisce allo stesso tempo.
Quando ho finito, mi allontano da lui. Lo guardo negli occhi, come non ho fatto mentre parlavo.
Non ci sono riuscita, non ce l’ho fatta.
Ma adesso devo. “Anche io avevo qualcosa da capire.”dice.
Il suo tono è amaro, con una tenue traccia di stupore. “I segreti…”inizio, ma la voce mi muore in gola. “I segreti. I segreti non fanno altro che confondere le cose. Le rendono più oscure, e la ragione non riesce a sondarli.”
È così lontano, all’improvviso. “Non l’ho fatto per cattiveria, o per malizia. Io ho una responsabilità, devo proteggere delle persone. Adesso, tu hai in mano me e gli altri. Potresti benissimo rivelarlo a tua sorella. Potresti benissimo tradirmi.”rispondo, stringendomi nelle spalle.
“Julia, ma cosa stai dicendo?!”quasi urla.
Poi continua, più calmo: “Non puoi pensarlo davvero. O non mi avresti detto nulla. Un poco ti conosco. Non avresti rischiato senza avere un minimo di certezze su di me.”
Certezze? Certezze inconsce, magari. “Non lo so, non lo so. Vicino a te, mi sento come una conchiglia in balia delle acque del mare.”“Nessuno dei Serpeverde saprà mai quello che mi hai detto.” La incalzo, per poi aggiungere. “Nessuno, lo saprà mai.”. E sospiro, guardando altrove mentre dico queste parole. Non perché non ne sia convinto. Ma perché mi rendo conto che senza volerlo probabilmente ho fatto star male Julia. Il non capire uccide, e forse rende più ciechi del previsto.
La stringo forte, baciandole ancora la fronte. “Non potrei mai lasciarti andare alla deriva. Per nessun motivo al mondo.”
Al momento, tenerla stretta a me è la sola cosa che abbia senso.
Socchiudo gli occhi, chinando la mia testa vicina alla sua. Mentre le dita sfiorano il suo profilo, con un tocco dolce. “Mai.”
Ripeto, poggiandole un morbido bacio sul naso. Mai, prima di adesso, l’ho vista così fragile. Così delicata. Bellissima.
Come quella canzone.
La sua.
La mia.
Per un istante, un solo istante, ho temuto che fosse arrabbiato.
Per un istante, un solo istante, ho lasciato che le mie paure vincessero.
Invece ora mi sciolgo in questo lago di tenerezza che non pensavo fosse in grado di offrirmi.
Aedan è sempre stato la passione travolgente, il desiderio immediato. Questo mi spaventava, mi allontanava.
Adesso, invece, mi arrendo alla sua dolcezza.
Prendo il suo viso fra le mani e gli sorrido.
Un bacio sulla fronte, in segno di tenerezza.
Un bacio sulla guancia, in segno di amicizia.
Un bacio sulle labbra, in segno di passione.
Gli stringo le braccia al collo, e chiudo gli occhi. Forzo le sue labbra con la mia lingua, e smetto di pensare. Lui mi accarezza i capelli e la schiena, mentre il mio cuore accelera.
Tutto ciò che mi circonda di fa indistinto, mentre mi alzo e lo trascino con me sul pianoforte.
Seguo i suoi movimenti mentre le mani calde scivolano sulla sua schiena coperta da questi indumenti al momento così inutili ai miei occhi.
E’ un bacio forte, intriso di qualcosa che non pensavo potessimo vicendevolmente donarci. I segreti svelati hanno abbattuto la barriera.
I segreti svelati ci avevano inibito conducendoci all’apice di una rovinosa condizione di silenzio.
Le labbra scivolano sul collo, sulla linea della clavicola, baciandola lentamente. Mentre la lingua scivola assaporando la sua pelle d’alabastro.
Le dita scivolano sotto la sua maglia, impercettibili. Camuffate da questa straordinaria passione che ci travolge.
E sono attimi.
Julia qui. Julia con me. Io stretto a lei. Corpo contro corpo in questa sorda richiesta di eliminare le barriere una volta per tutte.
E poi un rumore. Ma io sono troppo impegnato per distinguerlo. Terribilmente.
Un cigolio. Quella minima parte dei miei sensi che non è concentrata su Aedan registra il rumore della porta. “Julia?!”
Oh Santo Merlino.
Eugene è fermo sulla porta, paralizzato dalla sorpresa, credo.
Mentre avvampo per la vergogna, Aedan ed io ci stacchiamo e ci allontaniamo dal pianoforte “Eugene.”dice Aedan, con un’incommensurabile faccia tosta.
Poi il ragazzo-lupo mi prende per mano e mi porta via, e non posso fare nulla se non seguirlo e rivolgere un muto sguardo di scusa a Eugene.
Poco dopo, sto correndo con Aedan per i corridoi.“Eugene.” Ho appena il tempo di chinare il capo, una volta al suo fianco, in segno di saluto.
E trascinare Julia fuori dall’aula.
Aumento il passo, in modo esponenziale passo dopo passo.
Dove. Dove.
Un barlume. Un’idea. “Ti porto in un posto.” Mi avvio lungo le scale, continuando a salire, fino all’entrata in legno del giaciglio segreto. Spingo la porta, facendole cenno di entrare. “Qui nessuno potrà disturbarci.”Alla luce della luna, scorgo una piccola soffitta. Aedan accende una coppia di candele con un incantesimo. “Ma che posto è?”non posso fare a meno di chiedere, guardandomi intorno. “Non ho voglia di parlare, Julia.”dice, con un sorriso, mentre mi stringe di nuovo a lui. “Neppure io.”
Abbracciati, cadiamo su un giaciglio di coperte. “Pieno di sorprese come sempre, Lywelyn.”sussurro, mentre gli tolgo la camicia.
Sorrido, stuzzicato dalla situazione mentre lascio che i vestiti abbandonino il corpo sotto il tocco delle sue mani appena sfiorato. Sollevo la sua maglia, sfilandola via, mentre la bocca percorre la linea del suo ventre, il petto ed il collo, le dita sul jeans che indossa, sbottonando la sua apertura.
Le sollevo leggermente il bacino con le mani mentre lascio che scivolino lungo le gambe, che accarezzo con lentezza prima si poggiare il mio corpo, svestito, sul suo.
Tra le coperte è un bacio dolce, mentre le dita affondano fra i suoi capelli, un desiderio incontrollabile ma dolce al tempo stesso mentre spingo contro il suo inguine, scivolando in lei con un sospiro soffuso.
Inebriandomi della sua presenza, come mai prima di allora.
"Un pigiama party???" chiedo a Cassie stupita. Lei annuisce con fare divertito.
"Me ne stava parlando Lory dopo l'allenamento." conferma tranquillamente.
"Strano che non me ne abbiano parlato stamattina a lezione..." dico pensierosa. "Abbiamo avuto varie simulazioni dei GUFO ultimamente ma... non me l'hanno nemmeno accennato"
"Ma cosa ne pensi?" mi incalza lei evitando che divagassi con eventuali pensieri sugli esami o, ancora peggio, che riprendessi a recitare le formule di incantesimi.
"Penso che sia una grande idea!" dico lasciandola a bocca aperta. Lei rimane a fissarmi, mentre io sorrido alla sua faccia basita.
"Tu, Rah Ching Page, che accetti di partecipare a un party alla soglia degli esami?? Il mondo va a rotoli!" afferma ridendo di gusto.
"Non è questo il punto... sai, pensavo che dovremo cercare un modo per eludere il controllo notturno della Bonnet." dico guardandola seria. A questo punto lei scoppia in una risata per nulla trattenuta che attira occhiate da tutti gli angoli della bibblioteca dove ci troviamo.
"Questa poi!" dice riuscendo a reprimere a stento le risate. Io arrossisco ma cerco di non darlo a vedere.
"Stai cambiando Rah, stai cambiando e anche molto in fretta!" mi dice sorridendo "La cosa che mi piace di tutto ciò è che son stata io a causare il cambiamento." aggiunge chiudendo di scatto il libro di trasfigurazione.
Verissimo. In me c'è solo una piccola ombra della timida e associale Rah di qualche mese fa!
Sono in camera a leggere un trattato di Erbologia mentre Cassie legge uno dei suoi libri. Babbani, prevalentemente storie dell'orrore, Poe e Lovecraft. Mi sembra che sia poco concentrata sulla lettura, comunque, sbuffa e si rigira.... sembra che abbia qualche pensiero di troppo dietro quegli occhioni azzurri, e lo sguardo corrucciato conferma la mia ipotesi.
Aspetto che sia lei a parlare ma non sembra intenzionata a farlo ancora.
"Sai il pacco che mi è arrivato l'altro giorno? I miei genitori mi hanno mandato un vinile con pezzi di chitarra classica. Pensavo di non poterlo ascoltare ma poi son passata nell'aula di musica e ho scoperto che lì c'è un giradischi stregato." introduco una conversazione a caso, con le prime cose che mi vengono in mente. "Dovresti ascoltare un pezzo. Si chiama Fantasia n°10 di Alonso Mudarra. é molto bello." concludo.
"mmm" mugugna lei alzando appena gli occhi dal libro.
"Che cosa stai leggendo?" le chiedo.
"Il gatto nero di Poe." risponde assorta. Poi con uno sbuffo si rigira di nuovo sul letto. Io la osservo ancora per un pò e poi mi rimetto a leggere il mio trattato sui fiori carnivori della Cornovaglia.
Sentendola sbuffare di nuovo mi decido.
"Cassie... Cosa c'è che non va?"
"Come?" alza gli occhi su di me e mi guarda con uno sguardo che potrebbe sembrare di autentico stupore. <<Spiacente Cassandra ma non mi freghi!>> il mio pensiero probabilmente si riflette nella mia espressione perchè lei smette immediatamente di fingere stupore.
"E va bene!Mi stanno venendo dei dubbi..." pausa, aspetto che continui ma non accenna a farlo. Sembra che si sia persa nei suoi pensieri invece di formularli a voce alta e qualcosa mi dice che riguardano Ida.
"Cassandra? Ti va di continuare?" le chiedo.
"Oh, si certo... sai quella volta che abbiamo pranzato con Alexa, Lory e Susan? Quando ho detto quella strana frase su Ida..." quì mi guarda imbarazzata ma io mi limito ad osservarla "Penso di non essere stata molto sincera con te quando ti ho detto che non intendevo nulla. Forse non son stata sincera nemmeno con me stessa. é solo che mi stanno venendo tanti di quei dubbi!" sembra sconsolata, ma io non voglio che finisca lì il suo discorso.
"Che dubbi?" la incalzo seppur con gentilezza.
"Non sono più tanto sicura che sia stato un incidente quello che le è successo." Di nuovo silenzio.
Lei continua ad alzare lo sguardo su di me con riluttanza. Cosa mai le ha fatto pensare una cosa simile? Sono molto spaventata da quel che mi ha detto. Tra una miriade di idee contrastanti una si fa spazio con prepotenza nella mia mente.
"Ida era mezzosangue..." sono stupita io stessa dalle mie parole. Cassandra mi guarda un pò allucinata ma annuisce con tristezza.
"Sai Riddle? Dovevano incontrarsi..." mi dice guardando nel vuoto "Lei era così innamorata di lui."
"Riddle, il caposcuola di Serpeverde? Quel ragazzo ha un'aria così misteriosa..." non riesco a non lasciar trasparire il fatto che lo ritengo un bel ragazzo e Cassandra se ne accorge e mi guarda allarmata.
"Anche Ida l'ha detto dopo averlo visto la prima volta..." mi dice "Quel che mi preoccupa è che è sempre attorniato da tutti quei serpeverde con quelle idee malsane sulla purezza del sangue."
Effettivamente era una cosa che mi aveva colpito. Forse era per questo motivo che non mi piaceva se non fisicamente... avevo la netta sensazione che condividesse tutti quegli ideali che non riuscivo a sopportare!
"Rah... i conti non mi tornano. Ti sembra sensato pensare che sia un caso il fatto che Ida sia morta proprio dopo che lui ha accettato ad incontrarla?" mi dice seria guardandomi negli occhi.
"Mi dispiace Cassie... non sono una Legimens quindi non posso leggere i pensieri di Riddle. Ma posso darti un consiglio." le rispondo "Parlane con Julia."
Alexa mi sorride felice. Siamo a colazione e le ho dato l'ok per il pigiama party. Lory ride con Cassie che le racconta del nostro discorso in bibblioteca.
"Ti giuro che mi ha detto proprio così!" le dice Cassie prendendomi in giro.
"Rah che cerca di infrangere le regole! Sconsiderata!" dice Lory prendendomi in giro. Io rido alle loro battute e faccio un pò finta di mettere il broncio.
"Almeno ditemi qando lo organizzeremo, insomma. Devo essere preparata psicologicamente!" dico stando al gioco.
"Penso che si potrà fare più o meno tra due sere... con tutti i compiti che abbiamo sarò impegnata sino a tardi con lo studio" mi risponde Alexa riportando un tono serio al discorso. Sentimmo un piccolo gridolino. Era Susan che era rimasta più o meno zitta durante tutta la colazione.
"Ragazze! Il tema di Pozioni! L'ho totalmente dimenticato..." disperata guarda Lory e Alexa che la guardano a loro volta esasperate.
"Te lo posso passare io se vuoi..." mi offrò con timidezza. Susan mi era sembrata molto più fredda delle altre nei miei confronti. Lei mi guarda con stupore.
"Ti sarò grata sino alla tomba se me lo passi!" mi dice alla fine.
"Non c'è nessun problema." le dico cominciando a frugare nella borsa. Intanto Cassandra si alza dalla sedia vicina alla mia. Mi giro a osservarla e vedo che non c'è nemmeno l'ombra delle risate di poco fa nel suo sguardo. Porgo il tema a Susan e guardò verso il tavolo dei Grifondoro. Julia è seduta lì affianco al suo amico, Lang. Cassie le si avvicina con un pò di riluttanza e le sussurra qualcosa. Poi entrambe si allontanano dalla Sala Grande.
<<GIULIETTA: O Romeo, Romeo! Perché sei tu Romeo? Rinnega tuo padre; e rifiuta il tuo nome: o, se non vuoi, legati solo in giuramento all'amor mio, ed io non sarò più una Capuleti. ROMEO (fra sé): Starò ancora ad ascoltare, o rispondo a questo che ha detto? GIULIETTA: Il tuo nome soltanto è mio nemico: tu sei sempre tu stesso, anche senza essere un Montecchi. Che significa "Montecchi"? Nulla: non una mano, non un piede, non un braccio, non la faccia, né un'altra parte qualunque del corpo di un uomo. Oh, mettiti un altro nome! Che cosa c'è in un nome? Quella che noi chiamiamo rosa, anche chiamata con un'altra parola avrebbe lo stesso odore soave; così Romeo, se non si chiamasse più Romeo, conserverebbe qella preziosa perfezione, che egli possiede anche senza quel nome. Romeo, rinunzia al tuo nome, e per esso, che non è parte di te, prenditi tutta me stessa. ROMEO: Io ti piglio in parola: chiamami soltanto amore, ed io sarò ribattezzato; da ora innanzi non sarò più Romeo. GIULIETTA: Chi sei tu che, così protetto dalla notte, inciampi in questo modo nel mio segreto? ROMEO: Con un nome io non so come dirti chi sono. Il mio nome, cara santa, è odioso a me stesso, poiché è nemico a te: se io lo avessi qui scritto, lo straccerei. >>
***
Sospiro.
Ho letto tutto d'un fiato questo brano a Julia,lasciandolo scivolare morbido fra le piaghe della sua mente vigile, sperando che davvero lei potesse sentirlo con tutto il cuore che ci ho messo io.
Comincio ad essere stufo di tutto questo detto non detto, delle leggende metropolitane, delle cose che non capisco per il semplice fatto che la gente non voglia farmele capire.
Che la Versten abbia qualcosa contro i Serpeverde l'ho ben capito e non mi stupisce. Ma non immaginavo che una mia parentela potesse allontanarla così tanto da me.
La cosa mi devasta, quando forse non dovrei prenderla in questo modo. Cosa Julia mi abbia realmente fatto non so dirlo.
Una cosa la so per certa. Quella ragazza mi ha completamente, irreversibilmente catturato nella sua rete.
Punto importante, accettare quell'invito.
Quello scarabocchio a matita che vorrei leggesse con lo spirito giusto, con tutta quell'angoscia mista a rabbia, mista anche a qualcosa di dolce di cui non conosco esattamente i contorni per poterli saggiare, che ci ho messo io.
Ho bisogno di vederla. Ho bisogno di parlarle. E, la cosa che mi spaventa più di ogni altra cosa forse, è il fatto che il bisogno più grande, quello senza nome che urla continuamente martoriandomi il cervello è che deve credermi. Quando mi sorge questo dubbio....mi manca l'aria. Un brano che tiene in sè molti pensieri riconducibili al mio. Molti. Forse troppi. Ho davvero bisogno, ripeto, che lei lo capisca. E questa ostinazione che sento, a volte, è snervante. Solo perchè non comprendo ancora, fino in fondo, che cosa significhi. Che cosa comporti. O forse solo, perchè mi trovo in un limbo. Un limbo dove risposte non ce ne sono. Un limbo freddo come le terre dei ghiacci.
Il suo. Il mio. “Se mi credi, se mi hai capito, voglio vederti. Domani alle 10 p.m., nell’aula di Musica.
Aedan”
Il biglietto usato come segnalibro per il brano che le ho chiesto di leggere, o meglio, di ascoltare. Una cosa un pò sciocca, forse. Bambinesca, magari.Ma è stata la trovata più geniale che il mio cervello, già abbastanza martoriato, potesse trovare, indi per cui, ritengo in primis di doverla apprezzare nonostante la banalità estrema.Ore 22. Ore 22. Che vuoi che sia. Devo aspettare SOLO fino alle dieci di stasera. Ma dico io. Potevo pensarci un attimo e darle un appuntamento per un orario più decente. Perchè diamine mi son convinto a darle l'appuntamento così tardi..ci penso.
Ah già. Il via vai di gente che, almeno spero, dovrebbe essere notevolmente dimezzato per quell'ora consentendomi la possibilità, della quale necessito, di parlare con lei. Parlare finalmente senza mezzi termini. Senza mezze parole. A me non importa scavare nella sua esistenza. Mi rendo conto lentamente che a me importa di lei. Sempre, solo, completamente, di lei.
Raggiungo l'aula di musica con leggero anticipo. Forse pensando che, nell'effettivo, una buona compagnia dettata dalle note di un pianoforte potrebbe essere la cosa migliore. Problema, grosso. Nei momenti di frenesia/nervosismo, mi capita di comporre delle canzoni, più o meno forti. Più o meno articolate. Ma mai, mi era capitato di sedere allo sgabello e lasciare scivolare le dita sui tasti d'avorio producendo melodia PER UNA persona. Mai.
Non l'ho mai fatto per il semplice motivo che non ho mai sentito sensazioni così forti per qualcuno in grado di poter creare melodie tessendo archi di fiaba fra le note di uno spartito invisibile che solo il mio cervello conosce. Possibile che mi sia rimbecillito a tal punto?
Non lo faccio vedere, questo è certo. Ma cosa è questo rodo dentro che sento. Questa voglia di urlare alla luna ogni notte come se una maledizione si fosse impossessata del mio corpo.
Cosa è questo fuoco che mi brucia le viscere pulsando dal ventre allo sterno, producendo questa sensazione fastidiosa e piacevole al tempo stesso. Che mi assale lambendo il mio essere. Cullandolo nel silenzio e nella valle del dubbio senza possibilità di uscita. E mentre le mani scivolano sui tasti con velocità sorprendente la mia mente viene fermata da una musica dolce. Una musica dolce che deriva proprio da quel tormento che pensavo di sentire.
Il fuoco, il silenzio, la notte maledetta, hanno prodotto un suono dolcissimo. Un suono che ha sapori di favola e luoghi ben lontani dai segreti custoditi fra queste mura. Un suono che ha il sapore di me e di lei. Ma soprattutto di lei.
E mentre chino lo sguardo sull'ultimo re composto da una mia mossa, mi ritrovo a sospirare, immaginandomi come sarebbe se....se. E una voce mi riporta alla realtà. "Quale è il titolo di questa meraviglia?"- mi volto, giusto in tempo per scorgere la Versten che chiude l'uscio alle sue spalle, fissandomi.
Mi sollevo, guardandola a mia volta in quelle iridi gelide così simili alle mie, ed al tempo stesso così diverse. "Julia. Si intitola Julia."
Lezione di incantesimi. La mattina si rivela poco produttiva, almeno finora.
Ho salutato di sfuggita Aedan, che come ogni mattina mi ha rivolto quel sorriso spensierato che lo caratterizza nei miei confronti.
Non abbiamo più parlato del problema amoroso che ha scatenato in me molti dubbi. Forse per la paura di perderlo, mio fratello…forse per quello che di questa ragazza che sembra averlo preso mi sfugge, impiego diverso tempo a pensare qualcosa di logico su cosa mai avranno in comune quei due. Mi avvio al mio posto, quando una chioma bionda di mia conoscenza fa capolino, china su un libro che sembra leggere con più distrazione che interesse. Almeno nell’apparenza. Mi avvicino, poggiando i miei di libri. “Signor Lewis, buongiorno” comunico, sedendomi vicina. “Signorina Lywelyn, che piacere di primo mattino” risponde, mimando un inchino da seduto. “Così mi confonde, potrei non seguire più la lezione se mi rivolge simili attenzioni.” Affermo, sorridendo con grazia d’altri tempi. Non riusciamo a fare a meno di guardarci entrambi e ridere, per un momento, ho l’impressione che l’andazzo della mattinata potrebbe capovolgersi. E tutto soltanto per la presenza del mio nuovo…amico? Si, forse dovrei definirlo così. “Ragazzi miei, una relazione complessa vi attende, e tuttavia, sarò così magnanimo da assegnarla a due studenti a testa, così da non farvi entrare in seria crisi mistica.” Benton, con la sua solita, pungente, ironia comunica alla classe intera l’assegnazione di un compito parecchio complicato.
Un lampo, guizza nei miei occhi. E sembra che lo stesso pensi Jasper, notando l’occhiata fulminea che ci rivolgiamo, prima di alzare la mano. “Si?” la voce del professore ci concede la parola. “Professor Benton, sarebbe troppo chiedere di essere accoppiato a Miss Lywelyn?” Jasper e la sua verve da ruffiano con stile, domanda con gentilezza disarmante.
Io annuisco, rivolta all’insegnante. “Non avrei alcun problema, se a lei non disturba” rimarco, sfoderando la mia occhiata da cerbiatto indifeso. Finto, ma funziona. A giudicare dal sorriso furbo che il professore ci rivolge, con un serafico “ mi aspetto grandi risultati, dalla vostra collaborazione. Lywelyn, Lewis…che sia per voi un’ unione fruttuosa.”
Sorrido, soddisfatta e vincente al mio compagno di banco. “Sala comune, nel pomeriggio.”
***
"Dove la trovi la voglia, proprio non lo so." dice, coprendosi la bocca con la mano per nascondere uno sbadiglio. "Dove la nascondi tutta questa pigrizia proprio non lo so." rispondo, trattenendo con fatica un sorriso. " E dire che quando si tratta di fare il farfallone amoroso, tutta la stanchezza la perdi." proprio non ce la faccio più. Mi copro la bocca con una mano, ridendo sotto il naso. "La farfalloneria amorosa è una disciplina sacrosanta." "Se inserissero un esame in merito, tu lo supereresti con il massimo, mh?" chiedo, piacevolmente divertita dalla discussione che sembra animare il fino-a-poco-prima-moribondo-jasper-lewis. "Una pioggia di O. Mi pare ovvio." sorride sornione. "Mi pare ovvio" ripeto, imitando vagamente la sua occhiata seduttrice. "O apriamo i libri adesso, o non ne avrò più la forza."afferma, alzando gli occhi al cielo ed atteggiando il viso ad un'espressione di sconforto. " ma quanta teatralità per una piccola interrogazione da preparare " rido, aprendo il libro, e sfogliando le pagine, arrivando a quella che ci interessa. " e poi quando ti capita svolgere i compiti con me, mh? Dovresti gioirne!" annuisco, scostando una ciocca di capelli che ricade morbida sulla mia spalla, con un atteggiamento fintamente snob nei suoi confronti. "Ne gioisco ogni momento, fidati." "ma che gentile" rispondo, leggermente ammiccante, per poi allungare la mano sul suo libro. Ed aprirlo con un tonfo secco al capitolo interessato. " adesso concentriamoci su questo, dopo potrai riempirmi di complimenti, grazie."
"Oh, mia torturatrice!"
"Splendida torturatrice, preferisco" dico, porgendo la matita per i suoi tragici appunti da trascrivere. "Uffa. Non potremmo chiedere una mano a tuo fratello? Alla fine, è un Corvonero."
"Vorresti, forse, insultare al mia intelligenza? Malfidato" mi fingo offesa, mettendo su un broncio che porta la mia testa a voltarsi sulla sinistra, distogliendo lo sguardo da lui. "Problemi con il fratellone?" chiede, facendosi più serio.
Irrigidisco la mia espressione, sciogliendo l'incrocio delle braccia sul petto. " Diciamo che Aedan mi da grattacapi ai quali pensare" mi rivolgo a Jasper, stranamente fiduciosa nell'esposizione del mio problema. "Se hai voglia di parlarne..."dice, appoggiando il viso su una mano.
Colgo la palla al balzo, poggiando la matita (sicuramente per la sua gioia) sul tavolo, rimandando lo svolgimento dei compiti. "Jasp, conosci una certa Julia Versten?"
"Ma certo."risponde, con un guizzo negli occhi. "Beh, chi è? E perchè ti scintilla l'occhietto vispo di quella luce tipica del tuo radar farfallone? " inarco un sopracciglio, incuriosita. "Non essere gelosa, resti sempre la mia compagna di Incantesimi preferita. Allora, Julia Versten è una cacciatrice di Grifondoro, e visto che anche io gioco a Quidditch, è un motivo sufficiente per conoscerla. In secondo luogo, è decisamente una delle ragazze più belle che conosca, dunque non potrebbe sfuggirmi." Sorrido alla sua affermazione. "Oh certo, come ho fatto a non pensarci. Una grifondoro, dunque." pensierosa per un attimo. " Beh...io l'ho conosciuta di sfuggita durante uno...scontro...tra lei e mio fratello" dico, reclinando la testa. "Scontro di che genere? Non c'è ancora stata la partita Grifondoro-Corvonero."
"Jasper. Mi meraviglio di te. "affermo, sorniona. " Esistono vari tipi di..scontri. E non necessariamente negativi."
"Ah, ti riferisci al campo in cui sono maestro! Non dirmi che li hai sorpresi nella loro intimità!"sogghigna. "Quasi. Ho il dubbio che siano parecchio vicini, in tal senso." poi rifletto "a dire il vero è una certezza, visto che stavano per baciarsi. E stanno lì a lanciarsi occhiatine eloquenti, ogni qual volta si trovano nello stesso luogo" spiego. "Oh, beh. Di' a tuo fratello che ha tutta la mia comprensione."risponde, esasperandomi. “E perchè mai l'avrebbe?" domando, cercando di capire cosa mai abbia questa Versten di così accattivante. "Dolce, ingenua Scarlett."sorride, dandomi un buffetto su una guancia."Sappi che la Verstenen è una preda molto ambita, anche ora che non è proprio nelle sue condizioni migliori. Anche se resta sempre una gran... bella ragazza."
“Non è nelle sue condizioni migliori?" stranita. "Sì. Sua sorella è morta qualche mese fa, proprio qui a scuola. Voi non eravate ancora arrivati. Una Mezzosangue Tassorosso, con un bel visino come lei." Sobbalzo" Alt. La Versten è una mezzosangue?" chiedo, ripensando a quando Aedan mi ha detto, giorni fa, che non lo è. Che abbia mentito? Attendo una risposta quasi sconvolta da un' eventualità del genere. "No, per niente. Altro che Mezzosangue. Suo padre è un mago, mio padre lo conosce perchè finanzia alcuni progetti che lo riguardano. Ma la cosa strana è che sua madre è una ninfa." Sospiro sollevata per lo scampato pericolo. Aedan non mi mentirebbe mai. "Ah. Buono a sapersi" paleso spudoratamente la mia opinione favorevole sotto il fattore "Sangue". Poi realizzo le parole di Jasper, concentrandomi sul seguito. "Le è morta la sorella?"
"Già. Era metà gennaio. Ovviamente non l'ha presa benissimo.Non dirmi che non lo sapevi."aggiunge"Ne parlano tutti, è il mistero di Hogwarts."
"Non lo sapevo. Ma adesso mi stai dissipando molti dubbi sull'atteggiamento della fatina occhi blu." ribatto, per poi rivolgere un sorrisetto. "Povero Jasper. Immagino tu sia assolutamente d'accordo nel volerle elargire comprensione, nel caso in cui lei la desiderasse, dico bene?"
"Magari. Anche perchè dovrebbe piantarla di disperarsi per una lurida Mezzosangue. Ma a quanto pare Aedan mi ha preceduto, beato lui."
" La penso come te. Sui Mezzosangue non è il caso di sprecare una parola in più del nostro tempo prezioso. Si concede loro un'importanza che, nell'effettivo, non hanno. " mi rivolgo ancora una volta al libro, salvo poi avvicinarmi, poggiare una mano sulla sua spalla, ed avvicinarmi maliziosa, ma senza secondi fini, al suo orecchio. Giusto per precisare una postilla alla quale tengo particolarmente . "Ah, Jasp. Giusto per mettere le cose in chiaro. Io sono una finta ingenua. Non dimenticarlo. " sussurro, per poi scostarmi con un sorrisetto furbo, e porgere la matita ancora una volta. " Adesso, però, è tempo di studio."
"Non ho mai avuto dubbi. E ora, che la noia abbia inizio." Ridacchio, tornando al mio posto, cominciando ad elaborare, insieme al mio compagno di studi, la relazione assegnata.
Mai parlare con Jasper mi aveva fatto così bene. E penso proprio, che mi ritroverò a farlo più spesso.
In fondo…siamo principi, no? E lui…si. Posso dire, adesso, che senza dubbio è un amico.
"...e non è tutto: mi ha perfino fatto scoppiare un libro in faccia non-so-come!". Ascolto Belinda mentre mi racconta concitata quello che è successo giusto due giorni prima; "Io le ho detto che ero tua sorella, ma quella non faceva una piega e continuava a minacciarmi," fa una piccola pausa,"naturalmente era una Grifondoro,"-tipico!-"ma alla fine per sua fortuna sono arrivati il suo Caposcuola e la sorella della morta.". Finito il discorso tutto ad un fiato, tira fuori un sorriso, soddisfatta per essersi sfogata.
Strano che a volte mi dimentichi quanto può essere logorroica Belinda; al contrario Utopia se ne sta zitta ed ascolta in silenzio: si riesce difficilmente a capire cosa pensi. Sta di fatto che, alla fine di tutto il racconto, non ho ancora capito il motivo per il quale quella Grifondoro stava minacciando mia sorella. "Certo Beli, ma scusa non ho capito perchè quella Opal ti stava attaccando...". Scarlett al mio fianco penso sia tanto confusa quanto me, o forse di più, visto che non ha mai assistito, almeno finora, a un discorso di Belinda in piena agitazione! Ora io riesco a gestirla con destrezza (anche se non sempre), ma non è sempre facile capire il soggetto e l'oggetto delle sue frasi quando parla di qualcosa che non sai!
Rotea perfino gli occhi, come se il suo discorso filasse liscio,"Bè, ti giuro un rompiscatole di prima categoria quel ragazzo, una cosa pazzesca!" "Beli, chi era questo ragazzo e cosa c'entra? potresti andare piano ed essere chiara per piacere??". Mi guarda con sguardo risentito, anche se non fa obiezioni. "Ok..allora stavamo camminando...naturalmente parlo di io e Uto...e c'era questo ragazzino mai visto che ci viene volontariamente addosso, per la precisione si è scontrato con me, ma non è questo il punto...", fa una pausa e cambia espressione: diventa addolorata, "quel piccolo stupido stava mangiando una merendina e mi ha sporcato la camicetta...", mi guarda dritto negli occhi,"...quella rosa che mi ha comprato papà: non ci ho visto più! E sai cosa c'è anche: naturalmente non poteva che essere uno sporchissimo mezzosangue! A quel punto è arrivata la rompi...il resto lo sai già" "Oddio la camicetta rosa...ma è rimediabile vero?", le chiedo, sapendo quanto ci tenga a quella camicia, frutto di uno dei tanti viaggi di nostro padre. "Tutto ok...per fortuna!". Sorride compiaciuta.
Ultimamente la scuola sta diventando sempre più difficilmente 'regnabile'; più cerchiamo di far stare al loro posto gli indegni, più veniamo ostacolati in maniera diversa da caposcuola o quant'altro! Viene quasi da pensare che lo facciano apposta! "Oh, Scar, quasi dimenticavo...il professor Lumacorno mi ha chiesto di darti questo,"le porgo una pergamena arrotolata," ma se vuoi te lo riassumo: ti invita a partecipare al Lumaclub, naturalmente l'invito è esteso anche a tuo fratello..." "Oddio Scar, tuo fratello è davvero un bel ragazzo! L'ho visto l'altro giorno in campo!", dice Beli. "Si, davvero, uno schianto!", la segue Uto. "Non è che per caso è libero?". Dice infine Beli, sinceramente interessata a mio avviso. Penso che questa sia la domanda sbagliata da porgerle...
Il suo viso dolce assume tratti vicino al diabolico: "Non lo so e non mi interessa nemmeno. Anzi, spero proprio di si per lui!". Gli occhi di Uto e Beli sono spalancati davanti alla reazione eccessiva di Scar; "Scar non dovevamo andare da Jasp e Ed, non ricordi?? Dai andiamo...", la trascino praticamente via alla ricerca dei due, che si sono dimostrati una scusa più che valida per smorzare definitivamente la tensione.
Finalmente la primavera comincia a farsi sentire. La temperatura non è ancora delle più miti, ma permette sicuramente di trascorrere le giornate nell'immenso giardino, per non dire bosco, di Hogwarts.
E la parte migliore è che finalmente sto passando questo momento con i miei due principi, visto che Scar aveva un imminente bisogno di parlare con Aedan, mentre il sospetto che Violet sia in rotta con Ed è ormai una conferma: appunto, adoro la primavera. "Ve lo ricordate l'ultima volta che siamo stati qui?" mi fermo in un punto lontano dal castello, da cui si gode una vista inimitabile sul Lago Nero, "l'ultima volta eravamo noi tre e Eve che...", sento che finalmente è il momento giusto, il momento in cui siamo noi tre soli,è il momento giusto per dire la verità: "che non tornerà più ad Hogwarts..."
Guardo l'immenso lago e poi i volti dei miei compagni. Non sembrano sorpresi: giusto, se l'aspettavano.
Però è triste; Però fa male ammetterlo ad alta voce; meno di quanto lo sarebbe stato prima, comunque, e questo grazie all'arrivo di Scarlett. "E' da un pò che volevo dirvelo ma non ho mai avuto l'occasione...insomma, quando mai ci siamo trovati noi tre soli ultimamente?". Sorrido. Sorridono. "Tu come stai?", mi chiede improvvisamente Jasp. "Io? bene...meglio di quanto mi aspettassi...in fondo non è un addio, no?", e a dire questo mi rivolgo specialmente ad Ed, che aveva un rapporto speciale con Eve. "Ma basta parlare di questo! Però, visto che siamo in tema di confessioni...vi confesso che mi dispiace per non avervi saputo aiutare...", abbasso lo sguardo mentre pronuncio queste parole: non mi piace mostrare le mie debolezze, e devo ammettere che dirle dentro di me era molto meglio che sentirle ad alta voce, riferite ai diretti interessati."...perchè avete vissuto momenti difficili senza che io fossi in grado di fare qualcosa per voi: Jasp si è dovuto abbassare a picchiare a sangue un sanguesporco, mentre Ed...bè tu sei cambiato...scusate davvero, ma io non so come aiutarvi." Vorrei trovare mille scusanti adatte a giustificarmi, ma l'unica cosa che mi è venuta in mente è 'io non so'; chissà perchè loro sono tra le uniche persone con cui non posso fare a meno di essere me stessa, con le quali non posso far altro che essere sincera.
Ed si avvicina e mi da un colpetto in fronte e così sono costretta a guardarli negli occhi. "Non fare la stupida Dè, nessuno può aiutarmi perchè quella è una faccenda mia: non vi condanno certo per questo..." "Ma tu non sai nemmeno cosa ho cercato di fare pur di non cercare di capirti..." "E nemmeno lo voglio sapere. Tu non devi fare niente, voi", dice rivolgendosi anche a Jasp, che nel frattempo si è avvicinato " non dovete fare niente...capito?". Dopo un attimo il suo viso si risolve in un sorriso. "E comunque Dè, non ti facevo così sentimentale...non ti ci vedo proprio!" "La nostra Dè ha tirato fuori il suo lato debole finalmente!". 'Mica la prima volta' mi dico, ripensando ai miei periodi storti e ai miei lunghi pianti che hanno caratterizzato il primo periodo scolastico. "Eh già...e solo per voi...quindi badate: ditelo in giro e siete morti!" dico, facendo una linguaccia nella loro direzione; almeno una cosa è certa: nel cambiare il tono di una discussione siamo dei maestri. "Già, noi ti preferiamo irremovibile, perfetta e sicura! Una vera Serpeverde!", dice ridendo Jasp, portando il braccio intorno al mio collo. Riesco perfino a sentire il suo profumo. "Certo, prendete esempio da me e andate sul sicuro" continua Ed, assumendo una posa impossibile da statua greca. "Si ok...io proporrei di tornare al castello visto che sta cominciando a fare buio e inoltre non vorrei che degli studenti ci vedessero in queste condizioni!", ribadisco, un pò tremante a causa dell'aria gelida che si è alzata. Mi stringo più vicino a Jasper; il suo profumo è sempre più forte, il suo abbraccio sempre più caldo. "Ogni suo desiderio è un ordine..." dice Ed sfoderando uno dei suoi migliori inchini. Io sorrido, Jasp ride poi, noi due, con Ed al nostro fianco, ci dirigiamo verso Hogwarts. "Sai che ho una lettera di una tua spasimante, caro?"dico a Jasp " te la ricordi la mia amica di Capodanno? Bè, diciamo che l'hai impressionata...dopo ti dò la lettera" "Ah si, mi ricordo...e quando te l'ha spedita?" "Ma un paio di giorni fa...." , giro lo sguardo dall'altra parte, in realtà saranno più di due settimane che ho la lettera, solo che non ho mai voluto dargliela! "Dè sei..."comincia Jasp, che abbia scoperto la bugia? E se mi chiedesse perchè l'ho fatto? bè non lo so nemmeno io! "Hey voi!"urla poco lontano da noi Scarlett: grazie, Scar, ovvero la mia salvezza!
Si avvicina fino a raggiungerti in prossimità dell'entrata al castello."Vi ho cercato ovunque, dov'eravate finiti?" Ecco l'occasione perfetta: io e jasp e Ed e...scar! "Scar! Proprio al momento giusto, Ed poverino era terribilmente solo, però adesso fortunatamente sei arrivata. Siamo in quattro: perfetto!". Sorrido soddisfatta. Seconda occasione attiva per me!
Jasp intanto comincia a capire i miei sotterfugi, osservando il modo in cui mi guarda, e anche Ed e Scar penso che ormai abbiano intuito il mio piano; eppure non ne sembrano affatto dispiaciuti, o se lo sono non lo danno per niente a vedere, anzi…
Jasper mi guarda e sorride: si, l'ha decisamente capito! “Che ne dite di andare in Sala comune? Qui si gela…”.
Cominciamo ad avviarci, mentre sono ancora intenta nei miei ragionamenti:
Scar più Ed, uguale sala comune; sala comune, uguale Violet; Violet, uguale Ed più Scar; somma totale: vittoria per Dè!
Adoro vincere, sempre e comunque.
Scendiamo i gradini per i sotterranei, scendiamo sempre più finchè arriviamo all’entrata: si apra pure il sipario…
"Ho saputo che la nuova insegnante di Aritmanzia è la sorella di Jasper, è vero?"
"Si è proprio così Amber, ma adesso per piacere puoi spostarti che mi copri lo specchio?". Preferisco decisamente vedere me, piuttosto che la sua cocciuta testina bionda. "Oh... si certo...scusa Dè.". Mi chiedo se Amber si renda conto di essere una palla al piede e di una noia mortale: come faccia ancora a sperare di entrare a far parte della nostra cerchia è un mistero! "Certo che è proprio bella, degna sorella di Lewis!"
"Si Amber, ho capito, lo so. Ora vuoi spostarti o devo costringerti a farlo?"
"Oh si scusa...ma voi due siete molto amiche?"
"La conosco da molto ma non posso dire di essere una sua cara amica. Ora, ti sposti?". Dico decisamente scocciata. Finalmente decide di obbedirmi: alla buon'ora!
Ho incontrato Martine giusto l'altro giorno, ma la nostra conversazione non è stata delle più lunghe: Lumacorno la voleva nel suo ufficio, probabilmente per ricordare i vecchi tempi, quando anche lei faceva parte del suo club. D'altronde Lumacorno è sempre Lumacorno!
Eppure il suo arrivo e la sua cattedra ad Hogwarts non hanno l'aria di essere un avvenimento casuale: ha sempre avuto un'ambizione che andava ben oltre le vecchie e fredde mura di Hogwarts; quest'ambiente è troppo riduttivo, una gabbia per una che voleva volare alto come lei. "Allora andiamo?", esordisce Scarlett appena uscita dal bagno. "Andiamo!", le rispondo e scappo dalla stretta di Amber verso una nuova, bella, giornata primaverile, resa ancora migliore dagli sguardi che la piccola Violet ci regala in questi giorni, quando non può fare a meno di evitare i nostri, sempre cordiali, sorrisi: Ed, lo sapevo che un giorno o l'altro mi avresti dato questa soddisfazione!
Stiamo andando verso la sala Grande quando mi si balena davanti la scena più incredibilmente patetica che abbia mai visto. Non ci posso credere: dev'essere un sogno, o qualcosa che si avvicina molto ad incubo per certi versi. "O-mio-Dio!" esclamo fermando Scar tenendole un braccio. La sua faccia è altrettanto incredula davanti al gruppo che abbiamo davanti: un gregge di piccole ragazzette bionde, castane, rosse, nere, tutte diverse a parte per una cosa: orribili oggettini rosa che espongono fiere sulla divisa con sopra stampata una faccia ben conosciuta. Scar afferra poco delicatamente una delle pecorelle per leggere la scritta che appare e riappare ritmicamente:" Per noi Carlisle è...il ragazzo più bello che c'è!" Scoppiamo in una rumorosa risata ad effetto. "La cosa più patetica che abbia mai visto! non vedo l'ora di dirlo a Jasp e Ed..penso che si faranno due risate appena vedranno questi obbrobri!". Ridiamo di nuovo sotto lo sguardo atterrito della ragazzina. "Non sono obrobri!", ci urla improvvisamente con ritrovato coraggio "per noi...Carlisle è...è...unico e vogliamo farlo sapere a tutti!" "Vedo che il tuo coraggio è proporzionato a quello che dimostri andando in giro con una schifezza del genere, ma ti avviso: urlami ancora una volta addosso e ti ritrovi in infermeria che neanche te ne accorgi." "E questa la prendiamo noi", aggiunge Scar strappandole la spilla dalla divisa di Tassorosso. Accostare il rosa col giallo e il nero: che cattivo gusto!
Solo allora la ragazza fugge verso il suo gruppetto di amiche mentre noi ci addentriamo nella più affollata Sala Grande per mostrare l'esilarante novità ai due Principi...
Oggi Peter ci ha convocato sul campo alle cinque e mezzo per l’allenamento di Quidditch.
Manca ancora almeno un’ora abbondante, ma io sto già uscendo dalla scuola, con la mia borsa. La scopa è nello spogliatoio. Cammino a passo lento, godendomi il sole che splende luminoso. Una vera giornata di primavera.
Raggiungo gli spogliatoi, e appoggio la borsa.
Sento lo scroscio della doccia: qualcuno deve essersi attardato per riprendersi dopo una sessione stancante. Infatti ci sono alcuni abiti appesi, e un paio di scarpe abbandonate. La borsa che intravedo non ha insegne particolari.
Mi tolgo la giacca e faccio per sfilarmi il maglione leggero, quando sento dei passi alle mie spalle.
Mi volto.
Il mio cuore si ferma un istante per poi cominciare a correre come un cavallo imbizzarrito.
Sotto l’acqua non posso fare a meno di annullare il mio io per qualche attimo. La doccia, già prolungata per troppo tempo, si rivela rilassante e compiacente per corpo e spirito.
Chiudo il getto, avviandomi negli spogliatoi, lego un asciugamani in vita, mentre con un secondo scompiglio i capelli eliminando l’umido in eccesso.
Mi fermo, di scatto, notando all’ingresso dell’ormai vuota sala avvolta dal vapore una figura che conosco. Bene.
Che ho sognato, anche.
Julia di fronte a me, silenziosa.
Nello specchio dei suoi occhi azzurri nei quali mi sono perso e mi perderei. Mi sento un bambino, forse. Dovrei avvicinarmi? Forse. Ma la sola cosa che penso, non appena la guardo, è la voglia di spingermi vicino a lei e baciarla. Baciarla come mai ho fatto. Baciarla fino allo stremo del respiro. Silenzioso, la osservo.
Parlami…
Aedan Lywelyn è di fronte a me, coperto solo da un asciugamano. “Ciao.”dico.
La cosa più stupida del mondo. Aedan ha un’espressione che non gli avevo mai visto. I suoi occhi fiammeggiano, quasi. E devo farmi forza per concentrarmi su di loro e trattenere il mio sguardo dallo scendere, sul petto, sugli addominali, sull’asciugamano con le sue cifre…
Sento che sto arrossendo, cosa che non mi è mai capitata con un ragazzo.
Cosa mi sta facendo?
Non risponde al mio saluto. Stringe i pugni, e poi rilascia le mani.
Aedan, non hai idea di quanto io sia tesa.
Finisco di togliermi il maglione e resto solo con la maglietta a maniche corte che il bel tempo mi aveva spinto a indossare.
Mentre muove un passo verso di me, Aedan mormora: “Ti vesti sempre troppo poco, Versten. Non puoi pretendere che io resti indifferente.” Infatti non lo pretendo.
Mentre ascolto quelle rosee labbra pronunciare quella che per me risulta come musica, il mio passo diventa una vera avanzata. Con una falcata ampia la raggiungo, portandola volutamente contro la porta dello spogliatoio, verso la quale allungo la mano per chiuderla del tutto, tendendo un braccio. “Così va meglio…”un sussurro malizioso, per niente tranquillo. La voglio, e la voglio come mai l’avevo voluta prima.
Mi avvicino alle sue labbra, sfiorandole mentre le accarezzo con il dorso della mano la guancia, scivolando poi fra i capelli. Sulla nuca.
Stavolta, nessuno mi può fermare. Ed anche se ci provassero, probabilmente non lo farei.
La bacio, lasciandomi trasportare da quell’amplesso di piacere ed emozione che brucia in corpo, facendomi trasalire.
Julia Versten è lì, ed io non voglio farla scappare.
Così incateno le sue labbra alle mie, mentre con movimenti lenti le mordo appena, regalandole un bacio carico di passione ma anche di dolcezza. Non solo il fisico viene trascinato da lei stessa, ma ogni cosa.
E questo “ogni cosa” risulta essere più grande, più devastante, più accattivante.
Sensuale.
Il corpo di Aedan Lywelyn preme sul mio, mentre mi bacia con una passione di cui non lo immaginavo capace.
Una sensazione calda e avvolgente sale dalle mie viscere, una sensazione che non ho mai provato, in ogni caso non in modo così travolgente. Non so bene cosa sta succedendo, ma voglio che continui.
Mi stacco per un istante da lui, che si irrigidisce. Voglio guardarlo negli occhi per un istante. “Aedan…” Non mi lascia tempo di concludere la frase, e mi chiude la bocca con un altro bacio.
Lascio scorrere le mani fra i suoi capelli bagnati,sulla sua schiena ancora umida…il suo profumo ora è più forte che mai, mi stordisce e mi fa dimenticare tutto, una sorta di droga.
Lo stringo forte a me.
Il solo pensiero che la mia mente ripete è: “Non andare via, non andare via.”
Vorrei ascoltarla. Forse sarebbe giusto, corretto. Ma non posso rischiare, non stavolta.
Questo bacio di ghiaccio mi ipnotizza. Sanando la ferita dell’abbandono precario dell’ultima volta. Le sfioro i fianchi, le mani corrono sulla sua pelle, sotto la maglia.
Scosto le mie labbra, dividendo quegli attimi mentre la sollevo, portandola sul ripiano. Seduta, mentre la mia bocca scivola, lasciva, sul collo. Lambendone la pelle che profuma di fresco. Di buono.
Risalgo, di fronte a lei. Sorrido leggermente, sussurrandole: “ Julia…” nell’accento che lei adora.
Sfioro la sua pelle, sotto la maglia. Vorrei che questi attimi durassero per sempre.
Dice il mio nome. Come l’ultima volta.
Ci allontaniamo un istante, mentre mi tolgo la maglia.
Ecco, forse è questo che spezza il momento. All’improvviso mi ricordo di sua sorella, dei Serpeverde, di Riddle…di mia sorella.
Mi blocco, mentre lui bacia il mio collo. Non mi vede in viso, ma subito avverte che qualcosa è cambiato. “Julia?”ripete. Ma con un altro tono.
Mi divincolo, rimettendomi la maglietta che mi sono appena sfilata. Mi allontano da lui, poi mi giro. Non posso non guardarlo negli occhi, anche se ho paura di quel che potrei vedere.
E tuttavia vorrei tanto che non se ne andasse.
Scuoto un attimo la testa, tornando alla realtà dei fatti. Julia si scosta come una furia sciogliendo quel bacio che ha legato entrambi. Rimango spiazzato, leggermente confuso, forse.
La osservo, di spalle. Mi avvicino di qualche passo, senza pretendere nulla. “Ho fatto qualcosa di sbagliato?” – sussurro, vicino al suo orecchio. Con la chiara convinzione che VOGLIO che mi dica cosa le balena in testa.
Sono stanco, dei silenzi. Delle parole a metà. Ma ancor più dei baci spezzati, degli attimi rotti. Stufo.
E se esiste una spiegazione a tutto questo, voglio saperla. E desidero, che sia proprio lei a darmela.
Non lo so se hai fatto qualcosa di sbagliato, Aedan. Di sicuro sto sbagliando io.
Prendo i suoi vestiti, ancora appesi e glieli porgo. Non posso stargli vicino, se non si copre. Mi copro il viso con le mani mentre si riveste, mentre sento un pianto fatto di tensione che preme sui miei occhi.
Poco dopo, indossa una maglietta e i pantaloni. Io mi sono calmata, nel frattempo. Calmata…che eufemismo. Diciamo che posso offrire una parvenza di tranquillità. “N-Non è…”inizio.
Prendo fiato. Poi riprendo: “Scusami, sono io. Tu non hai fatto nulla che non va, e anche se fosse stato così, sarebbe colpa mia che ti ho lasciato fare.” Tace, mentre vedo una rabbia violenta che fa mutare la sua espressione. Stringe i pugni. “Ho tante cose per la testa, Aedan. Tante. Non so bene come comportarmi, in nessun frangente. Credimi.” Sta lì, fermo, in attesa che io gli dia una spiegazione migliore, che non ho. Forse l’ho impietosito, il suo viso si addolcisce.
Cosa faccio? Cosa posso fare?
Se mi avvicino, ricomincia tutto.
Julia, insomma! Dimostra un po’ di autocontrollo.
Muovo due passi malfermi, e lo abbraccio per un istante, ma mi stacco subito. Mi devo staccare subito.
Ascolto le sue parole, sento sulla pelle il suo abbraccio fugace. E sento, distinta e bruciante, la sua necessità, direi, di starmi lontano. Vorrei poter leggere la sua mente, adesso. Cercare di capire cosa si cela dietro quegli occhi azzurri. Almeno darei una spiegazione logica per placare la rabbia che sento, rabbia che non è indirizzata verso lei, ma verso me stesso, verso quello che stavo per fare. E che forse lei non voleva come me.
Sospiro. “Ti credo.”comincio“Non serve giustificarsi. Non ne vedo motivo. E soprattutto….nessuno ti forza, per nessun motivo al mondo, chiaro?”sto per tendere la mano, vicino al suo viso.
Mi fermo un attimo, fissandola. Quasi stessi combattendo con il mio io per capire se è giusto o meno farlo.
Ignorando la voce interiore che sibila attenzione, le sfioro con la punta delle dita la pelle. Sorridendo leggermente. “Non preoccuparti.” è la sola cosa che riesco a dire. Sarà stupida, ma è la realtà.“Non preoccuparti”dice, sfiorandomi il viso.
Poi aggiunge con tenerezza, alzandomi il mento: “Sorridi, su. Non fare quel visino triste.” È un santo, questo ragazzo dal viso di lupo.
Sorrido sul serio, divertita da un pensiero che mi colpisce all’improvviso: “Prima tua sorella, ora io. Saremo sempre interrotti, io e te.” Non so cos’ho detto di così grave, ma Aedan si irrigidisce e lascia cadere la mano lungo il fianco. Poi si volta, e si mette la giacca.
Io resto paralizzata. È il tuo turno, Julia.
L’argomento “Scarlett” suona come una nota stridente in quel momento che stava assumendo contorni più morbidi, dopo l’incomprensibile allontanamento.
Indosso la giacca, e la sciarpa. Leggermente assente. Non voglio riversare su Julia delle ansie mie, ma quando si parla di cose simili, perdo la malleabilità, che già di per sé è un tantino assente.
Chiudo la borsa, portandola sulla spalla. E mi rivolgo a lei. “Credo sia ora del tuo allenamento.” le dico, senza freddezza nella mia voce. Forse con un pizzico di amarezza mal mascherata. Mi avvio, passandole di fianco. Ma prima di andare poggio un bacio sulla sua guancia. Senza preoccuparmi del ceffone che potrebbe schiantarmi sul viso. “Ci vediamo in giro, Julia.”le sussurro all’orecchio, prima di far scattare la chiave che chiude la porta.
Quel rumore ha chiuso questo momento.
La chiave che scatta, decreta la fine dei venti minuti più pazzeschi della mia vita, dal punto di vista sentimentale. Non tanto per ciò che è successo, quanto per le sensazioni che ho provato.
Mi siedo su una delle panche, e appoggio la schiena al muro.
Poi mi chino ed inizio a togliermi stivali, jeans, maglietta, per indossare la divisa da allenamento: chiudo la cerniera con un unico movimento. Pronta.
Lego i capelli, in disordine dopo le turbolenze di poco fa. Rassettando il mio aspetto fisico, cerco di dare un ordine logico anche ai miei pensieri.
Impresa titanica, ma resa più semplice dalla sua lontananza.
Sto ancora rimuginando, quando iniziano ad arrivare i miei compagni di squadra.
Damian mi saluta dicendo: “Allora, hai incrociato il mitico Lywelyn, eh?”
Damian, se solo sapessi… “Sì, stava andando via. Allenamento supplementare anche per i Corvi. Io vado, inizio a fare un po’ di riscaldamento.” E così esco da questa stanza: non credo che riuscirei ancora a sopportarne l’atmosfera.
Esco velocemente, richiudendo la porta con garbo. La testa scoppia, quasi volesse un attimo di pausa.
Forse esiste un motivo a tutto questo, o forse no. Mentre risalgo, incrocio lungo la mia strada alcuni ragazzi, fra cui uno conosciuto, almeno nell’ambiente del Quidditch, mi pare si chiami Denholm. Che saluta con un cenno della testa atono, che io ricambio.
Via, veloce verso la mia stanza. O la voglia di tornare indietro, potrebbe prevalere sul buon senso.
- E’ assurdo. INCONCEPIBILE. – la mia voce è al limite della sopportazione.
- Possibile, Aedan? Ma io non ti riconosco più! Ma che accidenti ti combina quella fatina tutta occhi blu? Eh? – domando, nervosa.
- Non combina proprio un bel niente, Scarlett. – mi risponde con una voce tranquillissima, forse leggermente assente, la fatina gli fa male. Proprio male. E la cosa non mi piace. Per niente.
- Hai mai pensato al fatto che potrebbe essere una mezzosangue?- domando, leggermente disgustata dall’idea di avvicinamento fra i due. Un Lywelyn con un…ibrido? No! Nemmeno negli incubi peggiori. - Non lo è – ribatte lui, vagamente irritato.
- Oh, scusami sai se ti sto insultando la tua mezza strega – la mia voce è velenosa, completamente ostile. Non verso di lui, ma verso questa eventualità.
Qualcosa nella Versten non mi convince. Qualcosa che va oltre Aedan, e ovviamente il pensiero di loro due mi lascia perplessa, a tratti sconvolta. Vorrei che mio fratello, con un sorriso audace, mi dicesse che si tratta tutto di uno scherzo. E comunque, fortunatamente, ho le carte giuste per rimettergli un pizzico di sale in zucca, che ultimamente sembra esser svanito sotto un paio di battenti occhi blu.
Per carità. – Dovresti cominciare a rifrequentare gente di un certo calibro, Aedan. Alla pari con me e te, il che è molto difficile, lo capisco. Ma comunque non impossibile, se si frequentano i giri giusti – Così dicendo consegno fra le sue mani la pergamena invito al Lumaclub.
-Qui, potrai trovare gente che conta, ed è praticamente IMPOSSIBILE che qualche mezzosangue incappi, e se succede, è soltanto per via di uno spiacevole incidente – spiego, con dovizia.
Ed all’osservazione dello sguardo gelido che mio fratello mi rivolge, sento il sangue gelarsi in vena, come coltre di ghiaccio
Mi alzo, forse appena adirata con la sua cocciutaggine. E con l’idea sempre ferma di volerla rimettere in piedi, la sua dignità purosangue.
- Vedi di presentarti – faccio cenno riprendendo i miei libri – è importante – e così dicendo mi avvio fuori da quella maledetta biblioteca.
Questa storia, deve finire. IO devo vederci chiaro. E soprattutto capire cosa accidenti vuole questa qui da mio fratello.
Nervosa, guardo in giro.
Deirdre. Devo parlarne con Deirdre.
Pare che in giro non ci sia traccia alcuna, né di lei né degli altri due principi. Mi spazientisco, cominciando a ricercarli un po’ in giro.
Se c’è qualcosa della quale non ho bisogno ora, è non trovare loro. Che sembrano tre delle pochissime persone che valga la pena respirino qui ad Hogwarts.
Sotto il porticato, osservo fuori, e noto le loro esili figure avanzare verso la struttura.
Potrei aspettare, ma sento nell’aria una sorta di novità aleggiante, e non posso non sapere di cosa si tratti. Mi avvio.
La raggiungo, in cortile. E la vedo avvicinarsi accerchiata da Jasper e….Edward…Edward??? Incredula nel vederlo solo, senza la “carissima” [ come una macabra allergia ] Traviston, mi avvio verso di loro.
- Eih… - attirando la loro attenzione. - ..vi avevo cercato ovunque. – quasi un rimprovero offeso.
Dè mi rivolge un sorrisone da copertina allargando l’espressione, ora gioiosa, con un:
- Adesso ci hai trovati e siamo proprio tutti. -
Ho il tempo di notare gli sguardi tra lei e Jasper che i suoi obiettivi mi risultano chiari. Limpidi come acqua cristallina, seguiti poi dalla sua conferma.
- …Edward era così solo.. – miagola teneramente, mettendosi sottobraccio con Jasp, che ridacchia divertito.
Sorrido, leggermente stuzzicata dalla situazione.
- Non sia mai che Norwood rimanga da solo. Sarebbe controproducente, immagino. – annuisco, scostando i capelli. Affiancandomi poi a lui stesso, che mi concede un occhiolino audace, degno del più grande marpione della scuola.Sembra che Edward sia tornato, buone nuove, oggi.
- Sala comune?- prima che possano rispondere Deirdre è già protesa in avanti, sembra quasi che abbia una spasmodica voglia di raggiungere il luogo della mia proposta.
Chissà come mai.
Un sorrisetto, nella penombra.
Da lei, posso aspettarmi di tutto. E la cosa mi piace, particolarmente.
Spingiamo le porte,e subito le intenzioni della mia amica mi si palesano davanti come brillante diversivo.
La pruriginosa Traviston è seduta ad un tavolo, e fulmina la nostra folgorante entrata, quasi avesse visto un fantasma poco gradito.
Notando lo sguardo soddisfatto-vincente di Deirdre, deduco che le sue (mie) speranze hanno finalmente fatto capolino.
Si. Sono. Mollati. Mol.la.ti. Sfioro la mano della principessa gioiosa, facendole l’occhiolino. Il cinque, ce lo scambieremo più tardi.
La fastidiosa pulce evita lo sguardo di Edward, e sembra (con mia somma gioia) che lui non lo ricerchi nemmeno, anzi, è talmente preso dalla conversazione concitata e divertita fra NOI che nemmeno ci pensa, alla sua presenza.
Vorrei riderle in faccia, ma la mia compostezza me lo impedisce. Per non parlare poi del fatto che, ho senza dubbio di meglio, molto meglio, da fare.
Arrivederci, Violet “allergia” Traviston. Sei stata una brutta parentesi passeggera.
Doccia, dopo cena è quello che ci vuole per rilassarsi completamente. Nel silenzio della mia stanza, parlo poi con Deirdre, finalmente riusciamo ad avere un tempo da dedicare al nostro fine pettegolezzo.
- Allora – esordisco spazzolando i capelli – Novità brillanti? – chiedo con un sorriso audace, rendendo palesemente vive le mie intenzioni ai suoi occhi. Come se già non sapessi.
Lei sfavilla di contentezza, informandomi.
- Ed ha mollato la simpaticona – dice, ridendo.
- Sia ringraziato il cielo! – le dico, facendo un sospirone teatrale. Divertita.
- Adesso, finalmente non avremo più questa grossa zecca attaccata ad un fianco. Era snervante – la smorfia della ragazza è al limite della sopportazione.
Deve esser stato brutto per lei ritrovarsi di colpo senza due amici.
In fondo, Eveline è andata via, e Vì “allergia” aveva spodestato Edward dal suo gruppo.
Sono contenta che sia tornato tutto come prima. Fondamentalmente per una cosa personale, ma anche per la mia amica. Ricevere uno smacco simile, non deve essere troppo bello.
Per non parlare poi del fatto che la faccia adirata della pulce, è qualcosa di assolutamente delizioso.
-Se si scherza con il fuoco, ci si brucia prima o poi Deirdre. Non dimenticarlo mai. – e così dicendo le rivolgo un sorriso, sornione.
- Se poi il fuoco viene scatenato, è ancora meglio. No? – la sua voce è divertita. - Assolutamente si. – annuisco, fermamente convinta.
- Un po’ come stavolta, giusto? – sorride, portandosi la mano di fronte le labbra, per trattenere una risata con grazia.
- Oh si, stavolta poi…era un fuoco assolutamente splendido. E il rogo finale, l’ho semplicemente adorato. -
- Tutto merito del tizzone da dover bruciare, tesoro. Ci ha riempito la giornata. –
Queste, sono le parole PIU’ BELLE che oggi avrei mai potuto sentire.
Mordo il cotone e cerco di farmi largo in un gomitolo di lenzuola in cui mi sono incastrato da solo. Alla cieca, tra l'altro, visto che Carlisle sta cercando di soffocarmi con il cuscino e mi prende a vigorose pedate negli stinchi.
« sono colpevole! chiedo pietà! » ululo dopo essere riuscito a strapparmi il guanciale dalla bocca. La prima cosa che vedo sopra alla mia testa è la tremenda origine dell'aggressione di cui sono stato vittima. In un grazioso poster animato lampeggia il suo viso, su fondo rosa punteggiato di cuoricini; sopra alla sua testa, che esibisce un sorriso mai visto dal vivo, si ripete lo slogan “per noi Carlisle è il ragazzo più bello che c'è!”, tutto circondato di brillantini. Dopo le spille ( di cui io e Milo abbiamo fatto incetta ), la produzione di merchandising del Carlisle Club si è moltiplicata per mille. Con grande stupore delle giovani fan, che praticamente volevano staccarmi un braccio per l'emozione di parlare con un amico di Carl, ho comprato uno dei loro orrendi poster, che ora troneggia sopra al mio letto.
« maddai, è così carino.. » osserva Milo ridacchiando da dietro il fumetto che sta fingendo di sfogliare mentre in realtà si piega in due dal ridere. Carlisle mi abbandona, finalmente, anche se nei suoi occhi lampeggiano insulti di ogni genere e grado.
« potrei dire ad Isy che hai preso una cotta per lei. » borbotta mentre con un saltello si getta sul suo letto, e mi lancia un'occhiatina sadica da sotto il ciuffone di capelli rosso fiamma. Di colpo sento le budella che si rivoltano, e il sangue che mi affluisce alla faccia, bollente.
« non .. non .. » guaisco mentre i miei compari scoppiano a ridere, quasi con le lacrime agli occhi. Non è divertente, ecco cosa volevo dire. Recupero dal comodino un pacco di spartiti, coperti da un dito di polvere visto che li avevo abbandonati settimane fa, e scatto giù dal letto, più imbronciato che mai.
« ti sei offeso?! » esclama incredulo Milo.
« smetti di fare l'allegrone, sappiamo benissimo che hai appena mollato l'ennesima ragazza. » lo aggredisco senza avere il coraggio di alzare lo sguardo per guardarlo, fermandomi sulla porta della camera.
« non esagerare! e poi, ne ho conosciuta un'altra .. » risponde pacificamente, lasciando ciondolare il giornalino nella mano. Mi ritrovo ad alzare gli occhi al cielo; il suo continuo saltare da una ragazza all'altra renderà matti lui, noi e l'intera Hogwarts prima che riusciamo a diplomarci. « .. Opal Worthington, avete presente? » sbuffo, coprendo le sue stesse parole, ed esco nel corridoio dei dormitori prima che possa aggiungere altro.
***
Strimpello istericamente i tasti del pianoforte; quest'oggi non mi vuol venire fuori proprio niente di decente, è chiaro. C'è qualcosa che mi sfugge in questo spartito, è chiaro; forse è stampato male e quindi mancano delle note ... No, è chiaro che sia solo la mia demenza la causa di questo.
Mi manca l'attenzione che servirebbe per suonare come si deve. Lancio un'occhiata alla mia tracolla; contiene le carte che mi ha consegnato la Bonnet: sono definitivamente ritornato nella media in tutte le mie materie, e sono scampato al rischio bocciatura. Per ora. Solo all'idea mi sfugge un mezzo sorriso.
Chiudo la tastiera di scatto, alzandomi subito dopo. Per stasera basta con gli esercizi, tanto non caverò un ragno da un buco. E magari tornando al dormitorio incontrerò ..
Noto con la coda dell'occhio l'ombra di qualcuno, quasi indubbiamente una ragazza, che sgattaiola giù per le scale della torre, davanti a me, e poi corre attraverso il chiostro, inciampando poco prima della porta e rallentando il passo. Ne distinguo a malapena i tratti; sgrana gli occhi scuri.
« s-s-scusa! » balbetta prima di ricominciare a correre, scomparendo subito alla mia vista.
***
Bene. Bene. Per tutte le volte che hanno detto che avevo bisogno di un consulto psicologico, beh, ora non posso che trovarmi d'accordo. Osservo con orrore i miei stessi piedi che si stanno muovendo in traiettoria rettilinea verso un tavolo della biblioteca, il tavolo dove è seduta Isabel Sittenfeld. Guarda oltre la finestra, sbattendo le palpebre degli occhioni azzurri e succhiando la punta di una Piuma di Zucchero sospesa sopra alla pergamena. Un tuffo al cuore, per Merlino, mi sembra quasi di capire cosa intende quel melenso di Carlisle con “bella da far male”. Mi faccio schifo da solo, per Merlino. Per Merlino. Se ripeterò di nuovo “per Merlino”, sarò definitivamente diventato un perfetto idiota.
« grrbbbbffff.. » muggisco mentre mi appropinquo a lei, ma non sono ancora abbastanza vicino perché senta la serie di suoni scommessi che emetto. Eugene Pennington, se questa è la tua prima cotta, stai facendo proprio un disastro.
Ed ecco il suo capino di ricci scuri che compie una rotazione di centottanta gradi a destra, ed ecco che i suoi occhi saettano ed ecco che .. ecco che ..
« ciao, Isabel. » riesco a scandire con il mio classico tono da orso, deviando improvvisamente verso una libreria, e cercando di non abbassare lo sguardo dalla sua faccia, colma di sorpresa. Ebbene sì, so parlare! E civilmente, per giunta!
« ehi, Eugene. » trilla – perchè le fatine non parlano, trillano – e sfodera un sorriso quasi accecante. Mi trema il gargarozzo, vorrei quasi tenermelo fermo con la mano. Devo sembrare troppo ridicolo per essere vero. Oh no: non riesco a capire perché si stia alzando. Richiude il libro che teneva posato davanti. Faccio per deviare e ricominciare a camminare come se niente fosse, mettendo fine a questo incontro spiacevole e penoso. Non faccio in tempo a fare un passo che mi ritrovo a guardare in basso, proprio sotto il mio mento, dove s'è fermata e da dove mi sta osservando come normalmente avrebbe potuto guardare un gattino abbandonato.
« devo andare .. » mormora con un sorriso sbieco, ancor più languidamente di quanto già solitamente faccia. Spalanco la bocca; come un vero ebete, visto che non riesco a spiccicare parola. Lei continua a sorridere. Io non mi muovo. Lei neppure. Uhm - stomp.
Molto, molto lentamente prendo coscienza del fatto che il volume che stringeva in mano è caduto a terra. Altrettanto lentamente mi piego in avanti – certo che essere alti è davvero poco pratico – e lo raccolgo prima che lo possa fare lei.
Appena alzo la testa, mi trovo a fissare in orizzontale la sua faccia, con le guance tutte rosse, gli occhi spalancati. Neppure batte le palpebre. Com'è carina.
« grazie.. » sussurra appena; non mi rendo conto di quello che sta facendo finché non mi trovo uno stampo del suo lucidalabbra appiccicoso sulla guancia. Oh.
Svengo.
No, non svengo, ma quando riprendo coscienza di me sta saettando verso la porta della biblioteca, con il libro stretto in mano.
Ho lasciato Damian ai suoi pensieri. Stringo ancora fra le mani la sciarpa di Aedan, mentre mi dirigo verso la mia camera. Mi tolgo la giacca leggera ed i miei immancabili stivali e mi lascio cadere sul letto.
Angela, la mia compagna di stanza, mi apostrofa così: “Hai un sorriso da gatta che si lecca i baffi. Qualcosa da dichiarare, Versten?” Scuoto la testa, mentre mi alzo in piedi. Angela si sta pettinando la frangetta davanti allo specchio, e aggiunge: “A proposito, Sebastian è passato a cercarti, un’oretta fa.”
Mai che riesca a rilassarmi un momento. Avrei solo voglia di un bagno caldo, ma mi sembra chiaro che dovrò aspettare.
Scendo in Sala Comune e cerco Sebastian: non c’era quando sono entrata, né è riapparso nel frattempo. Mugugno qualcosa[nulla di elegante o di appropriato per le labbra di una fanciulla, questo è certo], e mi preparo alla sua ricerca.
Sebastian, Sebastian. Dove potrai mai essere?
Mi torna in mente che al momento ha una riunione con Silente per discutere dell’organizzazione della Casa di Grifondoro, nonché una serie di altre amenità riguardanti Hogwarts.
