31/07/2008
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Infermeria.
E’ questione di giorni, ha detto la Mound quando ho riaperto gli occhi.
Tra un paio di giorni te ne potrai andare, te lo assicuro.
Sette giorni dopo, sono ancora qui.
Inchiodato a questo stupido letto, in questa stupida stanza. Non è rimasto più nessuno, hanno mandato via persino la Traviston e lei si che era ridotta male! Sebastian pare sia l’unico che, pur essendo stato ferito da Doholov, è riuscito a sfuggire alle cure della nostra amata infermiera.
Jules dorme, la maggior parte del tempo, e quando apre gli occhi è completamente assorbita dalla presenza di Aedan. Chi l’avrebbe mai detto, poi, che il cuore della nostra regina dei ghiacci sarebbe stato sciolto proprio dal principe del gelo.
Mi rigiro su un fianco, sbuffando, e mi ritrovo ad affondare il viso in un gigantesco mazzo di fiori che pare galleggiare a mezz’aria. Mi ritraggo, di scatto, starnutendo.
«Ma che diamine..»
«Scusa» trilla una vocina sottile e incredibilmente acuta «Scusami non volevo!»
Guardo meglio il mazzo: non sta effettivamente volando, ci sono un paio di bambine che sbucano di sotto. Che Eugene si sia dato dalla Trasfigurazione di qualche piccina del primo anno?
«Non fa niente» rispondo in automatico, sentendomi non poco idiota nel parlare a un mazzo di fiori.
«Non volevo, lo giuro!» mi assicura la vocina, incrinandosi pericolosamente e sfiorando il panico assoluto.
«Davvero, non importa» la rassicuro.
Silenzio. Imbarazzante silenzio. Mi schiarisco la voce, prima di riprendere.
«Posso fare qualcosa per te?»
Il mazzo-mutante sbuffa, sollevandosi in punta di piedi, per poi scindersi in due: i fiori si posano sul comodino ricoperto di libri e biscotti, le gambe si ricongiungono al busto di una minuscola ragazzina dai capelli biondi ed enormi occhi azzurri che identifico come Emily, la Presidentessa del mio Fan-Club.
«Sono.. sono per te» balbetta, torturandosi le dita.
«Emily» le sorrido, facendola avvampare all’istante «Che pensiero gentile, non dovevi disturbarti..»
«Non sono solo da parte mia» precisa, compita «Sono da parte di tutto il tuo fan-club, che ho l’immenso onore di presiedere» recita, gonfiando il petto d’orgoglio. Fa tenerezza, questo scricciolino.
«E li hai portati tutti da sola?» le chiedo, educatamente. Scuote il capo.
«Sono venuta con Hannah e Lucy, loro..»
«Sono qui fuori, non è vero?»
Annuisce, in attesa. Mi sa che non ho proprio scelta.
«Hannah, Lucy» le chiamo, stampandomi in faccia il migliore dei sorrisi.
Due testoline, una rossa e una corvina, fanno capolino. Le due piccole arrossiscono, trotterellando verso la loro socia con un gran sorriso stampato in faccia. Si guardano, confabulando sotto voce, per poi spintonare la loro capa verso di me. Questa, riluttante, si schiarisce la voce.
«Volevamo sapere…» inizia «Come stai?»
Sarà un lungo, lungo, lunghissimo pomeriggio.

***

Presidenza –qualche giorno dopo.
Il volto di Dippet è pallido e scavato, segnato da profonde occhiaie violacee. Non devono esser state settimane facili per lui, giustificare al Ministero del perché molte delle personalità più influenti del mondo magico siano state convocate a scuola per rispondere della condotta dei loro pargoli d’oro. Ho intravisto la nonna di Jillian, dalle finestre dell’Infermeria, e il padre di Audrey mentre se ne andava, impassibile e glaciale come pochi altri. Milo mi ha riferito di Lywelyn Senior e della sua aria altera, mentre pare che assieme ai Norwood sia arrivata un ingente quantità di galeoni d’oro zecchino, appena prelevati dalla Gringott.
Quello che mi stupisce, però, è Riddle. Nessuno ha fatto il suo nome, nessuno l’ha visto, nessuno ha detto nulla. Si sta preparando per i M.A.G.O. come se nulla fosse, rinchiuso o nel Reparto Proibito della Biblioteca o nella Sala Comune di Serpeverde.
Il Preside si toglie gli occhialini rotondi, massaggiandosi le tempie, prima di tornare a guardare il viso pacato di mio padre. Siamo gli ultimi in assoluto, a transitare al suo cospetto.
«Signor Hunnam» riprende a parlare, stancamente «Io non so davvero cosa pensare. Una cosa del genere da Carlisle non me la sarei mai aspettata.»
«Nemmeno io» commenta mio padre, rifilandomi un’occhiataccia.
«Uno studente così brillante, un ragazzo così tranquillo» scuote il capo «Non è ammissibile, non è ammissibile»
«Preside Dippet, non sia così drammatico» intercede mia madre, allontanandosi dalla finestra per venire alle mie spalle e posarvi sopra le mani «Sono ragazzi, è normale che facciano qualche bravata!»
«Signora Hunnam, lanciare caccabombe è una bravata. Stregare le scope di Patricia è una bravata.» chiude gli occhi, di nuovo, per poi riaprirli e posarli su di me. Sento il rimprovero e la delusione scivolarmi addosso, macigni che vanno ad aggiungersi ai pesi che già porto «Una zuffa tra studenti, alcuni dei quali feriti gravemente, non è un bravata»
Sento mio padre inspirare a fondo, inquieto, ma non ho il coraggio di guardarlo. Qualcosa mi dice che non troverei un sorriso a curvargli le labbra, quanto una smorfia.
«Preside Dippet» scandisce, lentamente, sporgendosi leggermente in avanti «Cosa sta cercando di dirci? Che nostro figlio non potrà sostenere gli esami e dovrà ripetere l’anno perché si è sentito in dovere di difendere la sua ragazza? E’ questo che sta dicendo? Che verrà punito per aiutare una persona a cui vuole bene?»
Dippet si ritrae, leggermente spiazzato, e io guardo mio padre sorpreso: sa perfettamente cosa è successo nella Foresta, glielo ho detto chiaro e tondo prima di entrare in questa stanza. Eppure mi difende. Trattengo un sorriso, mentre mia madre interviene.
«Come ha detto lei, Carlisle è sempre stato uno studente modello, un bravo ragazzo. Non ha mai dato problemi. Tenga conto anche di questo, la prego: non pregiudichi il suo futuro per quello che è stato un atto di altruismo. Non è che questo che si insegna in questa scuola? L’amicizia, la lealtà, la correttezza. Avrà anche sbagliato, ad attaccare, ma l’ha fatto per una giusta causa.»
Alzo lo sguardo verso mia madre: la linea elegante del collo, lo sguardo puro e la piega pacata della labbra sono tutto ciò che riesco a scorgere di lei, tra ciocche di fiamme legate in un nodo distratto. Mio padre, lì vicino, guarda fisso davanti a se sfoggiando il mio stesso identico profilo. Le due persone a cui devo la mia esistenza, schierate per difendere il mio immediato futuro. E’ in momenti come questo che mi sento benedetto dal cielo.
«D’accordo, d’accordo» cede alla fine Dippet, dopo un interminabile silenzio «E’ vero. Ma non posso lasciarlo impunito, voglio che sia chiaro. Avrà un richiamo ufficiale, ma potrà prendere parte agli esami di fine anno. Se riuscirà a passarli, l’anno prossimo gli saranno interdette le uscite a Hogsmeade fino alle vacanze di Natale» decreta, con un tono che non ammette repliche.
Avverto la tensione abbandonare mio padre; mia madre si lascia andare in un sorriso, mentre io continuo a fissare il nulla davanti a me. Una volta ancora, sono stato graziato. Eppure, non riesco ad essere felice della mia buona sorte: Audrey e Jillian sono quelle che hanno pagato le conseguenze più care di una lotta clandestina a cui tutti prima o poi giungeranno; sono state le vittime sacrificali sull’altare della giustizia. Se ne andranno. Per sempre.
Una fitta mi stringe il cuore. Ho come la sensazione che non se ne andrà tanto in fretta.
Il cerchio sta iniziando a chiudersi, niente sarà più lo stesso.

***

Stanza delle Necessità –qualche giorno dopo.
«A cosa brindiamo, esattamente?» domando per l’ennesima volta a Milo, che continua a riempirmi un bicchiere dopo l’altro.
«Alla fine» mi risponde allegro e pimpante, gli occhi chiari illuminati dalla scintilla dell’alcol.
«Alla fine?»
«Degli esami, idiota!» mi tira una manata sulla spalle, prima di saltellare via in direzione di un altrettanto sbronza Dinamitarda Worthington.
«Ah» commento, imbambolato, fissando il bicchiere colmo fino all’orlo di Whisky Incendiario sgraffignato in cucina da Damian. Gli esami, già. Come siano andati, non lo so. Non so nemmeno come abbia fatto a rispondere a tutte le domande, quando l’unica cosa a cui riuscivo a pensare era l’imminente fino dell’anno scolastico e l’ancora più imminente separazione da Jillian.
Jillian.
Se ne sta in un angolo, a chiacchierare con Daisy e Annabel, un sorriso stampato sulla faccia ma gli occhi colmi di un dolore che mi strazia il petto. Tutto quello che vorrei, adesso, è mandare a fanculo il mondo, prenderla e portarla via da tutto questo. Georgie mi sfreccia accanto, gorgheggiando felice con un Sebastian ululante avvinghiato attorno alla vita. Una scena al limite del tragicomico. Scolo il liquore tutto d’un fiato, sentendolo scivolare lungo la gola lasciandosi una scia bruciante alle spalle. Con una smorfia, mi affianco ad Eugene nell’esatto istante in cui decide di far sfoggio delle sue notevoli capacità vocali, reclamando silenzio in favore di Julia.
La nostra guida si fa avanti, bella e fragile come non mai, e ci guarda uno ad uno, prima di iniziare a parlare. Milo mi si affianca, con un sorrisetto che non promette nulla di buono e un altro bicchiere stracolmo, che mi piazza in mano. Se domani mattina non sarò in grado di reggermi in piedi, saprò di chi è la colpa.
«La cosa più importante, tuttavia, è che Fidelius continui. Per questo c’è bisogno di una persona che prenda il mio posto.» sta dicendo Julia. I suoi occhi chiari si posano su di me, limpidi e penetranti. Butto giù un altro sorso,
«Io, Georgie e Sebastian ci pensiamo già da un po’. Ed abbiamo deciso che il candidato migliore sarebbe Carlisle Hunnam. Sempre se accetta.»
Il sorso mi va di traverso, ma riesco a non tossire: gli occhi dei presenti sono puntati su di me, in attesa, ma ho improvvisamente perso la capacità di parlare. Io? A capo del Fidelius? Per una frazione di secondo, mi sento irrimediabilmente perso. Ci pensa Georgiana a riportarmi alla realtà.
«Carlisle?» mi chiama dolcemente.
Mi schiarisco la voce. Cosa si fa in una situazione del genere?
«Io… certo che accetto. È un onore che abbiate pensato a me, spero di esserne degno.»
Ci si annega nella banalità, ecco cosa si fa: una frase più idiota non potevo trovarla, questo è certo. Sebastian riprende a ululare, reclamando altro alcol, mentre Julia avanza di un passo.
«Kahlil Gibran una volta scrisse: “La tua ragione e la tua passione sono i remi e le vele della tua anima marinaia. Se uno o l'altro si rompono, puoi buttarti e andare alla deriva, o restare fermo in un punto morto in mezzo al mare. Perché la ragione, se governa da sola, è una forza che ti limita; e la passione, da sola, è una fiamma che brucia fino a distruggersi.”» leva il calice ed urla «A Carlisle!»
I presenti attorno a me ripetono il mio nome, accompagnandolo con espressioni gioiose e grandi risate. Mi ritrovo a sorridere come un ebete, mentre Milo mi salta attorno e Eugene vaga per la stanza tubando come un piccione in calore per non so che astruso motivo. Intravedo Jillian, in un angolo, appoggiata contro la parete che guarda verso di me, con un caldo sorriso sul volto. Di nuovo, la fitta al cuore torna a farmi visita e questa volta non so combattere il mio istinto. Poso il bicchiere ancora pieno su un tavolino e vado verso di lei, senza guardare in faccia nessuno, ignorando tutto e tutti per fermarmi solo quando la mia ombra nasconde la sua figura.
«Ciao» sussurra, accarezzandomi il volto con il respiro.
«Ciao» mormoro a mia volta, guardandola negli occhi. Fa male, fa così dannatamente male. Ma non mi importa.
«Vieni» le dico, stringendole una mano.
«Dove?» domanda, lasciandosi trascinare via.
«Via da qui» rispondo.
Non so nemmeno io, dove sto andando. So solo che voglio stare con lei.


Serra abbandonata –più tardi.
Le dita fredde di Jillian scivolano lungo la mia schiena nuda, mentre la stringo a me e affondo il viso tra i suoi capelli. La notte è calma, attorno a noi; la luce della luna cade liquida sulle foglie lucide delle piante che sono cresciute rigogliose, nel corso degli anni. E’ stata lei a trascinarmi qui, dopo avermi visto attraversare un reticolo di corridoi con lo sguardo vacuo e nessuna idea su dove andare: mi ha stretto forte la mano e mi ha portato via. Quello che doveva essere il suo rapimento, è diventato il mio.
Mi sono accorto che abbiamo lasciato il castello solo quando un soffio d’aria fresca mi ha colpito la faccia, uno schiaffio gelido che mi ha riportato alla realtà. Il prato scorreva sotto i nostri piedi, man mano che correvamo verso la Foresta, solo all’ultimo ha deviato verso le serre, puntando verso una macchia di querce in mezzo alle quali si scorge a malapena una baracca fatiscente. E’ la serra abbandonata, la tana di Jillian.
«Amore» la chiamo piano.
«Mh?» mugola, sollevando appena il volto per guardarmi negli occhi.
E’ così dannatamente bella.
«Baciami»
Posa le labbra sulle mie dapprima con delicatezza, poi con impazienza, inclinando il capo verso la spalla per arrivare più a fondo nella mia bocca, stuzzicandomi fino a strapparmi un bacco gemito di protesta. Mi afferra i capelli, stringendo le ciocche con forza, mentre puntellandosi sulle mie spalle mi sale addosso, sedendosi sul mio ventre e piegandosi in avanti per continuare a baciarmi. Il desiderio ci soffoca, un dolore squisito sulla punta delle dita che cercano di farsi spazio tra i nostri corpi ancora allacciati.
«Carlisle» chiama, debolmente, la fronte aggrottata nello sforzo di non piangere.
«Jillian» rispondo io, sentendo gli occhi pizzicare a mia volta.
Non ci stiamo lasciando. Non ancora, quantomeno, eppure non riesco a fare a meno di trattenere le lacrime.
L’ultima volta che ho pianto è stato quando è morto Angus, il mio vecchio cane. Avevo otto anni e l’impressione che qualcuno mi stesse strappando il cuore dal petto.
«Non voglio andarmene» singhiozza, premendo le labbra contro il mio collo per soffocare la disperazione contro il calore della mia pelle; piccoli sussulti scuotono il suo corpicino magro.
Non so nemmeno cosa dirle. Nemmeno io voglio che se ne vada, ma dubito che dirglielo possa servire a qualcosa. Non è di parole, che ha bisogno adesso. È tutto così maledettamente sbagliato.
«Vengo con te» esclamo d’impulso. Sbatte le palpebre, due grosse lacrime le scivolano lungo le guance e poi precipitano sulle mie. Facendo leva sugli avambracci, mi metto a sedere, senza lasciare che si allontani.
«Vengo con te» ripeto «Lascio Hogwarts, vengo con te»
«Ma..» fa per protestare, ma non le do il tempo di parlare, tappandole la bocca con un bacio quasi violento, stringendole i polsi in una stretta ferrea, senza mai smettere di guardarla. Riconosco il piacere che le annebbia lo sguardo, riconosco la sua determinazione a combatterlo. Si allontana, rabbiosa.
«Cosa stai dicendo?» protesta «Mi fai male»
Ma adesso c’è solo dolcezza nei miei pollici che le accarezzano l’interno dei polsi, provocando violente scariche di brividi che la stordiscono, leggermente.
«Sto dicendo, Jillian McKanzie» scandisco lentamente «Che verrò con te.»
«Ma non puoi» geme, al limite della disperazione «Ci sono troppe cose a cui non puoi sottrarti»
«Non mi importa» la costringo a guardarmi, reprimendo la sensazione di fare qualcosa di incredibilmente crudele e sbagliato. Non voglio pensare, sono stanco di pensare.
«Il Fidelius» boccheggia, dopo un altro bacio.
La consapevolezza mi crolla addosso, come una doccia fredda. Le mani di Jillian crollano inermi, quando lascio andare i suoi polsi affondando il viso nella curva del suo collo. Il dolore si estende, dal cuore aveva raggiunto ogni terminazione nervosa e non lascia scampo; sono in trappola, combattuto tra la mente e il cuore, tra l’istinto e la ragione. Sento l’impellente bisogno di urlare
Poi, una carezza.
«Amore» mi chiama piano Jillian «Non fare così. Andrà tutto bene, vedrai»
Stringendomi il viso tra le mani, mi bacia la fronte.
«Andrà tutto bene» ripete dolcemente, scendendo al naso e poi alle labbra.
«Andrà tutto bene» cantilena ancora, nella mia bocca, per l’ultima volta. Lottiamo con irruenza, stringendoci e allontanandoci con la disperazione di due condannati a morte, intrappolati in una danza di sospiri e gemiti che gira veloce, vorticosa, risalendo una lenta spirale di piacere.
Da qualche parte sul lago, un timido raggio di sole fa capolino all’orizzonte.
«Vorrei poter fare di più» sussurro contro le sue labbra, stringendole forte mentre scivola su di me. Io dentro di lei, lei dentro di me, non esiste altro al di fuori di quello che siamo.
«Vorrei che tu capissi quanto già stai facendo» replica lei, con il fiato corto, prima che un nuovo sole annulli ogni volontà e ogni raziocinio, esplodendo in un mare di luce.

***

Torre di Tassorosso, stanza di Carlisle, Eugene e Milo –qualche giorno dopo.
Non ho nessuna voglia di preparare la valigia. Eugene ha appena chiuso per la seconda volta il suo, dopo avermi coinvolto in quella che probabilmente è stata l’ultima rissa dell’anno scolastico.
Milo continua ad imprecare, osservando il suo impeccabile riflesso nello specchio accanto al suo letto, scrutando con attenzione il taglio che gli sfregia la guancia destra.
«Cazzone che non sei altro» brontola verso di me «Rimarrò sfregiato a vita!»
Sbuffo.
«Non essere idiota, se aspetti che trovo di nuovo la bacchetta te lo sistemo»
«Fossi in te andrei dalla Mound, nello stato in cui si trova non è nelle condizioni di praticare alcun incantesimo, sarebbe più sicuro se te lo mettessi a posto io» commenta Eugene, sarcastico. E’ rosso come un peperone, mentre si ostina a sollevare il baule per rimetterlo ai piedi del suo letto.
«Forse hai ragione» commento dopo qualche attimo, senza cogliere la provocazione. I miei due amici si scambiano un’occhiata preoccupata, prima di venire a sedersi sul mio letto guardandomi, con l’espressione più seria che abbia mai visto sulle loro facce stampata addosso.
«Carl, vecchio mio» inizia Milo «Cosa sta succedendo?»
«Niente» scrollo le spalle, mentendo. Ma se c’è una cosa che dovrei sapere, è che non si può mentire a un membro del trio, dopo tanti anni assieme viviamo in una sorta di inquietantissima simbiosi.
«Balle» ringhia Eugene, che se fosse un po’ più piccolo potrebbe sembrare un angelo custode appollaiato sul mio letto. Ora come ora, sembrano due giganteschi avvoltoi che incombono su di me.
«Senti, io capisco che Jillian il prossimo anno se ne andrà, che non vi vedrete più ogni giorno e che non potrete più fare le vostre porcellane nei posti più impensati, ma questo non vuol dire che sia la fine» cerca di consolarmi il moro.
Mi rigiro su un fianco, sentendo la solita fitta tornare a farmi visita. Succede così, ogni volta che penso a lei. Se poi è un momento particolarmente triste, può addirittura capitare che mi metta a piangere.
«E invece si» confesso alla fine, senza riuscire a guardarli in faccia.
«Cosa intendi dire?» Eugene rizza le orecchie, sospettoso «La principessa delle fate ti ha lasciato?»
«Ma allora vuol dire che non è vero che ieri notte vi hanno beccati nell’aula di incantesimi a ballare il mambo!» si lascia scappare Milo, sconvolto, lasciando che il Tassorosso che è in lui abbia il sopravvento.
«Non mi ha lasciato» mi affretto a rispondere «Però lo farà»
«Perché dovrebbe?» riprende il moro.
«Perché» inspiro a fondo, pregando che la voce non mi tremi «Nessuno dei due crede nelle storie a distanza. Troppo dolore, troppe complicazioni..»
Non ho voglia di spiegare loro perché entro la fine dell’estate lascerò la ragazza che più ho amato in tutta la vita. Non ho voglia nemmeno di pensarci. Colpisco il cuscino con un pugno, stringendo forte le labbra per non piangere. Eugene mi posa una mano sulla spalla, facendomi sussultare.
«Carl..» mi scuote, leggermente «Non fare così»
«E cosa cazzo dovrei fare?» sbotto, sollevandomi a sedere di scatto «Lei se ne andrà e io non sono capace di fare altro che starmene tutto il giorno a pensare a quanto sarà orribile l’anno prossimo e…» mi mordo il pugno, sentendo le lacrime addensarsi negli occhi.
Nella stanza è calato il silenzio, interrotto di tanto in tanto dal morbido fruscio di una pergamena spostata dalla calda brezza estiva.
«Non la voglio perdere» mi lascio sfuggire, mandando definitivamente a fanculo ogni traccia di dignità e orgoglio «Non la voglio perdere, dannazio, ma la perderò»
Eugene abbassa lo sguardo, senza commentare; Milo mi posa una mano sulla spalla.
Non c’è più niente da dire.

***

Espresso per Hogwarts –31 giugnio 1944.
E’ una bella giornata di sole, oggi.
Strascichi di nuvole bianche corrono lontane nel cielo, alle spalle del castello che, piano piano, sparisce dietro la prima curva; mi lascio andare ad un sospiro, appoggiandomi allo schienale.
«Starai mai ferma un attimo, Jill?» sospira Isabel che, dopo averci imbottito con un quantitativo di biscotti che avrebbe sfamato un reggimento, se ne sta allegramente distesa addosso a Eugene, godendosi quelli che sembrano grattini dietro le orecchie. La mia ragazza non risponde, continuando ad armeggiare con la bacchetta attorno al cestino di vimini dove, acciambellata su se stessa, Chipie dorme della grossa. Lo so cosa sta facendo. Lavora per non pensare, si concentra sulla magia per non ricordare che è l’ultima volta che saremo tutti assieme su questo treno, nello stesso scompartimento.
Sospiro, alzandomi in piedi e sollevandola con la forza, per farla sedere accanto a me.
«Ma che fai!» protesta svogliatamente, lasciandosi abbracciare e strappare un bacio «Se Chipie mi scappa poi ti picchio!» ma ride, nel dirlo, e Milo coglie subito l’occasione.
«Oh si, Jillian, ti prego! E mi raccomando chiamami, non voglio perdermi lo spettacolo per nulla al mondo!»
«Si, come no» roteo gli occhi «Non saresti capace di sfiorarmi nemmeno con un fiore» la punzecchio, pizzicandole i fianchi e dandole un altro bacio.
Lei gonfia le guance, scansandosi e incrociando le braccia al petto.
«Uffa come sei noioso» protesta. Audrey ride, Eugene abbozza un ghigno.
«Non sai quanto» si lamenta Milo, teatrale «Dovresti sentirlo quando parla nel sonno, poi! Riesce ad essere noioso pure li.»
Risata generale. Fuori dal finestrino la campagna inglese è un quadro sempre uguale, costellato di minuscoli paesini, strade sterrate e campi aridi: la misera della guerra babbana non ha risparmiato nessuno, nemmeno il paesaggio. Non oso immaginare come sarà Londra, quando ci arriveremo.
Distrutta, sfibrata, senza fiato.
Reduce, un po’ come noi.
Guardo i visi delle persone che ho attorno, persone con cui ho condiviso gioie e dolori, persone che ho imparato ad apprezzare, a stimare, a rispettare, ad amare. Quelli che all’inizio dell’anno erano solo nomi sentiti di tanto in tanto lungo i corridoi, protagonisti dei pettegolezzi durante le cene d’inizio anno al tavolo della mia casa.
Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti.
La mia vita è cambiata, quest’anno, in una maniera così radicale che solo il pensarci mi toglie il respiro.
«Mh?» Jill si scuote, quando con delicatezza la sollevo e la appoggio contro lo schienale, per alzarmi in piedi.
«A prendere una boccata d’aria» sorrido «Torno subito»
Annuisce, intontita dal brusco risveglio, e torna a girarsi sull’altro fianco. Scavalco un baule coperto da una scacchiera, interrompendo la partita tra Audrey e Milo, e scivolo fuori, nel corridoio.
Il sole sta iniziando a scendere, non deve mancare molto all’arrivo. È strano come, di anno in anno, il viaggio di ritorno sembri accorciarsi sempre più.
Mi strofino la faccia, appiattendomi contro la parete per far passare un paio di Grifondoro del secondo, per poi tornare a risalire il treno verso i vagoni dei Caposcuola. Ci sono persone che devo salutare, prima di scendere.
«Hunnam, quale onore!» la voce strascicata di Jasper Lewis mi sorprende fermo davanti al loro scompartimento. Ma proprio qui dovevo incontrare ragazzine indemoniate che corrono lungo il treno? «Cosa ti porta, in questa parte di treno? Il posto per i traditori è in coda, assieme ai tuoi sudici amici» sibila ghignante, una sigaretta abbandonata tra le labbra.
«Quanto meno l’aria lì è respirabile» scrollo le spalle, con noncuranza «Non c’è tanfo di Serpeverde»
Aspira un’ultima boccata di fumo, prima di lanciare la sigaretta fuori dal finestrino aperto. Una sigaretta sostanzialmente appena accesa.
«Come sei velenoso, Hunnam» scuote il capo «Finirai con l’uccidere la tua bella, con tutto questo veleno»
«E’ sopravvissuta a te, cosa potrebbe esserci di peggio?» ribatto, trattenendo l’irritazione. Un conto è insultare me, un conto è tirare in ballo Jillian.
«Su questo puoi scommetterci» mi si avvicina di un passo «Se l’avessi conosciuta un po’ meglio e non ci fossi stato tu, probabilmente il suo bel visino non sarebbe così spesso sorridente. Anche se, a dire il vero, non è che sorrida poi molto adesso. Ho saputo che se ne va, con la sua amica boccolosa»
Mi irrigidisco appena, ma lui prosegue, imperterrito.
«Un vero peccato» abbassa lo sguardo, per un attimo, dandomi quasi l’impressione che sia dispiaciuto «Davvero un grandissimo peccato»
Abbasso lo sguardo a mia volta, faccio per replicare, ma quando torno a guardarlo il solito ghigno irriverente è tornato a far capolino, curvandogli le labbra. L’attimo è passato. Forse non c’è neppure mai stato, chi lo sa.
«Il fatto che la tua fatina dei ghiacci se ne vada non cambia le cose tra noi, Hunnam» mi ammonisce. Inarco le sopracciglia, perplesso.
«Lewis, mi spiace smontare le tue speranze, ma gli uomini proprio non mi piacciono» sollevo le spalle, con aria dispiaciuta, e lo oltrepasso «Vedrai che un giorno Norwood capirà il tuo immenso valore e scorgerà la tua bellezza interiore, coronando il tuo sogno d’amore. Non perdere le speranze, l’estate è ancora lunga»
«Hunnam, mi spezzi il cuore » recita compito «Eppure lo sai che nella mia vita c’è posto solo per te»
Agito una mano in aria, senza neppure guardarlo. So già che sta sghignazzando apertamente.
«Buone vacanze, Lewis»
«Ne riparliamo a settembre, Hunnam»
Oh si. Come no.
Non vedo l’ora.

King’s Cross, binario 9 e ¾  –tempo dopo.
La folla che si accalca su questa striscia accanto al binario mi lascia sempre senza parole. Se non fosse per gli incantesimi del Ministero che lo hanno allargato, sarebbe impossibile persino respirare, qui in mezzo.
Un piccola tigre dorata preme contro il palmo della mia mano destra, una sottile catenina è attorcigliata attorno alle dita: Julia si allontana danzando verso il suo futuro, dopo avermi consegnato il mio nelle mani. E’ strano, un oggettino così piccino con un significato così grande, così pesante.
Inspiro a fondo, infilandolo nella tasca dei pantaloni nell’esatto istante in cui Eugene mi sfreccia accanto, trascinato da Isabel, sillabando una silenzio richiesta d’aiuto.
«Ci sarà da ridere» commenta Milo, comparendo alle mie spalle con un’aria particolarmente pallida.
«Che ti è successo?» domando, recuperando un carrello su cui faccio levitare il mio baule e quello di Jillian.
«Opal» borbotta, agitando una mano in aria «Un povero disgraziato si è visto il giornale esplodere in faccia»
«Bei ricordi» sospiro, prima di sghignazzare. La fobia dell’esplosione è ormai radicata in Milo al punto che solo nominarla lo fa rabbrividire.
«Mi permetto di dissentire sul “belli”» sibila, seguendomi attraverso la ressa. Il suo baule, come ogni anno, è stato puntualmente recuperato dall’elfo domestico di famiglia, l’elfo più grasso che abbia mai visto in tutta la mia vita, tra parentesi.
«Non puoi negare che molti lo siano, però»
Scrolla le spalle, prima di fermarsi.
«Fatti sentire» mi intima «Non voglio svegliarmi una mattina e trovare il tuo necrologio in prima pagina, sulla Gazzetta del Profeta»
«Grazie, Milo, sei veramente un amico» roteo gli occhi, sbuffando.
«Guarda che dico sul serio» riprende «Non farti problemi»
Annuisco, senza aggiungere altro. Il moro mi scruta, con attenzione, prima di sorridere e tirarmi la solita manata sulla schiena.
«E canta che ti passa!» mi urla pimpante, allontanandosi verso la barriera che lo catapulterà nel mondo babbano. Non posso fare a meno di ridere, mentre raggiungo Jillian e sua nonna, che aspettano pazienti.
Audrey saltella via, al mio arrivo, distribuendo baci e saluti, ma non ho occhi che per la mia Corvonero. Mi sorride, quando le stringo la mano, e assieme ci avviamo verso la barriera attraverso cui poco fa è passato Milo.
Non dice niente, guarda fisso davanti a sé e mi ritrovo a pensare che un anno fa non avrei mai neppure immaginato di vivere quello che ho vissuto accanto a una ragazza speciale come lei.
Le sue dita si stringono attorno alle mie, che ricambiano le stretta.
Speravo di non doverla lasciare mai, questa mano.
Il futuro pesa sulle mie spalle, ma un presente luminoso mi abbraccia e mentre ci addentriamo nelle macerie di una irriconoscibile Londra babbana, alzo lo sguardo al cielo: limpido, senza più nemmeno una nuvola, si allunga infinito su un orizzonte costellato di scheletri di ferro e cemento; ma è solo un attimo perché poi Diagon Alley e i suoi colori festosi sono davanti a noi.
Inspiro a fondo, riempiendomi i polmoni fino a scoppiare.
Benvenuta, estate.













18/07/2008
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Foresta Proibita.
Tutto quello che sento, adesso, è il mio respiro affannato.
Fino a trenta secondi fa facevo fatica a distinguere una voce dall’altra, e adesso sono persa in un oceano di silenzio. E’ quasi soffocante, sembra che le ombre si siano alzate dal terreno, gonfiandosi e dilatandosi fino ad inglobare qualsiasi cosa attorno a loro.
Mi faccio strada, affidandomi alla bacchetta che indica costantemente il nord, attraverso una fitta selva di biancospini che mi graffiano le gambe nude, strappando la seta non più immacolata dell’abito.
Se ne esco viva, la nonna mi ucciderà.
E se non lo farà lei, ci penserà la mamma.
Sento gli occhi bruciarmi, mentre mi arrampico oltre un masso che mi sbarra la strada. Ma chi me l’ha fatto fare? Voglio dire, sono una persona pacifica, io. Non ho mai dato problemi a nessuno, sono sempre stata una brava ragazza, studentessa brillante, figlia modello. Cosa ci faccio nel cuore della Foresta Proibita, senza avere la più pallida idea di come uscirne?
Il panico mi monta dentro, mentre un crack sordo alle mie spalle mi fa strillare per la paura. Mi rannicchio alle spalle della roccia, facendomi piccola piccola. Non è questo il momento di farsi prendere dal panico. Decisamente non è questo. Respiro a fondo, cercando di tranquillizzarmi.
La voce della nonna mi rimbomba nelle orecchie, stridula e irritata.
«Sei una McKanzie, per Diana! Non una mammalucca qualunque. Sei figlia di generazioni di grandi streghe e duellanti formidabili, non sarà certo un ammasso di alberi a fermarti!»
No, certo che no. Gli alberi forse non mi fermeranno, ma le creature che nascondo forse si!
Ma nessuno ribatte, questa volta, la voce si è spenta. Vorrei bene vedere.
Mi rialzo in piedi, scacciando l’ipotesi di essere impazzita completamente per aver accarezzato l’idea di parlare a una voce nella mia testa e stringo forte la bacchetta. Certo, se il mio fantastico albero genealogico potesse in questo momento accorrere il mio aiuto, non mi offenderei di certo.
Il crack si ripete, questa volta più deciso.
Trattengo il respiro, evocando silenziosamente un incantesimo di protezione che possa riflettere qualsiasi attacco magico e non. La magia brilla fioca, una sfera azzurrina che mi avvolge in un abbraccio confortante. Ma c’è ben poco di cui confortarsi, perché il crack si è trasformato in un leggero ansimare dietro il masso, in passi affannosi e frusciar di stoffa. Ho il cinquanta percento delle possibilità che sia un membro del Fidelius e altrettante che non lo sia. Posso aspettare che mi sorprenda qui, a tremare come un cucciolo spaventato, o recuperare tutto il coraggio che ho perso nel giro di un istante, quando un branco di centauri mi ha quasi ridotta a marmellata sbucando fuori dal nulla. Inspiro a fondo, facendo appello a tutta la forza che mi è rimasta per inginocchiarmi e sbirciare oltre la roccia: non vedo nulla, a parte una sagoma che si avventura furtiva tra i rovi dei biancospini. Un raggio di luna illumina una gonna color cipria e un boccolo biondo.
Il sollievo mi invade a ondate, mentre mi rialzo.
«Audrey» la chiamo, piano, per non spaventarla. La barriera si dissolve, dolcemente, non trovando più ragione d’esistere.
«Jill!» sobbalza lei. E’ pallida, un po’ sbattuta, ma sembra star bene. Per lo meno si regge ancora sulle gambe e non mi sembra ci siamo ustioni, bolle o piaghe. Mi avvicino a lei, stando attenta a non fare troppo rumore, e le getto le braccia al collo. Sorpresa, ricambia brevemente la stretta, prima di scostarsi, continuando a tenere le mie mani.
«Hai visto qualcuno?» chiede, nervosa, gettando continue occhiate alle sue spalle «Carlisle, Georgiana?»
Scuoto il capo, lo stomaco chiuso dalla paura.
«Nessuno. Stavo inseguendo la Traviston quando i centuari sono arrivati. Non ho più visto nessuno, da allora, sono scappati tutti» rabbrividisco all’idea. Lei annuisce brevemente.
«Tanto meglio» commenta, pragmatica «Con un po’ di fortuna ci hanno liberato la strada da eventuali professori e ficcanaso. Vieni, c’è bisogno d’aiuto»
Senza aggiungere altro, mi guida tra gli alberi senza lasciar andare la mano. Non consulta la bacchetta, non cammina alla cieca. Stiamo andando in un punto ben preciso. Da qualcuno.
Con un nodo in gola la seguo, stringendo forte la bacchetta e la sua mano, fino ad una radura isolata, costeggiata da un piccolo rigagnolo d’acqua accanto al quale giace Julia, immobile.
«E’ solo schiantata» mi precede il mio biondo angelo custode, mentre Sebastian sbuca da dietro un cespuglio, zoppicando vistosamente. Ci lancia un’occhiata sollevata, il volto esangue illuminato dalla scarsa luce. Un taglio gli corre lungo lo zigomo destro, ma non sembra sanguinare. Lascio la mano di Audrey, correndogli incontro.
«Fermo, non ti muovere» gli intimo «Fammi dare un’occhiata»
«Da quando in qua sei Medimago?» domanda stancamente, sedendosi con la schiena contro la corteccia di un albero.
«Devo ricordarti chi sono i miei genitori?» ribatto sottovoce, controllando il taglio per poi passare alla gamba «Però hai ragione, non sono un Medimago. Per questa non posso fare nulla, dovrai fare un salto in Infermeria. Lei come sta?»
«Si rimetterà» interviene Audrey «Sperando sia solo stata schiantata e non ci sia altro. Domani avrà un gran mal di testa, ecco tutto. Ora però dobbiamo portarla via da qui»
Si, ma come?

***

Infermeria.
Il viso della Mound è indecifrabile.
E’ china su Julia, che ora è stesa su un lettino, i capelli scuri sparsi attorno al volto pallido come un’aureola corvina, e la sta esaminando in silenzio. E’ palese che non è l’unica paziente che ha avuto nel corso della notte, miliardi di piccole rughe preoccupate le increspano la fronte, solitamente liscia e spianata; più di una brandina è nascosta da divisori accuratamente tirati, ma non si sente volare una mosca. La luce che illumina lo stanzone è fredda, metallica, tipica delle ore che precedono l’alba. L’aria non è fredda, ma continuo a tremare come se fossi rimasta per ore sotto la neve, è quasi imbarazzante, sento i miei denti battere violentemente al punto che persino la Mound si volta a scrutarmi, pensierosa. Mi punta un fascio di luce negli occhi, per poi decretare.
«E’ lo shock» si interrompe, spostando lo sguardo da alla mia amica «Non so cosa sia successo, stanotte, e non lo voglio nemmeno sapere, ma avete rischiato grosso. Se Armando sapesse cosa combinano i suoi studenti…» scuote il capo, sospirando. Nessuna di noi due osa respirare, mentre torna ad esaminarmi la faccia.
«Via, voi due state bene» indica me e Audrey, con un gesto stanco «Andate alla Torre e restateci, una bella dormita e domani starete di nuovo bene»
Non replichiamo, limitandoci a spostare contemporaneamente lo sguardo su Julia.
«Starà bene. Sarà nei guai, ma starà bene» fa schioccare la lingua contro il palato, spingendoci via. L’ultima cosa che riesco a vedere, prima che la porta si chiuda alle nostre spalle, è la chioma rossa dell’Infermiera che ci ha regalato la possibilità di scampare alle ire di Dippet e dei nostri genitori.

***

Ma ci pensa qualcun altro a bruciare la nostra chance, quando svoltiamo l’angolo per arrivare alle scale che portano alla Torre. La scuola è immobile, soffocata da una cappa di silenzio opprimente che non permette nemmeno al fioco russare dei quadri di scalfirne la superficie. Forse hanno incantato i saloni. Forse è solo lo shock che mi rende sorda, perché quando Martine Lewis ci compare davanti, in tutto il suo malvagio splendore, mi rendo conto che indossa ancora i tacchi vertiginosi che aveva al ballo e io non ho sentito nemmeno il più debole ticchettio. Mi sfugge un leggero gemito, Audrey singhiozza. La Lewis sorride dolcemente, gli occhi chiarissimi illuminati da un luccichio pericoloso. Per quanto sia innegabilmente bella, non posso fare a meno di trovarla mostruosa mentre ci viene incontro, avvolta nel suo meraviglioso abito da sera.
«Cosa abbiamo qui?» cantilena, inclinando leggermente il capo di lato «Due uccellini sperduti, forse?»
Le dita di Audrey mi stritolano la mano, esattamente come le mie stanno facendo alla sua. Nessuna delle due fiata.
«McKanzie» mi chiama, costringendomi a guardarla «Cosa ci fai qui, nel cuore della notte?»
«Torno alla Torre» ribatto, cercando di dominare la paura che fa sembrare le mie parole un pigolio tremulo.
«Le tue compagne di casa ci hanno fatto ritorno molte ore fa» commenta, fingendosi perplessa e picchiettandosi le labbra con le dita «Ti sei trattenuta con Salinger?» l’odioso sguardo smeraldino scivola su di Audrey, che automaticamente arretra di un passo.
«Siamo… siamo andate in cucina, alla fine del Ballo» mente, spudoratamente «Avevamo fame e non ci siamo rese conto del tempo che passava. Sa, gli elfi sono creature amabili ed estremamente servizievoli, non abbiamo resistito a una razza di cioccolata con dei biscotti.»
Ti prego credici. Ti prego, dimostra che sei solo una povera oca credulona e lasciaci andare.
E’ stupido sperare in una cosa del genere. Stupido e piuttosto ingenuo, da parte mia.
Soppesa le parole di Audrey, in silenzio, probabilmente chiedendosi per quanto tempo ancora torturarci prima di portarci da Dippet.
«E sei scalza solo perché i piedi ti facevano male, non è vero McKanzie?» indaga, sorridendo angelica. Annuisco, senza riuscire ad aprir bocca.
«D’accordo, capisco» sospira appena, facendosi da parte. Audrey trattiene il respiro. Non è possibile che ci vada tutto così liscio. No, non possiamo essere così fortunate.
«Strano però» riprende dopo qualche attimo.
Ecco, lo sapevo.
«Cosa, professoressa?» la voce di Audrey trema, ma è abbastanza salda da permetterle di formulare una frase coerente senza balbettare. Io non so se ne sarei capace.
«Non mi risulta che si debba attraversare la Foresta, per giungere in cucina» commenta, la voce che diventa parola dopo parola sempre più fredda e pungente, mentre la consapevolezza mi gonfia il cuore di paura. Lei sa. Lei ha sempre saputo. Le sa tutto e sta giocando al gatto e al topo, prendendoci in giro.
Chino il capo, mentre lei alza gli occhi dai nostri piedi sporchi di fango e dagli abiti stracciati, facendoci segno di seguirla.
«Sono sicura che il Professor Dippet sarà curioso quanto me di sapere cosa vi è successo mentre andavate a fare uno spuntino di mezzanotte.»

***

Presidenza, qualche ora dopo.
«Non è ammissibile» continua a borbottare il preside, percorrendo in su e in giù l’ufficio con addosso una ridicola vestaglia di velluto rosso, un cappellino di lana con tanto di pon-pon in testa e ciabatte ai piedi «Non è assolutamente ammissibile una cosa del genere!» sbotta, guardando me e Audrey.
Siamo qui da ore. Il sole sta sorgendo, lo vedo sbucare all’orizzonte, sopra il lago, allungando timidamente i suoi raggi dorati verso il prato davanti all’ingresso. Siamo qui da ore e la situazione è sempre la stessa.
Che siamo nei guai, l’abbiamo capito.
Che chiameranno le nostre famiglie, l’abbiamo capito.
Che prenderanno seri provvedimenti, l’abbiamo capito.
La testa mi ciondola sulle spalle, inizio a far fatica a tenere gli occhi aperti. Audrey, al mio fianco, sbadiglia sempre più frequentemente. L’adrenalina si è consumata e ha bruciato tutta la nostra energia, lasciandoci completamente vuote e in balia della nostra stanchezza, della nostra paura, della nostra fragilità. Vorrei piangere, alzarmi e urlare che basta, lo sappiamo! Non siamo due idiote, ma a cosa serve tenerci in piedi a questo punto? Non arriverà nessuno prima di domani pomeriggio, a meno che non si faccia ricorso alla Metropolvere e non sono nemmeno sicura si possa utilizzare all’interno della scuola. E che comunque non consiglio a nessuno di svegliare la nonna all’alba, la reazione potrebbe essere alquanto violenta.
Eppure, mi limito a fissare il vuoto, riuscendo a cogliere una parola su tre. Dippet sta ancora blaterando su quanto sia scandaloso l’accaduto –per senza sapere cosa sia effettivamente successo-, quando chiudo gli occhi e crollo addosso a Audrey.

***

Infermeria, qualche ora dopo.
«Come ho fatto a dimenticarmi di Carlisle?» domando a Audrey per l’ennesima volta, angosciata, mentre corriamo verso l’Infermeria. Non abbiamo fatto in tempo ad entrare in camera e a farci un bagno, che subito siamo uscite di corsa, indossando la prima cosa che ci è capitata a tiro. Non mi stupirei affatto se indossassi i pantaloni del pigiama e la camicia della divisa. Quando la Mound ci apre la porta, però, non sembra affatto sorpresa di vederci.
«McKanzie, Salinger» ci saluta, sospirando. Occhiaie scure le cerchiano gli occhi, si vede che nemmeno lei ha avuto tempo di dormire stanotte.
Audrey, al mio fianco, è subito raggiunta da Peter, che la stringe in abbraccio protettivo. Sento gli occhi pizzicare, mentre cerco Carlisle, inutilmente.
La Mound, probabilmente impietosita dalla maschera di terrore che mi ha paralizzato il volto, mi prende gentilmente per un braccio e mi guida verso un angolo dello stanzone, dove intravedo la chioma fulva del mio Tasso, in netto contrasto con la federa immacolato del cuscino.
L’infermiera sparisce, mentre mi trascino stancamente fino ai bordi del letto e li cado sulle ginocchia, gli occhi ora definitivamente gonfi di lacrime; faccio per parlare ma un singhiozzo me lo impedisce.
«..mi spiace» biascio alla fine, accarezzandogli la fronte.
È così bello, in questo momento, che mi si stringe il cuore; sembra così fragile che ho quasi paura di sfiorarlo. Ritraggo la mano, incrociando le braccia sul materasso e affondandovi in mezzo la faccia. Vorrei solo che aprisse gli occhi e ridesse, come sempre, prendendomi in giro.
«Pulcino, piangi?»
La voce è la sua. Flebile, roca e impastata, ma la riconoscerei tra mille al mondo. Mi sollevo di scatto, strofinandomi gli occhi con la manica del maglione.
«No, certo che no» esclamo.
«Pessima bugiarda, amore» mi rimprovera, aprendo gli occhi. E’ sofferente, ma riesce nonostante tutto ad abbozzare un sorriso. Di nuovo, mi viene da piangere.
«Ehi, ehi!» mi rassicura «Va tutto bene! Non piangere, non..»
«E’ che mi dispiace!» sussurro, guardandolo tra le lacrima «Mi dispiace tantissimo, io avrei.. avrei dovuto stare attenta.. anche.. anche a te e..»
«Jillian, non dirlo nemmeno per scherzo» sembra sconvolto «Ha già del miracoloso che siamo usciti dalla foresta più o meno illesi» fa una smorfia, mentre cerca di mettersi a sedere ignorando le mie proteste «Perché stai bene, non è vero?» indaga, improvvisamente angosciato, scrutandomi il volto.
Scuoto il capo, senza riuscire a trattenere un sorriso. Il primo, dopo moltissimo tempo.
«Tutto a posto» mi allungo, baciandogli la fronte. Fa una smorfietta, un po’ di colore gli riscalda le guance.
«Sono stato una pessima ombra» commenta cupo, stringendomi una mano.
«Sono stato peggio io» una smorfia, e non sono sicura stia facendo dell’ironia «Ma vedo che non ne ho bisogno. Prima che mi addormentassi, hanno portato la Traviston, mezza morta, avvolta nello stendardo di Serpeverde. Una scena che avrebbe commosso anche Tu-sai-chi.» rotea gli occhi, senza curarsi di celare il disgusto. Non ce ne è bisogno, a questo punto, le carte sono state svelate e non c’è motivo di far finta che in questa scuola tutti vadano d’amore e d’accordo «Dovevi essere veramente arrabbiata, per averla ridotta in quello stato»
«Oh» commento, sorpresa «Veramente non credo di essere stata io, mi spiace deluderti. L’ho persa di vista, dopo un po’, mentre correvamo tra gli alberi. Sarà stata Georgiana, non lo so» scuoto il capo. Per quanto la Velenosa per eccellenza possa starmi antipatica, non credo che sarei riuscita a ridurla in fin di vita.
Annuisce, pensieroso. Poi, un lampo gli attraversa lo sguardo e la sua mano si stringe con forza attorno alla mia, fino a farmi male.
«Julia?» chiede con un filo di voce. Poche volte in vita mia ho visto una persona così tanto preoccupata per qualcuno. Se non fosse che è perfettamente comprensibile in questa situazione, potrei persino essere gelosa. Ma è Carlisle. E’ il mio, Carlisle, e ha un cuore grande al punto da voler bene a persone che conosce da poco e a cui è vincolato da un legame che avrebbe potuto evitare facilmente, se davvero avesse voluto. Ma non l’ha fatto, e ora il non sapere lo divora. Chi sono io per lasciare che la tortura non finisca. Chiudo gli occhi un attimo, stringendo forte la sua mano. Poi, inizio a parlare. Raccontandogli tutto quello che so.

Con la promessa da parte sua di riposare e non azzardarsi ad attraversare il castello per uccidere Riddle e la sua cricca seduta stante, lascio Carlisle a quello che spero sia un sonno senza sogni. Audrey sta tornando verso Peter, Aedan e Georgiana, tutti e tre pallidi e provati da quella che deve essere stata una notte infernale. La mia Caposcuola si tormenta le dita magre, senza però aprir bocca, limitandosi a sgranare gli occhi quando la bionda boccolona annuncia che abbiamo il permesso di vedere Julia.
«Carlisle vuole sapere come sta Julia» annuncio. La mia amica tira un sospiro di sollievo: se vuole sapere come sta lei, allora non è in una situazione così grave. Aedan, però, non è d’accordo. Protesta, ma debolmente. Stanco, anche lui, guarda me e la mia amica con stupore, nel sentire che siamo state noi a riportare la sua bella al castello. Poi, fa l’ultima cosa che ci aspettavamo da un principe del ghiaccio come lui: ci abbraccia, ringraziandoci.
Sento gli occhi pizzicare e mi affretto a seguire le due figure sfuocate davanti a me fino al letto di Julia. Bella e fiera anche nella caduta, la Grifona soffre, il volto pallido ricoperto da minuscole goccioline di sudore. Georgiana si morde le labbra, chinandosi su di lei per posarle una pezza sulla fronte, ma si ritrae quasi di scatto, irrigidendosi all’improvviso quando Julia schiude le labbra per mormorare qualcosa che non riesco a cogliere. 
«Nel delirio, mi scambia per sua madre. L’infermiera ha detto che la febbre è molto alta, ma entro domani dovrebbe scendere. In un paio di giorni dovrebbe iniziare a riprendersi.»
Guardo Audrey di sottecchi, mentre ci avviciniamo al letto: è calma, non da segno di emozioni, ma potrei giurare che sotto la superficie ribolle un mare in subbuglio.
«Ida..» sussurra Julia.
Non posso fare a meno di rabbrividire, cercando la mano della mia amica che, prontamente, restituisce la stretta.
E’ straziante, non posso tollerarlo un minuto di più. Audrey mi cinge la vita con un braccio, sussurrandomi che si rimetterà presto e andrà tutto bene. Guardo Georgiana, sottile e indistruttibile accanto alla sua amica, e mi chiedo cosa avrei fatto io se ci fosse stata la ragazza al mio fianco in quel letto.
Quando facciamo ritorno nella Torre, non ho ancora trovato una risposta.

***

Cortile interno, la mattina dopo.
Il viso della nonna è una maschera di rughe e severità.
Come al solito, la mamma e il papà non hanno potuto lasciare il San Mungo –pare che ci sia stato del rumore attorno al padre di Eveline Sanders, la principessa caduta delle onorevoli Serpi- e adesso sono sola a sopportare il suo sguardo glaciale e il suo silenzio carico di rimprovero.
McKanzie e Salinger sono stati i primi cognomi convocati sulla lista di Dippet, le prime vittime degli alti ranghi scolastici. Ho come il sospetto, però, che ai colloqui della Traviston, Norwood, Lywelyn e Jasper (ammesso ci sia, un colloquio per loro) non ci sarà l’amabile presenza di Martine Lewis a testimoniare come due studentesse di Corvonero si aggirassero per il castello ben dopo il coprifuoco in atteggiamenti sospetti e con gli abiti laceri. E con un macete sporco di sangue tra i denti, giusto per rendere più piccante la storia e più pesante la punizione.
Non ho idea di cosa sia stato detto, la dentro. Non ho idea di quanto grande fosse la spada di Damocle sul nostro capo, questa mattina, quando si sono riuniti per discutere del nostro immediato futuro.
Ho passato la mattina a consumare il pavimento della Biblioteca, facendo finta di studiare per gli esami. Audrey è scomparsa con Peter dopo la prima mezz’ora passata a sfogliare libri a vuoto e non l’ho più vista da allora, fino a quando una terrorizzatissima bimba che mi sembra faccia parte del Carlisle fan-club non è venuta a dirmi che “una signora mi aspettava fuori, nel cortile”.
Ed eccomi qua, in attesa di conoscere il verdetto della giuria.
«Jillian» esordisce alla fine, guardandomi con severità. Nulla, nel suo volto, lascia presagire a qualcosa di buono.
L’imputata Jillian McKanzie si alzi, prego.
Non rispondo, abbassando lo sguardo. Non mi lasciano fare gli esami. Sono stata espulsa in tronco, senza preavviso, senza possibilità di appello e di ripensamenti. Lo sapevo, lo sapevo.
«Jillian, mi auguro con tutto il cuore che tu abbia trovato il tempo per studiare, tra un’incursione nella foresta e l’altra» prosegue «Perché se la tua media non rasenterà l’eccellenza allora temo che questa sia stata una mattina ufficialmente persa.»
Alzo gli occhi, sentendo il sangue pulsare più forte. Non mi espellono. Posso fare gli esami.
«Ed è chiaro che avrai un richiamo ufficiale e che l’accaduto avrà relativa risonanza nel tuo avvenire, ma…»
Smetto di ascoltarla, in preda ad un’ondata di euforia. Già mi vedo tra qualche settimana a ridere di quanto è accaduto con tutti quanti, davanti ad una coppa di gelato da Florian. Io, Carlisle (perché figuriamoci se lo espellono, è una delle glorie della scuola), Milo, Eugene, Georgie e Julia, Audrey.. Audrey.
«E Audrey?» la interrompo, senza rendermene conto. Mi guarda irritata per un attimo, prima di riprendere a parlare.
«Come stavo dicendo, sia tu che la tua amica affronterete tutto questo assieme. Con un po’ di fortuna sarete nuovamente nella stessa Casa e…»
«Che sciocchezza nonna, certo che saremo assieme! Lo Smistamento c’è solo al primo anno»
«Ma si può sapere dove hai la testa, Jillian?» sbotta, stizzita «A Beauxbatons sarete smistate, esattamente come accade a tutti gli studenti che vi accedono per la prima volta. Ma tu guarda, non ascolta nemmeno, sua madre mi sentirà..»
Io, da parte mia, non la sento più. C’è una sola, enorme parola, che mi rimbomba nella testa.
Beauxbatons.
Ha il suono di una condanna.
Ha il suono dell’esilio.

***

Infermeria, una settimana dopo.
«Sicuro di aver preso tutto?» domando per l’ennesima volta a Carlisle, che sbuffa.
«Jill, tesoro, si!» ride «E anche se avessi dimenticato qualcosa, posso sempre tornare a prendermela quando voglio»
«Tu non metterai piede qui dentro per un bel po’» ringhio, senza riuscire ad essere veramente minacciosa. Ma il succo è chiaro: il mio ragazzo non deve più rimettere piede in infermeria, né da sano né tanto meno da malato. Non esiste proprio. Milo sghignazza, in piedi accanto ad Eugene che fischietta, perso nel suo mondo di pentagrammi e tonalità.
Dopo una settimana di degenza, Carlisle torna a piede libero. Le ustioni sul petto, che tanto avevano fatto preoccupato la Mound, se ne sono completamente andate, senza lasciare nemmeno una cicatrice, e non c’è più motivo per cui il mio ragazzo debba rimanere in isolamento.
Guardo con un sorriso l’enorme striscione che Milo sta facendo arrotolare con delicati colpi di bacchetta, segno di tutto l’amore e tutto il sostegno del Carlisle fan-club, e i mazzi di fiori che costellavano il suo comodino, ricoperto di biscotti e dolci sgraffignati in cucina. Il biondo orso dall’ugola d’oro li raccoglie goffamente, senza nemmeno provare a sfiorare la bacchetta, e precede i suoi due compari in corridoio, subito seguito da Milo.
«Allora, vieni?» domanda il moro, con un abbagliante sorriso.
Tutto questo mi mancherà, da morire.
Sospiro.
«Jill, tesoro» esclama, cogliendo la mia tristezza. Mi si avvicina, intrappolandomi in un abbraccio appassionato «Se bruci d’amore per me al punto da sospirare per un sorriso, molla subito questo damerino pel di carota e fuggi con me!»
«Giù le zampe» ringhia Carlisle «Tieni giù le tue manacce dalla mia ragazza»
«Altrimenti che mi fai?»
«Lo stesso che ho fatto a Norwood»
«Oh si, ti prego!» geme lui «Anche io voglio una scusa per fare gli esami in privato, tra un mese!»
«Vi muovete, voi due?» si lamenta Eugene, facendo spuntare la sua testona bionda dalla porta.
«Si, si, arriviamo!» riprende il rosso «Devo solo uccidere questo idiota qui»
«Carl, vecchio mio. Se non fosse che sei convalescente ti avrei già steso da un pezzo»
«Ti piacerebbe, Ashmore, ammettilo»
Oltrepassano la soglia, battibeccando allegramente. Rimango qualche passo indietro a guardarli: uno biondo, uno rosso e uno moro. Le tre persone più diverse di questo mondo, che però si sono trovate e sono ora inseparabili. Come fratelli, hanno condiviso ogni cosa, ogni gioia, ogni dolore, ogni sogno, ogni speranza. Come fratelli.
Li guardo mentre camminano felici, a tratti accennando un salto, a tratti voltandosi per guardarsi in faccia.
E io non sarò più con loro.
Il pensiero mi folgora, paralizzandomi completamente. Immobile, chiudo gli occhi, lasciando che una più profonda percezione della realtà prenda possesso di me: i rumori, i profumi. La pietra dura sotto i piedi, il cinguettare degli uccellini nell’aria quasi estiva, le risate dei ragazzi davanti a me, una porta che scricchiola, lo strillo di tre ragazzine del primo anno.
La triade di Tassorosso è tornata per calcare ancora i corridoi della scuola.
Io lo faccio in questi giorni per l’ultima volta.

***

31 giugno 1944, King’s Cross –Londra.
Isabel sbadiglia, sonoramente, accoccolata addosso a Eugene che, rosso d’imbarazzo, non riesce a smettere di toccarle i capelli.
«Odio questo viaggio» protesta lei, roteando gli occhi «Non finisce mai»
«Siamo quasi arrivati, invece» commenta Milo, la voce velata da un’impercettibile tristezza. Carlisle mi stringe più forte e io mi giro, affondando il volto nell’incavo del suo collo. Inspiro a fondo, riempiendomi del suo profumo e del suo calore. Giuro che non avrei mai voluto che finisse così. MAI.
La periferia semi-distrutta di Londra sfreccia fuori dal finestrino, senza nasconderci gli orrori che il mondo babbano ha scatenato sul pianeta, orrori a cui noi davamo relativa importanza, protetti nella nostra gabbia dorata.
Sento il mio ragazzo sospirare, man mano che il treno inizia a perdere velocità.
«Va tutto bene?» mi chiede, sottovoce. Annuisco, ma un nodo alla gola mi impedisce di parlare. Chipie miagola, dalla sua bella cesta di vimini; un incantesimo particolarmente difficile le impedisce di uscirne.
Ho come l’impressione di trovarmi a mille miglia di distanza, in un luogo al di fuori del tempo e dello spazio. Attorno a me ci sono montagne di ricordi che si accavallano, prepotenti, e la netta sensazione di essere arrivata ad un punto di svolta. Al secondo anno, tornando a casa a fine anno, ho passato buona parte del viaggio a tormentare Isabel chiedendole cosa provasse uno studente all’ultimo anno al suo ultimo viaggio di ritorno da Hogwarts. All’epoca ero perdutamente innamorata di un ragazzo del settimo, il Capitano della Squadra di Quidditch di Corvonero. Non era bellissimo, ma aveva qualcosa che mi impediva di non pensare a lui. Chissà, forse era il presentimento che probabilmente non lo avrei mai più rivisto a renderlo così assolutamente speciale ai miei occhi, perché adesso non c’è dettaglio che non lo sia. Il sole che bacia i capelli di Isabel, il broncio imbarazzato di Eugene e la melodia che canticchia sottovoce, la camicia con le maniche rimboccate di Milo, la pila di libri di Audrey, la sciarpa che Peter ha dimenticato di infilare nel baule e che se ne sta abbandonato sul sedile.
Carlisle.
Le sue mani, che scivolano lungo la mia schiena e rimangono imprigionate tra i miei capelli, quel suo modo assolutamente unico di sollevarmi il volto premendo sul mento, con la punta delle dita, per poi rubarmi un bacio.
Il treno si ferma, con un sincronismo terrificante, nell’esatto istante in cui le nostre labbra si separano. Il chiasso nel corridoio esplode vivacemente, attorno a me un turbinio di piume, baule che lievitano e i lamenti di Eugene, che probabilmente è andato a sbattere contro il portabagagli o qualcosa del genere. Nel giro di un attimo, lo scompartimento è vuoto.
Ci siamo solo io e lui; io ho ancora gli occhi chiusi. Carlisle si alza, sono sicura che sta prendendo anche il mio baule.
«Jill..?»
«Un secondo» lo prego «Un secondo e arrivo»
«Ci vediamo giù»
Annuisco, mentre se ne va. Solo io, adesso.
Lame di luce trapassano i sedili di velluto color porpora, facendo danzare granelli di polvere attorno a me; nuvole di vapore piroettano fuori dai finestrini, simili a montagne di zucchero filato e panna montana.
Adesso mi alzo.
Prendo Chipie tra le braccia e faccio scivolare di lato la porta, esco in corridoio e scendo dal treno.
Per l’ultima volta.
C’è la nonna, che aspetta. Con il vestito buono e la sua espressione più severa, quella da portare abbinata alle perle che il nonno le ha regalato per il ventesimo anniversario di matrimonio.
La raggiungo, le do un bacio sulla guancia. Lei brontola qualcosa, poi Audrey, sorella e compagna di sventure, mi raggiunge con il suo caldo sorriso, che ricambio. Un attimo ancora e c’è pure Carlisle, che si trascina dietro un carrello con sopra i nostri bauli. Saluto Audrey, promettendole di scriverle non appena arrivo a casa, poi mi volto.
Il mio ragazzo mi stringe la mano, mentre inizio a camminare.
Non è stato un anno facile, ma è stato favoloso. Tante cose da ricordare, tante da dimenticare.
Jasper mi sfila accanto, alto e splendido come un dio greco; mi rivolge un’occhiata e quello che sembra un sorriso di scherno ma che forse, in fondo in fondo, è un addio che non si aspettava di dover dare adesso. Lo vedo correre via, verso i suoi Principi, verso la sua estate, verso il suo domani.
Vedo Julia e Georgiana che chiacchierano, in un angolo, vedo Aedan e Sebastian. Audrey segue mogia l’autista di famiglia, Isabel saltella dietro il suo orso buono dopo averne conosciuto i genitori, Opal avvampa quando Milo si china a baciarle la guancia e il giornale di un signore poco distante esplode; ma è solo un attimo.
Perché subito dopo, abbracciata a Carlisle, attraverso la barriera e mi lascio alle spalle un mondo intero che, quando rivedrò, se mai lo rivedrò, non sarà più lo stesso.
Lo giuro, non avrei mai voluto che finisse così.
Ma nemmeno nel più coraggiosi dei sogni e nella più sfrenata delle fantasie avrei saputo immaginare un finale migliore.













