31/07/2008
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Infermeria.
E’ questione di giorni, ha detto la Mound quando ho riaperto gli occhi.
Tra un paio di giorni te ne potrai andare, te lo assicuro.
Sette giorni dopo, sono ancora qui.
Inchiodato a questo stupido letto, in questa stupida stanza. Non è rimasto più nessuno, hanno mandato via persino la Traviston e lei si che era ridotta male! Sebastian pare sia l’unico che, pur essendo stato ferito da Doholov, è riuscito a sfuggire alle cure della nostra amata infermiera.
Jules dorme, la maggior parte del tempo, e quando apre gli occhi è completamente assorbita dalla presenza di Aedan. Chi l’avrebbe mai detto, poi, che il cuore della nostra regina dei ghiacci sarebbe stato sciolto proprio dal principe del gelo.
Mi rigiro su un fianco, sbuffando, e mi ritrovo ad affondare il viso in un gigantesco mazzo di fiori che pare galleggiare a mezz’aria. Mi ritraggo, di scatto, starnutendo.
«Ma che diamine..»
«Scusa» trilla una vocina sottile e incredibilmente acuta «Scusami non volevo!»
Guardo meglio il mazzo: non sta effettivamente volando, ci sono un paio di bambine che sbucano di sotto. Che Eugene si sia dato dalla Trasfigurazione di qualche piccina del primo anno?
«Non fa niente» rispondo in automatico, sentendomi non poco idiota nel parlare a un mazzo di fiori.
«Non volevo, lo giuro!» mi assicura la vocina, incrinandosi pericolosamente e sfiorando il panico assoluto.
«Davvero, non importa» la rassicuro.
Silenzio. Imbarazzante silenzio. Mi schiarisco la voce, prima di riprendere.
«Posso fare qualcosa per te?»
Il mazzo-mutante sbuffa, sollevandosi in punta di piedi, per poi scindersi in due: i fiori si posano sul comodino ricoperto di libri e biscotti, le gambe si ricongiungono al busto di una minuscola ragazzina dai capelli biondi ed enormi occhi azzurri che identifico come Emily, la Presidentessa del mio Fan-Club.
«Sono.. sono per te» balbetta, torturandosi le dita.
«Emily» le sorrido, facendola avvampare all’istante «Che pensiero gentile, non dovevi disturbarti..»
«Non sono solo da parte mia» precisa, compita «Sono da parte di tutto il tuo fan-club, che ho l’immenso onore di presiedere» recita, gonfiando il petto d’orgoglio. Fa tenerezza, questo scricciolino.
«E li hai portati tutti da sola?» le chiedo, educatamente. Scuote il capo.
«Sono venuta con Hannah e Lucy, loro..»
«Sono qui fuori, non è vero?»
Annuisce, in attesa. Mi sa che non ho proprio scelta.
«Hannah, Lucy» le chiamo, stampandomi in faccia il migliore dei sorrisi.
Due testoline, una rossa e una corvina, fanno capolino. Le due piccole arrossiscono, trotterellando verso la loro socia con un gran sorriso stampato in faccia. Si guardano, confabulando sotto voce, per poi spintonare la loro capa verso di me. Questa, riluttante, si schiarisce la voce.
«Volevamo sapere…» inizia «Come stai?»
Sarà un lungo, lungo, lunghissimo pomeriggio.

***

Presidenza –qualche giorno dopo.
Il volto di Dippet è pallido e scavato, segnato da profonde occhiaie violacee. Non devono esser state settimane facili per lui, giustificare al Ministero del perché molte delle personalità più influenti del mondo magico siano state convocate a scuola per rispondere della condotta dei loro pargoli d’oro. Ho intravisto la nonna di Jillian, dalle finestre dell’Infermeria, e il padre di Audrey mentre se ne andava, impassibile e glaciale come pochi altri. Milo mi ha riferito di Lywelyn Senior e della sua aria altera, mentre pare che assieme ai Norwood sia arrivata un ingente quantità di galeoni d’oro zecchino, appena prelevati dalla Gringott.
Quello che mi stupisce, però, è Riddle. Nessuno ha fatto il suo nome, nessuno l’ha visto, nessuno ha detto nulla. Si sta preparando per i M.A.G.O. come se nulla fosse, rinchiuso o nel Reparto Proibito della Biblioteca o nella Sala Comune di Serpeverde.
Il Preside si toglie gli occhialini rotondi, massaggiandosi le tempie, prima di tornare a guardare il viso pacato di mio padre. Siamo gli ultimi in assoluto, a transitare al suo cospetto.
«Signor Hunnam» riprende a parlare, stancamente «Io non so davvero cosa pensare. Una cosa del genere da Carlisle non me la sarei mai aspettata.»
«Nemmeno io» commenta mio padre, rifilandomi un’occhiataccia.
«Uno studente così brillante, un ragazzo così tranquillo» scuote il capo «Non è ammissibile, non è ammissibile»
«Preside Dippet, non sia così drammatico» intercede mia madre, allontanandosi dalla finestra per venire alle mie spalle e posarvi sopra le mani «Sono ragazzi, è normale che facciano qualche bravata!»
«Signora Hunnam, lanciare caccabombe è una bravata. Stregare le scope di Patricia è una bravata.» chiude gli occhi, di nuovo, per poi riaprirli e posarli su di me. Sento il rimprovero e la delusione scivolarmi addosso, macigni che vanno ad aggiungersi ai pesi che già porto «Una zuffa tra studenti, alcuni dei quali feriti gravemente, non è un bravata»
Sento mio padre inspirare a fondo, inquieto, ma non ho il coraggio di guardarlo. Qualcosa mi dice che non troverei un sorriso a curvargli le labbra, quanto una smorfia.
«Preside Dippet» scandisce, lentamente, sporgendosi leggermente in avanti «Cosa sta cercando di dirci? Che nostro figlio non potrà sostenere gli esami e dovrà ripetere l’anno perché si è sentito in dovere di difendere la sua ragazza? E’ questo che sta dicendo? Che verrà punito per aiutare una persona a cui vuole bene?»
Dippet si ritrae, leggermente spiazzato, e io guardo mio padre sorpreso: sa perfettamente cosa è successo nella Foresta, glielo ho detto chiaro e tondo prima di entrare in questa stanza. Eppure mi difende. Trattengo un sorriso, mentre mia madre interviene.
«Come ha detto lei, Carlisle è sempre stato uno studente modello, un bravo ragazzo. Non ha mai dato problemi. Tenga conto anche di questo, la prego: non pregiudichi il suo futuro per quello che è stato un atto di altruismo. Non è che questo che si insegna in questa scuola? L’amicizia, la lealtà, la correttezza. Avrà anche sbagliato, ad attaccare, ma l’ha fatto per una giusta causa.»
Alzo lo sguardo verso mia madre: la linea elegante del collo, lo sguardo puro e la piega pacata della labbra sono tutto ciò che riesco a scorgere di lei, tra ciocche di fiamme legate in un nodo distratto. Mio padre, lì vicino, guarda fisso davanti a se sfoggiando il mio stesso identico profilo. Le due persone a cui devo la mia esistenza, schierate per difendere il mio immediato futuro. E’ in momenti come questo che mi sento benedetto dal cielo.
«D’accordo, d’accordo» cede alla fine Dippet, dopo un interminabile silenzio «E’ vero. Ma non posso lasciarlo impunito, voglio che sia chiaro. Avrà un richiamo ufficiale, ma potrà prendere parte agli esami di fine anno. Se riuscirà a passarli, l’anno prossimo gli saranno interdette le uscite a Hogsmeade fino alle vacanze di Natale» decreta, con un tono che non ammette repliche.
Avverto la tensione abbandonare mio padre; mia madre si lascia andare in un sorriso, mentre io continuo a fissare il nulla davanti a me. Una volta ancora, sono stato graziato. Eppure, non riesco ad essere felice della mia buona sorte: Audrey e Jillian sono quelle che hanno pagato le conseguenze più care di una lotta clandestina a cui tutti prima o poi giungeranno; sono state le vittime sacrificali sull’altare della giustizia. Se ne andranno. Per sempre.
Una fitta mi stringe il cuore. Ho come la sensazione che non se ne andrà tanto in fretta.
Il cerchio sta iniziando a chiudersi, niente sarà più lo stesso.

***

Stanza delle Necessità –qualche giorno dopo.
«A cosa brindiamo, esattamente?» domando per l’ennesima volta a Milo, che continua a riempirmi un bicchiere dopo l’altro.
«Alla fine» mi risponde allegro e pimpante, gli occhi chiari illuminati dalla scintilla dell’alcol.
«Alla fine?»
«Degli esami, idiota!» mi tira una manata sulla spalle, prima di saltellare via in direzione di un altrettanto sbronza Dinamitarda Worthington.
«Ah» commento, imbambolato, fissando il bicchiere colmo fino all’orlo di Whisky Incendiario sgraffignato in cucina da Damian. Gli esami, già. Come siano andati, non lo so. Non so nemmeno come abbia fatto a rispondere a tutte le domande, quando l’unica cosa a cui riuscivo a pensare era l’imminente fino dell’anno scolastico e l’ancora più imminente separazione da Jillian.
Jillian.
Se ne sta in un angolo, a chiacchierare con Daisy e Annabel, un sorriso stampato sulla faccia ma gli occhi colmi di un dolore che mi strazia il petto. Tutto quello che vorrei, adesso, è mandare a fanculo il mondo, prenderla e portarla via da tutto questo. Georgie mi sfreccia accanto, gorgheggiando felice con un Sebastian ululante avvinghiato attorno alla vita. Una scena al limite del tragicomico. Scolo il liquore tutto d’un fiato, sentendolo scivolare lungo la gola lasciandosi una scia bruciante alle spalle. Con una smorfia, mi affianco ad Eugene nell’esatto istante in cui decide di far sfoggio delle sue notevoli capacità vocali, reclamando silenzio in favore di Julia.
La nostra guida si fa avanti, bella e fragile come non mai, e ci guarda uno ad uno, prima di iniziare a parlare. Milo mi si affianca, con un sorrisetto che non promette nulla di buono e un altro bicchiere stracolmo, che mi piazza in mano. Se domani mattina non sarò in grado di reggermi in piedi, saprò di chi è la colpa.
«La cosa più importante, tuttavia, è che Fidelius continui. Per questo c’è bisogno di una persona che prenda il mio posto.» sta dicendo Julia. I suoi occhi chiari si posano su di me, limpidi e penetranti. Butto giù un altro sorso,
«Io, Georgie e Sebastian ci pensiamo già da un po’. Ed abbiamo deciso che il candidato migliore sarebbe Carlisle Hunnam. Sempre se accetta.»
Il sorso mi va di traverso, ma riesco a non tossire: gli occhi dei presenti sono puntati su di me, in attesa, ma ho improvvisamente perso la capacità di parlare. Io? A capo del Fidelius? Per una frazione di secondo, mi sento irrimediabilmente perso. Ci pensa Georgiana a riportarmi alla realtà.
«Carlisle?» mi chiama dolcemente.
Mi schiarisco la voce. Cosa si fa in una situazione del genere?
«Io… certo che accetto. È un onore che abbiate pensato a me, spero di esserne degno.»
Ci si annega nella banalità, ecco cosa si fa: una frase più idiota non potevo trovarla, questo è certo. Sebastian riprende a ululare, reclamando altro alcol, mentre Julia avanza di un passo.
«Kahlil Gibran una volta scrisse: “La tua ragione e la tua passione sono i remi e le vele della tua anima marinaia. Se uno o l'altro si rompono, puoi buttarti e andare alla deriva, o restare fermo in un punto morto in mezzo al mare. Perché la ragione, se governa da sola, è una forza che ti limita; e la passione, da sola, è una fiamma che brucia fino a distruggersi.”» leva il calice ed urla «A Carlisle!»
I presenti attorno a me ripetono il mio nome, accompagnandolo con espressioni gioiose e grandi risate. Mi ritrovo a sorridere come un ebete, mentre Milo mi salta attorno e Eugene vaga per la stanza tubando come un piccione in calore per non so che astruso motivo. Intravedo Jillian, in un angolo, appoggiata contro la parete che guarda verso di me, con un caldo sorriso sul volto. Di nuovo, la fitta al cuore torna a farmi visita e questa volta non so combattere il mio istinto. Poso il bicchiere ancora pieno su un tavolino e vado verso di lei, senza guardare in faccia nessuno, ignorando tutto e tutti per fermarmi solo quando la mia ombra nasconde la sua figura.
«Ciao» sussurra, accarezzandomi il volto con il respiro.
«Ciao» mormoro a mia volta, guardandola negli occhi. Fa male, fa così dannatamente male. Ma non mi importa.
«Vieni» le dico, stringendole una mano.
«Dove?» domanda, lasciandosi trascinare via.
«Via da qui» rispondo.
Non so nemmeno io, dove sto andando. So solo che voglio stare con lei.


Serra abbandonata –più tardi.
Le dita fredde di Jillian scivolano lungo la mia schiena nuda, mentre la stringo a me e affondo il viso tra i suoi capelli. La notte è calma, attorno a noi; la luce della luna cade liquida sulle foglie lucide delle piante che sono cresciute rigogliose, nel corso degli anni. E’ stata lei a trascinarmi qui, dopo avermi visto attraversare un reticolo di corridoi con lo sguardo vacuo e nessuna idea su dove andare: mi ha stretto forte la mano e mi ha portato via. Quello che doveva essere il suo rapimento, è diventato il mio.
Mi sono accorto che abbiamo lasciato il castello solo quando un soffio d’aria fresca mi ha colpito la faccia, uno schiaffio gelido che mi ha riportato alla realtà. Il prato scorreva sotto i nostri piedi, man mano che correvamo verso la Foresta, solo all’ultimo ha deviato verso le serre, puntando verso una macchia di querce in mezzo alle quali si scorge a malapena una baracca fatiscente. E’ la serra abbandonata, la tana di Jillian.
«Amore» la chiamo piano.
«Mh?» mugola, sollevando appena il volto per guardarmi negli occhi.
E’ così dannatamente bella.
«Baciami»
Posa le labbra sulle mie dapprima con delicatezza, poi con impazienza, inclinando il capo verso la spalla per arrivare più a fondo nella mia bocca, stuzzicandomi fino a strapparmi un bacco gemito di protesta. Mi afferra i capelli, stringendo le ciocche con forza, mentre puntellandosi sulle mie spalle mi sale addosso, sedendosi sul mio ventre e piegandosi in avanti per continuare a baciarmi. Il desiderio ci soffoca, un dolore squisito sulla punta delle dita che cercano di farsi spazio tra i nostri corpi ancora allacciati.
«Carlisle» chiama, debolmente, la fronte aggrottata nello sforzo di non piangere.
«Jillian» rispondo io, sentendo gli occhi pizzicare a mia volta.
Non ci stiamo lasciando. Non ancora, quantomeno, eppure non riesco a fare a meno di trattenere le lacrime.
L’ultima volta che ho pianto è stato quando è morto Angus, il mio vecchio cane. Avevo otto anni e l’impressione che qualcuno mi stesse strappando il cuore dal petto.
«Non voglio andarmene» singhiozza, premendo le labbra contro il mio collo per soffocare la disperazione contro il calore della mia pelle; piccoli sussulti scuotono il suo corpicino magro.
Non so nemmeno cosa dirle. Nemmeno io voglio che se ne vada, ma dubito che dirglielo possa servire a qualcosa. Non è di parole, che ha bisogno adesso. È tutto così maledettamente sbagliato.
«Vengo con te» esclamo d’impulso. Sbatte le palpebre, due grosse lacrime le scivolano lungo le guance e poi precipitano sulle mie. Facendo leva sugli avambracci, mi metto a sedere, senza lasciare che si allontani.
«Vengo con te» ripeto «Lascio Hogwarts, vengo con te»
«Ma..» fa per protestare, ma non le do il tempo di parlare, tappandole la bocca con un bacio quasi violento, stringendole i polsi in una stretta ferrea, senza mai smettere di guardarla. Riconosco il piacere che le annebbia lo sguardo, riconosco la sua determinazione a combatterlo. Si allontana, rabbiosa.
«Cosa stai dicendo?» protesta «Mi fai male»
Ma adesso c’è solo dolcezza nei miei pollici che le accarezzano l’interno dei polsi, provocando violente scariche di brividi che la stordiscono, leggermente.
«Sto dicendo, Jillian McKanzie» scandisco lentamente «Che verrò con te.»
«Ma non puoi» geme, al limite della disperazione «Ci sono troppe cose a cui non puoi sottrarti»
«Non mi importa» la costringo a guardarmi, reprimendo la sensazione di fare qualcosa di incredibilmente crudele e sbagliato. Non voglio pensare, sono stanco di pensare.
«Il Fidelius» boccheggia, dopo un altro bacio.
La consapevolezza mi crolla addosso, come una doccia fredda. Le mani di Jillian crollano inermi, quando lascio andare i suoi polsi affondando il viso nella curva del suo collo. Il dolore si estende, dal cuore aveva raggiunto ogni terminazione nervosa e non lascia scampo; sono in trappola, combattuto tra la mente e il cuore, tra l’istinto e la ragione. Sento l’impellente bisogno di urlare
Poi, una carezza.
«Amore» mi chiama piano Jillian «Non fare così. Andrà tutto bene, vedrai»
Stringendomi il viso tra le mani, mi bacia la fronte.
«Andrà tutto bene» ripete dolcemente, scendendo al naso e poi alle labbra.
«Andrà tutto bene» cantilena ancora, nella mia bocca, per l’ultima volta. Lottiamo con irruenza, stringendoci e allontanandoci con la disperazione di due condannati a morte, intrappolati in una danza di sospiri e gemiti che gira veloce, vorticosa, risalendo una lenta spirale di piacere.
Da qualche parte sul lago, un timido raggio di sole fa capolino all’orizzonte.
«Vorrei poter fare di più» sussurro contro le sue labbra, stringendole forte mentre scivola su di me. Io dentro di lei, lei dentro di me, non esiste altro al di fuori di quello che siamo.
«Vorrei che tu capissi quanto già stai facendo» replica lei, con il fiato corto, prima che un nuovo sole annulli ogni volontà e ogni raziocinio, esplodendo in un mare di luce.

***

Torre di Tassorosso, stanza di Carlisle, Eugene e Milo –qualche giorno dopo.
Non ho nessuna voglia di preparare la valigia. Eugene ha appena chiuso per la seconda volta il suo, dopo avermi coinvolto in quella che probabilmente è stata l’ultima rissa dell’anno scolastico.
Milo continua ad imprecare, osservando il suo impeccabile riflesso nello specchio accanto al suo letto, scrutando con attenzione il taglio che gli sfregia la guancia destra.
«Cazzone che non sei altro» brontola verso di me «Rimarrò sfregiato a vita!»
Sbuffo.
«Non essere idiota, se aspetti che trovo di nuovo la bacchetta te lo sistemo»
«Fossi in te andrei dalla Mound, nello stato in cui si trova non è nelle condizioni di praticare alcun incantesimo, sarebbe più sicuro se te lo mettessi a posto io» commenta Eugene, sarcastico. E’ rosso come un peperone, mentre si ostina a sollevare il baule per rimetterlo ai piedi del suo letto.
«Forse hai ragione» commento dopo qualche attimo, senza cogliere la provocazione. I miei due amici si scambiano un’occhiata preoccupata, prima di venire a sedersi sul mio letto guardandomi, con l’espressione più seria che abbia mai visto sulle loro facce stampata addosso.
«Carl, vecchio mio» inizia Milo «Cosa sta succedendo?»
«Niente» scrollo le spalle, mentendo. Ma se c’è una cosa che dovrei sapere, è che non si può mentire a un membro del trio, dopo tanti anni assieme viviamo in una sorta di inquietantissima simbiosi.
«Balle» ringhia Eugene, che se fosse un po’ più piccolo potrebbe sembrare un angelo custode appollaiato sul mio letto. Ora come ora, sembrano due giganteschi avvoltoi che incombono su di me.
«Senti, io capisco che Jillian il prossimo anno se ne andrà, che non vi vedrete più ogni giorno e che non potrete più fare le vostre porcellane nei posti più impensati, ma questo non vuol dire che sia la fine» cerca di consolarmi il moro.
Mi rigiro su un fianco, sentendo la solita fitta tornare a farmi visita. Succede così, ogni volta che penso a lei. Se poi è un momento particolarmente triste, può addirittura capitare che mi metta a piangere.
«E invece si» confesso alla fine, senza riuscire a guardarli in faccia.
«Cosa intendi dire?» Eugene rizza le orecchie, sospettoso «La principessa delle fate ti ha lasciato?»
«Ma allora vuol dire che non è vero che ieri notte vi hanno beccati nell’aula di incantesimi a ballare il mambo!» si lascia scappare Milo, sconvolto, lasciando che il Tassorosso che è in lui abbia il sopravvento.
«Non mi ha lasciato» mi affretto a rispondere «Però lo farà»
«Perché dovrebbe?» riprende il moro.
«Perché» inspiro a fondo, pregando che la voce non mi tremi «Nessuno dei due crede nelle storie a distanza. Troppo dolore, troppe complicazioni..»
Non ho voglia di spiegare loro perché entro la fine dell’estate lascerò la ragazza che più ho amato in tutta la vita. Non ho voglia nemmeno di pensarci. Colpisco il cuscino con un pugno, stringendo forte le labbra per non piangere. Eugene mi posa una mano sulla spalla, facendomi sussultare.
«Carl..» mi scuote, leggermente «Non fare così»
«E cosa cazzo dovrei fare?» sbotto, sollevandomi a sedere di scatto «Lei se ne andrà e io non sono capace di fare altro che starmene tutto il giorno a pensare a quanto sarà orribile l’anno prossimo e…» mi mordo il pugno, sentendo le lacrime addensarsi negli occhi.
Nella stanza è calato il silenzio, interrotto di tanto in tanto dal morbido fruscio di una pergamena spostata dalla calda brezza estiva.
«Non la voglio perdere» mi lascio sfuggire, mandando definitivamente a fanculo ogni traccia di dignità e orgoglio «Non la voglio perdere, dannazio, ma la perderò»
Eugene abbassa lo sguardo, senza commentare; Milo mi posa una mano sulla spalla.
Non c’è più niente da dire.

***

Espresso per Hogwarts –31 giugnio 1944.
E’ una bella giornata di sole, oggi.
Strascichi di nuvole bianche corrono lontane nel cielo, alle spalle del castello che, piano piano, sparisce dietro la prima curva; mi lascio andare ad un sospiro, appoggiandomi allo schienale.
«Starai mai ferma un attimo, Jill?» sospira Isabel che, dopo averci imbottito con un quantitativo di biscotti che avrebbe sfamato un reggimento, se ne sta allegramente distesa addosso a Eugene, godendosi quelli che sembrano grattini dietro le orecchie. La mia ragazza non risponde, continuando ad armeggiare con la bacchetta attorno al cestino di vimini dove, acciambellata su se stessa, Chipie dorme della grossa. Lo so cosa sta facendo. Lavora per non pensare, si concentra sulla magia per non ricordare che è l’ultima volta che saremo tutti assieme su questo treno, nello stesso scompartimento.
Sospiro, alzandomi in piedi e sollevandola con la forza, per farla sedere accanto a me.
«Ma che fai!» protesta svogliatamente, lasciandosi abbracciare e strappare un bacio «Se Chipie mi scappa poi ti picchio!» ma ride, nel dirlo, e Milo coglie subito l’occasione.
«Oh si, Jillian, ti prego! E mi raccomando chiamami, non voglio perdermi lo spettacolo per nulla al mondo!»
«Si, come no» roteo gli occhi «Non saresti capace di sfiorarmi nemmeno con un fiore» la punzecchio, pizzicandole i fianchi e dandole un altro bacio.
Lei gonfia le guance, scansandosi e incrociando le braccia al petto.
«Uffa come sei noioso» protesta. Audrey ride, Eugene abbozza un ghigno.
«Non sai quanto» si lamenta Milo, teatrale «Dovresti sentirlo quando parla nel sonno, poi! Riesce ad essere noioso pure li.»
Risata generale. Fuori dal finestrino la campagna inglese è un quadro sempre uguale, costellato di minuscoli paesini, strade sterrate e campi aridi: la misera della guerra babbana non ha risparmiato nessuno, nemmeno il paesaggio. Non oso immaginare come sarà Londra, quando ci arriveremo.
Distrutta, sfibrata, senza fiato.
Reduce, un po’ come noi.
Guardo i visi delle persone che ho attorno, persone con cui ho condiviso gioie e dolori, persone che ho imparato ad apprezzare, a stimare, a rispettare, ad amare. Quelli che all’inizio dell’anno erano solo nomi sentiti di tanto in tanto lungo i corridoi, protagonisti dei pettegolezzi durante le cene d’inizio anno al tavolo della mia casa.
Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti.
La mia vita è cambiata, quest’anno, in una maniera così radicale che solo il pensarci mi toglie il respiro.
«Mh?» Jill si scuote, quando con delicatezza la sollevo e la appoggio contro lo schienale, per alzarmi in piedi.
«A prendere una boccata d’aria» sorrido «Torno subito»
Annuisce, intontita dal brusco risveglio, e torna a girarsi sull’altro fianco. Scavalco un baule coperto da una scacchiera, interrompendo la partita tra Audrey e Milo, e scivolo fuori, nel corridoio.
Il sole sta iniziando a scendere, non deve mancare molto all’arrivo. È strano come, di anno in anno, il viaggio di ritorno sembri accorciarsi sempre più.
Mi strofino la faccia, appiattendomi contro la parete per far passare un paio di Grifondoro del secondo, per poi tornare a risalire il treno verso i vagoni dei Caposcuola. Ci sono persone che devo salutare, prima di scendere.
«Hunnam, quale onore!» la voce strascicata di Jasper Lewis mi sorprende fermo davanti al loro scompartimento. Ma proprio qui dovevo incontrare ragazzine indemoniate che corrono lungo il treno? «Cosa ti porta, in questa parte di treno? Il posto per i traditori è in coda, assieme ai tuoi sudici amici» sibila ghignante, una sigaretta abbandonata tra le labbra.
«Quanto meno l’aria lì è respirabile» scrollo le spalle, con noncuranza «Non c’è tanfo di Serpeverde»
Aspira un’ultima boccata di fumo, prima di lanciare la sigaretta fuori dal finestrino aperto. Una sigaretta sostanzialmente appena accesa.
«Come sei velenoso, Hunnam» scuote il capo «Finirai con l’uccidere la tua bella, con tutto questo veleno»
«E’ sopravvissuta a te, cosa potrebbe esserci di peggio?» ribatto, trattenendo l’irritazione. Un conto è insultare me, un conto è tirare in ballo Jillian.
«Su questo puoi scommetterci» mi si avvicina di un passo «Se l’avessi conosciuta un po’ meglio e non ci fossi stato tu, probabilmente il suo bel visino non sarebbe così spesso sorridente. Anche se, a dire il vero, non è che sorrida poi molto adesso. Ho saputo che se ne va, con la sua amica boccolosa»
Mi irrigidisco appena, ma lui prosegue, imperterrito.
«Un vero peccato» abbassa lo sguardo, per un attimo, dandomi quasi l’impressione che sia dispiaciuto «Davvero un grandissimo peccato»
Abbasso lo sguardo a mia volta, faccio per replicare, ma quando torno a guardarlo il solito ghigno irriverente è tornato a far capolino, curvandogli le labbra. L’attimo è passato. Forse non c’è neppure mai stato, chi lo sa.
«Il fatto che la tua fatina dei ghiacci se ne vada non cambia le cose tra noi, Hunnam» mi ammonisce. Inarco le sopracciglia, perplesso.
«Lewis, mi spiace smontare le tue speranze, ma gli uomini proprio non mi piacciono» sollevo le spalle, con aria dispiaciuta, e lo oltrepasso «Vedrai che un giorno Norwood capirà il tuo immenso valore e scorgerà la tua bellezza interiore, coronando il tuo sogno d’amore. Non perdere le speranze, l’estate è ancora lunga»
«Hunnam, mi spezzi il cuore » recita compito «Eppure lo sai che nella mia vita c’è posto solo per te»
Agito una mano in aria, senza neppure guardarlo. So già che sta sghignazzando apertamente.
«Buone vacanze, Lewis»
«Ne riparliamo a settembre, Hunnam»
Oh si. Come no.
Non vedo l’ora.

King’s Cross, binario 9 e ¾  –tempo dopo.
La folla che si accalca su questa striscia accanto al binario mi lascia sempre senza parole. Se non fosse per gli incantesimi del Ministero che lo hanno allargato, sarebbe impossibile persino respirare, qui in mezzo.
Un piccola tigre dorata preme contro il palmo della mia mano destra, una sottile catenina è attorcigliata attorno alle dita: Julia si allontana danzando verso il suo futuro, dopo avermi consegnato il mio nelle mani. E’ strano, un oggettino così piccino con un significato così grande, così pesante.
Inspiro a fondo, infilandolo nella tasca dei pantaloni nell’esatto istante in cui Eugene mi sfreccia accanto, trascinato da Isabel, sillabando una silenzio richiesta d’aiuto.
«Ci sarà da ridere» commenta Milo, comparendo alle mie spalle con un’aria particolarmente pallida.
«Che ti è successo?» domando, recuperando un carrello su cui faccio levitare il mio baule e quello di Jillian.
«Opal» borbotta, agitando una mano in aria «Un povero disgraziato si è visto il giornale esplodere in faccia»
«Bei ricordi» sospiro, prima di sghignazzare. La fobia dell’esplosione è ormai radicata in Milo al punto che solo nominarla lo fa rabbrividire.
«Mi permetto di dissentire sul “belli”» sibila, seguendomi attraverso la ressa. Il suo baule, come ogni anno, è stato puntualmente recuperato dall’elfo domestico di famiglia, l’elfo più grasso che abbia mai visto in tutta la mia vita, tra parentesi.
«Non puoi negare che molti lo siano, però»
Scrolla le spalle, prima di fermarsi.
«Fatti sentire» mi intima «Non voglio svegliarmi una mattina e trovare il tuo necrologio in prima pagina, sulla Gazzetta del Profeta»
«Grazie, Milo, sei veramente un amico» roteo gli occhi, sbuffando.
«Guarda che dico sul serio» riprende «Non farti problemi»
Annuisco, senza aggiungere altro. Il moro mi scruta, con attenzione, prima di sorridere e tirarmi la solita manata sulla schiena.
«E canta che ti passa!» mi urla pimpante, allontanandosi verso la barriera che lo catapulterà nel mondo babbano. Non posso fare a meno di ridere, mentre raggiungo Jillian e sua nonna, che aspettano pazienti.
Audrey saltella via, al mio arrivo, distribuendo baci e saluti, ma non ho occhi che per la mia Corvonero. Mi sorride, quando le stringo la mano, e assieme ci avviamo verso la barriera attraverso cui poco fa è passato Milo.
Non dice niente, guarda fisso davanti a sé e mi ritrovo a pensare che un anno fa non avrei mai neppure immaginato di vivere quello che ho vissuto accanto a una ragazza speciale come lei.
Le sue dita si stringono attorno alle mie, che ricambiano le stretta.
Speravo di non doverla lasciare mai, questa mano.
Il futuro pesa sulle mie spalle, ma un presente luminoso mi abbraccia e mentre ci addentriamo nelle macerie di una irriconoscibile Londra babbana, alzo lo sguardo al cielo: limpido, senza più nemmeno una nuvola, si allunga infinito su un orizzonte costellato di scheletri di ferro e cemento; ma è solo un attimo perché poi Diagon Alley e i suoi colori festosi sono davanti a noi.
Inspiro a fondo, riempiendomi i polmoni fino a scoppiare.
Benvenuta, estate.













31/07/2008
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Anche se non si direbbe, tra cinque giorni iniziano i M.A.G.O. Pensavo che mi sarei sentita sollevata, ed invece sto ripassando freneticamente e la mia mente non assorbe assolutamente niente; forse é che sono seduta sul pavimento, in un corridoio semibuio, appena fuori dall’infermeria. Che là dentro c’è la mia migliore amica, nelle peste fino al collo, e che il mio ragazzo è disperso chissà dove a rovesciare la sua frustrazione perché gli ho impedito di vederci finché non avremo finito gli esami. Ne ho bisogno io, come ne ha bisogno lui. Credo.
Forza, Georgiana. Visualizza le parole del libro che hai davanti, dà loro un senso compiuto e comprendi quello che stai tentando disperatamente di studiare. Pozioni. Una A assicurata, a meno che un fascio di luce divina non trasformi i miei disastri in qualcosa di lontanamente degno di una E.
La gonna ruvida della divisa, oltre a grattarmi il sedere, non serve a trasformare la superficie di pietra su cui sono rannicchiata in qualcosa di lontanamente comodo; con un po’ di fatica, facendo inutilmente leva sulla parete, mi sollevo giusto in tempo per vedere uscire l’infermiera Mound.
« la sua amica è pronta. » grufola fissando con disapprovazione le macchie sulla mia camicia; mi scusi, se è tre giorni che non torno in dormitorio perché LEI non sa fare il suo lavoro e io devo badare a Julia. E’ proprio lei, infatti, che appare dietro all’infermiera, con le sue cose chiuse nella valigia che tiene in mano; sembra sollevata, se non altro di uscire dall’incubo asettico che c’è oltre quella porta.
« ti avviso: non so quali siano gli ingredienti della pozione Obmutesco, e non ci tengo a saperli. » le sibilo mentre ci avviamo lungo una scala, appena ruotata in modo da consentirci di arrivare molto più rapidamente del previsto alla torre di Grifondoro.
« menta, elleboro, bile di tartaruga .. »
« vedo che hai studiato più di me. brava, cara. » la interrompo dopo aver svoltato l’angolo; tre settimane, e smetteremo di camminare per i corridoi di Hogwarts. Non avrò più bambini da mettere sulla buona strada, adolescenti arrapate da beccare in giro nel cuore della notte, liste di parole segrete da memorizzare. Tutto finito.
Un quadro lancia un fischio di ammirazione al nostro passaggio; ecco, questo non mi mancherà.



{ nei giorni successivi }
Credo che si chiami tregua; il pratico di incantesimi mi ha buttata così in basso che, dopo aver salutato con il massimo dell’educazione che sono riuscita a strapparmi l’esaminatore Lowell, ho avuto il bisogno fisico di vedere Sebastian e Julia. Lo studio solitario mi ha trasformata in una specie di spilletta semovente, visto che io sono quasi trasparente dietro il mio distintivo, fatta eccezione per le occhiaie.
Ignorando del tutto gli sguardi di Jules, che ovviamente è stata ridotta al terzo incomodo, Sebastian continua senza tregua a stritolarmi contro il suo petto e infilarmi la testa tra i capelli, annusandomi come se fossi un mazzo di fiori e non una strega, e ad azzannarmi l’orecchio senza ritegno, rischiando oltretutto di ingoiarsi le perle di mia zia.
« Io approvo Carlisle. » ribatto alla proposta di Jules, mollando l’ennesima gomitata nelle costole a SSS ( Sebastian Sesso Subito, ho riso fino alle lacrime quando ho sentito Eugene che lo borbottava a Peter Halbury ), che si allontana con aria offesa dal mio povero lobo maciullato. Finalmente senza rischiare di essere mangiata viva, affondo la testa nell’imbottitura del divano, e lancio uno sguardo piuttosto serioso alla mia amica, assorta nella contemplazione del paesaggio estivo fuori dalla finestra.
« già. mi sembra che abbia la testa sulle spalle, e soprattutto del potere sugli altri. »
« credo che ci siano buone probabilità che diventi caposcuola. »
« un po’ come te, Georgie. » ridacchio.
« mi raccomando, ignoratemi! » borbotta Sebastian riemergendo dal suo sogno ad occhi aperti.
« tesoro, non è colpa mia se la tua mente è altrove. » lo rimprovera Julia, sbuffando; credo che lei mi mancherà, troppo. Non sarà la stessa cosa, lo so già, perché sarà impossibile vederla tutti i giorni quando sarò a farmi ammazzare in qualche campo di addestramento auror, ovviamente con l’impossibilità di smaterializzarmi.
« credi che dovremmo fare una specie di festa di insediamento? » propongo ignorando i mugugni incomprensibili della mia dolce metà.
« mah, non sono molto dell’umore, ma sono convinta che troveremo qualcuno disposto a farlo. »
Sebastian continua a grugnire, si alza e se ne va sbattendo i piedi; questi uomini, peggio dei bambini. Tranne se c’è da combattere nella foresta nel cuore della notte e salvare metà dei presenti, ovvio.

***

E’ molto che io e Jules non parliamo a quattr’occhi, dedicandoci al gossip invece che alle vicende drammatiche di cui siamo state vittime dall’inizio di quest’anno. La morte di Ida, il Fidelius, Riddle; mi sembra di non riuscire a pensare a quando abbiamo parlato di ragazzi, l’ultima volta, senza riferirci agli orari di coprifuoco e a quando stabilire la riunione successiva.
Proprio come succedeva quand’eravamo piccole ed innocenti, lei ghigna e io sono rossa come una ricordella.
« su, non è mica una malattia! » esclama dandomi una pacca sulla spalla, e facendomi diventare sempre più purpurea e bollente. « raccontami! »
« cosa vuoi che ti dica?! » sbotto con la voce talmente acuta da essere irriconoscibile; mi è venuto naturale stringermi addosso la camicia, mentre lei cerca di strapparmi qualche dettaglio sconveniente sulla mia prima volta. Descrivere questo momento come imbarazzante è riduttivo; temo che lo sarebbe ancora di più recuperare il mio taccuino rosa confetto e leggerle direttamente quello che ho scritto al riguardo, con tutti i particolari scabrosi che la farebbero tremare di soddisfazione.
« che ne so, se è bravo! se è stato dolce! »
« come Megafusto sul pianoforte del povero Eugene? » il suo sorriso si smorza per un momento.
« beh, è stato molto romantico. » si giustifica prima di infilarsi in bocca un pasticcino con una mezza fragola sopra.
« Jules, promettimi che mi scriverai spesso. »
« Georgie, promettimi che smetterai di essere così paranoica. »
« Non credo di poterlo fare. »
« Sei incorreggibile. »
« Sì, ti voglio bene anch’io. »



{ last day of magic. }
Il professor Silente sembra più emozionato di me, mentre mi scruta attentamente da dietro le lenti dei suoi inconfondibili occhiali a mezzaluna.
« Signorina Harrington, mi sono permesso di prepararle una cosa. » le guance mi diventano subito di fiamma; non sono affatto abituata a ricevere regali d’addio, tantomeno dagli insegnanti. Non da Silente, soprattutto, per quanto lui sia il mio preferito in assoluto. Mi sforzo di sorridere e di non mettermi a gridare, ma di certo non riesco a dire una sola parola prima che lui riprenda.
« Ho visto la sua richiesta per l’Accademia Auror, mia cara. » oh. Buon segno, vuol dire che almeno sono state già consegnate al Ministero, anche se dubito che avrà qualche utilità. Tra quelli del settimo ne sono state raccolte più di venti, e i posti sono otto. Annuisco come unico sforzo di volontà.
« Mi sono permesso di aggiungere una nota sotto il suo curriculum ineccepibile. » sobbalzo. Se ne accorge, e ridacchia. « dice che lei è la migliore studentessa che Hogwarts ha visto da molti anni a questa parte .. » se prima non ero color pomodoro maturo, lo sono di certo ora. « .. e che se non la prenderanno, confermeranno la loro fama di totali, perfetti idioti. » sghignazza di gusto, mentre si alza dal suo scranno e gira attorno alla scrivania, come per raggiungermi. Non che sia strano, in effetti, ma mi sento i lacrimoni che si formano agli angoli degli occhi. Stringe le mie mani gelide e inerti tra le sue.
« Buona fortuna, Georgiana. »

***

Il quasi ex prefetto Corvonero mi fissa con aria contrariata; sembra quasi che gli dispiaccia essere alla fine del suo mandato. Tra le dita stringe la spilla di ordinanza, e mi ha appena pregato di lasciargliela tenere. Quando si parla di attaccamento all’istituzione; il mio baule é ancora mezzo vuoto, nel dormitorio, ma mi sento in colpa ad abbandonarlo senza una risposta soddisfacente.
« Joel, non credo di avere l’autorità per poterti autorizzare. » storce il naso. Gli do una pacca sulla spalla con tutta la convinzione che posso trovare nei suoi occhioni azzurri che mi scrutano con disperazione.
In un futuro non troppo lontano, lui potrebbe avere il mio incarico; e passare un settimo anno splendido come il mio, con amici straordinari, e magari senza doversi battere a duello nel cuore della notte. Mi saluta agitando la mano, e sgattaiola verso il suo dormitorio.
Alzo la testa e vedo davanti a me la bacheca di Corvonero, che ho amorevolmente aggiornato durante quest’anno; strappo via un paio di fogli di insulti verso gli studenti del primo, stacco con cautela quelli di auguri per noi del settimo.
E’ la mia ultima notte a Hogwarts; sono già le dieci passate, e non ho nessuna voglia di salire in camera mia e rivedere tutte le altre in lacrime; non ce la posso davvero fare, ho già pianto abbastanza in questi ultimi giorni.
Con uno sforzo, infilo la testa nel corridoio, lasciandomi investire da un silenzio che non può che spiegarsi con la stanchezza provocata dai fiumi di depressione che si sono appena riversati all’interno delle stanze. Socchiudo la porta con cautela; una delle altre russa rumorosamente. Mi siedo sul mio letto e con attenzione mi stacco dal petto la spilletta da Caposcuola. E’ strano vederla appoggiata sul comodino e sapere che domani mattina non la appunterò di nuovo sulla divisa. Ma è una bella immagine per chiudere il mio lunghissimo romanzo, lungo sette anni.



{ king's cross. }
« una settimana. » sento il fiato di Sebastian sul collo mentre mi abbraccia, sfregando intensamente la guancia contro la mia testa; ha passato l’intero viaggio in treno a sussurrarmi che sarebbero stati i giorni peggiori della sua vita. Una settimana; in effetti non ci siamo mai separati per più di un giorno, o due, in genere il tempo di dormire qualche ora. Talvolta neppure quello. Abbiamo stabilito che probabilmente né i suoi né i miei avrebbero compreso se avessimo fatto una fuga d’amore senza neanche salutare.
« dai, smettila! » sussurro senza rendermi conto fino all’ultima che anch’io sono aggrappata al suo braccio, totalmente circondata da lui. Mi bacia il collo come se volesse trapassarmelo con i canini vampireschi che non ha.
Sa benissimo che non potrò scollarmi di casa finché non arriverà la risposta dell’Accademia, a meno che non voglia provocare un collasso ai miei. Cedo ai suoi ridicoli tentativi di baciarmi, come se non avesse passato le ultime otto ore a cercare di “concentrare tutta la me di cui avrà bisogno”. Attorno a noi gli studenti si salutano, piangono, ridono, ritrovano i loro genitori e parenti vari; non riesco a concentrarmi sul fatto che a mia madre verranno i capelli bianchi, a vedermi in quegli atteggiamenti senza ancora un anello al dito.
« GEORGIANA! » tuoni, fulmini e saette! Sebastian si stacca come se fossi incandescente, io scatto nella direzione della voce che ho sentito sistemandomi i capelli in modo ossessivo, come se potesse migliorare quello che sapevo sarebbe successo e non ho prevenuto. Mio padre ha un sorriso da un orecchio all’altro, se non si considera l’enorme taglio che gli sfregia la guancia destra; qualcosa mi dice che sia appena tornato da un viaggio di lavoro. Dietro di lui, mia madre spettegola fittamente con una donna che non conosco.
« mia madre. » mormora la mia dolce metà, con una voce così strozzata da essere irriconoscibile. Ricapitoliamo; i miei peggiori timori sono sfumati nel nulla perché i miei genitori e i suoi si conoscono già? Il viso mi si accartoccia in un’espressione contrariata senza che sia capace di trattenermi. Lui, invece, ha preso a brillare; sembrerà che io abbia un’aureola, tanto lui risplende di felicità. Mi sistemo le pieghe della gonna e mi sforzo di sorridere.
« papà! mamma! » trillo offrendo loro il mio migliore sorriso, anche se vengo subito sotterrata nel profumo di vaniglia e animali selvatici della mia genitrice; mio padre si è già preso il mio baule e non sembra avere intenzione di lasciarlo finché ci sarà Sebastian nei dintorni, come a privarlo dell’opportunità di essere cavaliere con me. Non sento quello che mi dicono; ciò che posso udire è soltanto un ronzio sordo, spezzato improvvisamente dalla voce di SSS, dopo che è riemerso dalle pacche e dai baci dei suoi.
« mamma, papà, vorrei presentarvi la mia » pausa. Orrore e delirio. « ragazza, Georgiana. » oddio, svengo. Sua madre sembra essere sul punto di avere la stessa reazione, mentre Joshua Harrington ha un improvviso bisogno di tossire copiosamente e il signor Lang di accendersi la pipa.
« oh, Georgiana, proprio come tua nonna! » langue mrs.Lang mentre mia madre si avvinghia al braccio del suo pargoletto, adorante.
Se sopravviverò ai prossimi dieci minuti potrò dire di aver passato per l’ultima volta la barriera del binario 9 e ¾, e di aver detto addio all’Espresso. Sorrido a Sebastian, che si crogiola nel danno che si è fatto da solo; almeno finché non ci verrò per portare i miei bambini a scuola.



{ oh, july! }
Scendendo le scale, inciampo nella camicia da notte; sento il profumo del caffé e dei pancakes che mia madre sta preparando per colazione, ma non credo che sia questo a distrarmi. Ogni singolo giorno, dalla fine della scuola, mi alzo con un cubo di granito nell stomaco: potrebbe essere arrivata la lettera dal Ministero, quella dove c’è scritto se sono ammessa o no all’Accademia.
Mi fermo davanti allo specchio scassato del corridoio, prima di entrare in cucina; guardo la mia frangia spettinata, la treccia che si sta sfasciando dal fondo, la camicia da notte. Potrei davvero diventare un auror? Qualche volta vorrei essere ancora la piccola Georgie, che racconta fiabe ai suoi pupazzi e sogna di diventare la Principessa del Regno Candito. Acchiappo dal pavimento Cheslav, che inizia a fare le fusa nonappena gli poso le mani sulla pelliccia bluastra ed entro nella stanza sin troppo calda dove mi aspetta il mio primo pasto di oggi, oltre ai miei genitori.
Il cuore inizia a battermi a tutta birra appena mi rendo conto che mi stanno aspettando seduti, con le tazze di caffé fumante davanti, intoccate. E tra loro, davanti ad un barattolo di marmellata d’arance, c’è una busta di pergamena sbiancata.
« buongiorno, tesoro. » mormora mia madre senza la minima espressione sul volto cereo. Non le rispondo neppure. Lascio andare il gatto, che miagolando rumorosamente atterra ai miei piedi, e mi getto sulla busta.
E’ chiaro che, dimentica dei suoi poteri, aveva provato ad aprirlo con il vapore della teiera. Apro la pergamena davanti alla faccia; i miei occhi ci mettono qualche momento a realizzare cosa ci sia scritto.
« ammessa. » sibilo appena, crollando sulla sedia, che quasi cade all’indietro sotto il mio peso morto. Un Auror. Io.
Un rumore come di sparo si diffonde nell’aria, seguito da un tonfo.
« SONO STATA AMMESSA! » grido senza neppure guardare chi sia; tanto so già che ricadrò tra le braccia di Sebastian, colui che vedrò tutti i giorni ancora per qualche anno. Sento le sue labbra sulla fronte, e gli occhi dei miei nella schiena.
Questo è un nuovo inizio. Decisamente entusiasmante.













21/07/2008
commenti • tag: ricordi, vacanze, famiglia, amori, sogni, esami, addii, amicizie, serpeverde, riddle, morsmordre, fidelius

Tutti gli alberi sembrano uguali, i sentieri ormai sono spariti del tutto e mi sembra di essere passata per questo posto almeno un paio di volte. Mi fermo ansante. Il vestito è ormai praticamente a pezzi, strappato anche volontariamente per facilitarmi nella corsa, comunque difficoltosa tra tutte queste radici sporgenti e foglie che ricoprono completamente il pavimento della foresta.
Mi appoggio sulle ginocchia mentre sto ad ascoltare dei rumori indefiniti che provengono da non lontano, seguiti da della piccole grida.
, devo andare lì.
Il rumore sempre crescente non ispira nulla di buono. Improbabile che siano passi. Improbabile che si tratti di incantesimi. Improbabili che me li stia immaginando. Allora cosa sono?
Mi avvicino sempre più in una corsa che ha più della camminata. Maledetto vestito, maledette scarpe, maledetta serata! Se non sapessi quanto è importante tutto questo, non mi sarei mai lasciata coinvolgere. Ma visto il fine di questo grande disegno, questo ed altro.
Ripenso a tutta la serata, a come era cominciata e a come sarebbe finita se non fosse stato previsto altro, quando una strana creatura mi sfreccia davanti.
Non erano passi, non erano incantesimi, non era la mia immaginazione.
Centauri. Quegli esseri reclusi, emarginati in una piccola oasi per caritatevole concessione di noi maghi; eccoli qui a creare disordini, come sempre d’altronde. E poi si lamentano della loro condizione…
Ibridi, né uomini ne animali, lungi dall’essere considerati al pari dei maghi, esseri inferiori al pari dei mezzosangue, se non peggio, stanno rovinando la nostra serata; per non parlare del fatto che uno di loro mi ha praticamente sfiorato con il suo corpo animalesco!
“Dè!”. Un urlo alla mia sinistra. Scarlett mi fa cenno di avvicinarmi a lei; il suo vestito non ha niente da invidiare al mio e il suo corpo è rivestito da ferite fortunatamente lievi. Sono così felice di rivederla.
“Gli altri?”, le chiedo una volta raggiunta la mia amica.
“Tutto bene ma ora non c’è più tempo, capito? Dobbiamo tornare al castello senza farci vedere mentre ancora possiamo!”.
“No, io devo…”
“Dè!”.
La sua voce decisa mi riporta alla realtà. Stanno bene, stanno tutti bene, ma dobbiamo andare. I professori, anche se fossero completamente sordi, ho dei seri dubbi che ormai non si accorgano di quello che sta succedendo, specialmente dopo l’arrivo di quegli esseri.
Mentre Ed arriva al nostro fianco, piuttosto malandato, ci incita nella corsa, così andiamo, veloci, o almeno quanto possiamo, verso Hogwarts, verso la salvezza, verso la calma; o almeno si spera.

***

Stesso posto, stessa sala, stesso sotterraneo.
Stesse persone, stessi studenti, stessi seguaci. Insomma non è cambiato nulla, o quasi.
“D’ora in poi é lei quella che vi dà gli ordini. Violet Ophelia Traviston.”.
Ho proprio sentito bene, qualcosa è cambiato. Qualcosa di importante anche. Non posso che lanciare degli sguardi poco amorevoli alla mia eterna compagna di stanza, di casa, di unghie e di urla. Non posso credere che dovrò obbedire proprio a lei. Sottostare a lei.
Se il Mondo è finito, ditemelo adesso, vi prego, che la fine avrà un sapore almeno un po’ più dolce.
Sbuffo, è l’unica cosa che posso fare per adesso, perché quello che dichiara Tom Ridde non è legge, è oltre quest’ultima. E’ un imperativo. Un imperativo categorico.
Un anno, solo un anno. Il settimo. L’ultimo, il decisivo.
Obbedire a Violet. Lo farò; mi impegnerò con tutte la mia forze e ce la farò. Devo, devo.
La servirò come fedele seguace del Club e del suo fondatore, ma non le offrirò la soddisfazione della mia sottomissione. Non sarò io ad avere i compiti peggiori, non sarò io a dover prendere le decisioni più importanti, decidere del destino di tutti noi rendendo conto a Lui.
A chi è toccato il destino peggiore?
Nonostante sia quasi riuscita a convincermi della positività della situazione, non so perché, ma uno spiacevole sapore amaro continua ad insidiarsi in me; e non vorrei sbagliarmi, ma non promette nulla di buono…

***

Esami. Penso a ieri e guardo oggi: il castello immerso in questo clima, in questa calma inverosimile. Sapere e non essere sospettati, mi è capitato spesso, ma mai per una cosa così clamorosa. Mai.
Trasferimenti, compiti estivi, punizioni, sospettati. Nulla che tocchi me direttamente, come molti altri coinvolti nel grande scontro. Feriti, molti; morti, nessuna.
Nonostante questa calma apparente la tensione è alta più che mai tra la casa Serpeverde, e praticamente tutto il resto della scuola! Naturalmente questa tensione è palpabile solamente dai diretti interessati alla vita dei due club; tutti gli altri studenti non hanno che parole per le vacanze e per l’anno che verrà, a parte per gli uscenti, che hanno davanti a loro un oblio di incertezze; almeno prima degli ultimi esami.
“Cominciate ora!”. Tuona Benton. Do un’occhiata ai miei amici, già impegnati nella risposte con una certa incuranza, prima di cominciare anch’io.
Non ho nessun problema, almeno in questi ultimi esami. Non devo avere nessun problema, anche perché le mie vacanze estive sono direttamente proporzionali ai vioti che otterrò, quindi meglio far bene.
Consegno il tutto ed esco. Pochi giorni alla fine della scuola, alla fine di quest’anno così turbolento ed incredibile. Non mi sarei mai aspettata che andasse così, con uno straordinario alternarsi di alti e bassi. 
La partenza di Eve, l’arrivo di Scarlett, le mille incomprensioni e litigi con Jasper, i problemi di Edward, le indimenticabili liti con Violet, e infine questo scontro…e infine quel bacio…
Comunque si legga quest’anno, completamente fuori dalle righe, non si può che definirlo in un’unica parola: indimenticabile.
Nel bene, nel male; ma sempre indimenticabile.

***

Irlanda.
In mente ho delle immense praterie verdi, grandi ed antichi castelli, misteri (legati soprattutto alla storia di Ed), e litri e litri di sidro, a quanto pare.
Non lo lascio vedere, ma questa storia di annegare i dispiaceri nel sidro non mi lascia poi tanto tranquilla perché, conoscendo i due soggetti, è molto probabile che prendano in parola tutto quanto detto! Sorrido.
“Alle terre del sidro, allora.” Dico esponendomi infine. Tanto effettivamente, ce ne sono di dispiaceri da annegare, e forse questo sarà il modo migliore di iniziare il nuovo anno. Alcool? Alla fine per i qui presenti, non sarebbe la prima volta.
“Alle terre del sidro, e che l’alcool mi aiuti.” Conclude Jasp. Eh si, conoscendo la sua famiglia, ha di che sperare riguardo alla sua estate.
Solo due settimane.
Passeremo così poco tempo tutti insieme prima di avere un intero anno a nostra disposizione.
Nell’animo aleggia un velo di tristezza, ma in questo momento non posso che essere felice perché finalmente tutto sembra essersi sistemato. Mi sembra un sogno; ma come mi ha pienamente dimostrato il passato, mai dire mai, quindi do un contegno alle mie emozioni e lascio che stiano dentro di me, custodite e non meno intense di come sarebbero esternate.
Sorrido, prendo la mano a Jasp.
Manca poco ormai.

31 giugno 1944

Tutti gli studenti si apprestano a salire sul treno. Molto si lasciano dietro rimpianti, altri desideri, altri soddisfazioni. Molti non torneranno più e si lasciano dietro la loro vita per iniziarne una nuova. Riesco quasi a vedere il mio futuro in loro; quel futuro, così pieno di incertezze, così offuscato…
Siediamo nella solita carrozza, la nostra carrozza. E il treno parte. La corsa inizia.
Parliamo ancora della vacanze, ma è palese quanto siamo turbati. Per tutto.
Le più entusiaste sono le gemelle che espongono nei minimi dettagli quello che sarà il loro viaggio quest’anno, il primo al quale non parteciperò.
Vorrei solo un po’ di silenzio ora, per pensare; non c’è mai stato tempo quest’anno, mai.
Il paesaggio fuori dal finestrino scorre veloce, fin troppo, e la stazione arriva fin troppo presto.
Binario 9 ¾ .
Ansia.
Una strana sensazione sale per tutto il corpo.
Non ho parlato con Jasp, non potevo, non volevo, e invece adesso vorrei più tempo.
Un mese. Un intero mese senza vederlo. Mai.
Un bacio. Un lungo bacio, coinvolgente, bellissimo. Un bacio che devo conservare per tutto questo tempo.
“Non andare, resta. Vieni con noi.” Questo vorrei dirgli, e invece non ci riesco. Non dico niente e lo guardo andare via. Via da me, via da noi. Non per molto, è vero, ma l’attesa ha sempre qualcosa di angosciante.
Infine mi rivolgo a Scarlett ed Ed sorridendo. Sono pronta per l’Irlanda, non vedo l’ora.
Un’estate con i miei migliori amici, potrei chiedere di più?
La voce sconosciuta della madre di Scar, l’ultima occhiata al treno che rivedremo solo a Settembre…












21/07/2008
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Vista l'espressione del mio amico pel di carota, intuisco che io e Milo non abbiamo di certo avuto l'idea migliore per intrattenerlo durante gli ultimi giorni di degenza. Carlisle sbatte le palpebre, con l'aria di chi ci tirerebbe un cazzotto nel naso se ne avesse le forze; non ha gradito la nostra raffinatissima replica del concerto di fine anno in versione a due voci, tanto faticosamente studiata. Appoggio gli spartiti sul suo comodino, rischiando di far cadere l’enorme bottiglia di sciroppo che vi è posata sopra, e poi torno su di lui.
« ragazzi, vorrei chiedervi di non bere alcool prima delle sette di sera. » ci apostrofa con un’occhiataccia, ricadendo sul cuscino con i capelli che gli formano un’aureola fiammeggiante.
« Carl, vorrei chiederti di metterti dei pigiami meno osceni! » ribatte Milo scuotendo il capino con la sua solita aria da re della moda.
Mi sembra quasi strano che siamo qui a fare gli idioti, e solo poche notti fa eravamo in quella foresta a rischiare la pelle. Ci sono voluti giorni prima che riuscissi a dormire più di due ore di seguito senza avere gli incubi, e che mi si levassero dagli occhi i colori degli incantesimi che ho evitato per un pelo. Come il blu della bandierina di Corvonero che Milo sta facendo a pezzi, probabilmente uno sgradevole regalo di Jillian, che cerca di conquistare territorio con tutti i suoi subdoli mezzi di fatina.
« Megafusto Lywelyn in arrivo. » sibilo tanto per rimanere in tema di Corvi, quando il ragazzo di Julia fa il suo ingresso in infermeria, ciondolando con i suoi movimenti da rinoceronte verso la Mound, che per la trecentesima volta gli ricorda che non può fare visita alla sua bella in quanto appartenente al genere maschile, oltre che al genere Cretinus Cretinus, nota specie di umano senza cervello.
« Come sta Julia? »
« Credo bene, a quanto mi dice il tuo angelo custode. »
« Lei sì che si è presa una batosta .. »
« Già. Anzi, perché non facciamo un bell’attentato a Riddle? »
« A furia di frequentare Dinamitarda Worthington hai un certo gusto per il pericolo, amico mio. » Milo digrigna i denti e mi dà uno spintone, costringendomi a non continuare, visto che la mia voce verrebbe coperta dal tonfo che faccio cadendo per terra.
« Coglione. » geme Carl. La Furia Rossa è tornata al 100%.



qualche giorno dopo /

Siamo ancora tutti vivi, dopotutto; forse è per questo che non ci tratteniamo con gli alcolici e ci divertiamo senza ritegno, facendo finta di non sapere che le ferite nei nostri animi e nella vita di alcune di noi non si rimargineranno mai più. Probabilmente fare questa stupida festa stasera é il modo meno pericoloso di riunirci, visto che la cricca di slytherin non si aspetterà di certo che abbiamo il coraggio di fare casino dopo tutto quello che è successo.
Le fatine non riescono a smettere di avere un’espressione depressa; non posso non giustificarle in effetti. Anzi, credo che sia per quello che ho una fitta allo stomaco che non mi abbandona da ieri. Isabel ciondola in giro, e stranamente sembra evitarmi; lei probabilmente è quella messa peggio, visto che rimarrà da sola a Hogwarts. O almeno, senza le sue amiche, quelle con cui ha passato tutti questi lunghi anni. Non credo che riuscirei a sopravvivere senza i miei due allegri compari.
« Silenzioooo! » urlo selvaggio, fonte da intercettare. Mi volto giusto in tempo per avere la seconda parte della versione scimmiesca di Sebastian, che si regge a malapena addosso all’accaldata Georgie. Oserei dire che é un déjà-vu. « Julia deve far un discorsoooo! »
Milo mi raggiunge con un sorrisino malefico su cui preferisco non interrogarmi, e ciondola il suo calice con grande soddisfazione.
« Per me è l’ultimo anno. Quindi devo salutare molti di voi. » Attacca Jules. « La cosa più importante, tuttavia, è che Fidelius continui. Per questo c’è bisogno di una persona che prenda il mio posto. Io, Georgie e Sebastian ci pensiamo già da un po’. Ed abbiamo deciso che il candidato migliore sarebbe Carlisle Hunnam. Sempre se accetta. »
Ma chi, il mio migliore amico? Mi volto automaticamente verso di lui, che guarda verso un punto imprecisato con la stessa espressione di uno spaventapasseri.
« Io… certo che accetto. È un onore che abbiate pensato a me, spero di esserne degno. » ribatte con il tono di chi ha appena preso il titolo di Ministro della Magia. Falso modesto.
« Brindisi, brindisi! » di nuovo l’esagitato Sebastian. Mi perdo la perla filosofica di Julia, mentre scatto verso Carl, che sta balbettando qualcosa di incomprensibile. Non credo che sia il mio status di lampione umano ad impedirmi di distinguere le sue parole. Ehi, sono amico di un pezzo grosso.



ancora qualche giorno /
Questo pianoforte ne ha viste di tutti i colori, compresi quelli del sedere di Julia Versten. Sollevo il lenzuolo polveroso che ho rubato in un dormitorio del secondo anno; si gonfia d’aria, e poi ricade sulle forme del mio compagno di tante ore. Se non ci fossi io, ad occuparmi di lui, chi lo farebbe? Non voglio immaginare la polvere che si attacca alle corde e ai martelletti, rovinandole per sempre.
Mi lascio sfuggire un sospiro, guardando un’altra volta fuori dalla grande finestra della stanza della musica. La botola cigola. Abbasso lo sguardo. Di nuovo la ragazzina Corvonero. Un urletto, e scompare. Dal rumore che ne segue, sembra che sia rotolata giù per le scale. Ciao ciao anche a te, spiona.

***

Chiudo ufficialmente lo scatolone in cui ho messo tutti i libri, e lo depongo con uno sforzo nel baule; non che mi piacciano gli sforzi fisici, ma preferisco non arrischiarmi, visto il mio talento magico non superiore a quello di uno scarpone. Fingo di non vedere la montagna di roba da sistemare che ho rovesciato sul letto, per non parlare della lista degli orari degli esami che é ancora attaccata sul comodino. Un disastro, come sempre, ma ormai non ci faccio più caso.
Il vero problema é l’umore di Carlisle, che tanto per cambiare si dà ai pomeriggi da pensatore, sdraiato sul letto con le mani intrecciate sullo stomaco. Non vogliamo disturbarlo, ma non é neanche possibile continuare così. Credo che abbia sprecato l’ultima energia vitale per fare dei test di fine anno degni, e ora si sia lasciato prendere dalla malinconia. Invece di sfruttare gli ultimi giorni con Jillian.
« allora, hai intenzione di marcire su quel materasso? » sbotta Milo, lanciandogli addosso un paio di mutandine, probabilmente dono galante di qualche ammiratrice particolarmente arrapata. Carl grugnisce e si sbatte un cuscino sulla faccia; eh no, che mi faccia il verso non sono pronto ad accettarlo. Non c’è posto per due orsi, qui.
Al posto di limitarmi agli oggetti, mi scaravento direttamente sul suo letto piantandogli le ginocchia nello stomaco.
« Ragazzo, se non scendi da questo letto con le tue gambe, sarò costretto a trucidarti a colpi di bacchetta! » dichiaro sollevandola sopra alla sua testa, e prendendo a percuoterlo con energia sulla mezzaluna rossa che spunta oltre il cuscino. Lo sento distintamente insultarmi attraverso le piume e il cotone.
Credo che questa si trasformerà nell’ultima rissa dell’anno, e che distruggeremo metà dei nostri bagagli. Già.



on the train /
Sono dovuto uscire a prendere una boccata d’aria. Prima che il treno partisse, sono dovuto scendere; quello scompartimento sarebbe stato letale anche per una zitella amante delle storie spaccacuore. E io, si sa, sono già abbastanza incline alla depressione senza espormi volontariamente alle radiazioni nocive di Jillian e soci.
Non vorrei essere preso per senza cuore. E’ che ho tanti, troppi bei ricordi legati a quelli che stanno lì dentro, e mi uccide vederli in uno stato del genere. Sì, sono un orso con l’anima.
« su, ragazzo, salta in carrozza! » sbraita un omaccione con i baffi a manubrio passandomi davanti, e sventolando una mano pelosa davanti al mio petto. Non credo che ci sia qualcuno abbastanza alto da sventolarmi la mano in faccia, dopotutto.
Con un salto – goffo, sì – recupero la mia postazione all’interno del vagone, e mi dirigo verso il nostro scompartimento, tentando di non farmi abbattere da una ragazzina corvonero bionda che passa correndo a tutta birra e urlando come una fuori di testa. Mi correggo, probabilmente è fuori di testa.
Dietro di lei, Norwood e Lewis si infilano dentro alla porta della toilette, e non ci tengo ad immaginare quale sarà la loro attività in equilibrio sopra un vespasiano puzzolente.
« allora, ragazzi, qualcuno ha voglia di biscotti? » trilla Isy mentre io abbasso la testa a sufficienza da poter entrare senza sfracellarmi il cranio. Apre sulle ginocchia un fazzoletto di tela, e prende a distribuire i suoi biscottini al cioccolato agli altri, che sgranocchiano in silenzio e con gli occhi bassi.



Milo. Carlisle. Ho come l’impressione che quest’estate sarà molto, molto lunga senza di loro. Per non parlare di Isy, che si ostina a stringermi la mano anche mentre scendiamo dal treno, fingendo di non ricordare che ci saranno i suoi genitori ad aspettarla; ma soprattutto i miei, che ormai erano convinti che fossi un’asessuato. Il binario è come sempre troppo fumoso e gremito di persone, tanto che riesco a prendere fiato solo alzando il mento.
« Isabel. » pronuncio in tono perfino più tetro del solito. Abbasso lo sguardo fino ad incontrare i suoi occhioni blu, che mi sorriderebbero anche se non riuscissi a vedere la sua bocca.
« finiscila, sono solo due mesi! » trilla allungandosi sulle punte dei piedi, mentre io mi abbasso e mi lascio dare un bacio sul naso. Sembra molto più felice di quanto non lo fosse dieci minuti fa. Probabilmente è perché c’è una donna minuta e non troppo più vecchia di lei che viene verso di noi di gran carriera. « é mia sorella .. devo andare. » aggiunge mentre mi aggancia il collo con le braccia, costringendomi ad accartocciarmi in avanti per regolarmi alla sua altezza. « se domani mattina non troverò la tua prima lettera sul comodino, mi offenderò tantissimo. Sappilo. » trilla come può trillare una fata minacciosa. Un altro bacio, e scappa verso la sua famiglia, che si è materializzata e mi fissa come se fossi un alieno.
Li ignoro; mi basta vedere Milo che saluta Bum-Bum Worthington per riprendere il mio sorriso beota di ordinanza. A meno che lei non faccia saltare in aria me. Carlisle non si vede. Neppure i miei genitori, in effetti, che dopo aver ricoperto di baci e abbracci la mia ragazza sono andati a salutare il loro vecchio amico non so chi, e sono spariti nel nulla.
« Eugene! » a proposito di Carl, ecco la sua consorte che mi chiama. Credo che questa sia l’ultima volta che la vedo. « volevo dirti addio. » mi dice stringendosi nelle spalle. Bella da spezzare il cuore, diceva Carl, quando non poteva mettere le sue luride manacce su di lei. Ora glielo spezzerà davvero, ma ciò non toglie che
« mi mancherai, Jillian. » rispondo stringendomi nelle spalle. Sorride e corre verso Carl, che la conduce verso la barriera con nonna al seguito.
Riprendo il mio carrello e lo spingo verso il muro di mattoni che ci divide dalla King’s Cross Babbana. Se i miei hanno trattato male il mio pianoforte, lo scoprirò nonappena rimetterò piede a casa. Ed è meglio per loro che sia tutto a posto.












19/07/2008
commenti (1) • tag: discussioni, famiglia, amori, addii, amicizie, serpeverde, ritorni, guai, riddle, morsmordre

Gli ibridi sono sempre un problema.
Vedi i Mezzosangue, vedi Julia Versten, vedi i Centauri.
Mon Dieu, i Centauri. Esseri zoccolanti mezzi ronzini e mezzi umani con il dono della profezia, ma di certo non amici dei maghi.
Mi muovo rapido fra le sterpaglie della Foresta Proibita, sperando di non inciampare in un branco di simpatici quattrozampe. O seizampe?
Mentre resisto alla tentazione di dar fuoco al posto, intravedo una figura vestita di scuro. Una figura femminile, quindi la mia attenzione è subito calamitata.
Deirdre e Scarlett sono partite di gran carriera e a questo punto saranno già nelle loro stanze. Quindi potrebbe essere una del Fidelius [così i piccoli difensori dell’uguaglianza hanno chiamato il loro club], oppure…oppure Violet. L’ho persa di vista quasi subito.
Infatti, la mia intuizione si rivela fondata.
Violet Traviston giace priva di sensi. Mi ricorda Biancaneve. Le labbra rosse a contrasto con la pelle candida, i capelli scuri e sciolti che incorniciano un viso dai tratti dolci, quanto mai inadatti alla sua personalità.
L’abito di raso viola sembra integro, senza macchie di sangue. Un’abrasione sul braccio ed un livido sulla spalla sinistra sembrano le uniche ferite. Dopo un veloce esame, anche la testa sembra a posto. E brava McKanzie. 
Bene, devo portarla a scuola.
In linea di massima, cercherei di far levitare il corpo, ma la Foresta è troppo fitta, non c’è spazio per muoverla. Non mi resta che sollevarla fra le braccia, sperando di non fare danni.
Il suo corpo è freddo, ma il cuore, contro il mio, batte lento ma sicuro. Sembra star bene.
Odio questa sottospecie di bosco con tutto me stesso.
Dieci minuti dopo, inizio a vedere Hogwarts.
Non posso portarla dall’infermiera Mound, mi scoprirebbero.
Devo lasciarla da qualche parte. In Sala Grande, ecco. La scuola è deserta, per fortuna.
Stendo il corpo di Violet su uno dei divani, vicino all’ingresso. Le sue mani sono gelide, devo coprirla con qualcosa. Una coperta, un mantello. Qualcosa! Ma non c’è niente, neppure una tovaglia.
Alzo gli occhi al cielo, esasperato.
Ma certo.
« Accio vessillo Serpeverde! » mormoro.
Il drappo di seta verde, intessuto d’argento, ricade fra le mie braccia. È morbido, ed è l’unica cosa disponibile. Avvolgo il suo corpo nello stendardo della nostra Casa.
Fa una strana impressione, ma ora è al sicuro. Non ci vorrà molto prima che la trovino.
« Buonanotte, Vi. » sussurro, mentre mi allontano.


