Infermeria.
E’ questione di giorni, ha detto la Mound quando ho riaperto gli occhi. Tra un paio di giorni te ne potrai andare, te lo assicuro.
Sette giorni dopo, sono ancora qui.
Inchiodato a questo stupido letto, in questa stupida stanza. Non è rimasto più nessuno, hanno mandato via persino la Traviston e lei si che era ridotta male! Sebastian pare sia l’unico che, pur essendo stato ferito da Doholov, è riuscito a sfuggire alle cure della nostra amata infermiera.
Jules dorme, la maggior parte del tempo, e quando apre gli occhi è completamente assorbita dalla presenza di Aedan. Chi l’avrebbe mai detto, poi, che il cuore della nostra regina dei ghiacci sarebbe stato sciolto proprio dal principe del gelo.
Mi rigiro su un fianco, sbuffando, e mi ritrovo ad affondare il viso in un gigantesco mazzo di fiori che pare galleggiare a mezz’aria. Mi ritraggo, di scatto, starnutendo.
«Ma che diamine..»
«Scusa» trilla una vocina sottile e incredibilmente acuta «Scusami non volevo!»
Guardo meglio il mazzo: non sta effettivamente volando, ci sono un paio di bambine che sbucano di sotto. Che Eugene si sia dato dalla Trasfigurazione di qualche piccina del primo anno?
«Non fa niente» rispondo in automatico, sentendomi non poco idiota nel parlare a un mazzo di fiori.
«Non volevo, lo giuro!» mi assicura la vocina, incrinandosi pericolosamente e sfiorando il panico assoluto.
«Davvero, non importa» la rassicuro.
Silenzio. Imbarazzante silenzio. Mi schiarisco la voce, prima di riprendere.
«Posso fare qualcosa per te?»
Il mazzo-mutante sbuffa, sollevandosi in punta di piedi, per poi scindersi in due: i fiori si posano sul comodino ricoperto di libri e biscotti, le gambe si ricongiungono al busto di una minuscola ragazzina dai capelli biondi ed enormi occhi azzurri che identifico come Emily, la Presidentessa del mio Fan-Club.
«Sono.. sono per te» balbetta, torturandosi le dita.
«Emily» le sorrido, facendola avvampare all’istante «Che pensiero gentile, non dovevi disturbarti..»
«Non sono solo da parte mia» precisa, compita «Sono da parte di tutto il tuo fan-club, che ho l’immenso onore di presiedere» recita, gonfiando il petto d’orgoglio. Fa tenerezza, questo scricciolino.
«E li hai portati tutti da sola?» le chiedo, educatamente. Scuote il capo.
«Sono venuta con Hannah e Lucy, loro..»
«Sono qui fuori, non è vero?»
Annuisce, in attesa. Mi sa che non ho proprio scelta.
«Hannah, Lucy» le chiamo, stampandomi in faccia il migliore dei sorrisi.
Due testoline, una rossa e una corvina, fanno capolino. Le due piccole arrossiscono, trotterellando verso la loro socia con un gran sorriso stampato in faccia. Si guardano, confabulando sotto voce, per poi spintonare la loro capa verso di me. Questa, riluttante, si schiarisce la voce.
«Volevamo sapere…» inizia «Come stai?»
Sarà un lungo, lungo, lunghissimo pomeriggio.
***
Presidenza –qualche giorno dopo.
Il volto di Dippet è pallido e scavato, segnato da profonde occhiaie violacee. Non devono esser state settimane facili per lui, giustificare al Ministero del perché molte delle personalità più influenti del mondo magico siano state convocate a scuola per rispondere della condotta dei loro pargoli d’oro. Ho intravisto la nonna di Jillian, dalle finestre dell’Infermeria, e il padre di Audrey mentre se ne andava, impassibile e glaciale come pochi altri. Milo mi ha riferito di Lywelyn Senior e della sua aria altera, mentre pare che assieme ai Norwood sia arrivata un ingente quantità di galeoni d’oro zecchino, appena prelevati dalla Gringott.
Quello che mi stupisce, però, è Riddle. Nessuno ha fatto il suo nome, nessuno l’ha visto, nessuno ha detto nulla. Si sta preparando per i M.A.G.O. come se nulla fosse, rinchiuso o nel Reparto Proibito della Biblioteca o nella Sala Comune di Serpeverde.
Il Preside si toglie gli occhialini rotondi, massaggiandosi le tempie, prima di tornare a guardare il viso pacato di mio padre. Siamo gli ultimi in assoluto, a transitare al suo cospetto.
«Signor Hunnam» riprende a parlare, stancamente «Io non so davvero cosa pensare. Una cosa del genere da Carlisle non me la sarei mai aspettata.»
«Nemmeno io» commenta mio padre, rifilandomi un’occhiataccia.
«Uno studente così brillante, un ragazzo così tranquillo» scuote il capo «Non è ammissibile, non è ammissibile»
«Preside Dippet, non sia così drammatico» intercede mia madre, allontanandosi dalla finestra per venire alle mie spalle e posarvi sopra le mani «Sono ragazzi, è normale che facciano qualche bravata!»
«Signora Hunnam, lanciare caccabombe è una bravata. Stregare le scope di Patricia è una bravata.» chiude gli occhi, di nuovo, per poi riaprirli e posarli su di me. Sento il rimprovero e la delusione scivolarmi addosso, macigni che vanno ad aggiungersi ai pesi che già porto «Una zuffa tra studenti, alcuni dei quali feriti gravemente, non è un bravata»
Sento mio padre inspirare a fondo, inquieto, ma non ho il coraggio di guardarlo. Qualcosa mi dice che non troverei un sorriso a curvargli le labbra, quanto una smorfia.
«Preside Dippet» scandisce, lentamente, sporgendosi leggermente in avanti «Cosa sta cercando di dirci? Che nostro figlio non potrà sostenere gli esami e dovrà ripetere l’anno perché si è sentito in dovere di difendere la sua ragazza? E’ questo che sta dicendo? Che verrà punito per aiutare una persona a cui vuole bene?»
Dippet si ritrae, leggermente spiazzato, e io guardo mio padre sorpreso: sa perfettamente cosa è successo nella Foresta, glielo ho detto chiaro e tondo prima di entrare in questa stanza. Eppure mi difende. Trattengo un sorriso, mentre mia madre interviene.
«Come ha detto lei, Carlisle è sempre stato uno studente modello, un bravo ragazzo. Non ha mai dato problemi. Tenga conto anche di questo, la prego: non pregiudichi il suo futuro per quello che è stato un atto di altruismo. Non è che questo che si insegna in questa scuola? L’amicizia, la lealtà, la correttezza. Avrà anche sbagliato, ad attaccare, ma l’ha fatto per una giusta causa.»
Alzo lo sguardo verso mia madre: la linea elegante del collo, lo sguardo puro e la piega pacata della labbra sono tutto ciò che riesco a scorgere di lei, tra ciocche di fiamme legate in un nodo distratto. Mio padre, lì vicino, guarda fisso davanti a se sfoggiando il mio stesso identico profilo. Le due persone a cui devo la mia esistenza, schierate per difendere il mio immediato futuro. E’ in momenti come questo che mi sento benedetto dal cielo.
«D’accordo, d’accordo» cede alla fine Dippet, dopo un interminabile silenzio «E’ vero. Ma non posso lasciarlo impunito, voglio che sia chiaro. Avrà un richiamo ufficiale, ma potrà prendere parte agli esami di fine anno. Se riuscirà a passarli, l’anno prossimo gli saranno interdette le uscite a Hogsmeade fino alle vacanze di Natale» decreta, con un tono che non ammette repliche.
Avverto la tensione abbandonare mio padre; mia madre si lascia andare in un sorriso, mentre io continuo a fissare il nulla davanti a me. Una volta ancora, sono stato graziato. Eppure, non riesco ad essere felice della mia buona sorte: Audrey e Jillian sono quelle che hanno pagato le conseguenze più care di una lotta clandestina a cui tutti prima o poi giungeranno; sono state le vittime sacrificali sull’altare della giustizia. Se ne andranno. Per sempre.
Una fitta mi stringe il cuore. Ho come la sensazione che non se ne andrà tanto in fretta.
Il cerchio sta iniziando a chiudersi, niente sarà più lo stesso.
***
Stanza delle Necessità –qualche giorno dopo.
«A cosa brindiamo, esattamente?» domando per l’ennesima volta a Milo, che continua a riempirmi un bicchiere dopo l’altro.
«Alla fine» mi risponde allegro e pimpante, gli occhi chiari illuminati dalla scintilla dell’alcol.
«Alla fine?»
«Degli esami, idiota!» mi tira una manata sulla spalle, prima di saltellare via in direzione di un altrettanto sbronza Dinamitarda Worthington.
«Ah» commento, imbambolato, fissando il bicchiere colmo fino all’orlo di Whisky Incendiario sgraffignato in cucina da Damian. Gli esami, già. Come siano andati, non lo so. Non so nemmeno come abbia fatto a rispondere a tutte le domande, quando l’unica cosa a cui riuscivo a pensare era l’imminente fino dell’anno scolastico e l’ancora più imminente separazione da Jillian.
Jillian.
Se ne sta in un angolo, a chiacchierare con Daisy e Annabel, un sorriso stampato sulla faccia ma gli occhi colmi di un dolore che mi strazia il petto. Tutto quello che vorrei, adesso, è mandare a fanculo il mondo, prenderla e portarla via da tutto questo. Georgie mi sfreccia accanto, gorgheggiando felice con un Sebastian ululante avvinghiato attorno alla vita. Una scena al limite del tragicomico. Scolo il liquore tutto d’un fiato, sentendolo scivolare lungo la gola lasciandosi una scia bruciante alle spalle. Con una smorfia, mi affianco ad Eugene nell’esatto istante in cui decide di far sfoggio delle sue notevoli capacità vocali, reclamando silenzio in favore di Julia.
La nostra guida si fa avanti, bella e fragile come non mai, e ci guarda uno ad uno, prima di iniziare a parlare. Milo mi si affianca, con un sorrisetto che non promette nulla di buono e un altro bicchiere stracolmo, che mi piazza in mano. Se domani mattina non sarò in grado di reggermi in piedi, saprò di chi è la colpa.
«La cosa più importante, tuttavia, è che Fidelius continui. Per questo c’è bisogno di una persona che prenda il mio posto.» sta dicendo Julia. I suoi occhi chiari si posano su di me, limpidi e penetranti. Butto giù un altro sorso,
«Io, Georgie e Sebastian ci pensiamo già da un po’. Ed abbiamo deciso che il candidato migliore sarebbe Carlisle Hunnam. Sempre se accetta.»
Il sorso mi va di traverso, ma riesco a non tossire: gli occhi dei presenti sono puntati su di me, in attesa, ma ho improvvisamente perso la capacità di parlare. Io? A capo del Fidelius? Per una frazione di secondo, mi sento irrimediabilmente perso. Ci pensa Georgiana a riportarmi alla realtà.
«Carlisle?» mi chiama dolcemente.
Mi schiarisco la voce. Cosa si fa in una situazione del genere?
«Io… certo che accetto. È un onore che abbiate pensato a me, spero di esserne degno.»
Ci si annega nella banalità, ecco cosa si fa: una frase più idiota non potevo trovarla, questo è certo. Sebastian riprende a ululare, reclamando altro alcol, mentre Julia avanza di un passo.
«Kahlil Gibran una volta scrisse: “La tua ragione e la tua passione sono i remi e le vele della tua anima marinaia. Se uno o l'altro si rompono, puoi buttarti e andare alla deriva, o restare fermo in un punto morto in mezzo al mare. Perché la ragione, se governa da sola, è una forza che ti limita; e la passione, da sola, è una fiamma che brucia fino a distruggersi.”» leva il calice ed urla «A Carlisle!»
I presenti attorno a me ripetono il mio nome, accompagnandolo con espressioni gioiose e grandi risate. Mi ritrovo a sorridere come un ebete, mentre Milo mi salta attorno e Eugene vaga per la stanza tubando come un piccione in calore per non so che astruso motivo. Intravedo Jillian, in un angolo, appoggiata contro la parete che guarda verso di me, con un caldo sorriso sul volto. Di nuovo, la fitta al cuore torna a farmi visita e questa volta non so combattere il mio istinto. Poso il bicchiere ancora pieno su un tavolino e vado verso di lei, senza guardare in faccia nessuno, ignorando tutto e tutti per fermarmi solo quando la mia ombra nasconde la sua figura.
«Ciao» sussurra, accarezzandomi il volto con il respiro.
«Ciao» mormoro a mia volta, guardandola negli occhi. Fa male, fa così dannatamente male. Ma non mi importa.
«Vieni» le dico, stringendole una mano.
«Dove?» domanda, lasciandosi trascinare via.
«Via da qui» rispondo.
Non so nemmeno io, dove sto andando. So solo che voglio stare con lei.
Serra abbandonata –più tardi.
Le dita fredde di Jillian scivolano lungo la mia schiena nuda, mentre la stringo a me e affondo il viso tra i suoi capelli. La notte è calma, attorno a noi; la luce della luna cade liquida sulle foglie lucide delle piante che sono cresciute rigogliose, nel corso degli anni. E’ stata lei a trascinarmi qui, dopo avermi visto attraversare un reticolo di corridoi con lo sguardo vacuo e nessuna idea su dove andare: mi ha stretto forte la mano e mi ha portato via. Quello che doveva essere il suo rapimento, è diventato il mio.
Mi sono accorto che abbiamo lasciato il castello solo quando un soffio d’aria fresca mi ha colpito la faccia, uno schiaffio gelido che mi ha riportato alla realtà. Il prato scorreva sotto i nostri piedi, man mano che correvamo verso la Foresta, solo all’ultimo ha deviato verso le serre, puntando verso una macchia di querce in mezzo alle quali si scorge a malapena una baracca fatiscente. E’ la serra abbandonata, la tana di Jillian.
«Amore» la chiamo piano.
«Mh?» mugola, sollevando appena il volto per guardarmi negli occhi.
E’ così dannatamente bella.
«Baciami»
Posa le labbra sulle mie dapprima con delicatezza, poi con impazienza, inclinando il capo verso la spalla per arrivare più a fondo nella mia bocca, stuzzicandomi fino a strapparmi un bacco gemito di protesta. Mi afferra i capelli, stringendo le ciocche con forza, mentre puntellandosi sulle mie spalle mi sale addosso, sedendosi sul mio ventre e piegandosi in avanti per continuare a baciarmi. Il desiderio ci soffoca, un dolore squisito sulla punta delle dita che cercano di farsi spazio tra i nostri corpi ancora allacciati.
«Carlisle» chiama, debolmente, la fronte aggrottata nello sforzo di non piangere.
«Jillian» rispondo io, sentendo gli occhi pizzicare a mia volta.
Non ci stiamo lasciando. Non ancora, quantomeno, eppure non riesco a fare a meno di trattenere le lacrime.
L’ultima volta che ho pianto è stato quando è morto Angus, il mio vecchio cane. Avevo otto anni e l’impressione che qualcuno mi stesse strappando il cuore dal petto.
«Non voglio andarmene» singhiozza, premendo le labbra contro il mio collo per soffocare la disperazione contro il calore della mia pelle; piccoli sussulti scuotono il suo corpicino magro.
Non so nemmeno cosa dirle. Nemmeno io voglio che se ne vada, ma dubito che dirglielo possa servire a qualcosa. Non è di parole, che ha bisogno adesso. È tutto così maledettamente sbagliato.
«Vengo con te» esclamo d’impulso. Sbatte le palpebre, due grosse lacrime le scivolano lungo le guance e poi precipitano sulle mie. Facendo leva sugli avambracci, mi metto a sedere, senza lasciare che si allontani.
«Vengo con te» ripeto «Lascio Hogwarts, vengo con te»
«Ma..» fa per protestare, ma non le do il tempo di parlare, tappandole la bocca con un bacio quasi violento, stringendole i polsi in una stretta ferrea, senza mai smettere di guardarla. Riconosco il piacere che le annebbia lo sguardo, riconosco la sua determinazione a combatterlo. Si allontana, rabbiosa.
«Cosa stai dicendo?» protesta «Mi fai male»
Ma adesso c’è solo dolcezza nei miei pollici che le accarezzano l’interno dei polsi, provocando violente scariche di brividi che la stordiscono, leggermente.
«Sto dicendo, Jillian McKanzie» scandisco lentamente «Che verrò con te.»
«Ma non puoi» geme, al limite della disperazione «Ci sono troppe cose a cui non puoi sottrarti»
«Non mi importa» la costringo a guardarmi, reprimendo la sensazione di fare qualcosa di incredibilmente crudele e sbagliato. Non voglio pensare, sono stanco di pensare.
«Il Fidelius» boccheggia, dopo un altro bacio.
La consapevolezza mi crolla addosso, come una doccia fredda. Le mani di Jillian crollano inermi, quando lascio andare i suoi polsi affondando il viso nella curva del suo collo. Il dolore si estende, dal cuore aveva raggiunto ogni terminazione nervosa e non lascia scampo; sono in trappola, combattuto tra la mente e il cuore, tra l’istinto e la ragione. Sento l’impellente bisogno di urlare
Poi, una carezza.
«Amore» mi chiama piano Jillian «Non fare così. Andrà tutto bene, vedrai»
Stringendomi il viso tra le mani, mi bacia la fronte.
«Andrà tutto bene» ripete dolcemente, scendendo al naso e poi alle labbra.
«Andrà tutto bene» cantilena ancora, nella mia bocca, per l’ultima volta. Lottiamo con irruenza, stringendoci e allontanandoci con la disperazione di due condannati a morte, intrappolati in una danza di sospiri e gemiti che gira veloce, vorticosa, risalendo una lenta spirale di piacere.
Da qualche parte sul lago, un timido raggio di sole fa capolino all’orizzonte.
«Vorrei poter fare di più» sussurro contro le sue labbra, stringendole forte mentre scivola su di me. Io dentro di lei, lei dentro di me, non esiste altro al di fuori di quello che siamo.
«Vorrei che tu capissi quanto già stai facendo» replica lei, con il fiato corto, prima che un nuovo sole annulli ogni volontà e ogni raziocinio, esplodendo in un mare di luce.
***
Torre di Tassorosso, stanza di Carlisle, Eugene e Milo –qualche giorno dopo.
Non ho nessuna voglia di preparare la valigia. Eugene ha appena chiuso per la seconda volta il suo, dopo avermi coinvolto in quella che probabilmente è stata l’ultima rissa dell’anno scolastico.
Milo continua ad imprecare, osservando il suo impeccabile riflesso nello specchio accanto al suo letto, scrutando con attenzione il taglio che gli sfregia la guancia destra.
«Cazzone che non sei altro» brontola verso di me «Rimarrò sfregiato a vita!»
Sbuffo.
«Non essere idiota, se aspetti che trovo di nuovo la bacchetta te lo sistemo»
«Fossi in te andrei dalla Mound, nello stato in cui si trova non è nelle condizioni di praticare alcun incantesimo, sarebbe più sicuro se te lo mettessi a posto io» commenta Eugene, sarcastico. E’ rosso come un peperone, mentre si ostina a sollevare il baule per rimetterlo ai piedi del suo letto.
«Forse hai ragione» commento dopo qualche attimo, senza cogliere la provocazione. I miei due amici si scambiano un’occhiata preoccupata, prima di venire a sedersi sul mio letto guardandomi, con l’espressione più seria che abbia mai visto sulle loro facce stampata addosso.
«Carl, vecchio mio» inizia Milo «Cosa sta succedendo?»
«Niente» scrollo le spalle, mentendo. Ma se c’è una cosa che dovrei sapere, è che non si può mentire a un membro del trio, dopo tanti anni assieme viviamo in una sorta di inquietantissima simbiosi.
«Balle» ringhia Eugene, che se fosse un po’ più piccolo potrebbe sembrare un angelo custode appollaiato sul mio letto. Ora come ora, sembrano due giganteschi avvoltoi che incombono su di me.
«Senti, io capisco che Jillian il prossimo anno se ne andrà, che non vi vedrete più ogni giorno e che non potrete più fare le vostre porcellane nei posti più impensati, ma questo non vuol dire che sia la fine» cerca di consolarmi il moro.
Mi rigiro su un fianco, sentendo la solita fitta tornare a farmi visita. Succede così, ogni volta che penso a lei. Se poi è un momento particolarmente triste, può addirittura capitare che mi metta a piangere.
«E invece si» confesso alla fine, senza riuscire a guardarli in faccia.
«Cosa intendi dire?» Eugene rizza le orecchie, sospettoso «La principessa delle fate ti ha lasciato?»
«Ma allora vuol dire che non è vero che ieri notte vi hanno beccati nell’aula di incantesimi a ballare il mambo!» si lascia scappare Milo, sconvolto, lasciando che il Tassorosso che è in lui abbia il sopravvento.
«Non mi ha lasciato» mi affretto a rispondere «Però lo farà»
«Perché dovrebbe?» riprende il moro.
«Perché» inspiro a fondo, pregando che la voce non mi tremi «Nessuno dei due crede nelle storie a distanza. Troppo dolore, troppe complicazioni..»
Non ho voglia di spiegare loro perché entro la fine dell’estate lascerò la ragazza che più ho amato in tutta la vita. Non ho voglia nemmeno di pensarci. Colpisco il cuscino con un pugno, stringendo forte le labbra per non piangere. Eugene mi posa una mano sulla spalla, facendomi sussultare.
«Carl..» mi scuote, leggermente «Non fare così»
«E cosa cazzo dovrei fare?» sbotto, sollevandomi a sedere di scatto «Lei se ne andrà e io non sono capace di fare altro che starmene tutto il giorno a pensare a quanto sarà orribile l’anno prossimo e…» mi mordo il pugno, sentendo le lacrime addensarsi negli occhi.
Nella stanza è calato il silenzio, interrotto di tanto in tanto dal morbido fruscio di una pergamena spostata dalla calda brezza estiva.
«Non la voglio perdere» mi lascio sfuggire, mandando definitivamente a fanculo ogni traccia di dignità e orgoglio «Non la voglio perdere, dannazio, ma la perderò»
Eugene abbassa lo sguardo, senza commentare; Milo mi posa una mano sulla spalla.
Non c’è più niente da dire.
***
Espresso per Hogwarts –31 giugnio 1944. E’ una bella giornata di sole, oggi.
Strascichi di nuvole bianche corrono lontane nel cielo, alle spalle del castello che, piano piano, sparisce dietro la prima curva; mi lascio andare ad un sospiro, appoggiandomi allo schienale.
«Starai mai ferma un attimo, Jill?» sospira Isabel che, dopo averci imbottito con un quantitativo di biscotti che avrebbe sfamato un reggimento, se ne sta allegramente distesa addosso a Eugene, godendosi quelli che sembrano grattini dietro le orecchie. La mia ragazza non risponde, continuando ad armeggiare con la bacchetta attorno al cestino di vimini dove, acciambellata su se stessa, Chipie dorme della grossa. Lo so cosa sta facendo. Lavora per non pensare, si concentra sulla magia per non ricordare che è l’ultima volta che saremo tutti assieme su questo treno, nello stesso scompartimento.
Sospiro, alzandomi in piedi e sollevandola con la forza, per farla sedere accanto a me.
«Ma che fai!» protesta svogliatamente, lasciandosi abbracciare e strappare un bacio «Se Chipie mi scappa poi ti picchio!» ma ride, nel dirlo, e Milo coglie subito l’occasione.
«Oh si, Jillian, ti prego! E mi raccomando chiamami, non voglio perdermi lo spettacolo per nulla al mondo!»
«Si, come no» roteo gli occhi «Non saresti capace di sfiorarmi nemmeno con un fiore» la punzecchio, pizzicandole i fianchi e dandole un altro bacio.
Lei gonfia le guance, scansandosi e incrociando le braccia al petto.
«Uffa come sei noioso» protesta. Audrey ride, Eugene abbozza un ghigno.
«Non sai quanto» si lamenta Milo, teatrale «Dovresti sentirlo quando parla nel sonno, poi! Riesce ad essere noioso pure li.»
Risata generale. Fuori dal finestrino la campagna inglese è un quadro sempre uguale, costellato di minuscoli paesini, strade sterrate e campi aridi: la misera della guerra babbana non ha risparmiato nessuno, nemmeno il paesaggio. Non oso immaginare come sarà Londra, quando ci arriveremo.
Distrutta, sfibrata, senza fiato.
Reduce, un po’ come noi.
Guardo i visi delle persone che ho attorno, persone con cui ho condiviso gioie e dolori, persone che ho imparato ad apprezzare, a stimare, a rispettare, ad amare. Quelli che all’inizio dell’anno erano solo nomi sentiti di tanto in tanto lungo i corridoi, protagonisti dei pettegolezzi durante le cene d’inizio anno al tavolo della mia casa.
Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti.
La mia vita è cambiata, quest’anno, in una maniera così radicale che solo il pensarci mi toglie il respiro.
«Mh?» Jill si scuote, quando con delicatezza la sollevo e la appoggio contro lo schienale, per alzarmi in piedi.
«A prendere una boccata d’aria» sorrido «Torno subito»
Annuisce, intontita dal brusco risveglio, e torna a girarsi sull’altro fianco. Scavalco un baule coperto da una scacchiera, interrompendo la partita tra Audrey e Milo, e scivolo fuori, nel corridoio.
Il sole sta iniziando a scendere, non deve mancare molto all’arrivo. È strano come, di anno in anno, il viaggio di ritorno sembri accorciarsi sempre più.
Mi strofino la faccia, appiattendomi contro la parete per far passare un paio di Grifondoro del secondo, per poi tornare a risalire il treno verso i vagoni dei Caposcuola. Ci sono persone che devo salutare, prima di scendere.
«Hunnam, quale onore!» la voce strascicata di Jasper Lewis mi sorprende fermo davanti al loro scompartimento. Ma proprio qui dovevo incontrare ragazzine indemoniate che corrono lungo il treno? «Cosa ti porta, in questa parte di treno? Il posto per i traditori è in coda, assieme ai tuoi sudici amici» sibila ghignante, una sigaretta abbandonata tra le labbra.
«Quanto meno l’aria lì è respirabile» scrollo le spalle, con noncuranza «Non c’è tanfo di Serpeverde»
Aspira un’ultima boccata di fumo, prima di lanciare la sigaretta fuori dal finestrino aperto. Una sigaretta sostanzialmente appena accesa.
«Come sei velenoso, Hunnam» scuote il capo «Finirai con l’uccidere la tua bella, con tutto questo veleno»
«E’ sopravvissuta a te, cosa potrebbe esserci di peggio?» ribatto, trattenendo l’irritazione. Un conto è insultare me, un conto è tirare in ballo Jillian.
«Su questo puoi scommetterci» mi si avvicina di un passo «Se l’avessi conosciuta un po’ meglio e non ci fossi stato tu, probabilmente il suo bel visino non sarebbe così spesso sorridente. Anche se, a dire il vero, non è che sorrida poi molto adesso. Ho saputo che se ne va, con la sua amica boccolosa»
Mi irrigidisco appena, ma lui prosegue, imperterrito.
«Un vero peccato» abbassa lo sguardo, per un attimo, dandomi quasi l’impressione che sia dispiaciuto «Davvero un grandissimo peccato»
Abbasso lo sguardo a mia volta, faccio per replicare, ma quando torno a guardarlo il solito ghigno irriverente è tornato a far capolino, curvandogli le labbra. L’attimo è passato. Forse non c’è neppure mai stato, chi lo sa.
«Il fatto che la tua fatina dei ghiacci se ne vada non cambia le cose tra noi, Hunnam» mi ammonisce. Inarco le sopracciglia, perplesso.
«Lewis, mi spiace smontare le tue speranze, ma gli uomini proprio non mi piacciono» sollevo le spalle, con aria dispiaciuta, e lo oltrepasso «Vedrai che un giorno Norwood capirà il tuo immenso valore e scorgerà la tua bellezza interiore, coronando il tuo sogno d’amore. Non perdere le speranze, l’estate è ancora lunga»
«Hunnam, mi spezzi il cuore » recita compito «Eppure lo sai che nella mia vita c’è posto solo per te»
Agito una mano in aria, senza neppure guardarlo. So già che sta sghignazzando apertamente.
«Buone vacanze, Lewis»
«Ne riparliamo a settembre, Hunnam»
Oh si. Come no.
Non vedo l’ora.
King’s Cross, binario 9 e ¾ –tempo dopo.
La folla che si accalca su questa striscia accanto al binario mi lascia sempre senza parole. Se non fosse per gli incantesimi del Ministero che lo hanno allargato, sarebbe impossibile persino respirare, qui in mezzo.
Un piccola tigre dorata preme contro il palmo della mia mano destra, una sottile catenina è attorcigliata attorno alle dita: Julia si allontana danzando verso il suo futuro, dopo avermi consegnato il mio nelle mani. E’ strano, un oggettino così piccino con un significato così grande, così pesante.
Inspiro a fondo, infilandolo nella tasca dei pantaloni nell’esatto istante in cui Eugene mi sfreccia accanto, trascinato da Isabel, sillabando una silenzio richiesta d’aiuto.
«Ci sarà da ridere» commenta Milo, comparendo alle mie spalle con un’aria particolarmente pallida.
«Che ti è successo?» domando, recuperando un carrello su cui faccio levitare il mio baule e quello di Jillian.
«Opal» borbotta, agitando una mano in aria «Un povero disgraziato si è visto il giornale esplodere in faccia»
«Bei ricordi» sospiro, prima di sghignazzare. La fobia dell’esplosione è ormai radicata in Milo al punto che solo nominarla lo fa rabbrividire.
«Mi permetto di dissentire sul “belli”» sibila, seguendomi attraverso la ressa. Il suo baule, come ogni anno, è stato puntualmente recuperato dall’elfo domestico di famiglia, l’elfo più grasso che abbia mai visto in tutta la mia vita, tra parentesi.
«Non puoi negare che molti lo siano, però»
Scrolla le spalle, prima di fermarsi.
«Fatti sentire» mi intima «Non voglio svegliarmi una mattina e trovare il tuo necrologio in prima pagina, sulla Gazzetta del Profeta»
«Grazie, Milo, sei veramente un amico» roteo gli occhi, sbuffando.
«Guarda che dico sul serio» riprende «Non farti problemi»
Annuisco, senza aggiungere altro. Il moro mi scruta, con attenzione, prima di sorridere e tirarmi la solita manata sulla schiena.
«E canta che ti passa!» mi urla pimpante, allontanandosi verso la barriera che lo catapulterà nel mondo babbano. Non posso fare a meno di ridere, mentre raggiungo Jillian e sua nonna, che aspettano pazienti.
Audrey saltella via, al mio arrivo, distribuendo baci e saluti, ma non ho occhi che per la mia Corvonero. Mi sorride, quando le stringo la mano, e assieme ci avviamo verso la barriera attraverso cui poco fa è passato Milo.
Non dice niente, guarda fisso davanti a sé e mi ritrovo a pensare che un anno fa non avrei mai neppure immaginato di vivere quello che ho vissuto accanto a una ragazza speciale come lei.
Le sue dita si stringono attorno alle mie, che ricambiano le stretta.
Speravo di non doverla lasciare mai, questa mano.
Il futuro pesa sulle mie spalle, ma un presente luminoso mi abbraccia e mentre ci addentriamo nelle macerie di una irriconoscibile Londra babbana, alzo lo sguardo al cielo: limpido, senza più nemmeno una nuvola, si allunga infinito su un orizzonte costellato di scheletri di ferro e cemento; ma è solo un attimo perché poi Diagon Alley e i suoi colori festosi sono davanti a noi.
Inspiro a fondo, riempiendomi i polmoni fino a scoppiare.
Benvenuta, estate.
Anche se non si direbbe, tra cinque giorni iniziano i M.A.G.O. Pensavo che mi sarei sentita sollevata, ed invece sto ripassando freneticamente e la mia mente non assorbe assolutamente niente; forse é che sono seduta sul pavimento, in un corridoio semibuio, appena fuori dall’infermeria. Che là dentro c’è la mia migliore amica, nelle peste fino al collo, e che il mio ragazzo è disperso chissà dove a rovesciare la sua frustrazione perché gli ho impedito di vederci finché non avremo finito gli esami. Ne ho bisogno io, come ne ha bisogno lui. Credo.
Forza, Georgiana. Visualizza le parole del libro che hai davanti, dà loro un senso compiuto e comprendi quello che stai tentando disperatamente di studiare. Pozioni. Una A assicurata, a meno che un fascio di luce divina non trasformi i miei disastri in qualcosa di lontanamente degno di una E.
La gonna ruvida della divisa, oltre a grattarmi il sedere, non serve a trasformare la superficie di pietra su cui sono rannicchiata in qualcosa di lontanamente comodo; con un po’ di fatica, facendo inutilmente leva sulla parete, mi sollevo giusto in tempo per vedere uscire l’infermiera Mound.
« la sua amica è pronta. » grufola fissando con disapprovazione le macchie sulla mia camicia; mi scusi, se è tre giorni che non torno in dormitorio perché LEI non sa fare il suo lavoro e io devo badare a Julia. E’ proprio lei, infatti, che appare dietro all’infermiera, con le sue cose chiuse nella valigia che tiene in mano; sembra sollevata, se non altro di uscire dall’incubo asettico che c’è oltre quella porta.
« ti avviso: non so quali siano gli ingredienti della pozione Obmutesco, e non ci tengo a saperli. » le sibilo mentre ci avviamo lungo una scala, appena ruotata in modo da consentirci di arrivare molto più rapidamente del previsto alla torre di Grifondoro.
« menta, elleboro, bile di tartaruga .. »
« vedo che hai studiato più di me. brava, cara. » la interrompo dopo aver svoltato l’angolo; tre settimane, e smetteremo di camminare per i corridoi di Hogwarts. Non avrò più bambini da mettere sulla buona strada, adolescenti arrapate da beccare in giro nel cuore della notte, liste di parole segrete da memorizzare. Tutto finito.
Un quadro lancia un fischio di ammirazione al nostro passaggio; ecco, questo non mi mancherà.
{ nei giorni successivi }
Credo che si chiami tregua; il pratico di incantesimi mi ha buttata così in basso che, dopo aver salutato con il massimo dell’educazione che sono riuscita a strapparmi l’esaminatore Lowell, ho avuto il bisogno fisico di vedere Sebastian e Julia. Lo studio solitario mi ha trasformata in una specie di spilletta semovente, visto che io sono quasi trasparente dietro il mio distintivo, fatta eccezione per le occhiaie.
Ignorando del tutto gli sguardi di Jules, che ovviamente è stata ridotta al terzo incomodo, Sebastian continua senza tregua a stritolarmi contro il suo petto e infilarmi la testa tra i capelli, annusandomi come se fossi un mazzo di fiori e non una strega, e ad azzannarmi l’orecchio senza ritegno, rischiando oltretutto di ingoiarsi le perle di mia zia.
« Io approvo Carlisle. » ribatto alla proposta di Jules, mollando l’ennesima gomitata nelle costole a SSS ( Sebastian Sesso Subito, ho riso fino alle lacrime quando ho sentito Eugene che lo borbottava a Peter Halbury ), che si allontana con aria offesa dal mio povero lobo maciullato. Finalmente senza rischiare di essere mangiata viva, affondo la testa nell’imbottitura del divano, e lancio uno sguardo piuttosto serioso alla mia amica, assorta nella contemplazione del paesaggio estivo fuori dalla finestra.
« già. mi sembra che abbia la testa sulle spalle, e soprattutto del potere sugli altri. »
« credo che ci siano buone probabilità che diventi caposcuola. »
« un po’ come te, Georgie. » ridacchio.
« mi raccomando, ignoratemi! » borbotta Sebastian riemergendo dal suo sogno ad occhi aperti.
« tesoro, non è colpa mia se la tua mente è altrove. » lo rimprovera Julia, sbuffando; credo che lei mi mancherà, troppo. Non sarà la stessa cosa, lo so già, perché sarà impossibile vederla tutti i giorni quando sarò a farmi ammazzare in qualche campo di addestramento auror, ovviamente con l’impossibilità di smaterializzarmi.
« credi che dovremmo fare una specie di festa di insediamento? » propongo ignorando i mugugni incomprensibili della mia dolce metà.
« mah, non sono molto dell’umore, ma sono convinta che troveremo qualcuno disposto a farlo. »
Sebastian continua a grugnire, si alza e se ne va sbattendo i piedi; questi uomini, peggio dei bambini. Tranne se c’è da combattere nella foresta nel cuore della notte e salvare metà dei presenti, ovvio.
***
E’ molto che io e Jules non parliamo a quattr’occhi, dedicandoci al gossip invece che alle vicende drammatiche di cui siamo state vittime dall’inizio di quest’anno. La morte di Ida, il Fidelius, Riddle; mi sembra di non riuscire a pensare a quando abbiamo parlato di ragazzi, l’ultima volta, senza riferirci agli orari di coprifuoco e a quando stabilire la riunione successiva.
Proprio come succedeva quand’eravamo piccole ed innocenti, lei ghigna e io sono rossa come una ricordella.
« su, non è mica una malattia! » esclama dandomi una pacca sulla spalla, e facendomi diventare sempre più purpurea e bollente. « raccontami! »
« cosa vuoi che ti dica?! » sbotto con la voce talmente acuta da essere irriconoscibile; mi è venuto naturale stringermi addosso la camicia, mentre lei cerca di strapparmi qualche dettaglio sconveniente sulla mia prima volta. Descrivere questo momento come imbarazzante è riduttivo; temo che lo sarebbe ancora di più recuperare il mio taccuino rosa confetto e leggerle direttamente quello che ho scritto al riguardo, con tutti i particolari scabrosi che la farebbero tremare di soddisfazione.
« che ne so, se è bravo! se è stato dolce! »
« come Megafusto sul pianoforte del povero Eugene? » il suo sorriso si smorza per un momento.
« beh, è stato molto romantico. » si giustifica prima di infilarsi in bocca un pasticcino con una mezza fragola sopra.
« Jules, promettimi che mi scriverai spesso. »
« Georgie, promettimi che smetterai di essere così paranoica. »
« Non credo di poterlo fare. »
« Sei incorreggibile. »
« Sì, ti voglio bene anch’io. »
{ last day of magic. }
Il professor Silente sembra più emozionato di me, mentre mi scruta attentamente da dietro le lenti dei suoi inconfondibili occhiali a mezzaluna.
« Signorina Harrington, mi sono permesso di prepararle una cosa. » le guance mi diventano subito di fiamma; non sono affatto abituata a ricevere regali d’addio, tantomeno dagli insegnanti. Non da Silente, soprattutto, per quanto lui sia il mio preferito in assoluto. Mi sforzo di sorridere e di non mettermi a gridare, ma di certo non riesco a dire una sola parola prima che lui riprenda.
« Ho visto la sua richiesta per l’Accademia Auror, mia cara. » oh. Buon segno, vuol dire che almeno sono state già consegnate al Ministero, anche se dubito che avrà qualche utilità. Tra quelli del settimo ne sono state raccolte più di venti, e i posti sono otto. Annuisco come unico sforzo di volontà.
« Mi sono permesso di aggiungere una nota sotto il suo curriculum ineccepibile. » sobbalzo. Se ne accorge, e ridacchia. « dice che lei è la migliore studentessa che Hogwarts ha visto da molti anni a questa parte .. » se prima non ero color pomodoro maturo, lo sono di certo ora. « .. e che se non la prenderanno, confermeranno la loro fama di totali, perfetti idioti. » sghignazza di gusto, mentre si alza dal suo scranno e gira attorno alla scrivania, come per raggiungermi. Non che sia strano, in effetti, ma mi sento i lacrimoni che si formano agli angoli degli occhi. Stringe le mie mani gelide e inerti tra le sue.
« Buona fortuna, Georgiana. »
***
Il quasi ex prefetto Corvonero mi fissa con aria contrariata; sembra quasi che gli dispiaccia essere alla fine del suo mandato. Tra le dita stringe la spilla di ordinanza, e mi ha appena pregato di lasciargliela tenere. Quando si parla di attaccamento all’istituzione; il mio baule é ancora mezzo vuoto, nel dormitorio, ma mi sento in colpa ad abbandonarlo senza una risposta soddisfacente.
« Joel, non credo di avere l’autorità per poterti autorizzare. » storce il naso. Gli do una pacca sulla spalla con tutta la convinzione che posso trovare nei suoi occhioni azzurri che mi scrutano con disperazione.
In un futuro non troppo lontano, lui potrebbe avere il mio incarico; e passare un settimo anno splendido come il mio, con amici straordinari, e magari senza doversi battere a duello nel cuore della notte. Mi saluta agitando la mano, e sgattaiola verso il suo dormitorio.
Alzo la testa e vedo davanti a me la bacheca di Corvonero, che ho amorevolmente aggiornato durante quest’anno; strappo via un paio di fogli di insulti verso gli studenti del primo, stacco con cautela quelli di auguri per noi del settimo.
E’ la mia ultima notte a Hogwarts; sono già le dieci passate, e non ho nessuna voglia di salire in camera mia e rivedere tutte le altre in lacrime; non ce la posso davvero fare, ho già pianto abbastanza in questi ultimi giorni.
Con uno sforzo, infilo la testa nel corridoio, lasciandomi investire da un silenzio che non può che spiegarsi con la stanchezza provocata dai fiumi di depressione che si sono appena riversati all’interno delle stanze. Socchiudo la porta con cautela; una delle altre russa rumorosamente. Mi siedo sul mio letto e con attenzione mi stacco dal petto la spilletta da Caposcuola. E’ strano vederla appoggiata sul comodino e sapere che domani mattina non la appunterò di nuovo sulla divisa. Ma è una bella immagine per chiudere il mio lunghissimo romanzo, lungo sette anni.
{ king's cross. }
« una settimana. » sento il fiato di Sebastian sul collo mentre mi abbraccia, sfregando intensamente la guancia contro la mia testa; ha passato l’intero viaggio in treno a sussurrarmi che sarebbero stati i giorni peggiori della sua vita. Una settimana; in effetti non ci siamo mai separati per più di un giorno, o due, in genere il tempo di dormire qualche ora. Talvolta neppure quello. Abbiamo stabilito che probabilmente né i suoi né i miei avrebbero compreso se avessimo fatto una fuga d’amore senza neanche salutare.
« dai, smettila! » sussurro senza rendermi conto fino all’ultima che anch’io sono aggrappata al suo braccio, totalmente circondata da lui. Mi bacia il collo come se volesse trapassarmelo con i canini vampireschi che non ha.
Sa benissimo che non potrò scollarmi di casa finché non arriverà la risposta dell’Accademia, a meno che non voglia provocare un collasso ai miei. Cedo ai suoi ridicoli tentativi di baciarmi, come se non avesse passato le ultime otto ore a cercare di “concentrare tutta la me di cui avrà bisogno”. Attorno a noi gli studenti si salutano, piangono, ridono, ritrovano i loro genitori e parenti vari; non riesco a concentrarmi sul fatto che a mia madre verranno i capelli bianchi, a vedermi in quegli atteggiamenti senza ancora un anello al dito.
« GEORGIANA! » tuoni, fulmini e saette! Sebastian si stacca come se fossi incandescente, io scatto nella direzione della voce che ho sentito sistemandomi i capelli in modo ossessivo, come se potesse migliorare quello che sapevo sarebbe successo e non ho prevenuto. Mio padre ha un sorriso da un orecchio all’altro, se non si considera l’enorme taglio che gli sfregia la guancia destra; qualcosa mi dice che sia appena tornato da un viaggio di lavoro. Dietro di lui, mia madre spettegola fittamente con una donna che non conosco.
« mia madre. » mormora la mia dolce metà, con una voce così strozzata da essere irriconoscibile. Ricapitoliamo; i miei peggiori timori sono sfumati nel nulla perché i miei genitori e i suoi si conoscono già? Il viso mi si accartoccia in un’espressione contrariata senza che sia capace di trattenermi. Lui, invece, ha preso a brillare; sembrerà che io abbia un’aureola, tanto lui risplende di felicità. Mi sistemo le pieghe della gonna e mi sforzo di sorridere.
« papà! mamma! » trillo offrendo loro il mio migliore sorriso, anche se vengo subito sotterrata nel profumo di vaniglia e animali selvatici della mia genitrice; mio padre si è già preso il mio baule e non sembra avere intenzione di lasciarlo finché ci sarà Sebastian nei dintorni, come a privarlo dell’opportunità di essere cavaliere con me. Non sento quello che mi dicono; ciò che posso udire è soltanto un ronzio sordo, spezzato improvvisamente dalla voce di SSS, dopo che è riemerso dalle pacche e dai baci dei suoi.
« mamma, papà, vorrei presentarvi la mia » pausa. Orrore e delirio. « ragazza, Georgiana. » oddio, svengo. Sua madre sembra essere sul punto di avere la stessa reazione, mentre Joshua Harrington ha un improvviso bisogno di tossire copiosamente e il signor Lang di accendersi la pipa.
« oh, Georgiana, proprio come tua nonna! » langue mrs.Lang mentre mia madre si avvinghia al braccio del suo pargoletto, adorante.
Se sopravviverò ai prossimi dieci minuti potrò dire di aver passato per l’ultima volta la barriera del binario 9 e ¾, e di aver detto addio all’Espresso. Sorrido a Sebastian, che si crogiola nel danno che si è fatto da solo; almeno finché non ci verrò per portare i miei bambini a scuola.
{ oh, july! }
Scendendo le scale, inciampo nella camicia da notte; sento il profumo del caffé e dei pancakes che mia madre sta preparando per colazione, ma non credo che sia questo a distrarmi. Ogni singolo giorno, dalla fine della scuola, mi alzo con un cubo di granito nell stomaco: potrebbe essere arrivata la lettera dal Ministero, quella dove c’è scritto se sono ammessa o no all’Accademia.
Mi fermo davanti allo specchio scassato del corridoio, prima di entrare in cucina; guardo la mia frangia spettinata, la treccia che si sta sfasciando dal fondo, la camicia da notte. Potrei davvero diventare un auror? Qualche volta vorrei essere ancora la piccola Georgie, che racconta fiabe ai suoi pupazzi e sogna di diventare la Principessa del Regno Candito. Acchiappo dal pavimento Cheslav, che inizia a fare le fusa nonappena gli poso le mani sulla pelliccia bluastra ed entro nella stanza sin troppo calda dove mi aspetta il mio primo pasto di oggi, oltre ai miei genitori.
Il cuore inizia a battermi a tutta birra appena mi rendo conto che mi stanno aspettando seduti, con le tazze di caffé fumante davanti, intoccate. E tra loro, davanti ad un barattolo di marmellata d’arance, c’è una busta di pergamena sbiancata.
« buongiorno, tesoro. » mormora mia madre senza la minima espressione sul volto cereo. Non le rispondo neppure. Lascio andare il gatto, che miagolando rumorosamente atterra ai miei piedi, e mi getto sulla busta.
E’ chiaro che, dimentica dei suoi poteri, aveva provato ad aprirlo con il vapore della teiera. Apro la pergamena davanti alla faccia; i miei occhi ci mettono qualche momento a realizzare cosa ci sia scritto.
« ammessa. » sibilo appena, crollando sulla sedia, che quasi cade all’indietro sotto il mio peso morto. Un Auror. Io.
Un rumore come di sparo si diffonde nell’aria, seguito da un tonfo.
« SONO STATA AMMESSA! » grido senza neppure guardare chi sia; tanto so già che ricadrò tra le braccia di Sebastian, colui che vedrò tutti i giorni ancora per qualche anno. Sento le sue labbra sulla fronte, e gli occhi dei miei nella schiena.
Questo è un nuovo inizio. Decisamente entusiasmante.
Post Scontro -Che schifo.- scosto con una mano la melma verdognola che ricopre i miei vestiti, come se questo possa servire. La battaglia si è conclusa, per adesso. Purtroppo, non posso fare a meno di notare lo scempio che si apre di fronte ai miei occhi. Il cuore batte veloce, Sebastian mi passa di fianco reggendo un corpo quasi esanime. Bianco al pari della carta sulla quale si scrive. -Julia…- ho il tempo di sospirare, sentendo una rabbia impossessarsi delle mie viscere, infuocandole completamente.
-Maledetto Riddle, maledetto.- sibilo fra me e me, scuoto la testa, la mano fra i capelli. La guerra, è a volte l’unica soluzione, sì. Ma a che prezzo.
Giorni dopo
Sono giorni di silenzio. Giorni nei quali si susseguono come neve che fiocca punizioni, richiami, gossip fra i tavoli, più o meno grossi. Giorni di silenzio nei quali mi sento a volte impotente, a volte completamente inadatto. La verità è che sapevo che lo scontro sarebbe stato l’inizio di una battaglia ben più grossa, ma forse non vi ero preparato fino in fondo.
Il cucchiaino nella tazza, mattino, odore di miele lungo il tavolo dei grifondoro, il viso completamente perso nel vuoto.
Audrey e Jillian vanno via. Non ci saranno più l’anno prossimo. Niente bionde corvonero, intelligenti e acute, con le quali scambiare parole piacevoli, e intrattenere uno scherzo vigile e divertente. Non avevo mai pensato quanto potesse essere doloroso vedere andare via qualcuno che, in un modo o nell’altro, è parte di te. Strana sensazione di vuoto.
E’ patetico, forse. Ma non mi importa. Di certo non posso che augurare loro il futuro migliore che si possa mai desiderare. Anzi…vado proprio a dirglielo.
Mi alzo, lascio in ballo tutto. Colazione, pensieri confusi avvicinandomi al tavolo dei corvonero.
Siedo, forse senza chiedere il permesso, ma al momento non è importante, di fianco alle ragazze, che sembrano perfino più distratte di me nel guardare un punto indefinito della stanza così piena eppure così vuota al tempo stesso.
-Che giornata oscena…- biascico, attirando la loro attenzione. Non ho mai avuto problemi di espressione, maledizione a me, su. In fondo cosa ci vuole. -Mi mancherete.- e mi alzo dalla mia postazione, dovessi bellamente continuare questa sviolinata della scena madre e far loro più male di quanto già non ne sentano.
Però…però…Audrey, credo, mi richiama. Mi volto, trovandole entrambe intente a guardarmi. Silenzio qualche istante. Mi sembra ieri, quando siamo arrivati insieme qui ad Hogwarts. E dovevamo andare via sempre insieme, non così.
Le stringo in un abbraccio, e chi se ne frega del resto.
-Anche tu ci mancherai. Non ti strozzare nelle cravatte, forse non è così opportuno.- un sorriso, leggero.
-Per quanto sia difficile riuscirci, ci proverò.-
Fidelius Julia si è ripresa, sembra ancora una rosa fragile nel suo aspetto non troppo in salute, ma si è ripresa, e immagino sia questa la sola cosa alla quale pensare. Lei sta bene, lei è qui. ….Alla faccia tua, Riddle. [ pensiero del sottoscritto.]
Parla del Fidelius, parla di continuare, parla di abbandono.
Anche lei se ne va.
Sebastian, Georgiana. Pure Aedan, che per quanto breve sia stata questa ‘convivenza’ un po’ contrastata, è entrato comunque a far parte di questo gruppo di rivolta, a sue spese, se consideriamo tutto quello che gli è costato.
Se non ho capito male, e non si può capire male quando incroci due occhi blu notte che ti tagliano in due come quelli di suo padre, Lord Lywelyn ha dato la sua intercessione in favore di Julia, per evitare che avesse problemi nell’esecuzione dei MAGO.
Cosa dire se non.. ‘Love is in the Air’?
Questi due, lo dico io, si sposano. Diciamo…fra poco. E se non mi invitano me li mangio dalla testa ai piedi, è una promessa.
E mentre il mio cervello elucubra teorie non troppo serie su quello che sarà (e pare una telenovela di seconda mano, sbiadita dal tempo), un nome mi interrompe.