17/07/2008
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( Consequence )
Sembra che ogni brandello del mio corpo faccia male.
Sarà la botta, sarà la ferita, sarà che sono completamente teso, amareggiato, infuriato. Non ho assolutamente pulsioni positive, al momento.
Non ricordo bene, perché… stringo le palpebre, il mondo gira per qualche istante.
Riddle. Foresta. Julia……centauri. Luce. Julia per terra.
Sgrano gli occhi, mi porto seduto di scatto come se mi fossi risvegliato da un incubo. -Julia!- ho il tempo di lanciare un grido che si strozza in gola, Sebastian che afferra la mia spalla, cercando di rassicurarmi.
-Dove è Julia! Dove!- domando, quasi senza fiato. Lui mi calma un momento.
-E’…in infermeria…- mi informa, placando per qualche istante la mia ira -Aedan…c’è una cosa della quale dobbiamo parlare.-

( Reaction )
Lang mi ha spiegato. Pare che la situazione sia messa male.
Alcuni sono stati beccati, e sembra che la loro permanenza ad Hogwarts diventi un miraggio irraggiungibile, a detta dei ben informati.
No.
No.
No.
Non deve succedere, non può accadere. Non Julia, non Sebastian, non quest’anno.
Il futuro, dipende da questo. E non posso permettere che gente come Riddle lo ostacoli più di quanto non ha già fatto, maledetto. Che tu sia maledetto Tom Riddle.
Una missiva, chiara, con pochi giri.

Ho bisogno di aiuto. Ti aspetto ad Hogwarts , Aedan.

Un gufo che vola. L’Irlanda che accoglie questa comunicazione. Non resta che aspettare solo mio padre. Adesso.

( Face to Face )
Trovare mio padre di fronte è come fare un salto nel passato.
A quando…prima che arrivassi qui, avevo una famiglia. Una vita sicuramente meno movimentata, ma forse meno reale, per me.
-Papà.- è la sola cosa che dico, salutandolo. Lui inarca un sopracciglio nel notare la benda sulla mia nuca, fra i capelli scuri.
-Cosa è.- non è una domanda, più un ordine dietro lo sguardo severo ed imperturbabile d’oltremare.
-La ragione per la quale ti ho chiesto di venire qui.- esordisco. Lui si acciglia, si mette a sedere, scostando la mentella con un gesto della mano. Pronto ad ascoltarmi, almeno credo.
-La situazione sta cambiando, papà. Ed è tempo che le cose seguano il loro corso. Controversie, o non. Questo non è realmente importante. Mi hai sempre insegnato che ci vuole coraggio, che bisogna perseguire i propri obiettivi fino al raggiungimento, anche se ti stremano. Anche se ti…uccidono.- sottolineo, guardandolo.
-Ed io lo sto facendo…ma. A volte, lottare significa sacrificare altro. Tuttavia…non posso sopportare l’idea che una delle poche persone per me importanti ricada nell’abisso. Ho bisogno del tuo aiuto…- domando, continuando a fissarlo.
Lui poggia la mano sul tavolo, senza scostare i suoi occhi dai miei.
-Parla.- mi esorta, con tono distante. Freddo. Come se potesse leggermi attraverso quello che succede, lacerando l’anima.
-Devi chiedere al preside di non impedire alla signorina Julia Versten di sostenere i MAGO.- sembra quasi una imposizione, me ne rendo conto.
Non sono mai stato viziato, ma adesso, è questa l’etichetta che mi sento addosso.
Aengus  picchetta le dita sul piano, guarda altrove, sembra rifletterci.
-Non ti ho mai chiesto nulla. Nulla. Vorrei, che facessi questo per me.- domando ancora.
Se anche ci fosse il rischio di essere schiantato, lo farei.
Ogni cosa, senza Julia, non ha senso.
E l’idea che il suo futuro potrebbe essere appeso ad un filo, non è tollerabile.
Lui mi ascolta, sospira pesantemente, si alza, riprendendo il suo guanto scuro.
-Miss Versten. Hai detto.- chiede, di spalle.
-Julia Versten.- confermo, guardando la sua schiena.
-Andrò da Dippett. Ora.- dice, aprendo la porta. -Buona fortuna, Aedan.- l’uscio si richiude.
Pesante, tagliente, definitivo.
Ho perso, un pezzo di me, oggi.

( amicizia )
Non. Mi. E’. Permesso. Vedere. Julia.
Sono queste le parole che mi straziano. Che vorrei cambiassero. Che mi uccidono e mi fanno star male peggio di quanto già non stia.
Audrey, nei suoi occhi chiari capisco che ha provato, che ha cercato, ma che il permesso si blocca solo a lei e a Jillian.
Guardo la porta. Vorrei pronunciare tanto la magica parolina ‘Bombarda’, o semplicemente entrare spingendola con una spallata.
Verrebbe giù. Verrebbe giù.
Ma non posso farlo, stringo un pugno. Mi sporgo verso Jillian e Audrey. Le abbraccio, è un gesto improvviso. Mai fatto. Mai.
Socchiudo appena gli occhi. Due scriccioli, due ragazze così fragili, due…amiche.
Mi scosto, porgo la mano a Sebastian, che la stringe.
Non so che cosa significhi, quello che sto facendo.
Ma finora. Non lo avevo fatto mai.
Fidelius.

( due giorni dopo )
-Puoi andare.- la voce di Audrey sembra quasi una divinità che compare dal nulla a darmi la notizia più bella del mondo. Sorrido, finalmente. Mi alzo e la stringo quasi stritolandola mentre corro lungo i corridoi in direzione dell’infermeria.
Mai corso in vita mia. Mai in questo modo. Mi sto praticamente lanciando in avanti senza preoccuparmi di dove, e come.
Busso. Busso mentre invece vorrei perdere tutta la mia grazia ed entrare senza nemmeno chiedere il permesso.
-Avanti.- è la sola cosa che sento, spingendo la maniglia ed avanzando. I letti sfilano al mio fianco, fino a quando non mi soffermo su quello di Julia. Ancora pallida, ma comunque viva. E sta bene.
Ed è questa la cosa che mi importa.
Guarda altrove, la sua espressione è corrucciata in una smorfia di disappunto.
Mi chino verso di lei, sedendo sulla sedia accando al giaciglio chiaro che odora di disinfettante. La mano sulla fronte.
-Eih…- sussurro lentamente, aspettando che sia lei a parlare. Ma lei non mi guarda, sembra persa in altro, sebbene la sua attenzione sia vigile, tagliente, arrabbiata.
Non riesco, in un primo momento a concepire  a cosa mai sia dovuto questo atteggiamento. Anche se in realtà non riesco a concepire poi molto, al momento.
Non parla. Non parla. E’ in silenzio, ma so che sente che sono qui. E’ spigolosa, pungente. Sembra quasi che non voglia sentire niente.
-Julia…- torno a ribadire, ma senza mutare il mio tono di voce.
La verità è che fa male. Nonostante tutto, dopo quello che è successo. Fa male saperla, e vederla in questo modo. La sola cosa che mi viene spontanea è sporgermi appena, poggiare un bacio sulla sua fronte.
-Tempo al tempo…- riesco a sospirare sulla sua pelle. Non capisco.
Vorrei capire.
Ma lei non sembra darmene la possibilità.
Sospiro ancora, alzandomi. Forse non è il caso che rimanga qui. Anche se, ammettiamolo, non è esattamente la cosa che avrei voluto, andare via.
Sono troppo impegnato nei miei pensieri per riconoscere il mormorato -Gr…e.- che mi arriva alle orecchie.
Torno seduto, guardo Julia che adesso volesse il cielo, sembra rivolgermi la sua attenzione.
-Cosa…?- domando.
Lei sorride, ma è un sorriso furbo e ammiccante, come se avesse trovato il modo di riprendersi un momento.
Si porta seduta sul letto, lentamente, facendo leva sulle braccia.
-Ho detto…- riprende. -Grazie, Aedan.- conclude, guardandomi. Io ricambio il sorriso, e sto per risponderle, ma eccola lì che torna alla carica con un -…Ti amo anche per questo.-
E penso di avere assunto, per la prima volta in vita mia, la classica espressione va ‘vitellone innamorato’, come ama definirmi Georgiana.
Con quel classico sorriso ebete che ti taglia in due la faccia, affettandola proprio.
Un bel respiro. Che non hai mai avuto problemi di dialogo, tu. Dico a me stesso.
-Posso tenerti con me?- le chiedo. Lei inarca un sopracciglio, mi guarda.
-In che senso, scusa?- anche se ho come l’impressione che lo stia facendo apposta. Rido leggermente, mi avvicino a lei stringendole la mano, reclino la testa baciandola nel momento in cui l’infermiera Mound è troppo impegnata nei fatti suoi per badare a noi.
Sciolgo appena le mie labbra dalle sue.
-Anche io ti amo.-

( binario 9 ¾ )
Tante cose sono cambiate, quest’anno.
Persone, ambienti, famiglia e ideali.
Tante cose, davvero.
Addio Hogwarts, addio rimpianti, addio silenzi.
Adesso, comincia una nuova vita. Con lei. E non esiste cosa che abbia una musicalità più bella di questa.













16/07/2008
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È la devastazione.
Ecco ciò che vedo in questo momento. Rami spezzati, alberi semicarbonizzati, e uno sgradevole odore di bruciato.
Distesa di fronte a me, Julia sembra dormire un sonno di pietra. Poco distante, Jillian cerca di fare il possibile per Sebastian, che per fortuna è in condizioni molto migliori.
La luce della luna permette di vedere e di orientarsi ma non mi permette di valutare i danni. Sembra solo svenuta a causa dell’incantesimo di quel subumano.
« Si rimetterà » dico, rispondendo alla domanda di Sebastian « Sperando sia solo stata schiantata e non ci sia altro. Domani avrà un gran mal di testa, ecco tutto. Ora però dobbiamo portarla via da qui. Lumos! »
La mia fedele bacchetta getta una luce dorata sul corpo di Julia. Sì, è stata schiantata da Riddle, ma non dovrebbe perdere i sensi così a lungo. A contrasto con la situazione, il suo bel viso è composto, ed i capelli appena in disordine.
Le tocco la nuca: deve aver battuto la testa.
Sangue.
Mostro a Jill e Seb la mia mano.
« Dobbiamo portarla in Infermeria. » scatta lui, cercando di alzarsi in piedi.
Zoppica, ma si regge sulle sue gambe ed è in grado di camminare. Il taglio sullo zigomo è sparito grazie a Jillian. Ma si vede che è molto debole. Ha combattuto contro Dolohov, le sue forze sono allo stremo.
Tocca a me e a Jill.
« L’unico modo è farla levitare, e sorreggerla. » dice Sebastian « Ma dovrete farlo voi. Io non… »
Incantesimi? Jill riprende un po’ di colore sulle guance. E anche io mi sento sollevata: Incantesimi. Si può fare.
« Insieme, Audrey. Da sole non ce la faremmo. » mi sussurra.
Mentre castiamo l’Incantesimo di Levitazione, Sebastian ci osserva con un’espressione sconfitta. Credo che si senta impotente di fronte alla sua migliore amica, di fronte a lui, a un passo dalla morte.
« Seb, puoi stare davanti e fare strada? » domando.
Poco dopo ci stiamo muovendo verso il castello. Con alcuni semplici incantesimi del terzo anno, il Caposcuola di Grifondoro apre un corridoio libero da sterpi.
« Al diavolo i Centauri, al diavolo la Foresta, al diavolo tutto questo. » mormora, negli intervalli fra una fattura e l’altra.
Jill ed io ci scambiamo un’occhiata; vorremmo dire qualcosa, rassicurarlo, ma siamo così sature di emozioni, da riuscire solo a trattenere un pianto nervoso.
Alla fine, raggiungiamo l’entrata di Hogwarts. Distendiamo Julia su una panca imbottita, e Jill ne approfitta per controllarle il polso e le pupille. La fortuna di avere una figlia di Medimaghi come amica.
« Sebastian, torna in camera. Ci pensiamo noi. » inizia la mia amica.
« State scherzando?! Io non mi muovo! » esclama, con voce alterata.
« Non ti reggi in piedi. » intervengo, fredda. « E ti beccheranno. »
« Beccheranno anche voi. » risponde.
« I Salinger ed i McKanzie arrangeranno la situazione. Qui amano i purosangue, e noi… lo siamo. Abbiamo una vaga possibilità di farcela. Lo sai che Julia ti direbbe lo stesso. Vai. »
Non so dove trovo la forza per reggere il suo sguardo.
« Ormai siamo al sicuro. Qui non può succedere nient’altro. » ribadisce Jillian.
Sebastian accarezza il viso di Julia con una delicatezza che non gli avevo mai visto.
« Vado a cercare Georgiana, le racconterò l’accaduto. » sussurra, poi volge le spalle e si allontana.
La panca levita di fronte a noi, mentre ci dirigiamo verso l’Infermeria. Di fronte all’ingresso, sto per dire ancora qualcosa quando…
« Oh, ragazze. »
È la voce stanca dell’infermiera Mound.
« Che cosa avete fatto…» mormora, mentre distende Julia sul letto più vicino. « E lei, povera ragazza…»
Jill trema, e mi accorgo di non essere da meno. Spinta dalla paura, che resta ferma nel mio animo come una spina, dal nervosismo, represso fino ora, dalla rabbia, mai sopita, cerco la mano della mia amica.
Ci stringiamo in un abbraccio, che non ha nulla di felice.
È solo un modo per dirci senza parlare: “Siamo qui, insieme, siamo vive.”

Lo scontro. Julia e Sebastian. La gentilezza dell'infermiera Mound, che voleva farci sgattaiolare via. La freddezza di Martine Lewis, che ci ha beccate.
Sembra passato un anno da ieri sera. Invece non si tratta nemmeno di dodici ore.
Chiuse nel nostro bagno, io e Jillian piangiamo in silenzio, sedute una accanto all’altra sul bordo della vasca. Il bel vestito bianco di Jill è strappato lungo l’orlo, ed il mio macchiato di fango.
« Jill, i tuoi piedi. » dico, indicandoli. Sono sporchi, e feriti.
I miei sono ancora stretti negli scarponcini, in origine scarpe col tacco. In origine, prima della trasferta nella Foresta Proibita.
La mia amica si alza, solleva la gonna e li osserva. Poi fa un passo dentro la vasca ed apre l’acqua. Esco dal bagno, per prendere le camicie da notte in camera, e il flacone dell’acqua ossigenata. Jill intanto si toglie l’abito dalla testa, e apre l’acqua.
« Vorrei farmi una doccia. Ma prima di tutto vorrei dormire. » sussurra.
« Anch’io. »
Disinfetta le ferite e poi le cura con un incantesimo.
« A volte vorrei che non fosse mai successo niente. Ida, Julia, il Fidelius… »
Jill lascia cadere la bacchetta.
« Carlisle! »
Oddio. E Peter!


Trovo la mia metà in infermeria, dove ho accompagnato Jillian.
« Peter! » esclamo, quando lo vedo sano e salvo, accanto a Sebastian.
« Amore! »
Odio che sia così appiccicoso in pubblico, ma in questo momento non mi importa di nulla se non di abbracciarlo. Sebastian distoglie lo sguardo. In disparte, Aedan guarda fuori dalla finestra.
« Dov’è Georgiana? » gli chiedo. So che sta bene, ma mi sembra strano non vederla qui.
« Vicino a Julia. »
Dietro le tende tirate, si intravede la sagoma di una ragazza alta, seduta vicino al letto.
« Come stanno? »
« Georgiana sta bene, e Julia…» la voce gli si spegne « Julia ha la febbre alta. Delira. »
« Ha battuto la testa. Non è solo lo Schiantesimo. » poi aggiungo « Non possiamo entrare? »
Sebastian fa un cenno di diniego.
« Solo Georgiana. Puoi provare a chiedere all’infermiera. »
Mi stacco da Peter e cerco la signora Mound.
« Vorrei vedere Julia. »
« Mi dispiace, cara. Non è possibile. »
C’è del dispiacere sincero nella sua voce.
« Senta, è probabile che io venga espulsa. E così anche Jillian. Vorrei almeno che ci fosse concesso di vedere la nostra amica. »
Non so se stiano contemplando l’espulsione, Dippet, la Lewis e compagnia, ma basta che lei ci creda e ce la lasci vedere. Anche se mi spiace ingannarla.
« E va bene. Ma solo voi tre. Nessun altro. Niente studenti maschi. È chiaro? »
« La ringrazio. »
Avrei voluto spingermi più in là e chiedere che anche Sebastian e Aedan la potessero vedere, ma non è il caso di buttare al vento ciò che ho ottenuto. Perlomeno possiamo dare una mano a Georgiana.
Jillian riappare fra noi.
« Carlisle vuole sapere come sta Julia. »
I ragazzi mi guardano curiosi.
« L’infermiera ha detto che possiamo entrare, ma solo io e Jill. »
« Voglio vederla anch’io. » afferma Aedan  « Perché non mi è permesso? »
« Loro l’hanno riportata qui. » mormora Sebastian « Hanno fatto tutto il lavoro, viste le mie condizioni. »
L’espressione di Aedan muta all’improvviso, e si avvicina a noi; temo quasi che stia per fare un gesto inconsulto, ma lui si protende verso di noi e ci abbraccia.
Poi ci lascia andare, e stringe la mano a Sebastian.
Non dice una parola, ma credo che in questo momento sarebbe chiedere troppo.
Entriamo nella barriera di tende.

Georgiana ci guarda, sorpresa.
« Abbiamo il permesso. » le dico.
Julia è pallida, il viso sudato. Indossa una camicia da notte bianca, il cui colore quasi si confonde con quello della sua pelle nivea. A tratti, è scossa da un tremito.
Georgie si china su di lei, passandole una pezza umida sulla fronte.
“Mamma…”mormora il capo del Fidelius.
Georgiana si irrigidisce per un momento, poi si rivolge a noi:
« Nel delirio, mi scambia per sua madre. L’infermiera ha detto che la febbre è molto alta, ma entro domani dovrebbe scendere. In un paio di giorni dovrebbe iniziare a riprendersi. »
Io e Jillian ci avviciniamo.
« Ida… »
Jill rabbrividisce, e mi stringe la mano. Io ricambio la stretta.
È terribile vederla in questo stato.


« Audrey, ho parlato con il preside e tutto il consiglio degli insegnanti. »
Mio padre ha mollato tutto per venire qui. Forse in condizioni normali ne sarei quasi felice. Non ha mandato mia nonna come al solito. Ma avrei di gran lunga preferito zia Diane.
« Potrai terminare l’anno. Darai gli esami come tutti i tuoi compagni. »
Trattengo il fiato.
« Tuttavia, ti è caldamente raccomandato di pensare ad una nuova scuola per il prossimo anno. »
« Mi espellono? »
« Non in modo ufficiale. Avrai un richiamo, s’intende. L’accordo è stato stipulato in forma privata fra me, i McKanzie ed il collegio docenti. »
« Quindi anche Jill…? »
« Anche la tua amica, sì. »
Siamo sotto la mia quercia.
Mio padre fuma un sigaro. Credo che sia arrabbiato, ma anche deluso; non mi capisce, non capisce l’ultimo legame fisico che lo lega a mia madre.
Gli esami siano andati come siano andati. Quest’anno potrebbero essere anche stati un disastro, ma per me non significherebbe nulla.
Siamo sul treno che ci riporta a Londra. L’Espresso di Hogwarts sferraglia allegro.
« Fra poco arriveremo al binario 9 e ¾, nella stazione di King’s Cross, Londra. » strilla l’altoparlante.
Riprendiamo i nostri bagagli dalle reti sopra le nostre teste, e ci prepariamo.
Con uno stridio di freni, ci fermiamo. Iniziamo ad uscire con tutta la fretta di chi non vede l’ora di iniziare le vacanze. Mi sembra ovvio che non possa filare tutto liscio. Mentre cerco di scendere ai gradini, mi scivola il libro che stavo leggendo in treno.
A salvarlo da una brutta fine sotto i piedi di un branco di Serpeverde, una ragazza con i capelli scuri e un viso da principessa. So che è una Corvonero, l’ho già vista un paio di volte in Sala Comune, e che il suo nome è Elinor.
« Tieni. Certa gente non ha proprio rispetto. » mi dice, porgendomelo.
« Grazie. E sì, certa gente non sa proprio cosa sia. »
« Infatti. Fa piacere vedere alcuni di loro un po’… provati, ecco. Ringrazierei chi li ha conciati così. » risponde, lanciandomi uno sguardo eloquente.
« Mh, credo proprio che potresti farlo. Grazie ancora, e buone vacanze! » la saluto, notando Jillian che mi fa segno di avvicinarmi.
Sua nonna, la terribile signora McKanzie senior, è accanto a lei e la sua espressione è a dir poco battagliera.
« Audrey, ti presento mia nonna. Nonna, lei è Audrey Salinger. »
« Quindi sei la figlia di Mr. Salinger! Ah, cara, tuo padre è un vero gentleman. » inizia, cordiale « Comunque l’avete combinata grossa, e credo proprio che sarete castigate a dovere. » conclude, furibonda.
Jill sembra imbarazzata, ma non ce n’è motivo. Sua nonna è venuta a prenderla. Io ho l’autista che mi aspetta, tanto per dimostrare quanto mio padre ci tenga a me.
Ignoro Mrs. McKanzie e abbraccio Jill.
« Ti scrivo appena arrivo. E poi, dobbiamo organizzarci per il prossimo anno. » le sussurro.
Il prossimo anno. Beauxbatons. Non Hogwarts.
Mentre mi allontano, saluto con un gesto la mia amica, sua nonna e Carlisle, che le ha raggiunte nel frattempo.
Affido i miei bagagli a Bob, l’autista.
« È pronta a tornare a casa, signorina Salinger? »
« Certo, Bob. Andiamo. »

 

 

 

 













15/07/2008
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Ammetto che non mi pare di aver mangiato cartone, ieri sera; eppure la sensazione nella mia bocca è esattamente quella. Sento la lingua secca, fastidiosamente appiccicata al palato, per non parlare del gusto disgustoso che mi prende la gola e il naso. Ed il mio letto; sento ogni singola molla conficcata nel fianco, cosa che non è mai successa nell’intero anno scolastico.
Socchiudo le palpebre. E vengo travolta dal bianco gelido di una stanza che in un primo momento non riconosco; sarà che forse sono mezza accecata, come se fossero giorni interi che non apro gli occhi.
« alla buon’ora! » gracchia una voce che inizialmente non riconosco. Finché non compare un grembiulino dello stesso orrendo bianco disinfettato davanti alla mia faccia, e poco più in alto il cappellino squallido dell’infermiera Mound.
Sono in infermeria.
In un flash, per la precisione un flash violetto, ritorna alla mia mente la notte nel bosco, la McKanzie, e quel cretino di Antonin Dolohov.
« ti hanno portata qui cinquantuno ore fa, cara. »
PIU’ DI DUE GIORNI FA? Provo ad aprire la bocca per esprimere tutto il mio disappunto, ma quello che mi esce è solo un conato di vomito. Automaticamente, mi sporgo sul catino di metallo che è appoggiato di fianco alla mia branda, davanti al comodino.
« non provare a parlare. Qualche malandrino ti ha praticamente squagliato l’apparato digerente, è un miracolo che non abbiano deciso di portarti al San Mungo. » è solo quando me lo dice che sento una fitta fortissima allo stomaco. Riaffondo la testa nel cuscino, e chiudo gli occhi.
Due giorni, dunque. E visto che io sono qui, è sicuro che siamo stati beccati. Cosa che non doveva succedere, affatto. Sento l’infermiera che sbatte boccette e bicchieri, ma non ho la forza di darle una sberla sulle gambe per allontanarla.
La testa mi ricade di lato; di fianco a me, c’è una fila di pazienti stesi sui loro letti.
Sento delle voci attutite dietro la porta; non mi sembrano quelle dei miei genitori, ma in effetti visto che non mi hanno portata in ospedale dubito che verranno. Meglio così, mi basterà l’estate di inferno che sto per passare.
Chiudo gli occhi, onde evitare di dover parlare con qualsiasi insegnante o simili che abbia intenzione di interrogarmi. Devo prima progettare una scusa decente, comprendetemi.


(.sei giorni dopo)
« No, Signor Preside. » certo che non avevo intenzione di uccidere, vecchio idiota. E anche se, di certo non verrei a dirtelo. Mi sto torturando le dita sotto la scrivania; sono stata tra gli ultimi della nostra allegra compagnia ad avere un piacevole colloquio con suo splendore Armando Dippet, che non fa altro che farmi domande cretine con cui rispondo a monosillabi.
« per che motivo vi siete sfidati? Avreste potuto farvi male! » noi volevamo farci male, scemo.
« Preside, io ho solo seguito le persone che andavano nel bosco! Ho pensato che avrei potuto evitare un litigio, e alla fine mi sono fatta male solo io! » gli rispondo con il tono più lamentoso che riesca ad ottenere, con gli occhi che mi si riempiono di lacrime in dieci secondi. Ah, adoro essere un’ottima attrice.
Sembra convinto, stranamente. Si alza in piedi, spostando verso di me una pergamena con un grosso sigillo verde smeraldo.
« è una copia del suo richiamo ufficiale, già recapitato ai suoi genitori, miss Traviston. » fa una pausa, come ad attendere che io scoppi in lacrime. « L’anno prossimo non potrà andare ad Hogsmeade né partecipare ad altre gite della scuola. Insomma, rimarrà qui a riflettere su quello che ha fatto. » sorriso acido da preside bastardo. « Può andare. »
Faccio una riverenza e me ne esco, appallottolando il foglio che segna la mia morte tra le dita. Qualcosa mi dice che l’anno prossimo sarà molto divertente; per me, almeno.


(.tre settimane dopo, a metà giugno. )
Una settimana e me ne tornerò a casa. Non so se esserne felice, visto che tutta la scuola tratta me e gli altri ‘del ballo’ come un’appestata – Lywelyn e Blackster comprese, cosa che mi fa imbestialire, visto che ci é mancato tanto così che anche loro ci lasciassero la reputazione. C’è da dire che a casa i miei mi sbucceranno viva, quindi non so cosa sia peggio.
Ho l’impressione che quest’anno i miei voti saranno ben più bassi di quanto avevo pronosticato; mi siedo per terra, con la schiena contro il muro, fuori dall’aula sigillata prima della lezione di Trasfigurazioni. Tutti attorno a me ripassano freneticamente per il compito finale, evitando accuratamente di posare i loro adorabili occhi su di me. Edward non si presenterà neppure, a meno che non decida di fare una comparsata finale; la sua influente mammina ha chiesto di fargli sostenere gli esami in forma privata quando si sarà ripreso dallo ‘stress psicologico a cui è stato sottoposto’.
Dopo questo, mi mancherà soltanto aritmanzia e avrò dato fondo a tutte le mie energie per l’anno scolastico. Anche se immagino che non riuscirò ad ottenere più di una fila ordinata di A, che mi comunicano che sono fuori da praticamente tutte le materie del secolo e farei prima a ritirarmi per evitare l’umiliazione di seguire soltanto storia della magia come materia curricolare.
Lascio cadere la mia borsa su un banco. In prima fila, tanto nessuno mi aiuterebbe mai a copiare. Da quando ho causato un mezzo cataclisma e ho messo metà scuola in pericolo bocciatura, sono praticamente un’isola. Ci saranno cinque persone che mi parlano per non insultarmi, ed una lo fa solo perché è nelle peste quanto me. Si chiama Lenore Swart, e non ho idea di come farà a passare i M.A.G.O. Piego la testa sul foglio che Silente mi consegna insieme ad uno sguardo di rimprovero. Ok, dev’essere un compito da E. O non uscirò mai da quest’inferno.

*

Io non passo da un ragazzo all’altro. Sono i ragazzi che passano per me. No, non in quel senso. Nel senso che si stufano subito; io non sono capace di dare loro la relazione tranquilla e sicura di cui hanno bisogno, di lasciare loro il loro spazio, di farmi gli affari miei ed essere pronta quando mi vogliono. Sono io quella con le esigenze; gli altri si devono adattare a me.
E’ che mi affeziono troppo, e sbaglio ogni volta.
Jeff sta studiando come un pazzo, con la testa china sulle pagine del suo libro di incantesimi; deve fare tutto quello che non ha fatto quest’anno nel poco tempo che gli è rimasto prima di domani.
Gli poso le mani sulle spalle, con cautela; ci vogliono dieci secondi perché se le scrolli di dosso, e mi lanci uno sguardo sbilenco, ritornando sul suo libro con la fronte aggrottata. Ci mancava solo che avesse le scatole girate lui; ’unico motivo che avevo ancora per alzarmi alla mattina e non spaccare la faccia a quel brutto grugno lurido di Deirdre é il suo buonumore che mi aspetta in sala grande insieme ad un croissant alla marmellata.
« che succede? » sibilo senza staccare gli occhi dalla sua nuca e dai capelli castano scuro, l’unica parte di lui che posso vedere dalla mia posizione. Si volta appena, guardandomi con la coda dell’occhio; sbuffa, impaziente. Fa cadere la penna d’aquila tra le pagine del libro, e si volta verso di me.
« Violet. » mugugna appena. Dal canto mio, rimango ferma dove mi ha esiliata, aspettando che sua maestà decida di potermi prestare cinque secondi di attenzione senza fare il nervosetto. « finiti gli esami ... non torno ad Ayr. » non mi guarda; ma non me ne rendo conto subito. Non capisco cosa intenda.
« vai a fare un viaggio? »
« no. » la sua sedia striscia all’indietro, di modo che abbia il posto per girarsi verso di me. E continuare imperterrito a non guardarmi. « mi trasferisco in india. »
« DOVE?! » sbotto senza neppure dargli il tempo di finire la frase. In un solo istante, tutti i miei progetti estivi crollano sotto il peso della sua prima occhiata, del color cioccolato che ho adorato sin dal primo momento.
« non urlare. » mi zittisce con il tono piatto che usa quando si innervosisce. Non gli do modo di continuare, filando dritta nei dormitori delle ragazze; sono ufficialmente una deficiente senza alcun motivo sensato per continuare a vivere.


(.qualche giorno dopo)
Ritornerò nella mia stanza con il pacco di appunti che ho recuperato dai vari idioti che me li hanno chiesti in prestito durante l’anno. Tra due giorni sarò su un treno che mi riporterà alla civiltà, lontano da questa scuola del cavolo e dai suoi professori ancor più del cavolo. I miei esami da E quest’anno saranno un disastro, non riesco a pensare ad altro.
La McKanzie e le sue amiche fatine l’anno prossimo verranno mandate a Beauxbatons. Edward si è dato alla macchia. Hunnam è un maledetto che non pagherà mai le conseguenze di quello che ha fatto.
E io ho un’estate da passare chiusa nelle mie stanze a tormentarmi e studiare, per salvare il salvabile a settembre, se mai verrò ammessa al settimo.
« Violet. » sibila Tom, in piedi davanti a tutti noi, nella solita stanza dietro alla statua di goblin. Buia, come sempre, visto che le candele che accendiamo non bastano mai a fare più che distinguere i contorni di persone e oggetti. Alzo la testa, come ad attendere un ordine; mi fa cenno di avvicinarmi. Mi alzo a fatica, facendo leva sulle braccia, e mi sposto di un paio di passi verso di lui.
« Attenzione. » sibila mentre la sua mano pallida mi si stringe attorno al braccio, affossandosi nella mia carne; mi fa male, ma non glielo dico. Anzi, non lo guardo neppure. Non so cosa voglia da me, e mi fa paura la sola idea di essere in piedi davanti ad una decina di persone che si aspettano chissà cosa. « D’ora in poi é lei quella che vi dà gli ordini. Violet Ophelia Traviston. » davanti a tutti, mi chiama con il mio nome completo. E ghigna. Capisco quello che ha detto, ma non sono sicura che faccia sul serio; cosa vuole da me? Che eredi il suo potere all’interno della scuola? Ma se non riesco neppure a farmi obbedire da quattro idiote del primo anno!
Gli altri sussurrano, mi lanciano occhiatacce. Io prendo il coraggio tra i denti e mi volto verso Tom, con tutta la perplessità che sono capace di mostrare.
« Ti seguiranno anche in capo al mondo. Gliel’ho detto io. » non vuole rassicurarmi. Vuole solo ricordarmi che il capo, quello vero, è solo lui. « Sentirai presto parlare di me, e allora ti rivorrò al mio fianco. E sai che non accetto no come risposta. » Il cuore mi batte a tutta velocità mentre annuisco debolmente, e lo fisso finché non mi lascia andare il braccio, ora decorato allegramente da cinque belle strisce rosse.
Si volta verso il muro e comincia a trafficare, gesto che significa che possiamo andare. Non voglio ricevere complimenti. Lo sguardo inorgoglito di Lenore, l’aria spaventata di Jeff. I principi, trasaliti ed offesi; avranno un anno per mettersi in pari con tutti i torti che mi hanno fatto ... ma non sanno ancora quanti io ne farò a loro.
Ho il potere. Si chiama Morsmordre.


(.in treno)
Mi sveglio per colpa del rumore del baule che mi balla sopra la testa. Catherine dorme con la bocca aperta e la testa che affonda nel sedile imbottito, e per una volta non si preoccupa del fatto che i suoi capelli siano tutti spettinati. Al suo fianco, c’è la sciarpa di seta rosa di Ashleigh, probabilmente emigrata alla ricerca di un bagno o di compagnia maggiore di due che dormono.
Metà dei serpeverde ora mi guarda con la reverenza che avrebbe sempre dovuto mantenere nei miei confronti, e che poco furbamente mi ha negato. Peggio per loro. Solo Jeff ha continuato a tenersi prudentemente alla larga; ogni tanto mi lasciava un biglietto di scuse sul letto, ricordandomi che gli dispiace, che a me ci tiene veramente, ma l’occasione di andare a fare lo spezzincantesimi laggiù è troppo grossa per lasciarsela sfuggire e bla bla bla.
Guardo fuori dal finestrino; non è difficile riconoscere Londra che si sta avvicinando, o meglio, noi che ci avvicinamo a lei, passando per i sobborghi che la circondano. E’ un peccato che i babbani non possano vedere l’Espresso, immagino che rimarrebbero strabiliati da un treno così bello. Allungo un calcio sugli stinchi a Cate, che si sveglia grugnendo.
« su, stiamo arrivando. » le grido, facendola sobbalzare ulteriormente. Mia madre mi ha già preannunciato che mi distruggerà appena arriveremo a casa, io figlia degenere che non ha mai imparato a comportarsi come si deve. Mi alzo in piedi, prendendo a sistemarmi gli orli della camicia e la gonna blu che dà tanto un’aria nobile. “Quella che dovresti avere sempre, contessina Violet Traviston, ma che ti ostini a camuffare con i tuoi atteggiamenti da bifolca lasciva!” , aggiungerebbe la cara mamma.
Il treno prende a rallentare. Fuori dai finestrini appaiono i primi genitori che agitano le braccia; ancora non distinguo la feccia babbana terrorizzata da chi è abituato a stare al 9 e ¾. Mi allungo per tirare giù il baule e, evitando per un pelo i piedi di Cate che ancora si sta sfregando gli occhietti, esco nel corridoio del treno, già gremito di bambini che pigolano e idioti tassorosso che si prendono a pacche sulle spalle.
Ci fermiamo. Siamo arrivati.
Aspetto che le Corvonero che si sono messe a piangere davanti alla porta si levino di mezzo, e poi esco, tarscinandomi dietro il mio bagaglio. I miei genitori e i miei fratelli non appaiono all’orizzonte; sono preoccupata sopratutto per Egbert, che l’anno scorso è riuscito a lasciare la sua civetta sul treno e quasi a farla ripartire per Hogwarts.
« V. » una voce familiare a pochi metri da me mi costringe a voltarmi; sapevo che si sarebbe fatto vivo in ultima, tanto per darmi la mazzata finale. Senza neppure pensarci, la mano mi scatta verso i capelli, e comincio ad arrotolarmi una ciocca attorno al dito, tirando fino a farmi male.
« Dimmi, Jeff. » gli dico tentando di rimanere il più fredda e lucida possibile. Certo, bello stronzo. Riconosco i suoi genitori che vengono avanti alle sue spalle; è la copia al maschile di sua madre, per non parlare di suo fratello.
« Volevo salutarti. » per sempre. Non lo aggiunge, ma so che lo sta pensando. Sorrido, e gli allungo una mano; ben tesa, come se dovessimo stringere un contratto.
« Ciao, allora. » gli rispondo tranquillamente, per quanta fatica mi costi fingere di non avere il cuore come un colabrodo. Sembra perplesso; allunga la sua mano scura verso la mia, e me la stringe con poca convinzione, per poi finire per allungarla e sfiorarmi il braccio.
« Dài, smettila! » lo rimprovero facendo un mezzo passo all’indietro. Suo padre lo chiama. Alzo una mano, la faccio oscillare in aria mentre si allontana.
Già. Si allontana. Chissà se mi scriverà un gufo, dal lontano Oriente.
« Violet, tesoro! » trilla mamma, precipitandosi verso di me in uno dei suoi soliti turbini di seta, oggi color acquamarina, e prendendo a sistemarmi il colletto della camicia. Mio fratello si sistema gli occhiali sul naso, tanto per cambiare. Mia sorella Ariel fa la timida e tuffa la testolina contro il collo di papà.
31 giugno 1944; Volto le spalle all’ultimo stralcio di Hogwarts.
All’anno prossimo.












12/07/2008
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Partendo dal presupposto che non è possibile ricordarsi ogni cosa di ogni materia studiata nell’ultimo anno… la preparazione per i M.A.G.O. procede. Alcuni miei compagni di casa sono sull’orlo di una crisi di nervi, ma per quanto mi riguarda non ho intenzione di ridurmi in quello stato. Georgie è della mia stessa opinione, anche se fra i Corvi le crisi isteriche pre-M.A.G.O. e pre-G.U.F.O. sono molto più frequenti e spesso tocca a lei rimettere ordine.
Stiamo studiando da almeno tre ore quando mi accorgo di star fissando la pagina da almeno due minuti, senza aver capito nulla di ciò che ho sotto gli occhi.
Una pausa. Ho bisogno di una pausa.
Chiudo il libro di Incantesimi, e chiedo ad un mio compagno se può tenere d’occhio le mie cose…non che il problema di Hogwarts siano i furti, ma non si sa mai.
Scendo le scale, e poco dopo mi ritrovo nel parco. L’aria estiva accarezza la mia pelle, e non posso trattenere un sorriso.
I miei passi si dirigono quasi in modo inconscio verso il lago.
Mi siedo sul molo, poi mi tolgo le scarpe lasciando che i piedi nudi sfiorino la superficie dell’acqua. Sollevo una piccola quantità di liquido e la modello in spirali dai riflessi cangianti.
Quando sono stufa del mio gioco, lascio che l’acqua torni alla sua sede naturale e mi stendo sulle assi di legno. Osservo il cielo, di un insolito azzurro intenso, e, per la prima volta da molto, moltissimo tempo mi sento serena. È come se vedessi tutte le cose in modo più chiaro e definito.
Le persone che amo, le persone che ho perduto.
Le persone che odio.
Sento di aver raggiunto un nuovo equilibrio. Un equilibrio costato lacrime e dolore, ma saldo come la roccia.


La sera del ballo.
“Jules, se non metti quel vestito blu sarò costretta a non farti uscire dalla tua stanza.”mi ha minacciato Georgiana stamattina.
Chiaro che non posso non tenere conto del rischio di essere schiantata dalla mia migliore amica.
Quindi mi guardo allo specchio: il vestito blu è al suo posto, sulla mia persona.
Ho un’espressione bizzarra. Sì, credo di essere un po’ emozionata.
Scendo in Sala Comune, dove gli altri Grifondoro si stanno radunando per raggiungere la Sala Grande.
Sebastian mi aspetta, appoggiato ad un divano.
“Sei molto bella.”dice, con un sorriso dolcissimo. In momenti come questo, lo sento davvero come un fratello di sangue.
“Grazie. Anche tu, a proposito.”
“Ho una cosa per te. Da parte di un certo Corvo che venera la terra su cui poggi i piedi.”
“Seb, smettila.”dico, alzando gli occhi al cielo. Fine dei sentimenti fraterni.
“Ecco qui.”
Mi porge un sacchettino di seta, tenuto chiuso da un cordoncino. Sciolgo il nodo.
Sulla mia mano scivola un braccialetto d’argento, lavorato ad arabesco. Me lo allaccio con l’aiuto di Sebastian.
“Se tenta mosse azzardate, avvertimi, mi raccomando.”dice, scherzando ma non troppo, mentre è chino sul mio polso sinistro. All’anulare della mano destra, il cammeo di mia nonna. L’unica che io conosca.
“Oh, non oserei disturbare te e Georgiana. E poi magari le sue mosse azzardate potrebbero piacermi. Ciao Seb!”
Lo saluto con un bacio sulla guancia, ed esco dalla Sala Comune.
Non appena oltrepasso il dipinto della Signora Grassa, vedo di fronte a me una sagoma ben conosciuta.
Aedan.
Come non l’ho mai visto.
Ha fatto qualcosa ai capelli, sì, pettinati in questo modo gli donano molto. Indossa un elegante completo nero, una camicia bianca ed una cravatta nera. Come un nobiluomo d’altri tempi, ha il colletto rialzato.
“Che visione.”dice lui, venendomi incontro con un sorriso.
“Grazie. Posso dire lo stesso di te.”rispondo.
“Un po’ agitata?”chiede, mentre mi stringe fra le braccia.
“Sì. Non sono abituata a un evento così formale.”
“Tranquilla. Farai una bellissima figura. Comportati come fai di solito.”
“Sembri molto a tuo agio, tu.”
“Nella mia famiglia, ci sono balli e feste molto spesso…”
Mentre mi apre una finestra sulla sua vita al di fuori dalla scuola, raggiungiamo la Sala Grande.

Uno scenario da sogno.
Gli stendardi delle quattro case sono appesi alle pareti e si muovono lievi, di certo per effetto magico visto non c’è vento. Una miriade di candele accese fluttuano nell’aria, illuminando una Sala Grande parata a festa.
Sul palco, il professor Lumacorno che chiede il silenzio.
“Signori, Signore, l’elezione di Miss e Mister Hogwarts.”
Un boato scuote la Sala. Poco lontano da me e Aedan, scorgo Georgie, stupenda nel suo vestito verde, che mi sorride e mi una smorfia, accanto a Seb, che invece non mi nota.
“Mister Hogwarts è… Tom Riddle!”
I Serpeverde sono gli unici ad esultare con calore, mentre arriva qualche fioco applauso sparso dalle altre case.
Tom sale sul palco. Alto, bellissimo, letale.
“Ora è il turno della sua regina, signor Riddle. Miss Hogwarts è… Julia Versten!”
Credo di essere il ritratto dello stupore. Sono paralizzata.
“Signorina Versten, prego, ci raggiunga.”
Mi avvicino a passi lenti, cercando di mantenere un’espressione neutra, se non allegra, e salgo i tre gradini del palco senza neppure accorgermene.
Spero con tutto il cuore che questo finisca presto.
“Ed ora, i nostri bellissimi sovrani apriranno le danze.”
Tom Riddle si volta verso di me, sorride beffardo e mi porge la mano.
“Vogliamo andare?”
Julia. Julia Versten. Sei più forte di lui, e lo sai.
“Certo, Tom.”rispondo, sforzandomi di sorridergli.
Poco dopo, siamo al centro della Sala. Soli. Gli altri, dice il cerimoniale, devono aspettare che facciamo un certo numero di giri di valzer.
Tom Riddle mi sovrasta di metà testa. Appoggio una mano sulla sua spalla, mentre la sua si posa sul mio fianco ed esercita una lieve pressione.
L’orchestra inizia a suonare.
Pensa ai giri di valzer, Julia. Non è il momento di fare niente, ti stanno guardando tutti.
“E così, ci ritroviamo, Versten…anzi, Julia. Sei la mia regina, adesso.”
“Io per te non sono niente.”
“Non c’è bisogno di essere così definitivi.”
“Ida non riderebbe a questa battuta, Tom.”
Nulla intacca la sua fisionomia, il suo viso resta atteggiato alla calma più estrema. Come il mio, del resto. Intanto, anche altre coppie iniziano a danzare intorno a noi.
“Julia. Non sei stanca di tutto questo?”
“Molto stanca. Conosci una possibile soluzione?”
Sembra riflettere per qualche istante, ma so bene che è solo scena.
“A mezzanotte. Nella Foresta Proibita.”
La musica si interrompe. Il primo valzer è finito. Mentre mi sciolgo dal suo abbraccio, gli faccio un cenno si assenso, con il miglior sorriso che posso.
Non è una promessa. È un giuramento: non mancherò.

Mi dirigo verso Georgiana, Sebastian ed Aedan.
“Cosa ti ha detto?”chiede la mia amica.
“Giuro che se ti ha fatto male, vado là e…”inizia Seb.
“Julia?”dice Aedan, preoccupato per il mio silenzio.
Sospiro.
“Mi ha sfidato. A mezzanotte, nella Foresta Proibita.”
“Veniamo con te.”scattano all’unisono.
“Il Fidelius è nato per questo.”aggiunge Georgie, al mio iniziale diniego.
Fidelius.
“Va bene. Ma non tutti insieme. Sarebbe troppo sospetto. Andiamo avanti io e Georgiana. Intanto avvisiamo gli altri. Sebastian, Aedan, voi porterete al punto prestabilito gli altri.”

Io e Georgie ci muoviamo in fretta nella sterpaglia. Poco distante, sento i rumori degli altri che ci seguono.
Non sono sola.
Georgie sta finendo di dire:
“..ricordati quello che ti ho insegnato. E non avrai problemi.”
Averla accanto mi infonde fiducia.
Ad un tratto, sentiamo alcune voci e vediamo un nugolo di persone.
Una grande radura illuminata quasi a giorno dallo splendore della luna piena.
“Sei arrivata, finalmente.”
Stringo la mia bacchetta in mano.
“Sì, Tom. Hai intenzione di aspettare ancora a lungo?”
Dietro di me si dispongono i membri del Fidelius, così come i seguaci di Riddle alle spalle del loro capo.
Una fascio di luce parte della sua bacchetta.

Riesco a controbattere alla sua fattura.
Ciò che mi ha insegnato Georgiana, le ore di allenamento con lei…
“Attenta. Concentrazione. Devi essere in grado di vedere cosa sta per fare l’avversario prima che lo faccia.”
È sfibrante. So solo che desidero la morte di Tom Riddle più di ogni altra cosa al mondo, ma non possiedo i mezzi magici per ottenerla.
Gli incantesimi incrociati si fermano per un istante.
“Julia.”
Non perde il suo tono calmo neppure in questo momento, nonostante l'espressione affaticata. L’istante di calma mi permette di intuire come si svolgono i giochi intorno a me. Georgiana alla mia destra, Aedan alla mia sinistra. Il Fidelius schierato a battaglia.
“Sai quali sono state le ultime parole di Ida prima di morire?”domanda, ansando un poco.
Il pensiero di Ida mi attraversa la mente, un uragano di ira, e dolore, e odio, e sofferenza.
E desiderio di morte. Non la mia. La sua.
Intanto, Jasper Lewis ha appena atterrato Damian.
“Ha detto…”interviene il Principe, sogghignando“Ha detto: Ti amo, Tom.”
Stringo la bacchetta. Urlo:
“MUORI RIDDLE! Avada…”
Non riesco a terminare l’incantesimo.
Un istante prima che pronunci, per la prima volta nella mia vita, la seconda parola della Maledizione Senza Perdono, un fascio di luce mi colpisce dritto al cuore.
Lotto per non essere avvolta dalle tenebre, ma è inutile.
L’ultima cosa che vedo… è il viso di Tom Riddle, ansimante e provato.
L’ultima cosa che odo… è un rumore di zoccoli.














10/07/2008
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Sala Grande
La Sala è un tripudio di colori, c’è da dire che Benton non è rimasto con le mani in mano, questa volta, e si è dato veramente da fare. Eugene borbotta sommessamente, mentre Milo è assorto nella contemplazione di un orlo della mantella che gli ricade sulle spalle; nessuno dei due sembra particolarmente estasiato dalla visione che si apre ai loro occhi.
«Aridi come deserti» commento precedendoli di qualche passo, verso un nutrito gruppetto di testoline bionde, tra cui fa capolino la mia testolina bionda, che sorride allegramente alla volta di Audrey.
«Toh, il fan club delle fatine» grugnisce il mio biondo amico, mentre Milo sghignazza apertamente.
«E tu non dovresti ridere» riprende dopo qualche attimo «C’è anche la tua dinamitarda del cuore»
Mentre Milo inizia a sussurrare preghiere invocando la protezione di tutte le divinità che riesce a ricordare, sorrido a mia volta, cingendo i fianchi di Jillian e stringendola a me.
«Ma come siamo belle, questa sera» sussurro al suo orecchio.
Arrossisce, voltandosi per darmi un bacio.
«Potrei dire lo stesso» ribatte. Si sofferma qualche attimo sul mio volto, prima di scivolare oltre, sugli altri ragazzi «Eugene, è sorprendente vederti così elegante» commenta, stupita. Il biondo borbotta qualcosa, mentre Ashmore sghignazza senza ritegno.
«Oh, non darle ascolto» squittisce Isabel, accorrendo in soccorso del suo cavaliere «E’ soltanto invidiosa perché questa sera sei tu il più ammirato»
Jill sorride, stringendosi a me.
«Tanto meglio, così il mio bello non lo divido con nessuno»
«Santo cielo, siete mielosi da dar la nausea» protesta Audrey, ancora in attesa del suo cavaliere.
«Si, ha proprio ragione» interviene Milo. Opal, al suo fianco, sembra avere grosse difficoltà anche solo a respirare, ma niente sembra in procinto di esplodere al momento. Fortunatamente.
«Io ho fame» intervengo «Che dite, ci spostiamo verso i tavoli?»

***

Alla fine, ai tavoli ci siamo arrivati solo io e Jillian.
Mi sorride, scrollando le spalle come a dire che non importa, e prende posto di fronte a me, accavallando le gambe con grazia.
«Toh, guarda un po’» commenta con una smorfia «Il professor Benton porta avanti la sua politica di cooperazione tra le case anche per quanto riguardo la sua vita privata..»
Mi volto, scorgendo il professore di Incantesimi più amato dell’ultimo seguito che corre dietro alle gonne –o meglio, alle gambe- di Martine Lewis, il nuovo incubo di Jillian.
«Anche i migliori hanno qualche difetto» commenta dopo qualche attimo, con diplomazia, allungando le mani verso un menù rilegato in pelle che lievita elegantemente tra di noi.
«Come sei inflessibile, questa sera» le sorrido, sfiorandole il dorso della mano «E’ successo qualcosa da quando ti ho lasciata, questo pomeriggio?»
Rotea gli occhi, lasciando perdere le delizie che le cucine propongono, e inspira a fondo.
«Tu non hai idea dell’inferno che era il dormitorio!» esclama «Dire che l’isteria regnava sovrana è un eufemismo, davvero. Un incubo.» schiocca la lingua contro il palato, prima di sorridere e accennare un saluto all’altra sua bionda compagna di stanza, Laura «Quando i capelli di Luise-non-ricordo-cosa hanno preso fuoco, poi la situazione è degenerata»
Sgrano gli occhi, involontariamente.
«Capelli che prendono fuoco?!»
Annuisce, con aria grave.
«Tu non hai idea di quanto certe riviste di bellezza possano essere pericolose nelle mani di ragazzine del primo anno» mormora, rabbrividendo. La scena non deve essere stata delle migliori.
«Come mettere Milo in un negozio di Creature Magiche, insomma»
«Ecco si» torna a sorridere, illuminando «Qualcosa del genere»
Sfoglio distrattamente le pagine del menù, osservando con la coda dell’occhio Jillian, quando la vedo irrigidirsi tutto d’un tratto.
«Hunnam» la voce strascicata è inconfondibile quanto il disprezzo con cui ha pronunciato il mio nome. Non c’è bisogno nemmeno che alzi gli occhi, per riconoscere la persona a cui appartiene. Ma una mano sulla spalla della mia ragazza è qualcosa che non sono disposto a tollerare. Mi impongo di far finta di niente, mentre lei se la scrolla di dosso, stizzita.
«Norwood» replico, lasciando intendere che la conversazione non avrà un seguito e che è destinata a morire lì, seduta stante. Ma a quanto pare, lo Stupi-principe per eccellenza è troppo pieno di sé per prendere atto della cosa.
«Cosa fai qui, tutto solo? Hai perso il tuo branco di amici?» sibila, velenoso.
Inspiro a fondo, facendo cenno a Jill di non preoccuparsi.
«Potrei dire lo stesso di te. Sei venuto qui in un impeto di solitudine, per caso? Perché se così, guarda, la in fondo c’è Violet, sono sicura che ha ancora tante cose da dirti»
Serra le labbra in una linea sottile, le nocche sbiancano mentre chiude le mani a pugno. Probabilmente si sta conficcando le unghie nei palmi delle mani.
«Norwood, per carità!» riprendo, simulando un’espressione angosciata «Rilassati, ti stanno formando delle gradevolissime rughe attorno alle labbra e sulla fronte!»
Sorrido, candidamente, di fronte alla sua espressione attonità. Se boccheggiasse, potrei dichiarare la serata un successo senza precedenti.
Ma non succede. Alle sue spalle compare Scarlett, fasciata da quello che pare uno strato di tulle nero che non lascia proprio niente all’immaginazione.
«Ed, tesoro, cosa ci fai qui?» miagola, guardando me e Jillian come se fossimo due acari «Con loro.» concluse, marcando le ultime due parole con una smorfia. Il Principe recupera un po’ di controllo, circondandole la vita con un braccio; Jillian si alza, ritrovandosi in piedi davanti alla Lywelyn. La raggiungo, tanto per non lasciarla sola davanti alla nuova vipera in seno ai Principi.
Ed eccoci qua.
Il giorno e la notte, il corpo e lo spirito, il bene e il male. Le due facce della stessa medaglia, gli opposti. Jillian, bionda e candida come un giglio e Scarlett, dai capelli di corvo e l’animo scuro di chi non ha scrupoli; Edward e la sua scia di cuori infranti e braccia rotte e io.
La situazione ha del paradossale, sorridiamo tutti e quattro come se fossimo amici da sempre, mentre in realtà non vediamo l’ora di staccarci la testa a morsi a vicenda. E’ Jillian, a rompere il silenzio.
«Vi prego di scusarci» pronuncia pacata, con un tono e un’espressione che devono essere l’orgoglio di sua nonna in tutti i grandi eventi di famiglia «Ma non possiamo trattenerci oltre a parlare con voi.»
«Ne tanto meno vogliamo» la interrompo, decisamente più brusco. Mi posa una mano su un braccio, riprendendo a parlare.
«Sono sicura che avremo altre occasioni per riprendere il discorso»
Edward mi fissa, livido di rabbia. Ma la sua voce è ferma, gelida.
«E io sono sicuro che questo accadrà molto presto»
Ci fissa, assieme alla sua dama, prima di darci le spalle e allontanarsi con la sua solita aria arrogante di sempre. Jillian sospira impercettibilmente, quando una voce leziosa ci sorprende alle spalle.
«Signorina McKanzie»
Lumacorno.
Grandioso.

***

Foresta Proibita.
Lascio Jillian con la morte nel cuore, dandole le spalle per tuffarmi nella fitta oscurità che avvolge gli alberi. Si innalzano verso il cielo, gigantesche colonne che non permettono alla luce di filtrare tra le loro chiome e ci nascondono dal resto del mondo, soffocandoci in un pesante silenzio.
Non un rumore, non un verso. Solo ombre che si addensano negli angoli, allungandosi fino ai miei piedi. Poi, un lampo di luce che esplode alle mie spalle, l’urlo di una ragazza che non riconosco. Un respiro che si fa vicino, rumore di passi lenti, calcolati. Mi volto, giusto in tempo per vedere Edward farsi avanti attraverso una cascata di scintille rossastre, rimasugli di un incantesimo lanciato da qualcun altro.
«Ti sei perso, Hunnam?» cantilena velenoso, la mano che stringe la bacchetta apparentemente rilassata lungo il fianco. Stringo la mia tra le dita, saggiandone la consistenza e il calore. Sembra quasi di sentirla pulsare, carica di magia.
«Veramente cercavo te» ribatto. Annuisce impercettibilmente, sollevando il braccio.
«Sia» sibila «Come vuoi»
«Come se tu non lo volessi» abbozzo un ghigno, liberandomi del mantello che cade con un fruscio a terra. Lui mi imita, senza distogliere lo sguardo per un attimo.
Di nuovo silenzio, mentre solleviamo le bacchette, contemporaneamente.
Di nuovo silenzio, mentre da qualche parte alla mia destra esplode un boato e la terra trema.
Di nuovo silenzio.
Poi, il caos.
«STUPEFICIUM!» gridiamo all’uninsono, senza un attimo di esitazione: la magia esplode, si scontra, ringhia furiosa mentre gli incantesimi si inseguono e si annullano a vicenda, senza che la situazione si smuova.
«Dominusterra» ringhia Edward, facendo tremare violentemente il terreno sotto i miei piedi. Perdo l’equilibrio, andando a sbattere contro un tronco dietro di me; il dolore di irradia da un punto indefinito della mia schiena fino ad avvolgermi in una trama fitta e lancinante che toglie il respiro. Ma non ha finito. Approfittando della mia distrazione, non si lascia sfuggire l’occasione.
«Exulcero» sibila con un sorriso che non lascia dubbi sui livelli che la sua soddisfazione sta raggiungendo. La fattura mi colpisce in pieno petto, mozzandomi nuovamente il respiro. «Ma come, Hunnam, tutto qui?» mi canzona, avvicinandosi.
«Ti piacerebbe» biascico, mentre piaghe e ustione si allargano sul mio torace, chiazzando di sangue la camicia immacolata laddove si lacerano. Lui scuote il capo, contrito.
«Hunnam, Hunnam.. non fare promesse che non puoi man--»
«Frastrunom» ringhiò furioso.
Il suono viaggia veloce, molto più delle sue parole, e lo colpisce in pieno volto. Barcolla, visibilmente concentrato e, potrei azzardare, persino un po’ spaventato. Sicuramente confuso, porta le mani alle orecchie, cercando stupidamente di escludere la sinfonia di rumori che risuona nella sua mente, regalandomi l’occasione perfetta per ricambiare il favore. Non perdo tempo in chiacchiere, se c'è una cosa che ho imparato è che in un duello, qualsiasi cosa venga pronunciata al di fuori di un incantesimo, è un pericolo.
«Flagramus!»
Le fiamme si allungano come tentacoli verso Edward, ma il calore lo risveglia dalla confusione ed è solo la manica sinistra della sua giacca a prendere fuoco. Gli scappa un gemito, mentre evoca dell’acqua per spegnere il piccolo incendio.
Ci fissiamo in cagnesco, senza fiato e doloranti. Ma non è ancora abbastanza, no. Non è mai abbastanza.
«Incarceramus» ribatte, gli occhi saturi di odio.
«Protego!»
Le corde si infrangono sullo scudo, cadendo a terra inermi. Nessuno dei due demorde.
«Glacius!»
Urla, animale ferito, quando il ghiaccio si serra contro la sua caviglia immobilizzandolo al terreno.
«Impendimenta»
Vengo sbalzato all’indietro, cadendo a terra su un fianco. Senza nemmeno rialzarmi, non gli do il tempo di liberarsi. Ci penso io personalmente.
«Reducto!» la terra gli esplode sotto i piedi, scagliandolo contro una roccia poco distante.
Di nuovo silenzio, mentre di nuovo ci ritroviamo a guardarci, carichi d’odio.
Di nuovo silenzio, mentre la notte ci avvolge, interrotta da lampi di luce che ci corrono attorno.
Di nuovo silenzio, mentre l’aria carica di magia e incantesimi è densa, quasi irrespirabile.
Di nuovo silenzio, mentre mi rendo conto che non è l’aria ad essere irrespirabile, ma sono i miei polmoni a non riceverne più. Sbatto le palpebre, boccheggiando sotto il ghigno di Edward. Ho poco tempo, prima che la vista mi si oscuri del tutto. Dannato, non ha pronunciato la fattura che mi impedisce il respiro.
Cado in ginocchio, la testa gira troppo. Tutto gira, il mondo gira.
Jillian, perdonami.













03/07/2008
commenti (1) • tag: famiglia, amori, dolore, serpeverde, riddle, grifondoro, corvonero, duelli, morsmordre, fidelius

Che Julia fosse bella, era indubbiamente logico. Ma la palpabile essenza nel riconoscere, non appena varca la soglia del suo dormitorio, in lei, la creatura più bella che abbia mai visto mi lascia…spiazzato. Quasi senza fiato per un momento che mi sembra interminabile, seppur nella mia immaginazione.
Io sorrido. Lei sorride.
E niente sembra cosa più naturale e splendida del nostro abbraccio. Sfioro il suo polso, notando il bracciale che avevo gentilmente chiesto a Sebastian di consegnarle.
Il suo vestito blu, fine ed elegante ne fa risaltare pelle e sguardo, rendendola quasi..fiabesca, per così dire.
Le sollevo una mano, baciandole leggermente il palmo e le dita, per poi poggiare le labbra sulla sua fronte. <<Non trovo una parola adatta a descriverti. Perdonami.>> Le porgo il braccio, avviandomi con lei nella sala del ballo. Dove le danze hanno inizio. E dove il mio fegato si rode bellamente all’annuncio di miss e mister hogwarts (tali Julia Versten & Tom Riddle). Ai quali spetta l’onore del primo ballo.
Oltre l’enorme fastidio che mi porta la vicinanza di quella serpe a lei, non posso fare a meno di distogliere l’attenzione dalla gelosia tipicamente propria dei legami, e concentrarla sull’espressione sibilante e melliflua del Serpeverde.
Che rilascia un messaggio.
Di morte.
A lei.
Non concepisco.