La scuola è sottosopra. E non mi sarei aspettato niente di meno.
A rischiare grosso sono sei persone: Edward e Violet, fra i nostri; Julia Versten, Carlisle Testa-di-Carota Hunnam, Jillian McKanzie e Audrey Salinger, nelle file avversarie.
Salinger e McKanzie si sono fatte beccare dalla mia adorabile sorellina, e pare che il prossimo anno emigreranno in terra francese, per allietare i damerini di Beauxbatons. Due belle bionde in meno ad Hogwarts, ma soprattutto due importanti membri del Fidelius che se ne vanno. Quindi il dispiacere è temperato da una certa sodisfazione.
Sto esponendo ciò che penso a Scarlett, mentre ci avviamo verso la riunione di Morsmordre.
« Dovrei dirlo a Dè, se non sapessi che è il tuo carattere e non si può fare nulla per cambiarlo. » risponde lei esasperata.
« Suvvia, sai che scherzo! »
« No, so che non scherzi, è questo il punto! » replica, senza prendermi in realtà troppo sul serio.
Poco dopo, siamo tutti riuniti di fronte a Tom Riddle. Tutti in piedi, tranne Violet che è seduta: non stava così bene come mi era sembrato. Anzi. Dolohov evita di guardarla.
« Attenzione. Violet. » inizia, invitandola a raggiungerlo. Lei si alza con difficoltà, ma i suoi passi sono fermi.
« D’ora in poi é lei quella che vi dà gli ordini. Violet Ophelia Traviston. »
Violet sembra sorpresa, se non sconvolta dalla notizia. Non se l’aspettava, e di certo non ce l’aspettavamo noi. Deirdre e Scarlett hanno subito iniziato mugugnare, Ed si è irrigidito, mentre io non posso fare a meno di pensare alla comicità della situazione. Tom che lascia il potere a Violet Traviston.
« Ti seguiranno anche in capo al mondo. Gliel’ho detto io. » aggiunge. Poi dice qualcosa che non riesco a captare.
È ovvio che la scelta del suo luogotenente non ammette ricorsi da parte di nessuno.


Esami finali!
Anche al sesto anno, non possono mancare i temutissimi finals. Per fortuna, non sono al quinto, né al settimo. Poiché nessuno sospetta del mio coinvolgimento nelle attività ludiche post-ballo, conto di prendere molte O inframezzate da E. Benton distribuisce i test, pacifico come sempre. 
« Signore, signori… avete due ore a partire da questo momento. » afferma, scrivendo l’ora di condegna sulla lavagna.
Completo il test un quarto d’ora prima della fine, e mi presento alla cattedra per consegnarlo.
« Jasper, sono sicuro che sarà un ottimo lavoro. D’altronde, se hai preso appena un po’ da tua sorella… »
Preferisco non sapere cosa c’entri mia sorella, grazie.
« Le avevo proposto una piccola sfida, al Ballo. Ha lanciato un Incanto di Barriera, che era davvero impenetrabile. »
Non mi meraviglia che abbia scelto proprio un Incanto di Barriera contro di lui. Trattengo una risata e mi congedo.
« Incantesimi era la sua seconda materia preferita, dopo Aritmanzia. »
Poi esco dalla classe, mi nascondo alla prima svolta del corridoio e rido per cinque minuti buoni.
Martine e Benton.
Povera sorellina mia!

Povera sorellina mia, un accidente.
« Jasper, non credere che non ti abbia visto. Non credere che non sappia. »
Scenario: studio del professore di Aritmanzia. Personaggi: Jasper e Martine Lewis. Argomento: attività ludiche post-ballo.
« Ti ho coperto, visto che per quest’anno hai fatto anche troppo. »
« Potevi anche risparmiartelo. »
« Un’altra parola e ti schianto. Tu sei un Lewis, chiaro? Non un McKanzie o un Salinger qualsiasi.»
« E la Traviston? E Edward? »
« Erano feriti. Tu no, dipendeva solo da non farti trovare. E mentre sono con Benton, cosa succede? Vedo te che cerchi di sgattaiolare nei sotterranei. »
« Eri con Benton?! »
« Esatto, mi ha tormentato tutta la sera. Ho dovuto baciarlo per distrarlo dal rumore dei tuoi passi. »
Oh, buon Salazar. Benton come cognato?
« Stamattina l’ho convinto che era ubriaco e si è sognato tutto. Ho detto di aver eseguito un Incanto di Barriera e l’ho convinto, non so come.»
Niente di meno. I professori, in questa scuola, se decidono di non vedere… non vedono.
« In ogni caso, Martine, non sono un idiota completo. Se ho ritardato tanto, è perché c’è stato un imprevisto. »
« Del genere? »
« Del genere: una ragazza. Ferma, non quello che pensi tu; per una volta, non ti deluderò. Ho trovato Violet Traviston ferita, e l’ho riportata a scuola. »
Martine sorride ironica.
« Certo, come non saperlo. Chi altri poteva avvolgerla nello stendardo di Serpeverde? »


Le vacanze di quest’estate si preannunciano all’insegna del carcere.
A parte le due settimane che passerò in Irlanda con i miei amici, ad affogare i miei dispiaceri nel sidro scorrazzando per i verdi prati dell’Isola di Smeraldo, passerò il tempo a casa mia, solo, sotto la sorveglianza di Martine e della servitù.
Di conseguenza non sono proprio l’immagine della felicità, mentre usciamo dall’edificio che ci ospita per nove mesi all’anno e ci avviamo verso Hogsmeade per prendere l’Espresso.
I miei compagni di casa sono più allegri.
Deirdre, Edward e Scarlett discutono animatamente sull’estate e sull’organizzazione delle vacanze. Le gemelle Blackster cinguettano di un eventuale crociera in Sudamerica. Jefferson Lennard saluta la scuola per l’ultima volta, così come Lenore Swart. Tom Riddle, come sempre, ha un’espressione imperturbabile e osserva con occhi scintillanti il grande castello gotico.
Mi avvicino a lui.
« Ti mancherà? » gli chiedo.
« Alcune cose, sì. Ma non poi così tanto. » risponde, tranquillo. Poi volge le spalle ad Hogwarts, e si incammina con gli altri.

Stiamo entrando a Londra, lo intuisco dai sobborghi e dalle macerie. Maledetti babbani, maledette guerre babbane.
Con una frenata quasi dolce, il treno si ferma al binario 9 e ¾. Ci avviamo ad uscire, ognuno stretto al suo baule.
Martine mi fa segno di raggiungerla appena guadagnata la pensilina, ma non è semplice con quest’orda di studenti ansiosi di tornare a casa per le vacanze.
Dopo aver tolto di mezzo [solo con uno spintone] un Tassorosso che mi bloccava la strada, scendo i gradini e respiro l’aria londinese. Saluto i miei amici: ci rivedremo il 1 Agosto, a casa Lywelyn.
Lascio Dè con un bacio appassionato che spero le basti per almeno un mese. A giudicare dal rossore sul suo viso, è molto probabile.

Notturn Alley è brulicante di vita come non mai.
Prima di tornare a casa, Martine deve fare qualche acquisto.
« Pensavo a un regalo per papà, cosa ne dici? » mi chiede, mentre entriamo in uno dei negozi alla nostra destra.
« Ad esempio? »
Non conosco bene mio padre. Vivo con lui da sempre, a parte le parentesi di Hogwarts, eppure abbiamo l’incredibile capacità di non incontrarci mai pur vivendo sotto lo stesso tetto.
« Signori Lewis! Ben arrivati! »
Mandragorus Mulligan scodinzola di fronte a noi come un cane.
C’è qualcosa di più disgustoso di un mago servile? Forse un Sanguesporco servile.
Una mezzora dopo, usciamo con diversi pacchetti. Il regalo per papà non rischia certo di soffrire di solitudine.
Mentre camminiamo, tutti i maghi sopra i 12 anni e sotto i 120 guardano mia sorella come se volessero spogliarla. Ci sono abituato, ma… ehi, è mia sorella, un po’ di rispetto.
Il nostro ingresso in una bettola di infima classe è salutato con una serie di fischi di apprezzamento dagli avventori presenti, tutti uomini. Buon Salazar, alcuni sono rivolti a me.
Una manciata di Metropolvere nel caminetto più vicino et voilà, siamo nella nostra casa di campagna, vicino a Scarborough, la zona da cui proviene la mia famiglia.

Arriviamo nella sala da pranzo, illuminata dalla luce calda del tardo pomeriggio. Mio padre, William Lewis, per una volta non sta lavorando, bensì legge, seduto su una poltrona. Alle sue spalle, un ritratto ad olio di mia madre, Christine, in abito da sera e pelliccia.
Martine lo saluta con un bacio sulla fronte, e corre in camera a rinfrescarsi. Io resto in nella stanza, aspettando che la tempesta mi travolga.
Osservo l’uomo di fronte a me.
È bello, sì. Lo devo riconoscere, è più bello di me. Non ci somigliamo molto, neppure nei colori. Sean aveva preso da lui. Entrambi castani, la pelle piuttosto scura e con un fisico solido. Martine ed io siamo simili ai Chamberlain, la famiglia di mia madre. Biondi, di carnagione chiara e longilinei.
Mio padre non dice una parola per qualche minuto, ma pare continuare a leggere senza accorgersi della mia presenza. So bene che è una tattica, per far salire la tensione.
« Jasper. »
« Sì, signore. »
Non mi è permesso chiamarlo “papà”. Non è decoroso. Né in pubblico, né in privato.
« Sono molto deluso dalla tua mancanza di intelligenza. »
Pausa.
« Non pretendo che tu diventi un genio matematico o qualcosa di altrettanto improbabile. »
Pausa.
« Ma il tuo comportamento dev’essere irreprensibile. È chiaro? »
L’unica azione che mi è concessa è annuire. E infatti annuisco.
« Con ciò non voglio dire che tu non possa divertirti. Tuttavia, un conto è una scappatella notturna fuori dal coprifuoco. Un conto è un duello nella Foresta Proibita. Anzi, uno scontro con feriti gravi. »
A capo chino, azzardo una risposta, cercando di usare un tono impersonale.
« Nessuno mi ha scoperto. Mi ha visto solo Martine. »
« Martine non è “nessuno”. Se ti avesse visto Benton? Non nego di avere rapporti cordiali con lui, ma di certo non avrebbe potuto chiudere entrambi gli occhi. Ringrazia tua sorella. »
Chiude il libro di scatto.
« Jasper, tu sei il mio figlio maschio. L’unico che mi è rimasto. »
L’ombra di Sean tocca ogni nostra conversazione. È sempre stato così, anche quando era vivo. Era la pietra di paragone, e lo è rimasto tuttora.
« Martine ha deciso di dedicarsi all’insegnamento. Perfetto, un lavoro adatto ad una donna. Il prossimo anno sarà ancora ad Hogwarts, assumerà stabilmente la cattedra di Aritmanzia. »
Fa un respiro profondo, poi si alza e versa del brandy in due bicchieri. Si avvicina e me ne porge uno.
« Jasper, ti rivelerò un segreto. Ne sono a conoscenza solo i miei più stretti collaboratori, oltre a me. »
Alzo gli occhi e accenno un sì.
« Puoi fidarti di me. » gli garantisco.
« Mi hanno offerto la candidatura alle elezioni del prossimo anno, a novembre. Come Ministro della Magia. »
Beve un sorso di liquore, fissandomi con i suoi occhi scuri.
« Non tollererò nulla e nessuno che possa intralciarmi. È chiaro? »
Stringo il bicchiere nella mia mano.
Mio padre è l’unica persona che riesce a terrorizzarmi solo con uno sguardo.
Nonostante questo, il mio rispetto e la mia fedeltà verso di lui sono incrollabili.
Alzo il bicchiere.
« Al futuro Ministro della Magia. » brindo, sottovoce.

 

 













18/07/2008
commenti (4) • tag: ricordi, vacanze, famiglia, amori, malinconia, dolore, speranze, addii, amicizie, grifondoro, corvonero, tassorosso, fidelius

Foresta Proibita.
Tutto quello che sento, adesso, è il mio respiro affannato.
Fino a trenta secondi fa facevo fatica a distinguere una voce dall’altra, e adesso sono persa in un oceano di silenzio. E’ quasi soffocante, sembra che le ombre si siano alzate dal terreno, gonfiandosi e dilatandosi fino ad inglobare qualsiasi cosa attorno a loro.
Mi faccio strada, affidandomi alla bacchetta che indica costantemente il nord, attraverso una fitta selva di biancospini che mi graffiano le gambe nude, strappando la seta non più immacolata dell’abito.
Se ne esco viva, la nonna mi ucciderà.
E se non lo farà lei, ci penserà la mamma.
Sento gli occhi bruciarmi, mentre mi arrampico oltre un masso che mi sbarra la strada. Ma chi me l’ha fatto fare? Voglio dire, sono una persona pacifica, io. Non ho mai dato problemi a nessuno, sono sempre stata una brava ragazza, studentessa brillante, figlia modello. Cosa ci faccio nel cuore della Foresta Proibita, senza avere la più pallida idea di come uscirne?
Il panico mi monta dentro, mentre un crack sordo alle mie spalle mi fa strillare per la paura. Mi rannicchio alle spalle della roccia, facendomi piccola piccola. Non è questo il momento di farsi prendere dal panico. Decisamente non è questo. Respiro a fondo, cercando di tranquillizzarmi.
La voce della nonna mi rimbomba nelle orecchie, stridula e irritata.
«Sei una McKanzie, per Diana! Non una mammalucca qualunque. Sei figlia di generazioni di grandi streghe e duellanti formidabili, non sarà certo un ammasso di alberi a fermarti!»
No, certo che no. Gli alberi forse non mi fermeranno, ma le creature che nascondo forse si!
Ma nessuno ribatte, questa volta, la voce si è spenta. Vorrei bene vedere.
Mi rialzo in piedi, scacciando l’ipotesi di essere impazzita completamente per aver accarezzato l’idea di parlare a una voce nella mia testa e stringo forte la bacchetta. Certo, se il mio fantastico albero genealogico potesse in questo momento accorrere il mio aiuto, non mi offenderei di certo.
Il crack si ripete, questa volta più deciso.
Trattengo il respiro, evocando silenziosamente un incantesimo di protezione che possa riflettere qualsiasi attacco magico e non. La magia brilla fioca, una sfera azzurrina che mi avvolge in un abbraccio confortante. Ma c’è ben poco di cui confortarsi, perché il crack si è trasformato in un leggero ansimare dietro il masso, in passi affannosi e frusciar di stoffa. Ho il cinquanta percento delle possibilità che sia un membro del Fidelius e altrettante che non lo sia. Posso aspettare che mi sorprenda qui, a tremare come un cucciolo spaventato, o recuperare tutto il coraggio che ho perso nel giro di un istante, quando un branco di centauri mi ha quasi ridotta a marmellata sbucando fuori dal nulla. Inspiro a fondo, facendo appello a tutta la forza che mi è rimasta per inginocchiarmi e sbirciare oltre la roccia: non vedo nulla, a parte una sagoma che si avventura furtiva tra i rovi dei biancospini. Un raggio di luna illumina una gonna color cipria e un boccolo biondo.
Il sollievo mi invade a ondate, mentre mi rialzo.
«Audrey» la chiamo, piano, per non spaventarla. La barriera si dissolve, dolcemente, non trovando più ragione d’esistere.
«Jill!» sobbalza lei. E’ pallida, un po’ sbattuta, ma sembra star bene. Per lo meno si regge ancora sulle gambe e non mi sembra ci siamo ustioni, bolle o piaghe. Mi avvicino a lei, stando attenta a non fare troppo rumore, e le getto le braccia al collo. Sorpresa, ricambia brevemente la stretta, prima di scostarsi, continuando a tenere le mie mani.
«Hai visto qualcuno?» chiede, nervosa, gettando continue occhiate alle sue spalle «Carlisle, Georgiana?»
Scuoto il capo, lo stomaco chiuso dalla paura.
«Nessuno. Stavo inseguendo la Traviston quando i centuari sono arrivati. Non ho più visto nessuno, da allora, sono scappati tutti» rabbrividisco all’idea. Lei annuisce brevemente.
«Tanto meglio» commenta, pragmatica «Con un po’ di fortuna ci hanno liberato la strada da eventuali professori e ficcanaso. Vieni, c’è bisogno d’aiuto»
Senza aggiungere altro, mi guida tra gli alberi senza lasciar andare la mano. Non consulta la bacchetta, non cammina alla cieca. Stiamo andando in un punto ben preciso. Da qualcuno.
Con un nodo in gola la seguo, stringendo forte la bacchetta e la sua mano, fino ad una radura isolata, costeggiata da un piccolo rigagnolo d’acqua accanto al quale giace Julia, immobile.
«E’ solo schiantata» mi precede il mio biondo angelo custode, mentre Sebastian sbuca da dietro un cespuglio, zoppicando vistosamente. Ci lancia un’occhiata sollevata, il volto esangue illuminato dalla scarsa luce. Un taglio gli corre lungo lo zigomo destro, ma non sembra sanguinare. Lascio la mano di Audrey, correndogli incontro.
«Fermo, non ti muovere» gli intimo «Fammi dare un’occhiata»
«Da quando in qua sei Medimago?» domanda stancamente, sedendosi con la schiena contro la corteccia di un albero.
«Devo ricordarti chi sono i miei genitori?» ribatto sottovoce, controllando il taglio per poi passare alla gamba «Però hai ragione, non sono un Medimago. Per questa non posso fare nulla, dovrai fare un salto in Infermeria. Lei come sta?»
«Si rimetterà» interviene Audrey «Sperando sia solo stata schiantata e non ci sia altro. Domani avrà un gran mal di testa, ecco tutto. Ora però dobbiamo portarla via da qui»
Si, ma come?

***

Infermeria.
Il viso della Mound è indecifrabile.
E’ china su Julia, che ora è stesa su un lettino, i capelli scuri sparsi attorno al volto pallido come un’aureola corvina, e la sta esaminando in silenzio. E’ palese che non è l’unica paziente che ha avuto nel corso della notte, miliardi di piccole rughe preoccupate le increspano la fronte, solitamente liscia e spianata; più di una brandina è nascosta da divisori accuratamente tirati, ma non si sente volare una mosca. La luce che illumina lo stanzone è fredda, metallica, tipica delle ore che precedono l’alba. L’aria non è fredda, ma continuo a tremare come se fossi rimasta per ore sotto la neve, è quasi imbarazzante, sento i miei denti battere violentemente al punto che persino la Mound si volta a scrutarmi, pensierosa. Mi punta un fascio di luce negli occhi, per poi decretare.
«E’ lo shock» si interrompe, spostando lo sguardo da alla mia amica «Non so cosa sia successo, stanotte, e non lo voglio nemmeno sapere, ma avete rischiato grosso. Se Armando sapesse cosa combinano i suoi studenti…» scuote il capo, sospirando. Nessuna di noi due osa respirare, mentre torna ad esaminarmi la faccia.
«Via, voi due state bene» indica me e Audrey, con un gesto stanco «Andate alla Torre e restateci, una bella dormita e domani starete di nuovo bene»
Non replichiamo, limitandoci a spostare contemporaneamente lo sguardo su Julia.
«Starà bene. Sarà nei guai, ma starà bene» fa schioccare la lingua contro il palato, spingendoci via. L’ultima cosa che riesco a vedere, prima che la porta si chiuda alle nostre spalle, è la chioma rossa dell’Infermiera che ci ha regalato la possibilità di scampare alle ire di Dippet e dei nostri genitori.

***

Ma ci pensa qualcun altro a bruciare la nostra chance, quando svoltiamo l’angolo per arrivare alle scale che portano alla Torre. La scuola è immobile, soffocata da una cappa di silenzio opprimente che non permette nemmeno al fioco russare dei quadri di scalfirne la superficie. Forse hanno incantato i saloni. Forse è solo lo shock che mi rende sorda, perché quando Martine Lewis ci compare davanti, in tutto il suo malvagio splendore, mi rendo conto che indossa ancora i tacchi vertiginosi che aveva al ballo e io non ho sentito nemmeno il più debole ticchettio. Mi sfugge un leggero gemito, Audrey singhiozza. La Lewis sorride dolcemente, gli occhi chiarissimi illuminati da un luccichio pericoloso. Per quanto sia innegabilmente bella, non posso fare a meno di trovarla mostruosa mentre ci viene incontro, avvolta nel suo meraviglioso abito da sera.
«Cosa abbiamo qui?» cantilena, inclinando leggermente il capo di lato «Due uccellini sperduti, forse?»
Le dita di Audrey mi stritolano la mano, esattamente come le mie stanno facendo alla sua. Nessuna delle due fiata.
«McKanzie» mi chiama, costringendomi a guardarla «Cosa ci fai qui, nel cuore della notte?»
«Torno alla Torre» ribatto, cercando di dominare la paura che fa sembrare le mie parole un pigolio tremulo.
«Le tue compagne di casa ci hanno fatto ritorno molte ore fa» commenta, fingendosi perplessa e picchiettandosi le labbra con le dita «Ti sei trattenuta con Salinger?» l’odioso sguardo smeraldino scivola su di Audrey, che automaticamente arretra di un passo.
«Siamo… siamo andate in cucina, alla fine del Ballo» mente, spudoratamente «Avevamo fame e non ci siamo rese conto del tempo che passava. Sa, gli elfi sono creature amabili ed estremamente servizievoli, non abbiamo resistito a una razza di cioccolata con dei biscotti.»
Ti prego credici. Ti prego, dimostra che sei solo una povera oca credulona e lasciaci andare.
E’ stupido sperare in una cosa del genere. Stupido e piuttosto ingenuo, da parte mia.
Soppesa le parole di Audrey, in silenzio, probabilmente chiedendosi per quanto tempo ancora torturarci prima di portarci da Dippet.
«E sei scalza solo perché i piedi ti facevano male, non è vero McKanzie?» indaga, sorridendo angelica. Annuisco, senza riuscire ad aprir bocca.
«D’accordo, capisco» sospira appena, facendosi da parte. Audrey trattiene il respiro. Non è possibile che ci vada tutto così liscio. No, non possiamo essere così fortunate.
«Strano però» riprende dopo qualche attimo.
Ecco, lo sapevo.
«Cosa, professoressa?» la voce di Audrey trema, ma è abbastanza salda da permetterle di formulare una frase coerente senza balbettare. Io non so se ne sarei capace.
«Non mi risulta che si debba attraversare la Foresta, per giungere in cucina» commenta, la voce che diventa parola dopo parola sempre più fredda e pungente, mentre la consapevolezza mi gonfia il cuore di paura. Lei sa. Lei ha sempre saputo. Le sa tutto e sta giocando al gatto e al topo, prendendoci in giro.
Chino il capo, mentre lei alza gli occhi dai nostri piedi sporchi di fango e dagli abiti stracciati, facendoci segno di seguirla.
«Sono sicura che il Professor Dippet sarà curioso quanto me di sapere cosa vi è successo mentre andavate a fare uno spuntino di mezzanotte.»

***

Presidenza, qualche ora dopo.
«Non è ammissibile» continua a borbottare il preside, percorrendo in su e in giù l’ufficio con addosso una ridicola vestaglia di velluto rosso, un cappellino di lana con tanto di pon-pon in testa e ciabatte ai piedi «Non è assolutamente ammissibile una cosa del genere!» sbotta, guardando me e Audrey.
Siamo qui da ore. Il sole sta sorgendo, lo vedo sbucare all’orizzonte, sopra il lago, allungando timidamente i suoi raggi dorati verso il prato davanti all’ingresso. Siamo qui da ore e la situazione è sempre la stessa.
Che siamo nei guai, l’abbiamo capito.
Che chiameranno le nostre famiglie, l’abbiamo capito.
Che prenderanno seri provvedimenti, l’abbiamo capito.
La testa mi ciondola sulle spalle, inizio a far fatica a tenere gli occhi aperti. Audrey, al mio fianco, sbadiglia sempre più frequentemente. L’adrenalina si è consumata e ha bruciato tutta la nostra energia, lasciandoci completamente vuote e in balia della nostra stanchezza, della nostra paura, della nostra fragilità. Vorrei piangere, alzarmi e urlare che basta, lo sappiamo! Non siamo due idiote, ma a cosa serve tenerci in piedi a questo punto? Non arriverà nessuno prima di domani pomeriggio, a meno che non si faccia ricorso alla Metropolvere e non sono nemmeno sicura si possa utilizzare all’interno della scuola. E che comunque non consiglio a nessuno di svegliare la nonna all’alba, la reazione potrebbe essere alquanto violenta.
Eppure, mi limito a fissare il vuoto, riuscendo a cogliere una parola su tre. Dippet sta ancora blaterando su quanto sia scandaloso l’accaduto –per senza sapere cosa sia effettivamente successo-, quando chiudo gli occhi e crollo addosso a Audrey.

***

Infermeria, qualche ora dopo.
«Come ho fatto a dimenticarmi di Carlisle?» domando a Audrey per l’ennesima volta, angosciata, mentre corriamo verso l’Infermeria. Non abbiamo fatto in tempo ad entrare in camera e a farci un bagno, che subito siamo uscite di corsa, indossando la prima cosa che ci è capitata a tiro. Non mi stupirei affatto se indossassi i pantaloni del pigiama e la camicia della divisa. Quando la Mound ci apre la porta, però, non sembra affatto sorpresa di vederci.
«McKanzie, Salinger» ci saluta, sospirando. Occhiaie scure le cerchiano gli occhi, si vede che nemmeno lei ha avuto tempo di dormire stanotte.
Audrey, al mio fianco, è subito raggiunta da Peter, che la stringe in abbraccio protettivo. Sento gli occhi pizzicare, mentre cerco Carlisle, inutilmente.
La Mound, probabilmente impietosita dalla maschera di terrore che mi ha paralizzato il volto, mi prende gentilmente per un braccio e mi guida verso un angolo dello stanzone, dove intravedo la chioma fulva del mio Tasso, in netto contrasto con la federa immacolato del cuscino.
L’infermiera sparisce, mentre mi trascino stancamente fino ai bordi del letto e li cado sulle ginocchia, gli occhi ora definitivamente gonfi di lacrime; faccio per parlare ma un singhiozzo me lo impedisce.
«..mi spiace» biascio alla fine, accarezzandogli la fronte.
È così bello, in questo momento, che mi si stringe il cuore; sembra così fragile che ho quasi paura di sfiorarlo. Ritraggo la mano, incrociando le braccia sul materasso e affondandovi in mezzo la faccia. Vorrei solo che aprisse gli occhi e ridesse, come sempre, prendendomi in giro.
«Pulcino, piangi?»
La voce è la sua. Flebile, roca e impastata, ma la riconoscerei tra mille al mondo. Mi sollevo di scatto, strofinandomi gli occhi con la manica del maglione.
«No, certo che no» esclamo.
«Pessima bugiarda, amore» mi rimprovera, aprendo gli occhi. E’ sofferente, ma riesce nonostante tutto ad abbozzare un sorriso. Di nuovo, mi viene da piangere.
«Ehi, ehi!» mi rassicura «Va tutto bene! Non piangere, non..»
«E’ che mi dispiace!» sussurro, guardandolo tra le lacrima «Mi dispiace tantissimo, io avrei.. avrei dovuto stare attenta.. anche.. anche a te e..»
«Jillian, non dirlo nemmeno per scherzo» sembra sconvolto «Ha già del miracoloso che siamo usciti dalla foresta più o meno illesi» fa una smorfia, mentre cerca di mettersi a sedere ignorando le mie proteste «Perché stai bene, non è vero?» indaga, improvvisamente angosciato, scrutandomi il volto.
Scuoto il capo, senza riuscire a trattenere un sorriso. Il primo, dopo moltissimo tempo.
«Tutto a posto» mi allungo, baciandogli la fronte. Fa una smorfietta, un po’ di colore gli riscalda le guance.
«Sono stato una pessima ombra» commenta cupo, stringendomi una mano.
«Sono stato peggio io» una smorfia, e non sono sicura stia facendo dell’ironia «Ma vedo che non ne ho bisogno. Prima che mi addormentassi, hanno portato la Traviston, mezza morta, avvolta nello stendardo di Serpeverde. Una scena che avrebbe commosso anche Tu-sai-chi.» rotea gli occhi, senza curarsi di celare il disgusto. Non ce ne è bisogno, a questo punto, le carte sono state svelate e non c’è motivo di far finta che in questa scuola tutti vadano d’amore e d’accordo «Dovevi essere veramente arrabbiata, per averla ridotta in quello stato»
«Oh» commento, sorpresa «Veramente non credo di essere stata io, mi spiace deluderti. L’ho persa di vista, dopo un po’, mentre correvamo tra gli alberi. Sarà stata Georgiana, non lo so» scuoto il capo. Per quanto la Velenosa per eccellenza possa starmi antipatica, non credo che sarei riuscita a ridurla in fin di vita.
Annuisce, pensieroso. Poi, un lampo gli attraversa lo sguardo e la sua mano si stringe con forza attorno alla mia, fino a farmi male.
«Julia?» chiede con un filo di voce. Poche volte in vita mia ho visto una persona così tanto preoccupata per qualcuno. Se non fosse che è perfettamente comprensibile in questa situazione, potrei persino essere gelosa. Ma è Carlisle. E’ il mio, Carlisle, e ha un cuore grande al punto da voler bene a persone che conosce da poco e a cui è vincolato da un legame che avrebbe potuto evitare facilmente, se davvero avesse voluto. Ma non l’ha fatto, e ora il non sapere lo divora. Chi sono io per lasciare che la tortura non finisca. Chiudo gli occhi un attimo, stringendo forte la sua mano. Poi, inizio a parlare. Raccontandogli tutto quello che so.

Con la promessa da parte sua di riposare e non azzardarsi ad attraversare il castello per uccidere Riddle e la sua cricca seduta stante, lascio Carlisle a quello che spero sia un sonno senza sogni. Audrey sta tornando verso Peter, Aedan e Georgiana, tutti e tre pallidi e provati da quella che deve essere stata una notte infernale. La mia Caposcuola si tormenta le dita magre, senza però aprir bocca, limitandosi a sgranare gli occhi quando la bionda boccolona annuncia che abbiamo il permesso di vedere Julia.
«Carlisle vuole sapere come sta Julia» annuncio. La mia amica tira un sospiro di sollievo: se vuole sapere come sta lei, allora non è in una situazione così grave. Aedan, però, non è d’accordo. Protesta, ma debolmente. Stanco, anche lui, guarda me e la mia amica con stupore, nel sentire che siamo state noi a riportare la sua bella al castello. Poi, fa l’ultima cosa che ci aspettavamo da un principe del ghiaccio come lui: ci abbraccia, ringraziandoci.
Sento gli occhi pizzicare e mi affretto a seguire le due figure sfuocate davanti a me fino al letto di Julia. Bella e fiera anche nella caduta, la Grifona soffre, il volto pallido ricoperto da minuscole goccioline di sudore. Georgiana si morde le labbra, chinandosi su di lei per posarle una pezza sulla fronte, ma si ritrae quasi di scatto, irrigidendosi all’improvviso quando Julia schiude le labbra per mormorare qualcosa che non riesco a cogliere. 
«Nel delirio, mi scambia per sua madre. L’infermiera ha detto che la febbre è molto alta, ma entro domani dovrebbe scendere. In un paio di giorni dovrebbe iniziare a riprendersi.»
Guardo Audrey di sottecchi, mentre ci avviciniamo al letto: è calma, non da segno di emozioni, ma potrei giurare che sotto la superficie ribolle un mare in subbuglio.
«Ida..» sussurra Julia.
Non posso fare a meno di rabbrividire, cercando la mano della mia amica che, prontamente, restituisce la stretta.
E’ straziante, non posso tollerarlo un minuto di più. Audrey mi cinge la vita con un braccio, sussurrandomi che si rimetterà presto e andrà tutto bene. Guardo Georgiana, sottile e indistruttibile accanto alla sua amica, e mi chiedo cosa avrei fatto io se ci fosse stata la ragazza al mio fianco in quel letto.
Quando facciamo ritorno nella Torre, non ho ancora trovato una risposta.

***

Cortile interno, la mattina dopo.
Il viso della nonna è una maschera di rughe e severità.
Come al solito, la mamma e il papà non hanno potuto lasciare il San Mungo –pare che ci sia stato del rumore attorno al padre di Eveline Sanders, la principessa caduta delle onorevoli Serpi- e adesso sono sola a sopportare il suo sguardo glaciale e il suo silenzio carico di rimprovero.
McKanzie e Salinger sono stati i primi cognomi convocati sulla lista di Dippet, le prime vittime degli alti ranghi scolastici. Ho come il sospetto, però, che ai colloqui della Traviston, Norwood, Lywelyn e Jasper (ammesso ci sia, un colloquio per loro) non ci sarà l’amabile presenza di Martine Lewis a testimoniare come due studentesse di Corvonero si aggirassero per il castello ben dopo il coprifuoco in atteggiamenti sospetti e con gli abiti laceri. E con un macete sporco di sangue tra i denti, giusto per rendere più piccante la storia e più pesante la punizione.
Non ho idea di cosa sia stato detto, la dentro. Non ho idea di quanto grande fosse la spada di Damocle sul nostro capo, questa mattina, quando si sono riuniti per discutere del nostro immediato futuro.
Ho passato la mattina a consumare il pavimento della Biblioteca, facendo finta di studiare per gli esami. Audrey è scomparsa con Peter dopo la prima mezz’ora passata a sfogliare libri a vuoto e non l’ho più vista da allora, fino a quando una terrorizzatissima bimba che mi sembra faccia parte del Carlisle fan-club non è venuta a dirmi che “una signora mi aspettava fuori, nel cortile”.
Ed eccomi qua, in attesa di conoscere il verdetto della giuria.
«Jillian» esordisce alla fine, guardandomi con severità. Nulla, nel suo volto, lascia presagire a qualcosa di buono.
L’imputata Jillian McKanzie si alzi, prego.
Non rispondo, abbassando lo sguardo. Non mi lasciano fare gli esami. Sono stata espulsa in tronco, senza preavviso, senza possibilità di appello e di ripensamenti. Lo sapevo, lo sapevo.
«Jillian, mi auguro con tutto il cuore che tu abbia trovato il tempo per studiare, tra un’incursione nella foresta e l’altra» prosegue «Perché se la tua media non rasenterà l’eccellenza allora temo che questa sia stata una mattina ufficialmente persa.»
Alzo gli occhi, sentendo il sangue pulsare più forte. Non mi espellono. Posso fare gli esami.
«Ed è chiaro che avrai un richiamo ufficiale e che l’accaduto avrà relativa risonanza nel tuo avvenire, ma…»
Smetto di ascoltarla, in preda ad un’ondata di euforia. Già mi vedo tra qualche settimana a ridere di quanto è accaduto con tutti quanti, davanti ad una coppa di gelato da Florian. Io, Carlisle (perché figuriamoci se lo espellono, è una delle glorie della scuola), Milo, Eugene, Georgie e Julia, Audrey.. Audrey.
«E Audrey?» la interrompo, senza rendermene conto. Mi guarda irritata per un attimo, prima di riprendere a parlare.
«Come stavo dicendo, sia tu che la tua amica affronterete tutto questo assieme. Con un po’ di fortuna sarete nuovamente nella stessa Casa e…»
«Che sciocchezza nonna, certo che saremo assieme! Lo Smistamento c’è solo al primo anno»
«Ma si può sapere dove hai la testa, Jillian?» sbotta, stizzita «A Beauxbatons sarete smistate, esattamente come accade a tutti gli studenti che vi accedono per la prima volta. Ma tu guarda, non ascolta nemmeno, sua madre mi sentirà..»
Io, da parte mia, non la sento più. C’è una sola, enorme parola, che mi rimbomba nella testa.
Beauxbatons.
Ha il suono di una condanna.
Ha il suono dell’esilio.

***

Infermeria, una settimana dopo.
«Sicuro di aver preso tutto?» domando per l’ennesima volta a Carlisle, che sbuffa.
«Jill, tesoro, si!» ride «E anche se avessi dimenticato qualcosa, posso sempre tornare a prendermela quando voglio»
«Tu non metterai piede qui dentro per un bel po’» ringhio, senza riuscire ad essere veramente minacciosa. Ma il succo è chiaro: il mio ragazzo non deve più rimettere piede in infermeria, né da sano né tanto meno da malato. Non esiste proprio. Milo sghignazza, in piedi accanto ad Eugene che fischietta, perso nel suo mondo di pentagrammi e tonalità.
Dopo una settimana di degenza, Carlisle torna a piede libero. Le ustioni sul petto, che tanto avevano fatto preoccupato la Mound, se ne sono completamente andate, senza lasciare nemmeno una cicatrice, e non c’è più motivo per cui il mio ragazzo debba rimanere in isolamento.
Guardo con un sorriso l’enorme striscione che Milo sta facendo arrotolare con delicati colpi di bacchetta, segno di tutto l’amore e tutto il sostegno del Carlisle fan-club, e i mazzi di fiori che costellavano il suo comodino, ricoperto di biscotti e dolci sgraffignati in cucina. Il biondo orso dall’ugola d’oro li raccoglie goffamente, senza nemmeno provare a sfiorare la bacchetta, e precede i suoi due compari in corridoio, subito seguito da Milo.
«Allora, vieni?» domanda il moro, con un abbagliante sorriso.
Tutto questo mi mancherà, da morire.
Sospiro.
«Jill, tesoro» esclama, cogliendo la mia tristezza. Mi si avvicina, intrappolandomi in un abbraccio appassionato «Se bruci d’amore per me al punto da sospirare per un sorriso, molla subito questo damerino pel di carota e fuggi con me!»
«Giù le zampe» ringhia Carlisle «Tieni giù le tue manacce dalla mia ragazza»
«Altrimenti che mi fai?»
«Lo stesso che ho fatto a Norwood»
«Oh si, ti prego!» geme lui «Anche io voglio una scusa per fare gli esami in privato, tra un mese!»
«Vi muovete, voi due?» si lamenta Eugene, facendo spuntare la sua testona bionda dalla porta.
«Si, si, arriviamo!» riprende il rosso «Devo solo uccidere questo idiota qui»
«Carl, vecchio mio. Se non fosse che sei convalescente ti avrei già steso da un pezzo»
«Ti piacerebbe, Ashmore, ammettilo»
Oltrepassano la soglia, battibeccando allegramente. Rimango qualche passo indietro a guardarli: uno biondo, uno rosso e uno moro. Le tre persone più diverse di questo mondo, che però si sono trovate e sono ora inseparabili. Come fratelli, hanno condiviso ogni cosa, ogni gioia, ogni dolore, ogni sogno, ogni speranza. Come fratelli.
Li guardo mentre camminano felici, a tratti accennando un salto, a tratti voltandosi per guardarsi in faccia.
E io non sarò più con loro.
Il pensiero mi folgora, paralizzandomi completamente. Immobile, chiudo gli occhi, lasciando che una più profonda percezione della realtà prenda possesso di me: i rumori, i profumi. La pietra dura sotto i piedi, il cinguettare degli uccellini nell’aria quasi estiva, le risate dei ragazzi davanti a me, una porta che scricchiola, lo strillo di tre ragazzine del primo anno.
La triade di Tassorosso è tornata per calcare ancora i corridoi della scuola.
Io lo faccio in questi giorni per l’ultima volta.

***

31 giugno 1944, King’s Cross –Londra.
Isabel sbadiglia, sonoramente, accoccolata addosso a Eugene che, rosso d’imbarazzo, non riesce a smettere di toccarle i capelli.
«Odio questo viaggio» protesta lei, roteando gli occhi «Non finisce mai»
«Siamo quasi arrivati, invece» commenta Milo, la voce velata da un’impercettibile tristezza. Carlisle mi stringe più forte e io mi giro, affondando il volto nell’incavo del suo collo. Inspiro a fondo, riempiendomi del suo profumo e del suo calore. Giuro che non avrei mai voluto che finisse così. MAI.
La periferia semi-distrutta di Londra sfreccia fuori dal finestrino, senza nasconderci gli orrori che il mondo babbano ha scatenato sul pianeta, orrori a cui noi davamo relativa importanza, protetti nella nostra gabbia dorata.
Sento il mio ragazzo sospirare, man mano che il treno inizia a perdere velocità.
«Va tutto bene?» mi chiede, sottovoce. Annuisco, ma un nodo alla gola mi impedisce di parlare. Chipie miagola, dalla sua bella cesta di vimini; un incantesimo particolarmente difficile le impedisce di uscirne.
Ho come l’impressione di trovarmi a mille miglia di distanza, in un luogo al di fuori del tempo e dello spazio. Attorno a me ci sono montagne di ricordi che si accavallano, prepotenti, e la netta sensazione di essere arrivata ad un punto di svolta. Al secondo anno, tornando a casa a fine anno, ho passato buona parte del viaggio a tormentare Isabel chiedendole cosa provasse uno studente all’ultimo anno al suo ultimo viaggio di ritorno da Hogwarts. All’epoca ero perdutamente innamorata di un ragazzo del settimo, il Capitano della Squadra di Quidditch di Corvonero. Non era bellissimo, ma aveva qualcosa che mi impediva di non pensare a lui. Chissà, forse era il presentimento che probabilmente non lo avrei mai più rivisto a renderlo così assolutamente speciale ai miei occhi, perché adesso non c’è dettaglio che non lo sia. Il sole che bacia i capelli di Isabel, il broncio imbarazzato di Eugene e la melodia che canticchia sottovoce, la camicia con le maniche rimboccate di Milo, la pila di libri di Audrey, la sciarpa che Peter ha dimenticato di infilare nel baule e che se ne sta abbandonato sul sedile.
Carlisle.
Le sue mani, che scivolano lungo la mia schiena e rimangono imprigionate tra i miei capelli, quel suo modo assolutamente unico di sollevarmi il volto premendo sul mento, con la punta delle dita, per poi rubarmi un bacio.
Il treno si ferma, con un sincronismo terrificante, nell’esatto istante in cui le nostre labbra si separano. Il chiasso nel corridoio esplode vivacemente, attorno a me un turbinio di piume, baule che lievitano e i lamenti di Eugene, che probabilmente è andato a sbattere contro il portabagagli o qualcosa del genere. Nel giro di un attimo, lo scompartimento è vuoto.
Ci siamo solo io e lui; io ho ancora gli occhi chiusi. Carlisle si alza, sono sicura che sta prendendo anche il mio baule.
«Jill..?»
«Un secondo» lo prego «Un secondo e arrivo»
«Ci vediamo giù»
Annuisco, mentre se ne va. Solo io, adesso.
Lame di luce trapassano i sedili di velluto color porpora, facendo danzare granelli di polvere attorno a me; nuvole di vapore piroettano fuori dai finestrini, simili a montagne di zucchero filato e panna montana.
Adesso mi alzo.
Prendo Chipie tra le braccia e faccio scivolare di lato la porta, esco in corridoio e scendo dal treno.
Per l’ultima volta.
C’è la nonna, che aspetta. Con il vestito buono e la sua espressione più severa, quella da portare abbinata alle perle che il nonno le ha regalato per il ventesimo anniversario di matrimonio.
La raggiungo, le do un bacio sulla guancia. Lei brontola qualcosa, poi Audrey, sorella e compagna di sventure, mi raggiunge con il suo caldo sorriso, che ricambio. Un attimo ancora e c’è pure Carlisle, che si trascina dietro un carrello con sopra i nostri bauli. Saluto Audrey, promettendole di scriverle non appena arrivo a casa, poi mi volto.
Il mio ragazzo mi stringe la mano, mentre inizio a camminare.
Non è stato un anno facile, ma è stato favoloso. Tante cose da ricordare, tante da dimenticare.
Jasper mi sfila accanto, alto e splendido come un dio greco; mi rivolge un’occhiata e quello che sembra un sorriso di scherno ma che forse, in fondo in fondo, è un addio che non si aspettava di dover dare adesso. Lo vedo correre via, verso i suoi Principi, verso la sua estate, verso il suo domani.
Vedo Julia e Georgiana che chiacchierano, in un angolo, vedo Aedan e Sebastian. Audrey segue mogia l’autista di famiglia, Isabel saltella dietro il suo orso buono dopo averne conosciuto i genitori, Opal avvampa quando Milo si china a baciarle la guancia e il giornale di un signore poco distante esplode; ma è solo un attimo.
Perché subito dopo, abbracciata a Carlisle, attraverso la barriera e mi lascio alle spalle un mondo intero che, quando rivedrò, se mai lo rivedrò, non sarà più lo stesso.
Lo giuro, non avrei mai voluto che finisse così.
Ma nemmeno nel più coraggiosi dei sogni e nella più sfrenata delle fantasie avrei saputo immaginare un finale migliore.













17/07/2008
commenti (3) • tag: famiglia, amori, dolore, speranze, addii, amicizie, paura, grifondoro, corvonero, fidelius

( Consequence )
Sembra che ogni brandello del mio corpo faccia male.
Sarà la botta, sarà la ferita, sarà che sono completamente teso, amareggiato, infuriato. Non ho assolutamente pulsioni positive, al momento.
Non ricordo bene, perché… stringo le palpebre, il mondo gira per qualche istante.
Riddle. Foresta. Julia……centauri. Luce. Julia per terra.
Sgrano gli occhi, mi porto seduto di scatto come se mi fossi risvegliato da un incubo. -Julia!- ho il tempo di lanciare un grido che si strozza in gola, Sebastian che afferra la mia spalla, cercando di rassicurarmi.
-Dove è Julia! Dove!- domando, quasi senza fiato. Lui mi calma un momento.
-E’…in infermeria…- mi informa, placando per qualche istante la mia ira -Aedan…c’è una cosa della quale dobbiamo parlare.-

( Reaction )
Lang mi ha spiegato. Pare che la situazione sia messa male.
Alcuni sono stati beccati, e sembra che la loro permanenza ad Hogwarts diventi un miraggio irraggiungibile, a detta dei ben informati.
No.
No.
No.
Non deve succedere, non può accadere. Non Julia, non Sebastian, non quest’anno.
Il futuro, dipende da questo. E non posso permettere che gente come Riddle lo ostacoli più di quanto non ha già fatto, maledetto. Che tu sia maledetto Tom Riddle.
Una missiva, chiara, con pochi giri.

Ho bisogno di aiuto. Ti aspetto ad Hogwarts , Aedan.

Un gufo che vola. L’Irlanda che accoglie questa comunicazione. Non resta che aspettare solo mio padre. Adesso.

( Face to Face )
Trovare mio padre di fronte è come fare un salto nel passato.
A quando…prima che arrivassi qui, avevo una famiglia. Una vita sicuramente meno movimentata, ma forse meno reale, per me.
-Papà.- è la sola cosa che dico, salutandolo. Lui inarca un sopracciglio nel notare la benda sulla mia nuca, fra i capelli scuri.
-Cosa è.- non è una domanda, più un ordine dietro lo sguardo severo ed imperturbabile d’oltremare.
-La ragione per la quale ti ho chiesto di venire qui.- esordisco. Lui si acciglia, si mette a sedere, scostando la mentella con un gesto della mano. Pronto ad ascoltarmi, almeno credo.
-La situazione sta cambiando, papà. Ed è tempo che le cose seguano il loro corso. Controversie, o non. Questo non è realmente importante. Mi hai sempre insegnato che ci vuole coraggio, che bisogna perseguire i propri obiettivi fino al raggiungimento, anche se ti stremano. Anche se ti…uccidono.- sottolineo, guardandolo.
-Ed io lo sto facendo…ma. A volte, lottare significa sacrificare altro. Tuttavia…non posso sopportare l’idea che una delle poche persone per me importanti ricada nell’abisso. Ho bisogno del tuo aiuto…- domando, continuando a fissarlo.
Lui poggia la mano sul tavolo, senza scostare i suoi occhi dai miei.
-Parla.- mi esorta, con tono distante. Freddo. Come se potesse leggermi attraverso quello che succede, lacerando l’anima.
-Devi chiedere al preside di non impedire alla signorina Julia Versten di sostenere i MAGO.- sembra quasi una imposizione, me ne rendo conto.
Non sono mai stato viziato, ma adesso, è questa l’etichetta che mi sento addosso.
Aengus  picchetta le dita sul piano, guarda altrove, sembra rifletterci.
-Non ti ho mai chiesto nulla. Nulla. Vorrei, che facessi questo per me.- domando ancora.
Se anche ci fosse il rischio di essere schiantato, lo farei.
Ogni cosa, senza Julia, non ha senso.
E l’idea che il suo futuro potrebbe essere appeso ad un filo, non è tollerabile.
Lui mi ascolta, sospira pesantemente, si alza, riprendendo il suo guanto scuro.
-Miss Versten. Hai detto.- chiede, di spalle.
-Julia Versten.- confermo, guardando la sua schiena.
-Andrò da Dippett. Ora.- dice, aprendo la porta. -Buona fortuna, Aedan.- l’uscio si richiude.
Pesante, tagliente, definitivo.
Ho perso, un pezzo di me, oggi.

( amicizia )
Non. Mi. E’. Permesso. Vedere. Julia.
Sono queste le parole che mi straziano. Che vorrei cambiassero. Che mi uccidono e mi fanno star male peggio di quanto già non stia.
Audrey, nei suoi occhi chiari capisco che ha provato, che ha cercato, ma che il permesso si blocca solo a lei e a Jillian.
Guardo la porta. Vorrei pronunciare tanto la magica parolina ‘Bombarda’, o semplicemente entrare spingendola con una spallata.
Verrebbe giù. Verrebbe giù.
Ma non posso farlo, stringo un pugno. Mi sporgo verso Jillian e Audrey. Le abbraccio, è un gesto improvviso. Mai fatto. Mai.
Socchiudo appena gli occhi. Due scriccioli, due ragazze così fragili, due…amiche.
Mi scosto, porgo la mano a Sebastian, che la stringe.
Non so che cosa significhi, quello che sto facendo.
Ma finora. Non lo avevo fatto mai.
Fidelius.

( due giorni dopo )
-Puoi andare.- la voce di Audrey sembra quasi una divinità che compare dal nulla a darmi la notizia più bella del mondo. Sorrido, finalmente. Mi alzo e la stringo quasi stritolandola mentre corro lungo i corridoi in direzione dell’infermeria.
Mai corso in vita mia. Mai in questo modo. Mi sto praticamente lanciando in avanti senza preoccuparmi di dove, e come.
Busso. Busso mentre invece vorrei perdere tutta la mia grazia ed entrare senza nemmeno chiedere il permesso.
-Avanti.- è la sola cosa che sento, spingendo la maniglia ed avanzando. I letti sfilano al mio fianco, fino a quando non mi soffermo su quello di Julia. Ancora pallida, ma comunque viva. E sta bene.
Ed è questa la cosa che mi importa.
Guarda altrove, la sua espressione è corrucciata in una smorfia di disappunto.
Mi chino verso di lei, sedendo sulla sedia accando al giaciglio chiaro che odora di disinfettante. La mano sulla fronte.
-Eih…- sussurro lentamente, aspettando che sia lei a parlare. Ma lei non mi guarda, sembra persa in altro, sebbene la sua attenzione sia vigile, tagliente, arrabbiata.
Non riesco, in un primo momento a concepire  a cosa mai sia dovuto questo atteggiamento. Anche se in realtà non riesco a concepire poi molto, al momento.
Non parla. Non parla. E’ in silenzio, ma so che sente che sono qui. E’ spigolosa, pungente. Sembra quasi che non voglia sentire niente.
-Julia…- torno a ribadire, ma senza mutare il mio tono di voce.
La verità è che fa male. Nonostante tutto, dopo quello che è successo. Fa male saperla, e vederla in questo modo. La sola cosa che mi viene spontanea è sporgermi appena, poggiare un bacio sulla sua fronte.
-Tempo al tempo…- riesco a sospirare sulla sua pelle. Non capisco.
Vorrei capire.
Ma lei non sembra darmene la possibilità.
Sospiro ancora, alzandomi. Forse non è il caso che rimanga qui. Anche se, ammettiamolo, non è esattamente la cosa che avrei voluto, andare via.
Sono troppo impegnato nei miei pensieri per riconoscere il mormorato -Gr…e.- che mi arriva alle orecchie.
Torno seduto, guardo Julia che adesso volesse il cielo, sembra rivolgermi la sua attenzione.
-Cosa…?- domando.
Lei sorride, ma è un sorriso furbo e ammiccante, come se avesse trovato il modo di riprendersi un momento.
Si porta seduta sul letto, lentamente, facendo leva sulle braccia.
-Ho detto…- riprende. -Grazie, Aedan.- conclude, guardandomi. Io ricambio il sorriso, e sto per risponderle, ma eccola lì che torna alla carica con un -…Ti amo anche per questo.-
E penso di avere assunto, per la prima volta in vita mia, la classica espressione va ‘vitellone innamorato’, come ama definirmi Georgiana.
Con quel classico sorriso ebete che ti taglia in due la faccia, affettandola proprio.
Un bel respiro. Che non hai mai avuto problemi di dialogo, tu. Dico a me stesso.
-Posso tenerti con me?- le chiedo. Lei inarca un sopracciglio, mi guarda.
-In che senso, scusa?- anche se ho come l’impressione che lo stia facendo apposta. Rido leggermente, mi avvicino a lei stringendole la mano, reclino la testa baciandola nel momento in cui l’infermiera Mound è troppo impegnata nei fatti suoi per badare a noi.
Sciolgo appena le mie labbra dalle sue.
-Anche io ti amo.-

( binario 9 ¾ )
Tante cose sono cambiate, quest’anno.
Persone, ambienti, famiglia e ideali.
Tante cose, davvero.
Addio Hogwarts, addio rimpianti, addio silenzi.
Adesso, comincia una nuova vita. Con lei. E non esiste cosa che abbia una musicalità più bella di questa.













16/07/2008
commenti (4) • tag: vacanze, famiglia, amori, malinconia, dolore, amicizie, paura, ritorni, guai, grifondoro, corvonero, duelli, morsmordre, fidelius

È la devastazione.
Ecco ciò che vedo in questo momento. Rami spezzati, alberi semicarbonizzati, e uno sgradevole odore di bruciato.
Distesa di fronte a me, Julia sembra dormire un sonno di pietra. Poco distante, Jillian cerca di fare il possibile per Sebastian, che per fortuna è in condizioni molto migliori.
La luce della luna permette di vedere e di orientarsi ma non mi permette di valutare i danni. Sembra solo svenuta a causa dell’incantesimo di quel subumano.
« Si rimetterà » dico, rispondendo alla domanda di Sebastian « Sperando sia solo stata schiantata e non ci sia altro. Domani avrà un gran mal di testa, ecco tutto. Ora però dobbiamo portarla via da qui. Lumos! »
La mia fedele bacchetta getta una luce dorata sul corpo di Julia. Sì, è stata schiantata da Riddle, ma non dovrebbe perdere i sensi così a lungo. A contrasto con la situazione, il suo bel viso è composto, ed i capelli appena in disordine.
Le tocco la nuca: deve aver battuto la testa.
Sangue.
Mostro a Jill e Seb la mia mano.
« Dobbiamo portarla in Infermeria. » scatta lui, cercando di alzarsi in piedi.
Zoppica, ma si regge sulle sue gambe ed è in grado di camminare. Il taglio sullo zigomo è sparito grazie a Jillian. Ma si vede che è molto debole. Ha combattuto contro Dolohov, le sue forze sono allo stremo.
Tocca a me e a Jill.
« L’unico modo è farla levitare, e sorreggerla. » dice Sebastian « Ma dovrete farlo voi. Io non… »
Incantesimi? Jill riprende un po’ di colore sulle guance. E anche io mi sento sollevata: Incantesimi. Si può fare.
« Insieme, Audrey. Da sole non ce la faremmo. » mi sussurra.
Mentre castiamo l’Incantesimo di Levitazione, Sebastian ci osserva con un’espressione sconfitta. Credo che si senta impotente di fronte alla sua migliore amica, di fronte a lui, a un passo dalla morte.
« Seb, puoi stare davanti e fare strada? » domando.
Poco dopo ci stiamo muovendo verso il castello. Con alcuni semplici incantesimi del terzo anno, il Caposcuola di Grifondoro apre un corridoio libero da sterpi.
« Al diavolo i Centauri, al diavolo la Foresta, al diavolo tutto questo. » mormora, negli intervalli fra una fattura e l’altra.
Jill ed io ci scambiamo un’occhiata; vorremmo dire qualcosa, rassicurarlo, ma siamo così sature di emozioni, da riuscire solo a trattenere un pianto nervoso.
Alla fine, raggiungiamo l’entrata di Hogwarts. Distendiamo Julia su una panca imbottita, e Jill ne approfitta per controllarle il polso e le pupille. La fortuna di avere una figlia di Medimaghi come amica.
« Sebastian, torna in camera. Ci pensiamo noi. » inizia la mia amica.
« State scherzando?! Io non mi muovo! » esclama, con voce alterata.
« Non ti reggi in piedi. » intervengo, fredda. « E ti beccheranno. »
« Beccheranno anche voi. » risponde.
« I Salinger ed i McKanzie arrangeranno la situazione. Qui amano i purosangue, e noi… lo siamo. Abbiamo una vaga possibilità di farcela. Lo sai che Julia ti direbbe lo stesso. Vai. »
Non so dove trovo la forza per reggere il suo sguardo.
« Ormai siamo al sicuro. Qui non può succedere nient’altro. » ribadisce Jillian.
Sebastian accarezza il viso di Julia con una delicatezza che non gli avevo mai visto.
« Vado a cercare Georgiana, le racconterò l’accaduto. » sussurra, poi volge le spalle e si allontana.
La panca levita di fronte a noi, mentre ci dirigiamo verso l’Infermeria. Di fronte all’ingresso, sto per dire ancora qualcosa quando…
« Oh, ragazze. »
È la voce stanca dell’infermiera Mound.
« Che cosa avete fatto…» mormora, mentre distende Julia sul letto più vicino. « E lei, povera ragazza…»
Jill trema, e mi accorgo di non essere da meno. Spinta dalla paura, che resta ferma nel mio animo come una spina, dal nervosismo, represso fino ora, dalla rabbia, mai sopita, cerco la mano della mia amica.
Ci stringiamo in un abbraccio, che non ha nulla di felice.
È solo un modo per dirci senza parlare: “Siamo qui, insieme, siamo vive.”

Lo scontro. Julia e Sebastian. La gentilezza dell'infermiera Mound, che voleva farci sgattaiolare via. La freddezza di Martine Lewis, che ci ha beccate.
Sembra passato un anno da ieri sera. Invece non si tratta nemmeno di dodici ore.
Chiuse nel nostro bagno, io e Jillian piangiamo in silenzio, sedute una accanto all’altra sul bordo della vasca. Il bel vestito bianco di Jill è strappato lungo l’orlo, ed il mio macchiato di fango.
« Jill, i tuoi piedi. » dico, indicandoli. Sono sporchi, e feriti.
I miei sono ancora stretti negli scarponcini, in origine scarpe col tacco. In origine, prima della trasferta nella Foresta Proibita.
La mia amica si alza, solleva la gonna e li osserva. Poi fa un passo dentro la vasca ed apre l’acqua. Esco dal bagno, per prendere le camicie da notte in camera, e il flacone dell’acqua ossigenata. Jill intanto si toglie l’abito dalla testa, e apre l’acqua.
« Vorrei farmi una doccia. Ma prima di tutto vorrei dormire. » sussurra.
« Anch’io. »
Disinfetta le ferite e poi le cura con un incantesimo.
« A volte vorrei che non fosse mai successo niente. Ida, Julia, il Fidelius… »
Jill lascia cadere la bacchetta.
« Carlisle! »
Oddio. E Peter!


Trovo la mia metà in infermeria, dove ho accompagnato Jillian.
« Peter! » esclamo, quando lo vedo sano e salvo, accanto a Sebastian.
« Amore! »
Odio che sia così appiccicoso in pubblico, ma in questo momento non mi importa di nulla se non di abbracciarlo. Sebastian distoglie lo sguardo. In disparte, Aedan guarda fuori dalla finestra.
« Dov’è Georgiana? » gli chiedo. So che sta bene, ma mi sembra strano non vederla qui.
« Vicino a Julia. »
Dietro le tende tirate, si intravede la sagoma di una ragazza alta, seduta vicino al letto.
« Come stanno? »
« Georgiana sta bene, e Julia…» la voce gli si spegne « Julia ha la febbre alta. Delira. »
« Ha battuto la testa. Non è solo lo Schiantesimo. » poi aggiungo « Non possiamo entrare? »
Sebastian fa un cenno di diniego.
« Solo Georgiana. Puoi provare a chiedere all’infermiera. »
Mi stacco da Peter e cerco la signora Mound.
« Vorrei vedere Julia. »
« Mi dispiace, cara. Non è possibile. »
C’è del dispiacere sincero nella sua voce.
« Senta, è probabile che io venga espulsa. E così anche Jillian. Vorrei almeno che ci fosse concesso di vedere la nostra amica. »
Non so se stiano contemplando l’espulsione, Dippet, la Lewis e compagnia, ma basta che lei ci creda e ce la lasci vedere. Anche se mi spiace ingannarla.
« E va bene. Ma solo voi tre. Nessun altro. Niente studenti maschi. È chiaro? »
« La ringrazio. »
Avrei voluto spingermi più in là e chiedere che anche Sebastian e Aedan la potessero vedere, ma non è il caso di buttare al vento ciò che ho ottenuto. Perlomeno possiamo dare una mano a Georgiana.
Jillian riappare fra noi.
« Carlisle vuole sapere come sta Julia. »
I ragazzi mi guardano curiosi.
« L’infermiera ha detto che possiamo entrare, ma solo io e Jill. »
« Voglio vederla anch’io. » afferma Aedan  « Perché non mi è permesso? »
« Loro l’hanno riportata qui. » mormora Sebastian « Hanno fatto tutto il lavoro, viste le mie condizioni. »
L’espressione di Aedan muta all’improvviso, e si avvicina a noi; temo quasi che stia per fare un gesto inconsulto, ma lui si protende verso di noi e ci abbraccia.
Poi ci lascia andare, e stringe la mano a Sebastian.
Non dice una parola, ma credo che in questo momento sarebbe chiedere troppo.
Entriamo nella barriera di tende.

Georgiana ci guarda, sorpresa.
« Abbiamo il permesso. » le dico.
Julia è pallida, il viso sudato. Indossa una camicia da notte bianca, il cui colore quasi si confonde con quello della sua pelle nivea. A tratti, è scossa da un tremito.
Georgie si china su di lei, passandole una pezza umida sulla fronte.
“Mamma…”mormora il capo del Fidelius.
Georgiana si irrigidisce per un momento, poi si rivolge a noi:
« Nel delirio, mi scambia per sua madre. L’infermiera ha detto che la febbre è molto alta, ma entro domani dovrebbe scendere. In un paio di giorni dovrebbe iniziare a riprendersi. »
Io e Jillian ci avviciniamo.
« Ida… »
Jill rabbrividisce, e mi stringe la mano. Io ricambio la stretta.
È terribile vederla in questo stato.


« Audrey, ho parlato con il preside e tutto il consiglio degli insegnanti. »
Mio padre ha mollato tutto per venire qui. Forse in condizioni normali ne sarei quasi felice. Non ha mandato mia nonna come al solito. Ma avrei di gran lunga preferito zia Diane.
« Potrai terminare l’anno. Darai gli esami come tutti i tuoi compagni. »
Trattengo il fiato.
« Tuttavia, ti è caldamente raccomandato di pensare ad una nuova scuola per il prossimo anno. »
« Mi espellono? »
« Non in modo ufficiale. Avrai un richiamo, s’intende. L’accordo è stato stipulato in forma privata fra me, i McKanzie ed il collegio docenti. »
« Quindi anche Jill…? »
« Anche la tua amica, sì. »
Siamo sotto la mia quercia.
Mio padre fuma un sigaro. Credo che sia arrabbiato, ma anche deluso; non mi capisce, non capisce l’ultimo legame fisico che lo lega a mia madre.
Gli esami siano andati come siano andati. Quest’anno potrebbero essere anche stati un disastro, ma per me non significherebbe nulla.
Siamo sul treno che ci riporta a Londra. L’Espresso di Hogwarts sferraglia allegro.
« Fra poco arriveremo al binario 9 e ¾, nella stazione di King’s Cross, Londra. » strilla l’altoparlante.
Riprendiamo i nostri bagagli dalle reti sopra le nostre teste, e ci prepariamo.
Con uno stridio di freni, ci fermiamo. Iniziamo ad uscire con tutta la fretta di chi non vede l’ora di iniziare le vacanze. Mi sembra ovvio che non possa filare tutto liscio. Mentre cerco di scendere ai gradini, mi scivola il libro che stavo leggendo in treno.
A salvarlo da una brutta fine sotto i piedi di un branco di Serpeverde, una ragazza con i capelli scuri e un viso da principessa. So che è una Corvonero, l’ho già vista un paio di volte in Sala Comune, e che il suo nome è Elinor.
« Tieni. Certa gente non ha proprio rispetto. » mi dice, porgendomelo.
« Grazie. E sì, certa gente non sa proprio cosa sia. »
« Infatti. Fa piacere vedere alcuni di loro un po’… provati, ecco. Ringrazierei chi li ha conciati così. » risponde, lanciandomi uno sguardo eloquente.
« Mh, credo proprio che potresti farlo. Grazie ancora, e buone vacanze! » la saluto, notando Jillian che mi fa segno di avvicinarmi.
Sua nonna, la terribile signora McKanzie senior, è accanto a lei e la sua espressione è a dir poco battagliera.
« Audrey, ti presento mia nonna. Nonna, lei è Audrey Salinger. »
« Quindi sei la figlia di Mr. Salinger! Ah, cara, tuo padre è un vero gentleman. » inizia, cordiale « Comunque l’avete combinata grossa, e credo proprio che sarete castigate a dovere. » conclude, furibonda.
Jill sembra imbarazzata, ma non ce n’è motivo. Sua nonna è venuta a prenderla. Io ho l’autista che mi aspetta, tanto per dimostrare quanto mio padre ci tenga a me.
Ignoro Mrs. McKanzie e abbraccio Jill.
« Ti scrivo appena arrivo. E poi, dobbiamo organizzarci per il prossimo anno. » le sussurro.
Il prossimo anno. Beauxbatons. Non Hogwarts.
Mentre mi allontano, saluto con un gesto la mia amica, sua nonna e Carlisle, che le ha raggiunte nel frattempo.
Affido i miei bagagli a Bob, l’autista.
« È pronta a tornare a casa, signorina Salinger? »
« Certo, Bob. Andiamo. »

 

 

 

 













15/07/2008
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Ammetto che non mi pare di aver mangiato cartone, ieri sera; eppure la sensazione nella mia bocca è esattamente quella. Sento la lingua secca, fastidiosamente appiccicata al palato, per non parlare del gusto disgustoso che mi prende la gola e il naso. Ed il mio letto; sento ogni singola molla conficcata nel fianco, cosa che non è mai successa nell’intero anno scolastico.
Socchiudo le palpebre. E vengo travolta dal bianco gelido di una stanza che in un primo momento non riconosco; sarà che forse sono mezza accecata, come se fossero giorni interi che non apro gli occhi.
« alla buon’ora! » gracchia una voce che inizialmente non riconosco. Finché non compare un grembiulino dello stesso orrendo bianco disinfettato davanti alla mia faccia, e poco più in alto il cappellino squallido dell’infermiera Mound.
Sono in infermeria.
In un flash, per la precisione un flash violetto, ritorna alla mia mente la notte nel bosco, la McKanzie, e quel cretino di Antonin Dolohov.
« ti hanno portata qui cinquantuno ore fa, cara. »
PIU’ DI DUE GIORNI FA? Provo ad aprire la bocca per esprimere tutto il mio disappunto, ma quello che mi esce è solo un conato di vomito. Automaticamente, mi sporgo sul catino di metallo che è appoggiato di fianco alla mia branda, davanti al comodino.
« non provare a parlare. Qualche malandrino ti ha praticamente squagliato l’apparato digerente, è un miracolo che non abbiano deciso di portarti al San Mungo. » è solo quando me lo dice che sento una fitta fortissima allo stomaco. Riaffondo la testa nel cuscino, e chiudo gli occhi.
Due giorni, dunque. E visto che io sono qui, è sicuro che siamo stati beccati. Cosa che non doveva succedere, affatto. Sento l’infermiera che sbatte boccette e bicchieri, ma non ho la forza di darle una sberla sulle gambe per allontanarla.
La testa mi ricade di lato; di fianco a me, c’è una fila di pazienti stesi sui loro letti.
Sento delle voci attutite dietro la porta; non mi sembrano quelle dei miei genitori, ma in effetti visto che non mi hanno portata in ospedale dubito che verranno. Meglio così, mi basterà l’estate di inferno che sto per passare.
Chiudo gli occhi, onde evitare di dover parlare con qualsiasi insegnante o simili che abbia intenzione di interrogarmi. Devo prima progettare una scusa decente, comprendetemi.


(.sei giorni dopo)
« No, Signor Preside. » certo che non avevo intenzione di uccidere, vecchio idiota. E anche se, di certo non verrei a dirtelo. Mi sto torturando le dita sotto la scrivania; sono stata tra gli ultimi della nostra allegra compagnia ad avere un piacevole colloquio con suo splendore Armando Dippet, che non fa altro che farmi domande cretine con cui rispondo a monosillabi.
« per che motivo vi siete sfidati? Avreste potuto farvi male! » noi volevamo farci male, scemo.
« Preside, io ho solo seguito le persone che andavano nel bosco! Ho pensato che avrei potuto evitare un litigio, e alla fine mi sono fatta male solo io! » gli rispondo con il tono più lamentoso che riesca ad ottenere, con gli occhi che mi si riempiono di lacrime in dieci secondi. Ah, adoro essere un’ottima attrice.
Sembra convinto, stranamente. Si alza in piedi, spostando verso di me una pergamena con un grosso sigillo verde smeraldo.
« è una copia del suo richiamo ufficiale, già recapitato ai suoi genitori, miss Traviston. » fa una pausa, come ad attendere che io scoppi in lacrime. « L’anno prossimo non potrà andare ad Hogsmeade né partecipare ad altre gite della scuola. Insomma, rimarrà qui a riflettere su quello che ha fatto. » sorriso acido da preside bastardo. « Può andare. »
Faccio una riverenza e me ne esco, appallottolando il foglio che segna la mia morte tra le dita. Qualcosa mi dice che l’anno prossimo sarà molto divertente; per me, almeno.