Bene, sono di nuovo in giro per la scuola, da sola. Il rumore della pioggia scrosciante mi disillude: un giro nel Parco o nel Campo di Quidditch sono fuori discussione.
Sono combattuta: Georgiana in questo periodo è occupatissima, non so se potrei andare a disturbarla. Senza contare che nella Sala Comune di Corvonero c’è un’alta probabilità di incontrare il proprietario della sciarpa che al momento è avvolta intorno al mio collo.
Vago per i corridoi del castello, scegliendo le zone meno frequentate. Alla fine, mi ritrovo in Aula di Astronomia, a osservare il cielo notturno con uno dei telescopi che di solito usiamo durante le lezioni pratiche. “Oh, abbiamo qualcuno che si interessa di Astronomia, sì?”dice la voce del professor Crale alle mie spalle. “Salve, prof. Disturbo?”chiedo. “No, fai pure. Sono solo venuto a prendere un libro. Per la prossima lezione del sesto anno.”risponde, mostrandomi un enorme tomo, intitolato ‘De Planetibus’.
Si appoggia alla balaustra della finestra. “Tutto bene?”
Se fosse una qualsiasi altra persona [a parte le note eccezioni] a farmi una domanda del genere, l’ennesima sul tema, credo che sbotterei, nel migliore dei casi. Nel peggiore, potrei mettermi a urlare. Ma con Crale ho un rapporto particolare, forse perché anche lui è un ibrido, né umano né creatura magica, bensì entrambe le cose. Con Georgie ridiamo sempre perché lei è la cocca di Silente, mentre io lo sono di Crale…a rigor di logica, dovrebbe essere il contrario!
Così dico: “Vado avanti, e tutto torna a posto, pian piano.”
Crale mi sorride con gli occhi, anche se il suo viso resta immobile.
***
Ho passato la mattinata a crogiolarmi al sole, sul molo del lago. Sul tardi, Carlisle mi ha raggiunto e abbiamo scambiato due parole, grazie alle quali mi sono resa conto di quanto faccio preoccupare le persone che mi stanno accanto…brava, Julia.
Poi lui è andato a pranzo e io sono stata intercettata dalle mie compagne di stanza. “Ti abbiamo coperto, Jules!”annuncia Angela. “Certo però che se tu te ne vai in giro per il Parco…” “Donna di poca fede!”replico, indicando un drappo damascato. Il Mantello dell’Invisibilità fornitomi da Peter. Mi copro per bene e ce ne torniamo al dormitorio. È sempre strano vedere le persone, senza essere visti a nostra volta. Nella nostra Sala Comune, l’unico ad accorgersi di qualcosa è Seb. “Dite alla vostra compagna di stanza, Julia, che devo ancora parlare con lei…”ulula, sottolineando il mio nome. Non riuscirei mai a farla franca con lui, e non ci spero neppure. Ne sa una più del diavolo.
Una volta in stanza, indosso la divisa per le lezioni del pomeriggio e mi ripresento giù, millantando una ripresa della mia salute. Avevo bisogno di starmene un po’ da sola, stamane, dopo gli avvenimenti dell’altrieri.
Ma ora avrei bisogno di parlare con Georgie, dopo un giorno e mezzo che non la vedo. Ieri non avevamo lezioni in comune, ed in più dovevo preparami per l’interrogazione di oggi pomeriggio. Antiche Rune, aspettami.
Entro nell'aula e mi fiondo accanto alla mia migliore amica, imponendole, perentoria: “Non azzardarti ad uscire senza di me, dopo la lezione. Devo dirti una cosa.”
“Jules, questo tono da pettegolezzo non è da te, mi sconvolge. Sicura di star bene?”mi domanda con un’espressione perplessa. “Ah, no. Non ne sono per niente sicura.”
La nostra conversazione viene troncata dall’arrivo della professoressa Winckelman. “Versten, Mapplethorpe e Prentiss. Deliziateci con le vostre traduzioni!”esclama l’insegnante.
La Winckelman mi ha in simpatia, questo è chiaro. Per quale motivo, non saprei. Forse perché sono una delle poche che riesce a seguire i suoi voli pindarici.
L’interrogazione si chiude con il massimo di voti per me ed i miei compagni, coronato da un sorriso soddisfatto della professoressa mentre riporta i voti sul registro. Poi l’ora finisce e siamo liberi. “Georgie, ti va se andiamo in Sala Grande?”
“Questa suspense mi uccide, Jules. Vada per la Sala Grande.” Ci sediamo un po’ discosti dagli altri studenti. Davanti a noi appaiono due tazze di thé ed un piattino di biscotti.
Sospiro. “Georgiana.”
“Sì, Jules?”
“Aedan Lywelyn mi ha baciata.”
Georgie resta immobile per qualche secondo.
Poi dice: “Che cosa?”
“Aedan Lywelyn mi ha baciata.”
“Ho capito, ma come è successo?”
Racconto in breve i fatti, mentre l’espressione attonita non accenna ad abbandonare il volto della mia amica. “Non so cosa dire. Sai chi è sua sorella, vero? L’ultimo acquisto dei Principi.”
Annuisco. "È stato inaspettato. Non premeditato.”dico.
Georgiana è poco convinta.
E ad essere sincera, non è che io lo sia molto di più. “A proposito, sai per caso di cosa mi deve parlare Sebastian? Riguarda per caso lui ed una certa persona di mia conoscenza?” Georgiana e Garet si sono lasciati da poco. Seb è partito all’attacco in tre secondi netti. E io sono un po’ preoccupata. Anche se, sotto sotto, sono contenta per tutti e due.
***
L’amore è più un problema che altro.
Ne sono sempre più convinta.
Sto tornando verso il castello dopo aver lasciato Peter con la sua ragazza: l’espressione di Audrey era tutto tranne che amichevole, quando mi ha vista.
Così metto un passo in fila all’altro e mi dirigo in Sala Grande. Spingo la porta ed ecco un’apparizione divina: Sebastian che parla con Damian. Non appena mi vede, saluta il mio compagno di squadra e mi fa segno di avvicinarmi.
Mentre mi siedo vicino a lui, il mio migliore amico fa apparire un bicchiere di latte caldo per me. Appoggio accanto a me giacca e sciarpa: proprio su quest’ultima scivola lo sguardo di Seb. “Allora. Incontri ravvicinati con il Corvo dagli occhi di ghiaccio?”
“No.”
”Non più, vuoi dire. O non ancora, dopo l’ultima volta.”
Damian gli ha detto tutto. Stupida io a non dirgli di tenere la bocca chiusa. Chissà come ha presentato i fatti a Sebastian. “Jules, ti rendi conto di quello che stai facendo?”
“La verità è che non lo so neppure io, se ti interessa. E tu, ti rendi conto di quello che stai facendo a Georgiana?”
Inarca le sopracciglia, sentendosi colpito. “Lei non ha fratelli o sorelle che sono nella cricca di Riddle.”
Stringo il bicchiere fra le mani, con uno scatto convulso. Seb se ne accorge, e mi passa un braccio intorno alle spalle, stringendomi a sé. Poi mi bacia sui capelli. "È difficile.”dico. “Molto di più. È doloroso. A volte perfino sfibrante.”
“Che coppia che siamo. Se ci fidanziamo fra noi forse risolviamo, cosa ne dici?”
“No, non mi sembra il caso. Io non potrei più passare per l’insospettabile dongiovanni di Grifondoro, e tu non saresti più la mangiauomini, mia degna compagna di avventure. Beth mi ha detto che girano voci anche di una tua storia con Crale. Ci credi?!”
“Eh, magari.”
“Julia!”esclama. “Ma sto scherzando! È un bell’uomo. Non pensi?”
“Mah. Le mie preferenze si orientano più sulla Merrythought. O sulla Lostum, ecco. Ma anche la Bonnet e la Winckelman, una ventina d’anni fa…”
“Sei incorreggibile!”
Per fortuna, aggiungo fra me. Per fortuna che ci sei tu, Seb. E Georgie.
Come farei senza di voi?
La situazione sta peggiorando. Un ragazzino del terzo anno è stato maltrattato da due ragazze del serpeverde… L’ha confidato a me e a Cassie pochi minuti fa. Una ragazza del Grifondoro fortunatamente l’ha protetto. Ma le cose non possono continuare così. Eugene Pennington ha ancora qualche livido sul viso. Soprattutto la casa dei Tassorosso risente della situazione pesante che si sta creando. Cassandra è pensierosa. Quel povero ragazzino è ancora sotto shock e non parlerà con nessuno. Non denuncerà l’accaduto, ha troppa paura per farlo.
Sospiro prendendo in mano un manuale di Antiche Rune recuperato dalla biblioteca. Mi immergo nella lettura per qualche minuto, poi Cassie mi chiede se volevo scendere a cenare con lei. Metto via il libro e la seguo un po’ svogliata.
Arrivati in sala troviamo pochissime persone che cenavano tranquillamente. Al tavolo dei Corvi vedo i riccioli biondi di Audrey che appena mi vede entrare alza lo sguardo e mi sorride, io ricambio e la ringrazio da lontano (sperando che legga il labbiale). Lei allarga il sorriso dimostrando di aver capito. È solo grazie a lei che son riuscita a superare i miei problemi in Trasfigurazione.
Il sole primaverile mi sveglia illuminandomi il viso da un piccolo spiraglio tra le tende. Osservo l’orologio sul mio comodino e mi accorgo subito di essere in ritardo. Cassie è ancora addormentata ma lei ha un’ora libera prima che inizino le lezioni. Cercando di non svegliarla e allo stesso tempo di fare in fretta mi preparo e scendo ad acchiappare un toast in sala grande prima di fondarmi a lezione. Percorro i corridoi con il toast che lascia cadere briciole ovunque… riesco addirittura a procurarmi delle lamentele non proprio pacate da parte della Fairfax. Arrivo in classe di Antiche Rune con qualche minuto di ritardo. Ho il fiatone per la corsa e la mia divisa è cosparsa di briciole, ma la professoressa Winckelman mi sorride tranquilla senza preoccuparsi della mie scuse.
“Non si preoccupi signorina Page, vada pure a sedersi.” Dice in tono flautato.
Io ringrazio e mi guardo attorno per cercare il mio solito banco vuoto, magari per ascoltare a differenza degli altri compagni che fanno tutto fuorché interessarsi alla lezione. Con mio enorme dispiacere vedo che tutti i banchi sono occupati da almeno una persona.
“Psss! Rah!” mi volto per vedere chi richiama la mia attenzione.
Alexa mi sorride dal penultimo banco, mi fa cenno di avvicinarmi. Il penultimo banco non era proprio quel che avevo in mente ma almeno avrei avuto vicino una persona simpatica e non quel serpeverde con la puzza sotto il naso che occupava il secondo banco. Mi avvicino ad Alexa e mi siedo vicino a lei.
“Ciao.” Soffia tranquilla.
“Ciao. Susan e Lory?” chiedo subito.
“Susan non frequenta mai Antiche Rune, trova che sia una materia difficile e noiosa. Lory doveva passare in infermeria a chiedere il decotto per il raffreddore… sembra proprio un’epidemia!” mi risponde. Io sorrido comprensiva. Probabilmente ero stata una delle poche a decidere di prepararsi una pozione preventiva.
“Come sta Cassandra?” mi chiede Alexa. Osservandola noto che sembra seriamente preoccupata.
“Sta meglio dice… è molto forte e sembra essersi quasi ripresa. Anche se so bene che se mi sentisse ora direbbe che si è ripresa del tutto.” Le dico aggrottando la fronte.
“Certe cose lasciano il segno… non so se riuscirei a riprendermi se mi venissero a mancare Susan e Lory.” Commenta lei. Io non replico, e mi faccio pensierosa. Non riesco a seguire e questo è certo.
***
“Rah che ti prende?” a lezione finita io e Alexa ci dirigiamo assieme a Pozioni.
“Oh, scusa nulla…” rispondo io poco convinta. Avevo passato tutta la lezione in silenzio assoluto.
“Senti, capisco che non abbiamo confidenza però questo te lo devo proprio dire.” Sbotta lei lasciandomi senza parole “Cassandra ci tiene molto a te. Il ricordo di Ida non cambia la vostra amicizia. Ho sentito la discussione che avete avuto in Sala Grande da poco e so che hai paura e che non hai mai avuto delle vere amicizie ma… devi crederci per una buona volta!” dice guardandomi con decisione. Io scoppio in lacrime. Erano settimane che sentivo questa sensazione d’ansia orribile. E ora finalmente riuscivo a sfogarla. Alexa mi cinge le spalle con un braccio e mi trascina il più lontano possibile dalla folla. Tra le lacrime riesco solo a sussurrarle “Grazie”.
Restiamo in silenzio per un po’ e io riesco a smettere un po’ di piangere.
“Alexa ascolta potresti avvisare Lumacorno che arriverò un po’ in ritardo… Digli che non sto bene.” Le chiedo alla fine.
“Sicura che non vuoi compagnia?” mi dice preoccupata.
“Credo che tu abbia già avuto troppi problemi con lezioni marinate. Ho sentito per caso la Bonnet che te ne parlava.” Non è un rimprovero. “Sono sicura che qualsiasi motivo avessi per marinare la lezione l’altra volta era migliore di questo. Non preoccuparti.”
Lei mi sorride e si dirige a grandi passi verso i sotterranei.
Arrivo nei sotterranei realmente in ritardo, ma Lumacorno mi guarda solo con fare preoccupato.
“Signorina Page… Si sente meglio?” mi chiede.
“Si signore.” Dico subito.
Mi volto poi a guardare l’aula e vedo che Alexa ora ha vicino anche Lory e Susan. Tutte e tre mi sorridono in modo comprensivo, credo che Alexa abbia raccontato il nostro discorso. Alla fine non mi importa. Sono davvero felice che le cose siano andate così.
"Rilassati Rose, alla fine i voti non sono tutto!”, ripeto alla mia compagna di stanza boccheggiante davanti ai miei occhi, colpita dall’ultima delle sue crisi di panico, ultimamente sempre più frequenti a causa dell’imminente avvicinarsi dei G.U.F.O. “Ora guardami attentamente”, le dico appoggiando le mie mani sulle sue spalle “e respira profondamente: fai come me” E così inizio a tirare profondi e lunghi respiri a ritmo regolare, come se stessi assistendo a un parto…
Sembra calmarsi; allontano lentamente le mani da lei, come temessi un altro attacco, e aspetto che ritrovi il suo battito normale; Continuo a chiedermi che problema avesse il cappello parlante il giorno che mi ha smistata in Corvonero: io qui non c’entro proprio niente. Studio? Il minimo. M’interessa?il necessario. Intelligenza? Beh dai voti non si direbbe…
Sospiro. “Stai bene? Devi metterti in testa che non è necessario avere tutte ‘E’, ci si può accontentare anche di una o due ‘O’”, cerco di spiegare al muro dalla sagoma di ragazza che mi trovo davanti. ‘Eresia!Bruciatela, è una strega!’; più o meno sono queste le frasi che potrei leggerle in volto in questo momento. “Sai, mio fratello aveva sempre ottimi voti e adesso che fa? Vive tra i babbani come uno di loro! A cosa gli sono servite tutte le sue E? A niente!”. Bene. Molto bene. Il colore sta ritornando dal rosa pallido al rosso acceso, con qualche punta di violetto………
Sono morta… “Basta con questa storia di tuo fratello io non sono lui!” Fulmini, saette…e non escluderei di aver intravisto un leggero fumo spuntarle dalle orecchie.”Sai quanto è difficile diventare qualcuno quando si hanno genitori babbani?! Io parto già svantaggiata, non posso permettermi una O, non posso! Tu non capisci…” “Ti ricordo che anch’io sono una ‘mezzosangue’” le dico gesticolando. “E non dire quella parola!”. Gli occhi dietro gli occhiali si fanno sempre più grandi mentre il suo viso sembra un enorme sole rosso. Roteo gli occhi. “E’ la pura verità! Dai sei talmente intelligente che non posso credere che tu possa avere paura di una parola!” . Mi guarda impietrita. A quanto pare si, invece. Ci rinuncio. “Io vado a fare colazione.” La liquido, stanca ormai dei suoi farfugliamenti. Spesso le persone più intelligenti sono anche quelle più stupide.
Scendo le centinaia di gradini che mi separano dalla Sala Grande. L’architetto che ha progettato questo posto voleva che gli studenti si mantenessero in forma, se no che senso avrebbero tutte queste scale! O forse era solo una persona intelligente…
Mi precedono decine di studenti diretti nella mia stessa direzione; i loro passi hanno qualcosa di ritmico, eppure loro non sembrano nemmeno accorgersi di essere perfettamente coordinati nel camminare. Mi viene da ridere: dal dietro sono così buffi!
“ Night and day, you are the one
Only you beneath the moon or under the sun
Whether near to me, or far
It's no matter darling where you are
I think of you…”
Canticchio sottovoce la lenta melodia di una canzone d’amore. Possibile che con tutto quello che sta succedendo nel Mondo la gente canti ancora l’amore, creda ancora nell’amore… “Che canti oggi?”, la voce viene da dietro il mio orecchio sinistro. Sobbalzo. Henry Hallward ride alle mie spalle. “Davvero divertente Harry, grazie! Per poco non mi rovesciavo addosso la tazza di the che ho in mano!”. Ride di nuovo. “No dai scusa…comunque l’hai scritta tu quella canzone?”. Sorrido amaro. “Si, magari! Dei miei amici di Harwhic la ascoltavano spesso quest’estate, sai alcuni di loro hanno la radio…” Mi guarda stranito. “Oddio Harry, una radio!Te l’ho spiegato mille volte!” “Si lo so ti prendevo in giro, è bello vedere quando ti arrabbi!”. Fantastico, io degli amici normali non li posso avere, vero?!
Sorrido (per la disperazione?!). “Piuttosto come va?”, gli chiedo. E’ da un paio di giorni che non riesco a parlarci insieme. “Tutto bene, e tu invece, preoccupata per i tuoi esami?”. Si, come no…
Continuiamo il discorso per un paio di minuti sotto lo sguardo attento e micidiale di una ragazza del tavolo Grifondoro: Annette. “Forse è meglio che tu vada, se lo sguardo delle tua ragazza fosse una lama tagliente, sarei già morta da un pezzo!” Si gira verso la biondina che lo guarda con sguardo risentito e piuttosto arrabbiato. Si gira verso di me sbuffando. “Si certo…ma noi ci vediamo vero?” “Se vuoi io sono sempre qui e non scappo…a meno che ‘la tua metà’ non decida di tradurre in atto i suoi pensieri perchè, se così fosse, è meglio dirci addio!”. Mi guarda sorridendo debolmente. “Mi spiace, Sophie, se ti sto trascurando in questo periodo, ma sai Anne è molto gelosa e…mi spiace. Però se hai qualche problema, sappi che ci sono sempre per te!”
Quando esce con queste affermazioni mi verrebbe quasi voglia di tenerlo stretto a me per sempre, il mio Henry! Invece gli sorrido e basta, perché se osassi fare una cosa del genere, non so chi finirebbe prima a far compagnia alla Mound, se io o lui. “Lo so…ma ora va o sarò la causa prima della fine di un amore..”. Lo lascio andare, anche se avrei voglia di parlare ancora con lui, di sentire i suoi problemi e confessargli i miei; come facevamo una volta, quando ancora non avevamo scoperto il fascino dell’altro sesso e l’amore, vera bestia dell’umanità, il sentimento più incomprensibile ed indescrivibile in questo mondo, soggetto prediletto della maggior parte delle canzoni, libri, poesie e quant’altro. Eppure…so per certo che se ognuno di noi fosse una canzone, se fossimo fatti di note e melodie, la mia canzone preferita sarebbe il mio Henry…
Sorrido ancora mentre si siede a fianco della sua ragazza e riesce con poche parole a farle dimenticare la mia esistenza… Pranzo.“Vedi Sophie, io te e molti altri avremmo molto meno problemi se non ci fosse gente come i Serpeverde…come quelli là”, mi dice indicando con un accenno il tavolo delle serpi.
Distoglie subito lo sguardo da loro: non sia mai che la vedano guardarli e che comincino a prenderla di mira! “Avremmo problemi comunque, ma sono d’accordo, non so chi gli abbia messo in testa quelle idee, ma sono davvero malsane!”. Guardo il solito gruppo dei cosiddetti ‘principi’ (di cosa poi??), splendenti nella loro illusione di perfezione. Sembrano appena usciti da un altro mondo: belli, ben vestiti, acconciature perfette; su di loro, così perfetti, non ci sarebbe nulla di interessante da dire, da scrivere; anche se quelli della loro specie, solitamente sono anche quelli che hanno di più da nascondere: sono i moderni Dorian: perfetti all’apparenza, ma da qualche parte hanno un ritratto che nasconde la loro vera natura e tutti i loro crimini. “Bè, io avrei la vita semplificata se fossi”- adesso bisbiglia per non farsi sentire-”purosangue”, -riprende col tono normale-”ma non lo sono e mi tocca sgobbare il doppio di quello che fanno loro”
Rose a volte sa essere davvero ridicola.
Continuo a studiare Norwood, Lewis, la Blackster, la new entry-Lywelyn e anche la Traviston,e non posso fare a meno di pensare che ci sia qualcosa di profondamente sbagliato in loro; mi verrebbe voglia di andare lì e scompigliargli i capelli, o fare altre cose stupide del genere, renderli meno perfetti e mostrare a tutti che in fondo sono umani anche loro;”Oppure hanno venduto l’anima al diavolo…”, bisbiglio sorridendo.
Dopo un paio di minuti passati ad osservarli, durante i quali la mia compagna di stanza si è lanciata a capofitto nel dolce alla crema che ha davanti,mi viene in mente una frase:
““Scelgo gli amici per la bellezza, i conoscenti per il buon carattere e i nemici per l’intelligenza.” *" dico, rivolgendomi a Rose," sembra questo apparentemente il loro modo di giudicare, il che significa che c’è una nota positiva: in questa scuola ci sono più persone intelligenti di quanto immaginiamo.” Rose mi guarda dapprima sorpresa e poi mi sorride finalmente;”Bè, probabilmente è così..almeno significa che siamo tra le persone intelligenti!”, un altro sorriso per poi dedicarsi completamente al suo dolce. Io lancio l’ultima occhiata alla grande sala ghermita di studenti. Chissà quanti nemici hanno in questa scuola?
Si, probabilmente l’unica cosa che ho in comune con i miei compagni di casa, è la mia passione smisurata per la biblioteca: silenziosa, calma, e con la giusta dose di ‘vecchio’, tanto quanto basta per farti sembrare di vivere in un’altra epoca, in qualche corte o castello, prigioniera o regina, sconsolata o potente; a ognuno il suo. “Elodie, ho visto male o Damian Denholm è appena sbucato fuori dal tuo stesso corridoio?”, chiedo alla ragazza dall’apparenza tanto fragile che si sta sedendo al mio tavolo. Arrossisce appena, cercando palesemente di trattenersi. “Mi ha aiutata con un libro…è stato molto gentile…”. Sorrido davanti al suo imbarazzo nel parlare dell’unico ragazzo che le sia mai piaciuto davvero. E’ impossibile non volerle bene se la si conosce: sono dell’opinione che non esista creatura più dolce di lei, anche se a volte la sua testardaggine mi fa pensare il contrario! Tanto dolce, tanto fragile…che ogni volta ho paura che qualcuno possa romperla, o rovinarla per sempre; è proprio come una bambola di porcellana, la si deve tenere con cura perché le possibilità che vada in mille pezzi, se cade, sono altissime; Per questo ora ho un po’ di paura, dopo aver osservato lo sguardo che le ha rivolto il ragazzo mentre si allontanava: pochi attimi, se non qualche secondo, è bastato per farmi capire che anche lui ha scoperto che è entrato in contatto con qualcosa di raro e bellissimo. ‘Stai attenta…non cadere, ti prego…’, urlo nella mia testa, ma lei non può sentire, ma lei non vorrebbe comunque sentire. Più che un’amica Elodie è come una sorella per me; una sorella minore alla quale bisogna badare; ma con tutta probabilità mi sto preoccupando troppo per qualcosa che non c’è, così mi chino sul libro per cercare di finire almeno l’ultimo capitolo di Storia della Magia e l’ultima cosa che noto prima dell’’immersione’ è il suo sorriso incontrollabile.
"Day and night, night and day
Under the hide of me
There's an oh such a hungry yearning burning inside of me
And this torment won't be through
Until you let me spend my life making love to you
Day and night, night and day "
Cammino per i corridoi del castello, sola, come trasportata da un istinto che mi è ancora oscuro. Nel lungo corridoio solo i miei passi. Cammino; questa è musica. Una melodia dolce e malinconica si sente appena, mentre porta avanti la sua battaglia contro la porta della stanza, chiusa. Vuole uscire: è prigioniera.
Mi avvicino sempre di più alla porta, chiedendomi chi mai possa suonare il piano qui, ad Hogwarts, in una maniera così divina. Tocco la maniglia e socchiudo, il più silenziosamente possibile, per non farmi scoprire; la musica mi travolge in tutta la sua forza e bellezza. Mi tremano le mani nello sporgermi per vedere che sia capace di tutto ciò: potrebbe accorgersi di me e porre fine a questo sogno; non lo posso permettere. La stanza non è ben illuminata e vedo solo la sagoma di una ragazzo controluce, i suoi capelli biondi e le mani, che si rincorrono veloci sui tasti del pianoforte.
Questa è vera magia, non quella che ci insegnano qui. Ritiro la testa senza chiudere la porta e mi appoggio al muro. Lascio che la musica mi entri dentro e mi rapisca e mi tolga il respiro. E’ impossibile descrivere tutte le emozioni che sento. Chiudo gli occhi. La vedo; è davanti a me, la Musica. Voglio toccarla, voglio toccare le note e i suoi colori freddi: blu, azzurro, viola:rabbrividisco. Malinconia, angoscia, amarezza. Lei danza davanti a me ed è bellissima.
Danza e poi… smette, sparisce: la musica è finita, il brano è concluso. Applausi? No quelli sono per i grandi teatri, per gli artisti, non per gli angeli.
Mi allontano senza farmi sentire: non voglio che mi veda e non voglio vedere lui; voglio continuare ad osservarlo da lontano, per sempre; o almeno finchè non finisce la composizione.
Arrivata all’angolo lancio l’ultima occhiata prima di tornare alla dura realtà scolastica: grazie per le emozioni che non sai nemmeno di avermi dato, grazie angelo biondo…. ”A presto…”
Cammino. Nel corridoio solo i miei passi, finchè non ne cominciano a sopraggiungere altri: sono di nuovo nel mondo ordinario.
Allora, la canzone che ho citato è di Frank Sinatra, è uscita pressochè in quegli anni e si chiama "Night and Day"(come avrete notato...!) ed è veramente bella(se vi piace il genere...song)
*è una frase tratta da "The picture of Dorian Gray" di Oscar Wilde...che io personalmente adorooo!!XD
Anche una citazione che ho fatto prima era relativa a questo libro...
« vuoi finire nei guai? vuoi finire nei guai?! » strillo e minaccio una biondina di Serpeverde, che per tutta risposta non fa altro che scuotere la chioma e ridermi in faccia. La sua sorella gemella sta in disparte, evitando di farsi coinvolgere, ma sospetto che stia meditando di andare a chiamare qualcuno dei loro amici grandi,grossi e decisamente troppo forti per me. Alle mie spalle, un ragazzino del terzo osserva la scena con gli occhi lucidi; la bionda, di sicuro non molto più grande di lui, lo stava minacciando. E perché? Perché è figlio di babbani! Ci sono tante cose che posso accettare, ma questo genere di insulto insensato e non rientra nella categoria.
« non ti consiglio di metterti contro di noi. » sibila in risposta, scrutandomi dal basso con un sorrisino irritante sulle labbra; sono certa che sia più piccola di me, almeno di un paio d’anni. « sai chi è Deirdre Blackster? beh, è mia sorella, e non è bene sfidarla. »
E’ costretta a smettere di parlare da un forte botto: il libro che teneva in mano è saltato in aria, e ora sta ricadendo sulle nostre teste sotto forma di coriandoli di carta. Ops, l’ho fatto di nuovo; giuro che non ho nessuna volontà di far esplodere le cose: succede e basta. La giovane Blackster trema e avvampa, fissando con la bocca spalancata il suo palmo teso. Lentamente riporta lo sguardo su di me, con le fiamme nelle pupille.
« tu, schifosa grifondoro! » flette le ginocchia come se stesse per saltarmi addosso.
Ma, grazie al cielo, interviene salvifica un’altra voce. « cosa sta succedendo, qui? » chiede Sebastian Lang, il mio Caposcuola, intervenendo nel quadretto con prontezza, seguito dalla sua amica Julia Versten. A mia volta, non posso fare a meno di arrossire per la figuraccia che sto facendo; abbasso lo sguardo, soffermandomi giusto per un istante sulla ragazzina che ha già raggiunto la sua gemella senza neppure provare a dire qualcosa in propria difesa.
« stava aggredendo un ragazzino .. poi le ho fatto esplodere il libro .. » biascico senza trovare il coraggio di rialzare gli occhi fino a che non ho finito, e ancora temo di sembrare decisamente troppo contrita per l’accaduto. Non è la prima volta che qualcuno deve intervenire nelle mie esplosioni di forza d’animo, per non parlare delle esplosioni reali. Incontro lo sguardo divertito di Julia, poi passo a Sebastian, attendendo di conoscere il mio destino.
« esplodere il libro. » gracchia divertito, mentre sulla sua mano tesa ricade un pezzetto di carta; lo stringe nel pugno, scambiandosi uno sguardo con Julia.
« facciamo finta di niente, ok?! » dice lei, interpretando le occhiate del suo amico e rivolgendomi un sorriso scaltro; sembra proprio il tipo di ragazza che non ha paura di niente, quello che dovrei essere io. Invece arrossisco di nuovo, e dopo averli salutati con un nervoso agitarsi della mano corro via, trascinandomi dietro la mia tracolla stracolma.
***
Sotto lo sguardo attento e piuttosto divertito di Benton, sto intrattenendo una conversazione tutt’altro che amichevole con Jillian McKanzie, che si è fatta portavoce dei Corvonero in questo piccolo dibattito magico. All’opposto della mia tesi, sostiene che l’incanto flagrate bruci realmente, e non sia soltanto un sistema di marchiatura magica.
« e allora, Jillian, che ne diresti se lo provassi sulla tua faccia? » no, in genere detesto fare l’antipatica, ma non può che venirmi dal profondo del cuore, visto che lei insiste così tanto nel controbattere anche quando tento di mettere una parola di chiusura. Storce il naso, facendo leva con i palmi sul banco per alzarsi in piedi e fulminarmi più agevolmente. Faccio per sollevarmi a mia volta, ma Cecily mi prende per il braccio, costringendomi a rimanere seduta. E’ il momento per Benton di intervenire, obbligandoci ad abbandonare la sfida verbale, visto che è finita l’ora.
« visto che l’argomento vi interessa così tanto, per la prossima volta mi farete tutti una ricerca di 500 parole su questo tema. Andate in pace! » alza le braccia e poi, con un grande sventolare di tunica, si ritira nel suo ufficio uscendo dalla porta sul fondo dell’aula.
Jillian ancora mi scruta, aspettando che io riprenda a bisticciare per l’ennesima volta. Ricaccio i miei libri in borsa e mi dirigo verso l’uscita dall’aula; non sono così sciocca da mettermi contro una Corvonero, soprattutto non contro una che di incantesimi capisce quanto me, se non di più. Sbuffo rumorosamente, avviandomi lungo il corridoio e precedendo tutti verso la Sala Grande, dove tra poco verrà servito il pranzo; se solo avessi l’amplombe di Julia. Non so come abbia fatto a resistere senza neppure incrinarsi alla morte di Ida, quando persino io mi sono ritrovata a piangere. E poi ..
OH NO. OH NO. Improvvisamente mi trasformo in una statua di sale, immobile sulla porta della Sala Grande, proprio in mezzo al traffico, e non riesco neppure a muovere un dito. Verso di me si è voltato Milo Ashmore, e giuro che per un momento ha guardato verso di me. Di me! Sono sul punto di svenire, proprio in questo momento, proprio in questo posto, davanti a tutti. Richiudo di scatto la mascella solo quando mi viene posata una mano sulla schiena, interrompendo il mio momento di deliquio interiore.
« Milo? » chiede Jillian, spuntando al mio fianco e rivolgendomi un sorriso molto, molto più gentile di quanto mi meriterei per quel che le ho detto poco fa.
Annuisco debolmente, ricevendo in risposta uno sguardo comprensivo; sospira, voltandosi verso di me dopo averlo osservato per qualche secondo.
« ti capiamo tutte. » ridacchia, spingendomi quanto basta per scollarmi dal pavimento e farmi fare qualche passo in avanti. Mi areno di nuovo quando vedo la Sua figura, quasi sollevata da terra, venire verso di noi al seguito del ragazzo di Jill.
« svengo. » pigolo sgattaiolando alle sue spalle, e accartocciandomi per non farmi notare. Non ho nessuna confidenza con lei, me ne rendo conto solo dopo averle strapazzato un braccio; la lascio andare e scappo via, sedendomi in scivolata al tavolo di Grifondoro. Noir Varesco smette di piluccare la sua insalata scondita e mi guarda come si guarda una pazza.
***
Mi rannicchio nella poltrona, nascondendomi dietro ad un gigantesco volume di incantesimi che ho preso da poco in biblioteca. Forse avrei fatto meglio a diventare un’allevatrice di Puffskein, e non intestardirmi sulle aspettative dei miei genitori, studiando come una matta per diventare Auror.
Nella tasca dei jeans è appallottolata l’ultima lettera di Nate: tra una settimana tornerà in Inghilterra dopo tre mesi di addestramento in Turchia. Si è ustionato una mano lanciando un incantesimo sbagliato durante l’esame, ma si è preso il dovuto attestato di merito; ora completerà gli studi a casa, e tra qualche mese otterrà il suo titolo di Auror. Un’eternità di fatiche a cui mi sottoporrò anch’io tra non molto tempo, sempre che riesca a prendere cinque M.A.G.O.. In questo caso, avrò già un posto prenotato nella graduatoria di accesso all’Accademia, e spero di riuscire ad entrare in uno dei sette posti disponibili.
« argh! » sobbalzo quando sento sbattere forte una porta nel corridoio dei ragazzi; subito dopo, Garet Haslett spunta nella sala comune, insultando Sebastian, che lo insegue con aria esasperata. C’è tempesta nell’aria.
Vorrei che tutto il turbinio nella mia testa finisse. Trambusto che non capisco. Che mi rifiuto di capire. Sebbene possa sembrare che le discussioni non mi tocchino minimamente, è sempre bene considerare che io abbia una testa pensante, e in quanto pensante [appunto], esistono degli attimi in cui quest’ultima decide di lavorare fin troppo. Cammino, lungo il cortile, diretto al lago. Voglio estraniarmi, star da solo. Avvolto dal silenzio, tollerante solo verso lo scrosciare eventuale della superficie dell’acqua mossa dal vento.
Sto diventando irritabile. E non è un bene, quando succede. Perché, se e quando capita, le mie reazioni generalmente non sono delle migliori. Da gioviale essere camuffato dall’aspetto di gelo, posso diventare un sadico, cinico essere con poca propensione verso i rapporti umani. Sono abituato alla folla, alla stesso modo in cui sono abituato alla solitudine. Solo, a volte il silenzio risulta fin troppo assordante.
Rischiarando la mente da pensieri indirizzati a valori di sangue e dubbi amletici, attraverso il banco di alberi, mentre la nebbiolina bagna la mia pelle, fastidiosa. Vicino al lago, la sensazione di umidiccio aumenta, mi fermo.
Una figura sulla riva. Una figura a me familiare, verso la quale, al momento, sento dentro come una sorta di attrazione-repulsione che non so spiegare.
Julia Versten, da sola, sulla riva del lago. Ed io, Aedan Lywelyn che la spio [in un certo senso, visto che non mi sono ancora fatto vedere]. Ma come…come sono ridotto.
Seduta sul ‘mio’ molo. Ecco dove sono ora. Vicino all’acqua, il mio elemento.
Ne sfioro la superficie. È gelida, nonostante oggi sia una giornata quasi primaverile.
Mi concentro: pochi istanti dopo, sul palmo della mano fluttua una sfera di acqua trasparente, depurata da tutto ciò che rende torbida la superficie del lago.
Posso cambiarle forma. Un gioco che risale fino ai tempi dell’infanzia, nella mia bellissima Oslo. Posso darle la forma di un viso per esempio. Ida, è la prima. Poi Georgiana, e Sebastian.
Senza ragione apparente, mi ritrovo a pensare alla mia fuga da Aedan Lywelyn. Tutto per una domanda non posta. Chiudo gli occhi.
Quando li riapro, l’acqua ha assunto i contorni del suo volto.
Stranito sobbalzo alla vista di quel gioco d’acqua e rivoli di vento quasi irreali.
Sgrano gli occhi, ed avvicinarmi è quasi naturale. Come una spinta che ti porta in avanti, senza una ragione precisa.
“Versten.” la chiamo, a pochi passi da lei.
Lei si volta, per un attimo sembra in panico, mentre l’acqua che si era sollevata formando un volto poco definito, ricade sullo specchio trasparente, mischiandosi all’altra.
Porto le mani nelle tasche dei jeans, guardandola.
“Ti ho forse interrotto?”domando, con garbo. Lei scuote la testa, non rispondendo immediatamente. Mi avvicino di più, sedendomi al suo fianco senza essere stato invitato. Se esiste un modo per dissipare i miei dubbi, forse, è proprio quello di tenerla il più vicina possibile.
“Versten.”dice la voce di un ragazzo, mentre i suoi passi si avvicinano.
Mi volto, perdendo la concentrazione. Il volto d’acqua di Aedan Lywelyn si dissolve nel lago, mentre quello reale ora è accanto al mio.
“Ti ho forse interrotto?”
Scuoto la testa, ringraziandolo col pensiero per avermi deconcentrato: ci mancava solo che vedesse il suo ritratto fluttuante sulla mia mano destra.
“No, affatto. Stavo solo giocando un po’.”
“Ho visto…di cosa si tratta? È un incantesimo?”
“No, è…una cosa di famiglia.”
Sollevo di nuovo una piccola quantità d’acqua.
“Una cosa di famiglia?”domanda incuriosito.
“Sì. Mia madre è una creatura dell’acqua.”
“Una ninfa?!”
Annuisco, mentre plasmo la sfera trasparente. Ora ha l’aspetto di una slanciata figura femminile.
“Non mi stupisce tua madre sia una ninfa. Si vede, altrochè se si vede!”esclama ridendo. Poi si ricompone e aggiunge:
“Sapevo che eri particolare, ma non fino a questo punto. Una…ehm, ninfa del lago di Hogwarts?”
“No. Dei fiordi norvegesi. Io non sono inglese.”
“Neanche io.”
“Dal cognome avevo dedotto. Irlanda?”provo a chiedere.
“Mi dichiaro colpevole.”mi risponde sorridendo. I suoi occhi azzurri si accendono di una scintilla.
“Parlami della tua terra.” Dico .
“La mia terra…mh… la mia terra è semplicemente splendida.” il mio sguardo si perde nella superficie del lago mentre con le parole intreccio scenari verdi e storie antiche, di popoli che credono nella magia. Di streghe e maghi. Di regioni e zone.
“E poi…poi c’è la mia famiglia. Irlandesi D.O.C.”dico, con un sorriso, ripensando ai componenti Lywelyn.
“I tuoi genitori sono entrambi dei maghi?”domanda. Forse incuriosita dal mio sproloquio.
“Si, esatto. Mio padre si chiama Aengus. Mia madre si chiama Sìne. Sono i maghi più famosi e potenti delle terre d’Irlanda.” – le confermo. Ma non per vantarmi più di tanto. Generalmente non parlo mai delle mie origini. “E poi c’è Scarlett. Che ti ho presentato l’altro giorno.”
“Ah, però.” risponde lei, stupita.
Io ne approfitto per ribattere:
“Eh già, terrore e distruzione! I Lywelyn sono molto rispettati, o temuti, non saprei come definire lo stato di stupore quando raggiungono qualche riunione. Diciamo che la loro fama svolazza anche in altre zone.”faccio spallucce, come se poco mi importasse.
Ed in effetti è così. Per me Aengus e Sìne Lywelyn sono e rimangono soltanto i miei genitori. Se poi sono avvolti da fama crescente…non è una cosa che mi riguarda. E Scarlett…beh, Scarlett è mia sorella.
L’Irlanda sembra un luogo bellissimo, incontaminato. Le parole di Aedan sono così vivide che un paesaggio verde smeraldo appare nella mia mente. “E tu?”chiede, e poi aggiunge: “Ora tocca a te.”
“La mia Norvegia…è fredda, sì. Ma solo come clima. Le persone sono libere nel corpo e nello spirito; ti devo dire che gli inglesi a volte mi sembrano insopportabili e di mente ristretta. A parte Sebastian e Georgiana.”
“Ah, va benissimo. Io sono irlandese!”scherza.
Continuo a descrivere la mia terra di ghiaccio e neve, Oslo e le sue vie larghe, la luce quasi bianca del sole.
“E i tuoi genitori? Non dev’essere facile vivere con una ninfa per casa!”dice Aedan.
“Io vivo con mio padre e la mia matrigna, a dire il vero. Mia madre…non l’ho mai conosciuta. Mio padre me l’ha descritta molte volte.”
“Scusami, non sapevo…”inizia, dispiaciuto.
Lo blocco all’istante.
“No, no. Non voglio sentire le tue scuse, non potevi saperlo.”
Sospiro.
“Mio padre mi ha sempre detto che io e lei siamo identiche. Solo che io non svanisco nell’acqua, posso solo manipolarla. E, mi sembra chiaro, io non sono un’Ondina.”
“Che cosa strana…quindi tuo padre è un Babbano?”
L’aspettavo questa domanda.
“No. Nils Versten è un mago di purissimo sangue magico. E così lo sono io, se ti può interessare.”
“Non intendevo…a me non interessa.”
Tace, e si volta a guardarmi.
“Non mi interessa.”ripete “Era solo una domanda. È forse vietato farne?”
No, non lo è. Sono io che su questo argomento sono sensibile.
“Scusami per lo scatto. È che odio le distinzioni di razza. Non hanno senso.”
“Posso e non posso capirlo.”rispondo, sincero. “In fondo, io ho sempre provato una sorta di indifferenza verso distinzioni prestabilite. Non mi ci sono mai invischiato più di tanto.”le spiego.
Poi riprendo:
“La realtà è…che sono un amante della mente umana. Per questo, detesto le limitazioni che le si pongono dinanzi. E questa divisione…beh, la definisco una di quelle limitazioni che odio visceralmente.”
Spiegazione patetica? Forse.
Ma è la prima persona a cui la dico. E la cosa mi fa pensare, attentamente.
In realtà, non mi era mai capitato di parlarne, perché non mi ero mai posto simili problemi.
Le classificazioni, non sono mai state il mio forte. Sebbene la mia mente sia schematica e spesso “quadrata” per certi versi. Ma amo definirmi molto “accondiscendente” verso certi ideali che, finora, non mi sono mai posto realmente dinanzi.
Ci credo? Non ci credo? Non trovo risposta, e mentre il silenzio sembra essersi catapultato su noi mi ritrovo quasi inconsciamente a fissare il profilo [oserei definirlo greco] di Julia.
E di nuovo, la domanda torna.
Ci credo? Non ci credo?
Aedan spezza il silenzio con una risata.
“Beh, non inizia a raffreddare?”dice, guardando con scarsa convinzione la giacca leggera che ho indossato, illudendomi che la temperatura mite del primo pomeriggio sarebbe durata a lungo.
“Io starei gelando al tuo posto.”aggiunge.
Poi si alza in piedi e mi porge la mano per aiutarmi. Che gesto da cavaliere. Sono incerta se accettare o meno…però, insomma. Piantiamola di farci tanti problemi che non ne vale la pena.
Afferro la sua mano e ci dirigiamo verso la scuola, mentre in effetti inizia a soffiare un inclemente vento freddo.
Rabbrividisco in modo abbastanza palese.
“Dai, ti do la mia giacca.”
“Così poi sarai tu a gelare! Scordatelo.”
Alza gli occhi al cielo, e dice:
“Va bene. E la mia sciarpa? Mi faresti l’onore di accettarla?”
Annuisco, mentre lui si sfila la sciarpa nera e me la offre con un sorriso.
“Prendi, orgogliosa vichinga che non sei altro.”
Me la avvolgo intorno al collo: è morbida, credo sia cashmere. Si tratta bene, il ragazzo. E il profumo…poco marcato, ma particolare. Una sorta di misto fra menta e qualcos’altro. Muschio bianco, forse.
E’ assurdo quanto la Versten sia cocciuta. Meno male che la scuola non dista moltissimo, quindi non ci sarà il tempo di buscarsi un malanno, almeno spero per lei.
Aumento il passo. Tenendomi sul suo fianco sinistro. Il vento soffia, gelido e leggermente pizzicante. Sono abituato al freddo, spesso, penso che se non fossi nato umano, probabilmente [ per non dire sicuramente ] sarei stato un lupo.
Paragone azzardato, ma rende l’idea.
Le ho offerto la mia giacca, la vichinga ha graziosamente rifiutato, tutto sommato però, ha accettato la sciarpa.
“Imbacuccati bene, Versten.” le dico“Cento metri e siamo dentro al caldo.” quantifico osservando la distanza che ci separa dalla struttura.
Il cielo si scurisce, le nuvole minacciose si addensano. La pioggerella comincia a scivolare lenta, imperlando il viso.
Istintivamente, considerando ancora il tragitto da compiere, la stringo al mio fianco, coprendola con un lembo della giacca, per fare in modo che si bagni il meno possibile.
“Niente lamentele, Julia. Non è di certo una trovata per sedurti.”preciso, ridendo.
Che strano. E’ la prima volta che la chiamo con il suo nome di battesimo.
“Non ho dubbi.”rispondo.
La tipica pioggerellina britannica ha appena iniziato a cadere, per la nostra gioia. Ringrazio qualche entità superiore di non avere allenamenti oggi.
“Muoviamoci.”dice Aedan, mentre affrettiamo il passo.
È stato strano sentire il mio nome pronunciato da lui. Non ha il suono limpido dell’accento norvegese, non è lezioso come quello inglese.
“Ha un bel suono.”
“Cosa?”domanda lui, quando ci mancano pochi passi alla porta della scuola.
“Il modo in cui parli. Il tuo accento. Di’ ancora il mio nome.”
Mi sento una bambina a chiedere una cosa del genere, ma ad essere sincera non mi importa.
Sorrido, leggermente spiazzato ma intenerito dal modo in cui la Versten mi chiede di chiamarla ancora per nome.
Prima che me ne accorga, siamo già sotto il porticato della scuola, non sciolgo immediatamente l’abbraccio.
La fisso per secondi che sembrano interminabili, mentre pronuncio con lentezza: “Eccoci arrivati, Julia.”dico, fissandola, con un’intensità con la quale mai mi ero sforzato di guardarla.
Occhi azzurro cielo che si riflettono nel ghiaccio quasi vitreo dei miei.
Lei sorride, e per un istante ho come l’impressione che la coltre di neve che la incatenava si stia sciogliendo. Come catene di acqua congelata esposte al sole dell’equatore la sento rilassata nel mio abbraccio, che non ho intenzione di sciogliere. Non tanto presto almeno. È strano, come le alchimie si fondano, spesso senza un motivo.
Se esiste un altro modo per definire quello che sento, ditemelo.
Perché la Versten, adesso, sta davvero smuovendo i miei dubbi.
E ora cosa faccio?
Mi sono messa in una situazione che sta sfuggendo dal mio controllo, come sabbia fra le dita.
È uno di quei momenti in cui si decidono alcune cose, e se ne costruiscono altre. O si distruggono.
Siamo al riparo, ormai. Il rumore della pioggia è uno scroscio lontano e indistinto per le mie orecchie. Mentre i miei occhi sono imprigionati nel ghiaccio di quelli di Aedan Lywelyn, mentre il suo braccio è ancora stretto alla mia vita.
Non ho voglia di combattere.
Questa volta mi arrendo, mentre i nostri volti si avvicinano.
Un rumore di passi in lontananza. Passi che diventano una corsa.
Avrei voluto che il tempo si fermasse, che il cielo mi inghiottisse quando una voce, sibilante da cerbiatto leggermente adirato, mi chiama alle spalle.
“Ehm, Aedan?”
Scarlett batte il piede per terra. Io sobbalzo quasi, ho ancora Julia vicina quando le rivolgo uno sguardo al limite fra l’imbarazzo e l’istinto omicida.
“Scarlett! ”esclamo esasperato. Sciogliendo l’abbraccio, senza nemmeno troppa fretta. La Versten si ricompone, scrollando via dalle spalle l’imbarazzo che si fionda su di noi. Mia sorella è dinanzi alle nostre figure, squadra Julia allo stesso modo in cui esamina me.
“Ho bisogno di aiuto per un compito di Trasfigurazione. “ annuisco “Adesso arrivo.” le rispondo. Mentre lei passa oltre noi due, avviandosi in biblioteca. Per questo fantomatico compito.
Mi soffermo un attimo su Julia che evita il mio sguardo. Almeno così sembra.
“Beh.” rompo il silenzio “Allora ci vediamo.” le dico, con un tono di voce leggermente poco contento, e credo si senta.
“Si, certo.” fa per sfilarsi via la sciarpa, io sorrido“No, tienila.” – occhiolino. "ogni scusa è buona, Julia"
Mi avvicino, sfacciato, sfiorando le sue labbra di proposito. Sorrido leggermente e mi avvio. Era quello che volevo. Esattamente quello che volevo.
Scarlett.
Mi ero del tutto dimenticata che sua sorella esiste, è una Serpeverde e mi ha appena interrotto in una situazione imprevista, imprevedibile, incredibile.
Torno verso il dormitorio di Grifondoro, a passi lenti, stringendo la sciarpa nera fra le mani.
È così morbida.
Non riesco a crederci.
La sorella di Aedan è con gli altri. Con Lui.
E Aedan?
Aedan mi ha baciata.
Un bacio leggero come un soffio di vento.
Aedan si diverte a volte a lasciarmi biglietti di questo tipo, specie da quando siamo costretti ( per ovvi motivi ) a vederci meno rispetto al solito.
scendo velocemente, curiosa e smaniosa di vedere mio fratello a cavallo della sua scopa cacciare il boccino.
Sono certa che vincerà, come sempre.
Che io ne abbia memoria, ha sempre vinto quando io ho assistito alle sue partite.
Non che il Quidditch mi entusiasmi, ma senza dubbio è un modo differente di impiegare le mie giornate.
Siedo sugli spalti, le casate avversarie sono gremite di gente.
Corvonero contro Tassorosso. Ovviamente, a prescindere dagli elementi in gioco, la casata avversaria non riscontra le mie particolari simpatie.
Decido di non darci peso, concentrandomi sui pensieri che distolgono la mia attenzione dal resto, per qualche attimo.
Ci sono delle cose che devo capire. Delle cose alle quali devo smettere di rivolgere i miei sensi, comincia ad essere snervante.
Non ho tutto questo tempo da perdere, che si arrangino, queste parole che non riesco a pronunciare e che risultano perfino idiote, a mio dire.
Conscia del fatto che la logicità lineare nella mia mente, al momento, non esiste, torno alla realtà dei fatti osservando i giocatori scendere in campo.
Aedan in divisa si erge alto e statuario mentre sorregge la scopa con la mano sinistra, rivolgendomi un saluto al limite del grugnito nervoso, mai interrompere la sua concentrazione pre-partita.
Si rischia di incorrere in bofonchiamenti strani. Ma oggi non è giornata, se mi dicesse qualcosa, lo manderei irrimediabilmente a stendere.
La partita comincia, i bolidi partono, il boccino fugge via. I cacciatori si mettono velocemente al suo inseguimento mentre i compagni di squadra si impegnano a difendere, più o meno egregiamente, il risultato finale.
Diverse ore di esclamazioni stupite e punti rubati fin quando un fischio, forte, attira l'attenzione.
E nello stesso momento vedo Aedan scendere a terra, con grazia, tenendo fra le due dita il boccino d'oro.
Lo avevo detto. " Che io ne abbia memoria..ha sempre vinto.Ha la competizione nel sangue.".
Aspetto, concedendomi qualche minuto di liberta vigilata dalla mia mente fastidiosamente iper- attiva al limite dell'irritabilità. Quando sento Aedan dare un buffetto sulla mia testa. "eih" dico, sorridendo. "eih a te" , risponde, pompandosi. "Vista la partita?" chiede, come se non mi avesse notato sugli spalti.
"No guarda, ero lì a considerare quale piano può essere più azzeccato per conquistare il mondo" lo prendo in giro, mentre lui scompiglia la mia testa, in vena di scherzare.
Generalmente lo lascio fare, ma non sono in vena.
Lui aguzza lo sguardo, puntando i suoi occhi di ghiaccio dritti sui miei(senza dubbio più caldi). "Parla" , esordisce, senza nemmeno premurarsi di chiedere se DAVVERO ci sia qualcosa che non va. "Sempre il solito"protesto" comunque non mi va proprio di..." non faccio in tempo a terminare la frase, che una giovane picchetta alla spalla di mio fratello, che le rivolge l'attenzione. "Oh, Versten" le dice, con aria di commiato.Finto. Palesemente. Sembra sia ironico, con lei.Che sorride, facendo una smorfia. "Pura fortuna,Lywelyn." , miagola, rispondendo allo scherzo.
Io la osservo, studiandone i tratti. Inutile dire che il mio pensiero si rivolge, fulmineo, al sospetto che balenava nella mia testa giorni prima, proprio quando discussi con Aedan della questione "No ai mezzo sangue in relazione con i Lywelyn". Deve essere lei, la ragazza che intendeva Jasper.
Mi pare che si chiami Julia.
Aspetto, Aedan prende la parola. "Julia, voglio presentarti Scarlett", fa cenno rivolgendo la mano verso di me, per poi rimarcare dopo qualche secondo "mia sorella", quasi volesse sottolinearlo di proposito.
Tombola,ho indovinato.
Io lo fulmino impercettibilmente con lo sguardo mentre lo rivolgo alternativamente alla giovane, che tende la mano.Una mano dalle dita affusolate che osservo prima di porgerle la mia. "piacere." mi limito a dire, guardandola."Così, tu sei la sorella di Aedan" la sua constatazione risulta quasi rassicurata, o comunque, nel suo tono è nascosta qualcosa di cui ho difficoltà nella comprensione.
Certa che la sua non sia un'affermazione pronunciata a caso, sfilo la mano.
Che sia perchè ha mire su Aedan, o che sia per qualche altro motivo...sembra che gli occhi di questa ragazza nascondano qualcosa.
Qualcosa che mi incuriosisce, ma qualcosa che al tempo stesso...vedo così lontanamente, irrimediabilmente, drasticamente diverso da quella luce che brilla nei miei di occhi ( giusto per fare un confronto pratico.)
Mi congedo, velocemente. Allontanandomi guardinga mentre rivolgo loro un ulteriore sguardo. La situazione non mi convince. Quella ragazza non mi convince. Forse una discussione faccia a faccia con mio fratello, quando sarà possibile, servirà a schiarirmi le idee.
Adesso, non sono proprio in vena.
Raggiungo la sala comune dei Serpeverde, siedo su una poltrona. Estraniandomi dal mondo, mentre apro un libro del quale trangugio le parole una per una.
Verlaine. Uno dei miei preferiti. Un libro antico che mio padre mi ha regalato, dalla antica collezione di famiglia.
Sfoglio le pagine, scegliendo quale potrebbero essere i versi che fanno per me, quando la mia attenzione viene catturata da una voce maschile e da un leggero scombussolamento sul posto di fianco al mio. “Eih, Scarlett” – ho il tempo di voltarmi e riconoscere il viso di Jasper Lewis. “Ciao Jasp.” –rispondo, con garbo ma con distacco. Non ce l’ho con lui, ma non sono proprio in vena di relazioni interpersonali. “Cosa leggi?”- mi chiede, ma dal tono della sua voce ho come l’impressione che la sua sia soltanto una domanda con il solo scopo di aprire una conversazione con altri fini.
Lo guardo, mostrando la copertina. “Verlaine. Ma a te non interessa un emerito nulla.” – lo precedo – “ in cosa posso aiutarti?” –chiedo, con un tono più gentile. In fondo, Jasper è una persona qui ad Hogwarts che mi piace sicuramente. Ed avere contrasti con lui, non mi avrebbe dato alcuna soddisfazione.
Lui sospira, evidentemente ci ho preso. “ Beh, volevo chiederti alcune cose.” – mi conferma. “ Ti ascolto” – rispondo, facendo cenno di continuare. Mentre mi sporgo per poggiare il libro sul tavolino di fronte. “ Si tratta delle cose che hai detto a Edward…” – esordisce, a bassa voce.
Ma possibile che più mi sforzi di non pensare a Norwood e più il suo pensiero mi si schiaffa in faccia come onda malefica?
Siedo comodamente, cercando di mantenere freddezza. In modo che non si noti la mia indisposizione verso l’argomento [ che il mio io considera fin troppo interessante ]. “ Cosa…vuoi sapere? ” – chiedo, avendo ormai intrapreso la via della discussione.
Attendo, mentre Jasp si guarda in giro, per evitare che qualche impiccione si intrometta nel nostro chiacchiericcio fin troppo importante, e poi riprende: “ Sono preoccupato”.
Ammetto il fatto di essere ipertesa. Ammetto il fatto di essere assolutamente snervata da questo silenzio imposto.
Ma ammetto anche il fatto che la causa, forse nemmeno casuale, del mio nervosismo ha una sola origine: Violet Traviston.
La stessa Travisto che, adesso, tiene la mia sciarpa fra le mani.
La sfilo, per nulla gentile, rivolgendole un “Beh?” irritato.
Lei risponde a tono.
Se pensa che io abbassi lo sguardo, specie adesso che ho la possibilità di dirle quello che penso, si sbaglia di grosso.
E se, nei suoi pensieri è contemplato anche solo UN momento di vittoria nei miei confronti, è proprio fuori strada.
Mi minaccia, la piccola. “ …dovrai passare prima sul mio cadavere” –miagola stizzita riferita a Edward.
Le sorrido, velenosa. “ non ci sarà nulla di più piacevole se proprio ci tieni, Traviston. Attenta, non sfidare il fuoco. Potresti bruciarti.” – le sibilo lentamente, fissandola.
Lei si volta, incamminandosi con falcata pesante, sicuramente tipica di una persona irritata dalla mia risposta., scoppiare a ridere risulta naturale e mi fa decisamente bene.
Cerco di riprendere la compostezza, e la guardo, ormai di spalle, divertita. “ brucia la paura, eh?” – mi allontano, volgendole le spalle a mia volta.
Una come lei, merita solo la cenere, nient’altro che la cenere.
Guardo fuori dalla finestra. Nevica, soffici fiocchi bianchi ricadono sul terreno lasciando un leggero alone bianco. Sta attaccando, se continua così per tutta la notte domani avremo uno o due metri di neve. Tra le mani i fogli, letti e riletti, che mi ha consegnato Scarlett con le informazioni sui Gaeltacht. Ormai le potrei ripetere tutte, le so a memoria, ma niente di quello che c’è scritto riesce a portarmi delle vere informazioni su essi. Sono una setta, forse questo è l’unico punto su cui posso apporgiarmi. Ma che cosa c’entra con loro mio padre? In cosa sarebbe potuto essere immischiato? Che cosè che mi sfugge? Forse l’unico modo per scoprire qualcosa, di concreto e sicuro, è recarmi nel loro mondo.
Con queste deduzioni decido di lasciare lo scomodo marmo ghiaccio del davanzale della finestra e mi accingo ad andare a dormire. Mi preparo una tisana che mi sono preparato, dopo una settimana di intenso lavoro finalmente è pronta, per dormire. Questi incubi mi impediscono di riposare, ormai sono diventato un cadavere, tutti gli occhi delle ragazze mi guardano preoccupato. Sono un cencio. E domani devo parlare a Violet, devo riposare, per forza.
Mi butto di sotto dal letto fischiettando un motivetto a me sconosciuto. Dormire mi ha fatto bene, mi sento come rinato. Jasper mi fissa incredulo dal suo letto, fino a quando in tono teatrale non mi rivolgo a lui: “mio caro amico, ma come ti è venuto in mente di farmi ridurre in questo stato? La mia povera immagine, sembro un barbone! Adesso cosa penseranno tutti di me?!” sembro drogato. Devo ammetterlo. Probabilmente ho esagerato la dose ‘risveglina’ di quel troiaio che mi sono bevuto ieri sera. Meglio così.
Mi dirigo verso il bagno dove mi faccio un’accurata pulizia del viso: barba, sopracciglia di troppo, crema. Adesso si che va bene. Mi guardo compiaciuto, lasciando poi il posto a Jasper che è ancora mezzo addormentato.
Decido di indossare un paio di semplici jeans ed un maglioncino in lana grigio, con le righine di rifinitura verdi e scendo in sala comune. Mi siedo sul divano più vicino al fuoco e tiro fuori pergamena e piuma.
Violet ho bisogno di parlarti. Appena puoi raggiungimi in cortile, al solito posto.
***
Arrivo in giardino, come previsto dalla sera prima è completamente ricoperto di neve. Vedo Violet già appostata vicino l’albero, infreddolita.
La saluto con u bacio sulle labbra e mi scuso per il leggero ritardo, alla fine sono solo cinque minuti ma con questo freddo anche questi pochi minuti fanno il loro.
“Edward, non potevamo vederci in un posto un po’ più accogliente?” brontola dolcemente lei.
“Scusa, è che non avevo voglia di stare in mezzo ad un branco di gente” mi sorride leggermente e poi mi fissa. Sta chiaramente aspettando che io parli.
Respira, respira, respira.
“Devo confessarti una cosa!” diretto, forse troppo. L’ho spaventata? Vedo i suoi occhi roteare, panico. Chissà a cosa sta pensando, è sbiancata.
“Si..?!” Aggiunge debolmente.
“In questi giorni sono scomparso perché..” non continuo subito la frase e vedo i suoi occhi sgranare sempre più.
“Stai con un’altra?!” sbotta lei. Dio santo, ma cosa gli è venuto in mente a questa!
“No, no, no.”
“Ti ho visto sai con quella là, la novellina, la Lywelyn!” continua maneggiando a destra e a manca.
“Violet, Violet calmati! Non ci sono altre. Ci sei solo tu.” Prendo le sue mani tra le mie e la vedo finalmente tranquillizzarsi. Le sue guance prendono un leggero rossastro.
“Scusami..” chiede poi, abbassando lo sguardo imbarazzata.
“Bhè..devo dirti una cosa che non so se ti farà piacere. Ma devi giurarmi” le alzo il volto verso i miei occhi, in modo da poterla fissare “devi giurarmi che non ne farai mai, e dico mai, parola con nessuno. Chiaro?” annuisce debolmente.
“Questa storia risale a tanti anni fa; io ero un ragazzino e uccisero mio padre sotto i miei occhi. Cancellai tutti i miei ricordi di quella sera fino ad oggi, giurando però vendetta.” A quella parola – vendetta – vedo un filo di preoccupazione, paura negli occhi della mia ragazza. Decido però, nonostante tutto, di continuare a parlare. “Ma qualche tempo fa, grazie ad un sogno, gli avvenimenti di quella notte sono tornati chiari. Il mantello di quell’uomo. Il simbolo della sua famiglia. Nessuno sapeva aiutarmi: Lumacorno, libri, fino all’arrivo di Scarlett. Lei conosceva quella famiglia, un’antichissima famiglia irlandese. I Gaeltacht.”
***
La cena è ricca ma ormai l’effetto dello sciroppo sta scomparendo e la mia vitalità con esso. Non ho fame, anzi, ho fame, ma di sapere. Sono avido di scoprire. Noto Scarlett alzarsi dalla tavola ed andare via. Non ho più parlato con lei da quando mi ha consegnato gli ultimi appunti, neanche per ringraziarla. A parte quel bigliettino stropicciato che le avevo inviato.
Lascio i miei compagni con un “ciao” e un bacio per Violet e la raggiungo.
“Scar!”
“Norwood. Guarda chi si rivede!” dice sarcastica.
“E’ vero, sono scomparso. Scusa”
“Un misero fogliettino! Almeno un po’ di tempo per un semplice grazie potevi anche trovarlo” so che è solo superficialmente arrabbiata con me. Ho sentito prima Deirdre che parlava di una Scarlett indaffarata per Edward.
“Hai ragione e chiedo umilmente perdono!” faccio un mezzo inchino davanti a lei prendendole la mano e baciandogliela.
“Sei perdonato. Ma attento a te!” La saluto con un occhiolino per raggiungere quella che in lontananza è solo la sagoma della mia gemellino preferita: Utopia Blackster.
“Ciao piccola!”
“Edward!”
“Dove stai andando?”
“Sto tornando in sala comune. Non mi sento molto bene!”
“Bhè, ti accompagno!” le cingo il braccio intorno alla vita e mi dirigo con lei verso la nostra accogliente sala comune. Attenzione:
Leggere nel forum, in discussioni per pg, il topic riguadante Edward e il club pro-riddle
Quando dico che Ed si fa le sopracciglia, sia chiaro, non è nel senso di delinearle e dargli una forma. Ma ad esempio di avitare il monociglio o qualche brutto peletto che non incastra niente!
La discussione con mia sorella mi ha leggermente stordito.
Girando lungo i corridoi della scuola, quasi ne studiassi il perimetro, pensare è inevitabile.
Perché Scarlett considerava i babbani così impossibili da tollerare anche solo mentalmente, non sapevo spiegarmelo.
e non trovavo motivazione ancora meno nel fatto che avessi preoccupazioni riguardo al fatto che Julia potesse essere una di loro.
Non ho mai avuto una simile “allergia” verso i mezzo sangue.
Ed anche definirli così, a mio dire, era comunque una sciocca classificazione.
Appartenere ad una famiglia antica di purosangue, spesso, ti affibbia dei target, ai quali risulta quasi impossibile sfuggire.
Decido di non pensarci, sfuggendo volutamente alla mia mente vorticosa.
Sfoglio le pagine di un libro riletto milioni di volte, Hamlet. Lo trovo interessante, la divisione interiore di questo essere in conflitto con se stesso.
Essere, o non essere...
questo è il nodo: se sia più nobil animo
sopportar le fiondate e le frecciate
d'una sorte oltraggiosa,
o armarsi contro un mare di sciagure,
e contrastandole finir con esse.
Morire... addormentarsi: nulla più.
E con un sonno dirsi di por fine
alle doglie del cuore e ai mille mali
che da natura eredita la carne.
Chiudo il libro,pesantemente.
Capisco la sorte avversa. Ma che anche la letteratura ci si metta è una cosa che mi manda in bestia.
Mi alzo, con ampia falcata mi avvio nella mia stanza, richiudendo pesantemente la porta.
Ancora nessuno dei miei compagni di dormitorio è dentro, meglio.
Chino sul lavabo sciacquo la mia faccia. Osservo allo specchio la linea del mio viso.
Morir... dormire, e poi sognare, forse...
Già, ma qui si dismaga l'intelletto:
perché dentro quel sonno della morte
quali sogni ci possono venire,
quando ci fossimo scrollati via
da questo nostro fastidioso involucro?
Ecco il pensiero che deve arrestarci.
Ecco il dubbio che fa così longevo
il nostro vivere in tal miseria.
Se no, chi s'indurrebbe a sopportare
le frustate e i malanni della vita,
le angherie dei tiranni,
il borioso linguaggio dei superbi,
le pene dell'amore disprezzato,
le remore nell'applicar le leggi,
l'arroganza dei pubblici poteri,
gli oltraggi fatti dagli immeritevoli
al merito paziente,
quand'uno, di sua mano, d'un solo colpo
potrebbe firmar subito alla vita
la quietanza, sul filo d'un pugnale?
E che nervi cronici. Guardo fuori dalla finestra che da sul cortile. Silenzioso osservo quella figura che tanto causa questi dubbi che non riesco a spiegare, che non riesco a decifrare. Vorrei non avere questo peso addosso.
Questo dubbio senza nome.
Cosa c’entra, CON ME, la Versten.
Perché le parole di Scarlett mi hanno segnato, in qualche modo ferito, forse agitato.
Me lo chiedo da ore, ormai, senza trovare risposta.
Odio, detesto non avere alternative valide ad uno stato che non comprendo.
Scendo di corsa, di nuovo in sala comune, prima di salutare come un fulmine pianto una mano sul libro di Scarlett, intenta a leggere.
“Dobbiamo parlare” – le dico, con un tono poco gentile.
Lei mi guarda, stizzita.
“Con calma e per favore” – ribatte la mia richiesta. Innervosito, sorrido ironico.
“Ok, con calma e per favore,dobbiamo parlare” – sfilo il suo volume dalle dita, chiudendolo, sedendomi di fronte a lei.
Riprendo.
“Spiegami. Perché io non capisco. Che problema ci sarebbe se Julia fosse una mezzosangue? ” – domando, quasi esasperato.
“ che problema c’è?????” – Scarlett si altera.
“Aedan, ma ti rendi conto di quello che chiedi????? ” – la sua è quasi un’imprecazione,mentre mi fissa.
“ che costa sto chiedendo? ” – le inveisco contro, moderando comunque la voce.
“ Aedan! Non puoi nemmeno pensare di mischiare il TUO sangue con qualcuno che non ne sia degno, con qualcuno che non sia puro! Ma non ti da il ribrezzo anche solo il pensiero di farlo? ” – sento l’ostilità nella sua voce.
Rifletto, prima di rispondere.
“Scarl, è questione di punti di vista.”- le dico, arginando il discorso.
“No, è questione di cervello, Aedan, e spero tanto che ti torni in fretta. ”
La guardo, per poi sorridere.
E’ mia sorella, ed in fondo capisco che sia in un certo senso, preoccupata.
Sebbene le sue idee mi preoccupino.
Le bacio la guancia, alzandomi dalla sedia “torno a studiare, sorellina.”
“Non farmi scherzi, Ae. Sai che tengo a te più della mia vita” – mi sussurra, vicina alla mia guancia.
Intenerito le accarezzo i capelli, tornando ai miei pensieri.
No, la Versten non può scatenare simili dubbi, in me.
Rientro in camera, silenzioso e gelido, portandomi su un letto dal sapore dolce, quasi di miele, per il mio corpo stanco.
Riapro l’Amleto, concentrandomi sul relax completo della mia mente:
E chi vorrebbe trascinarsi dietro
questi fardelli, e gemere e sudare
sotto il peso d'un'esistenza grama,
se il timore di un "che" dopo la morte
- quella regione oscura, inesplorata,
dai cui confini non v'è viaggiatore
che ritorni - non intrigasse tanto
la volontà, da indurci a sopportare
quei mali che già abbiamo,
piuttosto che a volar, nell'aldilà,
incontro ad altri mali sconosciuti?
Ed è così che la nostra coscienza
ci fa vili; è così che si scolora
al pallido riflesso del pensiero
il nativo colore del coraggio,
ed alte imprese e di grande momento,
a cagione di questo, si disviano
e perdono anche il nome dell'azione.
Chiudo, ancora una volta, il libro. Infastidito rivolgo le spalle alla finestra.
No, la Versten non può darmi simili dubbi, mi dico.
Scivolando nel sonno, un sonno di liberazione, almeno momentanea, per la mia coscienza.