Rabbia. Che sale. Che nasce. Che divora. Sento il corpo lacerarsi quasi dall’ira che vischiosa scivola nelle mie vene. Quasi non capisco più nulla nella corsa adirata, quasi disperata, nella foresta che sembra ancora più scura adesso. In lontananza, LUI, di fronte a Julia, ride. E ride di gusto, anche.
Fa una smorfia di disappunto e schifo quando mi vede al suo fianco, lanciandogli uno sguardo carico d’astio. Lo ucciderei. Per quello che è. Per quello che ha fatto a Julia. Per quello che ha fatto a me.
Sì. Ha fatto qualcosa anche a me. Lui e le sue manie per il sangue puro. Mi hanno diviso completamente da una delle persone che amavo di più. Merita di morire.
<<Stupeficium>>, sento il mio corpo balzare indietro. Non cadere completamente, ma prossimo a perdere l’equilibrio. Nell’ombra qualcosa si nasconde. Riddle sorride.
<<Peccato. Mi sarei occupato anche di te ma…sembra che qualcuno muoia dalla voglia di farlo al posto mio.>>, sibila, reclinando la testa per focalizzare nuovamente la sua attenzione su Julia.
Dalla tenebra occhi che baluginano. Occhi che conosco molto bene. Scarlett stringe la bacchetta, il braccio teso. Lei…è stata lei. I principi la affiancano. La Blackster sobbalza, come se non si aspettasse che proprio Scarlett facesse una cosa simile…a me. Mi sollevo, la guardo. La mia espressione muta. Non più il caro, buon, vecchio Aedan.
Non posso. Non posso tirarmi indietro e non difendere chi amo. Non posso. Non ci riesco.
Non è giusto. Tengo la bacchetta scura fra le mani. Sento quasi una scossa elettrica nel momento in cui le parole <<E’ l’ora della resa dei conti.>> pronunciate da mia sorella mi trafiggono il viso.
<<Ti stavo aspettando, Scarlett.>>
Ed è un lento girare. Come predatori che si studiano a vicenda in un ring troppo piccolo.
E’ silenzio, quasi. Sguardi che si incontrano, attenzioni che non svaniscono mentre attorno l’atmosfera sanguina. I suoi occhi, verdi e oscuri come mai prima di adesso, si scontrano sui miei, luminosi e glaciali.
Numerosi colpi. Schivati, respinti. Voci che si innalzano. Incantesimi che si mischiano. Provocando scintille di ogni colore e forza. Non ci siamo mossi. Non più di tanto. Mentre sento passi che invadono la foresta. Gente che si insegue. Noi non ci siamo mossi. Siamo sempre lì.
Forse sono io che non voglio spostarmi più di tanto dal luogo di combattimento di Julia. Lancio un incantesimo. Scarlett lo respinge. Un fascio potente che si scontra con il suo. Contrastandolo.
Attimi di trepidazione. Balzi che non trovano una reale superiorità.
<<PERCHE’ MI HAI FATTO QUESTO?>>, sento la sua voce, confondersi nella mischia confusa di agitazione e panico. E’ arrabbiata, lo sento. Cova rancore e odio. Non verso di me, forse. Non so.
Ma al momento non è più Scarlett.
Non è più la mia Scarlett.
No.
E poi è il vuoto. La voce di Riddle si espande come fuoco attorno a noi, una luce forte.
Ho solo il tempo di rendermi conto di come il corpo di Julia abbandoni le sue forze, accasciandosi al suolo. Privo di alcuna reazione.
<<NO!>>, la mia voce interrotta da uno schianto deciso. Scarlett tiene la bacchetta tesa.
Sento i muscoli scontrarsi contro una superficie fredda.
<<Scarlett…>>, biascico, incredulo quasi.
La nuca mi fa male.
Sanguina. Sento il sangue sul collo e sulla bocca.
Deglutisco. I suoi passi, veloci, che si allontanano. Rumore che non distinguo.
Stringo la terra fra le dita. Trascinandomi ansante verso il corpo della mia fidanzata.
Arrivo con fatica sebbene sia  poco distante, ha gli occhi chiusi e la pelle leggermente scurita, forse dall’impatto col suolo. E’ fredda al tatto.
Non si muove.
<<JULIA!>> è un grido che fa eco.
E sento, per la prima volta, le lacrime premere prepotenti sotto le palpebre.













29/06/2008
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*Sala comune dei Serpeverde*
Comincio ad essere ampiamente stufa. Non so di cosa, non so di chi precisamente.
So soltanto che sono un fascio di nervi pronto ad tendersi fino a spezzarsi, sebbene non sembri.
Edward mi chiede spesso cosa mai frulli nella mia testa. Ma nella realtà dei fatti, evito spesso di dare spiegazioni in merito.
Jasper. Jasper conosce e sa bene cosa mi sta succedendo. Infatti spesso mi lancia occhiate come per dire ‘lo sai che se vuoi, puoi parlarmi’.
Infatti, nel pomeriggio, ho approfittato di un momento della sua vicinanza, e ho colto la palla al balzo.<<Come procedono i preparativi per il ballo?>>, domando, tranquilla. Sapendo che lui sarà tutto su di giri per via della prima uscita ufficiale della coppia Lewis/Blackster.
<<Bene, molto bene. Sarò magnifico come al solito, mi sembra normale. Tu, invece?>>, so bene che la sua domanda va ben oltre il normale pensiero del ballo scolastico. E lui, di rimando, sa bene che ho colto perfettamente l’essenza della sua richiesta.
<<Và>> mi limito a rispondere, poggiando la piuma sul tavolo, ho finito da un pezzo di studiare, eppure stavo ancora armeggiando con la penna fra le dita.
<<Eih, straniera, guarda che non me la dai a bere. Cosa c’è.>>, ribatte, poggiando il suo libro sul tavolo. In attesa che sia io a parlare.
<<Mi manca, Jasp.>>, confido, facendo chiaro riferimento a Aedan <<Quella …quella…>> stringo un pugno al pensiero della Versten che ormai fa coppia fissa a tal punto da togliere il respiro a quello che, fino a poco tempo fa, era il punto cardine della mia vita.
Ora invece, vedo solo cenere. Cenere che si spazza via con un soffio.
<<Lui sembra parecchio preso, devo dire.>>, sibila Lewis, accavallando le gambe, sedendo sulla poltrona.
<<Lui sembra parecchio rincoglionito, è diverso.>>, correggo, per guadagnarmi il suo riso a mezzo labbro, divertito.
<< Ah, l'amour. Per esperienza posso dirti: fuoco e fiamme per un mese, e poi...>> fa un gesto come per allontanare qualcosa.
<<Non è questo il punto, Jasper.>>, blocco la sua teatrale mossa come se volesse scostare un rivolo di fumo. <<Il punto è che mio fratello non è più lo stesso. E' palese. Se ne sta accanto a Julia, e di conseguenza accanto a mezzosangue che prima non avrebbe mai considerato. Quella lì, mese o non mese, lo sta facendo scivolare nella rovina!>>, spiego, esasperata.
<<Capisco cosa intendi.>> replica, facendosi più serio. <<Hai mai considerato l'opzione che tuo fratello non abbia mai condiviso davvero i tuoi... i nostri ideali? Una donna, per quanto bella, non può costringere un uomo a un radicale cambiamento. Non di questo genere.>>
<<L'ho considerato.>> sospiro, con aria mesta, sedendo a mia volta. <<E purtroppo...la sola cosa che mi viene in mente ad una pazzia simile, sarebbe quella di sbattere la sua testa contro un muro fin quando non si rende conto del grave errore che sta commettendo. Non ci riesco. Non ci riesco.>>, porto le mani fra i capelli. Poggiando i palmi sulle tempie.
<<Perfino Riddle mi ha detto di non farmi trascinare da sentimentalismi inutili, e di continuare come ho fatto finora.>>, confido. <<Non ci si deve, far trascinare dall'amore, o roba simile, azioni del genere non sono giustificabili. Specie se NON indotte da altri.>> scuoto la testa.
<<Forse dentro di me ci speravo che fosse tutto frutto di una induzione, almeno non avrei considerato mio fratello così...distante.>>
<<Non puoi fare niente per lui, se non è disposto ad essere salvato. Ora...>>si blocca, forse conscio di essere sul punto di dire un'enormità.
Respiro, pesantemente.
<<Temo. Che non voglia...>>, scuoto la testa.
Annuisce. Poi prosegue, quasi a completare la frase che aveva interrotto poco fa:
<<Scarlett, ora siete su due fronti opposti, fra i quali non esiste possibilità di dialogo. Ne comprendi le conseguenze?>>
<<Le comprendo, Jasper. Le comprendo. E ti assicuro che semmai questo non dialogo sfociasse nella guerra aperta. Sarei io stessa ad occuparmi di quello sconsiderato.>> Le parole mi sono balzate fuori dalla gola con una velocità chirurgica, pesante.
Come se mi fossi liberata da una tortura che mi lacerava le labbra con artigli affilati.
Sospira, volgendo lontano lo sguardo.
<<Ciò che Lui ci chiede è molto. Ma... nessuno sacrificio è troppo grande per la nostra causa. Nessuno.>>
<<Nessuno.>> ripeto, annuendo. Lo sguardo rivolto alla finestra. Istintivamente poggio il viso contro la spalla di Jasper, con un atteggiamento d'affetto senza malizia <<Nessuno.>>
<<Dobbiamo ricordarcelo, sempre.>>conclude, la voce poco più di un sussurro.
Annuisco, sfiorando la sua mano, in segno di muto ringraziamento per queste sue parole, che hanno dato un po’ di sollievo al mio animo.

*La sera del Ballo*
Il ballo si è rivelato un covo di strane sensazioni che multiple invadono corpo e mente, dando uno strano sentore di stordimento ed eccitazione crescente. Non so spiegare bene, ma Riddle, la sera prima, si è chinato verso il mio orecchio, e ha comunicato, mellifluo:
<<Domani sarà una festa splendida, parteciperai attivamente. Lo so.>>
Non avevo capito in pieno, questa sua frase, ma ora mi sembra più chiara, reale.
Tutto sembra avvolto da una palpabile atmosfera tagliente, e se non fossi troppo impegnata nei fatti miei, potrebbe perfino innervosirmi quella sgualdrina della Traviston che lancia occhiate di dubbia natura nella mia direzione.
Ma…ma. Ho altro a cui pensare e lei non possiede una importanza tale da permetterle di invadere i miei pensieri con qualsiasi considerazione sulla sua persona. Perciò. Preferisco dedicarmi a passatempi migliori. Più…vivaci.
<<Meravigliosa stasera.>> sibila malizioso Norwood al mio orecchio, lanciandomi una occhiata eloquente.
<<Posso dire lo stesso>> rispondo al suo invito, con uno sguardo fermo e deciso. E tra un ballo e l’altro sembra quasi naturale ritrovarsi vicini al muro che porta al cortile. Le sue labbra sulle mie, saziandosi in un profondo bacio che mischia i rispettivi sapori lasciandoci alle spalle ogni avvenimento che accade all’interno delle mura scolastiche.
Mentre le sue mani corrono sui fianchi, veniamo attirati da rumori sospetti, passi veloci che si avviano nella foresta. Riddle e la Versten che si allontanano. Aedan che aumenta la sua corsa al seguito dei due.
Ae…Aedan? Sibilo nella mia mente. E prima di rendermene conto Edward ha già afferrato la mia mano, addentrandoci all’interno della radura, fra gli alberi.
Affiancati poco dopo da Jasper e Deirdre, che furtivi si guardano in giro. Non so cosa di preciso stia accadendo, ma non mi piace.
Noto due schiere, distinte, separate.
Riddle sfodera la bacchetta tenendola fra le dita come gingillo di morte, agitandola di fronte alla Versten, ridendo macabro.
Al suo fianco, a destra e sinistra, diverse figure a me conosciute. E noto Aedan, di fianco a quella…ninfa da due soldi.
Non so perché. Non so come. Non so spiegare bene il motivo. Ma prima che possa rendermene conto ho già sfoderato la bacchetta anche io.
<<Stupeficium>>, lancio l’incantesimo verso Aedan che viene allontanato pesantemente dalla Versten, lasciandola del tutto fra le grinfie di Tom, con mio sommo piacere fra l’altro.
Aedan è confuso, stordito, si solleva, fissandomi.
<<E’ l’ora della resa dei conti, Aedan>>, avanzo, continuando a guardarlo, dimenticandomi di tutto il resto. Ho promesso. Niente coinvolgimenti personali.
Lui si rialza, bacchetta alla mano, e occhi di ghiaccio che ti squarciano l’anima.
<<Ti stavo aspettando, Scarlett.>>













28/06/2008
commenti (6) • tag: amori, dolore, misteri, amicizie, paura, serpeverde, litigi, guai, errori, festeggiamenti, duelli, morsmordre, fidelius

Ormai l'ho imparato: quando il tuo caposcuola chiama, tu non puoi fare altro che accorrere senza fiatare. E' per questo che sto trotterellando al fianco di Tom dopo che lui si è semplicemente voltato verso di me; so leggere il suo sguardo, so esattamente quando vuole che io vada da lui. Succede spesso, ultimamente, e non posso dire che sia esattamente un piacere visto che il più delle volte i compiti che mi assegna si rivelano piuttosto sgradevoli.
« Allora, mia cara. Hai paura di usare la bacchetta? » sibila facendomi largo in mezzo alla folla, che al suo passaggio automaticamente si apre in due ali e lascia il corridoio sgombro.
« No. » certo che no! Alzo gli occhi al cielo, cercando di trattenere il mio tono seccato.
« No, è vero. Ce l’hai già dimostrato. » snuda i canini in un sorriso crudele : gli piace ricordarmi con insistenza quasi insopportabile della fine che ho fatto a fare a Medea Diamond. Dopo averlo raccontato a tutti, è ancora più contento di sbandierarmi in giro come il suo piccolo trofeo malvagio. « Allora non sarà un problema uccidere qualcuno dei tuoi compagni, vero? » ghigna ancor più evidentemente.
« Cosa? » entriamo nella sala comune di Serpeverde, catturando gli sguardi di tutti i presenti.
« Non vestirti troppo elegante, alla festa di fine anno. » non risponde alla mia domanda, limitandosi a scomparire oltre la porta del dormitorio maschile, lasciandomi sola nel bel mezzo della Sala Comune.



~ la sera del ballo
Altissima e magra come un chiodo, Ashleigh si infila uno spumoso vestito rosa cipria, il bustino stretto sul corpo praticamente invisibile che poi si apre in una gonna tutta pizzi. Si guarda nello specchio, agitandosi per fare oscillare il vestito troppo ampio.
« Vorresti duellare con quello?! » chiede Catherine, impegnata a lucidare le sue scarpette verde bottiglia. Ash la fulmina e ricomincia a sistemare gli strati voluminosi di stoffa ; sembra una meringa gigante, ma se glielo dicessi mi sbudellerebbe. Mi lascio cadere sul letto, affondando la testa nel cuscino di una delle compagne di stanza della mia nuova alleata ; la nostra camera è diventato il regno della Blackster e della Lywelyn, che già da quattro giorni ci circuiscono per convincerci a lasciare loro campo libero - e non ce lo siamo fatte ripetere due volte. Solo Amber è stata abbastanza audace da rimanere in loro compagnia, e non la invidio affatto.
« tesoro, Cate ha ragione. Immagina i rami che strappano la stoffa.. » mormoro sfregandomi gli occhi. Il mio vestito di un bel viola lucido giace ai piedi del letto; non ho voglia di infilarmi il bustino né le calze, né l’insieme di prezioso tessuto che ho accuratamente scelto per questa festa. Né di correre nel bosco con i tacchi che affondano nel fango ad ogni passo, e rischiare di essere trucidata da qualche reginetta dal cuore d’oro con i boccoli biondi.
« V, non è il caso di sbrigarti ? » mi sollevo a fatica, mentre Ash si sistema i capelli agitando a tutta birra la bacchetta per fissarli in uno chignon sin troppo intricato per i miei gusti. Sistemo la gonna del vestito, stringendo la gonna attorno ai miei fianchi – ancora più magri del solito, esclusivamente per mettermi questo dannazione di abito elegante.
« A, non è il caso di mollare uno dei tre cavalieri a cui hai detto di sì ? » le faccio notare con poca cortesia. Lei ride e ci saluta con la manina prima di uscire dalla stanza, sibilando qualcosa che suona come ‘ci vediamo dopo’.

***

« Jeff? Non vorrai dire che ... »
« sì, la sta sfidando ora. » mi mormora il mio cavaliere nell’orecchio. Lo stringo abbastanza da poter alzare lo sguardo oltre la sua spalla, mentre balliamo lentamente, e osservare il viso pallido di Julia Versten, che si trattiene dal dare uno spintone a Tom Riddle e corre via, verso una direzione che non intuisco visto che Jeff mi dà un colpo e sono costretta a riprendere a girare.
Giro. E vedo i professori che chiacchierano e ogni tanto muovono la testa a tempo.
Giro. Lywelyn e Norwood che si scambiano occhiatine piene d’amore mentre lui le pesta i piedi ballando. Me lo ricordavo come un uomo pieno di grazia, certo che la baldracca gli fa proprio male.
Giro. La porta della Sala Grande spalancata, e la sagoma di Lenore che scivola fuori.
« Jeff? »
« ti prego. Fai finta di niente, altri cinque minuti. » preme ancor più forte contro le mie costole, tuffando il viso nei miei capelli strapieni di incantesimi perché rimangano in ordine. Non ribatto, limitandomi a risistemare le mani sulle sue spalle.
Giro.
« Non parliamone ora. » sussurro appena. Ma ho già una vaga idea di cosa finirà per dire. E non voglio sentirlo.



come closer and see
see into the trees
find the girl, if you can

I rami trapassavano la pelle pallida di Violet senza lacerare la carne, ma lasciando segni rossastri sulle guance, sulle braccia nude e sulle mani, ostinatamente serrate attorno agli strati di prezioso tessuto color ametista, come a proteggere l’abito che ne fasciava il corpo minuto.
Camminavano in silenzio attraverso l’oscurità, resa densa dalla sottile ansia che componeva una ragnatela tra i membri del drappello, nemmeno lontanamente in grado di distinguersi a vicenda se non nei rari tratti in cui la luna bagnava di riflessi lividi le loro tenute troppo eleganti per avanzare agevolmente.
Non rimaneva più niente della frivola allegria dietro la quale si erano mascherati fino a pochi minuti prima. Nessun cavaliere porgeva più la mano alla sua damigella infiorettata per l’occasione, troppo occupato a trattenere i propri gemiti quando un fruscio sospetto proiettava su di loro ombre ancor più scure della notte.
Un cerchio di luce bianca accolse le loro figure sconvolte, che si posero quasi automaticamente in circolo attorno a Tom Riddle, il cui ghigno era ancor più accentuato dalle ombre sinistre che ne scolpivano il volto.
« Violet? » scandì una voce tremula poco lontano da lei, precedendo di qualche istante la mano ruvida che si posò sull’epidermide candida e nuda delle spalle. La ragazza soffocò a stento un grido, mentre le dita ancora non ben identificate scivolavano lentamente tra i boccoli ordinati e resi quasi neri dalla luce incolore. Nemmeno nelle sue previsioni più terrificanti avrebbe mai immaginato che sarebbe arrivata a non distinguere il tocco affettuoso di Jeff, troppo concentrata a reprimere le morse di terrore distillato che le stringevano lo stomaco. Riddle e Lenore si muovevano lentamente in circolo, fermandosi presso ognuna delle altre figure che si erano sistemate in pose statiche e immutate già da qualche momento, come se lo spiazzo, su cui si tendevano i rami neri di piante secolari, avesse avuto qualche potere magico che li rendeva improvvisamente incapaci di rifuggire la luce. Probabilmente la manciata di orrendi traditori del loro sangue avrebbe fatto la sua comparsa ben presto, non meno spaventata di loro, ma certo più agguerrita. Almeno più agguerrita di Violet, tremebonda e congelata, quasi incapace di reggere la bacchetta di nocciolo che avrebbe dovuto costituire la sua arma e la sua salvezza.
« Ci spostiamo verso il bosco, ci nascondiamo al buio ed aspettiamo. » sibilò la voce profonda di Lenore, seminascosta dal cappuccio del lungo mantello, il cui tessuto opaco era lo stesso, probabilmente velluto, che venne fatto scivolare tra le mani della contessina. Un mantello per sé, per coprirla e per occultarne ancor di più la figura finché gli altri non si sarebbero palesati.
« d’ora in poi, ognuno per sé. buona fortuna. » era quasi grottesco che l’unica amica di Tom Riddle, passandole attraverso con il suo sguardo di ghiaccio, le augurasse di uscire vincitrice da uno sciocco duello, in cui ognuno di loro si sarebbe giocato qualcosa che non era molto distante dalla stessa vita.
La mano di Jefferson strinse il suo braccio e la trascinò verso l’intrico di rami che si delineava poco oltre; non poté che lasciarsi condurre, mentre con lo sguardo cercava di memorizzare i punti in cui gli altri erano spariti nel nero. Poco dopo essersi fermata, sentì la consistenza di un grosso tronco sulla schiena, dove era stata appoggiata con delicatezza dallo stesso che le aveva posato le labbra calde sul collo, proprio sotto l’orecchio. Il peso del ragazzo si posò contro di lei; un modo come un altro, uno piuttosto piacevole per la precisione, per ingannare la nervosa attesa.
« Vi, vorrei che fossimo.. » soffocò le sue parole con un bacio, sfiorandogli con delicatezza i capelli. Era l’unico modo per non permettergli di notare il suo sguardo vacuo: molto probabilmente, la stessa scenetta ai limiti del decente si stava consumando qualche albero più in là. Edward e la Lywelyn.
Non ebbe molto tempo per pensare al fatto che l’altro non pensava più minimamente a loro due; il rumore lieve eppure perfettamente chiaro dei passi sulle foglie e di frasi sommesse costrinse tutti a ritornare violentemente alla realtà.

I hear her voice and start to run
into the trees


Ammetto di non riuscire a ricordare quali fasi mi hanno portato a dare la caccia alla bionda e terrorizzata Jillian McKanzie, che corre nascondendosi tra gli alberi con troppa foga per rendersi conto che sta coprendo un percorso perfettamente circolare. Mi ritrovo a fiutare l’aria, quasi come un segugio e non una strega; non riesco più a distinguere la sua figuretta luminosa e questo mi preoccupa un po’. Non vorrei mai che mi spuntasse alle spalle, e la bacchetta mi scivolasse definitivamente di mano; non mi sono mai sudati i palmi quando ero nervosa, ma questa notte sembra avere intenzione di ribaltare tutto ciò che è stato sinora.
Sto immobile, con la schiena appoggiata ad un tronco; tento persino di non respirare, pur di evitare di fare rumore. Ogni suono, così come ogni zaffata di profumo di fiori, mi potrebbe servire per identificarla. Ho lasciato la radura al suo seguito, con alle mie spalle le luci e le esplosioni di un combattimento multiplo ; Julia Versten ha tentato di ammazzare Riddle e per un pelo non ha beccato me.
« allora, violet, hai finito di rifarti il trucco? » la vocina zuccherosa di McKanzie che cerca di fare la dura mi giunge alle orecchie come manna dal cielo. Mi volto verso di lei con uno scatto secco, allungando il braccio e pronunciando il primo incantesimo che mi viene in mente. Vedo solo la scia azzurra che traccia nell’aria, e che si dissolve con un piccolo botto a mezzo metro dalla schiena della mia avversaria. Peccato. E’ già la quinta o sesta volta che la manco, sebbene entrambe portiamo i segni degli incanti andati a segno. Risponde esibendo anche un’espressione feroce, vagamente grottesca, ma in compenso sento la stoffa e la pelle che si lacerano appena sotto le costole. Dannazione.
Tremo appena, e riprendo ad inseguirla. Ignorando il dolore lancinante che mi ha provocato la sgualdrinella. Lei e il suo maledetto ragazzo dai capelli rossi. Un’altra scarica di scintille. Inciampa, ma si rialza e ricomincia a correre. Devo dire che sono un po’ stufa di questo stupido gioco, e che oltretutto stiamo tornando verso la radura; vedo tra i rami la luce e sento le urla dei combattenti.
Jillian scompare tra due grossi alberi, tuffandosi nel riflesso verdognolo di quello che mi auguro non sia un Avada. La inseguo, sfidando la sorte e i lampi di luce.

suddenly I stop, but I know it's too late
i'm lost in a forest
all alone


Luce viola, per la precisione. Rimango in piedi per qualche istante, del tutto concentrata sul battito del mio cuore che rallenta, e la sensazione spiacevole del sangue che smette di fluire. Sono del tutto consapevole di quello che sta succedendo. Del terreno e l’erba alta su cui cado pesantemente, tracciando un arco nell’aria.
« Antonin .. »
Mi rendo conto che è stato lui. Per sbaglio, mi auguro. Mi rendo conto che le forze mi abbandonano insieme al respiro. Chiudo gli occhi. Per sempre.













08/05/2008
commenti (3) • tag: discussioni, confidenze, amori, sogni, dolore, speranze, amicizie, paura, grifondoro, momenti imbarazzanti

Adesso io mi chiedo: perché? Perché proprio a me? Che ho fatto di male nella mia vita per meritarmi tutto questo?! Perché la piccola Baudelaire, guardata da tutti ma toccata da pochi, proprio adesso al quinto anno, quando ha un esame da sostenere, deve ritrovarsi in una situazione del genere?!
A lei piaceva così tanto non essere guardata, essere lasciata sola, lì nel suo angoletto. Stava bene, in pace con se stessa. Sapeva cosa dire, come comportarsi, cosa fare. Invece adesso no.
Adesso lei è guardata, guardata da Damian. Quel pezzo di gnocco che per lei è sempre stato un santo. Una statua bellissima, intoccabile, inarrivabile. Perché?

Raggiungo Sophie in biblioteca. Sta cercando di studiare ma dal suo sguardo direi che la concentrazione è minima.
“Sophie?” sobbalza “a cosa diavolo stai pensando?” la guardo interrogativa. La sua mente era decisamente fuori da quello che c’è scritto in quel mattone dalle pagine giallastre che ha sotto gli occhi. E adesso, mentre io gli sto esponendo i miei pensieri, paranoici, è forse ancora più fuori.
“Mi stai ascoltando? In questo periodo non c’è proprio il modo di parlare con te! Sophie che diavolo hai per la testa? Per la barba di merlino!” La fisso, indispettita, con le mani sui fianchi. Aspetto una risposta che non arriva, per questo non tardo a realizzare di potermene andare via. Tanto ormai è perduta. “Soph, ci vediamo dopo!”
“Ah, eh, si. Ok, ok a dopo!” sospiro mandando un’occhiata al cielo. Salvami tu, ti prego!

Giorni dopo.
I giorni passano e la situazione è sempre la stessa. Riesco finalmente a parlare con Sophie e a dirgli quello che penso: esattamente quello che pensa lei.
“tesoro stai attenta, non vorrei che lui ti prenda in giro! Non voglio vederti stare male!” anche lei trova strano il suo atteggiamento. Com’è che prima non mi avevi mai notata, in ben cinque anni, e adesso invece sono al centro delle tue attenzioni? C’è qualcosa che non torna eppure, cosa? Non sono una Blackster o una Lywelyn, bellissima, importante, cercata, ricca. Io sono una semplice ragazza, mezza veela. Forse è questa l’unica mia pecca, essere una mezza veela.
Ho ripreso a parlare con Damian dopo che mi ha decisamente pregata di smetterla con questo comportamento che lo altera e gli da noia. La mia risposta è stata semplice e dettata dal cuore:
“Ma se hai fatto a meno di me per tutto questo tempo? Perché non puoi farne a meno anche adesso?”
Denholm mi guarda al limite fra l'allucinato e lo sconvolto.
"Elodie? Spero tu stia scherzando. Quando mai ti avrei ignorata per tutto questo tempo? Il fatto che non ci siano stati prima -scontri- non significa che non ti abbia mai notata, forse dovresti guardarti un pò meglio in giro". Lo guardo e scoppio a ridere, dopo un’affermazione del genere! Il volto probabilmente ha l’aria di una che dice: smettila di prendermi per il fondoschiena o inventatene una migliore; ma lui mi fissa, serio. Damian inarca un sopracciglio.
"Non c'è niente da ridere in una verità come questa." E la cosa tragica è che tende a sottolineare ai miei occhi la parola VERITA'.
"cosa vuoi dire Damian?" chiedo quasi sfidandolo, senza capire quello che intende.
Com'è possibile che lui mi abbia notata? Io che l'ho guardato per anni, non mi sono mai accorta di niente, impossibile. Sta continuando a prendersi gioco di me, proprio come dicevamo io e Soph. Merda! Lui chiude il libro, fissandomi negli occhi palesemente, stavolta.
"Quale parte di -Ti ho notata da tempo- non capisci, El? E' semplice, lineare. Solo che ogni volta stavi lontana dal mio raggio d'azione di circa tre km, come dovevo avvicinarti se pensavo di non interessarti proprio. Anzi, di farti addirittura schifo?". Cazzo. Gli scoppio palesemente a ridere in faccia e subito dopo balbetto un "tu, pensavi, cioè tu.." abbasso la testa. Non ce la faccio a supportare questa tremenda - orribile - difficile situazione.
"Io. Pensavo. Che. Tu. Mi. Detestassi." e la cosa orrenda è che lo scandisce, al fine di farlo capire perfettamente. E non si scompone, anzi. Mi guarda con serietà. E maledetta me, leggo una verità che non avevo visto prima. Adesso lo guardo, stupita.
"Ora mi chiedo come tu possa dire una cosa del genere!" mi arrabbio quasi e inizio a gridargli contro, con rabbia "come diavolo hai mai potuto pensare una cosa del genere! Io ti vengo dietro da anni, ti ho sempre notato, guardato, ammirato! Dio, tu per me sei sempre stato: il deo!" serro i pugni nervosa. Tutte le parole mi escono dalla bocca come un fiume. Libera, mi libero da tutte quelle parole, mi libero da un peso che mi è rimasto dentro per troppo tempo. Damian mi guarda leggermente perplesso. Sgranando appena gli occhi.
"Elodie...calmati per favore.." mi esorta, con voce dolce. E io voglio solo scappare, fuggire da questa situazione imbarazzante, ed è esattamente quello che faccio.

La sera.
Tutto il giorno rifugiata in camera mia. Non esco né a pranzo né a cena e impedisco a tutte coloro che abitano in camera mia di entrare. Voglio stare da sola. Sola, sola, sola. E così è fino a quando qualcuno non bussa vivacemente alla porta.
“Avevo detto che nessuno doveva venire, se non per urgenza!” sbraito, con garbo.
Non notando la risposta sfavorevole dall'interno, una voce maschile pronuncia, leggermente adirata oltre l'uscio "Alohomora", e la porta si apre, mentre Damian, una volta varcata la soglia, la richiude. Fissandomi: "Dobbiamo parlare."
Ecco, era esattamente questa la situazione che volevo evitare e invece?! Mi si piazza ancora una volta davanti agli occhi ed io, sono impotente davanti ad essa.
"Pensi sia maturo scappare così? Ed è la cosa che fai da CINQUE anni. Che cosa avrei dovuto pensare, eh? Chiunque avrebbe dedotto completo odio da parte tua, Elodie." lui mi espone il suo punto di vista, facendomi notare quello che, nel mio atteggiamento, lo ha portato a credere la mia completa avversione nei suoi confronti. E io di mio canto, come rispondo?! Abbassando nuovamente la testa, non riuscendo a guardarlo, a rispondergli. Queste situazioni mi bloccano, lui ha ragione, è vero che ha trovato una porta chiusa, ma la verità non è questa. Io ho paura dell'amore, ho paura di affezionarmi ad un uomo, ho paura di innamorarmi, ho paura di essere presa in giro, ho paura. E questa non è la risposta esatta, le mie azioni sono la cosa più sbagliata, ma è più forte di me.
Lo sento avvicinarsi. Sedere sul mio letto e sollevarmi il volto con le dita, sotto il mento. "Elodie, guardami per favore.." chiede, con tono gentile e comprensivo. Lo fisso negli occhi, timidamente. Le mie guance si fanno rosse, bruciano.
"Ci vieni al ballo con me?" domanda, sorridendo. Spalanco gli occhi per annuire poi, con dolcezza. Aggiungo uno scusami, riuscendo a guardarlo negli occhi, per i miei comportamenti infantili, enigmatici, sbagliati. E Damian accarezza la mia guancia, sfiorandola poi con le labbra.
"Non fa niente,bocciolo". Ed è quasi un sussurro sulla mia pelle, mentre lo sento stringermi in un abbraccio dolce. Terribilmente dolce.

***

La notte ho dormito sogni tranquilli. Ho rivisto la scena della sera precedente miliardi e miliardi di volte. La dolcezza, la tenerezza di quell’abbraccio, di quelle parole.
“Miele! Siete miele!” urla Sophie dopo che le ho raccontato tutto. E’ quasi eccitata, anche lei dopo questa confessione del pargolo si è calmata. Lui mi aveva notata. Lui mi notava, lui mi nota e tutto è così bello. Sono felice, ho mille emozioni che mi si attorcigliano dentro lo stomaco. Ho delle farfalle che mi volano dentro, felici.












02/05/2008
commenti (5) • tag: discussioni, amori, dolore, dubbi, grifondoro, corvonero, momenti imbarazzanti

Passo dopo passo si va lontano, dice un proverbio che mio nonno mi ripete spesso.
E io, dove sto andando?
Verso l’aula di Musica, in senso fisico. Ma questi passi lenti e timorosi, dove stanno conducendo la mia anima?
I corridoi della scuola sono illuminati dalla luce tremante delle torce.
Non c’è nessuno in giro. Ma non per questo la tensione delle mie dita intorno alla mia bacchetta si allenta. La porta dell’aula di musica è appena socchiusa.
Qualcuno sta suonando.
Mi appoggio al muro e chiudo gli occhi, dilatando al massimo il senso dell’udito.
È una melodia dolce, struggente.
Non l’ho mai sentita prima, non è un pezzo d’opera. Forse una sonata per pianoforte. Ma di chi?
La musica si fa più intensa, mentre procede, come se il pianista ne fosse catturato, e poi iniziasse a parlare con essa, a danzarvi.
Non so spiegare questa sensazione che mi attorciglia lo stomaco.
Si ferma? No, riprende. Intensa e gentile.
Dallo spiraglio intravedo Aedan, seduto sullo sgabello, che suona senza spartito.
La musica si spegne, e lui distoglie le mani dai tasti bianchi e neri e sospira.
“Quale è il titolo di questa meraviglia?”domando, entrando nella stanza.
“Julia. Si intitola Julia.”
Mi gira la testa, e chiudo gli occhi per non perdere l’equilibrio.
La sua risposta mi ha colpito come uno Schiantesimo.


E io non posso fare a meno di fissarla, mentre osservo il suo stato di all’erta calare, forse per via del mio gesto. Sconsiderato o no, non mi importa. Ho intenzione di agire fino in fondo. E se questo significa mettere completamente a nudo me stesso, lo farò. Perché è importante. Perché non esiste nient’ altro di più importante che questo per me, al momento.
Non avanzo, né indietreggio. Rimango lì, in piedi vicino al pianoforte a corda che sembra ancora vibrare per la melodia appena composta.
Sono stupito quanto lei.
Di aver creato questo motivo, di averlo composto senza nemmeno pensarci su un attimo.
Le note erano trascinate da una magia strana, una magia che non proveniva dalla mia bacchetta, né dalla mia testa.
Temo, credo che la razionalità abbia appena lasciato spazio a qualcosa che va ben oltre la fredda logica che mi sono imposto.
Se potessi descrivere lo strabordare di sentimenti contrastanti che sento, probabilmente direi che i ghiacci che avvolgevano lo sterno, si son sciolti.
Si sono trasformati in pallida rugiada che scivola via, abbandonando questo corpo prima vuoto, ma che ora pulsa di…qualcosa.
“Devi capirlo, Julia.” La mia voce è un sussurro lento, che viene pronunciato mentre i miei occhi annegano nei suoi.
Freddi. Ma mai caldi come ora. In uno sguardo perlaceo che voglio donare solo a lei. Stanotte.
"L’ho capito, Aedan. E lo vorrei tanto”.
La mia mano destra ormai stringe senza forza la bacchetta. Non mi serve difendermi, non da lui.
“E allora cosa ti frena? Non credere che per me sia stato facile cercarti e cercare di farti comprendere.”
Cosa gli rispondo? Dovrei raccontargli tutto.
Mi avvicino a lui rimuginando. Mi siedo sullo sgabello accanto a questo ragazzo che in questo momento odio perché mi sta costringendo a fare i conti con tutto.
“Ci sono così tante cose che non sai.”
“Prova a dirmele!”
ribatte esasperato. “E guardami negli occhi, mentre lo fai!”aggiunge.
La mia vita nell’ultimo periodo è stato un concatenarsi di dolore, segreti ed emozioni. Segreti, soprattutto. Forse iniziare a svelarne qualcuno è il modo per andare avanti.
E non mi importa se sua sorella sta con i Serpeverde.
E non mi importa di conoscerlo da poco tempo.
Non mi importa più di nulla.
Ora. Ora gli racconterò tutto. Tutto ciò che è successo qui, ad Hogwarts, fin da prima che lui arrivasse, sconvolgendo me e la mia vita.
Annuisco, acconsentendo alla muta richiesta di comprensione che Julia esprime attraverso il suo sguardo dilatato per via di quelle confessioni impossibili che vuole farmi.
“Prima che arrivassi tu…è successa una cosa che mi ha devastato.” comincia, e la voce le trema leggermente.
In uno dei miei soliti riflessi inconsci le sfioro la mano, invitandola a proseguire con un cenno degli occhi.
“Mia sorella Ida, è morta. Qui a scuola.” e succede una cosa strana, i muscoli della ragazza si irrigidiscono, forse preda del nervosismo, e del dolore,che le porta ricordare una cosa simile.
La stringo a me, costringendola con la testa contro il mio petto. Soffio un bacio fra i capelli corvini, lasciando che possa sentire che io, realmente e materialmente, per lei ci sono.
“Vuoi dirmelo?” il mio è un sospiro dispiaciuto vicino alla sua fronte.
Lei annuisce, e non si scosta. Rimane in quella posizione, e così la tengo io, cullandola.
Fin quando un fulmine a ciel sereno non si abbatte su tutto questo.
“I Serpeverde. Riddle. La causa di tutto è Tom Riddle.” E lo dice con angoscia, stringendo avidamente la mia maglia, come se mi stesse rivelando il segreto più maledetto che possiede.
“Riddle…i Serpeverde…” sussurro, a mezza voce, mentre milioni di motivazioni mi si spiegano dinanzi gli occhi.
Stretta a lui, le parole mi escono come un’onda liberatoria, che mi distrugge e mi guarisce allo stesso tempo.
Quando ho finito, mi allontano da lui. Lo guardo negli occhi, come non ho fatto mentre parlavo.
Non ci sono riuscita, non ce l’ho fatta.
Ma adesso devo.
“Anche io avevo qualcosa da capire.”dice.
Il suo tono è amaro, con una tenue traccia di stupore.
“I segreti…”inizio, ma la voce mi muore in gola.
“I segreti. I segreti non fanno altro che confondere le cose. Le rendono più oscure, e la ragione non riesce a sondarli.”
È così lontano, all’improvviso.
“Non l’ho fatto per cattiveria, o per malizia. Io ho una responsabilità, devo proteggere delle persone. Adesso, tu hai in mano me e gli altri. Potresti benissimo rivelarlo a tua sorella. Potresti benissimo tradirmi.”rispondo, stringendomi nelle spalle.
“Julia, ma cosa stai dicendo?!”quasi urla.
Poi continua, più calmo:
“Non puoi pensarlo davvero. O non mi avresti detto nulla. Un poco ti conosco. Non avresti rischiato senza avere un minimo di certezze su di me.”
Certezze? Certezze inconsce, magari.
“Non lo so, non lo so. Vicino a te, mi sento come una conchiglia in balia delle acque del mare.”
“Nessuno dei Serpeverde saprà mai quello che mi hai detto.” La incalzo, per poi aggiungere. “Nessuno, lo saprà mai.”.
E sospiro, guardando altrove mentre dico queste parole. Non perché non ne sia convinto. Ma perché mi rendo conto che senza volerlo probabilmente ho fatto star male Julia. Il non capire uccide, e forse rende più ciechi del previsto.
La stringo forte, baciandole ancora la fronte.
“Non potrei mai lasciarti andare alla deriva. Per nessun motivo al mondo.”
Al momento, tenerla stretta a me è la sola cosa che abbia senso.
Socchiudo gli occhi, chinando la mia testa vicina alla sua. Mentre le dita sfiorano il suo profilo, con un tocco dolce.
“Mai.”
Ripeto, poggiandole un morbido bacio sul naso. Mai, prima di adesso, l’ho vista così fragile. Così delicata. Bellissima.
Come quella canzone.
La sua.
La mia.
Per un istante, un solo istante, ho temuto che fosse arrabbiato.
Per un istante, un solo istante, ho lasciato che le mie paure vincessero.
Invece ora mi sciolgo in questo lago di tenerezza che non pensavo fosse in grado di offrirmi.
Aedan è sempre stato la passione travolgente, il desiderio immediato. Questo mi spaventava, mi allontanava.
Adesso, invece, mi arrendo alla sua dolcezza.
Prendo il suo viso fra le mani e gli sorrido.
Un bacio sulla fronte, in segno di tenerezza.
Un bacio sulla guancia, in segno di amicizia.
Un bacio sulle labbra, in segno di passione.
Gli stringo le braccia al collo, e chiudo gli occhi. Forzo le sue labbra con la mia lingua, e smetto di pensare. Lui mi accarezza i capelli e la schiena, mentre il mio cuore accelera.
Tutto ciò che mi circonda di fa indistinto, mentre mi alzo e lo trascino con me sul pianoforte.
Seguo i suoi movimenti mentre le mani calde scivolano sulla sua schiena coperta da questi indumenti al momento così inutili ai miei occhi.
E’ un bacio forte, intriso di qualcosa che non pensavo potessimo vicendevolmente donarci. I segreti svelati hanno abbattuto la barriera.
I segreti svelati ci avevano inibito conducendoci all’apice di una rovinosa condizione di silenzio.
Le labbra scivolano sul collo, sulla linea della clavicola, baciandola lentamente. Mentre la lingua scivola assaporando la sua pelle d’alabastro.
Le dita scivolano sotto la sua maglia, impercettibili. Camuffate da questa straordinaria passione che ci travolge.
E sono attimi.
Julia qui. Julia con me. Io stretto a lei. Corpo contro corpo in questa sorda richiesta di eliminare le barriere una volta per tutte.
E poi un rumore. Ma io sono troppo impegnato per distinguerlo. Terribilmente.
Un cigolio. Quella minima parte dei miei sensi che non è concentrata su Aedan registra il rumore della porta.
“Julia?!”
Oh Santo Merlino.
Eugene è fermo sulla porta, paralizzato dalla sorpresa, credo.
Mentre avvampo per la vergogna, Aedan ed io ci stacchiamo e ci allontaniamo dal pianoforte
“Eugene.”dice Aedan, con un’incommensurabile faccia tosta.
Poi il ragazzo-lupo mi prende per mano e mi porta via, e non posso fare nulla se non seguirlo e rivolgere un muto sguardo di scusa a Eugene.
Poco dopo, sto correndo con Aedan per i corridoi.
“Eugene.” Ho appena il tempo di chinare il capo, una volta al suo fianco, in segno di saluto.
E trascinare Julia fuori dall’aula.
Aumento il passo, in modo esponenziale passo dopo passo.
Dove. Dove.
Un barlume. Un’idea.
“Ti porto in un posto.” Mi avvio lungo le scale, continuando a salire, fino all’entrata in legno del giaciglio segreto. Spingo la porta, facendole cenno di entrare.
“Qui nessuno potrà disturbarci.”
Alla luce della luna, scorgo una piccola soffitta. Aedan accende una coppia di candele con un incantesimo.
“Ma che posto è?”non posso fare a meno di chiedere, guardandomi intorno.
“Non ho voglia di parlare, Julia.”dice, con un sorriso, mentre mi stringe di nuovo a lui.
“Neppure io.”
Abbracciati, cadiamo su un giaciglio di coperte.
“Pieno di sorprese come sempre, Lywelyn.”sussurro, mentre gli tolgo la camicia.
Sorrido, stuzzicato dalla situazione mentre lascio che i vestiti abbandonino il corpo sotto il tocco delle sue mani appena sfiorato. Sollevo la sua maglia, sfilandola via, mentre la bocca percorre la linea del suo ventre, il petto ed il collo, le dita sul jeans che indossa, sbottonando la sua apertura.
Le sollevo leggermente il bacino con le mani mentre lascio che scivolino lungo le gambe, che accarezzo con lentezza prima si poggiare il mio corpo, svestito, sul suo.
Tra le coperte è un bacio dolce, mentre le dita affondano fra i suoi capelli, un desiderio incontrollabile ma dolce al tempo stesso mentre spingo contro il suo inguine, scivolando in lei con un sospiro soffuso.
Inebriandomi della sua presenza, come mai prima di allora.

 

 













24/04/2008
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<<GIULIETTA: O Romeo, Romeo! Perché sei tu Romeo? Rinnega tuo padre; e rifiuta il tuo nome: o, se non vuoi, legati solo in giuramento all'amor mio, ed io non sarò più una Capuleti.
ROMEO (fra sé): Starò ancora ad ascoltare, o rispondo a questo che ha detto?
GIULIETTA: Il tuo nome soltanto è mio nemico: tu sei sempre tu stesso, anche senza essere un Montecchi. Che significa "Montecchi"? Nulla: non una mano, non un piede, non un braccio, non la faccia, né un'altra parte qualunque del corpo di un uomo. Oh, mettiti un altro nome! Che cosa c'è in un nome? Quella che noi chiamiamo rosa, anche chiamata con un'altra parola avrebbe lo stesso odore soave; così Romeo, se non si chiamasse più Romeo, conserverebbe qella preziosa perfezione, che egli possiede anche senza quel nome. Romeo, rinunzia al tuo nome, e per esso, che non è parte di te, prenditi tutta me stessa.
ROMEO: Io ti piglio in parola: chiamami soltanto amore, ed io sarò ribattezzato; da ora innanzi non sarò più Romeo.
GIULIETTA: Chi sei tu che, così protetto dalla notte, inciampi in questo modo nel mio segreto?
ROMEO: Con un nome io non so come dirti chi sono. Il mio nome, cara santa, è odioso a me stesso, poiché è nemico a te: se io lo avessi qui scritto, lo straccerei. >>

***

Sospiro.
Ho letto tutto d'un fiato questo brano a Julia,lasciandolo scivolare morbido fra le piaghe della sua mente vigile, sperando che davvero lei potesse sentirlo con tutto il cuore che ci ho messo io.
Comincio ad essere stufo di tutto questo detto non detto, delle leggende metropolitane, delle cose che non capisco per il semplice fatto che la gente non voglia farmele capire.
Che la Versten abbia qualcosa contro i Serpeverde l'ho ben capito e non mi stupisce. Ma non immaginavo che una mia parentela potesse allontanarla così tanto da me.
La cosa mi devasta, quando forse non dovrei prenderla in questo modo. Cosa Julia mi abbia realmente fatto non so dirlo.
Una cosa la so per certa. Quella ragazza mi ha completamente, irreversibilmente catturato nella sua rete.
Punto importante, accettare quell'invito.
Quello scarabocchio a matita che vorrei leggesse con lo spirito giusto, con tutta quell'angoscia mista a rabbia, mista anche a qualcosa di dolce di cui non conosco esattamente i contorni per poterli saggiare, che ci ho messo io.
Ho bisogno di vederla. Ho bisogno di parlarle. E, la cosa che mi spaventa più di ogni altra cosa forse, è il fatto che il bisogno più grande, quello senza nome che urla continuamente martoriandomi il cervello è che deve credermi. Quando mi sorge questo dubbio....mi manca l'aria.
Un brano che tiene in sè molti pensieri riconducibili al mio. Molti. Forse troppi. Ho davvero bisogno, ripeto, che lei lo capisca. E questa ostinazione che sento, a volte, è snervante. Solo perchè non comprendo ancora, fino in fondo, che cosa significhi. Che cosa comporti. O forse solo, perchè mi trovo in un limbo. Un limbo dove risposte non ce ne sono. Un limbo freddo come le terre dei ghiacci.
Il suo. Il mio.


“Se mi credi, se mi hai capito, voglio vederti. Domani alle 10 p.m., nell’aula di Musica.

Aedan”


Il  biglietto usato come segnalibro per il brano che le ho chiesto di leggere, o meglio, di ascoltare. Una cosa un pò sciocca, forse. Bambinesca, magari.Ma è stata la trovata più geniale che il mio cervello, già abbastanza martoriato, potesse trovare, indi per cui, ritengo in primis di doverla apprezzare nonostante la banalità estrema.Ore 22. Ore 22. Che vuoi che sia. Devo aspettare SOLO fino alle dieci di stasera. Ma dico io. Potevo pensarci un attimo e darle un appuntamento per un orario più decente. Perchè diamine mi son convinto a darle l'appuntamento così tardi..ci penso.
Ah già. Il via vai di gente che, almeno spero, dovrebbe essere notevolmente dimezzato per quell'ora consentendomi la possibilità, della quale necessito, di parlare con lei. Parlare finalmente senza mezzi termini. Senza mezze parole. A me non importa scavare nella sua esistenza. Mi rendo conto lentamente che a me importa di lei. Sempre, solo, completamente, di lei.


Raggiungo l'aula di musica con leggero anticipo. Forse pensando che, nell'effettivo, una buona compagnia dettata dalle note di un pianoforte potrebbe essere la cosa migliore. Problema, grosso. Nei momenti di frenesia/nervosismo, mi capita di comporre delle canzoni, più o meno forti. Più o meno articolate. Ma mai, mi era capitato di sedere allo sgabello e lasciare scivolare le dita sui tasti d'avorio producendo melodia PER UNA persona. Mai.
Non l'ho mai fatto per il semplice motivo che non ho mai sentito sensazioni così forti per qualcuno in grado di poter creare melodie tessendo archi di fiaba fra le note di uno spartito invisibile che solo il mio cervello conosce. Possibile che mi sia rimbecillito a tal punto?julia
Non lo faccio vedere, questo è certo. Ma cosa è questo rodo dentro che sento. Questa voglia di urlare alla luna ogni notte come se una maledizione si fosse impossessata del mio corpo.
Cosa è questo fuoco che mi brucia le viscere pulsando dal ventre allo sterno, producendo questa sensazione fastidiosa e piacevole al tempo stesso. Che mi assale lambendo il mio essere. Cullandolo nel silenzio e nella valle del dubbio senza possibilità di uscita.
E mentre le mani scivolano sui tasti con velocità sorprendente la mia mente viene fermata da una musica dolce. Una musica dolce che deriva proprio da quel tormento che pensavo di sentire.
Il fuoco, il silenzio, la notte maledetta, hanno prodotto un suono dolcissimo. Un suono che ha sapori di favola e luoghi ben lontani dai segreti custoditi fra queste mura. Un suono che ha il sapore di me e di lei. Ma soprattutto di lei.
E mentre chino lo sguardo sull'ultimo re composto da una mia mossa, mi ritrovo a sospirare, immaginandomi come sarebbe se....se.
E una voce mi riporta alla realtà.
"Quale è il titolo di questa meraviglia?"- mi volto, giusto in tempo per scorgere la Versten che chiude l'uscio alle sue spalle, fissandomi.
Mi sollevo, guardandola a mia volta in quelle iridi gelide così simili alle mie, ed al tempo stesso così diverse.
"Julia. Si intitola Julia."













04/04/2008
commenti (1) • tag: amori, dolore, speranze, corvonero, momenti imbarazzanti, duelli

vi chiedo scusa, nell'ultimo periodo sono stata travolta dagli eventi della vita. pubblico quello che ho scritto con Georgiana e vi mando tanti baci, perché domani parto per Monaco. (L)

Primo grande ripasso pre M.A.G.O. La testa di Sebastian emerge appena sopra alla pila di appunti del sesto anno che ho tirato fuori dall'armadio in fondo alla camera, dove erano rimasti a prendere polvere per mesi e mesi. Abbiamo praticamente reso off-limits una parte della sala di lettura, diventata il quartier generale della nostra associazione di ripasso folle; neppure la bibliotecaria ha il coraggio di disturbare.
« Qualcuno sa qualcosa del Roboris? » alzo lo sguardo dal librone che ho davanti. Prendo la bacchetta, la agito per qualche istante, finché un foglio dei miei schemi non si trasforma in un aeroplanino e plana sopra la testa di Julia – che sta disperatametne tentando di trasformare una noce in un calice, e ad ogni errore dà un cazzotto a Seb, la cui spalla si è ormai spappolata. Angela, la compagna di stanza di Julia, segue l'aeroplanino con lo sguardo.
« FERMA. Quello non sarà mica .. »
« no, non è in programma. » ridacchio mentre i miei appunti planano sul tavolino davanti al caminetto. Le ultime due settimane di giugno saranno i giorni più tremendi della nostra vita finora. Ne sono convinta. E se non riuscirò a superare pozioni, non riuscirò neppure ad entrare all'Accademia Auror. Tra tre giorni avremo un test su tutto il programma di Pozioni degli ultimi due anni, e io ancora brancolo nel buio. Devo, devo prendere O.
« Ieri ho studiato sette ore. L'altroieri sette e mezzo! » si vanta Annette, scuotendo i capelli biondi in faccia al suo nuovo ragazzo, un tassorosso dall'aria inetta. Mi rituffo nel mio libro, sprofondando nella poltrona di velluto impolverato. I nomi e gli ingredienti mi scorrono sotto gli occhi senza rimanermi impressi nella mente per più di 10 secondi; un turbine di erbe e intrugli che sembra voler farmi addormentare.
« ARGH! » schizzo in piedi, traballando sulle gambe e voltandomi a destra e a sinistra per intuire la causa del mio brusco risveglio. E non appena lo identifico, mi precipito in quella direzione: Jason Jensen, seduto poco più in là, si sta contorcendo con una manica del maglione in fiamme. Dalla bacchetta di Julia scaturisce un getto d'acqua che spegne il falò.
« Ecco fatto! » aggiunge con tono soddisfatto.
« Scusate .. » mormora Jason « .. faccio un salto in infermeria .. a domani, Georgie! » mi saluta con la mano sana, mentre il braccio bruciacchiato pende sul fianco, evidentemente scottato fino al polso.
« Questi M.A.G.O. finiranno male. Molto male. » borbotto lasciandomi cadere sul divano su cui Jason stava cercando di sciogliere una candela senza accenderla – e, dico io, sarebbe stato sufficiente un qualsiasi Incanto Stufa.
« Ti vedo stanca... » dice Sebastian sedendosi al mio fianco, con un sorriso che mi uccide sul colpo. Da quando quel bifolco di Garet mi ha mollata, lui non fa altro che essere carino con me. E mi confonde. Non capisco perché, improvvisamente, io sia diventata una fonte di battaglie ormonali, quando non sono molto diversa dal ragno anoressico che ero al terzo. Non ero mai piaciuta ai ragazzi – e, in effetti, io non avevo mai dimostrato interesse alcuno. Adesso, Sebastian, noto adone e latin lover, litiga con uno dei suoi migliori amici, e poi ci prova evidentemente con me e ora, in questo momento, mi sta passando un braccio attorno alle spalle mentre si siede talmente vicino che posso sentire il suo respiro. Meglio di qualsiasi racconto dei miei taccuini.
« Un po'.. » faccio spallucce, cercando di trattenere rossore, tremiti e voglia di fuggire.
« vieni a bere un caffè? » mi chiede con tono fin troppo allusivo.
« devo prima finire qui. » rispondo scostandomi dal suo viso, per quanto sia possibile, visto che sono intrappolata tra le sue braccia.
« vuol dire che ci vedremo dopo la riunione dei Capiscuola. » sibila avvicinandosi di colpo. Ci siamo. Le sue intenzioni sono palesi. Pochi centimetri di rotazione mi permettono di sfiorargli appena l'angolo della bocca mentre deposita un bacio sulla mia guancia, contro le sue intenzioni. Non sono pronta; mi sento un crampo allo stomaco solo all'idea di avere già un altro uomo, ma quando ce ne sarà un altro .. beh, sarà Sebastian, credo.

***

Chissà se se lo ricorda: saranno stati due mesi fa, aveva detto “devo stare attento a non farti arrabbiare”, quando ho sfidato la psicopatica per conquistarmi il suo affetto. Il colorito di Garet Haslett si è consumato nello stesso istante con cui Jason Jensen, scrutandoci da sopra il suo registro, ha annunciato che per la sfida del giorno eravamo stati sorteggiati noi; e dire che gli avevo attribuito un temperamento degno del signor Darcy. Si sta rivelando una mezza calzetta, altroché.
« Caro Jason, come sta il tuo braccio? » chiedo al nostro presidente mentre mi sistemo i capelli in una coda, come faccio prima di ogni duello, stringendo un nastro blu oltremare. Garet si agita e confabula con i suoi compagnucci, quelli che si sbrodolavano sul mio nome ogni volta che li privavo del loro amico. Mi sento stranamente tranquilla; lui, invece, è un fascio di nervi. Non capisco cos'abbia da agitarsi: che la sua prode bacchetta Grifondoro non sia abbastanza? Sto diventando una Serpeverde. Arrossisco solo al pensiero di quanto cattiva stia diventando, e tutto per colpa di colui che quasi cade dalla pedana perché non ha stabilità nei piedi.
« è passato tutto .. su, sali. » scatto sulla pedana, flettendo le ginocchia e compiendo delle piccole rotazioni con il polso. Garet si fa sempre più pallido. Socchiudo gli occhi: è un avversario qualunque, posso batterlo con facilità, come farei con chiunque altro. Ce la posso fare.
« saluto. » scandisce Jason, e mi trovo automaticamente a far scattare la bacchetta davanti alla faccia, e poi a spostare il braccio sul fianco con un movimento secco. Il mio piede scivola all'indietro: stabile, vigile, pronta.
Ho tre secondi per elaborare una strategia in base a tutto ciò che mi ricordo delle sue tattiche.
« Waddiwasi! » è la prima cosa che mi viene in mente, lo ammetto. Stringo gli occhi: non riesco neppure a vedere l'esito dell'incanto, ma lo sento bene: l'impatto del sedere di Garet sul pavimento del Club dei Duellanti. Ridacchio, con in sottofondo l' “oooh” degli altri membri, che hanno seguito con il naso in aria la parabola tracciata in aria dal battitore di Grifondoro, proiettato dritto sul pavimento.
« Complimenti, Georgiana. » arriccio il naso nella mia classica faccia trionfale ma modesta, che mi rendo conto di fare sempre troppo tardi. Garet si alza a fatica, mentre io lo raggiungo giù dalla pedana. Lo vedo e mi ricordo perché ho perso la testa per lui, tempo addietro. Mi lancia uno dei suoi sguardi tristi, trattengo il fiato mentre mi perdo nei suoi occhi azzurri. Poi ghigno e mi volto verso gli altri, lasciandolo a cuocere nel suo brodo.