(.tre settimane dopo, a metà giugno. )
Una settimana e me ne tornerò a casa. Non so se esserne felice, visto che tutta la scuola tratta me e gli altri ‘del ballo’ come un’appestata – Lywelyn e Blackster comprese, cosa che mi fa imbestialire, visto che ci é mancato tanto così che anche loro ci lasciassero la reputazione. C’è da dire che a casa i miei mi sbucceranno viva, quindi non so cosa sia peggio.
Ho l’impressione che quest’anno i miei voti saranno ben più bassi di quanto avevo pronosticato; mi siedo per terra, con la schiena contro il muro, fuori dall’aula sigillata prima della lezione di Trasfigurazioni. Tutti attorno a me ripassano freneticamente per il compito finale, evitando accuratamente di posare i loro adorabili occhi su di me. Edward non si presenterà neppure, a meno che non decida di fare una comparsata finale; la sua influente mammina ha chiesto di fargli sostenere gli esami in forma privata quando si sarà ripreso dallo ‘stress psicologico a cui è stato sottoposto’.
Dopo questo, mi mancherà soltanto aritmanzia e avrò dato fondo a tutte le mie energie per l’anno scolastico. Anche se immagino che non riuscirò ad ottenere più di una fila ordinata di A, che mi comunicano che sono fuori da praticamente tutte le materie del secolo e farei prima a ritirarmi per evitare l’umiliazione di seguire soltanto storia della magia come materia curricolare.
Lascio cadere la mia borsa su un banco. In prima fila, tanto nessuno mi aiuterebbe mai a copiare. Da quando ho causato un mezzo cataclisma e ho messo metà scuola in pericolo bocciatura, sono praticamente un’isola. Ci saranno cinque persone che mi parlano per non insultarmi, ed una lo fa solo perché è nelle peste quanto me. Si chiama Lenore Swart, e non ho idea di come farà a passare i M.A.G.O. Piego la testa sul foglio che Silente mi consegna insieme ad uno sguardo di rimprovero. Ok, dev’essere un compito da E. O non uscirò mai da quest’inferno.

*

Io non passo da un ragazzo all’altro. Sono i ragazzi che passano per me. No, non in quel senso. Nel senso che si stufano subito; io non sono capace di dare loro la relazione tranquilla e sicura di cui hanno bisogno, di lasciare loro il loro spazio, di farmi gli affari miei ed essere pronta quando mi vogliono. Sono io quella con le esigenze; gli altri si devono adattare a me.
E’ che mi affeziono troppo, e sbaglio ogni volta.
Jeff sta studiando come un pazzo, con la testa china sulle pagine del suo libro di incantesimi; deve fare tutto quello che non ha fatto quest’anno nel poco tempo che gli è rimasto prima di domani.
Gli poso le mani sulle spalle, con cautela; ci vogliono dieci secondi perché se le scrolli di dosso, e mi lanci uno sguardo sbilenco, ritornando sul suo libro con la fronte aggrottata. Ci mancava solo che avesse le scatole girate lui; ’unico motivo che avevo ancora per alzarmi alla mattina e non spaccare la faccia a quel brutto grugno lurido di Deirdre é il suo buonumore che mi aspetta in sala grande insieme ad un croissant alla marmellata.
« che succede? » sibilo senza staccare gli occhi dalla sua nuca e dai capelli castano scuro, l’unica parte di lui che posso vedere dalla mia posizione. Si volta appena, guardandomi con la coda dell’occhio; sbuffa, impaziente. Fa cadere la penna d’aquila tra le pagine del libro, e si volta verso di me.
« Violet. » mugugna appena. Dal canto mio, rimango ferma dove mi ha esiliata, aspettando che sua maestà decida di potermi prestare cinque secondi di attenzione senza fare il nervosetto. « finiti gli esami ... non torno ad Ayr. » non mi guarda; ma non me ne rendo conto subito. Non capisco cosa intenda.
« vai a fare un viaggio? »
« no. » la sua sedia striscia all’indietro, di modo che abbia il posto per girarsi verso di me. E continuare imperterrito a non guardarmi. « mi trasferisco in india. »
« DOVE?! » sbotto senza neppure dargli il tempo di finire la frase. In un solo istante, tutti i miei progetti estivi crollano sotto il peso della sua prima occhiata, del color cioccolato che ho adorato sin dal primo momento.
« non urlare. » mi zittisce con il tono piatto che usa quando si innervosisce. Non gli do modo di continuare, filando dritta nei dormitori delle ragazze; sono ufficialmente una deficiente senza alcun motivo sensato per continuare a vivere.


(.qualche giorno dopo)
Ritornerò nella mia stanza con il pacco di appunti che ho recuperato dai vari idioti che me li hanno chiesti in prestito durante l’anno. Tra due giorni sarò su un treno che mi riporterà alla civiltà, lontano da questa scuola del cavolo e dai suoi professori ancor più del cavolo. I miei esami da E quest’anno saranno un disastro, non riesco a pensare ad altro.
La McKanzie e le sue amiche fatine l’anno prossimo verranno mandate a Beauxbatons. Edward si è dato alla macchia. Hunnam è un maledetto che non pagherà mai le conseguenze di quello che ha fatto.
E io ho un’estate da passare chiusa nelle mie stanze a tormentarmi e studiare, per salvare il salvabile a settembre, se mai verrò ammessa al settimo.
« Violet. » sibila Tom, in piedi davanti a tutti noi, nella solita stanza dietro alla statua di goblin. Buia, come sempre, visto che le candele che accendiamo non bastano mai a fare più che distinguere i contorni di persone e oggetti. Alzo la testa, come ad attendere un ordine; mi fa cenno di avvicinarmi. Mi alzo a fatica, facendo leva sulle braccia, e mi sposto di un paio di passi verso di lui.
« Attenzione. » sibila mentre la sua mano pallida mi si stringe attorno al braccio, affossandosi nella mia carne; mi fa male, ma non glielo dico. Anzi, non lo guardo neppure. Non so cosa voglia da me, e mi fa paura la sola idea di essere in piedi davanti ad una decina di persone che si aspettano chissà cosa. « D’ora in poi é lei quella che vi dà gli ordini. Violet Ophelia Traviston. » davanti a tutti, mi chiama con il mio nome completo. E ghigna. Capisco quello che ha detto, ma non sono sicura che faccia sul serio; cosa vuole da me? Che eredi il suo potere all’interno della scuola? Ma se non riesco neppure a farmi obbedire da quattro idiote del primo anno!
Gli altri sussurrano, mi lanciano occhiatacce. Io prendo il coraggio tra i denti e mi volto verso Tom, con tutta la perplessità che sono capace di mostrare.
« Ti seguiranno anche in capo al mondo. Gliel’ho detto io. » non vuole rassicurarmi. Vuole solo ricordarmi che il capo, quello vero, è solo lui. « Sentirai presto parlare di me, e allora ti rivorrò al mio fianco. E sai che non accetto no come risposta. » Il cuore mi batte a tutta velocità mentre annuisco debolmente, e lo fisso finché non mi lascia andare il braccio, ora decorato allegramente da cinque belle strisce rosse.
Si volta verso il muro e comincia a trafficare, gesto che significa che possiamo andare. Non voglio ricevere complimenti. Lo sguardo inorgoglito di Lenore, l’aria spaventata di Jeff. I principi, trasaliti ed offesi; avranno un anno per mettersi in pari con tutti i torti che mi hanno fatto ... ma non sanno ancora quanti io ne farò a loro.
Ho il potere. Si chiama Morsmordre.


(.in treno)
Mi sveglio per colpa del rumore del baule che mi balla sopra la testa. Catherine dorme con la bocca aperta e la testa che affonda nel sedile imbottito, e per una volta non si preoccupa del fatto che i suoi capelli siano tutti spettinati. Al suo fianco, c’è la sciarpa di seta rosa di Ashleigh, probabilmente emigrata alla ricerca di un bagno o di compagnia maggiore di due che dormono.
Metà dei serpeverde ora mi guarda con la reverenza che avrebbe sempre dovuto mantenere nei miei confronti, e che poco furbamente mi ha negato. Peggio per loro. Solo Jeff ha continuato a tenersi prudentemente alla larga; ogni tanto mi lasciava un biglietto di scuse sul letto, ricordandomi che gli dispiace, che a me ci tiene veramente, ma l’occasione di andare a fare lo spezzincantesimi laggiù è troppo grossa per lasciarsela sfuggire e bla bla bla.
Guardo fuori dal finestrino; non è difficile riconoscere Londra che si sta avvicinando, o meglio, noi che ci avvicinamo a lei, passando per i sobborghi che la circondano. E’ un peccato che i babbani non possano vedere l’Espresso, immagino che rimarrebbero strabiliati da un treno così bello. Allungo un calcio sugli stinchi a Cate, che si sveglia grugnendo.
« su, stiamo arrivando. » le grido, facendola sobbalzare ulteriormente. Mia madre mi ha già preannunciato che mi distruggerà appena arriveremo a casa, io figlia degenere che non ha mai imparato a comportarsi come si deve. Mi alzo in piedi, prendendo a sistemarmi gli orli della camicia e la gonna blu che dà tanto un’aria nobile. “Quella che dovresti avere sempre, contessina Violet Traviston, ma che ti ostini a camuffare con i tuoi atteggiamenti da bifolca lasciva!” , aggiungerebbe la cara mamma.
Il treno prende a rallentare. Fuori dai finestrini appaiono i primi genitori che agitano le braccia; ancora non distinguo la feccia babbana terrorizzata da chi è abituato a stare al 9 e ¾. Mi allungo per tirare giù il baule e, evitando per un pelo i piedi di Cate che ancora si sta sfregando gli occhietti, esco nel corridoio del treno, già gremito di bambini che pigolano e idioti tassorosso che si prendono a pacche sulle spalle.
Ci fermiamo. Siamo arrivati.
Aspetto che le Corvonero che si sono messe a piangere davanti alla porta si levino di mezzo, e poi esco, tarscinandomi dietro il mio bagaglio. I miei genitori e i miei fratelli non appaiono all’orizzonte; sono preoccupata sopratutto per Egbert, che l’anno scorso è riuscito a lasciare la sua civetta sul treno e quasi a farla ripartire per Hogwarts.
« V. » una voce familiare a pochi metri da me mi costringe a voltarmi; sapevo che si sarebbe fatto vivo in ultima, tanto per darmi la mazzata finale. Senza neppure pensarci, la mano mi scatta verso i capelli, e comincio ad arrotolarmi una ciocca attorno al dito, tirando fino a farmi male.
« Dimmi, Jeff. » gli dico tentando di rimanere il più fredda e lucida possibile. Certo, bello stronzo. Riconosco i suoi genitori che vengono avanti alle sue spalle; è la copia al maschile di sua madre, per non parlare di suo fratello.
« Volevo salutarti. » per sempre. Non lo aggiunge, ma so che lo sta pensando. Sorrido, e gli allungo una mano; ben tesa, come se dovessimo stringere un contratto.
« Ciao, allora. » gli rispondo tranquillamente, per quanta fatica mi costi fingere di non avere il cuore come un colabrodo. Sembra perplesso; allunga la sua mano scura verso la mia, e me la stringe con poca convinzione, per poi finire per allungarla e sfiorarmi il braccio.
« Dài, smettila! » lo rimprovero facendo un mezzo passo all’indietro. Suo padre lo chiama. Alzo una mano, la faccio oscillare in aria mentre si allontana.
Già. Si allontana. Chissà se mi scriverà un gufo, dal lontano Oriente.
« Violet, tesoro! » trilla mamma, precipitandosi verso di me in uno dei suoi soliti turbini di seta, oggi color acquamarina, e prendendo a sistemarmi il colletto della camicia. Mio fratello si sistema gli occhiali sul naso, tanto per cambiare. Mia sorella Ariel fa la timida e tuffa la testolina contro il collo di papà.
31 giugno 1944; Volto le spalle all’ultimo stralcio di Hogwarts.
All’anno prossimo.












12/07/2008
commenti (4) • tag: amori, dolore, serpeverde, guai, riddle, festeggiamenti, grifondoro, corvonero, duelli, morsmordre, fidelius

Partendo dal presupposto che non è possibile ricordarsi ogni cosa di ogni materia studiata nell’ultimo anno… la preparazione per i M.A.G.O. procede. Alcuni miei compagni di casa sono sull’orlo di una crisi di nervi, ma per quanto mi riguarda non ho intenzione di ridurmi in quello stato. Georgie è della mia stessa opinione, anche se fra i Corvi le crisi isteriche pre-M.A.G.O. e pre-G.U.F.O. sono molto più frequenti e spesso tocca a lei rimettere ordine.
Stiamo studiando da almeno tre ore quando mi accorgo di star fissando la pagina da almeno due minuti, senza aver capito nulla di ciò che ho sotto gli occhi.
Una pausa. Ho bisogno di una pausa.
Chiudo il libro di Incantesimi, e chiedo ad un mio compagno se può tenere d’occhio le mie cose…non che il problema di Hogwarts siano i furti, ma non si sa mai.
Scendo le scale, e poco dopo mi ritrovo nel parco. L’aria estiva accarezza la mia pelle, e non posso trattenere un sorriso.
I miei passi si dirigono quasi in modo inconscio verso il lago.
Mi siedo sul molo, poi mi tolgo le scarpe lasciando che i piedi nudi sfiorino la superficie dell’acqua. Sollevo una piccola quantità di liquido e la modello in spirali dai riflessi cangianti.
Quando sono stufa del mio gioco, lascio che l’acqua torni alla sua sede naturale e mi stendo sulle assi di legno. Osservo il cielo, di un insolito azzurro intenso, e, per la prima volta da molto, moltissimo tempo mi sento serena. È come se vedessi tutte le cose in modo più chiaro e definito.
Le persone che amo, le persone che ho perduto.
Le persone che odio.
Sento di aver raggiunto un nuovo equilibrio. Un equilibrio costato lacrime e dolore, ma saldo come la roccia.


La sera del ballo.
“Jules, se non metti quel vestito blu sarò costretta a non farti uscire dalla tua stanza.”mi ha minacciato Georgiana stamattina.
Chiaro che non posso non tenere conto del rischio di essere schiantata dalla mia migliore amica.
Quindi mi guardo allo specchio: il vestito blu è al suo posto, sulla mia persona.
Ho un’espressione bizzarra. Sì, credo di essere un po’ emozionata.
Scendo in Sala Comune, dove gli altri Grifondoro si stanno radunando per raggiungere la Sala Grande.
Sebastian mi aspetta, appoggiato ad un divano.
“Sei molto bella.”dice, con un sorriso dolcissimo. In momenti come questo, lo sento davvero come un fratello di sangue.
“Grazie. Anche tu, a proposito.”
“Ho una cosa per te. Da parte di un certo Corvo che venera la terra su cui poggi i piedi.”
“Seb, smettila.”dico, alzando gli occhi al cielo. Fine dei sentimenti fraterni.
“Ecco qui.”
Mi porge un sacchettino di seta, tenuto chiuso da un cordoncino. Sciolgo il nodo.
Sulla mia mano scivola un braccialetto d’argento, lavorato ad arabesco. Me lo allaccio con l’aiuto di Sebastian.
“Se tenta mosse azzardate, avvertimi, mi raccomando.”dice, scherzando ma non troppo, mentre è chino sul mio polso sinistro. All’anulare della mano destra, il cammeo di mia nonna. L’unica che io conosca.
“Oh, non oserei disturbare te e Georgiana. E poi magari le sue mosse azzardate potrebbero piacermi. Ciao Seb!”
Lo saluto con un bacio sulla guancia, ed esco dalla Sala Comune.
Non appena oltrepasso il dipinto della Signora Grassa, vedo di fronte a me una sagoma ben conosciuta.
Aedan.
Come non l’ho mai visto.
Ha fatto qualcosa ai capelli, sì, pettinati in questo modo gli donano molto. Indossa un elegante completo nero, una camicia bianca ed una cravatta nera. Come un nobiluomo d’altri tempi, ha il colletto rialzato.
“Che visione.”dice lui, venendomi incontro con un sorriso.
“Grazie. Posso dire lo stesso di te.”rispondo.
“Un po’ agitata?”chiede, mentre mi stringe fra le braccia.
“Sì. Non sono abituata a un evento così formale.”
“Tranquilla. Farai una bellissima figura. Comportati come fai di solito.”
“Sembri molto a tuo agio, tu.”
“Nella mia famiglia, ci sono balli e feste molto spesso…”
Mentre mi apre una finestra sulla sua vita al di fuori dalla scuola, raggiungiamo la Sala Grande.

Uno scenario da sogno.
Gli stendardi delle quattro case sono appesi alle pareti e si muovono lievi, di certo per effetto magico visto non c’è vento. Una miriade di candele accese fluttuano nell’aria, illuminando una Sala Grande parata a festa.
Sul palco, il professor Lumacorno che chiede il silenzio.
“Signori, Signore, l’elezione di Miss e Mister Hogwarts.”
Un boato scuote la Sala. Poco lontano da me e Aedan, scorgo Georgie, stupenda nel suo vestito verde, che mi sorride e mi una smorfia, accanto a Seb, che invece non mi nota.
“Mister Hogwarts è… Tom Riddle!”
I Serpeverde sono gli unici ad esultare con calore, mentre arriva qualche fioco applauso sparso dalle altre case.
Tom sale sul palco. Alto, bellissimo, letale.
“Ora è il turno della sua regina, signor Riddle. Miss Hogwarts è… Julia Versten!”
Credo di essere il ritratto dello stupore. Sono paralizzata.
“Signorina Versten, prego, ci raggiunga.”
Mi avvicino a passi lenti, cercando di mantenere un’espressione neutra, se non allegra, e salgo i tre gradini del palco senza neppure accorgermene.
Spero con tutto il cuore che questo finisca presto.
“Ed ora, i nostri bellissimi sovrani apriranno le danze.”
Tom Riddle si volta verso di me, sorride beffardo e mi porge la mano.
“Vogliamo andare?”
Julia. Julia Versten. Sei più forte di lui, e lo sai.
“Certo, Tom.”rispondo, sforzandomi di sorridergli.
Poco dopo, siamo al centro della Sala. Soli. Gli altri, dice il cerimoniale, devono aspettare che facciamo un certo numero di giri di valzer.
Tom Riddle mi sovrasta di metà testa. Appoggio una mano sulla sua spalla, mentre la sua si posa sul mio fianco ed esercita una lieve pressione.
L’orchestra inizia a suonare.
Pensa ai giri di valzer, Julia. Non è il momento di fare niente, ti stanno guardando tutti.
“E così, ci ritroviamo, Versten…anzi, Julia. Sei la mia regina, adesso.”
“Io per te non sono niente.”
“Non c’è bisogno di essere così definitivi.”
“Ida non riderebbe a questa battuta, Tom.”
Nulla intacca la sua fisionomia, il suo viso resta atteggiato alla calma più estrema. Come il mio, del resto. Intanto, anche altre coppie iniziano a danzare intorno a noi.
“Julia. Non sei stanca di tutto questo?”
“Molto stanca. Conosci una possibile soluzione?”
Sembra riflettere per qualche istante, ma so bene che è solo scena.
“A mezzanotte. Nella Foresta Proibita.”
La musica si interrompe. Il primo valzer è finito. Mentre mi sciolgo dal suo abbraccio, gli faccio un cenno si assenso, con il miglior sorriso che posso.
Non è una promessa. È un giuramento: non mancherò.

Mi dirigo verso Georgiana, Sebastian ed Aedan.
“Cosa ti ha detto?”chiede la mia amica.
“Giuro che se ti ha fatto male, vado là e…”inizia Seb.
“Julia?”dice Aedan, preoccupato per il mio silenzio.
Sospiro.
“Mi ha sfidato. A mezzanotte, nella Foresta Proibita.”
“Veniamo con te.”scattano all’unisono.
“Il Fidelius è nato per questo.”aggiunge Georgie, al mio iniziale diniego.
Fidelius.
“Va bene. Ma non tutti insieme. Sarebbe troppo sospetto. Andiamo avanti io e Georgiana. Intanto avvisiamo gli altri. Sebastian, Aedan, voi porterete al punto prestabilito gli altri.”

Io e Georgie ci muoviamo in fretta nella sterpaglia. Poco distante, sento i rumori degli altri che ci seguono.
Non sono sola.
Georgie sta finendo di dire:
“..ricordati quello che ti ho insegnato. E non avrai problemi.”
Averla accanto mi infonde fiducia.
Ad un tratto, sentiamo alcune voci e vediamo un nugolo di persone.
Una grande radura illuminata quasi a giorno dallo splendore della luna piena.
“Sei arrivata, finalmente.”
Stringo la mia bacchetta in mano.
“Sì, Tom. Hai intenzione di aspettare ancora a lungo?”
Dietro di me si dispongono i membri del Fidelius, così come i seguaci di Riddle alle spalle del loro capo.
Una fascio di luce parte della sua bacchetta.

Riesco a controbattere alla sua fattura.
Ciò che mi ha insegnato Georgiana, le ore di allenamento con lei…
“Attenta. Concentrazione. Devi essere in grado di vedere cosa sta per fare l’avversario prima che lo faccia.”
È sfibrante. So solo che desidero la morte di Tom Riddle più di ogni altra cosa al mondo, ma non possiedo i mezzi magici per ottenerla.
Gli incantesimi incrociati si fermano per un istante.
“Julia.”
Non perde il suo tono calmo neppure in questo momento, nonostante l'espressione affaticata. L’istante di calma mi permette di intuire come si svolgono i giochi intorno a me. Georgiana alla mia destra, Aedan alla mia sinistra. Il Fidelius schierato a battaglia.
“Sai quali sono state le ultime parole di Ida prima di morire?”domanda, ansando un poco.
Il pensiero di Ida mi attraversa la mente, un uragano di ira, e dolore, e odio, e sofferenza.
E desiderio di morte. Non la mia. La sua.
Intanto, Jasper Lewis ha appena atterrato Damian.
“Ha detto…”interviene il Principe, sogghignando“Ha detto: Ti amo, Tom.”
Stringo la bacchetta. Urlo:
“MUORI RIDDLE! Avada…”
Non riesco a terminare l’incantesimo.
Un istante prima che pronunci, per la prima volta nella mia vita, la seconda parola della Maledizione Senza Perdono, un fascio di luce mi colpisce dritto al cuore.
Lotto per non essere avvolta dalle tenebre, ma è inutile.
L’ultima cosa che vedo… è il viso di Tom Riddle, ansimante e provato.
L’ultima cosa che odo… è un rumore di zoccoli.














11/07/2008
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Fatto. La stoffa scivola sulle mie ossa sporgenti, ricadendo talmente bene da far apparire il vestito fatto su misura. Quasi dimenticavo: mi é stato fatto su misura, tagliato e cucito dalla sarta di mia madre in raso verde smeraldo. Non riesco davvero a capacitarmi che quella nello specchio sia io.
« cavolo. » balbetta appena mia cugina Jane, dodici anni, sdraiata a pancia in giù sul mio letto in un turbinio di lenzuola e cianfrusaglie assortite. Passo le mani sulle anche, premendo il tessuto lucente contro il mio corpo. Immagino che in questo momento dovrei continuare a prepararmi, ma davvero non riesco a spostarmi; quella che si riflette nello specchio non sembro neppure io. E’ una figura bellissima, senza ossa fuori posto, che non è troppo alta e ..
« Georgiana Claire Harrington, da quando sei una stragnocca tutta trine? » mi apostrofa Annette, uscendo dal bagno con i capelli pettinati come una venusiana impazzita. Ma non glielo dico, visto che per lo spavento ho fatto un salto all’indietro e sono inciampata nello strascico, sbattendo il sedere per terra. Se si è strappato mi ammazzo.
Mi risollevo a fatica, fulminandola mentre si infila il reggicalze di pizzo rosa fluorescente; io le voglio bene, ma qualche volta mi spaventa davvero.
« è solo un vestito.. » sussurro cacciando la testa nel baule pur di non farle vedere che sono diventata rossa come una ricordella. Voglio solo essere bella, non mi sembra una grande richiesta; non carina, voglio essere bella.
Mi sistemo i capelli in uno chignon, non molto diverso da quello che mi faccio spesso a scuola; un colpo di bacchetta e li fisso in quella acconciatura, sistemandoci anche un fermaglio di quelli che, anche se non si direbbe, sono diamanti. Con la coda dell’occhio catturo la figuretta di Jane che si ribalta sul letto e si spalma sulla boccuccia del rossetto color mattone, insultata a tutta birra dalla proprietaria del cosmetico, la mia compagna di stanza Gemma.
« auguratemi buona fortuna. » dico in un sospiro, spostandomi verso la porta; per loro sarà una semplice festa, per me è un evento fondamentale. Sono una Caposcuola, e solo questo dovrebbe bastare per ricordarmi che passerò il tempo a controllare che nessuno si ubriachi e cada dalle scale – come stavo per fare io andando verso la Sala Grande, oltretutto.
Passo tra i lunghi tavoli del buffet, tra le bambine ricoperte di gonnelloni rosa che già cianciano alla ricerca di un cavaliere dell’ultimo momento. Del mio, invece, distinguo la forma della schiena larga, i capelli scuri e il lieve movimento della testa mentre ascolta le indicazioni di Dippet, che sfila davanti a lui ed Elizabeth Hale con aria di chi li sgozzerebbe volentieri.
Non dico niente quando gli arrivo di fianco, e mi limito a far scivolare la mano nella sua; subito si volta, e senza neppure badare a chi ci circonda mi stampa un bacio sulle labbra. Trattieniti, Georgiana, mi sussurra una vocina nella mia testa mentre gli circondo il collo con le braccia e lascio che mi baci di nuovo.
« Harrington! Lang! » abbaia il preside. Ehm. Ci voltiamo verso di lui con l’espressione più colpevole che ci possa venire; ma non posso che sorridere, sentendo il suo pollice che accarezza il dorso della mia mano.



Ho distinto un eco lontana; non ne sono del tutto sicura, ma credo di aver sentito che Julia è miss Hogwarts. Insieme a Riddle. Lo ammetto, sono troppo impegnata a controllarmi dallo sbottonare i pantaloni a Sebastian per badare a quello che succede a decine di metri da me, in Sala Grande, mentre noi siamo infossati nello sgabuzzino delle scope.
Il suo peso mi spappola le costole, e me ne rendo conto solo ora che ho smesso di occuparmi dei miei ormoni e sono ritornata ad essere un cervello pensante. Ed in effetti, questo secchio sta per spezzarmi l’osso del collo. Faccio scivolare il piede via dalla sua gamba, fino ad atterrare malamente. Tentare di fare sesso in uno stanzino è sempre una pessima idea. Anche per me, che ho dimostrato di fare sempre la cosa giusta in ogni occasione. Ballare riscalda l’istinto, non l’avrei mai pensato.
« Seb. Hai sentito? » si solleva a fatica, grugnendo quando rinuncia a slacciare il nodo strettissimo che mi tiene il vestito ancorato addosso.
« No, stanno tutti dormendo. » brontola prima di prendere a baciarmi dietro l’orecchio. Maledetto, è il mio punto debole, e lo sa benissimo. Mi divincolo a fatica, e mi rialzo ancor più lentamente, spostandomi sino a poter posare l’orecchio alla porta del ripostiglio.
« Julia è miss Hogwarts. E Riddle il mister. » gli sibilo, prima di socchiudere la porta. Le poche persone che vedo sono ancora più impegnate a pomiciare di quanto lo fossimo noi. Attraverso l’atrio a tutta birra, infilandomi tra le porte spalancate, in mezzo alla confusione. Non riesco a vedere la mia migliore amica. Non so dove sia finita, dove stia ballando con Riddle, suppongo.
Vado verso il buffet, giusto per ingannare il tempo almeno finché Sebastian non ricomparirà; perché mi sembra che tutti mi guardino? Dio, non sarò spettinata! Mi tocco i capelli. No, sembrerebbero apposto.
« Smettila, sei splendida. » sibila una voce che ben conosco abbracciandomi da dietro. Stasera deve aver bevuto qualcosa di strano, non era mai stato così infuocato. Gli do una gomitata quando vedo Aedan che trotterella verso di noi. Scuoto già il capo; non ho visto la sua dolce metà, è inutile.
Sento delle dita fredde che mi si richiudono improvvisamente contro il braccio; mi volto di scatto, mi trovo di fronte Jules. Pallida come un cencio.
« Cosa ti ha detto? » le chiedo senza neppure aspettare che sia lei a fiatare.
« Giuro che se ti ha fatto male, vado là e…» sbotta Seb, approfittandone per darmi una botta sul sedere già che c’è. L’ho detto, che stasera non è normale.
« Julia! » strilla Megafusto Lywelyn. Smetti di chiamarlo così ! Dannazione, è tutta colpa di Eugene e dei suoi nomignoli malvagi.
« Mi ha sfidato. A mezzanotte, nella Foresta Proibita. » risponde abbassando lo sguardo.
« Veniamo con te. Il Fidelius è nato per questo. » già, il fidelius. Sparpagliato per tutta la Sala Grande in versione elegante e del tutto ignara del casino che verrà fuori tra dieci minuti.
« Va bene. Ma non tutti insieme. Sarebbe troppo sospetto. Andiamo avanti io e Georgiana. Intanto avvisiamo gli altri. Sebastian, Aedan voi porterete al punto prestabilito gli altri. » ribatte Jules, lanciandomi uno sguardo eloquente.



Passo di corsa di fianco a Jill; mi basterà parlare con lei e pochi altri, perché chi di dovere sappia.
« Dillo agli altri, alla Foresta. Non tutti assieme. »
« L’ha sfidata » mi risponde sgranando gli occhioni azzurri. Non le rispondo, e mi lascio prendere per il braccio da Julia, che mi trascina verso la porta.
Chissà, forse sembrerà che stiamo andando ad incipriarci il naso o a spettegolare alle toilettes. E speriamo che anche i professori la pensino così, quando scompariamo in una nuvola blu e verde.



« Allora, Lenore? » sbotto guardandola dall’alto in basso. E’ a terra, e perde sangue dal naso; ha fatto molto male a mettersi contro la campionessa del club dei duellanti, imbattuta per tredici duelli di seguito – praticamente tutti quelli di quest’anno, in effetti.
« Troia! » sibila contorcendosi, come se si volesse rialzare.
« Puttana. » rispondo con tutta la tranquillità di cui sono dotata, come se avessi detto una parola a caso. Ora non ha molto da ridere, la signorina; mi passo il dorso della mano sulla guancia, tagliato diagonalmente da uno dei suoi incanti di lacerazione.
Non riesco a staccare gli occhi dalle sue ferite. Sono stata io, e ancora non me lo spiego.
« Georgiana! Centauri! » grida la voce acuta di Audrey alle mie spalle. I corpi a terra sono più di uno, quelli sulle spalle di altri ancora di più. Vedo Sebastian che solleva Julia, poi Megafusto ancora a terra. Corro verso di lui.
« Mobilicorpus! » sussurro appena. C’è una confusione infernale. Non capisco più niente. Mi rituffo tra i rami, portandomi dietro il corpo che ho incantato.












10/07/2008
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Sala Grande
La Sala è un tripudio di colori, c’è da dire che Benton non è rimasto con le mani in mano, questa volta, e si è dato veramente da fare. Eugene borbotta sommessamente, mentre Milo è assorto nella contemplazione di un orlo della mantella che gli ricade sulle spalle; nessuno dei due sembra particolarmente estasiato dalla visione che si apre ai loro occhi.
«Aridi come deserti» commento precedendoli di qualche passo, verso un nutrito gruppetto di testoline bionde, tra cui fa capolino la mia testolina bionda, che sorride allegramente alla volta di Audrey.
«Toh, il fan club delle fatine» grugnisce il mio biondo amico, mentre Milo sghignazza apertamente.
«E tu non dovresti ridere» riprende dopo qualche attimo «C’è anche la tua dinamitarda del cuore»
Mentre Milo inizia a sussurrare preghiere invocando la protezione di tutte le divinità che riesce a ricordare, sorrido a mia volta, cingendo i fianchi di Jillian e stringendola a me.
«Ma come siamo belle, questa sera» sussurro al suo orecchio.
Arrossisce, voltandosi per darmi un bacio.
«Potrei dire lo stesso» ribatte. Si sofferma qualche attimo sul mio volto, prima di scivolare oltre, sugli altri ragazzi «Eugene, è sorprendente vederti così elegante» commenta, stupita. Il biondo borbotta qualcosa, mentre Ashmore sghignazza senza ritegno.
«Oh, non darle ascolto» squittisce Isabel, accorrendo in soccorso del suo cavaliere «E’ soltanto invidiosa perché questa sera sei tu il più ammirato»
Jill sorride, stringendosi a me.
«Tanto meglio, così il mio bello non lo divido con nessuno»
«Santo cielo, siete mielosi da dar la nausea» protesta Audrey, ancora in attesa del suo cavaliere.
«Si, ha proprio ragione» interviene Milo. Opal, al suo fianco, sembra avere grosse difficoltà anche solo a respirare, ma niente sembra in procinto di esplodere al momento. Fortunatamente.
«Io ho fame» intervengo «Che dite, ci spostiamo verso i tavoli?»

***

Alla fine, ai tavoli ci siamo arrivati solo io e Jillian.
Mi sorride, scrollando le spalle come a dire che non importa, e prende posto di fronte a me, accavallando le gambe con grazia.
«Toh, guarda un po’» commenta con una smorfia «Il professor Benton porta avanti la sua politica di cooperazione tra le case anche per quanto riguardo la sua vita privata..»
Mi volto, scorgendo il professore di Incantesimi più amato dell’ultimo seguito che corre dietro alle gonne –o meglio, alle gambe- di Martine Lewis, il nuovo incubo di Jillian.
«Anche i migliori hanno qualche difetto» commenta dopo qualche attimo, con diplomazia, allungando le mani verso un menù rilegato in pelle che lievita elegantemente tra di noi.
«Come sei inflessibile, questa sera» le sorrido, sfiorandole il dorso della mano «E’ successo qualcosa da quando ti ho lasciata, questo pomeriggio?»
Rotea gli occhi, lasciando perdere le delizie che le cucine propongono, e inspira a fondo.
«Tu non hai idea dell’inferno che era il dormitorio!» esclama «Dire che l’isteria regnava sovrana è un eufemismo, davvero. Un incubo.» schiocca la lingua contro il palato, prima di sorridere e accennare un saluto all’altra sua bionda compagna di stanza, Laura «Quando i capelli di Luise-non-ricordo-cosa hanno preso fuoco, poi la situazione è degenerata»
Sgrano gli occhi, involontariamente.
«Capelli che prendono fuoco?!»
Annuisce, con aria grave.
«Tu non hai idea di quanto certe riviste di bellezza possano essere pericolose nelle mani di ragazzine del primo anno» mormora, rabbrividendo. La scena non deve essere stata delle migliori.
«Come mettere Milo in un negozio di Creature Magiche, insomma»
«Ecco si» torna a sorridere, illuminando «Qualcosa del genere»
Sfoglio distrattamente le pagine del menù, osservando con la coda dell’occhio Jillian, quando la vedo irrigidirsi tutto d’un tratto.
«Hunnam» la voce strascicata è inconfondibile quanto il disprezzo con cui ha pronunciato il mio nome. Non c’è bisogno nemmeno che alzi gli occhi, per riconoscere la persona a cui appartiene. Ma una mano sulla spalla della mia ragazza è qualcosa che non sono disposto a tollerare. Mi impongo di far finta di niente, mentre lei se la scrolla di dosso, stizzita.
«Norwood» replico, lasciando intendere che la conversazione non avrà un seguito e che è destinata a morire lì, seduta stante. Ma a quanto pare, lo Stupi-principe per eccellenza è troppo pieno di sé per prendere atto della cosa.
«Cosa fai qui, tutto solo? Hai perso il tuo branco di amici?» sibila, velenoso.
Inspiro a fondo, facendo cenno a Jill di non preoccuparsi.
«Potrei dire lo stesso di te. Sei venuto qui in un impeto di solitudine, per caso? Perché se così, guarda, la in fondo c’è Violet, sono sicura che ha ancora tante cose da dirti»
Serra le labbra in una linea sottile, le nocche sbiancano mentre chiude le mani a pugno. Probabilmente si sta conficcando le unghie nei palmi delle mani.
«Norwood, per carità!» riprendo, simulando un’espressione angosciata «Rilassati, ti stanno formando delle gradevolissime rughe attorno alle labbra e sulla fronte!»
Sorrido, candidamente, di fronte alla sua espressione attonità. Se boccheggiasse, potrei dichiarare la serata un successo senza precedenti.
Ma non succede. Alle sue spalle compare Scarlett, fasciata da quello che pare uno strato di tulle nero che non lascia proprio niente all’immaginazione.
«Ed, tesoro, cosa ci fai qui?» miagola, guardando me e Jillian come se fossimo due acari «Con loro.» concluse, marcando le ultime due parole con una smorfia. Il Principe recupera un po’ di controllo, circondandole la vita con un braccio; Jillian si alza, ritrovandosi in piedi davanti alla Lywelyn. La raggiungo, tanto per non lasciarla sola davanti alla nuova vipera in seno ai Principi.
Ed eccoci qua.
Il giorno e la notte, il corpo e lo spirito, il bene e il male. Le due facce della stessa medaglia, gli opposti. Jillian, bionda e candida come un giglio e Scarlett, dai capelli di corvo e l’animo scuro di chi non ha scrupoli; Edward e la sua scia di cuori infranti e braccia rotte e io.
La situazione ha del paradossale, sorridiamo tutti e quattro come se fossimo amici da sempre, mentre in realtà non vediamo l’ora di staccarci la testa a morsi a vicenda. E’ Jillian, a rompere il silenzio.
«Vi prego di scusarci» pronuncia pacata, con un tono e un’espressione che devono essere l’orgoglio di sua nonna in tutti i grandi eventi di famiglia «Ma non possiamo trattenerci oltre a parlare con voi.»
«Ne tanto meno vogliamo» la interrompo, decisamente più brusco. Mi posa una mano su un braccio, riprendendo a parlare.
«Sono sicura che avremo altre occasioni per riprendere il discorso»
Edward mi fissa, livido di rabbia. Ma la sua voce è ferma, gelida.
«E io sono sicuro che questo accadrà molto presto»
Ci fissa, assieme alla sua dama, prima di darci le spalle e allontanarsi con la sua solita aria arrogante di sempre. Jillian sospira impercettibilmente, quando una voce leziosa ci sorprende alle spalle.
«Signorina McKanzie»
Lumacorno.
Grandioso.

***

Foresta Proibita.
Lascio Jillian con la morte nel cuore, dandole le spalle per tuffarmi nella fitta oscurità che avvolge gli alberi. Si innalzano verso il cielo, gigantesche colonne che non permettono alla luce di filtrare tra le loro chiome e ci nascondono dal resto del mondo, soffocandoci in un pesante silenzio.
Non un rumore, non un verso. Solo ombre che si addensano negli angoli, allungandosi fino ai miei piedi. Poi, un lampo di luce che esplode alle mie spalle, l’urlo di una ragazza che non riconosco. Un respiro che si fa vicino, rumore di passi lenti, calcolati. Mi volto, giusto in tempo per vedere Edward farsi avanti attraverso una cascata di scintille rossastre, rimasugli di un incantesimo lanciato da qualcun altro.
«Ti sei perso, Hunnam?» cantilena velenoso, la mano che stringe la bacchetta apparentemente rilassata lungo il fianco. Stringo la mia tra le dita, saggiandone la consistenza e il calore. Sembra quasi di sentirla pulsare, carica di magia.
«Veramente cercavo te» ribatto. Annuisce impercettibilmente, sollevando il braccio.
«Sia» sibila «Come vuoi»
«Come se tu non lo volessi» abbozzo un ghigno, liberandomi del mantello che cade con un fruscio a terra. Lui mi imita, senza distogliere lo sguardo per un attimo.
Di nuovo silenzio, mentre solleviamo le bacchette, contemporaneamente.
Di nuovo silenzio, mentre da qualche parte alla mia destra esplode un boato e la terra trema.
Di nuovo silenzio.
Poi, il caos.
«STUPEFICIUM!» gridiamo all’uninsono, senza un attimo di esitazione: la magia esplode, si scontra, ringhia furiosa mentre gli incantesimi si inseguono e si annullano a vicenda, senza che la situazione si smuova.
«Dominusterra» ringhia Edward, facendo tremare violentemente il terreno sotto i miei piedi. Perdo l’equilibrio, andando a sbattere contro un tronco dietro di me; il dolore di irradia da un punto indefinito della mia schiena fino ad avvolgermi in una trama fitta e lancinante che toglie il respiro. Ma non ha finito. Approfittando della mia distrazione, non si lascia sfuggire l’occasione.
«Exulcero» sibila con un sorriso che non lascia dubbi sui livelli che la sua soddisfazione sta raggiungendo. La fattura mi colpisce in pieno petto, mozzandomi nuovamente il respiro. «Ma come, Hunnam, tutto qui?» mi canzona, avvicinandosi.
«Ti piacerebbe» biascico, mentre piaghe e ustione si allargano sul mio torace, chiazzando di sangue la camicia immacolata laddove si lacerano. Lui scuote il capo, contrito.
«Hunnam, Hunnam.. non fare promesse che non puoi man--»
«Frastrunom» ringhiò furioso.
Il suono viaggia veloce, molto più delle sue parole, e lo colpisce in pieno volto. Barcolla, visibilmente concentrato e, potrei azzardare, persino un po’ spaventato. Sicuramente confuso, porta le mani alle orecchie, cercando stupidamente di escludere la sinfonia di rumori che risuona nella sua mente, regalandomi l’occasione perfetta per ricambiare il favore. Non perdo tempo in chiacchiere, se c'è una cosa che ho imparato è che in un duello, qualsiasi cosa venga pronunciata al di fuori di un incantesimo, è un pericolo.
«Flagramus!»
Le fiamme si allungano come tentacoli verso Edward, ma il calore lo risveglia dalla confusione ed è solo la manica sinistra della sua giacca a prendere fuoco. Gli scappa un gemito, mentre evoca dell’acqua per spegnere il piccolo incendio.
Ci fissiamo in cagnesco, senza fiato e doloranti. Ma non è ancora abbastanza, no. Non è mai abbastanza.
«Incarceramus» ribatte, gli occhi saturi di odio.
«Protego!»
Le corde si infrangono sullo scudo, cadendo a terra inermi. Nessuno dei due demorde.
«Glacius!»
Urla, animale ferito, quando il ghiaccio si serra contro la sua caviglia immobilizzandolo al terreno.
«Impendimenta»
Vengo sbalzato all’indietro, cadendo a terra su un fianco. Senza nemmeno rialzarmi, non gli do il tempo di liberarsi. Ci penso io personalmente.
«Reducto!» la terra gli esplode sotto i piedi, scagliandolo contro una roccia poco distante.
Di nuovo silenzio, mentre di nuovo ci ritroviamo a guardarci, carichi d’odio.
Di nuovo silenzio, mentre la notte ci avvolge, interrotta da lampi di luce che ci corrono attorno.
Di nuovo silenzio, mentre l’aria carica di magia e incantesimi è densa, quasi irrespirabile.
Di nuovo silenzio, mentre mi rendo conto che non è l’aria ad essere irrespirabile, ma sono i miei polmoni a non riceverne più. Sbatto le palpebre, boccheggiando sotto il ghigno di Edward. Ho poco tempo, prima che la vista mi si oscuri del tutto. Dannato, non ha pronunciato la fattura che mi impedisce il respiro.
Cado in ginocchio, la testa gira troppo. Tutto gira, il mondo gira.
Jillian, perdonami.













08/07/2008
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Bene. Eugene, respira profondamente e non riaprire gli occhi fino a che Milo non avrà smesso di parlare. Cioé mai. Mi costringo a inquadrare di nuovo la mia figura nello specchio della camera; Carlisle non si sbriga ad uscire dal bagno, e io sono in crisi con i miei capelli. Non me ne è mai fregato niente, anzi: più mi coprivano la faccia, meglio era. In effetti, fino a un paio di mesi fa neppure mi sfiorava l'idea di dover risultare presentabile per qualcuno. Invece ora questo cespuglio paglierino sta diventando un vero tormento; non posso pensare di andare al ballo senza un minimo di stile. Se non altro, per non farmi togliere il saluto da Isy. Pasticcio ancora un po' con la spazzola, prima di scagliarla verso il mio letto. Che disperazione.
Milo si sistema il cravattino e per la prima volta da circa tre ore sta zitto.
« Eugene Pennington. Sei diventato uno psicopatico. » mormora poco dopo, sgranando gli occhi e fissando il mio riflesso oltre la mia spalla. Mi lascio cadere all'indietro, sbuffando forte mentre il tappeto persiano mi grattugia la guancia. Non che mi interessi di sporcarmi il vestito, tanto se non se non troverò una soluzione per togliermi questa faccia da pesce morto non uscirò dalla stanza. Non faccio lo sforzo di mettermi a guardare in faccia il mio amico.
Povera Isy ; come se non bastasse tutto questo velluto blu, a farmi sembrare un puffo passato in una stiratrice. Milo si piega in avanti e mi spunta dall’alto, fissandomi con i suoi occhiucci blu tutti pieni di luci scintillanti.
« tirati su immediatamente. » sibila lanciandosi verso il suo letto, e rovesciando sul pavimento l’intero campionario del suo beauty case.
« cosa vuoi fare, truccarmi da farfalla? » sbotto rimettendomi seduto.
« chiudi gli occhi, bifolco. » l’unica cosa che sento sono le sue manacce che mi sbattono sulla testa; starà mica componendo un ritmo sinfonico per percussioni sul mio cranio. « tadà! »
Socchiudo gli occhi molto, molto lentamente. Inizialmente non vedo altro che la solita ombra sfocata della mia testa bionda e la mia faccia con le guanciotte rubizze. Poi focalizzo cos’ha fatto.
« ammettilo, Milo; tu sei gay e vuoi fare lo stylist. » sfioro appena il codino in cui ha raccolto la paglia, che sembra stranamente ordinata, e non mi ricade in faccia. Non sembro un idiota. Questo è un miracolo.
« mandami tua sorella, amico. » ruggisce appena con la sua solita espressione marpiona, mentre si caccia il mantello sulle spalle.
« stai diventando banale. » scatto in piedi e mi sbatto insistentemente la veste. Si può fare.

 


 

La scalinata è rimasta ben sgombra. Certo, perché tra poco ci toccherà salirci e .. non ci voglio pensare. Mi chiedo come faccia Milo a preoccuparsi di aver spezzato il cuore di miss TNT , Opal, quando avrà una chilometrica parte solista da eseguire davanti a tutta la scuola.
« Eugene, tesoro. » pigola Isabel, strappandomi un braccio per attirare la mia attenzione. Riesco appena ad intravedere i suoi occhioni azzurri prima che mi trascini verso il basso e mi baci. Trentasei centimetri sono tanti, forse è per quello che da quando sto con lei ho sempre mal di schiena. « smetti di preoccuparti, andrà tutto benissimo. »
« lo so, ma lasciami essere paranoico e insopportabile. » le sussurro nell’orecchio, stringendole forte la mano. Non sono abituato ad essere romantico; e neppure a venire trascinato al centro della pista da ballo, ed incrociare a fasi lo sguardo di Julia, stretta tra le viscide membra di Riddle. Isy grugnisce. Le chiedo scusa. Carlisle mi guarda con aria allarmata. Milo è scomparso.
No, un attimo. Do uno spintone a Isy, che sebbene scossa segue il mio movimento ed esce dalla pista. Audrey sembra più perplessa di noi, ed ancora di più quando le do le dovute spiegazioni.

 


 


« Eugene? » mi chiede Georgiana; si sistema ossessivamente i capelli, quasi peggio di me, e si ferma giusto quell’istante che serve per ascoltarmi.
« Non posso venire. » mormoro appena. Lei sgrana gli occhi.
« Abbiamo bisogno di te! » strilla, prima di farsi stritolare da Sebastian, che non sembra voler smettere di limonarci neppure per un momento. Dio, la paura di morire fa proprio brutti scherzi.
« Per cosa, l’accompagnamento musicale? » le sputo acido e bile addosso, e mimo me stesso che suona il pianoforte. « Georgiana, non è meglio che rimanga qui a ... distrarre l’altro 95% della scuola con la mia voce soave? » cerco di correggere il tiro e buttarla sul ridere. Visto che quell’esibizionista di Milo ha già scantonato ed è sparito nel nulla, lasciando le sue numerose fan ninfomani a bocca asciutta.
« ti aspetto nella foresta, Eugene. » sussurra appena prima di farsi trascinare via dalla sua dolce metà. Dannazione.
Che lo spettacolo cominci.

 



Ora, io sono per la non violenza, ma a Milo Ashmore sfracellerò i coglioni a ginocchiate. Appena avrò finito di cantare la sua parte, visto che lui mi ha fatto il favore di andare ad agitare la bacchetta e mollarmi qui, ad improvvisare davanti ai professori che agitano le testoline a ritmo. Su, Eugene, puoi farcela.
Ascolto le ultime note urlate dalle oche soprano, e poi scivolo via dalla formazione del coro. Non ho cantato bene quanto avrei dovuto, ma l’idea di Isabel in quella foresta, e di tutti gli altri ...
O’Sullivan mi segue con lo sguardo e la mascella sganciata e io faccio finta di non vederlo, né di rendermi conto che manca ancora il gran finale. Attraverso la sala grande prendendo a gomitate un po’ di ragazzine ubriache, scappo fuori, travalico l’atrio brulicante di coppiette che se la fanno senza ritegno e di bambinetti dei primi anni che tentano di imbucarsi e vengono beccati dalla sorveglianza.
Il giardino mi sembra ancor più enorme di quanto già fosse. Prendo la bacchetta ed inizio ad agitarla in aria, mentre galoppo verso la foresta. I rami mi rigano la faccia e mi stampano righe parallele sulla fronte , ormai bordeaux; essere alto dà anche questo svantaggio.
Dopo qualche decina di minuti, vedo lampi di luce che appaiono tra i rami. Sono loro.
Punto la bacchetta in avanti. Prendo fiato. Mi getto nella radura. A terra ci sono Megafusto Lywelyn, una che non riconosco e poi non so. Quello che vedo è Isabel che viene incornata dall’incantesimo di una serpeverde biondastra e troppo alta. Faccio un tuffo verso di lei, le orecchie che mi si tappano a causa del mio stesso urlo.
« venenum! » un’esplosione. Dagli occhi della biondina scorrono lacrime nere.
Sollevo la mia fatina e me la carico sulle spalle senza aspettare altro; il suo peso è minimo. Mi sposto in fretta verso il limitare del bosco ; ma Audrey mi sfreccia davanti.
« scappa, Eugene! scappa! » nel silenzio perfetto che è sceso improvvisamente sul nostro combattimento distinguo nettamente lo scalpiccio degli zoccoli di qualche creatura del bosco. Scappo.

 













08/07/2008
commenti (2) • tag: amori, serpeverde, riddle, grifondoro, duelli, morsmordre

Martine mi scompiglia ad arte i capelli.
“Ehi, fratellino, attento a non infrangere troppi cuori stasera.”
“Attenta tu, piuttosto. Ho sentito che Benton ti cercava.”
Martine alza gli occhi al cielo.
“Oh, per il Santo Graal. I danni del Whisky Incendiario.”
“Dài, sorellina, non dirmi che non ti piace nessuno. Crale è un bell’uomo. E anche Silente, anche se ha i suoi anni.”
“Ecco. Gli unici due appetibili hanno idee un attimo in contrasto con la mia visione del mondo magico.”ribatte lei, sorridendo.
“Ora torna dalla tua dama, dài. Sono in grado di difendermi da sola.”
Mi allontano da lei e vado a prendere due bicchieri di champagne. Deirdre sta parlando con Amanda, una nostra compagna di Casa, ed insieme commentano gli abiti delle ragazze.
Accanto a noi passa Jillian, bellissima come sempre. Non posso trattenermi dal fare un commento salace. Non appena l’apparizione in bianco si allontana, mi volto verso Dè.
Mi tiene il muso.
“Sono andato a salutare Martine. Si annoia da morire, deve fare la sorvegliante. Sai che divertimento.”
La sua espressione si rischiara.
“Non sarai mica gelosa…”
“No.”ribatte lei con un sorriso incantatore“Ma stai bene attento a quello che fai!”conclude, scoccandomi un’occhiata eloquente.
“Agli ordini, capo. E, mi dica, ora le andrebbe di ballare?”le domando, prendendole la mano.
Accanto a noi, una coppia bizzarra.
Julia Versten, una vera ninfa nel suo abito color zaffiro, e Tom Riddle, perfetto nel suo smoking. I bottoni dello sparato, io lo so perché li ho visti, sono tanti piccoli serpenti dagli occhi di smeraldo.
Ridacchio.
Non riesco a concentrarmi su niente. Né sul danzare, né su Deirdre, che pure è bellissima.
Sono proiettato verso quello che succederà fra poco.

Tom rifiuta con un cenno il mantello che Lenore gli porge.
“Non credo che sia l’accessorio migliore per la Foresta Proibita, mia cara.”afferma, con una lieve intonazione ironica, prima di uscire.
Il grande momento è arrivato, alla fine.
La resa dei conti.
Certo, ammetto che rovinare il mio smoking arrivato da Parigi non è un’idea che mi fa impazzire.
Ma al diavolo la vanità.
A questo punto, contano altre cose.

La Foresta Proibita.
La Giungla Proibita, dovrebbero chiamarla.
Non ci sono liane che penzolano o scimmie urlatrici, ma alla prossima radice che minaccia di farmi sprofondare in questo sottobosco melmoso, potrei fare piazza pulita e trasformare il luogo nel Deserto Proibito.
Deirdre manda un esclamazione di dolore.
“Dè?”
“Maledetto fango!”mi risponde.
Oh, insomma. Cosa deve fare un gentleman in questi casi?
“Abbracciami, su.”
Deirdre sembra stupita dalla richiesta, ma obbedisce senza discutere.
“Voilà.”
Con un gesto rapido, la sollevo in braccio.
“Grazie.”dice, mentre raccoglie la gonna del vestito per non farmi capitombolare.
“Di nulla.”
Deirdre torna con i piedi per terra non appena entriamo nella radura.
Basta radici sporgenti, rami assassini e animaletti di non ben specificata natura che ti sfiorano il viso, per fortuna.
Deirdre si allontana per raggiungere Scarlett, mentre io mi guardo in giro per individuare il mio compagno di giochi.
La testa rossa di Carlisle Hunnam è visibilissima alla luce della luna piena.
“Carlisle! Mio caro!”esclamo.
“Mi spiace Jasp, è già impegnato.”ribatte Ed.
“Ehi, trattamelo con riguardo, mi raccomando. I tuoi incantesimi migliori, amico.”gli rispondo, ben sapendo che è un incoraggiamento superfluo.
Dunque, dunque.
Oh, Jillian se l’è presa Violet. Peccato.
Audrey è con Catherine.
Aedan e Scarlett, caspita, una sfida in famiglia.
Georgiana e Lenore se le stanno dando di santa ragione.
E io?
San Salazar, aiutami tu.
Forse il grande Serpeverde ha udito la mia preghiera, perché ecco che sbuca dal groviglio di rami una figura a me ben nota, soprattutto in ambito Quidditch.
“Damian! Damian Denholm!”lo chiamo.
Non c’è bisogno di altro.
Un incantesimo sta per colpirmi, ma pronuncio in tempo la fattura adatta a contrastarlo.
Siamo il duo più dinamico della radura.
Un paio di sortilegi dopo, ci ritroviamo accanto a Tom e Julia.
“Julia. Sai quali sono state le ultime parole di Ida prima di morire?”domanda il mio Signore.
Intanto, la mia Pastoia Total-Body manca per un soffio Denholm, che è caduto a terra lungo disteso, scivolando sulla melma. Maledetta Foresta.
Rispondo io, ad uno sguardo di Tom. Come non ricordarlo?
Negli occhi di Julia Versten passa un lampo di odio, ma io devo preoccuparmi di Damian che si sta rialzando, altroché, bofonchiando una serie di improperi piuttosto coloriti.
“Lewis!”ruggisce“Ora preparati.”
Ah, meno male, non vedevo l’ora.

La Salinger urla qualcosa. Centauri?

 














06/07/2008
commenti • tag: amori, serpeverde, riddle, grifondoro, corvonero, duelli, morsmordre, fidelius

La sera del Ballo, tanto atteso, tanto sognato, è arrivata.
Coppie felici scivolano leggere, fra risate e sguardi languidi.
Si sa, la sera del ballo molto spesso è preludio di importanti sviluppi sentimentali.
Dopo la tipica isteria che precede sempre questi eventi, io, Jill e le altre siamo riuscite a raggiungere la Sala Grande mantenendo ancora un briciolo di sanità mentale.
Perdo quasi subito di vista la mia amica bionda: è probabile che sia stata catturata dalle reti del suo bel Tasso dai capelli di fuoco, reti che immagino molto convincenti.
“Signore, signori, l’elezione di Miss e Mister Hogwarts!”
Oh, che incubo, me n’ero quasi dimenticata.
Peter sbuffa accanto a me, così gli stringo la mano e gli dico:
“Non siamo mica obbligati a restare qui tutto il tempo.”
Pochi istanti dopo, siamo rincantucciati in un angolino nascosto, intenti in attività molto più piacevoli.
Non sentiamo i nomi dei fortunati, tuttavia veniamo interrotti da un bonario professor Benton, con gli occhi accesi dal Whisky Incendiario, che dà una pacca sulla spalla del mio cavaliere ed esclama:
“Su, su, ragazzi, per questo ci sarà tempo più tardi! Unitevi alle danze!”conclude, con un singhiozzo.”Vado a cercare la professoressa Lewis!”
Peter ed io ci stacchiamo, ridendo al pensiero del professor Benton che prova a conquistare l’algida Martine Lewis, finché una scena quantomeno folle colpisce la nostra attenzione.
Julia che balla con Tom Riddle.
Julia e Tom? Che ballano?! Insieme?!?!
L’inferno deve essersi è tramutato in ghiaccio.
Peter mormora:
“Non è possibile. Andiamo a cercare Sebastian, dev’essere successo qualcosa.”
Mentre ci spostiamo per la Sala, la cosa si fa più chiara e diventa cristallina una volta incrociato Eugene.
“Sono Mister e Miss Hogwarts. Ecco perché sfarfalleggiano insieme.”bofonchia.
Nella sua voce si percepisce netto un tono di preoccupazione.
Julia è pallida, ma tranquilla.
“Non so dove trovi la forza.”dice Isabel.
Neppure io.
Il valzer finisce, con tanto di applausi all’orchestra. Peter ed io cogliamo l’occasione della breve pausa, e ci avviciniamo a Sebastian.
"È il momento. Tom Riddle ha sfidato Julia.”afferma, senza bisogno di domande da parte nostra.
“Dove? Quando?”lo incalza Peter.
“A mezzanotte, nella Foresta. Fra poco si muoveranno Julia e Georgiana, noi le raggiungeremo alla spicciolata per non dare troppo nell’occhio.”
La mano del mio ragazzo si stringe convulsa intorno alla mia.
Ci guardiamo per un istante negli occhi.
“Andiamo.”

Dopo essere inciampata per la terza volta, Peter prende il controllo della situazione e trasfigura le mie scarpette col tacco in un paio di comodi scarponcini, affinché mi possa muovere in modo più agile.
Intorno a noi, sento le voci indistinte di Jill e Carlisle, e di altri membri del Fidelius. Damian impreca contro la radice di un arbusto, alla nostra sinistra.
“Peter, non voglio che ti preoccupi per me, chiaro? Tu combatti e cerca di uscirne intero.”
“Audrey, io… ti amo. Stai attenta, ti prego.”
Poco dopo, sbuchiamo nella radura. La cricca di Tom Riddle è già pronta ad incrociare la bacchette. Abbraccio Peter e raggiungo Jillian.
“Pronta?”le chiedo.
La mano che stringe la bacchetta ha un leggero tremito, ma la sua voce è ferma e priva di esitazioni.
“Pronta.”risponde, con l’ombra di quello che sarebbe un sorriso d’intesa, se la situazione fosse diversa.
Lei si occupa della vipera Violet, mentre io prendo in carico Catherine, l’amichetta della Traviston.
La ragazza è piuttosto titubante.
Mi viene da pensare che non sia proprio felice di essere qui.
Non che io lo sia, ma…è come una catarsi.
Come se, incantesimo dopo incantesimo, la tensione che ho accumulato in tutti questi mesi quasi fluisse via, incanalata nella magia.
Ad un certo punto, colgo un attimo di esitazione in più.
“Stupeficium!”
Catherine cade al suolo, svenuta. Mi avvicino per disarmarla, mentre do uno sguardo circolare intorno a me.
Jill e Violet sono sparite. Julia sta ancora combattendo, così come tutti gli altri.
Nel frastuono generale, sembra che io sia l’unica ad accorgermi di un suono che non è né magico, né naturale.
Clop-clop, clop-clop, clop-clop…
Sono troppo agitata per associarlo con chiarezza a qualcosa, ma mentre si avvicina…
“I Centauri!”urlo“Stanno arrivando!"

 

 













03/07/2008
commenti • tag: confidenze, amori, amicizie, conoscenze, festeggiamenti, corvonero, tassorosso, momenti imbarazzanti

Mi guardo allo specchio per una frazione di secondo, per poi tornare lentamente al mio letto e sbuffare. Per la ventesima volta in dieci minuti.

“Insomma questo vestito non mi sta bene!” dico mentre afferro con le dita questo pezzo di stoffa che mi angoscia cosi` tanto, per togliermelo e buttarlo sul letto con rabbia. E` marrone. Un vestito marrone, che mi casca stranamente sul corpo, creando l’illusione di due taglie in piu`. Poi come potrei mai mettere un vestito marrone con dei tacchi neri? Non si e` mai vista una cosa del genere.

“Ho deciso, non vado al ballo. Max stara` dieci volte meglio senza di me d’altronde” dico alle mie due amiche, che nei loro vestiti strabilianti si stanno truccando davanti allo specchio. Lory indossa un vestito con scollo a V, drappeggiato perfettamente sul suo corpo, di una seta di mille colori, che si alternano e si rincorrono e si fondono dolcemente. E` l’espressione dell’allegria. Susan ha un elegante (e corto) abito cocktail nero, che ha accessoriato benissimo, con una clutch nera e argento, e delle vertiginose pumps argento. Io sono l’unica che sembra stia andando ad un ballo in maschera come “la-strega-scoordinata-di-turno”.

“No!! Dai ti prego devi venire!” dice Susan, sedendosi accanto a me sul letto “Il vestito non e` poi cosi` male...” Sembra moooooolto convinta. Sbuffo e affondo il viso nel cuscino.

                                     

Toc Toc Toc

 

Conosco quel rumore, e potrebbe essere la mia salvezza. Mi giro ed apro la finestra. Entrano due affaticati gufi che transportano un pacchetto alquanto pesante. Lo apro cercando di reprimere le speranze, magari e` solo un’illusione...Ma non lo e`! Con le mani che tremano tiro fuori un vestitino rosa adorabile, senza spalline e con un fiocchetto davanti. Continuo a scavare nel pacchetto e trovo delle peep toe grigie. Indosso il vestito e le peep toe e vanno proprio benissimo insieme.

Guarda qua!” grida Lory tirando fuori dal pacchetto una clutch beige carinissima. La prendo e mi specchio. Cavolo. Sto proprio bene. Mamma e` proprio la mia salvezza. Dopo il ballo dovro` ringraziarla tremila volte.

 

 

 

Mezz’ora dopo

 

Mi alzo sulle punte dei piedi, cercando fra la montagna di gente il mio “cavaliere”. Bleah. Mi viene proprio voglia di entrare nella mischia e ballare, senza dover aspettare uno stupido cavaliere o niente del genere. Odio questo tipo di cose cosi` smielate. Susan si e` gia` dileguata con il suo ultimo flirt nonche` suo cavaliere al ballo, e io e Lory siamo in piedi sull’ultimo gradino della scalinata, facendo la figura delle patetiche.

“Eccoli!” grida Lory, indicando un punto in mezzo alla Sala Grande. Stringo gli occhi, ma non riesco a distinguere ne` Max ne` Robbie “Eccoli! Ragazzi ciao!!”. Improvvisamente li vedo, si girano allo stesso tempo e si avvicinano a noi. Ma non posso credere ai miei occhi. Max si e` fatto biondo, e si e` spostato quella stupida frangetta. Finalmente posso vedere bene i suoi occhi. E` bellissimo, spettacolare.

“Ciao” dicono Max e Robbie all’unisono. Max si avvicina e mi bacia sulla guancia rapidamente. Sento che Lory lo sta fissando, impressionata anche lei da quel cambiamento cosi` drastico.

“Perche` non ti metti cosi` tutti i giorni a scuola?” chiede la mia amica a bocca aperta.

Lui ridacchia, spettinandosi con un gesto della mano la sua nuova chioma bionda.

“Boh. Non ci ho mai pensato davvero”. C’e` una pausa imbarazzante, ma poi Robbie chiede a Lory di ballare e cosi` anche Max si scioglie. Ci spostiamo piu` al centro della pista, dove con la coda dell’occhio vedo Julia e il famoso Tom Riddle che stizziti ballano insieme. Sono stati eletti Miss e Mister Hogwarts, ma e` ovvio che non si simpatizzano per niente. Ma Julia e Tom mi deconcentrano solo per un secondo, perche` tutta la mia attenzione e` su Max. E anche l’attenzione di altre ragazze che, intorno a noi, ballano sfrenatamente per cercare di farsi notare. Evidentemente il suo cambio di look non ha colpito solo me e Lory. Max continua a ballare nel suo mondo, sorridendomi di quando in quando, ma le ragazzine iniziano a stargli sui nervi e avvicinandosi a me mi sussurra: “Vuoi uscire un attimo?”. Mentre con la mano mi guida verso il portone scorgo fra la folla una Susan a bocca aperta, che con gesti esagerati indica il mio cavaliere. So che discorsetto mi fara` dopo. Fuori l’aria e` tagliente, e` primavera ma fa ancora freddo, mi stringo le spalle e Max, che coglie al volo il mio gesto, mi offre la sua giacca. Stiamo un po` imbarazzati, impalati davanti al castello, da dove ci arriva il suono offuscato e represso della musica nella sala da ballo.

“E` incredibile quanto poco ti conosco Max” dico mentre lo guardo. E` incredibile che io lo abbia come cavaliere, e` troppo troppo bello per me. Pero` questo non lo dico.

“Gia` hai ragione. Ma io un po` ti conosco”. 

Cosa? Questo non mi risulta, l’unica volta che gli ho parlato e` stato l’altro giorno quando stava fumando. Basta. Lui legge la mia espressione interrogativa.

“In realta` e` da un po` che ti ho notata, sei molto carina, e poi ti ho sentita anche in biblioteca e in Sala Grande, sei dolce, ti distingui dalle tue compagne. Non sei come Susan per esempio, infatti e` stato piu` facile parlare con lei della....della mia cotta”

Sono sicura che in quel momento avevo gli occhi da ebete, perche` cio` che diceva faceva poco o nessun senso. Lui, una cotta per me?

“Ma...ma...com’e`...” balbetto, ancora convinta profondamente che sia tutta una presa in giro, e di veder spuntare dal nulla Lory, Susan e Robbie, che mi prenderanno in giro a vita per esserci cascata.

Ma quel suo bacio, quel suo bacio non e` una presa in giro. E` sul serio quel suo bacio. E vorrei tenermi Max per sempre legato alle mie labbra. In un bacio lento e continuo.

 

Nota dall'autrice: Siccome la mia posizione nel gdb il prossimo anno e` traballante per il momento Max non sara` un png. Se il prossimo anno riesco a postare regolarmente di nuovo allora e` ovvio che lo sara`!! XD e` troppo bello...

ps: ho fatto un piccolo set su polyvore di cio` che alexa mette al ballo ecco il link se vi interessa: http://www.polyvore.com/cgi/set?id=2186878















03/07/2008
commenti (1) • tag: famiglia, amori, dolore, serpeverde, riddle, grifondoro, corvonero, duelli, morsmordre, fidelius

Che Julia fosse bella, era indubbiamente logico. Ma la palpabile essenza nel riconoscere, non appena varca la soglia del suo dormitorio, in lei, la creatura più bella che abbia mai visto mi lascia…spiazzato. Quasi senza fiato per un momento che mi sembra interminabile, seppur nella mia immaginazione.
Io sorrido. Lei sorride.
E niente sembra cosa più naturale e splendida del nostro abbraccio. Sfioro il suo polso, notando il bracciale che avevo gentilmente chiesto a Sebastian di consegnarle.
Il suo vestito blu, fine ed elegante ne fa risaltare pelle e sguardo, rendendola quasi..fiabesca, per così dire.
Le sollevo una mano, baciandole leggermente il palmo e le dita, per poi poggiare le labbra sulla sua fronte. <<Non trovo una parola adatta a descriverti. Perdonami.>> Le porgo il braccio, avviandomi con lei nella sala del ballo. Dove le danze hanno inizio. E dove il mio fegato si rode bellamente all’annuncio di miss e mister hogwarts (tali Julia Versten & Tom Riddle). Ai quali spetta l’onore del primo ballo.
Oltre l’enorme fastidio che mi porta la vicinanza di quella serpe a lei, non posso fare a meno di distogliere l’attenzione dalla gelosia tipicamente propria dei legami, e concentrarla sull’espressione sibilante e melliflua del Serpeverde.
Che rilascia un messaggio.
Di morte.
A lei.
Non concepisco.