Gaeltacht. Tutti i tormenti, gli incubi, i misteri di Edward risolti in una sola insignificante parola. So bene quanto Ed abbia sofferto per suo padre, per i suoi ricordi sbiaditi e per la sua ricerca esasperata, che sembrava non arrivare mai a una fine, ma la sua reazione dell’altro giorno mi ha lasciato a dir poco sgomenta. Non avrei mai immaginato che il suo desiderio di verità arrivasse fino a quel punto: ci mancava davvero poco, poi Scarlett sicuramente non avrebbe esitato a schiantarlo! Rimugino su quanto è successo sul divano della sala comune Serpeverde; Accanto a me Jasper sembra immerso negli stessi pensieri. “Secondo te ora Ed cosa farà?” chiedo infine. “Non so proprio…spero solo non faccia pazzie…”. Guardo in faccia il mio amico, rassegnati in una comune impotenza: è davvero frustrante non poter far nulla per aiutare Edward, ed ancora di più dev’ esserlo per Jasp. Gli prendo la mano per cercare di confortarlo; era da mesi che io e lui non riuscivamo più ad avere lo stesso rapporto che ci legava prima, in parte per colpa sua, ma anche per colpa della mia stupida ostinazione…ma ormai tutto è passato. Non provo più nemmeno rabbia ripensando a lui e Belinda, non provo dolore. In quel momento davanti a noi corre una bella e indaffarata Scarlett: non sembra nemmeno vederci tanto è concentrata su qualunque cosa abbia in mente. In fretta e furia entra nella sala comune. Nonostante il comportamento di Ed nei suoi confronti non sia stato dei migliori, sembra davvero presa da questa faccenda; e a questo punto lei è l’unica che può davvero aiutare Ed, L’unica che sappia qualcosa sui Gaeltacht. Sorrido. Ammetto che non è il momento giusto per pensare a certe cose, ma ormai non ho più dubbi; non c’è niente che possa giustificare l’interessamento di Scarlett, se non il fatto che il suo reale obiettivo sia proprio Ed: questo rende il mio piano anti-Violet decisamente più semplice. Un tonfo tremendo. Il libro che Scarlett fa cadere sul tavolo è talmente grande da non sembrare vero! Slego la mano da quella di Jasp, gli faccio segno di non seguirmi e vado verso di lei, incuriosita dal libro, dal suo comportamento, ma soprattutto impaziente di tirarle fuori la verità sui suoi sentimenti nei confronti di Ed. Non escludo che nemmeno lei sappia con certezza cosa prova, e chi meglio di un’amica può aiutarti nei momenti di difficoltà? Ormai al suo fianco cerco di capire di cosa parli il libro, ma quello che vedo sono solo una serie di simboli che non conosco, e sinceramente nemmeno voglio conoscere. Mi stupisco solo del fatto che Scarlett sembri davvero leggerci qualcosa, se no a che pro quegli appunti, quei cerchi e quelle macchie che affollano la pergamena su cui sta scrivendo? “Cosa stai facendo?”, le chiedo facendola sobbalzare.
“Cerco qualcosa che possa aiutare Edward.” Mi risponde, dopo un attimo di pausa. Mi siedo al suo fianco, pronta per il mio interrogatorio. “Vedo che sei davvero…coinvolta in questa storia..o mi sbaglio?”
“E’ solo che mi piace l’idea di saperne di più su questa storia”, la guardo scettica, “e non c’è altro.”, aggiunge infine, forse innervosita, forse consapevole della bugia. ’
“Si certo…però devi ammettere che Ed non è stato troppo gentile con te…”
“Effettivamente sarebbe stata l'occasione ideale per stampare un bel ceffone su quel visino d’angelo. Ma era sconvolto,per cui…farò finta di nulla. Odio agitare invano mani e bacchette.”, non la lascio continuare troppo nelle risposte. Non deve avere il tempo di pensare. “Però lo aiuti comunque, anzi ti stai impegnando fin troppo..” Purtroppo, però (o per fortuna ), Scarlett è tutt’altro che una sprovveduta. Mi lancia un’occhiata indagatoria: “E generalmente naso le bugie in fretta.”-incrocia le mani sui fogli poggiati di fronte a noi –“ dove vuoi arrivare, Dè?”. Mi prende in contromano; non ho altra scelta, devo essere schietta. “Ammettilo, ti piace Ed, se non perché tutta questa fatica, questo lavoro…è così, vero?”. Più che una domanda la mia sembra una supplica. Deve piacerle Ed, lei è la sola che potrei accettare, la sola alla sua altezza! La guardo speranzosa in attesa di una risposta, che si fa aspettare, che non arriva, che mi fa impazzire! “Frena,Deirdre. Frena. Ho sempre ammesso che Norwood è un bel ragazzo. Per così dire mi piace…”- sta per continuare ma la blocco. Il mio viso si accende di gioia: Violet, sei finita! “Lo sapevo, lo sapevo!Grazie Scarlett!”, mi alzo dalla sedia raggiante, “continua pure!”. Mi avvio velocemente alla mia camera, lasciandomi dietro una Scarlett sbigottita e un Jasper confuso. Sono impaziente di attuare il mio piano, ora che i presupposti ci sono tutti…sono avida degli sviluppi.
Ogni sera, qui, sembra di essere capitati nell'età dell'oro: l'abbondanza dei tavoli e la ricchezza delle pietanze rende quasi impossibile pensare che ogni cosa sia stata preparata da quegli esseri rivoltanti degli elfi.
Al nostro tavolo i piatti si riempono l'uno dopo l'altro, senza sosta, e persino l'atmosfera cambia radicalmente: le parole sono sostituite dal rumore delle posate che graffiano i piatti e da quello dei bicchieri, quando vengono riposti con troppa forza sul tavolo.
In fondo siede il nostro caposcuola, che nelle vesti di ragazzo mite e irraggiungibile, non scatena nemmeno quella paura e timore di quando è Tom Riddle; sembra solo perfetto. Troppo perfetto.
Sposto lo sguardo lungo tutto la tavolata, Lenore e Antonin siedono come sempre al suo fianco, più spostato siede Geert, che dal mio discorso non ha più avuto il coraggio di guardarmi in faccia, altri studenti del settimo e poi sediamo noi. I membri del club sono sparpagliati lungo questa porzione, lontani, indifferenti, in modo da destare il meno possibile le attenzioni; davanti a me i bellissimi occhi di Edward sono, a suo malgrado, esaltati da profonde occhiaie e la sua pelle chiara è resa più brillante dal pallore dell'insonnia, che ricorda quello di un malato. Jasper alla sua sinistra conserva un poco più di colore e sembra aver un conto in sospeso con le verdure che ha nel piatto, visto che continua ad infilzarle senza alcun motivo. Devo dire che qui l'allegria regna sovrana, tanto che mi passa persino la voglia di mangiare; Cerco un pò di conforto in Scar, ma anche lei sembra esausta per i giorni di esasperata ricerca e di scontri verbali con la ragazza diafana seduta a fianco di Ed.
Sospiro; E' inutile che io resti qui per farmi deprimere, meglio andare in camera: è da giorni che non scrivo ad Eve, ma soprattutto non ho ancora letto la lettera che mi ha spedito Amelia...
Faccio per alzarmi quando noto un'altra figura che si staglia sopra le teste del tavolo Grifondoro. Alta, esile, Julia Versten si incammina decisa verso l'uscita. I suoi amici la seguono preoccupati con lo sguardo; durante tutta la storia di Ida non ho mai pensato nemmeno lontanamente alla sorella, a quello che debba provare in questo momento: lei probabilmente non capisce il fine superiore che sta dietro all'omicidio di sua sorella. Forse sta soffrendo, forse sospetta di qualcuno, forse non se ne fa una ragione, e tutto perchè non riesce a leggere il grande progetto, la volontà che sta sopra di noi; verrebbe quasi voglia di urlarglielo in faccia per togliergli quell'espressione che le tormenta il volto, per farle capire che è tutto giusto, perfetto, che così doveva andare. Voglio toglierle quell'espressione del volto che mi ricorda tanto quella di Ed e Jasp.
Tutti e tre hanno gli stessi occhi, non importa di che colore siano, l'odio che li accomuna li rende identici, molto simili a quelli di Riddle per la verità. Hanno provato un dolore inimmaginabile, che io non ho mai provato e che probabilmente non posso capire. Come posso aiutare Ed se non conosco i suoi sentimenti? come posso aiutare Jasp se non so quello che sta provando? La verità è che mi sento inutile e l'unica cosa che mi resta da fare, l'unica grazie alla quale mi senta almeno vicino a loro, in qualche maniera, è cercare di allontanare Violet da Ed a favore di Scarlett. Patetica, insensibile, stupida, si pensi qualsiasi cosa di me, ma meglio fare questo che non fare assolutamente niente, meglio questo piuttosto che comprendere di non saper come aiutare, forse per la prima volta, i miei migliori amici.
Svegliati Julia, non capisci, è tutto come deve essere...
Sarà anche divertente come dicono ma io non capisco davvero cosa ci sia di esaltante nel sporcarsi le mani di sangue sporco. Che volgarità.
Ho appena finito di parlarne con Scarlett, dopo aver saputo dell'avventura dell'altra sera da Jasper. Riguardo al mio piano, di cui non ho svelato niente a nessuno, non ci sono stati eventi significativi o occasioni che mi abbiano permesso di fare la mia prima mossa; questo compito si sta rivelando più difficile del previsto!
Ci avviamo insieme al campo di Quidditch dove si sta giocando l'ennesima partita sotto un cielo poco rassicurante; dovrei essere abituata alla pioggia, in fondo sono nata e cresciuta in Inghilterra, ma odio vedere le mie scarpe insudiciate dal fango del terreno. Cammino con disgusto fino agli spalti, dove ci sediamo nei posti migliori, dopo aver fatto spostare dei ragazzi del quarto. Da brava tifosa ho stretta intorno al collo la sciarpa della mia casa. A dirla tutta questo sport non mi fa impazzire, ma non posso perdermi Jasp che gioca e nemmeno la possibilità di vedere Violet colpita da un bolide vagante; una volta venivo anche per Geert, ma ora è diverso.
Dopo un paio di minuti dall'inizio della partita Ed ci raggiunge e con lui anche la prima fase del mio piano. "una scusa stupida, una qualunque Dè!" mi continuo a ripetere nella testa: ora che ho l'occasione di lasciare soli Edward e Scar, senza che ci sia Violet nei dintorni, possibile che non mi venga in mente niente di sensato che mi permetta di allontanarmi?! "Dè! Ed!" una voce, forse quella della salvezza, mi raggiunge dagli spalti al nostro fianco. Belinda, col suo solito e immancabile entusiasmo, mi saluta urlando e attirando l'attenzione di tutti. Edward risponde al saluto con un gesto e un sorriso e io decido di cogliere l'attimo: "Sembra che Beli abbia bisogno di me...forse è meglio che vada, trattandosi di lei potrebbe essere di tutto!", mi alzo dagli spalti,"Torno subito", mento naturalmente.
Di solito me la cavo sempre in ogni situazione, riesco a trovare un'idea o almeno uno spunto appena intelligente per quasi tutto, ma a quanto pare(o almeno giudicando dalle espressioni delle mie due vittime), il lavoro di 'matchmaker' non mi riesce proprio; con l'amore non me la cavo proprio bene per niente...possibile che io sia così incapace? possibile che io non possa amare nessuno, che non comprenda questo sentimento? "Dè cosa ci fai qui?", mi chiede Utopia appena le raggiungo; non avevo notato ci fosse anche lei, e penso di sapere il perchè si nascondeva: Ed; sempre e comunque lui. Guardo verso Ed e Scar che si sono lanciati in una deliziosa risata. Io davvero l'amore non lo capisco...
Chiudo la porta del bagno alle mie spalle e dico a Jillian: “Sono davvero distrutta.”
Jillian si sta lavando il viso, prima di andare a dormire. Siamo appena tornate dalla riunione del Club: per me è stata la prima in assoluto. “Come ti è sembrato?”mi chiede. “Non saprei. Sono ancora un po’ confusa…”
Mi ero ritrovata in una strana camera, chiamata Stanza delle Necessità, della quale non conoscevo neppure l’esistenza; e tutto perché Peter mi aveva detto: “Devo portarti in un posto.”
Julia Versten poi mi aveva fatto bere un intruglio trasparente [rivelatosi un Siero della Verità, e preparato da Georgiana, per fortuna], e mi aveva sottoposto ad una raffica di domande. Le mie idee, su Tom Riddle, sui Serpeverde, su ciò che pensavo riguardo la purezza di stirpe.
Alla fine, la Grifondoro aveva parlato a tutti noi, e solo l’arrivo del ragazzo di Jill e di un suo amico biondo avevano spezzato la tensione.
Mi siedo sul bordo della vasca da bagno, struccandomi il viso con un batuffolo di cotone. “Tu cosa ne pensi?”domando a Jillian.
Lei riflette un istante, e poi mi risponde: “Qualcuno deve fare qualcosa, qualcuno deve agire.”
Non l’ho mai sentita così decisa. È l’influenza positiva di Carlisle, di sicuro: un poco della sua innata timidezza forse se ne sta andando…per fortuna. “Julia mi sembra…non so. È strano vederla come capo.”dico. “Perché?”
“Non ci sono abituata. E poi…lei e Peter sono usciti insieme, quando erano al quarto anno.”
“Audrey, ma non sarai mica gelosa?! Sono passati tre anni.”
“Lo so. Ma se Carlisle avesse avuto una ragazza come lei…non saresti un po’ preoccupata anche tu?”
Jillian tace per un istante. Poi però ribatte: “Forse. Però Julia di certo ha altro per la testa. E Peter è innamorato cotto di te. Guarda che me ne sono accorta: a volte sparisci per ore e poi torni con un sorriso stampato in faccia. Di certo non andate a guardare le stelle!”
“Jill! Ma cosa dici?!” Il sorriso svanisce dal viso di Jillian. “Oddio, scusa, che gaffe…!”
“Ma no, affatto!”mi affretto a rispondere "È solo che non avrei mai creduto che tu potessi dirmi questo…altro che dolce, tenera, ingenua Jillian! Dovrò tenerti d’occhio!”
E sciolgo in una risata con la mia amica la tensione accumulata stasera.
Ore cinque e mezzo del pomeriggio, Sala Grande: Audrey Salinger è in azione.
Oggi ho già dato ripetizioni a due persone: una Grifondoro del quarto ed un Serpeverde del secondo. Ero incerta se accettare quest’ultimo, ma alla fine…dovevo solo fargli entrare in testa qualche fondamento di Astronomia e basta.
Adesso è il turno di una Tassorosso, una certa Rah. Si è presentata l’altro giorno in biblioteca, chiedendomi di darle una mano. Cosa che non ho rifiutato.
Non ho niente contro i Tassorosso…solo che alcuni di loro sono un po’ lenti. Spero che non sia il caso della mia studentessa. Arriva tranquilla, e apre subito di fronte a me il libro di Trasfigurazione, rivolgendomi a malapena un saluto veloce. Beh, si vede che è impaziente di imparare.
Il problema di Trasfigurazione di solito è la concentrazione: si tratta di norma di incantesimi relativamente semplici, ma è necessaria una grande precisione, nonché un’attenzione costante.
Ci spostiamo in un’aula vuota per esercitarci in modo più agevole.
Rah sembra bloccata, però. Porta l’incantesimo avanti solo fino a meta, facendo sì che la sedia non si materializzi mai del tutto. Manca lo schienale, oppure una gamba. Il miglior tentativo aveva sortito una sedia con un solo bracciolo. “Ok, Rah. Non hai problemi nella parte teorica.”dico, incrociando le braccia.
Lei annuisce. “Ma c’è qualcosa che non va nella parte pratica. Hai altro per la testa? Sei preoccupata per qualcosa, o per qualcuno?”le domando.
So di essere invadente, ma non posso evitarlo: devo farle capire che sta tutto nella sua testa, che le capacità per completare l’esercizio non le mancano. “Sei un po’ stressata, forse. Sono i GUFO in arrivo?”
“Ecco…sì. È probabile. Voglio raggiungere i massimi obiettivi.”
"È una bella cosa. Ma non metterti sotto pressione da sola, è controproducente.”
“A te come sono andati?”mi chiede a bruciapelo. “Bene. Eccellente in tutte le materie.”
Non sono una Corvonero per caso. Senza contare che in quel periodo avevo appena scoperto Peter con l’altra. Quindi mi ero concentrata anima e corpo sullo studio. “Ah, sì. In effetti, era abbastanza prevedibile.”dice Rah. “Ascoltami. Lo so che ci tieni a uscire dai primi cinque anni con un’ottima votazione. Ma è lo stress a bloccarti, fidati.”
Non sembra proprio convintissima, però forse sto iniziando a fare breccia nel muro. “In ogni caso, se hai bisogno di altre lezioni, fammi sapere. Sono le sei e mezzo, sei libera.”
Rah mi sorride e fruga nella borsa.
Due galeoni dorati vanno ad aumentare le mie finanze.
Jillian rientra in camera come una furia mentre sto studiando Aritmanzia: alzo la testa, ma la mia mente non smette di fare calcoli astrusi finchè non vedo in che stato è. Spaventata e attonita. "Audrey! Hanno aggredito Eugene!"
Oddio.
Sapevo che prima o poi sarebbe successo. Ma non per questo sono meno sconvolta. Io e Jill ci precipitiamo da Carlisle, che cammina avanti e indietro davanti alla porta dell'infermeria. Immediati mi investono i ricordi di quest'autunno, quando prima io, poi Peter ci siamo trovati lì. Carlisle ci rassicura sulle condizioni di Eugene[Jill era venuta a chiamarmi subito, quindi non aveva potuto ascoltare il responso dell'infemiera Mound], ma poi una domanda si fa strada nei nostri pensieri.
Ora dobbiamo dirlo a Julia. "Glielo dirò io..."mormora Carlisle, passandosi una mano sul viso.
Lui e Jillian si abbracciano, stringendosi come se non volessero mai più dividersi.
Il tempo è mutevole, come solo nella mia umida Inghilterra sa essere. Guardo il cielo, sperando che non piova durante gli allenamenti: se mi prendessi un raffreddore sarebbe il colmo. Quando abbasso gli occhi, noto una gradevole figura che cammina a passi piccoli e aggraziati. Mi scuoto dai miei pensieri: Violet Traviston mi precede. “Traviston, da chi stai fuggendo?”domando, mentre la affianco. “Da…te, forse.”
Una delle sue frasi al vetriolo: però mi indirizza uno sguardo divertito, quindi mi trattengo dal risponderle per le rime. Anche perché mi cade lo sguardo sulla sua scollatura. Davvero un bel vedere. “Non rischi di attirare un vampiro o qualcosa del genere con la tua pelle lattea così esposta?”
Lei non fa il minimo gesto di coprirsi. “Saprei come stenderlo.”
“Dove? Per terra o su una superficie più comoda?”
“Dipende da come mi va, caro il mio Lewis.”
Stiamo migliorando. Fino a poco tempo fa, era un miracolo se ci salutavamo senza schiantarci a vicenda, o peggio. Ora siamo alle battutine.
Una nube oscura il sole all’improvviso, e un vento freddo prende a soffiare. La mia compagna rabbrividisce. “Dài, su muoviamoci!”le dico, mentre affrettiamo il passo.
Schivo un Bolide, scambio qualche battuta con i Battitori, catturo una serie di Pluffe. All’ennesimo punto segnato, mi inchino al mio pubblico immaginario, ma a guardarmi c’è solo Violet Traviston che sorride, scuotendo la testa ed allontanandosi in un istante.
Edward è sempre più strano in questi giorni. Rimugina sempre sulle informazioni che gli ha portato Scarlett Lywelyn. L’altro giorno, l'ho sorpreso a spulciare un vetusto dizionario di gaelico, per poi chiuderlo sconsolato.
Ed è disteso sul letto, concentrato nella lettura del libro di Incantesimi.
Si alza di scatto, e lo scaraventa contro il muro. “Inutile!”sibila. “Cosa?” mi azzardo a chiedere. “Inutile tutto quello che ci insegnano a scuola! Incantesimi che possono servire giusto a una fattucchiera di terz’ordine, trasfigurazioni improbabili…Storia della Magia!”
Si copre il viso con le mani. “Ho bisogno di stare da solo. Scusami, Jasp.”mormora.
Lo guardo fisso negli occhi.
Mi sto preoccupando: pensavo che l’aiuto di Scarlett gli sarebbe stato d’aiuto, che avrebbe pacificato un poco il suo animo. Ma non è stato così. Sembra ancora più tormentato. “Non riesco…a stare fermo qui! Devo fare qualcosa.”
Che cosa posso dirgli?
Mi avvicino a lui, e gli do una pacca sulla spalla. Forse dovrei abbracciarlo. Ma sento che mi respinge: ha bisogno di riflettere. “Se vuoi parlare sai che ci sono.”mormoro.
Il mio amico annuisce, e il suo sguardo freddo come uno smeraldo si ammorbidisce. Poi esco e mi dirigo verso la biblioteca: un’interessante ricerca di Pozioni mi attende.
Deirdre è seduta su una poltrona in Sala Comune. Sfoglia un giornale senza troppa voglia, così mi avvicino e mi siedo di fronte a lei.
Mi lascio cadere su una sorta di pouf bitorzoluto, appoggiando il libro di Pozioni, la pergamena con gli appunti e la penna accanto alla sua rivista. “Mia bella Dè, buonasera.”
“Ciao, Jasp. Allora, come va?”
Si stiracchia come una gatta. “Male, penso che dopodomani dovrai fare un po’ di moine a Lumacorno: la mia ricerca va a rilento.”
“Se non iniziassi sempre all’ultimo minuto… sei troppo ben abituato a prendere voti alti lavorando il minimo indispensabile.”
“Sono le prerogative di noi geni, mia cara!”
Scoppia a ridere. “Certo, certo…”
“Come ti trovi con Scarlett?”le domando.
Sono molto curioso di saperlo: Deirdre è sempre stata legatissima a Eve, ed ha sempre visto come il fumo negli occhi chiunque cercasse di prenderne il posto[un esempio? Violet Traviston]. Con Scarlett, invece, si è sempre dimostrata amichevole e gentile. “Mi piace, sì. È simpatica, parliamo molto. Non è acida come quella là.”
Ovvero Violet. “E poi ho dei progetti…”
“Che genere di progetti?”
Uno dei suoi sguardi da gatta – somiglia proprio a un felino, a volte. “Lo scoprirai a tempo debito!”
Ah, le donne.
La doccia lava via tutta la stanchezza.
Mi insapono i capelli, li sciacquo ed esco.
Mi preparo a farmi la barba, ma un crampo alla mano me lo impedisce.
Sul ripiano del bagno, un fazzoletto ancora macchiato di sangue: non il mio, s’intende.
Ieri notte, un Tassorosso se l’è vista brutta.
Non era l’insulso Pel-di-Carota, per quanto sia quello che lo meriterebbe di più, ma il suo amico.
L’incapace, il canterino Eugene Pennington.
Preso di sorpresa, ha ricevuto una piccola lezione su come dovrebbero essere trattati i Sanguesporco di Hogwarts: con la delicatezza di un martello.
Povero Eugene. Forse non se lo meritava neppure, inetto com’è nelle arti magiche.
Lo specchio mi rimanda l’immagine del mio volto sorridente.
Dopotutto, è stata solo un po’ di sana attività fisica. Mi devo accontentare di impiegare così la mia irruenza.
Finché non troverò modi più piacevoli.
Vorrei non avere tanto mal di testa, ma d’altronde è colpa mia, se sono rimasta a studiare fino a notte fonda. Non vedo la mia media in calo, ma non posso fare a meno di pensare che Garet e in genere tutti gli impegni che ho preso tolgano troppo tempo allo studio. Fino a qualche mese fa, non passavo il mio tempo libero a passeggiare sospirando, a guardare allenamenti di Quidditch sotto la pioggia, a fare lezione di Difesa contro le Arti Oscure ai miei compagni. Cose che, per carità, adoro, ma che mi fanno rodere per il senso di colpa. Ho un futuro che mi aspetta, e tutti contano su di me.
Infilo nella sua apposita cartelletta la pergamena coperta fittamente di appunti, mentre Silente sposta delle grosse gabbie piene di pappagalli sul fondo della stanza; la lezione doppia di Trasfigurazione mi ha stremata, anche se la mia lotta per la E è ormai alla fine, e a maggior ragione non voglio cedere proprio ora che Silente sembra sul punto di concedermela.
Mi metto la tracolla, sistemandomela alla bell’e meglio sulla spalla, e mi piego verso Annette, che per tutta la lezione si è agitata al mio fianco, fremendo per il desiderio di raccontarmi della fine che ha fatto il suo ex. Sogghigna, prende fiato – le sue vicissitudini mi forniscono sempre un sacco di spunti, quando scrivo di amori travagliati – e si ferma. Indica alle mie spalle, continuando a ridacchiare vivacemente e occhieggiando … Sebastian, che mi guarda con un’espressione a dir poco bizzarra, di cui non capisco né l’origine né lo scopo; è seduto su un banco, le gambe che oscillano e i piedi che sfiorano il pavimento.
« Beh? » gli chiedo, senza muovermi dalla mia posizione. Lui, invece, scende dal banco con un balzo, mettendosi in piedi di fronte a me. Curioso, molto curioso: è così .. alto, e ad una stangona come me non capita molto spesso di sentirsi sovrastata.
« Niente, mia cara. Osservavo che hai la faccia sporca di inchiostro. » mi sfiora la guancia con la punta delle dita. Curiosa, questa sensazione, già. Viene subito scacciato con uno spintone di Julia, stranamente energica. Mi guarda storto e guarda ancor più torvamente il povero Seb, che sembra volersi scusare di non so cosa con uno sguardo di rimando.
« Andiamo. » ruggisce la mi amica, trascinandoci entrambi con se. Faccio un cenno ad Annette, che rivedrò più tardi e alla quale darò tutto il tempo necessario per raccontarmi i dettagli. Seb allunga di nuovo un indice verso il mio mento, iniziando a premervi ripetutamente.
« Signorina Harrington. » mi volto verso Silente, sfuggendo al suo tocco.
***
Il professore aspetta in silenzio che i miei compagni escano, lasciandomi imbambolata ad osservarlo con crescente perplessità.
« So di non essere il tuo Capocasa .. » esordisce indicandomi il banco da cui mi sono alzata pochi istanti fa. « .. ma vorrei chiederti a che punto sei con lo studio per i M.A.G.O. » Ecco, sapevo che sarebbe successo: due anni fa, Silente è stato il primo ad appoggiare la mia idea di scegliere le materie più adatte ad un’eventuale assunzione come Auror. Cosa che, come ben so, richiede un assurdo coraggio ed una perseveranza che va oltre ogni limite. Doni che non sono sicura di avere, ma che non posso che sperare di tirar fuori, al momento giusto.
« Va bene .. sto studiando. »
« Pensi ancora di voler fare l’auror? »
« Già. » mormoro mentre lui si aggira per l’aula, ancora alle prese con i pappagalli che, poco fa, hanno subito una lunga serie di trasformazioni di quelle che potrebbero essere richieste, per l’appunto, agli esami finali.
« Anche il tuo collega Sebastian Lang ha i tuoi stessi progetti … già. » borbotta senza guardarmi.
« Ah sì? » senza volerlo mi spingo all’indietro, facendo scivolare di lato le gambe, come se stessi per alzarmi.
« Sei di fretta, eh? »
« No, affatto. Anzi.. »
« Sì? »
« ..sono contenta che me l’abbia chiesto. E’ un bene che mi sia ricordata qual è il mio obiettivo. » sorrido, alzandomi in piedi. Silente mi guarda con affetto prima di voltarmi le spalle e ricominciare a lavorare.
qualche giorno dopo.
Saluto Sebastian, che si dondola sulla sedia e mi segue con lo sguardo mentre scappo verso Garet. Il problema è Julia: come non preoccuparsi per lei? E’ evidentemente deperita. Sta male, è palese, ma non si sfoga affatto. Né con me, né con lui, e non riesco a capire cosa fare per aprire la valvola.
Il mio ragazzo è appena risalito dal campo di Quidditch, se non mi sbaglio, e sono quasi certa che sia stato un allenamento extra in vista della partita contro serpeverde. Vedo per prima cosa, appena mi avvicino, lo stato del suo occhio destro: è gonfio, ed un’ampia area attorno ad esso è di un rosso acceso. Lo sfioro appena, con la punta delle dita. Freme sotto il mio tocco: mi sembra nervoso, irritato, ma apparentemente non ce n’è motivo.
« Tesoro, cosa ti sei fatto? » sorrido, poi mi sposto in avanti, verso di lui. Si ritira, rifiutandomi un bacio. Mi sento momentaneamente disorientata, non l’ho mai visto fare una cosa del genere; probabilmente non è andato bene l’allenamento.
« Una pluffa. Tu, piuttosto … » alza il mento, accenna alla sedia da cui Seb è sparito; la sua espressione è stranamente dura, gelida. Lui è così dolce: non si è mai arrabbiato, neppure quando mi sono scordata un appuntamento perché stavo leggendo un saggio di Storia della Magia inviatomi da casa. « … ti sei fatta il ragazzo? » non l’ho mai sentito neanche parlare con sarcasmo; sembra quasi un’altra persona, e questo nuovo Garet non mi va decisamente a genio. Seguo i suoi tratti: le narici dilatate, gli occhi stretti, le mani che tremano.
« Ma che stai dicendo? » mi viene quasi da ridere mentre gli rispondo: è uno scherzo, no? non è davvero possibile che Garet creda che lo sto tradendo .. con Seb, soprattutto.
« Non ho le fette di prosciutto sugli occhi, e neppure gli altri! Mi hanno detto dei vostri giochini.. mi sono accorto di come ti guarda .. di come VI GUARDATE! » alza il tono, sembra troppo arrabbiato per esserlo veramente.
« Garet, non puoi pensarlo veramente. »
« Ah, no? »
« Io sto con TE, sono innamorata di TE! »
« Certo, e Seb è solo un amico. »
« Sì! »
« Ridicola. » stringo i denti; non capisco, non voglio capire, mi sento mortificata e ferita. Singhiozzo. Lui distoglie lo sguardo, come se si vergognasse di me; stiamo litigando? Mi sta lasciando?
« Lui è mio amico, è IL TUO amico! » sento che la mia voce comincia a tremare dal fondo della gola; non è affatto bello quello che sta succedendo.
« Per la barba di Merlino, Georgiana! Smettila! » geme e fa per andarsene. Sento le lacrime che mi salgono agli occhi, e che scendono lungo le guance mentre, con poca forza, tento di afferrargli il polso. Evidentemente è mosso a pietà: torna sui suoi passi. Gli poso le mani sul petto, ormai in preda ai singulti.
« Ti prego … » mormoro, mentre lui lascia che gli posi la testa sulla spalla, tremando come una foglia al vento. Mi bacia i capelli, mi abbraccia. Fine della crisi. Sorrido, trattenendo un fiume di lacrime che si arenano tra le mie ciglia.
Gli ultimi membri del club escono dalla stanza delle necessità, lasciando me e Julia sole nella sala vuota, con i cuscini sparpagliati ovunque sul pavimento. Respiro rumorosamente, anzi, sospiro: è stato decisamente difficile far agitare le bacchette ad un gruppo di coetanei, tutti convinti che io abbia le capacità per farlo.
Mi lascio cadere su un cumulo di cuscini ammonticchiati in un angolo, socchiudo gli occhi, seguendo per qualche momento la figura di Julia che si affanna inutilmente.
« Fermati un attimo. » non sembra ascoltarmi. « Garet è strano. » niente. Scompiglia e rimette in ordine la stessa pila di fogli. Facendo leva sui palmi, mi metto seduta sulla montagna di cuscini, e osservo più agevolmente la mia amica.
« Sono andata a letto con Sebastian. » esclamo con esasperazione, tentando di attirare la sua attenzione con un espediente piuttosto banale, e ai limiti del possibile.
« mmh? » mugugna appena, voltandosi verso di me come se avessi parlato di zuppa inglese. E’ chiaro che le sue facoltà mentali si siano involate definitivamente: ad un qualsiasi accenno al sesso avrebbe fatto un bel salto, per non ricordare che nella stessa frase ho detto anche ‘Sebastian’. E lei non ha mosso un dito!
« Tu adesso mi dici cosa c’è. »
« Niente. »
« Julia Versten, non farmi arrabbiare, o dovrò toglierti 10 punti perché ti sei rifiutata di collaborare con l’autorità! »
« Non ho niente, davvero! » stringo le labbra, guardandola storto per farle intuire che non è il caso di continuare a dire sciocchezze. « … ho incontrato Riddle. »
« e…? »
« Ha ucciso mia sorella. E’ vivo, e libero. » sta in piedi a stento; faccio per alzarmi, per sorreggerla, ma è lei a precipitare come un sacco di patate al mio fianco. E’ improvvisamente impallidita, se mai potesse essere più bianchiccia di quanto sia nell’ultimo periodo, e questo non lascia presagire niente di positivo. Le poso una mano sulla spalla. Trema; so che potrebbe suonare crudele, però è il momento giusto per tentare di far cadere le sue barriere.
« Io non faccio niente per .. per .. »
« tu non potevi farci niente, Julia. »
« dovevo proteggere mia sorella! » singhiozza, cadendo all’indietro. Forse ce la faccio a farla piangere, forse ce la faccio. E forse riuscirò anche a convincerla che non è stata affatto colpa sua.
« cosa potevi saperne, tu? »
« dovevo parlarne con lei! »
« l’hai fatto. »
« no, no! non abbastanza! » grida ora. Probabilmente le si sta scatenando un turbinio emozionale; la ascolto emettere suoni disarticolati, ogni tanto sbocconcellare qualche parola, tremante e sul punto di scoppiare a piangere. E io aspetto, seguendola come posso e stringendole le mani; passano minuti su minuti, il tempo si allunga e arrotola mentre lei segue un discorso che ha senso solo nella sua mente. « … non è colpa mia! » esplode finalmente, gettandosi tra le mie braccia, in lacrime.
« Già, non è colpa tua. Su, va tutto bene. »
Apro gli occhi lentamente, scosto la tenda del letto a baldacchino e guardo verso la finestra, la fonte del rumore. Scorgo un gufo abbastanza grosso, marrone, che con i suoi occhietti piccoli mi squadra e con il becco continua a picchiettare sul vetro sporco della finestra. Mi alzo subito, infilo le pantofole e corro ad aprire l’anta. Non voglio che il rumore svegli le mie due Belle Addormentate, Susan e Lory.
Il gufetto si appoggia su una pila di vestiti di Susan, e mentre si mette comodo fra i cardigan di cotone e le minigonne colorate alza la zampetta e mi porge una letterina.
La apro subito, gia` so chi e` il mittente, ricevo lettere solo da una persona fuori Hogwarts. E` la mamma, ha una calligrafia piccola, gentile, le parole appena sfiorano il foglio, ma rimangono impresse nella mente.
Cara Alexa,
sono passati gia` molti giorni da quando te ne sei andata e io, piccola mia, non ho fatto altro che pensare a te e a come mi manchi. La casa e` terribilmente vuota, e io mi sento terribilmente vuota e triste. Mi manca una giovincella per casa! Certo, eri una palla al piede quando ti lamentavi perche` non c’era nessuno della tua eta`. A proposito, indovina chi e` venuto ad abitare dalla nostra anziana vicina di casa tanto amata? Niente meno che suo nipote, che ha la tua eta`, forse un po` piu` grande. Figurati e` venuto una settimana dopo che te ne sei andata!
Rimango a bocca aperta, mannaggia! Proprio quando me ne vado io, dopo i mesi di solitudine e noia arriva una novita` proprio quando non ci sono!
Sono sicura che adesso ti starai strappando i capelli, continua Alexa, figurati che il ragazzo e` anche carino!!!
Ecco a questo punto sono veramente incavolata.
Mi ha aiutato con la spesa e il resto, appena ha saputo che ero ancora convalescente. Ma non ti preoccupare, gli ho parlato di te, e non vede l’ora di vederti quest’estate!
Comunque se ti stai chiedendo come sto non ti preoccupare, va tutto bene, il dottore e` ogni giorno piu` ottimista e concorda con la mia decisione di mandarti a scuola. Dopotutto lo sapevo io che ti mancavano Incantesimi, Trasfigurazione, Antiche Rune e tutte le altre materie strane di Hogwarts! Mi raccomando mi aspetto il massimo dei voti eh? Dai scherzo piccola mia, basta che ti trovi bene con le amiche e che vai decentemente, e la tua vecchia mamma e` contenta ed in pace.
Qua va tutto bene, a parte questa novita` del ragazzo carino, io riesco a muovermi abbastanza e cucino, pulisco e faccio altre faccende da sola.
Perfavore scrivimi e raccontami qualcosa, qualsiasi cosa, anche cosa hai mangiato oggi. Lo sai quanto adoro ricevere tue notizie, non posso vivere senza le tue battute simpatiche e le tue prese in giro ai professori e agli studenti. Mi chiedo perche` non mostri la tua spiritosaggine agli altri compagni, sei davvero simpatica e divertente, devi aprirti un po` di piu` alle altre persone.
Ti voglio bene
Mamma
Rileggo la lettera, e` un po` corta, e mi ha lasciato l’impressione che mamma mi stia nascondendo qualcosa. Spero davvero che dica la verita` riguardo alla sua salute, non si e` allargata sull’argomento. Cammino in punta di piedi e mi siedo alla scrivania, dove tiro fuori una piuma e inizio a scrivere la mia risposta. Sono ancora insonnolita e le parole mi escono con fatica, vorrei dimostrare a mia madre che sono veramente spiritosa come dice lei, ma non mi viene in mente niente. Guardo Lory e Susan che dormono e un’idea fa capolino nella mia mente. Perche` non descrivere la posizione strana che assume Susan quando dorme, messa a V con il sedere che spunta fuori dalle lenzuola? Oppure descrivere come russa Lory, che sembra che tutto il fiato che ha nei polmoni lo fa uscire fuori di notte. Inizio a scrivere speranzosa, ma controllo il tempo e mi rendo conto che mi devo sbrigare, se voglio fare in tempo per la colazione e non essere in ritardo a Trasfigurazione.
“Su ragazze, su! Su!” grido, tirando addosso alle Belle Addormentate un paio di cuscini.
La campanella suona, segnando la fine di questa prima lezione. Susan si avvicina, e inizia a pichiettare sul mio banco impaziente, ci metto sempre tanto a riordinare la borsa.
“Datti una mossa, ti ricordo che l’altro giorno abbiamo alla grande pisciato Incantesimi, e non mi sembra proprio il caso di arrivare in ritardo oggi”
“O cacchio Incantesimi! Ho il libro in camera, devo scender quattro piani merda!” finisco di ordinare in fretta, esco dalla stanza a razzo, sento da lontano la voce di Susan che mi chiama, e in sottofondo il grido della professoressa “Alexa spingi la sedia quando esci!!” e poi sento qualcos’altro, qualcosa che speravo proprio di non sentire, la spalla di Jasper Lewis. Me ne accorgo troppo tardi, quando mi giro e incontro il suo sguardo freddo, e tremendamente incazzato. Se mi sento cosi` male guardando lui, figuriamoci se mi scontro mai con Riddle. Noto che i miei libri giaciono per terra, accanto ai suoi.
“Ma guarda dove vai!” poi mi guarda e il suo viso assume una smorfia di disgusto “Cacchio dato che mi dovevo proprio scontrare con una mezzosangue perlomeno potevo scontrarmi con una un’attimo carina no?”
Sento il mio viso che diventa rosso e le lacrime che combattono per non cadere, non qua, non davanti a tutti. Perche` effetivamente tutti hanno sentito, c’e` qualche ragazzo che ride, altri che stanno zitti, vedo gli occhi di una o due ragazze che mi fissano con pieta`. Jasper ha fatto la sua scena, ed ora e` contento. La sua vita continua, la mia si e` fermata.
Corro giu` per le scale, e non mi fermo piu` finche` non sono rinchiusa in camera mia, sul letto a lasciare che le lacrime scorrano e bagnino il cuscino. Non mi frega niente, tanto qua non mi vede nessuno. Non so perche` me la sono presa cosi` tanto, in fondo e` Jasper, il suo mestiere e` offendere la gente, offendere i mezzosangue. Pero` lui non ha offeso me essendo mezzosangue, mi ha offesa secondo il mio aspetto fisico, che lui evidentemente non apprezza. E se non l’apprezza lui puo` essere che non l’apprezza nessun’altro ragazzo? Che i miei sogni di fidanzamento sono solo fantasie? Che nessuno mi amera` mai, nessuno mi invitera` ad un ballo? Cavolo Alexa, sei veramente messa male. Mi alzo e vado a guardarmi allo specchio, l’Alexa che stamattina mi guardava riflessa dallo specchio e` cambiata, ora e` un mostro, e` grassa, ha il naso troppo grande, la faccia troppo rossa, gli occhi troppo piccoli, i capelli troppo banali. Non posso credere che io abbia mai pensato di essere carina. Mi accascio sul letto di nuovo, cavolo cavolo, tutto per uno stupido commento da uno stupido ragazzino che guarda caso e` uno dei piu` popolari della scuola. Cavolo!! Improvvisamente mi cade lo sguardo sulla lettera che stamattina stavo cercando di scrivere, e mi accorgo che in quel preciso momento ho tutta l’ispirazione. Mi siedo alla scrivania e in una quindicina di minuti ho gia` firmato la lettera e l’ho ripiegata in una bustina. Cavolo ho perso quindici minuti, sono in estremo ritardo per Incantesimi. Posso benissimo pisciare di nuovo, tanto ormai! Anzi quasi quasi vado in Guferia e lo affido al primo gufo a cavolo, cosi` non ci ripenso e strappo la lettera. La Guferia e` sull’alto di una torre, e un po` mi ci vuole per arrivarci, sto al penultimo piano quando sento una voce dietro di me. Una voce che non mi piace per niente.
“Signorina Robinson” e` una voce che ti penetra nelle ossa e ti congela dentro, e` ancora piu` fredda dello sguardo di Jasper Lewis, e` la voce di Tom Riddle. Non voglio girarmi, ma non posso continuare avanti come se niente fosse. “Stupida sporca mezzosangue girati!” Mi giro di scatto, non mi conviene non obbedire. “Brava, vedo che un pizzico di cervello ti e` rimasto, adesso signorina Robinson, spiegami perche` non stai con i tuoi compari del quinto in classe” Oh cavolo, mi ero scordata che era Prefetto, mi ero scordata che se scopre che ho saltato la lezione sono morta.
“Be`...dovevo andare al bagno...mi sento poco bene...conati di vomito...” Ma che dico?? Questa non se la beve per niente.
“Questa non me la bevo Robinson!” Ti pareva. Mi accorgo che non l’ho ancora guardato in faccia da quando mi ha rivolto la parola, sono combattuta se farlo o no, se non lo faccio potrebbe vederlo come una mancanza di rispetto, e se lo faccio potrebbe pensare la stessa cosa. Mi decido a farlo, mi ritrovo davanti il suo volto pallido, i suoi occhi pieni d’odio, che gia` tramano una punizione adatta.
“40 punti in meno alla tua casa Robinson, 10 te li ho aggiunti perche` mi hai mentito stupida mezzosangue. Adesso ti conviene dirmi che professore avresti dovuto avere senno` vedro` di metterti in piu` guai di quelli che hai adesso”
“Incantesimi” balbetto.
“Bene, vedro` di provvedere, sono sicuro cheil professor Benton sara` felice di avere un’assistente per rimettere a posto la stanza o qualunque altro lavoretto odioso avra` da dare a una viscida mezzosangue come te. Sopratutto a una viscida TRADITRICE mezzosangue” Riddle non esita a sputare, e il suo sputo manca di poco la mia scarpa. So a chi si riferisce quando dice traditrice, si riferisce a mio padre, la voce corre, e tutti sanno come ha rinnegato la comunita` magica. Per i sangue puro non sono solo una lurida mezzosangue, ma pure una traditrice, anche se io non ho avuto niente a che fare con la decisione di mio padre. E` ingiusto, questo giorno e` ingiusto, da Lewis a Riddle.
Devo aggiungere un'altro pezzo, ma aspetto il ritorno della jill, perche` la devo consultare. Questo post verra` quindi di conseguenza aggiornato.
Il professor O’Sullivan, tutto contento, ci applaude vivacemente saltellando dietro il leggio, il suo podio che sobbalza e scricchiola. Mi arriva nelle costole l’abituale gomitata di Milo, alla quale rispondo con altrettanto slancio; sento il rumore dei suoi spartiti che sbatacchiano sulla schiena della persona che gli è davanti, e che si gira ad insultarlo, ma non faccio lo sforzo di abbassarmi a guardare chi sia.
Essere parte del coro di Hogwarts è un modo eccezionale per farsi etichettare come sfigato; nessuno vorrebbe mai esporsi al pubblico ludibrio cantando davanti a tutta la scuola, magari mentre si pasteggia, con Dippet che fa oscillare i suoi indici fingendo di dirigersi. Nessuno, tra le mille attività possibili, sceglierebbe quella prettamente non magica e senza alcuna finalità o influenza sul proprio futuro. Così finisce che solo chi ha una reputazione talmente perfetta da non poter essere offuscata e chi non ce l’ha proprio entra a fare parte del coro; esempi tecnici dei due opposti, Milo Ashmore, mio caro amico e compagno di stanza, e me, Eugene Pennington.
« Signor Ashmore, mi faccia la parte da solista. » borbotta O’Sullivan, innervosito dall’eccessivo agitarsi delle ultime file; Milo continua a ridacchiare ed annuisce, sfogliando le sue scartoffie. « E uno .. e due .. e uno e due e tre! » attacchiamo a cantare. Sono già abbastanza sfigato che non ci sarebbe alcuna differenza, se cantassi o no, e quindi visto che mi piace continuo a farlo. Mi alzo in punta di piedi giusto per il gusto di fare scena mentre il vocalizzo sale ad una nota praticamente impossibile, per noi ragazzi, e le ragazze strillano e ululano di sottofondo alla voce da baritono leggero di Milo. Anche alla London’s Academy of Music c’è un coro, il miglior coro che si possa immaginare, e nessuno pretende che si parli di lampi verdi in un Requiem.
Il brano si conclude con un gemito del nostro direttore, affatto contento della prestazione, che ci intima di andare prima che decida di toglierci un punto per ogni nota sbagliata. Evaporiamo in fretta, scendendo dai nostri sgabelli e precipitandoci verso la porta dell’aula di Babbanologia, che una volta alla settimana viene adibita a sala prove del Coro. Milo mi prende per un braccio, costringendomi a rallentare.
« Ehi, guarda chi c’è. » distinguo dall’altra parte del corridoio i piccioncini Jillian e Carlisle, e poco più lontano le amichette di lei, la sua cricca di fatine, che pigolano e sbattono gli occhioni.
***
« Senti, prendiamoci un caffè e lasciamoli perdere. » mugugno distogliendo lo sguardo dalla coppietta e dalle fatine che però, purtroppo, ci hanno già puntati e fatti soggetto delle loro allegre chiacchiere. Ok, lo ammetto, è colpa mia: sono alto come un lampione, non passerei inosservato neppure al buio. Sento una voce femminile che chiama Milo e lui, puntuale come un orologio svizzero, trotterella in quella direzione, mollandomi da solo in balia degli sguardi divertiti delle Corvonero. Faccio per andarmene, con la tentazione di usare un libro per nascondermi la faccia.
« Eug! » sento chiamare, senza fare neppure in tempo a muovermi; chiaramente, è la voce di Carl. E così non solo le Jill Girls, ma anche tutti gli altri studenti che passano in corridoio si girano verso di me. Sento che la mia faccia si contorce in una smorfia infastidita; striscio verso il mio amico, che si scolla dalla sua ragazza.
« Ciao, Eugene! » dice lei sfilandosi dal suo abbraccio e scappando verso le amiche che la aspettano; la seguo con lo sguardo, finendo per incrociare prima quello di Rachel Casey, poi quello di Isabel Sittenfeld: sbatte gli occhioni, fa un sorrisino, sembra sul punto di strozzarsi e poi torna a cinguettare. Le donne.
« Hai finito di essere zuccheroso, per oggi? »
« Se non ti conoscessi bene, direi che sei solo invidioso. » mi risponde con un sorriso ironico. « A proposito, l’appuntamento è per stasera, te ne ricordi? »
***
E’ un posto nuovo per tutti; non ho potuto che stupirmi per l'incredibile magia della stanza. La chiamano stanza delle Necessità c’è un motivo più che valido: io e Carl schierati di fronte alla parete sgombra, con gli occhi stretti, una porta piccola e sudicia con una maniglia di ottone incrostato, tanto bassa da costringermi ad inchinarmi. E dentro, un’aula di medie dimensioni, con il soffitto alto, e le pareti occupate da grandi scaffalature piene di libri, ma anche oggetti di scopo dubbio e varie cianfrusaglie.
Ad occhio e croce una decina di persone si dispone in vari punti della stanza, e tutti sembrano piuttosto in tensione; al nostro ingresso, subito si precipita verso di noi la ragazza con i capelli scuri che mi è stata presentata da Carlisle, Julia Versten, la sorella di Ida. A quanto pare è il capo della baracca, e infatti si avvicina con il chiaro intento di introdurmi alla faccenda; è chiaro che non abbia reagito bene alla morte della mia compagna di casa, come c’è da aspettarsi d’altronde, ma il suo aspetto rivela delle sofferenze molto maggiori a quelle abituali.
« Eugene, non è vero? Devi farmi un favore, vieni con me .. » Carl scappa subito tra le braccia della sua diletta, che immagino abbia individuato nello stesso secondo in cui siamo entrati. Julia non cerca di fare la carina, per fortuna, e dopo essersi fermata vicino ad un tavolo mi offre un bicchiere colmo di liquido trasparente.
« Veritaserum. » scandisce.
« … »
« Bevilo. » Agli ordini.
« Hai avuto, hai o intendi avere rapporti cordiali con Riddle? »
« No. »
« … o con la sua cricca? »
« No. »
« Credi anche in minima parte nelle sue idee? »
« Sono Mezzosangue! » sbotto scuotendo la testa, e distogliendo lo sguardo da lei. Dico io, neanche fosse il controspionaggio o qualche organismo parallelo. Catturo con la coda dell’occhio il suo braccio destro – o sinistro – Georgiana Harrington, caposcuola Corvonero, che arriva al galoppo, seguita da un altro ragazzo, che le stringe la mano.
« Cominciamo? » chiede con voce flebile; mi chiedo se sarebbe mai capace di cantare .. ho sentito dire che per ora le sue uniche velleità non-magiche risiedono nella scrittura. Julia annuisce, facendomi cenno di seguirla; mi scelgo un grosso pouf giallo grano, dove poso il mio stanco stanco sedere, e costringo le mie gambe chilometriche a prendere una posa innaturale.
« Ciao.. » trema ancora la voce della Harrington, così rossa in volto da fare quasi luce. Non sembra esattamente a suo agio con tutti gli occhi puntati addosso, ma è anche chiaro che sta facendo un notevole sforzo di volontà. « ehm, oggi faremo un po’ di esercizio sugli incantesimi difensivi. » non è abituata a stare in cattedra, questo è chiaro. Continua con la sua spiegazione, con il punto di vista di chi al settimo ha visto e provato di tutto: la sua secchionaggine sprizza da tutti i pori.
Ci dice di sistemarci a coppie; io mi trovo davanti a Carlisle che ha lasciato momentaneamente perdere Jillian e l’inseparabile Isabel; il fatto che siano Corvonero mi rincuora, altrimenti proprio non saprei cosa pensare. A turno, Carl cerca di attaccarmi con un Expelliarmus e io rispondo con un Defendio, o viceversa. La cosa si rivela piuttosto semplice, visto che siamo tutti degli ultimi anni.
La cosa più interessante è vedere la nostra presunta insegnante, Georgiana, che fa scivolare montagne di miele – una tradizione Corvonero, allora! – sul suo ragazzo, massaggiandogli l’occhio nero provocato durante un allenamento di Quidditch ( non si può dire che sussurrino ) e contemporaneamente non muove un dito per respingere le evidenti avances di Sebastian Lang.
« Lo so, è imbarazzante anche per me. » sento dire dalla voce di Julia Versten alle mie spalle; mi si accosta sorridendo e, stranamente, non posso fare a meno di risponderle.
E’ notte; e la ronda dei Caposcuola non passa, non passa, non passa, proprio quando dovrebbe passare. « … dillo: sono uno un lurido sanguesporco. » sibila una voce nel buio, una sferzata ancor più decisa di quella che mi arriva in pieno volto, l’ennesima. Non è un sogno, stavolta: il dolore che sento è reale, e le mani degli amici di Riddle stanno toccando la mia sporca pelle di mezzosangue per ricoprirla di sudici lividi. La cravatta, impigliata chissà dove, mi sta strozzando, e il pugno che mi arriva dritto nello stomaco non fa che peggiorare la situazione della mia respirazione.
Certo, penso lucidamente, ma è inutile che reagisca: in quattro contro uno non c’è prestanza fisica che tenga, e certamente ne basterebbe uno per ridurmi in carne macinata. Perché proprio a me? E non ad un qualsiasi altro giovane mezzosangue, o ad un cane, un piccione, ma non a me. Io non vorrei essere qui, perché me ne fate anche una colpa? E non spezzatemi le dita, per favore; l’osso del collo, se volete, ma lasciate stare le mie mani. Fortunatamente non sembrano abbastanza brillanti da ricordare che sono una delle poche cose importanti per un pianista, mentre mi sbattono la testa contro un angolo del corridoio.
« muori, cane. » sento sibilare da una voce grossa, profonda, probabilmente di uno degli orsi più grossi del circo Riddle. Le tempie mi pulsano, probabilmente perché sto perdendo sangue anche da punti che neanche sapevo di avere; mi accascio sul pavimento nonappena mi lasciano libero, e fanno un passo indietro per ammirare la loro opera. Sono abbastanza devastato, eh?! La forza per dirlo ad alta voce non l’ho.
Mentre se ne vanno, socchiudo gli occhi; nel buio, è solo un riflesso di un istante a tradire uno dei membri dell’allegra brigata. Riconosco senza dubbio i bei tratti di Jasper Lewis, del mio anno, che ghigna mentre si ripulisce le dita con un fazzoletto. Fazzoletto di seta cucito a mano, probabilmente.
« picchiarmi .. proprio come fanno i babbani, eh? » sento una risatina sorgermi dal cuore, ma lo sforzo mi fa abbandonare la testa a terra. L’unica risposta è un calcio nelle costole, e poi sento i loro passi che si allontanano.
Credo che mi prenderò una pausa, prima di tentare di andare in infermeria.
"che lezioni hai oggi?" chiedo a Cassandra mangiucchiando un pezzo di croissant. Lei mi mostra il suo orario. Siamo in Sala Grande a fare colazione dopo almeno due settimane di latitanza. Devo dire che mi risultava proprio snervante dovermi dare alla macchia ogni volta che qualcuno guardava o me o Cassie in modo troppo interessato o curioso. E ho ricevuto con piacere la sorpresa che la mia nuova amica mi ha fatto stamattina dicendomi che le andava di scendere in Sala Grande a fare colazione. Guardo l'orario con un'aria piuttosto soddisfatta. Sembrava essere tutto perfetto quando...
"Hai riprovato quell'incantesimo?" mi dice Cassandra.
Mi giro ad osservarla con un misto di terrore e vergogna... Era un'incantesimo di trasfigurazione particolarmente difficile che non ero riuscita a eseguire in modo esaudiente (cosa che mi turbava visto che non avevo mai trovato difficoltà in nulla).
"Rah non succede nulla se non ti sei esercitata per un giorno!" dice lei e ride di gusto. "sei proprio buffa a volte lo sai?"
"è che quel dannato incantesimo lo sto provando da settimane... lo sai..." dico io arrossendo violentemente.
"Chiedi a Silente cosa ne pensa. Sicuramente ti darà una mano..." mi consiglia prendendo in mano il suo libro di trasfigurazione. "Io credo di non essere la persona adatta ad aiutarti"
"Non mi va..." dico sempre più preoccupata.
"Chiedi a qualche altro studente di aiutarti." risponde allora ironica. "Ti va più questo?"
"Cassie, ti prego, non puoi aiutarmi tu?".
"Mi dispiace ma non credo che ti sarei d'aiuto... ai G.U.F.O. non ho preso mica una E..." dice in tono un pò amaro "Ma credo di conoscere una persona che potrebbe fare al caso tuo."
"Cassie... lo sai!" non mi piace ammettere le mie debolezze... e chissà come Cassandra riesce sempre a farmele tirare fuori in tutta la loro realtà.
"No Rah... mi dispiace te l'ho già detto. Audrey farebbe un lavoro decisamente migliore rispetto a me." ribatte.
"Audrey? Audrey Salinger?" chiedo mentre nella mia memoria si disegna una cascata di riccioli biondi e un sorriso gentile.
"Si, esatto. Lei sarebbe sicuramente disponibile."
Io, Rah Ching Page, costretta a chiedere ripetizioni di Trasfigurazione. So di non essere perfetta e non ho mai avuto tale convinzione ma... mi sentivo avvilita! In ogni caso ho sentito parlare molto bene di Audrey e questo mi tranquillizza.
Entro in bibblioteca per cercare una lettura di difesa che mi aveva consigliato Cassie. Lei è ancora a lezione di Cura delle Creature magiche così rimango sola a guardare tra gli infiniti scaffali polverosi. Sorpasso con gli occhi un grosso trattato sulla difesa contro gli Avvicini (a mio parere osceno), e trovo finalmente il libro che mi interessava: "La difesa e i duelli". Mi avvio verso la scrivania che poco prima avevo visto libera ma invece la trovo occupata. Il mio stomaco fa un sobbalzo. Audrey Salinger stava seduta a studiare di fronte a me. "Bè" penso "Cosa posso fare se non aprofittare della situazione? è ora che mi sevgli un pò... Cassie ha ragione." raccolco tutto il coraggio di cui son capace e mi avvicino alla scrivania dove la ragazza dagli splendidi riccioli dorati sta studiando.
"Ehm... scusa." dico piano per attirare la sua attenzione. Lei alza gli occhi su di me e mi osserva con curiosità.
"Si, posso esserti d'aiuto?" mi dice tranquilla.
"Tu sei Audrey Salinger, giusto? Molto piacere, io sono Rah Ching Page." le porgo la mano che lei stringe tranquillamente.
"Piacere mio, Rah. Allora? Posso aiutarti in qualche modo?" mi ripete.
"Ho... Ho sentito dire che dai ripetizioni di Trasfigurazione..." butto lì arrossendo. Il suo viso si illumina di comprensione. "Volevo semplicemente chiederti se riesci a trovare un pò di tempo per aiutarmi." concludo poi.
"Capisco, penso di riuscire a trovare qualche ritaglio di tempo. Ti faccio sapere al più presto." dice lei sorridendo gentile.
"Molte grazie." le rispondo con imbarazzo. "Ci sentiamo presto." Ho appena finito di raccontare a Cassie del mio incontro con Audrey. Siamo in camera e lei ride divertita dalle mie avventure.
“Oggi ci hanno interrogate assieme, sai?” mi dice. “Ha eseguito un incanto Brillantarem veramente perfetto.”
Parliamo ancora del più e del meno e lei scherza, sempre più spesso. Penso che si stia riprendendo finalmente. E questo mi fa stare bene. Perché mentre lei esce pian piano dal dolore per la perdita della sua migliore amica, io esco da quella che era la mia prigione di ghiaccio. Una prigione che son riuscite a sciogliere solo le sue lacrime e il sorriso che finalmente c’è nelle sue labbra.
Per una anche io posso capire cosa voglia dire avere un’amica!
QUALCHE GIORNO FA.
Fisso Lumacorno, senza sbattere le palpebre. In realtà non muovo proprio niente, neppure respiro. I rintocchi della pendola barocca appesa alle sue spalle riempiono il silenzio teso che ha assorbito ogni parola. Lumacorno mi scruta come ad aspettare la mia reazione. Silenzio. Serro le dita attorno al mio compito di pozioni, una E, lo zucchero per indorare la pillola amara. Ora il foglio è orribilmente stropicciato, e nient'altro. Mi alzo, piano, senza smettere di guardarlo, con gli occhi appena socchiusi.
« Arrivederci.. » mormoro spostandomi verso la porta. Non risponde neppure; evidentemente si è servito di uno dei suoi intrugli per prendere la forza e l'incoscienza di convocarmi.
Il mio indice sfiora le pietre ruvide della parete dei sotterranei; entro in sala comune, gli occhi bassi. Non ha senso cercare sguardi, visto che l'unica persona che ho voglia di vedere si trova nella sua camera. Infatti, distinguo la figura di Catherine che mi aspetta sulla porta.
« Allora? » sussurra, come se non volesse turbare la pace di quest'uggioso pomeriggio scozzese.
« Ho bisogno di sedermi. » le rispondo, già sul punto di accasciarmi sul pavimento.
***
ora di cena. « Ehi, Violet. » riconosco la voce, ma è il tono ad essermi nuovo. Cerco con lo sguardo il viso di Lenore Swart, e lo trovo oltre il pollo arrosto. Non mi ha mai chiamata per nome, e c'è voluto del tempo anche perché smettesse di usare insulti - non credo che sia stata felice di vedersi fregare Ed da sotto il naso.
« Mi dispiace per tuo cugino..davvero. » fa un mezzo sorriso.
Rimane da capire come faccia a saperlo: l'unica a cui l'ho detto è Catherine, e quello che è successo .. Quello che è successo è che mio cugino Loch è stato preso. Alla fine del processo, andrà ad Azkaban. Dopo aver parlato con Lumacorno, mi sono chiusa in camera, dove non ho pianto affatto: mi si sono bloccate le emozioni. Mio cugino, il mio migliore amico, andrà ad Azkaban, e io non lo rivedrò mai più. Mai più.
Rialzo la testa in tempo per vedere Edward che chiacchiera ancora con Scarlett Lywelyn. Non ho parole.
19 FEBBRAIO.
Buon compleanno a me. Violet Traviston raggiunge oggi la maggiore età, incredibile a dirsi. Il mio desiderio per oggi è che Scarlett e Deirdre scompaiano nel nulla.
Socchiudo gli occhi, poi lentamente mi metto a sedere sul materasso. La stanza è ancora semibuia, ma vedo un pacco enorme posato ai piedi del mio letto, probabilmente da parte dei miei. Sorrido insensatamente, posando i piedi sulla pietra gelida.
« Buon Compleanno! » trilla Amber, scattando in piedi. Le nostre due deliziose compagne di stanza, grazie a dio, sono già sparite a nascondere le loro sembianze di arpie con chili di makeup. Comincio a rimpiangere Eveline Sanders: almeno lei era educata e gentile, e obbligava anche la Blackster ad esserlo.
« Grazie, Amber. » Mi vesto in fretta, e mi precipito in bagno a preparami. Dev'essere una giornata straordinaria, e basta. Non ammetto imperfezioni.
« Vi, auguri! » trilla un gruppetto di ragazze del quinto quando esco in corridoio, ma vengono subito superate da Cate, che mi abbraccia ancor prima di rivolgermi la parola.
« Auguri Auguri Auguri! » trilla, sbattendomi in mano un regalo avvolto in carta bluette.
« Grazie, Cate. Ti voglio bene. » scarto il pacchetto mentre saliamo le scale, e quasi cado giù quando vedo di cosa si tratta. « Non dovevi. » mugolo tenendo tra due dita uno specchio di piccole dimensioni,ma di cui conosco perfettamente le funzioni: è un avversaspecchio, ed è mio. Abbraccio Caterine, che dopo poco viene raggiunta da Quentin, il suo ragazzo.
E' il mio compleanno. Ho diciassette anni. Verso di noi avanza Riddle, seguito da Lenore ed altri del suo gruppetto.
« Buon compleanno, Traviston. » mi dice in tono vagamente derisorio, ma probabilmente è solo il suo tono abituale. Lenore mi saluta gentilmente con la mano, e sussurra la parola 'auguri'. Stiamo socializzando, che cosa carina.
Entriamo in Sala Grande. Sul tavolo di Serpeverde, al mio solito posto, è posato un pacchetto, ben visibile; in realtà mi auguravo che ci fosse Edward, ma di lui non una traccia. Mi siedo, continuando a rispondere agli auguri dei miei compagni. Osservo il pacchetto: è davvero piccolo, e ci metto poco a scartarlo. Dentro c'è un sassolino perlaceo, levigato, e un biglietto.
Al lago.
Riconosco la calligrafia di Edward. Stringo nel pugno il sasso che mi ha consegnato, mi alzo ed esco subito. Il tempo è grigio, ma la giornata mi sembra comunque splendida. Galoppo verso il lago, lasciando che le scarpe e l'orlo del mantello si macchino di fango.
« Finalmente. » sento la voce di Ed, e dopo poco lo vedo comparire da dietro un grosso albero. Sorride. Mi cinge i fianchi con delicatezza, e mi bacia, sollevandomi leggermente da terra. « Buon compleanno. » Sorrido, baciandolo di nuovo.
Mi stringe la mano, prendendo a camminare. « Ti ricordi? Al secondo, mi hai fatto cadere nel lago durante erbologia. E al primo .. » ride « ti ho aiutata a scendere dalla barca, il primo giorno. credo che sia stato in quel momento, che hai iniziato a piacermi. »
Sdraiato nel letto massaggio la spalla nuda della mia ragazza. Che strano, la mia ragazza. Io, Edward Norwood, che mai e poi mai avrei pensato di avere una ragazza, se non dopo la ventina.
Dopo l’incontro con Riddle non abbiamo più parlato di questo argomento, sono un po’ spaventato da quello che mi possa dire, ma non sembra averla presa male. Probabilmente se non le andava, mi avrebbe già arrangiato per bene, con il caratterino che ha. “Devo andare” le dico dandole un bacio sulla fronte per poi alzare e rivestirmi. Devo tornare dai miei amici. Ultimamente sembrano scocciati da questa situazione: io e Violet.
“Dai rimani ancora un po’” intima lei con voce sensuale, trattenendomi per una mano e spingendomi verso di lei. “Sai che lo farei volentieri ma.. non posso!” Abbassa lo sguardo scocciata. Questo non è un buon periodo, per niente. Da quando ho scoperto cosa è successo quella notte sono suscettibile più del solito. Naturalmente Violet se né resa conto ma, fortunatamente, non fa domande. I miei migliori amici cercano di consolarmi e di aiutarmi nelle ricerche del simbolo, ma non vanno affatto bene. Perfino Lumacorno non è riuscito a dirmi niente e neanche i libri in biblioteca, sezione proibita e non.
Raggiungo Jasper in sala comune dove è alle prese con il tema di pozioni che fortunatamente io ho già finito. “Hey ma sei proprio una lumaca!” scherzo io, gli ho dato quel tema all’incirca tre ore fa ed è ancora a scriverlo. Chissà che si è messo a fare mentre io non c’ero. “Impegni superiori mi hanno richiamato e sai com’è, non si può resistere!” rido di gusto, lo sapevo. Lo aiuto a finire qualcosa, in modo da poter abbandonare al più presto lo studio per lanciarci in cose ben più rilassanti e divertenti. “Hey ma poi hai visto? Quelle cretine delle tassorosso? Fanno tanto le vittime, le poverine con le lacrime: ipocrite! Mezza di loro conoscevano Ida solo per l’immagine poco non-notabile! Certe persone proprio non le capisco. Inutili le tasse, così come la loro casata!” parlo animatamente con il mio migliore amico del comportamento degli alunni di questa scuola: stupidi, falsi, inutili. Sono veramente pochi quelli degni del mio interesse. Sono veramente pochi quelli che dovrebbero appartenere al mondo magico.
A interrompere questa conversazione di un certo livello arriva un volto molto, molto gradevole ma inaspettato. Il volto di: Scarlett Lywelyn. La bella bambolina durmastranghiana con cui ho passato un ottimo capodanno. Amica di famiglia da tempo, sempre stata una bella ragazza, ma quest’anno si è fatta notare in modo particolare. Un tempo era più bambina: la dolce, piccola, tenera Scarlett. Che poi tenera e dolce, mica tanto! Se dice di sputar veleno e di raggiungere un obiettivo, stai tranquillo che ci arriva. E’ un po’ il “Principe di Durmastrang”. All’attacco caro Edward, quello è un bocconcino che fa per te. “Ci si ritrova”-saluto Edward e Jasper baciando le guance e siedo, poggiando i libri. Scambiamo qualche parola e niente più sul tema di pozioni che Jasp ha appena finito e messo via. Edward ascolta, intromettendosi qualche volta, a tratti scocciato. Con la faccia di uno che, chiaramente, pensa ad altro.
Non ci faccio troppo caso, salvo guardarlo qualche volta durante la discussione, cercando di coinvolgerlo, e lo stesso sembra fare Jasper, che sento quasi avvilito da questo silenzio pesante che a volte cala fra loro due. Poi qualcosa attira la mia attenzione, il viso di Edward rivolto verso un disegno abbozzato su un foglio di carta bianca, leggermente stropicciata, probabilmente passato di mano in mano diverse volte, viste le impronte annerite dovute al troppo ripassare sul tratto della matita. Nonostante il disegno sia di qualità senza dubbio poco artistica, sono evidenti i suoi elementi. Una spada, un dragone, i tratti di una scrittura antica,forse incomprensibile per loro ma non per me, che in Irlanda ci sono nata e cresciuta. “ Conosci i Gaeltacht?”- chiedo,rivolta a Norwood. Lui cade dalle nuvole,scostando la mano con la quale si teneva il viso. “ come?” –domanda, assente. “ la casata dei Gaeltacht.”- ribadisco, ancora. Lui mi guarda,stranito. Forse sorpreso. Comunque con la tipica aria di chi non sta capendo nulla. Poi indico il disegno,poggiando un dito sulla carta. “ questo qui, è il simbolo della casata dei Gaeltacht”- dico, tranquilla.
E lui sgrana gli occhi, incredulo quasi. Temo di aver sbagliato, ma poi giustamente penso che sia lui ad avere qualcosa che non va, data la convinzione con la quale affermo la mia tesi. “ cosa…è…questo?” – il suo tono di voce è nervoso. Anche l’attenzione di Jasper si è focalizzata su di me. E la cosa non mi è chiara. Mantengo la calma necessaria, prendo il foglio e lo guardo bene. Porgo la mano “ mi daresti la matita per piacere?”- Edward la ripone fra le mie dita, prendo un foglio di carta sicuramente meno imbrattato di quello e comincio a disegnare, a memoria, il simbolo della casata, completo di dettagli. Poi lo mostro. “ questo qui.” – e sembra impazzire nel momento in cui i suoi occhi ne saggiano i contorni, lo strappa letteralmente via dalle mie mani, per fissarlo ancora. Uno sguardo poco chiaro, simile alla lucida follia quello che, in seguito, rivolge a me. Jasper che cerca, invano, di calmarlo. “ dimmi cosa sai, Scarlett. Dimmelo!” – alza leggermente la voce, sembra sconvolto. La cosa comincia a preoccuparmi. Guardo Jasper. “ andiamo in camera mia, Edward. Tu non stai bene, e lì ti dirò quello che so. Se ti fa tanto piacere.”- mi alzo, Jasper e Edward dietro me diretti in stanza.
Fortunatamente solo Deirdre è presente, e la cosa…almeno per me…non è un problema. Chiudo la porta, Edward è ancora di un pallore cadaverico. Mi esorta, prendendomi le spalle, guardandomi come un ossesso. “avanti,dimmelo.”- stavolta mi sto innervosendo io. Comincio. “ora tu ti calmi”- categorica- “ altrimenti la sola cosa che ottieni è un ceffone tale da farti girare per due settimane di fila.”- una smorfia simile ad un broncio quando lui molla la presa,scusandosi.