26/03/2008
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La sfera d'acqua si solleva perfetta davanti al volto di Julia, catturando la luce del sole e riflettendola attorno a sé, simile ad una piccola stella evanescente. La ragazza inclina appena il capo di lato, qualche ciocca castana le scivola dolcemente sulla guancia prima di dondolare nell'aria fresca di metà mattina mentre mi avvicino in silenzio.
«Sei l'ultima persona che pensavo di trovare qui, Jules» la canzono, stiracchiando un sorriso sornione.
Lei non sobbalza, ma la sfera d'acqua assume le forma del mio volto prima di iniziare a ruotare vorticosamente su se stessa e trasformarsi in una lenta spirale in movimento.
«Potrei dire lo stesso di te, Carlisle» ribatte lieve, seguendo i movimenti sinuosi dell'acqua.
«E' una mattinata troppo bella per passarla in classe» le dico, con una scrollata di spalle.
Il vento si agita tra i suoi capelli, scompigliandoli dolcemente, mentre mi siedo in cima al piccolo molo. Il lago si allunga davanti a noi, fino all'orizzonte, senza che si possa nemmeno intuirne la sua fine: un panorama di cui non mi stanco mai, nemmeno dopo sei anni in cui è rimasto sotto i miei occhi immutato.
«Come stai?» le domando dopo qualche attimo.
La Grifona inspira a fondo, mentre chiude la mano a pugno e la sfera d'acqua inizia a roteare su se stessa come impazzita.
«Bene»
«Bugiarda» sospiro, scuotendo appena il capo «Non sei capace di mentire.»
Lei tace, abbassando lo sguardo e la mano, lasciando che la sfera torni al lago, con un delicato gocciolare.
«Sarà» ribatte scrollando le spalle «Fattostà, però, che ho bisogno di crederlo» ispira a fondo, distendendosi sul legno e guardando il cielo con gli occhi socchiusi, mentre dondolo i piedi sfiorando la superficie del lago con la punta delle scarpe. Sono tante le persone che non sanno dare il giusto valore ai silenzi. Quella breve sequenza di attimi privi di suono che si susseguono nel rapido intervallo tra due respiri, due battiti, due frasi: c'è qualcosa di magico, nel silenzio, che sfugge ai più.
«Non è meraviglioso?» commenta dopo qualche attimo, con aria quasi sognante.
«Che cosa?» mi appoggio sugli avambracci, offrendo il viso al sole.
«Il silenzio.»
Ecco, Julia fa parte di quel ristretto circolo di persone che capiscono quello che intendo. Le sorrido, senza aggiungere altro.
«Quasi dimenticavo» aggiunge voltando il capo verso di me «Come sta Eugene?»
«Meglio, indubbiamente» mi scappa un mezzo sorriso «Ha ripreso a tenere il muso a me e a Milo, direi che si è ripreso abbastanza»
«Ottimo» un sorriso le tira le labbra, mentre volta il capo in modo tale da posare una guancia contro il legno; un guizzo divertito le attraversa gli occhi «E per quale inenarrabile motivo vi tiene il muso?»
«Ragazze» le rispondo criptico, sghignazzando senza ritegno «E' il modo più sicuro per metterlo in imbarazzo, dovresti provare. Ha tutta una gamma di espressioni capaci di far ridere la più rigorosa delle stuatue» le assicuro, portando una mano sulla fronte per riparare gli occhi dalla luce del sole. Ride, tirandomi un colpo sul braccio.
«Siete senza cuore!» esclama, senza però smettere di ghignare.
«Se sacrificare la dignità di Eugene serve a farti ridere un po', allora continueremo ad essere senza cuore Jules» mi scappa di bocca, prima di realizzare cosa ho effettivamente detto. Si irrigidisce appena, tornando a guardare il cielo azzurro smalto. Non ci sono nuvole a chiazzarlo, non oggi; se non fosse per il vento ancora pungente potrebbe essere estate.
«Mi sono ridotta tanto male?» domanda alla fine «Non era mia intenzione far preoccupare fino a questo punto così tante persone, è solo che...» le si incrina appena la voce, ma si sforza di continuare a parlare «...è solo che mi manca tantissimo.»
«Manca anche a me» confido, chiudendo gli occhi. Il volto sorridendo di Ida fluttua tra i miei pensieri, chiudendomi la gola «Manca a tutti»

***

Faccio ritorno al castello che è ormai ora di pranzo, dopo aver lasciato Julia in compagnia di due sue compagne di casa che abbiamo incrociato mentre tornavano da Erbologia. La norvegese si è avviata con loro verso lo stadio, per recuperare qualcosa che ha detto di aver dimenticato, mentre io ho fatto ritorno a Scuola.
La Sala Grande, come sempre a quest'ora, è piena da scoppiare, ma non è particolarmente difficile individuare Eugene e Milo nella folla, al solito posto
«Signori» li saluto con un sorriso, accomodandomi davanti a loro «La mattinata come è andata?»
Si scambiano un'occhiata di intesa, trattenendo a stento un ghigno.
«Produttiva, in effetti» rispondo alla fine Milo, abbassando gli occhi sul piatto per non scoppiarmi a ridere in faccia «Vero, Eugene?»
«Oh si!» ribatte l'altro, mordendosi le labbra «Decisamente»
«Cosa state tramando, voi due?» chiedo agitando la forchetta dopo essermi riempito il piatto di zucchine e pollo ai ferri.
«Nulla» ribattono all'uninsono, fissando con esagerato interesse i loro piatti.
«Oh certo, e Edward Norwood è il mio migliore amico» commento ironico.
Il moro solleva il capo fingendo stupore.
«Carlisle! E cosa aspettavi per dircelo?»
«Che vi incrociassimo a Hogsmeade a fare shopping tenendovi a braccetto?»
Li guardo, senza dire nulla. Sono dell'idea che la mia espressione parli da se, senza bisogno di traduzioni sonore di alcun genere fatta eccezione per l'eco causato dall'eventuale cozzare di due teste vuote assieme. Le loro.
«Quando la vostra mentalità tornerà adeguata al vostro fisico fatemelo sapere, grazie»
Torno a mangiare, cercando di ignorare le loro risatine vagamente isteriche e facendo mente locale su cosa mi aspetta nel pomeriggio. Pozioni? No, era l'altro ieri. Incantesimi? Si può essere.
Mi verso del succo di zucca e, quando sollevo lo sguardo, Jillian fa capolino alle spalle dei mie due rincretinitissimi amici.
«Jill» le sorrido, mentre inizia automaticamente ad arrossire man mano che si addentra nell'orbita gravitazionale di Milo.
«Ciao» pigola, più rossa che mai, stringendo con forza un libro al petto e dondolandosi sui piedi.
«Oh, Jillian cara!» Milo si volta, con un radioso sorriso stampato sulla faccia. Lei boccheggia, vagamente stordita dall'ondata di feromoni che le si schiantano addosso.
«Ciao Milo» riesce a formulare, dopo qualche attimo, distogliendo bruscamente lo sguardo «Ciao Eugene»
Il biondo grugnisce, orso come il suo solito, senza nemmeno guardarla. Sospirando, le faccio cenno di raggiungermi: mi regala un sorriso, un bellissimo sorriso, prima di trotterellare oltre un nutrito gruppo di sospiranti ragazzine del primo anno e venire a sedersi accanto a me. Le strappo un bacio, circondandole la vita con un braccio.
«Tesoro, toglimi una curiosità» inizio a dire «Tu sai perché questi due individui qui oggi sono particolarmente idioti?»
«Ehm» distoglie lo sguardo, imbarazzata, coprendosi la bocca con una mano.
Milo, senza più riuscire a contenersi, ulula con le lacrime agli occhi.
«Devo preoccuparmi?» aggrotto la fronte, senza capire. Jillian scuote il capo, posando il libro sul tavolo e infilando una mano in una tasca della gonna per poi porgermi un piccolo oggettino rotondo.
Una spilletta, per l'esattezza. Con la mia faccia stampata sopra, circondata da una miriade di cuoricini rosa che ci svolazzano attorno.
«Cos'è?» indago, dubbioso, mentre anche Eugene si unisce a Milo nella risata.
«Una spilletta» osserva candida la mia ragazza «Molto carina, tra le altre cose, è riuscita veramente bene»
«Si, questo lo vedevo anche da solo» ribatto, pizzicandole appena la vita. Lei si agita, lanciando un gridolino acuto per la sorpresa.
Le prendo il piccolo oggettino di mano, rigirandomelo tra le dita mentre una terribile intuizione mi folgora al ricordare una semplice domanda di Dorothy.
Hai qualcosa di particolare contro le spillette?
«Ditemi che non è quello che penso che sia!» esclamo, guardandoli a turno tutte e tre.
«Oh no, bello mio! E non è finita qui!» sghignazza Milo, invitandomi a schiacciare la mia faccia con un dito. Magicamente, a quella si sostituisce una scritta, le cui lettere riportano i colori di Tassorosso.
«Per noi Carlisle è..» recita il moro.
«...il ragazzo più bello che c'è!» conclude il biondo.
I due si guardano, prima di lanciarsi di nuovo in una lunga serie di ululati che attirano le occhiate incuriosite del resto della tavolata.
«Come hanno fatto ad incantarla?» domando, sentendo puzza di bruciato. E' una procedura troppo complessa per delle bambine del primo anno.
La mia ragazza avvampa, liberandosi dalla mia presa. Tossicchia, senza guardarmi negli occhi.
«Era un'idea troppo carina per lasciarla irrealizzata» ammette «E morivo dalla voglia di vedere la tua faccia davanti ad una cosa genere» sussurra, mordendosi le guance per non esplodere a sua volta.
«Fila via, traditrice!» esclamo, più imbarazzato che mai; anche lei scoppia a sua volta a ridere, allontanandosi di corsa, e Milo e Eugene, in preda a vedere e proprie convulsioni, sprofondano al di sotto del tavolo, incapaci di reggersi in piedi.
Ma tu guarda che gente. 













25/03/2008
commenti (5) • tag: amori, malinconia, dolore, addii, amicizie, serpeverde, riddle, momenti imbarazzanti, morsmordre

Le tende del baldacchino ricadono ai lati del mio letto, ma io guardo dritto sopra la mia testa, stesa con le mani intrecciate all’altezza dello stomaco. Stomaco che si è chiuso un paio di giorni fa, quando Edward mi ha spiegato .. un mucchio di cose, che faccio ancora fatica a comprendere. E che non mi permettono comunque di giustificare il suo comportamento nei confronti di Scarlett Lywelyn.
Mi sono resa conto di non sapere di lui nemmeno metà di quello che so di chiunque altro, quando dovrebbe essere il contrario; è pur sempre il mio ragazzo, e invece è poco più che uno sconosciuto. Noto i passi che entrano nella stanza, ma non faccio lo sforzo di alzare la testa per vedere chi sia: forse è Amber, stava trasferendo una nuova quantità di cuscini ridicoli ed orrendi che le ha mandato sua sorella.
Compio appena un lieve movimento che mi permetta di superare la punta dei miei piedi con lo sguardo, e mi ritrovo a fissare dritto in faccia la sopracitata bagascia, che cammina con lo sguardo perso nel vuoto, e la bocca semichiusa di chi non riesce a pensare e contemporaneamente controllare la propria muscolatura perché é troppo difficile fare le due cose allo stesso tempo. Faccio giusto in tempo a spostarmi sul fianco, per vederla cozzare con un 'tonc' sordo contro il baldacchino.
Quasi mi strozzo per soffocare una risata, subito interrotta dallo sguardo infuocato della mia compagna di stanza, che sembra sul punto di saltarmi alla gola anche mentre si massaggia insistentemente la fronte. Magari questa botta inaspettata le ha fatto cambiare idea sul conto di Ed, e d'ora in poi lo lascerà in pace; anche se, in effetti, sarebbe lui a dover smettere di cercarla.
Dopo uno sforzo di volontà, mi alzo, e con falsa disattenzione passo al fianco di Lywelyn e di tutte le sue parolacce smozzicate, e dopo poco faccio lo slalom attorno al birillo-Blackster, che si è precipitata in camera non appena la sua nuova amichetta si è messa a strillare come un'aquila. Già, perché ormai è palese che le due abbiano un piano criminale per la rinascita del club dei principi, che comprende la mia cacciata dalle braccia di Edward. Non posso fare a meno di scoppiare a ridere nel sentire Scarlett che si lamenta come se l'avesse trapassata una freccia; in fretta mi avvio verso la camera di Catherine, che mi aspetta per il tè.


***

un paio di giorni dopo.
Focalizzo la figura di Tom Riddle, seduto al tavolo di Serpeverde tra Lenore e Antonin Dolohov; i due sono costretti a sbracciarsi per attirare la mia attenzione, mentre lui non fa altro che fissarmi con sguardo di ghiaccio e un ghigno maligno sul volto. Chissà che vuole da me, stavolta. Mi avvicino con una certa perplessità ignorando Cate che, a sua volta, mi aspetta al tavolo. Al fianco di Jefferson Lennard si libera un posto nello stesso momento in cui lo raggiungo, dopo che lui stesso ha scostato con poca gentilezza dei ragazzini del secondo; e così, mi ritrovo a sedermi nel bel mezzo del gruppetto di Riddle, sotto lo sguardo attento del Caposcuola.
« ciao, Violet. » borbotta Jeff, senza neppure voltarsi di me, e piuttosto servendosi nel piatto una porzione più che abbondante di lasagne; al suo fianco, il giovane McDowning cerca di smettere di tossire, inutilmente, bevendo un bicchiere d'acqua. Riddle mi scruta ancora per qualche secondo, poi non fa altro che spostare lo sguardo sul suo piatto ed iniziare a mangiare in silenzio. Cerco una spiegazione presso Lenore, che a sua volta scruta il manico della forchetta come se vi fosse inciso il senso della vita. Senza fiatare, mangiucchio la mia lasagna, attendendo che qualcuno mi spieghi perché sono qui, ma riesco ad arrivare alla fine del pasto senza sentire neppure una parola che provenga dai miei vicini.
Faccio per alzarmi, del tutto intenzionata a raggiungere Catherine, e subito vengo raggiunta da Jefferson, che quasi cade faccia a terra per non lasciarmi allontanare da sola.
« ho diritto ad una spiegazione? » gli chiedo con un mezzo sorriso, mentre lui mi affianca e procede con me verso la grande porta a due battenti, spalancati.
« Tom voleva così. » scrolla le spalle, sorridendo gentilmente. Mi fa uscire per prima, seguendomi poi verso la Sala Comune. Catturo con la coda dell'occhio la sagoma di Tom che, seguito da quattro o cinque persone, compie il nostro stesso percorso.

***

« dunque? » Edward mi ha fatto prendere posto sul suo letto, ma non si è seduto al mio fianco, iniziando invece a camminare avanti e indietro per la stanza, borbottando a bassa voce e lanciandomi sguardi di sottecchi.
« allora. Promettimi che non reagirai male. » no, figurati. Questa premessa già mi rende parecchio nervosa, come testimoniano le mie dita, saldamente ancorate sul copriletto, seminascoste dalle pieghe del tessuto. Si ferma e mi fissa, affranto. Devo sembrare piuttosto smarrita, ed è come mi sento; mi sistemo distrattamente le trecce, cercando qualcosa da fare mentre lui raccoglie i pensieri, qualsiasi cosa abbia da dirmi. Non oso farmi idee prima di sentirlo parlare, forse perché ho troppa paura delle conclusioni che io stessa potrei trarre.
« Credo che siamo arrivati al capolinea. » scandisce guardandomi, per una volta, dritto negli occhi. Non capisco subito le sue parole; l'elaborazione è abbastanza lunga da costringerlo a guardarmi di nuovo, mentre pian piano la mia espressione si trasforma in una smorfia di disgusto e dolore. Ho un crampo allo stomaco che mi impedisce di astrarmi completamente. Zittisco di colpo il grido che mi risuona in testa, coprendolo con la mia voce, reale.
« mi staresti mollando, mh? » gli chiedo senza scompormi, limitandomi ad alzarmi in piedi di fronte a lui, giusto per vederlo arretrare, come se rifuggisse il contatto. Vorrei ricordargli che non gli facevo affatto schifo, fino a l'altro ieri; il suo letto è testimone.
Non risponde.
« è stato un piacere, Edward. » faccio per andarmene, tentando di superarlo, ma mi ritrovo a rischiare di sbattere la faccia contro il suo maglione. Il suo gesto mi porta a credere che voglia darmi un ultimo abbraccio, o qualcosa del genere. « non credi che sia già abbastanza doloroso così? » sibilo con risentimento, molto più di quanto avrei mai pensato di potergli dimostrare. Mi guarda con desolazione, facendo ricadere le braccia lungo i fianchi.
Tento di non destare sospetti mentre attraverso con tranquillità apparente la Sala Comune, per una volta tanto evitata dagli sguardi delle bambine che non hanno Edward da cercare al mio fianco, e anche da quelli di tutti gli altri; mi auguro che la notizia non si sia sparsa così velocemente, e in effetti è praticamente impossibile.
La camera vuota di Catherine mi accoglie più di quanto farebbe la mia; mi accascio sul suo letto, aspettando che compaia da un momento all'altro per consolarmi. Sento i suoi passi, la sua mano che si posa sulla mia spalla.
« vi? »
« è finita. »

***

« stupido maledetto marmocchio! » le mie dita affondano nella carne del collo di un ragazzino di Grifondoro, che ha osato intralciarmi il passo proprio mentre tornavo dalla mia passeggiata digestiva. Lo strapazzo, i segni rossi lasciati dalla pressione sulla sua pelle sono già più che evidenti.
Digrigno i denti. « il tuo sangue lurido ti impedisce di vedere dove metti i piedi?! » guaisce mentre cozza contro il muro, dove l'ha mandato una mia spinta. Ha scelto il momento sbagliato per mettersi in mezzo, decisamente il momento sbagliato. L'avrei ignorato in un'altra occasione, ma in questi giorni sono così nervosa che trapasserei l'acciaio con un morso.
Non ci sono tisane calmanti né pozioni che possano ridarmi la serenità che mi è stata tolta. Già, perché dopotutto ero contenta; oltre alle preoccupazioni per la Lywelyn e per altre mille cose, avevo davvero trovato qualcuno che mi desse sicurezza.
Mi rendo conto di tremare come una foglia solo quando una voce priva di accento mi riporta alla realtà.
« vorrei che questo finisse immediatamente. » Una donna bionda e di una bellezza quasi imbarazzante, il cui aspetto mi ricorda qualcuno, sta in piedi con le braccia conserte poco lontano da me. Allargo le dita e il ragazzino sfugge subito, singhiozzando mentre si barrica nel bagno all'estremità del piano.
« per favore, venga con me, signorina. » scandisce prima di farmi strada, i tacchi stiletto che battono secchi sulla pietra.
Mi spalanca la porta dell'ufficio di Nolasco, richiudendola alle mie spalle e andando a prendere posto sulla poltrona dietro alla scrivania.
« su, siediti. » faccio come dice, senza staccare lo sguardo dalle sue iridi di ghiaccio. Intreccia le mani e vi posa il mento, senza smettere per un solo istante di osservarmi. « sono Martine Lewis, la supplente del professor Nolasco. » socchiudo appena le labbra; possibile che .. « sì, sono la sorella di Jasper. » aggiunge con un mezzo sorriso, lasciandosi andare sullo schienale. « tu sei..? »
« Violet Traviston, sesto. »
« hm, come Jasper. Sei una delle sue conquiste? »
« non è il mio tipo..però giochiamo a Quidditch insieme. » meglio non inimicarmela; i Lewis non sono i primi buzzurri sulla strada, e la sua posizione nei miei confronti dev'essere positiva, a tutti i costi. Mi riserva uno sguardo soddisfatto, per poi cambiare di colpo argomento e registro.
« per quanto io possa trovarmi d'accordo con il tuo pensiero, Violet, ti devo chiedere di evitare di aggredire in pubblico altri studenti. Ora vai. A presto. » si alza in piedi e io faccio lo stesso, congedandomi sbrigativamente dalla mia nuova, molto utile, conoscenza.













18/03/2008
commenti (1) • tag: discussioni, malinconia, dolore, amicizie, lezioni, guai, errori, corvonero, tassorosso, momenti imbarazzanti

Sono uscita dalla doccia, stamattina, ancora immersa nel vapore e nel pungente e dolce odore del mio sapone alla fragola. Ho passato la mano bagnata sullo specchio, creando un piccolo cerchio limpido che incorniciasse la mia faccia. Poi ho preso la mia trousse rosa, e ho tirato fuori la matita, gesto abituale di tutti i giorni, ma stavolta ero determinata ad osare di piu`. Volevo caricare l’occhio di nero, per renderlo piu` bello e misterioso. Ho iniziato il mio compito, e l’ho trovato piu` difficile di quello che mi aspettavo. Non riuscivo a tenere la mano ferma, e la matita sbavava. Ho dovuto ricominciare almeno tre volte, ma alla fine ho raggiunto un risultato che mi sembrava alquanto soddisfacente.

Poi ho passato il mascara diverse volte sulle mie ciglia sottili e per ultima cosa ho passato un po` di fard sui miei zigomi. Forse troppo poco fard, ne ho aggiunto un po` di piu`.

Finalmente sono uscita dal bagno e ho incontrato gli sguardi ancora assonnati di Susan e Lory. Che pero` mi hanno visto benissimo.

“Oddio ma come ti sei truccata?? Sembri un clown!” grida Susan, fiondandosi sul suo comodino e afferrando delle salviettine struccanti. Con un gesto veloce mi ripulisce la faccia. Poi mi spintona in bagno e inizia ad applicarmi il trucco. Mentre mi passa le sue mani esperte sulla faccia mi chiede:

"Be`, non hai qualcosa da dirmi? La nostra piccola Alexa e` diventata trasgressiva...Mi spieghi la tua assenza da Incantesimi ieri?" Il ricordo del mio incontro con Riddle torna piu` vivo che mai nella mia mente, lo scaccio infastidita. "Ti do un consiglio, che solo un'esperta come me puo` darti, la prossima volta cerca un giorno piu` conveniente. L'altra volta siamo arrivate in ritardo e Benton si e` arrabbiato, forse non era proprio una buona idea saltare la sua lezione con misero giorno di differenza". Se l'avessi ascoltata la prima volta che me l'ha detto...

Quando esco dal dormitorio mi sento un attimo piu` positiva, Susan ha veramente fatto un ottimo lavoro. Se non trova fortuna all’universita` dovrebbe diventare una truccatrice. Decisamente sa far risollevare l’autostima. Forse mi posso concedere anche qualcosa a colazione, giusto un assaggino, un piccolo muffin? Ad ogni modo oggi devo essere perfetta, c’e` la partita di Quidditch, Corvonero contro Tassorosso. Ci sara` tutta la scuola e devo essere presentabile.


Erbologia. Solito, riesce a rallegrarmi un po`. Sento sullo stomaco il muffin di stamattina, forse non avrei dovuto mangiarlo, ma ripenso che era la decisione piu` giusta, Lory e Susan hanno iniziato ad insospettirsi, ed era una necessita` mangiare qualcosa davanti a loro. Sono china sul mio vaso, mentre Susan, la mia partner per questo esperimento, scribacchia cuoricini su un quaderno, dimostrandosi per l'ennesima volta di poco aiuto. Ad un tratto pero` ci raggiunge la voce della Bonnet da dietro: "Susan al lavoro, Alexa devo parlarti". Mi alzo e mi trascino alla sua cattedra, quando sono in piedi davanti a lei mi accorgo di che ottima vista ha della classe, puo` vedere tutto. Nota mentale, ricordare a Susan di almeno fingere di lavorare, dalla cattedra si vedono benissimo i cuoricini sul suo quaderno.

"Alexa, sono davvero addolorata di dover mantenere questa conversazione con te, sono stata avvisata personalmente dal Caposcuola dei Serpeverde, Tom Riddle, della tua "voluta" assenza da Incantesimi ieri. Devo ammettere che all'inizio non riuscivo a credere alle sue parole, ma il professor Benton ha confermato cio` che gia` temevo. Hai qualche giustificazione per questo atto Alexa?". Non oso guardarla, so quanta fiducia ha in me la Bonnet, e mi dispiace doverla deludere cosi`. Maledetto Riddle...Non ha proprio tardato neanche un minuto ad avvisarla!

"Immagginavo di no. Ti conviene rimetterti in riga Alexa, so che il ritorno per te e` stato difficile, ma ultimamente ti vedo troppo distratta, e non c'e` scusa per il tuo comportamento. Per questo mi e` sembrato un dovere mandare una lettera a tua madre. Mi dispiace ma era necessario. Sai ovviamente che dovrai svolgere una punizione che il professor Benton ti assegnera`. Ti verra` notificato da lui quando e come. Puoi andare adesso". Non spreca un'altra parola con me. Non ha mai parlato cosi`, in questo tono duro e distaccato, ma anche profondamente deluso.

Ritorno al mio posto, e Susan mi guarda curiosa. Ma vede lo sguardo stampato sulla mia faccia e capisce che qualcuno mi ha beccato ieri mentre saltavo lezione. Meno male che ancora non sa chi, se sapesse si sentirebbe ancora piu` triste per me.


Dagli spalti si leva un urlo, e qualche mio compagno di casata butta per terra la sciarpa con lo stendardo del Tassorosso.

“Mannaggia!” grida Susan “Dai Lory fatti coraggio!”. Alzo lo sguardo dal mio specchietto, non ho occhio che per quello, ogni cinque minuti lo tiro fuori per ricontrollare il trucco.

“Che e` successo?” chiedo, visibilmente confusa. Un ragazzo del quarto si gira indignato verso di me. “Come che e` successo? Hai visto che punto hanno fatto i Corvonero?”

Ops. Forse era meglio se tenevo la bocca chiusa, fra le poche persone che mi apprezzano in questa scuola ci sono i miei compagni di casata, e non mi sembra proprio il caso di farmeli nemici proprio adesso. Susan ha capito la causa della mia distrazione.

Guarda la`!” grida.

“Dove?” mi giro perplessa. Ma non c’e` niente, a parte uno stupido del primo che sta conducendo una dettagliata esplorazione del suo naso con il dito. Mi giro schifata.

“Bella vista eh?” dice Susan, sventolandomi davanti lo specchietto, che mi ha astutamente rubato.

“Infame!” grido, cercando di riprenderlo.

“L’ho fatto per il tuo bene, stai benissimo, il mio trucco tiene fino a sera. Giuro” Incrocio le braccia, e` inutile, non rivedro` quello specchietto in giornata. Tanto vale arrendersi.

“Ti trovo io qualcosa su cui concentrarti” e sorride maliziosa, indicando uno dei giocatori sospesi in aria, e` un Corvonero “Hai notato il nuovo? Decisamente carino non credi?” Notando che si sta avvicinando agli spalti e` stavolta lei a controllarsi nello specchietto. Pero` non ci rimane ore come me, e lo chiude prontamente. Facile per lei, bella com’e`! Anche struccata starebbe benissimo.

E dai! Su con la vita! Cerca di goderti la vista. O almeno, se il belloccio non t’interessa, cerca di mostare un po` di entusiasmo almeno per Lory. Ti ricordo che c’e` anche lei, lassu` in aria” Detto questo si lascia andare ad una lunga serie di grida che elogiano Lory, spingendola ad andare avanti con la partita. Noto che c’e` anche Cassandra, la ragazza che ci ha presentato Lory l’altra volta, sul campo. Anche lei, come la mia amica, sembra trovarsi in difficolta`. E anche lei riceve grida di incoraggiamento, mi giro per cercare da chi provengono, e vedo Rah, anche lei molto entusiasta nel tifo. Strano, non me la immagginavo in un ruolo del genere. Ma ripensandoci, non mi vedevo neanch’io qui, ad una partita di Quidditch, a pensare soltanto al mio aspetto, mio unico pensiero della giornata, solo per uno stupido commento di uno stupido ragazzo che non meriterebbe la mia amicizia per nulla al mondo. Eppure, guarda un po`, sono proprio in questa situazione, e ci sono fino al collo.

 

 













14/03/2008
commenti (5) • tag: amori, malinconia, dolore, amicizie, litigi, grifondoro, corvonero, momenti imbarazzanti, fidelius

diversi giorni fa.
Momento di attaccare gli avvisi in bacheca, come faccio spesso; tengo tutti i miei bei foglietti stretti in mano, e con cura li appunto uno ad uno al rettangolo di legno, approfittandone per leggerli, visto che per ora non ne ho avuto il tempo.
Tra annunci di ripetizioni offerte e cercate e altri foglietti di scarsa importanza, conservo una posizione d’onore per l’avviso sul Quidditch: un cacciatore si è sfracellato a terra durante un allenamento e s’è rifiutato di ricominciare a giocare. Siamo alla ricerca di un giocatore per la partita di questo weekend, e così domani pomeriggio ci saranno delle audizioni d’emergenza.
« questo è tempismo, non c’è che dire! » alle mie spalle è apparso Aedan Lywelyn, tutto arruffato dalla notizia di cui ha appena preso atto; non ho socializzato molto con lui, ma intuisco al primo colpo che gli interessi quel posto da cacciatore. Considero Aedan un tipo un po’ strano; non l’ho visto passare tempo al di fuori della Sala Comune, se non con sua sorella, il nuovo acquisto del club di Edward Norwood & C. Gli stessi che hanno riempito di botte Eugene Pennington, il Mezzosangue amico di Jillian.
« i provini sono domani alle sei. » sorrido, mentre ripeto l’informazione riportata nell’annuncio. Mi sentirei in colpa, se non lo facessi: è il mio compito, visto che sono stata nominata Caposcuola.
« ci vediamo lì, allora. » risponde con un sorriso, accennando un inchino; certo che è proprio strano. Talvolta mi chiedo se non sia spuntato da uno dei miei racconti – di certo dalla parte di un malvagio antagonista, perché i miei protagonisti non hanno mai la stazza di un torello. Lo saluto con la mano, spostandomi in fretta verso i dormitori delle ragazze, dove devo recuperare la mia tracolla prima di scappare a lezione.

***

una manciata di gorni fa.
Infilo la testa nel dormitorio delle ragazze del sesto; dopo profonde riflessioni, sono giunta ad una conclusione dai risultati imprevedibili, che cambierà parecchie cose nel Club e in tutto il corso della mia vita. E non solo della mia.
« Jillian McKanzie? » la testolina bionda della Corvonero scatta in alto; è sempre bizzarro vedere le persone fuori dal loro contesto abituale, e McKanzie senza i suoi boccoli d’ordinanza è davvero scioccante. La più stupita sembra comunque lei, che sbatte le lunghe ciglia e quasi rotola giù dal letto, senza smettere di fissarmi con gli occhioni sgranati. Dopo un paio di momenti di stallo, si precipita verso la porta, mentre le sue amichette ridono di gusto da sotto le rispettive coperte.
« ciao, Georgiana. » mugugna nascondendo un libro dietro la schiena.
« Jillian McKanzie, dovrei parlarti un momento. » le faccio cenno di seguirmi fuori dalla stanza; zompetta fuori, in equilibrio sulle grosse pantofole imbottite. E’ tutta rossa in faccia: forse non ha gradito di essere stata convocata mentre si stava per addormentare, sognando il suo bell’amichetto tassorosso.
« sei autorizzata a dire di no. » premetto, appoggiandomi con la schiena al muro per cercare nelle pietre la forza di parlarle. Se mi dicesse di no sarei davvero in imbarazzo. « è per il club .. ti andrebbe di diventare la mia assistente? » boccheggia. Lo sapevo, non poteva andare tutto bene; peraltro, non le sto chiedendo una cosa qualsiasi, è logico che ci debba riflettere. Non posso gestirmi da sola, questo è chiaro, visto che ci sono una decina di persone che aspettano le mie indicazioni, e né Julia né Sebastian se la sentono di fare gli insegnanti. Dopo poco annuisce con decisione, senza neppure dischiudere le labbra. Sospiro di sollievo.
« grazie. ci vediamo domani, e ti spiego meglio. » la lascio tornare meglio, e intanto io torno verso la mia stanza. Mi sono tolta un bel peso dallo stomaco, anche se probabilmente è solo perché l’ho scaricato su quello di Jillian. Apro la porta, e Cheslav mi salta in braccio, miagolando a tutto volume.

***

riunione del club.
Isabel Sittenfeld segue come un cagnolino Jillian non appena questa si dirige verso la nostra nuova mascotte, Eugene Pennington. Quel povero ragazzo ha subito abbastanza percosse da distruggere completamente almeno tre persone, e ancora regge perfettamente; anzi, sembra che si stia impegnando ancora di più per imparare ad usare propriamente un incanto di base, ma che potrebbe rivelarsi più che utile, come l’expelliarmus. La sua bacchetta si leva sopra alla sua testa – quindi molto, molto in alto – e poi ricade con un gesto fluido; dopo un istante, la bacchetta di Carlisle Hunnam vola via dalla sua mano, ticchettando al suolo. Eugene ridacchia trionfante e Isabel, con gli occhioni lucidi e un rivolo di bava, tira una serie di gomitate ad Audrey Salinger. Ah, l’amore.
Il mio, di amore, sta facendo il cretino con Peter Halbury qualche metro più in là, sorvegliato da vicino da Sebastian e Julia. Nell’ultimo periodo, il suo comportamento non si è rivelato affatto rassicurante: c’è qualcosa che non va e non me ne parla. Sospetto di essere io stessa, il motivo di tanto nervosismo; non usciamo da soli da più di una settimana, e non ho il coraggio di contare precisamente i giorni che mi separano dall’ultimo bacio che ho ricevuto. Non c’è che dire che anche al momento non mi sta badando, neppure per sbaglio.
« sono le undici, vi conviene andare. » ci interrompe Julia, alzando le braccia per attirare l’attenzione. Jill si volta subito verso di me con aria trionfante: ha superato la sua prima lezione, ed è ufficialmente dentro.

***


poco dopo.
Corro lungo il corridoio prima che Garet possa fermarmi; sono abbastanza contrariata da poterlo sgozzare, se solo osa avvicinarsi troppo. Il suo comportamento non è accettabile, almeno non da me. Mi stringo al petto la mia cartellina e la bacchetta, infilando le scale più in fretta che posso.
« Georgiana! » è lui che mi chiama; mi fermo sulla rampa, con un piede sul quarto gradino e uno sul terzo. Mi volto verso di lui, sgranando gli occhi mentre si ferma alla fine delle scale, guardandomi dal basso all’alto; mi costringo a ruotarmi interamente verso di lui, scendendo anche di un gradino. « scusa se non ti ho badato per un po’.. avevo bisogno di riflettere. » oh no. Nessuna Giulietta, nessuna Elizabeth, nessuna eroina si è mai sentita dire niente del genere; ho la forte tentazione di dargli una pedata in faccia, ma mi trattengo, visto che ricomincia a parlare, come un fiume. « vedi, tra di noi c’è qualcosa che non va. Sono desolato. Non riesco a capire cosa voglio. Forse dovremmo fare una pausa, sai, per pensarci un po’ su. » sono passati due mesi da quando ci siamo messi insieme. Due mesi. Sapevo che Garet non era tipo da avere una donna, se non quella che avrebbe portato all’altare, ma il mio cuore si sta comunque sbriciolando dentro la cassa toracica. Mi appoggio al corrimano, ricacciando indietro le lacrime; mi aspettavo delle scuse, non di venire mollata. Il silenzio mi rimbomba violentemente nelle orecchie: Garet trema davanti ai miei occhi, continua a guardarmi aspettando una risposta, mi accorgo nettamente che anche le sue iridi sono velate di un lieve strato umido. Prendo fiato dalla bocca.
« No, Garet. No. » distolgo lo sguardo per un momento; non voglio fare quello che sto per fare, e non mi rendo neppure conto delle mie stesse parole, in realtà. « o stiamo insieme, o non stiamo insieme. » guardo il soffitto per qualche momento, cercando di far tornare indietro le lacrime, che però scivolano a lato degli occhi, fino a finire nelle radici dei capelli.
« Georgiana, non posso. » scendo un altro gradino, trovandomi praticamente di fronte a lui. E’ bellissimo. Non voglio stare senza di lui, ma non voglio neppure rimanere in un limbo. Gli prendo il viso tra le mani; sta tremando, e non dice niente. « non posso. » borbotta abbassando lo sguardo. Lo lascio andare, indietreggiando; salgo due gradini. La distanza che c’è ora tra noi non è solo fisica. Non attendo più una sua risposta; mi concedo di iniziare a piangere silenziosamente, e scappo verso la Sala Comune.

***

due giorni dopo.
Mi siedo sul tappeto ed incrocio le gambe, posizione che trovo particolarmente comoda, e che posso assumere solo quando porto qualcosa di più coprente e pratico della gonna della divisa. Sebastian si mette in ginocchio di fronte a me, facendo cadere tra di noi un pacco di scartoffie, risultato di un’eternità passata in presidenza. Un’eternità completamente inutile, visto che la presenza di Tom Riddle ci ha precluso qualsiasi possibilità di fare qualcosa di concreto, o anche solo di fiatare con Dippet.
« non c’è niente di interessante, in tutto questo. » borbotto smuovendo le carte. Prendo in mano una matita, scarabocchiando sul margine di un foglio qualche altro appunto e continuando a parlare a ruota libera; noto appena con la coda dell’occhio i movimenti di Sebastian. « .. non concluderemo mai niente! » esclamo puntando lo sguardo su di lui, del tutto alterata dal mio sproloquio. È che non punto esattamente lo sguardo su di lui, ma direttamente nei suoi occhi, visto che il suo viso è a pochissimi centimetri dal mio. Lascio che si avvicini ancora un po’, la sua guancia scorre delicatamente contro la mia; perché sto flirtando in questo modo disgustoso? Gli permetto anche di prendermi per mano, e di lasciar poi scorrere il palmo lungo il mio braccio. E’ orribile da parte mia! Però è piacevole. Mi obbligo a ritrarmi quando si inclina lievemente, con l’evidente intenzione di baciarmi.
« no, Sebastian. » mormoro sbilanciandomi all’indietro, e tornando a sedermi mezzo metro più indietro. Sono lusingata, lo ammetto. E anche piuttosto eccitata dalla faccenda. 

***

« .. abbiamo finito di lavorare senza neppure accennarci, e basta. Lo giuro! » mi sento ancor più sudicia e bastarda mentre racconto a Julia cos’è successo. E dire che pochissimo tempo fa mi ero accasciata piangendo sulle sue ginocchia, dopo essere stata mollata da Garet; solo al pensiero mi si stringe lo stomaco. Non si è più fatto vedere, ed è meglio così, perché gli avrei lanciato una fattura trasfigurante appena fosse passato nel mio raggio d’azione. Invece mi ritrovo a spettegolare su Sebastian, sotto lo sguardo compiaciuto della mia migliore amica. Quando si dice che la vita è strana.













13/03/2008
commenti (1) • tag: malinconia, dolore, amicizie, guai, grifondoro, corvonero, tassorosso, fidelius

Carlisle mi prende da parte e mi dice:
“Julia, è successa una cosa.”
Il tono non mi piace. La sua espressione ancora meno. Non proferisco verbo, mentre lui sembra cercare le parole. Mi sto preoccupando.
“Hanno aggredito Eugene.”
Chiudo gli occhi. È abbastanza un colpo, ma non posso dire che non me lo sarei mai aspettato. Riapro gli occhi, e guardo Carlisle fisso negli occhi.
“Come sta ora?”
“Abbastanza bene. È in infermeria.” 
“Capisco. Devo andare.”
Carlisle mi guarda abbastanza attonito mentre lo lascio solo nel corridoio, superandolo. Mentre mi allontano, una lacrima, una sola, scende dai miei occhi.

"È successo ancora.”dico a Sebastian ed a Georgiana.
Loro non possono fare altro che annuire. Cammino avanti e indietro.
“Cosa possiamo fare? Nulla! Avrei dovuto essere lì. Qualcuno avrebbe dovuto esserci.”
“Jules, non ricominciare!”
prorompe Georgie.
Non rispondo.
“Non possiamo certo mettere sotto scorta tutti i Mezzosangue della scuola.”rincara Sebastian.
È vero, non possiamo.
“Possiamo solo insegnare loro a difendersi. Ma se vengono assaliti senza l’uso della magia…beh, il nostro aiuto pressochè si annulla, a meno che non li difendiamo fisicamente.”aggiunge il mio amico.
Mi siedo accanto a Georgie, che mi mette un braccio intorno alle spalle. Seb si accoccola accanto a noi, e mi stringe la mano.
“Non è come con Ida, capito?”dice Georgiana.
Faccio un cenno d’assenso.
“Sì. Stavolta lo so. Non è colpa mia.”

Scendo nelle cucine di Hogwarts. Subito un esercito di elfi domestici mi viene incontro impaziente di aiutarmi. Rifiuto con cortesia e domando alcuni ingredienti.
“Mi servirebbero farina, uova, zenzero…”inizio ad enumerare.
Poco dopo, tutto è sul tavolo, insieme ad una ciotola, una teglia e degli stampini.
Mescolo le giuste dosi aiutandomi con la magia, poi cuocio i biscotti con un incantesimo insegnatomi da mio padre. Questi sono i suoi ed i miei dolci preferiti, ed io ho imparato a prepararli fin da piccolissima.
Gli zelanti elfi domestici mi forniscono addirittura una scatola di latta.
Salgo le scale, e mi dirigo in infermeria. L’infermiera Mound mi sorride, e quando chiedo:
“Posso entrare da Eugene Pennington?”
“Ma certo, cara.”
mi risponde.
Spingo la porta, e vedo una testa bionda che si volta subito verso la porta. Sembra sorpreso dalla mia presenza, ma non dice nulla.
“Ciao.”dico, sollevando la scatola.
“Ciao. Cos’è quella?”
“Biscotti norvegesi allo zenzero. Spero che ti piacciano.”
glieli porgo.
Li prende in mano e li appoggia sul comodino.
“Come stai?”gli domando.
“Insomma. Sono passato fra le mani ed i piedi di un numero imprecisato di Serpeverde.”
“Hai riconosciuto qualcuno?”
Un guizzo nei suoi occhi. Poi si accorge che ho visto qualcosa, e abbassa lo sguardo.
“Sì, mi sembra ovvio.”dico.
Mi siedo sul letto accanto a lui, il che forse lo mette un po’ in imbarazzo, visto il rossore sulle sue guance. Ma ho bisogno di sapere. E non ho intenzione di lasciarmi frenare.
“Eugene, è importante.”
Non una parola.
“Cosa devo fare per farti cantare?! Ballare nuda?”esclamo, cercando di scuoterlo.
Alleluia. Un sorriso stiracchiato. Poi di nuovo l’espressione diffidente di poco fa.
“Non ho visto bene. Ma mi è parso di intravedere il viso di Jasper Lewis.”
Uno dei pupilli di Tom Riddle. Mi sembra ovvio.
Qualcuno bussa alla porta. Scatto in piedi e mi allontano di un passo, mentre l’infermiera Mound introduce la testa color ruggine e dice:
“Eugene dovrebbe riposare, cara.”
Lo saluto, ed esco.
Ora ho una certezza in più.


Una domenica pomeriggio passata al campo di Quidditch. Motivazione: prima partita del torneo fra le Case, Corvonero contro Tassorosso. Peter, il nostro capitano, ci ha riuniti in Sala Comune e poco dopo la truppa si è messa in marcia.
“Il miglior modo per sconfiggere l’avversario è conoscerne i punti deboli!”afferma il nostro Cercatore.
“Peter, non è per smontarti. Ma sono anni che li conosciamo…”dice Damian Denholm, il mio collega Cacciatore.
“Non è vero. Hanno un Cacciatore nuovo…come si chiama? Lywelyn. E non credo sia da sottovalutare.”
Prendiamo posto nelle parti più lontane dal tifo sfegatato e osserviamo i giocatori che svolazzavano per il cielo color piombo. Vincono i corvi.
Mentre andiamo via, vedo Aedan Lywelyn di spalle che parla con qualcuno, così decido di andare a salutarlo. Gli do un colpetto sulla spalla.
"Oh, Versten."mi saluta. Un’occhiata del genere ‘Visto con chi avrai a che fare?’.
"Pura fortuna,Lywelyn."rispondo, sorridendogli.
Poi mi presenta la ragazza con cui sta parlando: sua sorella Scarlett. È piccola, magra con un visino dai lineamenti sottili. Mi ha osservato con attenzione fin da quando ho aperto bocca. Un istante dopo averle porto la mano, mi ricordo che è Serpeverde.
E questo non mi piace.
Scarlett ci saluta poco dopo.
"È molto bella.”dico.
"Sì, fin troppo. E la bellezza è compensata da un caratterino esplosivo."aggiunge lui, seguendola con lo sguardo mentre si allontana.
Oh, no. Ora mi farà la classica domanda: e tu, hai fratelli o sorelle?
Non me la sento di rispondere. Così cerco di dileguarmi in fretta.
“Allora complimenti per la partita. Ma vedrai poi, quando ci affronteremo!”
“Non vedo l’ora!”
“Ora vado, ci sono i miei compagni che mi aspettano.”
dico, indicando Peter e Damian che si sono fermati poco distante.
Così mi allontano da lui e da una domanda ancora difficile per me. Peter e Damian mi accolgono con un gran sorriso.
“Se stai fraternizzando con il nemico, ti butto fuori. Ma nel caso riuscissi a carpire qualche informazione utile…”inizia Peter, guardandomi sornione.
Alzo gli occhi al cielo.
“Capitano, sei più pettegolo di una Tassa!”viene in mio aiuto Damian, che però poi aggiunge: “Però è vero, mai disdegnare un aiuto in più…”
Continuano a prendermi in giro mentre torniamo a scuola, ed io li lascio fare. Sono loro grata, perché risollevano il mio morale. Che ora è abbastanza in crisi.
Nell’atrio, intercetto Jillian, Audrey e le loro amiche e chiedo loro se possono portarmi da Georgie. Jill mi sorride, e si offre di accompagnarmi fino alla Torre di Corvonero. Cerca di avviare una normale conversazione con me, ma purtroppo non sono molto dell’umore. Non sento neppure l’indovinello della porta della loro Sala Comune. Jillian spinge la porta per farmi passare, e mi guarda inquieta.
“Scusami, Jill. Sono un po’ giù…ho bisogno di stare con Georgiana, e poi tornerò come nuova.”
Jillian annuisce e mi saluta con un sorriso nervoso. La smetterò mai di far preoccupare per me le persone che mi stanno accanto?
Mentre faccio un passo avanti nella Sala, mi sorge il dubbio di poter incontrare Aedan. Per fortuna non si vede in giro.
Georgiana è in camera sua, mi dicono, così la raggiungo. È seduta accanto alla finestra, e osserva pensosa l’orizzonte che si tinge d’arancio.
“Georgie?”
Si volta verso di me e dice:
“Oh, Jules! Avevo proprio bisogno di parlare con te.”
Telepatia. La necessità è reciproca. Stavolta però accantono i miei problemi, e mi preparo all’ascolto dei suoi. Pochi giorni fa, povera G., ha subito il mio primo sfogo dopo la morte di Ida. Devo ricambiare in qualche modo.
“Dimmi tutto.”
Sospira, mentre mi siedo di fronte a lei.
"È Garet. Sta diventando geloso di Sebastian.”
"È comprensibile, non credi?”

Annuisce.
“Tu cosa vuoi?”
“Se lo sapessi, non sarei qui a parlarne con te, no?!”

Non è da lei scattare così. Non con me. Alla mia domanda di notizie, risponde:
“A parte l’episodio dell’altro giorno, Garet mi ha detto che Seb non si comporta più proprio da amico nei suoi confronti.”
“In che senso?”
“Per il momento sono solo volate parole grosse.”

Cerco di confortare Georgiana come posso, attingendo alla mia esperienza non proprio positiva. Mi sembra del tutto in crisi. E non poter dare una mano alla mia amica mette in crisi anche me.
Urge una discussione fra me e Seb. Argomento: cosa diavolo stai combinando?!
Terza riunione del Club. Siamo gli stessi dell’ultima volta, nessun nuovo iscritto. La boccia di Siero della Verità resta sigillata, accanto a Georgiana.
Seduto su un divano, apparso per l’occasione, c’è Eugene Pennington.
“Direi che dovremmo parlare degli ultimi avvenimenti.”dice Sebastian.
Oggi c’è meno brusio del solito. Gli sguardi si appuntano su Eugene a intervalli regolari, e lui resiste stoico a questa prova. Carlisle mi ha spiegato quanto odi essere al centro dell’attenzione per questo motivo, e mi ha pregato di evitare di peggiorare la situazione.
Ma io sono piena di rabbia lo stesso, quando prendo la parola.
“La violenza delle viscide Serpi con cui abbiamo la fortuna di andare a scuola non è diminuita, affatto. Anzi, si è resa ancora più infida e vergognosa. Non solo dovete stare attenti e sapervi diferndere con la magia. Ma dovete essere preparati al rischio di aggressioni fisiche.”
Non vola una mosca. Forse sono un po’ troppo melodrammatica, ma mi preme che capiscano bene la posta in gioco.
“I consigli che vi do sono quelli dettati dal buonsenso. Non girate da soli di notte. Portate con voi la vostra bacchetta in ogni momento. Siate cauti ma anche vigili, casomai qualcuno dovesse aver bisogno di voi…e prima o poi succederà.”
Dopo qualche altra parola, lascio campo libero a Georgie. Jillian è stata promossa sua assistente [o suo ufficiale in seconda, come dico io], e le da una mano nell’impartire la lezione odierna.
La professoressa Merrythought avrà bellissime sorprese nei nostri voti di Difesa contro le Arti Oscure.













12/03/2008
commenti (1) • tag: ricordi, famiglia, amori, malinconia, dolore, misteri, speranze, amicizie, serpeverde, dubbi

Guardo fuori dalla finestra. Nevica, soffici fiocchi bianchi ricadono sul terreno lasciando un leggero alone bianco. Sta attaccando, se continua così per tutta la notte domani avremo uno o due metri di neve. Tra le mani i fogli, letti e riletti, che mi ha consegnato Scarlett con le informazioni sui Gaeltacht. Ormai le potrei ripetere tutte, le so a memoria, ma niente di quello che c’è scritto riesce a portarmi delle vere informazioni su essi. Sono una setta, forse questo è l’unico punto su cui posso apporgiarmi. Ma che cosa c’entra con loro mio padre? In cosa sarebbe potuto essere immischiato? Che cosè che mi sfugge? Forse l’unico modo per scoprire qualcosa, di concreto e sicuro, è recarmi nel loro mondo.
Con queste deduzioni decido di lasciare lo scomodo marmo ghiaccio del davanzale della finestra e mi accingo ad andare a dormire. Mi preparo una tisana che mi sono preparato, dopo una settimana di intenso lavoro finalmente è pronta, per dormire. Questi incubi mi impediscono di riposare, ormai sono diventato un cadavere, tutti gli occhi delle ragazze mi guardano preoccupato. Sono un cencio. E domani devo parlare a Violet, devo riposare, per forza.

Mi butto di sotto dal letto fischiettando un motivetto a me sconosciuto. Dormire mi ha fatto bene, mi sento come rinato. Jasper mi fissa incredulo dal suo letto, fino a quando in tono teatrale non mi rivolgo a lui: “mio caro amico, ma come ti è venuto in mente di farmi ridurre in questo stato? La mia povera immagine, sembro un barbone! Adesso cosa penseranno tutti di me?!” sembro drogato. Devo ammetterlo. Probabilmente ho esagerato la dose ‘risveglina’ di quel troiaio che mi sono bevuto ieri sera. Meglio così.
Mi dirigo verso il bagno dove mi faccio un’accurata pulizia del viso: barba, sopracciglia di troppo, crema. Adesso si che va bene. Mi guardo compiaciuto, lasciando poi il posto a Jasper che è ancora mezzo addormentato.
Decido di indossare un paio di semplici jeans ed un maglioncino in lana grigio, con le righine di rifinitura verdi e scendo in sala comune. Mi siedo sul divano più vicino al fuoco e tiro fuori pergamena e piuma.

Violet ho bisogno di parlarti. Appena puoi raggiungimi in cortile, al solito posto.

***

Arrivo in giardino, come previsto dalla sera prima è completamente ricoperto di neve. Vedo Violet già appostata vicino l’albero, infreddolita.
La saluto con u bacio sulle labbra e mi scuso per il leggero ritardo, alla fine sono solo cinque minuti ma con questo freddo anche questi pochi minuti fanno il loro.
“Edward, non potevamo vederci in un posto un po’ più accogliente?” brontola dolcemente lei.
“Scusa, è che non avevo voglia di stare in mezzo ad un branco di gente” mi sorride leggermente e poi mi fissa. Sta chiaramente aspettando che io parli.
Respira, respira, respira.
“Devo confessarti una cosa!” diretto, forse troppo. L’ho spaventata? Vedo i suoi occhi roteare, panico. Chissà a cosa sta pensando, è sbiancata.
“Si..?!” Aggiunge debolmente.
“In questi giorni sono scomparso perché..” non continuo subito la frase e vedo i suoi occhi sgranare sempre più.
“Stai con un’altra?!” sbotta lei. Dio santo, ma cosa gli è venuto in mente a questa!
“No, no, no.”
“Ti ho visto sai con quella là, la novellina, la Lywelyn!” continua maneggiando a destra e a manca.
“Violet, Violet calmati! Non ci sono altre. Ci sei solo tu.” Prendo le sue mani tra le mie e la vedo finalmente tranquillizzarsi. Le sue guance prendono un leggero rossastro.
“Scusami..” chiede poi, abbassando lo sguardo imbarazzata.
“Bhè..devo dirti una cosa che non so se ti farà piacere. Ma devi giurarmi” le alzo il volto verso i miei occhi, in modo da poterla fissare “devi giurarmi che non ne farai mai, e dico mai, parola con nessuno. Chiaro?” annuisce debolmente.
“Questa storia risale a tanti anni fa; io ero un ragazzino e uccisero mio padre sotto i miei occhi. Cancellai tutti i miei ricordi di quella sera fino ad oggi, giurando però vendetta.” A quella parola – vendetta – vedo un filo di preoccupazione, paura negli occhi della mia ragazza. Decido però, nonostante tutto, di continuare a parlare. “Ma qualche tempo fa, grazie ad un sogno, gli avvenimenti di quella notte sono tornati chiari. Il mantello di quell’uomo. Il simbolo della sua famiglia. Nessuno sapeva aiutarmi: Lumacorno, libri, fino all’arrivo di Scarlett. Lei conosceva quella famiglia, un’antichissima famiglia irlandese. I Gaeltacht.”

***

La cena è ricca ma ormai l’effetto dello sciroppo sta scomparendo e la mia vitalità con esso. Non ho fame, anzi, ho fame, ma di sapere. Sono avido di scoprire. Noto Scarlett alzarsi dalla tavola ed andare via. Non ho più parlato con lei da quando mi ha consegnato gli ultimi appunti, neanche per ringraziarla. A parte quel bigliettino stropicciato che le avevo inviato.
Lascio i miei compagni con un “ciao” e un bacio per Violet e la raggiungo.
“Scar!”
“Norwood. Guarda chi si rivede!” dice sarcastica.
“E’ vero, sono scomparso. Scusa”
“Un misero fogliettino! Almeno un po’ di tempo per un semplice grazie potevi anche trovarlo” so che è solo superficialmente arrabbiata con me. Ho sentito prima Deirdre che parlava di una Scarlett indaffarata per Edward.
“Hai ragione e chiedo umilmente perdono!” faccio un mezzo inchino davanti a lei prendendole la mano e baciandogliela.
“Sei perdonato. Ma attento a te!” La saluto con un occhiolino per raggiungere quella che in lontananza è solo la sagoma della mia gemellino preferita: Utopia Blackster.
“Ciao piccola!”
“Edward!”
“Dove stai andando?”
“Sto tornando in sala comune. Non mi sento molto bene!”
“Bhè, ti accompagno!” le cingo il braccio intorno alla vita e mi dirigo con lei verso la nostra accogliente sala comune.

Attenzione:
  1. Leggere nel forum, in discussioni per pg, il topic riguadante Edward e il club pro-riddle
  2. Quando dico che Ed si fa le sopracciglia, sia chiaro, non è nel senso di delinearle e dargli una forma. Ma ad esempio di avitare il monociglio o qualche brutto peletto che non incastra niente!












12/03/2008
commenti (6) • tag: amori, dolore, amicizie, conoscenze, guai, tassorosso, momenti imbarazzanti

Sgranocchio un biscotto norvegese, stando attento a non strappare la crosta che copre il mio labbro rotto. Madame Mound redge diligentemente il foglio di dimissione, in cui elenca tutti i miei acciacchi e le centinaia di medicine che mi farà prendere nella prossima settimana.
Ho passato tre giorni in infermeria, a ricevere visite come un ferito di guerra; cosa piacevole, visto che ho oziato ed ero assistito in tutto e per tutto. Ma una noia mortale per il resto del tempo, per non parlare di lividi mal di schiena e affini, e soprattutto del piacere di farsi risistemare un piede rotto. Già, perché andando in infermeria sono anche caduto dalle scale, e grazie al cielo non c’era nessuno nei dintorni.
Lo sguardo mi scivola sul disegno della scatola di latta che mi ha consegnato l’altroieri Julia; è stata molto gentile, cosa che mi ha destabilizzato, lo ammetto. Non sono abituato all’interesse delle persone nei miei confronti, soprattutto non delle ragazze, e per giunta più grandi, in questo caso. Probabilmente è solo perché le faccio pena, e perché sono una buona cavia per le sue disquisizioni sulle angherie di Riddle e soci. Ma giuro che la scuoierò personalmente, se mi metterà di nuovo nei casini, o se oserà mettermi in mezzo con i professori; sono sicuro che saranno sufficienti le domande che mi faranno appena uscirò di qui, e senza neppure ricevere spinte esterne.
Avvampo sotto gli occhi dell’infermiera quando mi torna in mente l’immagine di Julia che balla nuda, suggerita da lei stessa; sono costretto a tapparmi la bocca con la mano e fingere di tossire per camuffare il sorriso beota che mi è sfuggito e che tuttora faccio fatica a ricacciare indietro. No, non sono un pervertito, ma c’è da ammettere che non stiamo parlando di una radice di Bubotubero!
« tenga, signor Pennington. E mi faccia il favore di non farsi passare un’altra volta in frullatore finché l’infermiera sono io. » Tento di sorriderle, ma l’angolazione delle labbra mi fa bollire il livido che mi dipinge lo zigomo e sale sino al sopracciglio, costringendomi a tenere socchiuso l’occhio sinistro.
Con la mia scatola e la mia dimissione esco in corridoio; l’aria polverosa e le pietre scure sembrano riflettere un’aria dorata, che turbina nei fascri di luce tiepida che penetrano dalle finestre. Non so se sia perché ho visto troppo bianco, troppo a lungo, ma tutto mi sembra più bello. Così diverso da quando stavo a terra, come un sacco di patate, a lasciare che un gruppo di stupide serpi mi trasformasse in un mucchio d’ossa, lividi e tagli. Mi chiedo ancora perché non abbia minimamente reagito, almeno un calcio negli stinchi avrei potuto darglielo.
Entro nella Sala Comune, superando il quadro ed entrando in uno dei pochi luoghi che considero rassicuranti in questo gigantesco, labirintico castello.

***


Sono abituato ad essere guardato con diffidenza, quando – raramente – vengo notato, quindi non trovo molte differenze nell’atteggiamento degli altri Tassorosso. Una ragazza del quinto, dai dolci tratti orientali, si sporge dalla poltrona su cui è seduta e mi squadra con gli occhi sgranati; la ignoro e passo oltre, sbrigandomi a passare sotto gli stendardi della casa ed entrando nel basso tunnel dei dormitori, sino a raggiungere il mio. La porta è spalancata; posso vedere Carl steso sul suo letto, assorto nella lettura, e Milo appollaiato ai suoi piedi impegnato a sfogliare la Gazzetta del Profeta. Mi appoggio allo stipite della porta, stando attento a non posarmi a qualche contusione o ematoma.
« signori, è un piacere rivedervi. » li saluto, aspettando che siano loro a reagire per primi. Alzano la testa con espressione indifferente, risolvendosi poi ad esplodere in un insieme di versi sconnessi mentre caracollano giù dal letto e vengono verso di me.
« potevi avvisarci che ti avrebbero dimesso, no? »
« concordo! » Milo mi strapazza i capelli, a cui arriva solo allungandosi un bel po’ per raggiungere la mia testa. Mi trascinano verso il mio letto, e mi costringono a sdraiarmici, strappandomi di mano la scatola di biscotti di Julia, ancora semipiena, e si siedono al mio fianco, uno da una parte e uno dall’altra.
« sei convalescente: devi rimanere steso! » esclama Carlisle. Probabilmente si sono accordati su un diabolico piano per tormentarmi fino allo spasmo, e finché non darò loro il permesso di riempire di botte Lewis e soci.
« sai che mi ha detto Jill? » Carl si insinua, piegandosi verso di me con aria sorniona; mi aspetto che improvvisamente gli spunti dalle labbra una lingua biforcuta, da boa constrictor pettegolo quale è.
« che sei il suo paperotto tenerotto? » ribatto mollandogli una gomitata sulla coscia, unico punto a cui riesco arrivare agevolmente dalla mia posizione di ferito. Sembra colto alla sprovvista, ma si riprende con velocità eccezionale.
« anche.. » borbotta prima di riprendersi completamente, gli occhi azzurri che scintillano di malvagio divertimento. « mi ha detto che hai un’ammiratrice! » con l’indice mi spappola la punta del naso, e alle sue spalle Milo esplode in una risata sin troppo rumorosa per essere reale.
« vallo a raccontare a qualcun altro, Carl. » mugugno voltandomi verso Milo, alla ricerca di un po’ di conforto, che non sembra voler arrivare, visto che infierisce a sua volta.
« ma sì, invece. E’ Isabel Sittenfeld, la sua amichetta con gli occhioni blu! » la voce è già passata, eh? Tutti contro di me, il più indifeso! Maledetti, me la pagheranno appena smetterò di avere dolori anche a ossa che non sapevo di avere.
« smettetela. » borbotto cercando di far loro intendere che il trattamento che mi riservano è tutt’altro che piacevole. Mi mettono in imbarazzo, e mettono in imbarazzo anche Isabel, Jill e tutte le fatine del castello.
« smettila tu, e cerca di darti da fare! » mi risponde Carlisle, alzandosi in piedi e ricadendo pesantemente sul letto, cosicché il materasso si scuota tutto sotto il mio corpo indolenzito.
« e quei biscotti?! » aggiunge Milo, prendendone uno e sventolandomelo sotto il naso prima di infilarselo in bocca. Il loro tentativo di distrarmi sta sfociando in un’inutile sequela di pettegolezzi sul mio conto; speravo in un po’ di pace, ma a quanto pare sono destinato ad essere deriso e sfottuto per l’intero pomeriggio e serata compresa. Lascio che la mia testa sprofondi nel cuscino, socchiudo gli occhi, e lascio i miei due compari continuino a pigolare e spintonarsi da una parte all’altra delle mie gambe.
Non mi piace dover avere a che fare con le donne; mi irritano, e non si capisce mai niente di quello che fanno. Ci manca solo che finisca anch’io per essere perseguitato da una fatina, magari ossessionata dall’essere bio-tono-compatibile con il suo boyfriend .. no, non fa per me.


Il mio amato pianoforte. I tasti bianchi e neri erano coperti da un dito di polvere, chiaro segno che dall’ultima volta che li ho fatti suonare io – giusto prima della rissa – nessuno li ha toccati. Bella consolazione, vuol dire che sono l’unico a venire qui, se escludiamo le riunioni del coro della scuola, che avvengono ben più di rado di quanto dovrebbero. Premo con violenza diverse note contemporaneamente, accertandomi della totale sanità delle mie mani, almeno fino al polso, e di questo sono grato ai miei attentatori – che, oltretutto, così agendo hanno dimostrato scarsa furbizia, ma non sarò certo io ad andarglielo a dire.
Esco dalla Sala della Musica, zampettando giù per la stretta scala a chiocciola che fa scendere sino al chiostro, con la testa abbassata per non centrare in pieno le arcate troppo basse per me; sbuco nello spazio aperto brulicante di studenti che corrono su e giù, come succede sempre all’ora di cena. Mi aggiungo a loro, spinto verso la Sala Grande dalla voragine che mi sento al posto dello stomaco.
Improvvisamente, un oggetto non meglio identificato mi rimbalza sulle costole scassate, provocandomi molto più dolore di quanto avrebbe fatto normalmente. Ci metto un’eternità a focalizzare la testolina di una mia compagna di casa, mai vista prima in effetti, almeno trenta centimetri più in basso.
« ahio. » borbotto facendo risuonare la voce in gola, quasi passando già oltre e ignorando i lividi che mi pulsano sotto i vestiti.
« scusa! ti chiedo scusa, non volevo! » mi placca con maestria, agitando le mani come una pazza. La squadro da capo a piedi, mentre miseramente attira la mia attenzione e poi ricomincia a parlare. « mi chiamo Dorothy Crowley; sono nuova, sono tassorosso, del sesto. » mi comunica tutto d’un fiato, sorridendo e agitando il braccialetto che porta al polso; mi accorgo chiaramente che ha notato che la mia faccia è per metà bluastra.
« io sono Eugene Pennington, ci vediamo a lezione. » la liquido in fretta, allontanandomi con fare più ombroso del solito; non che abbia fatto apposta, è solo che sono fatto così. Più o meno. E così, ho una nuova compagna; speriamo non sia una nuova seccatura, anche se dall’aspetto si direbbe piuttosto simpatica, oltre che carina.
Ignoro Lewis e cricca che mi osservano dal tavolo di Serpeverde, sedendomi al mio posto, tra Milo e Carl, e indico loro Dorothy – almeno credo si chiami così – che trotterella al fianco di un prefetto di Corvonero e poi viene dalla nostra parte. Loro, in tutta risposta, mi fanno notare Isabel, che guarda insistentemente in nostra direzione, e dall’altra parte Julia, che fa lo stesso.
Mi accartoccio sul mio piatto di minestra, l’unica compagna che voglio per stasera.