Rabbia. Che sale. Che nasce. Che divora. Sento il corpo lacerarsi quasi dall’ira che vischiosa scivola nelle mie vene. Quasi non capisco più nulla nella corsa adirata, quasi disperata, nella foresta che sembra ancora più scura adesso. In lontananza, LUI, di fronte a Julia, ride. E ride di gusto, anche.
Fa una smorfia di disappunto e schifo quando mi vede al suo fianco, lanciandogli uno sguardo carico d’astio. Lo ucciderei. Per quello che è. Per quello che ha fatto a Julia. Per quello che ha fatto a me.
Sì. Ha fatto qualcosa anche a me. Lui e le sue manie per il sangue puro. Mi hanno diviso completamente da una delle persone che amavo di più. Merita di morire.
<<Stupeficium>>, sento il mio corpo balzare indietro. Non cadere completamente, ma prossimo a perdere l’equilibrio. Nell’ombra qualcosa si nasconde. Riddle sorride.
<<Peccato. Mi sarei occupato anche di te ma…sembra che qualcuno muoia dalla voglia di farlo al posto mio.>>, sibila, reclinando la testa per focalizzare nuovamente la sua attenzione su Julia.
Dalla tenebra occhi che baluginano. Occhi che conosco molto bene. Scarlett stringe la bacchetta, il braccio teso. Lei…è stata lei. I principi la affiancano. La Blackster sobbalza, come se non si aspettasse che proprio Scarlett facesse una cosa simile…a me. Mi sollevo, la guardo. La mia espressione muta. Non più il caro, buon, vecchio Aedan.
Non posso. Non posso tirarmi indietro e non difendere chi amo. Non posso. Non ci riesco.
Non è giusto. Tengo la bacchetta scura fra le mani. Sento quasi una scossa elettrica nel momento in cui le parole <<E’ l’ora della resa dei conti.>> pronunciate da mia sorella mi trafiggono il viso.
<<Ti stavo aspettando, Scarlett.>>
Ed è un lento girare. Come predatori che si studiano a vicenda in un ring troppo piccolo.
E’ silenzio, quasi. Sguardi che si incontrano, attenzioni che non svaniscono mentre attorno l’atmosfera sanguina. I suoi occhi, verdi e oscuri come mai prima di adesso, si scontrano sui miei, luminosi e glaciali.
Numerosi colpi. Schivati, respinti. Voci che si innalzano. Incantesimi che si mischiano. Provocando scintille di ogni colore e forza. Non ci siamo mossi. Non più di tanto. Mentre sento passi che invadono la foresta. Gente che si insegue. Noi non ci siamo mossi. Siamo sempre lì.
Forse sono io che non voglio spostarmi più di tanto dal luogo di combattimento di Julia. Lancio un incantesimo. Scarlett lo respinge. Un fascio potente che si scontra con il suo. Contrastandolo.
Attimi di trepidazione. Balzi che non trovano una reale superiorità.
<<PERCHE’ MI HAI FATTO QUESTO?>>, sento la sua voce, confondersi nella mischia confusa di agitazione e panico. E’ arrabbiata, lo sento. Cova rancore e odio. Non verso di me, forse. Non so.
Ma al momento non è più Scarlett.
Non è più la mia Scarlett.
No.
E poi è il vuoto. La voce di Riddle si espande come fuoco attorno a noi, una luce forte.
Ho solo il tempo di rendermi conto di come il corpo di Julia abbandoni le sue forze, accasciandosi al suolo. Privo di alcuna reazione.
<<NO!>>, la mia voce interrotta da uno schianto deciso. Scarlett tiene la bacchetta tesa.
Sento i muscoli scontrarsi contro una superficie fredda.
<<Scarlett…>>, biascico, incredulo quasi.
La nuca mi fa male.
Sanguina. Sento il sangue sul collo e sulla bocca.
Deglutisco. I suoi passi, veloci, che si allontanano. Rumore che non distinguo.
Stringo la terra fra le dita. Trascinandomi ansante verso il corpo della mia fidanzata.
Arrivo con fatica sebbene sia  poco distante, ha gli occhi chiusi e la pelle leggermente scurita, forse dall’impatto col suolo. E’ fredda al tatto.
Non si muove.
<<JULIA!>> è un grido che fa eco.
E sento, per la prima volta, le lacrime premere prepotenti sotto le palpebre.













02/07/2008
commenti (3) • tag: discussioni, amori, paura, serpeverde, festeggiamenti, corvonero, tassorosso, duelli, fidelius

Torre dei Corvonero, dormitorio femminile.
Caos.
Si pensa di conoscerlo, di sapere come queste quattro lettere si traducano in rumore, oggetti che volano da una parte all’altra e chissà quant’altro. C’è chi, addirittura, ha la presunzione di sapere come affrontarlo, chi si vanta di saper mantenere il controllo quando l’uragano si abbatte.
Beh, è evidente che questa persona non si è mai trovata nel dormitorio femminile Corvonero la sera prima di un ballo scolastico.

«Dove sono le mie scarpe?»
«Maledizione, mi si è incastrata la zip!»
«I miei capelli! I miei capelli sono un disastro!»
«Sono un disastro. Sono un disastro, io non esco da qui.»
«Sento odor di bruciato. LUISE TI STANNO ANDANDO A FUOCO I CAPELLI!»
«Audrey, dove sono gli orecchini? Eh? Eh??»
«Jillian, il tuo gatto si sta facendo le unghie sul mio vestito!»
«Laura, quelle sono le mie forcine!»
«Sono solo forcine!»
«Sono di mia nonna! Sono diamanti e zaffiri, giù le zampe!!»

Inspiro a fondo, mentre Laura scrolla le spalle con aria indifferente e restituisce le forcine incriminate a Isabel, sull’orlo di una crisi isterica. Sono ORE che le cose vanno avanti così. Il corridoio è invaso da nuvole di vapore, l’aria è talmente rovente da essere al limite dell’irrespirabile e le urla aumentano sempre più ad ogni minuto. Fortuna che io e le mie compagne di stanza abbiamo avuto la brillante idea di salire prima che tutte le bimbe del primo e secondo anno realizzassero di doversi preparare, altrimenti saremmo ancora in coda per fare la doccia. E invece siamo in camera, in preda a più o meno violenti attacchi di isteria pre-grande serata. Audrey è immobile davanti allo specchio, puntando con aria minacciosa la bacchetta contro il suo riflesso mentre sibila qualcosa a proposito dei suoi capelli, intimando loro di stare immobili nell’acconciatura in cui li ha costretti; Laura si accende una sigaretta dopo l’altra, appollaiata sul cornicione di una finestra (e solo i numerosi incantesimi con cui l’abbiamo stregato le impediscono di volar giù), mentre Isabel cerca, inutilmente, di fissare le preziosissime forcine ai capelli accuratamente lisciati per l’occasione. Troppo lisciati. Singhiozza.
«Non è possibile»
«Cosa, tesoro?» le domando, rimirando l’abito che ho appena estratto dagli impalpabili veli di seta in cui era avvolto. Una cascata bianca e lucente si distende davanti ai miei occhi, strappandomi un sospiro. Non è meraviglioso, è divino.
«Credimi, non è mia intenzione interrompere il tuo idillio, ma ho un problema più pressante» mi richiama Isabel, che ormai rasenta l’isteria. Mi schiarisco la gola, afferrando la bacchetta e andandole incontro. Mi guarda, sospettosa.
«Non è che poi faccio la fine di Luise?»
Un’occhiataccia.
«Tutta questa sfiducia nelle mie capacità magiche mi offende» piccata, faccio lievitare una delle preziose forcine e la mantengo ferma a mezz’aria, mentre le sistemi i capelli su cui poi il gioiello andrà a fissarsi. Mormoro qualche altro incantesimo, assicurando che non scivoli via, poi passo all’altra. Isabel, rigida come un manico di scopa, respira appena. Audrey, scorgendola riflessa nello specchio, scoppia a ridere, mentre Laura spegne la sigaretta e salta a terra, avvicinandosi al suo letto, dove ha posato il suo abito, rosso fuoco.
«Signore» annuncia con un sorriso «Siamo ufficialmente in ritardo.»
Olè.

***

Sala Grande.
«Signorina McKanzie» la leziosa voce di Lumacorno interrompe la discussione. Alzo gli occhi, mentre automaticamente Carlisle mi si affianca, protettivo. Pur non vedendolo, posso immaginare il suo bel viso contrarsi in una smorfia.
«Buona sera, professore» lo saluto, cercando di essere il più educata possibile «Posso fare qualcosa per lei?»
«Beh, signorinella» mi agita l’indice sotto il naso «Potrebbe spiegarmi perché non ci ha mai fatto l’immenso dono della sua presenza ad uno dei numerosi thé a cui è stata invitata, per esempio.»
Non ribatto e lui coglie l’occasione per continuare a parlare, interpretando la mia espressione neutra per dispiacere puro.
«Ma vedo che è veramente dispiaciuta e sono sicuro che è stato lo studio a tenerla tanto occupata, sono sicuro che la prossima volta non mancherà.»
«Farò del mio meglio» mi sforzo di sorridere, tirando una gomitata a Carlisle che, di spalle, sghignazza senza ritegno.
«Ottimo» sorrido. Un sorriso largo, smisurato, falso. «Buona serata, signorina McKanzie»
«A lei, professore»
Aspetto che si allontani, per tirare un colpo sulla spalla a Carlisle.
«Certo che potevi fare lo sforzo e…»
Mi interrompo, seguendo la espressione improvvisamente tesa che è fissa su una coppia, al centro della pista. Riconosco Julia, che danza con la leggerezza di una fata, assieme a Riddle. Trattengo il respiro, circondando con un abbraccio la vita del mio Tassorosso.
«Credi che..»
Annuisce, lentamente. Aumento la stretta.
«Ma non ora» scandisce, lentamente «Non subito.»
Mi prende per mano, trascinandomi verso la chioma biondissima di Eugene che ondeggia a tempo di musica spiccando sopra la folla. Isabel, minuscola al suo fianco, sorride con aria sognante nonostante i suoi piedi urlino di dolore.
Il biondo, nel riconoscerci, si immobilizza, contemporaneamente alla sua compagna.
«Milo?»
Eugene indica il ragazzo, in mezzo alla pista, circondato da un nugolo di ragazze adoranti, mentre concede un ballo alla fortunata di turno, guardandosi bene dall’incrociare lo sguardo esplosivo di Opal. Il mio ragazzo annuisce, lanciando andare la mia mano per infilarsi nella folla.
«Vado a cercare Georgiana.» dichiaro, girando sui tacchi e avviandomi nella direzione opposta rispetto a Carlisle. Mi infilo tra un paio di coppiette così appiccicate da sembrare un unico, gigantesco ammasso di carne umana che si muove a ritmo; scosto con delicatezza un paio di ragazzine del primo anno che sbavano ai piedi di Jasper. La Serpe in questione mi riconosce: splendido come suo solito, con addosso un abito che più classico ed elegante di così si muore, mi squadra da capo a piedi un paio di volte. Raddrizzo la schiena, conscia dell’effetto che posso fare questa sera. Abbozzo addirittura un sorriso, che si trasforma in una smorfia di disprezzo alla vista della sua accompagnatrice.
«McKanzie» sibila, sorridendo a sua volta «Devo dire che sei molto…molto...» aggrotta la fronte, fingendosi in difficoltà. Lo ignoro, e faccio per riprendere a camminare. Devo trovare Georgiana, devo trovare Georgiana.
«… scialba» riprende Deirdre, concludendo la frase al posto suo «Il bianco ti fa sembrare più scialba del solito»
«E il tuo accompagnatore ti fa sembrare ancora più facile di quanto tu già non sia» ribatto dolcemente, prima di allontanarmi con passo deciso. I gridolini soffocati della Blackster mi inseguono, rendendo ancora più dolce la mia brillante uscita di scena. Inspiro a fondo, crogiolandomi nella mia beatitudine, ma non mi accorgo di una minuta figura davanti a me, che mi viene incontro a testa bassa.
Lo scontro è inevitabile: Violet Traviston mi frana addosso, rischiando di mandare entrambe a terra. La vedo che fa per aprire la bocca e biascicare qualcosa (forse scuse, ma dubito fortemente), ma nel riconoscermi richiude le labbra e mi guarda in cagnesco. Ricambio la cortesia, prima di spolverare la gonna dell’abito e riprendere a camminare, come se nulla fosse. I suoi occhi mi bruciano sulla schiena, particolarmente odiosi, ma la sagoma slanciata di Georgie mi riempie di sollievo. La raggiungo abbozzando qualche passo di corsa, e le stringo un braccio. Lo sguardo che mi rivolge, però, non promette nulla di buono.
Pallida, muove appena le labbra mentre si china verso di me.
«Dillo agli altri, alla Foresta. Non tutti assieme.»
Trattengo il respiro.
«L’ha sfidata»

***

Foresta Oscura.
La notte è fredda, nonostante le giornate siano ormai calde.
Le ombre si allungano accanto a me, che incespico a fatica tra le radici e la fanghiglia, in bilico sui miei assurdi tacchi. Maledetta vanità, maledetta volta che ho deciso di indossarli per far bella figura. Maledetto ballo. Fruscii sospetti mi riempiono le orecchie, la paura mi attanaglia lo stomaco in una presa di ferro; potrei vomitare da un momento all’altro se non fosse che farei troppo rumore ed è l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno. Carlisle ed io siamo stati gli ultimi a lasciare il salone, qualche minuto dopo Milo e Damian: man mano che ci siamo allontanati dalla confusione della Sala Grande, infilandoci nelle ombre poco rassicuranti dei corridoi che conducono alle grandi porte di legno massiccio, il nervosismo mi è scivolato nelle ossa, facendomi tremare come un uccellino spaventato.
«Non ti obbliga nessuno a venire» sussurra Carlisle, guidandomi gentilmente tra una coppia di querce gemelle, dalla corteccia ricoperta di soffice muschio.
«Se non vengo, allora vuol dire che il Fidelius non è servito a nulla.» ribatto a denti stretti. Vorrei che non battessero così forte.
«Nessuno te ne farebbe una colpa» insiste «Nessuno si aspetta nulla»
«Ma io si. » mi fermo, rinunciando a tenere alto l’orlo dell’abito «Ascoltarmi. So che nessuno me ne farebbe una colpa, so che nessuno verrebbe a dirmi niente se decidessi di tararmi indietro, non è un gioco. Ma proprio per questo motivo devo esserci, non potrei più guardare in faccia nessuno di voi se adesso facessi dietro-front e tornassi a ballare come se nulla fosse. Julia ha investito tanto, nel Fidelius, e non solo lei. Io non posso, tornare indietro. Non posso e non voglio. E se i miei stupidi denti sbattono è perché il mio stupido corpo non può fare a meno di avere paura» concludo stizzita, massaggiandomi le braccia. Ho la pelle d’oca.
Carlisle mi abbraccia da dietro, racchiudendomi nel perimetro caldo e sicuro delle sue braccia e affondando il viso nell’incavo della mia spalla.
«Sei bellissima, stasera» sussurra «Non credo di avertelo ancora detto»
«Anche tu» chiudo gli occhi, fingendo di non essere immersa nel fango fino al tallone.
«Promettimi una cosa, Jillian» fioche, le sue parole danzano leggere fino alle mie orecchie «Non giocare a fare l’eroina»
«E tu non fare l’eroe» sento gli occhi pizzicarmi e gonfio le guance, istintivamente; non è né il tempo né il luogo delle lacrime.
«Qualsiasi cosa succeda..»
«Non succederà niente!» esclamo stridula, voltandomi verso di lui.
«Qualsiasi cosa succeda» riprende, caparbio «Sarò la tua ombra»
«E io la tua»
«Promesso?»
«Promesso»
Mi stringe più forte, senza aggiungere altro. Non un bacio, non una carezza: mi stringe forte, come se così potesse mescolarsi a me, al mio sangue, al mio corpo, e non dovermi lasciare andare per la mia strada, in questo labirinto di tronchi. Un attimo dopo, l’aria fredda prende il posto del suo tepore e non c’è più, scomparso chissà dove qui attorno. Inspiro a fondo, stringendo forte la bacchetta tra le dita sudate.
Riprendo ad avanzare, reprimendo l’impulso omicida di illuminare il terreno ai miei piedi con il primo incantesimo che una strega impara in vita sua, ascoltando il raccapricciante rumore dei tacchi che affondano nella fanghiglia e di questa che tenta di risucchiarli ad ogni passo, rallentandomi. Non posso andare avanti così, è da impazzire: trattenendo il disgusto, sfilo i sandali, accucciandomi dietro un cespuglio per incantarli e saperli poi ritrovare domani mattina. Qualcosa ulula in lontananza, mentre li nascondo sotto i rami di quello che riconosco come biancospino. Sempre se ci arrivo, a domani.
Mi rialzo in piedi, inghiottendo la paura e riprendendo a camminare, ma lo schiocco di un rametto spezzato mi informa che non sono più sola. Mi volto di scatto, mentre dalle ombre, pallida come un fantasma, emerge una sagoma esile che riconosco come Violet Traviston.
«McKanzie» sibila, il volto inespressivo illuminato da un raggio di luce argentata che rivela lo sguardo vacuo di chi non prova rimorsi «Dove hai lasciato il tuo ragazzo-peluche?»
«Traviston» ribatto, cercando di trattenere un leggero tremore nella voce «Potrei chiederti esattamente la stessa cosa, se non fosse che ho intravisto Norwood qui dietro, assieme alla Lywelyn. E non stavano discutendo, questo è sicuro.»
Un alito di vento ci scompiglia i capelli, mentre per una manciata di interminabili secondi ci fissiamo in cagnesco. Poi, all’uninsono, urliamo.
«STUPEFICIUM»
«IMPENDIMENTA»
Gli incantesimi si scontrano, esplodendo in una pioggia di scintille luminose e colorate. Ma non c’è tempo per guardare la magia che si combatte tra di noi: chiamando a raccolta tutte le mie forze e il mio coraggio, arretro nell’oscurità tra gli alberi, dandole le spalle e iniziando a correre.
Con un po’ di fortuna, sarà tanto idiota da seguirmi in un labirinto di cui non conosce l’uscita.
Con un po’ di fortuna, io quest’uscita saprò trovarla prima di lei.













01/07/2008
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Giorni precedenti
Come tutti gli anni in questi ultimi tempi la scuola assume un aspetto quasi spettrale e inquietante, con tutti quegli studenti consumati dallo studio della loro linfa vitale, tanto da non sembrare nemmeno poi tanto umani; spero proprio di non incontrare nessuno di loro da sola nei corridoi…sarebbe peggio di scontrarsi faccia a faccia con un troll!
Nemmeno la grande notizia del ballo scolastico sembra rinvigorirli, anzi sembra che la cosa gli sia proprio scivolata addosso; d’altronde è normale…anch’io l’anno prossimo sarò nelle stesse condizioni…solo un po’ più carina, o almeno spero! Sta di fatto che mentre tutti i malcapitati dl quinto e del settimo anno riescono a trovare solo un piccolo angolo del loro tempo per pensare al vestito della festa, io ho tutto il tempo che voglio e più di quanto me ne occorre.
Entro nella  mia stanza, diventata un campo minato, se la guerra fosse combattuta con tacchi 10, vestiti e gioielli; mi faccio spazio tra stoffe rosa e azzurre, scanso sandali e decolté per poi raggiungere il mio obiettivo finale: “Scar!”.
“Hey Dè”, replica con ben poco entusiasmo…non saprà cosa indossare o sarà indecisa su qualche accessorio suppongo.
“Penso di aver trovato IL vestito…devi vederlo…”. Mi giro scartando il pacco che mi ha appena mandato mia madre: premurosa come sempre. Mentre tolgo delicatamente la carta che lo avvolge noto che nella stanza manca una presenza ostile; sembra proprio che il campo nemico sia sgombro.
“Dov’è la Traviston?”, domando incuriosita, celando ancora la sorpresa.
“Penso proprio che alla fine abbia ceduto e si sia ritirata per fortuna…”. che peccato...sarcasticamente parlando!
“Ok…pronta?!”
, le domando. Mi sorride; mi domando perchè Scar sia così pensierosi in questi ultimi tempi...
“Pronta per cosa?”, Amber, toltasi dallo specchio del bagno con cui stava intrattenendo una felice conversazione col suo riflesso, si intromette come non manca mai di fare nella nostra conversazione;
“Stavo per mostrare il mio nuovo vestito a Scar…il vestito per il ballo”.
“Oddio posso vederlo vero?”.
gli manca solo la coda per scodinzolare per rendere meglio l'immagine di completa sottomissione e dedizione di questa ragazza!
“Certo..”
; sarà anche una vera rompiscatole, ma nessuno sa far ingigantire il mio ego come lei; in questo ambito è davvero indispensabile!
Apro davanti agli occhi delle presenti un magnifico abito azzurro, del colore dei miei occhi per la precisione, lungo e di seta.
“E’ bellissimo…ti starà di certo da favola!”, mi dice la bionda con la sua solita sovreccitazione e esaudendo le mie speranza di successo.
“Certo una favola…ma non penso che tu lo possa mettere per il ballo…”. Attonita. Non esiste parola che esprima meglio i miei sentimenti. Scar continua a lanciarmi occhiate eloquenti, che però non riesco a cogliere…
“Dè, pensa bene al dopo…quel vestito è troppo bello per un possibile risvolto della serata…”.
Ma è impazzita? Di che diavolo….ah già. Solo ora mi ricordo della controindicazioni di quest’ultimo ballo scolastico. C’è sempre qualcosa o qualcuno che deve rovinare il mio happy-ending… per quanto io sa importante c’è qualcosa di più grande che dev’essere compiuto…ma odio comunque questa situazione.
“Io veramente lo trovo fantastico…”, e di nuovo Amber spunta dall’ombra.
“No ha ragione Scar…è troppo…ho tantissimi altri vestiti altrettanto belli e anche comodi…”
ritorno alla mia ricerca, spaziando tra gli armadi, consiglio alla mediocre Amber, che continua ad insistere su quel cavolo di vestito, e alla favolosa Scar, ma mentre cerco qualcosa di adatto mi domando sempre una cosa, fondamentale per la scelta, “Questo piacerà a Jasp?”. Patetica e infantile, ma felice ed eccitata come non mai.

Sera del ballo


“Come sto?”
, chiedo per la milionesima volta a Scar, poi a Beli, Uto, Eileen e a chiunque mi capiti a tiro…ok non proprio a tutti. Dopo essere sicura, ma alla fine nemmeno toppo, di aver fatto la scelta giusta mi immergo nell’insieme di luce e suoni della Sala Grande, piena di persone, in una serata che non si sono nemmeno negati gli indaffaratissimi diplomandi. Ansia e tensione da una parte, eccitazione dall’altra mi sconvolgono completamente, mentre al mio fianco la mia amica sembra più immersa in tutt’altri pensieri; solo ora mi accorgo che forse sono stata egoista e decisamente egocentrica a focalizzare la mia attenzione solo su di me, senza notare che l’atteggiamento distante di Scar era forse dovuto ad argomenti più importanti e profondi che un semplice paio di scarpe. Dovrei parlarle…dovrei spiegarle…dovrei scusarmi, ma… “Dè…”. Jasp arriva porgendomi la mano ed è come se lo vedessi per la prima volta; avverto una sensazione strana che non so spiegare…so solo che comincio a sorridere come una cretina principiante. Gli porgo la mano e cominciamo a ballare in mezzo a tutti gli altri studenti, e al contempo completamente soli. In questo momento, per me, ci siamo solo io e lui. Guardo negli occhi il mio migliore amico, il mio complice, il ragazzo che mi ha fatto soffrire come non mai, che mi ha supportato, sopportato, regalato gioie e delusioni fino ad oggi; l’unico che abbia mai amato senza nemmeno saperlo.
“Sei bellissima…”. Quanto vorrei che questo momento durasse per sempre.
“Anche tu…”, ecco di nuovo quegli stupidi sorrisi. Mi stringo a lui, poggiando l’orecchio sul suo petto fino a sentire i battiti del suo cuore. Sento la musica che cambia ed alzo lo sguardo finchè i miei occhi incontrano i suoi. Un interminabile istante. ‘baciami, ti prego, baciami’ continuo a ripetermi non desiderando altro da troppo tempo. Ma i desideri, come in tutte le favole, si avverano sempre, e così i nostri volti si avvicinano sempre più in un solo, unico, splendido bacio; tutto perfetto, prima di essere trasportati via dalla forza degli eventi e capire che questa è la realtà e non una favola; e allora eccoci a inseguire Ridde e la Versten, con al nostro fianco Ed e Scar. Corriamo in quella foresta che conosco e che mi sembra ora così minacciosa. Perché sono i momenti più belli ad essere sempre rubati? Non chiedevo che pochi minuti ancora…ma l’arroganza degli ideali non ammette sconti.
A ognuno il suo, ora è il momento della resa dei conti, così si schierano  i due schieramenti di guerra, l’uno di fronte all’altro, Morsmordre e Fidelius; ci sono fratelli contro fratelli, compagni contro compagni, omicidi contro vittime. Nella paura e nella tensione che sale sempre più non temo solo per la mia vita, ma anche per quella delle persone che ho accanto. Ed, Scar,…Jasp…e se vi dovessi perdere cosa farei? Non deve accadere, non può accadere; e se lo richiederà preferisco perire io stessa piuttosto che loro. Eroismo? Probabilmente solo paura estrema e amicizia. Guardo Jasp negli occhi per un solo istante, senza parole, totalmente inutili di fronte alla situazione. Mi stringe la mano mentre il primo lampo di luce si  staglia nel buio della notte e si scontra violentemente col secondo in risposta; è cominciata.
E’ la resa dei conti, l'inizio della fine...o di un altro inizio.
Estraggo la bacchetta contro un nemico invisibile e non posso che sperare mentre inseguo una sagoma appena visibile all'interno della foresta proibita in una notte sempre più oscura…












28/06/2008
commenti (6) • tag: amori, dolore, misteri, amicizie, paura, serpeverde, litigi, guai, errori, festeggiamenti, duelli, morsmordre, fidelius

Ormai l'ho imparato: quando il tuo caposcuola chiama, tu non puoi fare altro che accorrere senza fiatare. E' per questo che sto trotterellando al fianco di Tom dopo che lui si è semplicemente voltato verso di me; so leggere il suo sguardo, so esattamente quando vuole che io vada da lui. Succede spesso, ultimamente, e non posso dire che sia esattamente un piacere visto che il più delle volte i compiti che mi assegna si rivelano piuttosto sgradevoli.
« Allora, mia cara. Hai paura di usare la bacchetta? » sibila facendomi largo in mezzo alla folla, che al suo passaggio automaticamente si apre in due ali e lascia il corridoio sgombro.
« No. » certo che no! Alzo gli occhi al cielo, cercando di trattenere il mio tono seccato.
« No, è vero. Ce l’hai già dimostrato. » snuda i canini in un sorriso crudele : gli piace ricordarmi con insistenza quasi insopportabile della fine che ho fatto a fare a Medea Diamond. Dopo averlo raccontato a tutti, è ancora più contento di sbandierarmi in giro come il suo piccolo trofeo malvagio. « Allora non sarà un problema uccidere qualcuno dei tuoi compagni, vero? » ghigna ancor più evidentemente.
« Cosa? » entriamo nella sala comune di Serpeverde, catturando gli sguardi di tutti i presenti.
« Non vestirti troppo elegante, alla festa di fine anno. » non risponde alla mia domanda, limitandosi a scomparire oltre la porta del dormitorio maschile, lasciandomi sola nel bel mezzo della Sala Comune.



~ la sera del ballo
Altissima e magra come un chiodo, Ashleigh si infila uno spumoso vestito rosa cipria, il bustino stretto sul corpo praticamente invisibile che poi si apre in una gonna tutta pizzi. Si guarda nello specchio, agitandosi per fare oscillare il vestito troppo ampio.
« Vorresti duellare con quello?! » chiede Catherine, impegnata a lucidare le sue scarpette verde bottiglia. Ash la fulmina e ricomincia a sistemare gli strati voluminosi di stoffa ; sembra una meringa gigante, ma se glielo dicessi mi sbudellerebbe. Mi lascio cadere sul letto, affondando la testa nel cuscino di una delle compagne di stanza della mia nuova alleata ; la nostra camera è diventato il regno della Blackster e della Lywelyn, che già da quattro giorni ci circuiscono per convincerci a lasciare loro campo libero - e non ce lo siamo fatte ripetere due volte. Solo Amber è stata abbastanza audace da rimanere in loro compagnia, e non la invidio affatto.
« tesoro, Cate ha ragione. Immagina i rami che strappano la stoffa.. » mormoro sfregandomi gli occhi. Il mio vestito di un bel viola lucido giace ai piedi del letto; non ho voglia di infilarmi il bustino né le calze, né l’insieme di prezioso tessuto che ho accuratamente scelto per questa festa. Né di correre nel bosco con i tacchi che affondano nel fango ad ogni passo, e rischiare di essere trucidata da qualche reginetta dal cuore d’oro con i boccoli biondi.
« V, non è il caso di sbrigarti ? » mi sollevo a fatica, mentre Ash si sistema i capelli agitando a tutta birra la bacchetta per fissarli in uno chignon sin troppo intricato per i miei gusti. Sistemo la gonna del vestito, stringendo la gonna attorno ai miei fianchi – ancora più magri del solito, esclusivamente per mettermi questo dannazione di abito elegante.
« A, non è il caso di mollare uno dei tre cavalieri a cui hai detto di sì ? » le faccio notare con poca cortesia. Lei ride e ci saluta con la manina prima di uscire dalla stanza, sibilando qualcosa che suona come ‘ci vediamo dopo’.

***

« Jeff? Non vorrai dire che ... »
« sì, la sta sfidando ora. » mi mormora il mio cavaliere nell’orecchio. Lo stringo abbastanza da poter alzare lo sguardo oltre la sua spalla, mentre balliamo lentamente, e osservare il viso pallido di Julia Versten, che si trattiene dal dare uno spintone a Tom Riddle e corre via, verso una direzione che non intuisco visto che Jeff mi dà un colpo e sono costretta a riprendere a girare.
Giro. E vedo i professori che chiacchierano e ogni tanto muovono la testa a tempo.
Giro. Lywelyn e Norwood che si scambiano occhiatine piene d’amore mentre lui le pesta i piedi ballando. Me lo ricordavo come un uomo pieno di grazia, certo che la baldracca gli fa proprio male.
Giro. La porta della Sala Grande spalancata, e la sagoma di Lenore che scivola fuori.
« Jeff? »
« ti prego. Fai finta di niente, altri cinque minuti. » preme ancor più forte contro le mie costole, tuffando il viso nei miei capelli strapieni di incantesimi perché rimangano in ordine. Non ribatto, limitandomi a risistemare le mani sulle sue spalle.
Giro.
« Non parliamone ora. » sussurro appena. Ma ho già una vaga idea di cosa finirà per dire. E non voglio sentirlo.



come closer and see
see into the trees
find the girl, if you can

I rami trapassavano la pelle pallida di Violet senza lacerare la carne, ma lasciando segni rossastri sulle guance, sulle braccia nude e sulle mani, ostinatamente serrate attorno agli strati di prezioso tessuto color ametista, come a proteggere l’abito che ne fasciava il corpo minuto.
Camminavano in silenzio attraverso l’oscurità, resa densa dalla sottile ansia che componeva una ragnatela tra i membri del drappello, nemmeno lontanamente in grado di distinguersi a vicenda se non nei rari tratti in cui la luna bagnava di riflessi lividi le loro tenute troppo eleganti per avanzare agevolmente.
Non rimaneva più niente della frivola allegria dietro la quale si erano mascherati fino a pochi minuti prima. Nessun cavaliere porgeva più la mano alla sua damigella infiorettata per l’occasione, troppo occupato a trattenere i propri gemiti quando un fruscio sospetto proiettava su di loro ombre ancor più scure della notte.
Un cerchio di luce bianca accolse le loro figure sconvolte, che si posero quasi automaticamente in circolo attorno a Tom Riddle, il cui ghigno era ancor più accentuato dalle ombre sinistre che ne scolpivano il volto.
« Violet? » scandì una voce tremula poco lontano da lei, precedendo di qualche istante la mano ruvida che si posò sull’epidermide candida e nuda delle spalle. La ragazza soffocò a stento un grido, mentre le dita ancora non ben identificate scivolavano lentamente tra i boccoli ordinati e resi quasi neri dalla luce incolore. Nemmeno nelle sue previsioni più terrificanti avrebbe mai immaginato che sarebbe arrivata a non distinguere il tocco affettuoso di Jeff, troppo concentrata a reprimere le morse di terrore distillato che le stringevano lo stomaco. Riddle e Lenore si muovevano lentamente in circolo, fermandosi presso ognuna delle altre figure che si erano sistemate in pose statiche e immutate già da qualche momento, come se lo spiazzo, su cui si tendevano i rami neri di piante secolari, avesse avuto qualche potere magico che li rendeva improvvisamente incapaci di rifuggire la luce. Probabilmente la manciata di orrendi traditori del loro sangue avrebbe fatto la sua comparsa ben presto, non meno spaventata di loro, ma certo più agguerrita. Almeno più agguerrita di Violet, tremebonda e congelata, quasi incapace di reggere la bacchetta di nocciolo che avrebbe dovuto costituire la sua arma e la sua salvezza.
« Ci spostiamo verso il bosco, ci nascondiamo al buio ed aspettiamo. » sibilò la voce profonda di Lenore, seminascosta dal cappuccio del lungo mantello, il cui tessuto opaco era lo stesso, probabilmente velluto, che venne fatto scivolare tra le mani della contessina. Un mantello per sé, per coprirla e per occultarne ancor di più la figura finché gli altri non si sarebbero palesati.
« d’ora in poi, ognuno per sé. buona fortuna. » era quasi grottesco che l’unica amica di Tom Riddle, passandole attraverso con il suo sguardo di ghiaccio, le augurasse di uscire vincitrice da uno sciocco duello, in cui ognuno di loro si sarebbe giocato qualcosa che non era molto distante dalla stessa vita.
La mano di Jefferson strinse il suo braccio e la trascinò verso l’intrico di rami che si delineava poco oltre; non poté che lasciarsi condurre, mentre con lo sguardo cercava di memorizzare i punti in cui gli altri erano spariti nel nero. Poco dopo essersi fermata, sentì la consistenza di un grosso tronco sulla schiena, dove era stata appoggiata con delicatezza dallo stesso che le aveva posato le labbra calde sul collo, proprio sotto l’orecchio. Il peso del ragazzo si posò contro di lei; un modo come un altro, uno piuttosto piacevole per la precisione, per ingannare la nervosa attesa.
« Vi, vorrei che fossimo.. » soffocò le sue parole con un bacio, sfiorandogli con delicatezza i capelli. Era l’unico modo per non permettergli di notare il suo sguardo vacuo: molto probabilmente, la stessa scenetta ai limiti del decente si stava consumando qualche albero più in là. Edward e la Lywelyn.
Non ebbe molto tempo per pensare al fatto che l’altro non pensava più minimamente a loro due; il rumore lieve eppure perfettamente chiaro dei passi sulle foglie e di frasi sommesse costrinse tutti a ritornare violentemente alla realtà.

I hear her voice and start to run
into the trees


Ammetto di non riuscire a ricordare quali fasi mi hanno portato a dare la caccia alla bionda e terrorizzata Jillian McKanzie, che corre nascondendosi tra gli alberi con troppa foga per rendersi conto che sta coprendo un percorso perfettamente circolare. Mi ritrovo a fiutare l’aria, quasi come un segugio e non una strega; non riesco più a distinguere la sua figuretta luminosa e questo mi preoccupa un po’. Non vorrei mai che mi spuntasse alle spalle, e la bacchetta mi scivolasse definitivamente di mano; non mi sono mai sudati i palmi quando ero nervosa, ma questa notte sembra avere intenzione di ribaltare tutto ciò che è stato sinora.
Sto immobile, con la schiena appoggiata ad un tronco; tento persino di non respirare, pur di evitare di fare rumore. Ogni suono, così come ogni zaffata di profumo di fiori, mi potrebbe servire per identificarla. Ho lasciato la radura al suo seguito, con alle mie spalle le luci e le esplosioni di un combattimento multiplo ; Julia Versten ha tentato di ammazzare Riddle e per un pelo non ha beccato me.
« allora, violet, hai finito di rifarti il trucco? » la vocina zuccherosa di McKanzie che cerca di fare la dura mi giunge alle orecchie come manna dal cielo. Mi volto verso di lei con uno scatto secco, allungando il braccio e pronunciando il primo incantesimo che mi viene in mente. Vedo solo la scia azzurra che traccia nell’aria, e che si dissolve con un piccolo botto a mezzo metro dalla schiena della mia avversaria. Peccato. E’ già la quinta o sesta volta che la manco, sebbene entrambe portiamo i segni degli incanti andati a segno. Risponde esibendo anche un’espressione feroce, vagamente grottesca, ma in compenso sento la stoffa e la pelle che si lacerano appena sotto le costole. Dannazione.
Tremo appena, e riprendo ad inseguirla. Ignorando il dolore lancinante che mi ha provocato la sgualdrinella. Lei e il suo maledetto ragazzo dai capelli rossi. Un’altra scarica di scintille. Inciampa, ma si rialza e ricomincia a correre. Devo dire che sono un po’ stufa di questo stupido gioco, e che oltretutto stiamo tornando verso la radura; vedo tra i rami la luce e sento le urla dei combattenti.
Jillian scompare tra due grossi alberi, tuffandosi nel riflesso verdognolo di quello che mi auguro non sia un Avada. La inseguo, sfidando la sorte e i lampi di luce.

suddenly I stop, but I know it's too late
i'm lost in a forest
all alone


Luce viola, per la precisione. Rimango in piedi per qualche istante, del tutto concentrata sul battito del mio cuore che rallenta, e la sensazione spiacevole del sangue che smette di fluire. Sono del tutto consapevole di quello che sta succedendo. Del terreno e l’erba alta su cui cado pesantemente, tracciando un arco nell’aria.
« Antonin .. »
Mi rendo conto che è stato lui. Per sbaglio, mi auguro. Mi rendo conto che le forze mi abbandonano insieme al respiro. Chiudo gli occhi. Per sempre.













28/06/2008
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Per dirla tutta, non sopporto più la scuola.
Questi ultimi giorni sono più stressanti dell’intero anno.
Nonostante la classe di Pozioni sia piuttosto fresca, Lumacorno si aggira per l’aula sventolandosi con un ventaglio spagnolo, sul quale campeggiano scene di corrida.
“Oh, signor Lewis, la prego, rimesti in modo più rapido!”squittisce, mentre si deterge la fronte con un fazzoletto candido.
Non è colpa mia se ha insistito per accendere i calderoni. Quindi, non ho la minima voglia di mescolare più rapidamente questa mistura color argento.
Accanto a me, Ed sembra manifestare i miei stessi pensieri. Rimesta senza troppa convinzione e ogni tanto grugnisce un insulto al professore, che è decisamente troppo concentrato su di sé per accorgersene. Davanti a noi, Deirdre e Scarlett, fresche come rose, spettegolano sugli abiti che pensano di indossare al Ballo che si terrà fra breve.
“Non-avete-caldo?”sillabo.
“Jasper. Edward. A cosa serve la magia se non la usiamo?”sorride Dè.
Calorcorpus.”mormora Scarlett, con un colpo di bacchetta.
Sento un caldo assurdo invadere il mio corpo, ma dura solo un istante per poi lasciare il posto a una piacevole frescura.
“Che hai fatto?”domanda Ed, anche lui stupito.
“Ho alzato di due gradi la vostra temperatura corporea, così sentite meno il caldo.”
In effetti, mi sento molto meglio.
Lumacorno, ora soddisfatto del nostro ritmo, alla fine della lezione elogia il risultato delle nostre pozioni e ci lascia liberi, dopo l’ultima lezione del giorno.


Colazione.
“Ooooh! Io voto per Jasper!”strilla una ragazzina del terzo anno di Serpeverde.
“No, il più bello è Edward.”ribatte l’amica al suo fianco.
“Ma siete stupide? È ovvio che non potrà essere che Tom!”esclama una terza.
Questa storia dell’elezione di Miss e Mister Hogwarts è piuttosto divertente, ammettiamolo. Non che la cosa mi tocchi più di tanto, però perlomeno è un modo per cambiare la solita routine scolastica.
Sui vari tavoli, si materializzano una serie di bigliettini, due per posto. “Miss Hogwarts, per me è…”dice il primo, mentre il secondo recita “Scelgo come Mister Hogwarts…”.
I quattro Caposcuola si alzano in piedi, ed elencano le modalità di votazione.
“Avete tempo fino all’ora di cena per depositare il vostro voto nelle urne che trovate nell’atrio. Dopodichè, avverrà lo spoglio ed i vincitori verranno annunciati durante il Ballo di fine anno.”dice Tom, con un’espressione neutra.
Mi chiedo cosa pensi di tali sciocchezze, lui, che ha ben altro per la testa.

Quidditch.
Uno sport che non è adatto alle levatacce invernali, quando il ghiaccio fa amicizia con i tuoi arti in modo fin troppo stretto, e neppure ai pomeriggi estivi, quando ti viene la tentazione di allenarti in costume adamitico.
Di certo il pubblico femminile aumenterebbe in maniera esponenziale.
“Allora, gente! Vi voglio pronti e reattivi! È l’ultima partita dell’anno, giochiamo con i Grifi! Volete perdere?!”
Il nostro Capitano, Morkan, ci incita a lavorare, ma in effetti è difficile.
A metà della partita d’allenamento, mi tolgo la parte superiore della divisa, per non rischiare di sciogliermi del tutto, stile neve al sole.
“Ehi, splendido, vedi di non ammirare troppo i pettorali e cerca di concentrarti sulla Pluffa!”grida Violet Traviston, mentre mi passa vicino.
“Traviston, perché piuttosto non prendi esempio da me?”ribatto, raggiungendola nell’inseguimento.
Un’ora dopo, fradici e sudati, ci concediamo tutti una doccia.
“Doccia scozzeseeeeee!”ulula Kane, il nostro Battitore, centonovanta centimetri per novantatre chili, mentre si lancia sotto la doccia spruzzando un po’ tutti di acqua gelata e di sapone all’olio di mandorla.
Sì, una doccia inutile visto che fra poche ore affronteremo Grifondoro.

Posso essere volgare? Posso esserlo?
No, conteniamoci.
Hanno sospeso la partita. Solo perché mezza squadra dei Grifi si è infortunata.
E non si rigiocherà perché tanto la coppa di Quidditch l’hanno già assegnata a loro e anche se noi avessimo vinto non ci sarebbe stato il sorpasso.
Torno verso la scuola con i capelli umidi dopo la seconda doccia della giornata, mentre il sole tramonta senza fretta all’orizzonte, sopra il lago.
Mi incanto ad ammirarlo, e non mi accorgo della figura di Deirdre, che mi viene incontro.
“Ti do una mano!”dice, prendendo la scopa e sollevandomi da una parte del fardello.
“Grazie.”
“Dài, non essere giù. Tanto la Coppa delle Case sarà nostra di certo.”
Annuisco. Non mi piace fallire, non mi piace per niente.
“Come vanno i preparativi per il ballo?”le domando, per non intristirla.
“Ah, segreto! Non voglio dirti niente, così poi mi dirai se ti piacerà la sorpresa.”
“Il vestito? Qualunque cosa indossi ti starà bene, ne sono sicuro.”
Deirdre china il capo con una sorriso.
Camminiamo fianco a fianco, le nostre mani si sfiorano in continuazione. Ad un certo punto, sento le sue dita che cercano le mie. Lascio che le trovi e le stringa, ed io ricambio la sua stretta.
“Mi raccomando, anche tu dovrai essere bellissimo.”
“Puoi dubitarne?!”ribatto, piccato.
Sarà una serata stupenda.
Io e Dè.


“Il momento si avvicina.”
La luce delle candele è fioca e tremula, ma non fa che esaltare i tratti del viso di Tom Riddle. La sua pelle d’avorio sembra quasi risplendere, mentre i suoi occhi sono pozzi di luce oscura, neri e penetranti.
“E dobbiamo essere pronti.”
Un sorriso fiorisce sul suo volto, mentre i suoi lineamenti si trasfigurano in una bellezza luciferina, diabolica.

 

 

 

 

 













19/05/2008
commenti (4) • tag: confidenze, amori, amicizie, grifondoro, corvonero, tassorosso, fidelius

Oggi partono i reclutamenti dei nuovi membri. Milo Ashmore, Opal Worthington, Damian Denholm. Carlisle e Eugene con il primo, Sebastian con gli altri due, in momenti diversi.
Io, invece, devo parlare con Cassandra Becket.  La migliore amica di Ida. E poi con Aedan, ma è un’altra storia.
Stamattina ero intenta a fare colazione, anche se con tutte le cose che sono successe, lo stomaco era piuttosto chiuso.
“Julia, posso parlarti?”
Ho accettato. La Tassorosso ha poi iniziato ad espormi i suoi sospetti. Sospetti non infondati, che potevano metterla in pericolo.
Un’idea si è fatta strada nella mia mente: farla entrare nel Fidelius. È la cosa più logica. Sarebbe più tranquilla, e più protetta. Così, mi sto avviando a descriverle la situazione.
Cassandra mi aspetta nel parco, vicino al lago.
“Ciao, Julia.”
“Ciao, Cassandra.”
Iniziamo a camminare sulla riva, mentre cerco di spiegarle gli eventi sotto una nuova luce, più sinistra ma chiarificatrice. Alla fine, ha gli occhi lucidi.
“Devi venire con me in un posto.”le dico.
“Quando?”
“Te lo farò sapere.”
Ci dirigiamo verso la Sala Comune di Tassorosso, in silenzio. La accompagno fin sull’ingresso, dove la saluto. Cassandra si slancia ad abbracciarmi, e scoppia a piangere. Lascio che si sfoghi, poi le offro un fazzoletto.
Pochi istanti dopo, è in ordine, e con un sorriso triste rientra fra i suoi compagni.
Mi volto per andare via, quando intravedo una figura familiare girare l’angolo in tutta fretta. Una figura alta, magra, con un gran casco di capelli biondi. Eugene.

“Eugene!”esclamo, raggiungendolo e prendendogli il braccio.
Lui dà uno strattone, ma si ferma. Brontola qualcosa di incomprensibile.
“Eugene, non volevo.”
Guarda con ostinazione il pavimento, concentrato sugli stivali da giardinaggio infangati che ancora indossa.
“Erano il mio pianoforte, la mia aula.”ribatte, a voce bassa.“E voi li avete usati come…come…”
“Mi dispiace, in quel momento non ci ho pensato.”
“Già.”
Un muro, ecco cos’ho di fronte. Cerco di non perdere la pazienza, anche se il mio istinto più primordiale sarebbe quello di appioppargli uno schiaffo. Non ottiene nulla con questo comportamento da bambino offeso.
Sospiro.
“Ti va se andiamo a parlarne da qualche parte?”
Annuisce con un mugugno.
Poco dopo siamo in Sala Grande, di fronte a due enormi bicchieri colmi di latte caldo.
“Non so spiegartelo bene neppure io.”
Non mi guarda. Non mi ha ancora guardato da quando l’ho incontrato.
“Mi hanno sempre considerato la ragazza di ghiaccio. Forse in parte lo sono davvero. Ho avuto altre storie, altri ragazzi. Uscivamo due volte e poi mi stancavo. Sono una persona incostante, sotto questo punto di vista.”
Eugene arrossisce appena.
“Poi, è arrivato Aedan. Ci ha messo molto tempo a convincermi, te lo assicuro. Non volevo dargli alcuna possibilità. Per una serie di motivi.”
“Ad esempio sua sorella.”dice.
Sorrido. Ha parlato di sua spontanea volontà. Miracolo.
“Ad esempio lei, sì. Ed una serie di altre cose. Ti capita mai di aver paura? Non per un male fisico. Per una sensazione di disorientamento che ti prende da dentro. Uno smarrimento bizzarro, che ti fa star bene e male allo stesso tempo.”
Annuisce. O forse è un altro mugugno. Poi beve un sorso di latte.
“Ti dico tutto questo non per giustificarmi, ma per farti capire che, se ho in qualche modo profanato il tuo angolo privato…mi dispiace moltissimo.”
“Va bene.”
Mi sono aperta con Eugene più di quanto abbia osato farlo con me stessa, riguardo questa situazione. Forse l’ha capito anche lui.
“E poi…”aggiungo, per sdrammatizzare“Non è successo quasi niente. Ci hai preso in tempo. Il pianoforte è ancora incontaminato per ospitare te ed Isy.”
Eugene sta soffocando nel latte.
Scatto in piedi e cerco di farlo tossire il più possibile.
“Julia.”
Alza lo sguardo verso di me, con il respiro affannoso. Sembra voler dire qualcosa, con il viso contratto in una smorfia che lo assomigliare ad un orsetto, gli occhioni blu ancora colmi di lacrime.
“Prometto che non succederà più, mio piccolo Chopin. E adesso, sarà il caso di tornare nel tuo dormitorio. Sei fradicio di latte.”


Ammettiamolo.
Entrare nel Fidelius senza avere la più pallida idea che esista può essere traumatico. Ma stasera abbiamo ben cinque nuovi iscritti: Opal Worthington, Milo Ashmore, Damian Denholm, Cassandra Becket…e Aedan.
Se la sono cavata bene con l’interrogatorio, soprattutto Damian che alternava indignazione e sprazzi del suo solito umorismo. Opal invece sembrava sul punto di far esplodere qualunque cosa.
Alla fine dell’incontro, Georgie sembra stanca, il suo viso è piuttosto nuvoloso.
“Tutto bene?”le chiedo.
“Sì. Anche se non sono sicurissima su alcuni nuovi acquisti. Ad esempio, Cassandra. Credi che abbia la capacità emotiva di farcela?”
Le espongo la mia prospettiva, e Georgiana annuisce. So che non è del tutto convinta, ma spero che col tempo lo sarà.
“E Aedan?”
“Aedan…è roba tua. Mi fido di te. Se senti di poterti fidare di lui, allora posso tentare anch’io.”
“Grazie!”esclamo, sopraffacendola con un abbraccio.
In effetti, non è entusiasta, ma temevo che l’avrebbe bocciato in pieno…invece c’è un minimo margine di manovra.
“Vài pure dal tuo Corvo, tanto c’è Sebastian che mi aiuta a mettere a posto…”
“Sì. Mettere a posto. Questo è l’eufemismo del secolo!”
“Julia Versten! Non so tu che cosa intenda per mettere a posto, ma io mi riferisco alla mera attività di riordino. E con questo, fuori di qui!”dice, facendo un gesto con la mano.

Aedan mi sta aspettando vicino ad una delle grandi finestre del settimo piano.
“La sua scorta è qui, milady.”
“Grazie infinite, messere.”
Camminiamo fianco a fianco per un po’, finché non lo sento sbuffare. Mi avvolge le spalle con il suo braccio sinistro, ed io lo assecondo rincantucciandomi.
“Certo che una ragazza meno appiccicosa di te non l’ho mai vista.”sbotta.
“Ma guarda, non mi sembravi il tipo da romanticume.”
“Ti stupirò. Ad esempio, se non mi piacesse un minimo di romanticume, non ti inviterei al ballo.”
“Lo stai facendo?”
“Accetteresti?”
Per chiudere questo gioco del gatto col topo, rispondo:
“Con grande sforzo…penso che potrei accettare.”
“Meraviglioso. Avverto la stampa?”
I miei intenti di pace svaniscono. Non posso che prenderlo a pugni.
Aedan lascia fare, e dopo un poco mi blocca i polsi con le mani.
“Come sono sottili…”
“Grazie. Ora ti dispiacerebbe lasciarmi andare?”
“Un momento solo.”dice, avvicinando il suo corpo al mio.
Sussurra:
“Julia, vuoi venire con me al ballo di fine anno?”
“Sì, Aedan. .”

 

 














18/05/2008
commenti (3) • tag: discussioni, confidenze, amori, amicizie, corvonero, tassorosso, fidelius

E' un dato di fatto che Corvonero sia la Casata intelligente, che a Grifondoro ci finiscono gli eroici idioti, che Serpeverde sia un covo di viscidi stronzi ipocriti e che a Tassorosso sia la tana di chiacchieroni che però lavorano sodo. E' una realtà a cui non si scampa, questa.
Chiaro che ci sono le eccezioni.
Ad esempio ci sono un paio di Corvonero che è un miracolo se riescono ad accedere ogni giorno nella loro Sala Comune, Serpi che sembrano conservare briciole di intelligenza e dignità (non è il caso dei tre principi superstiti più la nuova arrivata -che non sarà mai ai livelli di Eveline, è palese), Grifoni che pensano prima di agire e Tassi che rasentano l'idiozia totale.
Anzi, che trascendono l'idiozia, raggiungendo le sfere più alte della demenza umana.
Perché solo qualcuno che è al di là della stupidità più totale andrebbe a stuzzicare la Lywelyn e la Blackster per il puro gusto di farlo, specie se le due sono in atteza dei loro degni compari.
Sospiro, mentre i due idioti in questioni borbottano le loro scuse ad Elizabeth, che li guarda senza parole. Non si sa bene come, i due geni, oltre ad esser stati schiantati prima di poter aprire la bocca e scandire una sillaba che fosse una, sono pure riusciti ad incappare in Lumacorno che, saputo dell'accaduto, ha tolto venticinque punti ciascuno per "aver molestato con la loro maleducazione babbana due splendide purosangue, orgoglio del mondo magico".
Orgoglio di cosa? Di una cerchia di individui balordi cui è imploso il cervello per non vedersi costretto a formulare aborti di filosofie razziste e retrograde?
La Hale inspira a fondo, lanciandomi un'occhiata di pure disperazione.
«Resta il fatto che la stronzata l'avete fatta» sentenzia dura, incrociando le braccia al petto «E che i punti che ci avete fatto perdere sono tanti»
I due si fanno piccoli piccoli, sotto il suo sguardo impietoso, mentre lei prosegue.
«Se non fosse che sono una persona fondalmente pacifista e contraria alla violenza vi avrei già riempito di lividi, parola mia. State bene attenti a non rifarlo mai più, la prossima volta non sarò così magnanima. ora sparite dalla mia vista, subito
I due non se la fanno ripetere un'altra volta, girando sui tacchi e dileguandosi nei dormitori maschili. Lo sguardo cioccolato di Elizabeth si posa su di me; le sorrido.
«Com'è che si dice?» chiude gli occhi, massaggiandosi le tempie «La madre degli stupidi è sempre incinta»
«Corre voce sia di facili costumi»
«Hai proprio ragione» si lascia cadere sulla poltrona alle sue spalle, riprendendo in mano un tomo di Trasfigurazione Avanzata e un plico di appunti da far concorrenza a quelli di Georgiana e Jillian messi assieme. Ha l'espressione di chi vorrebbe far tutto tranne che studiare. E io, dal mio canto, non ho nessuna intenzione di tornare al mio tema di Difesa sulle Arti Oscure. Resta una sola cosa da fare, quindi.
Mi sporgo appena verso di lei.
«Hai saputo del ballo?»
«Non nominate il ballo!» si intromette strillando Polly, facendo capolino alle spalle della Caposcuola «Non fatelo in mia presenza!» ci intima, gli occhi fuori dalle orbite.
La Hale inarca le sopracciglia.
«E perché, di grazia?»
«Non si può direeeh» dondola sui piedi, agitandole un indice in faccia «No no no no, non si può.»
«Come vuoi, Polly» commenta scettica, chinandosi a raccattare i suoi libri «Ora, vogliate scusarmi, ma ho degli esami da preparare. Buon pomeriggio» sorriso, sventolando una mano per poi dileguarsi verso il dormitorio femminile. La mia rossa compagna di casa fischia sommessamente.
«Ciao ciao» la saluta, prima di tornare a guardarmi con le mani saldamente piantate sui fianchi.
«Allora è vero?»
«Che cosa?»
«Non fingere di non sapere» sibila «Ne parla tutta la scuola!»
«Di cosa?» la capacità di saltare da un argomento all'altro di questa ragazza mi spaventa non poco.
«Di Milo e della Worthington. Li hanno visti nel bel mezzo di un corridoio nel cuore della notte.» schiocca la lingua.
Dopo una riunione del club, suppongo. Da quando è stato scoperto, gli incontri si protraggono sempre più a lungo e, quando finiscono, ne usciamo che siamo devastati; Jiulia e Georgiana non ci danno un attimo di tregua.
«Può essere» commento dopo qualche attimo «Ma come mai la cosa ti interessa tanto? Il fascino di Milo non ti era indifferente?» la punzecchio, con un sorriso.
«E' solo amor di cronaca, non credere» tuba, indignata dalla mia insinuazione «Mi sorprende che tu non lo capisca»
«Eccerto, come no» rido.
Apollonia cede, alla fine, sorridendo a sua volta.
E' una ragazza a posto, una volta superato lo shock da primo impatto, e da quel che ho potuto vedere è una persona con la testa sulle spalle e non la spiantata totale che sembra. Invitarla ad una riunione del club potrebbe non essere una cattiva idea. Male che vada, sappiamo tutti che Jiulia e Jillian sono insospettabili perfette obliatrici.
«Polly, senti» inizio a dire, qusta volta serio. Lei reagisce simultaneamente, smettendo di torturare una ciocca di capelli e lasciando ricadere le braccia lungo i fianchi sottili.
«Mh?»
«Ci sono delle persone che vorrei farti conoscere. Hai impegni per domani sera?» 

***

C'è agitazione, nell'aria.
L'intera popolazione femminile della scuola sembra essere preda di una assurda follia e si aggira per i corridoio con aria minacciosa, muovendosi come se fosse un'unica massa, una gigantesca piovra che cala i suoi tentacoli su poveri ragazzi inermi. Ho visto Lennard assalito da una schiera di Serpeverdi del terzo anno, l'altro giorno. Milo sono giorni che se ne sta rinchiuso in camera maledicendo Silente per la grandiosa idea, mentre una pozione dell'Invisibilità borbotta allegramente nel suo calderone. Gli unici che sembrano tratte gran divertimendo dalla situazione sono gli Stupi-principi che vagano per i corridoi con le loro Stupi-principesse al seguito facendo incetta di inviti e seminando solo cuori infranti e misteriosi schiantati mezzosangue alle loro spalle. Occhei, magari schiantati no. Ma ci sono stati un paio di lividi e braccia rotte sospetti.
«Certo che le ragazze potrebbero quantomeno evitare di picchiarle» borbotto, stizzito.
Jillian alza gli occhi dal catalogo che sta sfogliando (l'ennesimo), dopo aver cerchiato un modello che sembra essere di suo gradimento. Da quando le ho chiesto se le andava di venire al ballo con me e lei lo ha comunicata alla sacra famiglia, sia la madre che la nonna hanno iniziato a subissarla di cataloghi. Metà dei quali sono di abiti da sposa e chissà chi li manda.
«Ti ricordo che Ida era una ragazza e non si sono fatti più che tanti scrupoli» sussurra dolce, posandomi una mano sul braccio. Come se questo potesse in un qualche modo stemperare la rabbia e lo sdegno.
«Lo so» sibilo più irritato che mai, mentre lei mi si rannicchia contro, riuscendo ad incastrarsi alla perfezione nelle curve che il mio corpo disegnano.
E' strabiliante la sua capacità di completarmi. Fisicamente e non.
«Lo so quello che stai pensando» mi canzona, tornando a sfogliare le pagine.
«Ah si?»
«Ma non possiamo fare ancora nulla» mi ricorda, così come ha fatto Julia qualche giorno fa «Dobbiamo fare attenzione.»
«Odio l'attesa» protesto, senza riuscire a rimanere imbronciato.
Lei tace, per qualche attimo, prima di chiudere con delicatezza il giornale patinato e posarlo sul pavimento.
«Conosco un modo per ingannare il tempo nel mentre» mi stuzzica, gli occhi accesi e le guance appena appena arrossate.
«Stai tentando di corrompermi?» le chiedo, mentre si gira, sedendosi a cavalcioni su di me.
«Sta funzionando?» indaga, chinandosi a baciare il mio collo.
Un brivido.
«Direi proprio di si»













16/05/2008
commenti (1) • tag: discussioni, amori, speranze, amicizie, paura, grifondoro, corvonero

Peter mi chiude la bocca con un bacio, mentre gli sto spiegando gli utilizzi della mandragora nelle pozioni.
“Tesoro, smettila di parlare…”mormora, infilando una mano sotto la mia maglia.
“Fermo, se non studi finirà che il prossimo anno dovremo dare i M.A.G.O. insieme.”
“Ti dispiacerebbe?”
“Uhm. Sì. Cosa farai nella vita?”
“Oh, non lo so, c’è tanto tempo per decidere…”
“Non è vero, e tu lo sai.”
Il mio ragazzo tace, infastidito.
“Mi mancherai, è ovvio. Ma voglio che tu vada avanti, non che ti fermi!”
La sua espressione si ammorbidisce, mentre arrotola uno dei miei boccoli intorno alle dita.
“Io ti amo, Audrey. Lo sai.”
“Anche io.”
Che tono strano.
“Se succedesse qualcosa il prossimo anno, quando io non ci sarò…”
Si blocca.
“Ecco, non posso pensarci.”
“Allora, stupido. Prima di tutto, sono una Corvonero, e anche abbastanza intelligente, credo. Quindi uno Schiantesimo so lanciarlo più che bene, come la tua amica Alice Knox ricorda ancora. In secondo luogo, non sarò sola. Chiaro?”
“Sì, lo so. Ma dopo l’aggressione a Georgiana…”
“-Dopo l’aggressione a Georgiana- niente. Ce l’aspettavamo tutti in un certo senso.”dico, tagliente come a volte mi costringe ad essere.
“Questo è vero. Ma non posso fare a meno di preoccuparmi per quando non ci sarò. Audrey…ti prego, stai attenta. Fin da ora.”
“Non c’è bisogno di dirmelo.”


Torno nella mia stanza sbuffando.
Sono cosciente dei rischi, del pericolo che corriamo tutti. Però non sopporto Peter quando si fa prendere dalle sue manie da mamma chioccia. Se mi sono innamorata di lui, è stato per la sua indipendenza da me.
Prima, i miei ragazzi erano sempre stati docili strumenti nelle mie mani. Peter era la variabile impazzita, che ogni studente di Aritmanzia adora.
Lancio la cartella con i libri sul letto e mi lancio in bagno per farmi una doccia decente. Jillian ne emerge con la testa avvolta in un asciugamano azzurro, e mi saluta con uno dei suoi sorrisi.
Poi mi dice:
“Tesoro, tutto bene?”
“Sì, perché?”
“Hai un’espressione…corrucciata.”
“Peter. Si è fatto venire le paranoie. Perché lui il prossimo anno non ci sarà più, e io sarò sola a lottare contro i cattivi.”
Jill si siede e inizia svolgere l’asciugamano, rivelando i suoi lunghi capelli biondi, che da bagnati hanno una sfumatura scura.
“Dev’essere preoccupato, non dovresti prenderla così…”
“Non è per quello. Ma già ho paura io. Se ci si mette anche lui…crollo.”
Sento il viso caldo.
“Già, è difficile per tutti. Anche io a volte…”
Rabbrividisce.
Mi siedo accanto a lei.
“Cosa possiamo fare, d’altronde?”chiede.
“Soltanto sperare e prepararci al peggio.”
Il racconto delle gesta di Julia Versten e Aedan Lywelyn sta facendo il giro della scuola. Eugene Pennington lo ha raccontato a Milo Ashmore; e raccontarlo a Milo equivale a spargere il pettegolezzo per tutte le Isole Britanniche.
“Ma secondo te è vero che li ha sorpresi proprio nel momento clou?”domanda Rachel, ridacchiando.
“Ah, non saprei. Isy, cosa ci dici?”
Isabel avvampa all’istante.
“Io…a dire il vero, non gli ho chiesto nulla.”
“Come, non gli hai chiesto nulla?!”continua Rachel, impietosa, fingendo indignazione.
“Ehm…”
“Su, lasciatela stare, povera piccola…”interviene Jill, con una carezza sulla testolina castana.
Ridiamo tutte e quattro, dimenticando per un istante Fidelius, Riddle e tutto quanto.

 














13/05/2008
commenti (5) • tag: discussioni, amori, amicizie, paura, dubbi, guai, errori, riddle, grifondoro, corvonero, duelli, morsmordre, fidelius

« non c'è niente da ridere. » rimbecco secca due delle mie ragazze, che in fondo alla stanza delle necessità continuano a singhiozzare per soffocare la loro ilarità. Il motivo di tanto divertimento è chiaro a tutti: neppure io, in situazioni normali, riuscirei a stare seria davanti a Eugene Pennington rosso come una lampada giapponese che tenta di non rifuggere il contatto fisico con Isabel, alla disperata ricerca della sua mano. Il poverino è alla sua prima relazione, e si è beccato pure la piccola geisha della situazione. Guarda ostinatamente verso di me al posto di badare a lei, rimarcando con l'espressione da orso ferito che le mie parole gli salveranno la vita, almeno per mezz'ora.
Poco più in là, altrettanto smarriti, siedono i nuovi acquisti: Opal Worthington che stringe le mani una contro l'altra, probabilmente per evitare di far esplodere qualcosa mentre sbava copiosamente su Milo Ashmore, del tutto assorto ad osservare la stanza che non ha mai visto prima e che sembra aver fatto breccia nel suo immaginario. A completare l'allegro terzetto di nuove leve che mi aspettavo di incontrare, Damian Denholm, grifondoro del sesto anno che Julia ha preso sotto la sua ala protettiva. E, a proposito di miss Versten e dei suoi amici, possiamo notare alla mia destra uno splendido esemplare di vitellone dall'occhio luccicante, anche conosciuto come Aedan Lywelyn Innamorato. Il farfallone è tutto preso a lanciare sguardi mielosi alla mia amica, seduta al mio fianco e tutta presa dalla compilazione del diario di bordo.
Ripasso tutti i volti di coloro che sono seduti qui davanti e pendono dalle mie labbra: ragazzi pieni di speranze, con progetti idee e piani. Tutti messi in pericolo da me. Lanciati a occhi bendati tra le grinfie di un pazzo furioso. « ho fatto un guaio, ragazzi. » esordisco con gli occhi che già mi si riempiono di nuovo di lacrime; probabilmente sembrerà che stia andando ad un funerale, ed in effetti il mio si profila non più così distante. « Riddle mi ha letto nel pensiero ed ha scoperto il Club. » ancora mi chiedo come faccia ad essere stata così idiota; a lasciarmi pescare nella testa senza neppure pensare che Tom non si limava di certo le unghie come Elizabeth Hale, durante la riunione dei Caposcuola.
Meriterei d'essere appesa per le orecchie alla torre di Londra, per questo. Per la delusione e lo sconcerto che si dipingono sulle facce degli altri membri del club, una serie di sguardi vacui improvvisamente concentrati su di me. Lo so, sono stata una cretina. Tanto vale farla finita e dirla tutta; sento la mano di Sebastian che mi sfiora le scapole, per poi appoggiarsi oltre la mia schiena, sulla spalla opposta. E' che lui sa, lui c'era; è successo tutto sotto i suoi occhi, anche se nessuno ha passato in rassegna i meandri del suo cervello. Prendo un respiro profondo, socchiudo gli occhi. « non so cosa ci possa succedere. quel che è certo, è che tutto quello che abbiamo imparato ora potrebbe servirci. » le fatine di Corvonero avvicinano le teste ed iniziano a sussurrare, primo cenno di vita da interi minuti a questa parte. « dobbiamo stare uniti, ora più che mai. non andate mai in giro da soli. mai e poi mai senza bacchetta. occhi aperti, mano pronta. » nessuno sembra prendere di buon grado questi ordini: ho fatto un macello, lo sapevo. Ho messo nei guai tante persone da formare una classe scolastica. Mi sento di nuovo le lacrime che premono contro le palpebre, come la notte dello scontro con Lenore. Il vocio sommesso si fa gradualmente più forte; parlano tra loro, commentano, cominciano già ad organizzarsi. Mi auguro solo che nessuno finisca male per colpa mia: sarebbe una cosa che non riuscirei mai a perdonarmi. 

***

un paio di giorni dopo.
« su, julia! tieni dritta quella schiena! » sua divinità si è messa a prendere lezioni di duello dalla sottoscritta; agito la bacchetta e la colpisco con uno sbaffo di fumo in faccia. « vedi? se non stai attenta, ti frego con un attacco diretto! » so che probabilmente ora mi beccherò uno schiantesimo nello stomaco, ma dobbiamo essere perfetti - lei, soprattutto. Le pareti della Stanza delle Necessità sono sgombre e coperte di grossi materassi, come se fossero insonorizzate, ma serve semplicemente per evitare che ci spezziamo le ossa in atterraggi fatti male. Io e la mia migliore amica ci muoviamo lentamente, disegnando un circolo a terra con i nostri passi, mentre leviamo la bacchetta davanti alla faccia, pronte ad attaccare. sento chiaramente il suo polso che fa un piccolo schiocco e, senza neppure pensarci, mi accovaccio, evitando per un pelo che una palla di luce bluastra che mi avrebbe trasformata in un lampone vivente.
« ma come fai! » esclama alzando le mani, dopo che per l'ennesima volta ho sventato il suo attacco.
« riflessi; ci sono abituata. » mi stringo nelle spalle, facendo ruotare distrattamente la mia arma tra le dita. « attenta ad ogni movimento. ogni rumore. non c'è niente attorno, solo tu e il tuo avversario. » non la vedo molto convinta. « e gli incantesimi, ovviamente. » aggiungo sollevando gli occhi al cielo. Lei si risistema, io faccio un respiro profondo. Se si concentrasse di più, farebbe a fettine me e tutti quelli che provano a sfidarla. Mi concentro sul fruscio dei suoi vestiti; forse basterebbe solo un tremito della sua palpebra per farmi capire che sta per respingere correttamente il mio attacco.
« ooooh! » subdola. Si è accorta che stavo per attaccare e mi ha fatto fare un volo di tre metri all'indietro; questa donna ha capito tutto della vita. « infida! » esclamo rialzandomi, e già applaudendo. Finalmente è arrivata a concentrarsi nel modo giusto; cioè abbastanza da percepire le intenzioni ancor prima che lo stesso avversario si sia reso conto di averle pensate. Questa donna è pronta per sfidarsi con chi vuole. Riddle compreso.