Sistemo la maglia,per poi sedermi. Sfilo il foglio,ormai accartocciato dalle sue mani e lo apro. “ questo qui è il simbolo di una casata di maghi antichissima, nata agli albori dell’ottocento,in Irlanda. Le sue sedi sono dislocate in più o meno in cinque o sei zone dell’Isola irlandese. Gaeltacht, in realtà, è una parola gaelica che identifica le zone in cui ancora si parla con l’antico idioma come lingua corrente. Ma allora, visto che le loro collocazioni, è diventato il nome vero e proprio di questa specie di setta.” – cerco di essere più chiara possibile. E tutti sembrano seguire il mio discorso. Edward è quello,però , che sembra seguire con un’ attenzione diversa. Mi fissa intensamente, chiedendo quasi fosse una supplica, in quel momento: “ se tu, conosci qualcos’ altro io devo saperlo.”- la sua voce è sempre dai toni vellutati, ma trema. Sintomo di ansia. Mi fa tenerezza, devo dire la verità. Escludendo quell’ aspetto da gran stronzo che si porta dietro, mi ero quasi dimenticata del fatto che, in fondo, anche lui è un essere umano. Sospiro, per poi rispondere. “ so molto altro, in verità. Ma prima voglio farti una domanda.”- lo guardo.
Lui annuisce. “ perché vuoi saperlo.”- in effetti la mia, più che una domanda, è una precisa richiesta. O me lo dice, o me lo dice. Scarlett conosce quel simbolo. Scarlett conosce quel simbolo. La guardo mentre ridisegna perfettamente il simbolo. Proprio lui, uguale identifico alla spilla che quell’uomo portava sul mantello.
Pretendo di sapere quello che sa. Voglio saperlo, deve dirmelo. Non mi faccio scrupoli e sembro quasi disperato, voglioso di sapere, assatanato quando le chiedo, o meglio le ordino, di parlarmi di quel simbolo. Ma lei non è tipo da farsi mettere i piedi in testa. Lei è come me, come noi. Cerco di riprendermi, di mettere una frase carina a quello che gli avevo spiattellato prima cercando così di rimediare.
La ragazza inizia a spiegare di una famiglia di maghi antica, molto antica, gaelica. Una delle più importanti dell’Irlanda. La ascolto affascinato dal suono di quelle parole. Finalmente qualcuno che riesca a dirmi qualcosa, finalmente qualcuno che sa. E’ stata come un soffio di aria fresca in una giornata piena d’afa. E’ arrivata portando con sé bellezza e sapienza, proprio quello che ci voleva. Certe volte le cose, non sono lasciate al caso, o almeno in questo caso, non sembra.
I miei pensieri si bloccano quando arriva la domanda che inizialmente temevo, ma alla quale poi non ho più dato peso: “Perché lo vuoi sapere” che poi, dire domanda è dire troppo. La sua voce suona quasi imperativa: se me lo dici, io continuo a parlare; sennò arrangiati.
Non so cosa risponderle, nonostante sia una Lywelyn, non so cosa fare. Amica di famiglia, di vecchia data, non ci sono mai stati problemi con loro, anzi. Ma qualcosa mi impedisce di parlare. L’uniche persone che sanno quello che sto passando sono Jasper e Deirdre, quest’ultima ne è quasi all’oscuro, sa soltanto qualche accenno. Cosa fare?! “Bhè.. perché l’ho trovato su di un libro e mi ha fatto un effetto strano.” Mi guarda alzando un sopracciglio. Non ci ha creduto, chiaro. Ti pare che adesso, uno come me, Edward Norwood, si perda dietro ad un simbolo che gli è già parso di vedere? E poi con così tanto interesse? Che cretino. “adesso se non vi spiace mi congedo. Ho bisogno di dormire, sono stanco.” Saluto le due ragazze con un bacio sulla guancia e mi avvio con Jasper nel dormitorio, dove parliamo della situazione.
Le cinque di mattina. Un altro incubo. Jasper mi fissa preoccupato. “Edward non puoi andare avanti così! Questa cosa ti sta distruggendo!”
“Jasper io devo sapere, io devo sapere per forza!” “allora rischia” già, forse è l’unica cosa da poter fare. Dire la verità a Scarlett e poi si starà a vedere. La notte porta consiglio un corno. Mi sono addormentata con fatica. Ho cercato di riorganizzare i pensieri, canalizzandoli verso il relax completo, inutilmente. Che Norwood mi abbia mentito non esiste dubbio alcuno.
Le sento, le bugie. E sono stanca di cercare di capire cosa mai possa avere. Mi volto, rivolgendo le spalle al buio, guardando oltre la finestra mentre l’incoscienza si impossessa di me, lasciandomi scivolare nell’ oblio del sonno, relegandomi nell ‘ Erebo.
Ma si sa, nemmeno nel sonno certe cose ti lasciano in pace. Una voce, flautata ma al tempo stesso quasi reale fra le pieghe della mia mente: “ Scarlett…Scarlett..”- chiama, in lontananza. Non la riconosco. Mi avvicino a quella figura poco chiara che si staglia nel bianco di quello che, credo in un primo momento, sia un sogno vigile. E poi lo riconosco. Edward Norwood.
Non ho il tempo di parlare che lui già mi ferma, le sue dita sono consistenti sulle labbra quando mi dice “ sala comune, è importante. Scendi ti prego.”- si blocca un attimo. Tutto si offusca.
Riapro gli occhi. “ora”- una voce perentoria, che riesco a percepire solo io. Nessun sogno.
Scendo dal letto,indosso il jeans ed una felpa non troppo lunga, le scarpe da tennis facendo pianissimo. Mi dirigo velocemente in sala comune dove, senza alcuna sorpresa, lo trovo.
Richiamo la sua attenzione, sulla soglia. Tossisco appena, lui si volta. Incrocio le braccia sul petto, fissandolo: “disturbiamo anche nei sogni, ora?” il mio non è un rimprovero, quanto un modo come un altro per raffreddare la situazione che sembra di ghiaccio completo. Tagliente e spinosa. “ mi spiace, ma devo parlarti assolutamente. E devo farlo adesso.” non sembra dispiaciuto. Chiaramente non ha capito il doppio senso della mia frase, mi avvicino sedendo sul divano. “ti ascolto” dico, tranquilla, portando le gambe incrociate sul cuscino, vista la totale assenza di gente attorno. Anche lui si mette comodo, sporgendosi però verso di me. Cominciando a parlare lentamente, a bassa voce. “ ti ho mentito” dice. “Lo so bene” rispondo subito. “Ti ho mentito per un motivo…importante, Scarlett.” parla, fissandomi. Faccio cenno di continuare, senza forzarlo. “Quando ero piccolo… ho assistito all’uccisione di mio padre… e… la persona che lo ha ammazzato… aveva… questo.” tira fuori dalla tasca il disegno che io ho fatto sul simbolo dei Gaeltacht.
Non so cosa dire, attimo di silenzio. “ io devo sapere Scarlett. Io devo riuscire a sapere qualcosa in più su questa setta, qualcosa in più su quello che sono, e qualcosa in più sul perché hanno ucciso mio padre.” e mentre continua a spiegarmi, sento nella sua voce una voglia di vendetta che affascina ma distrugge, cerco di leggere nei suoi occhi profondi dalle iridi cerchiate di rosso per la stanchezza qualcosa, che vada al di là della coltre comune che rilascia. Mi ha confidato qualcosa che lo fa star male. E’ la prima volta che sento la sua voce tremare di rabbia. Sospiro, attirando ancora una volta su di me il suo sguardo. “io..” comincio. Poi sento dei rumori, vicini alla porta. Mi viene in mente un’ idea. Mi avvicino a lui, poggiando amichevolmente (oserei dire) una mano sulla sua spalla. “ ti prometto…che cercherò di sapere dell’altro."
Chiudo gli occhi, abbandonandomi alla melodia che Eugene sta canticchiando sotto voce, volando leggero tra note, toni e ottave con la stessa facilità con cui io mi destreggio con le Creature Magiche. Mi allungo pigramente sul letto, incrociando le dita dietro la nuca e chiudendo gli occhi, la mente sgombra da ogni pensiero che non riguardo la voce del mio amico, che tiene il tempo battendo delicatamente la punta di un piede a terra.
"Eugene" lo interrompo appena, nel bel mezzo di un vocalizzo particolarmente delicato "Cosa stai cantando?"
Lui sbuffa, stizzito, aggrottando la fronte.
"Cosa stavo cantando" puntualizza con qualche briciola di irritazione per l'interruzione indesiderata "Un salmo di Mendelssohn" aggiunge dopo qualche attimo, gli occhi azzurri illuminati da una luce calda "Oh, vorrei tu potessi sentire com'è cantato dal coro della London's Academy of Music!" sospira appena, scuotendo il capo. Mi sollevo a sedere, abbozzando un sorriso.
"I tuoi sono ancora contrari?" domando con delicatezza. Lui annuisce, con aria grave.
"Più contrari che mai.." borbotta, dirignando i denti.
"Se ti impegno ancora un po', posso sentirli scricchiolare" commento leggero, senza tormentare troppo il mio amico. Poso i piedi a terra, stiracchiandomi pigramente "Hai fame?" aggiungo dopo qualche attimo. Lui scuote il capo, impegnato nella ricerca di chissà quale spartito e mi saluta con un cenno svogliato della mano.
Artisti. Il giorno in cui riuscirò a capire come facciano a sopravvivere senza mangiare, sarà un gran giorno.
Inspiro a fondo, mentre scivolo silenzioso nei corridoi della scuola. Chiazze di luce oro sporco illuminano le pareti e i pavimenti, interrotte solamente dalle ombre degli studenti che si attardano in chiacchiere e risatine. Sorpasso un gruppetto di Grifondoro del quarto, che si abbandonano ad un coretto di sospiri sognanti, e svolto a destra, andando ad attraversare -involontariamente- il fantasma della Dama Grigia.
Lei mi guarda, con un'espressione a metà tra l'infastidito e il sorpreso mentre mi irrigidisco come se una cascata di acqua gelida mi fosse piovuta addosso.
"Scusami" mormora con la sua voce sottile, gentile "Non ti avevo visto"
"Tutto a posto" mormoro cercando di non battere troppo vistosamente i denti "Non fa nulla"
Lo spettro sorride, un alone argenteo che si libra leggero a mezz'aria nel corridoio deserto.
"Vorrei che tutti gli studenti fossero educati come te" sospira, scuotendo l'impalpabile chioma "Ultimamente ci sono troppi ragazzi convinti di essere di padroni di questo Castello" stringe le labbra in una linea stretta, il disappunto e lo sdegno impregnano le sue parole.
"Beh, gli arroganti e i presuntuosi non sono figli solo di questo secolo" osservo, incrociando le braccia al petto. Mi riserva una lunga e penetrante occhiata, prima di annuire vagamente compiaciuta.
"Parli bene per essere così giovane" abbozza un ghigno, sporgendosi appena verso di me "E' un peccato che tu non sia finito a Corvonero"
Scrollo le spalle, a mo' di scusa.
"Si vede che il Cappello riteneva la mia buona parlantina un motivo sufficiente per finire nella sua Casata"
Lei inclina il capo, senza dire nulla, per riprendere a fluttuare lungo il corridoio, lasciandomi solo con l'allegro scoppiettare di una fiaccola appesa alla parete di pietra. La seguo fino a vederlo sparire oltre una parete, prima di riprendere il mio solitario pellegrinaggio verso le cucine. Fischietto il motivetto che Eugene intonava in camera, affondando le mani nelle tasche dei pantaloni e il mento nella pesante sciarpa di lana, regalo di Natale di non ricordo più che prozia. Svolto un ennesimo angolo, scendo una rampa di scale, quando all'improvviso un coretto di voci si leva davanti a me. Sono tre figure, due alte e secche e una piccola e tutta piegata su se stessa.
"Cosa ti avevamo detto?" sibila una voce a me orrendamente familiare. Vediamo se riesco ad indovinare il degno compare: mi avvicino di qualche passo, sfiorando con la punta delle dita la bacchetta.
"Rispondi, lurido cane"
Bingo! Edward Norwood e Jasper Lewis. La terza sagoma, probabilmente un qualche sforunato mezzosangue del primo o secondo anno, sta vistosamente tirando su con il naso. Non è che muoia dalla voglia di andar di nuovo contro quei due, tanto più che sono solo, ma ci sono cose che non posso tollerare. La violenza gratuita si piazza poco via che in cima alla mia graduatoria.
"Buona sera" esordisco, uscendo nella luce calda delle fiamme. Il trio sobbalza appena, tre paia di occhi saettano simultaneamente verso di me. L'odio, la rabbia e la muta richiesta di un ragazzino che, ahimè, conosco. Thomas Hudson, primo anno. Tassorosso.
"Thomas" pacato, mi avvicino senza batter ciglio "La professoressa Bonnet vuole parlarti, puoi venire con me?"
"Hunnam, abbiamo da fare" sibila Edward, senza lasciar andar il colletto della camicia di Hudson, che trema e sembra sul punto di scoppiare a piangere. Diamine, è un ragazzino d'oro. Con il viso ancora paffuto di chi è metà tra l'infanzia e l'adolescenza. Eppure sua madre è babbana. E per questo viene picchiato. Come se uno scegliesse la famiglia in cui nascere o il sangue nelle vene. Con la coda dell'occhio scorgo Jasper agitarsi nell'ombra, pronto a scattare, i muscoli tesi come corde di violino. Eugene sarebbe capace di tirarci fuori una sinfonia, se non rischiasse di venir ucciso per il semplice fatto di respirare troppo vicino a loro.
"Oh, lo vedo" sorrido appena "Sono sicuro che il professor Dippet apprezzerà molto il modo in cui vi offrite di riaccompagnare nei dormitori i ragazzi più piccoli"
"Vattene, Carlisle" gli fa eco Lewis, gli occhi verdissimi che brillano nell'ombra. Il mio sorriso si allarga, mentre allungo una mano verso il mio compagno di casa.
"Di questo non devi preoccuparti, non ho intenzione di rimanere un secondo di più. Ce ne andiamo subito"
"Noi, lui rimane. Deve portare a termine il suo compito" ringhia Norwood.
"Che compito? Andare nelle cucine a prendere del cibo per i Principi di Serpeverde, troppo regali per entrare nel regno di creature ignobili come gli elfi domestici?" la mia voce si fa fredda e dura, una lama per tagliare la tensione accumulatasi "Se lo sapessero poi i vostri degni compari che avete addirittura rivolto la parola a qualcuno che non solo è di stirpe pura come l'oro zecchino, ma non è neppure umano..." roteo gli occhi, con aria platealmente drammatica "Che affronto! Che vergogna!"
"Hunnam!" tuona Lewis, facendo il madornale errore di sollevare la bacchetta.
"Cosa, Lewis? Cosa vuoi fare?" gli regalo un sorriso smagliante "Vuoi cacciarti nei guai? Schiantarmi? Schiantarci entrambi?" Thomas ha un gemito di puro terrore, ma non si azzarda a fiatare. Meglio per lui, in effetti.
"Jasper, basta" Edward interviene, posando una mano sul braccio dell'amico.
"Norwood, non preoccuparti, sono sicuro che il tuo amichetto sa perfettamente che non è nella posizione di fare qualcosa di estremamente stupido come torcere un capello a me o al mio amico" miagolo sornione, approfittandone per recuperare Hudson e tirarmelo accanto "E' stata una così bella giornata, perché rovinarla per una sciocchezza del genere? Buona serata, signori" chino appena il capo, senza riuscire a smettere di ghignare, e mi volto, affrettandomi a girare l'angolo da cui sono spuntato con uno spaventatissimo e piccolissimo Tassorosso al mio fianco.
Lo riporto dritto filato nella Sala Comune, lo faccie sedere su una poltroncino e mi accoccolo davanti a lui, ancora pallido da far paura e tremante.
"Accio cioccorane" mormoro agitando la bacchetta in aria. Immediatamente, precedute da un leggero sibilo, tre cioccorane volano nella mia mano aperta mentre afferro una coperta dimenticata in un angolo e la butto sulle spalle del ragazzino. Aspetto che mangi un po' di cioccolata e che il suo colorito ritorni più umano, cercando di ignorare i gridolino che si levano dall'angolino del Fan-club e concentrandomi sulla voce di Eugene che, pur esserdosi chiuso in camera, sta ancora provando quel pezzo di non ricordo più chi. Hudson abbozza un sorriso grato, senza neppure immaginare che è ben lontano dall'essere libero di andarsene prima di aver sciolto i miei dubbi.
"Adesso, Thomas" esordisco con calma, intrecciando le dita e posandovi sopra il mento "Raccontami per filo e per segno cosa è successo prima che arrivassi io."
Il profumo di Jillian annebbia i miei pensieri, mentre saliamo l'ennesima rampa di scale per arrivare alla torre dei Corvonero. La prima riunione del club è appena finita e, miracolosamente, ha acconsentito a farsi accompagnare al suo dormitorio senza troppe storie. Al mio fianco, continua a camminare senza fretta, gradino dopo gradino, tenendo le mani nascoste nelle maniche del maglioncino verde mela che indossa, troppo leggero per il freddo che fa. Attorno al collo, una sciarpa nera tiene prigionieri i capelli biondi e nasconde la bocca, ovattando le sue parole: Eugene può prendermi in giro quanto vuole, ma è bella da far male. Sospiro, forse più forte del dovuto, attirandomi un'occhiata verde smeraldo incuriosita.
"Nulla" mi affretto a dire, passandomi una mano tra i capelli "Pensavo"
"Pensi spesso?" domanda lei, trattenendo un mezzo sorriso.
"Ed è un male?" ribatto, cauto, salutando con un cenno un Grifondoro del settimo che ogni tanto mi da qualche dritta in Astrologia e che percorre il corridoio di corsa, probabilmente diretto alla riunione del club. Jillian scrolla le spalle, voltandosi a guardarmi.
"Dipende da quello che pensi" ribatte, arrossendo furiosamente. E' adorabile. Come è possibile che una creaturina come lei si possa perdere dietro un individuo come Jasper Lewis? Distolgo lo sguardo, dandole tempo di ritornare ad un colorito che non sia quello di un peperone, e mi fermo davanti ad una finestra che da sul parco, illuminato dalla fredda luce delle stelle e della luna. La Corvonero fa altrettando, posando le braccia incrociate sul davanzale di fredda pietra grigia, così vicina al punto che posso sentire il suo calore scivolare al suo braccio al mio. Il silenzio scende ad abbracciarci, coccolandoci con il suono dei nostri respiro che presto iniziano ad appannare il vetro. Il momento è talmente prezioso da farmi temere che, se parlassi, si spezzerebbe in tanti piccoli frammenti luccicanti come polvere di fata. Ma le occasione sono fatte per essere colte, non per essere sprecate: inspiro a fondo, facendomi coraggio.
"Jillian" mi sento dire. I suoi enormi occhi verdi scivolano nei miei, in attesa. Le parole mi scivolano via di mente, tutto il bel discorso che avrei voluto fare viene cancellato bruscamente. Come è possibile che un paio di occhi possano fare questo effetto? "Se provassi a baciarti scapperesti di nuovo?" le domando, senza lasciare che fuggano via dai miei. Si sgranano appena, mentre le labbra si schiudono per la sorpresa e le guance si imporporano appena. Rivolgo una preghiera a tutte le divinità pagane e non che mi vengono in mente, chiedendo che non reagisco girando sui tacchi e correndo via. Li chiude, si concede un profondo respiro.
"Se ti dicessi che non.." il rossore si fa più intenso, mentre pronuncia quelle parole "...che non.." si mordicchia le labbra.
"Se mi dicessi che non...?" la sprono a parlare, mentre una spada di Damocle in bilico sopra il mio cuore si abbassa pericolosamente.
"...che non ho mai.." s'interrompe di nuovo. E' talmente rossa che ho paura possa evaporare da un momento all'altro. Cosa mai può essere che la mette così in imbarazzo?
"Jillian non è necessario che tu.."
"...che non ho mai baciato un ragazzo?" mi interrompe, raggiungendo il culmine del rossore.
"Scusa come hai detto?" le chiedo, incredulo. Forse ho capito male.
"Se ti dicessi che non ho mai baciato un ragazzo. Baciato veramente, dico" ripete, cercando di controllarsi. Solo adesso mi accorgo che le sue dita, intrecciate tra loro, si stanno tormentando senza sosta.
"Ma Jasper..." chiedo automaticamente, senza potermi fermare. Jillian si irrigidisce appena, prima di rispondere.
"Io non l'ho baciato. E' lui che ha baciato me. E mi ha fatto pure male, se è per questo. Non lo considero un vero bacio, era un capriccio suo personale. Probabilmente, se fosse dipeso da me, non lo avrei mai baciato, c'era qualcosa in lui che.." si blocca, guardandomi fisso negli occhi "In ogni caso. Se ti dicessi che non ho mai baciato un ragazzo, tu vorresti baciami lo stesso?" mi chiede quasi a fatica, pronunciando lentamente ogni singola parola, come se stesse lottando con qualcosa dentro di se. Forse non è nata, forse è uscita direttamente da un libro di leggende scozzesi. Gli essermi umani non sanno suscitare tanta tenerezza nelle persone.
"Se non fosse che in questo momento mi sto pentendo come non mai non aver schiantato Lewis, l'altro giorno, credimi che l'avrei già fatto, prima ancora che tu finissi di parlare"
Allungo le braccia, posando le mani sul davanzale e intrappolandola tra me e la finestra e lei simultaneamente alza lo sguardo per compensare la differenza di statura. Per la prima volta in assoluto, il pensiero di scappare non la sfiora minimamente, lo sento. Eppure non vorrei spaventarla. Già baciare Lewis deve essere di per se un'esperienza terrificante, senza contare che io, quando mi sono trovato nella condizione di dover baciare per la prima volta una ragazza, ero sul punto di svenire per la paura.
"Se non vuoi, però.." sussurro, avvicinandomi appena. Il suo profumo mi investe, una calda marea che sale man mano che la distanza tra noi dimuisce. Sento le sue mani posarsi sui miei avambracci, le dita gelide si stringono delicate sulle maniche del mio maglione. Non dice nulla, continua a guardarmi. Ci siamo. Ci siamo, ci siamo, ci siamo.
Il suo respiro mi sfiora il viso tante è vicina, i suoi occhi si chiudono e si appoggia appena a me. Se possibile, ho più paura di lei.
"Hunnam!"
Non-è-possibile. Non è assolutamente possibile, devo aver sentito male.
"Ehi, Carlisle!"
E invece no. Ma si può essere così sfortunati?
La voce gioviale e allegra di Michael Parker non lascia dubbi a riguardo: io e Jillian non ci baceremo, non oggi. Mi scosto, nascondendola dietro di me e dandole il tempo di riprendersi, conoscendola sarà di nuovo rossa come un pomodoro.
"Micheal" sorrido al capitano di Corvonero, troppo demoralizzato per arrabbiarmi "Ciao"
"Ciao!" s'interrompe sorpreso, prima che un enorme sorriso gli faccia capolino sul viso allo spuntare di Jillian al mio fianco "Oh, Jill! Ciao, non ti avevo vista. Che ci fai in giro a quest'ora?"
Lei fa per parlare, ma la precedo.
"L'ho trovata in biblioteca dieci minuti fa e l'ho costretta a chiudere i libri. La sto accompagnando alla Torre" spiego, abbozzando un sorriso. Solo il cielo sa quanto vorrei che la scuola lo avessi inghiottito prima che aprisse bocca, dannato Corvonero dei miei stivali!
"Jill, finirà che ti ammalerai se studi così tanto" osserva lui preoccupato, aggrottando la fronte "Ancora Aritmanzia?"
Lei annuisce, riprendendosi in fretta.
"Si, per quanto Audrey sia brava con me ci vuole un miracolo"
Il biondo scoppia a ridere, gli occhi blu che brillano.
"Beh, non è sicuramente dormendo in classe perché fai le ore piccole la notte che entrerai nelle grazie di Nolasco" sorride "E lo stesso potrei dirlo a te, Carlisle. E' tardi, dovreste essere tutti e due a nanna da un pezzo."
Perché tu no?
"Si, hai ragione" annuisco "Riaccompagno Jillian e poi vado"
"Oh, ma non occorre che attraversi il castello per nulla" esclama "La scorto io, tanto andiamo dalla stessa parte" si offre gentilmente. Guardo Jillian, senza capire se sia affranta o meno dall'eventualità di tornare con Parker.
"Micheal ha ragione, è tardi" mormora pacata, rivolgendomi un sorriso. Tentenna un attimo, mentre il biondo mi saluta con una pacca sulla spalla e la precede di qualche passo. Fulminea, senza che me ne renda conto, si alza in punta di piedi e mi posa un bacio sulla guancia.
"Tanto noi ci vediamo domani" aggiunge con un soffio, prima di correre via, agitando una mano.
"Buona notte Carlisle!" mi saluta, prima di voltare l'angolo e sparire alla mia vita.
Tanto noi ci vediamo domani. Mai sentite cinque parole così belle in tutta la mia vita: sono sicuro che renderanno sopportabili tutte le prese in giro che Eugene mi riverserà addosso, quando gli avrò raccontato cosa è successo.
Non mi ricordavo che la scuola fosse cosi` impegnativa. Ogni giorno compiti su compiti su compiti, al minimo ci metto tre/quattro ore al finire il tutto, e quando ho effettivamente finito ho appena la forza di scendere a mangiare qualcosa e ritornare su, magari restare un paio di minuti nella Sala Comune. Susan mi ha detto che poi mi abituero`, imparero` a scopiazzare i compiti di qua in la` e a studiare il minimo indispensabile, giusto per prendere la sufficienza. Dovro` riprendere la mia vecchia routine. Prima ero brava a fare certe cose.
Sono proprio impegnata a studiare, leggiucchiando dal libro di Incantesimi, quando mi alzo e guardo fuori dalla finestra. La giornata e` grigia, buia, fuori impazzando nuvoloni scuri e minaccianti. Piovera`. Non aiuta certo a migliorare il mio umore, che gia` e` sotto zero a causa del volumone che mi attende sulla scrivania. Improvvisamente mi sento un peso opprimente che spinge contro il cuore, un senso di tristezza mi invade. Penso alla mamma, che ormai deve vivere da sola nella casa in Michigan, penso a Ida. E non riesco a controllarmi. Esco dalla stanza sbattendo la porta, scendo rapidamente le scale e piombo nella Sala Comune. Con un’occhiata ispeziono la stanza, fino a trovare l’uomo che stavo cercando. E` seduto non lontano dal divanetto vicino al camino, dove sono sedute tre ragazzine del primo anno, il cui unico scopo nella vita e` esaminare ogni minimo dettaglio della vita del ragazzo, ammirarlo e sospirare dietro al suo bel faccino. Il ragazzo in questione e` Carlisle. Mi avvicino e non faccio in tempo a tossicchiare o a picchiettargli la spalla che lui si gira. Gli rivolgo uno dei miei migliori sorrisi.
“Ciao Carlisle”
“Ciao”. Non so come esprimere tutte quelle emozioni che mi fremono dentro, non so come tirarle fuori, raccontarle in una sola frase. Lui mi sorride, vuole certo rendermi piu` a mio agio.
“Dimmi. Posso esserti utile?” Chiude il libro di Trasfigurazione che teneva aperto sulle ginocchia, concentrandosi solo su di me.
"Si, ecco.. si è poi saputo qualcosa su.. sulla morte di.. di Ida?" chiedo con un filo di voce. Non sapevo a chi rivolgermi veramente, a Beth l’avro chiesto gia` una decina di volte, e non conosco nessun altro Tassorosso che potrebbe sapere qualcosa di rilevante sull’argomento, se non Carlisle.
"Mi spiace, non so cosa dirti. Brancolano tutti nel buio" risponde lui con lo stesso tono pacato con il quale ho porso lo domanda.
“Ah be` si insomma... be`... Grazie” mi risulta difficile salutarlo, e in un miscuglio di parole lo lascio la` sulla poltrona, mentre io risalgo in camera, sempre con quel peso sul cuore.
Mancano pochi minuti al suono della campanella, io e i miei compagni non stiamo un attimo zitti, ci muoviamo nelle sedie e controlliamo che tutto sia nei nostri zaini, per scappare al primo squillo della fine dell’ora. La Bonnet pero` ci rovina tutto.
“Non credete di scappare cosi` facilmente, dovrete pulire tutto questo disordine prima di uscire dalla serra. Giusto l’altro giorno un gruppetto poco simpatico di Serpeverdi e` scappato a gambe levate lasciando il casino piu` indescrivibile dietro, ho dovuto ripulire tutto io” dice la Bonnet con le mani sui fianchi. Ho gia` un’idea a chi si riferisce quando dice “gruppetto di Serpeverdi”. Cosi` siamo costrette a trasportare le piante da una serra all’altra, e fidatevi, non erano leggere! Sono all’ultima pianta e la poso con un grande sospiro liberatorio per terra nella seconda serra, in quel momento mi accorgo di una figura accanto a me. Mi giro e per una frazione di secondo osservo la ragazza vicino, la vedo da dietro, una ragazza fragile e piccolina, molto magra. Poi si gira e riconosco Rah, e i suoi bellissimi occhi a mandorla si posano su di me per un attimo. Mi giro velocemente verso Susan.
“Non vedo l’ora di farmi una doccia!” grido.
“Comincia a fare fila, ci sono prima io!” grida lei. Ridiamo entrambe e ci avviamo verso l’uscita della serra.
Mezz’ora dopo
Io e Susan siamo sedute alla fine di una tavolata dei Tassi, gustando le alette di pollo all’americana che gli elfi hanno preparato. Io che sono americana posso dire che hanno fatto un’eccellente lavoro. E io per il cibo ho dei gusti particolari, quindi gli elfi dovrebbero essere immensamente felici. Penso che passero` dopo dalle cucine a complimentarli, dopotutto sono vicino alla dimora dei Tassi!
Lory ancora non e` arrivata, oggi ha un lungo allenamento di Quidditch, e stara` sul campo fino a tardi. Infatti non so se fara` in tempo a prendere qualcosa da mangiare prima che suoni la campanella. Non riesco manco a completare questo pensiero che la vedo entrare, accanto a lei cammina una ragazza della nostra casa, non la conosco bene, infatti non sono sicura del suo anno. E` del sesto o del settimo?
“Ma quella non e` l’amica di Ida? Sai quella che girava sempre con lei!” mi sussurra Susan all’orecchio.
Problema risolto, adesso so in che anno sta, e` del sesto. E adesso che Susan me l’ha fatto notare, ricordo con chiarezza la sua figura, sempre presente accanto a Ida. Lory si avvicina e rimango un po` sconcertata dal fatto che Cassandra la segue, sedendosi accanto a noi. Strano, insomma e` normale fare un pezzo di strada insieme dopo l’allenamento, ma portarla al nostro tavolo!
“Ragazze questa e` Cassandra, sapete e` in squadra con me no? Cercatore”
“Ma certo...Cassandra ciao” la saluto. Non sembra molto convinta, ma mi sorride ugualmente. Susan mi da un calcio da sotto il tavolo, so che anche lei pensa cio` che penso io. Cassandra e` sola, triste e sola, e adesso ha bisogno di nuovi amici dopo Ida. Come incolparla? Le sorrido, la mia arma segreta.
Iniziamo a mangiare e caccheriamo del piu` e del meno, improvvisamente Cassandra si alza e si avvicina a Rah, la ragazza che avevo visto poco prima in serra, seduta qualche posto piu` in la`. Non mi ero accorta della sua presenza, ma Rah d’altronde sa come rendersi invisibile. Oddio, ho appena formulato un pensiero alla Susan. Cerco di scacciarlo mentre vedo Cassandra che torna con Rah. Un’altra novita` al nostro tavolo oggi. Due nuove in un giorno solo, insomma che giorno particolare! Rah si siede lentamente, guarda in basso, saluta impacciatamente. Si vede che non e` abituata a questo tipo di cose. Cassandra e` molto piu` allegra, ma dire allegra e` relativo, era molto piu` allegra qualche settimana fa, con Ida.
“Ho saputo dalla Bonnet che staremo insieme in camera, sono molto contenta. Insomma...e` bello... non credi?” dice Cassandra.
“Si certo” dice Rah sempre guardando il suo piatto di alette di pollo.
In quel momento Susan dice qualcosa che non avrebbe dovuto dire, non era ne` il luogo ne` il tempo adatto.
“Mi dispiace per Ida... te per caso sai qualcosa di piu` sul fatto?” ovviamente si sta rivolgendo a Cassandra. Io e Lory la fulminiamo con lo sguardo, ma dopo un po` di secondi ci abbandoniamo anche noi alla curiosita`. Ne` Carlisle ne` Beth hanno saputo aiutarci, forse Cassandra ci riuscira`? Ma lei ci fornisce solo una risposta enigmatica e misteriosa:
Tutto va avanti. Si muove, procede, avanza.
Georgie ha messo all’opera il suo talento di pozionista e, con gli ingredienti che io e Seb abbiamo sottratto dalla dispensa di Lumacorno, ha preparato una versione meno conosciuta (ma altrettanto efficace) del Veritaserum che useremo…in caso di bisogno.
Stiamo cercando di decidere il nome del Club, ma non ne siamo ancora venuti a capo. A voler ben vedere, non è una questione di così grande importanza, come ha sottolineato Seb, così ci siamo concentrati di più sugli aspetti pratici.
“Siamo troppo in pochi.”dico.
“Già.”annuisce pensoso Sebastian.
“Ma chi potremmo fare entrare? Perché mi sembra ovvio che il reclutamento, per così dire, non debba essere una cosa pubblica.”aggiunge Georgiana.
Siamo seduti nella Sala Comune di Grifondoro, un po’ in disparte dal resto dei miei compagni di Casa. Garet cinge con un braccio le spalle di Georgie, mentre io e Sebastian ci spartiamo un divano.
“Io propongo Jillian McKanzie.”afferma la mia amica.
“La ragazza bionda con cui parlavi l’altro giorno?”domanda Sebastian.
“Sì.”rispondo io, e proseguo “Come mai hai pensato a lei?”
“Allora.” Georgie tace un attimo per radunare i pensieri. “Innanzi tutto, mi fido di lei, so che è dalla nostra parte, per il poco che conosce della questione. In secondo luogo, è una ragazza brillante in Incantesimi, cosa che nei duelli è molto utile.” Per quanto mi riguarda, mi trovo abbastanza d’accordo. Non la conosco bene, ma confido nell’acume di Georgie che sbaglia molto, molto di rado.
“Altre proposte?”sollecito i due ragazzi.
Garet è troppo perso nell’osservare il profilo della mia amica per rispondere, mentre da Sebastian arriva la proposta che mi aspettavo.
“Peter Halbury.”dice con voce neutra.
Sospiro. Per me andrebbe benissimo, ma c’è un piccolo problema. La ragazza di Peter è una Corvonero che non ho mai avuto in particolare simpatia, il che è un fatto trascurabile; tuttavia Audrey Salinger appartiene ad una delle famiglie che più sostengono il tema della purezza di stirpe, e ho paura che questo possa influenzarla.
Faccio presente i miei dubbi, ma la risposta di Georgiana mi rassicura:
“Non credo che ci sia nulla da temere. La sua migliore amica è di origini babbane, così come Peter. Quindi credo che possa andare.”
Forse mi sono lasciata condizionare dalla mia opinione di lei, lo ammetto.
“Bene, ragazzi, direi che per il momento va bene così.”concludo.
Così passiamo ad argomenti più gradevoli. Garet si allontana (a malincuore, poverino, ma spinto da Georgiana) per andare a cercare Peter, mentre noi tre decidiamo di scendere in Sala Grande per cambiare un po’ aria.
Non appena entriamo, notiamo vicino ad uno dei camini cinque figure in piedi. Il silenzio è pesante.
Jasper Lewis e Carlisle Hunnam si fronteggiano. Jillian McKanzie assiste con espressione preoccupata, mentre Deirdre Blackster ed Edward Norwood sembrano quasi annoiati.
Sta succedendo qualcosa, è evidente.
Sebastian e Georgiana fanno valere la loro autorità e la situazione sembra rasserenarsi: i Serpeverde si siedono, mentre Jillian e Carlisle avanzano verso di noi.
Carlisle mi prende in disparte, dicendomi:
“Julia, avrei bisogno di parlare con te.”
“Certo.”
"È a proposito di Ida, della…della sua morte.”
Riesco a mantenere un viso impassibile, ma sento, come sempre, una stretta al cuore.
Ida.
Carlisle e la mia sorellina sono sempre stati amici; il loro non era un legame particolare come il mio con Sebastian, ma erano abbastanza in confidenza, e passavano molto tempo insieme. Avevano una passione in comune: entrambi adoravano gli animali, e seguivano sempre con grande interesse le lezioni di Cura delle Creature Magiche. Il professor Collins li definiva “le due ali dell’Ippogrifo”.
Il Tassorosso di fronte a me si sistema i capelli di fuoco, con un gesto che dimostra il suo nervosismo.
“Stai tranquillo, chiedi pure ciò che vuoi.”cerco di rassicurarlo.
“Senti, allora sarò schietto. Pensi che potrebbe essere stato Edward Norwood a uccidere Ida?”
Aggrotto la fronte: questa, in effetti, è un’idea che potrebbe balzare alla mente di chi non conosce la verità, tuttavia è al corrente delle correnti di pensiero dominanti fra le Serpi.
Ma come rispondo a Carlisle?
“No. Credimi, non esiste questa possibilità.”
Lui mi guarda sorpreso e incuriosito.
“Cosa intendi?”
Non posso spiegarglielo in mezzo alla Sala Comune.
“Ci vediamo fra un quarto d’ora nell’aula di Astronomia.”gli dico.
Carlisle, sempre più sorpreso, annuisce.
Forse ho appena trovato un membro in più per il Club.
Mi sto dirigendo verso la Torre di Astronomia, che si trova in una delle zone meno frequentate del castello. L’ho scelta per questo, oltre che per la presenza di un camino scoppiettante sempre acceso, da non disdegnare visti gli spifferi che ci sono in alcune aule.
Il professor Crale sta scendendo dalla botola, mentre io mi avvicino.
“Salve, Julia. Hai bisogno di qualcosa?” mi chiede con un sorriso.
“No, professore. Credo di aver dimenticato in aula il libro di Incantesimi. Salgo a controllare.”
Crale mi saluta, e mi lascia andare per la mia strada. Per fortuna. Mi lascio cadere su una delle sedie, mentre aspetto Carlisle.
Sento gli occhi che si inumidiscono, ma non riesco a piangere.
Non ho mai pianto, da quando Ida se n’è andata. Mai.
La botola si apre, e la testa fulva di Carlisle Hunnam fa capolino.
Non dice nulla: chiude la botola, e viene a sedersi di fronte a me. Poi mi osserva, aspettando che inizi a parlare.
Chiudo gli occhi, sospiro e inizio:
“Il giorno prima di tornare ad Oslo per il funerale, sono andata in camera di Ida a recuperare le sue cose, ed ho trovato il suo diario.”
“Me lo ricordo, ci scriveva sempre. A volte la prendevo in giro.”ricorda lui, con voce sommessa e venata di tristezza.
“Ho letto alcune cose, fra quelle pagine. Ida è stata uccisa, sì. Ma non da Ed Norwood. Credo che non si conoscessero neppure, di persona.”
Carlisle tace, proteso verso di me.
“La verità la conosciamo soltanto in quattro. Io, Georgiana Harrington, Sebastian Lang…e Tom Riddle.”
“Tom Riddle? Il Caposcuola di Serpeverde?”
"Sì.”
Non c’è bisogno che io dica altro.
Carlisle ha capito.
Le sue mani stringono i braccioli della sedia, il suo volto sbianca e si deforma in una smorfia di rabbia.
Non dormo più. Non dormo più da quel giorno.
I miei unici istanti di riposo, in cui sprofondo in un dormiveglia agitato, arrivano quando sono troppo stanca, e non posso fare altro che crollare.
Stringo a me il cuscino, cercando una qualche sorta di conforto.
E poi arriva l’oblio, dolce e silenzioso come un amante, che mi chiude gli occhi e mi culla fra le sue braccia.
Il sole sorge sereno, appena velato dalla foschia mattutina. Mi alzo e osservo l’alba dalla finestra. Poi inizio a prepararmi per affrontare la solita mattinata scolastica.
Scendo in Sala Grande, e mi siedo al solito posto, accanto a Sebastian. Con un tocco della mia bacchetta, faccio apparire un cappuccino ed un’arancia. Inizio a sbucciarla con calma, finché noto le mani di Seb che sbriciolano convulse un pezzo di pane.
“Va tutto bene?”domando.
“Ci hanno visti, Julia. Rubare gli ingredienti dalla dispensa di Lumacorno.”
“Chi?”
“Uno studente di Serpeverde. È al settimo anno. È Geert Wellington. ”
Soffoco un’imprecazione.
Mancano cinque minuti all’inizio della lezione di Incantesimi. Geert Wellington arriva con lo sguardo stanco e la barba lunga. Capisce che lo sto aspettando.
“Ciao, Julia.”
“Ciao. Hai un minuto?”
“Anche due.”
Il suo sguardo si accende di curiosità.
“Che cosa hai visto esattamente?”chiedo.
“Ho visto te e Sebastian Lang, uscire dall’ufficio di Lumacorno. Mi piacerebbe sapere perché.”
“Per dirlo a Riddle, suppongo.”
Sembra sorpreso.
“No, perché? Non sono uno dei suoi leccapiedi.”
Sarebbe un miracolo, fra le Serpi.
"Servivano per una cosa importante.”rispondo, cercando di essere vaga senza destare troppi sospetti. Come se fosse facile.
Non mi sembra molto convinto.
“Julia, Geert. Avete intenzione di entrare in classe, stamattina?”
È la voce del professor Benton.
“Certo, prof.”dice Geert.
Poco dopo, sono seduta accanto a Sebastian, mentre lui è in mezzo ai Serpeverde.
Tom Riddle mi dà le spalle. Basterebbe così poco per…
Gli occhi castani di Geert Wellington mi fissano e ripetono la stessa domanda per tutta la lezione.
Non amo in modo particolare svolgere la funzione di messaggero.
Diciamo pure che la detesto.
Ma un ordine di Tom Riddle non si discute, in nessun caso. “Jasper.”mi ha chiamato pochi istanti fa “Devo parlare con Edward.”
“Perché?”chiedo, cercando di non sembrare troppo inquisitorio. Sono curioso, e basta. “Forse la sua metà potrebbe esserci utile.”
Ammetto di aver avvertito il colpo. Violet Traviston, una di noi. Come se non stesse già abbastanza fra i piedi di Ed.
Ho abbandonato la ricerca di Incantesimi che stavo scrivendo e sono andato alla ricerca del mio migliore amico.
So benissimo dov’è.
Nella nostra stanza, in dolce compagnia.
Oggi pomeriggio mi ha detto, con noncuranza: “Jasp, avrei bisogno di un po’ di privacy.”
“Capisco. Intrighi di letto?”
“Si.”mi aveva risposto di fretta. È evasivo nell’ultimo periodo su questo argomento.
Così mi dirigo verso il dormitorio maschile di Serpeverde.
Apro la porta e…la scena di fronte ai miei occhi non mi meraviglia per niente. “Edward!”
Abbasso gli occhi, non sono un voyeur. Ma non riesco a trattenere un sorriso. Li ho interrotti proprio quando le cose iniziavano a farsi interessanti. “Devi…devi venire con me.” Ed si è già ricomposto. Io faccio qualche passo nel corridoio per permettere loro di salutarsi. Sono una persona discreta, già. Anni e anni di educazione impartita da una nanny tedesca mi hanno influenzato, direi. Soltanto nei miei momenti di rabbia non riesco a mantenere la ferrea disciplina che mi è stata inculcata.
Edward esce dalla stanza, accostando la porta. “Allora?”scatta con rabbia “Cosa diavolo c’è?”
“Controllati. Mi ha mandato Riddle.”
“Perché?”
In corridoio non c’è nessuno.
Abbasso la voce. “Si tratta della fanciulla da cui ti sei appena separato.”
Edward, come me poco fa, è sorpreso. “Portami da lui.”dice.
In camera.
Un paio d’ore dopo. “Ed?”
Il mio amico è soprappensiero. “Edward.” Sobbalza. “Cosa ti ha detto Riddle?” Il succo della faccenda, l’ho intuito. Ma voglio i particolari. “Vuole che Violet si unisca a noi.”risponde, guardando una lettera. “Non mi sembra una cosa così pessima.”ribatto.
Ma vedo che non è convinto.
Provo a cambiare argomento. “Beato te, che almeno hai qualcuno con cui fare un po’ di sana ginnastica da camera.”
Non che io ne sia sprovvisto. Ma la Traviston è uno dei migliori modi per esercitarsi. “Eh, già.”sorride sarcastico, piegando il foglio che ha in mano.
Provo di nuovo a cambiare argomento. “Mi sento meglio, sai? Dopo quello che è successo.”mi riferisco alla morte di Ida Versten “Credo fosse giusto un momento di scompenso. Essendo la prima volta, sai…”
No. È proprio da un’altra parte con la testa. “Edward! Insomma, mi vuoi dire cosa diavolo hai?”
“Niente. Sto pensando a mio padre.”
Adesso capisco.
Qualche giorno fa, Ed mi era venuto a cercare. Era piuttosto agitato. Mi aveva raccontato di alcuni ricordi che aveva cancellato riguardo la morte di suo padre, ucciso più di cinque anni fa dall’Avada Kedavra.
Edward era presente. Aveva visto tutto. Conoscevo l’accaduto, ma Ed mi aveva raccontato il poco che ricordava soltanto all’inizio del quarto anno. La voce gli tremava, mentre rievocava quella notte di paura.
E ora, nuovi ricordi erano venuti a galla.
Una spilla, uno stemma. Potevano appartenere a qualcuno? Certo. Ma soprattutto…a chi?
Questi ricordi sono molto importanti per il mio migliore amico.
Sono l’ultimo legame con suo padre. Io, com’è ovvio, gli darò tutto l’aiuto possibile.
Oh, ma chi si vede.
Le mie Corvonero preferite. La lezione di Astronomia è appena cominciata. Il professor Crale sta spiegando con dovizia di particolari le intersezioni fra l’orbita di Plutone e l’orbita di Nettuno. Il mio interesse scarseggia, diciamolo. Ed è taciturno, io pure. Sarà l’atmosfera dell’ultima ora di lezione.
Il mio sguardo vaga sui miei compagni di classe.
Sedute vicine, vedo Audrey Salinger e Jillian McKanzie. È da qualche lezione che sono inseparabili. Alzo gli occhi al cielo: magari Jill fosse stata come Audrey. Halbury s’è fatto un volo notevole, per lei, ma almeno ci ha guadagnato qualcosa. La ragazza dai riccioli d’oro incontra il mio sguardo.
Ma ciao, biondina. Le sorrido.
Lei scoppia quasi a ridere e dice qualcosa a Jill, accanto a lei. Anche la piccola Corvonero alza lo sguardo verso di me, ma lo riabbassa immediatamente. Audrey mi fissa per qualche istante, poi riprende a lavorare.
Jillian ormai mi ha dimenticato, ahimè. Come sono triste. Il fortunato è quell’idiota di Carlisle Hunnam, una vera e propria spina nel fianco per Ed. Un pel di carota insulso, che ovviamente non poteva appartenere altro che a Tassorosso.
Chissà che lui non riesca a sciogliere la cara Jill.
Non riesco a trattenere una risata sarcastica, beccandomi così anche un rimprovero da Crale.
Anche lui, insomma.
Che pare abbia una storia con Julia Versten. Almeno, così dicevano le due Tassorosso sedute davanti a me due lezioni fa, proprio durante Astronomia.
Vecchio furbone! Magari ci avessi pensato io a consolarla durante questo difficile momento.
E chi meglio di me?
So perfettamente cos’è successo.
La schiena curva, I capelli biondi che quasi sfiorano i tasti d'avorio candido. Nella sala circolare, il suono pulito della sonata si diffonde con un'acustica perfetta, ottenuta solo dopo numerosi incantesimi. Le dita affusolate del giovane si muovono con sicurezza da un'ottava all'altra, dando vita agli spartiti ammonticchiati sul leggio. Si tratta, anche se non letteralmente, di magia.
Impossibile notare i passi lievi che provengono dalla scala a chiocciola. La magia, però, s'interrompe; con un insieme di note stonate, fastidiose, evidente segno di nervosismo da parte del bravissimo pianista, viene conclusa l'esecuzione. Borbottii, parolacce.
« Scusa. » la stessa luce, si riflette con uguale intensità sul nero del pianoforte, il biondo dei capelli del pianista, il rosso fiamma di quelli del ragazzo appena emerso dalla botola sul pavimento.
« Di buon umore, eh? » dice con sarcasmo, facendomi un sorriso tirato. Andiamo d'accordo, questo è quanto. Per certi versi, siamo le persone più diverse che potessero mai incontrarsi, ma dall'altro siamo estremamente simili.
Mi infilo la tracolla di cuoio consunto, poi mi dirigo verso di lui e gli do una pacca sulla spalla.
« Basta esercizi, per oggi. » mi fermo a guardare il tramonto, sfumato tra l'oro e il porpora; il sole, quasi al punto di affogare nel lago, mi bagna il viso di luce calda.
Precedo Carlisle nello scendere la botola, e avviarmi lungo le scale. Appena sbuchiamo nel grande chiostro centrale del castello, c'è un momento di silenzio, seguito da un'esplosione di risatine. Guardo Carlisle, stranito: dopo anni, non mi sono ancora abituato all'effetto che fa sulle ragazze. Un paio di tipe, che non escluderei essere più grandi di noi, si accasciano sul corrimano della scala al nostro passaggio.
« Eug, quando la smetterai di fare il prezioso? » mi chiede, ficcante.
« Parla lui. Ti sei fissato su Jillian McKanzie ed è un secolo che non ti smuovi da quella biondina. » Ho colto nel segno: le sue guanciotte lentigginose si contraggono, fa un'espressione sofferente, che scompare nonappena da dietro compare proprio lei. Parli del diavolo ... Sbatte gli occhioni blu, rivolgendoci un sorriso imbarazzato, e poi si tuffa a pesce nel bagno delle ragazze.
Carl sospira. Io rabbrividisco. Le manifestazioni sentimentali non sono mai state in alto nel mio indice di gradimento; i sentimenti stessi non lo sono mai stati, in effetti.
Davanti all'aula di incantesimi sono schierati i miei idioti preferiti; in ordine da sinistra a destra, abbiamo Jasper Lewis, Deirdre Blackster, Edward Norwood con la sua inseparabile puttanella Violet Traviston.
Mi ci vuole un po' per capire che stanno aspettando me.
Norwood ridacchia. « Ehi, sei venuto anche oggi a insozzare l'aula? »
« Sì, Norwood. » gli rispondo stancamente: non è proprio il momento di farmi uccidere.
« Rallenta, rallenta. » sibila, posandomi una mano sul petto. Non sembra molto soddisfatto dall'effetto che fa di fianco a me; sono alto cinque centimetri buoni più di lui. Magro, dinoccolato, ma alto. Mi dà uno spintone.
« Tu devi andartene, hai capito? Non sei un mago, e le tue scarse doti lo dimostrano. FAI SCHIFO, Pennington. » E' come se mi avesse dato un pugno nello stomaco: so benissimo di essere un brocco. Ho passato estati su estati pregando i miei di farmi lasciare Hogwarts, e lasciarmi frequentare la London's Academy of Music. La lettera di ammissione è ancora conservata nel mio baule, in mezzo alle cose più preziose che ho.
« Smettila. » mormoro, corrucciando le sopracciglia.
« Lascia andare il piccolo Chopin. » ghigna la Traviston, strizzata in un maglione così stretto che potrebbe essere quello che ha comprato al primo anno; chissà quanti se la saranno scopata, e con quanti sta mettendo un palco di corna a Norwood. Non dico una sola sillaba di questo, ma Ed sembra essere sul punto di ebollire, come se mi avesse letto nel pensiero.
« E' un avvertimento. Sparisci, prima di costringerci ad usare le vie di fatto. » si scostano, lasciandomi entrare in aula.
Siamo a cavallo, il mio amore per Hogwarts non potrebbe essere più grande. Merda.
La definizione più adatta per le ore di Storia della Magia è Purgatorio. Concetto babbano, ma che rende perfettamente l'idea della noia e della l'utilità che gli studenti ne traggono. Inutile dire che è la prima ad abbondare, piuttosto che la seconda.
Raddrizzo la schiena indolenzita, lasciando cadere l'occhio sull'orologio: ancora-ventisette-interminabili-minuti. Se non fosse che non è proprio il caso, mi metterei a piangere. Sospiro, tornando a fissare il parco che si estende fuori dalla finestra, perdendosi nei confini sempre verdi della foresta: i prati sono coperti da quello che pare un terribilmente soffice manto di neve, costellato qua e la dalle scie di impronte di studenti che sono scesi alle serre o si sono avvicinati alla foresta con Collins, per la lezione di Cura delle Creature Magiche. Di tanto in tanto, qualche macchiolina nera si snoda in percorsi più o meno sinuosi fino a raggiungere le rive del lago o lo stadio di Quidditch, ma per il resto la perfezione è assoluta. Una nuvola oscura la fioca luce del sole, lasciando alle candele il compito di illuminere l'aula sovrafollata di ragazzi giunti al punto di non ritorno tra la veglia e il sonno profondo. Le finestre, coperte da un sottile strato di ghirigori ghiacciati prendono fuoco, brillando della calda luce delle fiamme. Mi massaggio le tempie, intonito dal parlottare monotono di sottofondo di Ruf e dal brusio monotono che è calato sull'aula, interrotto di tanto in tanto dagli strilli acuti di Catherine Aberforth che si intercalano con chirurgica precisione nel bel mezzo di un racconto della sua degna compare, tale Violet. Scommetto a giudicare dall'aumentare dei gridolini e degli sbuffi della Traviston, che la storia è arrivata da un punto focale particolarmente piccante. Che vediamo.. di come abbia divinamente scopato con Norwood in un qualche ripostiglio tra una lezione e l'altra? No, non è nello stile di Norwood. Snob com'è, non metterebbe piede in uno sgabuzzino neanche sotto pagamento.
Allungo lo sguardo qualche fila più avanti, lasciando cadere l'occhio sul gruppetto di Serpeverde per antonomasia che se ne stanno svaccati sul banco come se fossero su un divano. Qualcuno dovrebbe spiegar loro che sono a scuola, non alla settimana della moda a Londra, tra le altre cose.
Distolgo lo sguardo, vagamente nauseato da quel concentrato di ottusità e presunzione, tornando a guardare il parco. Una coppia irrompe nel bianco uniforme nel prato: lei scappa da lui, inciampando ogni tre passi e lanciando gridolini acuti ogni due, inseguita dal ragazzo che, ridendo, lancia palle di neve contro la sua schiena. Aguzzo la vista, cercando di riconoscere quella figura vagamente scoordinata che rischia di finire faccia a terra ad ogni passo, poi realizzo. Georgiana Harrington, Caposcuola di Corvonero. Il ragazzo -di cui ignoro il nome- accelera, acchiappandola da dietro e facendola volteggiare in aria per somma gioia delle corde vocali della Corvonero, che alza la voce di altre due ottave.
Ed ecco che la realtà svanisce con un sonoro POF! e al loro posto vedo me e una meno confusa Jillian McKanzie, intenti a giocare nella neve. Sbuffo, scacciando la visione e concentrandomi su Georgiana, china a strofinarsi le mani scoperte sulle gambe, del tutto ignara della minaccia che sta sorgendo dietro di lei, della pila di neve che lui sta facendo lievitare con movimenti abili della bacchetta. Mi sistemo meglio sulla sedia. Tutto ciò è molto più interessante della lezione, dei gridolini alle mie spalle e dei commenti annoiati dei Principini lì sotto. Ci mancano solo un po' di cioccorane e poi sono a posto.
Georgiana, nel frattempo, sta soffiando aria calda sulle dita intorpidite dal freddo, probabilmente sta pure dicendo qualcosa che la fa sorridere. Poi, lui la chiama. Si gira. Sbianca, apre la bocca per un urlargli di non farlo, ma è troppo tardi: il cumolo di neve è partito, alla velocità della luce, e le si schianta addosso, esplodendo come un fuoco d'artificio.
Mi sporgo appena verso la finestra, in attesa della reazione. Il ragazzo ride, forse ha pure le lacrime agli occhi. Lei è immobile. La neve le cade di dosso, simile a una pioggerellina leggera. Quando si volta, intravedo il suo viso ancora bianco, se le avessero tirato in faccia una torta alla crema l'effetto sarebbe stato identico: ha ancora gli occhi e la bocca completamente spalancati. Boccheggia. Poi, l'inimmaginabile.
Persino il professor Ruf sobbalza vistosamente, quando l'urlo lascia la sua gola e riempie l'aria, salendo fino all'aula e oltrepassando le pesanti pareti di pietra.
"Tu sei un uomo morto!"
Scuotendo il capo e tossicchiando, vagamente perplesso, il professor Ruf annuncia che l'ora è finita, andate in pace. Amen.
"...oh, è pensieroso" sospira una piccola del primo anno, con i capelli biondissimi legati in due codine. Al suo fianco, una sua amica dai folti ricci neri le fa eco.
"E' innamorato"
Una terza ragazzina si lascia sfuggire un singhiozzo.
"Si, deve essere per forza così. E guardate come soffre!" pigola con un filo di voce, torturando una ciocca di capelli color cioccolato.
Se ne stanno nell'angolo destro della sala comune, rannicchiate su un piccolo divano ricoperto di cuscini accanto al caminetto: il Carlisle Fan Club. Non ricordo quando sia iniziata questa storia, ma adesso è diventata a tutti gli effetti una tradizione di Tassorosso. Non sono l'unico a chiedersi cosa succederà quando io finirò il mio settimo anno. Le ipotesi più accreditate sono due: o fonderanno un fanclub in memoria di Carlisle Hunnam o decideranno all'unanimità di lasciarsi affondare nel Lago, incapaci di sopravvivere al loro dolore.
Involontariamente sospiro a mia volta, causando una lunga serie di gridolini allarmati nelle tre piccine all'angolo che, per un qualche strano motivo a me aumentano d'un tratto di intensità. Mi volto, vagamente stranito, ritrovandomi davanti il sorriso smagliante Alexa Robinson. La guardo, perplesso, in attesa.
"Ciao, Carlisle" mi saluta, sforzandosi come suo solito di nascondere il forte accento. Come se poi a qualcuno importasse davvero e la giudicasse per come suonano le sue parole e non per quello che è. Abbozzo un sorriso.
"Ciao"
"Senti, mi stavo chiedendo.." inizia a dire, un po' incerta, trattenuta da un vago pudore che mi ricorda tanto Jillian. Sento la mia espressione ammorbidirsi.
"Dimmi" la esorto a parlare, chiudendo il libro di Trasfigurazione che stavo sfogliando senza particolare interesse "Posso esserti utile?"
"Si, ecco.. si è poi saputo qualcosa su.. sulla morte di.. di Ida?" le trema un po' la voce, nel pronunciare il nome della sua compagna di casa morta. Abbasso lo sguardo, scuotendo il capo. La morte di Ida Verstein è avvolta nel mistero, nessuno sembra venirne a capo. Un attimo prima era viva, un attimo dopo morta. Un lampo illumina la stanza, mentre lo sciosciare della pioggia di fa più forte: nel giro di poche ore, il freddo gelido dell'inverno è stato spazzato via dal vento caldo, forieri di nubi temporalesche. Ha iniziato a piovere e non ha più smesso, come se il cielo cercasse di cancellare tutto ciò che ha un aspetto allegro e felice, mostrando il suo lutto per la ragazza morta. Faccio fatica a concepire l'idea che qualcuno possa averla uccisa, era una persona talmente buona e gentile che non posso pensare ci fosse qualcuno capace di odiarla con una intensità tale da ucciderla.
Sospiro di nuovo, scuotendo il capo e tornando a guardare Alexa.
"Mi spiace, non so cosa dirti. Brancolano tutti nel buio" mi muore la voce, al ricordare tutte le ore di lezione passate ai margini della Foresta, durante Cura delle Creature Magiche. La ragazza di fronte a me abbozza un sorriso tirato, annuendo, e mormora qualche parola nel congedarsi, tornando nella sua stanza senza aggiungere altro. Le tre bambine, nell'angolo, confabulano tra di loro con foga, festicolando e lasciandosi scappare qualche urletto acuto di tanto in tanto. Torno a guardare fuori dalla finestra, spingendo il libro di incantesimi lontano da me. Non ho voglia di studiare, non ho voglia di far nulla. Il ricordo di Ida mi è calato addosso tutto d'un tratto, strappandomi via l'aria dai polmoni e facendomi precipitare in un mare di cupo sconforto. Stringo i pugni con rabbia, mentre il cielo ringhia sopra il castello e riversa la sua rabbia sulle sue mura di pietra. Se potessi, mi trasformerei io stesso in una tempesta per sfogare la mia frustrazione su qualcosa. O qualcuno. Norwood, per esempio, che dall'alto della sua tronfia presunzione questa mattina ha avuto da ridire sull'aspetto sciupato di Julia. Una così ben dotata ragazza non dovrebbe versare nemmeno una lacrima per una come quella lì, una sporca MezzoSangue. Se non l'ho schiantato, è stato solo perché ci ha pensato il professor Silente a zittirlo, invitandolo ad uscire per un'interrogazione dal momento che era così voglioso di parlare. Chissà, forse è stato proprio lui a uccidere Ida. Lui e le sue idee perverse che può aver preso da qualcun altro. E' troppo stupido per pensare autonomamente. Oh, basta.
Arrivare a pensare che un'ameba come Norwood possa arrivare a fare una cosa tanto terribile per un motivo tanto stupido è... è degno di lui, in effetti. Mi alzo in piedi, in trance, e mi dirigo verso l'uscita della Sala, sotto gli sguardi attoniti delle tre bambine del primo anno. Non le saluto nemmeno, cosa che in genere faccio per evitare che si deprimano troppo e passino la serata a piangere nel loro angolino, ma c'é una cosa che devo effettivamente fare.
Devo parlare con Jiulia, per capire se il mio odio per il Principe mi ha fatto impazzire del tutto o se c'è davvero qualcuno, nella scuola, che odiava Ida con tutte le sue forze, uccidendola per un motivo che nessuno prenderebbe mai in considerazione.
I capelli biondi, gli occhi azzurri, la figura snella, i lineamenti dolci. Ida Versten, la più bella dei Tassorosso del sesto anno. Forse la più bella dei Tassorosso in generale.
Il suo viso contratto dal terrore, il suo corpo che scivolava al suolo, che si accasciava come quello di una bambola priva di vita.
Riddle l’aveva guardata per un istante, e poi aveva detto:
“Guardatela. Un fiore stupendo. Ma impuro. E pericoloso. Meritava di essere reciso.”
Poi avevamo lasciato quel luogo.
Una volta nella nostra stanza, avevo preso Ed per un braccio:
“Non si torna più indietro.”
Lui aveva annuito, senza mutare espressione, come se avesse già considerato ogni aspetto di quanto era successo. Poi mi aveva dato una pacca sulla spalla, ed eravamo andati a dormire.
Stamattina, la notizia ha già fatto il giro della scuola. Corre voce che Julia Versten abbia tentato di uccidersi gettandosi nel lago. La cosa non mi sembra molto credibile, ma forse c’è un fondo di verità, visto che non è presente a colazione.
L’ho vista spesso, a scuola. È stata prefetto di Grifondoro, ora frequenta il settimo anno. È alta, con i capelli scuri, e gioca come Cacciatore nella squadra di Quidditch: velocissima, è sempre stata abile a non farsi colpire dai Bolidi vaganti.
Lei e sua sorella si somigliano pochissimo, se non per l’identica sfumatura di azzurro degli occhi; inoltre, mentre Ida era una sporca Mezzosangue, Julia è la figlia di una ninfa. Una creatura leggendaria. Non potrebbero essere più diverse.
Deirdre, Edward ed io mangiamo in silenzio. Non so molto bene cosa dire.
“Ehi.” inizio, per rompere l’atmosfera di ghiaccio “Avete fatto i compiti di Incantesimi?”
“Te li passo io, Jasp.”mormora Dè.
E il silenzio ritorna.
La Sala Grande, invece, è invasa da un cicaleccio fastidioso e insistente. Da ogni parte sento il nome di Ida Versten, a volte quello di sua sorella. Nessuno parla di noi, nessuno sospetta di noi.
I Tassorosso e i Grifondoro sono i più colpiti dall’avvenimento. I Corvonero, a parte qualche scarsa eccezione, come il loro Caposcuola, hanno già la testa nei libri. I Serpeverde sono i più tranquilli, per un motivo o per l’altro.
Violet Traviston arriva e si siede vicino al mio amico. Fra loro non ci sono mai gesti plateali, ma tutti sanno che ormai stanno insieme.
“Allora, Violet. Ti vedo affaticata. Incombenze amorose notturne particolarmente spossanti?”butto lì.
Ed mi sferra un calcio da sotto il tavolo, mentre lei mi apostrofa dicendo:
“Lewis, immagino che tu purtroppo abbia del tutto dimenticato come si fa.”
Piccola vipera malefica.
Piove. Non si sa come, la temperatura è risalita quel tanto che basta: la pioggia scioglie la neve dei giorni scorsi. Sto lì, sotto le gocce sferzanti. Ho freddo. Ma almeno sento qualcosa. Da quando è successo tutto, mi sembra di vivere in un mondo ovattato, senza spazio per le emozioni.
Non provo nulla.
Non sento orrore per ciò che abbiamo fatto, non sento gioia, né soddisfazione. Mi appare piuttosto come un dovere che abbiamo adempiuto.
Da qui, su una delle torri minori del castello, si gode una vista che domina il parco di Hogwarts. Sotto una tettoia, individuo la figura di Deirdre, sola.
Deirdre e io siamo fuori, nel parco. Il cielo ha il colore del piombo.
Dè mi accende una sigaretta con un incantesimo. Le offro una boccata, che rifiuta.
Nessuno dei due proferisce verbo.
È passata quasi una settimana dall’omicidio.
“Fra poco arriveranno gli investigatori del Ministero.”dice.
“Non possono permettere che sappiano. È già il secondo omicidio che avviene in due anni.”
È vero. Era già capitato che morisse una ragazza. Una certa Myrtle, credo, era stata ritrovata cadavere nella toilette femminile del secondo piano.
“Quindi cercheranno di insabbiare la cosa. Meglio per noi.”
“Già. Dippet non può permettere che chiudano la scuola. Quindi la morte della Versten sarà fatta passare come suicidio o decesso accidentale.”
Una domanda mi sale alle labbra.
“Deirdre…”
Una tosse violenta mi scuote i polmoni. Lascio cadere la sigaretta, e cerco di controllare gli spasmi che mi sconvolgono.
“Jasper!”esclama lei.
La tosse si è calmata, ma ho i brividi. Forse prendere tutta quell’acqua non è stata una bella idea. Deirdre appoggia la sua fronte sulla mia, come faceva mia madre, quando ero piccolo.
“Sei bollente.”
“Grazie, me lo dicono tante ragazze, ma non con i vestiti ancora addosso.”le dico, cercando di farla sorridere.
“Oh, non fare lo scemo come sempre.”
Però riesco a strapparle un mezzo sorriso.
“Adesso ti riporto nel dormitorio. Non puoi stare in giro, al freddo per giunta, in queste condizioni.”
Io nel mio letto. Solo. Negli ultimi tempi questa sembra diventata la normalità. Forsythe non tornerà per completare l’anno (pare abbia avuto un crollo nervoso ed ora sia al San Mungo), Lancaster non ha mai passato qui molto tempo, mentre Ed è in giro, suppongo. Con la Traviston, come no. Ormai vede più lei che me, o Deirdre.
Quest’anno sta mettendo dura prova il legame che c’è fra noi Principi: prima le mie stronzate con Belinda, poi la partenza di Eve.
Adesso, questa storia di Edward con Violet Traviston.
Fisso il soffitto, o meglio, il baldacchino verde scuro.
Detesto l’inattività forzata, ma mi sento la testa pesante e gli occhi stanchi. Sto per scivolare nel sonno.
Un serpente striscia verso di me. Lento, sinuoso, ipnotico. Io sono seduto, non capisco bene dove. La creatura mi ha raggiunto, ormai, e si erge in tutta la sua altezza di fronte a me, sovrastandomi. Fisso i suoi occhi, che sono senza colore e senza pupilla. Vedo soltanto loro.
Poi questa strana sensazione si spezza, e mi ritrovo davanti Tom Riddle. Sorride e annuisce, come se fosse divertito o soddisfatto di qualcosa.
Le sue mani sono sul mio viso.
Gelide.
Scendono sul mio collo.
Una pressione, in principio dolce, poi sempre più forte.
Mi manca l’aria.
Non respiro.
Il volto di Riddle resta impassibile, congelato in una smorfia divertita.
Poi si allontana da me.
“Non avrei bisogno di fare questo. Lo sai, vero? Mi basterebbe molto meno. Se io volessi. Basterebbero due parole.”
“Jasper! Svegliati, insomma!”
È la voce di Edward che mi chiama. Apro gli occhi.
“Cosa c’è?”
Ho la voce impastata, e mi sento uno straccio.
“Deliravi. Deirdre mi ha detto che stavi male. Conviene che ti porti in Infermeria.”
“Non ce n’è alcun bisogno. Apri il libro di Pozioni e trova qualcosa che mi faccia scendere la febbre.”
Poco convinto, Ed sbotta:
“Se è per quello, l’ho già preparata. Sicuro che sia solo un po’ di febbre?”
“Certo. Ho preso freddo.”
Ed mi porge una sorta di ampolla, ricolma di un liquido scuro.
“Che schifo! Sembra uno sciroppo babbano!”
Ma la mando giù tutta, fino in fondo. Mi sento già meglio.
“Cosa stavi sognando?”
“Niente.”
“Non fare l’idiota. Di certo non era un bel sogno. Era Sean?”
Mio fratello…quando sogno di lui, mi sveglio sempre in un bagno di sudore e lacrime. Stavolta però si trattava di un altro motivo.
“No. Ho sognato Tom Riddle.”
Mi alzo in piedi, ho un lieve capogiro, ma sto abbastanza bene. Inizio a rivestirmi: sono solo le cinque del pomeriggio.
“Tom Riddle?”
Racconto al mio migliore amico l’incubo che ho fatto.
“Hai paura di Tom Riddle?”
“Sì. Credo di sì. Ma non è solo quello. È paura, reverenza, ammirazione…un misto di tutte queste cose.”
Respiro profondamente.
“Non pensavo che sarebbe stato così. Uccidere. Mi sento vuoto. Non piango, non rido…non sento nulla.”
Mio padre mi guarda con i suoi occhi dolci e tristi, poi si slancia verso di me e mi abbraccia, mentre Siri mi accarezza la testa.
“Stai attenta, piccola mia. Stai attenta, adesso più che mai.”
Io non so cosa rispondergli. Non posso fare altro che assentire con il capo chino. Non posso fare altro che stringerlo forte a me, quasi come a dire ‘Io non ti lascerò, papà. Stai tranquillo, non ti lascerò mai…’.
Così faccio un passo indietro, e poco dopo mi ritrovo nell’aula di Astronomia, sotto gli occhi del professor Crale, che l’ha messa a disposizione per il mio viaggio. Non credo che me la sarei sentita di arrivare in Sala Comune.