09/03/2008
commenti (4) • tag: discussioni, famiglia, amori, dolore, amicizie, serpeverde, litigi, riddle

Vento in faccia. L’aria che corre più veloce di me, e in direzione opposta; mi sferza la faccia, il gelo mi arriva fino alle ossa. Stacco le dita dalla scopa, con cautela, sbilanciandomi all’indietro per rispondere alla chiamata di Jasper.
Un battitore Tassorosso mi sfreccia davanti, cercando di deviarmi addosso un bolide; mi scanso, prendendo per un pelo la Pluffa, che mi ricade in mano all’ultimo momento. Vedo gli anelli, dritti davanti a me; il portiere si agita e si muove a ogni mio millimetrico spostamento, e attorno a me e alla mia palla si agitano due intere squadre di Quidditch. E’ il momento. Mi alzo sopra le teste degli altri, e sollevo il braccio con un immenso sforzo per non farmela portare via dal vento. Carico. La Pluffa si stacca dalle mie dita, con lo slancio necessario per volare in linea retta verso l’anello centrale. Mi fermo, seguendo con lo sguardo la traiettoria disegnata dalla sfera rossa nell’aria. Un battito di ciglia. Un respiro, appena. E va dentro.
Il tempo si scioglie ed esplode insieme al grido di trionfo del pubblico sugli spalti. Faccio virare la scopa e ritorno lentamente indietro, spostandomi verso il centro del campo con uno zig-zag nell’aria. Al mio fianco sfreccia Wellington, che agita la mazza in una mano e solleva il pollice dell’altra, per poi gettarsi in picchiata verso un bolide un po’ più in basso.
Quest’anno la coppa è nostra; abbiamo vinto tutte le partite, tranne un pareggio con i Grifondoro. Non si può dire che sia presto per parlare, visto che siamo quasi alla fine del campionato. Dopo il fischio, riparte il gioco, e quasi contemporaneamente si fa largo una pioggerellina fine e fastidiosa, che mi fa appiccicare i capelli alla faccia e m’impedisce di vedere correttamente. Mi piace il Quidditch; mi rilassa, mi tiene allenata, e mi garantisce una posizione sociale di un certo livello mi diverte parecchio; sono in squadra da quando ero al quarto, e non credo di aver mai perso una sola partita o un allenamento. Certo, senza considerare i miei epocali ritardi.
Davanti a me, un cacciatore avversario notevolmente impedito si fa cadere la palla di mano con un atto di carità quasi commovente nei nostri confronti; sotto di me sfreccia Jefferson Lennard, o Jeff, mio compagno di squadra e amico di Tom Riddle. Prende al volo la Pluffa, schivando in tutta fretta i giocatori che gli si gettano addosso, tentando di prendergli la palla. Lo inseguo, allontanandoli come posso e cercando di distrarli, mentre lui si getta verso la porta. E’ un ragazzo simpatico, Jeff, e decisamente alla mano, rispetto alla media degli amici del nostro amato Caposcuola. E’ stato uno dei pochi che si è comportato amichevolmente nei miei confronti anche quando ero ‘sotto esame’ in quanto novellina.
Tre fischi. Qualcuno ha preso il boccino.
Tassorosso, a quanto pare: l’arbitro, Madame Wasp, parla concitatamente con i cercatori e altri giocatori che fluttuano attorno a lei. La situazione mi risulta chiara solo quando solleva le mani e annuncia i punteggi: a quanto pare, abbiamo fatto abbastanza punti da ottenere comunque la vittoria. Geert, come sempre il più gaio della situazione, scende già verso gli spogliatoi sventolando la sua mazza come un trofeo.
Sto tranquillamente a mezz’aria, quando mi viene praticamente addosso una tassorosso bionda; non posso esimermi dal darle uno spintone, facendola tremare sulla scopa, sul punto di fare un volo di almeno una decina di metri, un rischio ben più grosso di quello a cui lei ha esposto me. Maledetta idiota, deve imparare a guardare dove va.
A mia volta, scivolo verso l’ingresso degli spogliatoi, mentre sulla faccia mi scorrono copiosi i rivoli di pioggia.



Con un’espressione disgustosa sul viso, Lenore mi osserva da dietro le spalle di Tom Riddle. La situazione potrebbe essere scambiata per un colloquio di lavoro, in effetti, se non fosse che il mio presunto capo ha un anno in più di me e mi ha convocata per ben altri fini. Da quando Tom mi ha rivelato di sapere tutto riguardo a quello che avevo fatto a Medea, mi sono resa conto che in lui c’è qualcosa di molto speciale, e difficilmente rintracciabile in chiunque altro: ha un’ambizione smodata, e soprattutto un talento assolutamente superiore in qualsiasi campo. I miei bicchieri che esplodevano non erano altro che un pretesto per avvicinarmi, come poi ha confermato il mio inserimento nel suo club di giovani assassini. Non pensavo che il tentato omicidio della Diamond potesse portare risultati così positivi.
« Violet Ophelia Traviston, che piacere vederti. » sibila mellifluo, intrecciando le dita e posando i palmi sulla grossa scrivania di legno intarsiato della Sala Comune. Attorno a lui, sono raccolti i suoi pupilli, in silenzio perfetto e praticamente immobili. Io, invece, non riesco a trattenere dei movimenti convulsi, e tento di strapparmi le dita delle mani a furia di tormentarle, nascoste dietro la schiena.
« Anche per me, Tom. » mento, ma suppongo non si aspetti niente di diverso da me; le sue capacità di percezione devono avergli già consentito di scandagliare il mio cervello meglio di quanto io stessa abbia mai fatto. Mi osserva per qualche istante, in silenzio; quando ricomincia a parlare, sembra ancor più pacato del solito, quasi professionale.
« So che la nuova arrivata ti crea dei problemi, non è così? » il suo sguardo vacuo, privo di espressione, si dirige dritto nei miei occhi. Sono costretta ad interrompere il contatto visivo.
« Parli di Scarlett Lywelyn? Credo che sia io a creare problemi a lei. » sono impertinente, forse, ma non reagisce in alcun modo. Antonin Dolohov, alle sue spalle, si dondola sulle gambe di un antico scranno, sonnecchiando.
« Non crearti nemici, Violet. » quasi sibila, ghignando e sporgendosi in avanti, verso la sottoscritta. Non posso che ritirarmi, sprofondando nello schienale imbottito della poltroncina. In questo stesso momento, con un tonfo incredibile, Dolohov atterra di schiena sul pavimento, gambe all’aria, e la sedia sfracellata sotto il suo sedere. Riddle lo ignora. « conto su di te, perché i mezzosangue vengano mandati dove devono anche dopo che me ne sarò andato. » si alza in piedi, forse aspettando che gli stringa la mano. Non reagisco, invece, probabilmente perché sono troppo inquietata per farlo. « Lenore, accompagna Violet nella sua camera. Buona continuazione, mia cara. Dolohov, Lennard, andiamo. » si congeda per primo, scomparendo oltre la porta del dormitorio maschile con i suoi due amichetti alle spalle. La bella Lenore, invece, si accosta a me, sbattendo le ciglia; dietro ad un aspetto tanto dolce, si nasconde un carattere assassino, come ho potuto constatare.
« Non angosciarti troppo. » borbotta facendomi strada verso il dormitorio; è evidente che gli ordini di Tom non si discutano, visto che non ha fatto una piega e ora mi sta conducendo fino alla porta della mia stanza. « C’è tempo per lasciarti prendere dal panico, Violet.»



Familiare e gentile; non avevo mai pensato di poter considerare Lenore da questo punto di vista, ed ammetto che il suo supporto dopo la breve conversazione con Tom è stata una sorpresa davvero apprezzata.
Edward alza la testa dalla sua pergamena, sorridendomi; forti raggi di sole fanno scintillare il pulviscolo come coriandoli dorati, e trasformano i suoi occhi chiari in due specchi trasparenti. Allunga una mano, sfiorando il dorso della mia, finendo per ricominciare a scrivere con le dita ancora intrecciate alle mie. Non va bene, tra di noi; apparentemente siamo una coppia molto carina, alla faccia dell’intero globo terracqueo che va dietro al Bell’Edward, e non c’è l’ombra di un problema sui nostri volti. Ma è chiaro ad entrambi che non è la stessa cosa; non abbiamo litigato, non ne abbiamo mai parlato apertamente, ma la Lywelyn è chiaramente interessata a lui,e lui non fa niente per farle notare che è già impegnato. E che, oltretutto, non ha testa neanche per curarsi della sua ragazza; nell’ultima settimana avrei potuto benissimo definirmi single, e se non l’avessi cercato io avrebbe continuato ad ignorarmi e rimanere seduto con le gambe incrociate sul suo letto ad arrovellarsi su chissà quale dilemma, che ovviamente non mi vuole svelare.
« Edward .. hai ancora molto da fare? » cerco di attirare la sua attenzione con un sorriso languido, sperando che colga il sottotesto della mia domanda.
« Mmmh.. abbastanza. » sfilo la mano dalla sua: è davvero possibile che non capisca una sola parola di quello che dico? Gli darei un pugno in testa, e non esagero. Visto che, come ha dimostrato l’aggressione al Tassorosso biondo l’altro giorno, le scazzottate non sono più bandite dal raffinato mondo magico. Non insisto, e mi rimetto a leggere il mio libro con calma.
« Ciao Violet! » sento chiamare con un gridolino familiare; la mia cuginetta Roisin sta saltellando verso di me con estrema grazia, e un dolce sorriso sulle labbra. Ha un carattere davvero forte: non si è lasciata abbattere dall’arresto di suo fratello Lochlainn, reagendo con ancor più energia di quanto avrei fatto io nel mio momento migliore, e ignorando il fatto che mi sia lasciata prendere dalla disperazione. « Ciao, Edward! » trilla arrossendo visibilmente: probabilmente ha appena realizzato il suo sogno segreto, salutando Ed.
« Ciao, Roisin! » la saluto, depositandole un bacio in fronte. Si sistema il cravattino, guardando fisso verso di me per sforzarsi di non squagliarsi sul tavolo alla sola vista del Magnifico Edward.
« Ti va di venire a bere un thé con me? » non le voglio dire di no, e d’altronde posso cogliere l’occasione per testare l’interesse di Edward nei confronti della mia presenza.
« Ed, ti dà fastidio? » non risponde neppure, facendomi appena un cenno per congedarmi. Wow, sono colpita. Mi alzo di scatto, prendendo sottobraccio mia cugina. I suoi occhi, di una sfumatura di verde che non si differenzia minimamente da quella dei miei, e da quelli di tutti gli altri appartenenti al ceppo Traviston, si soffermano per un secondo sul mio ‘ragazzo’, ed è l’ultima cosa che fa prima di trascinarmi via, verso la Sala Grande.



« Beh? » abbaia Scarlett Lywelyn, strappandomi di mano una sciarpa violetto che ho trovato abbandonata sul pavimento e che ho raccolto. Immagino che la mia faccia sia più che attonita: in un istante catturo la mia faccia stupita nel riflesso dello specchio alle sue spalle. Lei sta emettendo vapori dalle orecchie, sventolando la sciarpa sopra la testa. Nel vedere che non reagisco, si immobilizza. Vedo il suo cervellino striminzito che lavora a massima velocità per cercare qualcosa da dire. « Ti pare il modo?»
« La prossima volta la butterò giù dalla finestra, al posto di raccoglierla. » rispondo con un sorriso sornione, spostandomi verso il mio letto e distogliendo lo sguardo dal suo faccino da gattamorta. Non sono dell’umore per usare la diplomazia, mi auguro che l’abbia capito.
« Cos’hai da fare la stronzetta? » non cede, continua a fare l’arcigna.
« Devo risponderti? »
« Beh! » evidentemente questo monosillabo è la sua passione, oppure si crede una pecora. E in ogni caso, non si è resa conto che potrei azzannarla, se solo dicesse una parola di troppo.
« Tu fai la gattamorta, io faccio la stronza. » ribatto placidamente, piegando una montagna di vestiti che sono ammonticchiati sul letto.
« Cosa staresti insinuando? » la trucido con lo sguardo, sbattendo tre camicie nel baule e richiudendolo con un gran sbattere di legno massiccio.
« Prima di portarti a letto Edward, dovrai passare sul mio cadavere. » evitiamo i mezzi termini, a questo punto, e andiamo dritte all’obiettivo. Tanto, prima o poi avrei dovuto dirglielo. Le sfilo davanti, infilando l’uscita e sgambettando verso la Sala Comune. « e vai a morire. » sibilo tra me e me, lanciando uno sguardo nello specchio della porta aperta.












05/03/2008
commenti (1) • tag: amori, malinconia, dolore, amicizie, dubbi, litigi, guai, grifondoro, corvonero, fidelius

Vorrei non avere tanto mal di testa, ma d’altronde è colpa mia, se sono rimasta a studiare fino a notte fonda. Non vedo la mia media in calo, ma non posso fare a meno di pensare che Garet e in genere tutti gli impegni che ho preso tolgano troppo tempo allo studio. Fino a qualche mese fa, non passavo il mio tempo libero a passeggiare sospirando, a guardare allenamenti di Quidditch sotto la pioggia, a fare lezione di Difesa contro le Arti Oscure ai miei compagni. Cose che, per carità, adoro, ma che mi fanno rodere per il senso di colpa. Ho un futuro che mi aspetta, e tutti contano su di me.
Infilo nella sua apposita cartelletta la pergamena coperta fittamente di appunti, mentre Silente sposta delle grosse gabbie piene di pappagalli sul fondo della stanza; la lezione doppia di Trasfigurazione mi ha stremata, anche se la mia lotta per la E è ormai alla fine, e a maggior ragione non voglio cedere proprio ora che Silente sembra sul punto di concedermela.
Mi metto la tracolla, sistemandomela alla bell’e meglio sulla spalla, e mi piego verso Annette, che per tutta la lezione si è agitata al mio fianco, fremendo per il desiderio di raccontarmi della fine che ha fatto il suo ex. Sogghigna, prende fiato – le sue vicissitudini mi forniscono sempre un sacco di spunti, quando scrivo di amori travagliati – e si ferma. Indica alle mie spalle, continuando a ridacchiare vivacemente e occhieggiando … Sebastian, che mi guarda con un’espressione a dir poco bizzarra, di cui non capisco né l’origine né lo scopo; è seduto su un banco, le gambe che oscillano e i piedi che sfiorano il pavimento.
« Beh? » gli chiedo, senza muovermi dalla mia posizione. Lui, invece, scende dal banco con un balzo, mettendosi in piedi di fronte a me. Curioso, molto curioso: è così .. alto, e ad una stangona come me non capita molto spesso di sentirsi sovrastata.
« Niente, mia cara. Osservavo che hai la faccia sporca di inchiostro. » mi sfiora la guancia con la punta delle dita. Curiosa, questa sensazione, già. Viene subito scacciato con uno spintone di Julia, stranamente energica. Mi guarda storto e guarda ancor più torvamente il povero Seb, che sembra volersi scusare di non so cosa con uno sguardo di rimando.
« Andiamo. » ruggisce la mi amica, trascinandoci entrambi con se. Faccio un cenno ad Annette, che rivedrò più tardi e alla quale darò tutto il tempo necessario per raccontarmi i dettagli. Seb allunga di nuovo un indice verso il mio mento, iniziando a premervi ripetutamente.
« Signorina Harrington. » mi volto verso Silente, sfuggendo al suo tocco.

***

Il professore aspetta in silenzio che i miei compagni escano, lasciandomi imbambolata ad osservarlo con crescente perplessità.
« So di non essere il tuo Capocasa .. » esordisce indicandomi il banco da cui mi sono alzata pochi istanti fa. « .. ma vorrei chiederti a che punto sei con lo studio per i M.A.G.O. » Ecco, sapevo che sarebbe successo: due anni fa, Silente è stato il primo ad appoggiare la mia idea di scegliere le materie più adatte ad un’eventuale assunzione come Auror. Cosa che, come ben so, richiede un assurdo coraggio ed una perseveranza che va oltre ogni limite. Doni che non sono sicura di avere, ma che non posso che sperare di tirar fuori, al momento giusto.
« Va bene .. sto studiando. »
« Pensi ancora di voler fare l’auror? »
« Già. » mormoro mentre lui si aggira per l’aula, ancora alle prese con i pappagalli che, poco fa, hanno subito una lunga serie di trasformazioni di quelle che potrebbero essere richieste, per l’appunto, agli esami finali.
« Anche il tuo collega Sebastian Lang ha i tuoi stessi progetti … già. » borbotta senza guardarmi.
« Ah sì? » senza volerlo mi spingo all’indietro, facendo scivolare di lato le gambe, come se stessi per alzarmi.
« Sei di fretta, eh? »
« No, affatto. Anzi.. »
« Sì? »
« ..sono contenta che me l’abbia chiesto. E’ un bene che mi sia ricordata qual è il mio obiettivo. » sorrido, alzandomi in piedi. Silente mi guarda con affetto prima di voltarmi le spalle e ricominciare a lavorare.


qualche giorno dopo.
Saluto Sebastian, che si dondola sulla sedia e mi segue con lo sguardo mentre scappo verso Garet. Il problema è Julia: come non preoccuparsi per lei? E’ evidentemente deperita. Sta male, è palese, ma non si sfoga affatto. Né con me, né con lui, e non riesco a capire cosa fare per aprire la valvola.
Il mio ragazzo è appena risalito dal campo di Quidditch, se non mi sbaglio, e sono quasi certa che sia stato un allenamento extra in vista della partita contro serpeverde. Vedo per prima cosa, appena mi avvicino, lo stato del suo occhio destro: è gonfio, ed un’ampia area attorno ad esso è di un rosso acceso. Lo sfioro appena, con la punta delle dita. Freme sotto il mio tocco: mi sembra nervoso, irritato, ma apparentemente non ce n’è motivo.
« Tesoro, cosa ti sei fatto? » sorrido, poi mi sposto in avanti, verso di lui. Si ritira, rifiutandomi un bacio. Mi sento momentaneamente disorientata, non l’ho mai visto fare una cosa del genere; probabilmente non è andato bene l’allenamento.
« Una pluffa. Tu, piuttosto … » alza il mento, accenna alla sedia da cui Seb è sparito; la sua espressione è stranamente dura, gelida. Lui è così dolce: non si è mai arrabbiato, neppure quando mi sono scordata un appuntamento perché stavo leggendo un saggio di Storia della Magia inviatomi da casa. « … ti sei fatta il ragazzo? » non l’ho mai sentito neanche parlare con sarcasmo; sembra quasi un’altra persona, e questo nuovo Garet non mi va decisamente a genio. Seguo i suoi tratti: le narici dilatate, gli occhi stretti, le mani che tremano.
« Ma che stai dicendo? » mi viene quasi da ridere mentre gli rispondo: è uno scherzo, no? non è davvero possibile che Garet creda che lo sto tradendo .. con Seb, soprattutto.
« Non ho le fette di prosciutto sugli occhi, e neppure gli altri! Mi hanno detto dei vostri giochini.. mi sono accorto di come ti guarda .. di come VI GUARDATE! » alza il tono, sembra troppo arrabbiato per esserlo veramente.
« Garet, non puoi pensarlo veramente. »
« Ah, no? »
« Io sto con TE, sono innamorata di TE! »
« Certo, e Seb è solo un amico. »
« Sì! »
« Ridicola. » stringo i denti; non capisco, non voglio capire, mi sento mortificata e ferita. Singhiozzo. Lui distoglie lo sguardo, come se si vergognasse di me; stiamo litigando? Mi sta lasciando?
« Lui è mio amico, è IL TUO amico! » sento che la mia voce comincia a tremare dal fondo della gola; non è affatto bello quello che sta succedendo.
« Per la barba di Merlino, Georgiana! Smettila! » geme e fa per andarsene. Sento le lacrime che mi salgono agli occhi, e che scendono lungo le guance mentre, con poca forza, tento di afferrargli il polso. Evidentemente è mosso a pietà: torna sui suoi passi. Gli poso le mani sul petto, ormai in preda ai singulti.
« Ti prego … » mormoro, mentre lui lascia che gli posi la testa sulla spalla, tremando come una foglia al vento. Mi bacia i capelli, mi abbraccia. Fine della crisi. Sorrido, trattenendo un fiume di lacrime che si arenano tra le mie ciglia.



Gli ultimi membri del club escono dalla stanza delle necessità, lasciando me e Julia sole nella sala vuota, con i cuscini sparpagliati ovunque sul pavimento. Respiro rumorosamente, anzi, sospiro: è stato decisamente difficile far agitare le bacchette ad un gruppo di coetanei, tutti convinti che io abbia le capacità per farlo.
Mi lascio cadere su un cumulo di cuscini ammonticchiati in un angolo, socchiudo gli occhi, seguendo per qualche momento la figura di Julia che si affanna inutilmente.
« Fermati un attimo. » non sembra ascoltarmi. « Garet è strano. » niente. Scompiglia e rimette in ordine la stessa pila di fogli. Facendo leva sui palmi, mi metto seduta sulla montagna di cuscini, e osservo più agevolmente la mia amica.
« Sono andata a letto con Sebastian. » esclamo con esasperazione, tentando di attirare la sua attenzione con un espediente piuttosto banale, e ai limiti del possibile.
« mmh? » mugugna appena, voltandosi verso di me come se avessi parlato di zuppa inglese. E’ chiaro che le sue facoltà mentali si siano involate definitivamente: ad un qualsiasi accenno al sesso avrebbe fatto un bel salto, per non ricordare che nella stessa frase ho detto anche ‘Sebastian’. E lei non ha mosso un dito!
« Tu adesso mi dici cosa c’è. »
« Niente. »
« Julia Versten, non farmi arrabbiare, o dovrò toglierti 10 punti perché ti sei rifiutata di collaborare con l’autorità! »
« Non ho niente, davvero! » stringo le labbra, guardandola storto per farle intuire che non è il caso di continuare a dire sciocchezze. « … ho incontrato Riddle. »
« e…? »
« Ha ucciso mia sorella. E’ vivo, e libero. » sta in piedi a stento; faccio per alzarmi, per sorreggerla, ma è lei a precipitare come un sacco di patate al mio fianco. E’ improvvisamente impallidita, se mai potesse essere più bianchiccia di quanto sia nell’ultimo periodo, e questo non lascia presagire niente di positivo. Le poso una mano sulla spalla. Trema; so che potrebbe suonare crudele, però è il momento giusto per tentare di far cadere le sue barriere.
« Io non faccio niente per .. per .. »
« tu non potevi farci niente, Julia. »
« dovevo proteggere mia sorella! » singhiozza, cadendo all’indietro. Forse ce la faccio a farla piangere, forse ce la faccio. E forse riuscirò anche a convincerla che non è stata affatto colpa sua.
« cosa potevi saperne, tu? »
« dovevo parlarne con lei! »
« l’hai fatto. »
« no, no! non abbastanza! » grida ora. Probabilmente le si sta scatenando un turbinio emozionale; la ascolto emettere suoni disarticolati, ogni tanto sbocconcellare qualche parola, tremante e sul punto di scoppiare a piangere. E io aspetto, seguendola come posso e stringendole le mani; passano minuti su minuti, il tempo si allunga e arrotola mentre lei segue un discorso che ha senso solo nella sua mente. « … non è colpa mia! » esplode finalmente, gettandosi tra le mie braccia, in lacrime.
« Già, non è colpa tua. Su, va tutto bene. »













04/03/2008
commenti • tag: ricordi, lettere, malinconia, dolore, paura, serpeverde, dubbi, lezioni, conoscenze, guai, errori, riddle, momenti imbarazzanti

Toc Toc Toc

 

Apro gli occhi lentamente, scosto la tenda del letto a baldacchino e guardo verso la finestra, la fonte del rumore. Scorgo un gufo abbastanza grosso, marrone, che con i suoi occhietti piccoli mi squadra e con il becco continua a picchiettare sul vetro sporco della finestra. Mi alzo subito, infilo le pantofole e corro ad aprire l’anta. Non voglio che il rumore svegli le mie due Belle Addormentate, Susan e Lory.

Il gufetto si appoggia su una pila di vestiti di Susan, e mentre si mette comodo fra i cardigan di cotone e le minigonne colorate alza la zampetta e mi porge una letterina.

La apro subito, gia` so chi e` il mittente, ricevo lettere solo da una persona fuori Hogwarts. E` la mamma, ha una calligrafia piccola, gentile, le parole appena sfiorano il foglio, ma rimangono impresse nella mente.

 

Cara Alexa,

sono passati gia` molti giorni da quando te ne sei andata e io, piccola mia, non ho fatto altro che pensare a te e a come mi manchi. La casa e` terribilmente vuota, e io mi sento terribilmente vuota e triste. Mi manca una giovincella per casa! Certo, eri una palla al piede quando ti lamentavi perche` non c’era nessuno della tua eta`. A proposito, indovina chi e` venuto ad abitare dalla nostra anziana vicina di casa tanto amata? Niente meno che suo nipote, che ha la tua eta`, forse un po` piu` grande. Figurati e` venuto una settimana dopo che te ne sei andata!

 

Rimango a bocca aperta, mannaggia! Proprio quando me ne vado io, dopo i mesi di solitudine e noia arriva una novita` proprio quando non ci sono!

 

Sono sicura che adesso ti starai strappando i capelli, continua Alexa, figurati che il ragazzo e` anche carino!!!

 

Ecco a questo punto sono veramente incavolata.

 

Mi ha aiutato con la spesa e il resto, appena ha saputo che ero ancora convalescente. Ma non ti preoccupare, gli ho parlato di te, e non vede l’ora di vederti quest’estate!

Comunque se ti stai chiedendo come sto non ti preoccupare, va tutto bene, il dottore e` ogni giorno piu` ottimista e concorda con la mia decisione di mandarti a scuola. Dopotutto lo sapevo io che ti mancavano Incantesimi, Trasfigurazione, Antiche Rune e tutte le altre materie strane di Hogwarts! Mi raccomando mi aspetto il massimo dei voti eh? Dai scherzo piccola mia, basta che ti trovi bene con le amiche e che vai decentemente, e la tua vecchia mamma e` contenta ed in pace.

Qua va tutto bene, a parte questa novita` del ragazzo carino, io riesco a muovermi abbastanza e cucino, pulisco e faccio altre faccende da sola.

Perfavore scrivimi e raccontami qualcosa, qualsiasi cosa, anche cosa hai mangiato oggi. Lo sai quanto adoro ricevere tue notizie, non posso vivere senza le tue battute simpatiche e le tue prese in giro ai professori e agli studenti. Mi chiedo perche` non mostri la tua spiritosaggine agli altri compagni, sei davvero simpatica e divertente, devi aprirti un po` di piu` alle altre persone.

 

Ti voglio bene

Mamma

 

Rileggo la lettera, e` un po` corta, e mi ha lasciato l’impressione che mamma mi stia nascondendo qualcosa. Spero davvero che dica la verita` riguardo alla sua salute, non si e` allargata sull’argomento. Cammino in punta di piedi e mi siedo alla scrivania, dove tiro fuori una piuma e inizio a scrivere la mia risposta. Sono ancora insonnolita e le parole mi escono con fatica, vorrei dimostrare a mia madre che sono veramente spiritosa come dice lei, ma non mi viene in mente niente. Guardo Lory e Susan che dormono e un’idea fa capolino nella mia mente. Perche` non descrivere la posizione strana che assume Susan quando dorme, messa a V con il sedere che spunta fuori dalle lenzuola? Oppure descrivere come russa Lory, che sembra che tutto il fiato che ha nei polmoni lo fa uscire fuori di notte. Inizio a scrivere speranzosa, ma controllo il tempo e mi rendo conto che mi devo sbrigare, se voglio fare in tempo per la colazione e non essere in ritardo a Trasfigurazione.

“Su ragazze, su! Su!” grido, tirando addosso alle Belle Addormentate un paio di cuscini.

 

 

La campanella suona, segnando la fine di questa prima lezione. Susan si avvicina, e inizia a pichiettare sul mio banco impaziente, ci metto sempre tanto a riordinare la borsa.

 “Datti una mossa, ti ricordo che l’altro giorno abbiamo alla grande pisciato Incantesimi, e non mi sembra proprio il caso di arrivare in ritardo oggi”

O cacchio Incantesimi! Ho il libro in camera, devo scender quattro piani merda!” finisco di ordinare in fretta, esco dalla stanza a razzo, sento da lontano la voce di Susan che mi chiama, e in sottofondo il grido della professoressa “Alexa spingi la sedia quando esci!!” e poi sento qualcos’altro, qualcosa che speravo proprio di non sentire, la spalla di Jasper Lewis. Me ne accorgo troppo tardi, quando mi giro e incontro il suo sguardo freddo, e tremendamente incazzato. Se mi sento cosi` male guardando lui, figuriamoci se mi scontro mai con Riddle. Noto che i miei libri giaciono per terra, accanto ai suoi.

“Ma guarda dove vai!” poi mi guarda e il suo viso assume una smorfia di disgusto “Cacchio dato che mi dovevo proprio scontrare con una mezzosangue perlomeno potevo scontrarmi con una un’attimo carina no?”

Sento il mio viso che diventa rosso e le lacrime che combattono per non cadere, non qua, non davanti a tutti. Perche` effetivamente tutti hanno sentito, c’e` qualche ragazzo che ride, altri che stanno zitti, vedo gli occhi di una o due ragazze che mi fissano con pieta`. Jasper ha fatto la sua scena, ed ora e` contento. La sua vita continua, la mia si e` fermata.

Corro giu` per le scale, e non mi fermo piu` finche` non sono rinchiusa in camera mia, sul letto a lasciare che le lacrime scorrano e bagnino il cuscino. Non mi frega niente, tanto qua non mi vede nessuno. Non so perche` me la sono presa cosi` tanto, in fondo e` Jasper, il suo mestiere e` offendere la gente, offendere i mezzosangue. Pero` lui non ha offeso me essendo mezzosangue, mi ha offesa secondo il mio aspetto fisico, che lui evidentemente non apprezza. E se non l’apprezza lui puo` essere che non l’apprezza nessun’altro ragazzo? Che i miei sogni di fidanzamento sono solo fantasie? Che nessuno mi amera` mai, nessuno mi invitera` ad un ballo? Cavolo Alexa, sei veramente messa male. Mi alzo e vado a guardarmi allo specchio, l’Alexa che stamattina mi guardava riflessa dallo specchio e` cambiata, ora e` un mostro, e` grassa, ha il naso troppo grande, la faccia troppo rossa, gli occhi troppo piccoli, i capelli troppo banali. Non posso credere che io abbia mai pensato di essere carina. Mi accascio sul letto di nuovo, cavolo cavolo, tutto per uno stupido commento da uno stupido ragazzino che guarda caso e` uno dei piu` popolari della scuola. Cavolo!! Improvvisamente mi cade lo sguardo sulla lettera che stamattina stavo cercando di scrivere, e mi accorgo che in quel preciso momento ho tutta l’ispirazione. Mi siedo alla scrivania e in una quindicina di minuti ho gia` firmato la lettera e l’ho ripiegata in una bustina. Cavolo ho perso quindici minuti, sono in estremo ritardo per Incantesimi. Posso benissimo pisciare di nuovo, tanto ormai! Anzi quasi quasi vado in Guferia e lo affido al primo gufo a cavolo, cosi` non ci ripenso e strappo la lettera. La Guferia e` sull’alto di una torre, e un po` mi ci vuole per arrivarci, sto al penultimo piano quando sento una voce dietro di me. Una voce che non mi piace per niente.

“Signorina Robinson” e` una voce che ti penetra nelle ossa e ti congela dentro, e` ancora piu` fredda dello sguardo di Jasper Lewis, e` la voce di Tom Riddle. Non voglio girarmi, ma non posso continuare avanti come se niente fosse. “Stupida sporca mezzosangue girati!” Mi giro di scatto, non mi conviene non obbedire. “Brava, vedo che un pizzico di cervello ti e` rimasto, adesso signorina Robinson, spiegami perche` non stai con i tuoi compari del quinto in classe” Oh cavolo, mi ero scordata che era Prefetto, mi ero scordata che se scopre che ho saltato la lezione sono morta.

“Be`...dovevo andare al bagno...mi sento poco bene...conati di vomito...” Ma che dico?? Questa non se la beve per niente.

“Questa non me la bevo Robinson!” Ti pareva. Mi accorgo che non l’ho ancora guardato in faccia da quando mi ha rivolto la parola, sono combattuta se farlo o no, se non lo faccio potrebbe vederlo come una mancanza di rispetto, e se lo faccio potrebbe pensare la stessa cosa. Mi decido a farlo, mi ritrovo davanti il suo volto pallido, i suoi occhi pieni d’odio, che gia` tramano una punizione adatta.

“40 punti in meno alla tua casa Robinson, 10 te li ho aggiunti perche` mi hai mentito stupida mezzosangue. Adesso ti conviene dirmi che professore avresti dovuto avere senno` vedro` di metterti in piu` guai di quelli che hai adesso”

“Incantesimi” balbetto.

Bene, vedro` di provvedere, sono sicuro che  il professor Benton sara` felice di avere un’assistente per rimettere a posto la stanza o qualunque altro lavoretto odioso avra` da dare a una viscida mezzosangue come te. Sopratutto a una viscida TRADITRICE mezzosangue” Riddle non esita a sputare, e il suo sputo manca di poco la mia scarpa. So a chi si riferisce quando dice traditrice, si riferisce a mio padre, la voce corre, e tutti sanno come ha rinnegato la comunita` magica. Per i sangue puro non sono solo una lurida mezzosangue, ma pure una traditrice, anche se io non ho avuto niente a che fare con la decisione di mio padre. E` ingiusto, questo giorno e` ingiusto, da Lewis a Riddle.

 


 

Devo aggiungere un'altro pezzo, ma aspetto il ritorno della jill, perche` la devo consultare. Questo post verra` quindi di conseguenza aggiornato.














03/03/2008
commenti (5) • tag: famiglia, dolore, misteri, amicizie, serpeverde, guai, corvonero

Volutamente non ho cercato Norwood, dopo quello che ci eravamo detti.
Quello che c’era da scoprire lo avevo tirato fuori, e la cosa era più che sufficiente, per me.
Era giusto eliminare ogni traccia di quel sospetto che Deirdre aveva instillato in me.
No, Edward non poteva interessarmi.
Io dovevo solo lasciar perdere. Non dovevo affatto mettermi in mezzo ad una cosa simile.
Mi aveva ringraziato, scomparendo nel buio.
E forse, perfino pensarci ancora era controproducente.

Mi avvio in sala comune, infastidita questa mattina.
Comincia a darmi sui nervi il “non capire” cosa ho. Forse parlarne con Aedan sarà una buona cosa. Forse Aedan stesso, come sempre, potrà aiutarmi a lasciar fluire tra le dita il filo di questa matassa così ingarbugliata da farmi venire il capogiro, e mi farà stare meglio.
Risalgo dai dormitori di Serpeverde, Jasper giorni prima mi aveva detto ( ridendo ) di un particolare “pettegolezzo” proprio su mio fratello stesso.
Lo ha visto parlare con una ragazza, il che non mi ha stupito al primo impatto, ma senza dubbio mi ha messo la pulce nell’orecchio vispamente.aedam
Io sono il top della curiosità, e non sapere una cosa simile, mi mandava su di giri.
Lo incontro, e mi siedo di fianco.
“Allora, chi è?” domando, senza formalizzarmi. Lui mi fissa, inarcando un sopracciglio.
“Scusa?” chiede a sua volta.
“ Andiamo Aedan, chi è la ragazza con i capelli corvini e gli occhi azzurri?” diretta, mentre scarto una ciocco rana.
Lui sembra focalizzare il centro della mia attenzione, rispondendo semplicemente “ si chiama Julia.” E mi sorride, leggermente.
“Beh? C’è del tenero? Avanti racconta” curiosa sono affamata di particolari.
“Macché tenero?Ma dico…siamo qui da pochissimo e già parli di tenerezze?” lui ride, io non ci troverei niente di strano, a parte il fastidio ENORME che potrebbe causarmi una eventualità del genere, ma decido di non pensarci.
La domanda, è lecita.
“ Quando mi farai conoscere questa bella purosangue che turba il tuo cuore?” e lo dico con un sorriso, sincero.
Lui cambia espressione, facendosi torvo.
“ Non so nemmeno se lo è, a dire il vero. Come ti ho già detto….la tua è supposizione sprecata.” – conclude.
Evidentemente la mia faccia è lo specchio della mia incredibile disapprovazione.
“Nel caso in cui fosse una mezzosangue, tu non ci faresti mai nulla, VERO?” chiedo, incitando quasi una risposta negativa da parte sua. Sperandoci.
“ Lo sai che i mezzosangue mi sono indifferenti” mi bacchetta con la sua voce praticamente assente.
“Aedan, non fare sciocchezze di alcun tipo. Nemmeno se ti si annebbiasse il cervello posso credere che staresti con una mezzosangue!” lo rimprovero, aspramente.
Lui addolcisce l’espressione glaciale, guardandomi.
“Qualsiasi cosa fosse, te la direi, ed è inutile parlare di qualcosa che, nello specifico NON C’E’” sottolinea, tornando ai libri.
Io sbuffo, guardando altrove.
“Piuttosto, avevi bisogno di qualcosa?” riprende.
“Niente, non ho bisogno di niente” saluto, e mi alzo dirigendomi altrove. Questa non deve succedere.

Lo scontro verbale con Aedan mi ha leggermente frastornata.
La possibilità che la sua indifferenza verso i mezzosangue possa condurlo dritto nelle reti di una di loro mi fa rabbrividire, per non dire inorridire del tutto.
No, che mio fratello possa cadere in una rete simile è fuori discussione.
Non è così sciocco, non si farebbe mai incantare da un paio di occhioni e da fluenti capelli corvini che creano contrasto.
 No, mi convinco che Aedan non è uno sprovveduto, né ora. Né mai.

Nella notte gli incubi prendono forma, sostanza. Sembrano quasi scenario perfetto di un’apocalisse non annunciata, che aspetta solo il calare delle tenebre per giustiziare coloro che, ignari, si abbandonano a quello che dovrebbe essere un sonno ristoratore.
Sotto le palpebre mostri senza nome prendono colore, lasciando poco spazio al relax.
ScarlUn cielo. Familiare.
Flash. La mia Irlanda.
Flash. Io che respiro.
Flash. Qualcuno con me.
Vorrei. Non. Sentirmi. Così. Male.
Flash. Una casa. Così simile a casa mia, la mia dimora nelle campagne verdi ed incontaminate.
No, sogno. Io non sono lì.
O forse si.
Flash. Tutto tangibile.
Vorrei. Non. Sentirmi. Così. Male.
Queste parole sono un crescendo ricorrente in quelle immagini inquietanti ma senza connessioni logiche. Altro bagliore.
Flash. Una voce.
Flash. Maschile.
Flash. La conosco.
Lampi e tempesta in un cielo che non piove. E stormi di corvi che annebbiano la visuale. Fastidio. Dove sono io.
“Dove sono io!” urlo, nel mio sogno. Non riuscendo però a farmi sentire. La voce si spezza in gola come sibilo sinistro relegandomi nell’oblio di un baratro senza fine.
Vorrei capire. Ma non riesco. Vorrei capire. Cosa ombre lucenti nascondono. Cosa mi aspetta.
Perché questo sogno dalle tinte strane e poco chiare adesso? Perché?
Mi lascia cullare nei dubbi e nelle incertezze. Nelle cose che più odio al mondo.
“ Chi sei?” lancio un altro grido, supplica sorda che non trova risposta.
Flash. Una voce.
Flash. Maschile.
Flash. La conosco.
Vorrei. Non. Sentirmi. Così. Male.
Un tocco, lieve ed impercettibile.
Flash. Io che mi volto.
Flash. Due occhi.
Flash. Azzurri.
Flash. Sono i suoi.
Flash. Edward Norwood.
 
Sobbalzo, ansimando. Come annegato che recupera l’ossigeno mi ridesto, portando la testa fra le mie mani. I capelli fra le dita.
Riprendo coscienza dei miei sensi.
Vorrei. Non. Stare. Così. Male.
 
Silenzio.












27/02/2008
commenti (1) • tag: malinconia, dolore, amicizie, serpeverde, riddle, grifondoro, corvonero, momenti imbarazzanti, fidelius

Oggi c’è la seconda riunione del Club. Devo pensare ad un nome decente, fra l’altro.
Distesa sul molo ad occhi chiusi, lascio che una mano sfiori la superficie dell’acqua, un po’ meno gelida del solito: forse è la primavera che inizia a farsi strada, anche se è ancora un timido tentativo.
Sento che qualcuno si siede accanto a me, alla mia sinistra.
“Julia?”dice la voce di Georgiana.
Apro gli occhi, senza dire nulla. Aspetto che parli.
La mia amica prende un respiro profondo. Poi guarda lontano, al di là del lago.
“Mi fa male vederti così.”
E io non so cosa rispondere.
Il silenzio dura alcuni istanti, finché non mi accorgo che il sole sta tramontando.
"È ora di andare. Ci staranno aspettando.”
Mi alzo in piedi. Georgiana mi rivolge uno sguardo triste ed arrabbiato, poi inizia a camminare davanti a me.

La Stanza delle Necessità si va ingrandendo: non per niente si modifica a seconda delle esigenze di chi la usa.  Ci siamo quasi tutti. Scorgo un nuovo viso, fra quelli conosciuti, caratterizzato da una luminosa chioma bionda.
Audrey Salinger, che stringe il braccio di Peter e sembra piuttosto perplessa. Spero davvero di non perdere la pazienza con lei.
Rompo gli indugi e la sottopongo subito al colloquio preparatorio. Non che nutra molti dubbi su di lei: sta insieme a Peter, che ha origini babbane per parte di madre, e la sua migliore amica è figlia di umani senza poteri magici.
È un po’ nervosa, ma supera il test a pieni voti.
“Vorrei dirvi qualcosa.”inizio.
Non amo in modo particolare essere la leader di un gruppo – sono troppo democratica, forse. In ogni caso, mi danno ascolto: le ragazze smettono di ridere, i ragazzi tacciono. Qualcuno si siede, qualcuno resta in piedi.
“Apprezzo moltissimo che voi siate qui, e sacrifichiate il vostro tempo libero per…una causa superiore.”
Perché non mi sono scritta il discorso, invece di andare a braccio, facendomi prendere dall’idea del momento e utilizzando parole troppo solenni? Ormai è fatta, mi stanno ascoltando.
“Questa è un’organizzazione clandestina. Quindi, non potete usare le nostre riunioni per giustificarvi a scuola, per andare via prima dalle lezioni o non svolgere i compiti; i professori, ve lo ripeto, non ne sono a conoscenza. Né dovete farvi particolari illusioni sul fatto che due Caposcuola siano fra noi: svolgeranno il loro compito in modo imparziale, come sempre hanno fatto. Chiaro?”
Cenni di assenso.
“La finalità che ci proponiamo è difendere i cosiddetti Mezzosangue della scuola nel miglior modo possibile. Ovvero, imparando e praticando gli Incantesimi di Difesa. Dovrete saperli maneggiare alla perfezione, per voi…e per gli altri. Non credo ci sia bisogno di farvi notare come la violenza dei Purosangue” la mia bocca si storce in un sorriso amaro, credo “sia aumentata in modo esponenziale.”
Nessuno muove un muscolo.
L’atmosfera tesa viene spezzata dall’arrivo di Carlisle e Eugene. Al limite ripeterò loro il discorso più tardi, anche se dubito ne abbiano bisogno.
Eugene non sembra molto convinto, ma beve il Veritaserum [versione riveduta e corretta di Georgie] e risponde con sicurezza. Poi Georgie si dà all’insegnamento, nonostante un po’ di incertezza iniziale.
Osservo i tentativi di Sebastian di avvicinarsi a lei. Non capisco bene se la mia amica se ne renda conto o no: Seb è del tutto partito per lei.


“Julia, andresti a chiamare Sebastian? Avrei bisogno di lui. Dovrebbe essere da Lumacorno per non so che problema con uno studente del primo.”mi chiede Silente, mentre sono nella Sala Comune. Scrivo il mio nome sul tema di Storia della Magia, e vado alla ricerca di Seb.
La scuola è tranquilla, poche persone si aggirano per i corridoi nonostante sia abbastanza presto. Scendo molti gradini di molte scale per raggiungere i sotterranei del castello, dove si trova l’aula di Pozioni.
Spingo la porta, che si apre con un cigolio. Forse è il silenzio a rendere il suono così sgradevole.
La sagoma maschile che sta scartabellando fra vari libroni mi è molto, troppo familiare.
“Julia…Versten.”dice Tom Riddle.
La sua voce è morbida come velluto, gli occhi scuri sono vuoti come quelli di una statua. È più alto di me, snello. Il suo sorriso sembra appartenere ad una persona affascinante ma incapace di fare del male a una mosca.
Il Caposcuola di Serpeverde misura la mia figura con lo sguardo.
“Che sorpresa.” aggiunge.
Sono pietrificata: non l’ho mai visto da così vicino, da quel giorno non ce n’è mai stata occasione.
La bacchetta è nella tasca interna della divisa che ancora indosso, la sento che punge la mia costola.
Poco più di dieci pollici di legno di rosa. Corda di cuore di drago. La mia unica arma di difesa se decidesse di attaccarmi.
“Hai qualcosa da dirmi?”
Qualcosa da dirgli?
Vorrei potergli vomitare addosso tutta la rabbia, tutto il dolore degli ultimi mesi, vorrei scuotere quel suo viso bianco come il latte, deformarne i lineamenti perfetti, fargli provare nel corpo un minimo di quel dolore che io provo nell’anima.
“Versten, cara, cosa ci fai qui?”
Lumacorno è alle mie spalle: gli sto intralciando la strada, visto che non mi sono mossa dall’uscio. Ho ancora la mano sulla maniglia.
Riprendo il controllo su di me, deglutisco.
“Cercavo Lang, il Caposcuola di Grifondoro.”
"È appena andato via. Abbiamo risolto in fretta.”

Lumacorno mi sorride: credo che mi adori grazie alle mie origini piuttosto inconsuete.
Lascio questo luogo dopo un laconico saluto, e l’ultima cosa che mi resta di questo episodio è la voce di Riddle.
“A presto, Julia.”
Devo calmarmi, devo calmarmi un po’. Non posso tornare in Sala Comune in questo stato.
L’unica alternativa che mi viene in mente è la Stanza delle Necessità.
Raggiungo il settimo piano di corsa, facendo i gradini a tre a tre. Mi sento grata per lo scarso affollamento.
Ora è una piccola cameretta tranquilla.
Una finestra offre una meravigliosa vista sul cielo stellato. Il fuoco arde tranquillo e sicuro; su un tavolino, una tazza di tè fumante e biscotti allo zenzero, i miei preferiti. Mi accoccolo sulla poltrona, togliendomi gli stivali, e bevo il tè.
A poco a poco, sento il suo calore che mi rassicura, e avvolge il mio corpo.
Mi addormento, sfinita.

 

 













20/02/2008
commenti (1) • tag: ricordi, famiglia, malinconia, dolore, misteri, amicizie, serpeverde, riddle, momenti imbarazzanti

“Ciao Jasp, cosa stai facendo?”dice Ed, entrando nella nostra stanza.
Non gli rispondo, ma gli chiedo notizie. Notizie delle ricerche che Scarlett sta svolgendo per e con lui. Giusto l’altro giorno l’ho vista parlare animatamente con il fratello in Sala Comune[ero di passaggio dopo gli allenamenti di Quidditch]; poi era andata via. Poco dopo, mentre mi sorbivo una Burrobirra bollente, un vero toccasana dopo tutto il freddo preso, Julia Versten era andata a parlare con lui.
Non avevo potuto fare a meno di trattenere un sorriso sardonico. Il fratello di Scarlett Lywelyn, che strana scelta. Come se avesse parlato con un fratello di Ed, o di Deirdre. Povera cara.
“Sì, ha trovato qualcosa, qualcosa di importante.”
“Spiegati.”
dico, mentre si avvicina e si siede accanto a me.
“Le è arrivata una lettera, e delle informazioni. E mi ha detto…”la sua voce si abbassa di colpo, e la porta si apre.
Morgan Lancaster si ritrova addosso i nostri sguardi infastiditi.
“Beh, ragazzi. Questa è anche la mia stanza. E ora devo studiare.”bofonchia.
Il nostro ex amico si allunga sul letto, masticando una Cioccorana, e inizia a leggere a bassa voce una serie di appunti di Incantesimi, per imprimerseli nella memoria.
Lo sguardo di Ed è lontano.


Io ho circa otto anni. Un bambino con i capelli ancora biondi, e gli stessi occhi verdi.
Accanto a me, c’è un ragazzo bellissimo.  È alto, biondo e ha gli occhi castani. Sorride timido.
È mio fratello, Gabriel Sean Lewis.
Questa è l’ultima fotografia che ci scattarono insieme: solo io e lui, nel giardino della nostra casa.
Sean aveva diciassette anni, quando è morto.
L’ho saputo origliando da dietro la porta del salotto: i miei genitori, attoniti, riuscirono a litigare anche su quello.
Io ero corso via, rifugiandomi a piangere sotto le scale.

Immagino che cosa possa avere provato il mio amico ad assistere all’uccisione di suo padre. Cerco di amplificare per mille ciò che provai io, quel giorno.
Non lo so. Non lo so.
È troppo diverso.
Mio fratello morì per un incidente. Non fu ucciso da nessuno. Quindi io non ho mai pensato di potermi vendicare.
Sono assorto nei miei pensieri da un pezzo, tanto da non accorgermi che la Sala Comune si è popolata di Serpeverde.
Mi guardo in giro.
Occhi scuri.
Uno sguardo inespressivo.
Tom Riddle mi fa segno di avvicinarmi.
“Ti vedo pensieroso, Jasper.”
Non mi chiama per cognome, come fa di solito; anche la sua voce è quasi dolce. Prende la foto che stringo nella mano destra. All’improvviso mi sento in imbarazzo, come se mi avesse visto nudo.
“Tu, chiaramente. E…?”
“Mio fratello. Sean.”

Annuisce.
“Morto?”
“Sì.”
“Come?”

La sua voce è cantilenante e melodiosa, come una musica gentile che accarezza l’orecchio. Una ragazzina del quarto lo fissa adorante.
Non mi ero mai reso conto più di ora del suo potere di seduzione.
“Una rissa. Lo hanno trovato pestato a morte.”
Riflette per un attimo, poi si china verso di me e sussurra:
“E questo non ti fa mai venire in mente nulla?”
“Che cosa?”

Sono ipnotizzato, del tutto in suo potere. 
“Un mago ucciderebbe mai con la violenza fisica? A calci, pugni e bastonate?”
Non so rispondere. Non credo di avere ancora la capacità di pensare autonomamente.
“No. Soltanto uno stupido Babbano potrebbe farlo. Un mago userebbe…”
Non completa la frase. Mi riconsegna la fotografia e se ne va, salutandomi con un:
“Pensaci bene.”
Un Babbano.
Mio fratello ucciso da un Babbano?
Eppure quello che dice Riddle non è stupido.

Mi vengono in mente tutti i discorsi di mio padre. Le rare volte che ci vediamo, è ovvio. O lo sguardo di mia madre, quando le parlo dei Babbani che mi infastidiscono. Per quanto con nessuno dei due abbia mai, e dico mai, affrontato l'argomento. Dal giorno dopo le esequie, il nome di mio fratello li azzittiva immediatamente.

Nei miei ricordi, trovo conferma di quanto ha detto Tom Riddle. L'erede di Serpeverde. Colui che merita la mia stima eterna e la mia obbedienza incondizionata, per il suo sangue e  per le sue qualità.

 

 

 














19/02/2008
commenti (1) • tag: famiglia, amori, compleanni, dolore, amicizie, serpeverde, dubbi, guai, riddle

QUALCHE GIORNO FA.
Fisso Lumacorno, senza sbattere le palpebre. In realtà non muovo proprio niente, neppure respiro. I rintocchi della pendola barocca appesa alle sue spalle riempiono il silenzio teso che ha assorbito ogni parola. Lumacorno mi scruta come ad aspettare la mia reazione. Silenzio. Serro le dita attorno al mio compito di pozioni, una E, lo zucchero per indorare la pillola amara. Ora il foglio è orribilmente stropicciato, e nient'altro. Mi alzo, piano, senza smettere di guardarlo, con gli occhi appena socchiusi.
« Arrivederci.. » mormoro spostandomi verso la porta. Non risponde neppure; evidentemente si è servito di uno dei suoi intrugli per prendere la forza e l'incoscienza di convocarmi.
Il mio indice sfiora le pietre ruvide della parete dei sotterranei; entro in sala comune, gli occhi bassi. Non ha senso cercare sguardi, visto che l'unica persona che ho voglia di vedere si trova nella sua camera. Infatti, distinguo la figura di Catherine che mi aspetta sulla porta.
« Allora? » sussurra, come se non volesse turbare la pace di quest'uggioso pomeriggio scozzese.
« Ho bisogno di sedermi. » le rispondo, già sul punto di accasciarmi sul pavimento.

***

ora di cena. « Ehi, Violet. » riconosco la voce, ma è il tono ad essermi nuovo. Cerco con lo sguardo il viso di Lenore Swart, e lo trovo oltre il pollo arrosto. Non mi ha mai chiamata per nome, e c'è voluto del tempo anche perché smettesse di usare insulti - non credo che sia stata felice di vedersi fregare Ed da sotto il naso.
« Mi dispiace per tuo cugino..davvero. » fa un mezzo sorriso.
Rimane da capire come faccia a saperlo: l'unica a cui l'ho detto è Catherine, e quello che è successo .. Quello che è successo è che mio cugino Loch è stato preso. Alla fine del processo, andrà ad Azkaban. Dopo aver parlato con Lumacorno, mi sono chiusa in camera, dove non ho pianto affatto: mi si sono bloccate le emozioni. Mio cugino, il mio migliore amico, andrà ad Azkaban, e io non lo rivedrò mai più. Mai più.
Rialzo la testa in tempo per vedere Edward che chiacchiera ancora con Scarlett Lywelyn. Non ho parole.



19 FEBBRAIO.
Buon compleanno a me. Violet Traviston raggiunge oggi la maggiore età, incredibile a dirsi. Il mio desiderio per oggi è che Scarlett e Deirdre scompaiano nel nulla.
Socchiudo gli occhi, poi lentamente mi metto a sedere sul materasso. La stanza è ancora semibuia, ma vedo un pacco enorme posato ai piedi del mio letto, probabilmente da parte dei miei. Sorrido insensatamente, posando i piedi sulla pietra gelida.
« Buon Compleanno! » trilla Amber, scattando in piedi. Le nostre due deliziose compagne di stanza, grazie a dio, sono già sparite a nascondere le loro sembianze di arpie con chili di makeup. Comincio a rimpiangere Eveline Sanders: almeno lei era educata e gentile, e obbligava anche la Blackster ad esserlo.
« Grazie, Amber. » Mi vesto in fretta, e mi precipito in bagno a preparami. Dev'essere una giornata straordinaria, e basta. Non ammetto imperfezioni.
« Vi, auguri! » trilla un gruppetto di ragazze del quinto quando esco in corridoio, ma vengono subito superate da Cate, che mi abbraccia ancor prima di rivolgermi la parola.
« Auguri Auguri Auguri! » trilla, sbattendomi in mano un regalo avvolto in carta bluette.
« Grazie, Cate. Ti voglio bene. » scarto il pacchetto mentre saliamo le scale, e quasi cado giù quando vedo di cosa si tratta. « Non dovevi. » mugolo tenendo tra due dita uno specchio di piccole dimensioni,ma di cui conosco perfettamente le funzioni: è un avversaspecchio, ed è mio. Abbraccio Caterine, che dopo poco viene raggiunta da Quentin, il suo ragazzo.
E' il mio compleanno. Ho diciassette anni. Verso di noi avanza Riddle, seguito da Lenore ed altri del suo gruppetto.
« Buon compleanno, Traviston. » mi dice in tono vagamente derisorio, ma probabilmente è solo il suo tono abituale. Lenore mi saluta gentilmente con la mano, e sussurra la parola 'auguri'. Stiamo socializzando, che cosa carina.
Entriamo in Sala Grande. Sul tavolo di Serpeverde, al mio solito posto, è posato un pacchetto, ben visibile; in realtà mi auguravo che ci fosse Edward, ma di lui non una traccia. Mi siedo, continuando a rispondere agli auguri dei miei compagni. Osservo il pacchetto: è davvero piccolo, e ci metto poco a scartarlo. Dentro c'è un sassolino perlaceo, levigato, e un biglietto.

Al lago.

Riconosco la calligrafia di Edward. Stringo nel pugno il sasso che mi ha consegnato, mi alzo ed esco subito. Il tempo è grigio, ma la giornata mi sembra comunque splendida. Galoppo verso il lago, lasciando che le scarpe e l'orlo del mantello si macchino di fango.
« Finalmente. » sento la voce di Ed, e dopo poco lo vedo comparire da dietro un grosso albero. Sorride. Mi cinge i fianchi con delicatezza, e mi bacia, sollevandomi leggermente da terra. « Buon compleanno. » Sorrido, baciandolo di nuovo.
Mi stringe la mano, prendendo a camminare. « Ti ricordi? Al secondo, mi hai fatto cadere nel lago durante erbologia. E al primo .. » ride « ti ho aiutata a scendere dalla barca, il primo giorno. credo che sia stato in quel momento, che hai iniziato a piacermi. »












18/02/2008
commenti (4) • tag: malinconia, dolore, amicizie, serpeverde, lezioni, conoscenze, grifondoro, corvonero, tassorosso

Non ho per niente voglia di alzarmi dal letto, ma devo farlo.
Doccia, vestiti, libri.
Una mattinata scolastica di routine mi attende. La professoressa Merrythought oggi è più insopportabile del solito. Il suo metodo di insegnamento è un inno alla disorganizzazione. Verifiche messe a caso, interrogazioni non programmate, momenti di follia quando si rende conto di non avere ancora nessun voto alla fine del quadrimestre. Il mio pensiero, per la prima volta dopo molto tempo, corre ai M.A.G.O. che ci aspettano alla fine dell’anno. Inutile dire che per Difesa contro le Arti Oscure mi aspetto il peggio.
Per fortuna, l’ultima ora è di Astronomia. Stiamo affrontando le teorie di Newton e Keplero sulle orbite planetarie, quindi la parte pratica, che si svolge di notte, per il momento è accantonata.
“L’aneddoto della mela che cadde dall’albero sulla testa del vecchio Isaac è una sciocchezza, ma deve servire a farvi capire…”
Mi sforzo di restare sveglia e concentrata, ma è davvero difficile. Georgie tenta di rivitalizzarmi un po’.
“Allora, ho visto che hai conosciuto il nuovo acquisto della mia Casa.”
“Aedan…Lywelyn?”
“Sì, il ragazzo dagli occhi di ghiaccio. Due giorni che è qui, e già vi salutate.”
“Eh, certo. Il prossimo passo sono le partecipazioni di matrimonio. Scherzi a parte, mi ha chiesto un’indicazione per raggiungere i vostri dormitori. E così ci siamo conosciuti.”
“Si, si. Se lo dici tu.”
“Georgiana…”
dico con voce stanca. Non sono molto dell’umore, no.
“In ogni caso, speriamo che non vada a ingrossare le fila dei Riddle-boys.”
Non posso trattenere una risata spontanea. Grazie, Georgie, tu sai come risollevarmi il morale.
“Perché dici questo?”chiedo, non appena mi riprendo. Crale mi rivolge uno sguardo stranito.
“Sua sorella è fra le nostre care Serpi, e anzi, le voci di Tassorosso dicono che sia già partita all’attacco di Norwood.”
Stiamo zitte tutte e due. Poi l’ora finisce e siamo libere di andare a pranzo.

Torno in camera, ho un estremo bisogno di sciacquarmi il viso e di stare da sola per qualche minuto. Lo specchio del bagno mi rimanda un volto pallido, segnato dalle occhiaie che mi fanno gli occhi più azzurri e più profondi, con degli zigomi sporgenti che non mi appartenevano.
“Julia, ti prego, mangia qualcosa.”
La frase che quasi tutti mi ripetono ai pasti. Georgie, Sebastian, Garet, Peter, perfino Silente. Non mi sto affamando, ma non ho appetito, non sento i sapori. Mi nutro perché è necessario alla mia sopravvivenza, non perché mi dà piacere.
Mi asciugo il viso, e stendo un nuovo strato di fondotinta, cercando di riparare ai danni. Un colpo di pettine ai capelli e mi avvio verso la Sala Grande per il pranzo.
Nel corridoio, Carlisle Hunnam mi intercetta, e coglie l’occasione per presentarmi in maniera ufficiale il suo amico.
“Vi sarete di certo già visti…” dice “Julia, lui è Eugene Pennington. Eug, ti presento Julia Versten.”
Un Tassorosso del sesto anno con i capelli biondissimi, che mi sovrasta di tutta la testa. Mi sento piccola, all’improvviso, scrutata dai suoi occhi, molto più maturi del suo aspetto. Carlisle non fa mai niente per caso.

“Non è possibile!”esclama Georgiana, sedendosi accanto a me e a Sebastian, che subito arrossisce.
“Che cosa?”
“Crale mi ha dato un plico di documenti da portare al ragazzo dagli occhi di ghiaccio. Solo che io ho un tema di Trasfigurazione ancora da iniziare…non ho tempo! Senti, Jules…”

Le rivolgo uno sguardo interrogativo.
“Non è che lo faresti tu per me? Portagli questi fogli e che se la cavi da solo.”
Non è una domanda, anche se è formulata come tale. Così afferro la mia borsa con la divisa da Quidditch[mi aspetta un allenamento pomeridiano], prendo i fogli e mi dirigo verso la figura di Aedan Lywelyn, che ha un libro chiuso in mano ed un’espressione pensierosa.
Mi siedo di fronte a lui, e gli porgo il plico. Lui sembra non accorgersi della mia presenza.
“Aedan?”
Alza il capo di scatto, e mi dice:
“Si?”
“Ti ho portato questi, te li manda Crale. Credo che siano dispense delle varie materie.”
“Grazie.”
risponde, prendendole in mano e dando loro una rapida sfogliata “Scusami, ero un po’ soprappensiero.”
“Ho visto. Nostalgia di casa?”
“No, non direi.”

Poi nota la mia borsa.
“Cos’è quella roba?”
“Ho gli allenamenti di Quidditch.”

Sembra abbastanza meravigliato.
“Ma guarda un po’…anch’io gioco a Quidditch. In che ruolo?”
“Cacciatore.”
“Che coincidenza sospetta…”
dice, sorridendo.
Lo sguardo mi cade sull’orologio a pendolo alle sue spalle.
“In effetti, devo proprio andare. L’allenamento inizia fra venti minuti, e io devo ancora cambiarmi.”
Mi alzo in piedi.
“Allora non vedo l’ora di affrontarti sul campo.”ribatte.
“Vedremo proprio chi vincerà!”
E ci salutiamo con un sorriso.