***

Adoro il bel tempo. Il sole, il caldo che brucia la pelle anche attraverso i rami. Certo, ben diverso da notti buie e cime tempestose, ma questa è la vita reale, non una delle mie opere. Sto a pancia in giù con i gomiti piantati nell'erba e il taccuino blu ( fresco di acquisto ) aperto d'avanti. Al mio fianco, con la testa appoggiata sul maglione buttato sull'erba, sonnecchia Sebastian, con la bocca semiaperta ed una mano infilata sotto l'orlo della mia camicia; mi sfiora il bacino con la punta delle dita, ed è l'unico segno di vita che dà. Momenti di beatitudine. Abbiamo rinunciato a studiare per stare insieme, almeno un pomeriggio prima che gli esami ci riducano in fin di vita.
« Georgiana? » rotola su un fianco e socchiude un occhio, guardandomi di soppiatto e ritirando la mano dalla mia schiena.
« Mh? » alzo appena la testa, rivolgendogli uno sguardo annoiato; lui sorride e mi si tuffa addosso, baciandomi come se non lo facesse da tre anni.
« Vieni al ballo con me. » l'ha detto. L'ha detto. Scoppio a ridere e lascio che mi strappi di mano il taccuino, facendomi poi affondare la testa nell'erba.
« Contaci. »













12/05/2008
commenti (4) • tag: ricordi, amori, misteri, amicizie, serpeverde, dubbi, lezioni, morsmordre, fidelius

Settimana passata.
“..e non pensate di potervi rilassare perché non avete esami quest’anno, anzi, il sesto è…”; parole, parole, solo una serie di inutili parole che escono dalla bocca di Benton: affascinante si, ma a volte estremamente noioso. Non è lui che mi interessa, non è lui a cui oggi si rivolgono i miei pensieri, la mia attenzione; decisamente no. Spingo con troppa forza la penna sullo sfortunato foglio che ho sotto mano, e questa per poco non si rompe. Il foglio di pergamena prima immacolato e ora coperto con una macchia indefinita di nero; nero, come il mio umore, nero come il mio….odio.
Odio. Odio puro, odio vero, autentico. Tutto per una persona, di cui sto ammirando la chioma ordinata, che tanto bramerei tagliare, e la figura piccola ed esile, seduta davanti a me, che mi piacerebbe schiacciare, schiantare, forse anche uccidere; si, perché no, in fondo non è proprio una novità, giusto? Potrei farlo. Poter sentire il potere racchiuso nelle mie mani, essere padrona incontrastata del destino di qualcun altro, poter decidere della vita e della morte, come solo una divinità potrebbe fare. Potrei…potrei…ma ne sarei davvero capace?
Intanto l’ignara Violet siede davanti a me, nemmeno lei troppo attenta al discorso di Benton, e rigira tranquilla e annoiata la penna. La sua testa si muove cullando prima a destra, poi a sinistra,…
Sfioro con la mano il mio viso, nel punto dove si trovava la ferita, ormai rimarginata, che mi ha lasciato con le sue sudice unghie poco tempo fa, prima che intervenisse Lenore e ponesse fine al nostro ‘diverbio’; ho persino dovuto picchiarla, con le mie mani, come una mezzosangue, o ancor peggio, come una babbana. Non posso perdonarla.
Qualcuno dice che il perdono è la virtù dei forti; sciocchezze. Il perdono non esiste, ma è confortante pensare che possa esistere, perché ci offre la speranza di crederci buoni come Dio. Anche quelli che si illudono di compiere il bene, quelli che vanno contro gli ideali di purezza per accogliere nel loro immenso abbraccio tutti i maghi, indifferentemente dal loro sangue, non sanno perdonare. Non è una loro colpa, sono solo uomini.
Avrò la mia vendetta; Ci sono condanne ben peggiori della morte...
Sarai pure una vipera, mia cara Violet, ma ricordati che sei in un covo di serpi…
Aspettami.

Un club, l’altro club. Forse la rivelazione non è troppo scioccante, scioccante è pensare che hanno continuato a riunirsi tutto questo tempo senza che noi li scoprissimo. Pensano anche di essere i ‘Buoni’ della situazione? Non diciamo illazioni, se davvero lo fossero desidererebbero cos’ intensamente la nostra scomparsa? Odierebbero a tal punto? Ma soprattutto chi ha deciso che siano loro i buoni. Anche noi agiamo per delle convinzioni e per il bene di tutta la comunità magica, e per questo siamo malvagi? Chi lo pensa pecca di presunzione,e a vedere i numerosi membri che vanta il club della Versten, ci sono molti studenti del genere…e molti nomi conosciuti…
“Deirdre!”, mi volto verso chi mi reclama.
“Steven…cosa c’è?”. E’ da molto che non lo vedo in giro, d’altronde gestire G.U.F.O., club segreti e vita sociale senza essere Tom Ridde, non dev’essere per nulla semplice!
“No, niente…posso accompagnarti fino al dormitorio?”, do una rapida occhiata a Jasp, Ed e Scar, poco dietro di me.
“Emh..non c’è problema…”.
Non si può dire che sia un tipo esilarante, ed è già un complimento definirlo divertente, però che male può far un po’ di compagnia?!
“Quindi non siete ancora riusciti a scoprire dove si riuniscono?”
“No, ma è solo questione di tempo…anzi, probabilmente non ce ne sarà nemmeno bisogno…”
. Guardo il suo sguardo enigmatico mentre cerco di intuire l’allusione che sta sotto l’affermazione; un qualche piano che deve rimanere segreto, con tutta probabilità, ma cos’avrà in mente Riddle questa volta?
E’ un enigma, un enorme e infinito enigma…
 
Ho i piedi freddi; sono gelati e umidi. Apro gli occhi ed è come se lo facessi per la prima volta, li rivolgo verso terra: sono scalza. Il terreno è coperto dalla brina, che altera il colore dell’erba sotto di me. Alzo lo sguardo. Alberi, moltissimi alberi, dall’aspetto sinistro al chiarore della luna, alta in cielo, e offuscati dalla bassa nebbia che si aggira tra di loro. Socchiudo gli occhi per vedere meglio davanti a me e finalmente riconosco il posto dove mi trovo: è la foresta proibita. Come faccio a trovarmi qui? L’ultima cosa che ricordo è di essere andata a letto e poi….il nulla.
Muovo i primi passi per addentrarmi in quell’abisso di arbusti spinta dall’istinto, e ignoro la paura che urla forte, dentro di me, di non muovermi, di restare ferma, di non andare; forte però non abbastanza per sconfiggere l’impulso inarrestabile che sento crescere; devo andare, non so il motivo, ma devo. Man mano che penetro il silenzio si fa sempre più assordante, tanto che cerco in tutti i modi di non fare rumore nel camminare. Ci siamo solo io, e il silenzio.
Crack.
Un ramo spezzato. Mi volto mentre il cuore mi batte a mille. “Chi va la?”, cerco di dire, ma la voce mi muore in gola. Dovrei fuggire, ma sono paralizzata dalla paura e dalla voglia di sapere.
Lenta, una chioma bionda irrompe nel grigio dell’ambiente e avanza verso me. Chi sei? Forse lei avrà delle risposte da darmi, per esempio perché mi trovo qui.
Si avvicina sempre di più; sempre di più; sempre di più. E’ davanti a me.
“Eve?”un sorriso leggero, per poi fuggire via. Il mio timore fa appena in tempo a scomparire, che il mio cuore, prima calmo, riprende a battere a mille per la corsa e l’eccitazione.
“Aspettami!” le urlo. Corro, corro per un’infinità di tempo. Un albero segue un altro, sempre uguale e tutto sembra ripetersi all’infinito. Sono sfinita. Mi fermo. Lei è sparita. Mi appoggio ad un albero per riprendere fiato. “Aspetta un attimo…”. Guardo con attenzione la pianta che improvvisamente ha un aspetto familiare; tocco il tronco e mi assalgono una valanga di ricordi confusi, come se non li avessi veramente vissuti. Io ed Eve. Corriamo, in questo punto e poi…uno spiazzo.
Guardo nella direzione in cui si dovrebbe trovare, ed eccolo lì, leggermente diverso dai miei ricordi.
Lo spazio circolare rompe con l’atmosfera circostante: l’erba che infesta la foresta si interrompe davanti ai suoi confini e i raggi riflessi della luna sembrano illuminare solo quel punto. Solamente la nebbia rimane immune dalla stranezza di quel punto, dove a dominare non è la vita, ma la morte.
Riesco a distinguere all’interno di quel cerchio perfetto una sagoma confusa. ”Eve!”. Mi affretto verso l’oro dei suoi capelli, quando mi accorgo che non è sola: accanto a lei un’enorme animale mi fissa. Lei lo accarezza, calma, e non riesco nemmeno a vederle il viso coperto dalle lunghe ciocche.
Scappa! Vorrei urlarle, ma rimango stregata dagli occhi da rapace di quello strano ed inquietante animale.
“Ti ricordi quando venivamo qui, Dè?”, esordisce la voce quasi dimenticata.
“Adesso si…”, sono ricordi che risalgono al primo anno di scuola. Non saremmo nemmeno dovute avventurarci in questa foresta, ma si sa, niente ci poteva mettere dei freni; avevamo già le idee ben chiare. Ad Eve piaceva molto venire qui e mi raccontava delle storie; Diceva che lì vivevano degli animali che solo pochi potevano vedere e ogni volta mi ripeteva ‘ora li vedi Dè?’, ‘ora li vedi Dè?’. Non li ho mai visti. Come ho potuto scordarmene? Eppure ne soffrivo, e anche parecchio.
“Adesso riesci a vedere i Therstral”-non si volta verso di me-“ora sei contenta?”. La sua voce diventa sprezzante e piena di odio. La paura ricomincia a farsi strada dentro di me. Perché mi fai questo Eve? Perché? “voltati!”, le urlo con un coraggio che nasce dalla convinzione che quella non sia lei, non può essere lei…ma dove sono?
La nebbia si dirama sempre più mentre quella figura si gira. Sembrano passare ore prima di incontrare i suoi occhi senza vita, come tutto quello che ha intorno. Mi sento inghiottita dal gelo che emanano: la gola si secca, le mani tremano, il volto sbianca e sudo freddo.
Gli occhi sono azzurri, ma non sono quelli di Eve; il colorito è pallido, ma non è quello di Eve; i capelli sono biondi, ma non sono quelli di Eve.
Ida.
“Allora, ora sei contenta?”, non riesco a sfuggire al suo sudicio sguardo accusatore mentre tutt’intorno una risata familiare si diffonde come un veleno. Basta voglio fuggire, voglio andarmene da qui!
Una voce sibila alle mie spalle. E’ vicina, vicinissima. “E allora svegliati!”

Mi alzo con un sobbalzo. Ho il fiatone, ho freddo e sono terrorizzata. E’ ancora buio, tutto tace, tutti dormono. Eccoci ancora: io e il silenzio. Ho paura ad addormentarmi: la notte ti lascia senza difese…

No. E’ sbagliato, è tutto terribilmente sbagliato. Perché Jasper, perché proprio lui? E’ il mio migliore amico, nonostante tutto, eppure…lo voglio. Più di quanto abbia mai desiderato Geert o qualche altro amore passeggero, persino più di Axis.
Forse è proprio il fatto che sia sbagliato, impossibile, a farmelo piacere; si, dev’essere così.
‘Toglitelo dalla testa Dè, non rovinare tutto, non rovinate tutto. E’ troppo importante.’
In quest’opera di autoconvinzione dimentico però che appena rimango sola è il mio unico pensiero, che quando sono insieme a lui, sono davvero felice, come l’altro giorno nel giardino, come l’altro giorno nella sua stanza…
Il cuore va da una parte, e la ragione dall’altra. Ora devo solo fare una scelta, fondamentale, importantissima, vitale…cuore o ragione?
“Dè?” Scar entra all’improvviso nella stanza. Poso il libro che avevo dimenticato di avere aperto.
“Scarl…hai una faccia. Che c’è?”
“Edward…”
“Che?”
siedo preoccupata al suo fianco.
“Edward. Vado al ballo con Edward.” Il suo sorriso è radioso, e la sua felicità non può che contagiarmi. Tutto è come prima, finalmente.
“Dobbiamo cominciare a pensare ai vestiti!.”. Le dico eccitata, eppure il pensiero che tanto mi attanagliava prima è ancora lì, e non sembra volersene andare tanto presto.
E se mi chiedesse di andare con lui al ballo, io che farei? Dovrei accettare?
Guardo la mia amica mentre raggiante comincia ad elencarmi le probabili vesti del ballo, e non posso che identificarmi con lei. Desidero, bramo essere felice come lei, e so bene come  poterlo essere…con chi poterlo essere.
Mi sembra già di assaporare quei sentimenti, ma prima…Ed, devo parlare con Ed. Ho bisogno di un consiglio, di una spalla amica, perché questa indecisione all’apparenza tanto banale, potrebbe rivelarsi catastrofica per tutti noi…
Il cuore non è sempre dispensatori di buoni consigli, ed è profondamente egoista; è per questo che la mia risposta sarebbe si, adesso, domani, per mille altre volte…
Si.

...oggi sono tornata nella foresta, Eve, in quel luogo dove mi portavi sempre, dove mi dicevi ti piaceva tanto stare, e io non riuscivo mai a capire il perchè. E' tutto come un tempo, solo che ora il nostro sentiero è inondato di erbacce e si intravede appena, e a guidarmi è stato più il ricordo che la vista...
Ho camminato sola a lungo, per un tempo infinito tra gli alberi di un tempo e tra la nostalgia del nostro passato, finchè sono arrivata nel punto in cui tu cominciavi sempre a sorridere...e li ho visti, per la prima volta...li ho visti davvero, Eve,... i Therstral....












08/05/2008
commenti (3) • tag: discussioni, confidenze, amori, sogni, dolore, speranze, amicizie, paura, grifondoro, momenti imbarazzanti

Adesso io mi chiedo: perché? Perché proprio a me? Che ho fatto di male nella mia vita per meritarmi tutto questo?! Perché la piccola Baudelaire, guardata da tutti ma toccata da pochi, proprio adesso al quinto anno, quando ha un esame da sostenere, deve ritrovarsi in una situazione del genere?!
A lei piaceva così tanto non essere guardata, essere lasciata sola, lì nel suo angoletto. Stava bene, in pace con se stessa. Sapeva cosa dire, come comportarsi, cosa fare. Invece adesso no.
Adesso lei è guardata, guardata da Damian. Quel pezzo di gnocco che per lei è sempre stato un santo. Una statua bellissima, intoccabile, inarrivabile. Perché?

Raggiungo Sophie in biblioteca. Sta cercando di studiare ma dal suo sguardo direi che la concentrazione è minima.
“Sophie?” sobbalza “a cosa diavolo stai pensando?” la guardo interrogativa. La sua mente era decisamente fuori da quello che c’è scritto in quel mattone dalle pagine giallastre che ha sotto gli occhi. E adesso, mentre io gli sto esponendo i miei pensieri, paranoici, è forse ancora più fuori.
“Mi stai ascoltando? In questo periodo non c’è proprio il modo di parlare con te! Sophie che diavolo hai per la testa? Per la barba di merlino!” La fisso, indispettita, con le mani sui fianchi. Aspetto una risposta che non arriva, per questo non tardo a realizzare di potermene andare via. Tanto ormai è perduta. “Soph, ci vediamo dopo!”
“Ah, eh, si. Ok, ok a dopo!” sospiro mandando un’occhiata al cielo. Salvami tu, ti prego!

Giorni dopo.
I giorni passano e la situazione è sempre la stessa. Riesco finalmente a parlare con Sophie e a dirgli quello che penso: esattamente quello che pensa lei.
“tesoro stai attenta, non vorrei che lui ti prenda in giro! Non voglio vederti stare male!” anche lei trova strano il suo atteggiamento. Com’è che prima non mi avevi mai notata, in ben cinque anni, e adesso invece sono al centro delle tue attenzioni? C’è qualcosa che non torna eppure, cosa? Non sono una Blackster o una Lywelyn, bellissima, importante, cercata, ricca. Io sono una semplice ragazza, mezza veela. Forse è questa l’unica mia pecca, essere una mezza veela.
Ho ripreso a parlare con Damian dopo che mi ha decisamente pregata di smetterla con questo comportamento che lo altera e gli da noia. La mia risposta è stata semplice e dettata dal cuore:
“Ma se hai fatto a meno di me per tutto questo tempo? Perché non puoi farne a meno anche adesso?”
Denholm mi guarda al limite fra l'allucinato e lo sconvolto.
"Elodie? Spero tu stia scherzando. Quando mai ti avrei ignorata per tutto questo tempo? Il fatto che non ci siano stati prima -scontri- non significa che non ti abbia mai notata, forse dovresti guardarti un pò meglio in giro". Lo guardo e scoppio a ridere, dopo un’affermazione del genere! Il volto probabilmente ha l’aria di una che dice: smettila di prendermi per il fondoschiena o inventatene una migliore; ma lui mi fissa, serio. Damian inarca un sopracciglio.
"Non c'è niente da ridere in una verità come questa." E la cosa tragica è che tende a sottolineare ai miei occhi la parola VERITA'.
"cosa vuoi dire Damian?" chiedo quasi sfidandolo, senza capire quello che intende.
Com'è possibile che lui mi abbia notata? Io che l'ho guardato per anni, non mi sono mai accorta di niente, impossibile. Sta continuando a prendersi gioco di me, proprio come dicevamo io e Soph. Merda! Lui chiude il libro, fissandomi negli occhi palesemente, stavolta.
"Quale parte di -Ti ho notata da tempo- non capisci, El? E' semplice, lineare. Solo che ogni volta stavi lontana dal mio raggio d'azione di circa tre km, come dovevo avvicinarti se pensavo di non interessarti proprio. Anzi, di farti addirittura schifo?". Cazzo. Gli scoppio palesemente a ridere in faccia e subito dopo balbetto un "tu, pensavi, cioè tu.." abbasso la testa. Non ce la faccio a supportare questa tremenda - orribile - difficile situazione.
"Io. Pensavo. Che. Tu. Mi. Detestassi." e la cosa orrenda è che lo scandisce, al fine di farlo capire perfettamente. E non si scompone, anzi. Mi guarda con serietà. E maledetta me, leggo una verità che non avevo visto prima. Adesso lo guardo, stupita.
"Ora mi chiedo come tu possa dire una cosa del genere!" mi arrabbio quasi e inizio a gridargli contro, con rabbia "come diavolo hai mai potuto pensare una cosa del genere! Io ti vengo dietro da anni, ti ho sempre notato, guardato, ammirato! Dio, tu per me sei sempre stato: il deo!" serro i pugni nervosa. Tutte le parole mi escono dalla bocca come un fiume. Libera, mi libero da tutte quelle parole, mi libero da un peso che mi è rimasto dentro per troppo tempo. Damian mi guarda leggermente perplesso. Sgranando appena gli occhi.
"Elodie...calmati per favore.." mi esorta, con voce dolce. E io voglio solo scappare, fuggire da questa situazione imbarazzante, ed è esattamente quello che faccio.

La sera.
Tutto il giorno rifugiata in camera mia. Non esco né a pranzo né a cena e impedisco a tutte coloro che abitano in camera mia di entrare. Voglio stare da sola. Sola, sola, sola. E così è fino a quando qualcuno non bussa vivacemente alla porta.
“Avevo detto che nessuno doveva venire, se non per urgenza!” sbraito, con garbo.
Non notando la risposta sfavorevole dall'interno, una voce maschile pronuncia, leggermente adirata oltre l'uscio "Alohomora", e la porta si apre, mentre Damian, una volta varcata la soglia, la richiude. Fissandomi: "Dobbiamo parlare."
Ecco, era esattamente questa la situazione che volevo evitare e invece?! Mi si piazza ancora una volta davanti agli occhi ed io, sono impotente davanti ad essa.
"Pensi sia maturo scappare così? Ed è la cosa che fai da CINQUE anni. Che cosa avrei dovuto pensare, eh? Chiunque avrebbe dedotto completo odio da parte tua, Elodie." lui mi espone il suo punto di vista, facendomi notare quello che, nel mio atteggiamento, lo ha portato a credere la mia completa avversione nei suoi confronti. E io di mio canto, come rispondo?! Abbassando nuovamente la testa, non riuscendo a guardarlo, a rispondergli. Queste situazioni mi bloccano, lui ha ragione, è vero che ha trovato una porta chiusa, ma la verità non è questa. Io ho paura dell'amore, ho paura di affezionarmi ad un uomo, ho paura di innamorarmi, ho paura di essere presa in giro, ho paura. E questa non è la risposta esatta, le mie azioni sono la cosa più sbagliata, ma è più forte di me.
Lo sento avvicinarsi. Sedere sul mio letto e sollevarmi il volto con le dita, sotto il mento. "Elodie, guardami per favore.." chiede, con tono gentile e comprensivo. Lo fisso negli occhi, timidamente. Le mie guance si fanno rosse, bruciano.
"Ci vieni al ballo con me?" domanda, sorridendo. Spalanco gli occhi per annuire poi, con dolcezza. Aggiungo uno scusami, riuscendo a guardarlo negli occhi, per i miei comportamenti infantili, enigmatici, sbagliati. E Damian accarezza la mia guancia, sfiorandola poi con le labbra.
"Non fa niente,bocciolo". Ed è quasi un sussurro sulla mia pelle, mentre lo sento stringermi in un abbraccio dolce. Terribilmente dolce.

***

La notte ho dormito sogni tranquilli. Ho rivisto la scena della sera precedente miliardi e miliardi di volte. La dolcezza, la tenerezza di quell’abbraccio, di quelle parole.
“Miele! Siete miele!” urla Sophie dopo che le ho raccontato tutto. E’ quasi eccitata, anche lei dopo questa confessione del pargolo si è calmata. Lui mi aveva notata. Lui mi notava, lui mi nota e tutto è così bello. Sono felice, ho mille emozioni che mi si attorcigliano dentro lo stomaco. Ho delle farfalle che mi volano dentro, felici.












03/05/2008
commenti (6) • tag: amori, misteri, speranze, amicizie, serpeverde, lezioni, guai, riddle, festeggiamenti, morsmordre, fidelius

qualche settimana fa.
« Il motivo per cui vi ho convocati, mie Serpi, è di massima urgenza ed importanza. » per la prima volta, è Tom a stare in piedi e siamo noi a rimanere ossequiosamente seduti mentre lui parla. C'è qualcosa di grosso in ballo. Non guardo neppure Edward e soci alle mie spalle, rimanendo tranquillamente accoccolata vicino a Lenore; i suoi occhi già risplendono, segno che sa e che non vede l'ora di poter condividere la sua - eccitazione? - con noi.
« Nell'ultima riunione dei Caposcuola, ho avuto il piacere di fare un giretto nella testa di Georgiana Harrington. » fa un sorriso beffardo; curioso modo di dire che le ha letto il pensiero, già. Comunque, la faccenda si fa parecchio interessante. Non posso che sistemarmi meglio sul pavimento ed ascoltare quello che ha da dire. « sapete cosa fanno i buoni e i loro sudici amichetti mezzosangue? un club per combattere il male! » scoppia in una risata profonda, subumana, mentre tutti lo fissano con gli occhi sgranati, la sottoscritta compresa. Un club. Di schifosi traditori del loro sangue. Gli altri non osano neppure fiatare, e lo stesso vale per me. Ancora non riesco a capacitarmi di cosa sia successo sotto i miei occhi, e io dormivo. Ci sventola sotto il naso la lista dei nomi che è riuscito a carpire alla Harrington, e riesco a cogliere velocemente i cognomi di un sacco di gente del mio anno, con cui ho ore e ore di lezione. E non mi sono accorta di niente. Dio. Vorrei sbattermi una mano in fronte.
« i loro capi sono la cara Georgiana in persona e la sua amichetta Julia Versten. » un altro sorriso; mi sembra così poco uomo, in questo momento. Appare come puro spirito malvagio, ed anche piuttosto eccitato dalla faccenda.
« affido la prima a Lenore.. » sorride - o meglio, fa una smorfia contenta. « ...e l'altra è mia. » qualcosa mi dice che questa faccenda finirà male.

***

fast forward fino alla scorsa settimana.
Reprimo l'espressione scocciata che mi provoca il dover rimanere qui a lezione quando invece potrei divertirmi un bel po' da un'altra parte. Martine Lewis è un vero genio, ma niente può distogliermi dall'idea che tra un paio d'ore mi vedrò con Jefferson. Da sola, intendo: senza Riddle e Lenore a vegliarci. La loro presenza inquietante ha condizionato tutta la nostra storiella da quando è sorta in poi.
Senza che io faccia qualcosa per contrastarla, la mia testa crolla sulla pagina di calcoli che ho appena finito di trascrivere dalla lavagna. Non ce la posso fare, mi sto annoiando troppo: chissà che mi passava per la testa quando ho scelto che materie portare ai M.A.G.O. Sono stata pazza, pazza.
E per di più sono costretta ad ascoltare le smancerie dello sfigato numero uno Morgan Lancaster, che pigola paroline dolci alla lurida mezzosangue che è diventata la sua dolce metà. Tremendo. Mi volto e lo fulmino, digrignando i denti; la sua faccia da piccolo putto barocco mi fa una smorfiettina e poi torna a chiocciare con quella ragazza disgustosa - e pure bruttarella, diciamolo.
« miss Traviston, c'è qualche problema? » la Lewis sbatte la sua verga - sì, usa una verga. per indicare i punti della lavagna, ma non escludo che prima o poi ci bastoni - sulla cattedra, facendo sobbalzare la metà della classe che dormiva saporitamente.
« mi scusi professoressa, è che sentivo un ... ronzio, di sottofondo. » il suo sguardo carbonizza i due piccioni alle mie spalle, e poi torna a guardarmi quasi affettuosamente.
« allora invitiamo mister Lancaster a farci una dimostrazione della teoria di Struss alla lavagna! » sibila sedendosi elegantemente alla cattedra. Adoro questa donna. Almeno quanto lei adora suo fratello e chiunque dimostri di essere abbastanza ossequioso nei suoi confronti. Mi metto ben dritta sulla sedia mentre Lancaster striscia verso la lavagna.
Ora sì che mi riconosco; la sbandata per Norwood mi aveva resa un'ameba senza spirito, me ne rendo di più conto ogni giorno che passa.

***

un paio di giorni dopo.
Catherine è costretta a smettere di spettegolare fittamente riguardo alla brutta fine che ha fatto Quentin dopo che l'ha scaricato: con un tempismo perfetto, il preside si è alzato dal tavolo imbandito per la cena e si è avvicinato al palchetto dei discorsi. Tutte le teste scattano verso di lui, provocando un gran rumore di stoviglie sbattute e di ultimi sussurri frettolosi.
« uuh, ci sono novità! » trilla Ashleigh Hale alle mie spalle; quella ragazza dev'essere parecchio simpatica, è un peccato che quella vacchetta di Deirdre l'abbia cacciata dalla nostra camera. Poteva mandar via Amber, almeno. A proposito di Deirdre: la vedo particolarmente sbattuta ed imbruttita, ultimamente. E sono decisamente convinta che abbia una bella cotta per Jasper Lewis, tanto per cambiare. Alleluja, finalmente si accoppieranno tra loro e smetteranno di impestare il mondo con il seme del male!
« RAGAZZI, SILENZIO! » tuona Dippet dall'alto del suo podio dorato. Trattengo una risatina nel vedere quanto particolarmente osceno sia il suo cappello stasera. « ho un annuncio che vi piacerà: il trentuno maggio si terrà il ballo di chiusura dell'anno scolastico! » un coro di oooh, seguito da un'ovazione, si diffonde per tutta la Sala Grande. La maggior parte delle ragazze comincia già a strepitare e ad occhieggiare quelli che dovrebbero diventare i loro cavalieri. « ...ed eccezionalmente, a grande richiesta, saranno eletti Mr e Miss Hogwarts! » un'altra esplosione. Sbatto appena le palpebre, mentre dall'altra parte del tavolo la Lywelyn e la Blackster cominciano già a borbottare; inutile, non c'è Eveline, questa festa non raggiungerà mai i livelli di stilosità che aveva negli anni scorsi. E' che non posso dirlo alle dirette interessate, se non voglio prendermi una legnata in testa.
Una festa, hm? Senza neppure pensarci, mi volto verso Tom Riddle: e leggo un ghigno crudele dipinto sul suo volto.













02/05/2008
commenti (7) • tag: confidenze, amori, amicizie, corvonero, momenti imbarazzanti, fidelius

Ancora non ci posso credere. Non può essere vero. Mi sento il sangue ghiacciato nelle vene.
IL MIO PIANOFORTE!
Che schifo! Julia Versten e il suo amichetto che copulavano sul mio pianoforte! Sono talmente turbato dalla visione che potrei mettermi ad urlare; ed, oltretutto, non avrò mai più il coraggio di toccare il mio prezioso pianoforte. I tasti avranno registrato la pressione delle chiappe di Julia, delle sudicie mani di quel Serpeverde mancato. Il mio pianoforte. Scivolo lungo il muro, sbattendo pure la testa contro la grande vetrata alle mie spalle. Socchiudo gli occhi. Non riesco a togliermi quell'immagine orrenda dalla mente. I loro salutini e il correre via valgono ben poco.
IL MIO PIANOFORTE!
La mia sala della musica, inficiata per sempre! Come farò anche solo ad entrarci, d'ora in poi? Chi potrà mai restituirmela perfetta com'era? Intonsa, un angolo neutrale in questa sozza e insopportabile scuola! Mi viene quasi da piangere; ok, diciamo che mi viene da piangere. Sento le lacrime calde che pressano contro le palpebre. Probabilmente è la tensione di questi ultimi giorni: i compiti in classe dell'ultimo momento, le montagne di temi e roba da fare, il coro, il club .. eccetera eccetera. Mi prendo la testa tra le mani. Conta fino a tre, Eugene. Uno, due, tre. Alzati in piedi. Esci. Non guardare il pianoforte.
Mi precipito verso la porta, tenendo la testa bassa, e poi giù per le scale, senza guardare in faccia niente e nessuno. 

***

 
qualche giorno dopo.

Milo mi fissa ancora con l’aria di uno che ha visto un fantasma; ok, forse l’ho scioccato con il racconto del mio terribile incontro a luci rosse con Julia e dolce metà, ma credo che sia stata la spiegazione sul club a dargli il colpo di grazia. Non se l’aspettava, che io potessi fare queste cose: sono quello tranquillo dei tre, dopotutto. E’ invece è proprio successo che gli sto parlando di una cospirazione contro i mezzosangue, che un gruppo di studenti sta cercando di sedare con le proprie forze. Gli sto parlando di lezioni segrete, bacchette al vento e di me che riesco a fare un Patronus corporeo al terzo tentativo.
« mi staresti dicendo di partecipare ad una riunione segre.. »
« sssst! » mi raccomando, urliamo, che ci sentano tutti per bene.
« ..sì, insomma. non stai sfottendo. sono io quello che fa gli scherzi, di solito. »
« no, è proprio così. » gli do’ per sbaglio una sventolata di capelli in faccia, mentre alzo la testa dalla tracolla, dove sto cercando il biglietto che Sebastian mi ha dato per lui. Si è un po’ spiegazzato, ma glielo porgo lo stesso. « lo stanno consegnando anche alla tua adorata Opal, in questo preciso istante. » annuisco insistentemente. Ora che lo sa, dovrà accettare per forza. Altrimenti mi toccherà fargli fare un trauma cranico per fargli scordare il tutto!
« ok, ci sto. basta che mi teniate lontana la donna esplosiva. » mormora fissando il rettangolo di cartoncino con un’espressione che tradisce il fatto che pensi ancora che è tutta una montatura.

***

ancora qualche giorno.
Ho trovato il mio compagno di danze dei sogni: cullo tra le braccia un grosso vaso di terracotta che ho appena annaffiato, dandogli una scrollatina mentre lo trasporto fuori dalla serra 4 dentro alla serra-aula. Come sempre, sono rimasto asistemare dopo la lezione; non c’è niente che mi rilassi così, oltre al pianoforte.
« la ... la la la la ... e un due tre, un due tre ... pappappa-pa... » tornando indietro, scavalco la montagnola di terra e cocci che rimane del vaso di Opal Worthington. Dicono che abbia fatto apposta, per il puro piacere di uscire dall'aula a metà lezione. In effetti, a 17 anni sarebbe ora di saper controllare i propri poteri ... la mia faccia ancora non si è ripresa dal giornale che mi ha fatto saltare in aria davanti agli occhi. « sol la-a-a mi mi mi mi - i - iiii! cambia ottava Eugeeeeenee! »
« Eugene?! » ok. lo stavo facendo di nuovo. cantavo uno spartito e mi correggevo da solo, e sono stato pure colto sul fatto. Sullo specchio luminosos della porta si staglia controluce una figura che riconosco immediatamente.
stonk.
Do una gomitata al vaso che è posato sulla mensola al mio fianco, che si rovescia e fa cadere una pioggia di terriccio su tutte le superfici adiacenti. Dannazione alla mia statura e alla mia malagrazia. La figura minuta di Isabel esce dalla pozza di sole, e io mi sento un sasso nello stomaco alla sola vista di quanto è splendida. Un bezoar, come le capre. Sembra quasi emetteer luce propria. E anche io, visto che sono diventato rosso come una ricordella.
« c...ciao... » faccio un sorriso scemo e mi dirigo verso di lei con la paletta ancora in mano. Sorride, quasi nascondendosi dietro la sua tracolla.
« come va? »
« hmm..bene. » lascio andare la paletta, aprofittandone per abbassare lo sguardo trenta centimetri più in giù. Lei è così piccola, così graziosa. Mi sto facendo soffocare dal mio battito cardiaco, ottima idea.
« senti! » esclama facendomi sobbalzare. E' tutta un tremito. Mi viene quasi da sorridere, ma sono bloccato all'idea che debba dire qualcosa di importante. Sto zitto, lasciando che una musichetta angosciante, tipo Bella Addormentata di Tchaikovsky mi si espanda nel cervello. E sono stupito dal mio stesso gesto: senza neppure accorgermene, mi ritrovo a stringere la sua manina bianca, che sembra essere priva di vita almeno quanto lei è isterica. Oh, finiamola, sta per esplodermi la testa!
« Pennington, hai finito? » e che cavolo. La Bonnet fa il suo ingresso nella serra, stringendo un mazzo di radici bluastre nel pugno. « Sittenfeld, ti sei data al giardinaggio? » aggiunge con un sorrisino malizioso.
« N..no, mi ero dimenticata il libro... » mormora sollevando il volume che c'è sul tavolo, e che tra l'altro è il mio.
« Su, aiuta Pennington a finire e sparite! » non aggiunge altro e se ne va ridacchiando verso la serra 4. Ora sì che sono a mio agio. Isy posa il libro e sale su una sedia, sotto il mio sguardo congelato nel trovarla improvvisamente alla mia altezza. Cosa che non è mai successa. Non mi è mai successo neppure che una ragazza mi piacesse ... e ho passato sei anni in classe con Isabel, senza mai neppure parlarci. Ok, diciamolo, non ho mai parlato con nessuno se non Carl, Milo e pochi altri. Alzo lo sguardo. Mi sta fissando dritto negli occhi, ed emette miele direttamente dallo sguardo. Sto facendo castelli in aria? Lei, che potrebbe avere chi vuole, si accontenta di questo pianista e mago fallito?
Mi suona in testa una fuga. Un concerto. Una sinfonia. Un bacio. Il primo bacio del piccolo Eugene Pennington. Me la ritrovo tra le braccia, così viva, ed è assurdo e splendido. Isabel.













02/05/2008
commenti (5) • tag: discussioni, amori, dolore, dubbi, grifondoro, corvonero, momenti imbarazzanti

Passo dopo passo si va lontano, dice un proverbio che mio nonno mi ripete spesso.
E io, dove sto andando?
Verso l’aula di Musica, in senso fisico. Ma questi passi lenti e timorosi, dove stanno conducendo la mia anima?
I corridoi della scuola sono illuminati dalla luce tremante delle torce.
Non c’è nessuno in giro. Ma non per questo la tensione delle mie dita intorno alla mia bacchetta si allenta. La porta dell’aula di musica è appena socchiusa.
Qualcuno sta suonando.
Mi appoggio al muro e chiudo gli occhi, dilatando al massimo il senso dell’udito.
È una melodia dolce, struggente.
Non l’ho mai sentita prima, non è un pezzo d’opera. Forse una sonata per pianoforte. Ma di chi?
La musica si fa più intensa, mentre procede, come se il pianista ne fosse catturato, e poi iniziasse a parlare con essa, a danzarvi.
Non so spiegare questa sensazione che mi attorciglia lo stomaco.
Si ferma? No, riprende. Intensa e gentile.
Dallo spiraglio intravedo Aedan, seduto sullo sgabello, che suona senza spartito.
La musica si spegne, e lui distoglie le mani dai tasti bianchi e neri e sospira.
“Quale è il titolo di questa meraviglia?”domando, entrando nella stanza.
“Julia. Si intitola Julia.”
Mi gira la testa, e chiudo gli occhi per non perdere l’equilibrio.
La sua risposta mi ha colpito come uno Schiantesimo.


E io non posso fare a meno di fissarla, mentre osservo il suo stato di all’erta calare, forse per via del mio gesto. Sconsiderato o no, non mi importa. Ho intenzione di agire fino in fondo. E se questo significa mettere completamente a nudo me stesso, lo farò. Perché è importante. Perché non esiste nient’ altro di più importante che questo per me, al momento.
Non avanzo, né indietreggio. Rimango lì, in piedi vicino al pianoforte a corda che sembra ancora vibrare per la melodia appena composta.
Sono stupito quanto lei.
Di aver creato questo motivo, di averlo composto senza nemmeno pensarci su un attimo.
Le note erano trascinate da una magia strana, una magia che non proveniva dalla mia bacchetta, né dalla mia testa.
Temo, credo che la razionalità abbia appena lasciato spazio a qualcosa che va ben oltre la fredda logica che mi sono imposto.
Se potessi descrivere lo strabordare di sentimenti contrastanti che sento, probabilmente direi che i ghiacci che avvolgevano lo sterno, si son sciolti.
Si sono trasformati in pallida rugiada che scivola via, abbandonando questo corpo prima vuoto, ma che ora pulsa di…qualcosa.
“Devi capirlo, Julia.” La mia voce è un sussurro lento, che viene pronunciato mentre i miei occhi annegano nei suoi.
Freddi. Ma mai caldi come ora. In uno sguardo perlaceo che voglio donare solo a lei. Stanotte.
"L’ho capito, Aedan. E lo vorrei tanto”.
La mia mano destra ormai stringe senza forza la bacchetta. Non mi serve difendermi, non da lui.
“E allora cosa ti frena? Non credere che per me sia stato facile cercarti e cercare di farti comprendere.”
Cosa gli rispondo? Dovrei raccontargli tutto.
Mi avvicino a lui rimuginando. Mi siedo sullo sgabello accanto a questo ragazzo che in questo momento odio perché mi sta costringendo a fare i conti con tutto.
“Ci sono così tante cose che non sai.”
“Prova a dirmele!”
ribatte esasperato. “E guardami negli occhi, mentre lo fai!”aggiunge.
La mia vita nell’ultimo periodo è stato un concatenarsi di dolore, segreti ed emozioni. Segreti, soprattutto. Forse iniziare a svelarne qualcuno è il modo per andare avanti.
E non mi importa se sua sorella sta con i Serpeverde.
E non mi importa di conoscerlo da poco tempo.
Non mi importa più di nulla.
Ora. Ora gli racconterò tutto. Tutto ciò che è successo qui, ad Hogwarts, fin da prima che lui arrivasse, sconvolgendo me e la mia vita.
Annuisco, acconsentendo alla muta richiesta di comprensione che Julia esprime attraverso il suo sguardo dilatato per via di quelle confessioni impossibili che vuole farmi.
“Prima che arrivassi tu…è successa una cosa che mi ha devastato.” comincia, e la voce le trema leggermente.
In uno dei miei soliti riflessi inconsci le sfioro la mano, invitandola a proseguire con un cenno degli occhi.
“Mia sorella Ida, è morta. Qui a scuola.” e succede una cosa strana, i muscoli della ragazza si irrigidiscono, forse preda del nervosismo, e del dolore,che le porta ricordare una cosa simile.
La stringo a me, costringendola con la testa contro il mio petto. Soffio un bacio fra i capelli corvini, lasciando che possa sentire che io, realmente e materialmente, per lei ci sono.
“Vuoi dirmelo?” il mio è un sospiro dispiaciuto vicino alla sua fronte.
Lei annuisce, e non si scosta. Rimane in quella posizione, e così la tengo io, cullandola.
Fin quando un fulmine a ciel sereno non si abbatte su tutto questo.
“I Serpeverde. Riddle. La causa di tutto è Tom Riddle.” E lo dice con angoscia, stringendo avidamente la mia maglia, come se mi stesse rivelando il segreto più maledetto che possiede.
“Riddle…i Serpeverde…” sussurro, a mezza voce, mentre milioni di motivazioni mi si spiegano dinanzi gli occhi.
Stretta a lui, le parole mi escono come un’onda liberatoria, che mi distrugge e mi guarisce allo stesso tempo.
Quando ho finito, mi allontano da lui. Lo guardo negli occhi, come non ho fatto mentre parlavo.
Non ci sono riuscita, non ce l’ho fatta.
Ma adesso devo.
“Anche io avevo qualcosa da capire.”dice.
Il suo tono è amaro, con una tenue traccia di stupore.
“I segreti…”inizio, ma la voce mi muore in gola.
“I segreti. I segreti non fanno altro che confondere le cose. Le rendono più oscure, e la ragione non riesce a sondarli.”
È così lontano, all’improvviso.
“Non l’ho fatto per cattiveria, o per malizia. Io ho una responsabilità, devo proteggere delle persone. Adesso, tu hai in mano me e gli altri. Potresti benissimo rivelarlo a tua sorella. Potresti benissimo tradirmi.”rispondo, stringendomi nelle spalle.
“Julia, ma cosa stai dicendo?!”quasi urla.
Poi continua, più calmo:
“Non puoi pensarlo davvero. O non mi avresti detto nulla. Un poco ti conosco. Non avresti rischiato senza avere un minimo di certezze su di me.”
Certezze? Certezze inconsce, magari.
“Non lo so, non lo so. Vicino a te, mi sento come una conchiglia in balia delle acque del mare.”
“Nessuno dei Serpeverde saprà mai quello che mi hai detto.” La incalzo, per poi aggiungere. “Nessuno, lo saprà mai.”.
E sospiro, guardando altrove mentre dico queste parole. Non perché non ne sia convinto. Ma perché mi rendo conto che senza volerlo probabilmente ho fatto star male Julia. Il non capire uccide, e forse rende più ciechi del previsto.
La stringo forte, baciandole ancora la fronte.
“Non potrei mai lasciarti andare alla deriva. Per nessun motivo al mondo.”
Al momento, tenerla stretta a me è la sola cosa che abbia senso.
Socchiudo gli occhi, chinando la mia testa vicina alla sua. Mentre le dita sfiorano il suo profilo, con un tocco dolce.
“Mai.”
Ripeto, poggiandole un morbido bacio sul naso. Mai, prima di adesso, l’ho vista così fragile. Così delicata. Bellissima.
Come quella canzone.
La sua.
La mia.
Per un istante, un solo istante, ho temuto che fosse arrabbiato.
Per un istante, un solo istante, ho lasciato che le mie paure vincessero.
Invece ora mi sciolgo in questo lago di tenerezza che non pensavo fosse in grado di offrirmi.
Aedan è sempre stato la passione travolgente, il desiderio immediato. Questo mi spaventava, mi allontanava.
Adesso, invece, mi arrendo alla sua dolcezza.
Prendo il suo viso fra le mani e gli sorrido.
Un bacio sulla fronte, in segno di tenerezza.
Un bacio sulla guancia, in segno di amicizia.
Un bacio sulle labbra, in segno di passione.
Gli stringo le braccia al collo, e chiudo gli occhi. Forzo le sue labbra con la mia lingua, e smetto di pensare. Lui mi accarezza i capelli e la schiena, mentre il mio cuore accelera.
Tutto ciò che mi circonda di fa indistinto, mentre mi alzo e lo trascino con me sul pianoforte.
Seguo i suoi movimenti mentre le mani calde scivolano sulla sua schiena coperta da questi indumenti al momento così inutili ai miei occhi.
E’ un bacio forte, intriso di qualcosa che non pensavo potessimo vicendevolmente donarci. I segreti svelati hanno abbattuto la barriera.
I segreti svelati ci avevano inibito conducendoci all’apice di una rovinosa condizione di silenzio.
Le labbra scivolano sul collo, sulla linea della clavicola, baciandola lentamente. Mentre la lingua scivola assaporando la sua pelle d’alabastro.
Le dita scivolano sotto la sua maglia, impercettibili. Camuffate da questa straordinaria passione che ci travolge.
E sono attimi.
Julia qui. Julia con me. Io stretto a lei. Corpo contro corpo in questa sorda richiesta di eliminare le barriere una volta per tutte.
E poi un rumore. Ma io sono troppo impegnato per distinguerlo. Terribilmente.
Un cigolio. Quella minima parte dei miei sensi che non è concentrata su Aedan registra il rumore della porta.
“Julia?!”
Oh Santo Merlino.
Eugene è fermo sulla porta, paralizzato dalla sorpresa, credo.
Mentre avvampo per la vergogna, Aedan ed io ci stacchiamo e ci allontaniamo dal pianoforte
“Eugene.”dice Aedan, con un’incommensurabile faccia tosta.
Poi il ragazzo-lupo mi prende per mano e mi porta via, e non posso fare nulla se non seguirlo e rivolgere un muto sguardo di scusa a Eugene.
Poco dopo, sto correndo con Aedan per i corridoi.
“Eugene.” Ho appena il tempo di chinare il capo, una volta al suo fianco, in segno di saluto.
E trascinare Julia fuori dall’aula.
Aumento il passo, in modo esponenziale passo dopo passo.
Dove. Dove.
Un barlume. Un’idea.
“Ti porto in un posto.” Mi avvio lungo le scale, continuando a salire, fino all’entrata in legno del giaciglio segreto. Spingo la porta, facendole cenno di entrare.
“Qui nessuno potrà disturbarci.”
Alla luce della luna, scorgo una piccola soffitta. Aedan accende una coppia di candele con un incantesimo.
“Ma che posto è?”non posso fare a meno di chiedere, guardandomi intorno.
“Non ho voglia di parlare, Julia.”dice, con un sorriso, mentre mi stringe di nuovo a lui.
“Neppure io.”
Abbracciati, cadiamo su un giaciglio di coperte.
“Pieno di sorprese come sempre, Lywelyn.”sussurro, mentre gli tolgo la camicia.
Sorrido, stuzzicato dalla situazione mentre lascio che i vestiti abbandonino il corpo sotto il tocco delle sue mani appena sfiorato. Sollevo la sua maglia, sfilandola via, mentre la bocca percorre la linea del suo ventre, il petto ed il collo, le dita sul jeans che indossa, sbottonando la sua apertura.
Le sollevo leggermente il bacino con le mani mentre lascio che scivolino lungo le gambe, che accarezzo con lentezza prima si poggiare il mio corpo, svestito, sul suo.
Tra le coperte è un bacio dolce, mentre le dita affondano fra i suoi capelli, un desiderio incontrollabile ma dolce al tempo stesso mentre spingo contro il suo inguine, scivolando in lei con un sospiro soffuso.
Inebriandomi della sua presenza, come mai prima di allora.

 

 













26/04/2008
commenti (5) • tag: amori, misteri, amicizie, serpeverde, litigi, guai, riddle, grifondoro, corvonero, duelli, morsmordre, fidelius

« allora, qualcuno di voi è mai riuscito a far prendere una forma corporea al proprio patronus? » diverse mani si alzano, anche se ho i miei dubbi che alcuni di loro dicano la verità al riguardo. Vedo una fila di bacchette già schierate di fronte a me: sapevo che quest’incontro avrebbe riscosso successo. Jillian si affretta ad infilarsi nella riga ordinata, abbandonando la sua postazione al mio fianco.
« concentrazione, e un pensiero felice. » abbasso lo sguardo dopo aver ripetuto per l’ennesima volta le istruzioni, in modo da poter trovare la concentrazione necessaria per dare una dimostrazione. Ripenso per un istante al serraglio, alla mia cameretta, a casa. La mia bacchetta compie un mezzo giro nell’aria, « expecto patronum! » e diffonde un bagliore argenteo, che poi scivola verso il pavimento e spiega le ali nella forma di un cigno. Il mio Patrono plana e poi si solleva nell’aria, scomparendo dopo aver svolazzato un po’ in giro, seguito da un coro di “ooh” d’apprezzamento. Ci ho messo una vita a riuscire a farlo; non è facile, e non tutti gli adulti sono capaci di utilizzarlo – anzi, sarebbe divertente vedere quanti insegnanti sanno castarlo correttamente al primo colpo. Faccio un cenno agli altri, per suggerire agli altri che l’hanno già imparato di sfoderare il coraggio e farci vedere cosa sanno fare.
Jillian McKanzie è già diventata tutta rossa, e borbotta qualcosa che potrebbe essere “expecto patronum” come qualsiasi altra cosa. Fa un passo in avanti, scrutandoci tutti prima di iniziare. Io mi siedo su uno di pouf, dandomi la possibilità di scrutare le facce estasiate degli altri. La mia assistente scandisce la formula e strizza gli occhi, senza vedere così un grosso gatto dalla coda ancor più lunga e pelosa della norma. « un gatto delle Ande! » commenta tutta orgogliosa, tornando al suo colorito normale mentre il gatto si aggira per la stanza e scompare mentre salta su una poltroncina. Sono molto, molto soddisfatta. Dopo pochi momenti, si aggira per la stanza anche la grossa tigre di Julia, e tutti i presenti ruotano mantenendosi a distanza di sicurezza dal felino.
Cominciano ad apparire sbuffi argentati e zampe, ali e nuvolette. Mi avvicino a Eugene, fermandogli il polso mentre si agita per dissolvere la nebbiolina che lo circonda.
« forza! » mi lancia uno dei suoi sguardi da orso bruno, ritirando la mano. Faccio un passo indietro per lasciargli lo spazio di agire ed aspetto di vedere un altro tentativo. Anche se, finché lui non ci crederà, non funzionerà affatto. Tra me e lui passa Isabel Sittenfeld, che insegue uno scoiattolo d’argento ridendo come una pazza. Ed Eugene fa qualcosa di simile ad un sorriso, prima di far comparire un bel procione che inizia a sfregarsi il capo. Gongolo, prima di passare al prossimo caso disperato.



Julia è scappata nonappena è finita la riunione. E di sicuro c’entra Aedan Lywelyn, mr. Campione-Di-Quidditch. Sono scettica, molto scettica. Perplessa riguardo al futuro di una relazione e alle intenzioni del mio cmpagno di casa. Un rumore alle mie spalle mi costringe involontariamente a voltarmi e a vedere Sebastian che si accoccola su una montagna di cuscini, rimasta lì dalle prove – fallite – di insegnare un Incanto Respingente. Scrollo la mia bacchetta, lasciandone uscire uno spruzzo rosa confetto, e mi dirigo verso di lui.
E’ bello, e malizioso, e sa di piacermi almeno quanto io piaccio a lui. Mi accovaccio, per poi lasciarmi scivolare al suo fianco. Jules gongolerebbe; nessuno è mai riuscito a mettere insieme Seb ad una ragazza con il cervello, tanto per darle un primato di cui vantarsi. E nessuno è mai riuscito ad intortarmi in così breve tempo, devo dire.
Lui sorride, riversandomi addosso un fiume di ormoni.
« allora? Soddisfatta? » chiede con falso interesse, mantenendo lo sguardo fisso su di me mentre la sua mano scivola lentamente verso il mio fianco, dove approda dopo un tragitto relativamente breve.
« dovremmo riprovarci. Sono convinta che tutti ce la faranno. » non stacco lo sguardo, ma faccio in modo che le mi dita si intreccino con le sue, e pian piano il suo palmo si sposti sulla mia schiena. Basta una frazione di secondo perchè si renda conto che ... certo, questo è il modo migliore per concentrarmi sui M.A.G.O. ... concentrarmi su un mago! Sembra quasi ruggire mentre si avvicina, facendo pressione sulla mia colonna vertebrale con i polpastrelli.
« sono d’accordo. E poi, con un’insegnante d’eccellenza... » mi lascio scappare una risatina nervosa.
« già, hai ragione. »
« georgiana? »
« mmh? » si solleva dai cuscini, piegandosi su di me.
« ti va di uscire? » mi ritrovo supina, con il peso del suo corpo sulle costole e la sua bocca contro la mia.



Spero che la ronda non duri più di altri 10 minuti: sono sul punto di addormentarmi in corridoio, e probabilmente non mi accorgerei neppure di un gregge di pecore in transito. Manca ancora poco. Poggio la schiena ad una statua di una brutta strega dall’aria boriosa, abbassando per un momento la lanterna. Anche oggi ci siamo ammazzati di studio: si avvicina il test finale di incantesimi, e stranamente non riesco ad utilizzare non verbalmente gli incanti di ultimo livello. “E se non ci riesce Georgiana...” come direbbe Julia.
Il mio unico scopo nella vita, al momento, è passare i M.A.G.O., poi potrò andarmene felice per le strade del mondo. Faccio uno sforzo di volontà per mettermi in piedi e ripartire alla volta del dormitorio.
« e così tu saresti il piccolo genio. » una voce sibilante mi pugnala in mezzo alle scapole. Mi volto; anche nella luce debole è facile riconoscere la serpeverde amica di Riddle, la velenosa Lenore Swart. Fa sventolare teatralmente il mantello della divisa, e la bacchetta scatta in avanti, puntata dritta sul mio viso. La fisso con palese terrore; quella ragazza è una fuori di testa conclamata, ed un’ottima strega. Stringo la mia fidata bacchetta sotto il mantello.
« e sei quella che spreca tempo proteggendo ... » il club. Mi balena con forza l’idea che ci abbiano scoperti. « ...quei disgustosi, sudici mezzosangue. » sono di ghiaccio. Come se la magia mi fosse volata via. Con una leggera pressione faccio in modo che la bacchetta mi cada in pugno, per quanto inutilmente.
« dunque? » ribatto con calma artica, anche se sto per morire. Non ho salutato Cheslav. Non ho consegnato i miei taccuini alla posterità. Non ho preso i M.A.G.O. Tremo nel buio denso, di colpo assorbito da un raggio di luce giallastra; un preavviso che si scontra sulla statua dietro di me, che inizia a corrodersi sin troppo rapidamente.
Lenore scuote i boccoli scuri, mascherando per qualche istante il ghigno malvagio che le deforma il viso. Il mio polso sembra costretto verso il basso da un peso di dieci chili; riesco a fatica a disegnare un 8 nell’aria e spararle addosso una pioggia di faville argentate, dall’aspetto tanto suggestivo quanto ne è pericoloso l’effetto. Faccio tre passi verso le scale mentre keu su spegne di dosso le fiammelle biancastre, e con la manica ancora illuminata mi fa schizzare contro il corrimano di pietra massiccia, su cui sbatto con violenza. Il silenzio tra di noi è perfetto, ma soffocato dal rumore dei nostri corpi e dei movimenti sgraziati. Mi rialzo a fatica e lancio la prima fattura che mi viene in mente. Impedimenta. Scappo appena i suoi gesti si rallentano, evitando di incespicare nei gradini per pura fortuna.
Il club è stato scoperto. Un trapano che mi ripete questo sospetto ad ogni passo. Devo parlare con Julia. Devo scoprire cos’è successo.













24/04/2008
commenti (8) • tag: lettere, famiglia, amori, malinconia, dolore, dubbi, grifondoro, corvonero

<<GIULIETTA: O Romeo, Romeo! Perché sei tu Romeo? Rinnega tuo padre; e rifiuta il tuo nome: o, se non vuoi, legati solo in giuramento all'amor mio, ed io non sarò più una Capuleti.
ROMEO (fra sé): Starò ancora ad ascoltare, o rispondo a questo che ha detto?
GIULIETTA: Il tuo nome soltanto è mio nemico: tu sei sempre tu stesso, anche senza essere un Montecchi. Che significa "Montecchi"? Nulla: non una mano, non un piede, non un braccio, non la faccia, né un'altra parte qualunque del corpo di un uomo. Oh, mettiti un altro nome! Che cosa c'è in un nome? Quella che noi chiamiamo rosa, anche chiamata con un'altra parola avrebbe lo stesso odore soave; così Romeo, se non si chiamasse più Romeo, conserverebbe qella preziosa perfezione, che egli possiede anche senza quel nome. Romeo, rinunzia al tuo nome, e per esso, che non è parte di te, prenditi tutta me stessa.
ROMEO: Io ti piglio in parola: chiamami soltanto amore, ed io sarò ribattezzato; da ora innanzi non sarò più Romeo.
GIULIETTA: Chi sei tu che, così protetto dalla notte, inciampi in questo modo nel mio segreto?
ROMEO: Con un nome io non so come dirti chi sono. Il mio nome, cara santa, è odioso a me stesso, poiché è nemico a te: se io lo avessi qui scritto, lo straccerei. >>

***

Sospiro.
Ho letto tutto d'un fiato questo brano a Julia,lasciandolo scivolare morbido fra le piaghe della sua mente vigile, sperando che davvero lei potesse sentirlo con tutto il cuore che ci ho messo io.
Comincio ad essere stufo di tutto questo detto non detto, delle leggende metropolitane, delle cose che non capisco per il semplice fatto che la gente non voglia farmele capire.
Che la Versten abbia qualcosa contro i Serpeverde l'ho ben capito e non mi stupisce. Ma non immaginavo che una mia parentela potesse allontanarla così tanto da me.
La cosa mi devasta, quando forse non dovrei prenderla in questo modo. Cosa Julia mi abbia realmente fatto non so dirlo.
Una cosa la so per certa. Quella ragazza mi ha completamente, irreversibilmente catturato nella sua rete.
Punto importante, accettare quell'invito.
Quello scarabocchio a matita che vorrei leggesse con lo spirito giusto, con tutta quell'angoscia mista a rabbia, mista anche a qualcosa di dolce di cui non conosco esattamente i contorni per poterli saggiare, che ci ho messo io.
Ho bisogno di vederla. Ho bisogno di parlarle. E, la cosa che mi spaventa più di ogni altra cosa forse, è il fatto che il bisogno più grande, quello senza nome che urla continuamente martoriandomi il cervello è che deve credermi. Quando mi sorge questo dubbio....mi manca l'aria.
Un brano che tiene in sè molti pensieri riconducibili al mio. Molti. Forse troppi. Ho davvero bisogno, ripeto, che lei lo capisca. E questa ostinazione che sento, a volte, è snervante. Solo perchè non comprendo ancora, fino in fondo, che cosa significhi. Che cosa comporti. O forse solo, perchè mi trovo in un limbo. Un limbo dove risposte non ce ne sono. Un limbo freddo come le terre dei ghiacci.
Il suo. Il mio.


“Se mi credi, se mi hai capito, voglio vederti. Domani alle 10 p.m., nell’aula di Musica.

Aedan”


Il  biglietto usato come segnalibro per il brano che le ho chiesto di leggere, o meglio, di ascoltare. Una cosa un pò sciocca, forse. Bambinesca, magari.Ma è stata la trovata più geniale che il mio cervello, già abbastanza martoriato, potesse trovare, indi per cui, ritengo in primis di doverla apprezzare nonostante la banalità estrema.Ore 22. Ore 22. Che vuoi che sia. Devo aspettare SOLO fino alle dieci di stasera. Ma dico io. Potevo pensarci un attimo e darle un appuntamento per un orario più decente. Perchè diamine mi son convinto a darle l'appuntamento così tardi..ci penso.
Ah già. Il via vai di gente che, almeno spero, dovrebbe essere notevolmente dimezzato per quell'ora consentendomi la possibilità, della quale necessito, di parlare con lei. Parlare finalmente senza mezzi termini. Senza mezze parole. A me non importa scavare nella sua esistenza. Mi rendo conto lentamente che a me importa di lei. Sempre, solo, completamente, di lei.


Raggiungo l'aula di musica con leggero anticipo. Forse pensando che, nell'effettivo, una buona compagnia dettata dalle note di un pianoforte potrebbe essere la cosa migliore. Problema, grosso. Nei momenti di frenesia/nervosismo, mi capita di comporre delle canzoni, più o meno forti. Più o meno articolate. Ma mai, mi era capitato di sedere allo sgabello e lasciare scivolare le dita sui tasti d'avorio producendo melodia PER UNA persona. Mai.
Non l'ho mai fatto per il semplice motivo che non ho mai sentito sensazioni così forti per qualcuno in grado di poter creare melodie tessendo archi di fiaba fra le note di uno spartito invisibile che solo il mio cervello conosce. Possibile che mi sia rimbecillito a tal punto?julia
Non lo faccio vedere, questo è certo. Ma cosa è questo rodo dentro che sento. Questa voglia di urlare alla luna ogni notte come se una maledizione si fosse impossessata del mio corpo.
Cosa è questo fuoco che mi brucia le viscere pulsando dal ventre allo sterno, producendo questa sensazione fastidiosa e piacevole al tempo stesso. Che mi assale lambendo il mio essere. Cullandolo nel silenzio e nella valle del dubbio senza possibilità di uscita.
E mentre le mani scivolano sui tasti con velocità sorprendente la mia mente viene fermata da una musica dolce. Una musica dolce che deriva proprio da quel tormento che pensavo di sentire.
Il fuoco, il silenzio, la notte maledetta, hanno prodotto un suono dolcissimo. Un suono che ha sapori di favola e luoghi ben lontani dai segreti custoditi fra queste mura. Un suono che ha il sapore di me e di lei. Ma soprattutto di lei.
E mentre chino lo sguardo sull'ultimo re composto da una mia mossa, mi ritrovo a sospirare, immaginandomi come sarebbe se....se.
E una voce mi riporta alla realtà.
"Quale è il titolo di questa meraviglia?"- mi volto, giusto in tempo per scorgere la Versten che chiude l'uscio alle sue spalle, fissandomi.
Mi sollevo, guardandola a mia volta in quelle iridi gelide così simili alle mie, ed al tempo stesso così diverse.
"Julia. Si intitola Julia."













23/04/2008
commenti (2) • tag: discussioni, confidenze, amori, amicizie, serpeverde, litigi, corvonero, tassorosso, momenti imbarazzanti

Sebbene la primavera stia raggiungendo il suo culmine, il vento che sale dal lago è ancora freddo.
Il sole però splende cocciuto, determinato a portare la bella stagione ad ogni costo anche in questo angolo dell'Inghilterra. Chiudo gli occhi, intrecciando le dita dietro la nuca dopo essermi disteso sul prato costellato di muscole margherite bianche.
«Chi ha avuto l'idea?» mugola Audrey qualche metro più in là, crogiolandosi beatamente con il libro di Pozioni e un maglione piazzati a mo' di cuscino.
«Io» sbadiglia Isabel, accoccolata accanto alla mia ragazza, occupata a intrecciarle i capelli con delicati colpi di bacchetta, mentre Eugene e Milo sono chini su quello che rimane della loro copia della Gazzetta del Profeta, ormai ridotta a un cumulo di cenere e fogliettini talmente minuscoli che pensare di ricostituire l'originale è pressoché impossibile.
«Come procede il lavoro?» mi informo, senza aprire gli occhi. Sto decisamente troppo bene così come sono per solo prendere in considerazione l'idea di muovermi.
«Dannata dinamitarda» borbotta il biondo, chino su ciò che resta del quotidiano.
«Uno strazio» traduce Milo, molto più pratico, sbuffando.
«Milo» ride Jillian «Dovresti essere consapevole del fascino che eserciti sulle ragazze!»
«Jillian, tesoro» ribatte lui allusivo «Cosa ti fa pensare che io non lo sia?»
Scattò a sedere come se mi avessero punto, accorrendo dalla mia ragazza prima che lo shock la faccia stramazzare al solo: arrivò giusto in tempo, mentre già boccheggia, rossa come una fragola. Fulminò Milo con un'occhiataccia.
«Oh, cosa mi guardi in quel modo?» si difende lui «Non lo faccio mica apposta. Mi viene naturale. E' un dono, cosa credi?»
Interviene Audrey, sgranando i suoi enormi occhioni blu e indicando un punto non ben definito alle spalle del moro.
«ASHMORE!» urla, attirando immediatamente la sua attenzione «Dinamitarda in avvicinamento!»
La reazione del moro è fulminea: nel giro di una frazione di secondo sbianca, sgrana gli occhi e spalanca la bocca trasformandosi nella personificazione del terrore puro prima di fare un salto degno del miglior campione olimpico babbano e schizzare alle spalle di Eugene. Ci voltiamo tutti a guardarlo mentre, rannicchiato alle spalle del corista biondo, si rannicchia su se stesso il più possibile.
Uno, due, tre, quanttro, cinque, sei..
Resistiamo sette secondi netti prima di scoppiare a ridere all'uninsono, fino ad avere le lacrime agli occhi.
«Ma come,Milo!» lo canzono, fingendomi sorpreso «Non eri tu a sostenere quanto bellina fosse Opal?»
«Se Jillian ti facesse esplodere in faccia il giornale la troveresti ancora adorabile?» ringhia lui, rosso in volto. Non l'ho mai visto così imbarazzato prima.
Gli occhi verdissimi della Corvonero si posano sul mio volto, in attesa, mentre mi ritrovo ad immaginare una scena analoga a quella che si è svolta sotto i nostri occhi, neanche venti minuti fa. Un incontro-scontro con una Jillian/Opal particolarmente di fretta e un me particolarmente assorto nella lettura della Gazzetta del Profeta. Uno scambio di sguardi vagamente sorpresi. Jillian/Opal che avvampa furiosamente e inizia a boccheggiare dopo il mio saluto (nulla di particolarmente nuovo, in effetti, se la colgo di sorpresa è capace di rischiare lo svenimento). E poi il giornale che mi esplode davanti alla faccia, senza ragione apparente, seguito a ruota da una strillo imbarazzato e una fuga a gambe levate. Frammenti di carta bruciacchiata tra i capelli. Un cumulo di cenere ai miei piedi.
Sbatto le palpebre, sentendo gli sguardi dei presenti bruciarmi addosso.
«Milo, rinuncia» commenta Eugene dopo qualche attimo, un ghigno che lento gli si allarga in faccia «Probabilmente sarebbe estasiato dalla visione al punto da non rendersene nemmeno conto»
E mentre il gruppetto esplode in una risata, sono costretto ad ammettere che potrebbe avere ragione.

***

Ora di cena.
Mi lascio cadere al mio solito posto, accanto a Polly, che mi lancia un'occhiata incuriosita.
«Cosa mi sono persa?» indaga, allungandomi un piatto ricolmo di verdure e polpette. La ringrazio con un cenno, versandomi dell'acqua in un calice dorato.
«Nulla di tale» replico dopo qualche attimo «Un ozioso pomeriggio al sole»
«Non ci crederai mai!» esclama nel frattempo una ragazzina del terzo anno, qualche posto più in là. Posso vedere perfettamente i radar del pettegolezzo di Polly rizzarsi, in allarme. «Pare che la Worthington abbia fatto colpo su Ashmore. » prosegue nel mentre la chiacchierona di turno, approfittando dell'assenza del diretto interessato (in infermeria assieme ad Eugene, tutti e due con il viso completamente bruciato dal sole primaverile) per poter divulgare la grande notizia.
Se potesse, la mia compagna di casa mi ucciderebbe seduta stante con lo sguardo.
«Tu sai.» sibila, impugnando con aria minacciosa la forchetta. Scrollo le spalle, candido come un giglio.
«Cosa te lo fa pensare?»
Sgrana gli occhi, che raggiungono le dimensioni di due palline da golf, e spalanca la bocca in un urlo muto.
«Brutto... brutto... brutto figlio di un molliccio!» esclama alla fine, senza nemmeno sbattere le palpebre.
«Apollonia Pasco!» tuono scherzosamente, facendo irritare ancora di più: si inalbera, facendo leva con le mani sul tavolo per inarcare la schiena fino all'inverosimile e tirare il collo indietro, per poi rilassarsi tutto d'un colpo.
«D'accordo» riprende a parlare, dopo aver inghiottitto una forchettata di spaghetti con il sugo e aver spazzolato una fetta di pane «D'accordo, così non va.» borbotta tra sé e sé, prima di inspirare a fondo a rivolgermi uno smalgiante sorriso.
«Carissimo Carlisle!» esclama, passando un braccio sulle spalle e pizzicandomi una guancia «Amico mio! Ti ho mai detto quanto bene ti voglio?»
Trattengo un sorriso, sforzandomi di restare impassibile.
«Non saprai nulla da me» dichiaro, scrollandomela gentilmente di dosso per mangiare qualcosa «Sarò muto come una tomba.»
«Uffa!» sbuffa, incrociando le braccia al petto «Proprio non capisco tutto questo cameratismo, sai?»
«Che vuoi farci, misteri della natura» commento pacato. Anche se, a dire il vero, ha ragione: Milo è il primo che ha sghignazzato alla vista delle spillette ed è sempre lui che non perde l'occasione per prendermi in giro quando le iscritte al fan-club quasi mi svengono davanti. Per non parlare poi della volta che sono andate da lui a chiedergli se mi avrebbe fatto piacere sapere che avevano presentato a Dippet una richiesta formale per ufficializzare il club.
«Una cosa però posso dirtela» mi sporgo appena verso di lei, che improvvisamente ha un'aria estremamente seria e attenta «E' stato un incontro esplosivo»
Squittisce deliziata, battendo le mani.
«Hanno fatto scintille, vero?» si azzarda a chiedere dopo un secondo, con aria cospiratrice.
Annuisco, solenne.
«Letteralmente»

***

Ho sentito dire che c'è chi pagherebbe oro per scontrarsi con Scarlett Lywelyn nel bel mezzo di un corridoio buio e deserto. Io, in tutta onestà, ne avrei fatto volentieri a meno.
«Ahi» si lamenta, fissandomi in cagnesco «Si può sapere dove stavi guardando?»
Inarco le sopracciglia: è lei che mi è venuta addosso, fino a prova contraria, sbucando dal nulla da dietro una statua dall'aspetto cupo. Non è certo colpa mia, poi, se lei è finita a terra mentre io son rimasto in piedi.
«Come prego?»
Scosta i capelli con una mossa che di naturale e spontaneo non ha proprio niente.
«Cos'è, sei pure sordo oltre che cieco?» sibila, incrociando le braccia al petto.
«E tu sei capace di articolare una frase di senso compiuto senza guarnirla di insulti?» butto lì, facendo per sorpassarla.
«Hunnam» mi richiama, melliflua «Devo dire che oltre ad essere irritante, hai anche una predisposizione naturale per le risposte errate. E' triste, molto triste. » la sua voce sibila velenosa, raggiungendo con una tonalità bassa il mio udito.
Mi blocco, con un sospiro, tornando a voltarmi verso di lei: la sguardo un attimo, soffermandomi in particolare sul bel volto. Occhi grandi, capelli scuri, un broncio che più di qualcuno trova adorabile.
«Sai cosa è veramente triste?» le sorrido, il più dolcemente possibile «A differenza delle persone che ti ostini a frequentare, non sembri una stupida né tantomeno un'idiota integrale. Eppure, non appena apri bocca, il palco crolla. Questo è triste, Lywelyn.»
Lei sorride. Con un'affabilità tale da incantare anche il più arduo dei contrari alla sua filosofia.
« Hai colto il nocciolo del punto, Hunnam.» mi fissa, senza distogliere mai i suoi grandi occhi verdi, dai tratti lievemente felini. « Non sono idiota. Hai ragione. Non lo sono affatto.» la sua espressione cambia appena, virando in un lampo di ira appena accennato. « Gradirei, pertanto, che tu evitassi di appellare con simili epiteti gente che conosco, e che stimo» Poi torna a sibilare, come evidentemente è nella sua natura fare. « Io, con tutta la grazia possibile di cui sono disposta, non lo sto facendo. Perchè ritengo molto più produttivo scontrarmi con la persona diretta che mi trovo dinanzi» Si sofferma un momento, guardando oltre la mia figura. « Se non altro, per una questione di correttezza. Da poca soddisfazione parlare su gente che non può ascoltare»
«Mentre picchiare in dieci un ragazzo da moltissima soddisfazione, vero?» ribatto fulmineo, senza sapermi trattenere. Socchiude le labbra, vagamente interdetta, ma non ho intenzione di darle il tempo di replicare «Dal momento che le persone che così tanto stimi e rispetti trovano divertente spedire le persone in infermeria, mi ritengo libero di dire tutto quello che voglio. Specie se il diretto interessato, è uno dei miei migliori amici» troneggio su di lei, che indietreggia appena senza tuttavia distogliere lo sguardo «Ma d'altronde è vero, non è buona educazione parlare degli assenti» sorrido, affabile «Cos'altro suggerisci per non lasciar morire una così interessante conversazione?»
Tace. Le braccia incrociate al petto, un lampo di rabbia trattenuto a stento negli occhi chiari: tutto in lei rimanda ad una belva pronta a scattare, anche se qualcosa, nella sua posa volutamente arrogante, lascia pensare che qualcosa l'abbia colpita. Che si aspettava, del resto? Che stessi zitto e buono come i ragazzini del primo che è solita minacciare e spedire in infermeria assieme ai suoi degni compari? Che mi mettessi a piangere? Che implorassi perdono in ginocchio e abbracci la sua filosofia razzista e ottusa? Si vede che li fanno con lo stampino, le Serpi.
«Carlisle!» la voce di Micheal Parker fa sobbalzare entrambi e, mentre lei dopo un attimo di vaga indecisione si gira e si allontana, accompagnata da un irritato ticchettare, mi volto verso il biondo giocatore di Quidditch.
«Micheal, ciao. Il tempismo è sempre il tuo forte..» commento con un sorriso, salutandolo con una manata amichevole sulla spalla che lui ricambia, con il doppio della forza.
«Che ci facevi qui con la Lywelyn?» domanda con una smorfia.
«Discutevamo» scrollo le spalle, senza mostrare particolare entusiasmo.
«Discutevate?» ripete, sorpreso «E su cosa?»
«Etica»
«Ah» mi fissa, vacuo. Poco sveglio, per essere un Corvonero. Non è che devo spiegargli cos'è l'etica, vero? «Certo. Etica.»
«Una lunga storia, Micheal. Ti va una Burrobirra, piuttosto? Ho bisogno di bere qualcosa, vedere come certe persone siano sprecate in determinate ambienti mi deprime.»