-Carlisle Hunnam.- ho il tempo di rivolgere il viso in direzione della mia capoccia rossa preferita, notandolo leggermente attonito.
Accetta la direzione del Fidelius. Accetta di guidare tutti noi. Accetta il compito più gravoso che potesse mai essere dato.
Ti sono vicino, Carl. Adesso, e domani.
Ma tu lo sai e non serve che ti sviolino davanti in merito. Basta un occhiolino fugace, dietro le braccia conserte.
Da qui, non ci muoviamo. Le idee si portano avanti. A costo di ogni costo.
31 Giugno 1944 - Di ritorno verso casa
Guardo fuori dal finestrino. Paesaggio che slitta. Mobilità d’animo. Un po’ la stessa che invade i miei sensi da un po’ di tempo a questa parte.
E vorrei, in fondo, che King’s Cross non giungesse mai.
Sono successe così tante cose che quasi me ne dimentico non riuscendo ad incasellarle in questo metodico puzzle al tempo stesso scomposto.
Mi chiedo a volte il perché degli eventi che hanno costellato quest’anno. E mi rendo conto di quanto effimero possa essere quello che viene definito ‘normale vivere’.
In realtà, nello specifico, nulla è effimero. Ma nemmeno indispensabile. Sarebbe anche il caso di smetterla nella salvaguardia di ideali che non ci rispecchiano pienamente.
Fidelius. Una cosa che nella vita mi soddisfa. Una cosa che nella vita porterò avanti fino all’ultimo respiro, se sarà necessario.
Tengo le braccia strette nel petto, una morsa fredda dalla quale non voglio separarmi.
Mi sono sforzato di continuare a tenere lo stesso atteggiamento con tutti, perché dovrebbe essere così. Niente addii, gli addii comprendono il non rivedersi più. Ed io nell’incrocio comunque delle strade, un giorno, ci voglio credere.
Dicono che certi punti fermi nella vita servono. Non ci ho pensato mai veramente bene, prima di adesso. Eppure, capita a tutti di arrivare al momento della realizzazione.
E’ così che deve essere, e non si scappa.
Un anno è finito, e sebbene sembri lontano, uno nuovo è alle porte.
In una era in cui la tranquillità sembra un tesoro più unico che raro, la calma, è solo il momento di stallo fra uno scontro, e l’altro.
Ma forse, è bene pensare che anche la calma, un po’, è scontro.
Ed ora basta. Il treno si ferma, i binari smettono di cigolare sotto le ruote, scendo, il fumo che esce dal vagone che guida.
Lo osservo un attimo. Un saluto, soffuso ma profondo a tutti coloro che non smetteranno mai di viaggiare nella mia vita.
Ci rivediamo l’anno prossimo. A chi rimarrà.
Arrivederci, per chi se ne andrà.
Ma mai troppo lontano.
Vista l'espressione del mio amico pel di carota, intuisco che io e Milo non abbiamo di certo avuto l'idea migliore per intrattenerlo durante gli ultimi giorni di degenza. Carlisle sbatte le palpebre, con l'aria di chi ci tirerebbe un cazzotto nel naso se ne avesse le forze; non ha gradito la nostra raffinatissima replica del concerto di fine anno in versione a due voci, tanto faticosamente studiata. Appoggio gli spartiti sul suo comodino, rischiando di far cadere l’enorme bottiglia di sciroppo che vi è posata sopra, e poi torno su di lui.
« ragazzi, vorrei chiedervi di non bere alcool prima delle sette di sera. » ci apostrofa con un’occhiataccia, ricadendo sul cuscino con i capelli che gli formano un’aureola fiammeggiante.
« Carl, vorrei chiederti di metterti dei pigiami meno osceni! » ribatte Milo scuotendo il capino con la sua solita aria da re della moda.
Mi sembra quasi strano che siamo qui a fare gli idioti, e solo poche notti fa eravamo in quella foresta a rischiare la pelle. Ci sono voluti giorni prima che riuscissi a dormire più di due ore di seguito senza avere gli incubi, e che mi si levassero dagli occhi i colori degli incantesimi che ho evitato per un pelo. Come il blu della bandierina di Corvonero che Milo sta facendo a pezzi, probabilmente uno sgradevole regalo di Jillian, che cerca di conquistare territorio con tutti i suoi subdoli mezzi di fatina.
« Megafusto Lywelyn in arrivo. » sibilo tanto per rimanere in tema di Corvi, quando il ragazzo di Julia fa il suo ingresso in infermeria, ciondolando con i suoi movimenti da rinoceronte verso la Mound, che per la trecentesima volta gli ricorda che non può fare visita alla sua bella in quanto appartenente al genere maschile, oltre che al genere Cretinus Cretinus, nota specie di umano senza cervello.
« Come sta Julia? »
« Credo bene, a quanto mi dice il tuo angelo custode. »
« Lei sì che si è presa una batosta .. »
« Già. Anzi, perché non facciamo un bell’attentato a Riddle? »
« A furia di frequentare Dinamitarda Worthington hai un certo gusto per il pericolo, amico mio. » Milo digrigna i denti e mi dà uno spintone, costringendomi a non continuare, visto che la mia voce verrebbe coperta dal tonfo che faccio cadendo per terra.
« Coglione. » geme Carl. La Furia Rossa è tornata al 100%.
qualche giorno dopo /
Siamo ancora tutti vivi, dopotutto; forse è per questo che non ci tratteniamo con gli alcolici e ci divertiamo senza ritegno, facendo finta di non sapere che le ferite nei nostri animi e nella vita di alcune di noi non si rimargineranno mai più. Probabilmente fare questa stupida festa stasera é il modo meno pericoloso di riunirci, visto che la cricca di slytherin non si aspetterà di certo che abbiamo il coraggio di fare casino dopo tutto quello che è successo.
Le fatine non riescono a smettere di avere un’espressione depressa; non posso non giustificarle in effetti. Anzi, credo che sia per quello che ho una fitta allo stomaco che non mi abbandona da ieri. Isabel ciondola in giro, e stranamente sembra evitarmi; lei probabilmente è quella messa peggio, visto che rimarrà da sola a Hogwarts. O almeno, senza le sue amiche, quelle con cui ha passato tutti questi lunghi anni. Non credo che riuscirei a sopravvivere senza i miei due allegri compari.
« Silenzioooo! » urlo selvaggio, fonte da intercettare. Mi volto giusto in tempo per avere la seconda parte della versione scimmiesca di Sebastian, che si regge a malapena addosso all’accaldata Georgie. Oserei dire che é un déjà-vu. « Julia deve far un discorsoooo! »
Milo mi raggiunge con un sorrisino malefico su cui preferisco non interrogarmi, e ciondola il suo calice con grande soddisfazione.
« Per me è l’ultimo anno. Quindi devo salutare molti di voi. » Attacca Jules. « La cosa più importante, tuttavia, è che Fidelius continui. Per questo c’è bisogno di una persona che prenda il mio posto. Io, Georgie e Sebastian ci pensiamo già da un po’. Ed abbiamo deciso che il candidato migliore sarebbe Carlisle Hunnam. Sempre se accetta. »
Ma chi, il mio migliore amico? Mi volto automaticamente verso di lui, che guarda verso un punto imprecisato con la stessa espressione di uno spaventapasseri.
« Io… certo che accetto. È un onore che abbiate pensato a me, spero di esserne degno. » ribatte con il tono di chi ha appena preso il titolo di Ministro della Magia. Falso modesto.
« Brindisi, brindisi! » di nuovo l’esagitato Sebastian. Mi perdo la perla filosofica di Julia, mentre scatto verso Carl, che sta balbettando qualcosa di incomprensibile. Non credo che sia il mio status di lampione umano ad impedirmi di distinguere le sue parole. Ehi, sono amico di un pezzo grosso.
ancora qualche giorno /
Questo pianoforte ne ha viste di tutti i colori, compresi quelli del sedere di Julia Versten. Sollevo il lenzuolo polveroso che ho rubato in un dormitorio del secondo anno; si gonfia d’aria, e poi ricade sulle forme del mio compagno di tante ore. Se non ci fossi io, ad occuparmi di lui, chi lo farebbe? Non voglio immaginare la polvere che si attacca alle corde e ai martelletti, rovinandole per sempre.
Mi lascio sfuggire un sospiro, guardando un’altra volta fuori dalla grande finestra della stanza della musica. La botola cigola. Abbasso lo sguardo. Di nuovo la ragazzina Corvonero. Un urletto, e scompare. Dal rumore che ne segue, sembra che sia rotolata giù per le scale. Ciao ciao anche a te, spiona.
***
Chiudo ufficialmente lo scatolone in cui ho messo tutti i libri, e lo depongo con uno sforzo nel baule; non che mi piacciano gli sforzi fisici, ma preferisco non arrischiarmi, visto il mio talento magico non superiore a quello di uno scarpone. Fingo di non vedere la montagna di roba da sistemare che ho rovesciato sul letto, per non parlare della lista degli orari degli esami che é ancora attaccata sul comodino. Un disastro, come sempre, ma ormai non ci faccio più caso.
Il vero problema é l’umore di Carlisle, che tanto per cambiare si dà ai pomeriggi da pensatore, sdraiato sul letto con le mani intrecciate sullo stomaco. Non vogliamo disturbarlo, ma non é neanche possibile continuare così. Credo che abbia sprecato l’ultima energia vitale per fare dei test di fine anno degni, e ora si sia lasciato prendere dalla malinconia. Invece di sfruttare gli ultimi giorni con Jillian.
« allora, hai intenzione di marcire su quel materasso? » sbotta Milo, lanciandogli addosso un paio di mutandine, probabilmente dono galante di qualche ammiratrice particolarmente arrapata. Carl grugnisce e si sbatte un cuscino sulla faccia; eh no, che mi faccia il verso non sono pronto ad accettarlo. Non c’è posto per due orsi, qui.
Al posto di limitarmi agli oggetti, mi scaravento direttamente sul suo letto piantandogli le ginocchia nello stomaco.
« Ragazzo, se non scendi da questo letto con le tue gambe, sarò costretto a trucidarti a colpi di bacchetta! » dichiaro sollevandola sopra alla sua testa, e prendendo a percuoterlo con energia sulla mezzaluna rossa che spunta oltre il cuscino. Lo sento distintamente insultarmi attraverso le piume e il cotone.
Credo che questa si trasformerà nell’ultima rissa dell’anno, e che distruggeremo metà dei nostri bagagli. Già.
on the train /
Sono dovuto uscire a prendere una boccata d’aria. Prima che il treno partisse, sono dovuto scendere; quello scompartimento sarebbe stato letale anche per una zitella amante delle storie spaccacuore. E io, si sa, sono già abbastanza incline alla depressione senza espormi volontariamente alle radiazioni nocive di Jillian e soci.
Non vorrei essere preso per senza cuore. E’ che ho tanti, troppi bei ricordi legati a quelli che stanno lì dentro, e mi uccide vederli in uno stato del genere. Sì, sono un orso con l’anima.
« su, ragazzo, salta in carrozza! » sbraita un omaccione con i baffi a manubrio passandomi davanti, e sventolando una mano pelosa davanti al mio petto. Non credo che ci sia qualcuno abbastanza alto da sventolarmi la mano in faccia, dopotutto.
Con un salto – goffo, sì – recupero la mia postazione all’interno del vagone, e mi dirigo verso il nostro scompartimento, tentando di non farmi abbattere da una ragazzina corvonero bionda che passa correndo a tutta birra e urlando come una fuori di testa. Mi correggo, probabilmente è fuori di testa.
Dietro di lei, Norwood e Lewis si infilano dentro alla porta della toilette, e non ci tengo ad immaginare quale sarà la loro attività in equilibrio sopra un vespasiano puzzolente.
« allora, ragazzi, qualcuno ha voglia di biscotti? » trilla Isy mentre io abbasso la testa a sufficienza da poter entrare senza sfracellarmi il cranio. Apre sulle ginocchia un fazzoletto di tela, e prende a distribuire i suoi biscottini al cioccolato agli altri, che sgranocchiano in silenzio e con gli occhi bassi.
Milo. Carlisle. Ho come l’impressione che quest’estate sarà molto, molto lunga senza di loro. Per non parlare di Isy, che si ostina a stringermi la mano anche mentre scendiamo dal treno, fingendo di non ricordare che ci saranno i suoi genitori ad aspettarla; ma soprattutto i miei, che ormai erano convinti che fossi un’asessuato. Il binario è come sempre troppo fumoso e gremito di persone, tanto che riesco a prendere fiato solo alzando il mento.
« Isabel. » pronuncio in tono perfino più tetro del solito. Abbasso lo sguardo fino ad incontrare i suoi occhioni blu, che mi sorriderebbero anche se non riuscissi a vedere la sua bocca.
« finiscila, sono solo due mesi! » trilla allungandosi sulle punte dei piedi, mentre io mi abbasso e mi lascio dare un bacio sul naso. Sembra molto più felice di quanto non lo fosse dieci minuti fa. Probabilmente è perché c’è una donna minuta e non troppo più vecchia di lei che viene verso di noi di gran carriera. « é mia sorella .. devo andare. » aggiunge mentre mi aggancia il collo con le braccia, costringendomi ad accartocciarmi in avanti per regolarmi alla sua altezza. « se domani mattina non troverò la tua prima lettera sul comodino, mi offenderò tantissimo. Sappilo. » trilla come può trillare una fata minacciosa. Un altro bacio, e scappa verso la sua famiglia, che si è materializzata e mi fissa come se fossi un alieno.
Li ignoro; mi basta vedere Milo che saluta Bum-Bum Worthington per riprendere il mio sorriso beota di ordinanza. A meno che lei non faccia saltare in aria me. Carlisle non si vede. Neppure i miei genitori, in effetti, che dopo aver ricoperto di baci e abbracci la mia ragazza sono andati a salutare il loro vecchio amico non so chi, e sono spariti nel nulla.
« Eugene! » a proposito di Carl, ecco la sua consorte che mi chiama. Credo che questa sia l’ultima volta che la vedo. « volevo dirti addio. » mi dice stringendosi nelle spalle. Bella da spezzare il cuore, diceva Carl, quando non poteva mettere le sue luride manacce su di lei. Ora glielo spezzerà davvero, ma ciò non toglie che
« mi mancherai, Jillian. » rispondo stringendomi nelle spalle. Sorride e corre verso Carl, che la conduce verso la barriera con nonna al seguito.
Riprendo il mio carrello e lo spingo verso il muro di mattoni che ci divide dalla King’s Cross Babbana. Se i miei hanno trattato male il mio pianoforte, lo scoprirò nonappena rimetterò piede a casa. Ed è meglio per loro che sia tutto a posto.
Foresta Proibita.
Tutto quello che sento, adesso, è il mio respiro affannato.
Fino a trenta secondi fa facevo fatica a distinguere una voce dall’altra, e adesso sono persa in un oceano di silenzio. E’ quasi soffocante, sembra che le ombre si siano alzate dal terreno, gonfiandosi e dilatandosi fino ad inglobare qualsiasi cosa attorno a loro.
Mi faccio strada, affidandomi alla bacchetta che indica costantemente il nord, attraverso una fitta selva di biancospini che mi graffiano le gambe nude, strappando la seta non più immacolata dell’abito.
Se ne esco viva, la nonna mi ucciderà.
E se non lo farà lei, ci penserà la mamma.
Sento gli occhi bruciarmi, mentre mi arrampico oltre un masso che mi sbarra la strada. Ma chi me l’ha fatto fare? Voglio dire, sono una persona pacifica, io. Non ho mai dato problemi a nessuno, sono sempre stata una brava ragazza, studentessa brillante, figlia modello. Cosa ci faccio nel cuore della Foresta Proibita, senza avere la più pallida idea di come uscirne?
Il panico mi monta dentro, mentre un crack sordo alle mie spalle mi fa strillare per la paura. Mi rannicchio alle spalle della roccia, facendomi piccola piccola. Non è questo il momento di farsi prendere dal panico. Decisamente non è questo. Respiro a fondo, cercando di tranquillizzarmi.
La voce della nonna mi rimbomba nelle orecchie, stridula e irritata.
«Sei una McKanzie, per Diana! Non una mammalucca qualunque. Sei figlia di generazioni di grandi streghe e duellanti formidabili, non sarà certo un ammasso di alberi a fermarti!» No, certo che no. Gli alberi forse non mi fermeranno, ma le creature che nascondo forse si! Ma nessuno ribatte, questa volta, la voce si è spenta. Vorrei bene vedere.
Mi rialzo in piedi, scacciando l’ipotesi di essere impazzita completamente per aver accarezzato l’idea di parlare a una voce nella mia testa e stringo forte la bacchetta. Certo, se il mio fantastico albero genealogico potesse in questo momento accorrere il mio aiuto, non mi offenderei di certo.
Il crack si ripete, questa volta più deciso.
Trattengo il respiro, evocando silenziosamente un incantesimo di protezione che possa riflettere qualsiasi attacco magico e non. La magia brilla fioca, una sfera azzurrina che mi avvolge in un abbraccio confortante. Ma c’è ben poco di cui confortarsi, perché il crack si è trasformato in un leggero ansimare dietro il masso, in passi affannosi e frusciar di stoffa. Ho il cinquanta percento delle possibilità che sia un membro del Fidelius e altrettante che non lo sia. Posso aspettare che mi sorprenda qui, a tremare come un cucciolo spaventato, o recuperare tutto il coraggio che ho perso nel giro di un istante, quando un branco di centauri mi ha quasi ridotta a marmellata sbucando fuori dal nulla. Inspiro a fondo, facendo appello a tutta la forza che mi è rimasta per inginocchiarmi e sbirciare oltre la roccia: non vedo nulla, a parte una sagoma che si avventura furtiva tra i rovi dei biancospini. Un raggio di luna illumina una gonna color cipria e un boccolo biondo.
Il sollievo mi invade a ondate, mentre mi rialzo.
«Audrey» la chiamo, piano, per non spaventarla. La barriera si dissolve, dolcemente, non trovando più ragione d’esistere.
«Jill!» sobbalza lei. E’ pallida, un po’ sbattuta, ma sembra star bene. Per lo meno si regge ancora sulle gambe e non mi sembra ci siamo ustioni, bolle o piaghe. Mi avvicino a lei, stando attenta a non fare troppo rumore, e le getto le braccia al collo. Sorpresa, ricambia brevemente la stretta, prima di scostarsi, continuando a tenere le mie mani.
«Hai visto qualcuno?» chiede, nervosa, gettando continue occhiate alle sue spalle «Carlisle, Georgiana?»
Scuoto il capo, lo stomaco chiuso dalla paura.
«Nessuno. Stavo inseguendo la Traviston quando i centuari sono arrivati. Non ho più visto nessuno, da allora, sono scappati tutti» rabbrividisco all’idea. Lei annuisce brevemente.
«Tanto meglio» commenta, pragmatica «Con un po’ di fortuna ci hanno liberato la strada da eventuali professori e ficcanaso. Vieni, c’è bisogno d’aiuto»
Senza aggiungere altro, mi guida tra gli alberi senza lasciar andare la mano. Non consulta la bacchetta, non cammina alla cieca. Stiamo andando in un punto ben preciso. Da qualcuno.
Con un nodo in gola la seguo, stringendo forte la bacchetta e la sua mano, fino ad una radura isolata, costeggiata da un piccolo rigagnolo d’acqua accanto al quale giace Julia, immobile.
«E’ solo schiantata» mi precede il mio biondo angelo custode, mentre Sebastian sbuca da dietro un cespuglio, zoppicando vistosamente. Ci lancia un’occhiata sollevata, il volto esangue illuminato dalla scarsa luce. Un taglio gli corre lungo lo zigomo destro, ma non sembra sanguinare. Lascio la mano di Audrey, correndogli incontro.
«Fermo, non ti muovere» gli intimo «Fammi dare un’occhiata»
«Da quando in qua sei Medimago?» domanda stancamente, sedendosi con la schiena contro la corteccia di un albero.
«Devo ricordarti chi sono i miei genitori?» ribatto sottovoce, controllando il taglio per poi passare alla gamba «Però hai ragione, non sono un Medimago. Per questa non posso fare nulla, dovrai fare un salto in Infermeria. Lei come sta?»
«Si rimetterà» interviene Audrey «Sperando sia solo stata schiantata e non ci sia altro. Domani avrà un gran mal di testa, ecco tutto. Ora però dobbiamo portarla via da qui»
Si, ma come?
***
Infermeria.
Il viso della Mound è indecifrabile.
E’ china su Julia, che ora è stesa su un lettino, i capelli scuri sparsi attorno al volto pallido come un’aureola corvina, e la sta esaminando in silenzio. E’ palese che non è l’unica paziente che ha avuto nel corso della notte, miliardi di piccole rughe preoccupate le increspano la fronte, solitamente liscia e spianata; più di una brandina è nascosta da divisori accuratamente tirati, ma non si sente volare una mosca. La luce che illumina lo stanzone è fredda, metallica, tipica delle ore che precedono l’alba. L’aria non è fredda, ma continuo a tremare come se fossi rimasta per ore sotto la neve, è quasi imbarazzante, sento i miei denti battere violentemente al punto che persino la Mound si volta a scrutarmi, pensierosa. Mi punta un fascio di luce negli occhi, per poi decretare.
«E’ lo shock» si interrompe, spostando lo sguardo da alla mia amica «Non so cosa sia successo, stanotte, e non lo voglio nemmeno sapere, ma avete rischiato grosso. Se Armando sapesse cosa combinano i suoi studenti…» scuote il capo, sospirando. Nessuna di noi due osa respirare, mentre torna ad esaminarmi la faccia.
«Via, voi due state bene» indica me e Audrey, con un gesto stanco «Andate alla Torre e restateci, una bella dormita e domani starete di nuovo bene»
Non replichiamo, limitandoci a spostare contemporaneamente lo sguardo su Julia.
«Starà bene. Sarà nei guai, ma starà bene» fa schioccare la lingua contro il palato, spingendoci via. L’ultima cosa che riesco a vedere, prima che la porta si chiuda alle nostre spalle, è la chioma rossa dell’Infermiera che ci ha regalato la possibilità di scampare alle ire di Dippet e dei nostri genitori.
***
Ma ci pensa qualcun altro a bruciare la nostra chance, quando svoltiamo l’angolo per arrivare alle scale che portano alla Torre. La scuola è immobile, soffocata da una cappa di silenzio opprimente che non permette nemmeno al fioco russare dei quadri di scalfirne la superficie. Forse hanno incantato i saloni. Forse è solo lo shock che mi rende sorda, perché quando Martine Lewis ci compare davanti, in tutto il suo malvagio splendore, mi rendo conto che indossa ancora i tacchi vertiginosi che aveva al ballo e io non ho sentito nemmeno il più debole ticchettio. Mi sfugge un leggero gemito, Audrey singhiozza. La Lewis sorride dolcemente, gli occhi chiarissimi illuminati da un luccichio pericoloso. Per quanto sia innegabilmente bella, non posso fare a meno di trovarla mostruosa mentre ci viene incontro, avvolta nel suo meraviglioso abito da sera.
«Cosa abbiamo qui?» cantilena, inclinando leggermente il capo di lato «Due uccellini sperduti, forse?»
Le dita di Audrey mi stritolano la mano, esattamente come le mie stanno facendo alla sua. Nessuna delle due fiata.
«McKanzie» mi chiama, costringendomi a guardarla «Cosa ci fai qui, nel cuore della notte?»
«Torno alla Torre» ribatto, cercando di dominare la paura che fa sembrare le mie parole un pigolio tremulo.
«Le tue compagne di casa ci hanno fatto ritorno molte ore fa» commenta, fingendosi perplessa e picchiettandosi le labbra con le dita «Ti sei trattenuta con Salinger?» l’odioso sguardo smeraldino scivola su di Audrey, che automaticamente arretra di un passo.
«Siamo… siamo andate in cucina, alla fine del Ballo» mente, spudoratamente «Avevamo fame e non ci siamo rese conto del tempo che passava. Sa, gli elfi sono creature amabili ed estremamente servizievoli, non abbiamo resistito a una razza di cioccolata con dei biscotti.» Ti prego credici. Ti prego, dimostra che sei solo una povera oca credulona e lasciaci andare. E’ stupido sperare in una cosa del genere. Stupido e piuttosto ingenuo, da parte mia.
Soppesa le parole di Audrey, in silenzio, probabilmente chiedendosi per quanto tempo ancora torturarci prima di portarci da Dippet.
«E sei scalza solo perché i piedi ti facevano male, non è vero McKanzie?» indaga, sorridendo angelica. Annuisco, senza riuscire ad aprir bocca.
«D’accordo, capisco» sospira appena, facendosi da parte. Audrey trattiene il respiro. Non è possibile che ci vada tutto così liscio. No, non possiamo essere così fortunate.
«Strano però» riprende dopo qualche attimo.
Ecco, lo sapevo.
«Cosa, professoressa?» la voce di Audrey trema, ma è abbastanza salda da permetterle di formulare una frase coerente senza balbettare. Io non so se ne sarei capace.
«Non mi risulta che si debba attraversare la Foresta, per giungere in cucina» commenta, la voce che diventa parola dopo parola sempre più fredda e pungente, mentre la consapevolezza mi gonfia il cuore di paura. Lei sa. Lei ha sempre saputo. Le sa tutto e sta giocando al gatto e al topo, prendendoci in giro.
Chino il capo, mentre lei alza gli occhi dai nostri piedi sporchi di fango e dagli abiti stracciati, facendoci segno di seguirla.
«Sono sicura che il Professor Dippet sarà curioso quanto me di sapere cosa vi è successo mentre andavate a fare uno spuntino di mezzanotte.»
***
Presidenza, qualche ora dopo. «Non è ammissibile» continua a borbottare il preside, percorrendo in su e in giù l’ufficio con addosso una ridicola vestaglia di velluto rosso, un cappellino di lana con tanto di pon-pon in testa e ciabatte ai piedi «Non è assolutamente ammissibile una cosa del genere!» sbotta, guardando me e Audrey.
Siamo qui da ore. Il sole sta sorgendo, lo vedo sbucare all’orizzonte, sopra il lago, allungando timidamente i suoi raggi dorati verso il prato davanti all’ingresso. Siamo qui da ore e la situazione è sempre la stessa.
Che siamo nei guai, l’abbiamo capito.
Che chiameranno le nostre famiglie, l’abbiamo capito.
Che prenderanno seri provvedimenti, l’abbiamo capito.
La testa mi ciondola sulle spalle, inizio a far fatica a tenere gli occhi aperti. Audrey, al mio fianco, sbadiglia sempre più frequentemente. L’adrenalina si è consumata e ha bruciato tutta la nostra energia, lasciandoci completamente vuote e in balia della nostra stanchezza, della nostra paura, della nostra fragilità. Vorrei piangere, alzarmi e urlare che basta, lo sappiamo! Non siamo due idiote, ma a cosa serve tenerci in piedi a questo punto? Non arriverà nessuno prima di domani pomeriggio, a meno che non si faccia ricorso alla Metropolvere e non sono nemmeno sicura si possa utilizzare all’interno della scuola. E che comunque non consiglio a nessuno di svegliare la nonna all’alba, la reazione potrebbe essere alquanto violenta.
Eppure, mi limito a fissare il vuoto, riuscendo a cogliere una parola su tre. Dippet sta ancora blaterando su quanto sia scandaloso l’accaduto –per senza sapere cosa sia effettivamente successo-, quando chiudo gli occhi e crollo addosso a Audrey.
***
Infermeria, qualche ora dopo.
«Come ho fatto a dimenticarmi di Carlisle?» domando a Audrey per l’ennesima volta, angosciata, mentre corriamo verso l’Infermeria. Non abbiamo fatto in tempo ad entrare in camera e a farci un bagno, che subito siamo uscite di corsa, indossando la prima cosa che ci è capitata a tiro. Non mi stupirei affatto se indossassi i pantaloni del pigiama e la camicia della divisa. Quando la Mound ci apre la porta, però, non sembra affatto sorpresa di vederci.
«McKanzie, Salinger» ci saluta, sospirando. Occhiaie scure le cerchiano gli occhi, si vede che nemmeno lei ha avuto tempo di dormire stanotte.
Audrey, al mio fianco, è subito raggiunta da Peter, che la stringe in abbraccio protettivo. Sento gli occhi pizzicare, mentre cerco Carlisle, inutilmente.
La Mound, probabilmente impietosita dalla maschera di terrore che mi ha paralizzato il volto, mi prende gentilmente per un braccio e mi guida verso un angolo dello stanzone, dove intravedo la chioma fulva del mio Tasso, in netto contrasto con la federa immacolato del cuscino.
L’infermiera sparisce, mentre mi trascino stancamente fino ai bordi del letto e li cado sulle ginocchia, gli occhi ora definitivamente gonfi di lacrime; faccio per parlare ma un singhiozzo me lo impedisce.
«..mi spiace» biascio alla fine, accarezzandogli la fronte.
È così bello, in questo momento, che mi si stringe il cuore; sembra così fragile che ho quasi paura di sfiorarlo. Ritraggo la mano, incrociando le braccia sul materasso e affondandovi in mezzo la faccia. Vorrei solo che aprisse gli occhi e ridesse, come sempre, prendendomi in giro.
«Pulcino, piangi?»
La voce è la sua. Flebile, roca e impastata, ma la riconoscerei tra mille al mondo. Mi sollevo di scatto, strofinandomi gli occhi con la manica del maglione.
«No, certo che no» esclamo.
«Pessima bugiarda, amore» mi rimprovera, aprendo gli occhi. E’ sofferente, ma riesce nonostante tutto ad abbozzare un sorriso. Di nuovo, mi viene da piangere.
«Ehi, ehi!» mi rassicura «Va tutto bene! Non piangere, non..»
«E’ che mi dispiace!» sussurro, guardandolo tra le lacrima «Mi dispiace tantissimo, io avrei.. avrei dovuto stare attenta.. anche.. anche a te e..»
«Jillian, non dirlo nemmeno per scherzo» sembra sconvolto «Ha già del miracoloso che siamo usciti dalla foresta più o meno illesi» fa una smorfia, mentre cerca di mettersi a sedere ignorando le mie proteste «Perché stai bene, non è vero?» indaga, improvvisamente angosciato, scrutandomi il volto.
Scuoto il capo, senza riuscire a trattenere un sorriso. Il primo, dopo moltissimo tempo.
«Tutto a posto» mi allungo, baciandogli la fronte. Fa una smorfietta, un po’ di colore gli riscalda le guance.
«Sono stato una pessima ombra» commenta cupo, stringendomi una mano.
«Sono stato peggio io» una smorfia, e non sono sicura stia facendo dell’ironia «Ma vedo che non ne ho bisogno. Prima che mi addormentassi, hanno portato la Traviston, mezza morta, avvolta nello stendardo di Serpeverde. Una scena che avrebbe commosso anche Tu-sai-chi.» rotea gli occhi, senza curarsi di celare il disgusto. Non ce ne è bisogno, a questo punto, le carte sono state svelate e non c’è motivo di far finta che in questa scuola tutti vadano d’amore e d’accordo «Dovevi essere veramente arrabbiata, per averla ridotta in quello stato»
«Oh» commento, sorpresa «Veramente non credo di essere stata io, mi spiace deluderti. L’ho persa di vista, dopo un po’, mentre correvamo tra gli alberi. Sarà stata Georgiana, non lo so» scuoto il capo. Per quanto la Velenosa per eccellenza possa starmi antipatica, non credo che sarei riuscita a ridurla in fin di vita.
Annuisce, pensieroso. Poi, un lampo gli attraversa lo sguardo e la sua mano si stringe con forza attorno alla mia, fino a farmi male.
«Julia?» chiede con un filo di voce. Poche volte in vita mia ho visto una persona così tanto preoccupata per qualcuno. Se non fosse che è perfettamente comprensibile in questa situazione, potrei persino essere gelosa. Ma è Carlisle. E’ il mio, Carlisle, e ha un cuore grande al punto da voler bene a persone che conosce da poco e a cui è vincolato da un legame che avrebbe potuto evitare facilmente, se davvero avesse voluto. Ma non l’ha fatto, e ora il non sapere lo divora. Chi sono io per lasciare che la tortura non finisca. Chiudo gli occhi un attimo, stringendo forte la sua mano. Poi, inizio a parlare. Raccontandogli tutto quello che so.
Con la promessa da parte sua di riposare e non azzardarsi ad attraversare il castello per uccidere Riddle e la sua cricca seduta stante, lascio Carlisle a quello che spero sia un sonno senza sogni. Audrey sta tornando verso Peter, Aedan e Georgiana, tutti e tre pallidi e provati da quella che deve essere stata una notte infernale. La mia Caposcuola si tormenta le dita magre, senza però aprir bocca, limitandosi a sgranare gli occhi quando la bionda boccolona annuncia che abbiamo il permesso di vedere Julia.
«Carlisle vuole sapere come sta Julia» annuncio. La mia amica tira un sospiro di sollievo: se vuole sapere come sta lei, allora non è in una situazione così grave. Aedan, però, non è d’accordo. Protesta, ma debolmente. Stanco, anche lui, guarda me e la mia amica con stupore, nel sentire che siamo state noi a riportare la sua bella al castello. Poi, fa l’ultima cosa che ci aspettavamo da un principe del ghiaccio come lui: ci abbraccia, ringraziandoci.
Sento gli occhi pizzicare e mi affretto a seguire le due figure sfuocate davanti a me fino al letto di Julia. Bella e fiera anche nella caduta, la Grifona soffre, il volto pallido ricoperto da minuscole goccioline di sudore. Georgiana si morde le labbra, chinandosi su di lei per posarle una pezza sulla fronte, ma si ritrae quasi di scatto, irrigidendosi all’improvviso quando Julia schiude le labbra per mormorare qualcosa che non riesco a cogliere.
«Nel delirio, mi scambia per sua madre. L’infermiera ha detto che la febbre è molto alta, ma entro domani dovrebbe scendere. In un paio di giorni dovrebbe iniziare a riprendersi.»
Guardo Audrey di sottecchi, mentre ci avviciniamo al letto: è calma, non da segno di emozioni, ma potrei giurare che sotto la superficie ribolle un mare in subbuglio.
«Ida..» sussurra Julia.
Non posso fare a meno di rabbrividire, cercando la mano della mia amica che, prontamente, restituisce la stretta.
E’ straziante, non posso tollerarlo un minuto di più. Audrey mi cinge la vita con un braccio, sussurrandomi che si rimetterà presto e andrà tutto bene. Guardo Georgiana, sottile e indistruttibile accanto alla sua amica, e mi chiedo cosa avrei fatto io se ci fosse stata la ragazza al mio fianco in quel letto.
Quando facciamo ritorno nella Torre, non ho ancora trovato una risposta.
***
Cortile interno, la mattina dopo. Il viso della nonna è una maschera di rughe e severità.
Come al solito, la mamma e il papà non hanno potuto lasciare il San Mungo –pare che ci sia stato del rumore attorno al padre di Eveline Sanders, la principessa caduta delle onorevoli Serpi- e adesso sono sola a sopportare il suo sguardo glaciale e il suo silenzio carico di rimprovero.
McKanzie e Salinger sono stati i primi cognomi convocati sulla lista di Dippet, le prime vittime degli alti ranghi scolastici. Ho come il sospetto, però, che ai colloqui della Traviston, Norwood, Lywelyn e Jasper (ammesso ci sia, un colloquio per loro) non ci sarà l’amabile presenza di Martine Lewis a testimoniare come due studentesse di Corvonero si aggirassero per il castello ben dopo il coprifuoco in atteggiamenti sospetti e con gli abiti laceri. E con un macete sporco di sangue tra i denti, giusto per rendere più piccante la storia e più pesante la punizione.
Non ho idea di cosa sia stato detto, la dentro. Non ho idea di quanto grande fosse la spada di Damocle sul nostro capo, questa mattina, quando si sono riuniti per discutere del nostro immediato futuro.
Ho passato la mattina a consumare il pavimento della Biblioteca, facendo finta di studiare per gli esami. Audrey è scomparsa con Peter dopo la prima mezz’ora passata a sfogliare libri a vuoto e non l’ho più vista da allora, fino a quando una terrorizzatissima bimba che mi sembra faccia parte del Carlisle fan-club non è venuta a dirmi che “una signora mi aspettava fuori, nel cortile”.
Ed eccomi qua, in attesa di conoscere il verdetto della giuria.
«Jillian» esordisce alla fine, guardandomi con severità. Nulla, nel suo volto, lascia presagire a qualcosa di buono.
L’imputata Jillian McKanzie si alzi, prego.
Non rispondo, abbassando lo sguardo. Non mi lasciano fare gli esami. Sono stata espulsa in tronco, senza preavviso, senza possibilità di appello e di ripensamenti. Lo sapevo, lo sapevo.
«Jillian, mi auguro con tutto il cuore che tu abbia trovato il tempo per studiare, tra un’incursione nella foresta e l’altra» prosegue «Perché se la tua media non rasenterà l’eccellenza allora temo che questa sia stata una mattina ufficialmente persa.»
Alzo gli occhi, sentendo il sangue pulsare più forte. Non mi espellono. Posso fare gli esami.
«Ed è chiaro che avrai un richiamo ufficiale e che l’accaduto avrà relativa risonanza nel tuo avvenire, ma…»
Smetto di ascoltarla, in preda ad un’ondata di euforia. Già mi vedo tra qualche settimana a ridere di quanto è accaduto con tutti quanti, davanti ad una coppa di gelato da Florian. Io, Carlisle (perché figuriamoci se lo espellono, è una delle glorie della scuola), Milo, Eugene, Georgie e Julia, Audrey.. Audrey.
«E Audrey?» la interrompo, senza rendermene conto. Mi guarda irritata per un attimo, prima di riprendere a parlare.
«Come stavo dicendo, sia tu che la tua amica affronterete tutto questo assieme. Con un po’ di fortuna sarete nuovamente nella stessa Casa e…»
«Che sciocchezza nonna, certo che saremo assieme! Lo Smistamento c’è solo al primo anno»
«Ma si può sapere dove hai la testa, Jillian?» sbotta, stizzita «A Beauxbatons sarete smistate, esattamente come accade a tutti gli studenti che vi accedono per la prima volta. Ma tu guarda, non ascolta nemmeno, sua madre mi sentirà..»
Io, da parte mia, non la sento più. C’è una sola, enorme parola, che mi rimbomba nella testa. Beauxbatons. Ha il suono di una condanna.
Ha il suono dell’esilio.
***
Infermeria, una settimana dopo.
«Sicuro di aver preso tutto?» domando per l’ennesima volta a Carlisle, che sbuffa.
«Jill, tesoro, si!» ride «E anche se avessi dimenticato qualcosa, posso sempre tornare a prendermela quando voglio»
«Tu non metterai piede qui dentro per un bel po’» ringhio, senza riuscire ad essere veramente minacciosa. Ma il succo è chiaro: il mio ragazzo non deve più rimettere piede in infermeria, né da sano né tanto meno da malato. Non esiste proprio. Milo sghignazza, in piedi accanto ad Eugene che fischietta, perso nel suo mondo di pentagrammi e tonalità.
Dopo una settimana di degenza, Carlisle torna a piede libero. Le ustioni sul petto, che tanto avevano fatto preoccupato la Mound, se ne sono completamente andate, senza lasciare nemmeno una cicatrice, e non c’è più motivo per cui il mio ragazzo debba rimanere in isolamento.
Guardo con un sorriso l’enorme striscione che Milo sta facendo arrotolare con delicati colpi di bacchetta, segno di tutto l’amore e tutto il sostegno del Carlisle fan-club, e i mazzi di fiori che costellavano il suo comodino, ricoperto di biscotti e dolci sgraffignati in cucina. Il biondo orso dall’ugola d’oro li raccoglie goffamente, senza nemmeno provare a sfiorare la bacchetta, e precede i suoi due compari in corridoio, subito seguito da Milo.
«Allora, vieni?» domanda il moro, con un abbagliante sorriso.
Tutto questo mi mancherà, da morire.
Sospiro.
«Jill, tesoro» esclama, cogliendo la mia tristezza. Mi si avvicina, intrappolandomi in un abbraccio appassionato «Se bruci d’amore per me al punto da sospirare per un sorriso, molla subito questo damerino pel di carota e fuggi con me!»
«Giù le zampe» ringhia Carlisle «Tieni giù le tue manacce dalla mia ragazza»
«Altrimenti che mi fai?»
«Lo stesso che ho fatto a Norwood»
«Oh si, ti prego!» geme lui «Anche io voglio una scusa per fare gli esami in privato, tra un mese!»
«Vi muovete, voi due?» si lamenta Eugene, facendo spuntare la sua testona bionda dalla porta.
«Si, si, arriviamo!» riprende il rosso «Devo solo uccidere questo idiota qui»
«Carl, vecchio mio. Se non fosse che sei convalescente ti avrei già steso da un pezzo»
«Ti piacerebbe, Ashmore, ammettilo»
Oltrepassano la soglia, battibeccando allegramente. Rimango qualche passo indietro a guardarli: uno biondo, uno rosso e uno moro. Le tre persone più diverse di questo mondo, che però si sono trovate e sono ora inseparabili. Come fratelli, hanno condiviso ogni cosa, ogni gioia, ogni dolore, ogni sogno, ogni speranza. Come fratelli.
Li guardo mentre camminano felici, a tratti accennando un salto, a tratti voltandosi per guardarsi in faccia.
E io non sarò più con loro.
Il pensiero mi folgora, paralizzandomi completamente. Immobile, chiudo gli occhi, lasciando che una più profonda percezione della realtà prenda possesso di me: i rumori, i profumi. La pietra dura sotto i piedi, il cinguettare degli uccellini nell’aria quasi estiva, le risate dei ragazzi davanti a me, una porta che scricchiola, lo strillo di tre ragazzine del primo anno.
La triade di Tassorosso è tornata per calcare ancora i corridoi della scuola.
Io lo faccio in questi giorni per l’ultima volta.
***
31 giugno 1944, King’s Cross –Londra.
Isabel sbadiglia, sonoramente, accoccolata addosso a Eugene che, rosso d’imbarazzo, non riesce a smettere di toccarle i capelli.
«Odio questo viaggio» protesta lei, roteando gli occhi «Non finisce mai»
«Siamo quasi arrivati, invece» commenta Milo, la voce velata da un’impercettibile tristezza. Carlisle mi stringe più forte e io mi giro, affondando il volto nell’incavo del suo collo. Inspiro a fondo, riempiendomi del suo profumo e del suo calore. Giuro che non avrei mai voluto che finisse così. MAI.
La periferia semi-distrutta di Londra sfreccia fuori dal finestrino, senza nasconderci gli orrori che il mondo babbano ha scatenato sul pianeta, orrori a cui noi davamo relativa importanza, protetti nella nostra gabbia dorata.
Sento il mio ragazzo sospirare, man mano che il treno inizia a perdere velocità.
«Va tutto bene?» mi chiede, sottovoce. Annuisco, ma un nodo alla gola mi impedisce di parlare. Chipie miagola, dalla sua bella cesta di vimini; un incantesimo particolarmente difficile le impedisce di uscirne.
Ho come l’impressione di trovarmi a mille miglia di distanza, in un luogo al di fuori del tempo e dello spazio. Attorno a me ci sono montagne di ricordi che si accavallano, prepotenti, e la netta sensazione di essere arrivata ad un punto di svolta. Al secondo anno, tornando a casa a fine anno, ho passato buona parte del viaggio a tormentare Isabel chiedendole cosa provasse uno studente all’ultimo anno al suo ultimo viaggio di ritorno da Hogwarts. All’epoca ero perdutamente innamorata di un ragazzo del settimo, il Capitano della Squadra di Quidditch di Corvonero. Non era bellissimo, ma aveva qualcosa che mi impediva di non pensare a lui. Chissà, forse era il presentimento che probabilmente non lo avrei mai più rivisto a renderlo così assolutamente speciale ai miei occhi, perché adesso non c’è dettaglio che non lo sia. Il sole che bacia i capelli di Isabel, il broncio imbarazzato di Eugene e la melodia che canticchia sottovoce, la camicia con le maniche rimboccate di Milo, la pila di libri di Audrey, la sciarpa che Peter ha dimenticato di infilare nel baule e che se ne sta abbandonato sul sedile. Carlisle.
Le sue mani, che scivolano lungo la mia schiena e rimangono imprigionate tra i miei capelli, quel suo modo assolutamente unico di sollevarmi il volto premendo sul mento, con la punta delle dita, per poi rubarmi un bacio.
Il treno si ferma, con un sincronismo terrificante, nell’esatto istante in cui le nostre labbra si separano. Il chiasso nel corridoio esplode vivacemente, attorno a me un turbinio di piume, baule che lievitano e i lamenti di Eugene, che probabilmente è andato a sbattere contro il portabagagli o qualcosa del genere. Nel giro di un attimo, lo scompartimento è vuoto.
Ci siamo solo io e lui; io ho ancora gli occhi chiusi. Carlisle si alza, sono sicura che sta prendendo anche il mio baule.
«Jill..?»
«Un secondo» lo prego «Un secondo e arrivo»
«Ci vediamo giù»
Annuisco, mentre se ne va. Solo io, adesso.
Lame di luce trapassano i sedili di velluto color porpora, facendo danzare granelli di polvere attorno a me; nuvole di vapore piroettano fuori dai finestrini, simili a montagne di zucchero filato e panna montana.
Adesso mi alzo.
Prendo Chipie tra le braccia e faccio scivolare di lato la porta, esco in corridoio e scendo dal treno.
Per l’ultima volta.
C’è la nonna, che aspetta. Con il vestito buono e la sua espressione più severa, quella da portare abbinata alle perle che il nonno le ha regalato per il ventesimo anniversario di matrimonio.
La raggiungo, le do un bacio sulla guancia. Lei brontola qualcosa, poi Audrey, sorella e compagna di sventure, mi raggiunge con il suo caldo sorriso, che ricambio. Un attimo ancora e c’è pure Carlisle, che si trascina dietro un carrello con sopra i nostri bauli. Saluto Audrey, promettendole di scriverle non appena arrivo a casa, poi mi volto.
Il mio ragazzo mi stringe la mano, mentre inizio a camminare.
Non è stato un anno facile, ma è stato favoloso. Tante cose da ricordare, tante da dimenticare.
Jasper mi sfila accanto, alto e splendido come un dio greco; mi rivolge un’occhiata e quello che sembra un sorriso di scherno ma che forse, in fondo in fondo, è un addio che non si aspettava di dover dare adesso. Lo vedo correre via, verso i suoi Principi, verso la sua estate, verso il suo domani.
Vedo Julia e Georgiana che chiacchierano, in un angolo, vedo Aedan e Sebastian. Audrey segue mogia l’autista di famiglia, Isabel saltella dietro il suo orso buono dopo averne conosciuto i genitori, Opal avvampa quando Milo si china a baciarle la guancia e il giornale di un signore poco distante esplode; ma è solo un attimo.
Perché subito dopo, abbracciata a Carlisle, attraverso la barriera e mi lascio alle spalle un mondo intero che, quando rivedrò, se mai lo rivedrò, non sarà più lo stesso.
Lo giuro, non avrei mai voluto che finisse così.
Ma nemmeno nel più coraggiosi dei sogni e nella più sfrenata delle fantasie avrei saputo immaginare un finale migliore.
( Consequence )
Sembra che ogni brandello del mio corpo faccia male.
Sarà la botta, sarà la ferita, sarà che sono completamente teso, amareggiato, infuriato. Non ho assolutamente pulsioni positive, al momento.
Non ricordo bene, perché… stringo le palpebre, il mondo gira per qualche istante.
Riddle. Foresta. Julia……centauri. Luce. Julia per terra.
Sgrano gli occhi, mi porto seduto di scatto come se mi fossi risvegliato da un incubo. -Julia!- ho il tempo di lanciare un grido che si strozza in gola, Sebastian che afferra la mia spalla, cercando di rassicurarmi.
-Dove è Julia! Dove!- domando, quasi senza fiato. Lui mi calma un momento.
-E’…in infermeria…- mi informa, placando per qualche istante la mia ira -Aedan…c’è una cosa della quale dobbiamo parlare.-
( Reaction )
Lang mi ha spiegato. Pare che la situazione sia messa male.
Alcuni sono stati beccati, e sembra che la loro permanenza ad Hogwarts diventi un miraggio irraggiungibile, a detta dei ben informati.
No.
No.
No.
Non deve succedere, non può accadere. Non Julia, non Sebastian, non quest’anno.
Il futuro, dipende da questo. E non posso permettere che gente come Riddle lo ostacoli più di quanto non ha già fatto, maledetto. Che tu sia maledetto Tom Riddle.
Una missiva, chiara, con pochi giri.
Ho bisogno di aiuto. Ti aspetto ad Hogwarts , Aedan.
Un gufo che vola. L’Irlanda che accoglie questa comunicazione. Non resta che aspettare solo mio padre. Adesso.
( Face to Face )
Trovare mio padre di fronte è come fare un salto nel passato.
A quando…prima che arrivassi qui, avevo una famiglia. Una vita sicuramente meno movimentata, ma forse meno reale, per me.
-Papà.- è la sola cosa che dico, salutandolo. Lui inarca un sopracciglio nel notare la benda sulla mia nuca, fra i capelli scuri.
-Cosa è.- non è una domanda, più un ordine dietro lo sguardo severo ed imperturbabile d’oltremare.
-La ragione per la quale ti ho chiesto di venire qui.- esordisco. Lui si acciglia, si mette a sedere, scostando la mentella con un gesto della mano. Pronto ad ascoltarmi, almeno credo.
-La situazione sta cambiando, papà. Ed è tempo che le cose seguano il loro corso. Controversie, o non. Questo non è realmente importante. Mi hai sempre insegnato che ci vuole coraggio, che bisogna perseguire i propri obiettivi fino al raggiungimento, anche se ti stremano. Anche se ti…uccidono.- sottolineo, guardandolo.
-Ed io lo sto facendo…ma. A volte, lottare significa sacrificare altro. Tuttavia…non posso sopportare l’idea che una delle poche persone per me importanti ricada nell’abisso. Ho bisogno del tuo aiuto…- domando, continuando a fissarlo.
Lui poggia la mano sul tavolo, senza scostare i suoi occhi dai miei.
-Parla.- mi esorta, con tono distante. Freddo. Come se potesse leggermi attraverso quello che succede, lacerando l’anima.
-Devi chiedere al preside di non impedire alla signorina Julia Versten di sostenere i MAGO.- sembra quasi una imposizione, me ne rendo conto.
Non sono mai stato viziato, ma adesso, è questa l’etichetta che mi sento addosso.
Aengus picchetta le dita sul piano, guarda altrove, sembra rifletterci.
-Non ti ho mai chiesto nulla. Nulla. Vorrei, che facessi questo per me.- domando ancora.
Se anche ci fosse il rischio di essere schiantato, lo farei.
Ogni cosa, senza Julia, non ha senso.
E l’idea che il suo futuro potrebbe essere appeso ad un filo, non è tollerabile.
Lui mi ascolta, sospira pesantemente, si alza, riprendendo il suo guanto scuro.
-Miss Versten. Hai detto.- chiede, di spalle.
-Julia Versten.- confermo, guardando la sua schiena.
-Andrò da Dippett. Ora.- dice, aprendo la porta. -Buona fortuna, Aedan.- l’uscio si richiude.
Pesante, tagliente, definitivo.
Ho perso, un pezzo di me, oggi.
( amicizia )
Non. Mi. E’. Permesso. Vedere. Julia.
Sono queste le parole che mi straziano. Che vorrei cambiassero. Che mi uccidono e mi fanno star male peggio di quanto già non stia.
Audrey, nei suoi occhi chiari capisco che ha provato, che ha cercato, ma che il permesso si blocca solo a lei e a Jillian.
Guardo la porta. Vorrei pronunciare tanto la magica parolina ‘Bombarda’, o semplicemente entrare spingendola con una spallata.