Appoggio sul pavimento la piccola valigia che ho portato con me: sono stata via solo due giorni. Vorrei tanto poter mettere via dentro di essa tutto il dolore che sento, ed abbandonarla lontano da me, da mio padre, da Siri, da tutti noi che stiamo male. Ma non posso.
Crale deve vedermi assorta all’improvviso, perché mi domanda:
“Julia, tutto bene?”
Certo, professore, tutto bene. Non vede come sono allegra?
“Sono solo un po’ stanca. Vorrei tornare nella mia camera. Crede che ci siano molte persone in giro?”
“A dire il vero, dovrebbe arrivare qualcuno per te.”
“Per me?”
Chi può essere? Dippet? Silente? No, con loro ho già parlato. Forse l’infermiera Mound, per assicurarsi delle mie condizioni psicologiche. Un sorriso amaro mi increspa le labbra. La botola dell’aula si apre, e ne emergono Sebastian e Georgie. La mia amica si slancia su di me per abbracciarmi, ma qualcosa mi impedisce di risponderle con il calore che meriterebbe. Seb invece resta in piedi di fronte a me, ed i suoi color autunno mi confortano, seppur a distanza; regge in mano un drappo damascato, che si rivela essere il Mantello dell’Invisibilità di Peter Halbury.
“Così puoi tornare in camera senza essere fermata ogni istante.”mi spiega Georgiana, dimostrando una volta di più la sua innata gentilezza. Sebastian prende la mia valigia e la trasfigura nell’Enciclopedia delle Creature Magiche, che a volte siamo obbligati a sfogliare per le lezioni del professor Collins.
Domani tutti sapranno che sono tornata, ma voglio almeno un’ultima sera di respiro.
Nella mia stanza, mi tolgo il Mantello, il cappotto e la sciarpa, che avevo ancora addosso. Apro la valigia e rimetto a posto le poche cose che mi ero portata ad Oslo. Sento gli occhi pesanti, la stanchezza pervade il mio corpo e tutto ciò che desidero è un bagno caldo. Così, afferro il Mantello che Seb ha dimenticato su una poltrona e decido di andare nel Bagno dei Prefetti. Due anni fa, sono assurta a tale importantissima carica per non si sa quali maneggi di Sebastian, e da allora mi sono rimasti alcuni privilegi.
Alla parola d’ordine, la pesante porta di legno scuro gira sui cardini e mi ritrovo in una stanza sontuosa, in marmo bianco, dominata da un’immensa vasca rettangolare. Apro i rubinetti dell’acqua, e inizio a spogliarmi. La sirena bionda cerca di fare conversazione con me, ma a dire il vero non sono molto dell’umore.
Mi immergo con lentezza, e subito si ripresenta il ricordo delle acque gelide del lago di Hogwarts, al chiaro di luna, mentre nevicava. Cosa avevo cercato di fare? Di uccidermi? No. Non tollero la vigliaccheria, non potrei commetterne una di mia volontà. Volevo solo dimenticare, ed ho scelto quello che ritenevo il modo più semplice.
Poi quella luce azzurra, qual volto femminile. Possibile che fosse davvero mia madre?
Metto la testa sott’acqua: nelle orecchie solo il suono del mio sangue che scorre. Mia madre. Non lo so, forse era una delle creature marine ed io ho caricato tutto con la mia fantasia distorta da quel momento di crisi. I pensieri vanno e vengono, come pellegrini in viaggio.
Il pensiero di Ida, invece, non va mai via. Resta lì, fermo, una guglia di freddo cristallo, luminoso e colmo di dolore. Tutto ciò che ho letto nel suo diario mi ha fatto così arrabbiare. Ma ho capito molte cose. Di Ida, di me, di Riddle.
1 Settembre
Caro diario,
oggi è iniziata la scuola. Ho incontrato Tom in Sala Grande: durante l’estate è cambiato molto. Ora porta i capelli un po’ più lunghi, ma si è fatto anche più pallido e smagrito. Non ho il coraggio di parlargli, di chiedergli qualcosa. Per il momento mi basta guardarlo e sapere ciò che so. C’è una possibilità che lui un giorno sia mio.
24 Ottobre
Caro diario,
è sempre più bello. Più carismatico, più affascinante, più tutto. In questa scuola non c’è nessuno come lui. Non so cosa farei per essere sua amica, per potergli parlare qualche volta. Se potessi essere come la Sanders o la Blackster… se potessi essere come tutti loro.
7 Dicembre
Caro diario,
basta, ho deciso. Gli parlerò. Devo dirgli ciò che so, così con me, almeno con me, potrà smettere di indossare quella maschera: io so che in realtà non gli appartiene. È il figlio di un Mezzosangue. È un Mezzosangue.
Oggi pomeriggio, ho parlato a Georgiana di ciò che ho scoperto leggendo il diario di Ida. Mi stava raccontando di come procede la storia con Garet, ma io ad un certo punto non sono più riuscita a trattenermi e le ho detto tutto. Siamo subito andate da Silente, che ha gelato con poche frasi i nostri propositi.
“Il preside Dippet non vorrebbe neppure sentire le vostre illazioni. Julia, io capisco quello che senti, quello che vorresti fare, ma…”
“Professore, non posso ignorare quello che mi ha scritto mia sorella. Quello che lei mi ha lasciato nel suo diario è tutto ciò che mi resta, tutto ciò che può farmi capire perché è stata uccisa.”
“Non è così certo che sia stata uccisa. Questo lo dovranno stabilire gli investigatori che il Ministero manderà.”
Non è così certo che sia stata uccisa?
Silente mi ha deluso, ha spezzato le ultime speranze che riponevo nella scuola. Ora ho capito che non posso aspettarmi nulla, da nessuno. Ora ho capito che devo essere io a fare qualcosa, ad agire. Ma cosa? Cos’ho in mano?
Il diario di Ida, certo. Ma non posso, non voglio che tutti leggano le sue confessioni più intime e private. Non posso farle del male, io, sua sorella, dopo che lei ha già dato la vita per ciò che sentiva.
Ma Riddle per fortuna non ha una fama immacolata, fra gli studenti. Della sua personalità, i professori hanno sempre conosciuto solo le sfaccettature che selezionava con cura: lo studente modello, il bel ragazzo pensoso, l’orfano triste. Non sapevano, non sanno delle intimidazioni ai Mezzosangue più piccoli, di mille altre cose che dipingono un ritratto diverso da quello dell’integerrimo Caposcuola di Serpeverde che sono abituati a vedere. Si fermano alla superficie: Riddle appare come una bellissima mela rossa, ma dentro è marcia, scavata da un verme odioso.
Sto cercando di sfuggire a tutti. L’unico luogo in cui mi sento tranquilla, in pace, è il lago. Mi siedo sul molo di legno dove approda la nave quando i piccoli del primo anno arrivano ad Hogwarts.
Allungo una mano e ne tocco la superficie oscura. “L’acqua” mi dice la voce del professor Ruf, in un ricordo dei primi anni di scuola “è il simbolo di Serpeverde, per la sua forma variabile, come l’intelletto pronto e sottile degli studenti della Casa.”
Eppure io la so manipolare così bene. Una Grifondoro, che appartiene la Casa del fuoco, che possiede il potere dell’idrocinesi: potrei sollevare buona parte del lago ed osservarne il fondale, se mi impegnassi al massimo delle mie forze.
“Julia, cosa stai facendo?”domanda la voce del professor Crale alle mie spalle.
Ho sobbalzato, mi ha colto di sorpresa.
“Sto pensando.”gli rispondo, mentre si siede accanto a me. Forse teme che voglia ripetere le mie azioni.
“A cosa?”
“Niente di preciso. Riflettevo sul fatto che io so muovere l’acqua, ma non sono una Serpeverde.”
“Tua madre non è un’umana, vero?”
“No. È una ninfa acquatica, un’Ondina.”
“È diventata mortale, dopo averti dato alla luce?”
“No. Quelle sono solo leggende, inventate dagli umani, che i maghi hanno accettato. In realtà, l’essenza di una ninfa resta sempre tale.”
Crale annuisce.
“Ti sembrerà strano ma posso capirti. Mia madre apparteneva al popolo degli Elfi.”
Guardo il mio professore, stupita da questa rivelazione.
“Anche lei andò via subito.”
“L’ha mai conosciuta?”
“No, mai.”
Il silenzio aleggia un po’ su di noi.
“Volevo solo dirti che ti posso capire, in parte. Se qualche volta hai bisogno di parlare, puoi venire da me.”
“Certo, professore.”
“Come stai? Rispondimi con sincerità, Julia.”
“Sto male. Non è solo il dolore in sé, ma il fatto che non posso fare nulla. Questa sensazione di impotenza mi distrugge.”
“Si può sempre fare qualcosa.”
Mi rivolge uno sguardo eloquente.
“Se non lo fa la scuola, lo puoi fare tu. Non ti sto invitando alla vendetta, bada. Ma puoi cercare di fare chiarezza.”
Forse ha ragione.
Forse posso fare qualcosa.
Tornata a scuola, cerco Sebastian e Georgiana. Devo parlare con loro. Li trovo insieme mentre parlano in Sala Grande. Hanno un’espressione preoccupata e tacciono all’improvviso non appena mi vedono. È molto probabile che stessero parlando di me.
Sebastian sa già tutto, gliene ho parlato appena io e Georgiana siamo tornate dal colloquio con Silente. Ci aveva visto sconvolte, e non aveva voluto saperne di lasciarci andare se prima non gli avessimo detto tutto.
Mi siedo di fronte a loro.
“Non ho più intenzione di stare con le mani in mano.”
“Cosa intendi?”domanda la mia amica.
“Ho capito, Julia. Era ora. Si comincia quindi.”dice Sebastian, il primo a suggerire l’idea.
“Sì. Si comincia.”
Georgiana ci guarda con espressione interrogativa:
“Si può sapere di cosa state parlando?”
Io e Sebastian ci scambiamo uno sguardo d’intesa.
“Dobbiamo iniziare ad organizzarci. Riddle sta diventando…è diventato troppo potente.”
“Se non te la senti…non preoccuparti.”dico alla mia amica. Le stringo una mano, cercando di farle capire che il mio affetto per lei non pretende prove o sacrifici.
“Ma…stai scherzando! Io ci sono!”
Le sorrido, grata.
“Allora, volete decidervi a spiegarmi cosa avete pensato?”
Ne parlerò con Georgiana. Le ultime parole famose.
Alzo lo sguardo dal muffin al cioccolato, ormai completamente sbriciolato dalle mie dita nervose, e cerco la figura sottile e slanciata della Caposcuola, che continua a scrivere fitto fitto su un taccuino logoro, ingurgitando cucchiaiate di cereali senza nemmeno guardarli. Se fossero uova di tritone, non se ne accorgerebbe nemmeno. Sospiro, sbocconcellando qualche pezzo di dolce, ma ho tutto tranne che fame in questo preciso momento: sta per finire un'altra settimana e io ho impiegato tutte le mie energie per evitare tanto Jasper quanto Carlisle, senza combinare un bel nulla. E se stare alla larga dal Tassorosso si è rivelato particolarmente difficoltoso -sembra avere la stroardinaria capacità di comparire dal nulla da ogni angolo-, il Serpeverde non si è mai staccato dai suoi amati Principi per un solo istante, se non per confabulare in un qualche angolo nascosto con Riddle. Cosa che se da un lato rende la mia esistenza più leggera, dall'altro mi fa venire la pelle d'oca al pensiero di quello che potrebbero tramare. Ma il punto è in tutto questo tempo non ho mai, e sottolineo il mai, avuto occasione di parlare faccia a faccia con la mia Caposcuola.
Georgiana alza lo sguardo, intercettando il mio, e dopo un imbarazzantissimo attimo abbozza un sorriso, sollevando la mano destra in un saluto fiacco. Ricambio il gesto, prima di tornare a fissare la mia colazione. Sospiro, abbandonando i resti del povero muffin alle cure degli elfi domestici che laveranno il macello lasciato da quest'orda informe di studente, recuperando tutto il mio coraggio e alzandomi in piedi. Mi avvicino cauta alla ragazza, ancora intenta a scrivere, fermandomi in piedi davanti a lei. Nulla. Tossicchio discretamente. Nulla. Tossicchio di nuovo, più forte. Ancora nulla.
"Georgiana.." la chiamo, posandole una mano sulla spalla. Lei sobbalza, alzando il capo di scatto e sgranando gli occhi. Ci metto qualche attimo a riconoscermi e a sorridere.
"Jillian McKanzie" mi rimprovera, portandosi una mano al petto "Mi hai spaventata!"
"Ehm... scusa, non.. non volevo... scusa." Oh, ma perché sono sempre così impacciata? Si tratta di mettere in fila un paio di parole, non di comporre un poema epico, Fata Morgana!
"Non fa nulla" mi rassicura lei, sorridendo. Non posso fare a meno di notare che ha gli occhi gonfi da far paura e nonostante la magia non è riuscita ad arrivare al colorito di chi la notte dorme. Le borse le arrivano quasi al mento. Distolgo lo sguardo, mentre ricordo che è molto amica di Julia, la sorella della ragazza morta di recente. D'un tratto, il mio stupido problema sembra incredibilmente fuori posto e l'unica cosa che vorrei fare è sprofondare per la mia mancanza di tatto. Georgiana sembra accorgersi del mio disagio, perché alza una mano e la agita con noncuranza, come a scacciare i miei pensieri, sorridendo incoraggiante.
"Ti serve qualcosa, Jillian?" il suo tono è stanco, ma amichevole. Inspiro a fondo, facendomi coraggio.
"Si, io.. c'è una cosa che.. si, insomma, ho bisogno di un consiglio" riesco a formulare dopo qualche tentativo andato male. Migliori, Jillian, non c'è male. Il giorno in cui riuscirai a dire, senza impapinarti, che hai un problema con dei ragazzi a causa della tua abissale inesperienza e che l'unica persona a cui ti è venuto in mente di chiedere aiuto è una ragazza con cui hai parlato al massimo tre volte per anno scolastico, vinci un premio!
"Mh, adesso proprio non posso" si scusa con aria affranta "Devo scappare a lezione. Ma se vuoi, possiamo vederci a pranzo" mi sorride, una smorfia che trasmette tutto tranne che allegria. Annuisco, contagiata dalla tristezza che d'un tratto le ha rempito gli occhi. Chissà, forse anche Ida andava a chiederle consiglio. Trattengo l'impulso di posarle una mano sulla spalla, per confortarla, stringendo le dita attorno alla tracolla della mia borsa.
"A dopo, allora.." sussurro. Mi guarda soltanto, senza realmente vedermi, gli occhi fissi su un punto lontano della sala. E come se non fossi mai stata lì davanti a lei, si china a scrivere di nuovo sul suo taccuino.
Hogwarts è piccola.
Le voci corrono, i pettegolezzi rimbalzano di parete in parete, di quadro in quadro. Tutti i ragazzi sanno a che fantasma chiedere informazioni, a quale ritratto strappare piccole confessioni, a quale statua carpire un segreto.
Eppure, sulla morte di Ida nessuno sembra sapere nulla. Non mancano le supposizioni [le più fantasiose nasconde tutte al tavolo dei Tassorosso, guarda tu che caso], ma sono talmente assurde da non risultare credibili. Non appena metto piede nella Sala Grande, il chiacchiericcio che si leva verso il soffitto è quasi assordante e metà delle frasi che riesco a sentire sono ipotesi sulla morte della sorella di Jiulia. Persino durante le ore di lezione il miglior modo per far passare il tempo è cercare di inventare la più incredibile delle storie. E' semplicemente disgustoso: dopo i primi cinque minuti di lutto, l'intera scuola si è lanciata in questa gara al gossip senza remore.
Saluto Audrey e Laura con un cenno che ricambiano allegramente, prima di tornare una su un libro e l'altra su una rivista patinata dall'aspetto particolarmente superficiale. Georgiana è sola, quasi alla fine della tavolata, e sta ancora scrivendo sul suo taccuino. Come se non si fosse mai alzata da lì. La vedo lanciare di tanto in tanto occhiate al tavolo dei Grifondoro e a quello Serpeverde, senza mai soffermarsi però su un volto preciso per più di qualche istante.
"Ciao" la saluto, sedendomi di fronte a lei "Disturbo?"
Lei sbatte le palpebre un paio di volte, come a scacciare qualche pensiero indesiderato, per poi sorridermi.
"Ciao, Jillian McKanzie. Nessuno disturbo" si allunga verso un vassoio ricolmo di patate al forno, riempiendosene il piatto "Piuttosto, di che cosa volevi parlarmi questa mattina?"
"Ah già.." scrollo le spalle, sentendo il nervosismo montarmi dentro come un'onda che sta per infrangersi sulla costa "Ecco si.. è una cosa stupida e non vorrei.."
"McKanzie, non crei mai problemi e non passi le ore di lezione a mandarmi gufi chiedendomi di presentarti Sebastian Lang, quindi qualunque sia il problema non farti problemi e chiedi" mi rassicura.
"E' imbarazzante" ammetto dopo aver fissato il tavolo per un interminabile istante "Ma io non so come comportarmi con i ragazzi"
Chissà perché il suo sguardo corre automaticamente al tavolo dei Grifondoro e le sue guance si colorano di rosso. Poi torna a guardarmi, senza fare commenti, e agita la forchetta invitandomi ad andare avanti, prima di infilzare una patata. Mi allungo verso una pirofila con delle lasagne alle verdure dall'aspetto invitante.
"Beh, suppongo che tu sappia quello che è successo tra me e Jasper" bisbiglio imbarazzata. Lei annuisce, in silenzio. "Beh, il succo è che durante le vacanze di Natale ho conosciuto un altro ragazzo. Ma per quanto carino e dolce possa essere, io non riesco a togliermi dalla testa Jasper e..." mi interrompo. Georgiana si è irrigidita impercettibilmente, guardando qualcosa alle mie spalle. Mi volto, incrociando la figura magra e pallida di Riddle, seguito da uno sparuto gruppetto di Serpeverde tra i quali Edward Norton e Jasper.
"Georgiana, va tutto bene?" allungo una mano verso di lei, ma solo quando le tocco un braccio sembra tornare in se.
"Scusami, mi sono distratta" bisbiglia, come frastornata.
"Più che distratta sembravi in trance" commento perplessa. Lei scrolla le spalle, imbarazzata.
"Ogni tanto mi capita. Ma stavi parlando di Jasper e Carlisle, se non sbaglio.."
"Come fai a sapere che si tratta di Carlisle?" esclamo stupita.
"La scuola è piccola" replica lei stizzita, chiaramente infastidita dai pettegolezzi che svolazzano di tavolo in tavolo "Ma ti prego, continua"
"Io non so cosa devo.. come devo comportarmi con loro. Jasper.. beh, non è stato proprio quello che si definisce un gentiluomo -al contrario di Carlisle-, ma non riesco a.."
"...a dimenticarlo?" conclude lei per me, con dolcezza. Annuisco, sentendo gli occhi pizzicarmi per la frustrazione. Lei sorride, posando la forchetta e stringendomi brevemente la mano.
"Dai tempo al tempo, Jillian, non essere impaziente. Quando meno te lo aspetti, tutto tornerà a posto. E' l'unico consiglio che posso darti" s'interrompe un attimo "Se mi avessi chiesto aiuto in trasfigurazione sarei stata più d'aiuto, temo" sospira, prima di mettersi a ridere. Sorrido a mia volta. Non è che ci sia molto altro da fare, in effetti. E se deve succedere qualcosa, succederà senza che io vada a cercarmela. Attacco la mia porzione di pasticcio più sollevata. La Caposcuola sorride, prima di tornare a guardare verso il tavolo dei Serpeverde. "Georgiana, posso chiederti perché guardi tanto i Serpeverde?" le chiedo, dopo aver ingoiato un boccone forse troppo grande che rimane incastrato in gola. Beve un paio di sorsi d'acqua e, quando torno a guardare la ragazza, sta quasi trattenendo il respiro. Poi, dopo una pausa un po' troppo lunga, risponde.
"Sto cercando di capire cosa ci trovino tutte queste ragazzine del primo anno in Riddle" lapidaria, torna a concentrarsi sul suo pranzo. Mh, la faccenda puzza, ma è meglio lasciar correre. Non la conosco abbastanza da insistere.
"Un vero mistero" concordo con lei "A me non piace. Mi inquieta: sembra comparire sempre dal nulla. C'è qualcosa, in lui, che mi fa venire la pelle d'oca"
Rabbrividisco involontariamente mentre riaffiora alla mente il ricordo del nostro incontro nella Sezione Proibita.
"Mh" borbotta lei, senza alzare gli occhi dal piatto.
"E poi non mi piacciono le sue idee" butto lì, più per spezzare l'imbarazzante silenzio che è calato tra di noi. La reazione, però, non è quella che mi aspettavo. Georgiana alza il capo di scatto, fulminandomi.
"Le sue idee?" chiede brusca, stringendo forte il taccuino tra le dita. Quando l'abbia mai ripreso in mano, non lo so.
"Lui..lui crede che la magia sia un diritto di coloro che discendono da famiglie di sangue puro" balbetto spiazzata. Forse non è il caso di accennare al fatto che mi ha sostanzialmente minacciata e che presto verrà da me a cercare una risposta. Ha un'aria così allucinata che ho paura possa strozzarmi da un momento all'altra. Boccheggia come un pesce per ventiquattro secondi netti.
"Jillian McKanzie ti ringrazio. E ti prego di scusarmi ma devo scappare, ci vediamo questa sera alla torre!" Raccatta in fretta e furia le sue cose, riempiendosi le braccia di pergamene e libri che aveva sparpagliato attorno al suo piatto prima che arrivassi. Un attimo dopo se ne è andata. Simile a una buffa caricatura di Milly* quando tenta inutilmente di sgombrare la mia scrivania durante le vacanze, non ho fatto in tempo a dire nulla.
Sospiro, guardando sconsolata il mio piatto mezzo pieno: non mi è mai piaciuto mangiare da sola.
"Vuoi compagnia?"
Alzo lo sguardo, trovandomi davanti gli occhi chiari di Carlisle e, nel giro di una frazione di secondo, avvampo.
"No grazie!" esclamo con voce stridula, alzandomi di scatto "Ho finito e devo scappare in camera che ho dimenticato una cosa questa mattina!" sorrido, forzando una risatina vagamente isterica. Lui sorride, cortese. Dannazione, quella fossetta sulla guancia mi farà impazzire.
"Vuoi che ti accompagno?" mi chiede, allungandosi per sfilarmi la borsa dalla spalla. Lancio un'occhiata alle mie spalle: Jasper ha appenza alzato lo sguardo dalla sua bistecca al sangue e si china su Deirdre al suo fianco, sussurrandole qualcosa che la fa ridere. La fitta di gelosia arriva puntuale dopo un paio di secondi.
Inspiro a fondo, cercando di dare una calmata al mio cuore martellante e incrinato, declinando l'offerta di Carlisle e affrettandomi ad attraversare la Sala. E' tempo, Corvonero. La voce di Riddle riecheggia nella mia mente piena di pensieri ingarbugliati mentre gli sfilo davanti. Mi blocco, voltandomi di scatto. Ma lui è immobile, non da segno di aver notare la mia presenza. Vedo Carlisle che fa per alzarsi di nuovo e mi affretto ad allontanarmi, facendo finta di niente. Non so perché, ma le sue parole risuonano nella mia mente come se una minaccia.
*Milly è l'elfo domestico di casa McKanzie, citato un post fa.
Dicono che tutti nascano con uno scopo nella vita. I più fortunati riescono a percepirlo fin dall'infanzia e lo inseguono per tutta la loro esistenza, a volte a scapito di quest'ultima.
Altri, meno fortunati, devolgono la propria vita alla ricerca di uno scopo, senza mai avere la certezza di poterlo trovare realmente. I più miserabili, infine, sono coloro che non riescono a vederlo, vivendo una vita vuota e insulsa, o quelli che per pigrizia o negligenza non guardano neppure ad iniziare la ricerca.
Quelli del primo gruppo sono coloro destinati a compiere grandi imprese, il cui nome, nel bene o nel male, verrà ricordato per l'eternità, indelebile marchio nel cuore della storia;
Nel secondo si trovano i seguaci, che trovano uno scopo nella gloria immortale dell'eroe, in attesa di uno proprio destino; Il terzo è composto dalla gente comune, che vive scappando le gesta e le memorabili imprese, rifugiandosi nel calore e nella sicurezza di una vita semplice.
Dicono che Riddle faccia parte del primo, che sia destinato all'immortalità: di sicuro lui vi aspira, ma in termini più letterali che figurati.
In una della parti più oscure del castello, nel reparto proibito della biblioteca, discutiamo del nostro destino. Non è più tempo di indugiare, di stare a guardare; E' tempo di agire. Fisso uno ad uno le persone che sono state ammesse qui stasera, studenti prescelti, accomunati dalla purezza, dagli ideali e dai principi.
Mentre Riddle azzarda parole dure e utilizza nel miglior modo le sue naturali doti persuasive, sul volto dei presenti appaiono sentimenti diversi: c'è chi è preoccupato, chi dubbioso, chi impaziente e chi, come noi tre, cerca di rimanere impassibile. Riconosco senza fatica alcuni dei miei vicini: ci sono Antonin Dolohov, Lenore Swart, Lena Hoker, Steven Lort e altri della mia Casa. Nessuna sorpresa. Altri volti invece non mi sono così familiari: probabilmente sono di altre case. "la ragazza di Norwood ..", tendo le orecchie e al tempo stesso sento un moto di disprezzo...'la ragazza'... " ... ha spedito all'ospedale una disgustosa Mezzosangue." Questa mi giunge nuova: non avrei mai immaginato che la Traviston fosse capace di arrivare ad uccidere (o quasi) una mezzosangue! E brava la nostra Violet, piccola e gracile in apparenza, eppure così spietata: in lei non ho mai visto segni di rimorso in questi mesi.
La riunione continua e al centro della discussione ci sono i nostri destini, le vite di noi 'eletti', scelti per adempire a un disegno più grandioso: il magnifico disegno di Salazar Serpeverde.
Epurare la scuola. Migliorare la società magica. Dominare incontrastati. Il potere ha un suono tanto dolce da incantarmi; la sua melodia tocca tutte le noti, anche quella della morte: qualcuno dovrà morire per dare inizio al nostro progetto, ma dovrà essere una morte compianta, una vera tragedia greca. Tutti dovranno sapere che il momento arrivato, il giorno i cui gli ideali delle migliori famiglie magiche verranno ascoltati, o meglio realizzati. Le parole di Riddle risuonano ancora nella mia testa mentre il nome della vittima esce come un sibilo dalle sue labbra "Ida Versten, la sorella di Julia Versten, grande amica dei Caposcuola di Grifondoro e Corvonero e...sporca mezzosangue...". Nasce un coro di assensi mentre lui, freddo come se non fosse nemmeno umano, parla di un omicidio, dell'inizio di una leggenda, di una gloria sempre più vicina...
Il giorno è arrivato. Un piccolo post si è appena volatilizzato davanti ai miei occhi subito dopo averlo letto. L'alba si sta appena alzando, eppure sono già vestita, pronta per un nuovo giorno, pronta per la mia missione. Aspetto solo che Violet si svegli sentendo il mio sguardo su di lei. Attendo e non appena i suoi occhi danno segno di essersi aperti, le vado a fianco sussurrandole una frase all'orecchio: "Sai in fondo non siamo poi tanto diverse, io e te...". Probabilmente non c'è frase peggiore che avrei potuto dirle...
Nella sala comune mi aspetta Jasper. Questo compito spettava a me sola, ma ha deciso di aiutarmi, di non lasciarmi, forse prevedendo che per quanto semplice, questo compito si sarebbe rivelato estremamente difficile.
Tutto tace intorno a noi, la maggior parte degli studenti è ancora a letto, e i nostri passi risuonano prepotentemente nei corridoi di Hogwarts. Ogni minimo rumore è più che necessario per farci sobbalzare e i nostri sensi sono tesi al massimo. Se ci scoprissero, se qualcuno venisse a sapere delle nostre intenzioni....no, abbiamo assolutamente bisogno di quella pozione. Arriviamo fino al quarto piano senza che tra di noi voli la minima parola e lì una porta si materializza davanti a noi. Nessuno dei due si muove, nessuno va ad aprire quella porta: entrare cambierà tutto, ci renderà davvero colpevoli di ciò che accadrà di qui a poco. Tra poco si romperà il sottile confine tra realtà e fantasia. "Jasper...", tra le molte domande che ho in testa, una in particolare mi tormenta da ieri sera, "come faceva Riddle a sapere che l'abbiamo rubata?come faceva a sapere che l'abbiamo nascosta qui?"
Di nuovo cala il silenzio. "Io...non lo so...ci avrà seguiti..non so...". Eppure siamo stati tutti molto attenti al tempo a provvedere che nessuno ci seguisse; ma a quanto pare, non abbastanza.
Faccio un ultimo sospiro, poi prendo la mano di Jasp tra la mia:"Andiamo". Con l'altra mano vado a prendere la maniglia della porta massiccia spingendo verso l'interno, ed entriamo, insieme, nella stanza che contiene tutto quello che gli altri non dovrebbero mai vedere...
Un lampo di luce verde. Basta così poco a fare la differenza tra la vita e la morte, basta così poco a toglierci ciò a cui teniamo di più, ciò per cui lottiamo ogni giorno. Nessun suono viene dall'esterno di questa piccola stanza del secondo piano, ciò significa che tutto è andato secondo il piano: nessuno ci ha scoperto. E' anche vero che gran parte della nostra fortuna la dobbiamo al Felix Felicis. "Avete bevuto tutti la pozione vero?", chiede Riddle dal centro della stanza, la solita voce fredda, come se non avesse davvero ucciso una ragazza. Si sente solo la voce di Lenore rispondere con veemenza al nostro capo, mentre gli altri sono ancora scossi "Certo!". Non pensavo che vedere morire qualcuno facesse quest'effetto; è un'esperienza che ti cambia, che ti cambia per sempre.
Riddle sorride guardando i nostri volti atterriti, solamente pochi di noi sono seriamente divertiti e hanno negli occhi una bramosia tipica di chi chiede ancora sangue. "Non preoccupatevi, ci farete l'abitudine...", dice infine con un ghigno sul viso.
Incrociando i suoi occhi rivedo tutta la scena precedente: Ida che entra nella stanza esitante ma felice di vedere Riddle, la sua espressione che cambia scorgendoci ai lati della piccola aula, il suo volto che si trasforma in una maschera di terrore davanti alla vera natura di Tom Riddle.
Dopo aver capito cosa l'attendeva, incapace di urlare o solo di emettere suono, cercava con gli occhi, che vagavano da una parte all'altra dell'aula, arrossati e colmi di lacrime, pietà e una via d'uscita: dei sentimenti e una libertà che non avrebbe trovato, mai più ormai. Alla fine, pochi istanti prima dell'epilogo della sua giovane vita, rivolse l'ultimo sguardo implorante a quello pieno di disprezzo del suo omicida; del suo amato. Odio e amore, così vicini da sovrapporsi.
Poi il lampo improvviso, e i suoi occhi non videro più, erano come velati; e nonostante ciò, aperti, spalancati e accusatori, sono tuttora rivolti verso l'assassino, nel quale non troveranno alcun rimorso.
La voce di Lort mi riporta alla realtà, "cosa ne facciamo del corpo?"
"Lo lasciamo qui. Prima o poi lo troveranno. Sarà di gran lunga più utile da morta che da viva, però una raccomandazione: non fatevi vedere uscire da qui, la pozione vi sarà fondamentale."
In una tasca della mia mantella sento una fialetta di Felix Felicis, rimasta lì per caso; guardo di sfuggita l'oro liquido che vortica nella boccetta e che ricorda tanto i capelli della mezzosangue.
Ormai il limite è stato oltrepassato. Siamo ad un punto di non ritorno: da qui in poi fuggire sarà impossibile. Attenzione: ho scritto come si è svolto l'episodio dell'omicidio secondo una mia interpretazione personale, quindi se per qualcuno non va bene, si può facilmente modificare.
Pensavo che un post generale sull'assassinio di Ida potesse essere utile per tutti, ma dobbiamo essere tutte d'accordo, quindi se non condividete, basta dirlo e modificherò!
In Sala Grande ci sono i soliti gruppi che si riuniscono un po’ per caso, un po’ per volontà, quando la scuola è agli sgoccioli e non c’è più molto da fare. Su un tavolo al centro, una miriade di dolci e bevande sono radunati per placare gli stomaci degli studenti di Hogwarts. Una festa di Natale in grande stile, davvero.
Mi avvicino al buffet e mi verso un bicchiere di Burrobirra, per poi avvicinarmi ad uno dei caminetti. Mi viene da ridere. Ho appena compiuto uno dei gesti più insulsi della mia esistenza, vale a dire dare un bacio a Jillian McKanzie. Non so bene cosa mi sia preso: la rabbia si è impadronita di me. Detesto vedere che le mie azioni finiscono a vuoto. E non mi piace forzare le ragazze a darmi ciò che voglio: è una sconfitta, non un traguardo. Tuttavia è meglio così, che sia finita. Non che sia mai iniziata davvero.
Uno strano senso di liberazione si fa strada fra i miei pensieri: non mi è mai capitato di essere rifiutato, però questa situazione era davvero logorante. Se devo star dietro ad una ragazza, perlomeno che sia una ragazza disposta a venirmi incontro. “Ciao, Jasper. Come va?”domanda la voce di Belinda al mio fianco. “Ciao piccolina, tutto bene. Ho chiuso con la McKanzie.”
“Davvero? Quando?”
“Cinque minuti fa, circa. La cosa non portava a nulla, così meglio troncare.”
“Già. In effetti mi sono sempre chiesta cosa ci trovassi in lei. Non è proprio il tuo tipo.” Guardo il visino di Belinda, che si volta e mi sorride: “Allora? Che c’è?”
“Pensavo a tutto quello che è successo fra noi, dall’inizio della scuola.”
“Ormai è tutto passato.”
“Per fortuna. La prossima volta che mi vedi sul punto di commettere qualche errore…ti prego, fermami.” Belinda ride. “Va bene, lo farò! Posso anche schiantarti?”
“Se è proprio necessario…sì. Però se puoi evita!”
Poco dopo ci raggiungono anche le due sorelle, Utopia e Deirdre. Se ci fosse anche Eve, sarebbero un quadro perfetto e bellissimo. Le mie ragazze: non le perderò. Mai.
Sul treno per tornare a casa, Ed e io ci accaparriamo, come sempre, la cabina migliore. Sistemiamo i bagagli con un incantesimo e ci piazziamo sui sedili. Un Grifondoro del terzo mette dentro la testa con fare timido; basta uno sguardo di sbieco del sottoscritto per farlo scappare a gambe levate. “Jasp, un giorno dovrai insegnarmi a gelare le persone con uno sguardo!”ghigna Ed. “Sì, ma ti costerà una bella somma di galeoni!”
“Bell’amico che sei! Scherzi a parte, ecco che arriva Dè.”
La nostra Principessa entra e chiude la porta, lasciandosi cadere sul sedile al mio fianco con un sospiro: “Accidenti…”
“Cos’è successo?”domanda Ed. “Geert. Sta diventando davvero troppo appiccicoso. E in altri campi non abbastanza.”
“Cosa vuoi dire?”
“Mi ha detto che mi ama.”
“Lo sapevo!”esclama Ed. “C’era da aspettarselo.”rincaro io. “Ma…non vuole venire a letto con me.”
“Perché?!”stavolta parliamo all’unisono, visto che io ed il mio migliore amico siamo abbastanza sorpresi dalla cosa. “Perché io non lo amo.”
Ed e io scoppiamo a ridere. Dè invece rimane seria, anche se il suo viso si rischiara. “Beh? La cosa vi sembra così divertente?”
“Non è per te, che ridiamo.”inizio. “Ma per il ragionamento del caro orsacchiotto, che è di un’ingenuità disarmante!”va avanti Ed. “Povera la nostra Dè!”concludo.
Quando si dice un idiota. Geert raggiunge delle vette che non avevo neppure osato immaginare per lui: siamo sicuri che sia un uomo? Come faccia a resistere a Dè, per me è un mistero. “Comunque anche io non sono da meno.”le dico, per rincuorarla un po’: “Ieri l’ho fatta finita con Jillian McKanzie.”
“Meno male, non mi è mai piaciuta. Quando èsuccesso?” “Prima che ci vedessimo in Sala Grande. Te l’avrei detto anche lì, ma non c’è stata occasione.”
O forse ci sarebbe anche stata, ma non avevo voglia di pensarci ancora, una volta vuotato il sacco con Belinda. Edward invece aveva ascoltato tutta la storia prima di andare a dormire, tra una risata e l’altra, mentre Forsythe e Lancaster dormivano e russavano.
Deirdre ascolta con attenzione la storia, mentre Ed conclude: “Dovremmo far incontrare la McKanzie e Geert. Come tasso di zucchero e miele ci siamo!”
“Ma non dirlo neppure per scherzo!”salta su Dè“Geert sarebbe sprecato! Non credo sia abbastanza per me. Ma di certo non è abbastanza poco per lei!”
Alzo gli occhi al cielo, che poi è il soffitto dello scompartimento.
Il fascino dell’orsacchiotto è difficile da dimenticare. Ma come tutte le cose, presto svanirà.
È tradizione per me passare il Natale a casa di Ed. Al primo anno, Ed mi aveva chiesto: “Allora a Natale starai con la tua famiglia?”
Avevamo undici anni, e ci eravamo conosciuti sull’Espresso di Hogsmeade. Non so definirlo, ma sembrava quasi che ci fossimo riconosciuti fra i numerosi studenti che iniziavano quell’anno a frequentare Hogwarts. Ed stava con Deirdre ed Eve: io li guardavo ammirato dalla loro bellezza, dalla grazia che traspariva da ogni loro singolo gesto.
Eve Sanders aveva un visino da elfo: i suoi grandi occhi chiari erano pervasi di una dolcezza che oggi riappare solo a sprazzi; già allora attirava l’attenzione maschile, anche se era ancora una bambina, ulteriormente calamitata da Deirdre Blackster, già bellissima, che all’epoca portava i capelli pettinati in tanti boccoli inanellati (morivo dalla voglia di toccarli). Edward invece era un ragazzino piuttosto magro, e alto per la sua età, con un’espressione insolitamente pensosa. La prima volta che i nostri sguardi si incrociarono, credo che il mio cuore avesse perso un battito. Capii immediatamente che quel ragazzino sarebbe diventato il mio migliore amico.
E così era stato.
Per questo, alla domanda di Ed non avevo potuto rispondere che con sincerità: “No, sarò da solo. Io sono sempre solo a casa mia.”
“E perché?” Gli avevo spiegato come stavano le cose: mio padre era (ed è tuttora) sempre in giro per il mondo per le sue ricerche, ed è raro che sia a casa per una ricorrenza; dopo la morte di mio fratello Sean, mia madre lo aveva lasciato, ed aveva tagliato i contatti anche con me.
Mi vergognavo profondamente di ogni mia parola, e parlavo fissando un punto indefinito. Alla fine del mio discorso, avevo osato guardare il mio amico in faccia, temendo di vedervi dipinta la smorfia di disprezzo che già allora riservava a chi lo meritava.
Invece mi sorrideva e mi aveva detto: “Bene! Allora puoi venire a passare il Natale da me!”
Io avevo accettato. Durante quelle prime vacanze insieme, avevo scoperto che Ed aveva perso il padre da pochi mesi: questo ci rese ancora più legati, perché i miei genitori, benché entrambi ancora in vita, erano lo stesso assenti. Così la nostra amicizia, che era iniziata da poco, iniziò a rafforzarsi.
Deirdre ci viene incontro, bella e delicata come una farfalla, e dopo averci salutato, ci prospetta la situazione: “Allora, vedete quella ragazza bionda?”dice, indicando quella che definirei una “bella fanciulla” per non scadere in inutili volgarità. “Sì, e allora?”risponde Ed, poco interessato. “Vuole uscire con uno di voi. Non importa chi.” Ed sembra tutt’altro che interessato. Avrà la testa persa per una certa persona di mia conoscenza. “Ci penso io, Dè.”affermo “Ed adesso preferisce le more, lo sai.”
Così trascorro una piacevole serata. Scopro che Amalia, la mia dama, è la sorella di Axis, ovvero la preda prescelta da Deirdre. Inarco un sopracciglio quando la vedo ridere con lui: non che quel tipo mi vada a genio, ma perlomeno è già un miglioramento rispetto a Geert Wellington. Non è come me, ma potrebbe quasi andare.
Amalia deve vedermi distratto, perché richiama la mia attenzione con un pizzicotto: e io sono ben felice di concedergliela.
Il profilo di Deirdre si staglia contro il finestrino del treno che ci riporta a scuola dopo le vacanze. Ripenso a quello che è appena successo: possibile che Tom Riddle sia l’erede di Salazar Serpeverde?
Non considerando per un istante l’anello…devo ammettere che sarebbe possibile. E se è così, cosa vorrà dirci alla riunione?
Cammino con le mie sorelle lungo il viale che porta alla mia villa sotto un cielo interamente coperto da dense nuvole grigie. Il vento gelido che soffia implacabile mi graffia il viso e tento inutilmente di coprirmi il più possibile, mentre il parco tutt'intorno a me è ricoperto da un alto strato di neve candida; persino le grandi sculture classiche che l'adornano sono nascoste da un velo bianco. Finalmente a casa dopotutto. Arrivo fino all'ingresso dove, appena messo piede sul piano d'entrata, la porta si spalanca di fronte a me e riesco a percepire il calore che viene dall'interno. Ad accoglierci c'è un insignificante elfo che si occupa immediatamente dei bagagli. La grande sala è completamente adorna di addobbi preziosi, e anche qui tutto è bianco, proprio come all'esterno. L'albero posto al centro del salone fa risplendere i suoi cristalli mentre la magia fa cadere piccoli fiocchi bianchi sull'arbusto. Mi guardo intorno per riprendere familiarità con l'ambiente quando sento la voce di mia madre che ci da il benvenuto e lo zampettare di un piccolo cane che ci corre in contro festoso. "Snow!", mi abbasso ad accarezzargli il piccolo musetto nero, in netto contrasto col suo curato pelo bianco, ironia della sorte. "Forse hai un pò esagerato col bianco quest'anno, mamma."sento parlare Belinda alle mie spalle. "Non dire sciocchezze cara, ma entrate che fuori si gela!"
"E' tutto meraviglioso..."questa volta è la voce di Utopia,"quest'anno sarà proprio un bianco natale!". Mia mamma ride, spero non davvero divertita dalla battuta, mentre io e Beli la guardiamo un pò stranite. Quando un leggero rossore comincia a colorarle le guance però, le sorrido, "Hai ragione... sarà un bianco natale!" Natale. L'autorità di mio padre si fa subito sentire in casa: tutti obbediscono agli ordini, gli elfi domestici cercano di farsi vedere il meno possibile e la mia libertà è decisamente limitata. Giusto ieri ha voluto controllare che il nostro rendimento scolastico fosse impeccabile, e così Belinda si è dovuta subire dei duri rimproveri e l'obbligo di intrattenere gli ospiti di natale per tutta la sera, compito di una noia mortale, e che di solito tocca alla sottoscritta. "Bene Deirdre, non vedo tutti gli Eccezionale che vorrei ma siamo sulla buona strada.", è stato uno dei massimi complimenti che mio padre mi abbia mai rivolto, e che mi ha risparmiato una serata tra vecchie signore snob che amano troppo se stesse per comprendere la loro ecclatante stupidità. Guardo mio padre, ora appoggiato al muro, perfetto nel suo abito fasciato, lo sguardo duro che non abbandona mai e la sigaretta stretta nelle dita. Charles Blackster, troppo facile descriverlo: conservatore, attaccato all'onore e al prestigio della casa Blackster più che alla sua stessa vita, membro di prestigio al Ministero, temuto e rispettato da tutti. Se solo tenesse alle figlie almeno quanto tiene all'onore, non comprerebbe il nostro amore con i regali più costosi. Ma in fondo, va bene anche così...
Distolgo gli occhi da lui per concentrarmi su un punto davanti a me. Sono agitata mentre sto in piedi davanti alla porta d'ingresso, con al mio fianco le gemelle e con come giudice imparziale mia madre. Indossiamo alcuni tra i nostri abiti migliori mentre aspettiamo i nostri primi e più importanti (e graditi) ospiti: la famiglia Rakovski.
"Bene..perfette! I Rakovski dovrebbero essere qui a momenti..mi raccomando!". Mi sudano le mani e continuo a cambiare posizione, forse per tensione, forse per impazienza. "De così fai agitare anche me! Non puoi fare così ogni anno!" "Si hai ragione Beli..scusa...". Ci provo, giuro, ci provo ma non riesco a togliermi di dosso quel senso di vuoto, un misto di paura, eccitazione, e... "Sono arrivati!" esclama mia madre. Pietrificata; nemmeno un incantesimo potrebbe mai farmi restare più ferma di come sono ora.
I miei genitori si apprestano ad accogliere personalmente gli ospiti, come fanno nelle occasioni importanti. "Benvenuti! Accomodatevi...E' un piacere avervi qui!". Due figure varcano per prime la soglia, ma non sono loro che aspetto tanto impazientemente: subito dietro di loro infatti, un ragazzo e una ragazza infreddoliti entrano a loro volta e salutano cordialmente i vecchi amici di famiglia. Lei è Amalia Rakovski, una delle mie più care amiche, sempre frizzante e brillante; mentre il ragazzo al suo fianco è suo fratello, Axis. Mi toglie letteralmente il respiro quando si gira verso di me.
"Seguite pure Deirdre e le gemelle, vi accompagneranno alle stanze che vi abbiamo riservato. Assar, Diodora, io e Charles vi accompagneremo invece nei vostri alloggi..."
Saliamo le scale nel silenzio più assoluto finchè i nostri rispettivi genitori non spariscono dalla visuale...
"Nell'ultima lettera mi dicevi che volevi chiudere con il tuo ragazzo, Geert vero?", chiede Amelia già pronta per la serata, mentre osserva attentamente la mia vasta collezione di rossetti e lucidalabbra.
"O si...già fatto...spero almeno che lui l'abbia capito, sai non era molto sveglio...". Mi guardo allo specchio, indecisa se scegliere il vestito bianco, oppure quello blu. Sono entrambi molto belli...
"Ma stasera ci saranno anche Edward e Jasper?"
"No...". Il vestito di seta blu fa la sua scena, ma quello bianco è decisamente più elegante: l'ideale per questa sera. Faccio il giro su me stessa con indosso l'abito candido.
"Che peccato..."
"Penso di aver scelto...vada per il bianco!". Indosso le scarpe nere,alte, aperte davanti ed in tinta con le righe che ornano il vestito. "Allora, andiamo?". dico esortando la biondina sul letto.
"Certo...", mi risponde Amalia, con uno sguardo un pò risentito, probabilmente a causa delle scarse attenzioni che le ho appena rivolto,"ma prima Dè...ti piace ancora parecchio mio fratello, vero?"
Rispondo solo dopo parecchi secondi, "Mi piace...". Forse farei meglio a dire che mi fa impazzire e che è come una calamita per me, ma meglio non sbilanciarsi troppo visto il profondo legame dei due fratelli.
"Bene, allora ti farò una confessione...". La guardo incuriosita e la mia amica nota il cambiamento del mio atteggiamento verso di lei, così fa un sorriso tra il malizioso e il divertito,"Axis mi ha chiesto di te durante il viaggio...e per uno come lui, può significare solo una cosa: gli interessi davvero!"
Rimango basita e cerco di non far trasparire troppo l'emozione che mi sale come un brivido per il corpo: Axis mi piace da una vita, e inoltre è il protagonista di una vecchia scommessa tra me ed Eve, una scommessa che punto di vincere entro l'anno nuovo. A capodanno, ormai ne sono sicura, vincerò la sfida, e non appena Eve tornerà, dovrà riconoscere la mia vittoria e fare qualcosa per me...
Destandomi dai miei piani per i giorni successivi, ricordo chi sia la persona in piedi di fronte a me: "Ok Amy...cosa vuoi in cambio di quest'informazione?". Il suo viso si illumina. "Mi conosci troppo bene...voglio un appuntamento con uno dei Principi. Non mi importa se Ed o Jasp." La richiesta non sembra neanche troppo gravosa, ne per me, ne per i principini immagino.
"Non c'è problema...Capodanno va bene?"
"E' perfetto!Grazie Dè"
"No...grazie a te...". Sapere di piacere a Axis per me era fondamentale, le cose così cambiano e tutto diventa più semplice. Sento già il sapore dolce della vittoria..."Non vedo l'ora di Capodanno", sussurro appena, mentre mi accingo a fare strada alla mia preziosa ospite fino alla sala riservata alla cena, decorata ad arte e resa straordinaria dalla lunga esperienza di mia madre nel campo. La stanza è piena di persone, ma a me ne interessa una in particolare. I miei occhi passano veloci tra i volti degli invitati finchè lo vedo, appoggiato al muro, tra le mani un calice che sorseggia ritmicamente, bello come non mai. Mi avvicino con passo deciso al mio obiettivo, sempre più prossimo...che il gioco abbia inizio...
Mi sembra impossibile che anche queste vacanze invernali alla fine si siano concluse. I rumori assordanti della locomotiva in movimento non mi fanno conciliare il sonno, che eppure sento gravare sugli occhi, senza che questi si chiudano effettivamente: sembra che non ne vogliano sapere di concedermi una tregua! Con la schiena appoggiata alla cabina rivolgo uno sguardo furtivo a Ed e Jasp, che sembra si stiano scambiando i propositi per il nuovo anno, con troppo entusiasmo a dirla tutta. Belinda e Utopia questa volta hanno sdegnato la nostra presenza in favore dei loro compagni d'anno, anche se questa storia mi stupisce alquanto...
Ho ormai già rinunciato da un pezzo a dormire quando prendo carta e penna per scrivere ad Eve, che sembra che presto tornerà ad Hogwarts. Le scrivo delle vacanze, dei regali, dei Rakovski e lascio volutamente in sospeso la festa a casa di Edward l'ultimo dell'anno..."...ti racconterò tutto di persona, quindi cerca di tornare presto o mi passerà la voglia! Sappi solo che ho vinto la scommessa...Mi manchi. Torna presto, tua Dè." Soddisfatta di me stessa piego la lettera e la infilo nella busta analoga, dove scrivo l'indirizzo del destinatario. Ho ancora in mano il tutto quando lo sportello dello scompartimento si apre all'improvviso e appare il volto di Riddle. E' molto strano trovarlo sul treno, infatti solitamente passa il Natale a scuola, la sua unica vera casa, o almeno così pensavo fino ad ora...
"Scusate il disturbo...", dice con la solita voce zelante, "volevo avvisarvi che ho indetto una riunione riservata ai Serpeverde, ecco...ad alcuni Serpeverde, quindi vi prego di non farne parola con nessuno; che sia chiaro, con nessuno, "nelle sua voce si avverte un piccolo cambiamento di tono, che fa risuonare la frase come una minaccia. Davanti ai nostri sguardi attenti, e leggermente sorpresi, Riddle continua il suo discorso, "Bene, luogo e orario vi verranno comunicati il giorno stesso. Buon viaggio.". Un leggero rumore proveniente dal corridoio costringe Tom a voltarsi quando ancora non ha chiuso del tutto le porte della cabina. L'ultimo fievole suono che sento provenire dalla sua bocca è 'stupida ragazzina', poi le porte si chiudono con uno schiocco e Riddle sparisce, lasciandoci perplessi, e al tempo stesso incuriositi dalla confidenza rivoltaci dal Caposcuola. Una riunione riservata: per quale motivo? E perchè nessuno, e su questo punto Riddle era stato fin troppo chiaro, doveva venirne a conoscenza? A quanto pare doveva essere una cosa molto importante, o estremamente urgente...
Improvvisamente un'immagine si fece chiara nella mia mente. Osservando Riddle aprire lo sportello avevo avuto modo di rimettere gli occhi sul suo anello nero, e osservarlo con più precisione trovandomi di fianco all'ingresso stesso, e ripensandoci...sapevo cos'era quell'oggetto: ricordavo perfettamente dove l'avevo già visto, che stupida, come ho fatto a scordarmene! La consapevolezza di ciò che quell'anello significa mi colse in un secondo. "Jasp, Ed...lo so...". I due accanto al finestrino mi fissano come se fossi impazzita.
"Non capite, non ricordate?"
"Dè, scusa ma penso che Riddle ti faccia uno strano effetto..."
"No...ascoltate, l'anello...". Jasper alzò gli occhi al cielo: l'avevo tormentato con questa mia fissazione, ma ora la cosa era diversa, io sapevoe non potevo crederci."non vi ricorda un libro che vi ho mostrato quando eravamo piccoli? Il libro che mi leggeva sempre mio padre, quello su Salazar e sulla Casa Serpeverde!"
Era grazie a quel libro che mio padre era certo che sarei finita a Serpeverde, non avrebbe mai considerato la possibilità che finissi in un'altra casa, non la sua primogenita, non sua figlia, non sangue del suo sangue! Comunque i miei amici mi guardano allibiti, probabilmente staranno pensando che mi si sia fuso il cervello..."L'anello, dai l'anello!!!"
Dopo una pausa di silenzio, un lampo di genio passa per gli occhi di Edward, "Ah...dai Dè, non crederai..."
"E invece si!"
"Impossibile...", continua Ed, sempre più allibito e turbato dalle mie parole.
"L'ho visto da vicino, non può che essere lui! e no, non è una copia ne sono più che sicura", continuo, prevedendo la domanda che sicuramente Edward mi avrebbe fatto di lì a poco.
"Scusate, potete spiegare anche a me, o è una cosa tra voi due?", si intromette Jasper. Rispondo con una punta di impazienza nella voce, "E' l'anello, il Suo anello...l'anello di Salazar!!"
Jasper sgrana gli occhi incredulo e visibilmente scettico, "Dai Dè, sii seria,"rivolge uno sguardo ad Ed in cerca di sostegno, ma quello guarda fisso davanti a se, probabilmente nel tentativo di esaminare i fatti,"..ciò significherebbe..."
"...che Tom Riddle è l'erede di Salazar Serpeverde...". Concludo per lui la frase, dopodiche nello scompartimento cade un silenzio profondo ed inquietante. C'è solo silenzio mentre i nostri sguardi allarmati si incrociano. Non so per quanto tempo non abbiamo parlato, so solo che tutto tace quando vedo spuntare all'orizzonte le guglie della nostra cara Hogwarts...
Divisa, mantelli, maglioni, jeans, magliette, biancheria. Libri, penne, pergamene. Cosmetici. Il baule è strapieno, nonostante l’abbia incantato per aumentarne la capacità. Faccio mente locale su cosa ho messo via: credo di aver preso tutto, ma di certo mi sono dimenticata qualcosa…è sempre così. Con un sospiro, chiudo i miei bagagli e scendo le scale che dalla mia camera portano al piano terra.
Saluto mio padre e Siri con un abbraccio, poi Ida ed io gettiamo una manciata di Polvere Volante nel caminetto e ci ritroviamo a Londra, nel piccolo alberghetto da dove eravamo partite. Saldiamo il conto con alcuni sassi che ho trasfigurato in sterline babbane, e poi prendiamo un taxi e scendiamo a King’s Cross.
Arrivate al binario 9 e 3\4, aspettiamo il treno per Hogwarts. Ida è tranquilla e sorridente, il pallido sole inglese le illumina i capelli biondi e la rende bellissima. Se soltanto trovasse un bravo ragazzo.
Un rumore stridente ci avvisa che il treno sta arrivando: poco dopo, saliamo sulla carrozza e io sistemo i bagagli con un incantesimo nella prima cabina libera che trovo. Abbraccio mia sorella, e la saluto con una carezza sui capelli. Ida raggiunge i suoi compagni di Tassorosso, mentre io resto sola nello scompartimento. Forse dovrei ripassare Storia della Magia, visto che durante le vacanze ho fatto tutt’altro che studiare; prendo il pesante tomo con la copertina di cuoio e mi accingo ad aprirlo. “Caspita, che espressione sofferente!” esclama Sebastian, aprendo la porta. “Non dirmelo. Ero tentata di studicchiare qualcosa, ma ho appena deciso di rinunciare." "È forse a causa della mia presenza? La mia bellezza ti distrae?”scherza lui. “Ma piantala!”gli rispondo, lanciandogli il librone.
Nella migliore tradizione, manco il bersaglio: meno male che nel Quidditch non mi succede! La porta poi si apre, e il professor Silente introduce il suo capo brizzolato: “Sebastian, Julia, tutto bene?”domanda con un sorriso sornione. “Certo professore. Solo che Julia ha cercato di uccidermi con il libro di Storia della Magia!” Silente non smette di sorridere, e dopo avermi lanciato uno sguardo penetrante se ne va. “Possibile che devi sempre farmi fare queste figure?”
Seb non riesce a trattenere le risate, dopo avermi vista arrossire. “Non c’è neanche Georgiana a sostenermi contro di te!”borbotto. La mia frase sembra colpirlo, perché si calma all’improvviso, e mi dice, cambiando discorso: “Peccato che le vacanze siano finite.”
“Già. Senza contare che per noi è l’ultimo anno. Sono gli ultimi mesi a Hogwarts.”
Sebastian non mi risponde. Tutti e due guardiamo fuori dal finestrino, e pensiamo al futuro. Non so bene cosa farò della mia vita, anche se ormai siamo agli sgoccioli. Mi piacerebbe lavorare al San Mungo, o magari alla Gringott, perché no. Ma in realtà, la mia più grande ambizione sarebbe diventare un Auror.
Chissà.
La prima settimana è sempre devastante. Non tanto per il ritmo, quanto per la necessità di riabituarsi alla routine scolastica. Oggi sono davvero distrutta: ho sostenuto un’interrogazione di Incantesimi, ma Benton sembrava abbastanza incattivito nei miei confronti, e così mi sono dovuta arrampicare sugli specchi. Deve essermi riuscito bene, una volta tanto, perché mi ha dato un Eccellente, che non pensavo di meritare. Sono tornata al mio posto, stupefatta ma contenta, e Sebastian e Georgiana mi hanno accolto come un eroe che torna dalla guerra, quindi credo di aver avuto un’espressione abbastanza sconvolta.
All’ora di cena, Seb viene monopolizzato da quell’odiosa Sissy, mentre Georgie sta parlando con una ragazza bionda del sesto anno, di nome Jillian, credo, e non mi va di disturbarla mentre aiuta i suoi studenti. Ida non si vede in giro, né al tavolo dei Tassorosso. Così resto da sola, seduta un po' discosta dal resto dei Grifondoro.
Con un tocco di bacchetta faccio comparire la mia cena, e intanto apro il libro di Pozioni, visto che un'esercitazione incombe e io sono circa a metà preparazione. Davanti a me compare un’ombra: chi si siede è Garet Haslett. “Ciao Julia, posso sedermi?”
“Sì, certo. Mi hanno abbandonata tutti!”
“Allora ti faccio un po’ di compagnia.”
Vuole chiedermi qualcosa, lo so. Che cosa, lo scoprirò fra poco. Qualcosa sul Quidditch o su Georgiana: a giudicare dalla sua espressione, è più probabile la seconda ipotesi. Ci perdiamo in qualche convenevole, finché arriva al punto. “Senti…volevo chiederti…”
Timido e indeciso. Alla faccia di Mr. Darcy! “Qualcosa riguardo Georgiana?” azzardo io. “Esatto!” Colpito e affondato, anche se non era difficile indovinare. “Beh, dimmi pure. Se posso risponderti, non c’è problema.”
“Niente, volevo solo sapere…ti ha più detto nulla? Su…ehm, su di me.”
“Mi ha raccontato di quello che è successo con la tua pseudo-ragazza, e mi ha detto che poi le hai spiegato la cosa.”
“Sì, è vero…nient’altro?”
A dire il vero, sì. Nei due giorni che abbiamo trascorso insieme, Georgie ed io ci siamo di molto dilungate sugli apprezzamenti fisici di Garet, ma non sono cose che si possono ripetere. “Senti, se vuoi chiederle di uscire o qualcosa del genere, io ti consiglierei di farlo.”
Garet annuisce e mi dice: “Grazie, Jules!”
“Prego! E adesso dammi una mano con Pozioni, o il Lumaprof mi tormenterà fino alla fine dell’anno…!”
È notte, notte fonda, ma io non riesco a dormire. Non sono davvero sveglia, no, sono come immersa in un limbo di stanchezza e torpore, ma resto cosciente. Una strana sensazione mi stringe le viscere e mi impedisce di prendere sonno. Dalla mia finestra vedo uno spicchio di Luna, affilato come una falce. La sua luce lattea illumina tutti gli oggetti e disegna nuove ombre, nuovi contorni. In momenti come questi, di solito faccio sogni bizzarri oppure mi ritrovo a pensare agli eventi salienti della mia vita, riflettendo sulle cose che mi sono successe, sulle loro cause e conseguenze.
Sento dei passi all’esterno della stanza, passi maschili. La porta della stanza si apre, ed una candela accesa entra fluttuando, illuminando il volto di Albus Silente. Le mie compagne di stanza si svegliano all’improvviso, sobbalzando e cercando di coprirsi con le lenzuola. “Professore?! Cosa ci fa qui? È successo qualcosa?” domanda Louise, la più vicina all’ingresso, con voce preoccupata e spaventata. “Julia, per favore, vieni con me. Subito.”
Il suo tono di voce è autorevole come sempre, ma ha in più una nota particolare, che non gli avevo mai sentito. Mi alzo dal letto, e mi copro con una vestaglia bianca di lana d’angora; seguo il professor Silente, che cammina accanto a me, con passi svelti e precipitosi. La sua espressione non fa presagire nulla di buono. Cosa può essere successo?
Usciamo dagli alloggi di Grifondoro, e raggiungiamo la Presidenza. Il professor Dippet è seduto al suo posto, circondato dall’intero corpo insegnante. Mi preoccupano molto l’espressione addolorata della professoressa Bonnet e gli occhi lucidi del professor Collins.
Dippet mi invita ad accomodarmi, mentre Silente resta in piedi accanto a me, come gli altri insegnanti, e mi appoggia una mano sulla spalla. “Signorina Versten, non è facile quanto sto per dirle.”inizia il preside.
Deglutisco. È successo qualcosa di grave, l’ho capito. Ma cosa? “Sua sorella Ida è stata ritrovata morta in una delle aule del secondo piano.”
È come se tutte le luci della stanza si spegnessero. “Quando?”riesco a chiedere con un filo di voce. “Non si è presentata a cena, e durante l’ispezione della professoressa Bonnet non era in camera. Sono partite le ricerche, ed è stata ritrovata circa mezzora fa.”
“Come è morta?”
“Non ci sono segni evidenti di colluttazione.”
Mentre Dippet mi risponde, chiudo gli occhi: un dolore inconcepibile mi riempie la testa e l’anima.
Lenta la neve cade e si dissolve. Cammino per il parco, mentre è ancora notte, ed una lieve coltre candida inizia a ricoprire tutto. Non mi hanno lasciato vedere Ida, non ho potuto salutarla per l’ultima volta. La Luna ha cambiato posizione, ma ha sempre la forma di una falce bianca e lontana. I miei passi mi conducono vicino al lago. Immergo i piedi nudi nelle sue acque oscure: vorrei tanto avere accanto mia madre. Vorrei tanto che lei mi consolasse.
Avanzo nell’acqua, fino a sprofondare sotto la sua superficie. Il mio corpo è inerte, e l’unica cosa che la mia mente è in grado di fare è chiamare il nome di Ida, e quello di mia madre, una volta l’uno e una volta l’altro.
Un volto bellissimo si avvicina al mio: emana una luce azzurra, è il volto di una donna, e mi somiglia molto. “Mamma?”penso.
Il volto non mi risponde, ma sento una forza sottomarina che mi spinge verso l’alto. Pochi secondi dopo, respiro di nuovo l’aria della notte. Muovo gli arti con cautela, guardandomi attorno: in riva al lago ci sono alcune figure di cui non distinguo bene i contorni, ma intorno a me non c’è più traccia di quella creatura. Mia madre se n'é andata un’altra volta. Ida non c’è più. C’è qualche motivo per cui dovrei tornare a riva invece di lasciarmi andare a fondo e perdermi nell’oblio? “Julia!”urla Sebastian. “Jules, ti prego, torna indietro!”grida Georgiana.
Altre voci dicono le stesse cose. L’immagine degli occhi azzurri di mio padre mi attraversa la mente. Con poche bracciate torno a riva. Georgie materializza un asciugamano, mentre Seb mi abbraccia, aprendo le falde del suo mantello per riscaldarmi.
Solo adesso mi accorgo del gelido freddo notturno.
Che il Capodanno prendesse una svolta simile, non l'avrei mai detto.
Mi stringo forte al braccio di Carlisle, mentre attraversa un mare di ragazzi e ragazze che probabilmente non vedrò mai più in vita mia, dopo questa sera, e che comunque non sarò in grado di riconoscere. Fate e folletti, perché gira tutto così veloce? Non ho nemmeno bevuto -sono troppo nervosa per fare qualsiasi cosa che differisca dal respirare-, quindi per quale astruso motivo mi sembra che tutto sia destinato a capovolgersi da un momento all'altro? Forse è l'emozione.
"Carlisle.." il lamento sfugge alle mie labbra prima di poter fare qualsiasi altra cosa. Il ragazzo si volta verso di me, trafiggendomi con i suoi incredibili occhi azzurri. Avvampo, mentre mi scruta pensieroso prima di annuire.
"Due minuti, resisti due minuti" mi ordina con un mezzo sorriso, allungando il passo. Come se non stesse già andando veloce. Sbuffo, senza troppa convinzione, lasciandomi trascinare in mezzo al trambusto ad occhi chiusi. Se davvero guardassi cosa ho davanti, finirei col rimettere il mezzo grissino che sono riuscito a ingurgitare prima di prendere la Passaporta per questa casa.
L'aria fredda che mi schiaffeggia il viso, dopo quella che mi è sembrata un'eternità, è una vera e propria benedizione. Inspiro a fondo, avida di questo gelo che mi riempie i polmoni e mi sgombra la testa. Mi sento come se non respirassi da anni. Il mio cavaliere mi porta fino ad una balustra di marmo bianco, dove si siede incrociando le braccia al petto.
"Non sei tipo da feste selvagge, vero?" mi chiede abbozzando un sorriso. Riapro gli occhi, scoprendomi con entrambe le mani alla gola. Abbasso le braccia, vagamente imbarazzata.
"Nemmeno un po'" sussurro, rimanendo immobile nell'esatto punto in cui la sua mano ha lasciato la mia. Non è lontano da me, posso ancora sentire la scia del suo profumo. Ed è buono.
"Mi spiace.." non accenna ad abbassare lo sguardo "Ti sarai annoiata a morte"
Neanche tanto, a pensarci bene. Ho passato buona parte della serata rannicchiata su una poltroncina in un angolo dell'enorme biblioteca, dopo esser stata puntualmente abbandonata da Isabel in favore di un aitante ragazzo dai capelli nerissimi e gli occhi smeraldo. Ho avuto modo di buttar l'occhio su vere e proprie chicche che nemmeno nella sezione proibita avrei potuto sfogliare, ho vagato tra gli enormi scaffali impolverati respirando il forte odore della cera delle candele, ho sbirciato la mia amica e i suoi progressi dalla cima di un'enorme scalinata coperto da un lungo tappeto di velluto rosso. E poi. E poi sono stata rapita. Un biondino straordinariamente simile a Jasper mi ha individuata, si è praticamente materializzato al mio fianco -o forse sono io che sono rimasta paralizzata quando l'ho visto e lui si è mosso a velocità normale, non ne sono sicura- e mi ha portata giù, nella ressa, dove mi sono vista costretta a dimenarmi in una maniera assurda per evitare che quel mare di gente mi calpestasse e mi riducesse a marmellata pura. Poco prima dello scoccare di mezzanotte, mi sono defilata in un dei mille bagni di cui questa reggia sembra provvista e mi ci sono chiusa dentro. Non mi andava di baciare un emerito sconosciuto. O meglio, un emerito sconosciuto con la faccia di Jasper Lewis. Non faccio un vanto dell'aver passato la mezzanotte chiusa in un lussuosissimo bagno, chiaro, ma non ero dell'umore adatto a fare altro.
Il caso -credo- ha voluto che a trovarmi fosse Carlisle. Il Tassorosso sorridente di Natale. Quello che mi ha presentato la nonna. Ha bussato alla porta, delicatamente, e mi ha detto che era urgente. Senza una scusa opportuna da propinargli -in mezzo a tutta quella confusione l'ho scambiato per il sosia di Jasper venuto a reclamare il bacio mancato- ho spalancato la porta dicendogli che mi dispiaceva ma che non se ne faceva niente. La sua faccia è stata qualcosa di spettacolare. Mi ha rivolto un enorme sorriso, facendomi presente che qualunque fosse il problema se ne poteva parlare tranquillamente, e poi si è scusato. E' entrato nel bagno trascinandosi dietro un ragazzo semi svenuto che ha rimesso penso pure l'anima con la testa dentro la tazza. Si è assicurato che l'amico stesse bene e poi, non so nemmeno come, mi sono ritrovata nella folla assieme a lui, questa volta sul punto di svenire. L'emozione, si.
"Oh, neanche tanto" sorrido, stringendomi le braccia in vita "Ci sono un sacco di cose da fare in questa casa"
"Non ne dubito" un lampo divertito attraversa il suo sguardo e io, come mio solito, arrossisco "Sei qui da sola?" prosegue cordiale.
"No" scuoto il capo "Sono qui con Isabel, ma l'ho persa di vista"
"Non l'ho mai vista staccarsi da mio cugino per tutta la sera" ribatte, impassibile, senza perdere il sorriso. Non mi chiedo nemmeno come faccia a conoscerla, non mi importa.
"L'ho persa di vista da un po'" replicò piccata, incrociando le braccia al petto. Cosa vuole insinuare, adesso?
"Scusa, scusa!" ride, sollevando le mani e mostrandomi i palmi, in segno di resa "Non volevo farti arrabbiare, Jillian"
Abbasso lo sguardo, borbottando qualcosa di incomprensibile alle mie stesse orecchie, fino a quando non sento il suo braccio caldo circondarmi le spalle. Quando è comparso al mio fianco, non lo so.
"Stavi tremando" sussurra al mio orecchio, giocando distrattamente con una ciocca di capelli. Istintivamente, mi irrigidisco: l'ultima persona che ha toccato i miei capelli è stato Jasper. E una parte di me non vuole che un altro ragazzo faccia lo stesso. Anzi, parliamoci chiaro. Non voglio che un ragazzo mi tocchi i capelli. O mi accarezzi il viso. O, peggio ancora, mi baci. Distolgo lo sguardo, imbarazzata.
"Carlisle, io.." inizio a dire, incespicando nelle parole "Io non.."
Lo sento sorridere, e sospirare, prima che il calore del suo braccio lasci posto al freddo dell'imminente alba.
"Lewis" sospira di nuovo, infastidito "Avevo sentito qualche voce su voi due, ma non credevo fosse una cosa seria. Con tutto il rispetto, eh!"
"Non stiamo assieme" rispondo automaticamente, prima che il significato più cattivo delle sue parole mi investa come una slitta trainata da Ippogrifi. Mi ritraggo, spalancando la bocca senza pronunciar parola.
"..Cosa vorresti insinuare?" ruggisco poi, una volta acquistata nuovamente la capacità di parlare "Che siccome qualche tua compagna di Casa ficcanaso mi ha vista assieme a Jasper una volta o due e io non sono qui con lui ora ti senti libero di fare quello che ti pare con me? Non so che voce sia arrivata alle tue orecchie e non voglio nemmeno sentirla, ma non hai il diritto di pensare questo di me. Non hai il diritto di dire nientre, su di me, non mi conosci nemmeno!" strillo tutto d'un fiato, sentendo il mio tono di voce salire di due ottave almeno. Carlisle non sorride più. Sta per dire qualcosa, probabilmente sta per scusarsi, ma non lo lascio parlare.