22/04/2008
commenti (3) • tag: amori, sogni, speranze, amicizie, grifondoro, corvonero, fidelius

A volte mi chiedo cosa sia il tempo. Tanti piccoli istanti senza importanza, e forse un paio di lampi splendenti che illuminano tutta la nostra vita. Ma la loro luce non sempre è benigna. A volte è malvagia, altre volte…ambigua.
È così che definirei la presenza di Aedan nella mia vita.
Un lampo ambiguo.
“Jules, a cosa stai pensando?”chiede la voce di Sebastian.
“A nulla.”rispondo.
Sto scrivendo gli avvisi per la prossima riunione del Club, e mi sono persa sulla J di Jillian: sembra un serpente che invade metà pergamena. Sospiro, e ne prendo un’altra dalla riserva alla mia sinistra.
Sebastian mi chiede qualcosa per una questione di Antiche Rune, ed è costretto a ripetermela.
Sono sulle nuvole, stasera.
Ricontrollo nomi e date sui vari inviti. A parte un piccolo errore [Carlisle è diventato Carle, povero], sono tutti a posto. Domani cercherò di distribuirli senza dare nell’occhio.
“Posso darlo io a Georgiana?”dice Seb.
“E va bene, ecco qua. Avete una riunione dei Caposcuola?”
“Più o meno ora, per essere precisi.”
Gli porgo il biglietto. Lui allunga la mano, ed io…
“Jules, sono in ritardo, non posso giocare!”esclama, mentre allontano il suo oggetto del desiderio.
“Promettimi che ti comporterai bene.”
“Promesso!”dice, assumendo un’espressione da bimbo innocente.
“Lo so che tanto non mi posso fidare…tieni.”
“Grazie, mio fiore dei ghiacci.”esulta, schioccandomi un bacio sui capelli.
Seb, Seb…


Chiudo il libro con un rumore cupo. In Sala Comune sono rimaste poche persone, stakanovisti dello studio. Io ho già dato: se leggo ancora una volta le dodici applicazioni del’incantesimo Argante, giuro che mi metto ad urlare.
Mi alzo in piedi, mi stiracchio. Devo riportare il libro in biblioteca, e poi posso andarmene a dormire. Sento gli occhi pesanti. Il corpo indolenzito. Il cervello fuso. Sì, ho bisogno di dormire.
Il rumore dei miei passi è fioco come la luce delle candele che illuminano il corridoio. Mi tornano in mente le raccomandazioni che ho fatto al Club, non più di un mese fa.
Non andate in giro da soli di notte.
Stringo nel pugno la mia bacchetta di legno di rosa. Un gesto semi-irrazionale, che però riesce a darmi forza. La Biblioteca chiuderà fra poco.
Spingo il portone di cedro e vedo alcune teste chine. Solo divise di Corvonero a quest’ora. D’altronde, lo dice anche Georgie. Talvolta un Corvo si trova meglio in Biblioteca che a casa.
Mi avvicino al banco della signora Bukvomm, e le consegno il volume intitolato “Incantevoli Incantesimi” [mai un titolo fu più sbagliato]. Appongo la mia firma e mi volto per andarmene.
Ferma. Gelata dagli occhi azzurri di un Corvonero che inizio a conoscere fin troppo bene.
“Ciao, Julia.”mi saluta tranquillo. Di colpo rimpiango di non aver indossato la divisa, invece di questa maglietta. La maglietta di quel giorno.
“Ciao, Aedan. Cosa ci fai qui?”
“Stavo leggendo una cosa interessante. Una cosa che potrebbe farti capire molte cose.”
“Ad esempio?”domando, con voce appena un po’ alta. Non mi piace la sua frase.
Non risponde subito, ma si alza e inizia a mettere via le sue cose. Una pila di libri, le penne, ed un libricino di dimensioni ridotte. Prende tutto in mano, e si avvia verso la bibliotecaria, per riconsegnarle i tomi. Passandomi accanto, mi porge il libro più piccolo.
“Leggilo, e poi mi dirai.”
Annuisco, e lo saluto con un laconico:
“Buonanotte.”


Sto indossando il mio pigiama azzurro, e sul letto giace il libro di Aedan. Si intitola “Romeo e Giulietta”. Ho paura di leggere la tragedia di Shakespeare, e non sto scherzando. Georgie mi capirebbe, se glielo potessi dire.
Lo apro: fra le pagine, spicca un segnalibro rosso con il disegno di una rosa bianca. C’è scritto il mio nome. Lo sfioro con l’indice, ed una voce a me nota scivola fra i miei pensieri.
Una voce che assume due inflessioni diverse. Lo sguardo mi cade sulla pagina del libro, che è proprio quella recitata dalla voce di Aedan Lywelyn.

GIULIETTA: O Romeo, Romeo! Perché sei tu Romeo? Rinnega tuo padre; e rifiuta il tuo nome: o, se non vuoi, legati solo in giuramento all'amor mio, ed io non sarò più una Capuleti.
ROMEO (fra sé): Starò ancora ad ascoltare, o rispondo a questo che ha detto?
GIULIETTA: Il tuo nome soltanto è mio nemico: tu sei sempre tu stesso, anche senza essere un Montecchi. Che significa "Montecchi"? Nulla: non una mano, non un piede, non un braccio, non la faccia, né un'altra parte qualunque del corpo di un uomo. Oh, mettiti un altro nome! Che cosa c'è in un nome? Quella che noi chiamiamo rosa, anche chiamata con un'altra parola avrebbe lo stesso odore soave; così Romeo, se non si chiamasse più Romeo, conserverebbe quella preziosa perfezione, che egli possiede anche senza quel nome. Romeo, rinunzia al tuo nome, e per esso, che non è parte di te, prenditi tutta me stessa.
ROMEO: Io ti piglio in parola: chiamami soltanto amore, ed io sarò ribattezzato; da ora innanzi non sarò più Romeo.
GIULIETTA: Chi sei tu che, così protetto dalla notte, inciampi in questo modo nel mio segreto?
ROMEO: Con un nome io non so come dirti chi sono. Il mio nome, cara santa, è odioso a me stesso, poiché è nemico a te: se io lo avessi qui scritto, lo straccerei.

Rabbrividisco.
In matita, retro del segnalibro, poche parole: “Se mi credi, se mi hai capito, voglio vederti. Domani alle 10 p.m., nell’aula di Musica.”
Appena dopo la riunione del Club.


Interno, sera. Tutti i personaggi seduti su poltrone e pouf. Una ragazza con i capelli castani che detesta sempre di più il dover parlare in pubblico senza scriversi prima il discorso. Prendo un respiro profondo e inizio a parlare:
“Ormai le Serpi, o meglio, i seguaci di Riddle stano espandendo sempre più la loro influenza sulla scuola. Ultimo esempio è l’arrivo della nuova insegnante di Aritmanzia, Martine Lewis.”
Georgie sbuffa, mentre il viso di Eugene resta impassibile.
“Quindi ho ben due cose da dire. In primo luogo, che il Club necessita di ampliamenti. Per quanto mi riguarda ho in mente i nomi di due persone: Damian Denholm ed Opal Worthington.”
Cenni di assenso fra i miei compagni.
“Anche voi potrete fare le vostre proposte. La decisione finale sarà presa da me, Georgiana e Sebastian. Se la persona verrà approvata, la porterete qui e la sottoporremo alla nostra consueta piccola intervista. Domande?”
Silenzio. Non sapevo di essere così autorevole.
“La seconda cosa, riguarda il Club più da vicino. Da oggi in avanti, inizieremo ad esercitarci con l’Incanto Patronus.”
L’entusiasmo generale è abbastanza manifesto, tanto che intravedo appena la mano alzata di Audrey Salinger.
“Sì, Audrey, dimmi.”
“Possiamo dare un nome al Club?”
L’idea non mi ha mai sfiorata, tuttavia non mi dispiace.
“Certo, perché no. Avevi già pensato a qualcosa?”
“Io e Jill avevamo pensato a Fidelius.”
L’Incanto Fidelius. Un incantesimo per proteggere i segreti.
“Mi sembra appropriato. Tutti d’accordo?”
La risposta è un “Sì!” unanime.
“E allora che Fidelius sia.”
Dopodichè, Georgie prende il libro di Incantesimi e parte con l’introduzione teorica riguardo il Patronus.
“Dovete pensare ad un ricordo felice…”

Un ricordo felice. Sono le parole di Georgiana che rimbalzano fra i miei pensieri, mentre mi dirigo verso l’Aula di Musica. I miei tentativi di Patronus non erano stati altro che una nebbiolina indistinta, finché non avevo pensato all’episodio di pochi giorni fa. Con lui.
Allora, un meraviglioso Patronus perlaceo si era materializzato di fronte a me.














19/04/2008
commenti (4) • tag: ricordi, amori, amicizie, serpeverde, litigi, guai, riddle, morsmordre

Sarà il sole, l'aria tiepida e croccante, il lago che sembra non essere più profondo di una pozza, tanto è azzurro. Sono di nuovo di buonumore, dopo diverse settimane passate ad essere un'ombra della solita Violet. Do un'occhiata ai miei piedi che oscillano nell'aria, sospesi oltre la finestra aperta degli spogliatoi, che dà direttamente sul campo da Quidditch. Non c'è nessuno, non ancora; un silenzio perfetto è cristallizzato nell'aria rarefatta del tramonto. Sospiro. Quanto tempo è passato da quando Edward mi ha chiesto di uscire, nel corridoio a cui ora volto le spalle? Quanti sospiri?
« cosa ti affligge, mia adorata? » una voce delicata, melliflua, deposita queste parole insieme ad un lieve fruscio al mio fianco; il sorriso s'irrigidisce sulle mie labbra. Mi volto lentamente, fino ad incontrare lo sguardo del verde profondo che conosco bene, il verde degli occhi di Lewis.
« la tua presenza, ad esempio. » lo rimbecco arricciando il naso, sebbene non mi riesca di fulminarlo con uno dei miei soliti sguardi ammazzauomini. Si adagia al davanzale, scrutandomi dal basso – non così basso, visto che è altissimo anche se sono seduta un metro più in alto di lui – con una faccia che non lascia preludere niente di buono.
« suvvia, ti si è spezzata un'unghia? »
« no, Lewis. Le mie unghie stanno benissimo, è la mia tranquillità ad essere stata rotta. » sollevo la mano e gli sventolo la mia manicure davanti alla faccia.
« non dirmi che ti dispiace. »
« dispiacerà a te, la volta in cui la Blackster ti coglierà sul fatto. » ancora la scusa della Blackster .. devo studiare degli altri modi per levarmelo dalle scatole; da quando Edward mi ha mollata, mi sembra di averlo ancor più frequentemente tra i piedi. Per non parlare delle volte in cui sua sorella mi ha beccata in sua compagnia; quei due sembrano essere telepatici. Dove c'è l'uno, c'è l'altro.
« Deirdre, Deirdre .. vuoi lasciarti ancora mettere i bastoni tra le ruote da lei? » con un saltello, balza sul davanzale, anche se con le gambe che pendono verso l'interno, e lascia la sua borsa del Quidditch a fianco della mia. E' chiaro che io non ho lasciato che quella bifolca scombussolasse i piani: è solo che, per pura sfortuna, i principi sono un blocco compatto destinato a muoversi sempre insieme, e a ritornare al loro stato di monade anche dopo grossi cambiamenti.
Non posso fare a meno di allungargli un cazzotto sul braccio; ma lui, in un lampo, mi prende il polso facendomi sbilanciare in avanti. Caro Lewis, stiamo facendo una vera cazzata. Non so se sia stata io a fare il primo passo in questo gioco di sguardi e mani. Farsi accarezzare da Lewis non è male, e neppure passargli il braccio attorno alla nuca. Tre..Due..Uno..Decollo. Lo bacio, mi bacia. Pochi secondi a labbra chiuse. Non è stato niente di che: niente di sensuale, niente di profondamente coinvolgente. Anzi, non so neppure se l'abbiamo fatto più che per capriccio.
« Jackpot! Ho baciato due principi su due. » mormoro coprendo le voci dei nostri compagni di squadra che appaiono dall'altra parte del campo. Lui ghigna, salta a terra e scappa nello spogliatoio. Lo seguo nello sguardo.
« Ehi, Violet. »
« Jeff! » caro ragazzo. siamo usciti una o due volte, ai tempi del quarto, ma ero troppo stupida per capire che lui era veramente ... un attimo. Quando la smetterò di skippare da un ragazzo all'altro? Ho appena baciato Jasper Lewis, e già faccio le fusa ad un altro! Beh, si sa, chiodo scaccia chiodo, e io ho un chiodo bello grosso da tirarmi via dalla testa. E poi, finché mi piovono tra le braccia a frotte, che ci posso fare?! Scavalco il davanzale, riatterrando nel corridoio, recupero il borsone e lo affianco.
« Più tardi sei invitata ad un dopocena con Riddle e soci..gli è arrivata la voce che hai fatto saltare in aria un gruppetto di tassorosso che vendevano spillette. » ruggisco ripensando alle ragazzine che hanno tentato di appiopparmi le loro sudicie mercanzie. Maledette, disgustose sanguesporco. La loro spazzatura su quello sfigato di Hunnam.
« Non ho molta voglia... » E' sempre orribile passare più di 10 minuti con Riddle. Lo stimo, lo ammiro, ma mi mette i brividi. Dà sempre l'idea di sapere troppo, di avere troppo potere. Come faceva a sapere del ragno di Hagrid, di dov'era Myrtle? Ci penso ogni volta che passo davanti al "suo" bagno.
« Non credo che tu possa rifiutare. » commenta lasciando la scopa vicino all'ingresso dello spogliatoio, sopra a quelle dei nostri compagni.
« allora ci vediamo in campo. » interrompo il discorso, evitando di specificare che sapevo già di non poter rifiutare. Ho visto che fine fanno quelli che indispettiscono Tom Riddle. Jeff si avvicina, sorridendo in modo fin troppo languido. Mi allungo in punta di piedi, dandogli un bacio sulla guancia. Quasi tremo; ecco, lui mi piace veramente. Credo. Chissà che direbbe Edward. Mi sfiora per un istante la schiena coi palmi, per poi andarsene come se niente fosse verso le panche a destra. Mi fiondo nello spogliatoio, dove posso sospirare in pace mentre mi allaccio i parastinchi.

 

***

« I mezzosangue insudiciano la scuola. Tutto il mondo magico. Hanno rubato la magia ad altri maghi, è chiaro! Vanno distrutti. » sibila Riddle concludendo ancora una volta la sua propaganda serale. Puntuale come un orologio svizzero, Antonin Dolohov sposta la statua che copre l'ingresso segreto e fa la sua entrata, sventolando le mani.
« che schifo, ho toccato un mezzosangue! » borbotta richiudendo la stanza con un colpo di bacchetta. Riddle lo fulmina, si vede benissimo anche nella penombra fumosa della sala. Si volta verso di noi, poi verso il resto dei presenti. Seduti al mio fianco sul divanetto subito alla destra di Tom sono seduti Lenore e soprattutto Jeff, che continua a muoversi sulla stessa linea delle ultime settimane per quanto riguarda la nostra storiella. Il suo indice scorre lentamente alla base del mio collo, accarezzandomi la nuca, lasciata libera dai capelli raccolti in una coda di cavallo. Sto facendo una fatica tremenda a controllare le mie pulsioni, e contemporaneamente ad ascoltare ciò che viene detto in via ufficiale da Tom e soci. Più in là, i principi in formazione ridotta, in mezzo agli altri del club. Non so se Deirdre abbia già fatto richiesta di inserimento per la Lywelyn, fatto sta che non l'ho ancora mai sentita nominare da nessuno degli intimi di Riddle. Lui ha ripreso a parlare, ignorando Dolohov che ci costringe a spappolarci per farlo stare sul divano.
« se ti alzi, ti faccio sedere sulle mie ginocchia, così quel culone di Dolohov può sedersi. » tremo mentre mi posiziono sulle cosce di Jeff, che mi cinge i fianchi per non farmi scivolare. Ed Edward mi sta fissando; gli darà fastidio? Si sentirà in colpa? Quello che mi ha fatto mi brucia ancora, da morire. In alcuni momenti vorrei che tornassimo indietro ... insieme. Mi abbandono alla stretta di Jefferson, tornando a guardare Tom.
La faccenda dei mezzosangue si sta facendo molto più...seria. In realtà, non so neppure per quanto riusciremo ancora ad evitare di essere beccati: i nostri danni si stanno facendo piuttosto evidenti, per non dire che forniamo una dose quotidiana di lavoro all’infermiera. Per un giusto scopo, sia chiaro: mi auguro che presto quegli inguardabili, osceni mezzosangue si decidano a scomparire dalla nostra vista. Ad esempio, quella piaga putrescente di Annabel Bennett. Sì, lei è in cima alla lista, almeno alla mia.

***

« IO TI AMMAZZO! » moderata, come sempre. Salto giù dal letto, gettandomi verso Deirdre che si è già fiondata dall'altra parte della stanza. Questo non doveva dirlo. OH NO, questo non doveva dirlo. Darmi della bacchettona, lei che non è riuscita a portarsi a letto il suo ragazzo ufficiale! Dirmi che Edward non mi vuole! Continuare-a-tartassarmi-con-le-sue-stronzate! Stava ridendo, ma ora non sembra così divertita dalla conclusione della nostra piccola discussione, vista la sua smorfietta insulsa. Senza nessuno che le pari le spalle, non è poi tanto sicura di sé. Brandisco la bacchetta, cominciando a borbottare incantesimi a casaccio. Lei si tuffa dietro al letto di Amber, facendo capolino ogni tanto per verificare che non me ne sia andata.
« Violet, non essere così nervosa! » miagola mentre si risolleva, ed io frantumo un vaso al posto di spappolarle il cranio. E dire che fino all’inizio di quest’anno pensavo di poter arrivare ai M.A.G.O. Senza farle lo scalpo. Ma lei ce l’ha proprio messa tutta, per farmi impazzire: e chi è causa del suo mal, pianga se stesso. Mi fermo in mezzo alla stanza, posandomi una mano sulla fronte e facendo molti – respiri – profondi. Lei si avvicina, rischiando la sua vita, senza saperlo.
« Eddai..non te la sarai presa! » ridacchia entrando nel mio cerchio privato. Troppo vicina. E veloce come un lampo, tanto improvviso da non dare neanche a me la possibilità di rendermene conto se non a fatto compiuto, scatta lo schiaffone, abbastanza forte da farle voltare il capo. Lei spalanca la boccuccia di rosa, con le fiamme che già si riflettono nei suoi occhi.
« MALEDETTA! » urla prima di buttarsi verso di me, con l’aria di una valchiria inferocita. Già mi riparo il viso con le mani, pronta alle sue unghiate. Ma subito, una voce che riconosco bene ci interrompe.
« scusate. » sibila Lenore, appoggiata allo stipite della porta. La Blackster si ferma con le manacce a mezz’aria, io idem. « Violet, ti dispiacerebbe venire? »













08/04/2008
commenti (2) • tag: lettere, amori, amicizie, serpeverde, dubbi, ritorni, tassorosso

Settimana passata.
"...e non è tutto: mi ha perfino fatto scoppiare un libro in faccia non-so-come!". Ascolto Belinda mentre mi racconta concitata quello che è successo giusto due giorni prima; "Io le ho detto che ero tua sorella, ma quella non faceva una piega e continuava a minacciarmi," fa una piccola pausa,"naturalmente era una Grifondoro,"-tipico!-"ma alla fine per sua fortuna sono arrivati il suo Caposcuola e la sorella della morta.". Finito il discorso tutto ad un fiato, tira fuori un sorriso, soddisfatta per essersi sfogata.
Strano che a volte mi dimentichi quanto può essere logorroica Belinda; al contrario Utopia se ne sta  zitta ed ascolta in silenzio: si riesce difficilmente a capire cosa pensi. Sta di fatto che, alla fine di tutto il racconto, non ho ancora capito il motivo per il quale quella Grifondoro stava minacciando mia sorella.
"Certo Beli, ma scusa non ho capito perchè quella Opal ti stava attaccando...". Scarlett al mio fianco penso sia tanto confusa quanto me, o forse di più, visto che non ha mai assistito, almeno finora, a un discorso di Belinda in piena agitazione! Ora io riesco a gestirla con destrezza (anche se non sempre), ma non è sempre facile capire il soggetto e l'oggetto delle sue frasi quando parla di qualcosa che non sai!
Rotea perfino gli occhi, come se il suo discorso filasse liscio,"Bè, ti giuro un rompiscatole di prima categoria quel ragazzo, una cosa pazzesca!"
"Beli, chi era questo ragazzo e cosa c'entra? potresti andare piano ed essere chiara per piacere??". Mi guarda con sguardo risentito, anche se non fa obiezioni.
"Ok..allora stavamo camminando...naturalmente parlo di io e Uto...e c'era questo ragazzino mai visto che ci viene volontariamente addosso, per la precisione si è scontrato con me, ma non è questo il punto...", fa una pausa e cambia espressione: diventa addolorata, "quel piccolo stupido stava mangiando una merendina e mi ha sporcato la camicetta...", mi guarda dritto negli occhi,"...quella rosa che mi ha comprato papà: non ci ho visto più! E sai cosa c'è anche: naturalmente non poteva che essere uno sporchissimo mezzosangue! A quel punto è arrivata la rompi...il resto lo sai già"
"Oddio la camicetta rosa...ma è rimediabile vero?", le chiedo, sapendo quanto ci tenga a quella camicia, frutto di uno dei tanti viaggi di nostro padre.
"Tutto ok...per fortuna!". Sorride compiaciuta.
Ultimamente la scuola sta diventando sempre più difficilmente 'regnabile'; più cerchiamo di far stare al loro posto gli indegni, più veniamo ostacolati in maniera diversa da caposcuola o quant'altro! Viene quasi da pensare che lo facciano apposta!
"Oh, Scar, quasi dimenticavo...il professor Lumacorno mi ha chiesto di darti questo,"le porgo una pergamena arrotolata," ma se vuoi te lo riassumo: ti invita a partecipare al Lumaclub, naturalmente l'invito è esteso anche a tuo fratello..."
"Oddio Scar, tuo fratello è davvero un bel ragazzo! L'ho visto l'altro giorno in campo!", dice Beli.
"Si, davvero, uno schianto!", la segue Uto.
"Non è che per caso è libero?". Dice infine Beli, sinceramente interessata a mio avviso. Penso che questa sia la domanda sbagliata da porgerle...
Il suo viso dolce assume tratti vicino al diabolico: "Non lo so e non mi interessa nemmeno. Anzi, spero proprio di si per lui!". Gli occhi di Uto e Beli sono spalancati davanti alla reazione eccessiva di Scar;
"Scar non dovevamo andare da Jasp e Ed, non ricordi?? Dai andiamo...", la trascino praticamente via alla ricerca dei due, che si sono dimostrati una scusa più che valida per smorzare definitivamente la tensione.

Finalmente la primavera comincia a farsi sentire. La temperatura non è ancora delle più miti, ma permette sicuramente di trascorrere le giornate nell'immenso giardino, per non dire bosco, di Hogwarts.
E la parte migliore è che finalmente sto passando questo momento con i miei due principi, visto che Scar aveva un imminente bisogno di parlare con Aedan, mentre il sospetto che Violet sia in rotta con Ed è ormai una conferma: appunto, adoro la primavera.
"Ve lo ricordate l'ultima volta che siamo stati qui?" mi fermo in un punto lontano dal castello, da cui si gode una vista inimitabile sul Lago Nero, "l'ultima volta eravamo noi tre e Eve che...", sento che finalmente è il momento giusto, il momento in cui siamo noi tre soli,è il momento giusto per dire la verità: "che non tornerà più ad Hogwarts..."
Guardo l'immenso lago e poi i volti dei miei compagni. Non sembrano sorpresi: giusto, se l'aspettavano.
 Però è triste; Però fa male ammetterlo ad alta voce; meno di quanto lo sarebbe stato prima, comunque, e questo grazie all'arrivo di Scarlett.
"E' da un pò che volevo dirvelo ma non ho mai avuto l'occasione...insomma, quando mai ci siamo trovati noi tre soli ultimamente?". Sorrido. Sorridono.
"Tu come stai?", mi chiede improvvisamente Jasp.
"Io? bene...meglio di quanto mi aspettassi...in fondo non è un addio, no?", e a dire questo mi rivolgo specialmente ad Ed, che aveva un rapporto speciale con Eve.
"Ma basta parlare di questo! Però, visto che siamo in tema di confessioni...vi confesso che mi dispiace per non avervi saputo aiutare...", abbasso lo sguardo mentre pronuncio queste parole: non mi piace mostrare le mie debolezze, e devo ammettere che dirle dentro di me era molto meglio che sentirle ad alta voce, riferite ai diretti interessati."...perchè avete vissuto momenti difficili senza che io fossi in grado di fare qualcosa per voi: Jasp si è dovuto abbassare a picchiare a sangue un sanguesporco, mentre Ed...bè tu sei cambiato...scusate davvero, ma io non so come aiutarvi." Vorrei trovare mille scusanti adatte a giustificarmi, ma l'unica cosa che mi è venuta in mente è 'io non so'; chissà perchè loro sono tra le uniche persone con cui non posso fare a meno di essere me stessa, con le quali non posso far altro che essere sincera.
Ed si avvicina e mi da un colpetto in fronte e così sono costretta a guardarli negli occhi. "Non fare la stupida Dè, nessuno può aiutarmi perchè quella è una faccenda mia: non vi condanno certo per questo..."
"Ma tu non sai nemmeno cosa ho cercato di fare pur di non cercare di capirti..."
"E nemmeno lo voglio sapere. Tu non devi fare niente, voi", dice rivolgendosi anche a Jasp, che nel frattempo si è avvicinato " non dovete fare niente...capito?". Dopo un attimo il suo viso si risolve in un sorriso.
"E comunque Dè, non ti facevo così sentimentale...non ti ci vedo proprio!"
"La nostra Dè ha tirato fuori il suo lato debole finalmente!". 'Mica la prima volta' mi dico, ripensando ai miei periodi storti e ai miei lunghi pianti che hanno caratterizzato il primo periodo scolastico.
"Eh già...e solo per voi...quindi badate: ditelo in giro e siete morti!" dico, facendo una linguaccia nella loro direzione; almeno una cosa è certa: nel cambiare il tono di una discussione siamo dei maestri.
"Già, noi ti preferiamo irremovibile, perfetta e sicura! Una vera Serpeverde!", dice ridendo Jasp, portando il braccio intorno al mio collo. Riesco perfino a sentire il suo profumo.
"Certo, prendete esempio da me e andate sul sicuro" continua Ed, assumendo una posa impossibile da statua greca.
"Si ok...io proporrei di tornare al castello visto che sta cominciando a fare buio e inoltre non vorrei che degli studenti ci vedessero in queste condizioni!", ribadisco, un pò tremante a causa dell'aria gelida che si è alzata. Mi stringo più vicino a Jasper; il suo profumo è sempre più forte, il suo abbraccio sempre più caldo.
"Ogni suo desiderio è un ordine..." dice Ed sfoderando uno dei suoi migliori inchini. Io sorrido, Jasp ride poi, noi due, con Ed al nostro fianco, ci dirigiamo verso Hogwarts.
"Sai che ho una lettera di una tua spasimante, caro?"dico a Jasp " te la ricordi la mia amica di Capodanno? Bè, diciamo che l'hai impressionata...dopo ti dò la lettera"
"Ah si, mi ricordo...e quando te l'ha spedita?"
"Ma un paio di giorni fa...." , giro lo sguardo dall'altra parte, in realtà saranno più di due settimane che ho la lettera, solo che non ho mai voluto dargliela!
"Dè sei..."comincia Jasp, che abbia scoperto la bugia? E se mi chiedesse perchè l'ho fatto? bè non lo so nemmeno io!
"Hey voi!"urla poco lontano da noi Scarlett: grazie, Scar, ovvero la mia salvezza!
Si avvicina fino a raggiungerti in prossimità dell'entrata al castello."Vi ho cercato ovunque, dov'eravate finiti?" Ecco l'occasione perfetta: io e jasp e Ed e...scar!
"Scar! Proprio al momento giusto, Ed poverino era terribilmente solo, però adesso fortunatamente sei arrivata. Siamo in quattro: perfetto!". Sorrido soddisfatta. Seconda occasione attiva per me!
Jasp intanto comincia a capire i miei sotterfugi, osservando il modo in cui mi guarda, e anche Ed e Scar penso che ormai abbiano intuito il mio piano; eppure non ne sembrano affatto dispiaciuti, o se lo sono non lo danno per niente a vedere, anzi…
Jasper mi guarda e sorride: si, l'ha decisamente capito!
“Che ne dite di andare in Sala comune? Qui si gela…”.
Cominciamo ad avviarci, mentre sono ancora intenta nei miei ragionamenti:
Scar più Ed, uguale sala comune; sala comune, uguale Violet; Violet, uguale Ed più Scar; somma totale: vittoria per Dè!
Adoro vincere, sempre e comunque.
Scendiamo i gradini per i sotterranei, scendiamo sempre più finchè arriviamo all’entrata: si apra pure il sipario…

"Ho saputo che la nuova insegnante di Aritmanzia è la sorella di Jasper, è vero?"
"Si è proprio così Amber, ma adesso per piacere puoi spostarti che mi copri lo specchio?".
Preferisco decisamente vedere me, piuttosto che la sua cocciuta testina bionda.
"Oh... si certo...scusa Dè.". Mi chiedo se Amber si renda conto di essere una palla al piede e di una noia mortale: come faccia ancora a sperare di entrare a far parte della nostra cerchia è un mistero!
"Certo che è proprio bella, degna sorella di Lewis!"
"Si Amber, ho capito, lo so. Ora vuoi spostarti o devo costringerti a farlo?"
"Oh si scusa...ma voi due siete molto amiche?"
"La conosco da molto ma non posso dire di essere una sua cara amica. Ora, ti sposti?"
. Dico decisamente scocciata. Finalmente decide di obbedirmi: alla buon'ora!
Ho incontrato Martine giusto l'altro giorno, ma la nostra conversazione non è stata delle più lunghe: Lumacorno la voleva nel suo ufficio, probabilmente per ricordare i vecchi tempi, quando anche lei faceva parte del suo club. D'altronde Lumacorno è sempre Lumacorno!
Eppure il suo arrivo e la sua cattedra ad Hogwarts non hanno l'aria di essere un avvenimento casuale: ha sempre avuto un'ambizione che andava ben oltre le vecchie e fredde mura di Hogwarts; quest'ambiente è troppo riduttivo, una gabbia per una che voleva volare alto come lei.
"Allora andiamo?", esordisce Scarlett appena uscita dal bagno.
"Andiamo!", le rispondo e scappo dalla stretta di Amber verso una nuova, bella, giornata primaverile, resa ancora migliore dagli sguardi che la piccola Violet ci regala in questi giorni, quando non può fare a meno di evitare i nostri, sempre cordiali, sorrisi: Ed, lo sapevo che un giorno o l'altro mi avresti dato questa soddisfazione!
Stiamo andando verso la sala Grande quando mi si balena davanti la scena più incredibilmente patetica che abbia mai visto. Non ci posso credere: dev'essere un sogno, o qualcosa che si avvicina molto ad incubo per certi versi.
"O-mio-Dio!" esclamo fermando Scar tenendole un braccio. La sua faccia è altrettanto incredula davanti al gruppo che abbiamo davanti: un gregge di piccole ragazzette bionde, castane, rosse, nere, tutte diverse a parte per una cosa: orribili oggettini rosa che espongono fiere sulla divisa con sopra stampata una faccia ben conosciuta. Scar afferra poco delicatamente una delle pecorelle per leggere la scritta che appare e riappare ritmicamente:" Per noi Carlisle è...il ragazzo più bello che c'è!" Scoppiamo in una rumorosa risata ad effetto.
"La cosa più patetica che abbia mai visto! non vedo l'ora di dirlo a Jasp e Ed..penso che si faranno due risate appena vedranno questi obbrobri!". Ridiamo di nuovo sotto lo sguardo atterrito della ragazzina.
"Non sono obrobri!", ci urla improvvisamente con ritrovato coraggio "per noi...Carlisle è...è...unico e vogliamo farlo sapere a tutti!"
"Vedo che il tuo coraggio è proporzionato a quello che dimostri andando in giro con una schifezza del genere, ma ti avviso: urlami ancora una volta addosso e ti ritrovi in infermeria che neanche te ne accorgi."
"E questa la prendiamo noi", aggiunge Scar strappandole la spilla dalla divisa di Tassorosso. Accostare il rosa col giallo e il nero: che cattivo gusto!
Solo allora la ragazza fugge verso il suo gruppetto di amiche mentre noi ci addentriamo nella più affollata Sala Grande per mostrare l'esilarante novità ai due Principi...












04/04/2008
commenti (1) • tag: amori, dolore, speranze, corvonero, momenti imbarazzanti, duelli

vi chiedo scusa, nell'ultimo periodo sono stata travolta dagli eventi della vita. pubblico quello che ho scritto con Georgiana e vi mando tanti baci, perché domani parto per Monaco. (L)

Primo grande ripasso pre M.A.G.O. La testa di Sebastian emerge appena sopra alla pila di appunti del sesto anno che ho tirato fuori dall'armadio in fondo alla camera, dove erano rimasti a prendere polvere per mesi e mesi. Abbiamo praticamente reso off-limits una parte della sala di lettura, diventata il quartier generale della nostra associazione di ripasso folle; neppure la bibliotecaria ha il coraggio di disturbare.
« Qualcuno sa qualcosa del Roboris? » alzo lo sguardo dal librone che ho davanti. Prendo la bacchetta, la agito per qualche istante, finché un foglio dei miei schemi non si trasforma in un aeroplanino e plana sopra la testa di Julia – che sta disperatametne tentando di trasformare una noce in un calice, e ad ogni errore dà un cazzotto a Seb, la cui spalla si è ormai spappolata. Angela, la compagna di stanza di Julia, segue l'aeroplanino con lo sguardo.
« FERMA. Quello non sarà mica .. »
« no, non è in programma. » ridacchio mentre i miei appunti planano sul tavolino davanti al caminetto. Le ultime due settimane di giugno saranno i giorni più tremendi della nostra vita finora. Ne sono convinta. E se non riuscirò a superare pozioni, non riuscirò neppure ad entrare all'Accademia Auror. Tra tre giorni avremo un test su tutto il programma di Pozioni degli ultimi due anni, e io ancora brancolo nel buio. Devo, devo prendere O.
« Ieri ho studiato sette ore. L'altroieri sette e mezzo! » si vanta Annette, scuotendo i capelli biondi in faccia al suo nuovo ragazzo, un tassorosso dall'aria inetta. Mi rituffo nel mio libro, sprofondando nella poltrona di velluto impolverato. I nomi e gli ingredienti mi scorrono sotto gli occhi senza rimanermi impressi nella mente per più di 10 secondi; un turbine di erbe e intrugli che sembra voler farmi addormentare.
« ARGH! » schizzo in piedi, traballando sulle gambe e voltandomi a destra e a sinistra per intuire la causa del mio brusco risveglio. E non appena lo identifico, mi precipito in quella direzione: Jason Jensen, seduto poco più in là, si sta contorcendo con una manica del maglione in fiamme. Dalla bacchetta di Julia scaturisce un getto d'acqua che spegne il falò.
« Ecco fatto! » aggiunge con tono soddisfatto.
« Scusate .. » mormora Jason « .. faccio un salto in infermeria .. a domani, Georgie! » mi saluta con la mano sana, mentre il braccio bruciacchiato pende sul fianco, evidentemente scottato fino al polso.
« Questi M.A.G.O. finiranno male. Molto male. » borbotto lasciandomi cadere sul divano su cui Jason stava cercando di sciogliere una candela senza accenderla – e, dico io, sarebbe stato sufficiente un qualsiasi Incanto Stufa.
« Ti vedo stanca... » dice Sebastian sedendosi al mio fianco, con un sorriso che mi uccide sul colpo. Da quando quel bifolco di Garet mi ha mollata, lui non fa altro che essere carino con me. E mi confonde. Non capisco perché, improvvisamente, io sia diventata una fonte di battaglie ormonali, quando non sono molto diversa dal ragno anoressico che ero al terzo. Non ero mai piaciuta ai ragazzi – e, in effetti, io non avevo mai dimostrato interesse alcuno. Adesso, Sebastian, noto adone e latin lover, litiga con uno dei suoi migliori amici, e poi ci prova evidentemente con me e ora, in questo momento, mi sta passando un braccio attorno alle spalle mentre si siede talmente vicino che posso sentire il suo respiro. Meglio di qualsiasi racconto dei miei taccuini.
« Un po'.. » faccio spallucce, cercando di trattenere rossore, tremiti e voglia di fuggire.
« vieni a bere un caffè? » mi chiede con tono fin troppo allusivo.
« devo prima finire qui. » rispondo scostandomi dal suo viso, per quanto sia possibile, visto che sono intrappolata tra le sue braccia.
« vuol dire che ci vedremo dopo la riunione dei Capiscuola. » sibila avvicinandosi di colpo. Ci siamo. Le sue intenzioni sono palesi. Pochi centimetri di rotazione mi permettono di sfiorargli appena l'angolo della bocca mentre deposita un bacio sulla mia guancia, contro le sue intenzioni. Non sono pronta; mi sento un crampo allo stomaco solo all'idea di avere già un altro uomo, ma quando ce ne sarà un altro .. beh, sarà Sebastian, credo.

***

Chissà se se lo ricorda: saranno stati due mesi fa, aveva detto “devo stare attento a non farti arrabbiare”, quando ho sfidato la psicopatica per conquistarmi il suo affetto. Il colorito di Garet Haslett si è consumato nello stesso istante con cui Jason Jensen, scrutandoci da sopra il suo registro, ha annunciato che per la sfida del giorno eravamo stati sorteggiati noi; e dire che gli avevo attribuito un temperamento degno del signor Darcy. Si sta rivelando una mezza calzetta, altroché.
« Caro Jason, come sta il tuo braccio? » chiedo al nostro presidente mentre mi sistemo i capelli in una coda, come faccio prima di ogni duello, stringendo un nastro blu oltremare. Garet si agita e confabula con i suoi compagnucci, quelli che si sbrodolavano sul mio nome ogni volta che li privavo del loro amico. Mi sento stranamente tranquilla; lui, invece, è un fascio di nervi. Non capisco cos'abbia da agitarsi: che la sua prode bacchetta Grifondoro non sia abbastanza? Sto diventando una Serpeverde. Arrossisco solo al pensiero di quanto cattiva stia diventando, e tutto per colpa di colui che quasi cade dalla pedana perché non ha stabilità nei piedi.
« è passato tutto .. su, sali. » scatto sulla pedana, flettendo le ginocchia e compiendo delle piccole rotazioni con il polso. Garet si fa sempre più pallido. Socchiudo gli occhi: è un avversario qualunque, posso batterlo con facilità, come farei con chiunque altro. Ce la posso fare.
« saluto. » scandisce Jason, e mi trovo automaticamente a far scattare la bacchetta davanti alla faccia, e poi a spostare il braccio sul fianco con un movimento secco. Il mio piede scivola all'indietro: stabile, vigile, pronta.
Ho tre secondi per elaborare una strategia in base a tutto ciò che mi ricordo delle sue tattiche.
« Waddiwasi! » è la prima cosa che mi viene in mente, lo ammetto. Stringo gli occhi: non riesco neppure a vedere l'esito dell'incanto, ma lo sento bene: l'impatto del sedere di Garet sul pavimento del Club dei Duellanti. Ridacchio, con in sottofondo l' “oooh” degli altri membri, che hanno seguito con il naso in aria la parabola tracciata in aria dal battitore di Grifondoro, proiettato dritto sul pavimento.
« Complimenti, Georgiana. » arriccio il naso nella mia classica faccia trionfale ma modesta, che mi rendo conto di fare sempre troppo tardi. Garet si alza a fatica, mentre io lo raggiungo giù dalla pedana. Lo vedo e mi ricordo perché ho perso la testa per lui, tempo addietro. Mi lancia uno dei suoi sguardi tristi, trattengo il fiato mentre mi perdo nei suoi occhi azzurri. Poi ghigno e mi volto verso gli altri, lasciandolo a cuocere nel suo brodo.













01/04/2008
commenti (1) • tag: amori, speranze, amicizie, dubbi, corvonero, tassorosso, momenti imbarazzanti

Mordo il cotone e cerco di farmi largo in un gomitolo di lenzuola in cui mi sono incastrato da solo. Alla cieca, tra l'altro, visto che Carlisle sta cercando di soffocarmi con il cuscino e mi prende a vigorose pedate negli stinchi.
« sono colpevole! chiedo pietà! » ululo dopo essere riuscito a strapparmi il guanciale dalla bocca. La prima cosa che vedo sopra alla mia testa è la tremenda origine dell'aggressione di cui sono stato vittima. In un grazioso poster animato lampeggia il suo viso, su fondo rosa punteggiato di cuoricini; sopra alla sua testa, che esibisce un sorriso mai visto dal vivo, si ripete lo slogan “per noi Carlisle è il ragazzo più bello che c'è!”, tutto circondato di brillantini. Dopo le spille ( di cui io e Milo abbiamo fatto incetta ), la produzione di merchandising del Carlisle Club si è moltiplicata per mille. Con grande stupore delle giovani fan, che praticamente volevano staccarmi un braccio per l'emozione di parlare con un amico di Carl, ho comprato uno dei loro orrendi poster, che ora troneggia sopra al mio letto.
« maddai, è così carino.. » osserva Milo ridacchiando da dietro il fumetto che sta fingendo di sfogliare mentre in realtà si piega in due dal ridere. Carlisle mi abbandona, finalmente, anche se nei suoi occhi lampeggiano insulti di ogni genere e grado.
« potrei dire ad Isy che hai preso una cotta per lei. » borbotta mentre con un saltello si getta sul suo letto, e mi lancia un'occhiatina sadica da sotto il ciuffone di capelli rosso fiamma. Di colpo sento le budella che si rivoltano, e il sangue che mi affluisce alla faccia, bollente.
« non .. non .. » guaisco mentre i miei compari scoppiano a ridere, quasi con le lacrime agli occhi. Non è divertente, ecco cosa volevo dire. Recupero dal comodino un pacco di spartiti, coperti da un dito di polvere visto che li avevo abbandonati settimane fa, e scatto giù dal letto, più imbronciato che mai.
« ti sei offeso?! » esclama incredulo Milo.
« smetti di fare l'allegrone, sappiamo benissimo che hai appena mollato l'ennesima ragazza. » lo aggredisco senza avere il coraggio di alzare lo sguardo per guardarlo, fermandomi sulla porta della camera.
« non esagerare! e poi, ne ho conosciuta un'altra .. » risponde pacificamente, lasciando ciondolare il giornalino nella mano. Mi ritrovo ad alzare gli occhi al cielo; il suo continuo saltare da una ragazza all'altra renderà matti lui, noi e l'intera Hogwarts prima che riusciamo a diplomarci. « .. Opal Worthington, avete presente? » sbuffo, coprendo le sue stesse parole, ed esco nel corridoio dei dormitori prima che possa aggiungere altro.

***

Strimpello istericamente i tasti del pianoforte; quest'oggi non mi vuol venire fuori proprio niente di decente, è chiaro. C'è qualcosa che mi sfugge in questo spartito, è chiaro; forse è stampato male e quindi mancano delle note ... No, è chiaro che sia solo la mia demenza la causa di questo.
Mi manca l'attenzione che servirebbe per suonare come si deve. Lancio un'occhiata alla mia tracolla; contiene le carte che mi ha consegnato la Bonnet: sono definitivamente ritornato nella media in tutte le mie materie, e sono scampato al rischio bocciatura. Per ora. Solo all'idea mi sfugge un mezzo sorriso.
Chiudo la tastiera di scatto, alzandomi subito dopo. Per stasera basta con gli esercizi, tanto non caverò un ragno da un buco. E magari tornando al dormitorio incontrerò ..
Noto con la coda dell'occhio l'ombra di qualcuno, quasi indubbiamente una ragazza, che sgattaiola giù per le scale della torre, davanti a me, e poi corre attraverso il chiostro, inciampando poco prima della porta e rallentando il passo. Ne distinguo a malapena i tratti; sgrana gli occhi scuri.
« s-s-scusa! » balbetta prima di ricominciare a correre, scomparendo subito alla mia vista.

***

Bene. Bene. Per tutte le volte che hanno detto che avevo bisogno di un consulto psicologico, beh, ora non posso che trovarmi d'accordo. Osservo con orrore i miei stessi piedi che si stanno muovendo in traiettoria rettilinea verso un tavolo della biblioteca, il tavolo dove è seduta Isabel Sittenfeld. Guarda oltre la finestra, sbattendo le palpebre degli occhioni azzurri e succhiando la punta di una Piuma di Zucchero sospesa sopra alla pergamena. Un tuffo al cuore, per Merlino, mi sembra quasi di capire cosa intende quel melenso di Carlisle con “bella da far male”. Mi faccio schifo da solo, per Merlino. Per Merlino. Se ripeterò di nuovo “per Merlino”, sarò definitivamente diventato un perfetto idiota.
« grrbbbbffff.. » muggisco mentre mi appropinquo a lei, ma non sono ancora abbastanza vicino perché senta la serie di suoni scommessi che emetto. Eugene Pennington, se questa è la tua prima cotta, stai facendo proprio un disastro.
Ed ecco il suo capino di ricci scuri che compie una rotazione di centottanta gradi a destra, ed ecco che i suoi occhi saettano ed ecco che .. ecco che ..
« ciao, Isabel. » riesco a scandire con il mio classico tono da orso, deviando improvvisamente verso una libreria, e cercando di non abbassare lo sguardo dalla sua faccia, colma di sorpresa. Ebbene sì, so parlare! E civilmente, per giunta!
« ehi, Eugene. » trilla – perchè le fatine non parlano, trillano – e sfodera un sorriso quasi accecante. Mi trema il gargarozzo, vorrei quasi tenermelo fermo con la mano. Devo sembrare troppo ridicolo per essere vero. Oh no: non riesco a capire perché si stia alzando. Richiude il libro che teneva posato davanti. Faccio per deviare e ricominciare a camminare come se niente fosse, mettendo fine a questo incontro spiacevole e penoso. Non faccio in tempo a fare un passo che mi ritrovo a guardare in basso, proprio sotto il mio mento, dove s'è fermata e da dove mi sta osservando come normalmente avrebbe potuto guardare un gattino abbandonato.
« devo andare .. » mormora con un sorriso sbieco, ancor più languidamente di quanto già solitamente faccia. Spalanco la bocca; come un vero ebete, visto che non riesco a spiccicare parola. Lei continua a sorridere. Io non mi muovo. Lei neppure. Uhm - stomp.
Molto, molto lentamente prendo coscienza del fatto che il volume che stringeva in mano è caduto a terra. Altrettanto lentamente mi piego in avanti – certo che essere alti è davvero poco pratico – e lo raccolgo prima che lo possa fare lei.
Appena alzo la testa, mi trovo a fissare in orizzontale la sua faccia, con le guance tutte rosse, gli occhi spalancati. Neppure batte le palpebre. Com'è carina.
« grazie.. » sussurra appena; non mi rendo conto di quello che sta facendo finché non mi trovo uno stampo del suo lucidalabbra appiccicoso sulla guancia.
Oh.
Svengo.
No, non svengo, ma quando riprendo coscienza di me sta saettando verso la porta della biblioteca, con il libro stretto in mano.













31/03/2008
commenti (3) • tag: discussioni, amori, amicizie, grifondoro, corvonero, tassorosso, fidelius

«Sicuro di non essere arrabbiato?» domando per l'ennesima volta, stringendo forte la mano di Carlisle.
Scuote il capo.
«Per la milionesima volta no» mi rassicura, fermandosi un attimo nel bel mezzo del corridoio «Non sono arrabbiato, non avrei motivo per esserlo.»
«Si, però..» mi mordo le labbra, abbassando per un attimo lo sguardo «Sembravi così seccato l'altro giorno!»
Mi sorride, illuminato dalla calda luce delle candele appese alle pareti. E' così bello che fa quasi male guardarlo.
«Non fare quella faccia, ti prego» si sporge appena verso di me, sfiorandomi il viso con una carezza «Ora ascoltami, perché è l'ultima volta che te lo dico, d'accordo?»
Annuisco, senza riuscire a distogliere lo sguardo.
«Non sono arrabbiato. Trovo che sia adorabile quello che hai fatto, se proprio vuoi saperlo, non so quante altre persone al mondo avrebbero acconsentito ad aiutare un paio di ragazzine del primo anno a realizzare un'idea così strampalata»
Gonfio le guance, annuendo, e lui sorride di nuovo.
«Brava la mia stella» mi canzona, stringendomi la mano mentre riprende a camminare.
«Senza contare che» aggiunge dopo qualche attimo «L'idea di te nella Sala Comune Tassorosso mi stuzzica non poco..»
E mentre la porta della Stanza delle Necessità si materializza davanti a noi, un familiare bruciore mi avvolge la faccia.

***

Goergiana sbuffa, prima di prendere fiato e lanciare un tremendo urlo per richiamare il gruppo al silenzio.
I pochi presenti si paralizzano completamente, voltandosi verso la mia Caposcuola che sorride compiaciuta.
«Bene» esordisce, soffermandosi con lo sguardo su ognuno di loro «Direi che possiamo iniziare»
Abbasso lo sguardo, turturando l'orlo del povero maglione che indosso mentre lei si dilunga nelle solite comunicazioni di rito e si prodiga a scrivere su un quadernetto che custodisce gelosamente tutte le aggressioni di cui siamo venuti a conoscenza in corso di settimana.
«Violet Travingston ha quasi staccato la testa a morsi a un Grifondoro del primo anno dopo esser stata lasciata da Norwood» ci comunica Carlisle pacato, senza lasciar intravedere il fastidio che comunicare una notizia del genere gli provoca.
Julia inarca le sopracciglia, dal suo angolo, mentre Isabel lancia un fischio sommesso.
«Apperò, carina la ragazza» commenta la mia amica, incrociando le braccia al petto. Eugene, al suo fianco, ridacchia, subito fulminato da un'occhiataccia di Georgiana.
«Sebbene non tolleri l'aggressione, posso capire il gesto» commenta gelida la Caposcuola, continuando a scrivere con la sua grafia minuta e ordinata sul quadernetto. Il biondo distoglie lo sguardo, vagamente imbarazzato. Da quando Garet (che stasera non si è presentato) l'ha lasciata, Georgiana è particolarmente inflessibile con tutto e tutti. Come biasimarla, del resto.
«Altro?» indaga, alzando appena gli occhi dalle pagine.
«McDowning ha mostrato simpatia per la filosfia di Riddle» riporta Audrey, attorcigliandosi un ricciolo biondi attorno alle dita sottili.
«McDowning?» esclamo sorpresa «Klaus McDowning?»
Il ragazzino più fragile che sia mai stato smistato a Serpeverde in tutta la storia di Hogwarts?
La Salinger annuisce mesta.
«Lo so, ci sono rimasta male io per prima» sospira, scuotendo il capo. Georgiana, impassibile, continua a scrivere.
«Altro?» abbaia, richiamandoci all'ordine. Fa decisamente paura.
«Ancora una cosa» Sebastian si schiarisce la voce, abbozzando un sorriso «Opal Worthington ha fatto esplodere un libro in faccia a una delle due mini-Blackster»
Mi mordo la lingua, non ridere, e non sono l'unica: tutto d'un tratto Eugene trova particolarmente interessanti le sue scarpe, Carlisle è in preda a un maniacale attacco d'ordine e sistema i cuscini impilati alle sue spalle, Isabel e Audrey si contrallano rispettivamente le unghie ed eventuali doppie punte mentre Peter da una lustratina alla sua bacchetta e Julia tossisce discretamente.
«Libro esploso in faccia a mini-Blackster» mormora Georgiana, ignorandoci tutti, prima di chiudere il quadernetto con uno scatto secco «Direi che siamo a posto»
Inspiro a fondo, cercando di tenere a freno le palpitazioni: non è nulla di grave, in fondo, devo solo aiutarla. Nulla di impossibile.
E anche se Georgiana in questo momento è dolce, disponibile e tollerante come un Dorsorugoso in calore, è sempre sempre la stessa ragazza dal cuore grande, profondamente insicura e indiscutibilmente sognatrice di sempre. Non è notoriamente cannibale, anzi. A vedere quanto è magra si direbbe che tende al vegeratariano, ergo non mi sbranerà viva.
Abbozzò un sorriso, che ricambia con una smorfia truce.
D'accordo, come non detto, è assai probabile che possa decidere di divorarmi come spuntino di mezzanotte oggi. Ma tutti hanno un cuore, anche le cannibali arrabbiate perché appena mollate dal fidanzato imbecille di turno. Spero.
Mi schiarisco la voce, affiancandola, e mi stampo in faccia un sorriso che possa anche solo vagamente farmi sembrare più rilassata.
«Dunque» esordisce Georgiana, incrociando le braccia al petto «Come spero tutti voi sappiate, Riddle è un legimens e questo lo rende ancora più pericoloso di quanto già non sia. Siamo più vulnerabili davanti ad una persona che conosce i nostri segreti, figuriamoci davanti ad una che può navigarci dentro a suo piacimento..» lascia la frase in sospeso, guardandomi di sottecchi. Si aspetta che vada avanti io? Tossicchia. Si, immagino di si.
«Ehm.. c'è un unico modo per tenere una persona al di fuori della propria testa» inizio a dire, tentennante «O la si rende innocua, e per esperienza personale è alquanto difficile rendere innocuo Riddle» Carlisle ha un fremito, ma non gli lascio il tempo di parlare «o si fa in modo che ci sia un muro tra lui e i propri pensieri. Nel nostro caso, la seconda è la più auspicabile delle ipotesi.» una breve pausa, prima di riprendere a parlare «Nessuno di noi è Legimens, però tutti -presumo- conosciamo la formula e sappiamo come funziona l'incantesimo. Quello che stasera faremo, in sostanza, sarà utilizzare l'incantesimo scudo in modo tale che non vada a creare una barriera fisica ma mentale, ecco.»
Georgiana annuisce, agitandosi inquieta tra i presenti e dividendoli a coppie.
«Legilimes, per attaccare. Protego, per difendere» continua a ripetere, facendo di quella frase il suo mantra personale. E mentre l'aria inizia a saturarsi di magia, mi lancia una rapida occhiata meno ostile delle precedenti. Esame superato.

***

«Adesso tu mi spieghi per qualce assurdo motivo non mi hai mai detto questa cosa di Riddle» sbuffa Carlisle, spingendomi contro la parete alle mie spalle. Mi inchioda lì, guardandomi dritto negli occhi.
«Perché, come ti ho già detto, non è successo nulla di tale» inspiro a fondo, cercando di dominare la voce «Non esisteva ancora nessun club, non aveva nulla da perdere e nulla da proteggere»
«A parte te stessa» mi corregge cupo.
«Oh, avanti, non mi avrebbe fatto proprio nulla. La prima volta eravamo nel reparto proibito della biblioteca e sai com'è quell'arpia lì di guardia, no? Non se ne lascia scappare uno, sarebbe stato troppo semplice risalire a lui. E la seconda volta, c'eri tu» sostengo il suo sguardo, con aria di sfida «E poi dovresti tenere a mente che per lui siamo -o meglio, eravamo, adesso non saprei- creature da tutelare, possibili futuri assassini nella sua cricca. Non mi avrebbe torto un capello.»
Sbuffa, ritrovandosi ad ammettere, suo malgrado, che c'è una certa logica nel mio discorso.
«Sei convinto di quello che dico, zuccone?»
«Vorrei poter dire di no» brontola, scostandosi e dandomi le spalle «E' che non sopporto l'idea che tu ti possa trovare in una situazione potenzialmente pericolosa»
«Ma Carlisle, non essere sciocco!» esclamo, incrociando le braccia al petto.
«Non sono sciocco» ringhia «Sono solo.. preoccupato»
Sospiro, abbracciandolo da dietro e posando la fronte contro la sua schiena.
«Non c'è ragione di esserlo, lo sai vero?» bisbiglio.
«Non ancora» specifica.
«Ragione in più per non fasciarsi la testa prima del necessario, no?»
«Vorrei che tu non fossi così dannatamente sicura» confessa «L'idea che ti succeda qualcosa mi terrorizza»
«Cosa credi, che per me non sia lo stesso?»
E' una fortuna che non possa vedermi, mi sento bruciare la faccia come mai prima d'ora.
«Ogni volta che tu e Lewis battibeccate, ogni volta che ti vedo così impaziente di agire.. mi spaventi da morire, Carlisle. Io... io non voglio che tu..»
Mi si spezza la voce in gola, non riesco nemmeno a dirlo. E' più forte di me.
«Jill» mi chiama piano, dopo qualche attimo «Resta con me»
«Tutto il tempo che vuoi»
«No, io intendevo..» la sua voce è un soffio, appena udibile «Resta con me stanotte. Ti prego, Jill, resta con me»













28/03/2008
commenti (3) • tag: discussioni, confidenze, amori, amicizie, lezioni, litigi, conoscenze, grifondoro, corvonero

Io e Jillian entriamo tranquille nell’aula di Aritmanzia.
La prima cosa strana è un animato brusio: Nolasco pretende sempre il massimo silenzio, non vedo perché oggi dovrebbe fare un’eccezione.
La seconda cosa strana è l’agitazione della parte maschile della classe.
La terza cosa strana è una giovane donna bionda che siede alla cattedra. Al posto di Nolasco.
“Ho la vaga impressione di essermi persa qualcosa.”dico a Jill.
“Credo anch’io.”risponde lei, assumendo un’espressione poco convinta.
La donna bionda aspetta che entrino gli ultimi ritardatari e poi inizia a parlare.
“Buongiorno a tutti. Il professor Nolasco è dovuto tornare a casa per questioni familiari; io prenderò il suo posto, e sarò la vostra supplente fino alla fine dell’anno scolastico. Mi chiamo Martine Lewis.”
Jillian al mio fianco sobbalza. Un Serpeverde alza la mano e domanda:
“Mi scusi, lei è la sorella di Jasper, vero?”
Il viso della professoressa Lewis si addolcisce in un sorriso a fior di labbra.
“Sì, esatto. Altre domande?”
Nessuno interviene.
“Allora, direi di cominciare.”
Inizia a sfogliare il registro e poi apre il libro di testo.
“Andate a pagina 247.”
Jillian è pallida e non muove un muscolo. Le apro il libro e la scuoto appena.
“Jill? Va tutto bene?”
La mia amica fa un respiro profondo. Poi sfoglia il libro e dice:
“Ho l’impressione che Aritmanzia mi respinga. Adesso c’è perfino la sorella di Jasper ad insegnarla. I Serpeverde…sono sicura che loro c’entrano in qualche modo.”
Annuisco. La cosa mi pare lampante.

Ci avviamo verso la Sala Grande, abbastanza prive di appetito dopo la recente scoperta. Mentre entriamo, incrociamo lo sguardo di Georgiana. La nostra Caposcuola capisce subito che qualcosa non va e poco dopo viene da noi.
Al suo sguardo preoccupato [Jill in effetti sembra abbastanza provata], rispondo:
“C’è una nuova insegnante di Aritmanzia.”
“Sì, lo so. Nell’ultimo Consiglio d’Istituto Dippet ce ne aveva parlato. Com’è?”

Non sa di chi si tratta.
"È la sorella di Jasper.”mormora Jillian.
Georgiana appare colpita, ma mantiene il controllo.
“Siete sicure?”
“L’ha confermato, ad un’esplicita domanda di un Serpeverde. Si chiama Martine Lewis.”
rispondo.
“State tranquille. Al momento non possiamo farci nulla.”
Sembra preoccupata, mentre ci saluta per tornare al suo posto. Inizia subito a parlare con Julia e Sebastian, e poco dopo le loro espressioni sono tutte intonate: l’emozione dominante è l’inquietudine. Mi siedo al tavolo dei Corvonero, e poco dopo incontro lo sguardo di Rah, la Tassorosso che ho aiutato settimana scorsa con qualche ripetizione. Dal viso sorridente deduco che tutto è andato a posto. Meno male che qualcosa va a buon fine, ogni tanto.

***

Che razza di giornata!
Ci mancava solo Martine Lewis, adesso, a complicare le cose. Come se la situazione non fosse già abbastanza difficile.
Sto raggiungendo Peter, che mi aspetta giù nel Parco.
Spingo la porta e aguzzo la vista. Eccolo là, un poco discosto da un grande acero. Con Julia Versten.
Mi avvicino cercando di trattenermi.
Va bene. Julia ha sofferto tanto. Soffre ancora tanto.
Va bene. Sono compagni di squadra.
Va bene. Sono amici da prima che io e Peter iniziassimo anche solo ad uscire.
Ma questo non mi impedisce di essere gelosa di lei, di loro.
Perché non è una ragazza normale, con delle amiche? Invece la sua unica amica è Georgiana, e poi ha solo amici maschi. Amici tipo Peter.
E poi, per non farci mancare nulla, è bella anche se è pallida e con gli occhi segnati.
Ormai sono a un paio di metri da loro: è chiaro che stanno discutendo.
“Ciao, Audrey.”mi saluta lei.
“Tesoro!”dice lui.
“Salve…vi ho interrotto?”chiedo, con una smorfia.
“No, stavo andando.”risponde Julia, che infatti subito si congeda.
Peter ed io camminiamo per qualche istante in silenzio.
“Allora?”inizio.
“Allora cosa?”
“Non sopporto di vederti sempre con lei.”
“Sempre! Se sto sempre con te, o con la squadra.”
“Squadra in cui c’è lei.”
“Che però preferisce stare con i suoi amici.”

Resto zitta.
“Se hai voglia di litigare, beh…io non ce l’ho.”
“Neanch’io.”

A dire il vero, avrei voglia di litigare, eccome. Ma lo sguardo stanco del mio ragazzo ha spento la mia bellicosità. 
“Andiamo.”gli dico, prendendolo per mano.
Peter mi sorride:
“Portami dove vuoi. Mi fido di te.”
Sorrido anch’io. Non te ne pentirai, Peter.

***

È tardi quando rientro nella Sala Comune della mia Casa. Per fortuna, stavolta sono ancora dentro il coprifuoco. Georgiana non dovrà richiamarmi e io non mi sentirò in colpa. Audrey e il senso del dovere: una lotta impari.
Qualcun altro si trova qui: una figura maschile guarda fuori dalla finestra. O soffre d’insonnia, o anche lui torna da un appuntamento con la sua metà.
Mi pare di riconoscere Aedan Lywelyn, così pronuncio il suo nome, sperando di non cadere in una delle mie gaffe.
La figura sobbalza, e si rivela essere proprio il nuovo arrivato, catalizzatore dell’attenzione di buona parte delle Corvonero single. E di una larga fetta delle altre studentesse di Hogwarts. E ad essere sincera anche un paio di professoresse non sono rimaste indifferenti alla sua comparsa…ma forse è solo una mia impressione.
“Cosa ci fai qui?”chiedo, togliendomi il cappotto.
“Non riesco a dormire.”
“Stanco dopo un appuntamento con la tua bella?”
“Magari! E tu, invece? Tu sì che mi sembri stanca, dopo un appuntamento con Halbury.”

Ridiamo entrambi.
“Confesso, mi hai scoperto. Ma non è per l’appuntamento che sono stanca. Abbiamo quasi litigato.”
“E come mai?”

Se è sveglio a quest’ora, con tutto il lavoro che c’è da fare, dev’essere per una ragione abbastanza seria. Quindi, se vuole distrarsi con i miei problemi, si può anche fare. Chissà che non sappia darmi qualche consiglio.
“Per Julia Versten.”
Un sfavillio di curiosità brilla nei suoi occhi. Tutti sono interessati a quella ragazza.
Gli racconto in breve il mio arrivo, e mi dilungo sui miei timori: ci siamo seduti su uno dei divani, altrimenti credo che saremmo crollati per la stanchezza.
Alla fine del mio discorso, Aedan conclude:
“Dubito che la Versten abbia secondi fini con il tuo Peter.”
“Vorrei sapere da dove viene questa tua sicurezza.”
"È semplice. Abbiamo altri progetti.”

Se l’articolazione della mascella potesse slogarsi, e far sprofondare la mandibola fino al pavimento per lo stupore…beh, allora sarebbe ciò che mi sta succedendo. Ma anni di vita di società con la mia famiglia mi hanno insegnato a dissimulare le emozioni, quindi il mio viso limita ad assumere un’espressione di stupore infinito.
Questa me l’ero persa. Promemoria per il futuro: diventare amica di qualche Tassa ficcanaso.
“E bravo il nostro Lywelyn…!”esclamo.
“Tieni il segreto, capito?”mi dice con un sorriso un poco imbarazzato.
“Le mie labbra sono sigillate. Il favore è reciproco, s’intende.”
“Ovvio.”

Se fossimo nel mondo babbano, brinderemmo con un drink alla nostra salute.
Ma siamo ad Hogwarts, e quindi non resta che salutarci e andare a dormire.

Nel mio letto, non riesco a smettere di sorridere. Non so come mi sia venuto in mente di confidarmi con un semisconosciuto studente arrivato da poco. Ma queste confidenze notturne mi hanno tolto un peso dal cuore.


 













25/03/2008
commenti (5) • tag: amori, malinconia, dolore, addii, amicizie, serpeverde, riddle, momenti imbarazzanti, morsmordre

Le tende del baldacchino ricadono ai lati del mio letto, ma io guardo dritto sopra la mia testa, stesa con le mani intrecciate all’altezza dello stomaco. Stomaco che si è chiuso un paio di giorni fa, quando Edward mi ha spiegato .. un mucchio di cose, che faccio ancora fatica a comprendere. E che non mi permettono comunque di giustificare il suo comportamento nei confronti di Scarlett Lywelyn.
Mi sono resa conto di non sapere di lui nemmeno metà di quello che so di chiunque altro, quando dovrebbe essere il contrario; è pur sempre il mio ragazzo, e invece è poco più che uno sconosciuto. Noto i passi che entrano nella stanza, ma non faccio lo sforzo di alzare la testa per vedere chi sia: forse è Amber, stava trasferendo una nuova quantità di cuscini ridicoli ed orrendi che le ha mandato sua sorella.
Compio appena un lieve movimento che mi permetta di superare la punta dei miei piedi con lo sguardo, e mi ritrovo a fissare dritto in faccia la sopracitata bagascia, che cammina con lo sguardo perso nel vuoto, e la bocca semichiusa di chi non riesce a pensare e contemporaneamente controllare la propria muscolatura perché é troppo difficile fare le due cose allo stesso tempo. Faccio giusto in tempo a spostarmi sul fianco, per vederla cozzare con un 'tonc' sordo contro il baldacchino.
Quasi mi strozzo per soffocare una risata, subito interrotta dallo sguardo infuocato della mia compagna di stanza, che sembra sul punto di saltarmi alla gola anche mentre si massaggia insistentemente la fronte. Magari questa botta inaspettata le ha fatto cambiare idea sul conto di Ed, e d'ora in poi lo lascerà in pace; anche se, in effetti, sarebbe lui a dover smettere di cercarla.
Dopo uno sforzo di volontà, mi alzo, e con falsa disattenzione passo al fianco di Lywelyn e di tutte le sue parolacce smozzicate, e dopo poco faccio lo slalom attorno al birillo-Blackster, che si è precipitata in camera non appena la sua nuova amichetta si è messa a strillare come un'aquila. Già, perché ormai è palese che le due abbiano un piano criminale per la rinascita del club dei principi, che comprende la mia cacciata dalle braccia di Edward. Non posso fare a meno di scoppiare a ridere nel sentire Scarlett che si lamenta come se l'avesse trapassata una freccia; in fretta mi avvio verso la camera di Catherine, che mi aspetta per il tè.