Verrebbe giù. Verrebbe giù.
Ma non posso farlo, stringo un pugno. Mi sporgo verso Jillian e Audrey. Le abbraccio, è un gesto improvviso. Mai fatto. Mai.
Socchiudo appena gli occhi. Due scriccioli, due ragazze così fragili, due…amiche.
Mi scosto, porgo la mano a Sebastian, che la stringe.
Non so che cosa significhi, quello che sto facendo.
Ma finora. Non lo avevo fatto mai. Fidelius.
( due giorni dopo )
-Puoi andare.- la voce di Audrey sembra quasi una divinità che compare dal nulla a darmi la notizia più bella del mondo. Sorrido, finalmente. Mi alzo e la stringo quasi stritolandola mentre corro lungo i corridoi in direzione dell’infermeria.
Mai corso in vita mia. Mai in questo modo. Mi sto praticamente lanciando in avanti senza preoccuparmi di dove, e come.
Busso. Busso mentre invece vorrei perdere tutta la mia grazia ed entrare senza nemmeno chiedere il permesso.
-Avanti.- è la sola cosa che sento, spingendo la maniglia ed avanzando. I letti sfilano al mio fianco, fino a quando non mi soffermo su quello di Julia. Ancora pallida, ma comunque viva. E sta bene.
Ed è questa la cosa che mi importa.
Guarda altrove, la sua espressione è corrucciata in una smorfia di disappunto.
Mi chino verso di lei, sedendo sulla sedia accando al giaciglio chiaro che odora di disinfettante. La mano sulla fronte.
-Eih…- sussurro lentamente, aspettando che sia lei a parlare. Ma lei non mi guarda, sembra persa in altro, sebbene la sua attenzione sia vigile, tagliente, arrabbiata.
Non riesco, in un primo momento a concepire a cosa mai sia dovuto questo atteggiamento. Anche se in realtà non riesco a concepire poi molto, al momento.
Non parla. Non parla. E’ in silenzio, ma so che sente che sono qui. E’ spigolosa, pungente. Sembra quasi che non voglia sentire niente.
-Julia…- torno a ribadire, ma senza mutare il mio tono di voce.
La verità è che fa male. Nonostante tutto, dopo quello che è successo. Fa male saperla, e vederla in questo modo. La sola cosa che mi viene spontanea è sporgermi appena, poggiare un bacio sulla sua fronte.
-Tempo al tempo…- riesco a sospirare sulla sua pelle. Non capisco.
Vorrei capire.
Ma lei non sembra darmene la possibilità.
Sospiro ancora, alzandomi. Forse non è il caso che rimanga qui. Anche se, ammettiamolo, non è esattamente la cosa che avrei voluto, andare via.
Sono troppo impegnato nei miei pensieri per riconoscere il mormorato -Gr…e.- che mi arriva alle orecchie.
Torno seduto, guardo Julia che adesso volesse il cielo, sembra rivolgermi la sua attenzione.
-Cosa…?- domando.
Lei sorride, ma è un sorriso furbo e ammiccante, come se avesse trovato il modo di riprendersi un momento.
Si porta seduta sul letto, lentamente, facendo leva sulle braccia.
-Ho detto…- riprende. -Grazie, Aedan.- conclude, guardandomi. Io ricambio il sorriso, e sto per risponderle, ma eccola lì che torna alla carica con un -…Ti amo anche per questo.-
E penso di avere assunto, per la prima volta in vita mia, la classica espressione va ‘vitellone innamorato’, come ama definirmi Georgiana.
Con quel classico sorriso ebete che ti taglia in due la faccia, affettandola proprio.
Un bel respiro. Che non hai mai avuto problemi di dialogo, tu. Dico a me stesso.
-Posso tenerti con me?- le chiedo. Lei inarca un sopracciglio, mi guarda.
-In che senso, scusa?- anche se ho come l’impressione che lo stia facendo apposta. Rido leggermente, mi avvicino a lei stringendole la mano, reclino la testa baciandola nel momento in cui l’infermiera Mound è troppo impegnata nei fatti suoi per badare a noi.
Sciolgo appena le mie labbra dalle sue.
-Anche io ti amo.-
( binario 9 ¾ )
Tante cose sono cambiate, quest’anno.
Persone, ambienti, famiglia e ideali.
Tante cose, davvero.
Addio Hogwarts, addio rimpianti, addio silenzi.
Adesso, comincia una nuova vita. Con lei. E non esiste cosa che abbia una musicalità più bella di questa.
È la devastazione.
Ecco ciò che vedo in questo momento. Rami spezzati, alberi semicarbonizzati, e uno sgradevole odore di bruciato.
Distesa di fronte a me, Julia sembra dormire un sonno di pietra. Poco distante, Jillian cerca di fare il possibile per Sebastian, che per fortuna è in condizioni molto migliori.
La luce della luna permette di vedere e di orientarsi ma non mi permette di valutare i danni. Sembra solo svenuta a causa dell’incantesimo di quel subumano.
« Si rimetterà » dico, rispondendo alla domanda di Sebastian « Sperando sia solo stata schiantata e non ci sia altro. Domani avrà un gran mal di testa, ecco tutto. Ora però dobbiamo portarla via da qui. Lumos! »
La mia fedele bacchetta getta una luce dorata sul corpo di Julia. Sì, è stata schiantata da Riddle, ma non dovrebbe perdere i sensi così a lungo. A contrasto con la situazione, il suo bel viso è composto, ed i capelli appena in disordine.
Le tocco la nuca: deve aver battuto la testa. Sangue.
Mostro a Jill e Seb la mia mano.
« Dobbiamo portarla in Infermeria. » scatta lui, cercando di alzarsi in piedi.
Zoppica, ma si regge sulle sue gambe ed è in grado di camminare. Il taglio sullo zigomo è sparito grazie a Jillian. Ma si vede che è molto debole. Ha combattuto contro Dolohov, le sue forze sono allo stremo.
Tocca a me e a Jill.
« L’unico modo è farla levitare, e sorreggerla. » dice Sebastian « Ma dovrete farlo voi. Io non… »
Incantesimi? Jill riprende un po’ di colore sulle guance. E anche io mi sento sollevata: Incantesimi. Si può fare.
« Insieme, Audrey. Da sole non ce la faremmo. » mi sussurra.
Mentre castiamo l’Incantesimo di Levitazione, Sebastian ci osserva con un’espressione sconfitta. Credo che si senta impotente di fronte alla sua migliore amica, di fronte a lui, a un passo dalla morte.
« Seb, puoi stare davanti e fare strada? » domando.
Poco dopo ci stiamo muovendo verso il castello. Con alcuni semplici incantesimi del terzo anno, il Caposcuola di Grifondoro apre un corridoio libero da sterpi.
« Al diavolo i Centauri, al diavolo la Foresta, al diavolo tutto questo. » mormora, negli intervalli fra una fattura e l’altra.
Jill ed io ci scambiamo un’occhiata; vorremmo dire qualcosa, rassicurarlo, ma siamo così sature di emozioni, da riuscire solo a trattenere un pianto nervoso.
Alla fine, raggiungiamo l’entrata di Hogwarts. Distendiamo Julia su una panca imbottita, e Jill ne approfitta per controllarle il polso e le pupille. La fortuna di avere una figlia di Medimaghi come amica.
« Sebastian, torna in camera. Ci pensiamo noi. » inizia la mia amica.
« State scherzando?! Io non mi muovo! » esclama, con voce alterata.
« Non ti reggi in piedi. » intervengo, fredda. « E ti beccheranno. »
« Beccheranno anche voi. » risponde.
« I Salinger ed i McKanzie arrangeranno la situazione. Qui amano i purosangue, e noi… lo siamo. Abbiamo una vaga possibilità di farcela. Lo sai che Julia ti direbbe lo stesso. Vai. »
Non so dove trovo la forza per reggere il suo sguardo.
« Ormai siamo al sicuro. Qui non può succedere nient’altro. » ribadisce Jillian.
Sebastian accarezza il viso di Julia con una delicatezza che non gli avevo mai visto.
« Vado a cercare Georgiana, le racconterò l’accaduto. » sussurra, poi volge le spalle e si allontana.
La panca levita di fronte a noi, mentre ci dirigiamo verso l’Infermeria. Di fronte all’ingresso, sto per dire ancora qualcosa quando…
« Oh, ragazze. »
È la voce stanca dell’infermiera Mound.
« Che cosa avete fatto…» mormora, mentre distende Julia sul letto più vicino. « E lei, povera ragazza…»
Jill trema, e mi accorgo di non essere da meno. Spinta dalla paura, che resta ferma nel mio animo come una spina, dal nervosismo, represso fino ora, dalla rabbia, mai sopita, cerco la mano della mia amica.
Ci stringiamo in un abbraccio, che non ha nulla di felice.
È solo un modo per dirci senza parlare: “Siamo qui, insieme, siamo vive.”
Lo scontro. Julia e Sebastian. La gentilezza dell'infermiera Mound, che voleva farci sgattaiolare via. La freddezza di Martine Lewis, che ci ha beccate.
Sembra passato un anno da ieri sera. Invece non si tratta nemmeno di dodici ore.
Chiuse nel nostro bagno, io e Jillian piangiamo in silenzio, sedute una accanto all’altra sul bordo della vasca. Il bel vestito bianco di Jill è strappato lungo l’orlo, ed il mio macchiato di fango.
« Jill, i tuoi piedi. » dico, indicandoli. Sono sporchi, e feriti.
I miei sono ancora stretti negli scarponcini, in origine scarpe col tacco. In origine, prima della trasferta nella Foresta Proibita.
La mia amica si alza, solleva la gonna e li osserva. Poi fa un passo dentro la vasca ed apre l’acqua. Esco dal bagno, per prendere le camicie da notte in camera, e il flacone dell’acqua ossigenata. Jill intanto si toglie l’abito dalla testa, e apre l’acqua.
« Vorrei farmi una doccia. Ma prima di tutto vorrei dormire. » sussurra.
« Anch’io. »
Disinfetta le ferite e poi le cura con un incantesimo.
« A volte vorrei che non fosse mai successo niente. Ida, Julia, il Fidelius… »
Jill lascia cadere la bacchetta.
« Carlisle! »
Oddio. E Peter!
Trovo la mia metà in infermeria, dove ho accompagnato Jillian.
« Peter! » esclamo, quando lo vedo sano e salvo, accanto a Sebastian.
« Amore! »
Odio che sia così appiccicoso in pubblico, ma in questo momento non mi importa di nulla se non di abbracciarlo. Sebastian distoglie lo sguardo. In disparte, Aedan guarda fuori dalla finestra.
« Dov’è Georgiana? » gli chiedo. So che sta bene, ma mi sembra strano non vederla qui.
« Vicino a Julia. »
Dietro le tende tirate, si intravede la sagoma di una ragazza alta, seduta vicino al letto.
« Come stanno? »
« Georgiana sta bene, e Julia…» la voce gli si spegne « Julia ha la febbre alta. Delira. »
« Ha battuto la testa. Non è solo lo Schiantesimo. » poi aggiungo « Non possiamo entrare? »
Sebastian fa un cenno di diniego.
« Solo Georgiana. Puoi provare a chiedere all’infermiera. »
Mi stacco da Peter e cerco la signora Mound.
« Vorrei vedere Julia. »
« Mi dispiace, cara. Non è possibile. »
C’è del dispiacere sincero nella sua voce.
« Senta, è probabile che io venga espulsa. E così anche Jillian. Vorrei almeno che ci fosse concesso di vedere la nostra amica. »
Non so se stiano contemplando l’espulsione, Dippet, la Lewis e compagnia, ma basta che lei ci creda e ce la lasci vedere. Anche se mi spiace ingannarla.
« E va bene. Ma solo voi tre. Nessun altro. Niente studenti maschi. È chiaro? »
« La ringrazio. »
Avrei voluto spingermi più in là e chiedere che anche Sebastian e Aedan la potessero vedere, ma non è il caso di buttare al vento ciò che ho ottenuto. Perlomeno possiamo dare una mano a Georgiana.
Jillian riappare fra noi.
« Carlisle vuole sapere come sta Julia. »
I ragazzi mi guardano curiosi.
« L’infermiera ha detto che possiamo entrare, ma solo io e Jill. »
« Voglio vederla anch’io. » afferma Aedan « Perché non mi è permesso? »
« Loro l’hanno riportata qui. » mormora Sebastian « Hanno fatto tutto il lavoro, viste le mie condizioni. »
L’espressione di Aedan muta all’improvviso, e si avvicina a noi; temo quasi che stia per fare un gesto inconsulto, ma lui si protende verso di noi e ci abbraccia.
Poi ci lascia andare, e stringe la mano a Sebastian.
Non dice una parola, ma credo che in questo momento sarebbe chiedere troppo.
Entriamo nella barriera di tende.
Georgiana ci guarda, sorpresa.
« Abbiamo il permesso. » le dico.
Julia è pallida, il viso sudato. Indossa una camicia da notte bianca, il cui colore quasi si confonde con quello della sua pelle nivea. A tratti, è scossa da un tremito.
Georgie si china su di lei, passandole una pezza umida sulla fronte.
“Mamma…”mormora il capo del Fidelius.
Georgiana si irrigidisce per un momento, poi si rivolge a noi:
« Nel delirio, mi scambia per sua madre. L’infermiera ha detto che la febbre è molto alta, ma entro domani dovrebbe scendere. In un paio di giorni dovrebbe iniziare a riprendersi. »
Io e Jillian ci avviciniamo.
« Ida… »
Jill rabbrividisce, e mi stringe la mano. Io ricambio la stretta.
È terribile vederla in questo stato.
« Audrey, ho parlato con il preside e tutto il consiglio degli insegnanti. »
Mio padre ha mollato tutto per venire qui. Forse in condizioni normali ne sarei quasi felice. Non ha mandato mia nonna come al solito. Ma avrei di gran lunga preferito zia Diane.
« Potrai terminare l’anno. Darai gli esami come tutti i tuoi compagni. »
Trattengo il fiato.
« Tuttavia, ti è caldamente raccomandato di pensare ad una nuova scuola per il prossimo anno. »
« Mi espellono? »
« Non in modo ufficiale. Avrai un richiamo, s’intende. L’accordo è stato stipulato in forma privata fra me, i McKanzie ed il collegio docenti. »
« Quindi anche Jill…? »
« Anche la tua amica, sì. »
Siamo sotto la mia quercia.
Mio padre fuma un sigaro. Credo che sia arrabbiato, ma anche deluso; non mi capisce, non capisce l’ultimo legame fisico che lo lega a mia madre.
Gli esami siano andati come siano andati. Quest’anno potrebbero essere anche stati un disastro, ma per me non significherebbe nulla.
Siamo sul treno che ci riporta a Londra. L’Espresso di Hogwarts sferraglia allegro.
« Fra poco arriveremo al binario 9 e ¾, nella stazione di King’s Cross, Londra. » strilla l’altoparlante.
Riprendiamo i nostri bagagli dalle reti sopra le nostre teste, e ci prepariamo.
Con uno stridio di freni, ci fermiamo. Iniziamo ad uscire con tutta la fretta di chi non vede l’ora di iniziare le vacanze. Mi sembra ovvio che non possa filare tutto liscio. Mentre cerco di scendere ai gradini, mi scivola il libro che stavo leggendo in treno.
A salvarlo da una brutta fine sotto i piedi di un branco di Serpeverde, una ragazza con i capelli scuri e un viso da principessa. So che è una Corvonero, l’ho già vista un paio di volte in Sala Comune, e che il suo nome è Elinor.
« Tieni. Certa gente non ha proprio rispetto. » mi dice, porgendomelo.
« Grazie. E sì, certa gente non sa proprio cosa sia. »
« Infatti. Fa piacere vedere alcuni di loro un po’… provati, ecco. Ringrazierei chi li ha conciati così. » risponde, lanciandomi uno sguardo eloquente.
« Mh, credo proprio che potresti farlo. Grazie ancora, e buone vacanze! » la saluto, notando Jillian che mi fa segno di avvicinarmi.
Sua nonna, la terribile signora McKanzie senior, è accanto a lei e la sua espressione è a dir poco battagliera.
« Audrey, ti presento mia nonna. Nonna, lei è Audrey Salinger. »
« Quindi sei la figlia di Mr. Salinger! Ah, cara, tuo padre è un vero gentleman. » inizia, cordiale « Comunque l’avete combinata grossa, e credo proprio che sarete castigate a dovere. » conclude, furibonda.
Jill sembra imbarazzata, ma non ce n’è motivo. Sua nonna è venuta a prenderla. Io ho l’autista che mi aspetta, tanto per dimostrare quanto mio padre ci tenga a me.
Ignoro Mrs. McKanzie e abbraccio Jill.
« Ti scrivo appena arrivo. E poi, dobbiamo organizzarci per il prossimo anno. » le sussurro.
Il prossimo anno. Beauxbatons. Non Hogwarts.
Mentre mi allontano, saluto con un gesto la mia amica, sua nonna e Carlisle, che le ha raggiunte nel frattempo.
Affido i miei bagagli a Bob, l’autista.
« È pronta a tornare a casa, signorina Salinger? »
« Certo, Bob. Andiamo. »
« Gut.. che ne pensi? » in uno svolazzo di velluto beige, compio una breve piroetta su me stessa, soffermandomi poi ad osservare Frances in attesa del suo verdetto. La mia compagna di stanza - con cui ho imparato a fare amicizia, lentamente come mio solito, mi guarda con i lucciconi negli occhi, battendo un paio di volte le mani in segno d'approvazione.
« E' davvero stupendo, Leen! Ti sta una favola. »
« Le sarte di mio padre fanno scintille. », ironizzo, scuotendo appena i capelli biondi da brava cocchina di papà. Sogghignando, Frances si sistema minuziosamente il nastro di seta intorno alla vita, osservandosi allo specchio più per curiosità, che per vanto. Io invece mi spio dall'angolo, più per vanto che per altro.
« E chi è che ti porta al ballo, bellezza? », domanda lei dopo poco, arricciando il nasino in un'espressione sorniona. Le lancio un'occhiata eloquente, nel riflesso dello specchio, senza rispondere. Deve insistere con la sua domanda ancora una volta, prima che io mi ritenga sconfitta dalla sua testardaggine.
« Garet Haslett. », schiocco la lingua sul palato, avvicinandomi al mio beauty-case.
« Maddai? E' ..insomma, l'ex di Georgiana! », si entusiasma nell'informarmi, stringendo le labbra in una smorfia un po' preoccupata.
« Non mi porta sull'altare, Frans. Rue, bitte. », sospiro, sorridendo tra me e me; non credo che Georgiana avrà qualcosa da ridire, e se comunque l'avesse, ci siamo già incontrate su terreno di battaglia; e a me non dispiacerebbe per niente, d'altronde, re-incontrarla in duello. Intanto ho provato tre dei miei rossetti preferiti sul dorso della mano, e sono convinta che non me ne starà bene uno - forse avrei dovuto chiedere alle sarte un vestito rosso, quello si sarebbe più adattato alle mie esigenze. Abbandono i tentennamenti in un breve prendere un respiro profondo, optando per un rossetto terra, chiaro e rossiccio, non troppo evidente, delineando le labbra con cura - come mi ha insegnato a fare mia zia quando ancora giocavo con i suoi trucchi, da bambina. Mia madre non ne ha mai avuto la possibilità, d'altronde. Osservo la lente che avevo preparato, su un fazzoletto poggiato sul mobile accanto al beauty-case. E con una lieve risata, guardandomi allo specchio, la lascio lì. Oggi più colori ho in viso, meglio è.
« Io scendo ..non far aspettare troppo il tuo cavaliere. », cinguetto sarcasticamente, passando attraverso l'entrata del dormitorio.
« Non hai messo la lente. », scandisce Garet, scrutando con soddisfazione i colori dei miei occhi, seguendo distrattamente alcuni passi di danza, mentre la Sala Grande si anima del chiacchiericcio, misto al sottofondo piacevole della musica. Il ballo è, come d'altronde lo è anche nella mia vecchia scuola, un evento che entusiasma anche gli animi più indolenti.
« Ho deciso che stasera non ne avrei avuto troppo bisogno. » gli rispondo, con un piccolo sorrisetto, che viene ricambiato dall'inclinazione sghemba e divertita delle labbra di lui dopo non troppi secondi. Lo vedo lanciare un'occhiata fugace a Georgiana, dall'altra parte della sala - impegnata in uno scioglilingua davvero trasportato insieme al caposcuola Grifondoro, prima di fermarsi e prendermi per mano delicatamente, facendo un cenno verso il tavolo del buffet.
« Ponch? », domanda, facendo un passo in avanti.
« Volentieri. », annuisco, lasciando la mia mano nella sua. Non è così spiacevole, dopotutto. Mi sorride in silenzio; sembra la cosa che riesce a fare meglio, molte volte, con l'angolo delle labbra caratterizzato da una punta di timidezza che, tuttavia, stenta sempre a lasciargli il viso, nascondendosi in qualche angolo, tra le pieghe del sorriso o nel riverbero degli occhi burrascosi.
« Così, tra un po' finisce l'anno. Come ti senti? », avanzo dopo un po', mentre ci avviciniamo al tavolo del buffet senza fretta.
« Eh. Un po' ansioso, a dire la verità. », risponde sinceramente, stringendo appena le labbra.
« Ti dispiace di crescere, Peter Pan? », domando ancora, con ironia. Sogghigna silenziosamente, esprimendosi in un piccolo sbuffo - quasi l'accenno di una risata trattenuta, e uno scuotere appena accennato del capo. Eccola lì, un'altra non risposta delle sue.
« Cosa farai, finita la scuola? », e continuo; so che a lui non da fastidio perchè dopo un po' che ci frequentiamo ho imparato a conoscerlo quello che serve. E lui anche, e sa che non sono una persona insistente - ma qualcuno tra i due deve pur intrattenere un minimo di conversazione.
« Pensavo di seguire un corso per diventare Medimag- », adduce, ma s'interrompe quando la voce di Lumacorno esordisce in tono pomposo, scavalcando tutto il rumore che rieccheggia in Sala Grande.
« Signori e signore, l'elezione di Miss e Mister Hogwarts! ». Tom Riddle, e Julia Versten; davvero due, bellissimi, buoni partiti. E non capisco perchè Garet diventi così irrequieto, quando è una cosa del tutto normale - almeno, davanti ai miei occhi.
« Accidenti. », borbotta lui, deglutendo un grosso malloppo di quelle che sembrano preoccupazioni nascoste.
« Cosa c'è, Garet? »
« Resta qui, Leen. Vengo subito. », mormora, allontanandosi velocemente tra la folla senza nemmeno darmi il tempo di provare a trattenerlo, mentre Julia e Tom, aprono le danze di una serata più incandescente di quanto avevo previsto.
Mi è difficile immaginare dove si possano essere dileguati tutti; da quando Julia e Tom hanno terminato il loro bel valzer, ho visto disperdersi tra la folla - e anche velocemente, la sopracitata damigella, Audrey, Georgiana e Sebastian Lang e persino il cavaliere che doveva tenermi compagnia sembra essersi smaterializzato via. Incrocio le braccia al petto, e stanca di stare appoggiata al tavolo del buffet, accanto al boccione del ponch - dove avrei voluto ritrovare Garet, mi intrufolo fra gli studenti - diminuiti in gran numero. O forse è solo una mia sensazione, e probabilmente quella resterà, perchè la maggiorparte dei presenti è tutta presa dal ballo e dai loro accompagnatori/accompagnatrici, mentre io invece, con la possibilità di stare da sola, sento che c'è qualcosa che non va. O che non sta andando, in questo preciso momento. La voce forte e intonata di Eugene Pennington risuona nella sala, sovrastando il coro nell'armonia del pezzo che hanno deciso di presentare, e mentre mi faccio spazio quanto posso, tra pizzi e svolazzi dei vestiti sontuosi di gran parte della scolaresca femminile, passo accanto al professor Crale di Astronomia, nonchè direttore di Corvonero. Caso vuole che una spinta di troppo mi ci fa impattare contro - essì, perchè come appena arrivata, anche io merito di fare le mie magre figure andando a sbattere contro i docenti. E se non volontariamente, un aiutino i miei compagni di scuola sanno darmelo volentieri.
« Signorina Neumann! Tutto a posto? », domanda lui, garbatamente, dopo aver appurato che il lieve scontro non abbia provocato molti danni.
« Tutto a posto, professore ..mi scusi, mi hanno spinta. », esordisco, traendo un sospiro.
« Si figuri, si figuri. Visto che è qui ..sa dirmi dov'è la signorina Harrington? Come caposcuola ha il dovere preciso di controllare i dintorni; in più devo parlarle e non riesco proprio a trovarla. », pronuncia, in maniera eloquente, scrollandosi brevemente i bordi della giacca di gessato blu scuro, perfettamente in tinta con il suo essere Capocasa Corvonero. Sento di essere marginalmente nei guai, oltre che infastidita eccessivamente dal non sapere cosa diavolo sta succedendo, perchè lo sento - e come diceva Alexander, il tuo sesto senso è uno dei più affinati di tutta Durmstrang, liebchen, e chissà se questo vale anche qui a Hogwarts. E devo prendere una decisione, in fretta - se seguire il mio rinomato sesto senso o indirizzare Crale dove ho visto scomparire Georgiana.
« Non so proprio, l'avrò vista si e no mezz'oretta fa ..sarà sicuramente qui intorno a pattugliare. », cerco di prendere quanta più sicurezza in me stessa - tanta, dicono di solito, anche se fingo, ma visto lo sguardo un po' in tralice del professore, non ho fatto del mio meglio.
« Così ..l'ultima lezione è stata davvero interessante, Professore. », sbatto due o tre volte le ciglia, e via con le moine. Fortunatamente ho assorbito qualche nozione e termine necessari per distrarlo quanto di dovere e dare il via ad un fitto dialogo su stelle e costellazioni magiche, e bye bye "devo parlare con la signorina Harrington". Quanto meno, qualcuno avrà di che ringraziarmi, arrivati al nodo di una questione che non capisco - sempre che i miei sospetti siano fondati, d'altronde. Altrimenti, sarà stata solo una serata passata a parlare di luci nel cielo; tanto meglio, comunque, di stare da sola, nell'attesa di un cavaliere che non arriverà, non per il momento.
*Frances è un png inventato sul momento non presente ET non rilevante da me. Solo per non far stare sola in camera la mia bimba, più che altro. Din Don.
Partendo dal presupposto che non è possibile ricordarsi ogni cosa di ogni materia studiata nell’ultimo anno… la preparazione per i M.A.G.O. procede. Alcuni miei compagni di casa sono sull’orlo di una crisi di nervi, ma per quanto mi riguarda non ho intenzione di ridurmi in quello stato. Georgie è della mia stessa opinione, anche se fra i Corvi le crisi isteriche pre-M.A.G.O. e pre-G.U.F.O. sono molto più frequenti e spesso tocca a lei rimettere ordine.
Stiamo studiando da almeno tre ore quando mi accorgo di star fissando la pagina da almeno due minuti, senza aver capito nulla di ciò che ho sotto gli occhi.
Una pausa. Ho bisogno di una pausa.
Chiudo il libro di Incantesimi, e chiedo ad un mio compagno se può tenere d’occhio le mie cose…non che il problema di Hogwarts siano i furti, ma non si sa mai.
Scendo le scale, e poco dopo mi ritrovo nel parco. L’aria estiva accarezza la mia pelle, e non posso trattenere un sorriso.
I miei passi si dirigono quasi in modo inconscio verso il lago.
Mi siedo sul molo, poi mi tolgo le scarpe lasciando che i piedi nudi sfiorino la superficie dell’acqua. Sollevo una piccola quantità di liquido e la modello in spirali dai riflessi cangianti.
Quando sono stufa del mio gioco, lascio che l’acqua torni alla sua sede naturale e mi stendo sulle assi di legno. Osservo il cielo, di un insolito azzurro intenso, e, per la prima volta da molto, moltissimo tempo mi sento serena. È come se vedessi tutte le cose in modo più chiaro e definito.
Le persone che amo, le persone che ho perduto.
Le persone che odio.
Sento di aver raggiunto un nuovo equilibrio. Un equilibrio costato lacrime e dolore, ma saldo come la roccia.
La sera del ballo.
“Jules, se non metti quel vestito blu sarò costretta a non farti uscire dalla tua stanza.”mi ha minacciato Georgiana stamattina.
Chiaro che non posso non tenere conto del rischio di essere schiantata dalla mia migliore amica.
Quindi mi guardo allo specchio: il vestito blu è al suo posto, sulla mia persona.
Ho un’espressione bizzarra. Sì, credo di essere un po’ emozionata.
Scendo in Sala Comune, dove gli altri Grifondoro si stanno radunando per raggiungere la Sala Grande.
Sebastian mi aspetta, appoggiato ad un divano.
“Sei molto bella.”dice, con un sorriso dolcissimo. In momenti come questo, lo sento davvero come un fratello di sangue.
“Grazie. Anche tu, a proposito.”
“Ho una cosa per te. Da parte di un certo Corvo che venera la terra su cui poggi i piedi.”
“Seb, smettila.”dico, alzando gli occhi al cielo. Fine dei sentimenti fraterni.
“Ecco qui.”
Mi porge un sacchettino di seta, tenuto chiuso da un cordoncino. Sciolgo il nodo.
Sulla mia mano scivola un braccialetto d’argento, lavorato ad arabesco. Me lo allaccio con l’aiuto di Sebastian.
“Se tenta mosse azzardate, avvertimi, mi raccomando.”dice, scherzando ma non troppo, mentre è chino sul mio polso sinistro. All’anulare della mano destra, il cammeo di mia nonna. L’unica che io conosca.
“Oh, non oserei disturbare te e Georgiana. E poi magari le sue mosse azzardate potrebbero piacermi. Ciao Seb!”
Lo saluto con un bacio sulla guancia, ed esco dalla Sala Comune.
Non appena oltrepasso il dipinto della Signora Grassa, vedo di fronte a me una sagoma ben conosciuta.
Aedan.
Come non l’ho mai visto.
Ha fatto qualcosa ai capelli, sì, pettinati in questo modo gli donano molto. Indossa un elegante completo nero, una camicia bianca ed una cravatta nera. Come un nobiluomo d’altri tempi, ha il colletto rialzato.
“Che visione.”dice lui, venendomi incontro con un sorriso.
“Grazie. Posso dire lo stesso di te.”rispondo.
“Un po’ agitata?”chiede, mentre mi stringe fra le braccia.
“Sì. Non sono abituata a un evento così formale.”
“Tranquilla. Farai una bellissima figura. Comportati come fai di solito.”
“Sembri molto a tuo agio, tu.”
“Nella mia famiglia, ci sono balli e feste molto spesso…”
Mentre mi apre una finestra sulla sua vita al di fuori dalla scuola, raggiungiamo la Sala Grande.
Uno scenario da sogno.
Gli stendardi delle quattro case sono appesi alle pareti e si muovono lievi, di certo per effetto magico visto non c’è vento. Una miriade di candele accese fluttuano nell’aria, illuminando una Sala Grande parata a festa.
Sul palco, il professor Lumacorno che chiede il silenzio.
“Signori, Signore, l’elezione di Miss e Mister Hogwarts.”
Un boato scuote la Sala. Poco lontano da me e Aedan, scorgo Georgie, stupenda nel suo vestito verde, che mi sorride e mi una smorfia, accanto a Seb, che invece non mi nota.
“Mister Hogwarts è… Tom Riddle!”
I Serpeverde sono gli unici ad esultare con calore, mentre arriva qualche fioco applauso sparso dalle altre case.
Tom sale sul palco. Alto, bellissimo, letale.
“Ora è il turno della sua regina, signor Riddle. Miss Hogwarts è… Julia Versten!”
Credo di essere il ritratto dello stupore. Sono paralizzata.
“Signorina Versten, prego, ci raggiunga.”
Mi avvicino a passi lenti, cercando di mantenere un’espressione neutra, se non allegra, e salgo i tre gradini del palco senza neppure accorgermene.
Spero con tutto il cuore che questo finisca presto.
“Ed ora, i nostri bellissimi sovrani apriranno le danze.”
Tom Riddle si volta verso di me, sorride beffardo e mi porge la mano.
“Vogliamo andare?”
Julia. Julia Versten. Sei più forte di lui, e lo sai.
“Certo, Tom.”rispondo, sforzandomi di sorridergli.
Poco dopo, siamo al centro della Sala. Soli. Gli altri, dice il cerimoniale, devono aspettare che facciamo un certo numero di giri di valzer.
Tom Riddle mi sovrasta di metà testa. Appoggio una mano sulla sua spalla, mentre la sua si posa sul mio fianco ed esercita una lieve pressione.
L’orchestra inizia a suonare.
Pensa ai giri di valzer, Julia. Non è il momento di fare niente, ti stanno guardando tutti.
“E così, ci ritroviamo, Versten…anzi, Julia. Sei la mia regina, adesso.”
“Io per te non sono niente.”
“Non c’è bisogno di essere così definitivi.”
“Ida non riderebbe a questa battuta, Tom.”
Nulla intacca la sua fisionomia, il suo viso resta atteggiato alla calma più estrema. Come il mio, del resto. Intanto, anche altre coppie iniziano a danzare intorno a noi.
“Julia. Non sei stanca di tutto questo?”
“Molto stanca. Conosci una possibile soluzione?”
Sembra riflettere per qualche istante, ma so bene che è solo scena.
“A mezzanotte. Nella Foresta Proibita.”
La musica si interrompe. Il primo valzer è finito. Mentre mi sciolgo dal suo abbraccio, gli faccio un cenno si assenso, con il miglior sorriso che posso.
Non è una promessa. È un giuramento: non mancherò.
Mi dirigo verso Georgiana, Sebastian ed Aedan.
“Cosa ti ha detto?”chiede la mia amica.
“Giuro che se ti ha fatto male, vado là e…”inizia Seb.
“Julia?”dice Aedan, preoccupato per il mio silenzio.
Sospiro.
“Mi ha sfidato. A mezzanotte, nella Foresta Proibita.”
“Veniamo con te.”scattano all’unisono.
“Il Fidelius è nato per questo.”aggiunge Georgie, al mio iniziale diniego.
Fidelius.
“Va bene. Ma non tutti insieme. Sarebbe troppo sospetto. Andiamo avanti io e Georgiana. Intanto avvisiamo gli altri. Sebastian, Aedan, voi porterete al punto prestabilito gli altri.”
Io e Georgie ci muoviamo in fretta nella sterpaglia. Poco distante, sento i rumori degli altri che ci seguono.
Non sono sola.
Georgie sta finendo di dire:
“..ricordati quello che ti ho insegnato. E non avrai problemi.”
Averla accanto mi infonde fiducia.
Ad un tratto, sentiamo alcune voci e vediamo un nugolo di persone.
Una grande radura illuminata quasi a giorno dallo splendore della luna piena.
“Sei arrivata, finalmente.”
Stringo la mia bacchetta in mano.
“Sì, Tom. Hai intenzione di aspettare ancora a lungo?”
Dietro di me si dispongono i membri del Fidelius, così come i seguaci di Riddle alle spalle del loro capo.
Una fascio di luce parte della sua bacchetta.
Riesco a controbattere alla sua fattura.
Ciò che mi ha insegnato Georgiana, le ore di allenamento con lei…
“Attenta. Concentrazione. Devi essere in grado di vedere cosa sta per fare l’avversario prima che lo faccia.”
È sfibrante. So solo che desidero la morte di Tom Riddle più di ogni altra cosa al mondo, ma non possiedo i mezzi magici per ottenerla.
Gli incantesimi incrociati si fermano per un istante.
“Julia.”
Non perde il suo tono calmo neppure in questo momento, nonostante l'espressione affaticata. L’istante di calma mi permette di intuire come si svolgono i giochi intorno a me. Georgiana alla mia destra, Aedan alla mia sinistra. Il Fidelius schierato a battaglia.
“Sai quali sono state le ultime parole di Ida prima di morire?”domanda, ansando un poco.
Il pensiero di Ida mi attraversa la mente, un uragano di ira, e dolore, e odio, e sofferenza.
E desiderio di morte. Non la mia. La sua.
Intanto, Jasper Lewis ha appena atterrato Damian.
“Ha detto…”interviene il Principe, sogghignando“Ha detto: Ti amo, Tom.”
Stringo la bacchetta. Urlo:
“MUORI RIDDLE! Avada…”
Non riesco a terminare l’incantesimo.
Un istante prima che pronunci, per la prima volta nella mia vita, la seconda parola della Maledizione Senza Perdono, un fascio di luce mi colpisce dritto al cuore.
Lotto per non essere avvolta dalle tenebre, ma è inutile.
L’ultima cosa che vedo… è il viso di Tom Riddle, ansimante e provato.
L’ultima cosa che odo… è un rumore di zoccoli.
Fatto. La stoffa scivola sulle mie ossa sporgenti, ricadendo talmente bene da far apparire il vestito fatto su misura. Quasi dimenticavo: mi é stato fatto su misura, tagliato e cucito dalla sarta di mia madre in raso verde smeraldo. Non riesco davvero a capacitarmi che quella nello specchio sia io.
« cavolo. » balbetta appena mia cugina Jane, dodici anni, sdraiata a pancia in giù sul mio letto in un turbinio di lenzuola e cianfrusaglie assortite. Passo le mani sulle anche, premendo il tessuto lucente contro il mio corpo. Immagino che in questo momento dovrei continuare a prepararmi, ma davvero non riesco a spostarmi; quella che si riflette nello specchio non sembro neppure io. E’ una figura bellissima, senza ossa fuori posto, che non è troppo alta e ..
« Georgiana Claire Harrington, da quando sei una stragnocca tutta trine? » mi apostrofa Annette, uscendo dal bagno con i capelli pettinati come una venusiana impazzita. Ma non glielo dico, visto che per lo spavento ho fatto un salto all’indietro e sono inciampata nello strascico, sbattendo il sedere per terra. Se si è strappato mi ammazzo.
Mi risollevo a fatica, fulminandola mentre si infila il reggicalze di pizzo rosa fluorescente; io le voglio bene, ma qualche volta mi spaventa davvero.
« è solo un vestito.. » sussurro cacciando la testa nel baule pur di non farle vedere che sono diventata rossa come una ricordella. Voglio solo essere bella, non mi sembra una grande richiesta; non carina, voglio essere bella.
Mi sistemo i capelli in uno chignon, non molto diverso da quello che mi faccio spesso a scuola; un colpo di bacchetta e li fisso in quella acconciatura, sistemandoci anche un fermaglio di quelli che, anche se non si direbbe, sono diamanti. Con la coda dell’occhio catturo la figuretta di Jane che si ribalta sul letto e si spalma sulla boccuccia del rossetto color mattone, insultata a tutta birra dalla proprietaria del cosmetico, la mia compagna di stanza Gemma.
« auguratemi buona fortuna. » dico in un sospiro, spostandomi verso la porta; per loro sarà una semplice festa, per me è un evento fondamentale. Sono una Caposcuola, e solo questo dovrebbe bastare per ricordarmi che passerò il tempo a controllare che nessuno si ubriachi e cada dalle scale – come stavo per fare io andando verso la Sala Grande, oltretutto.
Passo tra i lunghi tavoli del buffet, tra le bambine ricoperte di gonnelloni rosa che già cianciano alla ricerca di un cavaliere dell’ultimo momento. Del mio, invece, distinguo la forma della schiena larga, i capelli scuri e il lieve movimento della testa mentre ascolta le indicazioni di Dippet, che sfila davanti a lui ed Elizabeth Hale con aria di chi li sgozzerebbe volentieri.
Non dico niente quando gli arrivo di fianco, e mi limito a far scivolare la mano nella sua; subito si volta, e senza neppure badare a chi ci circonda mi stampa un bacio sulle labbra. Trattieniti, Georgiana, mi sussurra una vocina nella mia testa mentre gli circondo il collo con le braccia e lascio che mi baci di nuovo.
« Harrington! Lang! » abbaia il preside. Ehm. Ci voltiamo verso di lui con l’espressione più colpevole che ci possa venire; ma non posso che sorridere, sentendo il suo pollice che accarezza il dorso della mia mano.
Ho distinto un eco lontana; non ne sono del tutto sicura, ma credo di aver sentito che Julia è miss Hogwarts. Insieme a Riddle. Lo ammetto, sono troppo impegnata a controllarmi dallo sbottonare i pantaloni a Sebastian per badare a quello che succede a decine di metri da me, in Sala Grande, mentre noi siamo infossati nello sgabuzzino delle scope.
Il suo peso mi spappola le costole, e me ne rendo conto solo ora che ho smesso di occuparmi dei miei ormoni e sono ritornata ad essere un cervello pensante. Ed in effetti, questo secchio sta per spezzarmi l’osso del collo. Faccio scivolare il piede via dalla sua gamba, fino ad atterrare malamente. Tentare di fare sesso in uno stanzino è sempre una pessima idea. Anche per me, che ho dimostrato di fare sempre la cosa giusta in ogni occasione. Ballare riscalda l’istinto, non l’avrei mai pensato.
« Seb. Hai sentito? » si solleva a fatica, grugnendo quando rinuncia a slacciare il nodo strettissimo che mi tiene il vestito ancorato addosso.
« No, stanno tutti dormendo. » brontola prima di prendere a baciarmi dietro l’orecchio. Maledetto, è il mio punto debole, e lo sa benissimo. Mi divincolo a fatica, e mi rialzo ancor più lentamente, spostandomi sino a poter posare l’orecchio alla porta del ripostiglio.
« Julia è miss Hogwarts. E Riddle il mister. » gli sibilo, prima di socchiudere la porta. Le poche persone che vedo sono ancora più impegnate a pomiciare di quanto lo fossimo noi. Attraverso l’atrio a tutta birra, infilandomi tra le porte spalancate, in mezzo alla confusione. Non riesco a vedere la mia migliore amica. Non so dove sia finita, dove stia ballando con Riddle, suppongo.
Vado verso il buffet, giusto per ingannare il tempo almeno finché Sebastian non ricomparirà; perché mi sembra che tutti mi guardino? Dio, non sarò spettinata! Mi tocco i capelli. No, sembrerebbero apposto.
« Smettila, sei splendida. » sibila una voce che ben conosco abbracciandomi da dietro. Stasera deve aver bevuto qualcosa di strano, non era mai stato così infuocato. Gli do una gomitata quando vedo Aedan che trotterella verso di noi. Scuoto già il capo; non ho visto la sua dolce metà, è inutile.
Sento delle dita fredde che mi si richiudono improvvisamente contro il braccio; mi volto di scatto, mi trovo di fronte Jules. Pallida come un cencio.
« Cosa ti ha detto? » le chiedo senza neppure aspettare che sia lei a fiatare.
« Giuro che se ti ha fatto male, vado là e…» sbotta Seb, approfittandone per darmi una botta sul sedere già che c’è. L’ho detto, che stasera non è normale.
« Julia! » strilla Megafusto Lywelyn. Smetti di chiamarlo così ! Dannazione, è tutta colpa di Eugene e dei suoi nomignoli malvagi.
« Mi ha sfidato. A mezzanotte, nella Foresta Proibita. » risponde abbassando lo sguardo.
« Veniamo con te. Il Fidelius è nato per questo. » già, il fidelius. Sparpagliato per tutta la Sala Grande in versione elegante e del tutto ignara del casino che verrà fuori tra dieci minuti.
« Va bene. Ma non tutti insieme. Sarebbe troppo sospetto. Andiamo avanti io e Georgiana. Intanto avvisiamo gli altri. Sebastian, Aedan voi porterete al punto prestabilito gli altri. » ribatte Jules, lanciandomi uno sguardo eloquente.
Passo di corsa di fianco a Jill; mi basterà parlare con lei e pochi altri, perché chi di dovere sappia.
« Dillo agli altri, alla Foresta. Non tutti assieme. »
« L’ha sfidata » mi risponde sgranando gli occhioni azzurri. Non le rispondo, e mi lascio prendere per il braccio da Julia, che mi trascina verso la porta.
Chissà, forse sembrerà che stiamo andando ad incipriarci il naso o a spettegolare alle toilettes. E speriamo che anche i professori la pensino così, quando scompariamo in una nuvola blu e verde.
« Allora, Lenore? » sbotto guardandola dall’alto in basso. E’ a terra, e perde sangue dal naso; ha fatto molto male a mettersi contro la campionessa del club dei duellanti, imbattuta per tredici duelli di seguito – praticamente tutti quelli di quest’anno, in effetti.
« Troia! » sibila contorcendosi, come se si volesse rialzare.
« Puttana. » rispondo con tutta la tranquillità di cui sono dotata, come se avessi detto una parola a caso. Ora non ha molto da ridere, la signorina; mi passo il dorso della mano sulla guancia, tagliato diagonalmente da uno dei suoi incanti di lacerazione.
Non riesco a staccare gli occhi dalle sue ferite. Sono stata io, e ancora non me lo spiego.
« Georgiana! Centauri! » grida la voce acuta di Audrey alle mie spalle. I corpi a terra sono più di uno, quelli sulle spalle di altri ancora di più. Vedo Sebastian che solleva Julia, poi Megafusto ancora a terra. Corro verso di lui.
« Mobilicorpus! » sussurro appena. C’è una confusione infernale. Non capisco più niente. Mi rituffo tra i rami, portandomi dietro il corpo che ho incantato.
Sala Grande
La Sala è un tripudio di colori, c’è da dire che Benton non è rimasto con le mani in mano, questa volta, e si è dato veramente da fare. Eugene borbotta sommessamente, mentre Milo è assorto nella contemplazione di un orlo della mantella che gli ricade sulle spalle; nessuno dei due sembra particolarmente estasiato dalla visione che si apre ai loro occhi.
«Aridi come deserti» commento precedendoli di qualche passo, verso un nutrito gruppetto di testoline bionde, tra cui fa capolino la mia testolina bionda, che sorride allegramente alla volta di Audrey.
«Toh, il fan club delle fatine» grugnisce il mio biondo amico, mentre Milo sghignazza apertamente.
«E tu non dovresti ridere» riprende dopo qualche attimo «C’è anche la tua dinamitarda del cuore»
Mentre Milo inizia a sussurrare preghiere invocando la protezione di tutte le divinità che riesce a ricordare, sorrido a mia volta, cingendo i fianchi di Jillian e stringendola a me.
«Ma come siamo belle, questa sera» sussurro al suo orecchio.
Arrossisce, voltandosi per darmi un bacio.
«Potrei dire lo stesso» ribatte. Si sofferma qualche attimo sul mio volto, prima di scivolare oltre, sugli altri ragazzi «Eugene, è sorprendente vederti così elegante» commenta, stupita. Il biondo borbotta qualcosa, mentre Ashmore sghignazza senza ritegno.
«Oh, non darle ascolto» squittisce Isabel, accorrendo in soccorso del suo cavaliere «E’ soltanto invidiosa perché questa sera sei tu il più ammirato»
Jill sorride, stringendosi a me.
«Tanto meglio, così il mio bello non lo divido con nessuno»
«Santo cielo, siete mielosi da dar la nausea» protesta Audrey, ancora in attesa del suo cavaliere.
«Si, ha proprio ragione» interviene Milo. Opal, al suo fianco, sembra avere grosse difficoltà anche solo a respirare, ma niente sembra in procinto di esplodere al momento. Fortunatamente.
«Io ho fame» intervengo «Che dite, ci spostiamo verso i tavoli?»
***
Alla fine, ai tavoli ci siamo arrivati solo io e Jillian.
Mi sorride, scrollando le spalle come a dire che non importa, e prende posto di fronte a me, accavallando le gambe con grazia.
«Toh, guarda un po’» commenta con una smorfia «Il professor Benton porta avanti la sua politica di cooperazione tra le case anche per quanto riguardo la sua vita privata..»
Mi volto, scorgendo il professore di Incantesimi più amato dell’ultimo seguito che corre dietro alle gonne –o meglio, alle gambe- di Martine Lewis, il nuovo incubo di Jillian.
«Anche i migliori hanno qualche difetto» commenta dopo qualche attimo, con diplomazia, allungando le mani verso un menù rilegato in pelle che lievita elegantemente tra di noi.
«Come sei inflessibile, questa sera» le sorrido, sfiorandole il dorso della mano «E’ successo qualcosa da quando ti ho lasciata, questo pomeriggio?»
Rotea gli occhi, lasciando perdere le delizie che le cucine propongono, e inspira a fondo.
«Tu non hai idea dell’inferno che era il dormitorio!» esclama «Dire che l’isteria regnava sovrana è un eufemismo, davvero. Un incubo.» schiocca la lingua contro il palato, prima di sorridere e accennare un saluto all’altra sua bionda compagna di stanza, Laura «Quando i capelli di Luise-non-ricordo-cosa hanno preso fuoco, poi la situazione è degenerata»
Sgrano gli occhi, involontariamente.
«Capelli che prendono fuoco?!»
Annuisce, con aria grave.
«Tu non hai idea di quanto certe riviste di bellezza possano essere pericolose nelle mani di ragazzine del primo anno» mormora, rabbrividendo. La scena non deve essere stata delle migliori.
«Come mettere Milo in un negozio di Creature Magiche, insomma»
«Ecco si» torna a sorridere, illuminando «Qualcosa del genere»
Sfoglio distrattamente le pagine del menù, osservando con la coda dell’occhio Jillian, quando la vedo irrigidirsi tutto d’un tratto.
«Hunnam» la voce strascicata è inconfondibile quanto il disprezzo con cui ha pronunciato il mio nome. Non c’è bisogno nemmeno che alzi gli occhi, per riconoscere la persona a cui appartiene. Ma una mano sulla spalla della mia ragazza è qualcosa che non sono disposto a tollerare. Mi impongo di far finta di niente, mentre lei se la scrolla di dosso, stizzita.
«Norwood» replico, lasciando intendere che la conversazione non avrà un seguito e che è destinata a morire lì, seduta stante. Ma a quanto pare, lo Stupi-principe per eccellenza è troppo pieno di sé per prendere atto della cosa.
«Cosa fai qui, tutto solo? Hai perso il tuo branco di amici?» sibila, velenoso.
Inspiro a fondo, facendo cenno a Jill di non preoccuparsi.
«Potrei dire lo stesso di te. Sei venuto qui in un impeto di solitudine, per caso? Perché se così, guarda, la in fondo c’è Violet, sono sicura che ha ancora tante cose da dirti»
Serra le labbra in una linea sottile, le nocche sbiancano mentre chiude le mani a pugno. Probabilmente si sta conficcando le unghie nei palmi delle mani.
«Norwood, per carità!» riprendo, simulando un’espressione angosciata «Rilassati, ti stanno formando delle gradevolissime rughe attorno alle labbra e sulla fronte!»
Sorrido, candidamente, di fronte alla sua espressione attonità. Se boccheggiasse, potrei dichiarare la serata un successo senza precedenti. Ma non succede. Alle sue spalle compare Scarlett, fasciata da quello che pare uno strato di tulle nero che non lascia proprio niente all’immaginazione.
«Ed, tesoro, cosa ci fai qui?» miagola, guardando me e Jillian come se fossimo due acari «Con loro.» concluse, marcando le ultime due parole con una smorfia. Il Principe recupera un po’ di controllo, circondandole la vita con un braccio; Jillian si alza, ritrovandosi in piedi davanti alla Lywelyn. La raggiungo, tanto per non lasciarla sola davanti alla nuova vipera in seno ai Principi.
Ed eccoci qua.
Il giorno e la notte, il corpo e lo spirito, il bene e il male. Le due facce della stessa medaglia, gli opposti. Jillian, bionda e candida come un giglio e Scarlett, dai capelli di corvo e l’animo scuro di chi non ha scrupoli; Edward e la sua scia di cuori infranti e braccia rotte e io.