“Ahia!”esclamo.
Un livido corre per il mio braccio destro, grazie ad una Pluffa mal direzionata da uno dei Battitori, che mi ha colpito di striscio, vicino alla spalla. Qualcuno ha appena cercato di farmi voltare.
Il mio umore non è dei migliori di per sé, e non può fare altro che peggiorare.
“Cosa diavolo vuoi?!”dico, cercando di non ringhiare come un lupo.
Geert Wellington sembra sconcertato dalla mia reazione. Poi nota che mi sto tenendo il braccio, per proteggerlo da ulteriori aggressioni, e forse un collegamento scatta nella sua mente.
“Allenamento, vero?”
“Già. Una Pluffa impazzita e un Battitore che ha perso il lume della ragione per un istante. Hai bisogno di qualcosa?”
chiedo.
Stavolta la mia voce si addolcisce. Forse anche perché il dolore va scemando.
“Volevo scusarmi con te.”
A fatica non spalanco gli occhi per la sorpresa. Scusarsi con me?
“Sebastian mi è venuto a cercare e mi ha spiegato a cosa servivano gli ingredienti che avevate sottratto dalla dispensa di Lumacorno.”
‘Seb, che balla ti sei inventato?’ vorrei chiedere al mio amico. Ma non posso fare altro che assentire con il capo. Forse ha risolto la situazione.
“Mi rendo conto che sia difficile per te, ecco. E io sono venuto lo stesso a infastidirti con i miei sospetti. Non sapevo che si trattasse si una pozione per dormire. Mi dispiace infinitamente, Julia. Il tuo aspetto provato avrebbe dovuto parlare da solo, ma…”
Fermo questa autoflagellazione. Non credo di essere in grado di sopportare altre scuse.
“Geert, lascia perdere. Quel che è fatto è fatto.”
Credo sia dispiaciuto sul serio. Leggo tristezza nei suoi occhioni castani: di colpo, mi ricordo che fino a poco tempo fa era il fidanzato di Deirdre Blackster, una Riddle-girl sfegatata, per dirla alla Georgie.
Che coppia improbabile.
Mi lascia andare dopo un’altra serie di scuse, che riesco a troncare solo salutandolo e iniziando ad allontanarmi.
Un pozione per dormire.
Quanto ne avrei bisogno.

Non riesco a piangere.
Non riesco a dormire.

Sono come paralizzata, intrappolata nel ghiaccio dal mio dolore, dalla mia rabbia.













16/02/2008
commenti (1) • tag: ricordi, famiglia, malinconia, dolore, misteri, speranze, amicizie, serpeverde, dubbi, conoscenze

Sdraiato nel letto massaggio la spalla nuda della mia ragazza. Che strano, la mia ragazza. Io, Edward Norwood, che mai e poi mai avrei pensato di avere una ragazza, se non dopo la ventina.
Dopo l’incontro con Riddle non abbiamo più parlato di questo argomento, sono un po’ spaventato da quello che mi possa dire, ma non sembra averla presa male. Probabilmente se non le andava, mi avrebbe già arrangiato per bene, con il caratterino che ha.
“Devo andare” le dico dandole un bacio sulla fronte per poi alzare e rivestirmi. Devo tornare dai miei amici. Ultimamente sembrano scocciati da questa situazione: io e Violet.
“Dai rimani ancora un po’” intima lei con voce sensuale, trattenendomi per una mano e spingendomi verso di lei.
“Sai che lo farei volentieri ma.. non posso!” Abbassa lo sguardo scocciata. Questo non è un buon periodo, per niente. Da quando ho scoperto cosa è successo quella notte sono suscettibile più del solito. Naturalmente Violet se né resa conto ma, fortunatamente, non fa domande. I miei migliori amici cercano di consolarmi e di aiutarmi nelle ricerche del simbolo, ma non vanno affatto bene. Perfino Lumacorno non è riuscito a dirmi niente e neanche i libri in biblioteca, sezione proibita e non.

Raggiungo Jasper in sala comune dove è alle prese con il tema di pozioni che fortunatamente io ho già finito. “Hey ma sei proprio una lumaca!” scherzo io, gli ho dato quel tema all’incirca tre ore fa ed è ancora a scriverlo. Chissà che si è messo a fare mentre io non c’ero.
“Impegni superiori mi hanno richiamato e sai com’è, non si può resistere!” rido di gusto, lo sapevo. Lo aiuto a finire qualcosa, in modo da poter abbandonare al più presto lo studio per lanciarci in cose ben più rilassanti e divertenti.
“Hey ma poi hai visto? Quelle cretine delle tassorosso? Fanno tanto le vittime, le poverine con le lacrime: ipocrite! Mezza di loro conoscevano Ida solo per l’immagine poco non-notabile! Certe persone proprio non le capisco. Inutili le tasse, così come la loro casata!” parlo animatamente con il mio migliore amico del comportamento degli alunni di questa scuola: stupidi, falsi, inutili. Sono veramente pochi quelli degni del mio interesse. Sono veramente pochi quelli che dovrebbero appartenere al mondo magico.
A interrompere questa conversazione di un certo livello arriva un volto molto, molto gradevole ma inaspettato. Il volto di: Scarlett Lywelyn. La bella bambolina durmastranghiana con cui ho passato un ottimo capodanno. Amica di famiglia da tempo, sempre stata una bella ragazza, ma quest’anno si è fatta notare in modo particolare. Un tempo era più bambina: la dolce, piccola, tenera Scarlett. Che poi tenera e dolce, mica tanto! Se dice di sputar veleno e di raggiungere un obiettivo, stai tranquillo che ci arriva. E’ un po’ il “Principe di Durmastrang”. All’attacco caro Edward, quello è un bocconcino che fa per te.


“Ci si ritrova”-saluto Edward e Jasper baciando le guance e siedo, poggiando i libri. Scambiamo qualche parola e niente più sul tema di pozioni che Jasp ha appena finito e messo via. Edward ascolta, intromettendosi qualche volta, a tratti scocciato. Con la faccia di uno che, chiaramente, pensa ad altro.
Non ci faccio troppo caso, salvo guardarlo qualche volta durante la discussione, cercando di coinvolgerlo, e lo stesso sembra fare Jasper, che sento quasi avvilito da questo silenzio pesante che a volte cala fra loro due. Poi qualcosa attira la mia attenzione, il viso di Edward rivolto verso un disegno abbozzato su un foglio di carta bianca, leggermente stropicciata, probabilmente passato di mano in mano diverse volte, viste le impronte annerite dovute al troppo ripassare sul tratto della matita. Nonostante il disegno sia di qualità senza dubbio poco artistica, sono evidenti i suoi elementi. Una spada, un dragone, i tratti di una scrittura antica,forse incomprensibile per loro ma non per me, che in Irlanda ci sono nata e cresciuta.
“ Conosci i Gaeltacht?”- chiedo,rivolta a Norwood. Lui cade dalle nuvole,scostando la mano con la quale si teneva il viso. “ come?” –domanda, assente.  “ la casata dei Gaeltacht.”- ribadisco, ancora. Lui mi guarda,stranito. Forse sorpreso. Comunque con la tipica aria di chi non sta capendo nulla. Poi indico il disegno,poggiando un dito sulla carta. “ questo qui, è il simbolo della casata dei Gaeltacht”- dico, tranquilla.
E lui sgrana gli occhi, incredulo quasi. Temo di aver sbagliato, ma poi giustamente penso che sia lui ad avere qualcosa che non va, data la convinzione con la quale affermo la mia tesi.
“ cosa…è…questo?” – il suo tono di voce è nervoso. Anche l’attenzione di Jasper si è focalizzata su di me. E la cosa non mi è chiara. Mantengo la calma necessaria, prendo il foglio e lo guardo bene. Porgo la mano “ mi daresti la matita per piacere?”- Edward la ripone fra le mie dita, prendo un foglio di carta sicuramente meno imbrattato di quello e comincio a disegnare, a memoria, il simbolo della casata, completo di dettagli. Poi lo mostro. “ questo qui.” – e sembra impazzire nel momento in cui i suoi occhi ne saggiano i contorni, lo strappa letteralmente via dalle mie mani, per fissarlo ancora. Uno sguardo poco chiaro, simile alla lucida follia quello che, in seguito, rivolge a me. Jasper che cerca, invano, di calmarlo.
“ dimmi cosa sai, Scarlett. Dimmelo!” – alza leggermente la voce, sembra sconvolto. La cosa comincia a preoccuparmi. Guardo Jasper. “ andiamo in camera mia, Edward. Tu non stai bene, e lì ti dirò quello che so. Se ti fa tanto piacere.”- mi alzo, Jasper e Edward dietro me diretti in stanza.
Fortunatamente solo Deirdre è presente, e la cosa…almeno per me…non è un problema. Chiudo la porta, Edward è ancora di un pallore cadaverico. Mi esorta, prendendomi le spalle, guardandomi come un ossesso.
“avanti,dimmelo.”- stavolta mi sto innervosendo io. Comincio.
“ora tu ti calmi”- categorica- “ altrimenti la sola cosa che ottieni è un ceffone tale da farti girare per due settimane di fila.”- una smorfia simile ad un broncio quando lui molla la presa,scusandosi.
Sistemo la maglia,per poi sedermi. Sfilo il foglio,ormai accartocciato dalle sue mani e lo apro.
“ questo qui è il simbolo di una casata di maghi antichissima, nata agli albori dell’ottocento,in Irlanda. Le sue sedi sono dislocate in più o meno in cinque o sei zone dell’Isola irlandese. Gaeltacht, in realtà, è una parola gaelica che identifica le zone in cui ancora si parla con l’antico idioma come lingua corrente. Ma allora, visto che le loro collocazioni, è diventato il nome vero e proprio di questa specie di setta.” – cerco di essere più chiara possibile. E tutti sembrano seguire il mio discorso. Edward è quello,però , che sembra seguire con un’ attenzione diversa. Mi fissa intensamente, chiedendo quasi fosse una supplica, in quel momento:
“ se tu, conosci qualcos’ altro io devo saperlo.”- la sua voce è sempre dai toni vellutati, ma trema. Sintomo di ansia. Mi fa tenerezza, devo dire la verità. Escludendo quell’ aspetto da gran stronzo che si porta dietro, mi ero quasi dimenticata del fatto che, in fondo, anche lui è un essere umano. Sospiro, per poi rispondere.
“ so molto altro, in verità. Ma prima voglio farti una domanda.”- lo guardo.
Lui annuisce. 
“ perché vuoi saperlo.”- in effetti la mia, più che una domanda, è una precisa richiesta. O me lo dice, o me lo dice.


Scarlett conosce quel simbolo. Scarlett conosce quel simbolo. La guardo mentre ridisegna perfettamente il simbolo. Proprio lui, uguale identifico alla spilla che quell’uomo portava sul mantello.
Pretendo di sapere quello che sa. Voglio saperlo, deve dirmelo. Non mi faccio scrupoli e sembro quasi disperato, voglioso di sapere, assatanato quando le chiedo, o meglio le ordino, di parlarmi di quel simbolo. Ma lei non è tipo da farsi mettere i piedi in testa. Lei è come me, come noi. Cerco di riprendermi, di mettere una frase carina a quello che gli avevo spiattellato prima cercando così di rimediare.
La ragazza inizia a spiegare di una famiglia di maghi antica, molto antica, gaelica. Una delle più importanti dell’Irlanda. La ascolto affascinato dal suono di quelle parole. Finalmente qualcuno che riesca a dirmi qualcosa, finalmente qualcuno che sa. E’ stata come un soffio di aria fresca in una giornata piena d’afa. E’ arrivata portando con sé bellezza e sapienza, proprio quello che ci voleva. Certe volte le cose, non sono lasciate al caso, o almeno in questo caso, non sembra.
I miei pensieri si bloccano quando arriva la domanda che inizialmente temevo, ma alla quale poi non ho più dato peso: “Perché lo vuoi sapere” che poi, dire domanda è dire troppo. La sua voce suona quasi imperativa: se me lo dici, io continuo a parlare; sennò arrangiati.
Non so cosa risponderle, nonostante sia una Lywelyn, non so cosa fare. Amica di famiglia, di vecchia data, non ci sono mai stati problemi con loro, anzi. Ma qualcosa mi impedisce di parlare. L’uniche persone che sanno quello che sto passando sono Jasper e Deirdre, quest’ultima ne è quasi all’oscuro, sa soltanto qualche accenno. Cosa fare?!
“Bhè.. perché l’ho trovato su di un libro e mi ha fatto un effetto strano.” Mi guarda alzando un sopracciglio. Non ci ha creduto, chiaro. Ti pare che adesso, uno come me, Edward Norwood, si perda dietro ad un simbolo che gli è già parso di vedere? E poi con così tanto interesse? Che cretino.
“adesso se non vi spiace mi congedo. Ho bisogno di dormire, sono stanco.” Saluto le due ragazze con un bacio sulla guancia e mi avvio con Jasper nel dormitorio, dove parliamo della situazione.
Le cinque di mattina. Un altro incubo. Jasper mi fissa preoccupato.
“Edward non puoi andare avanti così! Questa cosa ti sta distruggendo!”
“Jasper io devo sapere, io devo sapere per forza!”

“allora rischia” già, forse è l’unica cosa da poter fare. Dire la verità a Scarlett e poi si starà a vedere.


La notte porta consiglio un corno. Mi sono addormentata con fatica. Ho cercato di riorganizzare i pensieri, canalizzandoli verso il relax completo, inutilmente. Che Norwood mi abbia mentito non esiste dubbio alcuno.
Le sento, le bugie. E sono stanca di cercare di capire cosa mai possa avere. Mi volto, rivolgendo le spalle al buio, guardando oltre la finestra mentre l’incoscienza si impossessa di me, lasciandomi scivolare nell’ oblio del sonno, relegandomi nell ‘ Erebo.
Ma si sa, nemmeno nel sonno certe cose ti lasciano in pace. Una voce, flautata ma al tempo stesso quasi reale fra le pieghe della mia mente: “ Scarlett…Scarlett..”- chiama, in lontananza. Non la riconosco. Mi avvicino a quella figura poco chiara che si staglia nel bianco di quello che, credo in un primo momento, sia un sogno vigile. E poi lo riconosco. Edward Norwood.
Non ho il tempo di parlare che lui già mi ferma, le sue dita sono consistenti sulle labbra quando mi dice
“ sala comune, è importante. Scendi ti prego.”- si blocca un attimo. Tutto si offusca.
Riapro gli occhi. “ora”- una voce perentoria, che riesco a percepire solo io. Nessun sogno.
Scendo dal letto,indosso il jeans ed una felpa non troppo lunga, le scarpe da tennis facendo pianissimo. Mi dirigo velocemente in sala comune dove, senza alcuna sorpresa, lo trovo.
Richiamo la sua attenzione, sulla soglia. Tossisco appena, lui si volta. Incrocio le braccia sul petto, fissandolo: “disturbiamo anche nei sogni, ora?” il mio non è un rimprovero, quanto un modo come un altro per raffreddare la situazione che sembra di ghiaccio completo. Tagliente e spinosa.
“ mi spiace, ma devo parlarti assolutamente. E devo farlo adesso.” non sembra dispiaciuto. Chiaramente non ha capito il doppio senso della mia frase, mi avvicino sedendo sul divano.
“ti ascolto” dico, tranquilla, portando le gambe incrociate sul cuscino, vista la totale assenza di gente attorno. Anche lui si mette comodo, sporgendosi però verso di me. Cominciando a parlare lentamente, a bassa voce. “ ti ho mentito” dice.
“Lo so bene” rispondo subito.
“Ti ho mentito per un motivo…importante, Scarlett.” parla, fissandomi. Faccio cenno di continuare, senza forzarlo.
“Quando ero piccolo… ho assistito all’uccisione di mio padre… e… la persona che lo ha ammazzato… aveva… questo.” tira fuori dalla tasca il disegno che io ho fatto sul simbolo dei Gaeltacht.
Non so cosa dire, attimo di silenzio. “ io devo sapere Scarlett. Io devo riuscire a sapere qualcosa in più su questa setta, qualcosa in più su quello che sono, e qualcosa in più sul perché hanno ucciso mio padre.” e mentre continua a spiegarmi, sento nella sua voce una voglia di vendetta che affascina ma distrugge, cerco di leggere nei suoi occhi profondi dalle iridi cerchiate di rosso per la stanchezza qualcosa, che vada al di là della coltre comune che rilascia. Mi ha confidato qualcosa che lo fa star male. E’ la prima volta che sento la sua voce tremare di rabbia. Sospiro, attirando ancora una volta su di me il suo sguardo. “io..” comincio. Poi sento dei rumori, vicini alla porta. Mi viene in mente un’ idea. Mi avvicino a lui, poggiando amichevolmente (oserei dire) una mano sulla sua spalla. “ ti prometto…che cercherò di sapere dell’altro."












13/02/2008
commenti (1) • tag: amori, malinconia, dolore, amicizie, conoscenze, grifondoro, corvonero, tassorosso

Accarezzo la pianta di fronte a me. Un arbusto di ginepro, non proprio la cosa più semplice da toccare. La lezione di Erbologia è quasi terminata, e i miei compagni stanno mettendo via annaffiatoi e strumenti per il giardinaggio.
“Julia, ti dispiacerebbe fermarti per un momento?”domanda la professoressa Bonnet, con voce dolce.
“Va bene.”
Ripongo il fertilizzante che stavo usando e mi lavo le mani con cura, per togliere i residui di terra dalle unghie. In realtà sto solo prendendo tempo: l’ultima cosa che voglio è ascoltare l’ennesimo discorso sull’accettazione del dolore da parte di un insegnante.
Ma la professoressa Bonnet mi sorprende in modo positivo.
“Vorrei chiederti di scambiare due parole con Cassandra Becket. Credo che non stia passando un bel momento. So che non lo è neanche per te, ma…si è ferita ad una mano, cercando di incantare una fotografia di Ida, in modo che parlasse di nuovo.”
Sospiro.
“Non c’è problema.”rispondo.
Faccio segno a Sebastian di andare. Ci rivedremo fra un po’ negli alloggi di Grifondoro. Poco dopo, entro in compagnia della Bonnet nella Sala Comune di Tassorosso. Inutile dire che tutti gli occhi si puntano su di me. Saluto con un cenno Carlisle ed il suo amico Eugene Pennington. Per il resto, mantengo lo sguardo di fronte a me, senza concentrarmi su nulla in particolare. L’ultima volta che sono entrata qui era il giorno prima del funerale di Ida, quando ero andata a raccogliere le sue cose.
“La quarta porta a destra.”mi sussurra la professoressa “Le ho cambiato stanza. Ora è con una ragazza del quinto anno, che l’ha aiutata dopo…dopo la sua disavventura.”
Raggiungo l’uscio, e afferro la maniglia. Faccio un respiro profondo e la apro.
"Ciao ragazze."
Cassandra è seduta a leggere, mentre la sua compagna di stanza mi punta contro la sua bacchetta. Sembrano abbastanza stupite.
"La professoressa Bonnet mi ha accompagnata in Sala Comune."spiego.
"Ciao."mi rispondono.
"Spero di non avervi disturbate.”
"No, assolutamente!"
si affretta a dire Cassandra. "Lei è Rah...è del quinto anno."
Sorrido e allungo la mano verso la ragazza dagli occhi a mandorla.
Rah ed io scambiamo qualche parola a proposito dei GUFO, per i quali si sta preparando.
"Senti Cassandra... dovrei parlarti in privato."dico poi.
Rah ci lascia sole, ed esce dalla stanza.
“Allora, come va?”inizio, non sapendo bene come affrontare il discorso.
“Insomma. Mi hanno cambiato di stanza, hai visto? Meno male.”
Mi siedo accanto a Cassandra, abbracciandola come Georgie ha fatto tante volte con me.
“Non so se sarei riuscita a sopportare tutti quei ricordi.”aggiunge.
Piange. E io non so cosa fare, se non abbracciarla stretta.
“Grazie, Julia. Non c’era bisogno che venissi.”
“Non preoccuparti. L’ho fatto volentieri. Ma tu promettimi che cercherai un’altra volta di accendere un falò in camera!”esclamo, strappandole un sorriso triste.
“Come ti trovi con Rah?”chiedo, per distrarla un poco.
“Bene. È simpatica, anche se con gli altri sembra sempre fredda e distante. Mi ha aiutato quando…”non termina la frase.
Ecco, sento la rabbia che sale. Ora, in questo momento, sento un’ondata di cattiveria, di odio. Tutto questo è solo colpa di Tom Riddle.
 
Esco dagli alloggi di Tassorosso, e cammino a passo svelto. Una coppia che non ho mai visto si saluta con un bacio sulla guancia, ed il ragazzo incontra il mio sguardo.
“Scusami!”dice.
Mi fermo accanto a lui, con espressione incuriosita.
“Mi potresti indicare i dormitori di Corvonero?”mi domanda, sfoderando un sorriso smagliante.
Ha degli incredibili occhi azzurri; mi ricordano il ghiaccio dei fiordi.
“Certo, è nella Torre ovest. Segui il corridoio, poi gira a sinistra. Dovrai risolvere un enigma e poi potrai entrare.”
“Grazie per l’informazione…sai, sono nuovo.”
Ha un accento particolare. Non scozzese, no, ma di certo non inglese.
“Mi chiamo Aedan Lywelyn, fino a poco tempo fa frequentavo Durmstrang. Ma la mia famiglia è irlandese.”continua, porgendomi la mano, che stringo.
“Lieta di conoscerti, Julia.”
“Solo Julia?”
“Julia Versten.”
“Corvonero?”
“No, Grifondoro.”
“Lo sapevo, troppo carina per essere una secchiona.”
Queste considerazioni sterotipate non mi piacciono molto.
“Le Corvonero sono molto belle, ad esempio la mia migliore amica. Il caposcuola di Corvonero, Georgiana Harrington.”replico.
“Chissà…pero di rivederti in giro, Julia.”
Arrivo in camera spossata. Nel corpo e nell’animo. Mi butto sul letto, ancora vestita. Una voce mi fa sobbalzare:
“Versten, non è possibile. Sei sempre a poltrire!”
È Sebastian. Di norma i ragazzi non potrebbero entrare negli alloggi femminili, e viceversa. Ma il mio amico è il Caposcuola di Grifondoro: ha dei privilegi, beato lui.
“Julia, dobbiamo parlare.”
“E di cosa?”
Sebastian tace.
“Allora?”dico, in piedi accanto a lui.
Lui alza lo sguardo verso di me.
“Ti prego, non arrabbiarti.”
Iniziamo benissimo.
“Cos’hai combinato?”
“Ti ricordi la notte di Capodanno? Io e Georgiana…”
Oh, no.
Quando li ho trovati, Georgie e Sebastian erano nella stessa stanza. Una sul letto, l’altro sul pavimento. Penso al peggio, ma poi mi rimprovero: no, non sarebbe da Georgiana. Poi però mi ricordo che quella sera il tasso alcolico era piuttosto elevato.
“Seb, stringi. Cos’hai fatto?”
“Allora, l’ho incontrata al tavolo dei cocktail. E poi ci siamo messi ad inseguirci. Poi siamo arrivati nella stanza dove ci hai trovati tu. E lì…ci siamo baciati.”
Mi siedo. Ho bisogno di sedermi.
“E poi?”
“Poi niente. Siamo crollati, eravamo distrutti.”
Sono a bocca aperta.
“Sebastian, mi meraviglio di te.”
“Lo so, scusa, avrei dovuto trattenermi…”
“Ma stai scherzando! Avresti dovuto andare avanti!”
Non mi sembra vero. Così la pianterà con tutte le smorfiose che gli girano intorno e si metterà con una ragazza seria.
Sebastian è abbastanza sconvolto.
“Come?”
Gli spiego il mio punto di vista.
“Oh, per tutti i folletti! Sei diabolica.”
“No, ti voglio bene, è diverso. Ma mi spieghi qual è il problema?”
“Che adesso lei sta con Garet che è un mio amico.”
È vero. Non c’è mai nulla di facile in questa scuola.
“Come mai me lo dici solo ora?”
“Forse perché ho capito solo ora cosa sento per lei.”
Resta zitto per qualche istante.
“Oggi li ho visti che si baciavano, come era successo a noi quella notte.”
Sebastian, accidenti. Avresti anche potuto svegliarti prima.
 
Scendo giù in Sala Grande. È quasi ora di cena. In giro c’è ancora gente che ripassa. Mi siedo vicino a Georgiana. Passa il nuovo Corvonero che ho salvato poco fa dai labirintici corridoi della scuola.
“Ciao, Julia Versten.”
Aedan Lywelyn. Occhi di ghiaccio.
Rispondo al suo saluto, mentre Georgiana alza gli occhi al cielo.
“Allora, io direi che siamo pronti.” sussurro “Il Club può incontrarsi per la prima volta.”
Un sorriso invade il suo volto raggiante.
“Bene.” dice “Apriamo le danze.”
Io e Georgie pensiamo agli spostamenti: decidiamo di utilizzare come punto di incontro l’aula di Astronomia, per poi spostarci nella Stanza delle Necessità.
Prendo una pergamena e la divido in cinque frammenti: Sebastian, Jill, Carlisle, Garet e Peter. Scrivo un identico messaggio su ognuno di essi.
 
“La prima riunione del Club si terrà domani sera.
Appuntamento in aula di Astronomia alle dieci.
Distruggi questo messaggio.
Julia”












11/02/2008
commenti (3) • tag: ricordi, famiglia, sogni, malinconia, dolore, misteri, amicizie, serpeverde, conoscenze, tassorosso

Io e Violet Traviston stiamo parlando senza cavarci gli occhi a vicenda. Pazzesco.
Strano a dirsi, tutto è partito da uno dei suoi commenti acidi sulla mezza rissa dell’altro giorno con Hunnam e Jillian. Le avrei volentieri risposto per le rime, se lei non avesse aggiunto:
“In ogni caso, una lezione alla testolina rossa ci sarebbe voluta.”
“Oh, beh. Potresti darmi una mano la prossima volta, allora.”
“Sì, magari non in modo così plateale. Giusto per non farci scoprire, vero?”
replica alla mia risposta, scoccandomi un’occhiata divertita. Edward deve averla messa di buonumore, in un modo infallibile.
Allargo le braccia, e le sorrido.
“La casa di Tassorosso è a dir poco inutile.”affermo, cambiando discorso.
“A dir poco. Guarda un po’ vicino al caminetto est.”
Siamo in Sala Grande, facendo colazione dopo un allenamento di Quidditch sfiancante; Edward e Deirdre stanno controllando i compiti di Incantesimi, un po’ discosti da noi. Seguo la traiettoria indicatami da Violet con un cenno del capo, e inquadro tre Tassorosso che mi fissano ridacchiando.
“Ci sarai abituato, immagino.”
“Abbastanza.”
dico, senza falsa modestia.
Una delle tre ragazze si accorge che le sto guardando, e sussurra qualcosa alle sue compagne.
“Ah, vedo che è tornata Alexa Robinson. Quella più a destra.”continua Violet.
“La conosci? Non l’avevo mai notata. E non credo che lo farò mai.”aggiungo, considerandone l’aspetto.
“Sì, l’anno scorso abbiamo avuto un piccolo contrasto.”
“Ovvero?”
“Mi ha urtato mentre salivamo sul treno per Hogsmeade.”
“Non dirmi che l’hai schiantata per questo affronto.”
“No. Però ho fatto in modo che ricordasse di non osare mai più sfiorarmi con le sue mani di Mezzosangue.”

Violet sorride. Non credo che abbia usato la magia: la sua lingua, tagliente come il filo di un pugnale, è molto efficace.
“Credo proprio che tu abbia fatto colpo su una delle sue amiche. Fortunato, Lewis.”
“Peggio che andar di notte. Se si fanno avanti, dovrò spezzare il loro cuoricino delicato.”
“Povere care. Come puoi essere così crudele?”
“Traviston, ti dirò: credo sia una dote innata.”

Poi ci alziamo e andiamo in classe. Lumacorno e le sue pozioni ci attendono.


Una pigra ora in Sala Comune. Edward ed io ci stiamo facendo gli affari nostri. Abbiamo parlato ancora di quello stemma. Sfoglio un librone di araldica inglese: sotto i miei occhi si susseguono leoni rampanti, draghi, gigli. Ma Ed non riconosce nessuno come quello che ha visto.
Chiudo il volume con un rumore sordo.
“Ehi, non arrabbiarti.”dice il mio amico.
“Non mi arrabbio.”
“Hai troppe energie, dovresti sfogarle in qualche modo. Sai come.”
“Beh, ma trovarne una.”
rispondo, stiracchiandomi. L’allenamento di stamattina, il primo dopo le vacanze, mi ha distrutto.
“Hai dei gusti troppo difficili.”aggiunge Ed.
“Ma senti chi parla.”
Mentre ridiamo, noto che molti sguardi si appuntano sulla porta della Sala Comune, che si è appena aperta. Sulla soglia, una ragazza che non mi sarei mai aspettata di vedere qui.
“Ma è Scarlett.”dice Ed, sorpreso.
Annuisco.
Lei si avvicina e ci saluta. Scarlett Lywelyn era alla festa di Capodanno a casa di Deirdre. Io e Dè eravamo un pochino occupati con i fratelli Rakovski, quindi Ed è stato quello che l’ha conosciuta meglio.
Ci alziamo in piedi e, uno alla volta, la baciamo sulle guance.
Non me lo sarei mai aspettato. 
Qualche piacevole novità capita perfino qui.
Scarlett si è trasferita qui da Durmstrang, a quanto pare, insieme a suo fratello Aedan. Non mi sorprende affatto una scelta del genere: neppure io sarei entusiasta di studiare in una sperduta scuola fra monti e contadini. Anche se però ha anche dei pregi di non poco conto.
A Durmstrang, le Arti Oscure fioriscono e danno frutti.
“No!”geme Edward.
È notte. Notte fonda e senza luna.
Scosto le coperte e vado da lui. Sta ancora dormendo, ma è sudato fradicio e si agita, in preda a chissà quale incubo.
“No!”ripete.
Lo scuoto per una spalla, e cerco di svegliarlo chiamandolo per nome. Quando apre gli occhi, ha uno scatto verso il comodino, come per afferrare la bacchetta per difendersi. Nei suoi occhi, leggo la paura.
“Non ti avrò mica attaccato la febbre dall’altro giorno?”dico, per sdrammatizzare la situazione.
Ed chiude gli occhi e si passa una mano sul viso pallido.
“No, era un incubo.”
“Tuo padre?”
mi arrischio a chiedere.
“Sì.”
“Hai sognato quello che è successo?”
“No. Cioè, non lo so. Non mi ricordo bene.”
È sconvolto, e ha gli occhi cerchiati da ombre scure.
“Ma non voglio riaddormentarmi. Non voglio provare di nuovo tutto questo…anche se non so cos’era.”
“Aspetta un momento.”
gli dico.
Apro il libro di pozioni domestiche che mi aveva regalato anni fa mia madre. Niente di particolarmente utile, ovvio. Ma ricordavo di un infuso calmante, che faceva sprofondare in un sonno profondo e senza sogni.
Scendo nelle cucine, gli ingredienti necessari non sono pericolosi e spesso si usano per cucinare. Poco dopo sono di ritorno, con una tazza ricolma di liquido bianco.
“Su, bevi il latte caldo.”gli dico.
Edward non è molto convinto, poi lo assaggia.
“Latte caldo un corno!”aggiunge, prima di berlo fino in fondo.
Gli occhi gli si fanno pesanti. In effetti, ho aumentato un po’ le dosi di valeriana. Prima di addormentarsi del tutto, Ed fa in tempo a sussurrare un ringraziamento. Gli rincalzo le coperte, fissando il volto esangue del mio migliore amico.
Pagheranno, Ed.
Quelli che ti fanno vivere in questo modo.
La pagheranno con gli interessi. 

 













07/02/2008
commenti • tag: malinconia, dolore, misteri, amicizie, dubbi, lezioni, conoscenze, errori, tassorosso

Non mi ricordavo che la scuola fosse cosi` impegnativa. Ogni giorno compiti su compiti su compiti, al minimo ci metto tre/quattro ore al finire il tutto, e quando ho effettivamente finito ho appena la forza di scendere a mangiare qualcosa e ritornare su, magari restare un paio di minuti nella Sala Comune. Susan mi ha detto che poi mi abituero`, imparero` a scopiazzare i compiti di qua in la` e a studiare il minimo indispensabile, giusto per prendere la sufficienza. Dovro` riprendere la mia vecchia routine. Prima ero brava a fare certe cose.

Sono proprio impegnata a studiare, leggiucchiando dal libro di Incantesimi, quando mi alzo e guardo fuori dalla finestra. La giornata e` grigia, buia, fuori impazzando nuvoloni scuri e minaccianti. Piovera`. Non aiuta certo a migliorare il mio umore, che gia` e` sotto zero a causa del volumone che mi attende sulla scrivania. Improvvisamente mi sento un peso opprimente che spinge contro il cuore, un senso di tristezza mi invade. Penso alla mamma, che ormai deve vivere da sola nella casa in Michigan, penso a Ida. E non riesco a controllarmi. Esco dalla stanza sbattendo la porta, scendo rapidamente le scale e piombo nella Sala Comune. Con un’occhiata ispeziono la stanza, fino a trovare l’uomo che stavo cercando. E` seduto non lontano dal divanetto vicino al camino, dove sono sedute tre ragazzine del primo anno, il cui unico scopo nella vita e` esaminare ogni minimo dettaglio della vita del ragazzo, ammirarlo e sospirare dietro al suo bel faccino. Il ragazzo in questione e` Carlisle. Mi avvicino e non faccio in tempo a tossicchiare o a picchiettargli la spalla che lui si gira. Gli rivolgo uno dei miei migliori sorrisi.

“Ciao Carlisle”

“Ciao”. Non so come esprimere tutte quelle emozioni che mi fremono dentro, non so come tirarle fuori, raccontarle in una sola frase. Lui mi sorride, vuole certo rendermi piu` a mio agio.

“Dimmi. Posso esserti utile?” Chiude il libro di Trasfigurazione che teneva aperto sulle ginocchia, concentrandosi solo su di me.

"Si, ecco.. si è poi saputo qualcosa su.. sulla morte di.. di Ida?" chiedo con un filo di voce. Non sapevo a chi rivolgermi veramente, a Beth l’avro chiesto gia` una decina di volte, e non conosco nessun altro Tassorosso che potrebbe sapere qualcosa di rilevante sull’argomento, se non Carlisle.

"Mi spiace, non so cosa dirti. Brancolano tutti nel buio" risponde lui con lo stesso tono pacato con il quale ho porso lo domanda.

“Ah be` si insomma... be`... Grazie” mi risulta difficile salutarlo, e in un miscuglio di parole lo lascio la` sulla poltrona, mentre io risalgo in camera, sempre con quel peso sul cuore.


 

Mancano pochi minuti al suono della campanella, io e i miei compagni non stiamo un attimo zitti, ci muoviamo nelle sedie e controlliamo che tutto sia nei nostri zaini, per scappare al primo squillo della fine dell’ora. La Bonnet pero` ci rovina tutto.

“Non credete di scappare cosi` facilmente, dovrete pulire tutto questo disordine prima di uscire dalla serra. Giusto l’altro giorno un gruppetto poco simpatico di Serpeverdi e` scappato a gambe levate lasciando il casino piu` indescrivibile dietro, ho dovuto ripulire tutto io” dice la Bonnet con le mani sui fianchi. Ho gia` un’idea a chi si riferisce quando dice “gruppetto di Serpeverdi”. Cosi` siamo costrette a trasportare le piante da una serra all’altra, e fidatevi, non erano leggere! Sono all’ultima pianta e la poso con un grande sospiro liberatorio per terra nella seconda serra, in quel momento mi accorgo di una figura accanto a me. Mi giro e per una frazione di secondo osservo la ragazza vicino, la vedo da dietro, una ragazza fragile e piccolina, molto magra. Poi si gira e riconosco Rah, e i suoi bellissimi occhi a mandorla si posano su di me per un attimo. Mi giro velocemente verso Susan.

“Non vedo l’ora di farmi una doccia!” grido.

“Comincia a fare fila, ci sono prima io!” grida lei. Ridiamo entrambe e ci avviamo verso l’uscita della serra.


 

Mezz’ora dopo

 

Io e Susan siamo sedute alla fine di una tavolata dei Tassi, gustando le alette di pollo all’americana che gli elfi hanno preparato. Io che sono americana posso dire che hanno fatto un’eccellente lavoro. E io per il cibo ho dei gusti particolari, quindi gli elfi dovrebbero essere immensamente felici. Penso che passero` dopo dalle cucine a complimentarli, dopotutto sono vicino alla dimora dei Tassi!

Lory ancora non e` arrivata, oggi ha un lungo allenamento di Quidditch, e stara` sul campo fino a tardi. Infatti non so se fara` in tempo a prendere qualcosa da mangiare prima che suoni la campanella. Non riesco manco a completare questo pensiero che la vedo entrare, accanto a lei cammina una ragazza della nostra casa, non la conosco bene, infatti non sono sicura del suo anno. E` del sesto o del settimo?

“Ma quella non e` l’amica di Ida? Sai quella che girava sempre con lei!” mi sussurra Susan all’orecchio.

Problema risolto, adesso so in che anno sta, e` del sesto. E adesso che Susan me l’ha fatto notare, ricordo con chiarezza la sua figura, sempre presente accanto a Ida. Lory si avvicina e rimango un po` sconcertata dal fatto che Cassandra la segue, sedendosi accanto a noi. Strano, insomma e` normale fare un pezzo di strada insieme dopo l’allenamento, ma portarla al nostro tavolo!

“Ragazze questa e` Cassandra, sapete e` in squadra con me no? Cercatore”

“Ma certo...Cassandra ciao” la saluto. Non sembra molto convinta, ma mi sorride ugualmente. Susan mi da un calcio da sotto il tavolo, so che anche lei pensa cio` che penso io. Cassandra e` sola, triste e sola, e adesso ha bisogno di nuovi amici dopo Ida. Come incolparla? Le sorrido, la mia arma segreta.

Iniziamo a mangiare e caccheriamo del piu` e del meno, improvvisamente Cassandra si alza e si avvicina a Rah, la ragazza che avevo visto poco prima in serra, seduta qualche posto piu` in la`. Non mi ero accorta della sua presenza, ma Rah d’altronde sa come rendersi invisibile. Oddio, ho appena formulato un pensiero alla Susan. Cerco di scacciarlo mentre vedo Cassandra che torna con Rah. Un’altra novita` al nostro tavolo oggi. Due nuove in un giorno solo, insomma che giorno particolare! Rah si siede lentamente, guarda in basso, saluta impacciatamente. Si vede che non e` abituata a questo tipo di cose. Cassandra e` molto piu` allegra, ma dire allegra e` relativo, era molto piu` allegra qualche settimana fa, con Ida.

“Ho saputo dalla Bonnet che staremo insieme in camera, sono molto contenta. Insomma...e` bello... non credi?” dice Cassandra.

“Si certo” dice Rah sempre guardando il suo piatto di alette di pollo.

In quel momento Susan dice qualcosa che non avrebbe dovuto dire, non era ne` il luogo ne` il tempo adatto.

“Mi dispiace per Ida... te per caso sai qualcosa di piu` sul fatto?” ovviamente si sta rivolgendo a Cassandra. Io e Lory la fulminiamo con lo sguardo, ma dopo un po` di secondi ci abbandoniamo anche noi alla curiosita`. Ne` Carlisle ne` Beth hanno saputo aiutarci, forse Cassandra ci riuscira`? Ma lei ci fornisce solo una risposta enigmatica e misteriosa:

“Verra` il tempo in cui Ida sara` vendicata”

Cosa cavolo significa???













06/02/2008
commenti • tag: famiglia, malinconia, dolore, amicizie, serpeverde, dubbi, lezioni, guai, riddle, grifondoro, corvonero

Tutto va avanti. Si muove, procede, avanza.
Georgie ha messo all’opera il suo talento di pozionista e, con gli ingredienti che io e Seb abbiamo sottratto dalla dispensa di Lumacorno, ha preparato una versione meno conosciuta (ma altrettanto efficace) del Veritaserum che useremo…in caso di bisogno.
Stiamo cercando di decidere il nome del Club, ma non ne siamo ancora venuti a capo. A voler ben vedere, non è una questione di così grande importanza, come ha sottolineato Seb, così ci siamo concentrati di più sugli aspetti pratici.
“Siamo troppo in pochi.”dico.
“Già.”annuisce pensoso Sebastian.
“Ma chi potremmo fare entrare? Perché mi sembra ovvio che il reclutamento, per così dire, non debba essere una cosa pubblica.”aggiunge Georgiana.
Siamo seduti nella Sala Comune di Grifondoro, un po’ in disparte dal resto dei miei compagni di Casa. Garet cinge con un braccio le spalle di Georgie, mentre io e Sebastian ci spartiamo un divano.
“Io propongo Jillian McKanzie.”afferma la mia amica.
“La ragazza bionda con cui parlavi l’altro giorno?”domanda Sebastian.
“Sì.”rispondo io, e proseguo “Come mai hai pensato a lei?”
“Allora.” Georgie tace un attimo per radunare i pensieri. “Innanzi tutto, mi fido di lei, so che è dalla nostra parte, per il poco che conosce della questione. In secondo luogo, è una ragazza brillante in Incantesimi, cosa che nei duelli è molto utile.”
Per quanto mi riguarda, mi trovo abbastanza d’accordo. Non la conosco bene, ma confido nell’acume di Georgie che sbaglia molto, molto di rado.
“Altre proposte?”sollecito i due ragazzi.
Garet è troppo perso nell’osservare il profilo della mia amica per rispondere, mentre da Sebastian arriva la proposta che mi aspettavo.
“Peter Halbury.”dice con voce neutra.
Sospiro. Per me andrebbe benissimo, ma c’è un piccolo problema. La ragazza di Peter è una Corvonero che non ho mai avuto in particolare simpatia, il che è un fatto trascurabile; tuttavia Audrey Salinger appartiene ad una delle famiglie che più sostengono il tema della purezza di stirpe, e ho paura che questo possa influenzarla.
Faccio presente i miei dubbi, ma la risposta di Georgiana mi rassicura:
“Non credo che ci sia nulla da temere. La sua migliore amica è di origini babbane, così come Peter. Quindi credo che possa andare.”
Forse mi sono lasciata condizionare dalla mia opinione di lei, lo ammetto.
“Bene, ragazzi, direi che per il momento va bene così.”concludo.
Così passiamo ad argomenti più gradevoli. Garet si allontana (a malincuore, poverino, ma spinto da Georgiana) per andare a cercare Peter, mentre noi tre decidiamo di scendere in Sala Grande per cambiare un po’ aria.


Non appena entriamo, notiamo vicino ad uno dei camini cinque figure in piedi. Il silenzio è pesante.
Jasper Lewis e Carlisle Hunnam si fronteggiano. Jillian McKanzie assiste con espressione preoccupata, mentre Deirdre Blackster ed Edward Norwood sembrano quasi annoiati.
Sta succedendo qualcosa, è evidente.
Sebastian e Georgiana fanno valere la loro autorità e la situazione sembra rasserenarsi: i Serpeverde si siedono, mentre Jillian e Carlisle avanzano verso di noi.
Carlisle mi prende in disparte, dicendomi:
“Julia, avrei bisogno di parlare con te.”
“Certo.”
"È a proposito di Ida, della…della sua morte.”
Riesco a mantenere un viso impassibile, ma sento, come sempre, una stretta al cuore.
Ida.
Carlisle e la mia sorellina sono sempre stati amici; il loro non era un legame particolare come il mio con Sebastian, ma erano abbastanza in confidenza, e passavano molto tempo insieme. Avevano una passione in comune: entrambi adoravano gli animali, e seguivano sempre con grande interesse le lezioni di Cura delle Creature Magiche. Il professor Collins li definiva “le due ali dell’Ippogrifo”.
Il Tassorosso di fronte a me si sistema i capelli di fuoco, con un gesto che dimostra il suo nervosismo.
“Stai tranquillo, chiedi pure ciò che vuoi.”cerco di rassicurarlo.
“Senti, allora sarò schietto. Pensi che potrebbe essere stato Edward Norwood a uccidere Ida?”
Aggrotto la fronte: questa, in effetti, è un’idea che potrebbe balzare alla mente di chi non conosce la verità, tuttavia è al corrente delle correnti di pensiero dominanti fra le Serpi.
Ma come rispondo a Carlisle?
“No. Credimi, non esiste questa possibilità.”
Lui mi guarda sorpreso e incuriosito.
“Cosa intendi?”
Non posso spiegarglielo in mezzo alla Sala Comune.
“Ci vediamo fra un quarto d’ora nell’aula di Astronomia.”gli dico.
Carlisle, sempre più sorpreso, annuisce.
Forse ho appena trovato un membro in più per il Club.

Mi sto dirigendo verso la Torre di Astronomia, che si trova in una delle zone meno frequentate del castello. L’ho scelta per questo, oltre che per la presenza di un camino scoppiettante sempre acceso, da non disdegnare visti gli spifferi che ci sono in alcune aule.
Il professor Crale sta scendendo dalla botola, mentre io mi avvicino.
“Salve, Julia. Hai bisogno di qualcosa?” mi chiede con un sorriso.
“No, professore. Credo di aver dimenticato in aula il libro di Incantesimi. Salgo a controllare.”
Crale mi saluta, e mi lascia andare per la mia strada. Per fortuna.
Mi lascio cadere su una delle sedie, mentre aspetto Carlisle.
Sento gli occhi che si inumidiscono, ma non riesco a piangere.
Non ho mai pianto, da quando Ida se n’è andata. Mai.
La botola si apre, e la testa fulva di Carlisle Hunnam fa capolino.
Non dice nulla: chiude la botola, e viene a sedersi di fronte a me. Poi mi osserva, aspettando che inizi a parlare.
Chiudo gli occhi, sospiro e inizio:
“Il giorno prima di tornare ad Oslo per il funerale, sono andata in camera di Ida a recuperare le sue cose, ed ho trovato il suo diario.”
“Me lo ricordo, ci scriveva sempre. A volte la prendevo in giro.”ricorda lui, con voce sommessa e venata di tristezza.
“Ho letto alcune cose, fra quelle pagine. Ida è stata uccisa, sì. Ma non da Ed Norwood. Credo che non si conoscessero neppure, di persona.”
Carlisle tace, proteso verso di me.
“La verità la conosciamo soltanto in quattro. Io, Georgiana Harrington, Sebastian Lang…e Tom Riddle.”
“Tom Riddle? Il Caposcuola di Serpeverde?”
"Sì.”
Non c’è bisogno che io dica altro.
Carlisle ha capito.
Le sue mani stringono i braccioli della sedia, il suo volto sbianca e si deforma in una smorfia di rabbia.


Non dormo più. Non dormo più da quel giorno.
I miei unici istanti di riposo, in cui sprofondo in un dormiveglia agitato, arrivano quando sono troppo stanca, e non posso fare altro che crollare.
Stringo a me il cuscino, cercando una qualche sorta di conforto.
E poi arriva l’oblio, dolce e silenzioso come un amante, che mi chiude gli occhi e mi culla fra le sue braccia.

Il sole sorge sereno, appena velato dalla foschia mattutina. Mi alzo e osservo l’alba dalla finestra. Poi inizio a prepararmi per affrontare la solita mattinata scolastica.
Scendo in Sala Grande, e mi siedo al solito posto, accanto a Sebastian. Con un tocco della mia bacchetta, faccio apparire un cappuccino ed un’arancia. Inizio a sbucciarla con calma, finché noto le mani di Seb che sbriciolano convulse un pezzo di pane.
“Va tutto bene?”domando.
“Ci hanno visti, Julia. Rubare gli ingredienti dalla dispensa di Lumacorno.”
“Chi?”
“Uno studente di Serpeverde. È al settimo anno. È Geert Wellington. ”
Soffoco un’imprecazione.


Mancano cinque minuti all’inizio della lezione di Incantesimi. Geert Wellington arriva con lo sguardo stanco e la barba lunga. Capisce che lo sto aspettando.
“Ciao, Julia.”
“Ciao. Hai un minuto?”
“Anche due.”
Il suo sguardo si accende di curiosità.
“Che cosa hai visto esattamente?”chiedo.
“Ho visto te e Sebastian Lang, uscire dall’ufficio di Lumacorno. Mi piacerebbe sapere perché.”
“Per dirlo a Riddle, suppongo.”
Sembra sorpreso.
“No, perché? Non sono uno dei suoi leccapiedi.”
Sarebbe un miracolo, fra le Serpi.
"Servivano per una cosa importante.”rispondo, cercando di essere vaga senza destare troppi sospetti. Come se fosse facile.
Non mi sembra molto convinto.
“Julia, Geert. Avete intenzione di entrare in classe, stamattina?”
È la voce del professor Benton.
“Certo, prof.”dice Geert.
Poco dopo, sono seduta accanto a Sebastian, mentre lui è in mezzo ai Serpeverde.
Tom Riddle mi dà le spalle. Basterebbe così poco per…
Gli occhi castani di Geert Wellington mi fissano e ripetono la stessa domanda per tutta la lezione.

 













05/02/2008
commenti • tag: lettere, amori, dolore, amicizie, serpeverde, ritorni, litigi, guai, corvonero

“Non so perché l’ho sognato.”dico a Deirdre.
“Ma ci deve essere un motivo. Non hai sognato di volare o di correre in un prato. Hai sognato Tom Riddle. Hai sognato le sue minacce.”
"È vero.”
Ed interviene nella conversazione.
"Penso che sia inutile continuare ad arrovellarsi su questo argomento. È stato solo un sogno.”
Deirdre e io tacciamo, ognuno immerso nelle sue riflessioni.
“Avete sentito Eve di recente?”
“Sì. Mi ha scritto pochi giorni fa.”risponde Dè.
“Come sta?”chiedo.
“Sempre uguale. I medici del San Mungo non possono fare molto, se non alleviare le sue sofferenze.”
Ed e io apriamo i battenti della Sala Grande, così Deirdre passa fra noi senza sforzo alcuno.
“Andiamo a sederci vicino al caminetto sud.”sussurra per non farsi sentire dagli altri studenti, mentre rabbrividisce. Questo freddo ci ha pressoché costretti a lasciare la Sala Comune di Serpeverde [che per quanto accogliente, è sempre collocata in un sotterraneo] per mischiarci alla plebaglia che di solito si riunisce qui.
“Se ti coprissi un minimo di più…”scherzo.
“Già, sono proprio vestita in modo osceno!”ribatte, facendomi una linguaccia.
Non è vero, in realtà. Non riuscirebbe mai ad essere volgare, neanche se ci si impegnasse con tutte le sue forze.
Ci sediamo ai margini di una tavolata, e appoggiamo sul ripiano di legno di fronte a noi i libri di scuola. Dè inizia quasi subito a buttare giù il tema che Lumacorno ha assegnato. Ed sottolinea controvoglia un capitolo di “Trasfigurazione Avanzata”. Io apro il libro di Astronomia, con tutta la buona volontà di questo mondo. Ma sulla traiettoria del mio sguardo appaiono Jillian McKanzie e Carlisle Hunnam, seduti vicino a me.


"No, non sto scherzando" ride Carlisle, alzando gli occhi dal libro che sta leggendo -un trattato sugli Unicorni, a quanto ho capito- per guardarmi con un sorriso luminoso "Mia nonna mi ha scritto proprio l'altro giorno chiedendomi dell'incantevole fanciulla che mi era stata presentata a Natale. Testuali parole."
Non posso fare a meno di arrossire, stringendo forte le dita attorno al sottile foglio di pergamena che uno dei gufi di famiglia mi ha recapitato a metà pomeriggio. Una lettera della nonna, preoccupata per l'assenza di notizie dalla sua adorata nipotina circa l'avvenenete rampollo di casa Hunnam che tanto le era stato raccomandato.
"Forse dovrebbero sposarsi loro" commento vagamente acida, tornando al mio compito di Aritmanzia. Nonostante i miracoli dovuti all'aiuto costante e impagabile di Audrey, questi problemi continuano ad essere uno scoglio non indifferente da scavalcare. Stavo giusto per imprecare in goblinese, quando il Tassorosso beniamino di mia nonna ha fatto la sua comparsa al mio fianco suggerendomi di risalire a qualche passaggio prima e rivedere un banale errore di calcolo. Accantonando lo scetticismo, ho seguito il suo suggerimento e il problema è perfettamente riuscito. La mia espressione stupita, poi, deve averla interpretata come un'autorizzazione a rimanere lì, chiacchierando del più del meno, fino all'arrivo della lettera e l'immediatamente successivo scambio di aneddoti sulle rispettive nonne.
Carlisle ride di nuovo, scuotendo i capo e passandosi una mano tra i capelli rossi. Gli occhi azzurri brillano, riscaldati dal calore della sua risata, paralizzandomi.
Scuoto il capo, chinandomi in avanti sul tavolo e facendo scivolare i capelli tra me e lui, nascondendomi al suo sguardo ipnotizzante. L'ultima cosa che voglio è permettergli di confondermi ancora di più le idee con i suoi modi da galantuomo.
Inspiro a fondo, immergendomi in un altro problema e ringraziando silenziosamente Nolasco per avermi caricata di compiri extra, vista la mia attitudine all'incapacità più completa. Sento Carlisle sfogliare qualche pagina, al mio fianco, ma non sta leggendo: sento i suoi occhi bruciarmi addosso, curiosi. Buoni. Gentili. Chi voglio prendere in giro, Carlisle Hunnam è il ragazzo perfetto. Solo un'idiota come me può rifiutarlo perché ancora fiduciosa nell'impossibile. E' chiaro al mondo che Jasper non cambierà mai e non mi cercherà mai, ma non c'è verso che me lo levi dalla testa.
Mi volto verso il Tassorosso al mio fianco, avvertendo la sua attenzione spostarsi da un'altra parte. Si china appena verso di me, con un meraviglioso sorriso beffardo dipinto sulla faccia.
"Hai visto?" alza appena appena il tono della voce, mentre seguo la linea del suo sguardo incrociando gli occhi verdissimi di Jasper, seduto accanto a Deirdre e Edward. Il calore defluisce dalle mie guance, mentre il ragazzo al mio fianco riprende a parlare "La coppia dell'anno: Edward Norwood e Jasperina Lewis"



Carlisle Hunnam farebbe meglio a tenere chiusa la fogna che si ritrova al posto della bocca.
Può fare qual che vuole con Jillian, anzi, chissà che lui non riesca dove io ho fallito, grazie alla fortuna dei principianti. Ma non tollero i suoi insulti.
Deve capire che è soltanto un inutile Tassorosso pel di carota.
Mi lancio su di lui, afferrandolo per il colletto della divisa.
“Ripetilo. Ripeti che quello che hai detto. Mostra il coraggio che millanti di avere e ripetilo!”la mia voce è un lento crescendo.
“Come vuoi. La coppia dell’anno: Edward Norwood e Jasperina Lewis.”
Lo lascio andare di colpo, mandandolo a sbattere contro il tavolo. Mi volto, come per andarmene, ma non è che un diversivo per estrarre la bacchetta e radunare nella mente tutti gli incantesimi più dolorosi che io conosca.
Sono pronto a duellare con la ferocia di una fiera selvatica, quando Ed mi si para davanti.
“Jasper, non adesso. Non è il momento.”
Ma io non lo sto davvero guardando e ascoltando. Sono troppo fuori di me. Anche nella sua voce percepisco una vibrazione metallica di rabbia contenuta a stento.
“Ricordati, non e più come prima. Dobbiamo essere prudenti. Molto prudenti. Vuoi attirare l’attenzione solo per le parole di un coglione?”ribadisce sottovoce.
Ha ragione, non devo lasciare che l’ira annebbi la mia capacità di ragionare. Così ripongo la bacchetta, e mi volgo con un sorriso dipinto sul volto. Quando voglio sono un formidabile attore.
“Beh, mio caro Carlisle. Cosa posso dirti…”dico con voce flautata “Credo proprio che tu debba stare attento.”
Se non puoi ferire la persona di fronte a te, puoi ferire i suoi amici. O la ragazza che gli interessa.
“È uno degli effetti collaterali di stare con una frigida come la dolce Jillian.”
Il veleno che premeva sulla mia lingua è venuto fuori.
Carlisle Hunnam sbianca, Jillian arrossisce.
A volte per vincere non è necessario combattere.


Probabilmente la Maledizione Cruciatus sarebbe meno dolorosa.
Sbatte le palpebre, intontita, sentendo gli occhi bruciare di lacrime forse troppo a lungo respresse e vergogna. Carlisle si irrigidisce, al mio fianco, sento il suo respiro fermarsi del tutto per qualche eterno istante e, mio malgrado, mi ritrovo a sperare che non gli faccia del male. Che non si facciano del male, non potrei tollelarlo. Mi infilo tra di loro, dando le spalle al Serpeverde -non credo di essere in grado di sostenere il suo sguardo- e guardando Carlisle dritto negli occhi. Lui ricambia il suo sguardo, ammorbidendosi leggermente, ma poi torna a fissare in cagnesco Lewis. Se potesse, ringhierebbe.
"Adesso basta" sibilo "Questo non lo tollero. Smettetela, tutti e due. SUBITO."
"Si, ascolta la tua amichetta di ghiaccio" sghignazza Edward, dando man forte all'amico nell'unico modo in cui è capace, a parole "Non vorrai rovinare il tuo bel faccino, Hunnam.."
La minaccia aleggia lieva sulle nostre teste, prima di rimbalzare sul sorriso morbido di Carlisle.
"Norwood" replica cortese il ragazzo, sollevando appena la bacchetta in aria e disegnando con la punta lievi spirali "Fossi in te starei attento a parlare, non sei proprio nelle condizioni di dar fiato a vuoto"
Jasper soffia, richiamando su di lui l'attenzione.
"Chiedi scusa" ordina, senza avere alcuna autorità per farlo. Il ragazzo al mio fianco aggrotta la fronte.
"Per aver detto la verità? Oh, Jasperina..la mamma non ti ha mai detto che si domanda scusa per aver detto una bugia, e non il contrario?"
Gli occhi verdi del Serpeverde si accendono di odio, mentre la sua bacchetta si solleva. L'aria si carica di elettricità, un lungo brivido mi scorre lungo la schiena mentre scorgo Deirdre scivolare lateralmente, per portarsi a lato dell'amico. Edward è dall'altra parte e, manco a dirlo, hanno entrambi la bacchetta in mano. Carlisle, invece, è solo. Io, nel mezzo. E' questione di secondi, quando la tensione arriverà al suo culmine esploderà in una pioggia di incantesimi che non risparmieranno nessuno. Ma perché quando serve non c'è mai un Caposcuola o un professore nei paraggi?
"Smettetela! Immediatamente!" strillo infuriata, guardando alternativamente i Principi e il loro solitario avversario.
"Cosa c'è, piccola Jill" miagola la Blackster "Hai paura che succeda qualcosa a Jasper, non è vero? Oh, povera stupida. Come se a lui importasse qualcosa di te, come se fosse geloso di una nullità come te.."
La sua risata cristallina mi riecheggia nella mente, mentre chiudo gli occhi e inclino di poco il capo di lato. Basterebbe poco, veramente poco, a gridare Stupeficium e puntarle la bacchetta contro. Veramente poco. Ma non è né il momento, né il luogo. Senza contare che per quanto brava possa essere, due contro uno non è mai uno scontro alla pari. Ignoro le sue insinuazioni, riaprendo gli occhi e fulminandola.
"Sta zitta" soffio "Nessuno ha chiesto la tua scontata e inutile opinione"
"Modera, Corvonero" mi aggredisce Lewis "Dè è mille volte migliore di te, può dire quello che le pare quando le pare."
E allora perché non ti scopi lei e fai un favore alla comunità magica?
"Migliore perché? Perché il suo sangue è puro?" s'intromette Carlisle, con una tranquillità che definire agghiacciante è poco "Quello di Jillian lo è altrettanto, se non di più" osserva con leggerezza, prima di aggiungere, dopo un attimo di pausa, con lo stesso tono di chi si rivolge a se stesso "Quello di Ida, invece.."
Il silenzio si fa assoluto. L'intero salone sembra sparire, cancellato da una mano invisibile, il mondo intero è ridotto a me, Carlisle e i tre Principi. Il resto, nel nulla.
Mi volto verso il rosso, senza capire cosa diavolo intenda dire, ma lui non ha finito. Si sporge appena verso Lewis, guardandolo dritto negli occhi, ma le sue parole sono dirette anche ai due al suo fianco, pietrificati e zittiti dalla gravità delle insinuazioni.
"Ad Azkaban non si può cambiare abito tre volte al giorno.." sussurra "Per tre bambolotti come voi sarebbe uno shock non indifferente, temo. Vi farebbe impazzire più questo, che non la presenza dei Dissennatori"


Non è il momento di farsi prendere dal panico.
Inclino la testa di lato.
“Sai, a questo punto credo proprio che Ida Versten non mi sarebbe dispiaciuta, dopo l’esperienza con la nostra piccola Corvonero.”
Negli occhi di Carlisle Hunnam colgo un bagliore di odio contenuto. Deirdre scuote i capelli.
“Jasper, perlomeno avresti avuto un minimo di gusto in più in fatto di aspetto fisico.”dice, per sostenere la mia affermazione. In realtà sappiamo tutti e due che stiamo mentendo per salvare la situazione.
Ed sbuffa, e aggiunge:
“Mi sono stancato di stare a sentire gli sproloqui di un Tasso.”
Proprio adesso entrano i Caposcuola di Grifondoro e Corvonero, con Julia Versten, che ci trafigge con i suoi occhi di ghiaccio e neve.
“Cosa sta succedendo qui?”chiede imperioso Sebastian Lang, rendendosi conto dell’elettricità della situazione.
“Qualche punto in meno non farebbe male a nessuno.”continua Georgiana Harrington.
Nessuno di noi cinque risponde.
Ed e Deirdre si siedono tranquilli ai loro posti: Ed mostra una rabbia a stento trattenuta, che prevedo sfogherà non appena saremo in un luogo privato. Dè è impallidita, ma è padrona di sé come al solito.
Riapro il mio libro e mi concentro sull’orbita di Marte.
I due piccioncini invece raggiungono Lang e le due ragazze.