***

un paio di giorni dopo.
Focalizzo la figura di Tom Riddle, seduto al tavolo di Serpeverde tra Lenore e Antonin Dolohov; i due sono costretti a sbracciarsi per attirare la mia attenzione, mentre lui non fa altro che fissarmi con sguardo di ghiaccio e un ghigno maligno sul volto. Chissà che vuole da me, stavolta. Mi avvicino con una certa perplessità ignorando Cate che, a sua volta, mi aspetta al tavolo. Al fianco di Jefferson Lennard si libera un posto nello stesso momento in cui lo raggiungo, dopo che lui stesso ha scostato con poca gentilezza dei ragazzini del secondo; e così, mi ritrovo a sedermi nel bel mezzo del gruppetto di Riddle, sotto lo sguardo attento del Caposcuola.
« ciao, Violet. » borbotta Jeff, senza neppure voltarsi di me, e piuttosto servendosi nel piatto una porzione più che abbondante di lasagne; al suo fianco, il giovane McDowning cerca di smettere di tossire, inutilmente, bevendo un bicchiere d'acqua. Riddle mi scruta ancora per qualche secondo, poi non fa altro che spostare lo sguardo sul suo piatto ed iniziare a mangiare in silenzio. Cerco una spiegazione presso Lenore, che a sua volta scruta il manico della forchetta come se vi fosse inciso il senso della vita. Senza fiatare, mangiucchio la mia lasagna, attendendo che qualcuno mi spieghi perché sono qui, ma riesco ad arrivare alla fine del pasto senza sentire neppure una parola che provenga dai miei vicini.
Faccio per alzarmi, del tutto intenzionata a raggiungere Catherine, e subito vengo raggiunta da Jefferson, che quasi cade faccia a terra per non lasciarmi allontanare da sola.
« ho diritto ad una spiegazione? » gli chiedo con un mezzo sorriso, mentre lui mi affianca e procede con me verso la grande porta a due battenti, spalancati.
« Tom voleva così. » scrolla le spalle, sorridendo gentilmente. Mi fa uscire per prima, seguendomi poi verso la Sala Comune. Catturo con la coda dell'occhio la sagoma di Tom che, seguito da quattro o cinque persone, compie il nostro stesso percorso.

***

« dunque? » Edward mi ha fatto prendere posto sul suo letto, ma non si è seduto al mio fianco, iniziando invece a camminare avanti e indietro per la stanza, borbottando a bassa voce e lanciandomi sguardi di sottecchi.
« allora. Promettimi che non reagirai male. » no, figurati. Questa premessa già mi rende parecchio nervosa, come testimoniano le mie dita, saldamente ancorate sul copriletto, seminascoste dalle pieghe del tessuto. Si ferma e mi fissa, affranto. Devo sembrare piuttosto smarrita, ed è come mi sento; mi sistemo distrattamente le trecce, cercando qualcosa da fare mentre lui raccoglie i pensieri, qualsiasi cosa abbia da dirmi. Non oso farmi idee prima di sentirlo parlare, forse perché ho troppa paura delle conclusioni che io stessa potrei trarre.
« Credo che siamo arrivati al capolinea. » scandisce guardandomi, per una volta, dritto negli occhi. Non capisco subito le sue parole; l'elaborazione è abbastanza lunga da costringerlo a guardarmi di nuovo, mentre pian piano la mia espressione si trasforma in una smorfia di disgusto e dolore. Ho un crampo allo stomaco che mi impedisce di astrarmi completamente. Zittisco di colpo il grido che mi risuona in testa, coprendolo con la mia voce, reale.
« mi staresti mollando, mh? » gli chiedo senza scompormi, limitandomi ad alzarmi in piedi di fronte a lui, giusto per vederlo arretrare, come se rifuggisse il contatto. Vorrei ricordargli che non gli facevo affatto schifo, fino a l'altro ieri; il suo letto è testimone.
Non risponde.
« è stato un piacere, Edward. » faccio per andarmene, tentando di superarlo, ma mi ritrovo a rischiare di sbattere la faccia contro il suo maglione. Il suo gesto mi porta a credere che voglia darmi un ultimo abbraccio, o qualcosa del genere. « non credi che sia già abbastanza doloroso così? » sibilo con risentimento, molto più di quanto avrei mai pensato di potergli dimostrare. Mi guarda con desolazione, facendo ricadere le braccia lungo i fianchi.
Tento di non destare sospetti mentre attraverso con tranquillità apparente la Sala Comune, per una volta tanto evitata dagli sguardi delle bambine che non hanno Edward da cercare al mio fianco, e anche da quelli di tutti gli altri; mi auguro che la notizia non si sia sparsa così velocemente, e in effetti è praticamente impossibile.
La camera vuota di Catherine mi accoglie più di quanto farebbe la mia; mi accascio sul suo letto, aspettando che compaia da un momento all'altro per consolarmi. Sento i suoi passi, la sua mano che si posa sulla mia spalla.
« vi? »
« è finita. »

***

« stupido maledetto marmocchio! » le mie dita affondano nella carne del collo di un ragazzino di Grifondoro, che ha osato intralciarmi il passo proprio mentre tornavo dalla mia passeggiata digestiva. Lo strapazzo, i segni rossi lasciati dalla pressione sulla sua pelle sono già più che evidenti.
Digrigno i denti. « il tuo sangue lurido ti impedisce di vedere dove metti i piedi?! » guaisce mentre cozza contro il muro, dove l'ha mandato una mia spinta. Ha scelto il momento sbagliato per mettersi in mezzo, decisamente il momento sbagliato. L'avrei ignorato in un'altra occasione, ma in questi giorni sono così nervosa che trapasserei l'acciaio con un morso.
Non ci sono tisane calmanti né pozioni che possano ridarmi la serenità che mi è stata tolta. Già, perché dopotutto ero contenta; oltre alle preoccupazioni per la Lywelyn e per altre mille cose, avevo davvero trovato qualcuno che mi desse sicurezza.
Mi rendo conto di tremare come una foglia solo quando una voce priva di accento mi riporta alla realtà.
« vorrei che questo finisse immediatamente. » Una donna bionda e di una bellezza quasi imbarazzante, il cui aspetto mi ricorda qualcuno, sta in piedi con le braccia conserte poco lontano da me. Allargo le dita e il ragazzino sfugge subito, singhiozzando mentre si barrica nel bagno all'estremità del piano.
« per favore, venga con me, signorina. » scandisce prima di farmi strada, i tacchi stiletto che battono secchi sulla pietra.
Mi spalanca la porta dell'ufficio di Nolasco, richiudendola alle mie spalle e andando a prendere posto sulla poltrona dietro alla scrivania.
« su, siediti. » faccio come dice, senza staccare lo sguardo dalle sue iridi di ghiaccio. Intreccia le mani e vi posa il mento, senza smettere per un solo istante di osservarmi. « sono Martine Lewis, la supplente del professor Nolasco. » socchiudo appena le labbra; possibile che .. « sì, sono la sorella di Jasper. » aggiunge con un mezzo sorriso, lasciandosi andare sullo schienale. « tu sei..? »
« Violet Traviston, sesto. »
« hm, come Jasper. Sei una delle sue conquiste? »
« non è il mio tipo..però giochiamo a Quidditch insieme. » meglio non inimicarmela; i Lewis non sono i primi buzzurri sulla strada, e la sua posizione nei miei confronti dev'essere positiva, a tutti i costi. Mi riserva uno sguardo soddisfatto, per poi cambiare di colpo argomento e registro.
« per quanto io possa trovarmi d'accordo con il tuo pensiero, Violet, ti devo chiedere di evitare di aggredire in pubblico altri studenti. Ora vai. A presto. » si alza in piedi e io faccio lo stesso, congedandomi sbrigativamente dalla mia nuova, molto utile, conoscenza.













24/03/2008
commenti (6) • tag: confidenze, amori, speranze, amicizie, conoscenze, grifondoro, corvonero, momenti imbarazzanti

Abbraccio il cuscino, come fosse qualcosa che non si dovrebbe mai e poi mai allontanare da me. Ripenso alla figuraccia che ho fatto giusto ieri con Damian Denholm. Mi rannicchio sotto le coperte abbracciando adesso violentemente quel povero cuscino. Vorrei scomparire. Sento le mie guance andare a fuoco, così come tutto il resto della faccia. Mi sono scontrata con lui, LUI. Da quando ho messo piede in questa scuola quel ragazzo ha fatto breccia nel mio cuore. E’ diventato una fissa per me, un idolo. Ho fatto una testa tanta a Sophie parlando di lui: com’è bello, come si muove bene, ha un abito nuovo.. bla, bla, bla. Mi mancava solo di tenere un taccuino con tutti i suoi movimenti ed inseguirlo che poi potevo dire di sapere veramente tutto, vita – morte – miracoli, di questo ragazzo. E io ieri ci sono andata a sbattere contro. Stupida bambina! Cerco di non pensarci, continuo a girarmi e rigirarmi nel letto. Mi metto addirittura a contare le pecorelle ma non funziona.
“Basta non ce la faccio più!” sibilo, alzandomi a sedere sul letto, facendo il più piano possibile per non svegliare le altre mie compagne di stanza che dormono sogni felici. Beate loro. Indosso la mia vestaglia color lilla e le mie pantofole. Fa freddo, appena varco la porta, ma scendendo in sala comune, dove il camino è ancora scoppiettante e subito mi sento meglio. Vado verso il divano, solitamente occupato dai ragazzi del sesto o del settimo, piazzato davanti al camino e mi siedo. Guardo con attenzione il calamaio, ormai finito, che è stato lasciato sul tavolo e lo trasfiguro in una tazza colma di tisana all’ortica. Forse questa mi aiuterà a riprendere sonno.

Una porta sbattuta, mi giro verso le scale e vedo un’ombra, quasi minacciosa in questo silenzio assordante. Un passo, due, tre e poi scompare. Un botto assordante e noto un ragazzo per terra, con le gambe in aria. “che botta!” penso tra me e me realizzando solo adesso il volo che ha fatto, povero! Non ce la faccio a trattenere una risata. Cerco di soffocarla poi con la mano, mentre il ragazzo si rialza, ma ormai è troppo tardi, mi ha sentita ridere. Massaggiandosi il fondo-schiena si volta verso di me, avvicinandosi: acciderbolina – porcapupazza, è Damian!
“Hey tu! Anziché ridertela così a crepapelle avresti potuto ricambiare il favore!” fa allusione al giorno prima, che se il ragazzo non mi avesse salvata, avrei battuto un bel tonfo per terra. Sorrido nuovamente, arrossendo – per fortuna che la luce è fioca e non può notare il mio grado di rossore! – “Scusa..” rispondo abbassando leggermente la testa. Mioddio che imbarazzo! Sono in pantofole e vestaglia. Si avvicina fino ad essermi di fronte.
“certo che in questi giorni ci incontriamo spesso, bionda!”
“è che prima non mi notavi!” rispondo per le rime. Ecco Elodie, prendi una pala per sotterrarti per favore. Perché non tieni mai quella boccaccia chiusa? Mannaggià!
“Beh, si vede che prima di adesso non ti eri mai premurata di schiantarti addosso al sottoscritto. Altrimenti non sarei stato affatto dispiaciuto di attutire il tuo corpicino nella caduta” Damian risponde con finta offesa subita, ed un sorriso sotto il naso degno del miglior furbo presente a Hogwarts. Abbasso nuovamente lo sguardo. –marpione- penso tra me e me, aggiungendo al mio pensiero anche un: adesso muoio! Che fare?.
“Come mai sveglio a quest’ora di notte? Appuntamenti segreti?” Oddio, la notte mi fa male. Io non posso rispondere a lui in quel modo: non devo, non posso, non voglio!
"Oh si, come hai visto, avevo un appuntamento segreto con una voglia ignota di andare in infermeria vista la caduta" dice, sedendosi di fianco a me. Comodo, mentre scioglie i muscoli della schiena con un movimento fluido. Scoppio a ridere sonoramente.
"Vuoi un pò di tisana anche tu? Ortiche!" chiedo gentilmente. Sto per morire, la mia faccia è decisamente a bollore, potrei cuocerci sopra qualcosa! Mamma quanto è bello, ed è anche a poca distanza da me. Il panico si sta facendo padrone: aiutoh!
"Vedo che cominci a capire quanto tu debba farti perdonare per non avermi fatto da materasso, bocciolo " mi chiama in quel modo delizioso per la seconda volta, sfilando la tazza dalle mie mani, sfiorando con le sue dita affusolate le mie. Ok. Adesso è troppo, non riesco più a reggere la tensione e la tisana che cercavo di prendere per tornare a dormire mi sarà praticamente inutile. Ho il cuore a mille, oddio, un colpo epilettico. Elodie respira, respira.
"Mi sa che io vado a farmi un giro fuori, mi fa caldo" mi alzo di scatto. Voglio fuggire da questa situazione imbarazzante.
"Stai scherzando, spero" Damian mi guarda, inarcando un sopracciglio. "Ti buschi un raffreddore da guinnes dei primati, se esci."

***
L’indomani mi sveglio con fatica. Un mal di testa allucinante si fa spazio, un martello continua a picchiettarmi dentro: tum – tum- tum.
“Elodie ma che faccia hai stamani? Hai avuto incubi?” mi volto stanca verso la mia compagna di stanza, Hope.
“Si effettivamente non ho dormito molto stanotte” non mi va di continuare questa discussione, o almeno, non mi va con lei e per evitare domande mi dirigo verso il bagno. Una doccia forse riuscirà a tirarmi su.

Scendo in sala comune dove un Damian assorto nei suoi pensieri è appoggiato su di una sedia, verso l’uscita. O cavolo, speravo di non incontrarlo stamani, dopo ieri sera. E non c’è modo per evitarlo, devo passare per forza da là davanti per uscire: maledetta sfortuna!
Prendo coraggio e via, parto in quarta verso l’uscita. Fortunatamente non mi ha notata, o almeno così speravo. Però quando con tutta la mia forza e velocità cerco di aprire la porta e di svanirne dietro, mi accorgo che lui si è buttato con la mano su di essa per non farla aprire. Fa tutto questo con molta nonchalance, continuando a leggere il libro che tiene sotto gli occhi, fino a quando: “Buongiorno Elodie” i suoi occhi chiari sono adesso puntati su di me “tutto bene?!”
“Una meraviglia, scusa ma adesso devo andare” dico tutto d’un fiato senza neanche dare un tono alle parole.
Inarca un sopracciglio, poco convinto dalla completa mancanza di spessore delle mie parole.
"Oh si, una meraviglia. Io, invece, sono diventato una suora, sai?" sono troppo impegnata a pensare al modo più semplice e veloce per aprire quella porta che LUI tiene con la sua mano per rendermi conto della poca verità delle sue parole.
"Oh, meraviglioso" rispondo, senza nessuna emozione, quasi. E' lì che sento il libro chiudersi nelle sue mani, e lui avvicinarsi.
" Non ti sarai davvero presa quel raffreddore perchè sei uscita ieri, mh?" chiede, indagatorio, a pochi centimetri da me.

Raggiungo, correndo, Sophie in sala grande. Mi siedo veloce al mio tavolo dove mangio qualcosa e poi scappo da lei: “Sophie devo parlarti!”. La mia migliore amica mi guarda con due occhi quasi preoccupati, come se fossi, di botto, diventata un’inferma mentale. “adesso” aggiungo. Si alza dal tavolo, salutando i suoi compagni e ci avviamo per i corridoi della scuola.
“Soph, non sai cosè successo ieri sera!”
“Eh no!” dice ironica.
“non c’è da ridere!” la ammonisco io.
“Ok, scusa. Dimmi tutto!”
“Ieri notte, io, Elodie Baudelaire, ho parlato di nuovo con Damian!”
“Giura?” - “Giuro!”
“Racconta tutto! Voglio sapere! Comunque, voi due, ultimamente vi state parlando un po’ troppo per i miei gusti, dato che prima neanche sapeva della tua esistenza!”
“Niente iio non riuscivo a dormire, sai, dopo la figura di merda dell’altro giorno dove gli sono volata praticamente tra le braccia… bhè insomma sono scesa in sala comune per bermi una tisana e chi mi raggiunge – volando dalle scale aggiungerei io? – lui!”
“ahah, come volando per le scale? Ahah. Non me lo immagino proprio!”
“Insomma, siamo stati là. Abbiamo parlato e scherzato un po’! Oddio Sophie, a me quel ragazzo mi fa impazzire! E’ troppo bello!” La mia amica mi guarda con fare materno. “Tesoro sono contenta per te.. però stai attenta! Non ci si può mai fidar troppo degli uomini! Soprattutto se, solo adesso e così spesso, si faccia vivo! El non ha senso! Stà attenta, per favore, non voglio che lui ti faccia stare male.” So quello che vuole dirmi la mia amica: lei sa che io muoio dietro lui da anni e che questa situazione, così tutto d’un tratto, è diventata strana. Io, la piccola tenera dolce El, innamorata. Sophie non vuole che io mi attacchi ancora di più a lui e non vuole che io rimanga scottata. Non devo ‘sognare’ o prendere troppe speranze da questo ‘rapporto’ che si è creato in questa settimana.












21/03/2008
commenti (5) • tag: amori, speranze, amicizie, dubbi, grifondoro, corvonero

"Rilassati Rose, alla fine i voti non sono tutto!”, ripeto alla mia compagna di stanza boccheggiante davanti ai miei occhi, colpita dall’ultima delle sue crisi di panico, ultimamente sempre più frequenti a causa dell’imminente avvicinarsi dei G.U.F.O. “Ora guardami attentamente”, le dico appoggiando le mie mani sulle sue spalle “e respira profondamente: fai come me” E così inizio a tirare profondi e lunghi respiri a ritmo regolare, come se stessi assistendo a un parto…
Sembra calmarsi; allontano lentamente le mani da lei, come temessi un altro attacco, e aspetto che ritrovi il suo battito normale; Continuo a chiedermi che problema avesse il cappello parlante il giorno che mi ha smistata in Corvonero: io qui non c’entro proprio niente. Studio? Il minimo. M’interessa?il necessario. Intelligenza? Beh dai voti non si direbbe…
Sospiro. “Stai bene? Devi metterti in testa che non è necessario avere tutte ‘E’, ci si può accontentare anche di una o due ‘O’”, cerco di spiegare al muro dalla sagoma di ragazza che mi trovo davanti. ‘Eresia!Bruciatela, è una strega!’; più o meno sono queste le frasi che potrei leggerle in volto in questo momento. “Sai, mio fratello aveva sempre ottimi voti e adesso che fa? Vive tra i babbani come uno di loro! A cosa gli sono servite tutte le sue E? A niente!”. Bene. Molto bene. Il colore sta ritornando dal rosa pallido al rosso acceso, con qualche punta di violetto………
Sono morta…
“Basta con questa storia di tuo fratello io non sono lui!” Fulmini, saette…e non escluderei di aver intravisto un leggero fumo spuntarle dalle orecchie.”Sai quanto è difficile diventare qualcuno quando si hanno genitori babbani?! Io parto già svantaggiata, non posso permettermi una O, non posso! Tu non capisci…”
“Ti ricordo che anch’io sono una ‘mezzosangue’” le dico gesticolando.
“E non dire quella parola!”. Gli occhi dietro gli occhiali si fanno sempre più grandi mentre il suo viso sembra un enorme sole rosso. Roteo gli occhi.
“E’ la pura verità! Dai sei talmente intelligente che non posso credere che tu possa avere paura di una parola!” . Mi guarda impietrita. A quanto pare si, invece. Ci rinuncio. “Io vado a fare colazione.” La liquido, stanca ormai dei suoi farfugliamenti. Spesso le persone più intelligenti sono anche quelle più stupide.
Scendo le centinaia di gradini che mi separano dalla Sala Grande. L’architetto che ha progettato questo posto voleva che gli studenti si mantenessero in forma, se no che senso avrebbero tutte queste scale! O forse era solo una persona intelligente…

Mi precedono decine di studenti diretti nella mia stessa direzione; i loro passi hanno qualcosa di ritmico, eppure loro non sembrano nemmeno accorgersi di essere perfettamente coordinati nel camminare. Mi viene da ridere: dal dietro sono così buffi!

“ Night and day, you are the one
Only you beneath the moon or under the sun
Whether near to me, or far
It's no matter darling where you are
I think of you…”


Canticchio sottovoce la lenta melodia di una canzone d’amore. Possibile che con tutto quello che sta succedendo nel Mondo la gente canti ancora l’amore, creda ancora nell’amore…
“Che canti oggi?”, la voce viene da dietro il mio orecchio sinistro. Sobbalzo. Henry Hallward ride alle mie spalle. “Davvero divertente Harry, grazie! Per poco non mi rovesciavo addosso la tazza di the che ho in mano!”. Ride di nuovo.
“No dai scusa…comunque l’hai scritta tu quella canzone?”. Sorrido amaro.
“Si, magari! Dei miei amici di Harwhic la ascoltavano spesso quest’estate, sai alcuni di loro hanno la radio…” Mi guarda stranito. “Oddio Harry, una radio!Te l’ho spiegato mille volte!”
“Si lo so ti prendevo in giro, è bello vedere quando ti arrabbi!”. Fantastico, io degli amici normali non li posso avere, vero?!
Sorrido (per la disperazione?!). “Piuttosto come va?”, gli chiedo. E’ da un paio di giorni che non riesco a parlarci insieme.
“Tutto bene, e tu invece, preoccupata per i tuoi esami?”. Si, come no…
Continuiamo il discorso per un paio di minuti sotto lo sguardo attento e micidiale di una ragazza del tavolo Grifondoro: Annette.
“Forse è meglio che tu vada, se lo sguardo delle tua ragazza fosse una lama tagliente, sarei già morta da un pezzo!” Si gira verso la biondina che lo guarda con sguardo risentito e piuttosto arrabbiato. Si gira verso di me sbuffando.
“Si certo…ma noi ci vediamo vero?”
“Se vuoi io sono sempre qui e non scappo…a meno che ‘la tua metà’ non decida di tradurre in atto i suoi pensieri perchè, se così fosse, è meglio dirci addio!”. Mi guarda sorridendo debolmente.
“Mi spiace, Sophie, se ti sto trascurando in questo periodo, ma sai Anne è molto gelosa e…mi spiace. Però se hai qualche problema, sappi che ci sono sempre per te!”
Quando esce con queste affermazioni mi verrebbe quasi voglia di tenerlo stretto a me per sempre, il mio Henry! Invece gli sorrido e basta, perché se osassi fare una cosa del genere, non so chi finirebbe prima a far compagnia alla Mound, se io o lui.
“Lo so…ma ora va o sarò la causa prima della fine di un amore..”. Lo lascio andare, anche se avrei voglia di parlare ancora con lui, di sentire i suoi problemi e confessargli i miei; come facevamo una volta, quando ancora non avevamo scoperto il fascino dell’altro sesso e l’amore, vera bestia dell’umanità, il sentimento più incomprensibile ed indescrivibile in questo mondo, soggetto prediletto della maggior parte delle canzoni, libri, poesie e quant’altro. Eppure…so per certo che se ognuno di noi fosse una canzone, se fossimo fatti di note e melodie, la mia canzone preferita sarebbe il mio Henry…
Sorrido ancora mentre si siede a fianco della sua ragazza e riesce con poche parole a farle dimenticare la mia esistenza…

Pranzo.“Vedi Sophie, io te e molti altri avremmo molto meno problemi se non ci fosse gente come i Serpeverde…come quelli là”, mi dice indicando con un accenno il tavolo delle serpi.
Distoglie subito lo sguardo da loro: non sia mai che la vedano guardarli e che comincino a prenderla di mira!
“Avremmo problemi comunque, ma sono d’accordo, non so chi gli abbia messo in testa quelle idee, ma sono davvero malsane!”. Guardo il solito gruppo dei cosiddetti ‘principi’ (di cosa poi??), splendenti nella loro illusione di perfezione. Sembrano appena usciti da un altro mondo: belli, ben vestiti, acconciature perfette; su di loro, così perfetti, non ci sarebbe nulla di interessante da dire, da scrivere; anche se quelli della loro specie, solitamente sono anche quelli che hanno di più da nascondere: sono i moderni Dorian: perfetti all’apparenza, ma da qualche parte hanno un ritratto che nasconde la loro vera natura e tutti i loro crimini.
“Bè, io avrei la vita semplificata se fossi”- adesso bisbiglia per non farsi sentire-”purosangue”, -riprende col tono normale-”ma non lo sono e mi tocca sgobbare il doppio di quello che fanno loro”
Rose a volte sa essere davvero ridicola.
Continuo a studiare Norwood, Lewis, la Blackster, la new entry-Lywelyn e anche la Traviston,e non posso fare a meno di pensare che ci sia qualcosa di profondamente sbagliato in loro; mi verrebbe voglia di andare lì e scompigliargli i capelli, o fare altre cose stupide del genere, renderli meno perfetti e mostrare a tutti che in fondo sono umani anche loro;”Oppure hanno venduto l’anima al diavolo…”, bisbiglio sorridendo.
Dopo un paio di minuti passati ad osservarli, durante i quali la mia compagna di stanza si è lanciata a capofitto nel dolce alla crema che ha davanti,mi viene in mente una frase:
“Scelgo gli amici per la bellezza, i conoscenti per il buon carattere e i nemici per l’intelligenza.” *" dico, rivolgendomi a Rose," sembra questo apparentemente il loro modo di giudicare, il che significa che c’è una nota positiva: in questa scuola ci sono più persone intelligenti di quanto immaginiamo.” Rose mi guarda dapprima sorpresa e poi mi sorride finalmente;”Bè, probabilmente è così..almeno significa che siamo tra le persone intelligenti!”, un altro sorriso per poi dedicarsi completamente al suo dolce. Io lancio l’ultima occhiata alla grande sala ghermita di studenti. Chissà quanti nemici hanno in questa scuola?

Si, probabilmente l’unica cosa che ho in comune con i miei compagni di casa, è la mia passione smisurata per la biblioteca: silenziosa, calma, e con la giusta dose di ‘vecchio’, tanto quanto basta per farti sembrare di vivere in un’altra epoca, in qualche corte o castello, prigioniera o regina, sconsolata o potente; a ognuno il suo.
“Elodie, ho visto male o Damian Denholm è appena sbucato fuori dal tuo stesso corridoio?”, chiedo alla ragazza dall’apparenza tanto fragile che si sta sedendo al mio tavolo. Arrossisce appena, cercando palesemente di trattenersi.
“Mi ha aiutata con un libro…è stato molto gentile…”. Sorrido davanti al suo imbarazzo nel parlare dell’unico ragazzo che le sia mai piaciuto davvero. E’ impossibile non volerle bene se la si conosce: sono dell’opinione che non esista creatura più dolce di lei, anche se a volte la sua testardaggine mi fa pensare il contrario! Tanto dolce, tanto fragile…che ogni volta ho paura che qualcuno possa romperla, o rovinarla per sempre; è proprio come una bambola di porcellana, la si deve tenere con cura perché le possibilità che vada in mille pezzi, se cade, sono altissime; Per questo ora ho un po’ di paura, dopo aver osservato lo sguardo che le ha rivolto il ragazzo mentre si allontanava: pochi attimi, se non qualche secondo, è bastato per farmi capire che anche lui ha scoperto che è entrato in contatto con qualcosa di raro e bellissimo.
‘Stai attenta…non cadere, ti prego…’, urlo nella mia testa, ma lei non può sentire, ma lei non vorrebbe comunque sentire. Più che un’amica Elodie è come una sorella per me; una sorella minore alla quale bisogna badare; ma con tutta probabilità mi sto preoccupando troppo per qualcosa che non c’è, così mi chino sul libro per cercare di finire almeno l’ultimo capitolo di Storia della Magia e l’ultima cosa che noto prima dell’’immersione’ è il suo sorriso incontrollabile.

"Day and night, night and day
Under the hide of me
There's an oh such a hungry yearning burning inside of me
And this torment won't be through
Until you let me spend my life making love to you

Day and night, night and day "


Cammino per i corridoi del castello, sola, come trasportata da un istinto che mi è ancora oscuro. Nel lungo corridoio solo i miei passi. Cammino; questa è musica. Una melodia dolce e malinconica si sente appena, mentre porta avanti la sua battaglia contro la porta della stanza, chiusa. Vuole uscire: è prigioniera.
Mi avvicino sempre di più alla porta, chiedendomi chi mai possa suonare il piano qui, ad Hogwarts, in una maniera così divina. Tocco la maniglia e socchiudo, il più silenziosamente possibile, per non farmi scoprire; la musica mi travolge in tutta la sua forza e bellezza. Mi tremano le mani nello sporgermi per vedere che sia capace di tutto ciò: potrebbe accorgersi di me e porre fine a questo sogno; non lo posso permettere. La stanza non è ben illuminata e vedo solo la sagoma di una ragazzo controluce, i suoi capelli biondi e le mani, che si rincorrono veloci sui tasti del pianoforte.
Questa è vera magia, non quella che ci insegnano qui. Ritiro la testa senza chiudere la porta e mi appoggio al muro. Lascio che la musica mi entri dentro e mi rapisca e mi tolga il respiro. E’ impossibile descrivere tutte le emozioni che sento. Chiudo gli occhi. La vedo; è davanti a me, la Musica. Voglio toccarla, voglio toccare le note e i suoi colori freddi: blu, azzurro, viola:rabbrividisco. Malinconia, angoscia, amarezza. Lei danza davanti a me ed è bellissima.
Danza e poi… smette, sparisce: la musica è finita, il brano è concluso. Applausi? No quelli sono per i grandi teatri, per gli artisti, non per gli angeli.
Mi allontano senza farmi sentire: non voglio che mi veda e non voglio vedere lui; voglio continuare ad osservarlo da lontano, per sempre; o almeno finchè non finisce la composizione.
Arrivata all’angolo lancio l’ultima occhiata prima di tornare alla dura realtà scolastica: grazie per le emozioni che non sai nemmeno di avermi dato, grazie angelo biondo….
”A presto…”
Cammino. Nel corridoio solo i miei passi, finchè non ne cominciano a sopraggiungere altri: sono di nuovo nel mondo ordinario.
Allora, la canzone che ho citato è di Frank Sinatra, è uscita pressochè in quegli anni e si chiama "Night and Day"(come avrete notato...!) ed è veramente bella(se vi piace il genere...song)
*è una frase tratta da "The picture of Dorian Gray" di Oscar Wilde...che io personalmente adorooo!!XD
Anche una citazione che ho fatto prima era relativa a questo libro...












18/03/2008
commenti (4) • tag: discussioni, amori, sogni, speranze, amicizie, dubbi, lezioni, grifondoro

« vuoi finire nei guai? vuoi finire nei guai?! » strillo e minaccio una biondina di Serpeverde, che per tutta risposta non fa altro che scuotere la chioma e ridermi in faccia. La sua sorella gemella sta in disparte, evitando di farsi coinvolgere, ma sospetto che stia meditando di andare a chiamare qualcuno dei loro amici grandi,grossi e decisamente troppo forti per me. Alle mie spalle, un ragazzino del terzo osserva la scena con gli occhi lucidi; la bionda, di sicuro non molto più grande di lui, lo stava minacciando. E perché? Perché è figlio di babbani! Ci sono tante cose che posso accettare, ma questo genere di insulto insensato e non rientra nella categoria.
« non ti consiglio di metterti contro di noi. » sibila in risposta, scrutandomi dal basso con un sorrisino irritante sulle labbra; sono certa che sia più piccola di me, almeno di un paio d’anni. « sai chi è Deirdre Blackster? beh, è mia sorella, e non è bene sfidarla. »
E’ costretta a smettere di parlare da un forte botto: il libro che teneva in mano è saltato in aria, e ora sta ricadendo sulle nostre teste sotto forma di coriandoli di carta. Ops, l’ho fatto di nuovo; giuro che non ho nessuna volontà di far esplodere le cose: succede e basta. La giovane Blackster trema e avvampa, fissando con la bocca spalancata il suo palmo teso. Lentamente riporta lo sguardo su di me, con le fiamme nelle pupille.
« tu, schifosa grifondoro! » flette le ginocchia come se stesse per saltarmi addosso.
Ma, grazie al cielo, interviene salvifica un’altra voce. « cosa sta succedendo, qui? » chiede Sebastian Lang, il mio Caposcuola, intervenendo nel quadretto con prontezza, seguito dalla sua amica Julia Versten. A mia volta, non posso fare a meno di arrossire per la figuraccia che sto facendo; abbasso lo sguardo, soffermandomi giusto per un istante sulla ragazzina che ha già raggiunto la sua gemella senza neppure provare a dire qualcosa in propria difesa.
« stava aggredendo un ragazzino .. poi le ho fatto esplodere il libro .. » biascico senza trovare il coraggio di rialzare gli occhi fino a che non ho finito, e ancora temo di sembrare decisamente troppo contrita per l’accaduto. Non è la prima volta che qualcuno deve intervenire nelle mie esplosioni di forza d’animo, per non parlare delle esplosioni reali. Incontro lo sguardo divertito di Julia, poi passo a Sebastian, attendendo di conoscere il mio destino.
« esplodere il libro. » gracchia divertito, mentre sulla sua mano tesa ricade un pezzetto di carta; lo stringe nel pugno, scambiandosi uno sguardo con Julia.
« facciamo finta di niente, ok?! » dice lei, interpretando le occhiate del suo amico e rivolgendomi un sorriso scaltro; sembra proprio il tipo di ragazza che non ha paura di niente, quello che dovrei essere io. Invece arrossisco di nuovo, e dopo averli salutati con un nervoso agitarsi della mano corro via, trascinandomi dietro la mia tracolla stracolma.

***

Sotto lo sguardo attento e piuttosto divertito di Benton, sto intrattenendo una conversazione tutt’altro che amichevole con Jillian McKanzie, che si è fatta portavoce dei Corvonero in questo piccolo dibattito magico. All’opposto della mia tesi, sostiene che l’incanto flagrate bruci realmente, e non sia soltanto un sistema di marchiatura magica.
« e allora, Jillian, che ne diresti se lo provassi sulla tua faccia? » no, in genere detesto fare l’antipatica, ma non può che venirmi dal profondo del cuore, visto che lei insiste così tanto nel controbattere anche quando tento di mettere una parola di chiusura. Storce il naso, facendo leva con i palmi sul banco per alzarsi in piedi e fulminarmi più agevolmente. Faccio per sollevarmi a mia volta, ma Cecily mi prende per il braccio, costringendomi a rimanere seduta. E’ il momento per Benton di intervenire, obbligandoci ad abbandonare la sfida verbale, visto che è finita l’ora.
« visto che l’argomento vi interessa così tanto, per la prossima volta mi farete tutti una ricerca di 500 parole su questo tema. Andate in pace! » alza le braccia e poi, con un grande sventolare di tunica, si ritira nel suo ufficio uscendo dalla porta sul fondo dell’aula.
Jillian ancora mi scruta, aspettando che io riprenda a bisticciare per l’ennesima volta. Ricaccio i miei libri in borsa e mi dirigo verso l’uscita dall’aula; non sono così sciocca da mettermi contro una Corvonero, soprattutto non contro una che di incantesimi capisce quanto me, se non di più. Sbuffo rumorosamente, avviandomi lungo il corridoio e precedendo tutti verso la Sala Grande, dove tra poco verrà servito il pranzo; se solo avessi l’amplombe di Julia. Non so come abbia fatto a resistere senza neppure incrinarsi alla morte di Ida, quando persino io mi sono ritrovata a piangere. E poi ..
OH NO. OH NO. Improvvisamente mi trasformo in una statua di sale, immobile sulla porta della Sala Grande, proprio in mezzo al traffico, e non riesco neppure a muovere un dito. Verso di me si è voltato Milo Ashmore, e giuro che per un momento ha guardato verso di me. Di me! Sono sul punto di svenire, proprio in questo momento, proprio in questo posto, davanti a tutti. Richiudo di scatto la mascella solo quando mi viene posata una mano sulla schiena, interrompendo il mio momento di deliquio interiore.
« Milo? » chiede Jillian, spuntando al mio fianco e rivolgendomi un sorriso molto, molto più gentile di quanto mi meriterei per quel che le ho detto poco fa.
Annuisco debolmente, ricevendo in risposta uno sguardo comprensivo; sospira, voltandosi verso di me dopo averlo osservato per qualche secondo.
« ti capiamo tutte. » ridacchia, spingendomi quanto basta per scollarmi dal pavimento e farmi fare qualche passo in avanti. Mi areno di nuovo quando vedo la Sua figura, quasi sollevata da terra, venire verso di noi al seguito del ragazzo di Jill.
« svengo. » pigolo sgattaiolando alle sue spalle, e accartocciandomi per non farmi notare. Non ho nessuna confidenza con lei, me ne rendo conto solo dopo averle strapazzato un braccio; la lascio andare e scappo via, sedendomi in scivolata al tavolo di Grifondoro. Noir Varesco smette di piluccare la sua insalata scondita e mi guarda come si guarda una pazza.

***

Mi rannicchio nella poltrona, nascondendomi dietro ad un gigantesco volume di incantesimi che ho preso da poco in biblioteca. Forse avrei fatto meglio a diventare un’allevatrice di Puffskein, e non intestardirmi sulle aspettative dei miei genitori, studiando come una matta per diventare Auror.
Nella tasca dei jeans è appallottolata l’ultima lettera di Nate: tra una settimana tornerà in Inghilterra dopo tre mesi di addestramento in Turchia. Si è ustionato una mano lanciando un incantesimo sbagliato durante l’esame, ma si è preso il dovuto attestato di merito; ora completerà gli studi a casa, e tra qualche mese otterrà il suo titolo di Auror. Un’eternità di fatiche a cui mi sottoporrò anch’io tra non molto tempo, sempre che riesca a prendere cinque M.A.G.O.. In questo caso, avrò già un posto prenotato nella graduatoria di accesso all’Accademia, e spero di riuscire ad entrare in uno dei sette posti disponibili.
« argh! » sobbalzo quando sento sbattere forte una porta nel corridoio dei ragazzi; subito dopo, Garet Haslett spunta nella sala comune, insultando Sebastian, che lo insegue con aria esasperata. C’è tempesta nell’aria.













17/03/2008
commenti (3) • tag: amori, amicizie, lezioni, conoscenze, corvonero, tassorosso, momenti imbarazzanti

Le giornate di sole hanno lo straordinario potere di mettermi di buon umore.
Il verde cupo della foresta sembra nero contro l'azzurro limpido del cielo, mentre scendo verso la lezione di Cura delle Creature Magiche, affiancato da Milo e Eugene.
Il biondi strizza gli occhi, canticchiando un assolo che gli è stato affidato (tanto per cambiare) ieri sera a prove, mentre il moro intona una leggera melodia di un vecchio pezzo che gli risulta particolarmente ostico. E' un po' come trovarsi prigioniero tra due giradischi impazziti, che vanno a canone e suonano due cose completamente diverse.
«...Cerf-volant / Volant au vent / Ne t'arrête pas / Vers la mer...»*
«...komm Jesu, komm mein Leib ist mude...» *
«Pensate di passare a una lingua che è comprensibile anche al resto del mondo o continuerete a comunicare così per il resto della giornata?» commento più acido di quanto non intenda essere, aggrottando la fronte. I due si lanciano un'occhiata divertita, alzando leggermente il tono di voce.
«Recepito» sospiro, affondando le mani nelle tasche dei pantaloni. Poco davanti a me, un'entusiasta nuova studentessa saltella allegramente lungo il dolce pendio della collina, guardandosi attorno con la stessa curiosità di un bambino che è appena entrato nel Paese dei Balocchi; il vento gioca distrattamente con le frangie della sciarpa che si è stretta attorno al collo. Dorothy, mi pare di aver capito.
Affretto il passo, allontanandomi dai miei due compagni canterini quel tanto per basta per rendere le loro voci parte del brusio di sottofondo: accanto a noi avanzano spavaldi i Grifondoro, levando al cielo ululati di gioia all'idea di passare l'intera mattinata al sole, distesi su un prato. Cosa piuttosto rara, se si pensa che Collins preferisce insegnare in classe piuttosto che all'aperto.
Il professore ci accoglie con un saluto blando, mentre alle sue spalle un gruppo di splendidi Aethonan dal manto color nocciola brucano placidi l'erba, rinchiusi in un recinto di legno.
«Come spero abbiate capito» inizia a parlare con voce bassa, monocorde «Oggi ci occuperemo di questi Aethonan. Sono creature docili, per nulla aggressive, ma particolarmente sensibili ai rumori: vi pregherei di rimanere tranquilli, onde evitare di innervosirli con inutili chiacchiere, d'accordo?»
Mormorii di disappunti, esclamazioni contrariate: il repertorio si esaurisce in fretta, mentre Eugene si piazza al mio fianco e mi rivolge la parola in una lingua finalmente comprensibile.
«Sono davvero come dice?» indaga, fissando gli animali dubbioso. La luce del sole, impietosa, fa risaltare ancora di più quei pochi lividi violacei rimasti a chiazzargli il volto altrimenti pallidissimo.
«Che io sappia, si» scrollo le spalle, posando la borsa su un ceppo e rimboccandomi le maniche «Non ho mai avuto modo di vederne uno prima»
«Io si» s'intromette una vocina squillante, alla mia destra. Ci voltiamo entrambi, in perfetta sincronia, verso una rossissima Dorothy.
«Ah» commenta laconico Eugene, incrociando le braccia al petto.
«Davvero?» m'informo io, colpendolo con una gomitata. La cortesia, questa sconosciuta.
«Si si» annuisce, corte ciocche castane che vanno su e giù impazzite «Mia madre ne ha avuto qualcuno, al negozio e» spiega, gesticolando come un forsennata «Sono semplicemente adorabili!» un largo sorriso, subito stroncato dalla voce di Collins che ci piove addosso, gelida.
«Hunnam, Crowley! Basta parlare! Pennington, raggiunga il signor Ashmore e si metta al lavoro!» abbaia fino a diventare rauco. Eugene sospira, eloquente, salutandomi con un cenno e trotterellando verso Milo, alle prese con un esemplare particolarmente gracile. Sia mai che le due voci più preziose della scuola rischino non potersi esprimere a causa di una creatura vivente!
«Vediamo quanto sono adorabili, allora» sorrido, stringendomi nelle spalle. Lei annuisce, entusiasta, avviandosi verso un Aethonan dal manto lucido e indole vivace, avvicinandolo con una sicurezza notevole.
«Vedrai, ti piacerà da morire!» mi assicura, accarezzandogli il muso.
«Oh, su questo non ho dubbi» sorrido, allungando a mia volta una mano verso l'animale che nitrisce debolmente, compiaciuto da tanto attenzioni.

***

Dorothy (perché si, si chiama Dorothy) è una persona con il sole dentro.
Sorride, chiacchiera un sacco e accompagna ogni sua parola con un gesto; nel giro di due ore di Cura delle Creature magiche ho scoperto più cose di lei di quanto avrebbero potuto dirne in una settimana in Sala Comune, come ad esempio che la madre gestisce un negozio di Creature Magiche dove lei passa giornata intere, che ha un fratello a Corvonero e che è allergica ad un sacco di cose al punto che non ha potuto frequentare Hogwarts fino a quando non hanno creato il braccialetto che porta al polso, l'unica cosa in grado di entrare in un'aula di Pozioni senza uscirne, due secondi dopo, coperta di bolle. E' una di quelle persone che trasmettono allegria, in un certo senso.
Sbuffo appena, aspettando che Eugene finisca di riempirsi il piatto con una porzione di pasticcio tale da poter sfamare un intero orfanotrofio londinese.
«Hai fame?» osservo caustico, in attesa che il vassoio arrivi alle mie mani.
«Sono nella fase della crescita» ribatte lui, altrettanto velenoso, stando attendo a non macchiarsi la camicia intonsa, fresca di lavanderia, con schizzi di sugo.
«Oh, certo! Il piccolo Eugene ha bisogno di energie per crescere sano e forte!» commento, con una vocina esageratamente acuta. Non risponde nemmeno, sbattendomi il vassoio con la lasagne davanti. «Grazie, mio piccolo Lord»
«Non c'è di che, principino.»
«Anti-principino, di grazia» lo correggo servendomi di una porzione molto meno abbondante nella sua e passando il vassoio a una Cassandra Becket particolarmente loquace. Mi sorride appena, senza interrompere il discorso che catalizza tutta l'attenzione della sua amica, Alexa.
«Chiedo venia per la mancanza» sghignazza lui, prima di tapparsi la bocca con un boccone.
«La tua ironia mi sconvolge, Eugene.» commento con un sorriso, iniziando a mangiare a mia volta.
Santo Merlino, gli elfi si sono proprio superati oggi!
«Milo si sta perdendo qualcosa di peccaminoso» bonficchia il mio biondo amico, tra una forchettata e l'altra.
«Mi hai letto nel pensiero» annuisco «Dici che se gli portiamo qualcosa in infermeria la Moud ci uccide?»
«Naaaa, non credo. Se tollera i biscotti, tollererà anche il pasticcio.»
Voglio un gran bene a Milo, è una persona sorprendente. Grande voce, grande fascino, grande carisma, su questo non ci piove. Ma se c'è una cosa in cui non eccelle, è nella Cura delle Creature Magiche: è riuscito a farsi mordere la mano dall'Aethonan più pacifico di questo mondo. Il cielo solo sa come ci sia riuscito.
«Allora dopo vado a fargli visita. Vieni con me?»
Annuisce, bevendo un sorso d'acqua.
«Fatta» sorrido, buttando l'occhio sul tavolo dei Corvonero: Audrey, Laura, Isabel e Rachel sono immerse in una fitta conversazione piuttosto concitata e, di tanto in tanto, lanciano occhiate verso di noi. Conoscendole, si staranno chiedendo dove è il bel Milo. Però. Però Jillian non c'è.
«Se cerchi la tua bella, non è qui. Ha saltato tutte le lezioni della mattinata e nessuno l'ha vista in giro.»
«Da quando sei un legimes, Eug?» indago, dubbioso.
«Non sono un legimens, sei tu che sei un libro aperto quando si tratta della tua fatina trottolina» commenta con una smorfia.
Poso la forchetta nel piatto vuoto, con un sospiro.
«Tutta invidia, mio caro, tutta invidia.» lo bacchetto con aria volutamente saccente. Non mi risponde, a causa di un eccesso di risatine vagamente isteriche.
«Torno subito, eh!» mi alzo, per raggiungere il tavolo dei Corvi, ma una Isabel particolarmente agitata mi blocca a metà strada.
«Se cerchi Jillian, è in camera sua. Non sta bene. Anzi, non sta per niente bene.» si corregge, aggrottando la fronte «Ma ha detto di dirti che non ti devi preoccupare, comunque»
Si certo, come no. Come se fosse possibile.
Sbuffo.
«Grazie. Eugene invece gode di ottima salute, al massimo rischia di strangolarsi con un boccone troppo grande per la sua boccuccia dorata.»
Avvampa, presa alla sprovvista.
«Io non stavo andando da Eugene!» protesta con voce stridula, fulminandomi.
E io non stavo venendo a chiederti della mia ragazza, no.

***

Non è la prima volta che entro nella Sala Comune dei Corvonero.
Entrarci in pieno giorno, però, quando è deserta e tutti gli studenti sono a pranzo o in biblioteca, fa un certo effetto. Sembra quasi abbandonata, priva di tutta la vitalità che le è più consona: libri dall'aspetto difficile e noioso troneggiano abbandonati sui divani e sulle poltrone, bottiglie di burrobirra sono ordinatamente accatastate contro una parete, un cestino in un angolo trasborda pergamene appallottolate. Supero la bianchissima statua di Rowena Corvonero, oltrepassando la porta che separa la grande sala ariosa dai dormitori; ma non appena faccio per imboccare il corridoio di sinistra, quello che porta alla stanza delle ragazze, una mano invisibili mi afferra per la collottola e mi ri-lancia, letteralmente, nella Sala Comune, mentre una voce incredibilmente acuta e incredibilmente poderosa mi urla dietro che sono un pervertito della peggior specie.
Le disgrazie però non vengono da sole, no: non faccio in tempo a rialzarmi che subito una figura sottile e slanciata mi compare davanti, strillando come una furia.
«Tu, essere abominevole! Come hai osato mettere piede nel dormitorio femminile?»
Georgiana Harrington, in preda ad una furia cieca e assassina, mi punta contro un indice accusatore mentre snocciola tutta una lunga serie di motivi per cui meriterei di morire in quanto appartenente al sesso maschile. Con addosso una camicia da notte bianca, di quelle che solo mia nonna userebbe. Fa quasi paura.
«Georgiana, ehm...» la interrompo nel bel mezzo del suo monologo. Si ferma, boccheggiante, rivolgendomi un'occhiata di odio puro, per poi riconoscermi.
«Ah» commenta, abbassando le braccia «Carlisle. Che ci fai qui?» sembra sospresa, mentre incrocia le braccia al petto e mi scruta con diffidenza.
«Sono venuto a trovare Jillian»
«Ah certo» commenta meccanica, con una scrollata di spalle «Vuoi che vado a chiamartela?»
«Io ho il vago sospetto di non poterlo fare senza essere insultato come se fossi un criminale della peggior specie» abbozzo un sorriso, lei una smorfia imbarazzata.
«Sai, non si può mai dire con voi ragazzi...» balbetta, dondolandosi sui piedi per qualche attimo, prima di voltarsi di scatto e sparire oltre la statua di Rowena.
Questa ragazza dovrebbe respirare, ogni tanto.
Mi lascio cadere su un divanetto, prendendo in mano un libro appoggiato sui cuscini: Manuale di Trasfigurazione applicata - volume terzo. Una lettura facile, leggere, di quelle adatte per conciliare il sonno.
«Carlisle...?» la vocina flebile di Jillian, mi fa sorridere.
«Ehi» alzo lo sguardo, trovandomela davanti tutta infagotatta in una vestaglia color pulcino che lascia intravedere appena un pigiama rosa pastello. E' la giornata dell'abbigliamento notturno, com'è che nessuno a Tassorosso lo sapeva? Nemmeno i gli Stupi-principi di Serpeverde ne erano al corrente! Strano.
«Come stai?»
Scrolla le spalle, sedendosi accanto a me. Ha gli occhi lucidi e il naso arrossato, un enorme fazzoletto tutto appallottolato stretto nella mano destra.
«Ho avuto BoBeDDi Bigliori» biascica, rabbrivididendo appena «Bi sa che ho u- po' di raffreddore.»
«Un po'?» mi scappa una risata, mentre la stringo a me in un abbraccio «Tesoro mio,tu stai scoppiando di raffreddore!»
«Ba che fai!» protesta, divincolandosi senza troppa convinzione «Trasudo gerBi da oDDi poro, staBBi loTTaDo!»
«Oh, non essere ridicola» protesto, stringendola più forte «Non morirò certo per cinque minuti!»
Lei sbuffa, arrendendosi.
«DoD dire poi che DoD ti avevo avvertito» mi intima, sprofondando la faccia nel mio petto.
Sorrido, baciandole i capelli. Anche così è adorabile. Ma è mai possibile?
«Mi sei mancata, oggi.»
«ACChe tu.»

 



*Eugene sta cantando un pezzettino di Cerf-volant, dalla colonna sonora de Les Choristes, che se vi interessa potete trovare qui, mentre Milo si diletta in Komm Jesu Komm di Bach, che potete ascoltare qui. Nel secondo video canta il coro di cui faccio parte io <3 Amate entrambe le canzoni, che sono bellerrime <3












14/03/2008
commenti (5) • tag: amori, malinconia, dolore, amicizie, litigi, grifondoro, corvonero, momenti imbarazzanti, fidelius

diversi giorni fa.
Momento di attaccare gli avvisi in bacheca, come faccio spesso; tengo tutti i miei bei foglietti stretti in mano, e con cura li appunto uno ad uno al rettangolo di legno, approfittandone per leggerli, visto che per ora non ne ho avuto il tempo.
Tra annunci di ripetizioni offerte e cercate e altri foglietti di scarsa importanza, conservo una posizione d’onore per l’avviso sul Quidditch: un cacciatore si è sfracellato a terra durante un allenamento e s’è rifiutato di ricominciare a giocare. Siamo alla ricerca di un giocatore per la partita di questo weekend, e così domani pomeriggio ci saranno delle audizioni d’emergenza.
« questo è tempismo, non c’è che dire! » alle mie spalle è apparso Aedan Lywelyn, tutto arruffato dalla notizia di cui ha appena preso atto; non ho socializzato molto con lui, ma intuisco al primo colpo che gli interessi quel posto da cacciatore. Considero Aedan un tipo un po’ strano; non l’ho visto passare tempo al di fuori della Sala Comune, se non con sua sorella, il nuovo acquisto del club di Edward Norwood & C. Gli stessi che hanno riempito di botte Eugene Pennington, il Mezzosangue amico di Jillian.
« i provini sono domani alle sei. » sorrido, mentre ripeto l’informazione riportata nell’annuncio. Mi sentirei in colpa, se non lo facessi: è il mio compito, visto che sono stata nominata Caposcuola.
« ci vediamo lì, allora. » risponde con un sorriso, accennando un inchino; certo che è proprio strano. Talvolta mi chiedo se non sia spuntato da uno dei miei racconti – di certo dalla parte di un malvagio antagonista, perché i miei protagonisti non hanno mai la stazza di un torello. Lo saluto con la mano, spostandomi in fretta verso i dormitori delle ragazze, dove devo recuperare la mia tracolla prima di scappare a lezione.

***

una manciata di gorni fa.
Infilo la testa nel dormitorio delle ragazze del sesto; dopo profonde riflessioni, sono giunta ad una conclusione dai risultati imprevedibili, che cambierà parecchie cose nel Club e in tutto il corso della mia vita. E non solo della mia.
« Jillian McKanzie? » la testolina bionda della Corvonero scatta in alto; è sempre bizzarro vedere le persone fuori dal loro contesto abituale, e McKanzie senza i suoi boccoli d’ordinanza è davvero scioccante. La più stupita sembra comunque lei, che sbatte le lunghe ciglia e quasi rotola giù dal letto, senza smettere di fissarmi con gli occhioni sgranati. Dopo un paio di momenti di stallo, si precipita verso la porta, mentre le sue amichette ridono di gusto da sotto le rispettive coperte.
« ciao, Georgiana. » mugugna nascondendo un libro dietro la schiena.
« Jillian McKanzie, dovrei parlarti un momento. » le faccio cenno di seguirmi fuori dalla stanza; zompetta fuori, in equilibrio sulle grosse pantofole imbottite. E’ tutta rossa in faccia: forse non ha gradito di essere stata convocata mentre si stava per addormentare, sognando il suo bell’amichetto tassorosso.
« sei autorizzata a dire di no. » premetto, appoggiandomi con la schiena al muro per cercare nelle pietre la forza di parlarle. Se mi dicesse di no sarei davvero in imbarazzo. « è per il club .. ti andrebbe di diventare la mia assistente? » boccheggia. Lo sapevo, non poteva andare tutto bene; peraltro, non le sto chiedendo una cosa qualsiasi, è logico che ci debba riflettere. Non posso gestirmi da sola, questo è chiaro, visto che ci sono una decina di persone che aspettano le mie indicazioni, e né Julia né Sebastian se la sentono di fare gli insegnanti. Dopo poco annuisce con decisione, senza neppure dischiudere le labbra. Sospiro di sollievo.
« grazie. ci vediamo domani, e ti spiego meglio. » la lascio tornare meglio, e intanto io torno verso la mia stanza. Mi sono tolta un bel peso dallo stomaco, anche se probabilmente è solo perché l’ho scaricato su quello di Jillian. Apro la porta, e Cheslav mi salta in braccio, miagolando a tutto volume.

***

riunione del club.
Isabel Sittenfeld segue come un cagnolino Jillian non appena questa si dirige verso la nostra nuova mascotte, Eugene Pennington. Quel povero ragazzo ha subito abbastanza percosse da distruggere completamente almeno tre persone, e ancora regge perfettamente; anzi, sembra che si stia impegnando ancora di più per imparare ad usare propriamente un incanto di base, ma che potrebbe rivelarsi più che utile, come l’expelliarmus. La sua bacchetta si leva sopra alla sua testa – quindi molto, molto in alto – e poi ricade con un gesto fluido; dopo un istante, la bacchetta di Carlisle Hunnam vola via dalla sua mano, ticchettando al suolo. Eugene ridacchia trionfante e Isabel, con gli occhioni lucidi e un rivolo di bava, tira una serie di gomitate ad Audrey Salinger. Ah, l’amore.
Il mio, di amore, sta facendo il cretino con Peter Halbury qualche metro più in là, sorvegliato da vicino da Sebastian e Julia. Nell’ultimo periodo, il suo comportamento non si è rivelato affatto rassicurante: c’è qualcosa che non va e non me ne parla. Sospetto di essere io stessa, il motivo di tanto nervosismo; non usciamo da soli da più di una settimana, e non ho il coraggio di contare precisamente i giorni che mi separano dall’ultimo bacio che ho ricevuto. Non c’è che dire che anche al momento non mi sta badando, neppure per sbaglio.
« sono le undici, vi conviene andare. » ci interrompe Julia, alzando le braccia per attirare l’attenzione. Jill si volta subito verso di me con aria trionfante: ha superato la sua prima lezione, ed è ufficialmente dentro.

***


poco dopo.
Corro lungo il corridoio prima che Garet possa fermarmi; sono abbastanza contrariata da poterlo sgozzare, se solo osa avvicinarsi troppo. Il suo comportamento non è accettabile, almeno non da me. Mi stringo al petto la mia cartellina e la bacchetta, infilando le scale più in fretta che posso.
« Georgiana! » è lui che mi chiama; mi fermo sulla rampa, con un piede sul quarto gradino e uno sul terzo. Mi volto verso di lui, sgranando gli occhi mentre si ferma alla fine delle scale, guardandomi dal basso all’alto; mi costringo a ruotarmi interamente verso di lui, scendendo anche di un gradino. « scusa se non ti ho badato per un po’.. avevo bisogno di riflettere. » oh no. Nessuna Giulietta, nessuna Elizabeth, nessuna eroina si è mai sentita dire niente del genere; ho la forte tentazione di dargli una pedata in faccia, ma mi trattengo, visto che ricomincia a parlare, come un fiume. « vedi, tra di noi c’è qualcosa che non va. Sono desolato. Non riesco a capire cosa voglio. Forse dovremmo fare una pausa, sai, per pensarci un po’ su. » sono passati due mesi da quando ci siamo messi insieme. Due mesi. Sapevo che Garet non era tipo da avere una donna, se non quella che avrebbe portato all’altare, ma il mio cuore si sta comunque sbriciolando dentro la cassa toracica. Mi appoggio al corrimano, ricacciando indietro le lacrime; mi aspettavo delle scuse, non di venire mollata. Il silenzio mi rimbomba violentemente nelle orecchie: Garet trema davanti ai miei occhi, continua a guardarmi aspettando una risposta, mi accorgo nettamente che anche le sue iridi sono velate di un lieve strato umido. Prendo fiato dalla bocca.
« No, Garet. No. » distolgo lo sguardo per un momento; non voglio fare quello che sto per fare, e non mi rendo neppure conto delle mie stesse parole, in realtà. « o stiamo insieme, o non stiamo insieme. » guardo il soffitto per qualche momento, cercando di far tornare indietro le lacrime, che però scivolano a lato degli occhi, fino a finire nelle radici dei capelli.
« Georgiana, non posso. » scendo un altro gradino, trovandomi praticamente di fronte a lui. E’ bellissimo. Non voglio stare senza di lui, ma non voglio neppure rimanere in un limbo. Gli prendo il viso tra le mani; sta tremando, e non dice niente. « non posso. » borbotta abbassando lo sguardo. Lo lascio andare, indietreggiando; salgo due gradini. La distanza che c’è ora tra noi non è solo fisica. Non attendo più una sua risposta; mi concedo di iniziare a piangere silenziosamente, e scappo verso la Sala Comune.

***

due giorni dopo.
Mi siedo sul tappeto ed incrocio le gambe, posizione che trovo particolarmente comoda, e che posso assumere solo quando porto qualcosa di più coprente e pratico della gonna della divisa. Sebastian si mette in ginocchio di fronte a me, facendo cadere tra di noi un pacco di scartoffie, risultato di un’eternità passata in presidenza. Un’eternità completamente inutile, visto che la presenza di Tom Riddle ci ha precluso qualsiasi possibilità di fare qualcosa di concreto, o anche solo di fiatare con Dippet.
« non c’è niente di interessante, in tutto questo. » borbotto smuovendo le carte. Prendo in mano una matita, scarabocchiando sul margine di un foglio qualche altro appunto e continuando a parlare a ruota libera; noto appena con la coda dell’occhio i movimenti di Sebastian. « .. non concluderemo mai niente! » esclamo puntando lo sguardo su di lui, del tutto alterata dal mio sproloquio. È che non punto esattamente lo sguardo su di lui, ma direttamente nei suoi occhi, visto che il suo viso è a pochissimi centimetri dal mio. Lascio che si avvicini ancora un po’, la sua guancia scorre delicatamente contro la mia; perché sto flirtando in questo modo disgustoso? Gli permetto anche di prendermi per mano, e di lasciar poi scorrere il palmo lungo il mio braccio. E’ orribile da parte mia! Però è piacevole. Mi obbligo a ritrarmi quando si inclina lievemente, con l’evidente intenzione di baciarmi.
« no, Sebastian. » mormoro sbilanciandomi all’indietro, e tornando a sedermi mezzo metro più indietro. Sono lusingata, lo ammetto. E anche piuttosto eccitata dalla faccenda. 

***

« .. abbiamo finito di lavorare senza neppure accennarci, e basta. Lo giuro! » mi sento ancor più sudicia e bastarda mentre racconto a Julia cos’è successo. E dire che pochissimo tempo fa mi ero accasciata piangendo sulle sue ginocchia, dopo essere stata mollata da Garet; solo al pensiero mi si stringe lo stomaco. Non si è più fatto vedere, ed è meglio così, perché gli avrei lanciato una fattura trasfigurante appena fosse passato nel mio raggio d’azione. Invece mi ritrovo a spettegolare su Sebastian, sotto lo sguardo compiaciuto della mia migliore amica. Quando si dice che la vita è strana.













13/03/2008
commenti (1) • tag: confidenze, amori, amicizie, conoscenze, corvonero, tassorosso, momenti imbarazzanti

«CHE COSA AVRESTI FATTO?!» ruggisce Isabel, saltando in piedi come se il letto fosse diventato improvvisamente incandescente sotto di lei.
Mi schiarisco la voce, respingendo l'impulso di nascondermi dietro il cuscino, e mi ripeto per l'ennesima volta che non ho fatto nulla di male.
«Ha detto a Carlisle che hai un debole per il palo biondo.» interviene Laura, alzando lo sguardo dalle pagine di Fattucchiera 2000 per scoccarmi una profonda occhiata divertita e accendirsi una sigaretta con un tocco di bacchetta. Un delicato profumo di menta e cioccolate invade immediatamente la stanza, mentre Audrey sospira.
E' sera: non si veda nulla fuori dalle finestre, i vetri riflettono solamente la calda luce tremula delle candele e le nostra sagoma sfuocate. Come succede ogni giorno, da qualche settimana a questa parte, ci siamo riunite per studiare tutte assieme. Inutile dirlo, i libri ben presto finiscono sul pavimento, sostituiti da una grande ciotola piena di dolciumi e un fiume di pettegolezzi che sembra non esaurirsi mai. Il bello dei colleggi, come dice sempre mia madre, alla fine si sa sempre tutto di tutti. E avere un ragazzo Tassorosso sicuramente aiuta, sottolineo io. La grande assente della serata però è Rachel, costretta in Infermeria da un raffreddore piuttosto tenace e recidivo.
«Non è un palo! E' solo molto alto!» protesta automaticamente Isy, arricciando le labbra.
Tempo cinque secondi netti e tre testoline bionde scattano verso di lei all'uninsono, interpretando le sue parole come una dichiarazione spassionata.
Arretra, rendendosi conto di essersi tagliata le gambe la sola, e fa l'unica cosa che il suo istinto le suggerisce: iniza a negare.
«Non.. non è come pensate! Assolutamente no, smettetela di guardarmi così, cosa pensate? Eppoi non lo conosco, ci avrò parlato due volte al massimo e...»
«Non c'è bisogno di dire nulla» la rassicura Audrey, chiudendo il libro di Trasfigurazione con uno scatto. La Tassorosso che è in lei prevale sulla Corvonero, mentre si sporge verso di noi e agguanta una Gelatina Tutti i Gusti + Uno.
«Sappiamo già tutto» le fa da eco Laura, arrotolandosi una ciocca di capelli attorno alle dita.
«Vi sposerete e darete alla luce una lunga serie di piccoli e scontrosi musicisti Corvonero!» concludo io. 
Isabel arrossisce furiosamente, prima di stringere le labbra in una linea sottile e inarcare le sopracciglia, con aria di sfida; l'occhiata che ci rivolge sarebbe stata capace di fermare la colata lavica che ha distrutto Pompei.
«Ah si?» solleva il mento, altera «Bene, se la mettete così.. L'avete voluto voi!» strilla, prima di agguantare un cuscino e lanciarcelo addosso: con abile mossa Laura si schiva, strillando deliziata mentre l'ammasso di piume si schianta sulla faccia della Salinger, cogliendola di sorpresa.
E' guerra.

 

***

Ho sonno.
Non è una novità, ma oggi ho più sonno del solito: e se la norma si può tranquillamente tradurre come "non apro gli occhi fino alla terza tazza di caffé e anche così sono un vegetale fino alla seconda ora", c'è da preoccuparsi.  Mi metto a sedere a fatica, i capelli che mi ricadono sul viso in ciuffi scomposti, e grugnisco un saluto alle mie compagne di stanza. Laura sbadiglia vistosamente, avviandosi barcollante verso il bagno con la coperta avvolta addosso, mentre Audrey sorride, pacata, bella e impeccabile come sempre; Isabel, che fa capolino al mo fianco, la guarda con odio.
«Tu non sei umana» sentenzia, sbuffando per levarsi una ciocca da davanti gli occhi (come i miei, anche i suoi capelli sono dotati di vita propria al mattino).
«Semplicemente sono sveglia da un po' e ho avuto tempo di somatizzare il sonno» è la risposta piccata, mentre con un cenno di bacchetta richiude le cortine del suo letto per indossare la divisa. La voce, quando riprende a parlare, è leggermente soffocata dal velluto «Dovreste provare anche voi.»
«A fare che?»   Laura fa spuntare la testa dal bagno, con lo spazzolino in mano «Sgattaiolare via all'alba per un incontro piccante in un'aula deserta?»
«Laura!!» strilliamo io e Audrey all'uninsono. Arrossisco solo io, però: chiaro che lo faccio per lei e non perché certi argomenti, se presa alla sprovvista, mi imbarazzano non poco.
«Beh?» è la replica della bionda e di Isabel, che si stiracchia al mio fianco.
«Essù, non c'è niente di male in fondo» prosegue la Stevens, alzando il tono di voce per sovrastare lo scrosciare dell'acqua.
La riccia rotea gli occhi, sedendosi su un groviglio di coperte per infilare le scarpe nere previste dalla divina.
«Santa Morgana, che mal di schiena!» borbotta Isabel, cambiando bruscamente argomento «Alla tua età dovresti imparare a non tirare calci quando dormi.» mi rimprovera, scendendo dal letto e zompettando verso l'angolo in cui ha posato i suoi vestiti ieri notte, dopo aver deciso che era troppo triste passare la notte in una stanza vuota. La povera scema che non ha saputo dir di no ad una richiesta di asilo e ha passato la notte relegata in un angolino? Io.
«E tu, alla tua età, dovresti smetterla di aver paura del buio» ribatto scontrosa, resistendo a fatica all'impulso di saltare la prima ora e dormire un altro po'. Potrei, in fondo...
«Jillian McKanzie non pensarci nemmeno per scherzo!» esclama Audrey, puntandomi un indice contro «Tu non salti Aritmanzia nemmeno per tutto l'oro del mondo.»
«Solo se se il tuo bel rosso ti costringe a letto con la forza siamo disposte a chiudere un occhio» sghignazza Laura.
«Esatto.» le da man forte l'unica mora nella stanza, dopo essersi infagottata nel maglione grigio.
«Tu pensa al tuo biondo canterino»  brontolo, scostando le coperte e saltando a terra. Mi par di capire che sono in minoranza: tanto vale scappare in bagno, dove c'è solo un innocuo quadretto con una natura morta che non può aprir bocca, grazie al cielo.