La situazione ha del paradossale, sorridiamo tutti e quattro come se fossimo amici da sempre, mentre in realtà non vediamo l’ora di staccarci la testa a morsi a vicenda. E’ Jillian, a rompere il silenzio.
«Vi prego di scusarci» pronuncia pacata, con un tono e un’espressione che devono essere l’orgoglio di sua nonna in tutti i grandi eventi di famiglia «Ma non possiamo trattenerci oltre a parlare con voi.»
«Ne tanto meno vogliamo» la interrompo, decisamente più brusco. Mi posa una mano su un braccio, riprendendo a parlare.
«Sono sicura che avremo altre occasioni per riprendere il discorso»
Edward mi fissa, livido di rabbia. Ma la sua voce è ferma, gelida.
«E io sono sicuro che questo accadrà molto presto»
Ci fissa, assieme alla sua dama, prima di darci le spalle e allontanarsi con la sua solita aria arrogante di sempre. Jillian sospira impercettibilmente, quando una voce leziosa ci sorprende alle spalle.
«Signorina McKanzie»
Lumacorno.
Grandioso.
***
Foresta Proibita.
Lascio Jillian con la morte nel cuore, dandole le spalle per tuffarmi nella fitta oscurità che avvolge gli alberi. Si innalzano verso il cielo, gigantesche colonne che non permettono alla luce di filtrare tra le loro chiome e ci nascondono dal resto del mondo, soffocandoci in un pesante silenzio.
Non un rumore, non un verso. Solo ombre che si addensano negli angoli, allungandosi fino ai miei piedi. Poi, un lampo di luce che esplode alle mie spalle, l’urlo di una ragazza che non riconosco. Un respiro che si fa vicino, rumore di passi lenti, calcolati. Mi volto, giusto in tempo per vedere Edward farsi avanti attraverso una cascata di scintille rossastre, rimasugli di un incantesimo lanciato da qualcun altro.
«Ti sei perso, Hunnam?» cantilena velenoso, la mano che stringe la bacchetta apparentemente rilassata lungo il fianco. Stringo la mia tra le dita, saggiandone la consistenza e il calore. Sembra quasi di sentirla pulsare, carica di magia.
«Veramente cercavo te» ribatto. Annuisce impercettibilmente, sollevando il braccio.
«Sia» sibila «Come vuoi»
«Come se tu non lo volessi» abbozzo un ghigno, liberandomi del mantello che cade con un fruscio a terra. Lui mi imita, senza distogliere lo sguardo per un attimo.
Di nuovo silenzio, mentre solleviamo le bacchette, contemporaneamente.
Di nuovo silenzio, mentre da qualche parte alla mia destra esplode un boato e la terra trema.
Di nuovo silenzio.
Poi, il caos.
«STUPEFICIUM!» gridiamo all’uninsono, senza un attimo di esitazione: la magia esplode, si scontra, ringhia furiosa mentre gli incantesimi si inseguono e si annullano a vicenda, senza che la situazione si smuova.
«Dominusterra» ringhia Edward, facendo tremare violentemente il terreno sotto i miei piedi. Perdo l’equilibrio, andando a sbattere contro un tronco dietro di me; il dolore di irradia da un punto indefinito della mia schiena fino ad avvolgermi in una trama fitta e lancinante che toglie il respiro. Ma non ha finito. Approfittando della mia distrazione, non si lascia sfuggire l’occasione.
«Exulcero» sibila con un sorriso che non lascia dubbi sui livelli che la sua soddisfazione sta raggiungendo. La fattura mi colpisce in pieno petto, mozzandomi nuovamente il respiro. «Ma come, Hunnam, tutto qui?» mi canzona, avvicinandosi.
«Ti piacerebbe» biascico, mentre piaghe e ustione si allargano sul mio torace, chiazzando di sangue la camicia immacolata laddove si lacerano. Lui scuote il capo, contrito.
«Hunnam, Hunnam.. non fare promesse che non puoi man--»
«Frastrunom» ringhiò furioso.
Il suono viaggia veloce, molto più delle sue parole, e lo colpisce in pieno volto. Barcolla, visibilmente concentrato e, potrei azzardare, persino un po’ spaventato. Sicuramente confuso, porta le mani alle orecchie, cercando stupidamente di escludere la sinfonia di rumori che risuona nella sua mente, regalandomi l’occasione perfetta per ricambiare il favore. Non perdo tempo in chiacchiere, se c'è una cosa che ho imparato è che in un duello, qualsiasi cosa venga pronunciata al di fuori di un incantesimo, è un pericolo.
«Flagramus!»
Le fiamme si allungano come tentacoli verso Edward, ma il calore lo risveglia dalla confusione ed è solo la manica sinistra della sua giacca a prendere fuoco. Gli scappa un gemito, mentre evoca dell’acqua per spegnere il piccolo incendio.
Ci fissiamo in cagnesco, senza fiato e doloranti. Ma non è ancora abbastanza, no. Non è mai abbastanza.
«Incarceramus» ribatte, gli occhi saturi di odio.
«Protego!»
Le corde si infrangono sullo scudo, cadendo a terra inermi. Nessuno dei due demorde.
«Glacius!»
Urla, animale ferito, quando il ghiaccio si serra contro la sua caviglia immobilizzandolo al terreno.
«Impendimenta»
Vengo sbalzato all’indietro, cadendo a terra su un fianco. Senza nemmeno rialzarmi, non gli do il tempo di liberarsi. Ci penso io personalmente.
«Reducto!» la terra gli esplode sotto i piedi, scagliandolo contro una roccia poco distante.
Di nuovo silenzio, mentre di nuovo ci ritroviamo a guardarci, carichi d’odio.
Di nuovo silenzio, mentre la notte ci avvolge, interrotta da lampi di luce che ci corrono attorno.
Di nuovo silenzio, mentre l’aria carica di magia e incantesimi è densa, quasi irrespirabile.
Di nuovo silenzio, mentre mi rendo conto che non è l’aria ad essere irrespirabile, ma sono i miei polmoni a non riceverne più. Sbatto le palpebre, boccheggiando sotto il ghigno di Edward. Ho poco tempo, prima che la vista mi si oscuri del tutto. Dannato, non ha pronunciato la fattura che mi impedisce il respiro.
Cado in ginocchio, la testa gira troppo. Tutto gira, il mondo gira. Jillian, perdonami.
Bene. Eugene, respira profondamente e non riaprire gli occhi fino a che Milo non avrà smesso di parlare. Cioé mai. Mi costringo a inquadrare di nuovo la mia figura nello specchio della camera; Carlisle non si sbriga ad uscire dal bagno, e io sono in crisi con i miei capelli. Non me ne è mai fregato niente, anzi: più mi coprivano la faccia, meglio era. In effetti, fino a un paio di mesi fa neppure mi sfiorava l'idea di dover risultare presentabile per qualcuno. Invece ora questo cespuglio paglierino sta diventando un vero tormento; non posso pensare di andare al ballo senza un minimo di stile. Se non altro, per non farmi togliere il saluto da Isy. Pasticcio ancora un po' con la spazzola, prima di scagliarla verso il mio letto. Che disperazione.
Milo si sistema il cravattino e per la prima volta da circa tre ore sta zitto.
« Eugene Pennington. Sei diventato uno psicopatico. » mormora poco dopo, sgranando gli occhi e fissando il mio riflesso oltre la mia spalla. Mi lascio cadere all'indietro, sbuffando forte mentre il tappeto persiano mi grattugia la guancia. Non che mi interessi di sporcarmi il vestito, tanto se non se non troverò una soluzione per togliermi questa faccia da pesce morto non uscirò dalla stanza. Non faccio lo sforzo di mettermi a guardare in faccia il mio amico.
Povera Isy ; come se non bastasse tutto questo velluto blu, a farmi sembrare un puffo passato in una stiratrice. Milo si piega in avanti e mi spunta dall’alto, fissandomi con i suoi occhiucci blu tutti pieni di luci scintillanti.
« tirati su immediatamente. » sibila lanciandosi verso il suo letto, e rovesciando sul pavimento l’intero campionario del suo beauty case.
« cosa vuoi fare, truccarmi da farfalla? » sbotto rimettendomi seduto.
« chiudi gli occhi, bifolco. » l’unica cosa che sento sono le sue manacce che mi sbattono sulla testa; starà mica componendo un ritmo sinfonico per percussioni sul mio cranio. « tadà! »
Socchiudo gli occhi molto, molto lentamente. Inizialmente non vedo altro che la solita ombra sfocata della mia testa bionda e la mia faccia con le guanciotte rubizze. Poi focalizzo cos’ha fatto.
« ammettilo, Milo; tu sei gay e vuoi fare lo stylist. » sfioro appena il codino in cui ha raccolto la paglia, che sembra stranamente ordinata, e non mi ricade in faccia. Non sembro un idiota. Questo è un miracolo.
« mandami tua sorella, amico. » ruggisce appena con la sua solita espressione marpiona, mentre si caccia il mantello sulle spalle.
« stai diventando banale. » scatto in piedi e mi sbatto insistentemente la veste. Si può fare.
La scalinata è rimasta ben sgombra. Certo, perché tra poco ci toccherà salirci e .. non ci voglio pensare. Mi chiedo come faccia Milo a preoccuparsi di aver spezzato il cuore di miss TNT , Opal, quando avrà una chilometrica parte solista da eseguire davanti a tutta la scuola.
« Eugene, tesoro. » pigola Isabel, strappandomi un braccio per attirare la mia attenzione. Riesco appena ad intravedere i suoi occhioni azzurri prima che mi trascini verso il basso e mi baci. Trentasei centimetri sono tanti, forse è per quello che da quando sto con lei ho sempre mal di schiena. « smetti di preoccuparti, andrà tutto benissimo. »
« lo so, ma lasciami essere paranoico e insopportabile. » le sussurro nell’orecchio, stringendole forte la mano. Non sono abituato ad essere romantico; e neppure a venire trascinato al centro della pista da ballo, ed incrociare a fasi lo sguardo di Julia, stretta tra le viscide membra di Riddle. Isy grugnisce. Le chiedo scusa. Carlisle mi guarda con aria allarmata. Milo è scomparso.
No, un attimo. Do uno spintone a Isy, che sebbene scossa segue il mio movimento ed esce dalla pista. Audrey sembra più perplessa di noi, ed ancora di più quando le do le dovute spiegazioni.
« Eugene? » mi chiede Georgiana; si sistema ossessivamente i capelli, quasi peggio di me, e si ferma giusto quell’istante che serve per ascoltarmi.
« Non posso venire. » mormoro appena. Lei sgrana gli occhi.
« Abbiamo bisogno di te! » strilla, prima di farsi stritolare da Sebastian, che non sembra voler smettere di limonarci neppure per un momento. Dio, la paura di morire fa proprio brutti scherzi.
« Per cosa, l’accompagnamento musicale? » le sputo acido e bile addosso, e mimo me stesso che suona il pianoforte. « Georgiana, non è meglio che rimanga qui a ... distrarre l’altro 95% della scuola con la mia voce soave? » cerco di correggere il tiro e buttarla sul ridere. Visto che quell’esibizionista di Milo ha già scantonato ed è sparito nel nulla, lasciando le sue numerose fan ninfomani a bocca asciutta.
« ti aspetto nella foresta, Eugene. » sussurra appena prima di farsi trascinare via dalla sua dolce metà. Dannazione. Che lo spettacolo cominci.
Ora, io sono per la non violenza, ma a Milo Ashmore sfracellerò i coglioni a ginocchiate. Appena avrò finito di cantare la sua parte, visto che lui mi ha fatto il favore di andare ad agitare la bacchetta e mollarmi qui, ad improvvisare davanti ai professori che agitano le testoline a ritmo. Su, Eugene, puoi farcela.
Ascolto le ultime note urlate dalle oche soprano, e poi scivolo via dalla formazione del coro. Non ho cantato bene quanto avrei dovuto, ma l’idea di Isabel in quella foresta, e di tutti gli altri ...
O’Sullivan mi segue con lo sguardo e la mascella sganciata e io faccio finta di non vederlo, né di rendermi conto che manca ancora il gran finale. Attraverso la sala grande prendendo a gomitate un po’ di ragazzine ubriache, scappo fuori, travalico l’atrio brulicante di coppiette che se la fanno senza ritegno e di bambinetti dei primi anni che tentano di imbucarsi e vengono beccati dalla sorveglianza.
Il giardino mi sembra ancor più enorme di quanto già fosse. Prendo la bacchetta ed inizio ad agitarla in aria, mentre galoppo verso la foresta. I rami mi rigano la faccia e mi stampano righe parallele sulla fronte , ormai bordeaux; essere alto dà anche questo svantaggio.
Dopo qualche decina di minuti, vedo lampi di luce che appaiono tra i rami. Sono loro.
Punto la bacchetta in avanti. Prendo fiato. Mi getto nella radura. A terra ci sono Megafusto Lywelyn, una che non riconosco e poi non so. Quello che vedo è Isabel che viene incornata dall’incantesimo di una serpeverde biondastra e troppo alta. Faccio un tuffo verso di lei, le orecchie che mi si tappano a causa del mio stesso urlo.
« venenum! » un’esplosione. Dagli occhi della biondina scorrono lacrime nere.
Sollevo la mia fatina e me la carico sulle spalle senza aspettare altro; il suo peso è minimo. Mi sposto in fretta verso il limitare del bosco ; ma Audrey mi sfreccia davanti.
« scappa, Eugene! scappa! » nel silenzio perfetto che è sceso improvvisamente sul nostro combattimento distinguo nettamente lo scalpiccio degli zoccoli di qualche creatura del bosco. Scappo.
La sera del Ballo, tanto atteso, tanto sognato, è arrivata.
Coppie felici scivolano leggere, fra risate e sguardi languidi.
Si sa, la sera del ballo molto spesso è preludio di importanti sviluppi sentimentali.
Dopo la tipica isteria che precede sempre questi eventi, io, Jill e le altre siamo riuscite a raggiungere la Sala Grande mantenendo ancora un briciolo di sanità mentale.
Perdo quasi subito di vista la mia amica bionda: è probabile che sia stata catturata dalle reti del suo bel Tasso dai capelli di fuoco, reti che immagino molto convincenti.
“Signore, signori, l’elezione di Miss e Mister Hogwarts!”
Oh, che incubo, me n’ero quasi dimenticata.
Peter sbuffa accanto a me, così gli stringo la mano e gli dico:
“Non siamo mica obbligati a restare qui tutto il tempo.”
Pochi istanti dopo, siamo rincantucciati in un angolino nascosto, intenti in attività molto più piacevoli.
Non sentiamo i nomi dei fortunati, tuttavia veniamo interrotti da un bonario professor Benton, con gli occhi accesi dal Whisky Incendiario, che dà una pacca sulla spalla del mio cavaliere ed esclama:
“Su, su, ragazzi, per questo ci sarà tempo più tardi! Unitevi alle danze!”conclude, con un singhiozzo.”Vado a cercare la professoressa Lewis!”
Peter ed io ci stacchiamo, ridendo al pensiero del professor Benton che prova a conquistare l’algida Martine Lewis, finché una scena quantomeno folle colpisce la nostra attenzione.
Julia che balla con Tom Riddle.
Julia e Tom? Che ballano?! Insieme?!?!
L’inferno deve essersi è tramutato in ghiaccio.
Peter mormora:
“Non è possibile. Andiamo a cercare Sebastian, dev’essere successo qualcosa.”
Mentre ci spostiamo per la Sala, la cosa si fa più chiara e diventa cristallina una volta incrociato Eugene.
“Sono Mister e Miss Hogwarts. Ecco perché sfarfalleggiano insieme.”bofonchia.
Nella sua voce si percepisce netto un tono di preoccupazione.
Julia è pallida, ma tranquilla.
“Non so dove trovi la forza.”dice Isabel.
Neppure io.
Il valzer finisce, con tanto di applausi all’orchestra. Peter ed io cogliamo l’occasione della breve pausa, e ci avviciniamo a Sebastian.
"È il momento. Tom Riddle ha sfidato Julia.”afferma, senza bisogno di domande da parte nostra.
“Dove? Quando?”lo incalza Peter.
“A mezzanotte, nella Foresta. Fra poco si muoveranno Julia e Georgiana, noi le raggiungeremo alla spicciolata per non dare troppo nell’occhio.”
La mano del mio ragazzo si stringe convulsa intorno alla mia.
Ci guardiamo per un istante negli occhi.
“Andiamo.”
Dopo essere inciampata per la terza volta, Peter prende il controllo della situazione e trasfigura le mie scarpette col tacco in un paio di comodi scarponcini, affinché mi possa muovere in modo più agile.
Intorno a noi, sento le voci indistinte di Jill e Carlisle, e di altri membri del Fidelius. Damian impreca contro la radice di un arbusto, alla nostra sinistra.
“Peter, non voglio che ti preoccupi per me, chiaro? Tu combatti e cerca di uscirne intero.”
“Audrey, io… ti amo. Stai attenta, ti prego.”
Poco dopo, sbuchiamo nella radura. La cricca di Tom Riddle è già pronta ad incrociare la bacchette. Abbraccio Peter e raggiungo Jillian.
“Pronta?”le chiedo.
La mano che stringe la bacchetta ha un leggero tremito, ma la sua voce è ferma e priva di esitazioni.
“Pronta.”risponde, con l’ombra di quello che sarebbe un sorriso d’intesa, se la situazione fosse diversa.
Lei si occupa della vipera Violet, mentre io prendo in carico Catherine, l’amichetta della Traviston.
La ragazza è piuttosto titubante.
Mi viene da pensare che non sia proprio felice di essere qui.
Non che io lo sia, ma…è come una catarsi.
Come se, incantesimo dopo incantesimo, la tensione che ho accumulato in tutti questi mesi quasi fluisse via, incanalata nella magia.
Ad un certo punto, colgo un attimo di esitazione in più.
“Stupeficium!”
Catherine cade al suolo, svenuta. Mi avvicino per disarmarla, mentre do uno sguardo circolare intorno a me.
Jill e Violet sono sparite. Julia sta ancora combattendo, così come tutti gli altri.
Nel frastuono generale, sembra che io sia l’unica ad accorgermi di un suono che non è né magico, né naturale.
Clop-clop, clop-clop, clop-clop…
Sono troppo agitata per associarlo con chiarezza a qualcosa, ma mentre si avvicina… “I Centauri!”urlo“Stanno arrivando!"
Mi guardo allo specchio per una frazione di secondo, per poi tornare lentamente al mio letto e sbuffare. Per la ventesima volta in dieci minuti.
“Insomma questo vestito non mi sta bene!” dico mentre afferro con le dita questo pezzo di stoffa che mi angoscia cosi` tanto, per togliermelo e buttarlo sul letto con rabbia. E` marrone. Un vestito marrone, che mi casca stranamente sul corpo, creando l’illusione di due taglie in piu`. Poi come potrei mai mettere un vestito marrone con dei tacchi neri? Non si e` mai vista una cosa del genere.
“Ho deciso, non vado al ballo. Max stara` dieci volte meglio senza di me d’altronde” dico alle mie due amiche, che nei loro vestiti strabilianti si stanno truccando davanti allo specchio. Lory indossa un vestito con scollo a V, drappeggiato perfettamente sul suo corpo, di una seta di mille colori, che si alternano e si rincorrono e si fondono dolcemente. E` l’espressione dell’allegria. Susan ha un elegante (e corto) abito cocktail nero, che ha accessoriato benissimo, con una clutch nera e argento, e delle vertiginose pumps argento. Io sono l’unica che sembra stia andando ad un ballo in maschera come “la-strega-scoordinata-di-turno”.
“No!! Dai ti prego devi venire!” dice Susan, sedendosi accanto a me sul letto “Il vestito non e` poi cosi` male...” Sembra moooooolto convinta. Sbuffo e affondo il viso nel cuscino.
Toc Toc Toc
Conosco quel rumore, e potrebbe essere la mia salvezza. Mi giro ed apro la finestra. Entrano due affaticati gufi che transportano un pacchetto alquanto pesante. Lo apro cercando di reprimere le speranze, magari e` solo un’illusione...Ma non lo e`! Con le mani che tremano tiro fuori un vestitino rosa adorabile, senza spalline e con un fiocchetto davanti. Continuo a scavare nel pacchetto e trovo delle peep toe grigie. Indosso il vestito e le peep toe e vanno proprio benissimo insieme.
“Guarda qua!” grida Lory tirando fuori dal pacchetto una clutch beige carinissima. La prendo e mi specchio. Cavolo. Sto proprio bene. Mamma e` proprio la mia salvezza. Dopo il ballo dovro` ringraziarla tremila volte.
Mezz’ora dopo
Mi alzo sulle punte dei piedi, cercando fra la montagna di gente il mio “cavaliere”. Bleah. Mi viene proprio voglia di entrare nella mischia e ballare, senza dover aspettare uno stupido cavaliere o niente del genere. Odio questo tipo di cose cosi` smielate. Susan si e` gia` dileguata con il suo ultimo flirt nonche` suo cavaliere al ballo, e io e Lory siamo in piedi sull’ultimo gradino della scalinata, facendo la figura delle patetiche.
“Eccoli!” grida Lory, indicando un punto in mezzo alla Sala Grande. Stringo gli occhi, ma non riesco a distinguere ne` Max ne` Robbie “Eccoli! Ragazzi ciao!!”. Improvvisamente li vedo, si girano allo stesso tempo e si avvicinano a noi. Ma non posso credere ai miei occhi. Max si e` fatto biondo, e si e` spostato quella stupida frangetta. Finalmente posso vedere bene i suoi occhi. E` bellissimo, spettacolare.
“Ciao” dicono Max e Robbie all’unisono. Max si avvicina e mi bacia sulla guancia rapidamente. Sento che Lory lo sta fissando, impressionata anche lei da quel cambiamento cosi` drastico.
“Perche` non ti metti cosi` tutti i giorni a scuola?” chiede la mia amica a bocca aperta.
Lui ridacchia, spettinandosi con un gesto della mano la sua nuova chioma bionda.
“Boh. Non ci ho mai pensato davvero”. C’e` una pausa imbarazzante, ma poi Robbie chiede a Lory di ballare e cosi` anche Max si scioglie. Ci spostiamo piu` al centro della pista, dove con la coda dell’occhio vedo Julia e il famoso Tom Riddle che stizziti ballano insieme. Sono stati eletti Miss e Mister Hogwarts, ma e` ovvio che non si simpatizzano per niente. Ma Julia e Tom mi deconcentrano solo per un secondo, perche` tutta la mia attenzione e` su Max. E anche l’attenzione di altre ragazze che, intorno a noi, ballano sfrenatamente per cercare di farsi notare. Evidentemente il suo cambio di look non ha colpito solo me e Lory. Max continua a ballare nel suo mondo, sorridendomi di quando in quando, ma le ragazzine iniziano a stargli sui nervi e avvicinandosi a me mi sussurra: “Vuoi uscire un attimo?”. Mentre con la mano mi guida verso il portone scorgo fra la folla una Susan a bocca aperta, che con gesti esagerati indica il mio cavaliere. So che discorsetto mi fara` dopo. Fuori l’aria e` tagliente, e` primavera ma fa ancora freddo, mi stringo le spalle e Max, che coglie al volo il mio gesto, mi offre la sua giacca. Stiamo un po` imbarazzati, impalati davanti al castello, da dove ci arriva il suono offuscato e represso della musica nella sala da ballo.
“E` incredibile quanto poco ti conosco Max” dico mentre lo guardo. E` incredibile che io lo abbia come cavaliere, e` troppo troppo bello per me. Pero` questo non lo dico.
“Gia` hai ragione. Ma io un po` ti conosco”.
Cosa? Questo non mi risulta, l’unica volta che gli ho parlato e` stato l’altro giorno quando stava fumando. Basta. Lui legge la mia espressione interrogativa.
“In realta` e` da un po` che ti ho notata, sei molto carina, e poi ti ho sentita anche in biblioteca e in Sala Grande, sei dolce, ti distingui dalle tue compagne. Non sei come Susan per esempio, infatti e` stato piu` facile parlare con lei della....della mia cotta”
Sono sicura che in quel momento avevo gli occhi da ebete, perche` cio` che diceva faceva poco o nessun senso. Lui, una cotta per me?
“Ma...ma...com’e`...” balbetto, ancora convinta profondamente che sia tutta una presa in giro, e di veder spuntare dal nulla Lory, Susan e Robbie, che mi prenderanno in giro a vita per esserci cascata.
Ma quel suo bacio, quel suo bacio non e` una presa in giro. E` sul serio quel suo bacio. E vorrei tenermi Max per sempre legato alle mie labbra. In un bacio lento e continuo.
Nota dall'autrice: Siccome la mia posizione nel gdb il prossimo anno e` traballante per il momento Max non sara` un png. Se il prossimo anno riesco a postare regolarmente di nuovo allora e` ovvio che lo sara`!! XD e` troppo bello...
Che Julia fosse bella, era indubbiamente logico. Ma la palpabile essenza nel riconoscere, non appena varca la soglia del suo dormitorio, in lei, la creatura più bella che abbia mai visto mi lascia…spiazzato. Quasi senza fiato per un momento che mi sembra interminabile, seppur nella mia immaginazione.
Io sorrido. Lei sorride.
E niente sembra cosa più naturale e splendida del nostro abbraccio. Sfioro il suo polso, notando il bracciale che avevo gentilmente chiesto a Sebastian di consegnarle.
Il suo vestito blu, fine ed elegante ne fa risaltare pelle e sguardo, rendendola quasi..fiabesca, per così dire.
Le sollevo una mano, baciandole leggermente il palmo e le dita, per poi poggiare le labbra sulla sua fronte. <<Non trovo una parola adatta a descriverti. Perdonami.>> Le porgo il braccio, avviandomi con lei nella sala del ballo. Dove le danze hanno inizio. E dove il mio fegato si rode bellamente all’annuncio di miss e mister hogwarts (tali Julia Versten & Tom Riddle). Ai quali spetta l’onore del primo ballo.
Oltre l’enorme fastidio che mi porta la vicinanza di quella serpe a lei, non posso fare a meno di distogliere l’attenzione dalla gelosia tipicamente propria dei legami, e concentrarla sull’espressione sibilante e melliflua del Serpeverde.
Che rilascia un messaggio.
Di morte.
A lei. Non concepisco.
Rabbia. Che sale. Che nasce. Che divora. Sento il corpo lacerarsi quasi dall’ira che vischiosa scivola nelle mie vene. Quasi non capisco più nulla nella corsa adirata, quasi disperata, nella foresta che sembra ancora più scura adesso. In lontananza, LUI, di fronte a Julia, ride. E ride di gusto, anche.
Fa una smorfia di disappunto e schifo quando mi vede al suo fianco, lanciandogli uno sguardo carico d’astio. Lo ucciderei. Per quello che è. Per quello che ha fatto a Julia. Per quello che ha fatto a me.
Sì. Ha fatto qualcosa anche a me. Lui e le sue manie per il sangue puro. Mi hanno diviso completamente da una delle persone che amavo di più. Merita di morire. <<Stupeficium>>, sento il mio corpo balzare indietro. Non cadere completamente, ma prossimo a perdere l’equilibrio. Nell’ombra qualcosa si nasconde. Riddle sorride.
<<Peccato. Mi sarei occupato anche di te ma…sembra che qualcuno muoia dalla voglia di farlo al posto mio.>>, sibila, reclinando la testa per focalizzare nuovamente la sua attenzione su Julia.
Dalla tenebra occhi che baluginano. Occhi che conosco molto bene. Scarlett stringe la bacchetta, il braccio teso. Lei…è stata lei. I principi la affiancano. La Blackster sobbalza, come se non si aspettasse che proprio Scarlett facesse una cosa simile…a me. Mi sollevo, la guardo. La mia espressione muta. Non più il caro, buon, vecchio Aedan. Non posso. Non posso tirarmi indietro e non difendere chi amo. Non posso. Non ci riesco.
Non è giusto. Tengo la bacchetta scura fra le mani. Sento quasi una scossa elettrica nel momento in cui le parole <<E’ l’ora della resa dei conti.>> pronunciate da mia sorella mi trafiggono il viso.
<<Ti stavo aspettando, Scarlett.>>
Ed è un lento girare. Come predatori che si studiano a vicenda in un ring troppo piccolo.
E’ silenzio, quasi. Sguardi che si incontrano, attenzioni che non svaniscono mentre attorno l’atmosfera sanguina. I suoi occhi, verdi e oscuri come mai prima di adesso, si scontrano sui miei, luminosi e glaciali.
Numerosi colpi. Schivati, respinti. Voci che si innalzano. Incantesimi che si mischiano. Provocando scintille di ogni colore e forza. Non ci siamo mossi. Non più di tanto. Mentre sento passi che invadono la foresta. Gente che si insegue. Noi non ci siamo mossi. Siamo sempre lì.
Forse sono io che non voglio spostarmi più di tanto dal luogo di combattimento di Julia. Lancio un incantesimo. Scarlett lo respinge. Un fascio potente che si scontra con il suo. Contrastandolo.
Attimi di trepidazione. Balzi che non trovano una reale superiorità.
<<PERCHE’ MI HAI FATTO QUESTO?>>, sento la sua voce, confondersi nella mischia confusa di agitazione e panico. E’ arrabbiata, lo sento. Cova rancore e odio. Non verso di me, forse. Non so.
Ma al momento non è più Scarlett.
Non è più la mia Scarlett. No.
E poi è il vuoto. La voce di Riddle si espande come fuoco attorno a noi, una luce forte.
Ho solo il tempo di rendermi conto di come il corpo di Julia abbandoni le sue forze, accasciandosi al suolo. Privo di alcuna reazione.
<<NO!>>, la mia voce interrotta da uno schianto deciso. Scarlett tiene la bacchetta tesa.
Sento i muscoli scontrarsi contro una superficie fredda.
<<Scarlett…>>, biascico, incredulo quasi.
La nuca mi fa male.
Sanguina. Sento il sangue sul collo e sulla bocca.
Deglutisco. I suoi passi, veloci, che si allontanano. Rumore che non distinguo.
Stringo la terra fra le dita. Trascinandomi ansante verso il corpo della mia fidanzata.
Arrivo con fatica sebbene sia poco distante, ha gli occhi chiusi e la pelle leggermente scurita, forse dall’impatto col suolo. E’ fredda al tatto.
Non si muove.
<<JULIA!>> è un grido che fa eco.
E sento, per la prima volta, le lacrime premere prepotenti sotto le palpebre.
Torre dei Corvonero, dormitorio femminile. Caos.
Si pensa di conoscerlo, di sapere come queste quattro lettere si traducano in rumore, oggetti che volano da una parte all’altra e chissà quant’altro. C’è chi, addirittura, ha la presunzione di sapere come affrontarlo, chi si vanta di saper mantenere il controllo quando l’uragano si abbatte.
Beh, è evidente che questa persona non si è mai trovata nel dormitorio femminile Corvonero la sera prima di un ballo scolastico.
«Dove sono le mie scarpe?»
«Maledizione, mi si è incastrata la zip!»
«I miei capelli! I miei capelli sono un disastro!»
«Sono un disastro. Sono un disastro, io non esco da qui.»
«Sento odor di bruciato. LUISE TI STANNO ANDANDO A FUOCO I CAPELLI!»
«Audrey, dove sono gli orecchini? Eh? Eh??»
«Jillian, il tuo gatto si sta facendo le unghie sul mio vestito!»
«Laura, quelle sono le mie forcine!»
«Sono solo forcine!»
«Sono di mia nonna! Sono diamanti e zaffiri, giù le zampe!!»
Inspiro a fondo, mentre Laura scrolla le spalle con aria indifferente e restituisce le forcine incriminate a Isabel, sull’orlo di una crisi isterica. Sono ORE che le cose vanno avanti così. Il corridoio è invaso da nuvole di vapore, l’aria è talmente rovente da essere al limite dell’irrespirabile e le urla aumentano sempre più ad ogni minuto. Fortuna che io e le mie compagne di stanza abbiamo avuto la brillante idea di salire prima che tutte le bimbe del primo e secondo anno realizzassero di doversi preparare, altrimenti saremmo ancora in coda per fare la doccia. E invece siamo in camera, in preda a più o meno violenti attacchi di isteria pre-grande serata. Audrey è immobile davanti allo specchio, puntando con aria minacciosa la bacchetta contro il suo riflesso mentre sibila qualcosa a proposito dei suoi capelli, intimando loro di stare immobili nell’acconciatura in cui li ha costretti; Laura si accende una sigaretta dopo l’altra, appollaiata sul cornicione di una finestra (e solo i numerosi incantesimi con cui l’abbiamo stregato le impediscono di volar giù), mentre Isabel cerca, inutilmente, di fissare le preziosissime forcine ai capelli accuratamente lisciati per l’occasione. Troppo lisciati. Singhiozza.
«Non è possibile»
«Cosa, tesoro?» le domando, rimirando l’abito che ho appena estratto dagli impalpabili veli di seta in cui era avvolto. Una cascata bianca e lucente si distende davanti ai miei occhi, strappandomi un sospiro. Non è meraviglioso, è divino.
«Credimi, non è mia intenzione interrompere il tuo idillio, ma ho un problema più pressante» mi richiama Isabel, che ormai rasenta l’isteria. Mi schiarisco la gola, afferrando la bacchetta e andandole incontro. Mi guarda, sospettosa.
«Non è che poi faccio la fine di Luise?»
Un’occhiataccia.
«Tutta questa sfiducia nelle mie capacità magiche mi offende» piccata, faccio lievitare una delle preziose forcine e la mantengo ferma a mezz’aria, mentre le sistemi i capelli su cui poi il gioiello andrà a fissarsi. Mormoro qualche altro incantesimo, assicurando che non scivoli via, poi passo all’altra. Isabel, rigida come un manico di scopa, respira appena. Audrey, scorgendola riflessa nello specchio, scoppia a ridere, mentre Laura spegne la sigaretta e salta a terra, avvicinandosi al suo letto, dove ha posato il suo abito, rosso fuoco.
«Signore» annuncia con un sorriso «Siamo ufficialmente in ritardo.»
Olè.
***
Sala Grande. «Signorina McKanzie» la leziosa voce di Lumacorno interrompe la discussione. Alzo gli occhi, mentre automaticamente Carlisle mi si affianca, protettivo. Pur non vedendolo, posso immaginare il suo bel viso contrarsi in una smorfia.
«Buona sera, professore» lo saluto, cercando di essere il più educata possibile «Posso fare qualcosa per lei?»
«Beh, signorinella» mi agita l’indice sotto il naso «Potrebbe spiegarmi perché non ci ha mai fatto l’immenso dono della sua presenza ad uno dei numerosi thé a cui è stata invitata, per esempio.»
Non ribatto e lui coglie l’occasione per continuare a parlare, interpretando la mia espressione neutra per dispiacere puro.
«Ma vedo che è veramente dispiaciuta e sono sicuro che è stato lo studio a tenerla tanto occupata, sono sicuro che la prossima volta non mancherà.»
«Farò del mio meglio» mi sforzo di sorridere, tirando una gomitata a Carlisle che, di spalle, sghignazza senza ritegno.
«Ottimo» sorrido. Un sorriso largo, smisurato, falso. «Buona serata, signorina McKanzie»
«A lei, professore»
Aspetto che si allontani, per tirare un colpo sulla spalla a Carlisle.
«Certo che potevi fare lo sforzo e…»
Mi interrompo, seguendo la espressione improvvisamente tesa che è fissa su una coppia, al centro della pista. Riconosco Julia, che danza con la leggerezza di una fata, assieme a Riddle. Trattengo il respiro, circondando con un abbraccio la vita del mio Tassorosso.
«Credi che..»
Annuisce, lentamente. Aumento la stretta.
«Ma non ora» scandisce, lentamente «Non subito.»
Mi prende per mano, trascinandomi verso la chioma biondissima di Eugene che ondeggia a tempo di musica spiccando sopra la folla. Isabel, minuscola al suo fianco, sorride con aria sognante nonostante i suoi piedi urlino di dolore.
Il biondo, nel riconoscerci, si immobilizza, contemporaneamente alla sua compagna.
«Milo?»
Eugene indica il ragazzo, in mezzo alla pista, circondato da un nugolo di ragazze adoranti, mentre concede un ballo alla fortunata di turno, guardandosi bene dall’incrociare lo sguardo esplosivo di Opal. Il mio ragazzo annuisce, lanciando andare la mia mano per infilarsi nella folla.
«Vado a cercare Georgiana.» dichiaro, girando sui tacchi e avviandomi nella direzione opposta rispetto a Carlisle. Mi infilo tra un paio di coppiette così appiccicate da sembrare un unico, gigantesco ammasso di carne umana che si muove a ritmo; scosto con delicatezza un paio di ragazzine del primo anno che sbavano ai piedi di Jasper. La Serpe in questione mi riconosce: splendido come suo solito, con addosso un abito che più classico ed elegante di così si muore, mi squadra da capo a piedi un paio di volte. Raddrizzo la schiena, conscia dell’effetto che posso fare questa sera. Abbozzo addirittura un sorriso, che si trasforma in una smorfia di disprezzo alla vista della sua accompagnatrice.
«McKanzie» sibila, sorridendo a sua volta «Devo dire che sei molto…molto...» aggrotta la fronte, fingendosi in difficoltà. Lo ignoro, e faccio per riprendere a camminare. Devo trovare Georgiana, devo trovare Georgiana.
«… scialba» riprende Deirdre, concludendo la frase al posto suo «Il bianco ti fa sembrare più scialba del solito»
«E il tuo accompagnatore ti fa sembrare ancora più facile di quanto tu già non sia» ribatto dolcemente, prima di allontanarmi con passo deciso. I gridolini soffocati della Blackster mi inseguono, rendendo ancora più dolce la mia brillante uscita di scena. Inspiro a fondo, crogiolandomi nella mia beatitudine, ma non mi accorgo di una minuta figura davanti a me, che mi viene incontro a testa bassa.
Lo scontro è inevitabile: Violet Traviston mi frana addosso, rischiando di mandare entrambe a terra. La vedo che fa per aprire la bocca e biascicare qualcosa (forse scuse, ma dubito fortemente), ma nel riconoscermi richiude le labbra e mi guarda in cagnesco. Ricambio la cortesia, prima di spolverare la gonna dell’abito e riprendere a camminare, come se nulla fosse. I suoi occhi mi bruciano sulla schiena, particolarmente odiosi, ma la sagoma slanciata di Georgie mi riempie di sollievo. La raggiungo abbozzando qualche passo di corsa, e le stringo un braccio. Lo sguardo che mi rivolge, però, non promette nulla di buono.
Pallida, muove appena le labbra mentre si china verso di me.
«Dillo agli altri, alla Foresta. Non tutti assieme.»
Trattengo il respiro.
«L’ha sfidata»
***
Foresta Oscura. La notte è fredda, nonostante le giornate siano ormai calde.
Le ombre si allungano accanto a me, che incespico a fatica tra le radici e la fanghiglia, in bilico sui miei assurdi tacchi. Maledetta vanità, maledetta volta che ho deciso di indossarli per far bella figura. Maledetto ballo. Fruscii sospetti mi riempiono le orecchie, la paura mi attanaglia lo stomaco in una presa di ferro; potrei vomitare da un momento all’altro se non fosse che farei troppo rumore ed è l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno. Carlisle ed io siamo stati gli ultimi a lasciare il salone, qualche minuto dopo Milo e Damian: man mano che ci siamo allontanati dalla confusione della Sala Grande, infilandoci nelle ombre poco rassicuranti dei corridoi che conducono alle grandi porte di legno massiccio, il nervosismo mi è scivolato nelle ossa, facendomi tremare come un uccellino spaventato.
«Non ti obbliga nessuno a venire» sussurra Carlisle, guidandomi gentilmente tra una coppia di querce gemelle, dalla corteccia ricoperta di soffice muschio.
«Se non vengo, allora vuol dire che il Fidelius non è servito a nulla.» ribatto a denti stretti. Vorrei che non battessero così forte.
«Nessuno te ne farebbe una colpa» insiste «Nessuno si aspetta nulla»
«Ma io si. » mi fermo, rinunciando a tenere alto l’orlo dell’abito «Ascoltarmi. So che nessuno me ne farebbe una colpa, so che nessuno verrebbe a dirmi niente se decidessi di tararmi indietro, non è un gioco. Ma proprio per questo motivo devo esserci, non potrei più guardare in faccia nessuno di voi se adesso facessi dietro-front e tornassi a ballare come se nulla fosse. Julia ha investito tanto, nel Fidelius, e non solo lei. Io non posso, tornare indietro. Non posso e non voglio. E se i miei stupidi denti sbattono è perché il mio stupido corpo non può fare a meno di avere paura» concludo stizzita, massaggiandomi le braccia. Ho la pelle d’oca.
Carlisle mi abbraccia da dietro, racchiudendomi nel perimetro caldo e sicuro delle sue braccia e affondando il viso nell’incavo della mia spalla.
«Sei bellissima, stasera» sussurra «Non credo di avertelo ancora detto»
«Anche tu» chiudo gli occhi, fingendo di non essere immersa nel fango fino al tallone.
«Promettimi una cosa, Jillian» fioche, le sue parole danzano leggere fino alle mie orecchie «Non giocare a fare l’eroina»
«E tu non fare l’eroe» sento gli occhi pizzicarmi e gonfio le guance, istintivamente; non è né il tempo né il luogo delle lacrime.
«Qualsiasi cosa succeda..»
«Non succederà niente!» esclamo stridula, voltandomi verso di lui.
«Qualsiasi cosa succeda» riprende, caparbio «Sarò la tua ombra»
«E io la tua»
«Promesso?»
«Promesso»
Mi stringe più forte, senza aggiungere altro. Non un bacio, non una carezza: mi stringe forte, come se così potesse mescolarsi a me, al mio sangue, al mio corpo, e non dovermi lasciare andare per la mia strada, in questo labirinto di tronchi. Un attimo dopo, l’aria fredda prende il posto del suo tepore e non c’è più, scomparso chissà dove qui attorno. Inspiro a fondo, stringendo forte la bacchetta tra le dita sudate.
Riprendo ad avanzare, reprimendo l’impulso omicida di illuminare il terreno ai miei piedi con il primo incantesimo che una strega impara in vita sua, ascoltando il raccapricciante rumore dei tacchi che affondano nella fanghiglia e di questa che tenta di risucchiarli ad ogni passo, rallentandomi. Non posso andare avanti così, è da impazzire: trattenendo il disgusto, sfilo i sandali, accucciandomi dietro un cespuglio per incantarli e saperli poi ritrovare domani mattina. Qualcosa ulula in lontananza, mentre li nascondo sotto i rami di quello che riconosco come biancospino. Sempre se ci arrivo, a domani.
Mi rialzo in piedi, inghiottendo la paura e riprendendo a camminare, ma lo schiocco di un rametto spezzato mi informa che non sono più sola. Mi volto di scatto, mentre dalle ombre, pallida come un fantasma, emerge una sagoma esile che riconosco come Violet Traviston.
«McKanzie» sibila, il volto inespressivo illuminato da un raggio di luce argentata che rivela lo sguardo vacuo di chi non prova rimorsi «Dove hai lasciato il tuo ragazzo-peluche?»
«Traviston» ribatto, cercando di trattenere un leggero tremore nella voce «Potrei chiederti esattamente la stessa cosa, se non fosse che ho intravisto Norwood qui dietro, assieme alla Lywelyn. E non stavano discutendo, questo è sicuro.»
Un alito di vento ci scompiglia i capelli, mentre per una manciata di interminabili secondi ci fissiamo in cagnesco. Poi, all’uninsono, urliamo.
«STUPEFICIUM»
«IMPENDIMENTA»
Gli incantesimi si scontrano, esplodendo in una pioggia di scintille luminose e colorate. Ma non c’è tempo per guardare la magia che si combatte tra di noi: chiamando a raccolta tutte le mie forze e il mio coraggio, arretro nell’oscurità tra gli alberi, dandole le spalle e iniziando a correre.
Con un po’ di fortuna, sarà tanto idiota da seguirmi in un labirinto di cui non conosce l’uscita.
Con un po’ di fortuna, io quest’uscita saprò trovarla prima di lei.
Il corridoio e` buio, le lampade ad olio ai muri formano ombre che si susseguono sul tappeto persiano per terra, illuminando fiori rossi o leoni dalle fauci aperte. Mentre cammino sulla punta dei piedi, guardandomi intorno circospetta, mi balena per un attimo il pensiero che non ne vale la pena. Guardo Susan negli occhi in cerca forse di un segno che mi rassicuri, ma anche lei sembra poco convinta della nostra missione “ruba-cibo-dalla-cucina-per-sleepover”. Il solo pensiero di una banda di elfi domestici che ci sorprendono rovistando nella dispensa mi fa rabbrividire. Gia` li vedo con il mattarello in mano, pronti a cacciarci via a suon di “mattarellate”.
“Forse dovremmo tornare” sussurro all’orecchio di Susan, che si e` accostata alla pesante porta che segna l’entrata della cucina.
“Dai Alexa, facciamoci coraggio, massimo mettiamo in atto una fuga rocambolesca, tanto i dormitori dei Tassorosso sono qua vicino”. Sospiro profondamente e annuisco in sengo di approvazione. Susan lentamente inizia a spingere il portone, stranamente non e` chiuso a chiave. Poso la mia mano sulla sua, fermandola.
“Non e` che stanno ancora la` dentro?”.
Susan mi squadra arrabbiata e subito mi zittisco, girandomi dall’altra parte mentre lei apre la porta. Qualche scricchiolio dopo siamo dentro una sala buia, dove a malapena si possono distinguere i fornelli e i tavoli.
“Lumos” sussurra Susan prima che la possa fermare. Una debole fiamma di luce fuoriesce dalla punta della sua bacchetta, illuminando la cucina, pulita a fondo e lucidata dagli elfi. Con sollievo vedo che non si trovano in cucina, probabilmente staranno in una stanza contigua a dormire. Meglio per noi. Ci avviamo alla dispensa, e Susan alza la bacchetta per illuminare scaffali e scaffali pieni di ogni tipo di cibo, dagli insaccati alle brioche, dal pane ai succhi di frutta. Prendiamo poco, nonostante la tentazione di arraffare il piu` possibile e` grande, ma non vogliamo che gli elfi si accorgano del furto. Susan mi fa un segno con la testa e insieme ci incamminiamo verso il portone, ma cercando di tenere la bacchetta in mano per illuminare la via Susan fa cadere una pesante barretta di cioccolato, che nel silenzio mortale della cucina provoca un rumore metallico che rimbalza dai muri. Immediatamente si accende una luce nello stanzino dietro la cucina dove dormono alcuni elfi. Leggo la paura negli occhi di Susan. Questo e` il momento della fuga rocambolesca. Cosi`, con le mani piene di cibo e bibite, corriamo verso il portone. Ma la luce della bacchetta si affievolisce di colpo e Susan inciampa proprio sulla barretta di cioccolato, rotolando per terra in modo penoso. La scena e` cosi` divertente che non posso fare a meno di ridere. Anche Susan inizia a ridere fragorosamente, e le nostre risate riempiono il silenzio tetro della cucina. Con dei passetti corti e svelti si avvicina a noi un piccolo elfo, che tiene in mano una lampada ad olio appena accesa. Non sembra per niente felice di trovarci nella cucina. Deglutisco lentamente, e poso altrettanto lentamente tutto cio` che avevo in mano per terra. Infine alzo le mani, un po` alla film western. Susan accanto a me fa altrettanto. Ma l’elfo ci sorprende:
“Tutto questo casino per un anticipo alla colazione? Bastava chiederci no?”. Sorride mostrando i suoi denti rovinati e gialli, ma io lo trovo il sorriso piu` gradito del mondo. In pochi minuti le nostre mani sono piene di almeno il doppio della roba che tenevamo in mano inizialmente, e l’elfo ci ha raccomandato di non fare rumore in corridoio, rischiando di essere scoperte. Prima di uscire salutiamo e ringraziamo calorosamente il piccolo elfo, che ancora mezzo assonnato ci porge un’ultimo muffin. Cosi` voliamo per il corridoio, arrivando ansimanti alla Sala Comune. Una volta dentro, tiriamo un forte respiro di sollievo, ma prima di scoppiare a ridere, aspettiamo ad arrivare fino al dormitorio, e poi veramente non ci fermiamo piu`, rotolandoci per terra fra le poche cose che ci sono rimaste in mano dopo la corsa. E meno male che temevamo le mattarellate degli elfi! Rah e Cassie, che erano intente a fare le treccine a Lory, abbandonano la loro postazione per sgranocchiare i dolcetti. Lory rimane con mezza testa a treccine e mezza liscia, ma si accontenta servendo cinque bicchieri di succo di zucca, e proponendo un brindisi: “A un magnifico ballo, fantastico fine anno, ottimo GUFO e a una nuova amicizia!”. Brindiamo. A un nuovo inizio in poche parole, ma a Lory piace esagerare nei brindisi. Il resto della serata vola via in un soffio, fra abbuffate, risate, scherzi, battute e molti altri brindisi. Spero che questo sia soltanto uno dei tanti futuri sleepover che vedranno partecipi anche Cassandra e Rah. E spero di andare anche la prossima volta in cucina a fare visita al nostro amico elfo.
Odio l’atmosfera a scuola pre-ballo. Seriamente la odio con tutto il mio cuore. La scuola pullula di ragazze (e ragazzi) in piena fase ormoni, che si acconciano meglio giusto la settimana prima del ballo, sperando che, con quell’attimo di matita in piu`, o quella mini gonna ricevuta ai dodici anni, puoi forse colpire qualche ragazzo che, diciamocelo chiaramente, non ti ha mai notato per tutto l’anno. Perche` dovrebbe adesso, mi chiedo? Persino in biblioteca, un posto dedicato allo studio e alla santa dormita in pace, si sono appostate alcune ragazzine del quarto, che ridacchiano e fanno finta di leggere un libro, con la inutile speranza di essere chieste al ballo da alcuni ragazzi del mio anno, che come me, ripassano disperatamente per i GUFO. Non riesco a concentrarmi con le risate da ochette delle ragazzine, quindi mi alzo ed esco, sperando di trovare un po` piu` di quiete al parco. Come non detto, anche la` ragazzine in gruppetti stretti si scambiano opinioni su vestiti, trucchi e cavalieri, scorgo con la coda dell’occhie le sorelline di Deidre, che ostentano una sicurezza e un’indifferenza nel tema ballo notevole, ma che sono sicura siano emozionate come il resto delle loro compagne.
“Alexa!” grida una voce dietro di me. E` Susan, che, aggrappata al braccio di Lory, la sta praticamente trascinando nella mia direzione. “Giusto in tempo!”. Non capisco questa sua affermazione, ma, data la faccia di Lory, sospetto che sia una delle sue grandi idee. E questa non e` una buona notizia. Cosi` si aggrappa anche al mio braccio, e adesso si ritrova a trascinare ben due ragazzine. Improvvisamente colgo l’obiettivo di questa sua passeggiata per il parco, che aime` sembra anche l’obiettivo di meta` della popolazione femminile di Hogwarts.
“Oh no Susan questo proprio no...”. Ma e` gia` partita.
“Scusate ce l’avete una sigaretta?” chiedo con molta naturalita` Susan a due ragazzi che stavano fumando accanto a una quercia vicino al lago. Li conosco di vista, sono due del sesto, Corvonero, carini, i classici tipi da appuntamento. Un po` timiducci, frangia che casca sugli occhi, quei tipi che finche` non li conosci non puoi sapere se sono interessanti o no. Il piu` alto dei due porge una sigaretta a Susan e poi gliela accende un po` impacciato.
“Grazie! A proposito io sono Susan e queste sono le mie amiche Alexa e Lory”. La mia faccia avvampa e divento rossa come un peperone mentre li saluto stringendogli la mano.
“Noi siamo Max e Robbie”. A questo punto Susan ci guarda con i suoi occhi “scusate-uccidetemi-dopo” e si rivolge di nuovo a Max e Robbie.