"Cosa diavolo ti è preso?" sussurro infuriata a Carlisle, mentre mi prende per mano e mi obbliga a seguire Georgiana e Lang verso il loro gruppetto. I suoi occhi, quando si posano su di me, sono duri e freddi come gemme. La sua voce, al contrario, si sforza di contenere la rabbia e celare il desiderio di voltarsi e far continuare la discussione bruscamente interrotta.
"A te piuttosto cosa prende!" sibila lui strattonando appena la mia mano "Possibile che sia tu così accecata da un bel visino da non accorgerti di quello che sta succedendo?" Le sue dita si stringono con maggior forza attorno al mio polso.
"Mi fai male!" esclamo sospresa, cercando di liberarmi. Ma lui non molla, continua a trattenermi e trascinarmi con se come se fosse una bambola di pezza. Al mio lamento, tuttavia la stretta si fa più gentile e un lampo dispiaciuto colora l'azzurro chiaro delle sue iridi.
"Mi dispiace" mormora, chinando appena il capo "Ma non riesco a capire come si possa ancora prendere le difese di.. di... di un individuo che.." I capelli rossi si agitano appena, catturando la luce calda delle candele. Sospira, fermandosi e sollevandomi il mento con due dita.
"Perdonami, Jillian. Se non fosse stato per me e la mia lingua lunga non avrebbe avuto occasione di ferirti" sorride, un sorriso triste che ricorda tanto quello di un bambino che non vuole raccontare il perché del suo dolore "Promettimi però che starai attenta, d'accordo?"
Non aggiunge altro, sollevando gli angoli delle labbra una volta ancora e andando verso Jiulia, a cui prende delicatamente un gomito, tirandola appena appena in disparte. Sospiro, raggiungendo Georgiana che mi guarda con una buffa smorfia incuriosita dipinta sulla faccia. Prima che possa dire, fare o pensare qualsiasi cosa alzo un mano.
"Non chiedermi niente" le dico, curvando appena le spalle "Perché non saprei proprio cosa risponderti"
Interdetta, sgrana appena gli occhi, prima di annuire e posarmi una mano sulla spalle, con fare vagamente consolatorio e protettivo.
"Conosci già Sebastian, Jillian?" mi chiede, prima di presentarmi ufficialmente il Caposcuola di Grifondoro.
Bisognerebbe erigere un monumento alla prontezza di spirito di questa ragazza. La prossima volta che vedo il Preside Dippet, glielo propongo.













03/02/2008
commenti (2) • tag: dolore, amicizie, tassorosso, momenti imbarazzanti

RAH01Sala Comune...
Son seduta di fronte al fuoco e cerco disperatamente di distrarmi. Ho preso un libro dalla bibblioteca ma non riesco a trovarlo interessante.
è passata circa una settimana e mezzo dalla morte di Ida e siamo rimasti tutti molto scossi da quest'evento. In Sala Comune l'atmosfera è lugubre com'è normale dopotutto, noi tassi siamo abbastanza uniti. Gli unici che sembrano cercare di scuotersi sono i bambini del primo e secondo anno che passano il tempo a sfogarsi facendosi scherzi a vicenda e a volte diventano sin troppo chiassosi. Beth a volte si dimostra molto dura nei loro confronti e li punisce e molti altri ragazzi al di sopra del quarto anno li sgridano pensando che non abbiano un minimo di cuore. Ma penso che sia sbagliato rimproverarli e metterli a tacere. Molti di loro sono mezzosangue esattamente come Ida e, anche se non c'erano, le voci girano e son venuti ovviamente a sapere della morte di Mirtilla avvenuta circa due anni fa. Smetto di leggere, è inutile. Non riesco a concentrarmi. Mi guardo attorno, son praticamente sola. Non mi soprende vista l'ora! Sono le 22:30 e buona parte dei miei compagni son andati a dormire. "Quello che dovrei fare anche io..."  mormoro reprimendo uno sbadiglio. Mi alzo e faccio per avvicinarmi alla mia stanza quando sento una piccola esplosione e un gridolino sommesso. Possibile che quei bambini debbano spingersi tanto oltre?  Mi volto per cercare di capire da dove fosse arrivato il suono. "Dovrei chiamare Beth e allora si che si beccherebberò una bella strigliata!" penso amaramente, "Quando è troppo è troppo". Poi mi rendo conto che l'esplosione proviene dalla stanza dove dormiva Ida insieme a una sua amica. Sento dei singhiozzi all'interno e un sinistro odore di bruciato. Mi affretto ad entrare senza bussare. Cassandra l'amica di Ida è di fronte a me con la mano che impugna la bacchetta completamente ricoperta di scottature. Grosse lacrime scendono dai suoi occhi che mi guardano quasi senza vedermi... é sopraffatta dal dolore.
"Cassandra... Cosa è successo?" le chiedo sbalordita. Lei si accorge realmente di me solo in questo momento.
"Ho... ho tentato... volevo che parlasse... di nuovo." mi risponde indicandomi un cumulo di carta e cenere cioè quello che evidentemente rimane di una foto di Ida. Faccio un passo verso di lei con un sorriso che dovrebbe confortarla ma probabilmente non ha nulla di felice e sincero.  
"Vieni, ti accompagno in infermeria. Non puoi restare con la mano in quello stato." dico con un filo di voce... cosa posso dirle? Io, quella che non ha davvero amici perchè si chiude troppo in se stessa. Quella che ha un carattere così gelido che secondo molte persone sarebbe dovuta andare al Serpeverde.
Lei abbassa lo sguardo e inizia a singhiozzare. Io mi avvicino e mi siedo vicino a lei prendendole la mano non  bruciata. Lei si limita a singhiozzare più forte, ma dopo un attimo si alza in piedi tentando di reprimere i singhiozzi. Ci avviamo in silenzio, rotto ogni tanto dai suoi singhiozzi strozzati, verso l'infermeria.   


La lezione di Erbologia volge al termine e io trasporto vasi pieni zeppi di terra da una serra all'altra. Sono totalmente sudata e piena di terriccio.
"Non vedo l'ora di farmi una doccia!" sussurra Alexa poggiando un pesante vaso di terracotta affianco a quello che ho appena poggiato io.
"Comincia a fare la fila! Ci sono prima io." dice Susan con un sorriso smagliante. Le due si guardano con falso odio e poi scoppiano a ridere. Non mi unisco a loro con un pò di tristezza, e visto che finalmente possiamo allontanarci dalle serre, mi avvicino all'uscita.
"Rah Ching, aspetta solo un momento. Ti devo parlare." la professoressa Bonnet.
Mi avvicino a lei senza riuscire a reprimere un'espressione un pò stupita. La professoressa mi osserva con sguardo molto serio.
"Ho saputo che ieri notte hai accompagnato Cassandra Backet in infermeria." mi dice. Non è una domanda. Annuisco timidamente.
"Non ti preoccupare." soggiunge vedendomi tesa "la signora Mound mi ha raccontato l'accaduto. è stata una vera fortuna che tu abbia sentito l'esplosione, nelle condizioni in cui era Cassandra non avrebbe avuto la prontezza di andare in infermeria. Per questo volevo ringraziarti da parte mia e dei genitori della tua compagna. Sono babbani e non avranno l'occasione di mandarti ringraziamenti via gufo."
"Oh... ma non si devono preoccupare!" dico subito.
"Oh so bene quanto sei modesta Rah. Sei nella mia casa da cinque anni ormai e ho la presunzione di conoscerti un minimo." dice lei gratificandomi con un sorriso.
Io avvampo nuovamente. Ma lei sembra non farci caso.
"Ti ho fatto chiamare per un'altro motivo a dire la verità." inizia facendosi nuovamente seria. " Io e la signora Mound, per non parlare poi della signora Becket, pensiamo che sia un pò.... ehm... sciocco lasciare che Cassandra rimanga in stanza da sola." mi guarda in modo penetrante.
"Oh... capisco..." dico subito.
"Spero non ti dia fastidio... pensavo che fossi interessata all'amicizia di Cassandra dopotutto. La signora Mound mi ha detto che stamattina ti ha trovata come un'anima in pena di fronte alla sua infermeria ad aspettare di sapere qualcosa." continuò osservandomi con attenzione. Era vero. Ero andata a vedere come stava perchè ero preoccupata e non mi andava di lasciarla sola. Qusto non era da me e me ne rendevo conto, ero sempre stata solitaria e schiva con tutti e la professoressa Bonnet (aiutata da Lumacorno che sembrava deciso a infilarmi nel suo lumaclub) aveva sempre cercato di "aiutarmi" ad uscire dal guscio.
"Tu sei sola in stanza vero?" insiste ancora.
"Non avrò problemi ad accettarla in camera." non mi sbilancio, ma a un'occhiata più decisa della Bonnet continuo "Mi farà piacere se verrà a stare con me."
"Bene Rah. Informerò Cassandra in giornata." mi dice allora soddisfatta.













02/02/2008
commenti (1) • tag: dolore, serpeverde, dubbi, conoscenze, tassorosso, momenti imbarazzanti

La schiena curva, I capelli biondi che quasi sfiorano i tasti d'avorio candido. Nella sala circolare, il suono pulito della sonata si diffonde con un'acustica perfetta, ottenuta solo dopo numerosi incantesimi. Le dita affusolate del giovane si muovono con sicurezza da un'ottava all'altra, dando vita agli spartiti ammonticchiati sul leggio. Si tratta, anche se non letteralmente, di magia.
Impossibile notare i passi lievi che provengono dalla scala a chiocciola. La magia, però, s'interrompe; con un insieme di note stonate, fastidiose, evidente segno di nervosismo da parte del bravissimo pianista, viene conclusa l'esecuzione. Borbottii, parolacce.
« Scusa. » la stessa luce, si riflette con uguale intensità sul nero del pianoforte, il biondo dei capelli del pianista, il rosso fiamma di quelli del ragazzo appena emerso dalla botola sul pavimento.

« Di buon umore, eh? » dice con sarcasmo, facendomi un sorriso tirato. Andiamo d'accordo, questo è quanto. Per certi versi, siamo le persone più diverse che potessero mai incontrarsi, ma dall'altro siamo estremamente simili.
Mi infilo la tracolla di cuoio consunto, poi mi dirigo verso di lui e gli do una pacca sulla spalla.
« Basta esercizi, per oggi. » mi fermo a guardare il tramonto, sfumato tra l'oro e il porpora; il sole, quasi al punto di affogare nel lago, mi bagna il viso di luce calda.
Precedo Carlisle nello scendere la botola, e avviarmi lungo le scale. Appena sbuchiamo nel grande chiostro centrale del castello, c'è un momento di silenzio, seguito da un'esplosione di risatine. Guardo Carlisle, stranito: dopo anni, non mi sono ancora abituato all'effetto che fa sulle ragazze. Un paio di tipe, che non escluderei essere più grandi di noi, si accasciano sul corrimano della scala al nostro passaggio.
« Eug, quando la smetterai di fare il prezioso? » mi chiede, ficcante.
« Parla lui. Ti sei fissato su Jillian McKanzie ed è un secolo che non ti smuovi da quella biondina. » Ho colto nel segno: le sue guanciotte lentigginose si contraggono, fa un'espressione sofferente, che scompare nonappena da dietro compare proprio lei. Parli del diavolo ... Sbatte gli occhioni blu, rivolgendoci un sorriso imbarazzato, e poi si tuffa a pesce nel bagno delle ragazze.
Carl sospira. Io rabbrividisco. Le manifestazioni sentimentali non sono mai state in alto nel mio indice di gradimento; i sentimenti stessi non lo sono mai stati, in effetti.

Davanti all'aula di incantesimi sono schierati i miei idioti preferiti; in ordine da sinistra a destra, abbiamo Jasper Lewis, Deirdre Blackster, Edward Norwood con la sua inseparabile puttanella Violet Traviston.
Mi ci vuole un po' per capire che stanno aspettando me.
Norwood ridacchia. « Ehi, sei venuto anche oggi a insozzare l'aula? »
« Sì, Norwood. » gli rispondo stancamente: non è proprio il momento di farmi uccidere.
« Rallenta, rallenta. » sibila, posandomi una mano sul petto. Non sembra molto soddisfatto dall'effetto che fa di fianco a me; sono alto cinque centimetri buoni più di lui. Magro, dinoccolato, ma alto. Mi dà uno spintone.
« Tu devi andartene, hai capito? Non sei un mago, e le tue scarse doti lo dimostrano. FAI SCHIFO, Pennington. » E' come se mi avesse dato un pugno nello stomaco: so benissimo di essere un brocco. Ho passato estati su estati pregando i miei di farmi lasciare Hogwarts, e lasciarmi frequentare la London's Academy of Music. La lettera di ammissione è ancora conservata nel mio baule, in mezzo alle cose più preziose che ho.
« Smettila. » mormoro, corrucciando le sopracciglia.
« Lascia andare il piccolo Chopin. » ghigna la Traviston, strizzata in un maglione così stretto che potrebbe essere quello che ha comprato al primo anno; chissà quanti se la saranno scopata, e con quanti sta mettendo un palco di corna a Norwood. Non dico una sola sillaba di questo, ma Ed sembra essere sul punto di ebollire, come se mi avesse letto nel pensiero.
« E' un avvertimento. Sparisci, prima di costringerci ad usare le vie di fatto. » si scostano, lasciandomi entrare in aula.
Siamo a cavallo, il mio amore per Hogwarts non potrebbe essere più grande. Merda.












01/02/2008
commenti • tag: amori, dolore, misteri, paura, serpeverde, guai, errori, riddle, morsmordre

Per quanto ne so, Lochlainn è l'unica persona che può dire di conoscermi veramente. Non solo è mio cugino, ma è il mio migliore amico, il mio confidente, la persona su cui farei affidamento anche se ... anche se stessi scappando dal ministero. Sospiro profondamente, prima di strappare con un gesto energico la ceralacca che chiude la busta che mi è arrivata con una grossa civetta scura. Sull'esterno non è scritto niente, e questo non può che ricordarmi il mittente delle ultime lettere non indirizzate che ho ricevuto. E' dalle vacanze che non ho sue notizie.
Sfilo la pergamena dalla busta; nel riconoscere la calligrafia, sento un tuffo al cuore. “Cara, cara Violet..” “ .. sono di nuovo in Inghilterra, a casa di ...” “..tornare al castello...” “...vederti, al più presto. Mille baci, L.”
Gli occhi mi si riempiono di lacrime. Vorrei potere, ancora una volta, mettere il mio viso accanto al suo, e confrontare nello specchio della stanza dei giochi il verde praticamente identico dei nostri occhi. Mi prendo la testa tra le mani; non so se ridere o se piangere, ma credo che opterò per la seconda.


Incrocio lo sguardo di Edward, steso sul suo letto con la testa posata sulle mie cosce; gli sposto una ciocca di capelli dal viso con delicatezza. Sorrido, sfiorandogli appena le palpebre chiuse.
Le sue dita si stringono attorno al mio polso; inizia a baciarmi il palmo della mano, senza lasciare la presa. Con una mossa repentina si solleva, con una spinta sufficiente a farmi sbilanciare e atterrare di schiena sulla trapunta color smeraldo.
« Signorina Traviston, mi dica un po'. » ridacchia, tenendomi i polsi in modo da costringermi all'immobilità. Non posso trattenere una risata isterica. « Cosa consiglierebbe ad un giovane mago in cerca della felicità? »
« Felix Felicis, professore. » rispondo con tono pacato, senza smettere di guardarlo negli occhi.
« La risposta è sesso, signorina Traviston! Buon sesso! » alzo gli occhi al cielo, dimenandomi sotto il suo peso per liberarmi. Sto facendo fatica a trattenermi; ho deciso di tirare la corda fino all'estremo, e mi sa che ci siamo quasi.
« Edward, no! » gli grido ridendo, spingendolo con entrambe le mani per allontanarlo da me. Faccio un respiro profondo, cerco di distrarlo mentre gli faccio scorrere una mano dallo stomaco verso l'orlo dei pantaloni. Lo sento fremere. « Edward ..»
«Edward! » mi sento gelare il sangue, e contemporaneamente ebollire; sulla porta c'è Jasper, piuttosto pallido, non alza neppure lo sguardo. Accenna un sorriso, poi si rivolge a Ed, che si è già messo seduto al mio fianco.
« Devi..devi venire con me. »

qualche giorno dopo.
E' da metà novembre che declino gli inviti del LumaClub, e ora mi ricordo perché: Lumacorno va spargendo miele sugli ospiti, mentre nell'aria si diffonde una musica irritante e un intenso profumo di rose e mughetto. Insopportabile, nell'insieme.
La mia figura nello specchio si presenta piuttosto bene; un vestito semplice, nero, i capelli raccolti. Edward mi cinge i fianchi con le braccia, baciandomi leggermente il collo. Mi prende per mano, portandomi verso il buffet, e mi porge un calice di champagne.
« A noi. » sussurra con dolcezza inaspettata. Gli sorrido.
« Oh, signor Norwood, signorina Traviston! Sono molto contento per voi .. un'ottima discendenza, potrei giurarci! » faccio un sorriso imbarazzato, ma il mio cuore è decisamente arrossito; non ho mai pensato ad una relazione a termine così lungo, e non voglio pensare neppure alla possibilità di avere figli con lui. Sotto gli occhi di Lumacorno, quantomai gongolante, vengo stretta in un abbraccio.
« Filiamocela. » mi dice mentre già mi trascina via.
Ma c'è un ma. Compare Jasper. Basta un suo cenno della testa, per far impallidire Ed. Lewis prende per il polso Deirdre, intenta a civettare con un bel ragazzo nero di cui non ricordo mai il nome - chissà che fine ha fatto Geert, a proposito - e insieme se ne vanno in un batter d'occhio. Edward non si muove, come ipnotizzato dalla decorazione di tralci della tappezzeria. Lo scuoto lievemente, prendendolo per un braccio.
I suoi occhi blu, profondi come abissi, si posano nei miei, ed è evidentemente preoccupato. Di colpo, mi abbraccia, posando le labbra vicino al mio orecchio.
« Violet. Per tutto quello che sta per succedere, scusa. Ero contro. Ti voglio troppo bene per permettere che succeda, ma non ho potuto impedirlo. Scusa. Scusa. » Si stacca, riprendendo a guardarmi. « Andiamo. »
Rabbrividisco; non sto capendo più niente di ciò che succede, ma sono a dir poco spaventata. Lui guarda avanti, senza rivolgermi neppure lo sguardo, mentre camminiamo lungo i corridoi, andiamo su e giù per le scale, attraversiamo l'atrio del castello. Ed entriamo nei sotterranei.
« Puoi dirmi dove stiamo andando? » esclamo spazientita, mentre lui mi trascina lungo i cunicoli di pietra, illuminati solo da torce dall'inquietante fiamma verdastra. Lui inclina il capo in avanti, e vedo distintamente le sue labbra che mormorano qualcosa di simile a 'fai che vada tutto bene'.

« Aspetta qui. » afferma senza guardarmi; sbatte lievemente la bacchetta sulla statua di un orrendo goblin, davanti alla quale ci siamo fermati, e poi scandisce una parola che non riesco a capire e che certamente non ho mai sentito. La statua si sposta; mi lascio sfuggire un singulto, mentre Edward si infila nello stretto passaggio, che poi si richiude alle sue spalle.

Aspetto.
Aspetto.
Aspetto.
Aspetto.
Aspetto.

Scivolo a terra, posando la schiena contro il muro. Non mi piace essere presa per il culo, non mi piace stare da sola in un posto buio, non mi piace questa situazione.
La statua si muove di nuovo. Alzo appena la testa; è Lenoire, una ex fiamma di Edward. Mi guarda con disprezzo; non si muove, le braccia incrociate sul petto. I suoi occhi verdi, splendidi, sono infuocati.
« Quindi sei tu la putt.. »
« LENOIRE! » Si sente gridare dall'interno. « Oh. andiamo. » Mi prende per il braccio con malagrazia. « Attenta a quel che fai. » sibila precedendomi nell'ingresso.
La stanza è buia, ma è evidente che ci sia parecchia gente, anche se non la vedo - non la posso vedere.
« Eccoti qui. Una purosangue. Di nobile famiglia, dicono. » pausa. « LUCE! »
Le torce si accendono, rivelando l'inquietante scena che mi circonda. La stanza è piuttosto grande, ma il soffito a crociere è basso. Allineati lungo le pareti, diversi Serpeverde e altri che conosco, avvolti in cappe nere. Davanti a me, Tom Riddle. Ride, con il suo ghigno sadico, spaventoso.
« Violet, la preda più difficile per il nostro Edward. » una risata collettiva, soffocata da un suo sguardo gelido. Prende a camminare in circolo attorno a me. « Assassina a sangue freddo, per giunta. Ricordi Medea Diamond? » rabbrividisco, ancora. « Dicono che si sia trasferita a Beauxbatons, per la paura di te. » ride, da solo. « Violet, Violet. Sei stata invitata alla nostra festicciola. Festeggiamo TE. Se vorrai unirti al nostro .. club. Uccidiamo Mezzosangue, principalmente. » il massimo della freddezza, del distacco. E un'insopportabile ironia, che pervade ogni-singola-sillaba. « Allora, che ne dici? »
Annuisco lievemente, senza neppure riflettere su cosa sta accadendo.
« Lo sapevo. » ridacchia. Tremo, mentre lui si avvicina a me. Mi passa un dito sul labbro inferiore, che mi sono morsa a sangue per non gridare, facendo pressione finché le gocce di sangue non sporcano il suo pollice.
Tom è bello, bellissimo; ma c'è una scintilla nei suoi occhi, qualcosa nella sua essenza, che mi terrorizza oltre ogni dire. Rimango immobile, statica; avvicina le labbra alle mie. Ma non era insensibile alla bellezza femminile, all'amore?
« Tom, non farti prendere la mano. » ringhia Edward. Edward.
« Stai buono. » sento mormorare; ma la bacchetta di Riddle è già scattata, e il mio ragazzo si contorce a terra.
« Ti prego. » mi scopro a supplicarlo, con la voce ridotta ad uno spostamento d'aria. Un tonfo, alle mie spalle.
« Come vuoi. Allora, sei sicura della tua scelta? »
« Sì. »
« Procediamo, allora. » alza la bacchetta. Non posso più fare a meno di fare un passo all'indietro.
« Scopriti il braccio. » sollevo la manica, lasciando scoperto l'avambraccio destro. Stringo gli occhi.
« MORSMORDRE! »
E' l'ultima cosa che sento prima di svenire.

Mi sono svegliata nel mio letto, con il braccio destro completamente intorpidito; Deirdre mi sta - paura - vegliando, e si precipita al mio capezzale nonappena sbatto le palpebre.
« L'ha architettato apposta per te. Per farti abbassare la cresta. » mi informa, sorridendo; ci gode, e si vede, ma subito torna ad un'espressione professionale. « Fuori il braccio. » Non mi muovo. E' lei a togliere di mezzo le coperte, e la manica del pigiama, e a scoprire un tatuaggio rappresentante un teschio e un serpente. E' piccolo, quasi invisibile, posizionato appena sotto il gomito. E' rosso, gonfio, e pulsa. « Pelle sensibile, contessina? » una certa ironia, ma in fondo sa di non poter scherzare.
Siamo nella stessa, pericolosissima, barca.

ATTENZIONE; l'ultimo paragrafo corrisponde ad 'adesso', quindi fate conto che la trama si arrivata a quel punto, e non che parta da adesso e si sviluppi nei prossimi giorni.












01/02/2008
commenti • tag: amori, dolore, amicizie, guai, grifondoro, corvonero, momenti imbarazzanti

L’atmosfera a scuola è strana.
Hanno ucciso una ragazza di Tassorosso.
Non la conoscevo molto bene: anche se eravamo nello stesso anno, non avevamo molte lezioni in comune.
Ne sto parlando con Rachel, Jill ed Isabel. Laura ha dovuto lasciare la scuola a causa di un problema familiare, e se n’è andata pochi giorni dopo essere tornata dalle vacanze di Natale. Jill ed io siamo rimaste sole, così abbiamo presentato richiesta al professor Crale per rimetterci in stanza con le nostre migliori amiche. E quasi miracolosamente aveva accettato.
“A me dispiace anche per Georgiana.”dice Jill.
“Vero. Era molto legata anche ad Ida, anche se è soprattutto amica di Julia.”concorda Rachel.
“Non deve essere facile.”aggiunge Isabel.
Io sto zitta. Il mio pensiero corre a Julia Versten, che è amica di Peter. Non ci siamo mai particolarmente legate, anche se ci salutiamo con cortesia. Credo che non mi veda molto di buon occhio.
 
Il professor Crale è un bell’uomo biondo, il sogno romantico di quasi tutte le streghe di Hogwarts. Ok, di tutte le streghe di Hogwarts. Le lezioni di Astronomia non sono mai meno che affollate, soprattutto di studentesse. Personalmente, unisco alla passione per la materia, il gradimento fisico del professore.
“Lo sapete che ho visto Crale e Julia Versten insieme vicino al lago?”dice una Tassorosso alle mie spalle. Tendo un orecchio, interessata. I Tassorosso sono noti per il loro animo un poco impiccione.
“Ma dài, non ci credo!” squittisce la voce di un’altra ragazza, una sua compagna di casa.
“Sì, te l’assicuro. Erano seduti vicini, sul molo delle barche e parlavano.”
Jill sbuffa accanto a me.
“Non sono proprio capaci di tenere il becco chiuso.”sussurra quasi fra sé, mentre disegna con precisione l’orbita di Urano.
“A quanto pare, no. Anche se Julia e Crale stavano parlando in riva al lago…non vuol dire nulla.”
Jill non mi risponde, assorta nel suo lavoro.
“Come va con i tuoi uomini?”le domando.
La linea diritta che stava tracciando senza bisogno di righello devia all’improvviso verso il basso.
“I miei uomini?!”
Come al solito mi sono espressa male. Jillian è una ragazza molto timida, che si confida a fatica. Se parto con un attacco frontale del genere, è ovvio che lei come minimo si prenda un colpo.
“Scusami, sono stata invadente!”
Diciamo che se potessi mi darei una botta in testa. Non tutti sono estroversi e pronti a spettegolare come le due Tassorosso alle nostre spalle.
“Oh, no! Ecco…diciamo che forse sto iniziando a capirci qualcosa.”mi risponde.
“Beh, io non è che possa essere un grande esempio, visti tutti i miei casini con Peter…però se qualche volta vuoi fare due chiacchiere non c’è problema.”
Certo, se non mi escono parole a sproposito.
 
Sono immersa nella pigrizia. La Sala Comune di Corvonero è un luogo caldo e accogliente, che invita all’ozio. La porta si apre, e ne entrano Micheal e Peter. Il mio ragazzo mi raggiunge e mi schiocca un bacio sulla fronte.
“Ehi, non credevo che fossimo diventati fratello e sorella.”gli dico, attirandolo verso di me per dargli un bacio vero, come dico io.
Peter si stacca da me e mi dice:
“Ci guardano tutti.”
“Pazienza. Avranno qualcosa di cui parlare.”
Lui sorride.
“Allora, hai voglia di fare qualcosa?”mi chiede, sedendosi accanto a me.
“Nulla che si possa fare in pubblico.”
“Non essere sempre così maliziosa.”
Non ne posso fare a meno. Se solo tutti sapessero cosa è successo fra noi…
“Come stanno i tuoi amici?”domando, cercando di darmi un contegno.
Peter si incupisce.
“Julia è molto forte, credo. Non l’ho mai vista piangere. Sebastian le sta molto vicino, e anche Georgiana, la tua Caposcuola. Sono molto uniti.”
“Già. Mi dispiace molto per lei e per sua sorella.”
“Mi fanno schifo tutti i pettegolezzi che ci sono in giro. Su di lei e Sebastian, lei e Crale…non c’è un minimo di rispetto. Tutto questo solo perché Julia non è una ragazza smorfiosa e pulitina come le altre.”
Questa affermazione mi punge abbastanza sul vivo.
“Nelle 'altre' includi anche me?”
“Ti prego, non iniziare.”
Invece inizio, proseguo e concludo.
Ed è ovvio che vinco. Non è necessario svelare quale sia il premio della vittoria: si tratta di una cosa fra me, Peter ed una coperta. E quello che si fa al di sotto di essa.
 
Peter guarda lontano. Accarezzo il suo petto con la mano. Siamo avvolti, imbozzolati quasi, in una coperta, nelle soffitte del castello. Poco conosciute, ancora meno frequentate, sono il luogo perfetto per noi. Pare che gliele abbia consigliate Sebastian Lang, che sotto la sua maschera da bravo ragazzo nasconde un caratterino a dir poco infuocato. Ben pochi crederebbero a quello che combinano lui, Peter e Garet Haslett.
“Sebastian non ha una ragazza?”
“No, figuriamoci. Gli piace troppo divertirsi. Se trovasse quella giusta, però, credo che si sistemerebbe. Come ho fatto io.”
Sta ancora tentando di lisciarmi dopo quello che ha detto. Tentar non nuoce.
“E Garet?”
“Ah, lui ormai è perso dietro Georgiana. Seb si lamenta sempre che ha perso i suoi compagni d’avventura.”
“Beh, prima o poi troverà anche lui qualcuna.”mormoro, dandogli un bacio per farlo tacere.
E così siamo di nuovo soltanto lui, io ed una coperta.
 
È tardi ormai, quando rientro. Fuori dal coprifuoco, accidenti.
Mi muovo silenziosa come un gatto (almeno spero), e cerco di non farmi scoprire.
“Audrey Salinger!”dice una voce calma sulla soglia del dormitorio femminile di Corvonero.
È Georgiana.
Mi fermo immobile.
La mia Caposcuola appare nella luce fioca di una candela: indossa una bellissima camicia da notte bianca, lunga fino ai piedi; i suoi capelli castano chiaro sono sciolti sulle spalle, morbidi e setosi. Sembra perfettamente in ordine e sicura di sè.
“Lo sai che ore sono?”
In realtà non lo so. Però annuisco e cerco di assumere un’espressione contrita.
"È già la seconda volta che ti trovo in giro oltre il coprifuoco. Finora sei stata abbastanza fortunata da non essere scoperta dal professor Crale, che stasera mi ha incaricato di svolgere il giro di controllo al suo posto.”
“Mi dispiace.”
"Ti prego di non mettere più alla prova la mia tolleranza.”
La sua voce è stanca. Con un gesto mi lascia andare.
 
Quanto mi sento stupida. Ci sono persone che soffrono, eppure eseguono i loro compiti, mentre io sono solo capace di incontrare Peter e di infrangere le regole sul coprifuoco. Stupida, stupida, stupida.












27/01/2008
commenti (2) • tag: ricordi, dolore, misteri, speranze, amicizie, dubbi, lezioni, tassorosso

La definizione più adatta per le ore di Storia della Magia è Purgatorio. Concetto babbano, ma che rende perfettamente l'idea della noia e della l'utilità che gli studenti ne traggono. Inutile dire che è la prima ad abbondare, piuttosto che la seconda.
Raddrizzo la schiena indolenzita, lasciando cadere l'occhio sull'orologio: ancora-ventisette-interminabili-minuti. Se non fosse che non è proprio il caso, mi metterei a piangere. Sospiro, tornando a fissare il parco che si estende fuori dalla finestra, perdendosi nei confini sempre verdi della foresta: i prati sono coperti da quello che pare un terribilmente soffice manto di neve, costellato qua e la dalle scie di impronte di studenti che sono scesi alle serre o si sono avvicinati alla foresta con Collins, per la lezione di Cura delle Creature Magiche. Di tanto in tanto, qualche macchiolina nera si snoda in percorsi più o meno sinuosi fino a raggiungere le rive del lago o lo stadio di Quidditch, ma per il resto la perfezione è assoluta. Una nuvola oscura la fioca luce del sole, lasciando alle candele il compito di illuminere l'aula sovrafollata di ragazzi giunti al punto di non ritorno tra la veglia e il sonno profondo. Le finestre, coperte da un sottile strato di ghirigori ghiacciati prendono fuoco, brillando della calda luce delle fiamme. Mi massaggio le tempie, intonito dal parlottare monotono di sottofondo di Ruf e dal brusio monotono che è calato sull'aula, interrotto di tanto in tanto dagli strilli acuti di Catherine Aberforth che si intercalano con chirurgica precisione nel bel mezzo di un racconto della sua degna compare, tale Violet. Scommetto a giudicare dall'aumentare dei gridolini e degli sbuffi della Traviston, che la storia è arrivata da un punto focale particolarmente piccante. Che vediamo.. di come abbia divinamente scopato con Norwood in un qualche ripostiglio tra una lezione e l'altra? No, non è nello stile di Norwood. Snob com'è, non metterebbe piede in uno sgabuzzino neanche sotto pagamento.
Allungo lo sguardo qualche fila più avanti, lasciando cadere l'occhio sul gruppetto di Serpeverde per antonomasia che se ne stanno svaccati sul banco come se fossero su un divano. Qualcuno dovrebbe spiegar loro che sono a scuola, non alla settimana della moda a Londra, tra le altre cose.
Distolgo lo sguardo, vagamente nauseato da quel concentrato di ottusità e presunzione, tornando a guardare il parco. Una coppia irrompe nel bianco uniforme nel prato: lei scappa da lui, inciampando ogni tre passi e lanciando gridolini acuti ogni due, inseguita dal ragazzo che, ridendo, lancia palle di neve contro la sua schiena. Aguzzo la vista, cercando di riconoscere quella figura vagamente scoordinata che rischia di finire faccia a terra ad ogni passo, poi realizzo. Georgiana Harrington, Caposcuola di Corvonero. Il ragazzo -di cui ignoro il nome- accelera, acchiappandola da dietro e facendola volteggiare in aria per somma gioia delle corde vocali della Corvonero, che alza la voce di altre due ottave.
Ed ecco che la realtà svanisce con un sonoro POF! e al loro posto vedo me e una meno confusa Jillian McKanzie, intenti a giocare nella neve. Sbuffo, scacciando la visione e concentrandomi su Georgiana, china a strofinarsi le mani scoperte sulle gambe, del tutto ignara della minaccia che sta sorgendo dietro di lei, della pila di neve che lui sta facendo lievitare con movimenti abili della bacchetta. Mi sistemo meglio sulla sedia. Tutto ciò è molto più interessante della lezione, dei gridolini alle mie spalle e dei commenti annoiati dei Principini lì sotto. Ci mancano solo un po' di cioccorane e poi sono a posto.
Georgiana, nel frattempo, sta soffiando aria calda sulle dita intorpidite dal freddo, probabilmente sta pure dicendo qualcosa che la fa sorridere. Poi, lui la chiama. Si gira. Sbianca, apre la bocca per un urlargli di non farlo, ma è troppo tardi: il cumolo di neve è partito, alla velocità della luce, e le si schianta addosso, esplodendo come un fuoco d'artificio.
Mi sporgo appena verso la finestra, in attesa della reazione. Il ragazzo ride, forse ha pure le lacrime agli occhi. Lei è immobile. La neve le cade di dosso, simile a una pioggerellina leggera. Quando si volta, intravedo il suo viso ancora bianco, se le avessero tirato in faccia una torta alla crema l'effetto sarebbe stato identico: ha ancora gli occhi e la bocca completamente spalancati. Boccheggia. Poi, l'inimmaginabile.
Persino il professor Ruf sobbalza vistosamente, quando l'urlo lascia la sua gola e riempie l'aria, salendo fino all'aula e oltrepassando le pesanti pareti di pietra.
"Tu sei un uomo morto!"
Scuotendo il capo e tossicchiando, vagamente perplesso, il professor Ruf annuncia che l'ora è finita, andate in pace.
Amen.


"...oh, è pensieroso" sospira una piccola del primo anno, con i capelli biondissimi legati in due codine. Al suo fianco, una sua amica dai folti ricci neri le fa eco.
"E' innamorato"
Una terza ragazzina si lascia sfuggire un singhiozzo.
"Si, deve essere per forza così. E guardate come soffre!" pigola con un filo di voce, torturando una ciocca di capelli color cioccolato.
Se ne stanno nell'angolo destro della sala comune, rannicchiate su un piccolo divano ricoperto di cuscini accanto al caminetto: il Carlisle Fan Club. Non ricordo quando sia iniziata questa storia, ma adesso è diventata a tutti gli effetti una tradizione di Tassorosso. Non sono l'unico a chiedersi cosa succederà quando io finirò il mio settimo anno. Le ipotesi più accreditate sono due: o fonderanno un fanclub in memoria di Carlisle Hunnam o decideranno all'unanimità di lasciarsi affondare nel Lago, incapaci di sopravvivere al loro dolore.
Involontariamente sospiro a mia volta, causando una lunga serie di gridolini allarmati nelle tre piccine all'angolo che, per un qualche strano motivo a me aumentano d'un tratto di intensità. Mi volto, vagamente stranito, ritrovandomi davanti il sorriso smagliante Alexa Robinson. La guardo, perplesso, in attesa.
"Ciao, Carlisle" mi saluta, sforzandosi come suo solito di nascondere il forte accento. Come se poi a qualcuno importasse davvero e la giudicasse per come suonano le sue parole e non per quello che è. Abbozzo un sorriso.
"Ciao"
"Senti, mi stavo chiedendo.." inizia a dire, un po' incerta, trattenuta da un vago pudore che mi ricorda tanto Jillian. Sento la mia espressione ammorbidirsi.
"Dimmi" la esorto a parlare, chiudendo il libro di Trasfigurazione che stavo sfogliando senza particolare interesse "Posso esserti utile?"
"Si, ecco.. si è poi saputo qualcosa su.. sulla morte di.. di Ida?" le trema un po' la voce, nel pronunciare il nome della sua compagna di casa morta. Abbasso lo sguardo, scuotendo il capo. La morte di Ida Verstein è avvolta nel mistero, nessuno sembra venirne a capo. Un attimo prima era viva, un attimo dopo morta. Un lampo illumina la stanza, mentre lo sciosciare della pioggia di fa più forte: nel giro di poche ore, il freddo gelido dell'inverno è stato spazzato via dal vento caldo, forieri di nubi temporalesche. Ha iniziato a piovere e non ha più smesso, come se il cielo cercasse di cancellare tutto ciò che ha un aspetto allegro e felice, mostrando il suo lutto per la ragazza morta. Faccio fatica a concepire l'idea che qualcuno possa averla uccisa, era una persona talmente buona e gentile che non posso pensare ci fosse qualcuno capace di odiarla con una intensità tale da ucciderla.
Sospiro di nuovo, scuotendo il capo e tornando a guardare Alexa.
"Mi spiace, non so cosa dirti. Brancolano tutti nel buio" mi muore la voce, al ricordare tutte le ore di lezione passate ai margini della Foresta, durante Cura delle Creature Magiche. La ragazza di fronte a me abbozza un sorriso tirato, annuendo, e mormora qualche parola nel congedarsi, tornando nella sua stanza senza aggiungere altro. Le tre bambine, nell'angolo, confabulano tra di loro con foga, festicolando e lasciandosi scappare qualche urletto acuto di tanto in tanto. Torno a guardare fuori dalla finestra, spingendo il libro di incantesimi lontano da me. Non ho voglia di studiare, non ho voglia di far nulla. Il ricordo di Ida mi è calato addosso tutto d'un tratto, strappandomi via l'aria dai polmoni e facendomi precipitare in un mare di cupo sconforto. Stringo i pugni con rabbia, mentre il cielo ringhia sopra il castello e riversa la sua rabbia sulle sue mura di pietra. Se potessi, mi trasformerei io stesso in una tempesta per sfogare la mia frustrazione su qualcosa. O qualcuno. Norwood, per esempio, che dall'alto della sua tronfia presunzione questa mattina ha avuto da ridire sull'aspetto sciupato di Julia. Una così ben dotata ragazza non dovrebbe versare nemmeno una lacrima per una come quella lì, una sporca MezzoSangue. Se non l'ho schiantato, è stato solo perché ci ha pensato il professor Silente a zittirlo, invitandolo ad uscire per un'interrogazione dal momento che era così voglioso di parlare. Chissà, forse è stato proprio lui a uccidere Ida. Lui e le sue idee perverse che può aver preso da qualcun altro. E' troppo stupido per pensare autonomamente.
Oh, basta.
Arrivare a pensare che un'ameba come Norwood possa arrivare a fare una cosa tanto terribile per un motivo tanto stupido è... è degno di lui, in effetti. Mi alzo in piedi, in trance, e mi dirigo verso l'uscita della Sala, sotto gli sguardi attoniti delle tre bambine del primo anno. Non le saluto nemmeno, cosa che in genere faccio per evitare che si deprimano troppo e passino la serata a piangere nel loro angolino, ma c'é una cosa che devo effettivamente fare.
Devo parlare con Jiulia, per capire se il mio odio per il Principe mi ha fatto impazzire del tutto o se c'è davvero qualcuno, nella scuola, che odiava Ida con tutte le sue forze, uccidendola per un motivo che nessuno prenderebbe mai in considerazione.













24/01/2008
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Mio padre mi guarda con i suoi occhi dolci e tristi, poi si slancia verso di me e mi abbraccia, mentre Siri mi accarezza la testa.
“Stai attenta, piccola mia. Stai attenta, adesso più che mai.”
Io non so cosa rispondergli. Non posso fare altro che assentire con il capo chino. Non posso fare altro che stringerlo forte a me, quasi come a dire ‘Io non ti lascerò, papà. Stai tranquillo, non ti lascerò mai…’.
Così faccio un passo indietro, e poco dopo mi ritrovo nell’aula di Astronomia, sotto gli occhi del professor Crale, che l’ha messa a disposizione per il mio viaggio. Non credo che me la sarei sentita di arrivare in Sala Comune.
Appoggio sul pavimento la piccola valigia che ho portato con me: sono stata via solo due giorni. Vorrei tanto poter mettere via dentro di essa tutto il dolore che sento, ed abbandonarla lontano da me, da mio padre, da Siri, da tutti noi che stiamo male. Ma non posso.
Crale deve vedermi assorta all’improvviso, perché mi domanda:
“Julia, tutto bene?”
Certo, professore, tutto bene. Non vede come sono allegra?
“Sono solo un po’ stanca. Vorrei tornare nella mia camera. Crede che ci siano molte persone in giro?”
“A dire il vero, dovrebbe arrivare qualcuno per te.”
“Per me?”
Chi può essere? Dippet? Silente? No, con loro ho già parlato. Forse l’infermiera Mound, per assicurarsi delle mie condizioni psicologiche. Un sorriso amaro mi increspa le labbra. La botola dell’aula si apre, e ne emergono Sebastian e Georgie. La mia amica si slancia su di me per abbracciarmi, ma qualcosa mi impedisce di risponderle con il calore che meriterebbe. Seb invece resta in piedi di fronte a me, ed i suoi color autunno mi confortano, seppur a distanza; regge in mano un drappo damascato, che si rivela essere il Mantello dell’Invisibilità di Peter Halbury.
“Così puoi tornare in camera senza essere fermata ogni istante.”mi spiega Georgiana, dimostrando una volta di più la sua innata gentilezza. Sebastian prende la mia valigia e la trasfigura nell’Enciclopedia delle Creature Magiche, che a volte siamo obbligati a sfogliare per le lezioni del professor Collins.
Domani tutti sapranno che sono tornata, ma voglio almeno un’ultima sera di respiro.



Nella mia stanza, mi tolgo il Mantello, il cappotto e la sciarpa, che avevo ancora addosso. Apro la valigia e rimetto a posto le poche cose che mi ero portata ad Oslo. Sento gli occhi pesanti, la stanchezza pervade il mio corpo e tutto ciò che desidero è un bagno caldo. Così, afferro il Mantello che Seb ha dimenticato su una poltrona e decido di andare nel Bagno dei Prefetti. Due anni fa, sono assurta a tale importantissima carica per non si sa quali maneggi di Sebastian, e da allora mi sono rimasti alcuni privilegi.
Alla parola d’ordine, la pesante porta di legno scuro gira sui cardini e mi ritrovo in una stanza sontuosa, in marmo bianco, dominata da un’immensa vasca rettangolare. Apro i rubinetti dell’acqua, e inizio a spogliarmi. La sirena bionda cerca di fare conversazione con me, ma a dire il vero non sono molto dell’umore.
Mi immergo con lentezza, e subito si ripresenta il ricordo delle acque gelide del lago di Hogwarts, al chiaro di luna, mentre nevicava. Cosa avevo cercato di fare? Di uccidermi? No. Non tollero la vigliaccheria, non potrei commetterne una di mia volontà. Volevo solo dimenticare, ed ho scelto quello che ritenevo il modo più semplice.
Poi quella luce azzurra, qual volto femminile. Possibile che fosse davvero mia madre?
Metto la testa sott’acqua: nelle orecchie solo il suono del mio sangue che scorre. Mia madre. Non lo so, forse era una delle creature marine ed io ho caricato tutto con la mia fantasia distorta da quel momento di crisi. I pensieri vanno e vengono, come pellegrini in viaggio.
Il pensiero di Ida, invece, non va mai via. Resta lì, fermo, una guglia di freddo cristallo, luminoso e colmo di dolore. Tutto ciò che ho letto nel suo diario mi ha fatto così arrabbiare. Ma ho capito molte cose. Di Ida, di me, di Riddle.

1 Settembre
Caro diario,
oggi è iniziata la scuola. Ho incontrato Tom in Sala Grande: durante l’estate è cambiato molto. Ora porta i capelli un po’ più lunghi, ma si è fatto anche più pallido e smagrito. Non ho il coraggio di parlargli, di chiedergli qualcosa. Per il momento mi basta guardarlo e sapere ciò che so. C’è una possibilità che lui un giorno sia mio.

24 Ottobre
Caro diario,
è sempre più bello. Più carismatico, più affascinante, più tutto. In questa scuola non c’è nessuno come lui. Non so cosa farei per essere sua amica, per potergli parlare qualche volta. Se potessi essere come la Sanders o la Blackster… se potessi essere come tutti loro.

7 Dicembre
Caro diario,
basta, ho deciso. Gli parlerò. Devo dirgli ciò che so, così con me, almeno con me, potrà smettere di indossare quella maschera: io so che in realtà non gli appartiene. È il figlio di un Mezzosangue. È un Mezzosangue.

Oggi pomeriggio, ho parlato a Georgiana di ciò che ho scoperto leggendo il diario di Ida. Mi stava raccontando di come procede la storia con Garet, ma io ad un certo punto non sono più riuscita a trattenermi e le ho detto tutto. Siamo subito andate da Silente, che ha gelato con poche frasi i nostri propositi.
“Il preside Dippet non vorrebbe neppure sentire le vostre illazioni. Julia, io capisco quello che senti, quello che vorresti fare, ma…”
“Professore, non posso ignorare quello che mi ha scritto mia sorella. Quello che lei mi ha lasciato nel suo diario è tutto ciò che mi resta, tutto ciò che può farmi capire perché è stata uccisa.”
“Non è così certo che sia stata uccisa. Questo lo dovranno stabilire gli investigatori che il Ministero manderà.”

Non è così certo che sia stata uccisa?
Silente mi ha deluso, ha spezzato le ultime speranze che riponevo nella scuola. Ora ho capito che non posso aspettarmi nulla, da nessuno. Ora ho capito che devo essere io a fare qualcosa, ad agire. Ma cosa? Cos’ho in mano?
Il diario di Ida, certo. Ma non posso, non voglio che tutti leggano le sue confessioni più intime e private. Non posso farle del male, io, sua sorella, dopo che lei ha già dato la vita per ciò che sentiva.
Ma Riddle per fortuna non ha una fama immacolata, fra gli studenti. Della sua personalità, i professori hanno sempre conosciuto solo le sfaccettature che selezionava con cura: lo studente modello, il bel ragazzo pensoso, l’orfano triste. Non sapevano, non sanno delle intimidazioni ai Mezzosangue più piccoli, di mille altre cose che dipingono un ritratto diverso da quello dell’integerrimo Caposcuola di Serpeverde che sono abituati a vedere. Si fermano alla superficie: Riddle appare come una bellissima mela rossa, ma dentro è marcia, scavata da un verme odioso.

 

 



Sto cercando di sfuggire a tutti. L’unico luogo in cui mi sento tranquilla, in pace, è il lago. Mi siedo sul molo di legno dove approda la nave quando i piccoli del primo anno arrivano ad Hogwarts.
Allungo una mano e ne tocco la superficie oscura. “L’acqua” mi dice la voce del professor Ruf, in un ricordo dei primi anni di scuola “è il simbolo di Serpeverde, per la sua forma variabile, come l’intelletto pronto e sottile degli studenti della Casa.”
Eppure io la so manipolare così bene. Una Grifondoro, che appartiene la Casa del fuoco, che possiede il potere dell’idrocinesi: potrei sollevare buona parte del lago ed osservarne il fondale, se mi impegnassi al massimo delle mie forze.
“Julia, cosa stai facendo?”domanda la voce del professor Crale alle mie spalle.
Ho sobbalzato, mi ha colto di sorpresa.
“Sto pensando.”gli rispondo, mentre si siede accanto a me. Forse teme che voglia ripetere le mie azioni.
“A cosa?”
“Niente di preciso. Riflettevo sul fatto che io so muovere l’acqua, ma non sono una Serpeverde.”
“Tua madre non è un’umana, vero?”
“No. È una ninfa acquatica, un’Ondina.”
“È diventata mortale, dopo averti dato alla luce?”
“No. Quelle sono solo leggende, inventate dagli umani, che i maghi hanno accettato. In realtà, l’essenza di una ninfa resta sempre tale.”
Crale annuisce.
“Ti sembrerà strano ma posso capirti. Mia madre apparteneva al popolo degli Elfi.”
Guardo il mio professore, stupita da questa rivelazione.
“Anche lei andò via subito.”
“L’ha mai conosciuta?”
“No, mai.”
Il silenzio aleggia un po’ su di noi.
“Volevo solo dirti che ti posso capire, in parte. Se qualche volta hai bisogno di parlare, puoi venire da me.”
“Certo, professore.”
“Come stai? Rispondimi con sincerità, Julia.”
“Sto male. Non è solo il dolore in sé, ma il fatto che non posso fare nulla. Questa sensazione di impotenza mi distrugge.”
“Si può sempre fare qualcosa.”
Mi rivolge uno sguardo eloquente.
“Se non lo fa la scuola, lo puoi fare tu. Non ti sto invitando alla vendetta, bada. Ma puoi cercare di fare chiarezza.”
Forse ha ragione.
Forse posso fare qualcosa.

 

 



Tornata a scuola, cerco Sebastian e Georgiana. Devo parlare con loro. Li trovo insieme mentre parlano in Sala Grande. Hanno un’espressione preoccupata e tacciono all’improvviso non appena mi vedono. È molto probabile che stessero parlando di me.
Sebastian sa già tutto, gliene ho parlato appena io e Georgiana siamo tornate dal colloquio con Silente. Ci aveva visto sconvolte, e non aveva voluto saperne di lasciarci andare se prima non gli avessimo detto tutto.
Mi siedo di fronte a loro.
“Non ho più intenzione di stare con le mani in mano.”
“Cosa intendi?”domanda la mia amica.
“Ho capito, Julia. Era ora. Si comincia quindi.”dice Sebastian, il primo a suggerire l’idea.
“Sì. Si comincia.”
Georgiana ci guarda con espressione interrogativa:
“Si può sapere di cosa state parlando?”
Io e Sebastian ci scambiamo uno sguardo d’intesa.
“Dobbiamo iniziare ad organizzarci. Riddle sta diventando…è diventato troppo potente.”
“Se non te la senti…non preoccuparti.”dico alla mia amica. Le stringo una mano, cercando di farle capire che il mio affetto per lei non pretende prove o sacrifici.
“Ma…stai scherzando! Io ci sono!”
Le sorrido, grata.
“Allora, volete decidervi a spiegarmi cosa avete pensato?”

 













19/01/2008
commenti • tag: consigli, dolore, misteri, amicizie, dubbi, conoscenze, corvonero

Ne parlerò con Georgiana. Le ultime parole famose.
Alzo lo sguardo dal muffin al cioccolato, ormai completamente sbriciolato dalle mie dita nervose, e cerco la figura sottile e slanciata della Caposcuola, che continua a scrivere fitto fitto su un taccuino logoro, ingurgitando cucchiaiate di cereali senza nemmeno guardarli. Se fossero uova di tritone, non se ne accorgerebbe nemmeno. Sospiro, sbocconcellando qualche pezzo di dolce, ma ho tutto tranne che fame in questo preciso momento: sta per finire un'altra settimana e io ho impiegato tutte le mie energie per evitare tanto Jasper quanto Carlisle, senza combinare un bel nulla. E se stare alla larga dal Tassorosso si è rivelato particolarmente difficoltoso -sembra avere la stroardinaria capacità di comparire dal nulla da ogni angolo-, il Serpeverde non si è mai staccato dai suoi amati Principi per un solo istante, se non per confabulare in un qualche angolo nascosto con Riddle. Cosa che se da un lato rende la mia esistenza più leggera, dall'altro mi fa venire la pelle d'oca al pensiero di quello che potrebbero tramare. Ma il punto è in tutto questo tempo non ho mai, e sottolineo il mai, avuto occasione di parlare faccia a faccia con la mia Caposcuola.
Georgiana alza lo sguardo, intercettando il mio, e dopo un imbarazzantissimo attimo abbozza un sorriso, sollevando la mano destra in un saluto fiacco. Ricambio il gesto, prima di tornare a fissare la mia colazione. Sospiro, abbandonando i resti del povero muffin alle cure degli elfi domestici che laveranno il macello lasciato da quest'orda informe di studente, recuperando tutto il mio coraggio e alzandomi in piedi. Mi avvicino cauta alla ragazza, ancora intenta a scrivere, fermandomi in piedi davanti a lei. Nulla. Tossicchio discretamente. Nulla. Tossicchio di nuovo, più forte. Ancora nulla.
"Georgiana.." la chiamo, posandole una mano sulla spalla. Lei sobbalza, alzando il capo di scatto e sgranando gli occhi. Ci metto qualche attimo a riconoscermi e a sorridere.
"Jillian McKanzie" mi rimprovera, portandosi una mano al petto "Mi hai spaventata!"
"Ehm... scusa, non.. non volevo... scusa."
Oh, ma perché sono sempre così impacciata? Si tratta di mettere in fila un paio di parole, non di comporre un poema epico, Fata Morgana!
"Non fa nulla" mi rassicura lei, sorridendo. Non posso fare a meno di notare che ha gli occhi gonfi da far paura e nonostante la magia non è riuscita ad arrivare al colorito di chi la notte dorme. Le borse le arrivano quasi al mento. Distolgo lo sguardo, mentre ricordo che è molto amica di Julia, la sorella della ragazza morta di recente. D'un tratto, il mio stupido problema sembra incredibilmente fuori posto e l'unica cosa che vorrei fare è sprofondare per la mia mancanza di tatto. Georgiana sembra accorgersi del mio disagio, perché alza una mano e la agita con noncuranza, come a scacciare i miei pensieri, sorridendo incoraggiante.
"Ti serve qualcosa, Jillian?" il suo tono è stanco, ma amichevole. Inspiro a fondo, facendomi coraggio.
"Si, io.. c'è una cosa che.. si, insomma, ho bisogno di un consiglio" riesco a formulare dopo qualche tentativo andato male. Migliori, Jillian, non c'è male. Il giorno in cui riuscirai a dire, senza impapinarti, che hai un problema con dei ragazzi a causa della tua abissale inesperienza e che l'unica persona a cui ti è venuto in mente di chiedere aiuto è una ragazza con cui hai parlato al massimo tre volte per anno scolastico, vinci un premio!
"Mh, adesso proprio non posso" si scusa con aria affranta "Devo scappare a lezione. Ma se vuoi, possiamo vederci a pranzo" mi sorride, una smorfia che trasmette tutto tranne che allegria. Annuisco, contagiata dalla tristezza che d'un tratto le ha rempito gli occhi. Chissà, forse anche Ida andava a chiederle consiglio. Trattengo l'impulso di posarle una mano sulla spalla, per confortarla, stringendo le dita attorno alla tracolla della mia borsa.
"A dopo, allora.." sussurro. Mi guarda soltanto, senza realmente vedermi, gli occhi fissi su un punto lontano della sala. E come se non fossi mai stata lì davanti a lei, si china a scrivere di nuovo sul suo taccuino.


Hogwarts è piccola.
Le voci corrono, i pettegolezzi rimbalzano di parete in parete, di quadro in quadro. Tutti i ragazzi sanno a che fantasma chiedere informazioni, a quale ritratto strappare piccole confessioni, a quale statua carpire un segreto.
Eppure, sulla morte di Ida nessuno sembra sapere nulla. Non mancano le supposizioni [le più fantasiose nasconde tutte al tavolo dei Tassorosso, guarda tu che caso], ma sono talmente assurde da non risultare credibili. Non appena metto piede nella Sala Grande, il chiacchiericcio che si leva verso il soffitto è quasi assordante e metà delle frasi che riesco a sentire sono ipotesi sulla morte della sorella di Jiulia. Persino durante le ore di lezione il miglior modo per far passare il tempo è cercare di inventare la più incredibile delle storie. E' semplicemente disgustoso: dopo i primi cinque minuti di lutto, l'intera scuola si è lanciata in questa gara al gossip senza remore.
Saluto Audrey e Laura con un cenno che ricambiano allegramente, prima di tornare una su un libro e l'altra su una rivista patinata dall'aspetto particolarmente superficiale. Georgiana è sola, quasi alla fine della tavolata, e sta ancora scrivendo sul suo taccuino. Come se non si fosse mai alzata da lì. La vedo lanciare di tanto in tanto occhiate al tavolo dei Grifondoro e a quello Serpeverde, senza mai soffermarsi però su un volto preciso per più di qualche istante.
"Ciao" la saluto, sedendomi di fronte a lei "Disturbo?"
Lei sbatte le palpebre un paio di volte, come a scacciare qualche pensiero indesiderato, per poi sorridermi.
"Ciao, Jillian McKanzie. Nessuno disturbo" si allunga verso un vassoio ricolmo di patate al forno, riempiendosene il piatto "Piuttosto, di che cosa volevi parlarmi questa mattina?"
"Ah già.." scrollo le spalle, sentendo il nervosismo montarmi dentro come un'onda che sta per infrangersi sulla costa "Ecco si.. è una cosa stupida e non vorrei.."
"McKanzie, non crei mai problemi e non passi le ore di lezione a mandarmi gufi chiedendomi di presentarti Sebastian Lang, quindi qualunque sia il problema non farti problemi e chiedi" mi rassicura.
"E' imbarazzante" ammetto dopo aver fissato il tavolo per un interminabile istante "Ma io non so come comportarmi con i ragazzi"
Chissà perché il suo sguardo corre automaticamente al tavolo dei Grifondoro e le sue guance si colorano di rosso. Poi torna a guardarmi, senza fare commenti, e agita la forchetta invitandomi ad andare avanti, prima di infilzare una patata. Mi allungo verso una pirofila con delle lasagne alle verdure dall'aspetto invitante.
"Beh, suppongo che tu sappia quello che è successo tra me e Jasper" bisbiglio imbarazzata. Lei annuisce, in silenzio. "Beh, il succo è che durante le vacanze di Natale ho conosciuto un altro ragazzo. Ma per quanto carino e dolce possa essere, io non riesco a togliermi dalla testa Jasper e..." mi interrompo. Georgiana si è irrigidita impercettibilmente, guardando qualcosa alle mie spalle. Mi volto, incrociando la figura magra e pallida di Riddle, seguito da uno sparuto gruppetto di Serpeverde tra i quali Edward Norton e Jasper.
"Georgiana, va tutto bene?" allungo una mano verso di lei, ma solo quando le tocco un braccio sembra tornare in se.
"Scusami, mi sono distratta" bisbiglia, come frastornata.
"Più che distratta sembravi in trance" commento perplessa. Lei scrolla le spalle, imbarazzata.
"Ogni tanto mi capita. Ma stavi parlando di Jasper e Carlisle, se non sbaglio.."
"Come fai a sapere che si tratta di Carlisle?" esclamo stupita.
"La scuola è piccola" replica lei stizzita, chiaramente infastidita dai pettegolezzi che svolazzano di tavolo in tavolo "Ma ti prego, continua"
"Io non so cosa devo.. come devo comportarmi con loro. Jasper.. beh, non è stato proprio quello che si definisce un gentiluomo -al contrario di Carlisle-, ma non riesco a.."
"...a dimenticarlo?" conclude lei per me, con dolcezza. Annuisco, sentendo gli occhi pizzicarmi per la frustrazione. Lei sorride, posando la forchetta e stringendomi brevemente la mano.
"Dai tempo al tempo, Jillian, non essere impaziente. Quando meno te lo aspetti, tutto tornerà a posto. E' l'unico consiglio che posso darti" s'interrompe un attimo "Se mi avessi chiesto aiuto in trasfigurazione sarei stata più d'aiuto, temo" sospira, prima di mettersi a ridere. Sorrido a mia volta. Non è che ci sia molto altro da fare, in effetti. E se deve succedere qualcosa, succederà senza che io vada a cercarmela. Attacco la mia porzione di pasticcio più sollevata. La Caposcuola sorride, prima di tornare a guardare verso il tavolo dei Serpeverde.
"Georgiana, posso chiederti perché guardi tanto i Serpeverde?" le chiedo, dopo aver ingoiato un boccone forse troppo grande che rimane incastrato in gola. Beve un paio di sorsi d'acqua e, quando torno a guardare la ragazza, sta quasi trattenendo il respiro. Poi, dopo una pausa un po' troppo lunga, risponde.
"Sto cercando di capire cosa ci trovino tutte queste ragazzine del primo anno in Riddle" lapidaria, torna a concentrarsi sul suo pranzo. Mh, la faccenda puzza, ma è meglio lasciar correre. Non la conosco abbastanza da insistere.
"Un vero mistero" concordo con lei "A me non piace. Mi inquieta: sembra comparire sempre dal nulla. C'è qualcosa, in lui, che mi fa venire la pelle d'oca"
Rabbrividisco involontariamente mentre riaffiora alla mente il ricordo del nostro incontro nella Sezione Proibita.
"Mh" borbotta lei, senza alzare gli occhi dal piatto.
"E poi non mi piacciono le sue idee" butto lì, più per spezzare l'imbarazzante silenzio che è calato tra di noi. La reazione, però, non è quella che mi aspettavo. Georgiana alza il capo di scatto, fulminandomi.
"Le sue idee?" chiede brusca, stringendo forte il taccuino tra le dita. Quando l'abbia mai ripreso in mano, non lo so.
"Lui..lui crede che la magia sia un diritto di coloro che discendono da famiglie di sangue puro" balbetto spiazzata. Forse non è il caso di accennare al fatto che mi ha sostanzialmente minacciata e che presto verrà da me a cercare una risposta. Ha un'aria così allucinata che ho paura possa strozzarmi da un momento all'altra. Boccheggia come un pesce per ventiquattro secondi netti.
"Jillian McKanzie ti ringrazio. E ti prego di scusarmi ma devo scappare, ci vediamo questa sera alla torre!" Raccatta in fretta e furia le sue cose, riempiendosi le braccia di pergamene e libri che aveva sparpagliato attorno al suo piatto prima che arrivassi. Un attimo dopo se ne è andata. Simile a una buffa caricatura di Milly* quando tenta inutilmente di sgombrare la mia scrivania durante le vacanze, non ho fatto in tempo a dire nulla.
Sospiro, guardando sconsolata il mio piatto mezzo pieno: non mi è mai piaciuto mangiare da sola.
"Vuoi compagnia?"
Alzo lo sguardo, trovandomi davanti gli occhi chiari di Carlisle e, nel giro di una frazione di secondo, avvampo.
"No grazie!" esclamo con voce stridula, alzandomi di scatto "Ho finito e devo scappare in camera che ho dimenticato una cosa questa mattina!" sorrido, forzando una risatina vagamente isterica. Lui sorride, cortese. Dannazione, quella fossetta sulla guancia mi farà impazzire.
"Vuoi che ti accompagno?" mi chiede, allungandosi per sfilarmi la borsa dalla spalla. Lancio un'occhiata alle mie spalle: Jasper ha appenza alzato lo sguardo dalla sua bistecca al sangue e si china su Deirdre al suo fianco, sussurrandole qualcosa che la fa ridere. La fitta di gelosia arriva puntuale dopo un paio di secondi.
Inspiro a fondo, cercando di dare una calmata al mio cuore martellante e incrinato, declinando l'offerta di Carlisle e affrettandomi ad attraversare la Sala.
E' tempo, Corvonero.
La voce di Riddle riecheggia nella mia mente piena di pensieri ingarbugliati mentre gli sfilo davanti. Mi blocco, voltandomi di scatto. Ma lui è immobile, non da segno di aver notare la mia presenza. Vedo Carlisle che fa per alzarsi di nuovo e mi affretto ad allontanarmi, facendo finta di niente.
Non so perché, ma le sue parole risuonano nella mia mente come se una minaccia.