"E anche se fosse stata una cosa seria, cosa speravi di ottenere? Che io venissi con te solo perché lui non è presente? O forse che siccome probabilmente qualche pettegola amica tua -con tutto il rispetto, eh!- lo ha visto mentre mi baciava a forza quando io volevo solo andarmene a casa senza troppi incidenti sentimentali, allora questo fa di me una ragazza poco seria, una facile, una con cui andare a capodanno per riempire il vuoto lasciato da non so nemmeno io chi?"
Okay. Adesso sono decisamente isterica. E nei suoi occhi c'è un filo di preoccupazione che mi da da pensare che lui abbia radicalmente cambiato idea su di me: se prima ero una secchiona un po' strana, adesso sono una psicopatica in piena regola. Ma a questo punto non si può piangere sul latte versato. Tanto vale uscire con un gran finale.
"Qualunque cosa tu stessi pensando, non mi importa. Me ne torno a casa. Felice anno nuovo, Carlisle."
E giro sui tacchi, rimanendo miracolosamente in equilibrio sui trampoli che Isabel mi ha obbligata ad indossare, rientrando nel salone e dileguandomi nel mare di folla. E quando finalmente una forza familiare mi strattona tirandomi l'ombelico verso la vecchia spazzola che mi riporterà a casa, mi rendo conto che, probabilmente, ho rovinato quanto di più buono la serata mi aveva offerto. Un applauso a Jillian, signore e signori, la più idiota tra gli idioti!
"..ian! Jill, mi stai ascoltando?"
Mi scuoto dal torpore in cui ero scivolata, sbattendo le palpebre un paio di volte e ricambiando lo sguardo preoccupato della mamma.
"Scusa, mamma, non ho sentito" le sorrido, allungando le braccia e stiracchiandomi pigramente. Ho bisogno di dormire, ma è così raro avere la mamma a casa che non ho nessuna intenzione di sprecare il momento tenendo gli occhi chiuso e spegnendo un po' il pensiero.
"Tesoro, sei così pensierosa.." osserva lei, sedendosi accanto a me sul grande divano del salotto dove me ne sto rannicchiata, con Chipie raggomitolata in grembo "Va tutto bene?"
"Si. No. Cioè, si, va tutto bene. Ma non come vorrei, in effetti.."
Non sono tagliata per le vicende sentimentali. Datemi un oggetto da trasfigurare, datemi una pozione da preparare, e lo faccio senza problemi. Ma affrontare una spinosa situazione come quella in cui mi sono cacciata.. beh, è un altro paio di maniche. Sospiro, posando il capo contro la sua spalla.
"Tesoro, lo sai che se hai qualche problema puoi parlarmene, vero?" inizia ad accarezzarmi i capelli, come quando da piccola voleva farmi confessare qualche pasticcio che avevo accuratamente nascosto.
"Il problema è che tua figlia è un vero disastro quando si tratta di rapporti umani" brontolò di malavoglia, esattamente come facevo tanti anni fa.
"Prerogativa di famiglia, non fartene un cruccio" ribatte fulminea, con una smorfia. Non posso fare a meno di sorridere, mentre la colpisco con la mano.
"Eddai, io sono seria!" protesto "Non sto scherzando"
"Oh, ma nemmeno io" sorride, pizzicandomi le guance "Ma ti ascolto. Su, come si chiama?"
"Chiama? Come si chiamano, piuttosto."
"Addirittura due! Se lo viene a sapere tuo padre muore d'infarto all'istante"
"Non ho dubbi... Non glielo dirai, vero?"
"No, certo che no." mi rassicura lei, continuando ad accarezzarmi i capelli e incitandomi a proseguire.
"C'è un ragazzo, a scuola. Jasper. Oh, potessi vederlo mamma, è così bello! Ha degli occhi talmente verdi che fanno quasi paura, e quando sorride.." arrossisco, mio malgrado, sentendo la faccia bruciare "E stava andando tutto bene. Abbiamo passato un sacco di tempo assieme, per via di un compito di Incantesimi, e anche quando lo abbiamo finito abbiamo continuato a vederci" Mi interrompo un attimo, mordicchiandomi le labbra.
"E...?"
"E niente. Il problema è che per quanto mi piaccia c'è sempre stato qualcosa a bloccarmi. Era chiaro al mondo che anche lui aveva un certo interesse nei miei confronti, ma non lo so.. sai, non ha una buona fama a scuola. E' un dongiovanni, che pensa solo ad ottenere ciò che vuole, senza curarsi dei sentimenti altrui. Non volevo essere solo una delle tante. Ma quando glielo ho detto, prima di prendere l'Espresso e tornare a casa, si è arrabbiato con me.." sentò la voce spezzarsi, dopo aver tremolato sulle ultime parole. La mamma non dice nulla, abbracciandomi. Al sicuro tra le sue braccia, avvolte nel suo profumo delicato, chiudo gli occhi e continuo a raccontare, combattendo con il nodo che mi serra la gola. "E' stato terribile. Io non volevo che le cose andassero così, davvero. Mi ha baciata. Ed 'è stato cattivo, è stato crudele, perché io non volevo, e quando il bacio è finito ha detto che è stato tutto tempo sprecato. Come se io non ne valessi la pena, come se io non fossi nessuno!" tra le lacrime trattenute, affiora l'indignazione e la vergogna, assieme alla consapevolezza "Ma la cosa più brutta, è che adesso tutti sanno che il bacio c'è stato. Che io sono solo una delle tante"
"Oh tesoro mio!" l'abbraccio si fa più forte, assieme alla mia voglia di piangere "Tu non sarai mai una delle tante, mai! Tu sei speciale, sei una ragazza splendida, con un cuore enorme, non sarai mai una delle tante. E se qualcuno lo pensa, tu lascialo fare e lascialo stare: vuol dire che non ti conosce e che non vale la pena conoscerlo se si fida di pettegolezzi sentiti in mezzo ad un corridoio!"
"Si, lo so.. ma non riesco a fare a meno di pensarci. Anche Carlisle pensa che io sia una ragazza poco seria! E lo conosco da una settimana scarsa!"
"Carlisle Hunnam? Il ragazzo che la nonna ti ha presentato a Natale?" sembra sorpresa. Probabilmente perché è la prima volta che le parlo di qualcuno presentatomi dalla nonna -sembre pronta a combinarmi un matrimonio, che non è mai troppo presto per sposarsi!
"Si. Sicuramente conosci i suoi genitori, lavorano al San Mungo" commento, con voce incolore.
"Come no, Charlie e Hannah" annuisce "Ma non vedo come Carlisle possa pensare questo di te, dal momento che ti conosce così poco" obietta perplessa.
"E' un Tassorosso, mamma!" esclamò un po' seccata "E anche se lo chiamano l'Anti-Principe perché si dice sia un vero gentiluomo, appena uscito da un romanzo di Jane Austen, è pur sempre nella casa di più ficcanaso di Hogwarts. Le voci girano, dopo tutto il castello è piccolo."
"Ma quando ti avrebbe detto una cosa del genere? Non a Natale, spero!"
"No, per carità! A Capodanno"
"Non eri con Isabel?"
"Diciamo che sono andata con Isabel, poi lei si è dileguata lasciandomi sola. No, niente commenti mamma, va bene così" la blocco, prima che si lanci in una filippica su quanta poca fiducia merita Izzie. Brontola qualcosa, accavallando le gambe con grazia.
"In ogni caso" riprendo a parlare, la voce decisamente più ferma ma una gran paura di andare a scoprire il perché mi sia arrabbiata così tanto quella notte "Ho trovato Carlisle dopo mezzanotte. O meglio, lui ha trovato me. Abbiamo parlato un po', poi quando lui ha provato a baciarmi io mi sono tirata indietro. E lui ha fatto uno sgradevolissimo commento su me e Jasper, dicendo che non credeva fosse una cosa tanto seria. Mi sono arrabbiata, mi sono sentita umiliata. Perché non avrebbe dovuto essere una cosa seria? Perché quel bacio deve significare solamente che sono solo una delle tante, una povera sciocca che si è fatta abbindolare da un bel faccino? Non è giusto, mamma, non è giusto!" sbotto "Lui non aveva il diritto di dire quello che ha detto, non doveva dirlo! Non doveva nemmeno pensarlo!"
"No, non avrebbe dovuto" la voce della mamma è dolce, pacata "Ma forse non era sua intenzione offenderti, anzi, sicuramente non voleva"
"No, non credo lo abbia detto per ferirmi, però lo ha fatto. E io mi sono arrabbiata, lo ho aggredito come una furia, fuori di me, e me ne sono andata. Così domani, quando risalirò sull'Espresso, tutta la scuola avrà già saputo che, oltre ad essere l'ennesima vittima di Jasper Lewis, il Principe di Serpeverde, sono pure una pazza psicopatica che ha aggredito Carlisle Hunnam, l'Anti-Principe per eccellenza"
"Mh, io non credo che sia così tragica come la descrivi" mi rassicura, sorridendo "Non sei mai stata tipo da dare credito a malignità, quindi riguardo Jasper non dovresti preoccuparti più di tanto: se è davvero il superficiale che sembra, non ne vale nemmeno la pena. Mentre per Carlisle.. anche qui, se è davvero quello che sembra, parlagli. Spiegagli la situazione e sono sicuro che capirà. D'accordo? E adesso basta piangere, che a tua padre sta per prendere un accidenti al collo tanto si sta sforzando di origliare senza farsi vedere"
Ci voltiamo verso l'ingresso del salone, dove un colpo di tosse impacciato e un uno scalpiccio frettoloso accompagnano la precipitosa fuga di papà. Ridiamo, rimanendo accoccolate sul divano.
"Grazie, mamma" mormorò dopo qualche attimo, abbracciandola forte "Ti voglio bene"
"Anche io, tesoro, anche io"
Resta il fatto che io a scuola non ci voglio tornare.
Non così presto, almeno, vorrei un altro paio di giorni per riordinare i pensieri e scacciare via questo odioso presagio di sfortuna che vedo colorare il mio immediato futuro. Sbuffo, una sigaretta abbandonata tra le labbra, sedendomi per terra tra i libri e i vestiti che devo infilare nel baule, sapientemente allargato con un Incantesimo Estensivo Irriconoscibile. Se il vecchio Dippet sapesse quanti studenti si servissero abitualmente dell'Incantesimo Estensivo per introdurre a scuola cose che era meglio non nominare, probabilmente morirebbe di crepacuore. Agito distrattamente la bacchetta in aria, facendo volare una pila di golfini ordinatamente piegati e impilati nel baule. Chipie, accanto a me, gioca con un pupazzo incantato a forma di topolino, che si agita tra le sue zampine squittendo ad ogni colpo ricevuto. La micia, divertita, miagola di tanto in tanto, mentre io proseguo imperturbabile nel mio compito. Sbuffo di nuovo, prima che un picchiettare insistente contro la finestra della stanza mi riscuota: è un gufo, uno splendido gufo reale che attende, paziente, di recapitare una lettera.
"Strano" mormoro alzandomi in piedi e facendolo entrare nella stanza. Di solito vanno tutti nella gufiera, sul tetto, e poi ci pensa Milly, l'elfo domestico, a smistare la posta. Lo splendido volatile mi scruta con attenzione, prima di posarsi sulla scrivania e tendere la zampina, con fare altero. Non appena la busta è tra le mie dita, l'animale mi lancia un'altra occhiata -incredibile quanto intelligente sia il suo sguardo ambrato- per poi volare via, nella notte. Evidentemente, il mittente non aspetta risposta.
Recuperò Chipie, strappandola al suo giocattolo e stringomela al petto mentre mi siedo sul letto. Lei protesta fiaccamente, miagolando, per poi rabbonirsi dopo qualche carezza.
"Non sei curiosa, Fifì?" le domando carezzandole il musetto. Chiude gli occhi, docile, mentre dispiego la lettera. La grafia è sottile, elegante, le parole si rincorrono lievi come onde scure in un mare immacolato.
Quasi non mi accorgo della zampina di Chipie che colpisce ripetutamente il mio naso, mentre rileggo, avida, quelle parole. Se non fosse che sono nero su bianco sotto il mio naso, penserei ad uno scherzo. Restia ad abbandonarmi ad un entusiasmo avventato, recupero la bacchetta e la agito sopra la pergamena, mormorando un paio di incantesimi: nulla. La lettera rimane immutata, in tutta la sua regale eleganza. Chiudo gli occhi. Li riapro: tutto uguale. Mi pizzico le guance. Niente, sembra sia davvero la realtà.
E mentre finalmente accetto quest'idea, lo stesso disagio provato a capodanno mi riempie il cuore. Vorrei esser felice, davvero. Ma non ci riesco. E' più forte di me.
Ripiego la lettera con cura, posandola sul comodino. Sono talmente stordita da non sapere nemmeno cosa pensare: non capita certo tutti giorni di sentirsi dire cose del genere, in effetti. Nel mio caso, inoltre, è la prima volta. Cosa si fa, in questi casi? Si risponde? E domani, sul treno, cosa farò se lo vedrò? Devo salutarlo come se niente fosse? O evitarlo? Mh, forse evitarlo non è il caso visto come sono finite le cose con Jasper.
Jasper, già.
Anche qui, un bel dilemma. Forse, se gli spedissi una strillettera anonima riversandogli addosso tutto quello che penso di lui, risolverei qualcosa. Ma dubito seriamente che riuscirei a scalfire quella sua impeccabile facciata di perfezione. Bel dilemma. Vorrei tanto riuscire a capire cosa fare. Che poi, sarei mai veramente in grado di ferirlo? Lo voglio davvero? Dubito. Decisamente, sono troppo buona per questo genere di cose. Ci sarà un motivo se sono finita a Corvonero e non a Serpeverde, no? Cosa fare?
Il viso di Georgiana Harrington mi passa davanti agli occhi, assieme alle sue parole: "Tu, Jillian McKanzie. Sei hai qualcosa che non va, sai dove trovarmi."
Ecco la soluzione. Mi alzo in piedi di scatto. Basta pensare, chiederò consiglio a Georgiana una volta tornata a scuola, ecco cosa devo fare. Adesso devo finire di riempire il baule, devo fare qualcosa, qualsiasi cosa, che mi tenga la mente occupata e mi impedisca di pensare. Agito la bacchetta, stizzita, facendo partire il vecchio giradischi magico e tornando al mio lavoro, mentre luna maestosa melodia, un trionfo di archi e fiati, invade la camera. Mi rimbocco le maniche, guardando la marea di cose che ancora copre il pavimento della stanza, e sospiro di sollievo.
Ho così tante cose da fare, che pensare sarà proprio l'ultimo dei miei pensieri. Fischiettando sulla falsariga della sinfonia, mi rimetto al lavoro. Domani è un'altro giorno, domani si vedrà.
Il sole entra dalla finestra sulla parete ovest della mia camera, bagnando di luce il mio letto. Mi sveglio e stiracchiandomi vado verso la finestra, scostando le tende rosa pallido per aprirla. Il freddo pungente non esita a farsi sentire, fuori il marciapede e` ricoperto di neve, che e` scesa senza fermarsi durante tutta la notte. Rimango per un attimo a guardare quel paesaggio che mi ha svegliato per sei mesi, e non riesco ad immagginare di dover svegliarmi con un paesaggio diverso, di dover scostare le tende della finestra della mia camera nel dormitorio delle ragazze Tassorosso. Strofino forte le braccia e mi allontano, cercando di allontanare anche quel senso di nostalgia che gia` mi opprime. Quanto sono stupida, non ho manco ancora varcato la soglia di casa cavolo! Osservo la mia camera, oggi e` ordinata. Tutto e` dentro al baule nuovo di zecca che mia madre mi ha comprato per il ritorno a Hogwarts. Lo apro per controllare gli oggetti che con parsimonia ho riposto dentro la sera prima, ci sono i libri, i vestiti, la divisa, alcune bottigliette per le pozioni, qualche libro e rivista babbana e la mia bacchetta. Non faccio a meno di sorridere, finalmente avro` la possibilita` di riutilizzare la mia bacchetta!! E` dall’ultimo giorno di scuola a giugno che non ho piu` lanciato un incantesimo. A settembre sarei dovuta ritornare a Hogwarts per iniziare il mio quinto anno alla Scuola di Magia, ma mamma si e` ammalata improvvisamente e sono dovuta rimanere per curarla.
Scendo le scale e arrivo in cucina, mia madre e` in piedi ai fornelli, preparandomi le mie adorate frittelle.
“Ciao mamma” la saluto con un bacio frettoloso sulla guancia, poi mi siedo a tavola.
“Allora amore? Sei pronta?” mi chiede mia madre mentre rigira la frittella sulla padella. La osservo; e` ingrassata un po`, le sue guance hanno riacquistato colore, il suo splendido sorriso ha di nuovo illuminato il suo viso. Si, sta decisamente meglio. Non e` piu` la mamma che mi richiamava dal letto per avere un asciugamano bagnato o un bicchiere d’acqua, non e` piu` la mamma per la quale dovevo cucinare, non e` piu` la mamma che aveva bisogno di sostegno per muoversi per la casa. No, e` la mamma di prima; certo, non e` del tutto guarita ed e` ancora un po` sfiancata, ma sta meglio. D’altronde se non si trovasse meglio io non avrei mai accettato di ritornare a Hogwarts dopo Natale. Lei vuole che torni a scuola perche` dice che sono ancora in tempo di recuperare l’anno. Diciamo che un’occhatina ai nuovi libri l’ho data, e non mi trovo cosi` indietro. Ma chi inganno?? Sono totalmente persa, chissa` quando riusciro` a recuperare tutti i compiti. Ma devo passare l’anno, mia madre se lo merita.
Mentre poggia la fritella sul piatto la mia mente vola verso Hogwarts. Chissa` se la gente si ricordera` di me? La verita` e` che le uniche persone con cui sono rimasta in contatto da quando ho lasciato scuola sono Susan e Lory. Certo di tanto in tanto mi e` arrivata qualche lettera da ragazzine del quinto, tipo Elliot, ma mano a mano le loro lettere sono diventate sempre piu` rade, perfino quelle di Lory e Susan, quindi non so granche` degli ultimi due mesi a Hogwarts. Chissa` che coppie si sono formate? Chissa` chi si e` lasciato? Vorrei tanto sapere gia` tutto! Sono gia` al corrente del fatto del ritorno di Margot, Lory mi ha scritto dicendomi che adesso si fa chiamare Zoe e che e` completamente cambiata. So anche che Noir ha iniziato scuola in ritardo, e che adesso e` ingrassata un pochino. Sono contenta per lei, prima era troppo magra! Speriamo anche che quest'anno riesco a rimediare un ragazzo, qualcuno carino e dolce, che sappia volermi bene davvero. Le mie esperienze precedenti, diciamo non numerose, sono state dei disastri. Non ho voluto assecondare la cara Susan nella sua caccia frenetica e continua ai ragazzi, non mi faccio trascinare come Lory in quei stupidi appuntamenti al buio! Susan a volte mi spaventa, l'altr'anno ogni giorno notavo quanto si assomigliava a Laura Stevens, quella ragazza "facile" di Corvonero. Ma a Susan per fortuna questa fama non l'ha ancora raggiunta perche` un attimo si controlla. Almeno l'altr'anno! Comunque penso che riusciro` a sopravvivere senza un ragazzo quest'anno, non sono sicura pero` di essere pronta per i commenti acidi che ricevero` dai Principi, e sopratutto non sono pronta per gli occhi freddi, penetranti e inquietanti di Tom Riddle, che mi osserveranno con disprezzo ogni volta che lo incontrero` per i corridoi. Al solo pensiero rabbrividisco. Ma devo guardare il lato positivo: rivedere i miei amici, rientrare in contatto con la magia, ritrovarmi di nuovo con tanti ragazzi della mia eta`. Diciamo che qua in Michigan sono sempre stata occupata a badare a mia madre, quindi l’unica persona con cui ho parlato al di fuori di casa e` la vicina di 70 anni e la cassiera antipatica del supermercato.
Finisco la mia frittella con lentezza, immersa nei miei pensieri, quando alzo lo sguardo vedo mamma vicino al lavandino, ha le lacrime agli occhi. Mi avvicino a lei e l’avvolgo in un caldo abbraccio.
“Andra` tutto bene mamma”
“Lo so” risponde lei asciugandosi le lacrime con uno straccio sporco “Lo so. Adesso corri a prendere il baule, il taxi sara` qui fra pochi minuti. Quanto sono scema, qui a piangere come una bambina” Mamma non si vuole mai mostrare debole, amche quando stava male nascondeva il piu` possibile il suo dolore. E pensare che qua, in questa cucina, solo qualche giorno fa io e mia madre ci gustavamo il cenone di Natale, noi due sole solette, come siamo sempre state comunque. Non ci e` mai servito nessun'altro, da quando se n'e` andato papa` abbiamo imparato la nostra lezione.
Salgo e mi vesto. Guardo un'ultima volta il candido paesaggio bianco dalla finestra, e lancio un'occhiata alla mia piccola stanzetta. Prendo il baule e con difficolta` lo trascino giu` dalle scale. Mia madre mi accompagna alla porta, fuori, dopo quell’angolo di giardino davanti casa, mi aspetta un vecchio e trasandato taxi che mi portera` alla stazione dei treni della citta`piu` vicina, da li` iniziera` il mio lungo e faticoso viaggio verso Hogwarts.
Nebbia. Nuvole bianche si alzano dall'acqua, diffondendosi nell'aria densa e umida; la vasca circolare del bagno dei Prefetti e Caposcuola è piena di schiuma azzurrina, che profuma intensamente di gelsomino. Il silenzio idilliaco è rotto solo dalle risate della Sirena, che si agita nella cornice e si pettina i capelli.
Gli ultimi giorni sono stati, in una sola parola, confusione. Dopo un periodo di stallo, in cui tutto sembrava essere andato al suo posto, gli insegnanti sono stati presi da una mania da interrogazione che ha costretto tutti noi del settimo a infinite sedute di studio matto e disperato. Non abbiamo avuto neppure il tempo di finire di fare le valigie, così il mio baule è rimasto semivuoto e, in effetti, lo è ancora.
Mi sono concessa un bagno per pensare ai brutti fatti degli ultimi giorni senza sentirmi in colpa perché dovrei fare qualcos'altro. L'incontro con la ragazza di Garet Haslett – o presunta tale – mi ha lasciato l'amaro in bocca; è stato come se avessero preso a schiantesimi i miei desideri, già fragili e sul punto di andare a pezzi. Non ho più avuto il coraggio di fermarmi a chiacchierare con i suoi amici, se escludiamo gli incontri ufficiali con Sebastian, solo per paura che arrivasse anche lui. Ammettiamolo, forse mi terrorizzo per nonnulla, ma preferisco prendere le mie precauzioni e non rischiare di non potermi più far vedere in giro perché le voci si sono diffuse.
Esco dalla vasca, sondando prima il fondo della stanza da bagno con attenzione: mi è bastata già una volta la comparsata inopportuna di un prefetto di Tassorosso, che ora non ha più il coraggio di guardarmi in faccia. La grossa pila di asciugamani soffici e profumati mi aspetta sul bordo di marmo della vasca incassata nel pavimento; mi tampono i capelli con delicatezza.
Probabilmente quella sfida è un segno del destino: vuol dire che non trarrei nessun vantaggio a perseverare con questa faccenda di Garet, anzi. E' un messaggio che mi intima di smetterla. D'altronde, ho già abbastanza problemi: oltre alla scuola, che in questo periodo è davvero impegnativa come non lo è mai stata, c'è il problema Tom Riddle e tutto quello che comporta. Non possiamo davvero contare sull'aiuto dei professori, visto che non dà loro alcun motivo di preoccupazione né indizi sulla sua vera inclinazione. Sia Sebastian che Julia, anche se per motivi diversi, hanno messo Riddle in cima alla loro lista di nemici pubblici: non posso che dare loro ragione.
Recupero dalla sedia in angolo il mio maglione di taglio semplice, sportivo, e i vecchi jeans che ho ripescato dall'armadio di mia madre e che lei usava per il Quidditch: anche se mi piacesse farlo, non avrei proprio alcun motivo per vestirmi più elegantemente: l'unico programma che ho per le prossime ore è finire il baule, cenare e scambiarmi i regali di Natale con le mie amiche.
Chiudo la porta, facendo scattare la maniglia e quindi l'allarme eventuali intrusi. Mi dirigo verso la statua di Boris il Basito, alla mia destra, per scendere al quarto piano, da dove sarà ben più semplice raggiungere la torre di Corvonero. Dopo sei anni e mezzo, andare su e giù per la scuola è diventato un giochetto: non dico di conoscerla perfettamente, ma non mi capita quasi più di perdermi. Saltello, atterrando sul pianerottolo del quarto piano: sono le cinque e mezzo, e non ci sono molti studenti in giro. Improvvisamente, poco lontano da me compare l'unico che assolutamente non avrei dovuto incrociare. Garet.
Sta parlando con una biondina piuttosto insignificante, e sembra che stia ridendo di gusto. Affretto il passo, praticamente volando a nascondermi dietro al grosso grifone di pietra che troneggia in mezzo al corridoio; da lì, ricomincio la mia marcia verso la porta che conduce all'ala ovest. Non ho alcuna intenzione di parlargli, e per proprietà transitiva nemmeno di farmi vedere! E poi chi se ne importa se ha una ragazza, a me non interessa. Non più.
« Georgiana! Georgiana! » Oh no. L'ultima volta che qualcuno mi ha urlato in corridoio, ho rischiato di doverla sbudellare. Mi volto lentamente, serrando le mani attorno alla mia tracolla sgualcita. Cerco di assumere un'aria sufficientemente professionale, nel caso sia qualcuno che ha bisogno del mio ruolo istituzionale. Ma di certo Garet non ha bisogno di una Caposcuola; mi sento scuotere tutta dai brividi, mentre si avvicina. Non riesco neppure a salutarlo: mi limito a storcere la bocca, tentando di fare un sorriso.
« Ti devo delle spiegazioni. » Gli trema la voce; sembra davvero preoccupato, e spero che non sia a causa di ciò che sta per dirmi.
«Io... ehm ... sì? » borbotto, cercando di non fargli notare che sto tremando come una foglia.
«Denise ... quella psicopatica. Sì, insomma .. lei non è la mia ragazza. E' una mia amica d'infanzia, ma ha perso tutte le rotelle crescendo. » Si lascia sfuggire una risatina nervosa. Mi fa una certa tenerezza, devo ammetterlo, soprattutto perché si è preoccupato per me. « Immagino che ti abbia spaventata .. beh, ti chiedo scusa. » Abbassa lo sguardo. Aaah, sto andando in brodo di giuggiole.
« ... tranquillo, e grazie delle scuse. Va tutto bene. » Sono commossa dalla sua gentilezza. Faccio per allontanarmi, poi mi fermo. « ... e buon Natale! » gli schiocco un bacio sulla guancia, tanto per non lasciare niente al caso, e me la do a gambe, filandomela verso il mio dormitorio.
Thump. Thump.
Alt. Cosa sta succedendo? Mi scosto dal viso il piumone, sentendo l'aria gelida del mattino sulla faccia. Dal corridoio provengono tonfi dal ritmo regolare, apparentemente attutiti. Mi rigiro nel letto, sospirando. Anche quest'anno i miei cugini stanno facendo rumore su e giù per le scale, tentando di svegliare tutta la famiglia in modo da aprire i regali al più presto. Lancio un'occhiata all'orologio: le nove e mezzo. Sono resistiti addirittura due ore più del solito, sono quasi stupita.
Mi alzo a fatica, ancora intontita dal sonno; strappo dalla sua gruccia la mia vestaglia blu oltremare e me la infilo, cercando a tentoni le pantofole.
Sophie, Luke e John hanno iniziato a marciare davanti alla porta della mia camera; socchiudo la porta, spiandoli mentre si sussurrano all'orecchio piani criminali per svegliarmi.
« Beh, buon Natale! » li saluto facendoli sobbalzare; si voltano verso di me con aria stupita, per poi corrermi in contro a farmi gli auguri. Sono così teneri: talvolta mi infastidiscono, ma voglio loro troppo bene per arrabbiarmi seriamente. Prendo in braccio Luke, tre anni appena compiuti, e mi dirigo verso le scale: per occuparli finché non si alzeranno i nostri genitori, farò preparare loro la colazione per tutti.
John, nove anni, sta spalmando di marmellata un quantitativo enorme di biscotti quando gli adulti scendono. Ci scambiamo gli auguri, lasciando finalmente liberi i piccoli di correre ad aprire i loro pacchetti.
Mia madre spalanca la finestra, facendo entrare i gufi infreddoliti che stanno aspettando sul davanzale della cucina.
« Georgie, queste sono per te! »trilla consegnandomi un pacchetto di buste. La prima lettera è di Julia, che mi conferma il suo invito ad Oslo per Capodanno: ha organizzato una festa, e non vuole rimanere sola in mezzo ai norvegesi. Ci sono gli auguri di vari amici, ma anche di sconosciuti: la più tenera è quella a nome dei 'tuoi piccoli Corvonero', firmata da tutti quelli del primo.
L'ultima busta è di una bella pergamena spessa, quella che solitamente usa Annette; sono piuttosto preplessa, infatti, quando dentro trovo un foglio bianco, non azzurro, e scritto in una grafia che di sicuro non è quella della mia amica. Dopo poche righe, arrossisco violentemente: mi sento la faccia andare a fuoco. Proprio lui: non me lo aspettavo. Mi fa gli auguri di Natale, e si augura di rivedermi presto a scuola.
Ripiego la lettera e me la poso sulle ginocchia, prendendo in mano i pacchetti che Sophie mi porge.
Buon Natale, già.
Peter e quel libro. Non riesco a togliermi dalla testa che stia succedendo qualcosa. Io odio i segreti. Soprattutto quelli che mantengono le persone che amo. Quindi penso proprio che si necessario un attacco frontale.
In Sala Grande si pasteggia in allegria, il Natale è vicino e tutti sono spensierati. Perfino i Serpeverde, che hanno vinto l’ultima partita del torneo di Quidditch. Individuo la mia preda e rivolgo uno sguardo di intesa a Rachel, che mi incoraggia con una delle sue frasi, mentre addenta un muffin ai mirtilli: ”Vai e attacca, tigre!”
Non riesco a trattenere un sorriso, così quando mi siedo accanto a Peter non ho l’espressione truce di un troll arrabbiato (che invece sarebbe molto più vicina al mio umore), ma una via di mezzo fra le due...più tendente alla seconda, in ogni caso. Mi saluta con un bacio leggero, cosa a cui non mi sono ancora riabituata. Per quanto riguarda il resto dei Grifondoro, ci guardano con un certo interesse, ma poco dopo io e lui riusciamo ad isolarci un po’ dagli altri. Stamattina è abbastanza taciturno, o forse soltanto assonnato, così colgo subito l’occasione per esprimere i miei dubbi. “Cosa stavi facendo con quel libro l’altro giorno in biblioteca?”
Peter all’improvviso si incupisce e fissa la sua tazza di caffelatte. “Niente, Audrey, niente.”
“Certo, stavi studiando l’arte calligrafica medioevale. Come non arrivarci da subito.”
“Ti prego non litighiamo adesso. Non era niente di importante.”
“Non prendermi per una scema. Menti, se vuoi, ma fallo bene.”poi aggiungo “Perlomeno quello…fallo bene.” Lo sguardo di Peter è ferito e nello stesso tempo gelido. Ma il mio lo è di più.
Non ci credo, non ci posso credere. Dopo tutto quello che è successo, Peter ha ancora dei segreti con me. Con me! Non capisce che così mi fa stare male, mi ferisce, mi delude? È come se non mi ritenesse degna della sua fiducia. E io l’ho perdonato dopo che avermi tradito. Ho fatto l’amore con lui. Sento le lacrime che mi premono sugli occhi, la nota sensazione che pensavo di poter dimenticare, almeno per un po’. Mi rifugio vicino alla mia quercia, presso le rive del lago. Non sento neppure il freddo che si insinua fra i miei vestiti. Le mani cacciate nelle tasche, prendo lunghi respiri per non perdere la calma. Mentre rientro a scuola, una figura maschile mi si affianca: Blaine Huznestov. “Salinger, allora! Come va?”
“Lasciami in pace. Non ho voglia di parlare.”
“Litigato col ragazzo? Se mi dici chi è posso andarlo a picchiare.”
“Non credo che ce ne sia bisogno. Dovresti picchiare me per la mia stupidità.”
Forse ha percepito la tristezza nella mia voce, perché risponde nel modo più serio con cui si sia mai rivolto a me. “Le persone ti deludono, Audrey. È nell’ordine delle cose. Ti mentono oppure…vanno via. Credi che ci sia bisogno di star male per chi ti fa soffrire?”
“Non lo so. Però non posso impedirmelo.”
“Già. Bella fregatura l’amore, eh?”
“Sì. La più grande che esista al mondo.” Poi, appena prima di entrare nell'atrio, getta quel che resta della sua sigaretta a terra, calpestandola con il tallone per spegnerla. “Fattela passare." mi dice guardandomi negli occhi"Anche se piangessi tutte le tue lacrime, anche se ti strappassi i tuoi bei riccioli d’oro…lui, chiunque sia, non cambierà mai.”
Se ne va, lasciandomi da sola. Credo sia la cosa più simile ad una conversazione che abbia mai avuto con Blaine, dopo sei anni di scuola insieme. Non lo conosco, non lo conosco affatto. Però forse mi ha detto qualcosa su cui farei bene a riflettere.
Studia, Audrey, studia! Non pensare a niente, se non alle ultime interrogazioni che ti separano dalle vacanze di Natale. Silente oggi mi ha assegnato con degnazione un Oltre Ogni Previsione, che mi sono sudata nel vero senso della parola: ad un certo punto, mentre mi interrogava ho iniziato a sentire un caldo assurdo, e l’unica cosa che pregavo era che la tortura finisse presto.
Non mi piace studiare. Ma mi piace ancora meno vedere la mia media in calo. Dunque, ecco che mi sono impegnata nelle ultime due settimane, per organizzarmi in modo decente e non fare disastri.
Micheal mi intercetta mentre sto andando in biblioteca per prendere in prestito dei libri riguardo l’ultima lezione di Incantesimi. “Allora, cosa diavolo è successo ancora con Peter?”
“Le solite cose, segreti e bugie.”
“Audrey, insomma, piantala di fare la drammatica. Il segreto di Peter non è nulla che sia legato a voi due, alla vostra storia.”
“Ma Peter è legato a me. Non voglio che ci siano segreti fra noi.”
“E va bene, allora. Siediti e parliamone.”
Ci sediamo su uno dei divani più lontani dal caminetto, dunque uno dei meno usati durante la stagione infernale. “Riddle sta iniziando ad intimidire i Mezzosangue dei primi anni, i più vulnerabili.”
“Si è sempre saputo che non fosse proprio a favore della parità.”
“Ma ora sta oltrepassando il limite. Ne stavo parlando anche con Sebastian, il Caposcuola di Grifondoro.”
“Va bene, ma questo cosa c’entra con Peter? E con il libro che stava leggendo?”
“Cercava delle informazioni. Incantesimi di Protezione.”
“E allora non poteva dirmelo?”
“Non voleva farti preoccupare. Come invece è riuscito a fare lo stesso.”
“Adesso andiamo da lui. Sai dov’è?”
“L’ho lasciato poco fa in Sala Grande.”
Battagliera io, rassegnato lui, scendiamo dalla Torre di Corvonero. Peter è seduto con Sebastian Lang e Julia Versten, e mi sembrano impegnati in una discussione. Di norma mi interesserei anch’io di cosa potrebbe essere successo, nonostante io non conosca bene Sebastian e Julia sia sempre stata abbastanza fredda con me. Ma adesso ho bisogno di risolvere con Peter, così gli chiedo se possiamo parlare un momento. “Micheal mi ha detto tutto.”
“Capisco.”
“Scusami Peter, ma non vi reggo quando vi comportate così.”dice il nostro amico, e poi continua: “Adesso vedete di chiarire.”
Con il solito tatto, ci lascia da soli a parlare.
E così, si è risolto tutto. O quasi. Sono ancora un po’ arrabbiata con Peter, ma c’è di peggio a questo mondo. In camera, c’è Jill alle prese con Astronomia, mentre Laura scrive sul suo diario. Io per una volta non ho niente da studiare, così mi stendo sul mio letto e leggo un romanzo. Che bello, non dover leggere un tedioso saggio sulla Guerra dei Folletti o le ventuno applicazioni dell’incantesimo di Diffusione. Un po' di tempo per me.
Stamattina ho salutato Peter, Rachel, i miei amici e le mie compagne di stanza. Ho consegnato i vari regali che ho comprato con i miei guadagni. È sempre strano separarsi per Natale, anche se alla fine si tratta giusto di un paio di settimane.
Ho cambiato due treni, prima di scendere a Brighton.
Brighton è la mia stupenda cittadina natale nell’East Sussex, nella zona meridionale dell’Inghilterra. La guerra l’ha abbastanza risparmiata rispetto alle altre città della costa. Alla stazione mi aspetta una berlina nera, con l’autista di mio padre che mi saluta: “Ben arrivata, signorina Audrey. Spero che abbia fatto buon viaggio.”
“Ciao, Bob. Tutto a posto, grazie.”
La casa della mia famiglia è una bellissima costruzione in stile Reggenza, appena fuori dalla città, con un giardino curato e una serie di statue neoclassiche. Mio padre non c’è, come sempre. Mia zia Diane scende ad accogliermi, mentre dal cielo grigio piombo inizia a scendere qualche lieve fiocco di neve.
A casa, finalmente.
La sua testa appoggiata al mio seno. Il suo respiro regolare come quello di un bimbo. I suoi capelli che profumano di arancia.
Le nostre gambe sono ancora intrecciate. I nostri corpi si abbracciano. Il nostro calore è rimasto fra le lenzuola, e ci scalda la pelle.
Non riesco a crederci.
Io. Peter. Io e Peter insieme. Io e Peter insieme ancora. Io e Peter abbiamo fatto l’amore. Un sorriso fiorisce sulle mie labbra nell’oscurità. Certo che la vita è strana. Giri immensi per tornare al punto di partenza.
Ieri (già, era ancora ieri) ero andata nella Torre di Divinazione, spinta da un istinto animalesco. Peter era lì. Il resto è stato come un sogno: gesti ed emozioni che mi sembravano troppo vividi. Troppo intensi per essere veri.
Peter era più sorpreso di me quando l’avevo attirato su di me, stesa sul divano. Per un momento si era ritratto ed io mi ero sentita morire, ma lui mi aveva presa per mano e mi aveva portato nella sua stanza. Abbiamo attraversato la Sala Comune di Grifondoro persi nel nostro mondo, e quando avevamo raggiunto la sua camera, lui aveva incantato la serratura. Ed eravamo rimasti soli.
Ed era stato tutto: stupore, paura, piacere, sorpresa, insicurezza, passione, desiderio. Amore, forse.
Mi sciolgo dalle sue braccia, e inizio a rivestirmi. La biancheria, le calze, i jeans, la maglia. Mi guardo allo specchio. Sono un po’ spettinata.
“Sei bellissima.”mi dice lui, assonnato.
“Devo andare.”
“Lo so.”
Gli sorrido e poi lo saluto con un ultimo bacio.
Fra una settimana si va ad Hogsmeade e ho già raggranellato una buona somma. Questo mi rende molto soddisfatta, anche se la mia vita ora è piuttosto frenetica. Gli impegni scolastici piovono addosso a decine; le ripetizioni mi occupano il poco tempo libero disponibile. Non vedo l’ora che tutto questo finisca e lasci spazio alle vacanze di Natale.
Sto aiutando uno studente del terzo anno di Tassorosso, Abel Wyler, con Astronomia quando Jillian mi informa che c’è della posta per me. Mi porge una pergamena arrotolata, chiusa con un sigillo di ceralacca verde. Lo stemma della mia famiglia: una libellula.
“Sono appena andata a ritirare le mie lettere, e visto che c’era anche questo…te l’ho portato. Spero di non aver fatto male.”
“Hai fatto benissimo, Jill, grazie mille. Mi hai risparmiato una trasferta in Guferia.”
Il Tassorosso se la sta cavando abbastanza bene, così lo lascio ai calcoli sull’orbita di Venere e apro la missiva. È una lettera di mio padre, per mia grande sorpresa. Julian Salinger scrive a sua figlia che spera stia bene, e che l’aspetta a casa per Natale. Caspita. Credo che sia la terza lettera che mi manda dall’inizio della scuola: uno dei suoi record di presenza.
La mia mente corre a casa mia. Brighton. Mia zia Diane. Mio padre. I miei nonni. Ma soprattutto la festa di Capodanno. Il galà che la mia famiglia tiene tutti gli anni. Vestiti, risate, cibo squisito, champagne a fiumi. Tremo al solo pensiero, ma non posso sottrarmi. È una tradizione. Butto giù una laconica risposta a mio padre, e mi riprometto di spedirla al più presto, visto che con le feste che si avvicinano trovare un gufo libero diventa sempre più difficile. Patty, la mia gatta, viene a farci visita zampettando sul tavolo. Le lego la mia risposta al collo, e la mando in camera.
Il giovane Wyler inizia a sbadigliare: è al limite, credo proprio che non ce la faccia più.
“Dài, Abel, vai pure. Sei a pezzi. Ci vediamo dopodomani.”
In effetti, anche io sono stanca. Mi stiracchio e chiudo gli occhi per un istante.
“Audrey.”dice la voce di Georgiana Harrington.
“Dimmi.”
Si siede vicino a me.
“Senti, qualche giorno fa ti ho sentita rientrare piuttosto tardi. Sai che non è permesso restare in giro per i corridoi oltre una certa ora.”
“Certo, lo so. È stata una causa di forza maggiore.”
”Guarda, io non voglio dirlo a Crale. Però sarebbe meglio se non succedesse più. Se ci fosse un’ispezione, ci andremmo di mezzo tutte e due.”
“Ho capito. Non è una cosa che faccio di solito. È che…è successo.”
“Bene, allora…basta che non capiti più.”
La rassicuro un ultima volta e poi Georgiana se ne va. È davvero un’ottima Caposcuola, e nessuno si è mai lamentato di lei. Avrebbe potuto benissimo denunciarmi al professor Crale, ma ha preferito parlarne con me. Beh, ha ragione. Le sanzioni sono pesanti. E se mi avessero trovata nella stanza di un ragazzo, non so cosa sarebbe successo.
A proposito, io e Peter non abbiamo più avuto occasione di parlare. Di parlare sul serio. Fra la scuola ed il Quidditch, che ha già ripreso a praticare, siamo troppo occupati. A colazione si vede mai, è già fuori ad allenarsi. A pranzo, va già bene se trovo cinque minuti per mangiare. A cena, spesso sto dando ripetizioni.
Mi manca. E ho bisogno di stare con lui. Soprattutto dopo quello che è successo.
Non so bene come affrontare la situazione. Prendo una matita ed un foglio bianco e disegno uno dei miei ricordi di quella notte.
I nostri corpi, le nostre gambe intrecciate come edera. Il cuore che mi batteva così forte, così veloce da sembrare che volesse uscire dal mio petto. Una miriade di sensazioni nuove, diverse, stupende.
Non credo che per lui sia stato solo il passatempo di una notte.
Per me non lo è stato.
Va bene, basta con queste paranoie. Sono solo le nove e mezzo di sera. Andiamo a cercarlo.
Mentre esco dal ritratto che sorveglia l’entrata alla Sala Comune di Corvonero, vedo Blaine Huznestov e Zoe Leroi che parlano. Zoe mi rivolge uno sguardo infastidito, forse disturbata dal mio passaggio. Così mi muovo in fretta per non disturbarli.
Non ho considerato un piccolo particolare. Non conosco la parola d’ordine per entrare dai Grifondoro. E adesso? Noir Varesco arriva al momento giusto.
“Ciao Audrey, cosa fai qui?”
”Dovrei entrare a parlare con un mio amico. Solo che non so la parola d’ordine.”
“Non preoccuparti, vieni con me. Questo amico è Peter Halbury, vero?”
“Sì.”
Noir mi fa un sorrisetto furbo.
“E brava la nostra Audrey…”
Caspita, sono proprio un libro aperto. Nella Sala Comune individuo e saluto alcune persone di mia conoscenza, ad esempio Elliot e le sue amiche, Alice McFly e Samantha Smallet. Micheal è seduto poco distante immerso in una conversazione con Sebastian Lang. Ma Peter non si vede da nessuna parte. Micheal mi urla qualcosa.
“È in biblioteca a studiare.”
Peter?! In biblioteca?! A studiare?! Oddio, dev’essere impazzito. Così riprendo il mio pellegrinaggio e pochi minuti dopo sono in biblioteca. Eccolo là. Peter immerso in un libro dall’aspetto polveroso e antico. Non appena mi vede, lo chiude e salta in piedi. Lo raggiungo, e ci abbracciamo. Il suo profumo mi avvolge come sempre.
Mi cade lo sguardo sulla copertina di cuoio nero. Sulla rilegatura, campeggia il simbolo della Sezione dei Libri Proibiti.
Ne sono successe così tante ultimamente:
Il bacio di Micheal prima di tutto è uno degli avvenimenti più belli.
La partita di Quiddich tra Grifondoro e Serpeverde invece non è altrettanto bello.
I due cercatori si sono azzuffati e Peter è in infermeria adesso.
Povera Audrey è così una brava ragazza e secondo me è ancora molto legata a Peter nonostante lui si sia comportato da stupido e Samantha mi ha detto che è quasi certamente convinta che anche Peter sia ancora molto legato ad Audrey. Io non capisco perché i Serpeverde devono sempre risolvere ogni cosa con la violenza. Secondo me Forsythe avrebbe dovuto reagire da persona più matura. Lo pensa anche Micheal e sono sicura che lo pensa anche Audrey. Va beh ma in fin dei conti se una persona di natura è in un determinato modo solo un miracolo potrebbe cambiarlo. Mi spiace solo che Audrey ne soffra… mi dispiace veramente tanto.
Un’altra persona di cui mi dispiace infinitamente è Jillian McKanzie, sempre una biondina corvonero che con me è sempre stata dolce e gentile, ma d'altronde è così con tutti.
Questa ragazza ultimamente si stava legando a Lewis (sempre un serpeverde) non è una delle solite ragazze con cui vedo Lewis, lei è dolce, timida e carina e un giorno quando mi ha gentilmente accompagnato al campo di Quiddich ad aspettare Micheal abbiamo sentito Lewis e Nordwood parlare delle loro ‘conquiste’.
Io non capisco, parlano delle ragazze come se fossero oggetti, come se fossero dei premi da accumulare, a me sembrano solo dei ragazzi perfidi e insensibili.
Jasper parlava di Jillian come una meta da raggiungere, come l’ennesima ragazza da portare a letto, e la corvonero non ci è rimasta per niente bene.
Io ho provato a parlarle a dirle quanto mi dispiaceva e a cercare di confortarla, ma lei non sembrava nemmeno ascoltarmi.
Quando ne ho parlato con Micheal ha detto che in fin dei conti Jillian doveva aspettarsi una cosa del genere da Jasper Lewis.
Però ci sono stati anche avvenimenti bellissimi finalmente!
Sono tornate due ragazze di Grifondoro:
Noir Varesco temevo avesse abbandonato la scuola dopo che Pearl si è ammalata, altro fatto di cui mi dispiace moltissimo, però alla fine sono contentissima che sia tornata.
Ha l’aria così distante e sofisticata però che tutte le volte che provo ad avvicinarmi a lei ho paura di scocciarla.
Un’altra ragazza della mia casa è tornata a Hogwarts: Margot!
Margot era una ragazza con cui andavo molto d’accordo al primo anno, poi con la morte della madre si è trasferita.
Era una ragazza così dolce e carina, sempre gentile e disponibile con tutti. Girava sempre insieme a Blaine Huznestov anche se non so come facevano ad andare d’accordo dato che avevano due caratteri completamente diversi. Giravano un sacco di voci su quei due al tempo e quando Margot se n’è andata però Blaine non ha mai mostrato segni di tristezza, a dire il vero quel ragazzo non mostra mai segni di tristezza, mi da l’idea di essere un ragazzo molto orgoglioso.
Però Margot è tornata, non so per quale motivo, ma è compltamente differente dalla ragazza che ricordavo sempre ordinata, precisa e sorridente. Anche il suo modo di vestirsi e di porsi è cambiato.
Si aggira sempre per la scuola come un anima in pena, dai vestiti scuri e lo smalto nero, dai capelli disordinati e l’aria distante e minacciosa. Mi fa paura. Deve averla scioccata molto la morte della madre. Ho sentito inoltre che adesso non si fa più chiamare Margot, ma Zoe… è proprio un’altra persona.
Ho quasi paura ad avvicinarla.
“Ciao Noir!” mi siedo a fianco a lei a difesa contro le arti oscure, la Merrythought non è ancora arrivata.
Ci sono Alice e Sam dietro di noi che chiacchierano e io vedendo la ragazza da sola al banco non ho resistito. ”ciao Elliot” la ragazza mi sorride debolmente con un aria forse un po’ altezzosa. ”che carina tua sorella, vi somigliate molto sai?” chiedo sistemando i libri sul banco. ”dici?” chiede perplessa, non aspettandosi forse la mia affermazione. ”si, non lo dico tanto per dire” mormoro schietta sorridendole. ”peccato che abbia una sorta di fissazione per Deirdre Blackster” sospira Noir. ”eh già…” mi scappa una lieve risata “ la tua rivale numero uno no?” ”più o meno” mi sorride di nuovo. ”beh è una rivale molto in gamba… Alice dice che è stata messa in punizione da Silente per aver duellato con un ragazzo che aveva molestato la sorellina” Noir annuisce, cavolo che tentativo di approccio patetico. ”Ah Elliot ho visto il tuo ragazzo… molto carino, ti sei data da fare eh” mi da una gomitata giocosa e io rido. ”Micheal? Beh lui è…” non faccio in tempo a trovare un aggettivo che la professoressa entra in classe.
Meno male, un aggettivo non avrei saputo trovarlo per Micheal; lui ha tutti i pregi del mondo. ”comunque state molto bene insieme” mi sussurra Noir.
Mi volto e le sorrido prima di andare a portare completamente la mia attenzione sulla Merrythought
Ho appena salutato Micheal dopo averlo accompagnato agli allenamenti di Quiddich.
Fino a una settimana fa non sapevo nemmeno che gusto avesse un bacio e adesso ho una sorta di dipendenza da questa dolcissima dimostrazione di affetto.
Quando non li ricevo da lui sto male, come sono patetica, spero di non rivelarmi appiccicosa.
Noto Audrey all’uscita del campo da Quiddich assorta nei suoi pensieri. ”ciao Audrey…” la saluto con un cenno.
La bionda ricciola mi sorride rispondendomi con un gesto della mano e del capo, che bella che è. ”come stai Peter?” le chiedo poi, non sono più riuscita ad andare a trovarlo in infermeria.
Non riesco a farle domande più intime su di lui, non mi sento all’altezza di una tale intimità, non la conosco bene. Sono sempre stata imbranata con le persone. ”oh si sta riprendendo” mi dice solamente con un debole sorriso ”speriamo si rimetta in fretta…” aggiunge poi. ”già per la squadra” ironizzo azzardatamene e lei sembra cogliere la mia battuta perché ride. ”Audrey mi dispiace molto per la situazione in cui ti trovi” ammetto poi con un sospiro. ”non preoccuparti elliot” dice spiccia. ”Tu e Lucas sembravate la coppia ideale, anche tua nonna ne era fiera no?” le chiedo e istintivamente le prendo le mani fredde nelle mie che, tenendole perennemente nelle tasche, sono calde. ”E in quanto a Peter… io penso che lui sia ancora molto legato a te e molto pentito” sospiro. Cavolo, perché alla fine non riesco mai a farmi gli affari miei? ”e secondo me Alice Knox dovrebbe andare a quel paese” ggiungo poi con un tono più stizzito.
Audrey ridacchia, quasi per smorzare la tensione… ”scusami se mi permetto così tanta intimità ma tu mi sembri una ragazza così brava.. non meriti di stare male” sospiro ”come dice un detto: nessuno merita le tue lacrime e chi le merita sicuramente farà di tutto per non farti piangere…”
cala per un istante il silenzio in cui Audrey mi guarda negli occhi sorridendomi con dolcezza. ”grazie Elliot”
Percorro velocemente i corridoi con i libri stretti in petto senza fare molto caso a dove vado, sinceramente, devo finire di studiare Pozioni per la prova di domani così dopo posso andare da Micheal.
Come ogni volta che vado di fretta e non guardo dove vado finisco per urtare qualcuno, la povera vittima questa volta è Jillian. Sinceramente non mi aspettavo di trovarmela così davanti con un espressione relativamente più serena. Non so come prenderla. ”Jillian!” esclamo chiamandola per nome “… scusami, sono così imbranata”
”di niente” mi sorride la bionda “nemmeno io guardavo dove andavo quindi siamo tutte e due colpevoli”. Rido “entrambe con la testa sulle nuvole” ”tu a cosa pensavi?” ”mmh… pensavo che non mi va di studiare pozioni” dico veritiera facendo spallucce “ e tu?” ”ehm… a … niente” mormora abbassando il capo. ”ehm… hai chiarito poi con… Jasper Lewis?” chiedo poi azzardando. ”ehm.. più o meno” mi sorride con semplicità. “grazie di interessarti Elliot ”ma ti pare!” esclamo come se fosse una cosa normalissima, che, in effetti, è. ”adesso scusa ma devo andare” mi dice. ”oh… anche io Pozioni mi attende” dico ricordandomi improvvisamente.
Jillian ride… “ beh allora buono studio”
”oh grazie..” dico con poca convinzione “a presto Jill, ciao” le sorrido salutandola con un cenno della mano per poi allontanarmi velocemente.
Trovo Zoe in sala comune…
è un tardo pomeriggio di pioggia e fulmini. Tempo che mi mette a disagio dato che ho sempre avuto paura di tuoni e fulmini da quando ero piccola. Ho sempre avuto una strana fobia per i suoni forti e improvvisi.
Trovare Zoe da sola nella sala a fissare le fiamme del camino mi mette a disagio, non mi aspettavo di trovarla. E soprattutto mi sento in dovere di salutarla, di dirle qualcosa dati i rapporti che c’erano tra noi e il fatto vergognoso che da quella sera in sala grande non le ho ancora rivolto parola.
Sospiro prendendo coraggio, pozioni aspetterà… Micheal mi capirà. ”Zoe!” esclamo con gentilezza avvicinandomi a lei con un sorriso attenta ad utilizzare il suo secondo nome dopo aver visto la sua reazione quando una ragazza l’ha chiamata Margot.
Zoe alza il suo sguardo serio e penetrante su di me e per un attimo mi fa venire i brividi. ”ciao Elliot” dice con tono piatto.
Mi siedo di fronte a lei composta sulla poltrona guardandola “come… come stai?” le chiedo semplicemente
fa spallucce. Ecco la sua risposta; solo un gesto. Sospiro… è più difficile del previsto. ”beh sono felice che tu sia tornata Zoe, Mi sei mancata” le sorrido con più calore ma lei rimane impassibile. ”grazie..” mormora poi alla fine..
Cala di nuovo il silenzio, non che questa ragazza favorisca il dialogo eh… ”sai zoe… “ mormora con voce diversa.. meno imbarazzata e più seria ripensando al passato “quando avevo 9 anni persi mia nonna..” non oso guardarla negli occhi “mia madre era molto legata alla sua e vedendosela mancare davanti agli occhi le fece male e io a quel tempo ero solo una bambina e non capii a pieno quello che mi disse mia madre…” sospiro.. ”mi disse che quando una persona a cui teniamo ci lascia noi non dobbiamo smettere di vivere rimpiangendola, ma continuare a vivere con tutto il nostro spirito per la persona che ci è stata tolta, in suo onore e solo così questa persona continuerà a vivere in noi” non alzo lo sguardo non voglio immaginare l’espressione di Zoe.
Mi alzo lentamente “quello che cerco di dirti Zoe è che mi dispiace per tua madre, non ho mai potuto dirtelo, ma adesso che ne ho la possibilità voglio approfittare….” Sospiro “sono convinta che tua madre non vorrebbe vederti giù… io sono convinta che se lei fosse ancora viva ti direbbe di reagire, di tenere duro…” alzo lo sguardo e finalmente incontro le iridi di Margot Zoe Leroi
Il preside Dippet è seduto di fronte a noi, e ci guarda con un’espressione sconsolata.
“Ho già parlato con il caposcuola di Grifondoro in separata sede. In ogni caso, sono molto deluso dal vostro comportamento. Voi, che siete fra gli allievi migliori delle vostre Case.”
Beh, mi dispiace se l’ho deluso, se l’abbiamo deluso. Ma in questo momento pagherei oro per trovarmi al di fuori di questa storia squallida. Alla mia sinistra, c’è il mio caposcuola, Georgiana Harrington ; poi Tom Riddle, ovvero il caposcuola dei Serpeverde, e infine Lucas. Una stupenda riunione per parlare dell’accaduto durante la partita della settimana scorsa.
“Signorina Salinger… lei è stata la causa involontaria del fatto. Non credo che sia necessario punire lei o la sua Casa per quanto successo.”
Mi limito ad annuire: ci manca soltanto che mi punisca anche il preside. Come sto adesso è più che sufficiente. Forse si vede, forse si vedono le mie occhiaie, forse si vede che sto male. O forse no, le occhiaie stavolta sono ben coperte dal fondotinta, cerco di mantenere i nervi saldi.
“Signor Forsythe… non posso comportarmi nello stesso modo con lei. Lei ha volontariamente provocato la caduta e il ferimento di un altro studente della scuola. Anche sorvolando sul fatto che avrebbe potuto morire nell’incidente, non posso che prendere misure esemplari.”
Come, ‘anche sorvolando sul fatto che avrebbe potuto morire’? Non credo alle mie orecchie. Ma ormai sono abituata alla sfacciata predilezione di Dippet per Riddle: di certo se l’è lavorato per bene, nei ritagli di tempo che gli lascia la Merrythought.
“In conclusione, lei è esonerato dal gioco del Quidditch, dal suo ruolo di Cercatore e a Serpeverde saranno tolti i punti di vantaggio che ha accumulato sul suo inseguitore più prossimo.”
Caspita, questa sì che è una punizione esemplare. A questo punto, potrebbe dargli un buffetto ed aggiungere ‘questo non si fa’. E chissà che non lo faccia fra poco: Dippet congeda me e Georgiana, mentre trattiene gli altri due.
Mentre torniamo nel nostro dormitorio, lei mi dice:
“Mi dispiace, Audrey. Lo so che è stata una presa in giro.”
“Non preoccuparti. Non è colpa tua se le cose vanno così in questa scuola.”
Avrei voglia di distruggere tutto. Senza pensare estraggo la bacchetta.
Ma Georgiana mi afferra il polso, senza dirmi nulla: mi guarda fissa negli occhi. ‘Non farlo’ mi sta chiedendo ‘Non ridurti ad un animale ferito’. Capisco: non vuole che faccia gesti inconsulti, che potrebbero aggravare la situazione già non leggerissima. Ripongo la mia bacchetta, e mormoro:
“Grazie. E scusa.”
Lei mi fa un cenno con il capo, e forse sta per aggiungere qualcosa, ma incontriamo il professor Silente che se la porta via per non so quale motivo. Così mi ritrovo da sola mentre mi dirigo verso la Torre di Corvonero. Vicino ad una finestra aperta, c’è Blaine Huznestov che fuma, lasciando entrare tutto il freddo.
“Ti dispiacerebbe chiudere? Sto gelando.”
Lui mi guarda con il suo solito sorrisetto ipocrita e mi dice:
“Ehi, Audrey, non prendertela con me se sei di cattivo umore. Al tuo ex spasimante è andata anche troppo bene.”
“Chiudi il becco, Blaine. Non sono dell’umore.”
“Peccato che tu non lo sia mai. A proposito, secondo te come la prenderà Benedicte?”
E adesso chi è questa? Benedicte? Mi sono persa qualcosa e Blaine lo deve aver capito dalla mia espressione, perché aggiunge:
“Benedicte, la fidanzata di Lucas. È a Beauxbatons, quindi qui il caro Serpeverde aveva campo libero con l’universo femminile.”
Ormai quello che riguarda Lucas non mi interessa più. Ai miei occhi ha perso credito a sufficienza. Così riesco a fargli un sorriso anch’io ed a rispondere con voce flautata:
“Ma bene, così lo avrà tutto per sé. Non la invidio per niente. Blaine, a dopo. Vedi di chiudere quella finestra e anche di piantarla di fumare, o ti beccherai un raffreddore.”
E con questo ultimo avvertimento da madre interessata, lascio quel bambino viziato alla sua sigaretta.
La pace non dura mai a lungo. Anzi, di solito è più che altro una tregua fra due conflitti armati. Così io sto andando in tutta tranquillità nelle serre, dove ho dimenticato il libro di Trasfigurazione. Manco a dirlo, eccolo là che spunta accanto al vaso della mandragora. Lo afferro e mi volto per tornare indietro, ma sulla porta della serra ecco la sagoma di Lucas, che entra e chiude la porta. Me lo aspettavo. Magari non in questo momento, non in questo luogo… ma me lo sentivo che presto ci sarebbe stato un confronto fra noi due. E allora che sia qui, in mezzo a un luogo brulicante di vita. Con lui, lui che ha cercato di dare la morte.
“Lucas, ti ascolto.”
“Io… non so cosa dirti.”
Cominciamo bene.
“Spiegami una cosa: ma tu pensi davvero che io possa credere a quello che mi hai detto in infermeria? Mi prendi per scema o cosa? Ti ha visto uno stadio intero, Lucas.”
Lui fissa un punto indefinito davanti ai suoi piedi.
“Sei stato tu. E quindi ti prego di smetterla di giustificarti.”
Come un bambino. Un bambino che per evitare una punizione dice di non essere stato lui a rubare la marmellata. Solo che qui la situazione è più complessa.
“Non intendevo quello. Ma stavamo litigando! Non l’ho fatto apposta. Credi che farei davvero del male a Halbury?”
Non gli rispondo.
“Va bene, forse gliene farei. Ma di certo non lo farei precipitare da quindici metri con uno stadio intero che ci guarda.”
“E per cosa litigavate allora?”
Che domanda stupida. Però sento di doverla fare. E lui non dice nulla. Vuol dire che l’argomento di quella pacifica conversazione ero io. Eh, già sono un genio.
“Io non lo so che cosa voglio. Di sicuro adesso non voglio stare neppure nella stessa stanza con te.”
A testa bassa, esco dalla serra stringendo il libro di Trasfigurazione fra le braccia, come se potessi aggrapparmi a quel volume per avere un po’ di forza in più.
Delusa. Da me, da Lucas, da Peter. Vorrei tanto non aver mai conosciuto nessuno dei due.
Ormai sono gli ultimi giorni che Peter sta in infermeria. Domani, tornerà in camera sua e riprenderà le lezioni regolari. Ho incontrato spesso i suoi compagni di classe mentre gli portavano compiti o appunti, e quasi tutti mi rivolgevano uno sguardo strano: un misto di avversione, pietà e fastidio. Oggi sono sulla porta dell’infermeria, quando incontro Alice McFly ed Elliot che se ne stanno andando. Alice mi guarda di sfuggita e mi saluta in fretta, mentre Elliot si ferma qualche istante. Parliamo di Peter e Micheal, poi ci accordiamo per vederci più tardi, magari fuori nel parco se le condizioni del tempo lo permetteranno.
Quando entro nella stanza, il malato è alla finestra. Quando sente il rumore della porta che ruota sui cardini, si volta e mi saluta con un sorriso. Fa per tornare a sdraiarsi, ma zoppica in modo palese e sul suo viso si dipinge una smorfia di dolore che cerca di dissimulare.
“Aspetta, ti aiuto.”
“No,no, ce la faccio da solo.”
Non gli do retta e mi avvicino, quasi abbracciandolo per sorreggere i suoi passi. Il tappeto però gioca uno scherzo ai miei piedi, visto che sto camminando all’indietro, e poco dopo ecco che ci ritroviamo per terra, uno sopra l’altra. Perlomeno gli ho attutito la caduta. Che idiota che sono, esce da un infortunio del genere e io lo faccio cadere. E poi, cadere in questo modo. Il peso del suo corpo è dolce e non greve come potrebbe sembrare dal suo fisico allenato di Cercatore. Pian piano riusciamo ad alzarci senza fare altri danni, e io mi sento il volto in fiamme.
“Scusami. Sono maldestra, lo sai.” gli dico, mentre lo faccio distendere. Ormai sono una crocerossina.
“Ma figurati…anzi, è stata una caduta piacevole.”
Mi sorride, quasi contento della situazione. E io che non so cosa dire, posso solo annuire come una stupida e sedermi accanto a lui. Il suo volto prende un’espressione più seria quando mi chiede se ho saputo della punizione imposta a Serpeverde ed al suo Cercatore.
“Sì, c’ero anch’io quando Dippet gliel’ha comunicato. E mi è sembrata una vera sciocchezza.”
Parliamo un po’ dell’argomento, finché una lacrima non mi scende su una guancia. In questo periodo mi sembra di non fare altro che piangere.
“Audrey, cosa succede? Non piangere, ti prego.”
Già, lui odia, odiava vedermi in lacrime.
“È che sento che sia stato tutto colpa mia.”
Peter mi prende per mano e mi dice:
“Non è vero. Audrey, forse tu sei stata la causa remota. Ma in quel momento io ho scelto di litigare, noi abbiamo scelto di litigare…e poi è successo quel che è successo. Tu non c’entri nulla. Avremmo potuto benissimo sfogare i nostri istinti in campo. Invece ci siamo comportati da stupidi.”
Questo rincuora un po’ la mia parte razionale. Mi asciugo gli occhi e lo abbraccio in modo inconsulto. Poco dopo, sento che sobbalza. La spalla sinistra deve fargli male, ci è caduto sopra. Così lo sciolgo dalla mia stretta.
E così, Peter, in un freddo pomeriggio di novembre, con il cielo color acciaio, e neppure un raggio di sole che filtrava fra le nubi, mi ruba un bacio.
Grifondoro VS Serpeverde. La prima partita della stagione.
In cuor mio, non so per chi fare il tifo: Grifondoro sarebbe un avversario più facile? Ma non so ancora chi vincerà l'altra partita. Però, c'è anche da considerare che Serpeverde è una casa molto più rispettabile, frequentata da gente che conta. E non solo per popolarità, ma direi per le idee che fieramente sostiene. Il campo è gremito di folla, ansiosa di assistere al primo match della stagione; molti sono attrezzati per il maltempo, ora che me ne rendo conto il cielo minaccia pioggia e il vento soffia impervio, scuotendo i teli che ricoprono gli spalti, dei colori delle casate. I giocatori si stanno scaldando, ma la folla li acclama già, sia i componenti delle case in gioco, sia gli altri che si sono fatti un'idea di preferenza fra le due.
Mi sistemo al lato est del campo, accanto a Robert e ad altre ragazze del mio anno, attente per non perdersi il fischio di inizio. Fisso anche io il campo e la partita comincia. Pochi minuti dal fischio d'inizio, e già qualcuno si sta facendo notare. I due Cercatori delle case sono ad almeno quindici metri di altezza, nella foschia, e sembra stiano duellando. Si ode solo qualche gemito nella platea, che si è fatta stranamente silenziosa. Ormai il vociare non copre più lo scroscio della pioggia, e il suono della natura circostante si fa più forte.
Ed ecco che poche grida interrompono il silenzio quasi surreale: uno dei due ragazzi è caduto, atterrando al suolo con un tonfo sordo! "Santo cielo!" esclama Robert per poi sporgersi, come per vedere meglio la figura a terra "Avrà come minimo venti ossa fratturate!"
Tutti ormai sono in piedi, e indicano il campo fra i vari mormorii, mentre portano via il ragazzo in barella. "Sarà meglio che faccio un salto in infermieria... E' messo male... Ciao Laura" mi saluta e sgomita fra la folla. Non so se lo fa per ficcare il naso nelle faccende degli altri, com'è lecito che faccia, o semplicemente perchè è preoccupato per qualcuno che neanche conosce... Beh, nel caso fosse così, non penso sia il tipo di ragazzo che fa per me.
Percorro in fretta le scale, cercando di non dare a vedere che sono davvero preoccupata. Ok, non che mi interessino eccessivamente le opinioni altrui: diciamo che, semplicemente mi scoccia che mi vedano debole. Non lo so, se la mia schiettezza fa parte del mio carattere, oppure è solo una maschera; fatto sta che è così che mi presento agli altri, e non voglio che mi pensino lunatica. Sono sfigati, i lunatici, decisamente inutili.
Sono arrivata nel cortile interno più grande. "Fa' che sia qui..." mi rivolgo al soffitto del porticato, sperando in un miracolo... Ho bisogno, assolutamente bisogno di parlare con Vé.
Svolto l'angolo, e sembra che la mia invocazione abbia avuto successo. Verity è seduta in un'arcata del porticato, sulla panca di pietra che si forma tra le due colonne. Proseguo, per poi inorridire alla vista.
Avvinghiati. Non che mi diano fastidio due ragazzi che fanno smancerie di sera, quando tutto è deserto: ma non se una delle due è Verity, e l'altro un sudicio Mezzosangue. Un sempliciotto come quel William... Ah, quanto mi pento di aver riferito il messaggio di Robert!
Resto indietro, le mani che mi prudono di rabbia, mentre attendo che abbiano finito. Ma alla fine non ci vedo più. Esco allo scoperto e mi piazzo davanti ai due che, arrossendo non poco, si allontanano e balzano in piedi. "Laura!" esclama Verity portandosi le mani alla bocca.
La sbeffeggio sorridendo maliziosa, per poi lanciare un'occhiataccia al ragazzo che, povero stupido, non interviene in alcun modo per difendere la sua ragazza. "Hai superato il limite." raccoglie la borsa, caduta per terra con il suo precedente balzo, e scappa quasi in lacrime, nella direzione del dormitorio.
Cavolo. Che cosa ho fatto?
Vorrei seguirla, vorrei chiederle scusa. Ma non sarebbe da me, non sarebbe un atteggiamento dignitoso, così mi limito a sospirare e rientrare, assorta nei miei pensieri... Lasciandomi alle spalle il povero William, che mi guarda quasi esterrefatto. Ecco, come al solito, questi Mezzosangue sono degli incapaci: neanche in grado di difendere la loro ragazza. Sono davvero disgustata. "Valla a capire." borbotto tra me, riferendomi ovviamente a Verity. E io che cerco ancora di proteggerla...
Salgo le scale verso il dormitorio. Come se non bastasse a peggiorare la situazione, mi hanno divisa da Verity: sono finita in stanza con due ragazze entrambe di stirpe pura è vero, ma sembra stiano dall'altra parte. Bah, gente sprecata. Audrey con quella Rachel, l'altra che non si capisce da che parte sta... Un po' come Verity, ma a lei voglio troppo bene per dirle qualcosa. Eppure l'ho fatto, per l'ennesima volta è scappata da me in lacrime, la mia Vé. Come sempre.
Mi lascio cadere sul letto, ormai giunta nel nuovo dormitorio.
"E' ora che questa storia finisca, Laura."