“Sentite due ragazzi belli come voi avranno di sicuro un’appuntamento per il ballo no?”.
I due si scambiano un’occhiata veloce, chiedendosi forse se dire la verita` oppure inventarsi una balla.
“Be`...in realta` no...” dice Max con un filo di voce.
“Ma com’e` possibile? Vabbe` si rimedia presto, anche Alexa si trova al momento senza appuntamento, avendo rifiutato proprio ieri uno del settimo” Come fa a inventarsi tutte queste balle tempo due minuti? “Perche` non vai con lei?”. La faccia di Max cambia repentinamente espressione, sono sicura che lui sperava di andare con Susan, invece che con me, ma la fortuna gli ha voltato le spalle.
“E te potresti andare con Lory Robbie!”. Robbie annuisce, rivolgendo un timido sorriso a Lory.
“Benissimo allora ci si vede al ballo ragazzi!” grida Susan, trascinandoci di nuovo via.
Appena fuori di vista dalla quercia inizia a saltellare proponendoci il suo ballo di vittoria.
“Be` non esultate con me?”.
Ed e` cosi` che mi sono trovata un appuntamento al ballo, riducendomi nello stesso stato di quelle stupide ragazzine del quarto in biblioteca. Mi chiedo come abbia permesso un evento del genere...
« Un ballo, capisci? » esclama Prudence tutta concitata, battendo le mani davanti alla bacheca « Un ballo vero! » continua in un soffio, gli occhi luminosi di gioia davanti alla bacheca dell'ingresso.
« Un cosa? »
Ecco, sapevo che prima o poi sarebbe dovuto succedere di nuovo. All'ultima festa da ballo ho rischiato di strappare il vestito più bello che abbia mai posseduto con una rovinosa caduta giù per le scale. Il fatto che nessuno fosse presente non cambia il mio conseguente rigetto verso qualunque abito lungo e verso scarpe sopraelevate anche solo di due centimetri.
« ... ti prego, no » bofonchio, in direzione dell'annuncio, che ormai sono arrivata a leggere con i miei occhi. Come se non bastasse averlo già sentito una volta dalle labbra forse più entusiaste dell'evento in tutta la scuola. Ora mi toccheranno, se i miei calcoli sono esatti – cosa di cui dubito – due settimane di preparativi intensivi e rose e fiori che sbocciano tra tutti gli esseri di sesso opposto che si trovino a meno di due metri di distanza. Che meraviglia.
« Annabel! » prende a fare lei crucciata, piazzandosi davanti a me a mo' di palo « Dovresti apprezzare le occasioni che la vita ti offre! E' la volta buona che trovi seriamente un ... ahia! » un po' di carica muscolare e uno scapaccione dritto dietro la testa, ecco cosa ci vuole.
Possibile che una come lei sappia pensare sempre, continuamente a un principe azzurro dei sogni, perlopiù variabile a periodi minimi di due mesi? Va bene, devo ammetterlo, oggi non è una di quelle giornate esattamente parlantine oltre limite massimo, ma ciò non significa che io sia diventata una specie di cadavere ambulante con il pallino per il pessimismo cosmico! Arriverà quando arriverà, fine della storia.
« Eddai, smuoviti! Che hai oggi? » mima una mal riuscita scena di resa con una scrollatina di spalle. In effetti, di solito la scena visibile al nostro passaggio in pubblico è quella totalmente opposta. E quando capita la giornataccia... beh, capita a tutti. Sarà stato il compito di Divinazione di oggi, che mi lascia nello stomaco qualche dubbio sulla sua riuscita, o forse è solo quello che ho mangiato stamattina?
« Oooh, eleggeranno anche Miss e Mister Hogwarts! » sussurra concitata, stringendo i libri al petto e illuminando gli occhi di due stelline lucenti « Dai, Ann, partecipa anche tu! »
Ok, se voleva farmi ridere, di sicuro ci sta riuscendo alla grande. Non ho mai sentito stupidaggine più grande di questa in sei anni di frequenza qui ad Hogwarts!
« Divertente, Prue » faccio ironica, aumentando il passo verso la sala comune – per quanto l'altezza modesta mi permetta spinte elevate su entrambi i piedi, ovvio.
« Non sto scherzando » risponde crucciata, scostandosi i capelli dal viso « Le partecipazioni sono aperte a tutti, perché non provare? »
« Perché non ti iscrivi tu, invece di girarmi intorno a mo' di mosca? » sbuffo, per poi mormorare senza interesse la parola d'ordine dei Grifondoro « Sarebbe decisamente costruttivo, senza contare che la finiresti di ridurre la mia pazienza in briciole di pane » concludo gettandomi sul divano, appena varcata la soglia.
Ok, quando è così non c'è niente da fare. Neanche vedere Riddle ballare la samba con un costume rosa da coniglio mi tirerebbe su di morale, ed è tutta colpa di quel maledetto compito. Ancora mi chiedo perché non abbia scelto Babbanologia, con tutti i vantaggi che avrebbe portato.
« Ok, scusa » sospiro. In fondo voglio troppo bene alla mia migliore amica, e stava solo cercando di animare le noiosissime ore infra lezioni, come solitamente mi trovo a fare io...
« Comunque sia, miss acidona » Prue riprende il suo discorso, agitando convulsamente le mani in aria come a voler spiegare chissà quale teoria di Aritmanzia « Che tu venga sola o accompagnata, ti serve un vestito nuovo, e a questo ho pronto rimedio » continua con un sorriso soddisfatto in viso.
« Un vestito nuovo? » esclamo, sgranando gli occhi « Intendi lungo? » chiedo con un brivido, aggrappandomi ad un cuscino.
« Mi sembra logico, come ad ogni ballo che si rispetti » la bionda si scosta un ciuffo di capelli dal viso, per poi alzarsi in piedi « Muoviti! » dice indicando il dormitorio.
Oh, dio. Non sono psicologicamente pronta ad affrontare un tendone di raso tutto pizzi e merletti, non ora, non il giorno prima del compito di Pozioni e non quello dopo il compleanno di Arcibaldo! Ora che ci penso non ho ancora salutato Charlotte, e volevo perlomeno che desse l'esame di prima...
Sospiro, salendo le scale della torre: ormai si sa, se lei vuole qualcosa non c'è possibilità di smuoverla. Entro nel dormitorio femminile, chiudendo la porta dietro di me e mettendomi a sedere sul letto, circoscrivendo le ginocchia con le braccia e osservando la mia compagna di casa frugare nel suo baule.
Dopo una lunga e quasi interminabile attesa, mi sento soffocare da un ammasso di seta morbida giunto sulla mia testa a velocità supersonica.
« Ecco qua! » sorride Prudence giuliva, saltellando fino a me con le mani intrecciate fra loro.
Mi districo dalla presa di quello che sembra un essere animato con milioni di tentacoli, per poi riuscire finalmente ad osservarlo nella sua integrità.
E' molto lungo, molto stretto e soprattutto molto rosa. Nient'altro da osservare, se non il pizzo spaventoso che ricopre l'orlo inferiore...
Ma come tutti sanno, sebbene possa sembrare strano, a volte ho un tatto anche io, e offendere quel suo bel faccino luminoso di gioia e piacere di aiutare gli altri sarebbe un'azione sconsideratamente cattiva.
« Beh, è... » mugugno, cercando le parole adatte a descrivere quell'invadente capo di abbigliamento, che ormai sta riuscendo a rovinarmi la giornata più di quanto non lo fosse prima « E' molto elegante, sì » concludo con un sorriso, stendendolo sulla coperta rossa e oro.
« Sapevo che ti sarebbe piaciuto! » esclama la bionda prendendolo tra le braccia, per poi riporlo subito nel suo baule, tra i vestiti e la biancheria invernale ormai riposta.
Sospiro.
« Ma certo, che pensavi? »
***
La biblioteca dovrebbe essere deserta, a quest'ora della sera, eppure qualche forma di vita ancora la sta esplorando, con i suoi occhietti forse curiosi, forse assetati di sapere, o semplicemente stanchi e bisognosi di andare a cena, ma obbligati a restare per completare chissà quale importantissimo compito dimenticato.
« Ehi! » esclamo gioconda, suscitando una reazione perplessa della bibliotecaria, appena scorgo la figura di Jillian farsi largo tra gli scaffali.
Abbasso il tono di voce « Qual buon vento? » chiedo con una risatina, vedendola sobbalzare al mio arrivo.
« Oh, Annabel... » alza le spalle, vagamente imbarazzata, ed esita un momento prima di chinarsi verso il mio tavolo « Cercavo giusto te » sorride.
« Cercavi me? E come mai? »
« Uhm... ti va di spostarci altrove? E' una cosa piuttosto privata »
Annuisco, leggermente spaventata. Dopotutto non dovrei fidarmi degli sconosciuti, sono una figlia di babbani e questo non è il periodo giusto per seguire nessuno che non conosca da almeno due mesi in qualche oscuro anfratto della scuola. Però Jillian, lei è così dolce e tenera, specialmente quando scuote la testa in quel modo adorabile prima di dire qualcosa di importante...
« Ti seguo » annuisco, recuperando il sorriso, per poi lasciarmi condurre dalla bionda attraverso i corridoi, illuminati dalla fioca luce del tardo pomeriggio che filtra dalle alte vetrate. Finchè non giungiamo davanti a un muro spoglio, i mattoni erosi dal tempo ma ancora visibili.
« Annabel, probabilmente ti sembrerà una stranezza ciò che sto per dirti » spiega dolce, anche se leggermente impacciata « Ma vedi, da quando i conflitti tra gli studenti si sono fatti così frequenti... » continua, mordendosi la lingua e dirigendo lo sguardo verso la parete.
« Siamo già un po’, ma contiamo di allargarci. Difendiamo i Mezzosangue » senza mezzi termini, lasciandosi andare a un sorriso « Puoi unirti a noi, se vuoi » conclude, facendo cenno verso l’arco murato e completamente vuota.
« Io... ovviamente sì » annuisco, leggermente confusa, ma non faccio in tempo a chiedere ulteriori spiegazioni, che davanti a me si materializza l'ultima cosa che mi sarei aspettata di trovare: una porta. Una semplice porta come tante altre, se non fosse per il fatto che sia appena apparsa dal nulla, dalla quale fa capolino la testa mora di una ragazza, sicuramente più grande di me, a giudicare dall'aspetto – ma dopotutto, anche uno del quarto potrebbe sembrare più grande di me...
« Julia » saluta lei, con un cenno della mano « Annabel » sorride, indicandomi.
« Nuova recluta, non penso dovrebbe dare problemi ma farei ugualmente il test » proferisce con aria professionale « Che ne dici, Ann? » Test? Dio mio, detta così è inquietante, ma spero di potermi fidare...
« D'accordo » stringo la mano alla ragazza più grande, evidentemente Julia, prima di vedermi porgere un'ampolla di vetro contenente un liquido cristallino. E' chiaro l'invito a berla, immagino.
Ne mando giù un sorso, accorgendomi del suo sapore molto simile a quello della semplice acqua, prima di avvertire un leggerissimo giramento di testa. Oh, dio, che cosa ho fatto. Accettare da bere da degli sconosciuti qualcosa di cui non conosci entità, e perlopiù in un periodo così drammatico per i figli di babbani di tutta la storia di Hogwarts...
« Annabel, cosa pensi di Tom Riddle? »
Potrei aggirare la cosa esponendola con parole dolci, ma è inevitabile che mi ritrovi a gesticolare animatamente, senza la forza di trattenere la mia risposta.
« Penso che sia una lurida, schifosa e putrida serpe strisciante che non ha altro da fare se non piantare quel suo bel faccino in giro, e francamente penso che... » sbotto stizzita, prima di sentirmi chiudere la bocca con una mano. Peccato, mi sarebbe piaciuto sfogarmi, ora che le parole sgorgano così prepotentemente e senza lasciarmi possibilità di controbattere.
« Hai contatti con lui o i suoi seguaci? »
« Per chi mi avete preso? » torco il capo, offesa.
« Condividi le sue idee riguardo i cosiddetti Mezzosangue? »
« Io sono la Mezzosangue più fiera di questa terra! » esclamo ergendomi in piedi e scoppiando a ridere. Ok, questo potevo risparmiarlo, ma l'istinto si sta sovrapponendo alla ragione in un modo in cui non lo avevo mai provato prima.
Julia annuisce, lanciando uno sguardo ad un'altra ragazza appena comparsa dietro di lei.
« Beh, allora... » proprio quest'ultima abbozza un sorriso « Benvenuta nel Fidelius »
Oggi partono i reclutamenti dei nuovi membri. Milo Ashmore, Opal Worthington, Damian Denholm. Carlisle e Eugene con il primo, Sebastian con gli altri due, in momenti diversi.
Io, invece, devo parlare con Cassandra Becket. La migliore amica di Ida. E poi con Aedan, ma è un’altra storia.
Stamattina ero intenta a fare colazione, anche se con tutte le cose che sono successe, lo stomaco era piuttosto chiuso.
“Julia, posso parlarti?”
Ho accettato. La Tassorosso ha poi iniziato ad espormi i suoi sospetti. Sospetti non infondati, che potevano metterla in pericolo.
Un’idea si è fatta strada nella mia mente: farla entrare nel Fidelius. È la cosa più logica. Sarebbe più tranquilla, e più protetta. Così, mi sto avviando a descriverle la situazione.
Cassandra mi aspetta nel parco, vicino al lago.
“Ciao, Julia.”
“Ciao, Cassandra.”
Iniziamo a camminare sulla riva, mentre cerco di spiegarle gli eventi sotto una nuova luce, più sinistra ma chiarificatrice. Alla fine, ha gli occhi lucidi.
“Devi venire con me in un posto.”le dico.
“Quando?”
“Te lo farò sapere.”
Ci dirigiamo verso la Sala Comune di Tassorosso, in silenzio. La accompagno fin sull’ingresso, dove la saluto. Cassandra si slancia ad abbracciarmi, e scoppia a piangere. Lascio che si sfoghi, poi le offro un fazzoletto.
Pochi istanti dopo, è in ordine, e con un sorriso triste rientra fra i suoi compagni.
Mi volto per andare via, quando intravedo una figura familiare girare l’angolo in tutta fretta. Una figura alta, magra, con un gran casco di capelli biondi. Eugene.
“Eugene!”esclamo, raggiungendolo e prendendogli il braccio.
Lui dà uno strattone, ma si ferma. Brontola qualcosa di incomprensibile.
“Eugene, non volevo.”
Guarda con ostinazione il pavimento, concentrato sugli stivali da giardinaggio infangati che ancora indossa.
“Erano il mio pianoforte, la mia aula.”ribatte, a voce bassa.“E voi li avete usati come…come…”
“Mi dispiace, in quel momento non ci ho pensato.”
“Già.”
Un muro, ecco cos’ho di fronte. Cerco di non perdere la pazienza, anche se il mio istinto più primordiale sarebbe quello di appioppargli uno schiaffo. Non ottiene nulla con questo comportamento da bambino offeso.
Sospiro.
“Ti va se andiamo a parlarne da qualche parte?”
Annuisce con un mugugno.
Poco dopo siamo in Sala Grande, di fronte a due enormi bicchieri colmi di latte caldo.
“Non so spiegartelo bene neppure io.”
Non mi guarda. Non mi ha ancora guardato da quando l’ho incontrato.
“Mi hanno sempre considerato la ragazza di ghiaccio. Forse in parte lo sono davvero. Ho avuto altre storie, altri ragazzi. Uscivamo due volte e poi mi stancavo. Sono una persona incostante, sotto questo punto di vista.”
Eugene arrossisce appena.
“Poi, è arrivato Aedan. Ci ha messo molto tempo a convincermi, te lo assicuro. Non volevo dargli alcuna possibilità. Per una serie di motivi.”
“Ad esempio sua sorella.”dice.
Sorrido. Ha parlato di sua spontanea volontà. Miracolo.
“Ad esempio lei, sì. Ed una serie di altre cose. Ti capita mai di aver paura? Non per un male fisico. Per una sensazione di disorientamento che ti prende da dentro. Uno smarrimento bizzarro, che ti fa star bene e male allo stesso tempo.”
Annuisce. O forse è un altro mugugno. Poi beve un sorso di latte.
“Ti dico tutto questo non per giustificarmi, ma per farti capire che, se ho in qualche modo profanato il tuo angolo privato…mi dispiace moltissimo.”
“Va bene.”
Mi sono aperta con Eugene più di quanto abbia osato farlo con me stessa, riguardo questa situazione. Forse l’ha capito anche lui.
“E poi…”aggiungo, per sdrammatizzare“Non è successo quasi niente. Ci hai preso in tempo. Il pianoforte è ancora incontaminato per ospitare te ed Isy.”
Eugene sta soffocando nel latte.
Scatto in piedi e cerco di farlo tossire il più possibile.
“Julia.”
Alza lo sguardo verso di me, con il respiro affannoso. Sembra voler dire qualcosa, con il viso contratto in una smorfia che lo assomigliare ad un orsetto, gli occhioni blu ancora colmi di lacrime.
“Prometto che non succederà più, mio piccolo Chopin. E adesso, sarà il caso di tornare nel tuo dormitorio. Sei fradicio di latte.”
Ammettiamolo.
Entrare nel Fidelius senza avere la più pallida idea che esista può essere traumatico. Ma stasera abbiamo ben cinque nuovi iscritti: Opal Worthington, Milo Ashmore, Damian Denholm, Cassandra Becket…e Aedan.
Se la sono cavata bene con l’interrogatorio, soprattutto Damian che alternava indignazione e sprazzi del suo solito umorismo. Opal invece sembrava sul punto di far esplodere qualunque cosa.
Alla fine dell’incontro, Georgie sembra stanca, il suo viso è piuttosto nuvoloso.
“Tutto bene?”le chiedo.
“Sì. Anche se non sono sicurissima su alcuni nuovi acquisti. Ad esempio, Cassandra. Credi che abbia la capacità emotiva di farcela?”
Le espongo la mia prospettiva, e Georgiana annuisce. So che non è del tutto convinta, ma spero che col tempo lo sarà.
“E Aedan?”
“Aedan…è roba tua. Mi fido di te. Se senti di poterti fidare di lui, allora posso tentare anch’io.”
“Grazie!”esclamo, sopraffacendola con un abbraccio.
In effetti, non è entusiasta, ma temevo che l’avrebbe bocciato in pieno…invece c’è un minimo margine di manovra.
“Vài pure dal tuo Corvo, tanto c’è Sebastian che mi aiuta a mettere a posto…”
“Sì. Mettere a posto. Questo è l’eufemismo del secolo!”
“Julia Versten! Non so tu che cosa intenda per mettere a posto, ma io mi riferisco alla mera attività di riordino. E con questo, fuori di qui!”dice, facendo un gesto con la mano.
Aedan mi sta aspettando vicino ad una delle grandi finestre del settimo piano.
“La sua scorta è qui, milady.”
“Grazie infinite, messere.”
Camminiamo fianco a fianco per un po’, finché non lo sento sbuffare. Mi avvolge le spalle con il suo braccio sinistro, ed io lo assecondo rincantucciandomi.
“Certo che una ragazza meno appiccicosa di te non l’ho mai vista.”sbotta.
“Ma guarda, non mi sembravi il tipo da romanticume.”
“Ti stupirò. Ad esempio, se non mi piacesse un minimo di romanticume, non ti inviterei al ballo.”
“Lo stai facendo?”
“Accetteresti?”
Per chiudere questo gioco del gatto col topo, rispondo:
“Con grande sforzo…penso che potrei accettare.”
“Meraviglioso. Avverto la stampa?”
I miei intenti di pace svaniscono. Non posso che prenderlo a pugni.
Aedan lascia fare, e dopo un poco mi blocca i polsi con le mani.
“Come sono sottili…”
“Grazie. Ora ti dispiacerebbe lasciarmi andare?”
“Un momento solo.”dice, avvicinando il suo corpo al mio.
Sussurra:
“Julia, vuoi venire con me al ballo di fine anno?”
“Sì, Aedan. Sì.”
E' un dato di fatto che Corvonero sia la Casata intelligente, che a Grifondoro ci finiscono gli eroici idioti, che Serpeverde sia un covo di viscidi stronzi ipocriti e che a Tassorosso sia la tana di chiacchieroni che però lavorano sodo. E' una realtà a cui non si scampa, questa.
Chiaro che ci sono le eccezioni.
Ad esempio ci sono un paio di Corvonero che è un miracolo se riescono ad accedere ogni giorno nella loro Sala Comune, Serpi che sembrano conservare briciole di intelligenza e dignità (non è il caso dei tre principi superstiti più la nuova arrivata -che non sarà mai ai livelli di Eveline, è palese), Grifoni che pensano prima di agire e Tassi che rasentano l'idiozia totale.
Anzi, che trascendono l'idiozia, raggiungendo le sfere più alte della demenza umana.
Perché solo qualcuno che è al di là della stupidità più totale andrebbe a stuzzicare la Lywelyn e la Blackster per il puro gusto di farlo, specie se le due sono in atteza dei loro degni compari.
Sospiro, mentre i due idioti in questioni borbottano le loro scuse ad Elizabeth, che li guarda senza parole. Non si sa bene come, i due geni, oltre ad esser stati schiantati prima di poter aprire la bocca e scandire una sillaba che fosse una, sono pure riusciti ad incappare in Lumacorno che, saputo dell'accaduto, ha tolto venticinque punti ciascuno per "aver molestato con la loro maleducazione babbana due splendide purosangue, orgoglio del mondo magico".
Orgoglio di cosa? Di una cerchia di individui balordi cui è imploso il cervello per non vedersi costretto a formulare aborti di filosofie razziste e retrograde?
La Hale inspira a fondo, lanciandomi un'occhiata di pure disperazione.
«Resta il fatto che la stronzata l'avete fatta» sentenzia dura, incrociando le braccia al petto «E che i punti che ci avete fatto perdere sono tanti»
I due si fanno piccoli piccoli, sotto il suo sguardo impietoso, mentre lei prosegue.
«Se non fosse che sono una persona fondalmente pacifista e contraria alla violenza vi avrei già riempito di lividi, parola mia. State bene attenti a non rifarlo mai più, la prossima volta non sarò così magnanima. ora sparite dalla mia vista, subito!»
I due non se la fanno ripetere un'altra volta, girando sui tacchi e dileguandosi nei dormitori maschili. Lo sguardo cioccolato di Elizabeth si posa su di me; le sorrido.
«Com'è che si dice?» chiude gli occhi, massaggiandosi le tempie «La madre degli stupidi è sempre incinta»
«Corre voce sia di facili costumi»
«Hai proprio ragione» si lascia cadere sulla poltrona alle sue spalle, riprendendo in mano un tomo di Trasfigurazione Avanzata e un plico di appunti da far concorrenza a quelli di Georgiana e Jillian messi assieme. Ha l'espressione di chi vorrebbe far tutto tranne che studiare. E io, dal mio canto, non ho nessuna intenzione di tornare al mio tema di Difesa sulle Arti Oscure. Resta una sola cosa da fare, quindi.
Mi sporgo appena verso di lei.
«Hai saputo del ballo?»
«Non nominate il ballo!» si intromette strillando Polly, facendo capolino alle spalle della Caposcuola «Non fatelo in mia presenza!» ci intima, gli occhi fuori dalle orbite.
La Hale inarca le sopracciglia.
«E perché, di grazia?»
«Non si può direeeh» dondola sui piedi, agitandole un indice in faccia «No no no no, non si può.»
«Come vuoi, Polly» commenta scettica, chinandosi a raccattare i suoi libri «Ora, vogliate scusarmi, ma ho degli esami da preparare. Buon pomeriggio» sorriso, sventolando una mano per poi dileguarsi verso il dormitorio femminile. La mia rossa compagna di casa fischia sommessamente.
«Ciao ciao» la saluta, prima di tornare a guardarmi con le mani saldamente piantate sui fianchi.
«Allora è vero?»
«Che cosa?»
«Non fingere di non sapere» sibila «Ne parla tutta la scuola!»
«Di cosa?» la capacità di saltare da un argomento all'altro di questa ragazza mi spaventa non poco.
«Di Milo e della Worthington. Li hanno visti nel bel mezzo di un corridoio nel cuore della notte.» schiocca la lingua.
Dopo una riunione del club, suppongo. Da quando è stato scoperto, gli incontri si protraggono sempre più a lungo e, quando finiscono, ne usciamo che siamo devastati; Jiulia e Georgiana non ci danno un attimo di tregua.
«Può essere» commento dopo qualche attimo «Ma come mai la cosa ti interessa tanto? Il fascino di Milo non ti era indifferente?» la punzecchio, con un sorriso.
«E' solo amor di cronaca, non credere» tuba, indignata dalla mia insinuazione «Mi sorprende che tu non lo capisca»
«Eccerto, come no» rido.
Apollonia cede, alla fine, sorridendo a sua volta.
E' una ragazza a posto, una volta superato lo shock da primo impatto, e da quel che ho potuto vedere è una persona con la testa sulle spalle e non la spiantata totale che sembra. Invitarla ad una riunione del club potrebbe non essere una cattiva idea. Male che vada, sappiamo tutti che Jiulia e Jillian sono insospettabili perfette obliatrici.
«Polly, senti» inizio a dire, qusta volta serio. Lei reagisce simultaneamente, smettendo di torturare una ciocca di capelli e lasciando ricadere le braccia lungo i fianchi sottili.
«Mh?»
«Ci sono delle persone che vorrei farti conoscere. Hai impegni per domani sera?»
***
C'è agitazione, nell'aria.
L'intera popolazione femminile della scuola sembra essere preda di una assurda follia e si aggira per i corridoio con aria minacciosa, muovendosi come se fosse un'unica massa, una gigantesca piovra che cala i suoi tentacoli su poveri ragazzi inermi. Ho visto Lennard assalito da una schiera di Serpeverdi del terzo anno, l'altro giorno. Milo sono giorni che se ne sta rinchiuso in camera maledicendo Silente per la grandiosa idea, mentre una pozione dell'Invisibilità borbotta allegramente nel suo calderone. Gli unici che sembrano tratte gran divertimendo dalla situazione sono gli Stupi-principi che vagano per i corridoi con le loro Stupi-principesse al seguito facendo incetta di inviti e seminando solo cuori infranti e misteriosi schiantati mezzosangue alle loro spalle. Occhei, magari schiantati no. Ma ci sono stati un paio di lividi e braccia rotte sospetti.
«Certo che le ragazze potrebbero quantomeno evitare di picchiarle» borbotto, stizzito.
Jillian alza gli occhi dal catalogo che sta sfogliando (l'ennesimo), dopo aver cerchiato un modello che sembra essere di suo gradimento. Da quando le ho chiesto se le andava di venire al ballo con me e lei lo ha comunicata alla sacra famiglia, sia la madre che la nonna hanno iniziato a subissarla di cataloghi. Metà dei quali sono di abiti da sposa e chissà chi li manda.
«Ti ricordo che Ida era una ragazza e non si sono fatti più che tanti scrupoli» sussurra dolce, posandomi una mano sul braccio. Come se questo potesse in un qualche modo stemperare la rabbia e lo sdegno.
«Lo so» sibilo più irritato che mai, mentre lei mi si rannicchia contro, riuscendo ad incastrarsi alla perfezione nelle curve che il mio corpo disegnano.
E' strabiliante la sua capacità di completarmi. Fisicamente e non.
«Lo so quello che stai pensando» mi canzona, tornando a sfogliare le pagine.
«Ah si?»
«Ma non possiamo fare ancora nulla» mi ricorda, così come ha fatto Julia qualche giorno fa «Dobbiamo fare attenzione.»
«Odio l'attesa» protesto, senza riuscire a rimanere imbronciato.
Lei tace, per qualche attimo, prima di chiudere con delicatezza il giornale patinato e posarlo sul pavimento.
«Conosco un modo per ingannare il tempo nel mentre» mi stuzzica, gli occhi accesi e le guance appena appena arrossate.
«Stai tentando di corrompermi?» le chiedo, mentre si gira, sedendosi a cavalcioni su di me.
«Sta funzionando?» indaga, chinandosi a baciare il mio collo.
Un brivido.
«Direi proprio di si»
Peter mi chiude la bocca con un bacio, mentre gli sto spiegando gli utilizzi della mandragora nelle pozioni.
“Tesoro, smettila di parlare…”mormora, infilando una mano sotto la mia maglia.
“Fermo, se non studi finirà che il prossimo anno dovremo dare i M.A.G.O. insieme.”
“Ti dispiacerebbe?”
“Uhm. Sì. Cosa farai nella vita?”
“Oh, non lo so, c’è tanto tempo per decidere…”
“Non è vero, e tu lo sai.”
Il mio ragazzo tace, infastidito.
“Mi mancherai, è ovvio. Ma voglio che tu vada avanti, non che ti fermi!”
La sua espressione si ammorbidisce, mentre arrotola uno dei miei boccoli intorno alle dita.
“Io ti amo, Audrey. Lo sai.”
“Anche io.”
Che tono strano.
“Se succedesse qualcosa il prossimo anno, quando io non ci sarò…”
Si blocca.
“Ecco, non posso pensarci.”
“Allora, stupido. Prima di tutto, sono una Corvonero, e anche abbastanza intelligente, credo. Quindi uno Schiantesimo so lanciarlo più che bene, come la tua amica Alice Knox ricorda ancora. In secondo luogo, non sarò sola. Chiaro?”
“Sì, lo so. Ma dopo l’aggressione a Georgiana…”
“-Dopo l’aggressione a Georgiana- niente. Ce l’aspettavamo tutti in un certo senso.”dico, tagliente come a volte mi costringe ad essere.
“Questo è vero. Ma non posso fare a meno di preoccuparmi per quando non ci sarò. Audrey…ti prego, stai attenta. Fin da ora.”
“Non c’è bisogno di dirmelo.”
Torno nella mia stanza sbuffando.
Sono cosciente dei rischi, del pericolo che corriamo tutti. Però non sopporto Peter quando si fa prendere dalle sue manie da mamma chioccia. Se mi sono innamorata di lui, è stato per la sua indipendenza da me.
Prima, i miei ragazzi erano sempre stati docili strumenti nelle mie mani. Peter era la variabile impazzita, che ogni studente di Aritmanzia adora.
Lancio la cartella con i libri sul letto e mi lancio in bagno per farmi una doccia decente. Jillian ne emerge con la testa avvolta in un asciugamano azzurro, e mi saluta con uno dei suoi sorrisi.
Poi mi dice:
“Tesoro, tutto bene?”
“Sì, perché?”
“Hai un’espressione…corrucciata.”
“Peter. Si è fatto venire le paranoie. Perché lui il prossimo anno non ci sarà più, e io sarò sola a lottare contro i cattivi.”
Jill si siede e inizia svolgere l’asciugamano, rivelando i suoi lunghi capelli biondi, che da bagnati hanno una sfumatura scura.
“Dev’essere preoccupato, non dovresti prenderla così…”
“Non è per quello. Ma già ho paura io. Se ci si mette anche lui…crollo.”
Sento il viso caldo.
“Già, è difficile per tutti. Anche io a volte…”
Rabbrividisce.
Mi siedo accanto a lei.
“Cosa possiamo fare, d’altronde?”chiede.
“Soltanto sperare e prepararci al peggio.”
Il racconto delle gesta di Julia Versten e Aedan Lywelyn sta facendo il giro della scuola. Eugene Pennington lo ha raccontato a Milo Ashmore; e raccontarlo a Milo equivale a spargere il pettegolezzo per tutte le Isole Britanniche.
“Ma secondo te è vero che li ha sorpresi proprio nel momento clou?”domanda Rachel, ridacchiando.
“Ah, non saprei. Isy, cosa ci dici?”
Isabel avvampa all’istante.
“Io…a dire il vero, non gli ho chiesto nulla.”
“Come, non gli hai chiesto nulla?!”continua Rachel, impietosa, fingendo indignazione.
“Ehm…”
“Su, lasciatela stare, povera piccola…”interviene Jill, con una carezza sulla testolina castana.
Ridiamo tutte e quattro, dimenticando per un istante Fidelius, Riddle e tutto quanto.
« non c'è niente da ridere. » rimbecco secca due delle mie ragazze, che in fondo alla stanza delle necessità continuano a singhiozzare per soffocare la loro ilarità. Il motivo di tanto divertimento è chiaro a tutti: neppure io, in situazioni normali, riuscirei a stare seria davanti a Eugene Pennington rosso come una lampada giapponese che tenta di non rifuggere il contatto fisico con Isabel, alla disperata ricerca della sua mano. Il poverino è alla sua prima relazione, e si è beccato pure la piccola geisha della situazione. Guarda ostinatamente verso di me al posto di badare a lei, rimarcando con l'espressione da orso ferito che le mie parole gli salveranno la vita, almeno per mezz'ora.
Poco più in là, altrettanto smarriti, siedono i nuovi acquisti: Opal Worthington che stringe le mani una contro l'altra, probabilmente per evitare di far esplodere qualcosa mentre sbava copiosamente su Milo Ashmore, del tutto assorto ad osservare la stanza che non ha mai visto prima e che sembra aver fatto breccia nel suo immaginario. A completare l'allegro terzetto di nuove leve che mi aspettavo di incontrare, Damian Denholm, grifondoro del sesto anno che Julia ha preso sotto la sua ala protettiva. E, a proposito di miss Versten e dei suoi amici, possiamo notare alla mia destra uno splendido esemplare di vitellone dall'occhio luccicante, anche conosciuto come Aedan Lywelyn Innamorato. Il farfallone è tutto preso a lanciare sguardi mielosi alla mia amica, seduta al mio fianco e tutta presa dalla compilazione del diario di bordo.
Ripasso tutti i volti di coloro che sono seduti qui davanti e pendono dalle mie labbra: ragazzi pieni di speranze, con progetti idee e piani. Tutti messi in pericolo da me. Lanciati a occhi bendati tra le grinfie di un pazzo furioso. « ho fatto un guaio, ragazzi. » esordisco con gli occhi che già mi si riempiono di nuovo di lacrime; probabilmente sembrerà che stia andando ad un funerale, ed in effetti il mio si profila non più così distante. « Riddle mi ha letto nel pensiero ed ha scoperto il Club. » ancora mi chiedo come faccia ad essere stata così idiota; a lasciarmi pescare nella testa senza neppure pensare che Tom non si limava di certo le unghie come Elizabeth Hale, durante la riunione dei Caposcuola.
Meriterei d'essere appesa per le orecchie alla torre di Londra, per questo. Per la delusione e lo sconcerto che si dipingono sulle facce degli altri membri del club, una serie di sguardi vacui improvvisamente concentrati su di me. Lo so, sono stata una cretina. Tanto vale farla finita e dirla tutta; sento la mano di Sebastian che mi sfiora le scapole, per poi appoggiarsi oltre la mia schiena, sulla spalla opposta. E' che lui sa, lui c'era; è successo tutto sotto i suoi occhi, anche se nessuno ha passato in rassegna i meandri del suo cervello. Prendo un respiro profondo, socchiudo gli occhi. « non so cosa ci possa succedere. quel che è certo, è che tutto quello che abbiamo imparato ora potrebbe servirci. » le fatine di Corvonero avvicinano le teste ed iniziano a sussurrare, primo cenno di vita da interi minuti a questa parte. « dobbiamo stare uniti, ora più che mai. non andate mai in giro da soli. mai e poi mai senza bacchetta. occhi aperti, mano pronta. » nessuno sembra prendere di buon grado questi ordini: ho fatto un macello, lo sapevo. Ho messo nei guai tante persone da formare una classe scolastica. Mi sento di nuovo le lacrime che premono contro le palpebre, come la notte dello scontro con Lenore. Il vocio sommesso si fa gradualmente più forte; parlano tra loro, commentano, cominciano già ad organizzarsi. Mi auguro solo che nessuno finisca male per colpa mia: sarebbe una cosa che non riuscirei mai a perdonarmi.
***
un paio di giorni dopo. « su, julia! tieni dritta quella schiena! » sua divinità si è messa a prendere lezioni di duello dalla sottoscritta; agito la bacchetta e la colpisco con uno sbaffo di fumo in faccia. « vedi? se non stai attenta, ti frego con un attacco diretto! » so che probabilmente ora mi beccherò uno schiantesimo nello stomaco, ma dobbiamo essere perfetti - lei, soprattutto. Le pareti della Stanza delle Necessità sono sgombre e coperte di grossi materassi, come se fossero insonorizzate, ma serve semplicemente per evitare che ci spezziamo le ossa in atterraggi fatti male. Io e la mia migliore amica ci muoviamo lentamente, disegnando un circolo a terra con i nostri passi, mentre leviamo la bacchetta davanti alla faccia, pronte ad attaccare. sento chiaramente il suo polso che fa un piccolo schiocco e, senza neppure pensarci, mi accovaccio, evitando per un pelo che una palla di luce bluastra che mi avrebbe trasformata in un lampone vivente.
« ma come fai! » esclama alzando le mani, dopo che per l'ennesima volta ho sventato il suo attacco.
« riflessi; ci sono abituata. » mi stringo nelle spalle, facendo ruotare distrattamente la mia arma tra le dita. « attenta ad ogni movimento. ogni rumore. non c'è niente attorno, solo tu e il tuo avversario. » non la vedo molto convinta. « e gli incantesimi, ovviamente. » aggiungo sollevando gli occhi al cielo. Lei si risistema, io faccio un respiro profondo. Se si concentrasse di più, farebbe a fettine me e tutti quelli che provano a sfidarla. Mi concentro sul fruscio dei suoi vestiti; forse basterebbe solo un tremito della sua palpebra per farmi capire che sta per respingere correttamente il mio attacco.
« ooooh! » subdola. Si è accorta che stavo per attaccare e mi ha fatto fare un volo di tre metri all'indietro; questa donna ha capito tutto della vita. « infida! » esclamo rialzandomi, e già applaudendo. Finalmente è arrivata a concentrarsi nel modo giusto; cioè abbastanza da percepire le intenzioni ancor prima che lo stesso avversario si sia reso conto di averle pensate. Questa donna è pronta per sfidarsi con chi vuole. Riddle compreso.
***
Adoro il bel tempo. Il sole, il caldo che brucia la pelle anche attraverso i rami. Certo, ben diverso da notti buie e cime tempestose, ma questa è la vita reale, non una delle mie opere. Sto a pancia in giù con i gomiti piantati nell'erba e il taccuino blu ( fresco di acquisto ) aperto d'avanti. Al mio fianco, con la testa appoggiata sul maglione buttato sull'erba, sonnecchia Sebastian, con la bocca semiaperta ed una mano infilata sotto l'orlo della mia camicia; mi sfiora il bacino con la punta delle dita, ed è l'unico segno di vita che dà. Momenti di beatitudine. Abbiamo rinunciato a studiare per stare insieme, almeno un pomeriggio prima che gli esami ci riducano in fin di vita.
« Georgiana? » rotola su un fianco e socchiude un occhio, guardandomi di soppiatto e ritirando la mano dalla mia schiena.
« Mh? » alzo appena la testa, rivolgendogli uno sguardo annoiato; lui sorride e mi si tuffa addosso, baciandomi come se non lo facesse da tre anni.
« Vieni al ballo con me. » l'ha detto. L'ha detto. Scoppio a ridere e lascio che mi strappi di mano il taccuino, facendomi poi affondare la testa nell'erba.
« Contaci. »
Qui la situazione si sta facendo più piacevole del previsto; è la frase con cui ho iniziato la lettera per Valentie, e quella che mi ronza in testa da un paio di giorni, da quando - per lo meno, non sono così tanto isolata. Che poi, essendo ancora al sesto anno, non devo preoccuparmi di nessun esame per cui recuperare ancor più frettolosamente di quanto io già stia facendo, il programma che ho perso per via del trasferimento. Me ne sto seduta su una delle poltrone della sala comune, e tra le pagine del libro che sto leggendo, "Il giovane fabbricante di pozioni", c'è questo biglietto ben fatto, che recita in una calligrafia rotonda e un poco insicura, l'invito al Lumaclub. Qualcuno m'avesse spiegato cosa sia, poi, il Lumaclub. Il biglietto si è materializzato con un piccolo mazzetto di fiori - che ho lasciato sul tavolino accanto a me. In realtà questa precisione mi ha un po' insospettito, o inquietato, nel caso in cui qualcuno sapesse sempre dove mi trovo.
« Tutto bene? », la bella voce di una ragazza bionda, boccolosa, irrompe nel silenzio interrotto solo dal grattare delle piume di alcuni studenti del quinto, seduti più in la, impegnati a stilare i loro temi.
« Oh, ciao Audrey ..tutto a posto, zì, se non fosse per mazzi di fiori e biglietti che si materializzano da un momento all'altro! »
« Ti sei già fatta gli ammiratori, Leen? », domanda, con una vena d'ironia, e un sorrisetto che la esprime totalmente.
« Ich glaube nein.. cioè, qui parla di un certo Lumaclub, dici che dovrei preoccuparmi? », mi scosto con una mano i capelli dal viso, con uno sbuffo.
« Ma no! », ridacchia, placidamente « No no, Leen, il Lumaclub è ..il Club del professor Lumacorno! »
« Il club ..del professore? », non so che espressione abbia la mia faccia, ma devo essere abbastanza sconcertata. Cos'è, qui invece di accalappiarti ti invitano ad un club? ..in questo il professor Ebersbacher aveva più stile e senso romantico, devo dire. E devo dire che era anche un tantino più giovane, coff. Ok, una volta con un professore mi è bastata: capitolo chiuso, benintesi, niente più professori, nemmeno quelli che mi mandano dei fiori.
« Sì ..è solito invitare le persone con una certa popolarità, discendenza o famiglia, insomma, quelli che si distinguono. », Ah, ok, mein Gott. Sono più tranquilla. « Ma fidati, forse è meglio che tu non ci vada, quel posto sta diventando il secondo quartier generale dei Serpeverde, e poi Lumacorno è un tale lumacone.. »
« Wie bitte? » quel suo 'lumacone' mi fa sorridere, anche se non so cosa significhi. E' strano, pronunciato in quel modo.
« Ehm, scusa ..lascia perdere, tu non fidarti troppo di quel club, siamo intesi? », adduce, portandosi un attimo la mano alle labbra come se volesse nascondere il fatto di non essersi fatta capire anche se per un solo attimo.
« Intesi, Audrey ..grazie! »
« Di niente ..ora scusa, ho una cosa da fare. Ci vediamo dopo, ochei? », con un occhiolino, si allontana, con i suoi boccoli ondeggianti ai lati del viso.
« Jawohl. », ho solo il tempo di rispondere.
***
Alla fine, ho seguito il consiglio di Audrey; non sono andata alla riunione del fantomatico Lumaclub, e in realtà non ho intenzione di andarci, nè ora, nè mai. Solo perchè, poi, sono la figlia di un professore della Durmstrang o chissà per quale altro motivo - io credo il primo, comunque; non sarebbe una sorpresa scoprire che i professori sanno, dal primo all'ultimo, che Philipp Krauz Neumann, duro e severo professore di DCLAO della fredda Durmstrang, ha mandato qui la sua figlioletta prediletta con tanto di raccomandazione. Chissà poi, che impressione si devono essere fatti di me - come se alla fine me ne importasse veramente qualcosa.
Seduta sugli spalti dello stadio, osservo il campo vuoto; non mi è mai piaciuto giocare, però osservare sì. Alexander è cercatore della squadra della nostra casa, a Durmstrang, ed io e Valentie assistiamo alle sue partite dal primo anno. Purtroppo, ora lei dovrà farlo da sola, senza di me. A volte vorrei riuscire a volare io, in quel modo, senonchè ho una schifosa paura di togliere i piedi da terra. Un fischio mi distrae, lasciando sparire l'immagine perfetta che mi ero creata nella mia testa, i giocatori di Durmstrang, accanto a me la mia migliore amica. Tutto sparito, scomparso, come quel piccolo sogno ad occhi aperti che è, in realtà.
« Ehi, mangia-krauti. », Garet Haslett; unico studente di una casa che non sia Corvonero che sto frequentando più o meno giornalmente, tanto perchè è una delle prime persone a cui ho rivolto la parola e uno dei pochi che non si diverte a parlarmi alle spalle. Sale gli spalti, nella sua linda tuta da Quidditch, sfoderando un sorriso sghembo.
« Giochi a Quidditch? », domando, seguendolo avvicinarsi.
« Ohssì, Battitore ..e tu, hai mai giocato? », si ferma accanto a me, senza sedersi, trattenendo la sua scopa nella mano destra e la mazza per respingere i Bolidi nella sinistra.
« Io non so nemmeno salire su una scopa! », esclamo, scuotendo appena il capo con un sorrisetto; avrò tutta la fiducia in me stessa di questo mondo, ma l'unica cosa che ho sempre voluto senza risultati, è stato imparare a volare.
« Non mi dire che hai paura. », ribatte lui, arcuando appena le sopracciglia, scettico.
« Ochei, non te lo dico. », gli rivolgo un piccolo sorriso, divertito, senza rispondere altrimenti.
« Mi deludi, biondina! »
« Quand'è che comincerai a chiamarmi con il mio nome di battesimo? » domando, alzando appena gli occhi al cielo. Lui ridacchia appena, senza rispondere; alcune volte è così timido che mi riesce difficile anche solo parlarci - quando mi ha mostrato il castello, per esempio; sono riuscita ad estorcergli qualche parola in croce. Altre volte invece, come oggi, sembra essere molto più pimpante del suo solito. Non riuscirò a capirlo mai del tutto, credo.
« Cos'è, un incantesimo, quello degli occhi? », fa dopo avermi squadrato il volto a lungo.
« Ohw ..nein, nein », accidenti, ho dimenticato la lente. « No sono ..sono così. Metto una lente al sinistro, per nascondere che è verde ..ma no, sono così. », da piccola mi stufavano parecchio i commenti delle persone sui miei occhi, "ma tu hai un occhio verde ed uno azzurro!", perciò ho deciso di applicare giornalmente quella lente azzurra per nascondere la bicromia: solo che oggi me la sono dimenticata.
« Non dovresti farlo. », mi redarguisce Garet, con un cipiglio leggermente inseverito. Poi si apre nuovamente in un sorriso, piacevole. « Per me, sono bellissimi. »
***
Sulla pista del Club dei Duellanti; Georgiana Harrington, di fronte a me, le bacchette alle mani e una lieve adrenalina che mi percorre fino alle dita, con cui stringo la bacchetta, impaziente di cominciare. Georgiana è una delle migliori duellanti che io abbia mai visto, e lo sfidarla mi entusiasma parecchio, anche perchè è da quando sono partita che non faccio qualche incantesimo come si deve, come dico io. « Saluto! », esclama Jason Jensen. Faccio scattare delicatamente la bacchetta davanti al viso, così come la Caposcuola, il cui sguardo deciso e tenace deve essere, più o meno, lo specchio del mio: ne sarà valsa la pena, nonostante l'esito.
« Conjunctivitus! », esclama, puntandomi la bacchetta contro. E' rapida, e precisa: ma è per questo che ho studiato tanto con il professore Ebersbacher - anche studiato tanto, gli incantesimi non verbali. Protego, creo con la bacchetta uno scudo davanti a me che devia il colpo di Georgiana: questa ha un piccolo lampo, negli occhi, dato dalla consapevolezza della mia abilità. Dominusterra, velocemente dalla mia bacchetta schizza via un getto di luce veloce e preciso che va a colpire la pedana, senza danno: solo dopo qualche secondo il terreno comincia a tremare, segno che il mio incantesimo è andato a buon fine, quando le scosse si fanno più potenti. Qualche studente spettatore, oltre la pedana, perde l'equilibrio. Invece Georgiana ha i piedi ben piantati a terra, contro le mie previsioni, e casta un Finite Incantatem potente che fa cessare il terremoto. « Expelliarmus! » casta, mentre un getto di luce schizza prepotentemente verso la mia bacchetta, ad una velocità che mi prende quasi di sorpresa, e solo per un pelo riesco ad ergere un nuovo scudo capace di respingere anche quell'incantesimo. E' arrivato il momento di fermarla: Languelingua, se l'incanto dovesse andare a buon fine la sua lingua si attaccherebbe il palato e lei non sarebbe più capace di parlare, e quindi di castare un incantesimo, e io potrei facilmente vincerla. « Defendo! » anche lei però, riesce a deviare il mio incantesimo all'ultimo con una difesa notevole, e il mio digrignare i denti è già una distrazione che non dovevo permettermi, visto che castando un Waddiwasi notevole, lei riesce finalmente a mandarmi al tappeto. Cado a terra, perdendo di mano la bacchetta. Oltre la pedana qualcuno applaude, Jason fa un cenno del capo a Georgiana e lei, con soddisfazione, mi si avvicina di qualche passo, porgendomi poi la mano, con un sorriso amichevole. « Ottima tattica, Leen. » si complimenta, docile - in duello sembra tutt'un'altra persona, invitandomi ad alzarmi. Con un sorriso soddisfatto, le stringo la mano: come ho detto, ne valeva la pena.
Ancora non ci posso credere. Non può essere vero. Mi sento il sangue ghiacciato nelle vene. IL MIO PIANOFORTE!
Che schifo! Julia Versten e il suo amichetto che copulavano sul mio pianoforte! Sono talmente turbato dalla visione che potrei mettermi ad urlare; ed, oltretutto, non avrò mai più il coraggio di toccare il mio prezioso pianoforte. I tasti avranno registrato la pressione delle chiappe di Julia, delle sudicie mani di quel Serpeverde mancato. Il mio pianoforte. Scivolo lungo il muro, sbattendo pure la testa contro la grande vetrata alle mie spalle. Socchiudo gli occhi. Non riesco a togliermi quell'immagine orrenda dalla mente. I loro salutini e il correre via valgono ben poco. IL MIO PIANOFORTE!
La mia sala della musica, inficiata per sempre! Come farò anche solo ad entrarci, d'ora in poi? Chi potrà mai restituirmela perfetta com'era? Intonsa, un angolo neutrale in questa sozza e insopportabile scuola! Mi viene quasi da piangere; ok, diciamo che mi viene da piangere. Sento le lacrime calde che pressano contro le palpebre. Probabilmente è la tensione di questi ultimi giorni: i compiti in classe dell'ultimo momento, le montagne di temi e roba da fare, il coro, il club .. eccetera eccetera. Mi prendo la testa tra le mani. Conta fino a tre, Eugene. Uno, due, tre. Alzati in piedi. Esci. Non guardare il pianoforte.
Mi precipito verso la porta, tenendo la testa bassa, e poi giù per le scale, senza guardare in faccia niente e nessuno.
***
qualche giorno dopo.
Milo mi fissa ancora con l’aria di uno che ha visto un fantasma; ok, forse l’ho scioccato con il racconto del mio terribile incontro a luci rosse con Julia e dolce metà, ma credo che sia stata la spiegazione sul club a dargli il colpo di grazia. Non se l’aspettava, che io potessi fare queste cose: sono quello tranquillo dei tre, dopotutto. E’ invece è proprio successo che gli sto parlando di una cospirazione contro i mezzosangue, che un gruppo di studenti sta cercando di sedare con le proprie forze. Gli sto parlando di lezioni segrete, bacchette al vento e di me che riesco a fare un Patronus corporeo al terzo tentativo.
« mi staresti dicendo di partecipare ad una riunione segre.. »
« sssst! » mi raccomando, urliamo, che ci sentano tutti per bene.
« ..sì, insomma. non stai sfottendo. sono io quello che fa gli scherzi, di solito. »
« no, è proprio così. » gli do’ per sbaglio una sventolata di capelli in faccia, mentre alzo la testa dalla tracolla, dove sto cercando il biglietto che Sebastian mi ha dato per lui. Si è un po’ spiegazzato, ma glielo porgo lo stesso. « lo stanno consegnando anche alla tua adorata Opal, in questo preciso istante. » annuisco insistentemente. Ora che lo sa, dovrà accettare per forza. Altrimenti mi toccherà fargli fare un trauma cranico per fargli scordare il tutto!