*Milly è l'elfo domestico di casa McKanzie, citato un post fa.













17/01/2008
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Cerco di farmi forza. Impresa disperata, ma non posso continuare a piangere ad oltranza finché non avrò finito le lacrime. La neve che copre uniformemente il giardino di Hogwarts è bianca, esattamente come lo sarà la tomba di Ida. Non so se ho accettato che sia morta; dirlo non corrisponde minimamente a quanto sia spaventoso, impossibile da percepire, che non la vedrò mai più. Nessuno la vedrà mai più.
Mi sento di nuovo salire un groppo alla gola. Chiudo la finestra della mia camera, e voltandomi il mio sguardo indugia sul mio letto, praticamente intatto; Jules se n'è andata stamattina presto, con il metropolvere, senza salutare né me né Sebastian. Probabilmente non si è accorta che non ho chiuso occhio, ma è così: immaginare che stesse piangendo nel suo letto( e sapere che se avessi tentato di consolarla mi avrebbe dato, a ragione, un pugno sul naso ) mi faceva venire una depressione tremenda.
Nella specchiera, vedo che ho un'aria parecchio sbattuta; i miei occhi, tra sonno e lacrime, sono così rossi che potrebbe sembrare che mi abbiano infilato due pomodori maturi nelle orbite. Faccio un respiro profondo e mi siedo sullo sgabello, puntando la bacchetta verso il mio viso; sarà necessario un bel lavoro per togliermi l'aria malata e depressa che mi ritrovo.
Ormai è ora di pranzo, ma non ho avuto l'energia di andare a lezione stamattina: il weekend è stato a dir poco distruttivo, e i miei nervi ne sono usciti in modo pessimo.
Esco dal dormitorio: tutti mi guardano come se vedessero un fenomeno da baraccone. Io sono l'amica di quella con la sorella morta, mica una qualsiasi. Cammino a lungo, tenendo la testa bassa per non farmi notare più del normale. Vorrei quasi togliermi la spilla di Caposcuola dal petto, in modo da non attirare le mire di nessuno.
Striscio lungo gli scaffali della biblioteca e mi siedo al mio posto preferito. Tiro fuori dalla tracolla il biglietto che mi ha scritto Jules; la calligrafia è tremolante, incerta, c'è una lacrima che ha visibilmente bagnato la carta. Un altro attacco di dolore sordo, intenso. Poso la fronte sul legno lucidato; fisso il pavimento di pietra, finché non vedo sotto al tavolo un paio di piedi, e delle gambe che indossano pantaloni, quindi un ragazzo.
Di fronte a me c'è un pallidissimo Sebastian, che mi prende le mani con dolcezza, rimanendo a fissarmi. So cosa sta provando: è quello che sento io, da tre giorni a questa parte. Senza fiatare, tira fuori dalla tasca una foto stropicciata, evidentemente appallottolata e poi ridistesa. Ci siamo lui, Julia, Ida e io; allegri, felici, un paio di settimane fa.
Almeno in quel momento, Ida non pensava a Riddle.
Un momento.
Sgrano gli occhi, stringendo la presa attorno alle mani di Sebastian.
« Riddle .. Tom Riddle! »



Scrivo freneticamente, tentando di recuperare i compiti e lo studio che ho lasciato perdere in questi giorni. Difesa Contro Le Arti oscure mi piace, sì, ma non è una materia in cui sono esattamente ferrata; oltre la O non vado, neppure con tutto l'impegno di questo mondo. Ho sprecato un altro po' di tempo cincischiando con Sebastian, che si rifiuta di incolpare Riddle; ha accennato alla gigantesca targa che attesta il suo Premio per i Servigi Speciali Resi alla Scuola e ad altre inutilità. A me Riddle spaventa, sarà che sono una cacasotto ma ..
Con la scusa della ronda serale, esco dalla biblioteca e cammino con calma per il corridoio, godendomi il silenzio e la tranquillità della scuola deserta.
Ad un tratto, mi pare di vedere un'ombra lungo il corridoio che porta al Club dei Duellanti: mi piego in avanti, scrutando nel buio. Riduco gli occhi a due fessure: evidentemente sono così fusa da avere le visioni.
« Agh! » una mano mi ha afferrato il polso e mi ha trascinata nell'ombra. Chi fa questi scherzi nel pieno della notte? Beh, chiunque sia può star sicuro che ... Il riflesso di una torcia illumina il volto del mio rapitore.
« Ga...Ga...Garet? »
« Scusa, Georgiana. E' che di giorno è impossibile fermarti. » Forse ho più paura adesso di prima. « Volevo dirti che mi dispiace per Ida...davvero. » Apprezzo il gesto, ma forse non è proprio il momento migliore. Oh, vabbè, è inutile che faccia la dura: mi sto sciogliendo come un budino, anche se quasi non lo vedo. Solo pensare che la mano che mi sta stringendo il braccio è la sua, fa sparire il dolore delle sue dita che mi stritolano fino all'osso.
« Grazie del pensiero, Garet. » gli dico cercando di camuffare l'alteramento della mia voce, provocato dal cuore in gola che mi sta quasi strozzando. Gli sorrido; mi sembra quasi di poter percepire fisicamente il luccichio dei miei occhi. Rimaniamo a guardarci, o meglio a cercare la faccia dell'altro nella penombra, in un silenzio nervoso e teso. Sto cercando di ricacciare l'idea che mi suggerisce di fare il primo passo: ormai sono sicura che lui sappia che mi piace, perché devo essere io a buttarmici addosso? Non fosse altro che ho la schiena al muro, è lui quello che si può muovere agevolmente. E se ... mi sento mancare il fiato. E se mi avesse cercata per dirmi che è venuto a sapere e mi vuole pregare di smettere di fargli il filo? Che sia un Willoughby qualsiasi, o un Edward Ferrars*?L'attesa di un segno mi sta consumando, eppure sono passati solo pochi istanti.
« Beh, andiamo. » afferma con poca convinzione, facendo un passo all'indietro come per farmi passare. Sento che affiora una certa delusione, come un dolore sordo all'altezza dello stomaco. Trattengo un sospiro depresso, sorridendogli.
Mi dirigo istintivamente verso il grande arco ogivale che segna l'ingresso alla Torre, e che per un caso fortuito si trova proprio qui sul quinto piano. Mi appoggio al piccolo tratto di parete libera tra la scala e una delle ampie librerie che tappezzano il corridoio.
« Beh, buonanotte. » sorrido gentilmente, stringendo tra le mani la tracolla della mia borsa di pelle. Che momento penoso e imbarazzante. Distolgo lo sguardo, aspettando che lui smetta di fissarmi e se ne vada. Fa una strana smorfia, accentuata dalla luce debole del corridoio.
« Oh, al diavolo. » borbotta all'improvviso. Non riesco neppure a capire cosa sta succedendo; sento il sangue che mi affiora alle guance, il battito che accelera da 0 a 100. Al diavolo.



« ... non ci posso credere! Si è dato una mossa! » esclama Julia, cercando di mostrare sincero interesse per quello che è successo tra me e Garet. Cerco disperatamente di tirarle su il morale, mentre sbrigo una serie di carte riguardo agli ultimi punti che ho tolto in giro per la scuola. Sono rossa come un peperone: d'altronde, ormai pare che passerò la maggior parte del mio tempo così. Basta solo nominare il mio nuovo 'amichetto' – termine coniato da Sebastian, nostro primo fan ufficiale, che ci vede già come la coppia dell'anno - perché vada in iperventilazione. Come se non vedessi cuori dappertutto per la maggior parte del tempo.
« Georgiana. » di colpo si fa seria. « E' stato Riddle. Io lo so. » nonostante la tanto conclamata intelligenza dei Corvonero, il passaggio dal capitolo Haslett alla morte di Ida non mi è proprio così immediato. Cerco di trattenere le lacrime che mi salgono automaticamente agli occhi. Mi sa che ho una malattia rara che amplifica gli effetti di tutte le emozioni.
« Cosa? » rispondo incredula.
« Ho letto il diario di Ida. E' stato Riddle, ne sono sicura. »
« Non dirmi che.. » annuisce vigorosamente.
« Aveva un appuntamento con lui. » mi risponde senza indugio, la voce che trema per la rabbia. Ricapitolo velocemente tutte le risposte che mi sono venute in mente nello stesso istante, e che si sono scontrate nella mia testa.
« Silente. Parliamone con Silente. » esclamo con eccessiva intensità, sbattendo un pugno sul tavolone della biblioteca.
La bibliotecaria mi zittisce prontamente, ma Julia ed io stiamo già schizzando verso l'ufficio del Capocasa di Grifondoro.



E' il mio professore preferito, l'uomo a cui mi ispiro e che ho preso come modello; e allora perché vorrei strozzarlo? Non può fare niente per noi, e d'altronde i diari segreti non sono certo prove sufficienti per accusare uno studente capace come Tom di un omicidio.
Il preside Dippet non vorrebbe neppure sentire le vostre illazioni. ILLAZIONI! Mi rigiro nel letto, lanciando uno sguardo alla foto di Garet che ho attaccato sopra al letto, seminascosta dalla tenda del baldacchino.
Se non ci può aiutare Silente, chi può farlo? E' il momento di agire.



* ATTENZIONE: DOPO LA PRIMA FRASE, SI SCONFINA NELLO SPOILER! Willoughby e Edward Ferrars sono due personaggi di Ragione e Sentimento di Jane Austen.


Per inciso, il primo è un vero stronzo, il secondo invece è un caro ragazzo, anche se tira un po' troppo la corda per i miei gusti.












16/01/2008
commenti • tag: dolore, amicizie, lezioni, guai, tassorosso, momenti imbarazzanti

La stazione nove e tre quarti e` piena di persone, mi sorprende il fatto che posso ancora respirare, in mezzo a tanta folla. Piuttosto che giovani maghi in partenza per scuola sembriamo delle sardine in una scatola, tutti appiccicati e sudati. Davanti a noi troneggia maestoso il treno, avvolto in una nuvola di vapore. Fra la folla e il vapore cerco disperatamente la mia uscita di sicurezza da questo posto di matti, Lory e Susan. Devo aspettare loro per poi iniziare la ricerca dei posti migliori sul treno. Finalmente le vedo, o almeno loro vedono prima me, un grido squarcia la stazione.

“Alexa!!” un secondo dopo mi trovo avvolta in un abbraccio a tre, con Lory alla mia destra e Susan alla sinistra.

“Quanto tempo! Come stai?” Susan si sposta una ciocca di capelli dalla fronte e mi squadra da capo a piedi “Lo sai che sei diventata proprio carina? Conosco un paio di ragazzi che sicuramente uscirebbero con te”

“Dai Susan! Non e` manco iniziata scuola per diamine!” dice Lory roteando gi occhi annoiata “Dagli un respiro, sono sicura che ha molte cose da dirci”

“Io? Magari voi!” grido riabbracciandole di nuovo “Mi siete mancate tantissimo, e adesso saliamo sul treno, prima che ci rubino tutti i posti”

Saliamo, di nuovo noi tre, le mitiche Alexa, Lory e Susan. A spinte e calci avanziamo per il corridoio, troviamo finalmente un vagone decente e vuoto e ci infiliamo dentro. Delle ragazzine truccatissime del terzo, che erano al punto di fare la stessa cosa, ci guardano arrabbiate. Susan tira fuori la lingua “Andate via mocciose!” Scoppiamo a ridere “E lavatevi la faccia! Sembrate dei clown!"

“Allora ragazze” dico io mentre il treno inizia lentamente a muoversi “Mi dovete dire, tante, troppe cose”

 


Hogwarts. Cammino velocemente verso la serra, cercando di coprirmi il piu` possibile con la sciarpa rosa che mi avvolge il collo. Sono in ritardo, non mi sono svegliata in tempo, e siamo solo al secondo giorno di scuola per diamine! Comunque si tratta di Erbologia, quindi non mi preoccuperei tanto, non credo la Bonnet se la prenda. Spingo dolcemente la porta della serra e finalmente posso togliermi la sciarpa, qua dentro fa un caldo bestiale.

“Oh ma guarda chi si rivede! La nostra piccola Alexa, il nostro piccolo gioiello in Erbologia! Bentornata!” la Bonnet non esita a evidenziare per l’ennesima volta a tutta la classe come io sia secchiona, e cio` non mi rende orgogliosa, anzi mi crea fastidio. Non ho certo bisogno di far sapere a tutto il quinto che sono la preferita della Bonnet! Silenziosamente mi vado a sedere in uno degli ultimi posti. La lezione passa velocemente, d’altronde quando una lezione ti interessa succede sempre cosi`.

Mentre usciamo Elliot si avvicina e mi saluta.

“Ciao Alexa! Ancora non ci siamo parlate da quando sei arrivata. Come stai?”

“Tutto ok grazie, e tu? Credo che te stia moooolto bene” Ovviamente mi riferisco al bellissimo Corvonero con cui sta Elliot, Susan mi ha informato della loro relazione sul treno. Di nuovo penso a quanto sarebbe bello avere un ragazzo, sento sempre delle relazioni delle altre ragazze, mentre a me non succede mai niente di emozionante! Elliot mi risveglia dal mio dolce sogno ad occhi aperti.

“Gia` va tutto bene, anche meglio del previsto!” Insieme ci avviamo verso la Sala Grande, per poi separarci, ognuna avviandosi verso il rispettivo tavolo della casa.

Mi siedo insieme a Lory e Susan, come ogni dannato pranzo di ogni dannato giorno ad Hogwarts Susan non esita un momento ad iniziare il suo gossip quotidiano.

“Allora? Avete visto Jasper? Pare che non se ne faccia piu` nulla di quella biondina del sesto, si la Corvonero che ha baciato prima delle vacanze, insomma quella la`, Jillian mi pare si chiami”

“Be` non mi sorprende” dice Lory mentre giocherella con la forchetta rigirando il pezzo di bistecca sul piatto “Stiamo parlando di Jasper dopotutto, infatti perche` stiamo parlando di Jasper? E` veramente deprimente!”

“Gia` non vedi che le persone come lui vivono di queste piccole attenzioni che persone come te gli proporzionano tutti i giorni. Se solo nessuno parlasse mai piu` di Edward Norwood e Jasper Lewis...”.

“NON PARLARE DI NORWOOD E LEWIS?!? MA E` IMPOSSIBILE!!!” grida Susan un po` troppo forte, alcuni studenti dei tavoli intorno si girarono curiosi. Io e Lory diventiamo rosse come pomodori mentre Susan non batte ciglio. Meno male che i diretti interessati non si trovano alla Sala Grande al momento.

“Tu sei scema!” dico in un bisbiglio a Susan “Che figure ci fai fare!”

“Comunque...ritornando all’argomento, insomma stavamo parlando di Jillian no? Be` sentite questa, a quanto pare fra lei e Carlisle c’e` un certo feeling”

“Carlisle? Quello del sesto anno?”

“Esatto! C’e` boh almeno a me e` arrivata questa voce, comunque spero di no, insomma a me Jillian non e` che sta troppo simpatica se devo dire...” Lory scoppia a ridere.

“Ma non eri te che avevi una cotta per Carlisle qualche mese fa?”

“Be` si ma cio` e` irrilevante, io ho molte cotte” detto questo guarda verso l’entrata della Sala Grande, da dove sono appena sbucati i Principi. Oh no! Speriamo non gli piaccia di nuovo uno di quei due stupidi presuntuosi...


 

Mattina. Mi sveglio, mi vesto rapidamente e scendo insieme a Lory e Susan. Appena metto piede nella Sala Comune so che qualcosa e` sbagliato. C’e` un’aria di tensione che si potrebbe tagliare con le forbici; ragazzi accasciati sulle poltrone, con lo sguardo vuoto nello spazio, qualcuno che piange seduto in un angolino, le facce dei piu` grandi contratte dalla rabbia e dalla tristezza. Qualcosa e` successo, qualcosa di molto brutto. Susan e Lory non sanno niente, dato che sono appena scese con me, cosi` andiamo da Elizabeth, la Caposcuola, che sta consolando un bambino del primo, molto schockato.

“Beth che e` successo?” chiedo con un filo di voce.

“Ida Versten e` morta ieri notte”

Rimango pietrificata sul posto, me la ricordo bene Ida Versten, e` del sesto anno, bella, alta, bionda, molto vivace e piena di vita. Non me la posso immaginare morta, non riesco a vederla per terra, senza piu` sangue che scorre nelle vene. Non e` possibile.

Presto anch’io mi abbandono all’espressione di tristezza e terrore stampata sulla faccia di ogni altra persona nella Sala Comune.













12/01/2008
commenti • tag: vacanze, famiglia, dolore, misteri, amicizie, dubbi, lezioni, grifondoro, corvonero, tassorosso

Divisa, mantelli, maglioni, jeans, magliette, biancheria. Libri, penne, pergamene. Cosmetici. Il baule è strapieno, nonostante l’abbia incantato per aumentarne la capacità. Faccio mente locale su cosa ho messo via: credo di aver preso tutto, ma di certo mi sono dimenticata qualcosa…è sempre così. Con un sospiro, chiudo i miei bagagli e scendo le scale che dalla mia camera portano al piano terra.
Saluto mio padre e Siri con un abbraccio, poi Ida ed io gettiamo una manciata di Polvere Volante nel caminetto e ci ritroviamo a Londra, nel piccolo alberghetto da dove eravamo partite. Saldiamo il conto con alcuni sassi che ho trasfigurato in sterline babbane, e poi prendiamo un taxi e scendiamo a King’s Cross.
Arrivate al binario 9 e 3\4, aspettiamo il treno per Hogwarts. Ida è tranquilla e sorridente, il pallido sole inglese le illumina i capelli biondi e la rende bellissima. Se soltanto trovasse un bravo ragazzo.
Un rumore stridente ci avvisa che il treno sta arrivando: poco dopo, saliamo sulla carrozza e io sistemo i bagagli con un incantesimo nella prima cabina libera che trovo. Abbraccio mia sorella, e la saluto con una carezza sui capelli. Ida raggiunge i suoi compagni di Tassorosso, mentre io resto sola nello scompartimento. Forse dovrei ripassare Storia della Magia, visto che durante le vacanze ho fatto tutt’altro che studiare; prendo il pesante tomo con la copertina di cuoio e mi accingo ad aprirlo.
“Caspita, che espressione sofferente!” esclama Sebastian, aprendo la porta.
“Non dirmelo. Ero tentata di studicchiare qualcosa, ma ho appena deciso di rinunciare."
"È forse a causa della mia presenza? La mia bellezza ti distrae?”scherza lui.
“Ma piantala!”gli rispondo, lanciandogli il librone.
Nella migliore tradizione, manco il bersaglio: meno male che nel Quidditch non mi succede! La porta poi si apre, e il professor Silente introduce il suo capo brizzolato:
“Sebastian, Julia, tutto bene?”domanda con un sorriso sornione.
“Certo professore. Solo che Julia ha cercato di uccidermi con il libro di Storia della Magia!”
Silente non smette di sorridere, e dopo avermi lanciato uno sguardo penetrante se ne va.
“Possibile che devi sempre farmi fare queste figure?”
Seb non riesce a trattenere le risate, dopo avermi vista arrossire.
“Non c’è neanche Georgiana a sostenermi contro di te!”borbotto. La mia frase sembra colpirlo, perché si calma all’improvviso, e mi dice, cambiando discorso:
“Peccato che le vacanze siano finite.”
“Già. Senza contare che per noi è l’ultimo anno. Sono gli ultimi mesi a Hogwarts.”

Sebastian non mi risponde. Tutti e due guardiamo fuori dal finestrino, e pensiamo al futuro. Non so bene cosa farò della mia vita, anche se ormai siamo agli sgoccioli. Mi piacerebbe lavorare al San Mungo, o magari alla Gringott, perché no. Ma in realtà, la mia più grande ambizione sarebbe diventare un Auror.
Chissà.

 


 

La prima settimana è sempre devastante. Non tanto per il ritmo, quanto per la necessità di riabituarsi alla routine scolastica. Oggi sono davvero distrutta: ho sostenuto un’interrogazione di Incantesimi, ma Benton sembrava abbastanza incattivito nei miei confronti, e così mi sono dovuta arrampicare sugli specchi. Deve essermi riuscito bene, una volta tanto, perché mi ha dato un Eccellente, che non pensavo di meritare. Sono tornata al mio posto, stupefatta ma contenta, e Sebastian e Georgiana mi hanno accolto come un eroe che torna dalla guerra, quindi credo di aver avuto un’espressione abbastanza sconvolta.
All’ora di cena, Seb viene monopolizzato da quell’odiosa Sissy, mentre Georgie sta parlando con una ragazza bionda del sesto anno, di nome Jillian, credo, e non mi va di disturbarla mentre aiuta i suoi studenti. Ida non si vede in giro, né al tavolo dei Tassorosso. Così resto da sola, seduta un po' discosta dal resto dei Grifondoro.
Con un tocco di bacchetta faccio comparire la mia cena, e intanto apro il libro di Pozioni, visto che un'esercitazione incombe e io sono circa a metà preparazione. Davanti a me compare un’ombra: chi si siede è Garet Haslett.
“Ciao Julia, posso sedermi?”
“Sì, certo. Mi hanno abbandonata tutti!”
“Allora ti faccio un po’ di compagnia.”

Vuole chiedermi qualcosa, lo so. Che cosa, lo scoprirò fra poco. Qualcosa sul Quidditch o su Georgiana: a giudicare dalla sua espressione, è più probabile la seconda ipotesi. Ci perdiamo in qualche convenevole, finché arriva al punto.
“Senti…volevo chiederti…”
Timido e indeciso. Alla faccia di Mr. Darcy!
“Qualcosa riguardo Georgiana?” azzardo io.
“Esatto!”
Colpito e affondato, anche se non era difficile indovinare.
“Beh, dimmi pure. Se posso risponderti, non c’è problema.”
“Niente, volevo solo sapere…ti ha più detto nulla? Su…ehm, su di me.”
“Mi ha raccontato di quello che è successo con la tua pseudo-ragazza, e mi ha detto che poi le hai spiegato la cosa.”
“Sì, è vero…nient’altro?”

A dire il vero, sì. Nei due giorni che abbiamo trascorso insieme, Georgie ed io ci siamo di molto dilungate sugli apprezzamenti fisici di Garet, ma non sono cose che si possono ripetere.
“Senti, se vuoi chiederle di uscire o qualcosa del genere, io ti consiglierei di farlo.”
Garet annuisce e mi dice:
“Grazie, Jules!”
“Prego! E adesso dammi una mano con Pozioni, o il Lumaprof mi tormenterà fino alla fine dell’anno…!”

È notte, notte fonda, ma io non riesco a dormire. Non sono davvero sveglia, no, sono come immersa in un limbo di stanchezza e torpore, ma resto cosciente. Una strana sensazione mi stringe le viscere e mi impedisce di prendere sonno. Dalla mia finestra vedo uno spicchio di Luna, affilato come una falce. La sua luce lattea illumina tutti gli oggetti e disegna nuove ombre, nuovi contorni. In momenti come questi, di solito faccio sogni bizzarri oppure mi ritrovo a pensare agli eventi salienti della mia vita, riflettendo sulle cose che mi sono successe, sulle loro cause e conseguenze.
Sento dei passi all’esterno della stanza, passi maschili. La porta della stanza si apre, ed una candela accesa entra fluttuando, illuminando il volto di Albus Silente. Le mie compagne di stanza si svegliano all’improvviso, sobbalzando e cercando di coprirsi con le lenzuola.
“Professore?! Cosa ci fa qui? È successo qualcosa?” domanda Louise, la più vicina all’ingresso, con voce preoccupata e spaventata.
“Julia, per favore, vieni con me. Subito.”
Il suo tono di voce è autorevole come sempre, ma ha in più una nota particolare, che non gli avevo mai sentito. Mi alzo dal letto, e mi copro con una vestaglia bianca di lana d’angora; seguo il professor Silente, che cammina accanto a me, con passi svelti e precipitosi. La sua espressione non fa presagire nulla di buono. Cosa può essere successo?
Usciamo dagli alloggi di Grifondoro, e raggiungiamo la Presidenza. Il professor Dippet è seduto al suo posto, circondato dall’intero corpo insegnante. Mi preoccupano molto l’espressione addolorata della professoressa Bonnet e gli occhi lucidi del professor Collins.
Dippet mi invita ad accomodarmi, mentre Silente resta in piedi accanto a me, come gli altri insegnanti, e mi appoggia una mano sulla spalla. 
“Signorina Versten, non è facile quanto sto per dirle.”inizia il preside.
Deglutisco. È successo qualcosa di grave, l’ho capito. Ma cosa?
“Sua sorella Ida è stata ritrovata morta in una delle aule del secondo piano.”
È come se tutte le luci della stanza si spegnessero.
“Quando?”riesco a chiedere con un filo di voce.
“Non si è presentata a cena, e durante l’ispezione della professoressa Bonnet non era in camera. Sono partite le ricerche, ed è stata ritrovata circa mezzora fa.”
“Come è morta?”
“Non ci sono segni evidenti di colluttazione.”

Mentre Dippet mi risponde, chiudo gli occhi: un dolore inconcepibile mi riempie la testa e l’anima.

Lenta la neve cade e si dissolve. Cammino per il parco, mentre è ancora notte, ed una lieve coltre candida inizia a ricoprire tutto. Non mi hanno lasciato vedere Ida, non ho potuto salutarla per l’ultima volta. La Luna ha cambiato posizione, ma ha sempre la forma di una falce bianca e lontana. I miei passi mi conducono vicino al lago. Immergo i piedi nudi nelle sue acque oscure: vorrei tanto avere accanto mia madre. Vorrei tanto che lei mi consolasse.
Avanzo nell’acqua, fino a sprofondare sotto la sua superficie. Il mio corpo è inerte, e l’unica cosa che la mia mente è in grado di fare è chiamare il nome di Ida, e quello di mia madre, una volta l’uno e una volta l’altro.
Un volto bellissimo si avvicina al mio: emana una luce azzurra, è il volto di una donna, e mi somiglia molto.
“Mamma?”penso.
Il volto non mi risponde, ma sento una forza sottomarina che mi spinge verso l’alto.  Pochi secondi dopo, respiro di nuovo l’aria della notte. Muovo gli arti con cautela, guardandomi attorno: in riva al lago ci sono alcune figure di cui non distinguo bene i contorni, ma intorno a me non c’è più traccia di quella creatura. Mia madre se n'é andata un’altra volta. Ida non c’è più. C’è qualche motivo per cui dovrei tornare a riva invece di lasciarmi andare a fondo e perdermi nell’oblio?
“Julia!”urla Sebastian.
“Jules, ti prego, torna indietro!”grida Georgiana.
Altre voci dicono le stesse cose. L’immagine degli occhi azzurri di mio padre mi attraversa la mente. Con poche bracciate torno a riva. Georgie materializza un asciugamano, mentre Seb mi abbraccia, aprendo le falde del suo mantello per riscaldarmi.
Solo adesso mi accorgo del gelido freddo notturno.














 

serpeverde

Edward Norwood

Edward appartiene ad una delle famiglie londinesi purosangue più prestigiose, la famiglia Norwood. All'età di undici anni, prima di ricevere la lettere per Hogwarts, si imbatte in un grave scontro dove suo padre perde la vita per mezzo dell'Avada Kedavra. Da allora Edward si è chiuso in se stesso diventando un tipo freddo e scontroso. Giurando vendetta a suo padre, nell'estate del suo tredicesimo compleanno decide di trasferirsi per un mese a casa di uno zio, un mago molto particolare, amante di tutto ciò che è illegale. E' proprio grazie agli insegnamenti di questo zio che Edward conoscerà le tre maledizioni senza perdono e si interesserà ancora di più alla magia oscura. Figlio unico, è al sesto anno di Hogwarts. Il cappello parlante non ha avuto nessun problema a trovare la sua collocazione infatti, Edward, ha tutte le qualità per far parte della casata dei serpeverde: astuto, furbo, viziato e ambizioso, oltre ad odiare con tutto il cuore coloro che non sono "puri". E' molto schietto ed è considerato tra i più bei ragazzi del quinto anno. E' dotato di occhi grigi dalle sfumature verdi molto profondi, capelli scuri e un fisico perfetto. Norwood ama mostrarsi sempre ben vestito e curato. Ha un unico vero amico, Jasper Lewis suo coetaneo e compagno di casa. I due si trovano spesso in compagnia di Eve Sanders, Deirdre Blackster e Morgan Lancaster, formando un gruppetto unito che passa la maggior parte del tempo a violare le regole e a sminuire gli altri. Le sue materie predilette sono pozioni e arti oscure in cui è anche molto portato.

Jasper Lewis

Sesto anno. Suo padre Leonard è un eminente ricercatore, e, dopo la morte della moglie Mary, l’ha cresciuto da lontano, essendo spesso via per lavoro; il padre gli regala tutto ciò che vuole, anche se la cosa di cui Jasper avrebbe più bisogno è il suo affetto, soprattutto dopo la morte di Sean, il fratello maggiore a cui era legatissimo. Jasper in parte rivede Sean in Edward Norwood, la persona a cui è più affezionato, e in Lucas Forsythe, anche se non al livello di Ed. Ha un’indole scontrosa, e non manca di ambizione, ma possiede una grande insicurezza di fondo; Edward conosce la sua fragilità, e dunque lo sostiene sempre. Spinge Lucas a provarci con Audrey Salinger, perché pensa lui stesso che sarebbe una bella preda, ma ne è intimidito a causa del carattere risoluto e poco manovrabile della ragazza. Purosangue dal fisico longilineo, con occhi verdi e capelli castano chiaro, è un casanova, come il suo compagno di stanza e di anno, e non si preoccupa dei sentimenti delle ragazze a cui ruba il cuore (e di solito anche qualcos’altro); le uniche con cui riesce a mantenere un legame sono Eve e Deirdre, in particolare con quest’ultima. È un buon studente, e dimostra una particolare predisposizione per Incantesimi, che conosce molto bene. Vorrebbe diventare un abile Legilimens come Edward, ed è esperto nell’uso delle Maledizioni Senza Perdono. Gioca nella squadra di Quidditch come Cacciatore.

Deirdre Blackster

Deirdre Blackster discende da una famiglia antica e potente di maghi purosangue. Come tutti i membri della sua famiglia disprezza le persone che hanno sangue impuro, definiti mezzosangue, e maggiormente i babbani. E' una ragazza castana, alta e sottile, e dagli occhi verdi e molto intensi. Nel complesso, Deirdre è una ragazza molto bella ed è pienamente consapevole di esserlo. Frequenta il sesto anno a Hogwarts ed è stata smistata nella casata dei Serpeverde, come lei tutti i membri delle sua famiglia (anche Belinda e Utopia, sue sorelle gemelle, sono al quarto anno serpeverde). Dal carattere caparbio, astuto è inoltre vanitosa, viziata e molto determinata a raggiungere il proprio obiettivo: il potere. Per raggiungerlo Deirdre si finge sempre disponibile con tutti quelli della sua Casa e con i professori, mascherando così la sua vera indole e mostrandosi in questo modo ‘perfetta’. Nonostante la popolarità,c’è solo una persona che la riesca a capire davvero, e questa è la sua migliore amica, Eveline Sanders. er la scuola è sempre in giro col gruppetto formato da Edward Norwood, Jasper Lewis, Morgan Lancaster e , naturalmente, Eve. A scuola Deirdre riesce sempre molto bene grazie alla sua dedizione allo studio, indispensabile per il suo ideale di perfezione che si è prospettata.

Violet 'Vi' Traviston

Sesto Anno. Primogenita ed erede di Bartholomew Traviston, conte del Goulcestershire, viene al mondo presso Upton St.Leonard's, cittadina non lontana dalla tenuta dei Traviston e dalla città di Goulcester. Violet dimostra già precocemente una inclinazione naturale alla magia, alla quale vengono posti dei freni tramite la ferrea disciplina a cui viene abituata sin da piccola e un ampio numero di istitutori a cui viene affidata la sua istruzione. Trascorre l'infanzia nel maniero di famiglia, situato su una scogliera a strapiombo sul mare. Sviluppa un'intensa passione per il disegno, oltre ad un carattere piuttosto chiuso. Compiuto l'undicesimo anno di età, viene iscritta ad Hogwarts. Lodata per l'assiduità nello studio, brilla soprattutto nelle Pozioni e a partire dal terzo anno fa parte del LumaClub del professor Horace Lumacorno. La condotta della ragazza non è impeccabile quanto la sua pagella, ma non si può considerare una criminale o un pericolo pubblico - si limita a compiere qualche bravata, o almeno co ì vuole far credere. In genere viene considerata una snob: oltre all'origine nobile, la loquacità non è tra le sue doti, e preferisce evitare il più possibile i Grifondoro e i Tassorosso. A differenza di molti compagni ed amici, si rapporta in modo non cordiale, ma perlomeno rispettoso con i figli di Babbani. Chi la punzecchia fino ad estorcerle qualche parola lo fa a suo rischio e pericolo: la quindicenne conosce l'arte di colpire con le parole, ed ha nel corso degli anni affinato il suo sarcasmo pungente. Agisce quasi sempre di testa sua, depreca il gioco di squadra, seleziona i suoi amici con scrupolo.

Scarlett Lywelyn

econdogenita di Lord e Lady Lywelyn, , i maghi più famosi e potenti della contea Irlandese. Purosangue al cento per cento, Scarlett conta una ferrea istruzione nell’arte magica che pratica, con successo, fin da piccolissima. Scaltra per dote, diffidente per natura, risulta complicata da comprendere una creatura come lei. Più simile ad un labirinto, a livello intellettivo, che ad un normale essere umano. Spigliata ma al tempo stesso introversa, ha l’abitudine di studiare con meticolosa cura le persone che le si avvicinano, che trovano difficoltoso, a volte, anche solo instaurare un dialogo. Dalla parlantina eclettica e svelta ( spesso velenosa ), riesce a far precipitare chiunque non abbia sicurezza quando le si porge confidenza. La sua schiettezza, a tratti brutale, la porta ad essere un tipo che si odia o si ama, senza vie di mezzo. Tuttavia, il suo aspetto da innocente ragazza le consente di giocare una carta in più quando vuole raggiungere i suoi obiettivi. Non molto alta, ma dal fisico perfetto possiede due grandi ed espressivi occhi verdi, con sfumature castane, che le imperlano il viso, ed una chioma fluente dalle tinte d’ebano. Caparbia, volitiva, possiede una calma che le assicura di mantenere sangue freddo anche nelle situazioni peggiori. Non ama parlare della sua famiglia. Fratello Aedan a parte, verso cui nutre un affetto totale e sincero…nonostante non ne condivida le ideologie sull’indifferenza verso i babbani. Si concede allo studio con buona volontà riuscendo brillantemente. Pratica il corso di magia per circa 5 anni presso Durmstrang , ma riesce a convincere con abile mossa e complicità della famiglia Norwood i suoi genitori a mandarla ad Hogwarts, che considera di sicuro una spanna al di sopra rispetto le altre scuole di magia. Curiosa, dalla mente aperta, ama poter avere sempre un quadro completo delle situazioni che le si palesano di fronte. Guai quando qualcosa sfugge alla sua mente vigile. Punto chiave, le persone che le stanno vicine, e che lei trova simpatiche ( e ciò capita di rado ), possono senza alcun dubbio fidarsi ciecamente. Così come per gli schemi della sua mente le piace essere assolutamente perfetta in ogni situazione. Gli incantesimi attuabili mediante ipnosi sono quelli che le riescono magnificamente. L’induzione è, senza alcun ragionevole dubbio, la sua mossa vincente. Viene vista spesso in compagnia di Edward Norwood, Jasper Lewis e Deirdre Blackster. Adora e studia la magia oscura con interesse sempre crescente.


grifondoro

Julia Versten

Settimo anno. Di origini norvegesi, Julia è nata a Oslo in una tiepida giornata estiva, figlia di un mago e di una Ondina (ninfa delle acque): per questo adora l’acqua, elemento che riesce a manipolare con facilità grazie al sangue materno. La sua risolutezza e caparbietà, talvolta la fanno risultare antipatica o troppo competitiva, ma la rendono un’ottima giocatrice di Quidditch, che pratica nel ruolo di Cacciatore. In campo scolastico se la cava abbastanza bene, in particolare in Trasfigurazione e Difesa contro le Arti Oscure, benché non apprezzi molto la professoressa Merrythought. Pur essendo all’ultimo anno, non ha ancora ben chiaro il suo futuro, anche se è molto affascinata dal lavoro di Auror, per il quale sarebbe portata grazie al suo coraggio. Nonostante la sua origine purosangue, ritiene che le distinzioni in base alla purezza di stirpe siano inutili e stupide, poiché la magia è un dono che tutti i maghi e le streghe possiedono nello stesso modo. L’anno scorso è stata Prefetto di Grifondoro, insieme con il suo migliore amico è Sebastian Lang(adesso Caposcuola), che ha conosciuto il primo giorno di scuola ad Hogwarts: sono legatissimi, ma non vi è alcun interesse romantico fra loro, poiché si considerano come fratello e sorella. Di solito ha rapporti difficili con le ragazze: in genere le sembrano troppo interessate ad argomenti futili, ma è buona amica di Georgiana Harrington. Non ha mai avuto un ragazzo serio, perché di fondo è molto timorosa dell’amore e della perdita di controllo sulla propria vita che può conseguirne. Ha una sorella più piccola, Ida, che frequenta il sesto anno, innamorata pazza di Tom Riddle, per disperazione di Julia, che invece non può vederlo a causa della sua aria di superiorità e della sua arroganza nei confronti dei Mezzosangue.

Damian Denholm

Sesto anno, Grifondoro. Figlio di un potente mago e di una strega residenti negli Stati Uniti. Purosangue, ma con idee ben diverse da molti suoi “simili”. Aperto, socievole, spigliato. Dalla parlantina vivace, e svelta. Raramente riesce a star zitto, e quando questo accade, le probabilità del suo malumore sono altissime, per non dire stratosfericamente certe. Schietto, sincero, non ama mascherare i propri pensieri. Dice tutto quello che pensa, senza preoccuparsi mai. Conscio del fatto che non vuole, in alcun modo, incappare nella menzogna, che considera una scappatoia per persone con la coda di paglia. Divertente e scherzoso, ama la vita e tutto ciò che gira attorno ad essa. Vive ogni attimo come fosse l’ultimo, non ama i rimpianti, né le mezze frasi. O tanto meno le opere incompiute. Coinvolgente, riesce a raggiungere ogni obiettivo percorrendo sempre la strada più difficile, poiché le ritiene ring decisivo per la formazione completa del suo essere. Punta sempre al massimo in qualsiasi cosa, più che per superbia, per rispetto verso se stesso.

Elodie Baudelaire

Elodie Baudelaire frequenta il quinto anno nella casata dei grifondoro. Figlia di padre mago e madre veela, ha preso da quest'ultima gran parte della sua bellezza. Definita da molti una bambola di porcellana, forse per la sua reale somiglianza ad esse: lunghi boccoli biondi che le circondano il viso dalla pelle diafana, guance rosate, profondi occhi blu. Ha un carattere molto sensibile, fa difficilmente amicizia e raramente si affeziona in modo forte alle persone, per paura di doverle un giorno perdere. Chi riesce ad entrare nel cerchio delle sue amicizie è sicuro di avere accanto una vera amica: fedele, comprensiva, che dà tutto pur di far star bene la persona che le è a fianco. Testarda e lunatica alle volte, un'enterna indecisa che però non si fa condizionare dagli altri. Non ha pregiudizi verso le persone ma tende molto a selezionarle, dopo un'accurato studio visivo di esse. Ama gli animali e stare a contatto con essi. Legatissima a schizzo, un kocker che le è stato regalato dalla nonna quando aveva pochi anni. Odia le mezze misure, per lei non hanno senso. O è bianco, o è nero. Decisamente impacciata nelle relazioni con i ragazzi, non solo sentimentali ma anche di semplice amicizia.

Annabel Bennett

Grifondoro del sesto anno e secondogenita di una semplice famiglia di babbani, residenti nei quartieri Nord di Londra, Annabel è una ragazza come tante altre. Dalla parlantina facile e la battuta sempre pronta, tende a dire sempre quello che pensa e questo spesso irrita chi le sta vicino, specialmente i soggetti più sensibili: in realtà conoscendola bene si può trovare in lei un'amica sincera. Estremamente leale, ama ridere e di conseguenza nutre una grandissima stima per chi provoca in lei questa reazione, attraverso qualunque mezzo. Non particolarmente incline allo studio, se la cava grazie a quel poco che riesce ad ascoltare in classe e alla sua abilità nella parte pratica delle lezioni, specialmente per quanto riguarda Pozioni e Incantesimi. Assolutamente incapace dal punto di vista canoro, in realtà ama cantare e lo fa spesso e volentieri, assicurandosi prima che tutti gli altri esseri umani siano a qualche isolato di distanza, per evitare di graziarli con i suoi toni soavi. Tutta la sua famiglia è sempre stata scettica riguardo alla sua situazione di strega e preferisce tenere nascosto tutto a più persone possibile, eccezion fatta per la sua sorellina minore, che durante le vacanze non fa altro che tartassarla di domande sul mondo magico e quel che è in relazione ad esso. Campionessa di figuracce, non passa attimo che non inciampi in qualcosa o si distrugga la reputazione; ma in fondo, dietro gli occhioni nocciola e il viso tondo di questa ragazza si nasconde una tenerezza infinita, che aspetta solo di essere scovata da qualcuno che la apprezzi per come gli viene presentata. E' raro che si arrabbi, e nelle poche occasioni in cui succede tende a passarle subito.

Daisy Brown

Proviene da una famiglia molto numerosa, è infatti la quarta di cinque fratelli, Evelyn, la maggiore, Carl, Doug ed Alice, la più piccola. E poi c'è lei, grifondoro del quinto anno, non tanto alta, capelli neri e lisci, carnagione chiara, magra, dal petto ed i fianchi piatti. Casa sua è sempre spaventosamente caotica e confusionaria, ogni giorno succede qualcosa, c'è sempre un parente più o meno stretto che viene a cena, o a prendere un the, o semplicemente a fare una visita. Se i primi anni in cui era ad Hogwarts ne sentiva la mancanza, dal quarto ha iniziato a palesare la sua insofferenza e a ritenersi fortunata di trascorrerci solo le vacanze. La sua materia preferita è pozioni, seguita da trasfigurazione e talvolta ottiene dei buoni risultati anche in Difesa contro le arti oscure. Non è eccessivamente riservata, ma nei momenti in cui ha bisogno dei suoi spazi non ammette di essere disturbata. Non è molto paziente e quando è nervosa per conto suo ha il vizio di essere scontrosa con tutti, salvo poi pentirsi un attimo dopo aver parlato. Ha spesso un'aria totalmente disinteressata ed annoiata, tanto da sembrare non avere attrazione per attività alcuna. Recentemente ha scoperto la passione di scrivere poesie, ma non le ha mai fatte leggere a nessuno, perchè se ne vergogna troppo; differentemente ha sempre mostrato attitudine nel disegno ed in particolar modo trova soddisfazione nell'eseguire le caricature dei professori o compagni. I genitori ed i fratelli sono maghi, ma in famiglia ci sono molti halfblood e babbani. Non ha mai dato peso alle prese in giro che le venivano fatte a causa della sua origine, anche se ultimamente le sembra che la situazione a scuola sia peggiorata, pur non essendo al corrente di niente.


tassorosso

Apollonia Pasco

Sedicenne Tassorosso figlia di babbani, di origini bretoni ma cresciuta nello Yorkshire. In una parola, il Disordine. L’organizzazione è qualcosa di avulso da lei, una confusionaria in senso lato. Distratta nel riporre la roba, nel vestirsi, nel fare i compiti, è anche piuttosto imbranata. Energica, vivace, ai limiti dell’iperattività, si muove continuamente, in alternativa parla. Scherza molto, ride molto, e lo fa in modo poco signorile. È una persona molto alla mano, con cui è facile parlare, basta solo non farla innervosire. Tendenzialmente ottimista, è d’altra parte anche un soggettino nervoso e facile alla rabbia. Cocciuta come un somaro, è permalosa e reagisce con irruenza ai torti subiti, non facendosi problemi ad arrivare alle mani. È molto orgogliosa; ammettere i propri errori le costa tremendamente tanto, e la maggior parte delle volte evita di farlo. Fierissima delle proprie radici, sia geograficamente e che magicamente parlando, coltiva la passione per le tradizioni bretoni e difende a spada tratta la popolazione babbana. Il suo rendimento scolastico è nella media, con voti particolarmente bassi in pozioni e note particolarmente alte in babbanologia. Detesta a livelli cosmici il proprio nome, e si presenta sempre e solo come Polly.

Eugene Pennington

VI anno. Nato e cresciuto a York in una famiglia basso-borghese, senza quasi entrare in contatto con il mondo magico e soprattutto con i nonni materni. E' infatti, nipote degli esponenti di due importanti famiglie nobili del nord dell'Inghilterra. Il problema fondamentale sono le origini di suo padre, figlio di Babbani. Lo stesso Eugene si è convinto che sia il suo sangue 'sporco di seconda generazione' ad essere l'origine del suo scarso talento magico, che è stato un grande motivo d'imbarazzo scolastico finché non l'ha ammesso pubblicamente, smettendo di scatenare l'ilarità altrui. La sua vera passione è la musica; dopo numerose pressioni sulla professoressa Bonnet, è riuscito ad ottenere l'istallazione di un pianoforte a coda in sostituzione di quello a muro presente nella stanza di Musica di Hogwarts. Fa parte del coro della scuola sin dai tempi in cui la sua straordinaria voce era bianca come la neve. Timido, introverso, non ha quasi nessun amico. Può dare l'impressione di voler essere misterioso, affascinante, ma non c'è alcuna premeditazione nel suo comportamento. Lo si vede raramente in giro per la scuola: quando passa, si può seguire solo la scia della sua testa biondissima, o al massimo il suono del motivetto che sta intonando. Frequenta molto volentieri Carlisle Hunnam, una delle poche persone per le quali non provi invidia, fastidio o astio. Non ha mai avuto una ragazza; certo è che sono poche quelle che sono riuscite ad approcciarlo, ma neppure lui ha mai dato segni di volere una relazione.

Rah Ching Page

Rah Ching è stata adottata da una famiglia di Babbani londinesi, non sa nulla delle sue origini di cui mantiene solo il nome. Sin da piccola si dimostrò timida con chiunque le rivolgesse la parola, rimane spesso taciturna. Cercò sempre più di scoprire qualcosa sulle sue origini ma i Page, i genitori adottivi, tentarono di tenerla in ogni modo lontana da qualsiasi cosa riguardasse il suo passato, la Cina e i suoi genitori. Questa situazione la rese sempre più insofferente e ogni volta che otteneva risultati negativi nelle sue ricerche o che la signora Page la scopriva a informarsi su qualsiasi cosa riguardasse la Cina la luce della stanza in cui si trovava Rah cominciava a lampeggiare e la lampadina scoppiava, oppure le pentole in cui la madre stava cucinando si fondevano e bruciavano. All’età di 11 anni ricevette la lettera che la metteva al corrente che avrebbe potuto frequentare la scuola di magia e stregoneria di Hogwarts. I genitori adottivi le raccontarono allora la verità sui suoi genitori: erano dei maghi che l’avevano abbandonata perché pensavano che fosse una Maganò, che non avrebbe mai avuto un posto nella società magica. Ora Rah frequenta il 5° anno a Hogwarts ed eccelle in tutte le materie di studio, anche se predilige Trasfigurazione, Incantesimi e Difesa Contro le Arti Oscure.

Carlisle Hunnam

Sesto anno. Carlisle è nato e cresciuto a Londra, figlio di due eminenti personalità del mondo magico: il padre, Charlie, è primario al San Mungo, mentre sua madre, Hannah, è una famosa ricercatrice che collabora con l'ospedale. Purosangue. Sebbene non gli sia mai mancato nulla, sin da bambino dimostra di avere un'indole incredibilmente generosa e disponibile, al punto da trasformarmi, con il passare negli anni, in un vero e proprio galantuomo, l'incarnazione di un romanzo di fine '800. Studente nella media, si distingue particolarmente in Cura delle Creature Magiche e Difesa contro le Arti Oscure, ha la strordinaria capacità di ricordare tutto ciò che legge, indipendentemente da dove lo legga e quando lo legga. Ha un discreto successo tra le ragazze, ma non è particolarmente interessato a far strage di cuori, al punto da essere considerato universalmente l'Anti-Principe per eccellenza e da essere cordialmente detestato da Edward Norwood, sentimento ricambiato con altrettanta intensità. Le radici di questo odio tra i due belli per antonomasia rasentano oramai il mito e la leggenda: c'è chi vocifera, addirittura, del coinvolgimento di una bellissima Veela. Cerca sempre, costantemente, di rimanere fedele a se stesso e sa assumersi le proprie responsabilità, non teme i confronti e men che meno gli scontri. Le ragazzine di Tassorosso del primo anno gli hanno dedicato un fan-club.

Alexa Robinson

Alexa nasce in una ridente cittadina del Michigan, negli Stati Uniti, da madre babbana e padre mago. Deve scoprire le sue potenzialita` da maghetta da sola pero`, dato che il padre non e` mai in casa, e quando lo e` si limita a dormire e a picchiare e sgridare lei e la madre. Il padre ha da tempo rotto ogni contatto con il mondo magico e vive solo nella realta` del mondo babbano. Quando Alexa compie i sette anni il padre abbandona la famiglia scappando in macchina con una giovane ragazza. Da quel momento in poi Alexa e sua madre si devono rimboccare le maniche per sbrigarsela da sole. In questo modo Alexa si costruisce un carattere forte e perseverante, diventa una ragazza che difficilmente si arrende, e trova sempre un modo di superare gli ostacoli. Per queste ragioni Alexa viene smistata nella casata di Tassorosso quando arriva agli undici anni a Hogwarts. A scuola si trova un po` in difficolta`, si sente una estranea fra tutti i ragazzi dell'alta societa` inglese e cerca disperatamente di nascondere il suo marcato accento americano. Inoltre e` disprezzata ancor di piu` dai Purosangue perche` l'unica radice che l'attacca al mondo della magia, il padre, ha da tempo rinnegato il suo mondo, abbandonandosi ai piaceri babbani. Riesce comunque a fare subito amicizia con due simpatiche ragazze che diventeranno le sue compagne di stanza e amiche del cuore, Lory e Susan. Nonostante la sua personalita` decisa e forte Alexa ha una bassa autostima, e non e` il meglio a socializzare. Sa tirare fuori il suo lato combattivo e aggressivo quando e` necessario. E` alta e castana, ha un sorriso bellissimo, che sfodera solo agli amici piu` intimi. Ama scambiarsi pettegolezzi fra amiche nella sala comune di Tassorosso, davanti a un fuoco e con una barretta di cioccolato da gustare. Frequenta il quinto anno, ma il primo semestre lo ha trascorso a casa per accudire la madre malata. La sua materia preferita e` Erbologia.




corvonero

Audrey Salinger

Sesto anno. Nata e cresciuta nella città di Brighton, nel sud dell’Inghilterra, Audrey è figlia di Isabel e Julian Salinger; sua madre scomparve, quando lei era piccola, dunque suo padre decise di affidare l’educazione della figlia alla sorella della donna. Benché la sua famiglia sia fieramente purosangue, Audrey non condivide le loro idee in merito alla purezza di stirpe, grazie anche all’influenza di sua zia Diane. Non molto alta, ha un fisico esile, la pelle chiara e gli occhi verdi; tiene molto ai suoi boccoli biondi ed alle sue mani belle e curate. Fin da bambina manifesta i suoi poteri di strega, e stupisce la sua famiglia quando è assegnata a Corvonero invece che a Serpeverde. Possiede una memoria molto precisa e un’intelligenza brillante, non le interessa molto studiare, a differenza degli altri Corvonero; tuttavia, grazie alle sue doti, riesce bene anche nelle materie più complesse, e in modo particolare eccelle in Trasfigurazione ed Aritmanzia. È gentile con chi le si rivolge, ma riservata; la sua migliore amica e compagna di banco è Rachel Casey. È molto paziente, e talvolta dà ripetizioni agli studenti che lo chiedono, facendosi pagare profumatamente. Ama la natura, e spesso passeggia nel parco di Hogwarts; quando è triste, cerca un posto solitario e si rifugia lì finché non le passa la malinconia. Le piace molto leggere e disegnare.

Jillian McKanzie

Nata con lo scoccare del solstizio d'autunno nel castello di famiglia poco fuori Edimburgo, Jillian si è trasferisce a Londra alla tenera età di tre anni, in seguito all'assunzione dei genitori al San Mungo: proprio a causa della loro scarsa presenza in casa, la bimba viene cresciuta dalla nonna materna che, tra un biscotto e una fetta di torta scopre la spiccatissima dote della nipote per gli incantesimi. Di salute cagionevole, studia a casa fino ai suoi undici anni, quando la fatidica lettera di Hogwarts arriva, invitandola a frequentare quello che si rivelerà essere il più traumatico anno della sua vita: spaesata dalla frenesia scolastica, dalla confusione e dalle tante persone, fatica ad ambientarsi in quel mondo così diverso dal suo. Solo al terzo anno, le cose iniziano ad andare meglio e avviene la metamorfosi: da invisibile studentessa modello, Jillian si trasforma in una malinconica ma sempre sorridente splendida fanciulla. Adesso frequenta il sesto anno nella casata corvonero. E' una grande osservatrice, di indole schiva e per questo spesso scambiata per snob: in realtà è solo molto diffidente dei confronti di chi non conosce. Sebbene sia molto graziosa, con lunghi capelli biondi e occhi verdissimi, non ha un grande successo con i ragazzi a causa di una forma di timidezza cronica che la porta ad arrossire furiosamente ogni qualvota viene colta di sorpresa. Cosa che accade praticamente ogni volta. Ama particolarmente le giornate autunnali, quando i raggi del sole ancora scaldano la pelle. Ha una gattina nera, Chipie, che adora.

Georgiana Harrington

Caposcuola della casa di Corvonero. Figlia unica, nasce e cresce a Stratford-Upon-Avon, Warwickshire, che già diede i natali a William Shakespeare. Figlia dei proprietari di un serraglio del quartiere magico di Stratford, ama sin dalla più tenera età i gatti, che rimangono però uno dei pochi animali che possa sopportare. Influenzata dalla fama suo illustre concittadino, ama scrivere racconti dove regala le più improbabili personalità a lei e ai suoi amici; perde ore intere e fiumi d'inchiostro nell'immaginare le sue fantastiche vite. L'idea di frequentare Hogwarts non fa altro che gettare un'aura dorata sul suo futuro, tanto che il ritardo della sua lettera d'ammissione ( assegnata ad un gufo scarsamente affidabile e poi prontamente rintracciata ) le provoca una crisi di panico che richiederà un ricovero al San Mungo. Schietta, di carattere aperto, non riesce a stare per più di tanto tempo senza fare una battuta. Socializza con facilità ed è pronta ad aiutare il prossimo nei limiti del possibile. Dedica anima e corpo ai suoi compagni di casa, uno dei motivi per cui è stata nominata prima Prefetto, e ora Caposcuola. Grazie allo studio e ad una mente brillante ottiene ottimi risultati scolastici, in particolare in Trasfigurazioni; nutre una vera e propria adorazione per Albus Silente, d'altronde ricambiata dalla stima del professore. Detesta il Quidditch e non è praticamente in grado di salire su una scopa. Continua ad avere una fervida fantasia e non ha smesso di scrivere; ha un numero imprecisato di taccuini, e ne porta sempre uno con se. Ha lasciato il suo ultimo ragazzo a metà del sesto anno e per ora è single. Ha moltissimi amici, anche se solo pochi possono affermare di conoscerla veramente bene.

Aedan Lywelyn

Primogenito di Lord e Lady Lywelyn , i maghi più famosi della contea Irlandese. Studente modello dalla bellezza eterea si distingue per il suo carisma innegabile [ e per la lunga lista di conquiste nel corso degli anni di studio. ]. Dalla memoria pronta e sempre vigile, denota un curriculum scolastico inappuntabile.Nelle sue vene scorre sangue purissimo che gli permette di predisporre di una attitudine verso la magia innegabile.Quasi irreale.Plateale, ma per niente spaccone, si diverte nel mostrarsi.Vanesio senza dubbio, conquista e stravolge con il suo modo di fare esuberante ma mai fuori posto.Amante del bello e del divertimento, ambizioso e per nulla scontato.Dietro un sorriso si nasconde una creatura difficile da capire per conoscenti comuni, che tiene debitamente alla larga dal suo privato.Sottile e meticoloso nelle considerazioni personali, fa gruppo con pochi ragazzi a scuola, che però considera sicuramente gente fidata.Tra queste persone, strano a dirsi per le attitudini generali, fa coppia fissa con la sorella minore, Scarlett, anche lei studentessa di Hogwarts.Legati da un rapporto particolare, Scarlett è la sola che riesca a capirlo anche da uno sguardo.Silenzioso, valuta bene ogni mossa.La sua mente sveglia, straordinariamente incline nel prevedere le mosse altrui, lo fa risultare, senza dubbio un mago da cui è meglio guardarsi bene.Pronto a tutto pur di raggiungere i suoi obiettivi.Dall’aspetto forte e deciso, trae in inganno per i suoi modi di fare a volte teatrali.Gli eccessi della sua personalità, però, conducono ad una trappola, non facendo sospettare affatto la straordinaria pericolosità che può raggiungere, se provocato.

Sophie Davies

Frequenta il quinto anno nella Casa di Corvonero. Nata da madre strega e padre babbano nella cittadina di Harwich(est dell’inghilterra), Sophie rientra nella schiera dei cosiddetti ‘mezzosangue’, ma non nasconde per nulla le sue origini, anzi, ne va fiera. Ha un’intelligenza spiccata che ha ereditato dal padre e una certa spigliatezza(che mostra solo quando ne ha voglia), che è eredità materna. Adora ascoltare e guardare le persone con attenzione, cercando di coglierne ogni piccola sfumatura. Ha un fratello più grande, Randal, al quale mira come modello e col quale ha un buon rapporto di amicizia e di stima; proprio per la sua influenza, Sophie appare più grande della sua età. Non ha particolari difficoltà a crearsi nuove amicizie, ma sono davvero pochi quelli che possono definirsi suoi ‘amici’ nel vero senso della parola; in particolare è legata a Elodie Baudelaire, al suo stesso anno, ma smistata in una casa differente e ha un migliore amico, Henry Hallward . Persona simpatica e sincera. Nonostante non sia una ragazza superficiale, adora vestiti di ogni genere e si diverte a creare nuove mode o provare nuovi abbinamenti. C’è un’altra cosa che Sophie ama fare sin dalla tenera età, e quella cosa è cantare: canta sotto la doccia, canticchia nei corridoi, canta quando è triste o quando è felice; insomma la sua vita è il canto e cantare è la cosa che la rende più felice e la fa sentire accettata in una scuola in cui non è sempre facile sentirsi ‘diversi’.

Leen 'Ute' Neumann

Tedesca dal sangue puro; la sua famiglia è composta esclusivamente da maghi da generazioni e generazioni, ha un albero genealogico che sembra non finire mai. Questo, l'ha aiutata ad ambientarsi per bene a Durmstrang - scuola nella quale ha passato i primi sei anni scolastici prima di essere spedita ad Hogwarts. Ancora non si capacita di come, i genitori, abbiano potuto fare una cosa simile: ha dovuto abbandonare fidanzato, amici e studi e senza nemmeno poter aspettare ancora qualche mese - prima della fine dei corsi, per lo meno. Questo ha reso il suo trasferimento difficile e a suo dire, la decisione oramai presa è ingiusta e sconsiderata. Lei è quella che, forse per la troppa incoscienza, forse per la connaturata caparbietà che molti le attribuiscono, è convinta ad andare sempre fino in fondo, senza fermarsi neanche a costo di rischi inutili, sebbene neanche una volta abbia smesso di fingersi più forte di quello che è in realtà, ripugnando in quasi ogni circostanza le lacrime. Sicura, tuttavia: nel complesso è socievole, pacata quanto serve. Tende ad essere schieta, se colta in imbarazzo permalosa e acidella. Sa, però, essere di una fragilità e di un'ingenuità disarmante, spesso, per indole caotica e tragicamente sregolata. Bionda, i suoi occhi sono caratterizzati da bicromia oculare ( destro azzurro, sinistro verde ) ma è un particolare che spesso nasconde, tramite una lente colorata. Una naturale predilizione per incantesimi e pozioni, un rinomato fenomeno nei duelli.




morsmordre

Morsmordre è un Gioco di Blog ambientato nella scuola di Magia e Stregoneria di Hogwarts, nel periodo di frequentazione di Tom Riddle.

E' durante gli anni scolastici vissuti a Hogwarts che a Tom Riddle sale un amaro disprezzo verso coloro che hanno "sangue impuro". In questi anni Tom inizia a reclutare persone che, come lui, sostengano tali ideali. Si vengono così a fondare dei Club segreti - oltre a quelli tipici scolastici-, più o meno rilevanti, Pro e contro questi ideali. Con la creazione di questi club, gli studenti più fermi nelle proprie idee prendono posizione e, nascono dei forti dissapori tra i vari schieramenti che non si limitano più a semplici antipatie, alle volte finiscono in veri e propri scontri.



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