Sussulto, alzando la testa. Mi sono addormentata, forse il risultato dell'ultima notte insonne. Verity è davanti al mio letto, in piedi, dall'espressione si capisce quanto sia furiosa e allo stesso tempo controllata. Mi alzo a sedere e la fisso, un'espressione di disprezzo fin troppo leggibile nei miei occhi. Ma lei sembra non badarci, forse ormai è troppo abituata a me? Dovrei cambiare strategia ogni tanto, se le persone mi conoscono subito? "Spiegami se uno di loro ti ha mai fatto qualcosa. Se io ti ho mai fatto qualcosa."
Continuo a guardarla, senza dare segno di risposta. Gli occhi di Verity si fanno lucidi, sembra sia sul punto di piangere, ma a differenza delle altre volte, non lo fa. Resta in piedi davanti a me, fissandomi con il viso contratto dalla rabbia. "William mi ha dato ciò che non avevo mai avuto da nessuno. E' troppo importante per me, perchè tu possa rovinare il nostro rapporto. Sono stanca dei tuoi doppi giochi, Laura... Voglio che tu prenda una decisione. O me, o la tua tanto adorata purezza di stirpe." Faccio per aprire bocca, ma la mia amica, ormai ex-amica, mi interrompe furente. La odio. Una vera amica non dovrebbe lasciare che tu rinunci a qualcosa, per lei. "Stavolta mi sono stancata dei tuoi pregiudizi, vorrei che sapessi essere Laura come lo eri prima. Vorrei che sapessi come ci si sente, ad essere continuamente squadrata da quegli sporchi Serpeverde ogni volta che mi vedono con il mio ragazzo. E un'amica che fa altrettanto, che si intromette nella mia vita, in questo momento non mi serve e non mi servirà mai."
Si volta ed esce dalla stanza, sbattendo con violenza la porta.
E così, Verity è definitivamente andata per un ragazzo, un ragazzo che non la merità oltretutto. Ha un ragazzo, un ragazzo Mezzosangue che non è nemmeno capace di difenderla: altrimenti, avrebbe lasciato che io la facessi quasi piangere davanti a lui? Mi torna in mente quella Elliot Clark del quinto anno, che ho incontrato a Hogsmeade. Lei cammina senza guardare dove va, e quello stronzo del suo ragazzo ha pure il coraggio di dire che sono stata io a finirle addosso? Non capisco. Quello che so è che quel Parker mi è parso davvero molto, molto carino. E la Mezzosangue, per mia delizia, sembra essersene accorta.
Lezione di Pozioni. Lumacorno continua a camminare in circolo attorno ai nostri banchi, squadrando con attenzione tutte le nostre pozioni. Quel che so di questo professore, è solo il fatto che è solito prendere in simpatia gli studenti, se molto abili nella sua materia o comunque particolarmente brillanti. Io con le pozioni non ho mai avuto problemi, diciamo che non mi abbasso al livello dei club per Vips della scuola. "Ben fatto, Laura, eccellente... Audrey, Jillian, meraviglioso! Oh quanti studenti brillanti quest'anno..." borbotta, tornando alla cattedra e scribacchiando qualcosa su un foglio di pergamena.
Mi sporgo furtiva sulle pozioni degli altri; la densità e il colore sembrano a posto, normalissimo visto che noi Corvonero possiamo eccellere ogni volta che lo riteniamo necessario. A volte penso alla mia collocazione, mi sarei trovata bene fra i Serpeverde, con tutte le possibilità che avrei avuto di frequentare i Principi, o comunque i più popolari della scuola. Ma se il destino mi ha collocata qui, un motivo ci sarà... Giusto?
Oggi pomeriggio non ho niente da fare. I compiti sono finiti, da studiare c’è poco, Rachel chissà che fine ha fatto. Fuori è una bellissima giornata di novembre: il cielo è terso, il sole splende, tiepido e pallido. Apro una delle pesanti imposte medioevali e un’ondata di vento freddo mi investe: respiro a pieni polmoni, non pensando a niente.
Richiudo la finestra, afferro i racconti di Oscar Wilde e mi avvolgo in una sciarpa di lana. Infilo il cappotto ed esco da questa scuola asfittica. Il parco è semivuoto: gli studenti di Hogwarts non lo apprezzano molto nelle stagioni rigide. Ma io ho un legame particolare con la quercia che sorge in mezzo ad una radura, un po’ discosta dalle altre piante. Le sue radici che sporgono dal terreno e l’aula di Divinazione sono i miei rifugi prediletti, quando ho bisogno di starmene da sola con me stessa.
Appoggio una mano sul suo tronco nodoso, e percepisco quasi un fluido vitale, calmo e sereno, che passa da lei a me. Poi mi siedo sulla più grossa delle radici, e mi metto a leggere.
Dopo pochi minuti, un’ombra si proietta sulle pagine: di fronte a me c’è una donna, alta e magra, con un volto che è stato molto bello. È mia nonna. La madre di mio padre. Magdalena Weissroth Salinger: dura, esigente, tedesca.
“Audrey Madeleine Salinger!”
“Buongiorno, nonna.”
Mi alzo in piedi e ci scambiamo i rituali baci sulle guance. Severa e rigida come una Madonna gotica, mia nonna mi esamina da capo a piedi, senza muovere un muscolo più del necessario. È elegante come il solito: i capelli biondo cenere sono in piega perfetta, il tailleur grigio profilato di nero di certo proviene da una raffinata boutique parigina. Nei suoi occhi non colgo alcuna luce di gioia nel vedermi.
“Mi sembra che tu stia piuttosto bene.”
“Sì, mi sono ripresa in fretta. Grazie.”
“Per quanto i duelli siano barbari, se non altro ti sei comportata in modo dignitoso. Peccato che tuo padre non abbia avuto un maschio, se sua figlia è di tale tempra.”
Giusto per rilevare che sarebbe stato meglio se fossi un aitante Serpeverde, invece che una femmina. Corvonero, per giunta. Il mondo a volte è proprio ingiusto. In tutti i sensi.
Mentre ci avviamo verso la scuola, incontriamo il professor Benton; lui e mia nonna sono stati compagni di classe e Prefetti, dunque fioccano complimenti incrociati e racconti sulle varie conoscenze. Io cerco di mantenermi defilata il più possibile, ma Benton mi coinvolge nella conversazione.
“Mi ha sempre stupito come tua nipote sia finita nei Corvonero. Possiede di sicuro un’intelligenza brillante, ma senza dubbio la vostra storia familiare… come dire, la destinava ad un’altra Casa.”
Mia nonna mi guarda, non saprei dire con che espressione. Poi rivolge un sorriso ammaliante a Lumacorno:
“Corvonero non è Serpeverde, ma resta lo stesso un’ottima Casata.”
Benton annuisce, del tutto incantato da lei. È probabile che stia usando le sue origini Veela. Peccato che a me non sia arrivato nulla di questo fascino da sirena. Mia nonna saluta il professore, lasciandolo lì ancora un po’ istupidito. Nei corridoi incontriamo vari studenti. Quando saluto Elliot Clark, la bocca di mia nonna assume una piega severa; quando invece saluto Lucas, ecco che il suo viso si distende in un sorriso aperto e, oserei dire, cordiale.
“Lucas! Caro, sei molto cresciuto dall’ultima volta che ti ho visto. Ho parlato con tuo padre non molto tempo fa.”
I Forsythe e i Salinger sono in affari insieme, e mia nonna non si lascia sfuggire l’occasione. Lucas appare del tutto a suo agio, e continua a rivolgere verso di me i suoi occhi azzurri. Ma io lo evito.
Mia nonna se ne accorge, e quando siamo sole dice:
“Lucas Forsythe è un bellissimo ragazzo, a modo, molto ricco. Per di più conosciamo bene la sua famiglia. È molto meglio di quel ragazzo, Peter Halbury, che frequentavi prima.”
“Io non sono la ragazza di Lucas, nonna. In ogni caso, che sia meglio di Peter mi sembra ovvio.”
Lei mi guarda con una certa soddisfazione, ma anche con condiscendenza.
“Forse lui si considera il tuo ragazzo. Così dice suo padre.”
Non so cosa rispondere. Dovrò affrontare la questione con Lucas. Iniziamo già a parlare di relazione esclusiva, e per di più a farlo sapere ai genitori? Devo preoccuparmi, c’è una richiesta di matrimonio in vista? Poteva starsene zitto, almeno per un po’.
Per fortuna, eccoci nella mia stanza. Mia nonna getta nel caminetto un po’ di Polvere Volante.
“Sono venuta solo per vedere come stai. Tuo padre è occupato, lo sai.”
Quando mai non lo è? Io non ho mai avuto un vero padre: quando mia madre se ne andò, lui mi lasciò alla sorella di lei, mia zia Diane. Ecco chi mi ha cresciuto.
Mia nonna mi fissa, con una strana profondità nello sguardo.
“Dovrai fare delle scelte, Audrey. Presto. Assicurati di stare dalla parte giusta.”
Poi si volta, e scompare fra le fiamme.
Scelte?
Ci sono stati gli attesi sorteggi per le stanze. I Corvonero riuniti nella Sala Comune: chi era felice per le nuove assegnazioni, chi era triste, chi aspettava di vedere come sarebbe andata a finire. Io e Rachel siamo state separate, ma per fortuna siamo finite una nella camera di fronte all’altra. Poteva andare molto, ma molto peggio.
Le mie nuove compagne di stanza sono Jillian Mc Kanzie e Laura Stevens. Con Jillian, tutto bene. Laura, invece, non l’ho ancora inquadrata bene. Di certo non mi fa piacere che fugga alla vista di Rachel. Questa storia dei Mezzosangue è davvero una sciocchezza, purtroppo però anche persone intelligenti la pensano così.
Beh, spero che Laura cambi idea.
Questi pensieri ronzano silenziosi fra le formule di Aritmanzia. Sospiro e guardo l’orologio: oh, cavolo! Sono in ritardo per la partita!
Oggi pomeriggio, prima partita del campionato. Tanto per entrare subito nel vivo, la sfida delle sfide: Serpeverde contro Grifondoro. Metto via i libri, mi pettino, un filo di mascara, un po’ di lucidalabbra ed esco.
Fuori il vento soffia inclemente, e il cielo minaccia pioggia.
Mi incammino a passo svelto verso il campo di Quidditch: gli spalti sono gremiti, nonostante il maltempo, e i tifosi più accaniti incitano le squadre che si riscaldano in campo. A stento mi faccio strada fra la folla e mi siedo .
Lucas mi fa un cenno di saluto… credo. Non è che riesca a riconoscerlo molto bene, così in alto.
Le due formazioni si dispongono secondo lo schema, e un fischio stride; il Boccino è libero, ora, la partita inizia. Non è che io capisca molto di sport: diciamo che più che altro osservo il gioco.
In questo caso, poi, non potrei essere più interessata: si sfidano il mio ex e il ragazzo che potrebbe prenderne il posto.
Si studiano da lontano, mi pare, e intanto cercano il Boccino.
“Audrey!” mi chiama la voce di Micheal Parker.
“Ciao, Micheal. Sei venuto per guardare le mosse dei tuoi avversari?”
“In parte. E in parte per tenerti d’occhio.”
“Per tenermi d’occhio?!”
“Ma certo, credi che non sappia chi sono i due che stanno quasi duellando in campo?”
La folla è scossa da un boato. Alzo lo sguardo verso il cielo e vede il Cercatore di Serpeverde e quello di Grifondoro che si insultano e cercano di disarcionarsi a vicenda. Per l’ennesima volta vorrei sprofondare. Mi copro il viso con le mani e mi appoggio alla spalla di Micheal.
“Apri gli occhi, Audrey. Lo sai che preferisci vedere e stare male, piuttosto che non vedere nulla e stare peggio.”
Ecco perché Micheal è mio amico. Perché mi conosce e mi suggerisce, senza imporsi, le decisioni giuste. In alto, stagliate contro il cielo plumbeo, due sagome maschili continuano a litigare. Finché non c’è un movimento scomposto da parte di uno dei due.
Peter cade. Cade da perlomeno quindici metri!
Gli spettatori sono tutti in piedi. Io non riesco a reprimere un urlo e Micheal mi stringe a sé.
Peter non si sfracella al suolo, grazie ad una magia di contrasto che proviene dalla tribuna d’onore, ma il tonfo del suo corpo quando tocca terra è un rumore soffocato che si sente alla perfezione in quel momento irreale.
Davanti all’infermeria. Pensare che fino a poco tempo fa qui c’ero io.
Micheal è seduto di fronte a me, ed Elliot lo abbraccia, accarezzandogli i capelli. Ogni tanto mi guarda inquieta, ed io le faccio un cenno, come dirle di non preoccuparsi per me. Deve pensare al suo ragazzo: è lui che ha appena visto l’amico che ama come e più di un fratello rischiare una morte terribile.
Io aspetto e spero. Forse amo ancora Peter? Forse non riesco a credere che Lucas abbia cercato di… di ucciderlo? Non lo so, non lo so, non voglio neppure pensarci. Voglio solo sapere come sta. Mi ha fatto così male, nell’animo con il suo tradimento e nel corpo dopo il duello con la sua amante, che stento a credere di essere qui. Qui in attesa, disperata e silenziosa.
La porta dell’infermeria si apre, e Lucas entra.
“Audrey… Micheal…”
No, non riesco a vederlo in questo momento. Voglio scordarmi di lui, di noi, di tutto. Vorrei dormire una lunghissima notte. Ma adesso è il momento di essere forte, per me e per Micheal.
“Esci di qui.”
La mia voce è gelida, con venature d’odio che la rendono quasi metallica.
“Audrey, io non…”
“Ti ho detto di lasciarci in pace!”
“Audrey, non sono stato io!”
“E chi allora? Il Barone Sanguinario?! Lucas, vattene.”
Mi fissa, impotente. Cerca di avvicinare una mano alla mia spalla, ma con un gesto rapido lo scosto.
“Vai via, Lucas, per favore.”
È Elliot a parlare, con una voce calma e sommessa, ma sicura. Lucas mi guarda un’ultima volta, poi si volta e se ne va. Si ferma all’improvviso, e senza girarsi dice:
“Non sono stato io, Audrey. Non è stata colpa mia.”
Poi apre la porta e ci lascia soli.
Il dottor Mynton esce dalla stanza, accompagnato dall’infermiera Mound e dal preside Dippet. Micheal scatta in piedi e chiede notizie.
“Allora, dottore? Come sta?”
“Male.” risponde Mynton, laconico “Ma se la caverà. Ci vorrà del tempo. Non è cosa sistemabile solo con la magia. Il suo corpo è a posto, ma subirà le conseguenze della caduta.”
“Cosa intende?”
“Dolore. Un dolore che a volte sarà tanto forte da renderlo incosciente. Ma vivrà. Si riprenderà.”
I tre se ne vanno, mentre Micheal si accascia sul pavimento. Chiude gli occhi e finalmente respira sereno.
Sera. Le sette, più o meno. Infermeria. Peter sembra dormire, ma in realtà è in uno stato di incoscienza indotta da pozioni sedative. Sul comodino, un libro di poesie. Ama moltissimo la letteratura, per quanto a volte possa sembrare un ragazzo tronfio e superficiale. Mi avvicino, e leggo che l’autrice è Emily Dickinson. Lo apro a caso, e le pagine mi conducono ad una poesia.
Stringevo un Gioiello fra le dita -
E mi addormentai -
Il giorno era caldo, e i venti erano monotoni -
Dissi: "Rimarrà" -
Mi svegliai - e sgridai le incolpevoli dita,
La Gemma se n'era andata -
E ora, la memoria di un'Ametista
È tutto ciò che ho
Accanto, una frase scritta da lui, con quella calligrafia tondeggiante che riconoscevo come sua.
“Quante volte ti dovrò chiedere scusa? Non so se saranno mai abbastanza. Abbastanza per il tuo perdono.”
Non credo che Lucas mi ucciderebbe, se venisse a sapere che ho rischiato di distruggere il suo amato Mantello dell’Invisibilità. Insomma, non è colpa mia se era vicino al camino e, mentre cercavo di attizzare il fuoco, una minuscola brace è andata a finire del bordo della stoffa. Ridacchio un po’ fra me: chissà come farebbe a raggiungere la sua Corvonero senza il Mantello.
Stamattina mi aspetta un’ora di Astronomia che non ho proprio voglia di seguire. Me ne andrò nel parco a fumarmi una sigaretta. Chissà, magari incontro qualcuno che mi fa un po’ di compagnia.
Jillian Mc Kanzie sta uscendo di corsa dalla Sala Grande, a testa bassa, mentre mormora qualcosa. Non mi vede neppure, così quando mi passa accanto le afferro un braccio, costringendola a fermarsi. Rischia di inciampare, e poi si volta, fissandomi con l’espressione di un Basilisco in collera.
Non mi sembra molto propensa al dialogo. Non riesco a trattenere un sorriso: possibile che io la metta così in imbarazzo? Si vede che la mia apparizione in versione doccia ha lasciato tracce. Tracce indelebili, direi. È il potere della bellezza, che devo dire.
In ogni caso, io non ho proprio voglia di sorbirmi due ore di Crale. Così le faccio una proposta:
“Ho un'idea… dal momento che siamo tutti e due palesemente in ritardo per andare a lezione, perché non ne approfittiamo e andiamo a vedere se quelle famose aule del secondo piano sono vuote?”
Le aule vuote del secondo piano: quanti ricordi di gloria. Se non ci fossero, metà degli studenti di Hogwarts sarebbe ancora vergine.
Con mia grande sorpresa e inenarrabile dispiacere, la piccola Corvonero rifiuta e inventa un po’ di storie per depistarmi. Mi lascia assicurandomi che si farà viva lei, per poi scappare via verso la sua lezione, mentre io rimango da solo. Chi mai accompagnerà quest’anima perduta nel suo viaggio verso la pigrizia di una mattinata senza scuola? Nessuno, a quanto pare.
Oggi scende una pioggia sottile e insistente, ma niente in confronto al mezzo uragano di qualche giorno fa. Sotto la tettoia c’è già Peter Halbury che fuma nervoso. Mi appoggio alla ringhiera sotto il tettuccio spiovente, e mi accendo una sigaretta.
“Che giornata del cavolo.” inizio. Sono una persona molto gioviale, adoro parlare con la gente. E adoro anche punzecchiarla.
“Già.”
“Hai visto che duello l’altro giorno? Tutto per te, amico.”
Lui annuisce in silenzio. Assumo un’espressione pensosa.
“Lucas non ne è stato molto felice, sai, del coinvolgimento della sua bella. Potrebbe fartela pagare.”
Halbury non mi risponde più, ma questo non è importante. Gettato il seme, non resta che innaffiarlo, e la pianta crescerà rigogliosa.
Non mi preoccupo per Lucas: quello che ho detto è la pura verità. Diciamo che ho solo sollecitato un po’ gli eventi: la sfida con Grifondoro, la prima della stagione si avvicina. Allenamenti su allenamenti, tattiche su tattiche, Pluffe su Pluffe. Io, Violet Traviston, e Buddy Kane abbiamo il nostro bel daffare per svolgere il nostro dovere di Cacciatori. Ma il più incattivito è Lucas. Già, sfiderà il suo rivale in amore, il Cercatore dei Grifondoro.
Io e Violet non riusciamo a trattenerci dallo scoppiare a ridere ogni volta che ne parliamo, nei momenti di stanca delle partite di allenamento. E il povero Geert Wellington, uno dei nostri Battitori, ci guarda senza capire: mi chiedo come Deirdre possa stare con un tizio così tardo. Sarà il fascino dell’orsacchiotto.
Edward e io in camera. Lucas sarà dalla sua dolce Corvonero, Morgan chissà che fine ha fatto. Ed sta leggendo un libro piccolo e consunto, che porta il marchio della Sezione dei Libri Proibiti. Merito di Riddle se l’ha in mano.
Mi decido ad affrontare il discorso.
“Allora, sempre più amici tu e Tom, vero?”
“È uno da tenere in grande considerazione, lo sai.”
“Senza contare che è un ottimo Legilimens.”
“Jasper, smettila.”
“E allora tu insegnami. Insegnami a praticare la Legilimanzia.”
Edward mi fissa torvo. Credo che se lo aspettasse. È dall’inizio dell’anno che so di questo suo potere. Potere che condivide con Tom Riddle, motivo per cui si esercitano insieme.
Ma adesso anch’io voglio impararlo.
“Va bene. Da domani ti darò lezioni.”
Annuisco, sorridendo. Il mio amico è decisamente di cattivo umore: non è riuscito avere un qualsivoglia contatto umano che vada 'oltre' con la Diamond, ne è troppo disgustato. Il vertice lo abbiamo toccato l’altra sera, appena tornato dalla visita alla torre dei Corvonero, dove io lo avevo accompagnato; si era aggiunta a noi anche la ragazza di Micheal Parker, dopo che l’avevamo salvata da un agguato di Jack Adams. Avevo salutato Ed all’ingresso con parole di incoraggiamento.
Due ore dopo era tornato distrutto nello spirito, e mi aveva fatto davvero preoccupare. Anche Deirdre era scesa dal dormitorio femminile, pronta a redarguirlo per la sua stupidità nello stipulare scommesse a destra e a manca, ma era rimasta sconvolta dallo stato in cui era il nostro amico.
Per chiudere la cornice, Violet Traviston aveva fatto la sua comparsa. E lì ho pregato quasi con disperazione che Ed non se ne accorgesse. Invece aveva girato il capo, e l’aveva vista.
Ed si alza in piedi e mi dice:
“Ti muovi? O non vuoi più partecipare alla caccia al tesoro?”
Così uno dopo l’altro ci cacciamo sotto la doccia e ci vestiamo per l’occasione. Questa caccia al tesoro è davvero un mistero. Non si sa chi l’abbia organizzata, né chi siano i partecipanti. Però è un valido antidoto alla noia, visto che la scuola non ha organizzato niente di ufficiale.
Quando si dice: il giorno dopo. Mi alzo dal letto decisamente tramortito e barcollo fino in bagno, pronto a uccidere chiunque si frapponga fra me e la doccia. Poi mi faccio la barba, mi lavo il viso e così riesco ad assumere la parvenza di un essere umano. Occhi segnati dalle occhiaie, espressione viva quanto quella di un lombrico: signore e signore, ecco a voi Jasper Lewis dopo una nottataccia.
Dopo la caccia al tesoro, che ovviamente ho vinto, me ne sono tornato in camera con la compagna peggiore che potessi trovare: una bottiglia di vino. Dopodichè mi sono abbrutito per bene, brindando alla mia stupidità.
Mai come ieri si è sentito il distacco fra noi quattro, fra i Principi. Eve è lontana fisicamente, ma noi lo siamo moralmente. Anzi, a dir la verità, io e Deirdre siamo lontani. Ed cerca di barcamenarsi fra noi due, e non gli do torto se a volte me ne dice quattro per le mie azioni non proprio cristalline. Ma non è solo questo: è come se si fosse creata una spaccatura fra noi, come se si fosse rotto un solido equilibrio. Stiamo cambiando, stiamo cambiando tutti. Forse Deirdre mi vede per la prima volta sotto un’altra luce, come ragazzo che può sbagliare. Non che non abbia mai commesso errori… ma erano solo sciocchezze. Belinda invece… avrei dovuto lasciarla perdere. Come Ed con Utopia. Non sono riuscito a controllarmi, a voler bene vedere non saprei neppure ben dire perché non mi sono fermato prima del disastro. Bastava mandarla via dopo un bacio. Invece no, Jasper ha fatto il bambino: voleva quello che aveva davanti e se ne fregava delle conseguenze. Ho preso tutto alla leggera, troppo alla leggera. Quanto vorrei che Eve fosse qui, quanto vorrei chiederle un consiglio.
Jasper, sei un idiota. Per cosa esiste la posta se non per comunicare con chi ci sta lontano? Mi siedo allo scrittoio, prendo un foglio di pergamena con lo stemma della mia famiglia e intingo la penna nell’inchiostro:
Cara Eve,
quando gli amici sono in difficoltà chiedono aiuto agli amici. E quindi eccomi qui…
Così inizio la mia lettera: in men che non si dica, ecco che ho riempito tre fogli. Deirdre, Ed, i genitori di Eve, le condizioni di suo padre…ne ho di cose da scrivere, da dire, da raccontare. Poi raggiungo la Guferia, dove una Grifondoro, credo si chiami Samantha Smallet, sta impostando una lettera sull’ultimo volatile disponibile. Già, io non ho molta simpatia per gufi e simili(quindi questo posto mi infastidisce già di suo), e neanche per i Mezzosangue. Combinazione astrale incredibile, questa è al momento sbagliato, nel posto sbagliato, con le ascendenze sbagliate. Va da sé che non mi faccio molti problemi: mentre sta arrotolando la pergamena, io lego la mia missiva alla zampa di un barbagianni dagli occhi dorati, che prende il volo subito dopo.
“Guarda che era mio quell’uccello!”
“Sì, ma tu stavi perdendo tempo, così l’ho utilizzato io. Era una cosa urgente.”
“Anche la mia!”
“Allora la prossima volta vedi di muoverti.”dico, mentre esco da quel luogo malsano.
La risposta di Eve non si è fatta attendere: mi ha sbattuto in faccia la sua opinione sulla faccenda e poi mi ha spiegato quello che secondo lei dovevo fare. Ovvero andare da Deirdre e chiarire la situazione, rimanendo lì fermo di fronte a lei finché non avessimo fatto pace. Le sue parole coincidono con quello che pensavo di fare, quindi ora ho un ulteriore sprone. Mi preparo psicologicamente: sotto la doccia, a colazione, durante la mattinata scolastica, a pranzo. Verso le cinque del pomeriggio, vado a bussare alla porta della sua stanza. Mi apre una Serpeverde che non ho mai visto lì, e che quasi subito se ne va. Io e Deirdre restiamo soli, in silenzio. Lei è distesa sul letto a leggere una lettera, di Eve credo. Mi guarda con i suoi occhi belli e immoti, quasi come quelli di una statua, e aspetta che io parli. Mi faccio coraggio, e tossisco per darmi un tono.
“Deirdre, è andata troppo avanti questa storia. Dobbiamo finirla.”
Lei si alza in piedi e continua a fissarmi a braccia conserte. Poi si scosta i capelli dal viso.
Intravedo nei suoi occhi la luce di una lacrima: mi slancio verso di lei e la abbraccio, come non accade da troppo tempo. Dopo qualche istante di rigidità, le sue braccia mi cingono la schiena, e sento che piange, in silenzio, sulla mia spalla.
La mia Dè. Appena riprende il controllo, mi scosto e dico:
"Non farò mai più idiozie del genere. Ti rispetterò sempre. Rispetterò le persone a cui vuoi bene. Cercherò di crescere, di cambiare da quel bambino immaturo che sono."
Deirdre si limita a guardarmi negli occhi per un minuto che dura un secolo.
Ogni volta che Edward fa un passo avanti con Medea Diamond, cerca sistematicamente un modo per trovarsi solo con me e aggiornarmi, tentando di colpirmi e spingermi a cedere. Respingerlo diventa di volta in volta meno problematico: è sufficiente che io ritorni con la mente a lui che fa le stesse mosse con la mezzosangue, e mi viene un tale ribrezzo per le sue labbra che devo allontanarmi prima di vomitargli addosso.
Le voci che ci volevano la nuova coppia bollente di Hogwarts si sono ritirate, visto che l'idea di Norwood tra le braccia di una sanguesporco dà molti più spunti alle pettegole di Tassorosso e Grifondoro, che hanno inaugurato la stagione invernale della caccia allo scoop. Inoltre, sembra che Jasper stia dietro ad una Corvonero, e che la povera piccina sia già sul punto di prostrarsi ai suoi piedi pur di avere un bacio. E non è finita qui: girano voci di un intrallazzo con una biondina di nome Audrey, che ho intravisto un paio di volte; i suoi portavoce negano, lui glissa.
« Serpeverde sta impazzendo, non ci sono altre spiegazioni! » sussurra Catherine, mentre sfoglia con poca attenzione Trasfigurazione Avanzata. Non posso che darle ragione: i nostri rinomati Casanova stanno battendo in ritirata, e per di più cedono al fascino della filo-babbana!
L'avvicinarsi di Halloween ha spinto molti a rinunciare allo studio per dedicarsi a giochi dementi e all'ozio; non è stata organizzata una festa ufficiale, quindi la scuola pullulerà di festini mascherati e simili sciocchezze. Ci passano sotto il naso inviti banali, o addirittura pezzi di pergamena scritti alla bell'e meglio. Queste mancanze di stile mi distruggono i nervi.
« Violet, Catherine, ciao! » è una voce sottile, bambinesca. Rivolgo lo sguardo alla mia destra, dove un folto gruppo di ragazzine si è fermato al mio fianco. A salutarmi è stata mia cugina Roisin, terzo anno e ormoni in piena esplosione.
« Ciao, ragazze. » rispondiamo in coro io e Cate, scambiandoci uno sguardo divertito: mia cugina è sempre fonte di profondi ragionamenti sul senso della vita, e ci dà argomenti di cui parlare per settimane.
Esordisce con un sorriso smagliante. « Si dice che tu esca con quel fustacchione ( tesoro, hai tredici anni, chi diamine ti ha suggerito di usare parole come “fustacchione”?! ) di Edward Norwood! » sospiro collettivo solo al sentir pronunciare il nome del Divino. Che, puntuale come la morte, compare alle spalle delle ragazzine.
« Chi avrà messo in giro queste strane voci? » proferisce con voce tonante, facendole girare di botto. Mia cugina è l'unica a reggere il suo sguardo, mentre le altre arrossiscono come ricordelle. Ah, che soddisfazioni che mi dà quella bambina.
Edward le supera, posandomi una mano sulla spalla.
« Già, davvero strano. » ribatto piegandomi in avanti, in modo che la sua mano scivoli via. « Su, andiamo a berci una cioccolata. » mi alzo di scatto, afferrando la mia borsa di pelle sgualcita. Le piccole Serpi sono entusiaste all'idea di tempestarmi di domande riguardanti il Sublime, vedo già i loro occhi che brillano. Saluto Edward con un cenno della mano e affianco mia cugina, subito seguita da Cate.
Lo ammetto. L'idea che Edward se la faccia con una schifosa mezzosangue mi irrita, e non solo perché lei è quello che è: ho dei diritti su di lui! Visto lo schifo che è disposto a passare per 'vincermi', mi sento in dovere nei suoi confronti.
Agito la bacchetta e frantumo un paio di bicchieri; l'unica cosa che riesce a calmarmi è usare qualche incantesimo violento, possibilmente senza subirne conseguenze. I vetri infranti cadono sul pavimento dell'aula vuota. Con un altro gesto rapido li faccio scomparire. Sto migliorando con gli incantesimi non-verbali, sospetto che riuscirei a castare anche le maledizioni senza perdono senza aprir bocca.
« Non ti consiglio di provare con le maledizioni senza perdono, Traviston. » Nel riflesso della finestra, distinguo senza difficoltà Tom Riddle in piedi alle mie spalle. E sono sufficientemente sicura che fino a poco fa non fosse lì. Ero da sola in questa stanza, non c'è dubbio.
Mi volto; è poco più alto di me, soprattutto rispetto agli altri ragazzi, che generalmente sovrastano i miei centosessantasei centimetri. Mi fissa con perplessità, come se si fosse aspettato una reazione scomposta che io non ho avuto. A quanto pare le sue uscite del tipo ehi-guarda-che-ti-leggo-nel-pensiero suscitano più sorpresa, solitamente.
« Grazie, Tom. » rispondo senza cerimonie, incrociando le braccia sul petto.
« E' per quella sporca mezzosangue, non è vero? »
« Cosa? No, è solo allenamento. » sibilo tentando di sviare l'argomento della conversazione. L'uomo di ghiaccio che improvvisamente si interessa dei miei affari personali? Lui, che scaccia le ragazze come se fossero bacilli di vaiolo? Lui, che rifiuta la vita sociale come se potesse sciogliere il suo animo incorruttibile?
« Nel caso dovessi mai decidere di usarlo contro di lei, ti darò volentieri una mano ad occultare le prove.» per un istante, sul suo viso compare un sorriso gelido.
« Tutti coloro che si dedicano ad eliminare quegli odiosi sanguesporco dovrebbero essere aiutati .. dovrebbero sapere che qualcuno li capisce. » Non sembra più rendersi conto di quel che sta dicendo. Mi fissa con sguardo vacuo, stringendo le mani attorno alla bacchetta. Inclino appena il capo, terrorizzata dalle conseguenze di un movimento troppo rapido.
« Oh, ho già passato troppo tempo qui. » All'improvviso sembra tornare in se. « Arrivederci, Violet. » Scompare davanti ai miei occhi, lasciando al suo posto una nuvoletta di fumo azzurrognolo.
Comincio a preoccuparmi per quel che sta succedendo in questa scuola. Le idee di Tom mi piacciono, ma mi preoccupano. E soprattutto, credo che non gli servirebbero più di un paio di giorni per organizzare una task-force sterminababbani.
Riprendo in mano la bacchetta, anche se sono abbastanza turbata da non riuscire neppure a concentrarmi.
Siamo già a letto. Deirdre non è certo migliorata da quando la sua amichetta del cuore ci ha lasciate, anzi; il suo caratterino si è fatto ancor più spigoloso, e non certo incline ad aprirsi nei nostri confronti. Quando il letto di Eveline è stato occupato da Ashleigh Hale, ha iniziato a borbottare tutte le volte che entra in dormitorio, fatto non poco inquietante. La sua sanità mentale si sta involando?
Sobbalzo: dal corridoio si sente giungere forte la voce di Jasper Lewis che chiama, appunto, Deirdre. Non capisco esattamente cosa stia dicendo, ma suona più o meno come “Edward è andato fuori di testa.” Lei scatta in piedi. precipitandosi giù per le scale in camicia da notte – quale miglior occasione per sfuggire al nostro controllo?
Lentamente, la seguo. Debbo dire che la sua camicia da notte di seta rende abbastanza scialbo il mio pigiama nero, senza fronzoli. Scendo le scale stringendo il corrimano.
« Non ce l'ho fatta! Ho perso! » continua a ripetere un Edward fuori di se, ansimando e con la voce tremolante.
« Va tutto bene, Edward. » gli dice Jasper stringendogli le mani.
« Non potevo baciare quella .. quella .. non potevo! Tu mi capisci, vero? » esclama. Appena il caminetto entra nel mio campo visivo, li vedo lì davanti. Deirdre è in piedi con le mani sui fianchi, Edward in ginocchio sul pavimento con Jasper di fronte.
Bene, a quanto pare Edward ha perso la scommessa. E quindi io l'ho vinta. Mi lascio scappare un sorrisino; in questo stesso momento Edward si volta in mia direzione, e mi vede. Sgrana gli occhi, poi si volta dall'altra parte.
Oh, quanto fa male la sconfitta, per un principe.
HALLOWEEN. Ebbene, ora dovrò giustificare a me stessa quel che ho appena fatto; non credo che dare la colpa a Tom Riddle sia possibile, quel ragazzo sarebbe capace di uccidermi con uno sguardo, se solo tentassi di accusarlo. Fisso Medea Diamond, o meglio, fisso il suo corpo inerte che giace ai miei piedi. Non ci sono tracce di sangue sul mio vestito di seta nera, talmente stretto che faccio fatica a respirare. In testa mi rimbombano ancora le sue parole, la sua voce argentina e fin troppo ingenua: « che c'è, mi guardi male perché ti ho rubato Edward? » Ma che hai capito stupida. Che ne sai, tu. Non ho fatto in tempo a pensarlo, perché la mia mano è scattata e ho scandito nella mente l'incantesimo che avevo provato qualche giorno prima. I bicchieri esplodevano; che sarà successo a Medea?
Cammino lentamente lungo il corridoio, appiattendomi sul muro: c'è una caccia al tesoro in corso, e non credo che i miei avversari potrebbero essere più gentili di quanto io lo sia stata finora coi miei. Un Locomotor Mortis, dieci minuti di perfetta immobilità e il tempo di avvantaggiarsi notevolmente. Mi mancava l'ultima tappa, quando Medea mi si è piazzata davanti. Ha fatto l'errore di parlare, altrimenti non l'avrei riconosciuta; aveva sul viso una maschera nera, come tutti noi. L'avrei bloccata, e avrei fatto quello che sto facendo ora: correre verso la vittoria. Solo i primi sette riceveranno il premio.
Attraverso a tutta velocità l'atrio della scuola, uscendo in giardino. L'aria gelida mi taglia il viso, automaticamente mi copro la gola nuda con le mani calde – ancora per poco. Corro in direzione della serra 14, come indicava chiaramente l'ultimo indizio; evito i rami, per quanto mi è possibile, poi mi fermo davanti alla porta di vetro, retta da eleganti ghirigori di ferro battuto. C'è una candela accesa all'interno, che illumina un profilo che conosco più che bene: Edward.
Allungo la mano verso la maniglia.
« Avevo ragione, Violet. Era per lei che ti esercitavi. » mi fermo.
« Tom. » sussurro, mentre lui mi soffoca coprendomi la bocca con una mano.
« Stai calma, Violet Ophelia Traviston. Non lo dirò a nessuno. » Ora sì che sono nella merda. Ma lui scompare di nuovo. Mi rilasso di colpo, spingendo involontariamente la maniglia. Mi sbilancio all'indietro, cadendo con poca grazia sul pavimento sporco della serra. Sento la sedia di Edward strisciare sul pavimento, lo vedo precipitarsi verso di me.
« Mmh .. sei Violet, non è vero? » mormora aiutandomi ad alzarmi. « Riconoscerei il tuo profumo anche in capo al mondo ... per non parlare dei tuoi fianchi, tesoro. »
« E così hai perso la scommessa. » subito toglie le mani dai miei fianchi, come se fossero roventi. Torna a sedersi, senza guardarmi.
« Tranquillo, non credo che Medea ti importunerà più. » sussurro tra me e me, prendendo posto non troppo lontano da lui.
« Ben giocato, Violet. » Il mio compagno cacciatore Jasper Lewis mi batte sulla spalla, mentre ci dirigiamo verso gli spogliatoi. Abbiamo fatto un allenamento extra, e non è andato affatto male.
Sciolgo le cinghie che tengono fermi i parastinchi, mi sfilo la divisa sudata e rapidamente infilo la camicia bianca. Odio farmi la doccia al campo: l'acqua è sempre fredda, e i ragazzi sono dei guardoni. Mi poso sulle spalle il mantello, stringendo nella mano sinistra la scopa e nella destra la borsa dove ho gettato alla rinfusa le mie cose.
In corridoio c'è Edward, come sempre. Non mi rivolge il solito sorriso ironico: è serio, troppo anche per le sue eccellenti capacità recitative.
« Violet. »
« Edward. » continuo a camminare, ma mi afferra il polso.
« Violet. » ripete con lo stesso tono piatto, rivolgendomi uno sguardo freddo. « Voglio che ci vediamo seriamente. Dico davvero, ed è la prima volta che lo chiedo così apertamente ad una ragazza. Ti andrebbe di uscire con me? »
« Mi dispiace, Edward ... devo pensarci. » mi lascia andare il polso. Ecco, ora sì che avrò da riflettere.
Ritorno al mondo reale. Apro gli occhi e mi ritrovo nel mio letto, non nella stanza dell’infermeria come ieri. Alla mia destra non c’è il corpo invisibile di un Serpeverde addormentato, ma sul comodino ecco un mazzo di fiori, che ho trovato ieri pomeriggio, quando sono tornata nella mia camera. Rose bianche, i miei preferiti. È ovvio, senza biglietto. Sono stata tentata di gettarli via: ma alla fine ha prevalso il senso di appagamento che danno alla vista.
Mi preparo come tutte le mattine, ma lo specchio riflette un volto cereo. Mi cade l’occhio sul fard, ma io non voglio coprire troppo il pallore: insomma, esco da uno Schiantesimo, non da una settimana in crociera.
Non appena metto piede in Sala Grande, i Corvonero mi tributano un applauso scrosciante e qualcuno si lascia addirittura andare a cori da stadio. Faccio un sorrisino forzato e poi, con gli occhi bassi, mi servo e mi siedo al tavolo.
“Che vergogna…” dico a Rachel, che sta attaccando un muffin. Lei adora i muffin, e quando siamo nel mondo babbano, a volte glieli preparo apposta. Eh sì, sono una ragazza dai molteplici talenti.
“Ma che t’importa?” ribatte lei.
“Mi guardano tutti, e non per un buon motivo. Vorrei proprio essere invisibile.”
Già. Invisibile, come chi indossa un Mantello dell’Invisibilità. Come Lucas l’altra notte. Con cautela, do un’occhiata intorno: eccolo là, di spalle, con Edward Norwood, Jasper Lewis e gli altri Serpeverde. Norwood intercetta il mio sguardo e dice qualcosa a Lucas, che quindi si volta verso di me. Mi sorride, strizzandomi l’occhio.
Se un ragazzo si presenta clandestino da te nel bel mezzo della notte, di certo non è per chiederti aiuto con l’ultima incomprensibile lezione di Antiche Rune. Ma se poi questo ragazzo si limita a dormire abbracciato a te?
“Per forza che ti ha solo abbracciata. A tre metri di distanza c’era l’infermiera Mound che vigilava!” mi ha detto Rachel.
Ho passato così quella notte: con la testa appoggiata sul petto di Lucas Forsythe, con i battiti cadenzati del suo cuore che mi rassicuravano. Fuori pioveva, pioveva a dirotto, ma nella stanza regnava un calore rassicurante. Il suo respiro era regolare, le sue labbra appoggiate alla mia tempia destra, le sue braccia mi proteggevano. Fra noi c’era solo la distanza di un bacio.
A ripensarci, mi tornano i brividi per l’emozione: non so come ho fatto a non avere un infarto in quel momento.
Cos’è questo silenzio? Mi scuoto dai miei pensieri e vedo che in Sala Grande è appena entrata Alice Knox, dimostrando parecchio coraggio. Si dirige a passo svelto verso il tavolo dei Grifondoro. Nessuno la saluta, le parla o le rivolge la parola, e lei inizia a mangiare in tutta tranquillità. Alcuni Grifondoro si alzano dai loro posti; Elliot Clark viene a salutare Micheal, e mi rivolge uno sguardo di supporto senza dirmi nulla. “Micheal…” penso “Trattala bene questa ragazza!”. Gli altri in piedi sono giocatori di Quidditch; Peter raggiunge Alice e le dice qualcosa, chinandosi appena per non farsi sentire dagli altri. I brusii aumentano a dismisura, i pettegolezzi si sprecano.
“Le avrà dato un appuntamento.” butto lì con noncuranza, tanto per dimostrare ai miei amici che non si devono preoccupare per me.
“È proprio un cretino!” squittisce Medea Diamond; detto da una che, pur essendo Mezzosangue, crede che Edward Norwood stia sul serio andandole dietro… significa che è davvero evidente.
A proposito di Serpeverde, quello che mi interessa è in avvicinamento a ore dodici, accompagnato dai due Principi. Norwood si dirige verso Medea, e Lewis… da Jillian Mc Kanzie?! Questo mi sorge nuovo.
Lucas si siede a cavalcioni della sedia di fronte a me, lasciata libera di Micheal che se n’è andato con Elliot.
“Caspita, sei già in forma!”
“Certo, eccomi come nuova!”
“Secondo me una notte in infermeria è troppo poco…”
“Avresti preferito che fossero di più?”
Per fortuna il vero significato di questo dialogo è noto solo a Rachel, la quale finge di non ascoltare, ma che in realtà ha dilatato al massimo i padiglioni auricolari per captare ogni parola.
Lucas mi rivolge uno sguardo eloquente, e poi cambia discorso:
“Posso scortarti in classe?”
“Non ho bisogno di una scorta. Però se ti va puoi accompagnarmi.”
Abbozza un sorriso, e così ci alziamo per raggiungere i rispettivi luoghi di tortura.
Pomeriggio inoltrato. La luce del tramonto illumina di luce arancio la Sala Comune dei Corvonero. Ho appena finito di copiare gli appunti di Storia della Magia, quando sento il suono che fa un libro chiuso di colpo. Per la precisione, si tratta di un enorme tomo rilegato in rosso, sbattuto da una Jillian piuttosto arrabbiata.
“Tutto bene?” chiedo.
“Certo, soltanto che avrei voglia di strangolare quello che ha inventato Aritmanzia!”
“Hai bisogno di una mano?”
Jillian non mi risponde. Così avvicino la mia sedia alla sua ed esamino la situazione: il problema con cui è alle prese è abbastanza complesso, anch’io devo rifletterci qualche secondo. Jillian non è stupida come alcuni studenti a cui do ripetizioni, dunque basta un mio piccolo suggerimento riguardo al metodo da lei impiegato per farle trovare la soluzione corretta.
“Grazie, quel problema mi stava proprio rendendo la vita difficile. Avrei dovuto farlo ieri, ma non ci sono riuscita. Tra l’altro, fra poco ho un impegno per vedere una persona, e quindi ho finito giusto in tempo.”
“Jasper Lewis?”
Forse ho detto la cosa sbagliata: Jillian arrossisce ad abbassa lo sguardo.
“Come fai a saperlo?”
“È solo che stamattina a colazione vi ho visto parlare. È un appuntamento?”
“No, è solo un progetto per Incantesimi. Benton ci ha chiesto di gestire una lezione.”
“Caspita! È un bell’impegno… in tutti i sensi!”
“Già!” Jillian sembra più rilassata per fortuna “Adesso, però devo andare, altrimenti arrivo in ritardo davvero!”
La sua gattina nera la segue per qualche metro, poi torna ad accoccolarsi su una poltrona.
Con Jillian ho iniziato da poco a parlare; la cosa che ha davvero sciolto il ghiaccio fra noi è stato il suo aiuto nel duello. È stata lei a chiamare i soccorsi dopo l’incontro fra me ed uno Schiantesimo. Credo che il suo interesse per Jasper Lewis non sia di tipo solo scolastico, e spero che non sarà delusa. È molto bella, di stirpe pura, intelligente, ma i Principi non cercano questo. Forse non cercano niente, se non il divertimento di una sera o di un’ora.
Questo mi fa pensare che anche Lucas potrebbe essere così. Uno che in me cerca solo un po’ di cambiamento. Tuttavia, anche se le cose stessero in questo modo, non mi importerebbe più di tanto: non sono innamorata di lui, mi piace come ragazzo e basta. E se il suo scopo è solo usarmi e poi gettarmi via, perlomeno lo so. Lo so e non avrò brutte sorprese.
Ecco, lo sapevo, ecco che arrivano le lacrime, ecco che si affaccia la voglia di scappare. Fisso la pergamena davanti a me, per non incontrare lo sguardo di qualcuno che riconosca il mio dolore, che venga a consolarmi. Io vorrei solo restare sola.
Mentre cerco di mantenere l’autocontrollo, faccio su le mie cose e raggiungo la torre di Divinazione.
Appena arrivo, mi getto su una poltrona e reprimo il desiderio di urlare. Perché non riesco a lasciarmi alle spalle Peter e tutto quello che è successo? Perché non appena mi sembra di prendere una boccata d’aria, avviene qualcosa che mi riporta nell’abisso? Perché quei due non mi lasciano vivere in pace e continuano la loro storia alla luce del sole?
Lo sto chiedendo al fuoco, che arde tranquillo e sicuro di fronte a me. O al sole, che muore all’orizzonte.
Ma non c’è risposta.
La scuola è in uno di quei momenti in cui sembra deserta. Gli studenti dei primi tre anni, si aggirano con espressione annoiata, mentre noialtri delle ultime classi, chi più chi meno, ci prepariamo ad andare a Hogsmeade.
Oggi è una giornata tiepida, rispetto alla media dei giorni passati: il sole mi scalda il viso, mentre a occhi chiusi mi godo la temperatura mite.
“Sei la Bella Addormentata? O Giulietta?”dice una voce alle mie spalle. È un ragazzo di Grifondoro a parlare, uno dei compagni di squadra di Peter. Jack Adams, ovvero il nemico giurato di Micheal Parker. Forse sta aspettando proprio lui ed Elliot, giusto per rovinare loro la giornata.
“Se ti senti così romantica, potevi pensarci due volte prima di mollare Halbury, no?”
Jack ha una visione molto semplice dei rapporti interpersonali: primo, tutti gli esseri umani di sesso femminile vogliono stare con lui, anche se affermano il contrario; secondo, se offendi un suo amico, offendi anche lui. Quindi diciamo che non mi vede molto di buon occhio.
“Senti, non ho voglia di discussioni. Quindi vattene.”
“Ah, già… ti hanno appena schiantato. Beh, non posso dire che ci siano andati leggeri.”
Non gli rispondo e mi limito a guardare altrove.
“Me ne vado… vedo che non sono richiesto!”
Si allontana baldanzoso, per niente sfiorato da alcunché. Beato lui che vive così, senza farsi problemi.
Rachel mi raggiunge, e dunque… si va!
Ne avevo bisogno, ne avevo proprio bisogno. Dopo una settimana così, mi ci voleva un pomeriggio passato in compagnia della mia migliore amica. Entriamo subito nel nostro negozio di dolci preferito, e Rachel mi sfida ad assaggiare uno strano dolcetto rosa. Lo addento temendo il peggio: e infatti è al gusto di… carne cruda! Che schifo!
La cameriera, una strega dagli incredibili capelli blu, ci fa strada fino ad un tavolo appartato. Poco dopo, arrivano le cioccolate calde che abbiamo ordinato, fumanti e con uno spruzzo di panna. Rachel mi guarda impensierita:
“Devo dirti una cosa."
Se è ancora quel cretino di Toby a farla preoccupare, stavolta potrei non contenermi. Rachel appoggia la tazza vuota a metà sul piattino, e fa un respiro profondo.
“Io non so come vedo la storia fra te e Lucas.”
“Che cosa?”
“Lui è un Serpeverde, ed è anche amico di Riddle. Io sono una Mezzosangue.”
“Non capisco il punto della questione. Pensi che io dovrei lasciarlo? Anche se non stiamo neppure insieme, a dire il vero.”
“No, ma… ho paura che ci allontaniamo.”
“Stupida! Figuriamoci se per un ragazzo mollo la mia migliore amica!”
Rachel ha gli occhi lucidi: urge un abbraccio.
“È che negli ultimi tempi ti vedo sempre così strana.”
“Lo so, ho un po’ di cose per la testa. Ma questo non significa che io pensi di essere superiore a te, o qualcosa del genere.”
Rachel annuisce, poi con una risata stemperiamo la tensione.
Sono davvero un disastro nei rapporti interpersonali.
Evviva. Il professor Crale ha avuto davvero un’idea geniale. Redistribuzione degli studenti nelle varie stanze del dormitorio perché ce ne sono troppe piene a metà.
“Ragazzi, dobbiamo sfruttare meglio gli spazi. Anche perché potrebbero servirci in futuro.”
Lo so. Dovrei essere china su quel dannato libro di Aritmanzia, dovrei essere chiusa dietro le cortine del mio letto ad arrovellarmi su calcoli troppo complicati per essere risolti, dovrei dannarmi per fare possibile e impossibile e tentare, quantomeno, di recuperare quell'orrido Troll che macchia la mia altrimenti perfetta media scolastica. Lo so.
Ne sono perfettamente consapevole.
E in effetti sto per andare a studiare, lo giuro. Tra poco, anzi tra pochissimo, mi alzo dal pavimento e arrivo alla Torre, attraverso la sala comune, salgo dritta in camera mia e mi rintano sul letto. Dopo aver raccontato per filo e per segno quello che è appena successo a Isabel, ovviamente.
Arrossisco furiosamente, mentre l'immagine di Jasper Lewis in tutto il suo splendore, con solo un ridicolo asciugamano bianco sui fianchi, mi saltella davanti agli occhi. Mi corpo gli occhi con una mano, tentando inutilmente di scacciare il pensiero in fretta e furia: non sono nemmeno in grado di pensarci senza rischiare un mezzo collasso, figurarsi se sono capace di raccontare a qualcuno quello che è successo.
Sospiro, rialzandomi in piedi.
Forse è il caso di fare una bella dormita e non pensarci più su.
D'accordo, dormire non serve a niente.
Sono ore che mi rigiro senza sosta nel letto. Ho contato trecentoquarantasette pecore e cinque pastori vagamente somiglianti a Lewis, ho finito di riordinare gli appunti di Pozioni e ho mandato a memoria gli ingredienti necessari per ottenere il Veritaserum e un'altra pozione di cui non ricordo il nome, mi sono esercitata con l'incantesimo per manipolare l'acqua e mi sono preparata una camomilla.
Sono le tre passate da un pezzo e non sono ancora riuscita a chiuder occhio.
Mi devo preoccupare?
Devo arrivare al punto di scrivere alla mamma e chiederle un rimedio per l'insonnia?
Che diavolo, sono sempre stata quella capace di addormentarsi nelle lezioni più disparate, com'è che solo perché ho visto un ragazzo mezzo nudo non riesco a prender sonno?! Sbuffo, rigirandomi sulla pancia e abbracciando il cuscino. Un raggio di luna scivola sul mio viso, da una sottile fessura tra le pesanti tende di vellute: tutta la stanza è muta. Non un suono, non un rumore. Non sento nemmeno i respiri delle mie compagne di stanza, miracolosamente Isabel non sta russando nè parlando nel sonno. E allora cosa c'è che non va? Di cosa ho bisogno per dormire? "Di compagnia, McKanzie" Mi sollevò di scatto, sgranando gli occhi. "Chi...chi c'è?" domando titubante, con un filo di voce. "Oh, non c'è bisogno di aver paura Jillian" prosegue la voce, chiaramente maschile, con dolcezza "Non voglio farti del male" Allungo la mano sotto il cuscino, stringendo forte la bacchetta. Sento il cuore battere furiosamente, mentre le mie dita si serrano attorno al legno. "Credimi, sono io che non voglio fare del male a te. Chi sei?" domando ancora, sbirciando nell'oscurità.
Una sagoma scura si protende dal fondo del letto, verso di me, fino a farsi baciare dalla luce della luna. "Lew...Lewis" boccheggio riconoscendo il volto del Serpeverde. Lui annuisce, sfiorandomi la guancia con una mano. Sento la pelle bruciare, laddove i suoi polpastrelli si sono posati. "Jasper" sussurra avvicinandosi pericolosamente al mio viso "Chiamami Jasper, ti prego..."
"Che cosa diavolo stai facendo?" strillo ritraendomi di scatto contro la testata del letto, tirando le coperte al petto. Manco fossi nuda.
Lui sbatte le palpebre, sinceramente stupido. "Mi sembra piuttosto evidente" replica, facendomi sciogliere con un sorriso "Sto tentando di baciarti?"
"Stai tentando di baciarmi?" strillo di nuovo, isterica. "Si, Jill, sta tentando di baciarti" s'intromette Isabel, guardandomi con disappunto. "Isy?" "Proprio così, Corvonero" conferma Tom Riddle, materializzandosi accanto alla mia amica. E alle spalle compare Audrey, poi Elliot Clark assieme a Micheal Parker, sullo sfondo intravedo persino il professor Silente. E, in tutto questo, uno straordinariamente bello [e semi-nudo] Jasper Lewis mi guarda e scrolla le spalle. "Si, sto proprio tentando di baciarti"
Mi sollevo a sedere di scatto, gli occhi sgranati fissi sul vuoto ai piedi del mio letto dove non c'è nessuno, fatta eccezione per un cumulo di vestiti che non ho risistemato nel baule. "...era solo un sogno" mormoro con la gola secca e il volto ancora accaldato.
Non capisco se esserne felice o meno.
Mi sono di nuovo svegliata in ritardo.
Arraffo una gonna, un maglione e un paio di stivali al volo, infilandoli alla meno peggio, una spazzolata ai capelli, borsa con i libri, una carezza a Chipie e via di corsa, verso la Sala Grande. Ovviamente è già deserta, non c'è un cane: tra meno di due minuti la campanella suonerà e non c'è mago o strega in questa scuola che rinuncerebbe alla colazione. Non ho nemmeno il tempo di afferrare una bioches che la campanella suona. Stridula, acida insopportabile e dannata campanella. Come in risposta ad un tacito ordine, tutto il cibo viene fatto evanescere, senza che mi sia data la possibilità di prendere nulla da mangiare. Morirò prima di pranzo. Se non mi uccide la Bonnet prima. "Maledizione" ripeto a rafficca, atterrita all'idea di dover correre fuori, fino alle serre, per la lezione di Erbologia "Maledizione, maledizione, maledizione!" riprendo a correre, attraversando il Salone in un battibaleno. All'ingresso già non mi reggo più in piedi, ma non posso assolutamente fermarmi. Continuo a ripetere il mio mantra, come se potesse in un qualche modo farmi andare più rapidamente "Maledizione, maledizione, MALEDIZIONEEE!" urlo quando una mano mi afferra per un braccio, bloccandomi e facendomi quasi inciampare nei miei pazzi. Riapro gli occhi solo una volta sicura che il mio viso non ha avuto una dolorosa collisione con il pavimento, rialzando lo sguardo furente. Voglio proprio vedere chi è l'idiota che mi ha quasi uccisa, voglio vedere la sua faccia prima di schiantarlo seduta stante. "Ehi, stai bene?"
Ah ecco.
Non ci sarà bisogno di morire la fame e la Bonnet non dovrà uccidere.
Ci penserà lui.
Mi trattengo dall'urlare.
Perfetto. PERFETTO.
Un'occhiata incuriosita di Jasper Lewis blocca sul nascere una pioggia di insulti e mi ricorda di chiudere la bocca: boccheggiare come un pesce rosso senza emettere fiato non è il massimo dell'eleganza. "Cosa vuoi?" domando brusca, incrociando le braccia al petto. Aggrotta la fronte, arretrando leggermente e sollevando le mani. "Nulla, nulla, stai tranquilla. Non mordo..." ...non in modo aggressivo, perlomeno. Il ricordo della scenetta di ieri sera si insinua prepotente tra i miei pensieri, senza nemmeno chiedere il permesso. Mi sento arrossire, mentre distolgo lo sguardo. "Mi hai spaventata.." borbotto, stringendo nervosamente la tracolla della borsa. Lo immagino sorridere, sento il suo sorriso perforarmi da parte a parte, come se potesse effettivamente leggere la mia mente. "Scusa, non volevo" ride sommessamente, avvicinandosi di un passo. Sento la faccia bruciare ancora di più, man mano che la distanza tra me e lui si accorcia. Esattamente come è successo nel sonno "Piuttosto volevo chiederti dove dobbiamo vederci oggi, che non me lo ricordo più" lo guardo sgranando gli occhi, tanto che dopo qualche attimo si affretta ad aggiungere "Per il compito di Incantesimi"
"Oh.." esclamo, senza capire se sono delusa o no "Il compito, si. Non lo so, io..."
Un flash di me e lui in riva al lago, impegnati in attività decisamente più piacevoli di un compito di incantesimi, saetta perfido nella mia mente, lasciandomi imbambolata a fissare il vuoto. Quando poi riprendo pieno possesso delle mie facoltà, devo avere il colorito di un pomodoro particolarmente imbarazzato. E lui continua a sorridere, con l'aria dannatamente furbetta di chi sa tutto. Ma non è possibile che sappia, non è assolutamente possibile. Sarei rovinata. "Ho un'idea" propone d'un tratto, salvandomi dalla catalessi in cui sono caduta "Dal momento che siamo tutti e due palesemente in ritardo per andare a lezione, perché non ne approfittiamo e andiamo a vedere se quelle famose aule del secondo piano sono vuote?" propone con un tono che non so interpretare. Me lo sto immaginando o ci sta provando con me? Lo fisso, inebetita. Io e lui. In un'aula vuota. Tutta la mattina. "Assolutamente no!" esclamo ritraendomi di scatto e continuando ad indietreggiare verso la porta aperta "Sono in ritardo si, ma non posso perdermi Erbologia e poi ho un sacco da studiare, compiti da fare, Troll da recuperare e Silente mi ha nominata capogruppo a Trasfigurazione e devo proprio andare, poi non mi sento tanto bene è meglio che me ne sto in camera questo pomeriggio" "Posso venire lì se vuoi""Per non parlare poi di.." Ammutolisco. Lo ha detto davvero o è il mio cervello che perde colpi? "S..scusa, hai detto qualcosa?" pigolo, posandomi contro lo stipite della porta. Sento l'aria fresca del parco solleticarmi la schiena, ma la sensazione di andare a fuoco non si attenua. Lui si indica stupito. "Io? Come avrei potuto, sei partita a razzo!" ride, scuotendo il capo.
Ecco, mi crede pazza.
E forse lo sono davvero.
Inspiro a fondo, cercando di calmarmi. "Senti, scusami ma sono proprio di fretta. Mi faccio viva io, d'accordo?"
Mi concedo solo il tempo di sentire il suo "Non vedo l'ora", poi mi volto e via, di corsa, fino alle serre dove, quando arrivo, la lezione è iniziata da un po'. La Bonnet mi squadra da capo a piedi, valutando quando punti togliermi e cercando qualcosa di particolarmente velenoso da dirmi. "McKanzie, finalmente ti sei decisa a onorarci con la tua regale presenza! Dieci punti in meno a Corvonero" abbaia rabbiosa, mentre mi infilo accanto ad Audrey, Isabel e Laura, che mi guardano e stringono nelle spalle, solidali. Lascio cadere la borsa a terra, inspirando a fondo. "Come mai così in ritardo?" mi chiede la prima, arricciando il naso nell'infilare le mani in un groviglio di radici dall'aspetto disgustoso. "Sono stata trattenuta" replico, infilandomii guanti e cercando di capire quale sia l'argomento della lezione. "Da chi?" indaga la Stevens, sorridendo maliziosa. Isabel mi passa un paio di cesoie, commentando vaga. "Scommetto che si tratta del bel Serpeverde con cui ieri sei scomparsa per tutto il pomeriggio"
"Isabel!" "Jillian" esclama Laura, battendo le mani deliziata "E cosa aspettavi a dircelo?" mi rimprovera quasi irritata. In mio aiuto interviene Audrey. "Perché Jillian non è una pettegola" esclama, facendo una linguaggia all'altra biondina, che scoppia a ridere attirandosi un'occhiata astiosa della Bonnet. "Scherzi a parte, cosa pensi di fare?" mi chiede Isabel, dopo aver ascoltato il resoconto più o meno completo di quanto accaduto poco fa nell'ingresso. "Mi pare ovvio" sbotta la Steven "Appena lo vede gli chiede di andare assieme ad Hogsmeade"
"Laura!" esclamo sgranando gli occhi "Non farei mai una cosa del genere, lo sai!"
"Si, è vero" conviene lei "Sei un caso disperato"
"E lasciala un po' pace!" di nuovo, Audrey accorre in mio soccorso. Bisognerebbe erigere una statua in onore di questa ragazza. Isabel sospira, Laura rotea gli occhi.
Io mi limito a concentrarmi sulle radici che ho sotto il naso. Hanno il vantaggio di essere talmente orribili che è impossibile trovare in loro qualcosa che possa farmi pensare a Jasper. E a differenza sua, sono totalmente innocue.
Non posso fare a meno di chiedermi una cosa, però. Quanto è velenoso, il bacio di una Serpente?
Questa è davvero una settimana d'inferno per me: oltre a Jake che ormai è diventato quasi la mia ombra, o meglio quella di Beth, ci si è messo anche Oliver; Da quando gli ho confessato che pensavo che lui rubasse i miei vestiti per assomigliarmi non riesce a guardarmi senza scoppiare a ridere! E' successo tutto martedì scorso...
Apro l'armadio di Oliver e vedo i miei pantaloni e le mie magliette ben piegati tra i suoi vestiti: non ho più dubbi, questa è la prova che ho tanto aspettato. "Non puoi più nasconderti ormai, ti ho scoperto!!" urlo contro il mio amico, puntandogli minacciosamente il dito dritto in viso. "Ammettilo, tu rubi i miei vestiti perchè vuoi-essere-me!" continuo sicuro della verità delle mie affermazioni. Quanto mai non sono stato zitto. "Ah ecco di chi erano...ma, cosa? Voler essere te?? I tuoi vestiti sono nel mio armadio perché gli elfi li hanno raccolti tra le mie cose, quindi pensavano fossero mie...". Valuto attentamente anche questa possibilità. Dopo una rapida ma attenta analisi concludo che Oliver potrebbe anche avere ragione...anzi è più che una possibilità..."Ah...allora ridammeli!". Prendo i miei abiti e li ripongo uno ad uno nel mio armadio. Spero che Oliver non si sia accorto di quello che ho detto, o perlomeno che abbia improvvisamente un sintomo precoce di Alzheimer (che copra gli ultimi 10 minuti...). Ti prego, ti prego, ti prego... "Ma davvero eri convinto che volessi essere te?". Dovevo aspettarmi che il fatto di essere ateo influisse sulla mia preghiera...mi giro verso il mio compagno di stanza. Ci guardiamo per parecchi secondi, dopo di che non riesce più a trattenersi e scoppia in una rumorosa risata. Ride, ride, ride, e alla fine piange tanto si diverte...
E tutto questo quasi una settimana fa, eppure ancora oggi il mio amicone non riesce a rimanere serio quando i suoi pensieri ritornano su questo fatto. Ma davvero è così inverosimile e spassoso pensare che qualcuno voglia essere Matthew Warren?! Lascio questa domanda in sospeso perchè in realtà non voglio sapere la risposta...
Anche in questo momento sta ridendo...ma come fa a trovarmi ancora così divertente? Non si stanca mai?! "Senti io scendo e vado da Beth...tu continua pure a deridermi, tanto sono abituato!" "E dai..scusa...e solo che...". Non gli lascio finire la frase e chiudo la porta dietro di me. Ne ho davvero abbastanza di sentirmi ridere dietro, specialmente se a farlo è il mio migliore amico. Scendendo dalle scale incrocio Bree. "Hey.."
"Ciao Matt"
"Stai andando da Oliver?"
"E già..."
"Allora prova a vedere se almeno tu riesci a farlo uscire dal suo stato di deficienza cronico!". All'inizio mi guarda storto, poi intuisce quello che voglio dire. "Non dirmi che è ancora per quella storia? Certo che però è davvero divertente...o no...", continua poi notando il mio sguardo truce."Io vado..."
"E' sempre un piacere parlare con te...." dico tra il sarcastico e l'ironico. Continuo a scendere le scale fino al pianerottolo della sala comune dei Tassorosso. Qui aspetto un paio di minuti l'arrivo di Beth, fino all'ora del nostro appuntamento. "Hei egocentrico!" si avvicina sorridendo Beth e mi stampa amichevolmente un pugno nello stomaco: che ragazza violenta!, "pronto per la festa?". Ah già, quasi dimenticavo che le ore che mi separano dalla 'favolosa festa' del 'fantastico' Jake si stanno irrimediabilmente riducendo... "Non vedi, sprizzo gioia da tutti i pori...non si vede?", le rispondo abbozzando un sorriso e mantenendo il mio tono sull'annoiato-patetico. "Sai qual'è il tuo problema? E' che vedi le cose troppo in negativo...". L'analisi psicologica mi mancava per oggi..."vedrai che ci divertiremo!". O....ne sono sicuro, sarà una festa indimenticabile...
"Beth sei pronta?" urlo. Guardo in giro la camera delle ragazze: altro che più ordinata di quella dei ragazzi, sembra un campo di battaglia (e con molte vittime per giunta...)! "Sai Matt, mi stavo domandando...perchè diavolo stai qui in camera nostra? La tua presenza mi infastidisce appena..."mi dice Bree. "Perchè la tua amica mi aveva dato appuntamento un quarto d'ora fa, quindi ormai DOVREBBE ESSERE PRONTA!". Si, è vero...la mia è una specie di ripicca, visto che devo sempre aspettare tantissimo prima che Beth si presenti, in ritardo, all'appuntamento! "Sono quasi pronta!"urla una voce dall'interno del bagno.
Bussano alla porta. Bree accorre per aprire ed ecco apparire la sagoma di Oliver: "Allora sei pronta o no?...Ciao Matt.." Aggiunge poi, scorgendomi seduto su un letto vuoto. Gli faccio un cenno. "Quasi, Aspetta qui!"gli risponde la ragazza. Quindi si siede a fianco a me. "Mi dispiace per questa settimana...sono stato un pò eccessivo..". Apprezzo davvero il suo sforzo, non dev'essere stato semplice ammetterlo, ma una rivincita me la voglio prendere, anche se minima! "Non fare la ragazzina con me, ti avevo già perdonato!". Sarà per la situazione disperata che ci univa in quel momento, o per qualche altro strano motivo, il fatto è che non mi sentivo più in collera con lui per davvero. "Credi che usciranno mai?"mi chiede infine il mio compagno di sventure.
"Penso di no..", continuo io. Seduti soli su un letto vuoto ed illuminati dalla flebile luce di poche candele, guardiamo esasperati la porta che ci appare come una torre insormontabile che nasconde al suo interno due splendide principesse. Quella non è una semplice porta, ma è il famoso 'ingresso del bagno': terreno sacro per le ragazze, luogo misterioso ed estraneo per noi comuni uomini che non potremo mai capire il motivo per il quale il bagno sia così importante per le donne. Quando escono da quella stanza sconosciuta, sempre rigorosamente in coppia, sono sempre più belle, più sorridenti e più ordinate di prima. Non può essere altro che incomprensibile per noi.
Mentre sediamo con lo sguardo fisso nel vuoto ecco aprirsi finalmente la porta; "Allora alzatevi e andiamo che siamo già in ritardo!". Più belle, più sorridenti, e più acide di prima! Con una strategia ammirevole sono riuscite a far spostare la colpa del ritardo dalla loro smania di bellezza, alla nostra lentezza nell'alzarci, provocata tra l'altro dalla noia dell'attesa.
Alla festa ci sono davvero tutti (o quasi...) quelli del settimo. Mancano al solito all'appello solamente alcuni Serpeverde, che come sempre si rifiutano di mischiarsi alla 'plebaglia'. Oliver ha promesso di darmi man forte in caso Jake decida di passare all'attacco: avendomi ignorato e deriso per una settimana intera, fregandosene di quello che succedeva tra me e Beth, questo è il minimo!
Diversamente da quanto mi sarei aspettato, il mio nemico si avvicina raramente a noi due per tutta la sera, anzi è in compagnia di una bella ragazza bionda. Meglio così. Beth trova che questo suo comportamento confermi la sua tesi: Jake non è innamorato di lei ma di questa Celeste; tuttavia io non ne sono totalmente convinto, sarà perchè tendo sempre a dubitare delle persone e a non dare subito fiducia alla gente, sarà perchè Jake non sembra un tipo affidabile, ma a me il suo atteggiamento di stasera mi sembra tutta una tattica per avere poi campo libero con lei. Probabilmente pensa che vedendolo così innamorato di un'altra e così incurante verso Beth mi sarei convinto che il suo unico interesse per le mia ragazza è di tipo 'scolastico' e che, quindi, li avrei lasciati tranquillamente più tempo soli. Ma il ragazzo ha fatto i conti errati, io non mi lascio convincere tanto facilmente e non mi lascio nemmeno portare via la cosa più importante della mia vita così facilmente: se vuole la guerra, guerra avrà. "Beth vado a ringraziare Jake per la bella festa..."dico a fine serata a Beth. "bè ma allora vengo anch'io!"
"NO!!"le dico con fin troppa veemenza, "voglio anche scusarmi per essere stato sempre molto sgarbato con lui...ed è meglio se tu non ci sei mentre mi scuso...sai com'è..."