« ok, ci sto. basta che mi teniate lontana la donna esplosiva. » mormora fissando il rettangolo di cartoncino con un’espressione che tradisce il fatto che pensi ancora che è tutta una montatura.
***
ancora qualche giorno. Ho trovato il mio compagno di danze dei sogni: cullo tra le braccia un grosso vaso di terracotta che ho appena annaffiato, dandogli una scrollatina mentre lo trasporto fuori dalla serra 4 dentro alla serra-aula. Come sempre, sono rimasto asistemare dopo la lezione; non c’è niente che mi rilassi così, oltre al pianoforte.
« la ... la la la la ... e un due tre, un due tre ... pappappa-pa... » tornando indietro, scavalco la montagnola di terra e cocci che rimane del vaso di Opal Worthington. Dicono che abbia fatto apposta, per il puro piacere di uscire dall'aula a metà lezione. In effetti, a 17 anni sarebbe ora di saper controllare i propri poteri ... la mia faccia ancora non si è ripresa dal giornale che mi ha fatto saltare in aria davanti agli occhi. « sol la-a-a mi mi mi mi - i - iiii! cambia ottava Eugeeeeenee! »
« Eugene?! » ok. lo stavo facendo di nuovo. cantavo uno spartito e mi correggevo da solo, e sono stato pure colto sul fatto. Sullo specchio luminosos della porta si staglia controluce una figura che riconosco immediatamente. stonk. Do una gomitata al vaso che è posato sulla mensola al mio fianco, che si rovescia e fa cadere una pioggia di terriccio su tutte le superfici adiacenti. Dannazione alla mia statura e alla mia malagrazia. La figura minuta di Isabel esce dalla pozza di sole, e io mi sento un sasso nello stomaco alla sola vista di quanto è splendida. Un bezoar, come le capre. Sembra quasi emetteer luce propria. E anche io, visto che sono diventato rosso come una ricordella.
« c...ciao... » faccio un sorriso scemo e mi dirigo verso di lei con la paletta ancora in mano. Sorride, quasi nascondendosi dietro la sua tracolla.
« come va? »
« hmm..bene. » lascio andare la paletta, aprofittandone per abbassare lo sguardo trenta centimetri più in giù. Lei è così piccola, così graziosa. Mi sto facendo soffocare dal mio battito cardiaco, ottima idea.
« senti! » esclama facendomi sobbalzare. E' tutta un tremito. Mi viene quasi da sorridere, ma sono bloccato all'idea che debba dire qualcosa di importante. Sto zitto, lasciando che una musichetta angosciante, tipo Bella Addormentata di Tchaikovsky mi si espanda nel cervello. E sono stupito dal mio stesso gesto: senza neppure accorgermene, mi ritrovo a stringere la sua manina bianca, che sembra essere priva di vita almeno quanto lei è isterica. Oh, finiamola, sta per esplodermi la testa!
« Pennington, hai finito? » e che cavolo. La Bonnet fa il suo ingresso nella serra, stringendo un mazzo di radici bluastre nel pugno. « Sittenfeld, ti sei data al giardinaggio? » aggiunge con un sorrisino malizioso.
« N..no, mi ero dimenticata il libro... » mormora sollevando il volume che c'è sul tavolo, e che tra l'altro è il mio.
« Su, aiuta Pennington a finire e sparite! » non aggiunge altro e se ne va ridacchiando verso la serra 4. Ora sì che sono a mio agio. Isy posa il libro e sale su una sedia, sotto il mio sguardo congelato nel trovarla improvvisamente alla mia altezza. Cosa che non è mai successa. Non mi è mai successo neppure che una ragazza mi piacesse ... e ho passato sei anni in classe con Isabel, senza mai neppure parlarci. Ok, diciamolo, non ho mai parlato con nessuno se non Carl, Milo e pochi altri. Alzo lo sguardo. Mi sta fissando dritto negli occhi, ed emette miele direttamente dallo sguardo. Sto facendo castelli in aria? Lei, che potrebbe avere chi vuole, si accontenta di questo pianista e mago fallito?
Mi suona in testa una fuga. Un concerto. Una sinfonia. Un bacio. Il primo bacio del piccolo Eugene Pennington. Me la ritrovo tra le braccia, così viva, ed è assurdo e splendido. Isabel.
Passo dopo passo si va lontano, dice un proverbio che mio nonno mi ripete spesso.
E io, dove sto andando?
Verso l’aula di Musica, in senso fisico. Ma questi passi lenti e timorosi, dove stanno conducendo la mia anima?
I corridoi della scuola sono illuminati dalla luce tremante delle torce.
Non c’è nessuno in giro. Ma non per questo la tensione delle mie dita intorno alla mia bacchetta si allenta. La porta dell’aula di musica è appena socchiusa.
Qualcuno sta suonando.
Mi appoggio al muro e chiudo gli occhi, dilatando al massimo il senso dell’udito.
È una melodia dolce, struggente.
Non l’ho mai sentita prima, non è un pezzo d’opera. Forse una sonata per pianoforte. Ma di chi?
La musica si fa più intensa, mentre procede, come se il pianista ne fosse catturato, e poi iniziasse a parlare con essa, a danzarvi.
Non so spiegare questa sensazione che mi attorciglia lo stomaco.
Si ferma? No, riprende. Intensa e gentile.
Dallo spiraglio intravedo Aedan, seduto sullo sgabello, che suona senza spartito.
La musica si spegne, e lui distoglie le mani dai tasti bianchi e neri e sospira. “Quale è il titolo di questa meraviglia?”domando, entrando nella stanza. “Julia. Si intitola Julia.”
Mi gira la testa, e chiudo gli occhi per non perdere l’equilibrio.
La sua risposta mi ha colpito come uno Schiantesimo.
E io non posso fare a meno di fissarla, mentre osservo il suo stato di all’erta calare, forse per via del mio gesto. Sconsiderato o no, non mi importa. Ho intenzione di agire fino in fondo. E se questo significa mettere completamente a nudo me stesso, lo farò. Perché è importante. Perché non esiste nient’ altro di più importante che questo per me, al momento.
Non avanzo, né indietreggio. Rimango lì, in piedi vicino al pianoforte a corda che sembra ancora vibrare per la melodia appena composta.
Sono stupito quanto lei.
Di aver creato questo motivo, di averlo composto senza nemmeno pensarci su un attimo.
Le note erano trascinate da una magia strana, una magia che non proveniva dalla mia bacchetta, né dalla mia testa.
Temo, credo che la razionalità abbia appena lasciato spazio a qualcosa che va ben oltre la fredda logica che mi sono imposto.
Se potessi descrivere lo strabordare di sentimenti contrastanti che sento, probabilmente direi che i ghiacci che avvolgevano lo sterno, si son sciolti.
Si sono trasformati in pallida rugiada che scivola via, abbandonando questo corpo prima vuoto, ma che ora pulsa di…qualcosa. “Devi capirlo, Julia.” La mia voce è un sussurro lento, che viene pronunciato mentre i miei occhi annegano nei suoi.
Freddi. Ma mai caldi come ora. In uno sguardo perlaceo che voglio donare solo a lei. Stanotte."L’ho capito, Aedan. E lo vorrei tanto”.
La mia mano destra ormai stringe senza forza la bacchetta. Non mi serve difendermi, non da lui. “E allora cosa ti frena? Non credere che per me sia stato facile cercarti e cercare di farti comprendere.”
Cosa gli rispondo? Dovrei raccontargli tutto.
Mi avvicino a lui rimuginando. Mi siedo sullo sgabello accanto a questo ragazzo che in questo momento odio perché mi sta costringendo a fare i conti con tutto. “Ci sono così tante cose che non sai.”
“Prova a dirmele!”ribatte esasperato. “E guardami negli occhi, mentre lo fai!”aggiunge.
La mia vita nell’ultimo periodo è stato un concatenarsi di dolore, segreti ed emozioni. Segreti, soprattutto. Forse iniziare a svelarne qualcuno è il modo per andare avanti.
E non mi importa se sua sorella sta con i Serpeverde.
E non mi importa di conoscerlo da poco tempo.
Non mi importa più di nulla.
Ora. Ora gli racconterò tutto. Tutto ciò che è successo qui, ad Hogwarts, fin da prima che lui arrivasse, sconvolgendo me e la mia vita.
Annuisco, acconsentendo alla muta richiesta di comprensione che Julia esprime attraverso il suo sguardo dilatato per via di quelle confessioni impossibili che vuole farmi. “Prima che arrivassi tu…è successa una cosa che mi ha devastato.” comincia, e la voce le trema leggermente.
In uno dei miei soliti riflessi inconsci le sfioro la mano, invitandola a proseguire con un cenno degli occhi. “Mia sorella Ida, è morta. Qui a scuola.” e succede una cosa strana, i muscoli della ragazza si irrigidiscono, forse preda del nervosismo, e del dolore,che le porta ricordare una cosa simile.
La stringo a me, costringendola con la testa contro il mio petto. Soffio un bacio fra i capelli corvini, lasciando che possa sentire che io, realmente e materialmente, per lei ci sono. “Vuoi dirmelo?” il mio è un sospiro dispiaciuto vicino alla sua fronte.
Lei annuisce, e non si scosta. Rimane in quella posizione, e così la tengo io, cullandola.
Fin quando un fulmine a ciel sereno non si abbatte su tutto questo. “I Serpeverde. Riddle. La causa di tutto è Tom Riddle.” E lo dice con angoscia, stringendo avidamente la mia maglia, come se mi stesse rivelando il segreto più maledetto che possiede. “Riddle…i Serpeverde…” sussurro, a mezza voce, mentre milioni di motivazioni mi si spiegano dinanzi gli occhi.
Stretta a lui, le parole mi escono come un’onda liberatoria, che mi distrugge e mi guarisce allo stesso tempo.
Quando ho finito, mi allontano da lui. Lo guardo negli occhi, come non ho fatto mentre parlavo.
Non ci sono riuscita, non ce l’ho fatta.
Ma adesso devo. “Anche io avevo qualcosa da capire.”dice.
Il suo tono è amaro, con una tenue traccia di stupore. “I segreti…”inizio, ma la voce mi muore in gola. “I segreti. I segreti non fanno altro che confondere le cose. Le rendono più oscure, e la ragione non riesce a sondarli.”
È così lontano, all’improvviso. “Non l’ho fatto per cattiveria, o per malizia. Io ho una responsabilità, devo proteggere delle persone. Adesso, tu hai in mano me e gli altri. Potresti benissimo rivelarlo a tua sorella. Potresti benissimo tradirmi.”rispondo, stringendomi nelle spalle.
“Julia, ma cosa stai dicendo?!”quasi urla.
Poi continua, più calmo: “Non puoi pensarlo davvero. O non mi avresti detto nulla. Un poco ti conosco. Non avresti rischiato senza avere un minimo di certezze su di me.”
Certezze? Certezze inconsce, magari. “Non lo so, non lo so. Vicino a te, mi sento come una conchiglia in balia delle acque del mare.”“Nessuno dei Serpeverde saprà mai quello che mi hai detto.” La incalzo, per poi aggiungere. “Nessuno, lo saprà mai.”. E sospiro, guardando altrove mentre dico queste parole. Non perché non ne sia convinto. Ma perché mi rendo conto che senza volerlo probabilmente ho fatto star male Julia. Il non capire uccide, e forse rende più ciechi del previsto.
La stringo forte, baciandole ancora la fronte. “Non potrei mai lasciarti andare alla deriva. Per nessun motivo al mondo.”
Al momento, tenerla stretta a me è la sola cosa che abbia senso.
Socchiudo gli occhi, chinando la mia testa vicina alla sua. Mentre le dita sfiorano il suo profilo, con un tocco dolce. “Mai.”
Ripeto, poggiandole un morbido bacio sul naso. Mai, prima di adesso, l’ho vista così fragile. Così delicata. Bellissima.
Come quella canzone.
La sua.
La mia.
Per un istante, un solo istante, ho temuto che fosse arrabbiato.
Per un istante, un solo istante, ho lasciato che le mie paure vincessero.
Invece ora mi sciolgo in questo lago di tenerezza che non pensavo fosse in grado di offrirmi.
Aedan è sempre stato la passione travolgente, il desiderio immediato. Questo mi spaventava, mi allontanava.
Adesso, invece, mi arrendo alla sua dolcezza.
Prendo il suo viso fra le mani e gli sorrido.
Un bacio sulla fronte, in segno di tenerezza.
Un bacio sulla guancia, in segno di amicizia.
Un bacio sulle labbra, in segno di passione.
Gli stringo le braccia al collo, e chiudo gli occhi. Forzo le sue labbra con la mia lingua, e smetto di pensare. Lui mi accarezza i capelli e la schiena, mentre il mio cuore accelera.
Tutto ciò che mi circonda di fa indistinto, mentre mi alzo e lo trascino con me sul pianoforte.
Seguo i suoi movimenti mentre le mani calde scivolano sulla sua schiena coperta da questi indumenti al momento così inutili ai miei occhi.
E’ un bacio forte, intriso di qualcosa che non pensavo potessimo vicendevolmente donarci. I segreti svelati hanno abbattuto la barriera.
I segreti svelati ci avevano inibito conducendoci all’apice di una rovinosa condizione di silenzio.
Le labbra scivolano sul collo, sulla linea della clavicola, baciandola lentamente. Mentre la lingua scivola assaporando la sua pelle d’alabastro.
Le dita scivolano sotto la sua maglia, impercettibili. Camuffate da questa straordinaria passione che ci travolge.
E sono attimi.
Julia qui. Julia con me. Io stretto a lei. Corpo contro corpo in questa sorda richiesta di eliminare le barriere una volta per tutte.
E poi un rumore. Ma io sono troppo impegnato per distinguerlo. Terribilmente.
Un cigolio. Quella minima parte dei miei sensi che non è concentrata su Aedan registra il rumore della porta. “Julia?!”
Oh Santo Merlino.
Eugene è fermo sulla porta, paralizzato dalla sorpresa, credo.
Mentre avvampo per la vergogna, Aedan ed io ci stacchiamo e ci allontaniamo dal pianoforte “Eugene.”dice Aedan, con un’incommensurabile faccia tosta.
Poi il ragazzo-lupo mi prende per mano e mi porta via, e non posso fare nulla se non seguirlo e rivolgere un muto sguardo di scusa a Eugene.
Poco dopo, sto correndo con Aedan per i corridoi.“Eugene.” Ho appena il tempo di chinare il capo, una volta al suo fianco, in segno di saluto.
E trascinare Julia fuori dall’aula.
Aumento il passo, in modo esponenziale passo dopo passo.
Dove. Dove.
Un barlume. Un’idea. “Ti porto in un posto.” Mi avvio lungo le scale, continuando a salire, fino all’entrata in legno del giaciglio segreto. Spingo la porta, facendole cenno di entrare. “Qui nessuno potrà disturbarci.”Alla luce della luna, scorgo una piccola soffitta. Aedan accende una coppia di candele con un incantesimo. “Ma che posto è?”non posso fare a meno di chiedere, guardandomi intorno. “Non ho voglia di parlare, Julia.”dice, con un sorriso, mentre mi stringe di nuovo a lui. “Neppure io.”
Abbracciati, cadiamo su un giaciglio di coperte. “Pieno di sorprese come sempre, Lywelyn.”sussurro, mentre gli tolgo la camicia.
Sorrido, stuzzicato dalla situazione mentre lascio che i vestiti abbandonino il corpo sotto il tocco delle sue mani appena sfiorato. Sollevo la sua maglia, sfilandola via, mentre la bocca percorre la linea del suo ventre, il petto ed il collo, le dita sul jeans che indossa, sbottonando la sua apertura.
Le sollevo leggermente il bacino con le mani mentre lascio che scivolino lungo le gambe, che accarezzo con lentezza prima si poggiare il mio corpo, svestito, sul suo.
Tra le coperte è un bacio dolce, mentre le dita affondano fra i suoi capelli, un desiderio incontrollabile ma dolce al tempo stesso mentre spingo contro il suo inguine, scivolando in lei con un sospiro soffuso.
Inebriandomi della sua presenza, come mai prima di allora.
Sarà la primavera, ma l'aria negli ultimi tempi è piacevolmente festosa e frizzante, tanto che persino studiare in alcune circostanze può rivelarsi piacevole. Per esempio quando gli esercizi di Incantesimi da fare sono puramente pratici, e il vento freddo impedisce di metter piede fuori dalla scuola.
« Geminio » scandisco, puntando un cuscino porpora con la bacchetta e scrutandolo da sopra la punta lignea, per poi modellare il mio viso in una smorfia crucciata una volta accortami dell'integrità della sala comune com'era quando siamo rientrate, mezz'ora fa. Giuro che se si rifiuta ancora di duplicarsi, non avrò alcuna pietà nel lasciarlo marcire tra le fiamme del camino.
Prudence mi lancia uno sguardo accigliato, interrompendo improvvisamente il suo scuotere l'asticella di frassino a destra e a sinistra « Senti, sto cercando di produrre un Incanto Proteus senza appellativo verbale, e la cosa non è per nulla semplice » proferisce infastidita, scostandosi una ciocca bionda dal viso e riprendendo i suoi disperati tentativi, le labbra serrate e tremolanti dal desiderio di enunciare la formula. Se non avesse quel senso del dovere così rigoroso, starebbe già correndo per la stanza sputando parole di origine latina a mo' di Schiopodo Sparacoda avvicinato da sconosciuti.
« Fai un po' quel che vuoi, ma qui ci sono anche io che devo studiare, sai » ribatto con un tono falsamente saggio « Mica esistono solo i tuoi esami, e per fortuna c'è ancora gente che vive felice e serena pensando alle vacanze estive » concludo il mio discorso con uno schiocco delle dita, mentre agito ancora la bacchetta tentando di far funzionare l'incantesimo.
« ... ho detto GE-MI-NIO! » strillo serrando l'asta di legno ancor più forte, e chiudendo gli occhi in un atto liberatorio verso il potere che si sta probabilmente trasferendo sul mio apparentemente semplice ma allo stesso tempo complicato strumento di incanto.
Grazie al cielo, al posto del cuscino ce ne sono due. E questo, per me, si traduce facilmente nella supposizione che la giornata sia stata abbastanza proficua finora, e che non necessiti di altre attività dilettevoli per essere conclusa. Sorrido soddisfatta, infilando la bacchetta nella tasca della divisa e voltandomi trionfante verso Daisy.
« Visto? Ce l'ho fatta! » esclamo, prendendo a saltare per la sala comune gremita di studenti.
« Sono sbalordita » dice la mora in tutta risposta, lasciandosi scappare uno sbadiglio mentre continua a scorrere con l'indice un biglietto pieno di appunti « Vedi che se ti impegni ce la fai? »
« Ogni tanto capita » faccio spallucce, accompagnata da una smorfia molto simile a un sorriso; anche se provassi ad essere scortese non ci riuscirei. Vedere la gente mettere il broncio è deprimente, e francamente tra tutti i compiti e gli esercizi – sebbene la mia considerazione verso di essi non sia grande – non credo che per la tristezza mi resti tempo...
***
Lumacorno si destreggia tra i banchi uniti a due a due, annuendo compiaciuto ogni volta che getta l'occhio su un calderone perfettamente giallo « Bene, Worthington, perfetto » esclama mentre giunge a passo lento e incostante verso il mio tavolo « Bennett, un po' più di artemisia, è ancora color pagliericcio » agita una mano in direzione del liquido, che immediatamente mi sporgo a guardare contrariata. Sarò daltonica io, ma la vedo di un normalissimo giallo sole.
« E' inutile che fai quella faccia, è vero » puntualizza Opal a bassa voce, continuando a rimestare il contenuto del suo pentolone « Possibile che riesci nelle pozioni più complicate, e poi mi cadi su una sessione di ripasso pre-esami finali? » ride, porgendomi una manciata di erbacce.
« Ma cadere cosa » ribatto con fare altezzoso « Si tratta di un impercettibile errore di percorso nella preparazione » concludo, tentando con un tagliuzzare disperato di scurire il colorito dell'infuso prima che il professore passi nuovamente tra i Grifondoro.
Che poi, a dirla tutta, non so nemmeno perchè mi abbiano messa qui dentro, domanda che si fa largo nei miei pensieri dalla bellezza di sei anni. Già prevedevo poco, quando il tessuto del cappello mi ha toccato la testa. Poi ha cominciato quel discorso di cui non ricordo una parola, alludendo a una grande forza di volontà e una certa dose di coraggio (magari parlava già con la bimba successiva e non me ne sono resa conto) che avrebbe dovuto fare di me una perfetta discendente del prode e valoroso Godric. Mi chiedo se i colpi di sole abbiano effetto anche sui cappelli, e in caso di risposta positiva se quel giorno avessero promosso una speciale offerta per le vacanze al mare ai copricapi magici...
« Ora non puoi dire che non sia giallo! » esclamo forse a voce un po' troppo alta, incrociando le braccia davanti al pentolone e lanciando a Opal un'occhiata eloquente « Sembra già succo di zucca, altro che elisir euforico dei miei stivali! » riprendo a mescolare l'infuso, evitando di incrociare lo sguardo di altre forme umane, ben conscia del fatto che facendolo esploderei.
L'insegnante fa ritorno al nostro tavolo trascinando un po' i passi. L'ultima ora della giornata deve essere stancante anche per i professori, ed io effettivamente non ci avevo mai riflettuto seriamente sopra. Che siano umani anche loro, in un angolino profondo della loro coscienza? Sta di fatto che per qualche ragione, Lumacorno sembra particolarmente stressato; suppongo non veda l'ora di trascinarsi nella sua stanza e gettarsi sulla prima poltrona che gli capiterà sottomano...
E' proprio la sua voce a risvegliarmi da questi fitti – e pericolosi, per la quantità di neuroni che impiegano – pensieri, annunciando la fine della lezione ed affrettandosi a ritirare quei suoi pochi libri e fogli di pergamena sparsi sulla cattedra. Sembra stranamente rinvigorito da quello stato appena vegetale in cui si trovava, probabilmente sapendo di avere ancora qualche minuto di spiegazioni e controlli davanti.
« Ricordate il compito sul distillato della morte vivente » si raccomanda gioviale, per poi lasciarci alla nostra disordinata uscita dall'aula, chi diretto all'esterno, chi in sala comune e chi direttamente a cena.
Più tardi.
La Guferia è decisamente un posto rilassante. Logico, dipende dai punti di vista; ma l'atmosfera lì dentro è sempre calda, specialmente se illuminata dalla luce rosea del tramonto e dal fresco tipico di quest'orario. Mi addentro nella torre, prendendo a salire la scalinata di pietra, illuminata da quel piacevole bagliore opalino.
Un volatile dal piumaggio tendente al nocciola e l'aria familiare, sebbene in uno stato ambiguamente bagnaticcio, emette il solito strano suono al sentore del mio arrivo, agitando le ali e mostrando il becco aperto.
« Sì, va bene, dopo ti passo da mangiare » dico accarezzandogli la testa piumata, e nel frattempo frugando nella borsa alla ricerca della missiva da inviare « Se porti a destinazione questa, Arcie » sottolineo sventolandogliela davanti al becco, in modo che i suoi occhietti scuri possano facilmente individuare l'indirizzo di casa.
Cara Ginevra,
come va a casa? Spero che la vita prosegua come sempre, o comunque che stiate bene. Qui va tutto benissimo, gli esami finali sono alle porte e c'è parecchio da studiare; comunque il sesto anno è libero da G.U.F.O. e M.A.G.O. così posso starmene tranquilla e pensare alle vacanze.
Spero tu sappia aggiornarmi sulla situazione della famiglia. Papà, come sta? E l'influenza della mamma è migliorata? Lo spero, mi mancate tutti molto e vorrei rivedervi subito. Manca davvero poco alla fine dell'anno!
Charlotte è ancora così brava a scuola? Immagino non sia cambiato molto, dato che ci siamo sentite solo due settimane fa. Non da' ancora segni di qualche magia? So cosa penserai, ma io ci spero ancora! Sarebbe una studentessa eccezionale, qui ad Hogwarts!
Ultimamente c'è qualche incidente dal retroscena sospetto, ma non so dirti di più, purtroppo. L'unica cosa strana è che il viavai in infermeria è vasto, e ormai questa è frequentata quasi esclusivamente da quelli come me: maghi nati da famiglie normali o semplicemente imparentati con persone senza poteri magici.
Ovvio, per ora non è successo niente di grosso. Sono solo un po' preoccupata per me e Daisy, ma appena possibile vi aggiornerò su eventuali sviluppi.
Vi voglio bene,
Ann.
Osservo il gufo diventare sempre più piccolo, fino a dileguarsi in un piccolo puntino scuro proprio dinanzi al sole calante, il che lo lascia risaltare ancora di più. Sospiro, lanciando un'ultima occhiata al cielo, dopodichè mi affretto ad uscire dalla porta principale della torre.
Sto giusto percorrendo verso il basso la scalinata di pietra, quando percepisco un'improvvisa forza, accompagnata da un pizzicare progressivamente più fastidioso dietro la testa, oltre alla parziale perdita di coscienza che mi sta provocando quel tirare...
« AAAH! » strillo una volta accortami che si tratta di una coppia di volatili poco amichevoli, di cui uno sta tentando con molta probabilità di strapparmi una ciocca di capelli.
« Via, via, via! Lasciatemi in pace! » continuo ad urlare, agitando le mani sulla testa, ben conscia dell'inutilità delle mie azioni. Non distruggeranno i miei capelli con quegli artigli selvaggi, non se ne parla!
Che fare, se non continuare a proteggere la testa dalla loro crudele corsa al becco più svelto? E anche se tirassi fuori la bacchetta, che incantesimo usare per mandare via un paio di allocchi? Ormai sono praticamente piegata in due, non riuscirei neppure ad estrarre la bacchetta...
I miei pensieri sono interrotti da un improvviso scoppiettare, seguito da uno sprizzare di scintille proveniente da un punto indefinito davanti a me. Strizzo gli occhi per vedere meglio, ma non riconosco altro che un'ombra indistinta e contrastante con la luce del sole, almeno finchè l'incantesimo non si dissolve e i due uccelli si allontanano starnazzando verso il cielo.
Mi tasto le tempie doloranti, facendo per rialzarmi, quando la voce della mia presunta salvatrice mi riporta alla realtà « Ehi... se ne sono andati » dice, con una dolcezza innaturale, mentre ripone la bacchetta nella tasca.
Alzo gli occhi verso il suo viso tondo, contornato da una folta chioma bionda, fino ad incrociarne gli occhi verdi « Li hai... Li hai cacciati tu? » le chiedo, senza riuscire a tirar fuori più voce del minimo indispensabile dalle corde vocali bloccate.
Annuisce , assumendo una tenue tonalità rosea « Beh, sì... ma non ho fatto niente di tale » precisa, mentre mi alzo in piedi e prendo a lisciare le pieghe della gonna.
« Scherzi? » strabuzzo gli occhi, fissandola a bocca aperta « Erano due bestiacce possedute, altroché! Se non fossi arrivata tu probabilmente adesso non andrei a cena, ma in infermeria » la modestia è una qualità apprezzabile, ma quando è troppo è troppo!
Visto che lei non fa altro che sorridere lievemente, mentre le sue guance assumono ancora più colorito, proseguo « Sei stata incredibile, non sapevo veramente cosa fare, ero proprio nel pallone! » sto sparando a raffica parole senza senso, ma se serve a interrompere il silenzio sono obbligata.
Lei ride, prendendo tra le mani una ciocca dorata e attorcigliandola nervosamente intorno a un dito. Qualcosa mi dice che non ama ricevere tanti complimenti, e l'ultima cosa che voglio fare a una persona è metterla in imbarazzo...
« Ma qualcosa mi fa pensare che ti sto mettendo terribilmente a disagio » dico dispiaciuta, notando il suo sguardo timido rivolto ai suoi stessi piedi « Scusami, non era mia intenzione, ma non sapevo veramente cosa fare e tu sei stata così provvidenziale che... » prendo a dire, tentando di riportarla alla condizione di parlare. Odio questo mio imbarazzare la gente senza volerlo, ma non posso fare a meno di parlare.
« Non importa » mi rassicura, facendo sì che mi distenda per un attimo « E' che non... non sono brava con le persone quanto gli incantesimi » evidentemente è una confessione che le costa, ma non voglio andare oltre a scavare nella sua coscienza. Sembrerà incredibile, ma ho un tatto anch'io.
Annuisco, tentando di assumere un'aria vagamente comprensiva e sensibile « Oh, per me è lo stesso con le canzoni » mi esce di bocca quasi inconsciamente, mentre mi allargo in un sorriso.
« Eh? » fa lei, ma spiegare sarebbe troppo complicato e terribilmente imbarazzante...
E' forse per questo che mi ritrovo a deviare l'argomento con un « Nulla, nulla » per poi passare alle presentazioni ufficiali.
« Sono Annabel, comunque »
***
La giornata era già iniziata male, per cui poteva tranquillamente evitarsi il disturbo di finire in peggio. Saremmo andate tutte e tre a cena, io, Daisy e Jillian – nonchè mia salvatrice dalle pene crudeli degli allocchi al tramonto – e la serata si sarebbe conclusa come tutte le altre.
Ma vedere quel Riddle spuntare all'improvviso da un angolo accompagnato da un altro ragazzo piuttosto smunto, in divisa da Serpeverde, mi ha lasciato decisamente l'amaro in bocca. Non che ci abbia parlato, ovvio, ma è quell'espressione altezzosa e superiore lascia trasparire tanti pensieri.
Anche se molti dicono che sia impossibile capire che cosa pensa dal suo sguardo, i suoi occhi pieni di odio quando incrociano i nostri, non si dimenticano mai.
Cara nonna,
scusa se non ti ho risposto prima, ma ho avuto mille cose da fare. Come stai?
La mamma mi ha scritto che hai avuto un piccolo incidente, qualche giorno fa: quand'è che la smetterai di arrampicarti sui mobili per levare le tende e lavarle a mano, quando sai perfettamente che ci sono gli elfi per farlo al posto tuo? E' una fortuna che la mamma fosse a casa e ti abbia sentita lamentarti. Ma dico io! Hai una certa età, non spettano a te certi lavori!
Ma a parte questo, qui a scuola va tutto bene. Credo. Ti ricordi di quel Serpeverde di cui ti ho parlato qualche tempo fa, Riddle? Non saprei dire con esattezza cosa sta combinando, ma il punto è proprio che sta combinando qualcosa. Maghi e Streghe della sua casa gli ronzano attorno a tutte le ore del giorno, ogni giorno qualcuno finisce misteriosamente in infermeria. E guarda caso, gli infortunati sono tutti Mezzosangue. La cosa che più mi sconvolge, però, è che nessun professore sembra ritenere tutte queste coincidenze troppo numerose per essere veramente casuali. L'atmosfera non è delle più rilassate, ecco, specie se lui è nei paraggi.
Forse sono io che ho troppa fantasia e vedo cose campate per aria, ma ho un brutto presentimento.
Spero con tutto il cuore si riveli infondato.
Un bacione, nonna
Spero di vederti presto, possibilmente non tutta ammaccata come la vecchia Scopa di papà.
Ti voglio bene,
Jill.
Ps: Carlisle ti manda i suoi saluti e ti fa sapere che no, non ha nessuna intenzione di indossare una "terrificante cravatta marrone a pois rossi" come quella che hai visto addosso al nipote dei McRidden, il giorno del nostro matrimonio. Chiede, però, di essere informato con un po' di preavviso circa la data della cerimonia, onde evitare di arrivare davanti all'altare con l'aspetto di un barbone cencioso, dal momento che non ne sapeva nulla.
***
Guardo la civetta levarsi in volo con grazia, nel cielo arancione.
Il tramonto brucia in lontananza, colorando il castello e il lago con le sue calde tinte, mentre io cerco di destreggiarmi tra volatili più o meno amichevoli per uscire dalla Guferia. Gli Allocchi sono decisamente poco affettuosi, a quest'ora, non è raro rischiare una beccata improvvisa. E le loro adorabili zampine non fanne chissà che bene ai capelli di una ragazza.
«AHHHH!»
Lo strillo mi fa fare un salto e non faccio in tempo a svoltare l'angolo che si ripete, con maggiore intensità di prima, seguito a ruota da una serie di epiteti irripetibili. Un'altra curva (e ho sempre più il presentimento che non vedrò mai più la luce del sole) e mi ritrovo davanti alla scena più assurda che abbia mai visto in sei anni qui dentro: una studentessa si agita convulsamente, roteando le braccia all'impazzata sopra la testa, per scacciare due allocchi che tentano, ripetutamente, di beccarla sul capo.
«Via, via, via!» continua ad urlare lei «Lasciatemi in paceeeh...!»
Trattengo l'impulso di ridere, sfilando la bacchetta dalla tasca della gonna e spruzzando una leggera cascata di scintille verso i due volatili, che si allontanano in un agitato frullar di piume. Quando abbasso lo sguardo, la studentessa è accovacciata a terrae continua a lanciare improperi a raffica, incapace di fermarsi. Riconosco, tra i capelli castani,una sciarpa di Grifondoro.
«Ehi..» la chiamo, rimettendo a posto la bacchetta «Se ne sono andati»
Alza il capo di scatto, puntandomi addosso due enormi occhioni castani, lucidi; un lacrimone le rotola sulla guancia, mentre si solleva nuovamente in piedi.
«Li hai.. li hai cacciati tu?» mi chiede, con un filo di voce.
«Beh, si..» annuisce, vagamente imbarazzata «Ma non ho fatto niente di tale»
«Scherzi? Erano due bestiacce possedute, altroché!» esclama, smettendo di rassettarsi la gonna per lanciarmi un'occhiata sconvolta «Se non fossi arrivata tu probabilmente adesso non adrei a cena ma in infermeria.»
Arrossisco, abbozzando un sorriso.
«Sei stata incredibile, non sapevo veramente cosa fare, ero proprio nel pallone!» inizia a parlare a macchinetta, gesticolando di tanto in tanto, e io mi sento indietreggiare.
«Ah ah ah ah» ridacchio nervosamente, turturando una ciocca di capelli.
«Ma qualcosa mi fa pensare che ti sto mettendo terribilmente a disagio.» commenta dopo qualche attimo, dispiaciuta «Scusami, non era mia intenzione, ma non sapevo veramente cosa fare e tu sei stata così provvidenziale che..»
«Non importa» mi affretto a rassicurarla, cercando di risultare il più convincente possibile «E' che non.. non sono brava con le persone quanto gli incantesimi» sintetizzo il più possibile, cercando di non ferirla più di quanto non abbia già fatto con la mia totale incapacità di relazionarmi con qualcuno che non conosco. Mi studia in silenzio, per qualche attimo, mordicchiandosi le labbra. Poi, sul volto rotondo, si allarga un sorriso.
«Oh, per me è lo stesso con le canzoni» commenta, annuendo comprensiva.
«Eh?»
«Nulla, nulla» si affretta a dire, prima di porgermi la mano destra «Sono Annabel, comunque.»
***
Sono ancora assieme ad Annabel, quando faccio ritorno al Castello: dopo un evitato ritorno di fiamma da parte dei due allocchi, siamo riuscite ad uscire dalla Guferia più o meno incolumi. La Grifona saltella allegramente al mio fianco, mentre varchiamo il grande portone dell'Ingresso e ci avviamo verso il corridoio che porta alla Sala Grande: non ha smesso di parlare un attimo.
«E così alla fine sono riuscita a consegnare il compito in tempo, un vero miracolo» conclude con una mezza risata, precedendomi in modo da potersi voltare a guardarmi. Sorrido a mia volta.
«Succede a me lo stesso per Aritmanzia» commento «Da quando poi è arrivata la Lewis, i compiti sono un vero incubo» roteo appena gli occhi. Per quel che ho sentito dire, la Lewis è sopportata poco e male da chiunque non sia un Serpeverde, non è prerogativa dei Corvonero detestarla cordialmente.
«Oh, quella lì» il viso di Annabel si deforma in un smorfia di palese disapprovazione.
«Proprio lei» le faccio eco, cupa «Già scegliere la materia è stato un clamoroso errore, ancora mi ritrovo ad avere come insegnante la sorella di Jasper..» mi scappa un gemito, che non sfugge alla moretta.
«Conosci Jasper?» domanda, allusiva.
«Ehm» arrossisco appena, colta di sorpresa «Una lunga storia, ecco..»
Annuisce, con l'aria di chi la sa lunga, ma ha la gentilezza di cambiare argomento. O meglio, da un'aula sbuca fuori una ragazza che attira la sua attenzione, obbligandola ad abbondonare la questione.
«Daisy!» esclama, correndole incontro. Minuta, dai capelli neri legati in una coda disordinata e gli occhi luminosi, la diretta interessata apre la bocca in un largo sorriso alla vista di Annabel, che prosegue imperterrita «Capiti proprio a fagiolo!»
«Ciao Ann» inclina il capo di lato, senza capire «Cosa c'è?»
«Stavo giusto parlando con Jill..»
«Jill?» inarca le sopracciglia, notando solo ora la mia presenza.
«Ciao, io sono Jillian» mi presento compita, in automatico, con lo stesso tono che uso quando la nonna mi porta a conoscere gli svariati nipoti delle sue amiche. Manca solo la riverenza e sono a posto.
«Daisy» replica lei, svogliatamente. Stringo le labbra in una linea sottile. Scusa tanto, tesoro, se ti annoia fare la mia conoscenza.
«Si si si, i convenevoli a dopo» prosegue Annabel «Stavo dicendo che parlavo con lei della Regina delle Nevi e mi è venuta in mente quella cosa che hai fatto l'altro giorno, in Sala Comune, e Jillian, devi assolutamente vedere, è una cosa geniale!»
«Cosa?» domando, smettendo di fissare quella che è, per forza di cose, un'altra Grifondoro.
Daisy si illumina improvvisamente.
«Che domande, certo che si!» esclama allegramente, mettendosi a frugare nella borsa, da cui estrare un plico di pergamene tanto spesso da far concorrenza agli appunti che Georgiana si porta dietro a tutte le ore del giorno.
«Di che si tratta?» Sta a vedere che i Grifondoro combinano qualcosa di buono oltre agli allenamenti di Quidditch a tutte le ore del giorno e hanno inventato una pozione che renda, dopo un sorso, dei geni indiscussi dell'Aritmanzia!
«Vedrai» gli occhi di Annabel brillano, mentre la sua amica sfoglia freneticamente i fogli, prima di porgermene uno con un gran sorriso.
«Sono certa che apprezzerai» Se è la lista degli ingredienti, puoi starne certa. Ma non è niente di ciò che penso: è un disegno. Una caricatura, a dire il vero, della Lewis. Una testa enorme, quasi completamente nascosta da una gigantesca corona, in bilico sopra un minuscolo corpicino avvolto in un esageratamente lungo mantello di ermellino. Alle sue spalle, una distesa di quelli che sembrano studenti imprigionati dentro blocchi di ghiaccio.
Scoppio a ridere.
«E' geniale!» esclamo «L'hai fatta davvero tu?»
«Con le mie manine» gongola Daisy, orgogliosa.
«E' meraviglioso, Audrey deve vederlo assolutamente, impazzirà. Ti spiace se lo tengo? Poi domani te lo torno, giuro, ma devono mostrarlo a un paio di persone, assolutamente!»
«Ma certo, non c'è problema! Guarda, puoi tenerlo tranquillamente, ne ho a bizzeffe» mi assicura, decisamente più amichevole che non un minuto fa.
«Grazie, troppo gentile»
«Ahhh, come mi piace fare buone azioni e rendere la gente felice» sospira Annabel, teatrale.
«Ssi, Ann, come vuoi» accondiscendenti, Daidy le accarezza la testa. Non posso fare a meno di scoppiare a ridere di nuovo.
«Ohhh! Non c'è niente da ridere!» protesta lei.
«No, infatti, c'è da piangere» le rimbecca l'altra. Annabel fa per ribattere, ma si blocca all'improvviso, fissando il corridoio: non ci vuole un genio a capire che ha visto qualcosa -o qualcuno- che non le va particolarmente a genio. Seguo la traiettoria del suo sguardo, incorniciando la figura alta e imperiosa di Tome Riddle, che assieme a uno dei suoi lacché di sempre, Dolohov, esce in un piccolo chiostro su cui si apre il corridoio.
Le due Grifone, se potessero, soffierebbero come gatti.
«Serpe» commenta Daisy, a denti stretti.
«Lurida serpe» la corregge Annabel.
«Non credo sia abbastanza» mormoro cupa, il braccio con il disegno abbandonato lungo il fianco. Annuiscono. Ecco cosa intendevo, quando ho scritto alla nonna che l'atmosfera non è delle più rilassate: è bastato intravederlo ed ecco che due ragazze sorridenti si sono incupite di colpo. Nel male, però, si può sempre trovare un po' di bene: chissà che abbia davanti due futuri membri del club.
«Via quei bronci» dico, spezzando il silenzio nervoso «Non lasciategli fare il suo gioco» sorrido, con aria vagamente materna.
«Si, hai ragione» concorda Daisy «Parliamo d'altro»
«Ecco si, io ho fame» continua Annabel, con un sorriso «Voi no?»
***
Audrey però non ride, quando le mostro la caricatura della Lewis.
Stira le labbra in un sorriso tremulo, nulla a che vedere con quelli che elargisce anche nelle situazioni più impossibile (come ad esempio quando faccio errori stupidissimi che lei poi corregge negli esercizi di Aritmanzia).
«Che succede?» le chiedo, subito in allarme.
Mi guarda, in silenzio, il volto teso e le dita strette con forza attorno alla tazza di latte calde: è notte fonda, ormai, la Torre è avvolta nel silenzio e gli unici rumori che la riempiono sono lo schioppettare della legna nel camino e le nostre voci. La mia voce, dal momento che lei si esprime a monosillabi nella migliore delle ipotesi. E' così da quando sono scesa, dopo essermi svegliata e aver visto il suo letto ancora vuoto.
«Non eri a cena e sei stata introvabile per tutta la sera» riprendo, cercando di mettere un freno all'agitazione. Magari non è successo niente di grave, magari è solo la mia fantasia che galoppa troppo.. «E' successo qualcosa con Peter?» domando, cercando di essere il più delicata possibile. Magari è solo un ennessimo brutto presentimento del tutto infondato, magari... «No, no» mi risponde alla fine, guardando il fumo che si leva dalla tazza «Nulla di tutto questo.»
Qualcosa, nel suo tono, non mi fa sospirare di sollievo: è cupa in volto, nasconde qualcosa che la sua solita maschera di tranquillità non riesce a contenere.
«Audrey, così mi fai spaventare..» sussurro «Cosa c'è che non va?»
Inspira a fondo, reclinando il capo all'indietro e, quando torna a posare gli occhi su di me, sono intrisi di una preoccupazione che non ho mai visto nello sguardo di nessuno, in netto contrasto con la calma sovramana che le ha congelato l'espressione in una bellezza quasi disarmante.
«Lenore ha attaccato Georgie» scandisce lentamente «Il Club è stato scoperto. Non siamo più al sicuro.»
Essere al sesto anno ha dei grandi vantaggi. Ad esempio non avere né G.U.F.O. né M.A.G.O. da preparare, e poter studiare senza essere sincopati, agitati o stressati più del necessario.
A parte che io l’anno scorso ero quasi contenta di avere gli esami: mi distraevano da Peter e dal suo tradimento.
Mi appoggio alla sedia e sospiro, guardandomi in giro.
Sulla bacheca della Sala Grande, il foglio che decanta le mie abilità non ha più talloncini da staccare. E l’ho appeso non più di ventiquattr’ore fa. “Cos’è quel sorrisetto soddisfatto?”chiede Jillian di fronte a me. “Pensa al suo bel Grifo. O a tutti i soldi che farà con le ripetizioni.”risponde Rachel. “Sono proprio un libro aperto…”ribatto stupita.
Al momento ci troviamo in Sala Grande per la colazione. Molti ragazzi del quinto e del settimo, già a quest’ora, stanno mangiando con uno o più libri aperti davanti. Ogni tanto, un urlo emerge nel brusio: “Oh, no! Ho macchiato di succo di zucca il libro di Pozioni! E ora?!”
Fra noi Corvonero, in particolare, lo stress sta raggiungendo livelli critici. I ragazzi dell’ultimo anno, soprattutto, sono molto nervosi. Gli unici di mia conoscenza che mantengono una parvenza di serenità sono Georgiana ed Aedan Lywelyn. Fra l’altro, la prima sta guardando in cagnesco il secondo, che a dir la verità sembra piuttosto affaticato. “Ragazze, è ora di andare…”dice la voce di Jill.
Così ci alziamo e raggiungiamo la classe, lasciando irrisolto il piccolo mistero di questa mattina.
A lezione con Lumacorno. Quell’uomo ha una folle passione per chiunque si distingua, non importa di che casa, ascendenza o famiglia. Fino al quarto anno frequentavo abbastanza di frequente il suo Lumaclub, in pratica solo per i pasticcini che ci forniva, vere leccornie. Ho lasciato perdere quando ha iniziato a tramutarsi in una succursale di Serpeverde; i discorsi sulla purezza di sangue iniziavano ad essere un po’ troppo frequenti, per quanto il professore non penso ne sapesse qualcosa.
Oggi, Lumacorno è particolarmente interessato a una ragazza nuova, che è appena arrivata da Durmstrang. Leen Neumann, bionda e tedesca. Oggi è la sua prima lezione di Pozioni. “Non sopporto il suo accento.”dice una Tassa alle mie spalle. “E guarda quante arie si dà. Senza contare che viene da Durmstrang. Dovevano metterla con le Serpi.”aggiunge un’altra.
Non so molto bene cosa pensare. La mia nanny proveniva da Potsdam, e per me l’accento tedesco è un rimando immediato all’infanzia. Tuttavia non è il momento adatto per farmi ottenebrare dai ricordi di Helga e delle sue fiabe.
La studierò, questa Leen. Chissà. “Signorina Neumann, prego, voglia sedersi accanto alle sue compagne, non stia lì da sola a quel calderone. Signorina Salinger, c’è posto fra i banchi dei Corvonero?”
A quanto pare potrò iniziare ad osservarla da subito. “Sì, professore. Qui davanti.”
Leen muove pochi passi nella direzione della mia fila, e viene a sedersi davanti a me. Sta per sedersi, quando all’improvviso si volta e mi dice, porgendomi una mano: “Hallo, mi chiamo Leen.”
“Audrey, piacere di conoscerti.” Chissà.
Gli allenamenti di Grifondoro. Gli esami. Peter è sempre più latitante, in quest’ultimo periodo, e devo dire che mi manca molto. Tuttavia, per il poco che riusciamo a vederci, lo sento sempre più legato a me.
Esco dalla scuola proprio per andare ad assistere ad uno dei suoi allenamenti. Per quanto il tempo nuvoloso tendente al temporalesco mi invogli molto, però. Mancano pochi minuti, ma anche se arriverò in ritardo so bene di non perdermi niente: ci vado solo per poterlo vedere. Sulla porta della scuola, sosta un pensoso Aedan Lywelyn. “Cosa ci fai qui tutto solo?”chiedo. “Pensavo di andare a vedere Julia agli allenamenti. Però non sono sicuro…”
“Dunque, le mie conoscenze psicoanalitiche mi permettono di fare due deduzioni. O sei incerto perché non sai se lei ti voglia lì, o sei incerto perché non sai se puoi andarci, visto che giochi per i Corvi.”
“Colpito e affondato.”
Ha gli occhi segnati dalle occhiaie. È probabile che sia per gli esami. A meno che non c’entri qualcosa Julia. “Come va fra voi?”
Sembra reticente. “Diciamo che ci sono stati sviluppi.”
Faccio quasi un salto dalla sorpresa e dalla contentezza. “Fermo, non una parola di più. È quello che penso io?!”
“Ah, io non ti ho detto nulla.”risponde lui con espressione da finto-innocente. “Lywelyn. Tu non perdi tempo. Meno male che non sono un ragazzo, altrimenti avrei da temere…”
Lui sogghigna.
Intanto fuori si è scatenato un temporale. “Beh, direi che il tuo dubbio è presto risolto, Aedan. Fra poco torneranno anche i nostri coraggiosi Grifi, bagnati come pulcini. Andiamo ad aspettarli in Sala Grande.”
Così togliamo le tende dall’ingresso e torniamo al caldo ed all’asciutto, in attesa delle nostre rispettive metà.
« allora, qualcuno di voi è mai riuscito a far prendere una forma corporea al proprio patronus? » diverse mani si alzano, anche se ho i miei dubbi che alcuni di loro dicano la verità al riguardo. Vedo una fila di bacchette già schierate di fronte a me: sapevo che quest’incontro avrebbe riscosso successo. Jillian si affretta ad infilarsi nella riga ordinata, abbandonando la sua postazione al mio fianco.
« concentrazione, e un pensiero felice. » abbasso lo sguardo dopo aver ripetuto per l’ennesima volta le istruzioni, in modo da poter trovare la concentrazione necessaria per dare una dimostrazione. Ripenso per un istante al serraglio, alla mia cameretta, a casa. La mia bacchetta compie un mezzo giro nell’aria, « expecto patronum! » e diffonde un bagliore argenteo, che poi scivola verso il pavimento e spiega le ali nella forma di un cigno. Il mio Patrono plana e poi si solleva nell’aria, scomparendo dopo aver svolazzato un po’ in giro, seguito da un coro di “ooh” d’apprezzamento. Ci ho messo una vita a riuscire a farlo; non è facile, e non tutti gli adulti sono capaci di utilizzarlo – anzi, sarebbe divertente vedere quanti insegnanti sanno castarlo correttamente al primo colpo. Faccio un cenno agli altri, per suggerire agli altri che l’hanno già imparato di sfoderare il coraggio e farci vedere cosa sanno fare.
Jillian McKanzie è già diventata tutta rossa, e borbotta qualcosa che potrebbe essere “expecto patronum” come qualsiasi altra cosa. Fa un passo in avanti, scrutandoci tutti prima di iniziare. Io mi siedo su uno di pouf, dandomi la possibilità di scrutare le facce estasiate degli altri. La mia assistente scandisce la formula e strizza gli occhi, senza vedere così un grosso gatto dalla coda ancor più lunga e pelosa della norma. « un gatto delle Ande! » commenta tutta orgogliosa, tornando al suo colorito normale mentre il gatto si aggira per la stanza e scompare mentre salta su una poltroncina. Sono molto, molto soddisfatta. Dopo pochi momenti, si aggira per la stanza anche la grossa tigre di Julia, e tutti i presenti ruotano mantenendosi a distanza di sicurezza dal felino.
Cominciano ad apparire sbuffi argentati e zampe, ali e nuvolette. Mi avvicino a Eugene, fermandogli il polso mentre si agita per dissolvere la nebbiolina che lo circonda.
« forza! » mi lancia uno dei suoi sguardi da orso bruno, ritirando la mano. Faccio un passo indietro per lasciargli lo spazio di agire ed aspetto di vedere un altro tentativo. Anche se, finché lui non ci crederà, non funzionerà affatto. Tra me e lui passa Isabel Sittenfeld, che insegue uno scoiattolo d’argento ridendo come una pazza. Ed Eugene fa qualcosa di simile ad un sorriso, prima di far comparire un bel procione che inizia a sfregarsi il capo. Gongolo, prima di passare al prossimo caso disperato.
Julia è scappata nonappena è finita la riunione. E di sicuro c’entra Aedan Lywelyn, mr. Campione-Di-Quidditch. Sono scettica, molto scettica. Perplessa riguardo al futuro di una relazione e alle intenzioni del mio cmpagno di casa. Un rumore alle mie spalle mi costringe involontariamente a voltarmi e a vedere Sebastian che si accoccola su una montagna di cuscini, rimasta lì dalle prove – fallite – di insegnare un Incanto Respingente. Scrollo la mia bacchetta, lasciandone uscire uno spruzzo rosa confetto, e mi dirigo verso di lui.
E’ bello, e malizioso, e sa di piacermi almeno quanto io piaccio a lui. Mi accovaccio, per poi lasciarmi scivolare al suo fianco. Jules gongolerebbe; nessuno è mai riuscito a mettere insieme Seb ad una ragazza con il cervello, tanto per darle un primato di cui vantarsi. E nessuno è mai riuscito ad intortarmi in così breve tempo, devo dire.
Lui sorride, riversandomi addosso un fiume di ormoni.
« allora? Soddisfatta? » chiede con falso interesse, mantenendo lo sguardo fisso su di me mentre la sua mano scivola lentamente verso il mio fianco, dove approda dopo un tragitto relativamente breve.
« dovremmo riprovarci. Sono convinta che tutti ce la faranno. » non stacco lo sguardo, ma faccio in modo che le mi dita si intreccino con le sue, e pian piano il suo palmo si sposti sulla mia schiena. Basta una frazione di secondo perchè si renda conto che ... certo, questo è il modo migliore per concentrarmi sui M.A.G.O. ... concentrarmi su un mago! Sembra quasi ruggire mentre si avvicina, facendo pressione sulla mia colonna vertebrale con i polpastrelli.
« sono d’accordo. E poi, con un’insegnante d’eccellenza... » mi lascio scappare una risatina nervosa.
« già, hai ragione. »
« georgiana? »
« mmh? » si solleva dai cuscini, piegandosi su di me.
« ti va di uscire? » mi ritrovo supina, con il peso del suo corpo sulle costole e la sua bocca contro la mia.
Spero che la ronda non duri più di altri 10 minuti: sono sul punto di addormentarmi in corridoio, e probabilmente non mi accorgerei neppure di un gregge di pecore in transito. Manca ancora poco. Poggio la schiena ad una statua di una brutta strega dall’aria boriosa, abbassando per un momento la lanterna. Anche oggi ci siamo ammazzati di studio: si avvicina il test finale di incantesimi, e stranamente non riesco ad utilizzare non verbalmente gli incanti di ultimo livello. “E se non ci riesce Georgiana...” come direbbe Julia.
Il mio unico scopo nella vita, al momento, è passare i M.A.G.O., poi potrò andarmene felice per le strade del mondo. Faccio uno sforzo di volontà per mettermi in piedi e ripartire alla volta del dormitorio.
« e così tu saresti il piccolo genio. » una voce sibilante mi pugnala in mezzo alle scapole. Mi volto; anche nella luce debole è facile riconoscere la serpeverde amica di Riddle, la velenosa Lenore Swart. Fa sventolare teatralmente il mantello della divisa, e la bacchetta scatta in avanti, puntata dritta sul mio viso. La fisso con palese terrore; quella ragazza è una fuori di testa conclamata, ed un’ottima strega. Stringo la mia fidata bacchetta sotto il mantello.
« e sei quella che spreca tempo proteggendo ... » il club. Mi balena con forza l’idea che ci abbiano scoperti. « ...quei disgustosi, sudici mezzosangue. » sono di ghiaccio. Come se la magia mi fosse volata via. Con una leggera pressione faccio in modo che la bacchetta mi cada in pugno, per quanto inutilmente.
« dunque? » ribatto con calma artica, anche se sto per morire. Non ho salutato Cheslav. Non ho consegnato i miei taccuini alla posterità. Non ho preso i M.A.G.O. Tremo nel buio denso, di colpo assorbito da un raggio di luce giallastra; un preavviso che si scontra sulla statua dietro di me, che inizia a corrodersi sin troppo rapidamente.
Lenore scuote i boccoli scuri, mascherando per qualche istante il ghigno malvagio che le deforma il viso. Il mio polso sembra costretto verso il basso da un peso di dieci chili; riesco a fatica a disegnare un 8 nell’aria e spararle addosso una pioggia di faville argentate, dall’aspetto tanto suggestivo quanto ne è pericoloso l’effetto. Faccio tre passi verso le scale mentre keu su spegne di dosso le fiammelle biancastre, e con la manica ancora illuminata mi fa schizzare contro il corrimano di pietra massiccia, su cui sbatto con violenza. Il silenzio tra di noi è perfetto, ma soffocato dal rumore dei nostri corpi e dei movimenti sgraziati. Mi rialzo a fatica e lancio la prima fattura che mi viene in mente. Impedimenta. Scappo appena i suoi gesti si rallentano, evitando di incespicare nei gradini per pura fortuna.
Il club è stato scoperto. Un trapano che mi ripete questo sospetto ad ogni passo. Devo parlare con Julia. Devo scoprire cos’è successo.
<<GIULIETTA: O Romeo, Romeo! Perché sei tu Romeo? Rinnega tuo padre; e rifiuta il tuo nome: o, se non vuoi, legati solo in giuramento all'amor mio, ed io non sarò più una Capuleti. ROMEO (fra sé): Starò ancora ad ascoltare, o rispondo a questo che ha detto? GIULIETTA: Il tuo nome soltanto è mio nemico: tu sei sempre tu stesso, anche senza essere un Montecchi. Che significa "Montecchi"? Nulla: non una mano, non un piede, non un braccio, non la faccia, né un'altra parte qualunque del corpo di un uomo. Oh, mettiti un altro nome! Che cosa c'è in un nome? Quella che noi chiamiamo rosa, anche chiamata con un'altra parola avrebbe lo stesso odore soave; così Romeo, se non si chiamasse più Romeo, conserverebbe qella preziosa perfezione, che egli possiede anche senza quel nome. Romeo, rinunzia al tuo nome, e per esso, che non è parte di te, prenditi tutta me stessa. ROMEO: Io ti piglio in parola: chiamami soltanto amore, ed io sarò ribattezzato; da ora innanzi non sarò più Romeo. GIULIETTA: Chi sei tu che, così protetto dalla notte, inciampi in questo modo nel mio segreto? ROMEO: Con un nome io non so come dirti chi sono. Il mio nome, cara santa, è odioso a me stesso, poiché è nemico a te: se io lo avessi qui scritto, lo straccerei. >>
***
Sospiro.
Ho letto tutto d'un fiato questo brano a Julia,lasciandolo scivolare morbido fra le piaghe della sua mente vigile, sperando che davvero lei potesse sentirlo con tutto il cuore che ci ho messo io.
Comincio ad essere stufo di tutto questo detto non detto, delle leggende metropolitane, delle cose che non capisco per il semplice fatto che la gente non voglia farmele capire.
Che la Versten abbia qualcosa contro i Serpeverde l'ho ben capito e non mi stupisce. Ma non immaginavo che una mia parentela potesse allontanarla così tanto da me.
La cosa mi devasta, quando forse non dovrei prenderla in questo modo. Cosa Julia mi abbia realmente fatto non so dirlo.
Una cosa la so per certa. Quella ragazza mi ha completamente, irreversibilmente catturato nella sua rete.
Punto importante, accettare quell'invito.
Quello scarabocchio a matita che vorrei leggesse con lo spirito giusto, con tutta quell'angoscia mista a rabbia, mista anche a qualcosa di dolce di cui non conosco esattamente i contorni per poterli saggiare, che ci ho messo io.
Ho bisogno di vederla. Ho bisogno di parlarle. E, la cosa che mi spaventa più di ogni altra cosa forse, è il fatto che il bisogno più grande, quello senza nome che urla continuamente martoriandomi il cervello è che deve credermi. Quando mi sorge questo dubbio....mi manca l'aria. Un brano che tiene in sè molti pensieri riconducibili al mio. Molti. Forse troppi. Ho davvero bisogno, ripeto, che lei lo capisca. E questa ostinazione che sento, a volte, è snervante. Solo perchè non comprendo ancora, fino in fondo, che cosa significhi. Che cosa comporti. O forse solo, perchè mi trovo in un limbo. Un limbo dove risposte non ce ne sono. Un limbo freddo come le terre dei ghiacci.
Il suo. Il mio. “Se mi credi, se mi hai capito, voglio vederti. Domani alle 10 p.m., nell’aula di Musica.
Aedan”
Il biglietto usato come segnalibro per il brano che le ho chiesto di leggere, o meglio, di ascoltare. Una cosa un pò sciocca, forse. Bambinesca, magari.Ma è stata la trovata più geniale che il mio cervello, già abbastanza martoriato, potesse trovare, indi per cui, ritengo in primis di doverla apprezzare nonostante la banalità estrema.Ore 22. Ore 22. Che vuoi che sia. Devo aspettare SOLO fino alle dieci di stasera. Ma dico io. Potevo pensarci un attimo e darle un appuntamento per un orario più decente. Perchè diamine mi son convinto a darle l'appuntamento così tardi..ci penso.
Ah già. Il via vai di gente che, almeno spero, dovrebbe essere notevolmente dimezzato per quell'ora consentendomi la possibilità, della quale necessito, di parlare con lei. Parlare finalmente senza mezzi termini. Senza mezze parole. A me non importa scavare nella sua esistenza. Mi rendo conto lentamente che a me importa di lei. Sempre, solo, completamente, di lei.
Raggiungo l'aula di musica con leggero anticipo. Forse pensando che, nell'effettivo, una buona compagnia dettata dalle note di un pianoforte potrebbe essere la cosa migliore. Problema, grosso. Nei momenti di frenesia/nervosismo, mi capita di comporre delle canzoni, più o meno forti. Più o meno articolate. Ma mai, mi era capitato di sedere allo sgabello e lasciare scivolare le dita sui tasti d'avorio producendo melodia PER UNA persona. Mai.
Non l'ho mai fatto per il semplice motivo che non ho mai sentito sensazioni così forti per qualcuno in grado di poter creare melodie tessendo archi di fiaba fra le note di uno spartito invisibile che solo il mio cervello conosce. Possibile che mi sia rimbecillito a tal punto?
Non lo faccio vedere, questo è certo. Ma cosa è questo rodo dentro che sento. Questa voglia di urlare alla luna ogni notte come se una maledizione si fosse impossessata del mio corpo.
Cosa è questo fuoco che mi brucia le viscere pulsando dal ventre allo sterno, producendo questa sensazione fastidiosa e piacevole al tempo stesso. Che mi assale lambendo il mio essere. Cullandolo nel silenzio e nella valle del dubbio senza possibilità di uscita. E mentre le mani scivolano sui tasti con velocità sorprendente la mia mente viene fermata da una musica dolce. Una musica dolce che deriva proprio da quel tormento che pensavo di sentire.
Il fuoco, il silenzio, la notte maledetta, hanno prodotto un suono dolcissimo. Un suono che ha sapori di favola e luoghi ben lontani dai segreti custoditi fra queste mura. Un suono che ha il sapore di me e di lei. Ma soprattutto di lei.
E mentre chino lo sguardo sull'ultimo re composto da una mia mossa, mi ritrovo a sospirare, immaginandomi come sarebbe se....se. E una voce mi riporta alla realtà. "Quale è il titolo di questa meraviglia?"- mi volto, giusto in tempo per scorgere la Versten che chiude l'uscio alle sue spalle, fissandomi.
Mi sollevo, guardandola a mia volta in quelle iridi gelide così simili alle mie, ed al tempo stesso così diverse. "Julia. Si intitola Julia."
Sebbene la primavera stia raggiungendo il suo culmine, il vento che sale dal lago è ancora freddo.
Il sole però splende cocciuto, determinato a portare la bella stagione ad ogni costo anche in questo angolo dell'Inghilterra. Chiudo gli occhi, intrecciando le dita dietro la nuca dopo essermi disteso sul prato costellato di muscole margherite bianche.
«Chi ha avuto l'idea?» mugola Audrey qualche metro più in là, crogiolandosi beatamente con il libro di Pozioni e un maglione piazzati a mo' di cuscino.
«Io» sbadiglia Isabel, accoccolata accanto alla mia ragazza, occupata a intrecciarle i capelli con delicati colpi di bacchetta, mentre Eugene e Milo sono chini su quello che rimane della loro copia della Gazzetta del Profeta, ormai ridotta a un cumulo di cenere e fogliettini talmente minuscoli che pensare di ricostituire l'originale è pressoché impossibile.
«Come procede il lavoro?» mi informo, senza aprire gli occhi. Sto decisamente troppo bene così come sono per solo prendere in considerazione l'idea di muovermi.
«Dannata dinamitarda» borbotta il biondo, chino su ciò che resta del quotidiano.
«Uno strazio» traduce Milo, molto più pratico, sbuffando.
«Milo» ride Jillian «Dovresti essere consapevole del fascino che eserciti sulle ragazze!»
«Jillian, tesoro» ribatte lui allusivo «Cosa ti fa pensare che io non lo sia?»
Scattò a sedere come se mi avessero punto, accorrendo dalla mia ragazza prima che lo shock la faccia stramazzare al solo: arrivò giusto in tempo, mentre già boccheggia, rossa come una fragola. Fulminò Milo con un'occhiataccia.
«Oh, cosa mi guardi in quel modo?» si difende lui «Non lo faccio mica apposta. Mi viene naturale. E' un dono, cosa credi?»
Interviene Audrey, sgranando i suoi enormi occhioni blu e indicando un punto non ben definito alle spalle del moro.
«ASHMORE!» urla, attirando immediatamente la sua attenzione «Dinamitarda in avvicinamento!»
La reazione del moro è fulminea: nel giro di una frazione di secondo sbianca, sgrana gli occhi e spalanca la bocca trasformandosi nella personificazione del terrore puro prima di fare un salto degno del miglior campione olimpico babbano e schizzare alle spalle di Eugene. Ci voltiamo tutti a guardarlo mentre, rannicchiato alle spalle del corista biondo, si rannicchia su se stesso il più possibile.
Uno, due, tre, quanttro, cinque, sei..
Resistiamo sette secondi netti prima di scoppiare a ridere all'uninsono, fino ad avere le lacrime agli occhi.
«Ma come,Milo!» lo canzono, fingendomi sorpreso «Non eri tu a sostenere quanto bellina fosse Opal?»
«Se Jillian ti facesse esplodere in faccia il giornale la troveresti ancora adorabile?» ringhia lui, rosso in volto. Non l'ho mai visto così imbarazzato prima.
Gli occhi verdissimi della Corvonero si posano sul mio volto, in attesa, mentre mi ritrovo ad immaginare una scena analoga a quella che si è svolta sotto i nostri occhi, neanche venti minuti fa. Un incontro-scontro con una Jillian/Opal particolarmente di fretta e un me particolarmente assorto nella lettura della Gazzetta del Profeta. Uno scambio di sguardi vagamente sorpresi. Jillian/Opal che avvampa furiosamente e inizia a boccheggiare dopo il mio saluto (nulla di particolarmente nuovo, in effetti, se la colgo di sorpresa è capace di rischiare lo svenimento). E poi il giornale che mi esplode davanti alla faccia, senza ragione apparente, seguito a ruota da una strillo imbarazzato e una fuga a gambe levate. Frammenti di carta bruciacchiata tra i capelli. Un cumulo di cenere ai miei piedi.
Sbatto le palpebre, sentendo gli sguardi dei presenti bruciarmi addosso.
«Milo, rinuncia» commenta Eugene dopo qualche attimo, un ghigno che lento gli si allarga in faccia «Probabilmente sarebbe estasiato dalla visione al punto da non rendersene nemmeno conto»
E mentre il gruppetto esplode in una risata, sono costretto ad ammettere che potrebbe avere ragione.
***
Ora di cena.
Mi lascio cadere al mio solito posto, accanto a Polly, che mi lancia un'occhiata incuriosita.
«Cosa mi sono persa?» indaga, allungandomi un piatto ricolmo di verdure e polpette. La ringrazio con un cenno, versandomi dell'acqua in un calice dorato.
«Nulla di tale» replico dopo qualche attimo «Un ozioso pomeriggio al sole»
«Non ci crederai mai!» esclama nel frattempo una ragazzina del terzo anno, qualche posto più in là. Posso vedere perfettamente i radar del pettegolezzo di Polly rizzarsi, in allarme. «Pare che la Worthington abbia fatto colpo su Ashmore. » prosegue nel mentre la chiacchierona di turno, approfittando dell'assenza del diretto interessato (in infermeria assieme ad Eugene, tutti e due con il viso completamente bruciato dal sole primaverile) per poter divulgare la grande notizia.
Se potesse, la mia compagna di casa mi ucciderebbe seduta stante con lo sguardo.
«Tu sai.» sibila, impugnando con aria minacciosa la forchetta. Scrollo le spalle, candido come un giglio.
«Cosa te lo fa pensare?»
Sgrana gli occhi, che raggiungono le dimensioni di due palline da golf, e spalanca la bocca in un urlo muto.
«Brutto... brutto... brutto figlio di un molliccio!» esclama alla fine, senza nemmeno sbattere le palpebre.
«Apollonia Pasco!» tuono scherzosamente, facendo irritare ancora di più: si inalbera, facendo leva con le mani sul tavolo per inarcare la schiena fino all'inverosimile e tirare il collo indietro, per poi rilassarsi tutto d'un colpo.
«D'accordo» riprende a parlare, dopo aver inghiottitto una forchettata di spaghetti con il sugo e aver spazzolato una fetta di pane «D'accordo, così non va.» borbotta tra sé e sé, prima di inspirare a fondo a rivolgermi uno smalgiante sorriso.
«Carissimo Carlisle!» esclama, passando un braccio sulle spalle e pizzicandomi una guancia «Amico mio! Ti ho mai detto quanto bene ti voglio?»
Trattengo un sorriso, sforzandomi di restare impassibile.
«Non saprai nulla da me» dichiaro, scrollandomela gentilmente di dosso per mangiare qualcosa «Sarò muto come una tomba.»
«Uffa!» sbuffa, incrociando le braccia al petto «Proprio non capisco tutto questo cameratismo, sai?»
«Che vuoi farci, misteri della natura» commento pacato. Anche se, a dire il vero, ha ragione: Milo è il primo che ha sghignazzato alla vista delle spillette ed è sempre lui che non perde l'occasione per prendermi in giro quando le iscritte al fan-club quasi mi svengono davanti. Per non parlare poi della volta che sono andate da lui a chiedergli se mi avrebbe fatto piacere sapere che avevano presentato a Dippet una richiesta formale per ufficializzare il club.
«Una cosa però posso dirtela» mi sporgo appena verso di lei, che improvvisamente ha un'aria estremamente seria e attenta «E' stato un incontro esplosivo»
Squittisce deliziata, battendo le mani.
«Hanno fatto scintille, vero?» si azzarda a chiedere dopo un secondo, con aria cospiratrice.
Annuisco, solenne.
«Letteralmente»
***
Ho sentito dire che c'è chi pagherebbe oro per scontrarsi con Scarlett Lywelyn nel bel mezzo di un corridoio buio e deserto. Io, in tutta onestà, ne avrei fatto volentieri a meno.
«Ahi» si lamenta, fissandomi in cagnesco «Si può sapere dove stavi guardando?»
Inarco le sopracciglia: è lei che mi è venuta addosso, fino a prova contraria, sbucando dal nulla da dietro una statua dall'aspetto cupo. Non è certo colpa mia, poi, se lei è finita a terra mentre io son rimasto in piedi.
«Come prego?»
Scosta i capelli con una mossa che di naturale e spontaneo non ha proprio niente.
«Cos'è, sei pure sordo oltre che cieco?» sibila, incrociando le braccia al petto.
«E tu sei capace di articolare una frase di senso compiuto senza guarnirla di insulti?» butto lì, facendo per sorpassarla.
«Hunnam» mi richiama, melliflua «Devo dire che oltre ad essere irritante, hai anche una predisposizione naturale per le risposte errate. E' triste, molto triste. » la sua voce sibila velenosa, raggiungendo con una tonalità bassa il mio udito.
Mi blocco, con un sospiro, tornando a voltarmi verso di lei: la sguardo un attimo, soffermandomi in particolare sul bel volto. Occhi grandi, capelli scuri, un broncio che più di qualcuno trova adorabile.
«Sai cosa è veramente triste?» le sorrido, il più dolcemente possibile «A differenza delle persone che ti ostini a frequentare, non sembri una stupida né tantomeno un'idiota integrale. Eppure, non appena apri bocca, il palco crolla. Questo è triste, Lywelyn.»
Lei sorride. Con un'affabilità tale da incantare anche il più arduo dei contrari alla sua filosofia.
« Hai colto il nocciolo del punto, Hunnam.» mi fissa, senza distogliere mai i suoi grandi occhi verdi, dai tratti lievemente felini. « Non sono idiota. Hai ragione. Non lo sono affatto.» la sua espressione cambia appena, virando in un lampo di ira appena accennato. « Gradirei, pertanto, che tu evitassi di appellare con simili epiteti gente che conosco, e che stimo» Poi torna a sibilare, come evidentemente è nella sua natura fare. « Io, con tutta la grazia possibile di cui sono disposta, non lo sto facendo. Perchè ritengo molto più produttivo scontrarmi con la persona diretta che mi trovo dinanzi» Si sofferma un momento, guardando oltre la mia figura. « Se non altro, per una questione di correttezza. Da poca soddisfazione parlare su gente che non può ascoltare»
«Mentre picchiare in dieci un ragazzo da moltissima soddisfazione, vero?» ribatto fulmineo, senza sapermi trattenere. Socchiude le labbra, vagamente interdetta, ma non ho intenzione di darle il tempo di replicare «Dal momento che le persone che così tanto stimi e rispetti trovano divertente spedire le persone in infermeria, mi ritengo libero di dire tutto quello che voglio. Specie se il diretto interessato, è uno dei miei migliori amici» troneggio su di lei, che indietreggia appena senza tuttavia distogliere lo sguardo «Ma d'altronde è vero, non è buona educazione parlare degli assenti» sorrido, affabile «Cos'altro suggerisci per non lasciar morire una così interessante conversazione?»
Tace. Le braccia incrociate al petto, un lampo di rabbia trattenuto a stento negli occhi chiari: tutto in lei rimanda ad una belva pronta a scattare, anche se qualcosa, nella sua posa volutamente arrogante, lascia pensare che qualcosa l'abbia colpita. Che si aspettava, del resto? Che stessi zitto e buono come i ragazzini del primo che è solita minacciare e spedire in infermeria assieme ai suoi degni compari? Che mi mettessi a piangere? Che implorassi perdono in ginocchio e abbracci la sua filosofia razzista e ottusa? Si vede che li fanno con lo stampino, le Serpi.
«Carlisle!» la voce di Micheal Parker fa sobbalzare entrambi e, mentre lei dopo un attimo di vaga indecisione si gira e si allontana, accompagnata da un irritato ticchettare, mi volto verso il biondo giocatore di Quidditch.
«Micheal, ciao. Il tempismo è sempre il tuo forte..» commento con un sorriso, salutandolo con una manata amichevole sulla spalla che lui ricambia, con il doppio della forza.
«Che ci facevi qui con la Lywelyn?» domanda con una smorfia.
«Discutevamo» scrollo le spalle, senza mostrare particolare entusiasmo.
«Discutevate?» ripete, sorpreso «E su cosa?»
«Etica»
«Ah» mi fissa, vacuo. Poco sveglio, per essere un Corvonero. Non è che devo spiegargli cos'è l'etica, vero? «Certo. Etica.»
«Una lunga storia, Micheal. Ti va una Burrobirra, piuttosto? Ho bisogno di bere qualcosa, vedere come certe persone siano sprecate in determinate ambienti mi deprime.»
Rido, e anche di gusto, cercando di trattenermi solo per rispetto verso le persone intorno a noi, che sono state sorprese dalla mia risata. “Smettila So!”
“Si…un attimo…adesso mi calmo..”. Ritrovo il mio equilibrio interiore. Brava, Sophie, non pensarci, brava non….non…non ce la faccio. Riprendo a ridere sotto la sguardo accusatorio della mia amica.”Oddio El…giuro non ce la faccio...me lo vedo davanti!”
“Basta Sophie! OK non ti dico più niente!” “Scusa, ora smetto..”chiudo gli occhi e focalizzo un’immagine che sia la più lontana da quella della caduta di Damian. La bibliotecaria dovrebbe andare più che bene per lo scopo. Respiro. Riapro gli occhi, ”dimmi pure!Vai avanti…”.
La mia amica continua a parlare con il solito sorriso e usando eccessivamente le mani. Cosa starà dicendo? La verità è che la sto fissando con un interesse che non è rivolto alla sua storia. Davanti a me scorrono una serie di immagini, delle proiezioni della mia mente, con più probabilità della mia fantasia, che ripercorrono quello che è successo in questi giorni. Perché? È quello che vorrei sapere anch’io. Sono una pessima amica, anzi sono una pessima migliore amica; come semplice amica sono decente, e comecomune conoscente anche più che rispettabile, come migliore amica però... “Allora cosa ne pensi?”
Forse non dovrei lasciarmi andare troppo alla fantasia e sprofondare nei miei pensieri più assurdi, soprattutto se nel frattempo si suppone stia tenendo una conversazione attiva con un’altra persona del genere umano; con gli animali effettivamente potrei fare un’eccezione, anche se… “Sophie ma mi stai ascoltando??”. Elodie che urla: un evento. “si, certo!”
“Bè, allora rispondimi.”, mi dice con un aria di sfida. Ecco cosa succede a non ascoltare. ‘Concentrati Sophie, io so che ce la puoi fare; in fondo l’hai ascoltata…’
No, non è vero, non l’ho assolutamente ascoltata! “Sai El…”-rispondendo si o no ho il 50% di possibilità di azzeccare, però la sua domanda poteva anche non esigere una risposta così semplice. Cosa faccio?, “ehm…la penso assolutamente come te!” Ambigua, semplice e completamente fraintendibile. “Davvero?”, mi chiede. Probabilmente sto sfoggiando il mio sorriso tra l’ebete e il divertito, il che non dev’essere il massimo: per fortuna non posso vedermi! Forse sono riuscita a scamparla. “Strano perché io non ti ho ancora detto cosa ne penso!”. Pensa, pensa, pensa. “Ma io so perfettamente cosa ne pensi, noi siamo migliori amiche, siamo telepatiche: io so cosa pensi tu e tu sai cosa penso io. Semplice!” “Ma io non so cosa pensi tu! E comunque potevi inventarti una scusa migliore, questa è assurda!! Ammettilo che non mi stavi ascoltando.” Mi punta il dito dritto davanti al naso. “No, ti sbagli, Elodie, sai che non lo farei mai…”
“Garda che non mi arrabbio, ormai ti conosco: so quali sono i tuoi limiti.”
“Allora non ti stavo ascoltando!"-la verità a volte è l'unica strada percorribile, soprattutto se ti aspetti la pena capitale, e invece ti concedono l'amnistia-"Comunque ti ricordo che sono io quella di Corvonero qui,signorina, andiamo piano con le parole.”
“Non si direbbe allora, visto che io non ti vedo mai china su un libro come tutti quelli della tua casa. Guarda Rose, lei si che è una vera corvonero!”
“E’ proprio per questo che è sbagliato basarsi sugli stereotipi, la maggior parte della volte sono sbagliati. Nella mia casa non sono mica tutti concentrati solamente sullo studio e geni in qualunque materia, anzi sai cosa ti dico, vado a studiare che ho un compito importante.”
“Si certo, defilati pure, ma non mi scappi: noi due facciamo i conti.”
“Anch’io ti voglio bene tesoro, ci vediamo dopo magari!”.
Fuga. "Rose non avrei mai scommesso di trovarti qui in biblioteca!”. Troppo palese la mia ironia in questa frase: devo perfezionarmi. “Ahah, devo anche ridere per caso?”- mi avvicino a lei con sguardo eloquente-“ No Sophie, se sei venuta qua con l’intenzione di distrarmi dallo studio te lo scordi: non ci casco stavolta!”
Sfoggio uno sguardo oltraggiato e al contempo stupito,” La tua malizia mi sorprende, cara Rose. Come hai potuto anche lontanamente pensare che io abbia intenzione di distrarti? Tu mi offendi!”
Mano davanti a naso e bocca in una scena di finto pianto, degna del peggiore spettacolo teatrale mai messo in scena da quando quest’arte ha preso vita: un oltraggio all’arte stessa.
Sbuffa. ”Dimmi, qualunque cosa pur di mettere fine a questa commedia…”
“Supponeva essere una tragedia…comunque mi chiedevo se potevi darmi una mano con pozioni, sai per il compito…dovrei cercare di tirare su la mia media imbarazzante.”
“E ti svegli il giorno prima? E’ una missione impossibile!”
“Perché oggi tutti dubitano della mia intelligenza?”
“Sophie, guarda in faccia la realtà: tu non hai mai studiato Pozioni, il massimo voto che hai preso è stata una D!” “Dimentichi una O al secondo anno…ma è per questo che imploro il tuo aiuto cara amica, non mi tradire adesso.”Alza gli occhi al cielo e poi si porta la mano destra al viso per sistemarsi gli occhiali, un po’ troppo spessi per farla apparire e sentire bella. “Ok, ma non ti prometto nulla. E per piacere, una volta tanto, puoi cercare di studiare e concentrarti su quello che stiamo facendo?”. Sorrido compiaciuta. Con pozioni? Impossibile, ma è meglio se questo segreto resti una faccenda tra me e la mia coscienza! “Certo Rose, cercherò di fare del mio meglio! Grazie mille!”. Sbuffa di nuovo. “Non ringraziarmi: so già che me ne pentirò…”. E così inizia la mia prima, vera, giornata di studio di pozioni. Io questa materia proprio non la reggo, ma non è colpa mia: dev’essere questo ‘campo’ che ha un problema con me. Eppure io nono ho mai fatto nulla(che stia qui il problema?). “Ma se io girassi anche in senso anti-orario?”
“Non puoi Sophie! Se c’è scritto ORARIO non puoi cambiare senso, capisci? E’ come se aggiungessi un ingrediente non indicato: non si può in modo assoluto.”
“Che noia…quindi devo fare solo quello che c’è scritto?”
“Esatto!”. Ecco perché non mi piace pozioni: troppe regole inutili. Una cosa non dev’essere dettata da regole, la spontaneità è la parola d’ordine; non c’è niente meglio della libertà assoluta…in fondo non è quello che pensano tutti??
Ripeto la lista di ingredienti enumerandoli sulle dita delle mani, anche se la cosa non mi piace per niente, mi piace ancora meno l’idea di venire bocciata ai G.U.F.O. ed essere ricordata come la Corvonero più inetta della storia di questa scuola. “Ohoh… Sophie…”-Henry arriva alle mie spalle e allunga il collo verso il libro aperto-“ pozioni? Cosa è successo, tu che studi POZIONI?” “Avete deciso di rovinare per sempre la mia autostima? Si, posso studiare pozioni se lo voglio! E adesso scusa ma devo concentrarmi in vista della mia prossima ‘E’, grazie…”. Una volta, e dico UNA volta che riesco a comprendere questo miscuglio di nomi ridicoli ed incomprensibili, dev’esserci qualcuno che mi distrae dai miei intenti. Quant’è crudele questo Mondo, per noi poveri studenti volenterosi… “Vorrà dire che ti lascio in pace, non voglio interrompere questo evento..”,mi sorride e mi stringe una guancia tra le dita,-“ahia..!”- “ci vediamo dopo allora! Ciao Rose.”
Mi massaggio la guancia tra espressioni di disprezzo mentre noto la faccia semi-pietrificata della mia compagna di studio: mano alzata e bocca aperta. Chiara sindrome da cotta adolescenziale, se parliamo del ‘caso disperato Rose’. “No Rose non ti puoi distrarre, mi devi aiutare..ma soprattutto non puoi continuamente immobilizzarti ogni volta che vedi Harry!”, dico scotendola leggermente sotto gli sguardi sbalorditi di ogni specie vivente si trovi nella nostra stessa stanza in questo istante.
Le ci vuole solo un secondo per riprendersi e coprirmi la bocca al volo: non la facevo così svelta! “So, sei pazza, abbassa il tono, ci sentono tutti!!”. Due colpi di tosse, ed eccola nella sua usuale posa da studentessa modello; peccato per il colore del suo viso, che rispetto al solito è troppo tendente al rosso vivo. “ e comunque non mi immobilizzo affatto…vuoi studiare o no!”
Tra le mie risatine sommesse continuiamo col nostro super-concentrato di studio: e se non vado sopra la ‘O’ questa volta, mi butto in una vita sfrenata, così almeno potrò giustificare con una scusa plausibile le mie evidenti carenze pozionistiche…
A volte mi chiedo cosa sia il tempo. Tanti piccoli istanti senza importanza, e forse un paio di lampi splendenti che illuminano tutta la nostra vita. Ma la loro luce non sempre è benigna. A volte è malvagia, altre volte…ambigua.
È così che definirei la presenza di Aedan nella mia vita.
Un lampo ambiguo.
“Jules, a cosa stai pensando?”chiede la voce di Sebastian.
“A nulla.”rispondo.
Sto scrivendo gli avvisi per la prossima riunione del Club, e mi sono persa sulla J di Jillian: sembra un serpente che invade metà pergamena. Sospiro, e ne prendo un’altra dalla riserva alla mia sinistra.
Sebastian mi chiede qualcosa per una questione di Antiche Rune, ed è costretto a ripetermela.
Sono sulle nuvole, stasera.
Ricontrollo nomi e date sui vari inviti. A parte un piccolo errore [Carlisle è diventato Carle, povero], sono tutti a posto. Domani cercherò di distribuirli senza dare nell’occhio.
“Posso darlo io a Georgiana?”dice Seb.
“E va bene, ecco qua. Avete una riunione dei Caposcuola?”
“Più o meno ora, per essere precisi.”
Gli porgo il biglietto. Lui allunga la mano, ed io…
“Jules, sono in ritardo, non posso giocare!”esclama, mentre allontano il suo oggetto del desiderio.
“Promettimi che ti comporterai bene.”
“Promesso!”dice, assumendo un’espressione da bimbo innocente.
“Lo so che tanto non mi posso fidare…tieni.”
“Grazie, mio fiore dei ghiacci.”esulta, schioccandomi un bacio sui capelli.
Seb, Seb…
Chiudo il libro con un rumore cupo. In Sala Comune sono rimaste poche persone, stakanovisti dello studio. Io ho già dato: se leggo ancora una volta le dodici applicazioni del’incantesimo Argante, giuro che mi metto ad urlare.
Mi alzo in piedi, mi stiracchio. Devo riportare il libro in biblioteca, e poi posso andarmene a dormire. Sento gli occhi pesanti. Il corpo indolenzito. Il cervello fuso. Sì, ho bisogno di dormire.
Il rumore dei miei passi è fioco come la luce delle candele che illuminano il corridoio. Mi tornano in mente le raccomandazioni che ho fatto al Club, non più di un mese fa.
Non andate in giro da soli di notte.
Stringo nel pugno la mia bacchetta di legno di rosa. Un gesto semi-irrazionale, che però riesce a darmi forza. La Biblioteca chiuderà fra poco.
Spingo il portone di cedro e vedo alcune teste chine. Solo divise di Corvonero a quest’ora. D’altronde, lo dice anche Georgie. Talvolta un Corvo si trova meglio in Biblioteca che a casa.
Mi avvicino al banco della signora Bukvomm, e le consegno il volume intitolato “Incantevoli Incantesimi” [mai un titolo fu più sbagliato]. Appongo la mia firma e mi volto per andarmene.
Ferma. Gelata dagli occhi azzurri di un Corvonero che inizio a conoscere fin troppo bene.
“Ciao, Julia.”mi saluta tranquillo. Di colpo rimpiango di non aver indossato la divisa, invece di questa maglietta. La maglietta di quel giorno.
“Ciao, Aedan. Cosa ci fai qui?”
“Stavo leggendo una cosa interessante. Una cosa che potrebbe farti capire molte cose.”
“Ad esempio?”domando, con voce appena un po’ alta. Non mi piace la sua frase.
Non risponde subito, ma si alza e inizia a mettere via le sue cose. Una pila di libri, le penne, ed un libricino di dimensioni ridotte. Prende tutto in mano, e si avvia verso la bibliotecaria, per riconsegnarle i tomi. Passandomi accanto, mi porge il libro più piccolo.
“Leggilo, e poi mi dirai.”
Annuisco, e lo saluto con un laconico:
“Buonanotte.”
Sto indossando il mio pigiama azzurro, e sul letto giace il libro di Aedan. Si intitola “Romeo e Giulietta”. Ho paura di leggere la tragedia di Shakespeare, e non sto scherzando. Georgie mi capirebbe, se glielo potessi dire.
Lo apro: fra le pagine, spicca un segnalibro rosso con il disegno di una rosa bianca. C’è scritto il mio nome. Lo sfioro con l’indice, ed una voce a me nota scivola fra i miei pensieri.
Una voce che assume due inflessioni diverse. Lo sguardo mi cade sulla pagina del libro, che è proprio quella recitata dalla voce di Aedan Lywelyn.
GIULIETTA: O Romeo, Romeo! Perché sei tu Romeo? Rinnega tuo padre; e rifiuta il tuo nome: o, se non vuoi, legati solo in giuramento all'amor mio, ed io non sarò più una Capuleti.
ROMEO (fra sé): Starò ancora ad ascoltare, o rispondo a questo che ha detto?
GIULIETTA: Il tuo nome soltanto è mio nemico: tu sei sempre tu stesso, anche senza essere un Montecchi. Che significa "Montecchi"? Nulla: non una mano, non un piede, non un braccio, non la faccia, né un'altra parte qualunque del corpo di un uomo. Oh, mettiti un altro nome! Che cosa c'è in un nome? Quella che noi chiamiamo rosa, anche chiamata con un'altra parola avrebbe lo stesso odore soave; così Romeo, se non si chiamasse più Romeo, conserverebbe quella preziosa perfezione, che egli possiede anche senza quel nome. Romeo, rinunzia al tuo nome, e per esso, che non è parte di te, prenditi tutta me stessa.
ROMEO: Io ti piglio in parola: chiamami soltanto amore, ed io sarò ribattezzato; da ora innanzi non sarò più Romeo.
GIULIETTA: Chi sei tu che, così protetto dalla notte, inciampi in questo modo nel mio segreto?
ROMEO: Con un nome io non so come dirti chi sono. Il mio nome, cara santa, è odioso a me stesso, poiché è nemico a te: se io lo avessi qui scritto, lo straccerei.
Rabbrividisco.
In matita, retro del segnalibro, poche parole: “Se mi credi, se mi hai capito, voglio vederti. Domani alle 10 p.m., nell’aula di Musica.”
Appena dopo la riunione del Club.
Interno, sera. Tutti i personaggi seduti su poltrone e pouf. Una ragazza con i capelli castani che detesta sempre di più il dover parlare in pubblico senza scriversi prima il discorso. Prendo un respiro profondo e inizio a parlare:
“Ormai le Serpi, o meglio, i seguaci di Riddle stano espandendo sempre più la loro influenza sulla scuola. Ultimo esempio è l’arrivo della nuova insegnante di Aritmanzia, Martine Lewis.”
Georgie sbuffa, mentre il viso di Eugene resta impassibile.
“Quindi ho ben due cose da dire. In primo luogo, che il Club necessita di ampliamenti. Per quanto mi riguarda ho in mente i nomi di due persone: Damian Denholm ed Opal Worthington.”
Cenni di assenso fra i miei compagni.
“Anche voi potrete fare le vostre proposte. La decisione finale sarà presa da me, Georgiana e Sebastian. Se la persona verrà approvata, la porterete qui e la sottoporremo alla nostra consueta piccola intervista. Domande?”
Silenzio. Non sapevo di essere così autorevole.
“La seconda cosa, riguarda il Club più da vicino. Da oggi in avanti, inizieremo ad esercitarci con l’Incanto Patronus.”
L’entusiasmo generale è abbastanza manifesto, tanto che intravedo appena la mano alzata di Audrey Salinger.
“Sì, Audrey, dimmi.”
“Possiamo dare un nome al Club?”
L’idea non mi ha mai sfiorata, tuttavia non mi dispiace.
“Certo, perché no. Avevi già pensato a qualcosa?”
“Io e Jill avevamo pensato a Fidelius.”
L’Incanto Fidelius. Un incantesimo per proteggere i segreti.
“Mi sembra appropriato. Tutti d’accordo?”
La risposta è un “Sì!” unanime.
“E allora che Fidelius sia.”
Dopodichè, Georgie prende il libro di Incantesimi e parte con l’introduzione teorica riguardo il Patronus.
“Dovete pensare ad un ricordo felice…”
Un ricordo felice. Sono le parole di Georgiana che rimbalzano fra i miei pensieri, mentre mi dirigo verso l’Aula di Musica. I miei tentativi di Patronus non erano stati altro che una nebbiolina indistinta, finché non avevo pensato all’episodio di pochi giorni fa. Con lui.
Allora, un meraviglioso Patronus perlaceo si era materializzato di fronte a me.
« Complimenti, Georgiana. »
Hogwarts non è mai stato un posto, per me, degno di una qualsiasi nota, che di merito o meno. Questa scuola mi è indifferente come tutto ciò che la riguarda - e sì, mio fratello Dorian ha ragione, parlo proprio come mio padre. Parlo proprio come un'innamorata della mia Durmstrang. E lasciarla - e costringermi a lasciarla, è stata davvero una cattiveria. Soprattutto ora che stavo per imparare a castare incantesimi non verbali molto più avanzati di quelli che ho imparato a controllare, soprattutto ora che io e il professor Ebersbacher ..beh, eravamo arrivati ad un punto abbastanza critico della nostra "relazione", se la vogliamo esattamente chiamare così. Di Hogwarts non mi sono mai interessata, sono arrivata qui con la convinzione di finire quest'ultimo anno e pochi mesi senza distrarmi, senza fermarmi, cercando di farmi pesare di meno il tempo che devo passare qui - cercando di lasciarlo scorrere più velocemente. Ma, ora, la mia attenzione è stata catturata da qualcosa di più divertente del il mio soggiorno obbligato: o almeno, da qualcosa che lo renderà estremamente più piacevole. Duellare è sempre stato, per me, più che un passatempo: e dire che a Durmstrang non abbiamo mai avuto l'idea di fondare questo ufficiale 'Club dei Duellanti', al massimo tra noi studenti ci si divertiva, in gruppi piccoli o ampliati, non abbiamo mai avuto bisogno dell'ufficializzazione. E la Caposcuola, sotto questo punto di vista, ora che sono lontana da Alexander o Valentie, sembra fare al caso mio.
Scivolo via, dopo aver lanciato uno sguardo al ragazzo che Georgiana ha mandato al tappeto in un colpo solo: è deluso, ma sembra del tutto consapevole, come se già si aspettasse la fine del suo coraggioso incontro, la fine con il culo per terra.
« Entschuldigu- ..ehm, Georgiana Harrington? » cerco di attirare la sua attenzione, dopo essermi avvicinata; spero, più che altro, di aver pronunciato per bene il suo nome, tanto per evitare di fare magre figure i miei primi giorni, con qualcuno della casa in cui sono stata smistata, d'altronde. Preferirei di gran lunga parlare tedesco, ma qui ho l'impressione che non mi capirebbero, perciò, tenendomi il mio ancora raccapricciante accento, devo abituarmi a parlare l'inglese - oppure condannarmi ad un esule silenzio.
« Si? » lei si volta, poco dopo. Per lo meno non posso rimproverare agli studenti di qui di essere scortesi.
« Ti ho vista duellare ..sei stata sorpr- sorprendente » maledette paroline complicate.
« Grazie! Sei la ragazza che hanno trasferito da Durmstrang, non è vero? »
« Jawohl, e devo ancora imparare a scandire bene i vostri vocaboli. »
« Capisco che dev'essere difficile abituarsi a parlare un'altra lingua così improvvisamente ..se hai bisogno di una mano, sono il tuo Caposcuola, vieni da me quando hai bisogno. » sorride. Oltre che una brava duellante, puo' vantarsi di essere la prima persona a starmi veramente a genio qui dentro.
« Una cosa, ci sarebbe ..che dici, me lo concedi un duello, un giorno di questi? »
***
Datemi pure della sentimentale, ma Durmstrang - e tutti quelli che le sue mura ora nasconde, mi mancano da morire; a partire da Alexander, Valentie, e il professor - non so ancora perchè mi costringo a chiamarlo professore, Ebersbacher. Le lettere settimanali con i primi due non mi bastano, il silenzio dell'oramai implicita rottura con il terzo tanto meno. Non che io lo amassi, chiariamoci - non che sia mai riuscita ad amare qualcuno veramente, ma lui è stato una provvidenziale, bellissima e altrettanto breve avventura che mi ha aperto gli occhi, allontanandomi dai ragazzini che ero solita frequentare prima di lui.
Qui, comunque, me la vedo grigia: oltre Georgiana non ho ancora rivolto parola a nessuno, e lo stare in silenzio così tanto, non avere qualcuno con cui parlare, qualcuno oltre me stessa,mi destabilizza leggermente. Qualcuno una volta mi ha detto che alla fine mi sarebbe successo: di fare i conti con me stessa, dico. Di dovermela cavare da sola, in un modo o nell'altro, di capire che nulla mi è dovuto, di dover sopportare l'idea che prima degli altri, sono io che devo conoscere me stessa. Beh, il suddetto qualcuno comunque poi è caduto accidentalmente dalla scopa durante il suo simpatico allenamento: perchè se c'è una persona che mi conosce più di tutti, sono io. E la maggiorparte della gente recepisce solamente il 20% di quello che sono, è da sempre stato così, da sempre credono di sapere, da sempre io glielo lascio credere - purchè non mi si dica che non conosco me stessa. Affido la mia pergamena per Val ad un barbagianni, in Guferia, e spero che batta abbastanza velocemente le ali, e spero che le mie notizie arrivino agli altri prima di stasera, e che prima di domani sera io abbia ricevuto la mia meritata risposta: questa piccionaia puzza, terribilmente, ma la vista che offre sul panorama scozzese è altrettanto terribilmente mozzafiato. Non so da quanto tempo sono affacciata, con il vento leggero che mi accarezza il viso, ma so di non essere sola quando, ad un certo punto, qualcuno mi tocca la spalla, appena. Colta di sorpresa, mi volto: non riconosco immediatamente Garet Haslett come il ragazzo che Georgiana ha messo al tappeto, ma tuttavia non mi ci vuole molto per ricordarlo, ancora scosso, bell'e disteso sul pavimento.
« Tutto bene? » domanda, cortese, ritraendo la mano dopo poco.
« Oh, ja ..ero un po' pensante »
« Pf, vuoi dire che eri un po' persa nei tuoi pensieri? » mi corregge, con l'accenno di una risata breve, placida.
« Naturlich » scuoto appena il capo; meglio che mi ci abitui.
« Tedesca, eh? » domanda, socchiudendo le labbra in un sorriso. Forse vuole mettermi più a mio agio: ammetto che ci sta riuscendo.
« Qualcuno ha studiato lingue, eh? » gli rispondo, con un accenno di sarcasmo.
« Voi mangia-krauti siete tutti così simpatici? » mi redarguisce, con un sorrisetto scettico.
« Dimmi, mister Waddiwasi, sei qui per mandare un gufo o per criticare le abitudini dei singoli gruppi etnici? » preso in contropiede - alleggerisce un po' il proprio sorriso, abbassando gli occhi, ma poco dopo torna a guardarmi, sprezzante.
« Mando un gufo ..vuoi che ti accompagni, dopo? Non vorrei ti perdessi.. »
« Oh, che pensiero gentile ..potrei accettare e darti la soddisfatta di guidare questo giro turistico per Hogwarts, ma ho da portarmi avanti con il programma ..che peccato, nevvero? » lo prendo in giro, prima di voltargli le spalle, con un sospiro, incominciando ad incamminarmi verso l'uscita: qualche passo, poi gli faccio un cenno a mezz'aria con la mano.
« ..darti la so-ddi-sfa-zio-ne, signorina, la soddisfazione! » mi corregge prima che possa uscire.
Sorrido tra me e me, ritornando al mio silenzio, con la meta implicita della sala comune: la situazione comincia a diventare un tantino più colorita, e non è male, come cosa.
Che ci fosse qualcosa di strano nel comportamento della piccola Baudelaire lo avevo intuito da solo. Ma la realtà di COSA fosse esattamente questo “qualcosa di strano” mi sfuggiva, ed era semplicemente detestabile, come condizione.
Se consideriamo poi il fatto che, ogni volta che vorrei chiederle qualcosa lei si dilegua. Puf! Sparisce come se fosse un fantasma che incontra il veleno contro il suo ectoplasma.
Donne. Capissi almeno come devo fare per chiederle che accidenti succede. Mi sa…che dovrò usare le maniere forti. Fortissime.
Mi incammino lungo i corridoi, la suddetta Baudelaire arriva dalla parte opposta, e nel momento in cui solleva lo sguardo, notando la mia presenza, inchioda gli occhi sul pavimento, tornando a camminare verso dove è venuta. “Eh no.” - dico a me stesso, aumentando il passo diretto verso di lei. Se qualcuno ha qualche problema con il sottoscritto deve dirmelo in faccia. Bella o brutta che sia, io la verità la voglio sapere. E comincio a chiedermi per qualche arcano motivo mi interessa così tanto sapere se Elodie mi sta evitando o meno. Sarà per la strana sensazione allo stomaco. O forse è la mancanza di sincerità che sento. Si, sicuramente è quella. Mi convinco. Le blocco, con gentilezza, un polso. “Eih, bocciolo.” - la mia voce è lo specchio immutato della mia non intolleranza nei suoi confronti. A giudicare dal suo sguardo allucinato/contrariato, forse non ho fatto granchè bene in questo mio gesto non ponderato. Ma sfido chiunque ad avere un dubbio e non soddisfarlo mai!
Lei si limita ad elargire un saluto spiccio “ciao.”
Io inarco un sopracciglio, la sua affermazione lascia poco spazio a discussioni di alcun genere, per cui, fuori il “tatto” di cui sono disposto in queste situazioni [ ossia zero ] e cominciamo. “Dì un po’.” -esordisco- “mi stai FORSE evitando?”. Diretto. Stra-maledettamente diretto. La sua reazione non è delle più eloquenti, in positivo. Visto che si limita a guardarmi, leggermente allucinata quasi avesse visto un morto che cammina, sgranando gli occhi. Mentre il suo piede non da tregua al pavimento battendo sonoramente.
Aspetto qualche istante, ma il suo sguardo non si schioda, e sembra non voler accennare alcuna risposta alla mia, credo legittima, domanda.
Ancora qualche attimo, e poi un sibilo da parte sua. “Perché dovrei?”-chiede, con una naturalezza disarmante. Depongo il suo braccio, sfilandolo dalla mia presa. “In effetti, non ce ne sarebbe motivo. Ma considerando il tuo atteggiamento, sembrava quasi una cosa evidente.” –mannaggia alla mia lingua, zitto mai Damian? "Bene, non è così" - mi risponde, leggermente infastidita (almeno credo).
Io le sorrido, gentile. “ok. Credo sia meglio chiudere qui la faccenda”-schiarendo leggermente la voce- “Scusa la domanda impertinente, allora.”-mi congedo,mantenendo saldamente la mia linea di calma apparente. – “Ci vediamo in giro, Elodie”. E mentre lo pronuncio lei si è già dileguata. …..poi non devo pensarlo che mi sta, sul serio, evitando.
Ho ripensato spesso a quello che mi ha detto Julia, giorni fa.
A quello che è successo con il marmocchio serpeverde, a tutto quello che capita a scuola. La situazione precipita, e pare che a tessere i fili di questa invisibile ragnatela vi sia dietro qualcuno di molto molto grosso.
Che Riddle fosse promotore di questa filosofia “No ai mezzosangue” non mi aveva per nulla stupito, anzi. Sono convinto che sia lui il famigerato capobanda. Un po’ per i suoi modi di fare, un po’ per il suo fare altezzoso e fuori dal comune.