"mm...ok...", continua Beth poco convinta "Allora ti aspetto qui..." Mi dirigo verso Jake che sta salutando dei ragazzi e, quando finalmente mi trovo solo, di fronte a lui, comincio a parlare: "Sai, puoi anche incantare Beth con i tuoi atteggiamenti, ma di certo non impressioni me: so bene dove vuoi arrivare"
"Non so di cosa tu stia parlando, devi essere impazzito. Se io volessi Beth a questo punto sarebbe già mia...o mancherebbe molto poco..."Mentre pronuncia l'ultima frase abbozza un sorrisetto. "Tu prova a toccarla con un dito e giuro che io....", non riesco nemmeno a dire quello che vorrei fargli a quella sua bella faccia impertinente. "Tu cosa Warren? vuoi picchiarmi? Ma se sei gracile come un uccellino...non farmi ridere, ormai non hai più speranze: rassegnati..."poi cambia improvvisamente tono, in coincidenza dell'arrivo, alle mie spalle, di Beth, "allora alla prossima! ciao Beth!"
"Vorrei ringraziarti anch'io per la bella serata...e sono felice che voi due vi siate chiariti!"esordisce Beth. "Ma figurati...anch'io sono contento che abbiamo finalmente messo ben in chiaro le cose. Spero solo che adesso per me sia tutto più facile...", continua Jake, falso come mai. "Si ma ora è meglio che andiamo...". Concludo io la conversazione.
Questa è una questione tra me e Jake, e non voglio che Beth finisca di mezzo; non le dirò di questa conversazione e non le impedirò nemmeno di 'aiutare' Jake. Ma se pensa di avere campo libero e di avere ormai la vittoria in tasca si sbaglia: lei è troppo importante, troppo...
Questa storia mi fa male, ed è come un veleno nella nostra relazione: non le ho mai mentito così tanto prima d'ora. Ma cos'altro posso fare? Non mi sono mai trovato in una situazione del genere e non ho mai pensato potesse accadere una cosa simile nemmeno lontanamente. C'è solo una cosa da fare: combattere. Non sono mai stato bravo in questo, ma per Beth, per la mia ragione di vita...allora sono pronto a combattere fino alla morte...
Compito di babbanologia. Domani ho compito di babbanologia e Jake mi ha chiesto di aiutarlo. Probabilmente se gli chiedessi un tot l’ora sarei già ricca. Mi capita di passare più tempo con lui che con Bree. A proposito di Bree, è tre giorni che non ci parlo perché la sto trascurando. Dice che il mio nuovo amico è diventato più importante di lei e che non le dedico più tempo. E’ vero Jake mi occupa più tempo del previsto e quello libero che mi rimane lo voglio passare con Matt. “Beth sei diventata una stronza! Non pensi più alla tua amica adesso eh?!”
“Ma Bree non dire così. Lo sai che io ti adoro e che sei la persona più importante sulla faccia della terra per me!”
“E allora perché stai sempre con quello?!” ricama la parola quello più delle altre. E’ così, è la verità e io non posso uscire vincitrice da questa situazione. Io passo più tempo con quello che con lei. ”Bree..lo sai che è soltanto perché mi chiede di aiutarlo!”
“Bhè è stato anni senza il tuo aiuto, ci potrebbe stare anche adesso!”
“Ma prima aveva il suo gruppo di amici..adesso è solo!” Già. Il tutto viene sempre ricamato sul fatto che adesso è rimasto solo. Ma la verità non è questa e la sappiamo bene. Non avrebbe nessun problema a rifarsi qualche amicizia, lui. “Beth cavolo! Perché tu sei sempre così ingenua e positiva verso il mondo?! Come fai a non capire che quello ti muore dietro e che sta mettendo su tutta questa commedia solo per avvicinarti a lui?!” Ecco, sapevo che andava a finire così. A non è assolutamente vero. Tra di noi non c’è niente e niente ci sarà. Lui è un mio amico, basta. E per di più mi sta chiedendo aiuto per conquistare una ragazza del settimo dei corvonero. Spiego tutto alla mia amica che però non vuol sentire ragione, uscendosene poi con una frase da farmi spezzare il cuore “Matt ci sta male..”.
E’ vero, Matt ci sta male. Matt è sempre stato abituato ad avermi tutta per sé. Non c’è mai stato un amico nel mezzo, sempre e soltanto amiche, per la precisione, sempre e soltanto Bree. Matt e Bree, Bree e Matt, e ovvio, anche Oliver. A scuola posso dire di conoscere tutti ma il mio ramo di amicizia si restringe a questi nomi. Questo nuovo rapporto sta mettendo in crisi il povero Matt che non sa come comportarsi. Lui si fida ciecamente di me, ma sente come se gli stia scivolando via dalle sue mani. Non è così. Io voglio stare con Matt e lui questo lo sa benissimo, forse però, adesso, non è più così tanto sicuro.
Lascio la stanza non sapendo cosa rispondere all’amica che mi ha fissata sbigottita per tutto il tempo in cui sono stata muta. Raggiungo Jake in biblioteca.
E’ seduto su di un tavolo e appena mi vede arrivare si alza in piedi e mi saluta con un bacio sulla guancia. Iniziamo a studiare fino a quando non si mette a parlare di Celeste. Una ragazza piuttosto carina, bionda con gli occhi azzurri. Forse è proprio la differenza tra me e lei che mi rende più sicura sul fatto di non piacere a Jake. Lui sembra veramente innamorato di Celeste. ”E se le regalassi un mazzo di rose con allegato un biglietto per uscire?” domanda poi. “E perché no! Le rose alle ragazze fanno sempre piacere, ma ricorda, devono essere dispari!”. Finiamo a parlare del più e del meno, del duello che c’è stato in settimana tra la Salinger e la Knox, di come Eve sia sparita dalla scuola e di tutti i perché sia scomparsa. Sembra veramente un telefilm. Guardo l’ora per accorgermi che è tardi. Avevo fissato con Matt un quarto d’ora fa in giardino. Mi alzo di scatto, prendo le mie cose e saluto Jake nel minor tempo possibile.
Riva del lago, Matt è chiaramente nervoso. Dondola la gamba sinistra in continuazione facendo sbattere a terra il piede. Odia quando le persone arrivano in ritardo e mi immagino che in questo momento sia incazzato nero.
Arrivo dal dietro e con le mani gli copro gli occhi a mò di sorpresa. Lui mi tira via le mani velocemente, in modo freddo “era l’ora” aggiunge poi. “Si scusa, è che abbiamo trovato un po’ di difficoltà in alcuni argomenti!”
”Ah davvero?” e in che cosa dimmi. In quante rose si regalano?!” come diavolo fa a sapere che parlavamo di rose. Mi ha spiata?! Mi siedo vicino a lui cercando di tranquillizzarlo. Inizialmente è restio ma poi cede. “Lo sai che io ho bisogno di te!” dico in tono dolce e quasi supplicante. Lui in risposta mi bacia. Si è proprio vero, ho bisogno di lui. E più sto con lui più non voglio lasciarlo e starne lontana. Lui si sdraia poggiando la sua testa sulle mie gambe, facendo sì che io possa carezzargli la testa. In lontananza incrocio lo sguardo di Bree, contento, che però, appena vede che la stavo guardando gira le spalle e va via impettita. Dio quant’è difficile e testarda quella ragazza. “Amore non è che potresti aiutarmi in delle cose che non ho capito molto bene?!” chiedo al ragazzo che sta giocando con la mia mano. Lui si alza e si risiede vicino a me, prendendo il libro e mettendosi ad aiutarmi.
Questa sera in bacheca abbiamo il piacere di leggere che sarà prossima una gita ad Hogsmeade. Era l'ora che ci portassero. Quando entro in sala grande ho come la visione di una folla eccitata. Si sente il nome di Hogsmeade una parola sì e una no. Si vede però anche delle facce tristi, probabilmente di coloro che ancora non possono venire o, di chi, non ha avuto il permesso.
ATTENZIONE:
(comunicazione del preside Dippet)
Per tutti i ragazzi dal terzo anno in sù.
Verrà organizzata una gita ad Hogsmeade. Presto verrà comunicato il giorno esatto dell'uscita. Potranno partecipare tutti i ragazzi dal terzo in sù, se possiedono il permesso apposito firmato dai genitori o dai tutori. Armando Dippet
Alla ricerca di Jillian Mc Kanzie. Dove diavolo sarà finita quella piccola Corvonero?
Nella Sala Comune della sua casa non l’ha vista nessuno da circa un’ora. E non hanno saputo dirmi dove trovarla. In biblioteca, habitat naturale dei Corvonero, c’erano soltanto libri, polvere ed una bibliotecaria rinsecchita che mi fissava torva. Decido quindi di tentare con il cortile. Come il solito, è affollato di Grifondoro e Serpeverde, con qualche scarso elemento delle altre due categorie scolastiche.
Seduta su una panchina, Eve sta leggendo una lettera; quando mi vede arrivare, alza il capo e mi guarda triste. Le chiedo: Eve, è successo qualcosa?
Devo andare via per un po’. Mio padre è al San Mungo, e devo stare vicino alla mia famiglia.
L’abbraccio d’impeto, e le do un bacio sui capelli.
Non preoccuparti, tornerò presto.
Mi raccomando!
Tu cosa stai facendo da queste parti?
Sto cercando Jillian Mc Kanzie.
E dov’è?
Ma chi lo sa che fine ha fatto… sarà mezzora che giro come un cretino a cercarla. E tutto per comunicarle che dobbiamo fare insieme una ricerca del cavolo per il prof di Incantesimi.
Vedi com’è essere troppo bravi? Poi i prof ti prendono in simpatia e ti chiedono di organizzare una lezione con la tua compagna di giochi.
Magari fosse la mia compagna di giochi davvero…
A proposito di giochi, come vanno le cose con Belinda?
Io credo che abbia capito.
Ci sta male. - afferma Eve. Non so cosa farci, cara. Lo sapeva che io sono fatto così. Comunque ora mi preoccupa soprattutto il non sapere come gestirà la faccenda con Dè.
Perché non vai da lei e glielo chiedi?
Vorrei evitare di farla soffrire più del necessario. Se vado a parlare con Belinda… le farei solo del male.
Questo è vero.
Speriamo in bene. Speriamo che non parli. Eve mi guarda un po’ come una sorella maggiore guarderebbe il suo fratellino stupido, come succede sempre, quando a suo parere mi dimostro un idiota. Continuo:
Non voglio perdere l’amicizia di Deirdre per una sciocchezza.
Comunque vada, so che vi chiarirete. Ed arriva all’improvviso, e appena mi vede grida:
Ehi, Jasp! Ho un piano!
Ed si riferisce alla scommessa fra lui e Violet Traviston: che riuscirà ad andare con una Mezzosangue. Le sue intenzioni sono chiare: avvicinare Medea Diamond (è lei la fortunata prescelta) durante l’ora di Erbologia, fingendo di aver bisogno di una mano che ovviamente io, il suo migliore ma inetto amico, non sono in grado di dargli.
Mentre parliamo dei nostri progetti, Eve è persa nei suoi pensieri. Mi viene da pensare che forse Ed non sa di quello che è successo, e quindi decido di lasciarli soli.
Ed io ora vado a cercare la Mc Kanzie, ci vediamo dopo!
Dallo sguardo che mi rivolge Eve, capisco che ho fatto la mossa giusta. Me ne vado alla ricerca della mia compagna di sventura.
Questa mattina, infatti, ho incontrato il professor Benton nei corridoi. L’ho salutato come il solito, ma lui mi ha bloccato e mi ha annunciato che intendeva chiedere a me e a Jillian Mc Kanzie se...
…visto che vi siete dimostrati così bravi nella combinazione degli incantesimi di Appello e di Dissolvimento, vorrei che organizzaste voi una lezione.
E in che cosa consisterebbe di preciso?
Scegliete una combinazione e presentatela alla classe; chi l’ha inventata, perché, per quale scopo… e così via. Ovviamente, valuterò il tutto come se fosse un’interrogazione. Avevo assentito, in preda alla rassegnazione, e avevo maledetto quell'uomo fra me e me. Giusto perché non ho già abbastanza da fare: ma è il periodo delle interrogazioni, le verifiche piovono a secchiate sulle teste degli studenti, i quali non possono neppure pensare di scansarle, figuriamoci di rifiutare una proposta del genere da un insegnante.
Ma dove diavolo è quella ragazza? Faccio un giro nel parco: niente; così mi avvio verso il lago. Sotto una quercia, ci sono Maurice Flanders e Buddy Kane, intenti a fumare, che mi prestano l’accendino. Scambiamo due parole e poi loro si dirigono verso il campo di Quidditch per gli allenamenti. Mi sto godendo in tutta tranquillità la mia Camel, quando ecco che - miracolo! - scorgo Jillian Mc Kanzie dall’altra parte del lago. Lei non si accorge di me e sto per raggiungerla, quando mi si para davanti una ragazzina che conosco bene. Jasper, non mi piace quello che stai facendo.
Lo so, fumare è una brutta abitudine.
No, se è per quello puoi anche farti anche tre pacchetti per giorno. Parlo di Belinda: non puoi comportarti così.
Senti, Utopia, non venirmi a fare la morale anche tu. Tua sorella sapeva bene come sono. Ha fatto le sue scelte, conoscendone le implicazioni.
Per implicazioni intendi che sarebbe stata subito archiviata dopo la scopata una notte?
Già. Come ben sai, non cerco né voglio legami.
E allora?! Sei uno dei migliori amici di Dè, questo dovrebbe contare qualcosa.
Utopia, finiscila. Belinda sapeva quel che faceva; non è qui a supplicarmi, e questo dimostra la sua maturità. Quindi, perché diavolo ci sei tu? Dài, non offendere la tua intelligenza. Utopia mi rivolge uno sguardo furente, prima di correre via. Sospiro: finalmente me ne sono liberato. Vedo che Jillian si è spostata, e mi accorgo che sta avvenendo qualcosa nei pressi del lago. In un attimo, mi avvicino al luogo da cui sento provenire i rumori: Audrey Salinger e una Grifondoro, un Prefetto credo, si stanno affrontando. Audrey è molto brava a schivare gli incantesimi dell’avversaria, e, in effetti, la sua strategia è basata soprattutto sull’autodifesa. I sortilegi dell’altra sono molto energici, ma non per la forza della strega che li scaglia, bensì perché accresciuti dai suoi sentimenti negativi. Jillian torna verso Hogwarts a cercare aiuto, dunque io posso godermi lo spettacolo con comodo. La Salinger ha un volto pressoché inespressivo, cosa bizzarra in un duello; il viso della Grifondoro, invece, è sfigurato dalla rabbia, e questo fa risaltare ulteriormente il freddo autocontrollo di Audrey. Mentre il volto del Prefetto si contrae in una smorfia di odio, la sento lanciare uno Schiantesimo. Potente, e direi molto pericoloso. Audrey ne è colpita in pieno, ma prima di perdere conoscenza, fa in tempo a pronunciare la fattura della Pastoia Total-Body, ed anche la sua avversaria cade al suolo immobile. Brava Audrey, bel colpo!
Arriva il professor Crale, seguito da alcuni studenti. Micheal Parker e Peter Halbury prendono Audrey fra le braccia e la portano via; il professore si occupa dell’altra ragazza. Elliot Clark e Jillian Mc Kanzie li seguono, con la cartella e il mantello di Audrey. Un nugolo di Corvonero e Grifondoro ben presto si radunano a discutere e a spettegolare.
Rientro nella mia stanza. Ed e Lucas sono immersi in una partita di scacchi. Non immaginerete mai a cosa ho assistito! Mi guardano incuriositi, ed io spiego l’accaduto. Lucas si avvolge nel Mantello dell’Invisibilità e scompare subito dopo. Ed e io restiamo soli. E così, un duello fra ragazze. Peccato che me lo sono perso… a proposito di Corvonero, hai trovato Jillian? Cazzo! Tra tutto quello che era successo, avevo perso un sacco di tempo a cercarla e quando l’avevo trovata… me l’ero fatta sfuggire ancora! Sorvoliamo su questa ricerca senza fine. Tu piuttosto, hai mollato Lenore?
No, non ancora. Dovrebbe tornare fra poco da non so che impegni. La vado a raggiungere in Sala Comune quando arriva. Fra noi scende un silenzio malinconico. Eve deve andare via stasera. Ed, secondo te Eve tornerà presto?
Lo spero, ma ti dirò: la situazione di suo padre dev’essere grave davvero, altrimenti mai e poi mai sua madre l’avrebbe richiamata accanto a sè.
Se io sono triste, il mio amico è proprio sconsolato. Fra lui ed Eve c’è un legame assoluto, con cui neppure l’amicizia che c’è fra Ed e me può competere: una sorta di intensa partecipazione l’uno alla vita dell’altra, quasi come dei gemelli. Senza affetto fraterno, però. Qualcosa di simile lega me e Deirdre, nonostante io abbia fatto un grande errore.
Cerco di distrarlo un po’. Visto che la nostra scommessa ormai è finita, gli domando: Allora, quanto ci metti a farti la Diamond?
La fai facile tu. Non devi mica andare con una Mezzosangue.
Ma dài, non è mica un’arpia…
E ci mancherebbe altro! È abbastanza difficile così. È come se mi dovessi accoppiare con una cavalla. Già oggi, durante e dopo Erbologia, ho dovuto fare violenza a me stesso per non mollarla lì e scappare via.
Tranquillo, te la caverai di certo. Al limite mentre sei lì con lei pensa ad altro. A Violet, per esempio. Lo sguardo di Ed torna quello che conosco: profondo e determinato. Tranquillo, la stimolo maggiore che ho per non mollare è proprio la prospettiva di vincere la scommessa. La testa di Morgan fa capolino dalla porta. Ed, se vuoi mollare Lenore è meglio che ti muovi. Fra cinque minuti arriva.
Il mio amico alza gli occhi al cielo, e si appresta a compiere l’impresa. L’ennesima ragazza da scaricare. Noi Principi a volte ne abbiamo più di quel che vorremmo…
Stasera Eve se ne va. Abbiamo passato l’ultima sera tutti insieme, i Principi al completo. C’è un’atmosfera stana. Di malinconia, ma punteggiata anche di sprazzi di allegria. Manca ormai un’ora alla partenza, quando la tristezza prende il sopravvento su Deirdre e Ed porta via Eve, per non farla addolorare ancora di più. Mi resterà sempre nella mente questa immagine di Dè: i suoi occhi verdi resi quasi trasparenti dalle lacrime, i suoi capelli castani che incorniciano un volto che si sforza di mantenersi composto.
Mi avvicino, vorrei abbracciarla, ma lei resta rigida, e capisco che il mio gesto non è molto gradito. Mi dice, con voce ancora un po’ tremante:
È tanto tempo che non parliamo.
Hai ragione.
Perché non mi hai ascoltato? Perché sei stato con Belinda lo stesso?
Io… non lo so. Perché lo volevo, immagino.
Perché non hai pensato nemmeno per un momento che avresti fatto del male a me e a lei. Jasper, è ancora una bambina.
Non direi, sa prendere le sue decisioni.
Sì, ma sogna ancora l’amore romantico. Il bel principe sul cavallo bianco che arriva e la porta via. E crede che tu possa essere quel principe.
Te l’ha detto lei?
No, lei non mi ha detto nulla. Ho capito tutto da sola, soprattutto quando mi ha confessato che è stata lei ad avvertire Nolasco la sera della festa.
Belinda?!
Voleva vendicarsi… in modo infantile, ovviamente; ma questo ti fa capire come sia ancora piccola.
Deirdre, cosa ti posso dire? Quello che è fatto è fatto. Ma credimi pagherei per tornare indietro e cancellare tutto.
Lo vorrei tanto anch’io.
Siamo ancora amici?
Pausa. Deirdre non apre bocca. Si limita a guardarmi: il suo sguardo è triste, tenero, addolorato. Non lo so. Per adesso… non credo di sentirmela. Ti prego, lasciami sola.
Esco dalla stanza con la testa piena di pensieri. Non so cosa fare, dove andare, con chi parlare. Se soltanto avessi il potere di tornare indietro nel tempo e cancellare l’errore più grande della mia vita, lo farei. Oppure… potrei cancellare la sua memoria. No, fermo Jasp. Questo non me lo perdonerebbe mai.
Ma la speranza che tutto si risolva si fa sempre più debole.
Io amo la biblioteca.
Di tutta la scuola, è forse il posto che preferisco di più in assoluto. Specie da quando ho scoperto quanto sia facile avere accesso alla Sezione Proibita. Vai dal professore del quale sei una delle indiscusse pupille, gli spieghi che vuoi approfondire un incantesimo particolarmente difficile da lui nominato qualche lezione prima contando sul fatto che il suddetto professore non ricorda nemmeno se per colazione ha bevuto thé o caffé, e lui sarà ben felice di regalarti un enorme sorriso e un pezzo di pergamena con la sua svolazzante firma sotto il permesso di accesso valido a tempo indeterminato. Beh, non proprio indeterminato, ma un mese è sicuramente un lasso di tempo enorme per trovare quello che sto cercando da una vita: sui manuali che la scuola ci fa comprare, non c'è nessun capitolo sotto la voce "Come diventare animagus".
Oh, lo so, è un'idea che non dovrebbe nemmeno venirmi in mente. Ma sono fatta così.
Il proibito mi affascina. "Allora?" la bibliotecaria mi guarda con astio, interrompendo i miei pensieri. "Trovato qualcosa?" Cielo, quella donna ha bisogno di darsi una calmata, non sto cercando un modo per far fuoco a questo piccolo paradiso scolastico! "No, ma vorrei dare un'occhiata alla sezione proibita" le sorrido, sperando di addolcirla almeno un po'. Le porgo il permesso, dopo esser stata squadrato da capo a piedi un paio di volte. "Un mese di libero accesso, ah?" commenta acida, guardandomi male. Ma che è, ho l'aria della bambolina svampita? Solo perché sono bionda non vuol dire che sono automaticamente stupida. Scrollo le spalle, riprendendomi il mio permesso. "Posso andare?" "Mh" mugola altezzosa, aprendomi il cancelletto incantato che separa la sezione proibita dal resto della biblioteca. "Grazie, molto gentile" abbozzo un altro sorriso, scivolando in una sala più piccola e scura, se possibile ancora più piena di libri. Il cancelletto si chiude alle mie spalle, con un morbido tonfo, lasciando che il silenzio mi avvolga nel suo vellutato abbraccio. Ci sono un paio di tavoli, al centro della stanza, illuminanti da un unico candelabro d'argento. Rabbrividisco. Se volevano che questo posto fosse spettrale, ci sono riusciti alla perfezione.
Lascio cadere la borsa su una sedia vuota, facendomi coraggio e afferrando la bacchetta. "Lumus" sussurro, avvicinandomi ad una prima fila di libri. Il debole fascio di luce scivola sulle copertine, illuminandole quel tanto che basta per farmi capire che sto guardando nel posto sbagliato. Non voglio avvelenare nessuno, voglio solo capire come ci si autotrasfigura. Mi sposto più a destra: ancora veleni. Si può sapere cosa ci fanno così tanti libri sui veleni in questa biblioteca?!
Sbuffo, sollevando una nuvola di polvere che mi fa tossire, costringendomi ad arretrare. Non esiste che torno fuori e chiedo a quella povera pazza di una bibliotecaria dove si trovano i libri sugli incantesimi, devo riuscire a cavarmela da sola. Punto con decisione la bacchetta dall'altra parte della stanza, sperando in una sorte migliore. Poi, finalmente, un titolo attira la mia attenzione: Incantatae improbatae lectionis. E' abbastanza improbabile per nascondere al suo interno quello che sto cercando. Richiamo una sedia con un colpo secco della bacchetta, mi ci arrampico sopra e tiro fuori il tomo, una cosa talmente pesante da farmi vacillare: mi scappa uno strillo e, per non cadere, lascio la presa sul libro, che atterra sul pavimento con un tonfo secco. Il rumore riecheggia nella stanza, facendomi rabbrividire per la seconda volta.
Scendo cautamente dalla sedia e faccio lietivare il libro fino al tavolo. Un altro tocco di bacchetta e le fiamme delle candele guizzano più vivacemente, colorate di un caldo arancione. Mi armo di piuma, inchiosto, blocco e sono pronta ad iniziare, quando una voce mi blocca. "Sei piena di sorprese, Corvonero" Ci metto sette secondi netti a realizzare.
E' nascosto nella penombra, dietro una pila di libri particolarmente alta e pericolosamente inclinata. Tom Riddle.
Continuo a trascivere piccole note dal libro al blocco, cercando di ignorare completamente la presenza del Serpeverde seduto davanti a me. Come se fosse facile. Lo vedo, che non fa altro che fissarmi. Se ne sta lì, con un librone dall'aspetto pericoloso sotto il naso, ogni tanto sfoglia pure le pagine, ma non mi stacca gli occhi di dosso. Se non la smette, mi prendo e me ne vado. "Oh no, non te ne andare Corvonero"
Sollevo il capo di scatto, lasciando cadere la piuma. Una macchia d'inchiostro s'allarga lenta sulla pergamena, senza che questa possa assorbirla. "Come prego?" "Ho detto che non occorre che te ne vai, Corvonero" ripete lui, lentamente. C'è qualcosa, nel suo modo di fare, che mi ricorda terribilmente un serpente. "Si, sono in molti a pensarlo" ghigna, guardandomi dritta negli occhi. A pensare cosa? Che diavolo sta dicendo? E' come se potesse leggermi nel pensiero. "Perspicace, Corvonero..." Protego. E' la reazione più instintiva che potessi avere nel realizzare di avere un intruso a piede libero tra i miei pensieri. Stringo forte la bacchetta tra le dita, evocando l'incantesimo dentro di me per scacciarlo dalla mia mente. Sei brava, sussurra infido nella mia mente, combattendo il muro che ho eretto in fretta e furia davanti ai miei pensieri. Sostengo il suo sguardo, lasciando la magia libera di fluire e concentrarsi nella mia mente, fino ad estrometterlo completamente.
Si ritrare impercettibilmente, con un'espressione tale da farmi temere che mi schianterà seduta stante. Sollevo la bacchetta, con aria di sfida. Se proprio vuole schiantarmi, dovrà faticare parecchio per riuscirci. Il suo sguardo mi brucia addosso per un po', prima che un sorriso lo illumini di un bagliore sinistro. "Tu sei simile a me" scandisce lentamente, sporgendosi sul tavolo. Sono io a ritrarmi, questa volta, serrando le labbra in una smorfia. "Tu sei avida di sapere, Corvonero. Sei avida di potere, per questo non te ne sei andata. E' il tuo sangue. Così puro, così pregno di magia. Lo senti cantare, lo senti farsi strada nelle tue vene gridando affamato di conoscenza, lo senti porti una domanda che ancora non ti è chiara" s'interrompe, umettandosi le labbra con la lingua. "...io-io non sono simile a te" ribatto, recuperando le mie cose alla meno peggio. Non ho nessuna intenzione di stare a sentire per un minuto di più questo individuo. "Tu credi?" mi chiede, con un'aria tranquilla al punto di irritarmi. Ma cosa ne sa lui di me? Cosa vuole da me? "No, Corvonero. E' una questione di razza. C'è chi è migliore e chi è fango. Tu non sei fango, sei l'ultima discendente di una dinastia che si spinge indietro nel tempo, nel mondo nella magia. Vanti un potere antico, che pochi possono dire di possedere" si alza, camminando attorno al tavolo e fermandosi dietro di me. Mi posa le mani sulle spalle, avvicinando il volto al mio orecchio sinistro. Quando riprende a parlare, la sua voce è poco più d'un sussurro mellifluo "Presto, quando la domanda sarà chiara e i tempi maturi, verrò da te a cercare una risposta. Ma sappi, Jillian McKanzie, che non tollero rifiuti.." Chiudo gli occhi, sentendo la presa sulle mie spalle ammorbidirsi e il suo respiro farsi più fioco. Un alito di vento, le fiamme delle candele crepitano debolmente. Quando riapro gli occhi, nella Sezione Proibita non c'è altro rumore che l'eco del mio respiro affannoso.
"E non ha detto proprio nient'altro?"
Sbuffo, roteando gli occhi per l'ennesima volta. "No, Isabel, non ha detto niente altro. E' scomparso. E' come se si fosse smaterializzato!"
"Questo non è possibile!" squittisce la ragazza accoccolata ai piedi del mio letto "Lo sai che non è possibile farlo nei confini del castello!"
"Ho detto come, Isy, COME" esclamò sollevando gli occhi dal compito di trasfigurazione che devo consegnare domani e che sto ricopiando ormai da un'ora buona, grazie alle continue interruzioni di Isabel. "Mille lucciole, stai tranquilla Jill!" ridacchia lei "Non occorre agitarsi per così poco, suvvia!"
"Ma se ti ho appena detto che mi ha praticamente minacciata il Caposcuola più inquietante della storia di Hogwarts!" "Si, questo l'ho capito. Piuttosto non ho capito cosa diavolo cercavi nella Sezione Proibita della Biblioteca" Occhei. Questo è un colpo basso, Isy, non posso dirlo nemmeno a te. Non posso dirlo a nessuno o finirei in guai troppo grossi, che non posso nemmeno immaginare. "Una pozione miracolosa per diventare un genio dell'Aritmanzia" mento spudoratamente, mostrandole la lingua. Lei scoppia a ridere, lanciandomi addosso il cuscino che prima abbracciare. Chipie miagola infastidita quando ricambio il favore, ridendo a mia volta. Mi lascio cadere sul materasso, sospirando. "Vorrei tanto sapere perché non molli, se vai così male" commenta Isabel, distendendosi accanto a me. Fisso il baldacchino sopra di noi per qualche attimo, prima di risponderle. "E' una questione di principio, Isy. E poi, a questo punto non ha senso lasciare.." inspirò a fondo, sentendo le zampine vellutate di Chipie posarsi sulla mia pancia leggere. Il suo musetto nero fa capolino dopo qualche attimo, curioso: allungo una mano, accarezzandole il capino. "Perché non chiedi aiuto a Audrey?" propone dopo qualche attimo la mia amica, rigirandosi su un fianco. "Perché non la conosco così bene da chiederglielo come un favore e non ho abbastanza soldi per chiederle di darmi ripetizioni, ecco perché"
"Ti fai sempre troppi problemi, Jill" osserva Isabel, aggrottando la fronte. Lo so. Lo so perfettamente. Ma sono fatta così, poco da fare. Solo quando ho la bacchetta in mano sono sicura di quello che faccio, di quello che sono. Sono gli unici momenti in cui mi sento bene con me stessa e con il mondo che mi circonda. Forse Riddle ha ragione, forse sono davvero simile a lui. Chissà perché non sono finita a Serpeverde, allora. "In ogni caso, indovina chi è venuto oggi a cercarti mentre te ne stavi rinchiusa in biblioteca, a pranzo?" mi stuzzica con un sorrisetto malizioso. "Chi?" le domando, sinceramente sorpresa. Nessuno viene mai a cercarmi a pranzo. Nemmeno a colazione e neanche a cena, per dirla tutta. Sono forse la studentessa più anonima di tutta la scuola. Isabel sgrana i suoi enormi occhi azzurri, oggi quasi violetti. "Non ci crederai mai, pensa che sul momento pensavo scherzasse!"
"Isyyy!" "Occhei, occhei scherzavo!" ride lei, di fronte alla mia faccia supplicante. Mi guarda, divertita, prima di pronunciare l'ultimo nome che mi sarei mai aspettata di sentire. "Jasper Lewis?!" ripeto infatti, sollevandomi a sedere di scatto con enorme disappunto di Chipie. "In persona" annuisce lei "Si può sapere perché ti stava cercando?"
"Cosa vuoi che ne sappia io, eri tu lì!" protesto. "Si, vabbeh.. ma perché dovrebbe cercare proprio te?" insiste lei.
Mh. Questa è una buona domanda. "Non lo so" ammetto scrollando le spalle. Perché Jasper Lewis dovrebbe cercarmi? Dall'inizio dell'anno scolastico ci siamo parlati due volte. Letteralmente. Una nel parco, dopo la mia fuga da lezione, e una ad Incantesimi, ma penso solo perché siamo finiti in coppia assieme. "Stai diventando piuttosto popolare tra le serpi" osserva cinicamente Isabel "Guarda che poi non posso più frequentarti se entri nel Biscia Club, eh!"
"Non penso proprio che succederà!" rido io "Sono troppo comune per entrare nella loro piccola elitè"
"Si, questo è vero! Siamo tutti troppo comuni per far breccia nella loro piccola cerchia di snob ammuffiti!" sghignazza la mia amica. Ridacchiamo indecorosamente per un po', immaginando i Principi di Serpeverde che giovano a carte nei loro sotterranei, sorseggando vino invecchiato, con vistose macchie di muffa verdastra sul viso e sui vestiti. Poi, d'un tratto, sgancia la bomba. "Ti piace però, vero?" "Eh?" Mi giro a guardarla, con una mezza risata ferma in gola. "Lewis. Ti piace, vero?"
Avvampo, distogliendo immediatamente lo sguardo. "NO!" "Bugiarda.. sei arrossita!" "Ma se non lo conosco nemmeno?!" protesto, cercando di schiodarle quell'idea di testa prima che sia troppo tardi. "Mica devi conoscerlo per andarci!" obbietta lei, inarcando le sopracciglia. "Ma ti pare che io vado a dare il mio primo bacio a un Serpeverde viziato?" le chiedo chiudendo gli occhi. E mentre la mia voce continua ad elencare numerosissimi motivi per cui non dovrebbe piacermi Jasper, la mia mente continua a ripropormi l'immagine di me e Lewis assieme, al tramonto, in riva al lago. "Però è bello." osserva alla fine Isabel, sospirando. "Taci, tu che hai il ragazzo!" la rimprovero ridendo. "Resta il fatto che è bello" ripete ostinata. "Si, è bello" ammetto.
Sospiriamo in coro. E già che c'è, Chipie miagola in controtempo.
Su un'altra cosa ha ragione, però. Troppi Serpeverde mi ronzano attorno, al momento. Che sia davvero solo una casualità?
serpeverde
Edward Norwood
Edward appartiene ad una delle famiglie londinesi purosangue più prestigiose, la famiglia Norwood. All'età di undici anni, prima di ricevere la lettere per Hogwarts, si imbatte in un grave scontro dove suo padre perde la vita per mezzo dell'Avada Kedavra. Da allora Edward si è chiuso in se stesso diventando un tipo freddo e scontroso. Giurando vendetta a suo padre, nell'estate del suo tredicesimo compleanno decide di trasferirsi per un mese a casa di uno zio, un mago molto particolare, amante di tutto ciò che è illegale. E' proprio grazie agli insegnamenti di questo zio che Edward conoscerà le tre maledizioni senza perdono e si interesserà ancora di più alla magia oscura. Figlio unico, è al sesto anno di Hogwarts. Il cappello parlante non ha avuto nessun problema a trovare la sua collocazione infatti, Edward, ha tutte le qualità per far parte della casata dei serpeverde: astuto, furbo, viziato e ambizioso, oltre ad odiare con tutto il cuore coloro che non sono "puri". E' molto schietto ed è considerato tra i più bei ragazzi del quinto anno. E' dotato di occhi grigi dalle sfumature verdi molto profondi, capelli scuri e un fisico perfetto. Norwood ama mostrarsi sempre ben vestito e curato. Ha un unico vero amico, Jasper Lewis suo coetaneo e compagno di casa. I due si trovano spesso in compagnia di Eve Sanders, Deirdre Blackster e Morgan Lancaster, formando un gruppetto unito che passa la maggior parte del tempo a violare le regole e a sminuire gli altri. Le sue materie predilette sono pozioni e arti oscure in cui è anche molto portato.
Jasper Lewis
Sesto anno. Suo padre Leonard è un eminente ricercatore, e, dopo la morte della moglie Mary, l’ha cresciuto da lontano, essendo spesso via per lavoro; il padre gli regala tutto ciò che vuole, anche se la cosa di cui Jasper avrebbe più bisogno è il suo affetto, soprattutto dopo la morte di Sean, il fratello maggiore a cui era legatissimo. Jasper in parte rivede Sean in Edward Norwood, la persona a cui è più affezionato, e in Lucas Forsythe, anche se non al livello di Ed. Ha un’indole scontrosa, e non manca di ambizione, ma possiede una grande insicurezza di fondo; Edward conosce la sua fragilità, e dunque lo sostiene sempre. Spinge Lucas a provarci con Audrey Salinger, perché pensa lui stesso che sarebbe una bella preda, ma ne è intimidito a causa del carattere risoluto e poco manovrabile della ragazza. Purosangue dal fisico longilineo, con occhi verdi e capelli castano chiaro, è un casanova, come il suo compagno di stanza e di anno, e non si preoccupa dei sentimenti delle ragazze a cui ruba il cuore (e di solito anche qualcos’altro); le uniche con cui riesce a mantenere un legame sono Eve e Deirdre, in particolare con quest’ultima. È un buon studente, e dimostra una particolare predisposizione per Incantesimi, che conosce molto bene. Vorrebbe diventare un abile Legilimens come Edward, ed è esperto nell’uso delle Maledizioni Senza Perdono. Gioca nella squadra di Quidditch come Cacciatore.
Deirdre Blackster
Deirdre Blackster discende da una famiglia antica e potente di maghi purosangue. Come tutti i membri della sua famiglia disprezza le persone che hanno sangue impuro, definiti mezzosangue, e maggiormente i babbani. E' una ragazza castana, alta e sottile, e dagli occhi verdi e molto intensi. Nel complesso, Deirdre è una ragazza molto bella ed è pienamente consapevole di esserlo. Frequenta il sesto anno a Hogwarts ed è stata smistata nella casata dei Serpeverde, come lei tutti i membri delle sua famiglia (anche Belinda e Utopia, sue sorelle gemelle, sono al quarto anno serpeverde). Dal carattere caparbio, astuto è inoltre vanitosa, viziata e molto determinata a raggiungere il proprio obiettivo: il potere. Per raggiungerlo Deirdre si finge sempre disponibile con tutti quelli della sua Casa e con i professori, mascherando così la sua vera indole e mostrandosi in questo modo ‘perfetta’. Nonostante la popolarità,c’è solo una persona che la riesca a capire davvero, e questa è la sua migliore amica, Eveline Sanders. er la scuola è sempre in giro col gruppetto formato da Edward Norwood, Jasper Lewis, Morgan Lancaster e , naturalmente, Eve. A scuola Deirdre riesce sempre molto bene grazie alla sua dedizione allo studio, indispensabile per il suo ideale di perfezione che si è prospettata.
Violet 'Vi' Traviston
Sesto Anno. Primogenita ed erede di Bartholomew Traviston, conte del Goulcestershire, viene al mondo presso Upton St.Leonard's, cittadina non lontana dalla tenuta dei Traviston e dalla città di Goulcester. Violet dimostra già precocemente una inclinazione naturale alla magia, alla quale vengono posti dei freni tramite la ferrea disciplina a cui viene abituata sin da piccola e un ampio numero di istitutori a cui viene affidata la sua istruzione. Trascorre l'infanzia nel maniero di famiglia, situato su una scogliera a strapiombo sul mare. Sviluppa un'intensa passione per il disegno, oltre ad un carattere piuttosto chiuso. Compiuto l'undicesimo anno di età, viene iscritta ad Hogwarts. Lodata per l'assiduità nello studio, brilla soprattutto nelle Pozioni e a partire dal terzo anno fa parte del LumaClub del professor Horace Lumacorno. La condotta della ragazza non è impeccabile quanto la sua pagella, ma non si può considerare una criminale o un pericolo pubblico - si limita a compiere qualche bravata, o almeno co ì vuole far credere. In genere viene considerata una snob: oltre all'origine nobile, la loquacità non è tra le sue doti, e preferisce evitare il più possibile i Grifondoro e i Tassorosso. A differenza di molti compagni ed amici, si rapporta in modo non cordiale, ma perlomeno rispettoso con i figli di Babbani. Chi la punzecchia fino ad estorcerle qualche parola lo fa a suo rischio e pericolo: la quindicenne conosce l'arte di colpire con le parole, ed ha nel corso degli anni affinato il suo sarcasmo pungente. Agisce quasi sempre di testa sua, depreca il gioco di squadra, seleziona i suoi amici con scrupolo.
Scarlett Lywelyn
econdogenita di Lord e Lady Lywelyn, , i maghi più famosi e potenti della contea Irlandese.
Purosangue al cento per cento, Scarlett conta una ferrea istruzione nell’arte magica che pratica, con successo, fin da piccolissima. Scaltra per dote, diffidente per natura, risulta complicata da comprendere una creatura come lei. Più simile ad un labirinto, a livello intellettivo, che ad un normale essere umano. Spigliata ma al tempo stesso introversa, ha l’abitudine di studiare con meticolosa cura le persone che le si avvicinano, che trovano difficoltoso, a volte, anche solo instaurare un dialogo. Dalla parlantina eclettica e svelta ( spesso velenosa ), riesce a far precipitare chiunque non abbia sicurezza quando le si porge confidenza. La sua schiettezza, a tratti brutale, la porta ad essere un tipo che si odia o si ama, senza vie di mezzo. Tuttavia, il suo aspetto da innocente ragazza le consente di giocare una carta in più quando vuole raggiungere i suoi obiettivi. Non molto alta, ma dal fisico perfetto possiede due grandi ed espressivi occhi verdi, con sfumature castane, che le imperlano il viso, ed una chioma fluente dalle tinte d’ebano. Caparbia, volitiva, possiede una calma che le assicura di mantenere sangue freddo anche nelle situazioni peggiori. Non ama parlare della sua famiglia. Fratello Aedan a parte, verso cui nutre un affetto totale e sincero…nonostante non ne condivida le ideologie sull’indifferenza verso i babbani. Si concede allo studio con buona volontà riuscendo brillantemente. Pratica il corso di magia per circa 5 anni presso Durmstrang , ma riesce a convincere con abile mossa e complicità della famiglia Norwood i suoi genitori a mandarla ad Hogwarts, che considera di sicuro una spanna al di sopra rispetto le altre scuole di magia. Curiosa, dalla mente aperta, ama poter avere sempre un quadro completo delle situazioni che le si palesano di fronte. Guai quando qualcosa sfugge alla sua mente vigile. Punto chiave, le persone che le stanno vicine, e che lei trova simpatiche ( e ciò capita di rado ), possono senza alcun dubbio fidarsi ciecamente. Così come per gli schemi della sua mente le piace essere assolutamente perfetta in ogni situazione. Gli incantesimi attuabili mediante ipnosi sono quelli che le riescono magnificamente. L’induzione è, senza alcun ragionevole dubbio, la sua mossa vincente. Viene vista spesso in compagnia di Edward Norwood, Jasper Lewis e Deirdre Blackster. Adora e studia la magia oscura con interesse sempre crescente.
grifondoro
Julia Versten
Settimo anno. Di origini norvegesi, Julia è nata a Oslo in una tiepida giornata estiva, figlia di un mago e di una Ondina (ninfa delle acque): per questo adora l’acqua, elemento che riesce a manipolare con facilità grazie al sangue materno. La sua risolutezza e caparbietà, talvolta la fanno risultare antipatica o troppo competitiva, ma la rendono un’ottima giocatrice di Quidditch, che pratica nel ruolo di Cacciatore. In campo scolastico se la cava abbastanza bene, in particolare in Trasfigurazione e Difesa contro le Arti Oscure, benché non apprezzi molto la professoressa Merrythought. Pur essendo all’ultimo anno, non ha ancora ben chiaro il suo futuro, anche se è molto affascinata dal lavoro di Auror, per il quale sarebbe portata grazie al suo coraggio. Nonostante la sua origine purosangue, ritiene che le distinzioni in base alla purezza di stirpe siano inutili e stupide, poiché la magia è un dono che tutti i maghi e le streghe possiedono nello stesso modo. L’anno scorso è stata Prefetto di Grifondoro, insieme con il suo migliore amico è Sebastian Lang(adesso Caposcuola), che ha conosciuto il primo giorno di scuola ad Hogwarts: sono legatissimi, ma non vi è alcun interesse romantico fra loro, poiché si considerano come fratello e sorella. Di solito ha rapporti difficili con le ragazze: in genere le sembrano troppo interessate ad argomenti futili, ma è buona amica di Georgiana Harrington. Non ha mai avuto un ragazzo serio, perché di fondo è molto timorosa dell’amore e della perdita di controllo sulla propria vita che può conseguirne. Ha una sorella più piccola, Ida, che frequenta il sesto anno, innamorata pazza di Tom Riddle, per disperazione di Julia, che invece non può vederlo a causa della sua aria di superiorità e della sua arroganza nei confronti dei Mezzosangue.
Damian Denholm
Sesto anno, Grifondoro.
Figlio di un potente mago e di una strega residenti negli Stati Uniti. Purosangue, ma con idee ben diverse da molti suoi “simili”. Aperto, socievole, spigliato. Dalla parlantina vivace, e svelta. Raramente riesce a star zitto, e quando questo accade, le probabilità del suo malumore sono altissime, per non dire stratosfericamente certe. Schietto, sincero, non ama mascherare i propri pensieri. Dice tutto quello che pensa, senza preoccuparsi mai. Conscio del fatto che non vuole, in alcun modo, incappare nella menzogna, che considera una scappatoia per persone con la coda di paglia. Divertente e scherzoso, ama la vita e tutto ciò che gira attorno ad essa. Vive ogni attimo come fosse l’ultimo, non ama i rimpianti, né le mezze frasi. O tanto meno le opere incompiute. Coinvolgente, riesce a raggiungere ogni obiettivo percorrendo sempre la strada più difficile, poiché le ritiene ring decisivo per la formazione completa del suo essere. Punta sempre al massimo in qualsiasi cosa, più che per superbia, per rispetto verso se stesso.
Elodie Baudelaire
Elodie Baudelaire frequenta il quinto anno nella casata dei grifondoro. Figlia di padre mago e madre veela, ha preso da quest'ultima gran parte della sua bellezza. Definita da molti una bambola di porcellana, forse per la sua reale somiglianza ad esse: lunghi boccoli biondi che le circondano il viso dalla pelle diafana, guance rosate, profondi occhi blu. Ha un carattere molto sensibile, fa difficilmente amicizia e raramente si affeziona in modo forte alle persone, per paura di doverle un giorno perdere. Chi riesce ad entrare nel cerchio delle sue amicizie è sicuro di avere accanto una vera amica: fedele, comprensiva, che dà tutto pur di far star bene la persona che le è a fianco. Testarda e lunatica alle volte, un'enterna indecisa che però non si fa condizionare dagli altri. Non ha pregiudizi verso le persone ma tende molto a selezionarle, dopo un'accurato studio visivo di esse. Ama gli animali e stare a contatto con essi. Legatissima a schizzo, un kocker che le è stato regalato dalla nonna quando aveva pochi anni. Odia le mezze misure, per lei non hanno senso. O è bianco, o è nero. Decisamente impacciata nelle relazioni con i ragazzi, non solo sentimentali ma anche di semplice amicizia.
Annabel Bennett
Grifondoro del sesto anno e secondogenita di una semplice famiglia di babbani, residenti nei quartieri Nord di Londra, Annabel è una ragazza come tante altre. Dalla parlantina facile e la battuta sempre pronta, tende a dire sempre quello che pensa e questo spesso irrita chi le sta vicino, specialmente i soggetti più sensibili: in realtà conoscendola bene si può trovare in lei un'amica sincera. Estremamente leale, ama ridere e di conseguenza nutre una grandissima stima per chi provoca in lei questa reazione, attraverso qualunque mezzo. Non particolarmente incline allo studio, se la cava grazie a quel poco che riesce ad ascoltare in classe e alla sua abilità nella parte pratica delle lezioni, specialmente per quanto riguarda Pozioni e Incantesimi. Assolutamente incapace dal punto di vista canoro, in realtà ama cantare e lo fa spesso e volentieri, assicurandosi prima che tutti gli altri esseri umani siano a qualche isolato di distanza, per evitare di graziarli con i suoi toni soavi. Tutta la sua famiglia è sempre stata scettica riguardo alla sua situazione di strega e preferisce tenere nascosto tutto a più persone possibile, eccezion fatta per la sua sorellina minore, che durante le vacanze non fa altro che tartassarla di domande sul mondo magico e quel che è in relazione ad esso. Campionessa di figuracce, non passa attimo che non inciampi in qualcosa o si distrugga la reputazione; ma in fondo, dietro gli occhioni nocciola e il viso tondo di questa ragazza si nasconde una tenerezza infinita, che aspetta solo di essere scovata da qualcuno che la apprezzi per come gli viene presentata. E' raro che si arrabbi, e nelle poche occasioni in cui succede tende a passarle subito.
Daisy Brown
Proviene da una famiglia molto numerosa, è infatti la quarta di cinque fratelli, Evelyn, la maggiore, Carl, Doug ed Alice, la più piccola.
E poi c'è lei, grifondoro del quinto anno, non tanto alta, capelli neri e lisci, carnagione chiara, magra, dal petto ed i fianchi piatti. Casa sua è sempre spaventosamente caotica e confusionaria, ogni giorno succede qualcosa, c'è sempre un parente più o meno stretto che viene a cena, o a prendere un the, o semplicemente a fare una visita. Se i primi anni in cui era ad Hogwarts ne sentiva la mancanza, dal quarto ha iniziato a palesare la sua insofferenza e a ritenersi fortunata di trascorrerci solo le vacanze. La sua materia preferita è pozioni, seguita da trasfigurazione e talvolta ottiene dei buoni risultati anche in Difesa contro le arti oscure. Non è eccessivamente riservata, ma nei momenti in cui ha bisogno dei suoi spazi non ammette di essere disturbata. Non è molto paziente e quando è nervosa per conto suo ha il vizio di essere scontrosa con tutti, salvo poi pentirsi un attimo dopo aver parlato. Ha spesso un'aria totalmente disinteressata ed annoiata, tanto da sembrare non avere attrazione per attività alcuna. Recentemente ha scoperto la passione di scrivere poesie, ma non le ha mai fatte leggere a nessuno, perchè se ne vergogna troppo; differentemente ha sempre mostrato attitudine nel disegno ed in particolar modo trova soddisfazione nell'eseguire le caricature dei professori o compagni. I genitori ed i fratelli sono maghi, ma in famiglia ci sono molti halfblood e babbani. Non ha mai dato peso alle prese in giro che le venivano fatte a causa della sua origine, anche se ultimamente le sembra che la situazione a scuola sia peggiorata, pur non essendo al corrente di niente.
tassorosso
Apollonia Pasco
Sedicenne Tassorosso figlia di babbani, di origini bretoni ma cresciuta nello Yorkshire. In una parola, il Disordine. L’organizzazione è qualcosa di avulso da lei, una confusionaria in senso lato. Distratta nel riporre la roba, nel vestirsi, nel fare i compiti, è anche piuttosto imbranata. Energica, vivace, ai limiti dell’iperattività, si muove continuamente, in alternativa parla. Scherza molto, ride molto, e lo fa in modo poco signorile. È una persona molto alla mano, con cui è facile parlare, basta solo non farla innervosire. Tendenzialmente ottimista, è d’altra parte anche un soggettino nervoso e facile alla rabbia. Cocciuta come un somaro, è permalosa e reagisce con irruenza ai torti subiti, non facendosi problemi ad arrivare alle mani. È molto orgogliosa; ammettere i propri errori le costa tremendamente tanto, e la maggior parte delle volte evita di farlo. Fierissima delle proprie radici, sia geograficamente e che magicamente parlando, coltiva la passione per le tradizioni bretoni e difende a spada tratta la popolazione babbana. Il suo rendimento scolastico è nella media, con voti particolarmente bassi in pozioni e note particolarmente alte in babbanologia. Detesta a livelli cosmici il proprio nome, e si presenta sempre e solo come Polly.
Eugene Pennington
VI anno. Nato e cresciuto a York in una famiglia basso-borghese, senza quasi entrare in contatto con il mondo magico e soprattutto con i nonni materni. E' infatti, nipote degli esponenti di due importanti famiglie nobili del nord dell'Inghilterra. Il problema fondamentale sono le origini di suo padre, figlio di Babbani. Lo stesso Eugene si è convinto che sia il suo sangue 'sporco di seconda generazione' ad essere l'origine del suo scarso talento magico, che è stato un grande motivo d'imbarazzo scolastico finché non l'ha ammesso pubblicamente, smettendo di scatenare l'ilarità altrui. La sua vera passione è la musica; dopo numerose pressioni sulla professoressa Bonnet, è riuscito ad ottenere l'istallazione di un pianoforte a coda in sostituzione di quello a muro presente nella stanza di Musica di Hogwarts. Fa parte del coro della scuola sin dai tempi in cui la sua straordinaria voce era bianca come la neve. Timido, introverso, non ha quasi nessun amico. Può dare l'impressione di voler essere misterioso, affascinante, ma non c'è alcuna premeditazione nel suo comportamento. Lo si vede raramente in giro per la scuola: quando passa, si può seguire solo la scia della sua testa biondissima, o al massimo il suono del motivetto che sta intonando. Frequenta molto volentieri Carlisle Hunnam, una delle poche persone per le quali non provi invidia, fastidio o astio. Non ha mai avuto una ragazza; certo è che sono poche quelle che sono riuscite ad approcciarlo, ma neppure lui ha mai dato segni di volere una relazione.
Rah Ching Page
Rah Ching è stata adottata da una famiglia di Babbani londinesi, non sa nulla delle sue origini di cui mantiene solo il nome. Sin da piccola si dimostrò timida con chiunque le rivolgesse la parola, rimane spesso taciturna. Cercò sempre più di scoprire qualcosa sulle sue origini ma i Page, i genitori adottivi, tentarono di tenerla in ogni modo lontana da qualsiasi cosa riguardasse il suo passato, la Cina e i suoi genitori. Questa situazione la rese sempre più insofferente e ogni volta che otteneva risultati negativi nelle sue ricerche o che la signora Page la scopriva a informarsi su qualsiasi cosa riguardasse la Cina la luce della stanza in cui si trovava Rah cominciava a lampeggiare e la lampadina scoppiava, oppure le pentole in cui la madre stava cucinando si fondevano e bruciavano. All’età di 11 anni ricevette la lettera che la metteva al corrente che avrebbe potuto frequentare la scuola di magia e stregoneria di Hogwarts. I genitori adottivi le raccontarono allora la verità sui suoi genitori: erano dei maghi che l’avevano abbandonata perché pensavano che fosse una Maganò, che non avrebbe mai avuto un posto nella società magica. Ora Rah frequenta il 5° anno a Hogwarts ed eccelle in tutte le materie di studio, anche se predilige Trasfigurazione, Incantesimi e Difesa Contro le Arti Oscure.
Carlisle Hunnam
Sesto anno. Carlisle è nato e cresciuto a Londra, figlio di due eminenti personalità del mondo magico: il padre, Charlie, è primario al San Mungo, mentre sua madre, Hannah, è una famosa ricercatrice che collabora con l'ospedale. Purosangue. Sebbene non gli sia mai mancato nulla, sin da bambino dimostra di avere un'indole incredibilmente generosa e disponibile, al punto da trasformarmi, con il passare negli anni, in un vero e proprio galantuomo, l'incarnazione di un romanzo di fine '800. Studente nella media, si distingue particolarmente in Cura delle Creature Magiche e Difesa contro le Arti Oscure, ha la strordinaria capacità di ricordare tutto ciò che legge, indipendentemente da dove lo legga e quando lo legga. Ha un discreto successo tra le ragazze, ma non è particolarmente interessato a far strage di cuori, al punto da essere considerato universalmente l'Anti-Principe per eccellenza e da essere cordialmente detestato da Edward Norwood, sentimento ricambiato con altrettanta intensità. Le radici di questo odio tra i due belli per antonomasia rasentano oramai il mito e la leggenda: c'è chi vocifera, addirittura, del coinvolgimento di una bellissima Veela. Cerca sempre, costantemente, di rimanere fedele a se stesso e sa assumersi le proprie responsabilità, non teme i confronti e men che meno gli scontri. Le ragazzine di Tassorosso del primo anno gli hanno dedicato un fan-club.
Alexa Robinson
Alexa nasce in una ridente cittadina del Michigan, negli Stati Uniti, da madre babbana e padre mago. Deve scoprire le sue potenzialita` da maghetta da sola pero`, dato che il padre non e` mai in casa, e quando lo e` si limita a dormire e a picchiare e sgridare lei e la madre. Il padre ha da tempo rotto ogni contatto con il mondo magico e vive solo nella realta` del mondo babbano. Quando Alexa compie i sette anni il padre abbandona la famiglia scappando in macchina con una giovane ragazza. Da quel momento in poi Alexa e sua madre si devono rimboccare le maniche per sbrigarsela da sole. In questo modo Alexa si costruisce un carattere forte e perseverante, diventa una ragazza che difficilmente si arrende, e trova sempre un modo di superare gli ostacoli. Per queste ragioni Alexa viene smistata nella casata di Tassorosso quando arriva agli undici anni a Hogwarts. A scuola si trova un po` in difficolta`, si sente una estranea fra tutti i ragazzi dell'alta societa` inglese e cerca disperatamente di nascondere il suo marcato accento americano. Inoltre e` disprezzata ancor di piu` dai Purosangue perche` l'unica radice che l'attacca al mondo della magia, il padre, ha da tempo rinnegato il suo mondo, abbandonandosi ai piaceri babbani. Riesce comunque a fare subito amicizia con due simpatiche ragazze che diventeranno le sue compagne di stanza e amiche del cuore, Lory e Susan. Nonostante la sua personalita` decisa e forte Alexa ha una bassa autostima, e non e` il meglio a socializzare. Sa tirare fuori il suo lato combattivo e aggressivo quando e` necessario. E` alta e castana, ha un sorriso bellissimo, che sfodera solo agli amici piu` intimi. Ama scambiarsi pettegolezzi fra amiche nella sala comune di Tassorosso, davanti a un fuoco e con una barretta di cioccolato da gustare. Frequenta il quinto anno, ma il primo semestre lo ha trascorso a casa per accudire la madre malata. La sua materia preferita e` Erbologia.
corvonero
Audrey Salinger
Sesto anno. Nata e cresciuta nella città di Brighton, nel sud dell’Inghilterra, Audrey è figlia di Isabel e Julian Salinger; sua madre scomparve, quando lei era piccola, dunque suo padre decise di affidare l’educazione della figlia alla sorella della donna. Benché la sua famiglia sia fieramente purosangue, Audrey non condivide le loro idee in merito alla purezza di stirpe, grazie anche all’influenza di sua zia Diane. Non molto alta, ha un fisico esile, la pelle chiara e gli occhi verdi; tiene molto ai suoi boccoli biondi ed alle sue mani belle e curate. Fin da bambina manifesta i suoi poteri di strega, e stupisce la sua famiglia quando è assegnata a Corvonero invece che a Serpeverde. Possiede una memoria molto precisa e un’intelligenza brillante, non le interessa molto studiare, a differenza degli altri Corvonero; tuttavia, grazie alle sue doti, riesce bene anche nelle materie più complesse, e in modo particolare eccelle in Trasfigurazione ed Aritmanzia. È gentile con chi le si rivolge, ma riservata; la sua migliore amica e compagna di banco è Rachel Casey. È molto paziente, e talvolta dà ripetizioni agli studenti che lo chiedono, facendosi pagare profumatamente. Ama la natura, e spesso passeggia nel parco di Hogwarts; quando è triste, cerca un posto solitario e si rifugia lì finché non le passa la malinconia. Le piace molto leggere e disegnare.
Jillian McKanzie
Nata con lo scoccare del solstizio d'autunno nel castello di famiglia poco fuori Edimburgo, Jillian si è trasferisce a Londra alla tenera età di tre anni, in seguito all'assunzione dei genitori al San Mungo: proprio a causa della loro scarsa presenza in casa, la bimba viene cresciuta dalla nonna materna che, tra un biscotto e una fetta di torta scopre la spiccatissima dote della nipote per gli incantesimi. Di salute cagionevole, studia a casa fino ai suoi undici anni, quando la fatidica lettera di Hogwarts arriva, invitandola a frequentare quello che si rivelerà essere il più traumatico anno della sua vita: spaesata dalla frenesia scolastica, dalla confusione e dalle tante persone, fatica ad ambientarsi in quel mondo così diverso dal suo. Solo al terzo anno, le cose iniziano ad andare meglio e avviene la metamorfosi: da invisibile studentessa modello, Jillian si trasforma in una malinconica ma sempre sorridente splendida fanciulla. Adesso frequenta il sesto anno nella casata corvonero. E' una grande osservatrice, di indole schiva e per questo spesso scambiata per snob: in realtà è solo molto diffidente dei confronti di chi non conosce. Sebbene sia molto graziosa, con lunghi capelli biondi e occhi verdissimi, non ha un grande successo con i ragazzi a causa di una forma di timidezza cronica che la porta ad arrossire furiosamente ogni qualvota viene colta di sorpresa. Cosa che accade praticamente ogni volta. Ama particolarmente le giornate autunnali, quando i raggi del sole ancora scaldano la pelle. Ha una gattina nera, Chipie, che adora.
Georgiana Harrington
Caposcuola della casa di Corvonero. Figlia unica, nasce e cresce a Stratford-Upon-Avon, Warwickshire, che già diede i natali a William Shakespeare. Figlia dei proprietari di un serraglio del quartiere magico di Stratford, ama sin dalla più tenera età i gatti, che rimangono però uno dei pochi animali che possa sopportare. Influenzata dalla fama suo illustre concittadino, ama scrivere racconti dove regala le più improbabili personalità a lei e ai suoi amici; perde ore intere e fiumi d'inchiostro nell'immaginare le sue fantastiche vite. L'idea di frequentare Hogwarts non fa altro che gettare un'aura dorata sul suo futuro, tanto che il ritardo della sua lettera d'ammissione ( assegnata ad un gufo scarsamente affidabile e poi prontamente rintracciata ) le provoca una crisi di panico che richiederà un ricovero al San Mungo.
Schietta, di carattere aperto, non riesce a stare per più di tanto tempo senza fare una battuta. Socializza con facilità ed è pronta ad aiutare il prossimo nei limiti del possibile. Dedica anima e corpo ai suoi compagni di casa, uno dei motivi per cui è stata nominata prima Prefetto, e ora Caposcuola. Grazie allo studio e ad una mente brillante ottiene ottimi risultati scolastici, in particolare in Trasfigurazioni; nutre una vera e propria adorazione per Albus Silente, d'altronde ricambiata dalla stima del professore. Detesta il Quidditch e non è praticamente in grado di salire su una scopa. Continua ad avere una fervida fantasia e non ha smesso di scrivere; ha un numero imprecisato di taccuini, e ne porta sempre uno con se. Ha lasciato il suo ultimo ragazzo a metà del sesto anno e per ora è single. Ha moltissimi amici, anche se solo pochi possono affermare di conoscerla veramente bene.
Aedan Lywelyn
Primogenito di Lord e Lady Lywelyn , i maghi più famosi della contea Irlandese. Studente modello dalla bellezza eterea si distingue per il suo carisma innegabile [ e per la lunga lista di conquiste nel corso degli anni di studio. ]. Dalla memoria pronta e sempre vigile, denota un curriculum scolastico inappuntabile.Nelle sue vene scorre sangue purissimo che gli permette di predisporre di una attitudine verso la magia innegabile.Quasi irreale.Plateale, ma per niente spaccone, si diverte nel mostrarsi.Vanesio senza dubbio, conquista e stravolge con il suo modo di fare esuberante ma mai fuori posto.Amante del bello e del divertimento, ambizioso e per nulla scontato.Dietro un sorriso si nasconde una creatura difficile da capire per conoscenti comuni, che tiene debitamente alla larga dal suo privato.Sottile e meticoloso nelle considerazioni personali, fa gruppo con pochi ragazzi a scuola, che però considera sicuramente gente fidata.Tra queste persone, strano a dirsi per le attitudini generali, fa coppia fissa con la sorella minore, Scarlett, anche lei studentessa di Hogwarts.Legati da un rapporto particolare, Scarlett è la sola che riesca a capirlo anche da uno sguardo.Silenzioso, valuta bene ogni mossa.La sua mente sveglia, straordinariamente incline nel prevedere le mosse altrui, lo fa risultare, senza dubbio un mago da cui è meglio guardarsi bene.Pronto a tutto pur di raggiungere i suoi obiettivi.Dall’aspetto forte e deciso, trae in inganno per i suoi modi di fare a volte teatrali.Gli eccessi della sua personalità, però, conducono ad una trappola, non facendo sospettare affatto la straordinaria pericolosità che può raggiungere, se provocato.
Sophie Davies
Frequenta il quinto anno nella Casa di Corvonero. Nata da madre strega e padre babbano nella cittadina di Harwich(est dell’inghilterra), Sophie rientra nella schiera dei cosiddetti ‘mezzosangue’, ma non nasconde per nulla le sue origini, anzi, ne va fiera. Ha un’intelligenza spiccata che ha ereditato dal padre e una certa spigliatezza(che mostra solo quando ne ha voglia), che è eredità materna. Adora ascoltare e guardare le persone con attenzione, cercando di coglierne ogni piccola sfumatura. Ha un fratello più grande, Randal, al quale mira come modello e col quale ha un buon rapporto di amicizia e di stima; proprio per la sua influenza, Sophie appare più grande della sua età. Non ha particolari difficoltà a crearsi nuove amicizie, ma sono davvero pochi quelli che possono definirsi suoi ‘amici’ nel vero senso della parola; in particolare è legata a Elodie Baudelaire, al suo stesso anno, ma smistata in una casa differente e ha un migliore amico, Henry Hallward . Persona simpatica e sincera. Nonostante non sia una ragazza superficiale, adora vestiti di ogni genere e si diverte a creare nuove mode o provare nuovi abbinamenti. C’è un’altra cosa che Sophie ama fare sin dalla tenera età, e quella cosa è cantare: canta sotto la doccia, canticchia nei corridoi, canta quando è triste o quando è felice; insomma la sua vita è il canto e cantare è la cosa che la rende più felice e la fa sentire accettata in una scuola in cui non è sempre facile sentirsi ‘diversi’.
Leen 'Ute' Neumann
Tedesca dal sangue puro; la sua famiglia è composta esclusivamente da maghi da generazioni e generazioni, ha un albero genealogico che sembra non finire mai. Questo, l'ha aiutata ad ambientarsi per bene a Durmstrang - scuola nella quale ha passato i primi sei anni scolastici prima di essere spedita ad Hogwarts. Ancora non si capacita di come, i genitori, abbiano potuto fare una cosa simile: ha dovuto abbandonare fidanzato, amici e studi e senza nemmeno poter aspettare ancora qualche mese - prima della fine dei corsi, per lo meno. Questo ha reso il suo trasferimento difficile e a suo dire, la decisione oramai presa è ingiusta e sconsiderata.
Lei è quella che, forse per la troppa incoscienza, forse per la connaturata caparbietà che molti le attribuiscono, è convinta ad andare sempre fino in fondo, senza fermarsi neanche a costo di rischi inutili, sebbene neanche una volta abbia smesso di fingersi più forte di quello che è in realtà, ripugnando in quasi ogni circostanza le lacrime. Sicura, tuttavia: nel complesso è socievole, pacata quanto serve. Tende ad essere schieta, se colta in imbarazzo permalosa e acidella. Sa, però, essere di una fragilità e di un'ingenuità disarmante, spesso, per indole caotica e tragicamente sregolata. Bionda, i suoi occhi sono caratterizzati da bicromia oculare ( destro azzurro, sinistro verde ) ma è un particolare che spesso nasconde, tramite una lente colorata. Una naturale predilizione per incantesimi e pozioni, un rinomato fenomeno nei duelli.
morsmordre
Morsmordre è un Gioco di Blog ambientato nella scuola di Magia e Stregoneria di Hogwarts, nel periodo di frequentazione di Tom Riddle.
E' durante gli anni scolastici vissuti a Hogwarts che a Tom Riddle sale un amaro disprezzo verso coloro che hanno "sangue impuro". In questi anni Tom inizia a reclutare persone che, come lui, sostengano tali ideali. Si vengono così a fondare dei Club segreti - oltre a quelli tipici scolastici-, più o meno rilevanti, Pro e contro questi ideali.
Con la creazione di questi club, gli studenti più fermi nelle proprie idee prendono posizione e, nascono dei forti dissapori tra i vari schieramenti che non si limitano più a semplici antipatie, alle volte finiscono in veri e propri scontri.
11.05.08: rimossa DOROTHY dai pg attivi. 18.04.08: aggiunte DAISY e LEEN ai pg attivi. eliminato KLAUS e spostato in png. 16.04.08: eliminata OPAL dai pg attivi 14.04.08: aggiunta ANNABEL a grifondoro
{ ... }
05.03.08: Aggiunto il PG di Dorothy della casata tassorosso 02.03.08: Aggiunto il PG di Liz della casata grifondoro 10.02.08: Aggiunto il PG di Scarlett della casata serpeverde 30.01.08: Aggiunto il PG di Eugene della casata tassorosso 26.01.08: Aggiunto il PG di Rah della casata tassorosso 24.01.08: Aggiunto il PG di Carlisle della casata tassorosso 18.01.08: Spostati i PG di Eveline, Matt e Beth tra i png 01.01.08: Aggiunto il PG di Alexa della casata tassorosso 30.12.07: Spostato il pg Laura Stevens in png sotto richiesta della burattinaia. 15.12.07: Aggiunto il PG Julia Versten della casata grifondoro 21.11.07: Aggiunto il PG Georgiana Harrington della casata corvonero 21.11.07: Aggiunto il PG Blaine Huznestov della casata corvonero 18.11.07: Aggiunto il PG Noir Varesco della casata grifondoro 11.11.07: Aggiunto il PG Margot Zoe Leroi della casata grifondoro 28.10.07: Aggiunto il PG Laura Stevens della casata corvonero 13.10.07: Aggiunto il PG Jasper Lewis della casata serpeverde 09.10.07: Aggiunto il PG Jillian McKanzie della casata corvonero 28.09.07: Aggiunto il PG Audrey Salinger della casata corvonero 15.09.07: C'è il ballo di apertura! Aggiunti i PG Elizabeth Hale e Matthew Warren 31.08.07: Aggiornate le regole. Domani parte il gioco! 04.08.07: Aggiunto il membro Violet Traviston, chiuse le iscrizioni a serpeverde 17.07.07: Aggiunto il membro Elliot Clark 16.07.07: Blog Aperto 15.07.07: Creazione blog
Per iscrivervi al GDB non dovete far altro che mandare una mail a:
morsmordre.gdb@hotmail.it
Con i seguenti dati:
- Nome
- Età
- Indirizzo e-mail
- Nome del personaggio
- Casa del personaggio
- Breve storia del personaggio
- Username con il quale vi siete registrati su Splinder
- Due immagini del vostro personaggio
- Che cosa mangio?
regole
Per partecipare c'è bisogno della registrazione a splinder.com
Dopo aver fatto la richiesta di iscrizione siete pregati di postare entro una settimana per il primo post. Se avete problemi comunicatecelo.
Non ci possono essere nè nomi di pg/png uguali, nè uguali attori/attrici. Ricordate? Fantasia e creatività!
Dopo un certo periodo di BUONA frequenza, potrete chiedere alle amministratrici se potrete interpretare un nuovo pg. Decideremo se sarà possibile. SE otterrete il permesso, dovrete essere in grado di gestire tutti i pg; se vi accorgete di non riuscirci, avvisateci e noi provvederemo ad inserire il personaggio nei png. Nessun rancore.
Questo è un gioco di blog che contiene personaggi inventati o appartenenti alla saga di Harry Potter. Ogni riferimento a cose o a persone realmente esistenti è puramente casuale.
Il gdb è liberamente isipirato alla saga di Harry Potter di J.K.Rowling.
Il blog non è una testata giornalistica in quanto non è aggiornato periodicamente. Le immagini postate sono reperite nel web e le proprietarie del blog non se ne assumono la proprietà, se non specificato.