Che Hogwarts fosse scissa non vi era dubbio, ma l’equilibrio, prima, era qualcosa che si riusciva a mantenere, seppur con qualche leggera difficoltà non impossibile da superare. Non, va. Proprio non va. E vorrei poter dire di avere una soluzione qui, a portata di bacchetta.
Sfoglio il mio libro, guardando le pagine con leggero disinteresse. Per poi sollevare lo sguardo, ed incontrare l’esile figura di Georgiana Harrington.
Una simpatica ragazza, che conosco fin dai primi giorni qui ad Hogwarts, se non fosse per il pochissimo tempo che si riesce a condividere, posso dire che senza ombra di dubbio sia una cara amica. E poi, l’ho sempre vista molto decisa e caparbia quando si tratta di seguire le linee giuste, che portano a conclusioni sensate.
Sollevo una mano, il mio tavolo della biblioteca è pressoché vuoto, chiaro invito a farla accomodare di fronte. Lei sorride, e poggia i suoi libri sulla superficie. “Dam.” - saluta, con un cenno gentile. “Georgie” -ricambio il saluto, tornando con lo sguardo basso sulle pagine. La biblioteca, oggi, è un continuo vociare, mi volto, notando alcuni serpeverde dei primi anni che confabulano concitatamente fra loro nella critica aspra sull’aspetto di una ragazza, seduta poco distante da loro, probabilmente mezzosangue a giudicare la loro definizione. “Sporca.” - sibilo, infastidito, ripetendo fra i denti quello che ho potuto cogliere da quelle boccucce malefiche atte a cianciare fra loro di argomenti senza senso.
Georgiana solleva lo sguardo. “Mh?” - domanda. Perplessa. Io scuoto la testa. “ E’ impossibile. E’ insopportabile.” – sbuffo, spazientito. Mentre Georgie continua a fissarmi. “La situazione a scuola precipita. Ne parlavo con Julia giorni fa, ma più passa il tempo, più mi sento come se gli eventi colassero a picco. Prima era una filosofia che riprendeva soprattutto i ragazzi degli ultimi anni nella casata verde/argento. Adesso è un problema comune, anche i ragazzetti dei primi anni si divertono nella critica spregiudicata, e non solo, dei figli di babbani. E’ assurdo.” – continuo a parlare concitatamente, forse dimenticandomi leggermente il luogo nel quale ci troviamo.
Georgiana annuisce lentamente, forse d’accordo con il mio discorso di disappunto. “Vorrei davvero fare qualcosa, sul serio. In fondo non esiste nulla di diverso, anzi. Mi vengono i brividi nel sapere che il mondo magico sarà anche in mano a quei dementi serpeverde senza ritegno.” – le mie considerazioni sono notevolmente aspre, ma forse la mia è solo voglia di rivalsa. Nei miei confronti mai sono state suscitate polemiche simili, per il semplice fatto che il mio sangue è PURO, degno di nota.
Non è una cosa concepibile. “La classificazione degli animali.” – sbotto.- “ Ecco a cosa siamo arrivati.” Mi inalbero, voltandomi palesemente verso le ragazzine alle mie spalle che vengono raggelate dalla mia occhiata. Scosto gli occhi, posandoli su quelli della giovane presa di mira, che non si sente per nulla a suo agio nel trovarsi bersagliata sommessamente da quelle arpie in erba.
Considerato questo mi alzo, avvicinandomi a lei, e mi chino vicino. “ Vieni a studiare al mio tavolo, vuoi?” – il mio tono è amichevole, e la piccolina accetta, fondandosi al mio fianco, sotto il sorriso compiaciuto di Georgiana.
Oh.
Ora va meglio. Quando ci vuole, ci vuole.
“Jillian.”
“Sì?”
“Il…ehm, il club ha un nome, che tu sappia?”
La mia amica alza per un istante la testa dal libro di Incantesimi [che conosce a memoria, in ogni caso] e riflette. “Non credo. Nessuno ne ha mai parlato.”
Siamo da sole nella nostra stanza, per questo possiamo parlarne in tranquillità. Rachel e Isabel sono andate in Sala Grande per fare uno spuntino, ovvero per vedere se trovavano Eugene. Jillian ed io, invece, stiamo studiando. O meglio, era ciò che facevamo fino a pochi secondi fa.
Appoggio la penna sulla scrivania. “Cosa ne diresti di Exercitus Lucis?”
“Eh?”
“Esercito della Luce, in latino.”
La sua espressione poco convinta è già una risposta. “Mh…gli Auror di Domani?”domando, con tono scherzoso.
Stavolta scuote il capo con forza, pur sorridendo.
È un bel problema. Che mi sono posta da sola, va bene, ma ormai è già diventato un chiodo fisso. “Magari potremmo prendere il nome da un incantesimo.”suggerisce. “Vero. Allora, vediamo un po’…”
Metto la sedia accanto alla sua e iniziamo a sfogliare il volume che stava sfogliando.
Incantesimi di Protezione: il titolo della sezione ci pare adatto. È uno dei capitoli più lavorati del libro di Jill, per ovvi motivi: da quando Georgiana l’ha nominata sua vice, la mia amica prende il suo nuovo ruolo con molta serietà e si prepara con cura prima di ogni riunione.
Una pagina è a dir poco “vissuta”: sottolineature, appunti, rimandi ad altri libri.
L’intestazione è chiara. A grandi lettere gotiche [passione del professor Benton], ecco campeggiare due parole: “Incanto Fidelius”.
“Un incantesimo molto complesso attraverso cui un segreto viene nascosto, tramite la magia, in una sola anima. L’informazione è celata all’interno della persona prescelta, o Custode del Segreto, ed è dunque impossibile da scoprire, a meno il Custode non decida di divulgarla.”leggo scandendo le parole.
La porta si apre e ne entrano Rachel e Isabel. “Basta studiare Incantesimi!”esclama la mia migliore amica. “Andiamo a fare una passeggiata nel Parco, e intanto Izzie vi racconterà dei progressi fatti con l’amico biondo-che-più-biondo-non-si-può di Carlisle…”
Mentre Izzie arrossisce e balbetta un diniego, io e Jill ci scambiamo un’occhiata eloquente.
Per un soffio non ci hanno scoperte nel bel mezzo di una discussione sul Club.
“Ma secondo te…Lewis sta con la Blackster?”
Dietro di me le solite Tassorosso chiacchierine si stanno ponendo domande amletiche sulle coppie della storia. Io cerco invano di concentrarmi: è notte, e sto tentando di disegnare una mappa decente di Giove e delle sue lune. Non riesco a reprimere uno sbadiglio, per poi accorgermi subito dopo di aver disegnato due Io.
Rachel mi dà una gomitata, e io mi affretto a cancellare l’errore: Crale, un sorriso benevolo dipinto sul bel viso, si avvicina e passa a controllare i nostri lavori. “Bene, Norris…Scott, controlla quel diametro…Page, buon lavoro…Robinson, ferma lì, non cancellare che ti do una mano…” Alzo gli occhi al cielo. Per fortuna, l’ora sta finendo. Crale si attarda fra i Tassi, e non fa in tempo a raggiungerci. Raccolgo l’armamentario (telescopio, penne, pergamene, riga, squadra, compasso) e lo ripongo nella borsa. Invasa da una nuova vitalità, propongo a Rachel una sosta nelle cucine per uno spuntino di mezzanotte.
La mia amica annuisce: poco dopo, gli elfi ci stanno riempiendo di caramelle e barrette di cioccolato. Mentre usciamo dalle cucine, assistiamo a un caloroso saluto sulla porta della Sala Comune di Tassorosso. Jillian e Carlisle si staccano: la nostra compagna di stanza ci rivolge uno sguardo fra il perplesso ed il divertito, mentre il suo fidanzato ci saluta con un gesto della mano, per poi entrare nel quadro. “Allora?”domando. “Cosa sono questi saluti a tarda notte?” “Nulla, siamo andati in biblioteca a studiare. Niente di trasgressivo!”risponde Jill sorridendo. “Avete bisogno di una mano?” Prima che io possa rispondere di no, una dozzina di Cioccorane cadono a valanga sul pavimento. “Direi di sì.”afferma Jillian, chinandosi a raccoglierle e spartendo con noi il carico.
Ahia. Che mal di stomaco.
Credo proprio che non mangerò cioccolato almeno per un mese.
Stamattina, la visione della colazione in Sala Grande mi ha abbastanza nauseato.
Ho afferrato una mela e, dopo aver ingollato una tazza di thé, mi sono lanciata in aula di Trasfigurazione. Il professor Silente è seduto accanto ad una serie di bicchieri dei più svariati generi e colori: calici dorati, boccali rossi, normali bicchieri da tavola dalle sfumature cangianti. “Oh, signorina Salinger! Oggi è la prima!”dice, con una certa sorpresa.
No, non sono la persona più puntuale del mondo, però questo accento stupito un po’ mi offende. “Prenda pure posto. Oggi avremo una lezione molto, molto interessante.”
Bene, ora posso preoccuparmi. Addento la mia mela, e ripenso all’ultima lezione molto, molto interessante: dodici Corvonero in piedi sui banchi, terrorizzati da scarafaggi giganti, esito di un incantesimo di Trasfigurazione eseguito su dei tomi di Letteratura Egizia, mentre io ed altri tre studenti, immuni dall’entomofobia, cercavamo di ritrasformarli. In tutto ciò, il professor Silente sorrideva allegro e ci incitava: “Magnifico, Rodham! Un po’ più di convinzione, Walker…”
Quel giorno, tutti i Corvonero del sesto rischiarono, per un motivo o per l’altro, il tracollo nervoso.
La biblioteca è tranquillissima, di domenica sera. Quasi tutti gli studenti ne approfittano per godersi le ultime ore di libertà prima dell'inevitabile lunedì; la sottoscritta invece si ritrova a finire il suo primo tema di Babbanologia, Pellicole Cinematografiche: Originalità Babbana o Spunto Dalle Fotografie Magiche? Compara Le Due Invenzioni ed Argomenta.
Al di sopra della montatura degli occhiali Aleister guarda dritto davanti a sé, perso nelle sue riflessioni dopo aver brillantemente concluso il tema di Erbologia con uno svolazzo degno della firma del Preside.
“Se fossi un Animale Fantastico ti classificherebbero XXX” ghigna, spostando leggermente la traiettoria del suo sguardo per incrociare il mio che si alza di scatto. “Un mago capace dovrebbe cavarsela.”
“Mh?” Chiara, concisa. Vado a capo e inizio il nuovo paragrafo, coprendo con una lettera più grande del normale una macchia d'inchiostro caduta per l'improvvisa frase di mio fratello.
“Ho visto un sacco di spillette, in giro. Anche una ragazzina del primo anno di Corvonero si è lasciata convincere a sfoggiarne una sulla divisa.”
Non ho bisogno di chiedere come fa a saperlo. Alcuni giorni dopo la realizzazione del loro nuovo status symbol i membri del fanclub di Carlisle al completo si sono presentati in Sala Comune, in mano un attestato al mio prodigarsi per la causa. Al, che era con me per darmi una mano in Pozioni, ha seguito l'investitura dalla prima fila, il viso neutrale a dispetto degli occhi lucidi per il divertimento. Io... io ero senza parole, una volta tanto.
“Mi preoccupa pensare che stai progettando la presa di Hogwarts... senza contare che vuoi sbarazzarti della divisa fem--”
“Fi-ni-to!” annuncio, interrompendolo con un sorriso soddisfatto, e lascio che il prolungato contatto della piuma con la pergamena formi una bolla d'inchiostro nero a concludere la mia argomentazione. Mi riallaccio al suo discorso, chiudendo il Breve Compendio Delle Invenzioni Babbane con un discreto ma soddisfacente tonfo: “E per protesta ci sarà una rivolta maschile?”
“Sarebbe, ehm, comprensibile,” borbotta Al imbarazzato. “Niente più gonne...”
Gli lancio uno sguardo a metà tra il sorpreso e il divertito, e in risposta lui arrossisce visibilmente.
“Aleister Crowley. Non ci credo. Stai sempre con me!”
“Beh, ti aiuto. E poi, che c'entra?” replica lui, sulla difensiva.
“Non dirmi che hai il complesso della sorella maggiore... Comunque non ce n'è bisogno, eh, dovresti pensare alla tua fidanzata invece di--”
“Guarda che non ho una fidanzata.”
“Ma quella ragazza dai capelli castani, che ti accompagna nelle ronde...?” mormoro, la fronte corrugata.
Sostiene il mio sguardo, ma il rossore non cede terreno. Questo sarà ricordato come il Giorno In Cui Caddero Le Illusioni Su Mio Fratello. “No. Lei non... no.”
“Scusami, scusami, è che siete spesso assieme e tu... tu arrossisci. Guardi le gonne! Stai seguendo le orme di Hodge?!”
Dei passi felpati si avvicinano alle mie spalle, una mano si ferma sullo schienale della mia sedia.
“Signorina Crowley,” la voce di Madama Bukwomm riuscirebbe a suonare come un avvertimento anche da sé, il pesante accento tedesco è solo un optional. “Non creda che tollererò un tono di voce più alto di quello qui consentito solo perché siete gli unici presenti a quest'ora. Un po' di decoro!” Mi zittisco già prima di essere l'oggetto della sua occhiata severa, e lei continua, il tono appena più dolce mentre sfiora una copertina per controllarne il titolo: “La biblioteca sta per chiudere, avete bisogno di portare via dei libri?”
“Oh, sì!” salto su, allungandomi sul tavolo per recuperare tre tomi in parte già sfogliati. “Ecco, vorrei questo sulle Creature Magiche, poi Ponderate Perle Di Saggezza Per Il Pozionista Poco Pratico e quest'altro...”
Cinque minuti e tre firme dopo, sono fuori dalla biblioteca con le mani occupate a reggere – o per meglio dire, abbracciare – i miei ostaggi cartacei. Mi sono ripromessa di far vedere a Polly delle foto di Augurey per farle capire che tipo di animali sono. Andando nella sezione dedicata agli animali magici non sono rimasta delusa, anzi; il problema era piuttosto scegliere quale dei tredici volumi a disposizione prendere in prestito. Alla fine ho deciso per quello che contiene anche magnifiche foto magiche di Alicanti, giusto in caso.
Mio fratello rimane in silenzio finché non siamo fuori portata d'orecchio, per poi abbozzare un sorriso: “So che me ne pentirò, ma perché sono l'erede illegittimo del nostro fantasma di famiglia?”
“Beh, lui..."
Al mi fissa, con l'aria di chi non sa se fa bene a restare ed ascoltare o se farebbe meglio a tapparsi e orecchie e restare all'oscuro per la vita.
“...quand'era ancora in vita, sai, guardava sotto le gonne delle streghe: un casuale Incanto Ventifero e... ecco... non vuole che la mamma lo sappia, però è morto perché la sua terza moglie l'ha beccato sul fatto.”
Lui si blocca, costringendo anche me a interrompere la camminata verso i dormitori. “Dot, la mia era una battuta. Io... io non... sei seria?”
Allungo una mano per liberarmi la visuale da una ciocca di capelli, rischiando di far crollare a terra i libri e bilanciandomi all'ultimo minuto per evitare un rovinoso crollo a terra. “No, cioè, sì, è tutto vero, ma tu non assomigli per niente a Hodge... era una battuta infelice, scusa. Non te la prendere, tu e Hodge non potreste essere più diversi, lui era proprio un dongiovanni. Comunque eviterò di andare avanti con la presa di Hogwarts per riguardo nei tuoi confronti, ok? Credo che per voi maschi sia una sorta di strano modo per apprezzare la bellezza femminile. Magari idealizzate il tutto! Tanto nemmeno gli elfi avrebbero approvato, in fondo eviterò crepacuori generali e rancori da parte della fascia maschile della scuola. Magari riuscirò ad arrivare incolume al settimo anno.”
"Magari. Nel frattempo ti parerò le spalle e mi assicurerò di non fare mai più battute di quel genere."
"Potrei sempre provare a brevettare un incantesimo per far restare la gonna rigida come cartone. O magari foderarla di MagiScotch?"
Ricominciamo a camminare, dopo che Aleister mi sorride con quell'occhiata tra l'esasperato e l'affettuoso che mi fa tirare un sospiro di sollievo. Devo decisamente imparare a frenare la lingua, penso, muovendo la spalla per evitare alla borsa di scivolarmi lungo il braccio. Ormai Al c'è abituato, a questo mio modo di fare. Quello che mi fa un po' pensare è che Carlisle, invece, non ha fatto un solo commento sulla Faccenda Spillette. Sulle prime non mi sembrava che avesse capito molto bene la situazione, ma ora non potrebbe essere più cristallina di così. Eppure ancora niente. E magari sta organizzando un duello per ripristinare il suo onore e io ancora non ne so nulla.
"Il coprifuoco sta per scadere," scandisce una voce maschile a qualche metro da noi, sorprendendoci appena giriamo a destra per infilandoci in un altro corridoio. A parlare è un ragazzo alto, ma i suoi lineamenti si distinguono poco nel punto in cui si trova, al limite tra le aree illuminate dalle torce. Avanza nella nostra direzione, al suo fianco un'altra ragazza. I capelli di lei si rivelano color castano, e nel momento in cui la luce cattura e fa splendere per un attimo la spilla da Caposcuola di lui riesco a vederne anche i capelli nerissimi.
Mio fratello si porta impercettibilmente più vicino a me, sfiorandomi il gomito. "Stiamo andando verso i dormitori," risponde "ci siamo trattenuti in biblioteca."
"Ah, Crowley, Prefetto Corvonero, ricordo bene?" il duo si ferma per un attimo a osservarci, ma né io ne l'altra ragazza parliamo. Mi sento leggermente in soggezione, davanti a questa figura maschile così alta e così pacata... e così sfuggente. Perché la Serpeverde non apra bocca, onestamente, non lo so, ma dubito sia per qualcosa di simile a ciò che provo io. Non le sfugge nemmeno un mezzo sorriso, mentre le labbra del suo compagno di casa sono lievemente incurvate all'insù, una smorfia che non riesce però ad essere veramente affabile.
Aleister annuisce, e dopo un ammonimento del ragazzo a non fare tardi per i corridoi ci separiamo con un saluto più dovuto che sentito. Al, da leggermente nervoso, si rilassa di nuovo.
“Senti, Al, ma quello chi era?” sussurro, quando siamo sufficientemente distanti.
“Tom Riddle, Caposcuola... è al settimo anno, un Serpeverde.”
Sposto il peso dei libri sistemandoli meglio, mossa che mi permette di muovermi seppur non di gesticolare come faccio di solito. “Mette soggezione. Ha una specie di aura...”
“È uno studente particolare, molto brillante. I professori lo considerano uno tra i più dotati.”
“La ringrazio, signor Crowley, per questo riassunto così efficace e neutrale,” ridacchio. A volte non c'è verso di capire cosa pensi di certe persone. “Sono arrivata. Ah, ma sul serio la Corvonero castana non è la tua ragazza?”
“Non al momento. Però è carina, ed è rilassante stare con lei, al contrario di te.”
“Ah-ha! Approfitta del fatto che vi aggirate da soli tra i corridoi per la ronda e dichiarale il tuo amore!”
“Dove le peschi certe malsane idee da romanzo rosa, se leggi solo romanzi Babbani di spionaggio?”
“Il fascino della spia senza macchia e senza paura paga sempre, sai.”
NB. Ho cercato se da qualche parte la bibliotecaria era stata già nominata ma non ho trovato niente, per cui mi sono permessa di inventarla. Ecco a voi Madama Bukwomm (cognome che, anche letto alla tedesca Bùkvomm, dovrebbe conservare la quasi omofonia con il termine inglese bookworm). Se vi va bene faccio un breve post introduttivo nella sezione apposita del forum; se ci sono problemi o mi sono persa il vero nome, ditemelo pure!
Lezione di incantesimi. La mattina si rivela poco produttiva, almeno finora.
Ho salutato di sfuggita Aedan, che come ogni mattina mi ha rivolto quel sorriso spensierato che lo caratterizza nei miei confronti.
Non abbiamo più parlato del problema amoroso che ha scatenato in me molti dubbi. Forse per la paura di perderlo, mio fratello…forse per quello che di questa ragazza che sembra averlo preso mi sfugge, impiego diverso tempo a pensare qualcosa di logico su cosa mai avranno in comune quei due. Mi avvio al mio posto, quando una chioma bionda di mia conoscenza fa capolino, china su un libro che sembra leggere con più distrazione che interesse. Almeno nell’apparenza. Mi avvicino, poggiando i miei di libri. “Signor Lewis, buongiorno” comunico, sedendomi vicina. “Signorina Lywelyn, che piacere di primo mattino” risponde, mimando un inchino da seduto. “Così mi confonde, potrei non seguire più la lezione se mi rivolge simili attenzioni.” Affermo, sorridendo con grazia d’altri tempi. Non riusciamo a fare a meno di guardarci entrambi e ridere, per un momento, ho l’impressione che l’andazzo della mattinata potrebbe capovolgersi. E tutto soltanto per la presenza del mio nuovo…amico? Si, forse dovrei definirlo così. “Ragazzi miei, una relazione complessa vi attende, e tuttavia, sarò così magnanimo da assegnarla a due studenti a testa, così da non farvi entrare in seria crisi mistica.” Benton, con la sua solita, pungente, ironia comunica alla classe intera l’assegnazione di un compito parecchio complicato.
Un lampo, guizza nei miei occhi. E sembra che lo stesso pensi Jasper, notando l’occhiata fulminea che ci rivolgiamo, prima di alzare la mano. “Si?” la voce del professore ci concede la parola. “Professor Benton, sarebbe troppo chiedere di essere accoppiato a Miss Lywelyn?” Jasper e la sua verve da ruffiano con stile, domanda con gentilezza disarmante.
Io annuisco, rivolta all’insegnante. “Non avrei alcun problema, se a lei non disturba” rimarco, sfoderando la mia occhiata da cerbiatto indifeso. Finto, ma funziona. A giudicare dal sorriso furbo che il professore ci rivolge, con un serafico “ mi aspetto grandi risultati, dalla vostra collaborazione. Lywelyn, Lewis…che sia per voi un’ unione fruttuosa.”
Sorrido, soddisfatta e vincente al mio compagno di banco. “Sala comune, nel pomeriggio.”
***
"Dove la trovi la voglia, proprio non lo so." dice, coprendosi la bocca con la mano per nascondere uno sbadiglio. "Dove la nascondi tutta questa pigrizia proprio non lo so." rispondo, trattenendo con fatica un sorriso. " E dire che quando si tratta di fare il farfallone amoroso, tutta la stanchezza la perdi." proprio non ce la faccio più. Mi copro la bocca con una mano, ridendo sotto il naso. "La farfalloneria amorosa è una disciplina sacrosanta." "Se inserissero un esame in merito, tu lo supereresti con il massimo, mh?" chiedo, piacevolmente divertita dalla discussione che sembra animare il fino-a-poco-prima-moribondo-jasper-lewis. "Una pioggia di O. Mi pare ovvio." sorride sornione. "Mi pare ovvio" ripeto, imitando vagamente la sua occhiata seduttrice. "O apriamo i libri adesso, o non ne avrò più la forza."afferma, alzando gli occhi al cielo ed atteggiando il viso ad un'espressione di sconforto. " ma quanta teatralità per una piccola interrogazione da preparare " rido, aprendo il libro, e sfogliando le pagine, arrivando a quella che ci interessa. " e poi quando ti capita svolgere i compiti con me, mh? Dovresti gioirne!" annuisco, scostando una ciocca di capelli che ricade morbida sulla mia spalla, con un atteggiamento fintamente snob nei suoi confronti. "Ne gioisco ogni momento, fidati." "ma che gentile" rispondo, leggermente ammiccante, per poi allungare la mano sul suo libro. Ed aprirlo con un tonfo secco al capitolo interessato. " adesso concentriamoci su questo, dopo potrai riempirmi di complimenti, grazie."
"Oh, mia torturatrice!"
"Splendida torturatrice, preferisco" dico, porgendo la matita per i suoi tragici appunti da trascrivere. "Uffa. Non potremmo chiedere una mano a tuo fratello? Alla fine, è un Corvonero."
"Vorresti, forse, insultare al mia intelligenza? Malfidato" mi fingo offesa, mettendo su un broncio che porta la mia testa a voltarsi sulla sinistra, distogliendo lo sguardo da lui. "Problemi con il fratellone?" chiede, facendosi più serio.
Irrigidisco la mia espressione, sciogliendo l'incrocio delle braccia sul petto. " Diciamo che Aedan mi da grattacapi ai quali pensare" mi rivolgo a Jasper, stranamente fiduciosa nell'esposizione del mio problema. "Se hai voglia di parlarne..."dice, appoggiando il viso su una mano.
Colgo la palla al balzo, poggiando la matita (sicuramente per la sua gioia) sul tavolo, rimandando lo svolgimento dei compiti. "Jasp, conosci una certa Julia Versten?"
"Ma certo."risponde, con un guizzo negli occhi. "Beh, chi è? E perchè ti scintilla l'occhietto vispo di quella luce tipica del tuo radar farfallone? " inarco un sopracciglio, incuriosita. "Non essere gelosa, resti sempre la mia compagna di Incantesimi preferita. Allora, Julia Versten è una cacciatrice di Grifondoro, e visto che anche io gioco a Quidditch, è un motivo sufficiente per conoscerla. In secondo luogo, è decisamente una delle ragazze più belle che conosca, dunque non potrebbe sfuggirmi." Sorrido alla sua affermazione. "Oh certo, come ho fatto a non pensarci. Una grifondoro, dunque." pensierosa per un attimo. " Beh...io l'ho conosciuta di sfuggita durante uno...scontro...tra lei e mio fratello" dico, reclinando la testa. "Scontro di che genere? Non c'è ancora stata la partita Grifondoro-Corvonero."
"Jasper. Mi meraviglio di te. "affermo, sorniona. " Esistono vari tipi di..scontri. E non necessariamente negativi."
"Ah, ti riferisci al campo in cui sono maestro! Non dirmi che li hai sorpresi nella loro intimità!"sogghigna. "Quasi. Ho il dubbio che siano parecchio vicini, in tal senso." poi rifletto "a dire il vero è una certezza, visto che stavano per baciarsi. E stanno lì a lanciarsi occhiatine eloquenti, ogni qual volta si trovano nello stesso luogo" spiego. "Oh, beh. Di' a tuo fratello che ha tutta la mia comprensione."risponde, esasperandomi. “E perchè mai l'avrebbe?" domando, cercando di capire cosa mai abbia questa Versten di così accattivante. "Dolce, ingenua Scarlett."sorride, dandomi un buffetto su una guancia."Sappi che la Verstenen è una preda molto ambita, anche ora che non è proprio nelle sue condizioni migliori. Anche se resta sempre una gran... bella ragazza."
“Non è nelle sue condizioni migliori?" stranita. "Sì. Sua sorella è morta qualche mese fa, proprio qui a scuola. Voi non eravate ancora arrivati. Una Mezzosangue Tassorosso, con un bel visino come lei." Sobbalzo" Alt. La Versten è una mezzosangue?" chiedo, ripensando a quando Aedan mi ha detto, giorni fa, che non lo è. Che abbia mentito? Attendo una risposta quasi sconvolta da un' eventualità del genere. "No, per niente. Altro che Mezzosangue. Suo padre è un mago, mio padre lo conosce perchè finanzia alcuni progetti che lo riguardano. Ma la cosa strana è che sua madre è una ninfa." Sospiro sollevata per lo scampato pericolo. Aedan non mi mentirebbe mai. "Ah. Buono a sapersi" paleso spudoratamente la mia opinione favorevole sotto il fattore "Sangue". Poi realizzo le parole di Jasper, concentrandomi sul seguito. "Le è morta la sorella?"
"Già. Era metà gennaio. Ovviamente non l'ha presa benissimo.Non dirmi che non lo sapevi."aggiunge"Ne parlano tutti, è il mistero di Hogwarts."
"Non lo sapevo. Ma adesso mi stai dissipando molti dubbi sull'atteggiamento della fatina occhi blu." ribatto, per poi rivolgere un sorrisetto. "Povero Jasper. Immagino tu sia assolutamente d'accordo nel volerle elargire comprensione, nel caso in cui lei la desiderasse, dico bene?"
"Magari. Anche perchè dovrebbe piantarla di disperarsi per una lurida Mezzosangue. Ma a quanto pare Aedan mi ha preceduto, beato lui."
" La penso come te. Sui Mezzosangue non è il caso di sprecare una parola in più del nostro tempo prezioso. Si concede loro un'importanza che, nell'effettivo, non hanno. " mi rivolgo ancora una volta al libro, salvo poi avvicinarmi, poggiare una mano sulla sua spalla, ed avvicinarmi maliziosa, ma senza secondi fini, al suo orecchio. Giusto per precisare una postilla alla quale tengo particolarmente . "Ah, Jasp. Giusto per mettere le cose in chiaro. Io sono una finta ingenua. Non dimenticarlo. " sussurro, per poi scostarmi con un sorrisetto furbo, e porgere la matita ancora una volta. " Adesso, però, è tempo di studio."
"Non ho mai avuto dubbi. E ora, che la noia abbia inizio." Ridacchio, tornando al mio posto, cominciando ad elaborare, insieme al mio compagno di studi, la relazione assegnata.
Mai parlare con Jasper mi aveva fatto così bene. E penso proprio, che mi ritroverò a farlo più spesso.
In fondo…siamo principi, no? E lui…si. Posso dire, adesso, che senza dubbio è un amico.
È un momento tranquillo.
Ed ha lasciato Violet. E Scarlett è pronta a prendere il suo posto, dopo essere diventata la sostituta ufficiale di Eve.
Sbuffo, annoiato dal compito di Pozioni. Che voglia: devo enunciare e descrivere i quindici modi d’uso del Siero Obtortus. Li conosco a menadito. Ma scrivere è un altro paio di maniche.
Seduto nella Sala Comune, mi lascio dondolare all’indietro. Tutti gli studenti del quinto e del settimo sono intenti a ripassare, studiare e quant’altro. Jefferson Lennard leggiucchia il tomo di Incantesimi senza eccessiva gioia, mentre Klaus McDowning, accanto a lui, ripassa Trasfigurazione e ogni tanto lo guarda in adorazione.
Violet entra, e, nel vedermi, alza gli occhi al cielo; il suo viso si contrarrebbe in una smorfia di disgusto, se non fosse una vera lady inglese.
Una distrazione dallo studio, ecco quel che mi ci voleva. Mi alzo e vado a sedermi accanto a lei. “Buongiorno, Traviston.”
“Buonasera, Lewis. Fra poco si cena, se non te ne sei ancora reso conto.”
Ah, la piccola vipera del mio cuore è tornata, dopo essersi raddolcita nei miei confronti si è trasformata ancora in un Basilisco. “Allora…buonasera. Come vanno le cose?”
“Se l’amico Norwood ti ha mandato a controllare come sto, cosa di cui francamente dubito, ti assicuro che non mi sto struggendo di dolore.” No, direi proprio di no. È bella e curata come al solito, e, per quel che ne so, le ragazze depresse per amore tendono alla trascuratezza. Ho anni di esperienza, sì. “Dunque, hai già trovato qualcuno per sostituire il mio fedifrago amico?”
“Non sono per niente affari tuoi.”
“Oh, andiamo…un po’ di pettegolezzi non fanno mai male.”
“Deirdre ti caverebbe gli occhi se ti vedesse mentre parli con me.”
“Carina come mossa per mandarmi via. Sappi che io faccio ciò che voglio, mia piccola goccia di fiele.” Dall’espressione del suo volto, tutt’altro che amichevole, capisco che sta per coprirmi di insulti…anzi, no. Sarebbe più nel suo stile gelarmi con una frase, una sola ma detta con tutto l’odio di questo mondo.
L’arrivo di mia sorella la interrompe. “Jasper, lascia in pace la signorina Traviston. Ne ho già viste abbastanza triturate dalle tue mani.”
“Non c’è pericolo, professoressa.”ribatte Violet.
Martine scoppia a ridere. “Jasp, stai perdendo il tuo tocco?”
“Quello mai. È solo che Traviston è immune al mio fascino, ecco il mistero. Cosa ci fai qui?”
“Devo parlare con Morkan, un tuo compagno. Rischia la bocciatura in Aritmanzia, a giudicare dai voti del mio predecessore.” Le indico un ragazzo alto e dinoccolato [Morkan è il Cercatore di Serpeverde, fra l’altro], che sta facendo bisboccia con il suo gruppo, e Martine si allontana.
Prima che possa rivolgerle la mia attenzione, Violet Traviston e già in piedi e si dirige verso il dormitorio femminile.
Eve non tornerà più.
Me lo ripeto da una mezzora. Da quando l’ho saputo da Deirdre, ieri in riva al Lago Nero, questo pensiero vaga nella mia mente, frammisto alle solite considerazioni scolastiche e\o sentimentali.
Eve non tornerà più.
All’improvviso, avverto un senso di vuoto.
E un’altra sensazione. Di cambiamento.
Sono cambiate così tante cose quest’anno…tutto è iniziato come al solito, ma poi il Destino ha iniziato a giocare con noi, intrecciando e disfacendo i fili delle nostre vite.
Io ho combinato disastri a non finire, iniziando con Belinda per concludere con l’episodio di Pennington. Ed ha iniziato la sua personale ricerca della verità. Deirdre ha dovuto affrontare il mio tradimento, la lontananza di Eve, l’arrivo di Violet Traviston.
E poi, Tom Riddle. Tom Riddle, questo ragazzo con il viso aristocratico di un principe e l’anima nera di un demone. Tom Riddle che ci ha illuminati con la sua luce, che ci ha infuso nuova speranza nei suoi, nei nostri ideali di purezza.
Tutti questi pensieri mi attraversano la mente mentre la voce monotona di Ruf si dilunga nello spiegare le vicende della Settima Guerra dei Goblin contro i Folletti.
Fuori dall’ampia finestra gotica, una pioggia battente scroscia sul Parco e sul Campo di Quidditch. Questo clima uggioso mi invoglia al sonno, e invece, penso con un brivido, oggi pomeriggio mi attende un allenamento.
Fra le altre cose, abbiamo bisogno di un nuovo Cercatore. Forsythe, dopo aver cercato di far fuori il suo collega Grifondoro che gli aveva rubato la più bella testa di ricci biondi della scuola[ammirevole intenzione, ma forse un po’ troppo plateale il gesto di farlo precipitare da trenta metri], era stato sospeso e in seguito ha continuato a studiare in privato. Morkan, il suo sostituto, è un buon giocatore, ma il suo rendimento scolastico è in crollo libero e quest’anno ha i G.U.F.O., dunque deve smettere e concentrarsi sullo studio. Quindi siamo senza Cercatore, alè.
“Ha smesso di piovere. Il fango la fa da padrone, ma perlomeno ha smesso di piovere.”mi dice, Somerville, il capitano della squadra, accogliendomi con una pacca sulle spalle. “Facciamo la solita partitella d’allenamento. Fai il Cercatore, intanto che aspettiamo di trovarne uno decente.”aggiunge.
Due ore dopo torno negli spogliatoi decisamente malmesso e con un male incredibile alle gambe. I Cercatori hanno proprio una vita grama. Mi rilasso sotto la doccia più del solito, e quando ne esco per andare a cambiarmi, ci sono già un paio di giocatori di Corvonero. Micheal Parker e Aedan Lywelyn. “Ciao Aedan!”lo saluto con cordialità. “Salve Jasper. Come va?”
“Non c’è male grazie. E tu? Ti stai ambientando?”
“Abbastanza. Non mi perdo più per questi labirintici corridoi, il che è già quacosa.”
“Tua sorella mi pare che si trovi benissimo qui.”
“Ha sempre desiderato studiare ad Hogwarts.”dice, mentre indossa la divisa blu. “Odiava Durmstrang.”
“La capisco! È un posto provinciale…”affermo.
Finisco di rivestirmi e mi infilo il mantello, salutandolo e uscendo nell’aria fredda per tornare a scuola.
Lancio, nel vero senso della parola, la borsa sul letto. Edward, immerso nella lettura di un dizionario di gaelico, inarca le sopracciglia e mi fissa. “A volte sei di una grazia…”dice sorridendo. “Lo so, neppure la regina d’Inghilterra può competere. Vuoi smetterla con il gaelico? Tanto Scarlett lo conosce benissimo.”
“E allora? Se conosco due parole, tanto meglio, no?”
La mia innata pigrizia non mi consente di dare risposte affermative. “Scarlett ti cercava, a proposito. Per il compito di Incantesimi.”
Oggi non ho proprio requie.
Oggi Peter ci ha convocato sul campo alle cinque e mezzo per l’allenamento di Quidditch.
Manca ancora almeno un’ora abbondante, ma io sto già uscendo dalla scuola, con la mia borsa. La scopa è nello spogliatoio. Cammino a passo lento, godendomi il sole che splende luminoso. Una vera giornata di primavera.
Raggiungo gli spogliatoi, e appoggio la borsa.
Sento lo scroscio della doccia: qualcuno deve essersi attardato per riprendersi dopo una sessione stancante. Infatti ci sono alcuni abiti appesi, e un paio di scarpe abbandonate. La borsa che intravedo non ha insegne particolari.
Mi tolgo la giacca e faccio per sfilarmi il maglione leggero, quando sento dei passi alle mie spalle.
Mi volto.
Il mio cuore si ferma un istante per poi cominciare a correre come un cavallo imbizzarrito.
Sotto l’acqua non posso fare a meno di annullare il mio io per qualche attimo. La doccia, già prolungata per troppo tempo, si rivela rilassante e compiacente per corpo e spirito.
Chiudo il getto, avviandomi negli spogliatoi, lego un asciugamani in vita, mentre con un secondo scompiglio i capelli eliminando l’umido in eccesso.
Mi fermo, di scatto, notando all’ingresso dell’ormai vuota sala avvolta dal vapore una figura che conosco. Bene.
Che ho sognato, anche.
Julia di fronte a me, silenziosa.
Nello specchio dei suoi occhi azzurri nei quali mi sono perso e mi perderei. Mi sento un bambino, forse. Dovrei avvicinarmi? Forse. Ma la sola cosa che penso, non appena la guardo, è la voglia di spingermi vicino a lei e baciarla. Baciarla come mai ho fatto. Baciarla fino allo stremo del respiro. Silenzioso, la osservo.
Parlami…
Aedan Lywelyn è di fronte a me, coperto solo da un asciugamano. “Ciao.”dico.
La cosa più stupida del mondo. Aedan ha un’espressione che non gli avevo mai visto. I suoi occhi fiammeggiano, quasi. E devo farmi forza per concentrarmi su di loro e trattenere il mio sguardo dallo scendere, sul petto, sugli addominali, sull’asciugamano con le sue cifre…
Sento che sto arrossendo, cosa che non mi è mai capitata con un ragazzo.
Cosa mi sta facendo?
Non risponde al mio saluto. Stringe i pugni, e poi rilascia le mani.
Aedan, non hai idea di quanto io sia tesa.
Finisco di togliermi il maglione e resto solo con la maglietta a maniche corte che il bel tempo mi aveva spinto a indossare.
Mentre muove un passo verso di me, Aedan mormora: “Ti vesti sempre troppo poco, Versten. Non puoi pretendere che io resti indifferente.” Infatti non lo pretendo.
Mentre ascolto quelle rosee labbra pronunciare quella che per me risulta come musica, il mio passo diventa una vera avanzata. Con una falcata ampia la raggiungo, portandola volutamente contro la porta dello spogliatoio, verso la quale allungo la mano per chiuderla del tutto, tendendo un braccio. “Così va meglio…”un sussurro malizioso, per niente tranquillo. La voglio, e la voglio come mai l’avevo voluta prima.
Mi avvicino alle sue labbra, sfiorandole mentre le accarezzo con il dorso della mano la guancia, scivolando poi fra i capelli. Sulla nuca.
Stavolta, nessuno mi può fermare. Ed anche se ci provassero, probabilmente non lo farei.
La bacio, lasciandomi trasportare da quell’amplesso di piacere ed emozione che brucia in corpo, facendomi trasalire.
Julia Versten è lì, ed io non voglio farla scappare.
Così incateno le sue labbra alle mie, mentre con movimenti lenti le mordo appena, regalandole un bacio carico di passione ma anche di dolcezza. Non solo il fisico viene trascinato da lei stessa, ma ogni cosa.
E questo “ogni cosa” risulta essere più grande, più devastante, più accattivante.
Sensuale.
Il corpo di Aedan Lywelyn preme sul mio, mentre mi bacia con una passione di cui non lo immaginavo capace.
Una sensazione calda e avvolgente sale dalle mie viscere, una sensazione che non ho mai provato, in ogni caso non in modo così travolgente. Non so bene cosa sta succedendo, ma voglio che continui.
Mi stacco per un istante da lui, che si irrigidisce. Voglio guardarlo negli occhi per un istante. “Aedan…” Non mi lascia tempo di concludere la frase, e mi chiude la bocca con un altro bacio.
Lascio scorrere le mani fra i suoi capelli bagnati,sulla sua schiena ancora umida…il suo profumo ora è più forte che mai, mi stordisce e mi fa dimenticare tutto, una sorta di droga.
Lo stringo forte a me.
Il solo pensiero che la mia mente ripete è: “Non andare via, non andare via.”
Vorrei ascoltarla. Forse sarebbe giusto, corretto. Ma non posso rischiare, non stavolta.
Questo bacio di ghiaccio mi ipnotizza. Sanando la ferita dell’abbandono precario dell’ultima volta. Le sfioro i fianchi, le mani corrono sulla sua pelle, sotto la maglia.
Scosto le mie labbra, dividendo quegli attimi mentre la sollevo, portandola sul ripiano. Seduta, mentre la mia bocca scivola, lasciva, sul collo. Lambendone la pelle che profuma di fresco. Di buono.
Risalgo, di fronte a lei. Sorrido leggermente, sussurrandole: “ Julia…” nell’accento che lei adora.
Sfioro la sua pelle, sotto la maglia. Vorrei che questi attimi durassero per sempre.
Dice il mio nome. Come l’ultima volta.
Ci allontaniamo un istante, mentre mi tolgo la maglia.
Ecco, forse è questo che spezza il momento. All’improvviso mi ricordo di sua sorella, dei Serpeverde, di Riddle…di mia sorella.
Mi blocco, mentre lui bacia il mio collo. Non mi vede in viso, ma subito avverte che qualcosa è cambiato. “Julia?”ripete. Ma con un altro tono.
Mi divincolo, rimettendomi la maglietta che mi sono appena sfilata. Mi allontano da lui, poi mi giro. Non posso non guardarlo negli occhi, anche se ho paura di quel che potrei vedere.
E tuttavia vorrei tanto che non se ne andasse.
Scuoto un attimo la testa, tornando alla realtà dei fatti. Julia si scosta come una furia sciogliendo quel bacio che ha legato entrambi. Rimango spiazzato, leggermente confuso, forse.
La osservo, di spalle. Mi avvicino di qualche passo, senza pretendere nulla. “Ho fatto qualcosa di sbagliato?” – sussurro, vicino al suo orecchio. Con la chiara convinzione che VOGLIO che mi dica cosa le balena in testa.
Sono stanco, dei silenzi. Delle parole a metà. Ma ancor più dei baci spezzati, degli attimi rotti. Stufo.
E se esiste una spiegazione a tutto questo, voglio saperla. E desidero, che sia proprio lei a darmela.
Non lo so se hai fatto qualcosa di sbagliato, Aedan. Di sicuro sto sbagliando io.
Prendo i suoi vestiti, ancora appesi e glieli porgo. Non posso stargli vicino, se non si copre. Mi copro il viso con le mani mentre si riveste, mentre sento un pianto fatto di tensione che preme sui miei occhi.
Poco dopo, indossa una maglietta e i pantaloni. Io mi sono calmata, nel frattempo. Calmata…che eufemismo. Diciamo che posso offrire una parvenza di tranquillità. “N-Non è…”inizio.
Prendo fiato. Poi riprendo: “Scusami, sono io. Tu non hai fatto nulla che non va, e anche se fosse stato così, sarebbe colpa mia che ti ho lasciato fare.” Tace, mentre vedo una rabbia violenta che fa mutare la sua espressione. Stringe i pugni. “Ho tante cose per la testa, Aedan. Tante. Non so bene come comportarmi, in nessun frangente. Credimi.” Sta lì, fermo, in attesa che io gli dia una spiegazione migliore, che non ho. Forse l’ho impietosito, il suo viso si addolcisce.
Cosa faccio? Cosa posso fare?
Se mi avvicino, ricomincia tutto.
Julia, insomma! Dimostra un po’ di autocontrollo.
Muovo due passi malfermi, e lo abbraccio per un istante, ma mi stacco subito. Mi devo staccare subito.
Ascolto le sue parole, sento sulla pelle il suo abbraccio fugace. E sento, distinta e bruciante, la sua necessità, direi, di starmi lontano. Vorrei poter leggere la sua mente, adesso. Cercare di capire cosa si cela dietro quegli occhi azzurri. Almeno darei una spiegazione logica per placare la rabbia che sento, rabbia che non è indirizzata verso lei, ma verso me stesso, verso quello che stavo per fare. E che forse lei non voleva come me.
Sospiro. “Ti credo.”comincio“Non serve giustificarsi. Non ne vedo motivo. E soprattutto….nessuno ti forza, per nessun motivo al mondo, chiaro?”sto per tendere la mano, vicino al suo viso.
Mi fermo un attimo, fissandola. Quasi stessi combattendo con il mio io per capire se è giusto o meno farlo.
Ignorando la voce interiore che sibila attenzione, le sfioro con la punta delle dita la pelle. Sorridendo leggermente. “Non preoccuparti.” è la sola cosa che riesco a dire. Sarà stupida, ma è la realtà.“Non preoccuparti”dice, sfiorandomi il viso.
Poi aggiunge con tenerezza, alzandomi il mento: “Sorridi, su. Non fare quel visino triste.” È un santo, questo ragazzo dal viso di lupo.
Sorrido sul serio, divertita da un pensiero che mi colpisce all’improvviso: “Prima tua sorella, ora io. Saremo sempre interrotti, io e te.” Non so cos’ho detto di così grave, ma Aedan si irrigidisce e lascia cadere la mano lungo il fianco. Poi si volta, e si mette la giacca.
Io resto paralizzata. È il tuo turno, Julia.
L’argomento “Scarlett” suona come una nota stridente in quel momento che stava assumendo contorni più morbidi, dopo l’incomprensibile allontanamento.
Indosso la giacca, e la sciarpa. Leggermente assente. Non voglio riversare su Julia delle ansie mie, ma quando si parla di cose simili, perdo la malleabilità, che già di per sé è un tantino assente.
Chiudo la borsa, portandola sulla spalla. E mi rivolgo a lei. “Credo sia ora del tuo allenamento.” le dico, senza freddezza nella mia voce. Forse con un pizzico di amarezza mal mascherata. Mi avvio, passandole di fianco. Ma prima di andare poggio un bacio sulla sua guancia. Senza preoccuparmi del ceffone che potrebbe schiantarmi sul viso. “Ci vediamo in giro, Julia.”le sussurro all’orecchio, prima di far scattare la chiave che chiude la porta.
Quel rumore ha chiuso questo momento.
La chiave che scatta, decreta la fine dei venti minuti più pazzeschi della mia vita, dal punto di vista sentimentale. Non tanto per ciò che è successo, quanto per le sensazioni che ho provato.
Mi siedo su una delle panche, e appoggio la schiena al muro.
Poi mi chino ed inizio a togliermi stivali, jeans, maglietta, per indossare la divisa da allenamento: chiudo la cerniera con un unico movimento. Pronta.
Lego i capelli, in disordine dopo le turbolenze di poco fa. Rassettando il mio aspetto fisico, cerco di dare un ordine logico anche ai miei pensieri.
Impresa titanica, ma resa più semplice dalla sua lontananza.
Sto ancora rimuginando, quando iniziano ad arrivare i miei compagni di squadra.
Damian mi saluta dicendo: “Allora, hai incrociato il mitico Lywelyn, eh?”
Damian, se solo sapessi… “Sì, stava andando via. Allenamento supplementare anche per i Corvi. Io vado, inizio a fare un po’ di riscaldamento.” E così esco da questa stanza: non credo che riuscirei ancora a sopportarne l’atmosfera.
Esco velocemente, richiudendo la porta con garbo. La testa scoppia, quasi volesse un attimo di pausa.
Forse esiste un motivo a tutto questo, o forse no. Mentre risalgo, incrocio lungo la mia strada alcuni ragazzi, fra cui uno conosciuto, almeno nell’ambiente del Quidditch, mi pare si chiami Denholm. Che saluta con un cenno della testa atono, che io ricambio.
Via, veloce verso la mia stanza. O la voglia di tornare indietro, potrebbe prevalere sul buon senso.
vi chiedo scusa, nell'ultimo periodo sono stata travolta dagli eventi della vita. pubblico quello che ho scritto con Georgiana e vi mando tanti baci, perché domani parto per Monaco. (L)
Primo grande ripasso pre M.A.G.O. La testa di Sebastian emerge appena sopra alla pila di appunti del sesto anno che ho tirato fuori dall'armadio in fondo alla camera, dove erano rimasti a prendere polvere per mesi e mesi. Abbiamo praticamente reso off-limits una parte della sala di lettura, diventata il quartier generale della nostra associazione di ripasso folle; neppure la bibliotecaria ha il coraggio di disturbare.
« Qualcuno sa qualcosa del Roboris? » alzo lo sguardo dal librone che ho davanti. Prendo la bacchetta, la agito per qualche istante, finché un foglio dei miei schemi non si trasforma in un aeroplanino e plana sopra la testa di Julia – che sta disperatametne tentando di trasformare una noce in un calice, e ad ogni errore dà un cazzotto a Seb, la cui spalla si è ormai spappolata. Angela, la compagna di stanza di Julia, segue l'aeroplanino con lo sguardo.
« FERMA. Quello non sarà mica .. »
« no, non è in programma. » ridacchio mentre i miei appunti planano sul tavolino davanti al caminetto. Le ultime due settimane di giugno saranno i giorni più tremendi della nostra vita finora. Ne sono convinta. E se non riuscirò a superare pozioni, non riuscirò neppure ad entrare all'Accademia Auror. Tra tre giorni avremo un test su tutto il programma di Pozioni degli ultimi due anni, e io ancora brancolo nel buio. Devo, devo prendere O.
« Ieri ho studiato sette ore. L'altroieri sette e mezzo! » si vanta Annette, scuotendo i capelli biondi in faccia al suo nuovo ragazzo, un tassorosso dall'aria inetta. Mi rituffo nel mio libro, sprofondando nella poltrona di velluto impolverato. I nomi e gli ingredienti mi scorrono sotto gli occhi senza rimanermi impressi nella mente per più di 10 secondi; un turbine di erbe e intrugli che sembra voler farmi addormentare.
« ARGH! » schizzo in piedi, traballando sulle gambe e voltandomi a destra e a sinistra per intuire la causa del mio brusco risveglio. E non appena lo identifico, mi precipito in quella direzione: Jason Jensen, seduto poco più in là, si sta contorcendo con una manica del maglione in fiamme. Dalla bacchetta di Julia scaturisce un getto d'acqua che spegne il falò.
« Ecco fatto! » aggiunge con tono soddisfatto.
« Scusate .. » mormora Jason « .. faccio un salto in infermeria .. a domani, Georgie! » mi saluta con la mano sana, mentre il braccio bruciacchiato pende sul fianco, evidentemente scottato fino al polso.
« Questi M.A.G.O. finiranno male. Molto male. » borbotto lasciandomi cadere sul divano su cui Jason stava cercando di scio