***

Mezz'ora e quattro tazze di caffé più tardi, ho ancora sonno.
Quando Carlisle mi trova sono con il viso appoggiato sulla tavola, in uno stato che rasenta il coma profondo, e sospetto pure di avere un cespuglio al posto dei capelli. Ma a quello si può porre rimedio, con un incantesimo, cinque minuti prima dell'inizio della lezione. Ammesso e non concesso che ci arrivi, a lezione.
«Abbiamo fatto le ore piccole?» domanda perplesso, chinandosi per baciarmi la fronte. Ignoro le risatine deliziate delle mie tre compari, borbottando una risposta che suona vagamente come un si ho delle amiche che passano la notte a fare a cuscinate e la mattina recuperano in tre secondi notti.
«Non bere troppo caffé, che poi diventi intrattabile» mi punzecchia. Lui, che se potesse trovare il modo di trasfigurare il suo sangue in caffé lo farebbe all'istante.
«La controlliamo noi» s'intromette Isabel, annuendo con convinzione: mi risollevo all'istante, rivolgendo un largo sorriso a Carlisle.
«Eugene dove l'hai lasciato?»  domando, mentre a Isabel (misteriosamente) va di traverso la cioccolata. Chi di lingua ferisce, di lingua perisce, dovrebbe saperlo meglio di me ormai. Sospiro, mentre Carlisle mi indica il tavolo dei Tassorosso: la testa bionda del suo amico sbuca al di sopra della massa, catturando quei pochi raggi di sole che oltrepassano la coltre di nubi sopra le nostre teste.
«Sta meglio?» Audrey s'intromette nella conversazione, arricciando appena il naso.
Sta meglio. Non "sta bene". Come può stare bene un ragazzo che è stato pestato a sangue perché i suoi genitori non sono i rampolli di chissà che illustre famiglia della comunità magica? Sospiro appena, e subito la mano di Carlisle cerca la mia, stringendomela appena, se cercassi i suoi occhi in questo momenti mi conforterebbero con un sorriso. Ma sta rispondendo alla mia compagna di stanza.
«Fisicamente si, la Moud sa fare miracoli quando serve, ma per il resto.. passa un sacco di tempo rinchiuso nella Sala della Musica, non saprei dire. Non è mai stato chissà quanto loquace, ecco.»
«E' vergognoso» sibila la Salinger, sbriciolando un biscotto «Semplicemente vergognoso.»
«E' quello che dicono tutti» ribatte il mio ragazzo, mantenendo un tono di voce neutro «Ma quello che è veramente vergognoso è l'indifferenza totale che avvolge questa scuola»
«Carl..» un soffio, senza che ci sia bisogno di sottolineare quanto a lungo ne abbiamo parlato e quanto inopportuni siano momento e luogo per parlarne ancora. Sbuffa, infastidito, ma lascia cadere la questione, chinandosi per schioccarmi un altro bacio.
«Sarà meglio che vada, comunque» spiega «Ho Trasfigurazione la prima ora e conoscendo Milo avrà bisogno di un ripasso al volo.»
«Stavate parlando di me?» s'intromette il diretto interessato, facendo capolino con un gran sorriso e i suoi enormi, luminosi occhi grigi. Le ragazze presenti (me compresa, ahimé) hanno un piccolo sussulto e subito raddrizzano la schiena, schiarendosi la voce, mentre Isabel quasi si strozza alla comparsa di Eugene.
«Piuttosto evidente» ribatte Carlisle, pizzicandomi il naso «Dai, andiamo prima che a qualcuno a caso venga un attacco di tachicardia»
Tossisco, imbarazzata, mentre distolgo lo sguardo: le guance bruciano della mia vergogna, anche quando mi allungo per sfiorargli un braccio a mo' di scusa e mi perdona con un sorriso. Lo so, certe abitudine sono dure a morire sembra dire, mentre sospiro e mi nascondo dietro la tazza di caffé. Le mie compagne, a differenza mia, godono della presenza di Milo come un gatto si gode una giornata di sole standosene su una finestra. Senza ritegno.
Il trio si allontana, dopo un eterno scambio di saluti, e noi rimaniamo sole con i nostri cuori impazziti; solo un sospiro collettivo da voce ai nostri pensieri. Nemmeno Laura ha bisogno di dire nulla, questa volta.













12/03/2008
commenti (1) • tag: ricordi, famiglia, amori, malinconia, dolore, misteri, speranze, amicizie, serpeverde, dubbi

Guardo fuori dalla finestra. Nevica, soffici fiocchi bianchi ricadono sul terreno lasciando un leggero alone bianco. Sta attaccando, se continua così per tutta la notte domani avremo uno o due metri di neve. Tra le mani i fogli, letti e riletti, che mi ha consegnato Scarlett con le informazioni sui Gaeltacht. Ormai le potrei ripetere tutte, le so a memoria, ma niente di quello che c’è scritto riesce a portarmi delle vere informazioni su essi. Sono una setta, forse questo è l’unico punto su cui posso apporgiarmi. Ma che cosa c’entra con loro mio padre? In cosa sarebbe potuto essere immischiato? Che cosè che mi sfugge? Forse l’unico modo per scoprire qualcosa, di concreto e sicuro, è recarmi nel loro mondo.
Con queste deduzioni decido di lasciare lo scomodo marmo ghiaccio del davanzale della finestra e mi accingo ad andare a dormire. Mi preparo una tisana che mi sono preparato, dopo una settimana di intenso lavoro finalmente è pronta, per dormire. Questi incubi mi impediscono di riposare, ormai sono diventato un cadavere, tutti gli occhi delle ragazze mi guardano preoccupato. Sono un cencio. E domani devo parlare a Violet, devo riposare, per forza.

Mi butto di sotto dal letto fischiettando un motivetto a me sconosciuto. Dormire mi ha fatto bene, mi sento come rinato. Jasper mi fissa incredulo dal suo letto, fino a quando in tono teatrale non mi rivolgo a lui: “mio caro amico, ma come ti è venuto in mente di farmi ridurre in questo stato? La mia povera immagine, sembro un barbone! Adesso cosa penseranno tutti di me?!” sembro drogato. Devo ammetterlo. Probabilmente ho esagerato la dose ‘risveglina’ di quel troiaio che mi sono bevuto ieri sera. Meglio così.
Mi dirigo verso il bagno dove mi faccio un’accurata pulizia del viso: barba, sopracciglia di troppo, crema. Adesso si che va bene. Mi guardo compiaciuto, lasciando poi il posto a Jasper che è ancora mezzo addormentato.
Decido di indossare un paio di semplici jeans ed un maglioncino in lana grigio, con le righine di rifinitura verdi e scendo in sala comune. Mi siedo sul divano più vicino al fuoco e tiro fuori pergamena e piuma.

Violet ho bisogno di parlarti. Appena puoi raggiungimi in cortile, al solito posto.

***

Arrivo in giardino, come previsto dalla sera prima è completamente ricoperto di neve. Vedo Violet già appostata vicino l’albero, infreddolita.
La saluto con u bacio sulle labbra e mi scuso per il leggero ritardo, alla fine sono solo cinque minuti ma con questo freddo anche questi pochi minuti fanno il loro.
“Edward, non potevamo vederci in un posto un po’ più accogliente?” brontola dolcemente lei.
“Scusa, è che non avevo voglia di stare in mezzo ad un branco di gente” mi sorride leggermente e poi mi fissa. Sta chiaramente aspettando che io parli.
Respira, respira, respira.
“Devo confessarti una cosa!” diretto, forse troppo. L’ho spaventata? Vedo i suoi occhi roteare, panico. Chissà a cosa sta pensando, è sbiancata.
“Si..?!” Aggiunge debolmente.
“In questi giorni sono scomparso perché..” non continuo subito la frase e vedo i suoi occhi sgranare sempre più.
“Stai con un’altra?!” sbotta lei. Dio santo, ma cosa gli è venuto in mente a questa!
“No, no, no.”
“Ti ho visto sai con quella là, la novellina, la Lywelyn!” continua maneggiando a destra e a manca.
“Violet, Violet calmati! Non ci sono altre. Ci sei solo tu.” Prendo le sue mani tra le mie e la vedo finalmente tranquillizzarsi. Le sue guance prendono un leggero rossastro.
“Scusami..” chiede poi, abbassando lo sguardo imbarazzata.
“Bhè..devo dirti una cosa che non so se ti farà piacere. Ma devi giurarmi” le alzo il volto verso i miei occhi, in modo da poterla fissare “devi giurarmi che non ne farai mai, e dico mai, parola con nessuno. Chiaro?” annuisce debolmente.
“Questa storia risale a tanti anni fa; io ero un ragazzino e uccisero mio padre sotto i miei occhi. Cancellai tutti i miei ricordi di quella sera fino ad oggi, giurando però vendetta.” A quella parola – vendetta – vedo un filo di preoccupazione, paura negli occhi della mia ragazza. Decido però, nonostante tutto, di continuare a parlare. “Ma qualche tempo fa, grazie ad un sogno, gli avvenimenti di quella notte sono tornati chiari. Il mantello di quell’uomo. Il simbolo della sua famiglia. Nessuno sapeva aiutarmi: Lumacorno, libri, fino all’arrivo di Scarlett. Lei conosceva quella famiglia, un’antichissima famiglia irlandese. I Gaeltacht.”

***

La cena è ricca ma ormai l’effetto dello sciroppo sta scomparendo e la mia vitalità con esso. Non ho fame, anzi, ho fame, ma di sapere. Sono avido di scoprire. Noto Scarlett alzarsi dalla tavola ed andare via. Non ho più parlato con lei da quando mi ha consegnato gli ultimi appunti, neanche per ringraziarla. A parte quel bigliettino stropicciato che le avevo inviato.
Lascio i miei compagni con un “ciao” e un bacio per Violet e la raggiungo.
“Scar!”
“Norwood. Guarda chi si rivede!” dice sarcastica.
“E’ vero, sono scomparso. Scusa”
“Un misero fogliettino! Almeno un po’ di tempo per un semplice grazie potevi anche trovarlo” so che è solo superficialmente arrabbiata con me. Ho sentito prima Deirdre che parlava di una Scarlett indaffarata per Edward.
“Hai ragione e chiedo umilmente perdono!” faccio un mezzo inchino davanti a lei prendendole la mano e baciandogliela.
“Sei perdonato. Ma attento a te!” La saluto con un occhiolino per raggiungere quella che in lontananza è solo la sagoma della mia gemellino preferita: Utopia Blackster.
“Ciao piccola!”
“Edward!”
“Dove stai andando?”
“Sto tornando in sala comune. Non mi sento molto bene!”
“Bhè, ti accompagno!” le cingo il braccio intorno alla vita e mi dirigo con lei verso la nostra accogliente sala comune.

Attenzione:
  1. Leggere nel forum, in discussioni per pg, il topic riguadante Edward e il club pro-riddle
  2. Quando dico che Ed si fa le sopracciglia, sia chiaro, non è nel senso di delinearle e dargli una forma. Ma ad esempio di avitare il monociglio o qualche brutto peletto che non incastra niente!












12/03/2008
commenti (6) • tag: amori, dolore, amicizie, conoscenze, guai, tassorosso, momenti imbarazzanti

Sgranocchio un biscotto norvegese, stando attento a non strappare la crosta che copre il mio labbro rotto. Madame Mound redge diligentemente il foglio di dimissione, in cui elenca tutti i miei acciacchi e le centinaia di medicine che mi farà prendere nella prossima settimana.
Ho passato tre giorni in infermeria, a ricevere visite come un ferito di guerra; cosa piacevole, visto che ho oziato ed ero assistito in tutto e per tutto. Ma una noia mortale per il resto del tempo, per non parlare di lividi mal di schiena e affini, e soprattutto del piacere di farsi risistemare un piede rotto. Già, perché andando in infermeria sono anche caduto dalle scale, e grazie al cielo non c’era nessuno nei dintorni.
Lo sguardo mi scivola sul disegno della scatola di latta che mi ha consegnato l’altroieri Julia; è stata molto gentile, cosa che mi ha destabilizzato, lo ammetto. Non sono abituato all’interesse delle persone nei miei confronti, soprattutto non delle ragazze, e per giunta più grandi, in questo caso. Probabilmente è solo perché le faccio pena, e perché sono una buona cavia per le sue disquisizioni sulle angherie di Riddle e soci. Ma giuro che la scuoierò personalmente, se mi metterà di nuovo nei casini, o se oserà mettermi in mezzo con i professori; sono sicuro che saranno sufficienti le domande che mi faranno appena uscirò di qui, e senza neppure ricevere spinte esterne.
Avvampo sotto gli occhi dell’infermiera quando mi torna in mente l’immagine di Julia che balla nuda, suggerita da lei stessa; sono costretto a tapparmi la bocca con la mano e fingere di tossire per camuffare il sorriso beota che mi è sfuggito e che tuttora faccio fatica a ricacciare indietro. No, non sono un pervertito, ma c’è da ammettere che non stiamo parlando di una radice di Bubotubero!
« tenga, signor Pennington. E mi faccia il favore di non farsi passare un’altra volta in frullatore finché l’infermiera sono io. » Tento di sorriderle, ma l’angolazione delle labbra mi fa bollire il livido che mi dipinge lo zigomo e sale sino al sopracciglio, costringendomi a tenere socchiuso l’occhio sinistro.
Con la mia scatola e la mia dimissione esco in corridoio; l’aria polverosa e le pietre scure sembrano riflettere un’aria dorata, che turbina nei fascri di luce tiepida che penetrano dalle finestre. Non so se sia perché ho visto troppo bianco, troppo a lungo, ma tutto mi sembra più bello. Così diverso da quando stavo a terra, come un sacco di patate, a lasciare che un gruppo di stupide serpi mi trasformasse in un mucchio d’ossa, lividi e tagli. Mi chiedo ancora perché non abbia minimamente reagito, almeno un calcio negli stinchi avrei potuto darglielo.
Entro nella Sala Comune, superando il quadro ed entrando in uno dei pochi luoghi che considero rassicuranti in questo gigantesco, labirintico castello.

***


Sono abituato ad essere guardato con diffidenza, quando – raramente – vengo notato, quindi non trovo molte differenze nell’atteggiamento degli altri Tassorosso. Una ragazza del quinto, dai dolci tratti orientali, si sporge dalla poltrona su cui è seduta e mi squadra con gli occhi sgranati; la ignoro e passo oltre, sbrigandomi a passare sotto gli stendardi della casa ed entrando nel basso tunnel dei dormitori, sino a raggiungere il mio. La porta è spalancata; posso vedere Carl steso sul suo letto, assorto nella lettura, e Milo appollaiato ai suoi piedi impegnato a sfogliare la Gazzetta del Profeta. Mi appoggio allo stipite della porta, stando attento a non posarmi a qualche contusione o ematoma.
« signori, è un piacere rivedervi. » li saluto, aspettando che siano loro a reagire per primi. Alzano la testa con espressione indifferente, risolvendosi poi ad esplodere in un insieme di versi sconnessi mentre caracollano giù dal letto e vengono verso di me.
« potevi avvisarci che ti avrebbero dimesso, no? »
« concordo! » Milo mi strapazza i capelli, a cui arriva solo allungandosi un bel po’ per raggiungere la mia testa. Mi trascinano verso il mio letto, e mi costringono a sdraiarmici, strappandomi di mano la scatola di biscotti di Julia, ancora semipiena, e si siedono al mio fianco, uno da una parte e uno dall’altra.
« sei convalescente: devi rimanere steso! » esclama Carlisle. Probabilmente si sono accordati su un diabolico piano per tormentarmi fino allo spasmo, e finché non darò loro il permesso di riempire di botte Lewis e soci.
« sai che mi ha detto Jill? » Carl si insinua, piegandosi verso di me con aria sorniona; mi aspetto che improvvisamente gli spunti dalle labbra una lingua biforcuta, da boa constrictor pettegolo quale è.
« che sei il suo paperotto tenerotto? » ribatto mollandogli una gomitata sulla coscia, unico punto a cui riesco arrivare agevolmente dalla mia posizione di ferito. Sembra colto alla sprovvista, ma si riprende con velocità eccezionale.
« anche.. » borbotta prima di riprendersi completamente, gli occhi azzurri che scintillano di malvagio divertimento. « mi ha detto che hai un’ammiratrice! » con l’indice mi spappola la punta del naso, e alle sue spalle Milo esplode in una risata sin troppo rumorosa per essere reale.
« vallo a raccontare a qualcun altro, Carl. » mugugno voltandomi verso Milo, alla ricerca di un po’ di conforto, che non sembra voler arrivare, visto che infierisce a sua volta.
« ma sì, invece. E’ Isabel Sittenfeld, la sua amichetta con gli occhioni blu! » la voce è già passata, eh? Tutti contro di me, il più indifeso! Maledetti, me la pagheranno appena smetterò di avere dolori anche a ossa che non sapevo di avere.
« smettetela. » borbotto cercando di far loro intendere che il trattamento che mi riservano è tutt’altro che piacevole. Mi mettono in imbarazzo, e mettono in imbarazzo anche Isabel, Jill e tutte le fatine del castello.
« smettila tu, e cerca di darti da fare! » mi risponde Carlisle, alzandosi in piedi e ricadendo pesantemente sul letto, cosicché il materasso si scuota tutto sotto il mio corpo indolenzito.
« e quei biscotti?! » aggiunge Milo, prendendone uno e sventolandomelo sotto il naso prima di infilarselo in bocca. Il loro tentativo di distrarmi sta sfociando in un’inutile sequela di pettegolezzi sul mio conto; speravo in un po’ di pace, ma a quanto pare sono destinato ad essere deriso e sfottuto per l’intero pomeriggio e serata compresa. Lascio che la mia testa sprofondi nel cuscino, socchiudo gli occhi, e lascio i miei due compari continuino a pigolare e spintonarsi da una parte all’altra delle mie gambe.
Non mi piace dover avere a che fare con le donne; mi irritano, e non si capisce mai niente di quello che fanno. Ci manca solo che finisca anch’io per essere perseguitato da una fatina, magari ossessionata dall’essere bio-tono-compatibile con il suo boyfriend .. no, non fa per me.


Il mio amato pianoforte. I tasti bianchi e neri erano coperti da un dito di polvere, chiaro segno che dall’ultima volta che li ho fatti suonare io – giusto prima della rissa – nessuno li ha toccati. Bella consolazione, vuol dire che sono l’unico a venire qui, se escludiamo le riunioni del coro della scuola, che avvengono ben più di rado di quanto dovrebbero. Premo con violenza diverse note contemporaneamente, accertandomi della totale sanità delle mie mani, almeno fino al polso, e di questo sono grato ai miei attentatori – che, oltretutto, così agendo hanno dimostrato scarsa furbizia, ma non sarò certo io ad andarglielo a dire.
Esco dalla Sala della Musica, zampettando giù per la stretta scala a chiocciola che fa scendere sino al chiostro, con la testa abbassata per non centrare in pieno le arcate troppo basse per me; sbuco nello spazio aperto brulicante di studenti che corrono su e giù, come succede sempre all’ora di cena. Mi aggiungo a loro, spinto verso la Sala Grande dalla voragine che mi sento al posto dello stomaco.
Improvvisamente, un oggetto non meglio identificato mi rimbalza sulle costole scassate, provocandomi molto più dolore di quanto avrebbe fatto normalmente. Ci metto un’eternità a focalizzare la testolina di una mia compagna di casa, mai vista prima in effetti, almeno trenta centimetri più in basso.
« ahio. » borbotto facendo risuonare la voce in gola, quasi passando già oltre e ignorando i lividi che mi pulsano sotto i vestiti.
« scusa! ti chiedo scusa, non volevo! » mi placca con maestria, agitando le mani come una pazza. La squadro da capo a piedi, mentre miseramente attira la mia attenzione e poi ricomincia a parlare. « mi chiamo Dorothy Crowley; sono nuova, sono tassorosso, del sesto. » mi comunica tutto d’un fiato, sorridendo e agitando il braccialetto che porta al polso; mi accorgo chiaramente che ha notato che la mia faccia è per metà bluastra.
« io sono Eugene Pennington, ci vediamo a lezione. » la liquido in fretta, allontanandomi con fare più ombroso del solito; non che abbia fatto apposta, è solo che sono fatto così. Più o meno. E così, ho una nuova compagna; speriamo non sia una nuova seccatura, anche se dall’aspetto si direbbe piuttosto simpatica, oltre che carina.
Ignoro Lewis e cricca che mi osservano dal tavolo di Serpeverde, sedendomi al mio posto, tra Milo e Carl, e indico loro Dorothy – almeno credo si chiami così – che trotterella al fianco di un prefetto di Corvonero e poi viene dalla nostra parte. Loro, in tutta risposta, mi fanno notare Isabel, che guarda insistentemente in nostra direzione, e dall’altra parte Julia, che fa lo stesso.
Mi accartoccio sul mio piatto di minestra, l’unica compagna che voglio per stasera.













11/03/2008
commenti (4) • tag: lettere, amori, malinconia, amicizie, serpeverde, dubbi

Settimana passata
 Gaeltacht. Tutti i tormenti, gli incubi, i misteri di Edward risolti in una sola insignificante parola. So bene quanto Ed abbia sofferto per suo padre, per i suoi ricordi sbiaditi e per la sua ricerca esasperata, che sembrava non arrivare mai a una fine, ma la sua reazione dell’altro giorno mi ha lasciato a dir poco sgomenta. Non avrei mai immaginato che il suo desiderio di verità arrivasse fino a quel punto: ci mancava davvero poco, poi Scarlett sicuramente non avrebbe esitato a schiantarlo! Rimugino su quanto è successo sul divano della sala comune Serpeverde; Accanto a me Jasper sembra immerso negli stessi pensieri. “Secondo te ora Ed cosa farà?” chiedo infine.
“Non so proprio…spero solo non faccia pazzie…”. Guardo in faccia il mio amico, rassegnati in una comune impotenza: è davvero frustrante non poter far nulla per aiutare Edward, ed ancora di più dev’ esserlo per Jasp. Gli prendo la mano per cercare di confortarlo; era da mesi che io e lui non riuscivamo più ad avere lo stesso rapporto che ci legava prima, in parte per colpa sua, ma anche per colpa della mia stupida ostinazione…ma ormai tutto è passato. Non provo più nemmeno rabbia ripensando a lui e Belinda, non provo dolore. In quel momento davanti a noi corre una bella e indaffarata Scarlett: non sembra nemmeno vederci tanto è concentrata su qualunque cosa abbia in mente. In fretta e furia entra nella sala comune. Nonostante il comportamento di Ed nei suoi confronti non sia stato dei migliori, sembra davvero presa da questa faccenda; e a questo punto lei è l’unica che può davvero aiutare Ed, L’unica che sappia qualcosa sui Gaeltacht. Sorrido. Ammetto che non è il momento giusto per pensare a certe cose, ma ormai non ho più dubbi; non c’è niente che possa giustificare l’interessamento di Scarlett, se non il fatto che il suo reale obiettivo sia proprio Ed: questo rende il mio piano anti-Violet decisamente più semplice. Un tonfo tremendo. Il libro che Scarlett fa cadere sul tavolo è talmente grande da non sembrare vero! Slego la mano da quella di Jasp, gli faccio segno di non seguirmi e vado verso di lei, incuriosita dal libro, dal suo comportamento, ma soprattutto impaziente di tirarle fuori la verità sui suoi sentimenti nei confronti di Ed. Non escludo che nemmeno lei sappia con certezza cosa prova, e chi meglio di un’amica può aiutarti nei momenti di difficoltà? Ormai al suo fianco cerco di capire di cosa parli il libro, ma quello che vedo sono solo una serie di simboli che non conosco, e sinceramente nemmeno voglio conoscere. Mi stupisco solo del fatto che Scarlett sembri davvero leggerci qualcosa, se no a che pro quegli appunti, quei cerchi e quelle macchie che affollano la pergamena su cui sta scrivendo?
“Cosa stai facendo?”, le chiedo facendola sobbalzare.
“Cerco qualcosa che possa aiutare Edward.”
Mi risponde, dopo un attimo di pausa. Mi siedo al suo fianco, pronta per il mio interrogatorio. “Vedo che sei davvero…coinvolta in questa storia..o mi sbaglio?”
“E’ solo che mi piace l’idea di saperne di più su questa storia”,
la guardo scettica, “e non c’è altro.”, aggiunge infine, forse innervosita, forse consapevole della bugia. ’
“Si certo…però devi ammettere che Ed non è stato troppo gentile con te…”
“Effettivamente sarebbe stata l'occasione ideale per stampare un bel ceffone su quel visino d’angelo. Ma era sconvolto,per cui…farò finta di nulla. Odio agitare invano mani e bacchette.”,
non la lascio continuare troppo nelle risposte. Non deve avere il tempo di pensare.
“Però lo aiuti comunque, anzi ti stai impegnando fin troppo..” Purtroppo, però (o per fortuna ), Scarlett è tutt’altro che una sprovveduta. Mi lancia un’occhiata indagatoria: “E generalmente naso le bugie in fretta.”-incrocia le mani sui fogli poggiati di fronte a noi –“ dove vuoi arrivare, Dè?”. Mi prende in contromano; non ho altra scelta, devo essere schietta.
“Ammettilo, ti piace Ed, se non perché tutta questa fatica, questo lavoro…è così, vero?”. Più che una domanda la mia sembra una supplica. Deve piacerle Ed, lei è la sola che potrei accettare, la sola alla sua altezza! La guardo speranzosa in attesa di una risposta, che si fa aspettare, che non arriva, che mi fa impazzire!
“Frena,Deirdre. Frena. Ho sempre ammesso che Norwood è un bel ragazzo. Per così dire mi piace…”- sta per continuare ma la blocco. Il mio viso si accende di gioia: Violet, sei finita!
“Lo sapevo, lo sapevo!Grazie Scarlett!”, mi alzo dalla sedia raggiante, “continua pure!”. Mi avvio velocemente alla mia camera, lasciandomi dietro una Scarlett sbigottita e un Jasper confuso. Sono impaziente di attuare il mio piano, ora che i presupposti ci sono tutti…sono avida degli sviluppi.
Ogni sera, qui, sembra di essere capitati nell'età dell'oro: l'abbondanza dei tavoli e la ricchezza delle pietanze rende quasi impossibile pensare che ogni cosa sia stata preparata da quegli esseri rivoltanti degli elfi.
Al nostro tavolo i piatti si riempono l'uno dopo l'altro, senza sosta, e persino l'atmosfera cambia radicalmente: le parole sono sostituite dal rumore delle posate che graffiano i piatti e da quello dei bicchieri, quando vengono riposti con troppa forza sul tavolo.
In fondo siede il nostro caposcuola, che nelle vesti di ragazzo mite e irraggiungibile, non scatena nemmeno quella paura e timore di quando è Tom Riddle; sembra solo perfetto. Troppo perfetto.
Sposto lo sguardo lungo tutto la tavolata, Lenore e Antonin siedono come sempre al suo fianco, più spostato siede Geert, che dal mio discorso non ha più avuto il coraggio di guardarmi in faccia, altri studenti del settimo e poi sediamo noi. I membri del club sono sparpagliati lungo questa porzione, lontani, indifferenti, in modo da destare il meno possibile le attenzioni; davanti a me i bellissimi occhi di Edward sono, a suo malgrado, esaltati da profonde occhiaie e la sua pelle chiara è resa più brillante dal pallore dell'insonnia, che ricorda quello di un malato. Jasper alla sua sinistra conserva un poco più di colore e sembra aver un conto in sospeso con le verdure che ha nel piatto, visto che continua ad infilzarle senza alcun motivo. Devo dire che qui l'allegria regna sovrana, tanto che mi passa persino la voglia di mangiare; Cerco un pò di conforto in Scar, ma anche lei sembra esausta per i giorni di esasperata ricerca e di scontri verbali con la ragazza diafana seduta a fianco di Ed.
Sospiro; E' inutile che io resti qui per farmi deprimere, meglio andare in camera: è da giorni che non scrivo ad Eve, ma soprattutto non ho ancora letto la lettera che mi ha spedito Amelia...
Faccio per alzarmi quando noto un'altra figura che si staglia sopra le teste del tavolo Grifondoro. Alta, esile, Julia Versten si incammina decisa verso l'uscita. I suoi amici la seguono preoccupati con lo sguardo; durante tutta la storia di Ida non ho mai pensato nemmeno lontanamente alla sorella, a quello che debba provare in questo momento: lei probabilmente non capisce il fine superiore che sta dietro all'omicidio di sua sorella. Forse sta soffrendo, forse sospetta di qualcuno, forse non se ne fa una ragione, e tutto perchè non riesce a leggere il grande progetto, la volontà che sta sopra di noi; verrebbe quasi voglia di urlarglielo in faccia per togliergli quell'espressione che le tormenta il volto, per farle capire che è tutto giusto, perfetto, che così doveva andare. Voglio toglierle quell'espressione del volto che mi ricorda tanto quella di Ed e Jasp.
Tutti e tre hanno gli stessi occhi, non importa di che colore siano, l'odio che li accomuna li rende identici, molto simili a quelli di Riddle per la verità. Hanno provato un dolore inimmaginabile, che io non ho mai provato e che probabilmente non posso capire. Come posso aiutare Ed se non conosco i suoi sentimenti? come posso aiutare Jasp se non so quello che sta provando? La verità è che mi sento inutile e l'unica cosa che mi resta da fare, l'unica grazie alla quale mi senta almeno vicino a loro, in qualche maniera, è cercare di allontanare Violet da Ed a favore di Scarlett. Patetica, insensibile, stupida, si pensi qualsiasi cosa di me, ma meglio fare questo che non fare assolutamente niente, meglio questo piuttosto che comprendere di non saper come aiutare, forse per la prima volta, i miei migliori amici.
Svegliati Julia, non capisci, è tutto come deve essere...

Sarà anche divertente come dicono ma io non capisco davvero cosa ci sia di esaltante nel sporcarsi le mani di sangue sporco. Che volgarità.
Ho appena finito di parlarne con Scarlett, dopo aver saputo dell'avventura dell'altra sera da Jasper. Riguardo al mio piano, di cui non ho svelato niente a nessuno, non ci sono stati eventi significativi o occasioni che mi abbiano permesso di fare la mia prima mossa; questo compito si sta rivelando più difficile del previsto!
Ci avviamo insieme al campo di Quidditch dove si sta giocando l'ennesima partita sotto un cielo poco rassicurante; dovrei essere abituata alla pioggia, in fondo sono nata e cresciuta in Inghilterra, ma odio vedere le mie scarpe insudiciate dal fango del terreno. Cammino con disgusto fino agli spalti, dove ci sediamo nei posti migliori, dopo aver fatto spostare dei ragazzi del quarto. Da brava tifosa ho stretta intorno al collo la sciarpa della mia casa. A dirla tutta questo sport non mi fa impazzire, ma non posso perdermi Jasp che gioca e nemmeno la possibilità di vedere Violet colpita da un bolide vagante; una volta venivo anche per Geert, ma ora è diverso.
Dopo un paio di minuti dall'inizio della partita Ed ci raggiunge e con lui anche la prima fase del mio piano.
"una scusa stupida, una qualunque Dè!" mi continuo a ripetere nella testa: ora che ho l'occasione di lasciare soli Edward e Scar, senza che ci sia Violet nei dintorni, possibile che non mi venga in mente niente di sensato che mi permetta di allontanarmi?!
"Dè! Ed!" una voce, forse quella della salvezza, mi raggiunge dagli spalti al nostro fianco. Belinda, col suo solito e immancabile entusiasmo, mi saluta urlando e attirando l'attenzione di tutti. Edward risponde al saluto con un gesto e un sorriso e io decido di cogliere l'attimo:
"Sembra che Beli abbia bisogno di me...forse è meglio che vada, trattandosi di lei potrebbe essere di tutto!", mi alzo dagli spalti,"Torno subito", mento naturalmente.
Di solito me la cavo sempre in ogni situazione, riesco a trovare un'idea o almeno uno spunto appena intelligente per quasi tutto, ma a quanto pare(o almeno giudicando dalle espressioni delle mie due vittime), il lavoro di 'matchmaker' non mi riesce proprio; con l'amore non me la cavo proprio bene per niente...possibile che io sia così incapace? possibile che io non possa amare nessuno, che non comprenda questo sentimento?
"Dè cosa ci fai qui?", mi chiede Utopia appena le raggiungo; non avevo notato ci fosse anche lei, e penso di sapere il perchè si nascondeva: Ed; sempre e comunque lui. Guardo verso Ed e Scar che si sono lanciati in una deliziosa risata. Io davvero l'amore non lo capisco...












09/03/2008
commenti (4) • tag: discussioni, famiglia, amori, dolore, amicizie, serpeverde, litigi, riddle

Vento in faccia. L’aria che corre più veloce di me, e in direzione opposta; mi sferza la faccia, il gelo mi arriva fino alle ossa. Stacco le dita dalla scopa, con cautela, sbilanciandomi all’indietro per rispondere alla chiamata di Jasper.
Un battitore Tassorosso mi sfreccia davanti, cercando di deviarmi addosso un bolide; mi scanso, prendendo per un pelo la Pluffa, che mi ricade in mano all’ultimo momento. Vedo gli anelli, dritti davanti a me; il portiere si agita e si muove a ogni mio millimetrico spostamento, e attorno a me e alla mia palla si agitano due intere squadre di Quidditch. E’ il momento. Mi alzo sopra le teste degli altri, e sollevo il braccio con un immenso sforzo per non farmela portare via dal vento. Carico. La Pluffa si stacca dalle mie dita, con lo slancio necessario per volare in linea retta verso l’anello centrale. Mi fermo, seguendo con lo sguardo la traiettoria disegnata dalla sfera rossa nell’aria. Un battito di ciglia. Un respiro, appena. E va dentro.
Il tempo si scioglie ed esplode insieme al grido di trionfo del pubblico sugli spalti. Faccio virare la scopa e ritorno lentamente indietro, spostandomi verso il centro del campo con uno zig-zag nell’aria. Al mio fianco sfreccia Wellington, che agita la mazza in una mano e solleva il pollice dell’altra, per poi gettarsi in picchiata verso un bolide un po’ più in basso.
Quest’anno la coppa è nostra; abbiamo vinto tutte le partite, tranne un pareggio con i Grifondoro. Non si può dire che sia presto per parlare, visto che siamo quasi alla fine del campionato. Dopo il fischio, riparte il gioco, e quasi contemporaneamente si fa largo una pioggerellina fine e fastidiosa, che mi fa appiccicare i capelli alla faccia e m’impedisce di vedere correttamente. Mi piace il Quidditch; mi rilassa, mi tiene allenata, e mi garantisce una posizione sociale di un certo livello mi diverte parecchio; sono in squadra da quando ero al quarto, e non credo di aver mai perso una sola partita o un allenamento. Certo, senza considerare i miei epocali ritardi.
Davanti a me, un cacciatore avversario notevolmente impedito si fa cadere la palla di mano con un atto di carità quasi commovente nei nostri confronti; sotto di me sfreccia Jefferson Lennard, o Jeff, mio compagno di squadra e amico di Tom Riddle. Prende al volo la Pluffa, schivando in tutta fretta i giocatori che gli si gettano addosso, tentando di prendergli la palla. Lo inseguo, allontanandoli come posso e cercando di distrarli, mentre lui si getta verso la porta. E’ un ragazzo simpatico, Jeff, e decisamente alla mano, rispetto alla media degli amici del nostro amato Caposcuola. E’ stato uno dei pochi che si è comportato amichevolmente nei miei confronti anche quando ero ‘sotto esame’ in quanto novellina.
Tre fischi. Qualcuno ha preso il boccino.
Tassorosso, a quanto pare: l’arbitro, Madame Wasp, parla concitatamente con i cercatori e altri giocatori che fluttuano attorno a lei. La situazione mi risulta chiara solo quando solleva le mani e annuncia i punteggi: a quanto pare, abbiamo fatto abbastanza punti da ottenere comunque la vittoria. Geert, come sempre il più gaio della situazione, scende già verso gli spogliatoi sventolando la sua mazza come un trofeo.
Sto tranquillamente a mezz’aria, quando mi viene praticamente addosso una tassorosso bionda; non posso esimermi dal darle uno spintone, facendola tremare sulla scopa, sul punto di fare un volo di almeno una decina di metri, un rischio ben più grosso di quello a cui lei ha esposto me. Maledetta idiota, deve imparare a guardare dove va.
A mia volta, scivolo verso l’ingresso degli spogliatoi, mentre sulla faccia mi scorrono copiosi i rivoli di pioggia.



Con un’espressione disgustosa sul viso, Lenore mi osserva da dietro le spalle di Tom Riddle. La situazione potrebbe essere scambiata per un colloquio di lavoro, in effetti, se non fosse che il mio presunto capo ha un anno in più di me e mi ha convocata per ben altri fini. Da quando Tom mi ha rivelato di sapere tutto riguardo a quello che avevo fatto a Medea, mi sono resa conto che in lui c’è qualcosa di molto speciale, e difficilmente rintracciabile in chiunque altro: ha un’ambizione smodata, e soprattutto un talento assolutamente superiore in qualsiasi campo. I miei bicchieri che esplodevano non erano altro che un pretesto per avvicinarmi, come poi ha confermato il mio inserimento nel suo club di giovani assassini. Non pensavo che il tentato omicidio della Diamond potesse portare risultati così positivi.
« Violet Ophelia Traviston, che piacere vederti. » sibila mellifluo, intrecciando le dita e posando i palmi sulla grossa scrivania di legno intarsiato della Sala Comune. Attorno a lui, sono raccolti i suoi pupilli, in silenzio perfetto e praticamente immobili. Io, invece, non riesco a trattenere dei movimenti convulsi, e tento di strapparmi le dita delle mani a furia di tormentarle, nascoste dietro la schiena.
« Anche per me, Tom. » mento, ma suppongo non si aspetti niente di diverso da me; le sue capacità di percezione devono avergli già consentito di scandagliare il mio cervello meglio di quanto io stessa abbia mai fatto. Mi osserva per qualche istante, in silenzio; quando ricomincia a parlare, sembra ancor più pacato del solito, quasi professionale.
« So che la nuova arrivata ti crea dei problemi, non è così? » il suo sguardo vacuo, privo di espressione, si dirige dritto nei miei occhi. Sono costretta ad interrompere il contatto visivo.
« Parli di Scarlett Lywelyn? Credo che sia io a creare problemi a lei. » sono impertinente, forse, ma non reagisce in alcun modo. Antonin Dolohov, alle sue spalle, si dondola sulle gambe di un antico scranno, sonnecchiando.
« Non crearti nemici, Violet. » quasi sibila, ghignando e sporgendosi in avanti, verso la sottoscritta. Non posso che ritirarmi, sprofondando nello schienale imbottito della poltroncina. In questo stesso momento, con un tonfo incredibile, Dolohov atterra di schiena sul pavimento, gambe all’aria, e la sedia sfracellata sotto il suo sedere. Riddle lo ignora. « conto su di te, perché i mezzosangue vengano mandati dove devono anche dopo che me ne sarò andato. » si alza in piedi, forse aspettando che gli stringa la mano. Non reagisco, invece, probabilmente perché sono troppo inquietata per farlo. « Lenore, accompagna Violet nella sua camera. Buona continuazione, mia cara. Dolohov, Lennard, andiamo. » si congeda per primo, scomparendo oltre la porta del dormitorio maschile con i suoi due amichetti alle spalle. La bella Lenore, invece, si accosta a me, sbattendo le ciglia; dietro ad un aspetto tanto dolce, si nasconde un carattere assassino, come ho potuto constatare.
« Non angosciarti troppo. » borbotta facendomi strada verso il dormitorio; è evidente che gli ordini di Tom non si discutano, visto che non ha fatto una piega e ora mi sta conducendo fino alla porta della mia stanza. « C’è tempo per lasciarti prendere dal panico, Violet.»



Familiare e gentile; non avevo mai pensato di poter considerare Lenore da questo punto di vista, ed ammetto che il suo supporto dopo la breve conversazione con Tom è stata una sorpresa davvero apprezzata.
Edward alza la testa dalla sua pergamena, sorridendomi; forti raggi di sole fanno scintillare il pulviscolo come coriandoli dorati, e trasformano i suoi occhi chiari in due specchi trasparenti. Allunga una mano, sfiorando il dorso della mia, finendo per ricominciare a scrivere con le dita ancora intrecciate alle mie. Non va bene, tra di noi; apparentemente siamo una coppia molto carina, alla faccia dell’intero globo terracqueo che va dietro al Bell’Edward, e non c’è l’ombra di un problema sui nostri volti. Ma è chiaro ad entrambi che non è la stessa cosa; non abbiamo litigato, non ne abbiamo mai parlato apertamente, ma la Lywelyn è chiaramente interessata a lui,e lui non fa niente per farle notare che è già impegnato. E che, oltretutto, non ha testa neanche per curarsi della sua ragazza; nell’ultima settimana avrei potuto benissimo definirmi single, e se non l’avessi cercato io avrebbe continuato ad ignorarmi e rimanere seduto con le gambe incrociate sul suo letto ad arrovellarsi su chissà quale dilemma, che ovviamente non mi vuole svelare.
« Edward .. hai ancora molto da fare? » cerco di attirare la sua attenzione con un sorriso languido, sperando che colga il sottotesto della mia domanda.
« Mmmh.. abbastanza. » sfilo la mano dalla sua: è davvero possibile che non capisca una sola parola di quello che dico? Gli darei un pugno in testa, e non esagero. Visto che, come ha dimostrato l’aggressione al Tassorosso biondo l’altro giorno, le scazzottate non sono più bandite dal raffinato mondo magico. Non insisto, e mi rimetto a leggere il mio libro con calma.
« Ciao Violet! » sento chiamare con un gridolino familiare; la mia cuginetta Roisin sta saltellando verso di me con estrema grazia, e un dolce sorriso sulle labbra. Ha un carattere davvero forte: non si è lasciata abbattere dall’arresto di suo fratello Lochlainn, reagendo con ancor più energia di quanto avrei fatto io nel mio momento migliore, e ignorando il fatto che mi sia lasciata prendere dalla disperazione. « Ciao, Edward! » trilla arrossendo visibilmente: probabilmente ha appena realizzato il suo sogno segreto, salutando Ed.
« Ciao, Roisin! » la saluto, depositandole un bacio in fronte. Si sistema il cravattino, guardando fisso verso di me per sforzarsi di non squagliarsi sul tavolo alla sola vista del Magnifico Edward.
« Ti va di venire a bere un thé con me? » non le voglio dire di no, e d’altronde posso cogliere l’occasione per testare l’interesse di Edward nei confronti della mia presenza.
« Ed, ti dà fastidio? » non risponde neppure, facendomi appena un cenno per congedarmi. Wow, sono colpita. Mi alzo di scatto, prendendo sottobraccio mia cugina. I suoi occhi, di una sfumatura di verde che non si differenzia minimamente da quella dei miei, e da quelli di tutti gli altri appartenenti al ceppo Traviston, si soffermano per un secondo sul mio ‘ragazzo’, ed è l’ultima cosa che fa prima di trascinarmi via, verso la Sala Grande.



« Beh? » abbaia Scarlett Lywelyn, strappandomi di mano una sciarpa violetto che ho trovato abbandonata sul pavimento e che ho raccolto. Immagino che la mia faccia sia più che attonita: in un istante catturo la mia faccia stupita nel riflesso dello specchio alle sue spalle. Lei sta emettendo vapori dalle orecchie, sventolando la sciarpa sopra la testa. Nel vedere che non reagisco, si immobilizza. Vedo il suo cervellino striminzito che lavora a massima velocità per cercare qualcosa da dire. « Ti pare il modo?»
« La prossima volta la butterò giù dalla finestra, al posto di raccoglierla. » rispondo con un sorriso sornione, spostandomi verso il mio letto e distogliendo lo sguardo dal suo faccino da gattamorta. Non sono dell’umore per usare la diplomazia, mi auguro che l’abbia capito.
« Cos’hai da fare la stronzetta? » non cede, continua a fare l’arcigna.
« Devo risponderti? »
« Beh! » evidentemente questo monosillabo è la sua passione, oppure si crede una pecora. E in ogni caso, non si è resa conto che potrei azzannarla, se solo dicesse una parola di troppo.
« Tu fai la gattamorta, io faccio la stronza. » ribatto placidamente, piegando una montagna di vestiti che sono ammonticchiati sul letto.
« Cosa staresti insinuando? » la trucido con lo sguardo, sbattendo tre camicie nel baule e richiudendolo con un gran sbattere di legno massiccio.
« Prima di portarti a letto Edward, dovrai passare sul mio cadavere. » evitiamo i mezzi termini, a questo punto, e andiamo dritte all’obiettivo. Tanto, prima o poi avrei dovuto dirglielo. Le sfilo davanti, infilando l’uscita e sgambettando verso la Sala Comune. « e vai a morire. » sibilo tra me e me, lanciando uno sguardo nello specchio della porta aperta.












07/03/2008
commenti (3) • tag: discussioni, amori, consigli, amicizie, corvonero, tassorosso

«Tu non farai proprio nulla» borbotta per l'ennesima volta Eugene, guardandomi torvo dal letto d'infermeria in cui è relegato da ieri notte, quando quel branco di essere incivili, di animali, al seguito di Riddle lo hanno ridotto a un cencio. Mi blocco, nel bel mezzo della mia camminata nervosa, guardandolo male.
«Tu non sei nelle condizioni di dirmi cosa devo o non devo fare» replico, gelido «Hanno veramente esagerato, Eugene, e non capisco come tu possa tollerarlo. E' semplicemente indecente che una cosa del genere succeda in questa scuola, sotto il naso di tutti, e nessuno dica niente. »
Mi inchioda con un'occhiata cupa, mentre riprende a parlare.
«Adesso datti una calmata» scandisce pacato, il volto non più tanto gonfio ma ancora bluastro di lividi non completamente assorbiti «E stammi a sentire» si solleva, mettendosi a sedere a fatica «Tu non farai un bel niente. Metteresti a repentaglio te, la tua coccinella e...» abbassa appena la voce «...e non di meno il club. Non è il caso. Non è tempo, non adesso.»
«Ma Eugene..» protesto, pronto a lanciarmi in una disputa filosofica se necessario. Non è proprio tollerabile quanto è accaduto.
«Carlisle, no.» mi interrompo di nuovo, scuotendo il capo «Tu non puoi capire. Loro.. loro sono principi del sangue e vogliono regnare su un mondo dove io e quelli come me non siamo inclusi. Punto, fine della storia. Giusto o sbagliato che sia, questa è la loro idea e nulla potrà cambiarla. Quindi fammi il favore di stare alla larga dalle stronzate, d'accordo?» conclude burbero, distogliendo lo sguardo e incrociando le braccia al petto.
Sospiro, lasciandomi cadere su una sedia accanto al letto. Lo sguardo cade su un pacco di biscotti abbandonato sul comodino, segno di visite: strano, dal momento che Eugene è un disastro in tutto ciò che implica conversazione e rapporti umani tanto quanto è dannatamente bravo a intonare un brano di Bach a prima vista.
«Chi è venuto a trovarti?» gli chiedo, afferrando un biscotto e porgendogliene un'altro. La melodia che aveva bozzato ha un brusco calo di tono, mentre arrossisce violentemente prendendo il dolcetto dalla mia mano.
Si concede un morso, prima di sussurrare un nome che si perde nell'infermeria vuota, tra le file di letti deserti.
«Jiulia.»

***

«Stai bene?»
«Mh?»
Gli occhi verdi di Jillian mi sorridono, spuntando da sopra la sciarpa bianca in cui si è infagottata.
E' incredibile quanto freddolosa sia questa ragazza, specie se si pensa a quanto arrossisce.
Le sorrido, stringendole la mano e intrecciando le dita alle sue, mentre si accoccola meglio sulle mie gambe, posando le testa contro la mia spalla.
«Sei pensieroso» riprende, premendo le labbra sul mio collo «Sicuro che vada tutto bene?»
«E' stata una lunga giornata» sospiro «E Lumacorno ci ha rifilato un compito in classe particolarmente odioso.»
«Mh» mugola, senza nemmeno prendere in considerazione l'idea di credermi. E infatti, dopo qualche attimo, riprende «Eugene come sta?»
Zan zan zan! Beccato.
«Io non riesco proprio a capire come tu possa essere così acuta quando si tratta degli altri e così cieca quando si tratta di te» commento con un sospiro, posandole un bacio sulla tempia. Non ribatte, abbozzando un sorrisetto dispiaciuto, mentre in realtà non lo è affatto. «Sta bene, comunque» inspiro a fondo, gonfiando le guance «Rassegnato all'idea che il suo è un destino inevitabile» soffio fuori tutta l'aria che ho nei polmoni, in uno sbuffo che va a scompigliarle qualche ciocca di capelli. Abbassa le palpebre, impedendomi di vedere cosa si rifletta nei suoi occhi, mentre si mordicchia una nocca pensierosa e inclina il capo di lato, posando la fronte contro la mia guancia.
«Sai cos'è?» inizia a dire, riaprendo gli occhi. Sono fissi su un punto lontano, vedono qualcosa che io non posso vedere, quasi imperscrutabili nel loro verde foglia «Per noi è impossibile capire il suo punto di vista.»
«In che senso?»
«Nel senso che noi non siamo come lui» faccio per ribattere, ma mi preme la mano libera sulla bocca, impedendomi di dire qualsiasi cosa «Quello che voglio dire, prima che tu mi faccia letteralmente esplodere, è che noi non viviamo la magia nel modo in cui la vive lui.» le lancio un'occhiata irritata, mentre lei non accenna a smuovere la mano dalla mia faccia «Noi siamo purosangue. E sono la prima a dire che tra purosangue e mezzosangue non ci sono differenze per quanto riguardo il potere magico e l'abilità con la bacchetta, ma lui è cresciuto convivendo con il pensiero fisso di essere insignificante agli occhi della comunità magica. E ritrovarsi in un ambiente dove i mezzosangue sono causa di scontri... beh, non deve essere piacevole.»
Mugolo qualcosa che si perde tra le sue dita.
«Vedi, a noi una cosa del genere, in questo contesto, non succederà mai. Se qualcuno ci attaccherà, sarà solo perché ci siamo schierati da una parte o dall'altra, non perché il nostro sangue porta tracce di origini babbane. Eugene... correggimi se sbaglio, ma mi da tanto l'idea di una persona molto sensibile e fondamentalmente insicura.» annuisco appena «Forse.. forse si sente in un qualche modo responsabile, ecco.»
Toglie la mano dalla mia bocca, lasciandomi libero di parlare, ma il suo sguardo è ancora lontano, perso nelle fila del suo ragionamento. Prendendole il mento tra le dita, la costringo a guardarmi.
«Anche ammesso che sia davvero così, resta il fatto che non è ammissibile quello che hanno fatto.» le dico, cercando di controllare la rabbia e la voce.
«Lo so» annuisce, abbozzando un sorriso «Per quanto grande possa essere, la pazienza non è infinita. Tutte le corde si spezzano, prima o poi»
«Io devo...»
«Tu non devi proprio nulla, da solo» mi ammonisce, inarcando le sopracciglia «Semmai NOI faremo qualcosa. Ne parleremo con Jiulia, alla prossima riunione.» dichiara, con un tono che non lascia dubbi sul fatto che la questione è chiusa.
«Ah, a proposito di Juls!» esclamo, alzandomi in piedi tutto d'un colpo. Jillian lancia un gridolino e si aggrappa al mio collo per non cadere, ritrovandosi all'improvviso in punta di piedi.
«Ma sei scemo?» mi urla in faccia, rossa fino alla punta delle orecchie. Non posso fare a meno di ridere, guadagnandomi un debole tentativo di pugno sul braccio. Ignoro il suo commento, riprendendo a parlare.
«Indovina chi è andata a trovare il nostro piccolo grillo cantore* con una scatola di biscotti fatti in casa?»
Apre la bocca per ribattere ma la precedo di qualche istante.
«Jiulia!»
La sua reazione è impagabile: la bocca si apre in una perfetta O colma di stupore, gli occhi si sgranano all'inverosimile e le mani salgono alle guance, dove rimangono ad incorniciare quella sembra una buffa caricatura della mia ragazza. Stringendole i polsi le abbasso le braccia, lasciandole un bacino sulla punta del naso.
«Tu sei finita nella casa sbagliata, lo sai? Saresti stata una perfetta Tassorosso.»
Non ha nemmeno bisogno di tradurre a parole l'occhiata che mi lancia, parla di se. L'acido muriatico è zucchero puro, a confronto.













05/03/2008
commenti (1) • tag: amori, malinconia, dolore, amicizie, dubbi, litigi, guai, grifondoro, corvonero, fidelius

Vorrei non avere tanto mal di testa, ma d’altronde è colpa mia, se sono rimasta a studiare fino a notte fonda. Non vedo la mia media in calo, ma non posso fare a meno di pensare che Garet e in genere tutti gli impegni che ho preso tolgano troppo tempo allo studio. Fino a qualche mese fa, non passavo il mio tempo libero a passeggiare sospirando, a guardare allenamenti di Quidditch sotto la pioggia, a fare lezione di Difesa contro le Arti Oscure ai miei compagni. Cose che, per carità, adoro, ma che mi fanno rodere per il senso di colpa. Ho un futuro che mi aspetta, e tutti contano su di me.
Infilo nella sua apposita cartelletta la pergamena coperta fittamente di appunti, mentre Silente sposta delle grosse gabbie piene di pappagalli sul fondo della stanza; la lezione doppia di Trasfigurazione mi ha stremata, anche se la mia lotta per la E è ormai alla fine, e a maggior ragione non voglio cedere proprio ora che Silente sembra sul punto di concedermela.
Mi metto la tracolla, sistemandomela alla bell’e meglio sulla spalla, e mi piego verso Annette, che per tutta la lezione si è agitata al mio fianco, fremendo per il desiderio di raccontarmi della fine che ha fatto il suo ex. Sogghigna, prende fiato – le sue vicissitudini mi forniscono sempre un sacco di spunti, quando scrivo di amori travagliati – e si ferma. Indica alle mie spalle, continuando a ridacchiare vivacemente e occhieggiando … Sebastian, che mi guarda con un’espressione a dir poco bizzarra, di cui non capisco né l’origine né lo scopo; è seduto su un banco, le gambe che oscillano e i piedi che sfiorano il pavimento.
« Beh? » gli chiedo, senza muovermi dalla mia posizione. Lui, invece, scende dal banco con un balzo, mettendosi in piedi di fronte a me. Curioso, molto curioso: è così .. alto, e ad una stangona come me non capita molto spesso di sentirsi sovrastata.
« Niente, mia cara. Osservavo che hai la faccia sporca di inchiostro. » mi sfiora la guancia con la punta delle dita. Curiosa, questa sensazione, già. Viene subito scacciato con uno spintone di Julia, stranamente energica. Mi guarda storto e guarda ancor più torvamente il povero Seb, che sembra volersi scusare di non so cosa con uno sguardo di rimando.
« Andiamo. » ruggisce la mi amica, trascinandoci entrambi con se. Faccio un cenno ad Annette, che rivedrò più tardi e alla quale darò tutto il tempo necessario per raccontarmi i dettagli. Seb allunga di nuovo un indice verso il mio mento, iniziando a premervi ripetutamente.
« Signorina Harrington. » mi volto verso Silente, sfuggendo al suo tocco.

***

Il professore aspetta in silenzio che i miei compagni escano, lasciandomi imbambolata ad osservarlo con crescente perplessità.
« So di non essere il tuo Capocasa .. » esordisce indicandomi il banco da cui mi sono alzata pochi istanti fa. « .. ma vorrei chiederti a che punto sei con lo studio per i M.A.G.O. » Ecco, sapevo che sarebbe successo: due anni fa, Silente è stato il primo ad appoggiare la mia idea di scegliere le materie più adatte ad un’eventuale assunzione come Auror. Cosa che, come ben so, richiede un assurdo coraggio ed una perseveranza che va oltre ogni limite. Doni che non sono sicura di avere, ma che non posso che sperare di tirar fuori, al momento giusto.
« Va bene .. sto studiando. »
« Pensi ancora di voler fare l’auror? »
« Già. » mormoro mentre lui si aggira per l’aula, ancora alle prese con i pappagalli che, poco fa, hanno subito una lunga serie di trasformazioni di quelle che potrebbero essere richieste, per l’appunto, agli esami finali.
« Anche il tuo collega Sebastian Lang ha i tuoi stessi progetti … già. » borbotta senza guardarmi.
« Ah sì? » senza volerlo mi spingo all’indietro, facendo scivolare di lato le gambe, come se stessi per alzarmi.
« Sei di fretta, eh? »
« No, affatto. Anzi.. »
« Sì? »
« ..sono contenta che me l’abbia chiesto. E’ un bene che mi sia ricordata qual è il mio obiettivo. » sorrido, alzandomi in piedi. Silente mi guarda con affetto prima di voltarmi le spalle e ricominciare a lavorare.


qualche giorno dopo.
Saluto Sebastian, che si dondola sulla sedia e mi segue con lo sguardo mentre scappo verso Garet. Il problema è Julia: come non preoccuparsi per lei? E’ evidentemente deperita. Sta male, è palese, ma non si sfoga affatto. Né con me, né con lui, e non riesco a capire cosa fare per aprire la valvola.
Il mio ragazzo è appena risalito dal campo di Quidditch, se non mi sbaglio, e sono quasi certa che sia stato un allenamento extra in vista della partita contro serpeverde. Vedo per prima cosa, appena mi avvicino, lo stato del suo occhio destro: è gonfio, ed un’ampia area attorno ad esso è di un rosso acceso. Lo sfioro appena, con la punta delle dita. Freme sotto il mio tocco: mi sembra nervoso, irritato, ma apparentemente non ce n’è motivo.
« Tesoro, cosa ti sei fatto? » sorrido, poi mi sposto in avanti, verso di lui. Si ritira, rifiutandomi un bacio. Mi sento momentaneamente disorientata, non l’ho mai visto fare una cosa del genere; probabilmente non è andato bene l’allenamento.
« Una pluffa. Tu, piuttosto … » alza il mento, accenna alla sedia da cui Seb è sparito; la sua espressione è stranamente dura, gelida. Lui è così dolce: non si è mai arrabbiato, neppure quando mi sono scordata un appuntamento perché stavo leggendo un saggio di Storia della Magia inviatomi da casa. « … ti sei fatta il ragazzo? » non l’ho mai sentito neanche parlare con sarcasmo; sembra quasi un’altra persona, e questo nuovo Garet non mi va decisamente a genio. Seguo i suoi tratti: le narici dilatate, gli occhi stretti, le mani che tremano.
« Ma che stai dicendo? » mi viene quasi da ridere mentre gli rispondo: è uno scherzo, no? non è davvero possibile che Garet creda che lo sto tradendo .. con Seb, soprattutto.
« Non ho le fette di prosciutto sugli occhi, e neppure gli altri! Mi hanno detto dei vostri giochini.. mi sono accorto di come ti guarda .. di come VI GUARDATE! » alza il tono, sembra troppo arrabbiato per esserlo veramente.
« Garet, non puoi pensarlo veramente. »
« Ah, no? »
« Io sto con TE, sono innamorata di TE! »
« Certo, e Seb è solo un amico. »
« Sì! »
« Ridicola. » stringo i denti; non capisco, non voglio capire, mi sento mortificata e ferita. Singhiozzo. Lui distoglie lo sguardo, come se si vergognasse di me; stiamo litigando? Mi sta lasciando?
« Lui è mio amico, è IL TUO amico! » sento che la mia voce comincia a tremare dal fondo della gola; non è affatto bello quello che sta succedendo.
« Per la barba di Merlino, Georgiana! Smettila! » geme e fa per andarsene. Sento le lacrime che mi salgono agli occhi, e che scendono lungo le guance mentre, con poca forza, tento di afferrargli il polso. Evidentemente è mosso a pietà: torna sui suoi passi. Gli poso le mani sul petto, ormai in preda ai singulti.
« Ti prego … » mormoro, mentre lui lascia che gli posi la testa sulla spalla, tremando come una foglia al vento. Mi bacia i capelli, mi abbraccia. Fine della crisi. Sorrido, trattenendo un fiume di lacrime che si arenano tra le mie ciglia.



Gli ultimi membri del club escono dalla stanza delle necessità, lasciando me e Julia sole nella sala vuota, con i cuscini sparpagliati ovunque sul pavimento. Respiro rumorosamente, anzi, sospiro: è stato decisamente difficile far agitare le bacchette ad un gruppo di coetanei, tutti convinti che io abbia le capacità per farlo.
Mi lascio cadere su un cumulo di cuscini ammonticchiati in un angolo, socchiudo gli occhi, seguendo per qualche momento la figura di Julia che si affanna inutilmente.
« Fermati un attimo. » non sembra ascoltarmi. « Garet è strano. » niente. Scompiglia e rimette in ordine la stessa pila di fogli. Facendo leva sui palmi, mi metto seduta sulla montagna di cuscini, e osservo più agevolmente la mia amica.
« Sono andata a letto con Sebastian. » esclamo con esasperazione, tentando di attirare la sua attenzione con un espediente piuttosto banale, e ai limiti del possibile.
« mmh? » mugugna appena, voltandosi verso di me come se avessi parlato di zuppa inglese. E’ chiaro che le sue facoltà mentali si siano involate definitivamente: ad un qualsiasi accenno al sesso avrebbe fatto un bel salto, per non ricordare che nella stessa frase ho detto anche ‘Sebastian’. E lei non ha mosso un dito!
« Tu adesso mi dici cosa c’è. »
« Niente. »
« Julia Versten, non farmi arrabbiare, o dovrò toglierti 10 punti perché ti sei rifiutata di collaborare con l’autorità! »
« Non ho niente, davvero! » stringo le labbra, guardandola storto per farle intuire che non è il caso di continuare a dire sciocchezze. « … ho incontrato Riddle. »
« e…? »
« Ha ucciso mia sorella. E’ vivo, e libero. » sta in piedi a stento; faccio per alzarmi, per sorreggerla, ma è lei a precipitare come un sacco di patate al mio fianco. E’ improvvisamente impallidita, se mai potesse essere più bianchiccia di quanto sia nell’ultimo periodo, e questo non lascia presagire niente di positivo. Le poso una mano sulla spalla. Trema; so che potrebbe suonare crudele, però è il momento giusto per tentare di far cadere le sue barriere.
« Io non faccio niente per .. per .. »
« tu non potevi farci niente, Julia. »
« dovevo proteggere mia sorella! » singhiozza, cadendo all’indietro. Forse ce la faccio a farla piangere, forse ce la faccio. E forse riuscirò anche a convincerla che non è stata affatto colpa sua.
« cosa potevi saperne, tu? »
« dovevo parlarne con lei! »
« l’hai fatto. »
« no, no! non abbastanza! » grida ora. Probabilmente le si sta scatenando un turbinio emozionale; la ascolto emettere suoni disarticolati, ogni tanto sbocconcellare qualche parola, tremante e sul punto di scoppiare a piangere. E io aspetto, seguendola come posso e stringendole le mani; passano minuti su minuti, il tempo si allunga e arrotola mentre lei segue un discorso che ha senso solo nella sua mente. « … non è colpa mia! » esplode finalmente, gettandosi tra le mie braccia, in lacrime.
« Già, non è colpa tua. Su, va tutto bene. »













26/02/2008
commenti (3) • tag: amori, amicizie, paura, dubbi, litigi, guai, grifondoro, corvonero, tassorosso, momenti imbarazzanti

Il professor O’Sullivan, tutto contento, ci applaude vivacemente saltellando dietro il leggio, il suo podio che sobbalza e scricchiola. Mi arriva nelle costole l’abituale gomitata di Milo, alla quale rispondo con altrettanto slancio; sento il rumore dei suoi spartiti che sbatacchiano sulla schiena della persona che gli è davanti, e che si gira ad insultarlo, ma non faccio lo sforzo di abbassarmi a guardare chi sia.
Essere parte del coro di Hogwarts è un modo eccezionale per farsi etichettare come sfigato; nessuno vorrebbe mai esporsi al pubblico ludibrio cantando davanti a tutta la scuola, magari mentre si pasteggia, con Dippet che fa oscillare i suoi indici fingendo di dirigersi. Nessuno, tra le mille attività possibili, sceglierebbe quella prettamente non magica e senza alcuna finalità o influenza sul proprio futuro. Così finisce che solo chi ha una reputazione talmente perfetta da non poter essere offuscata e chi non ce l’ha proprio entra a fare parte del coro; esempi tecnici dei due opposti, Milo Ashmore, mio caro amico e compagno di stanza, e me, Eugene Pennington.
« Signor Ashmore, mi faccia la parte da solista. » borbotta O’Sullivan, innervosito dall’eccessivo agitarsi delle ultime file; Milo continua a ridacchiare ed annuisce, sfogliando le sue scartoffie. « E uno .. e due .. e uno e due e tre! » attacchiamo a cantare. Sono già abbastanza sfigato che non ci sarebbe alcuna differenza, se cantassi o no, e quindi visto che mi piace continuo a farlo. Mi alzo in punta di piedi giusto per il gusto di fare scena mentre il vocalizzo sale ad una nota praticamente impossibile, per noi ragazzi, e le ragazze strillano e ululano di sottofondo alla voce da baritono leggero di Milo. Anche alla London’s Academy of Music c’è un coro, il miglior coro che si possa immaginare, e nessuno pretende che si parli di lampi verdi in un Requiem.
Il brano si conclude con un gemito del nostro direttore, affatto contento della prestazione, che ci intima di andare prima che decida di toglierci un punto per ogni nota sbagliata. Evaporiamo in fretta, scendendo dai nostri sgabelli e precipitandoci verso la porta dell’aula di Babbanologia, che una volta alla settimana viene adibita a sala prove del Coro. Milo mi prende per un braccio, costringendomi a rallentare.
« Ehi, guarda chi c’è. » distinguo dall’altra parte del corridoio i piccioncini Jillian e Carlisle, e poco più lontano le amichette di lei, la sua cricca di fatine, che pigolano e sbattono gli occhioni.

***

« Senti, prendiamoci un caffè e lasciamoli perdere. » mugugno distogliendo lo sguardo dalla coppietta e dalle fatine che però, purtroppo, ci hanno già puntati e fatti soggetto delle loro allegre chiacchiere. Ok, lo ammetto, è colpa mia: sono alto come un lampione, non passerei inosservato neppure al buio. Sento una voce femminile che chiama Milo e lui, puntuale come un orologio svizzero, trotterella in quella direzione, mollandomi da solo in balia degli sguardi divertiti delle Corvonero. Faccio per andarmene, con la tentazione di usare un libro per nascondermi la faccia.
« Eug! » sento chiamare, senza fare neppure in tempo a muovermi; chiaramente, è la voce di Carl. E così non solo le Jill Girls, ma anche tutti gli altri studenti che passano in corridoio si girano verso di me. Sento che la mia faccia si contorce in una smorfia infastidita; striscio verso il mio amico, che si scolla dalla sua ragazza.
« Ciao, Eugene! » dice lei sfilandosi dal suo abbraccio e scappando verso le amiche che la aspettano; la seguo con lo sguardo, finendo per incrociare prima quello di Rachel Casey, poi quello di Isabel Sittenfeld: sbatte gli occhioni, fa un sorrisino, sembra sul punto di strozzarsi e poi torna a cinguettare. Le donne.
« Hai finito di essere zuccheroso, per oggi? »
« Se non ti conoscessi bene, direi che sei solo invidioso. » mi risponde con un sorriso ironico. « A proposito, l’appuntamento è per stasera, te ne ricordi? »

***

E’ un posto nuovo per tutti; non ho potuto che stupirmi per l'incredibile magia della stanza. La chiamano stanza delle Necessità c’è un motivo più che valido: io e Carl schierati di fronte alla parete sgombra, con gli occhi stretti, una porta piccola e sudicia con una maniglia di ottone incrostato, tanto bassa da costringermi ad inchinarmi. E dentro, un’aula di medie dimensioni, con il soffitto alto, e le pareti occupate da grandi scaffalature piene di libri, ma anche oggetti di scopo dubbio e varie cianfrusaglie.
Ad occhio e croce una decina di persone si dispone in vari punti della stanza, e tutti sembrano piuttosto in tensione; al nostro ingresso, subito si precipita verso di noi la ragazza con i capelli scuri che mi è stata presentata da Carlisle, Julia Versten, la sorella di Ida. A quanto pare è il capo della baracca, e infatti si avvicina con il chiaro intento di introdurmi alla faccenda; è chiaro che non abbia reagito bene alla morte della mia compagna di casa, come c’è da aspettarsi d’altronde, ma il suo aspetto rivela delle sofferenze molto maggiori a quelle abituali.
« Eugene, non è vero? Devi farmi un favore, vieni con me .. » Carl scappa subito tra le braccia della sua diletta, che immagino abbia individuato nello stesso secondo in cui siamo entrati. Julia non cerca di fare la carina, per fortuna, e dopo essersi fermata vicino ad un tavolo mi offre un bicchiere colmo di liquido trasparente.
« Veritaserum. » scandisce.
« … »
« Bevilo. » Agli ordini.
« Hai avuto, hai o intendi avere rapporti cordiali con Riddle? »
« No. »
« … o con la sua cricca? »
« No. »
« Credi anche in minima parte nelle sue idee? »
« Sono Mezzosangue! » sbotto scuotendo la testa, e distogliendo lo sguardo da lei. Dico io, neanche fosse il controspionaggio o qualche organismo parallelo. Catturo con la coda dell’occhio il suo braccio destro – o sinistro – Georgiana Harrington, caposcuola Corvonero, che arriva al galoppo, seguita da un altro ragazzo, che le stringe la mano.
« Cominciamo? » chiede con voce flebile; mi chiedo se sarebbe mai capace di cantare .. ho sentito dire che per ora le sue uniche velleità non-magiche risiedono nella scrittura. Julia annuisce, facendomi cenno di seguirla; mi scelgo un grosso pouf giallo grano, dove poso il mio stanco stanco sedere, e costringo le mie gambe chilometriche a prendere una posa innaturale.
« Ciao.. » trema ancora la voce della Harrington, così rossa in volto da fare quasi luce. Non sembra esattamente a suo agio con tutti gli occhi puntati addosso, ma è anche chiaro che sta facendo un notevole sforzo di volontà. « ehm, oggi faremo un po’ di esercizio sugli incantesimi difensivi. » non è abituata a stare in cattedra, questo è chiaro. Continua con la sua spiegazione, con il punto di vista di chi al settimo ha visto e provato di tutto: la sua secchionaggine sprizza da tutti i pori.
Ci dice di sistemarci a coppie; io mi trovo davanti a Carlisle che ha lasciato momentaneamente perdere Jillian e l’inseparabile Isabel; il fatto che siano Corvonero mi rincuora, altrimenti proprio non saprei cosa pensare. A turno, Carl cerca di attaccarmi con un Expelliarmus e io rispondo con un Defendio, o viceversa. La cosa si rivela piuttosto semplice, visto che siamo tutti degli ultimi anni.
La cosa più interessante è vedere la nostra presunta insegnante, Georgiana, che fa scivolare montagne di miele – una tradizione Corvonero, allora! – sul suo ragazzo, massaggiandogli l’occhio nero provocato durante un allenamento di Quidditch ( non si può dire che sussurrino ) e contemporaneamente non muove un dito per respingere le evidenti avances di Sebastian Lang.
« Lo so, è imbarazzante anche per me. » sento dire dalla voce di Julia Versten alle mie spalle; mi si accosta sorridendo e, stranamente, non posso fare a meno di risponderle.


E’ notte; e la ronda dei Caposcuola non passa, non passa, non passa, proprio quando dovrebbe passare. « … dillo: sono uno un lurido sanguesporco. » sibila una voce nel buio, una sferzata ancor più decisa di quella che mi arriva in pieno volto, l’ennesima. Non è un sogno, stavolta: il dolore che sento è reale, e le mani degli amici di Riddle stanno toccando la mia sporca pelle di mezzosangue per ricoprirla di sudici lividi. La cravatta, impigliata chissà dove, mi sta strozzando, e il pugno che mi arriva dritto nello stomaco non fa che peggiorare la situazione della mia respirazione.
Certo, penso lucidamente, ma è inutile che reagisca: in quattro contro uno non c’è prestanza fisica che tenga, e certamente ne basterebbe uno per ridurmi in carne macinata. Perché proprio a me? E non ad un qualsiasi altro giovane mezzosangue, o ad un cane, un piccione, ma non a me. Io non vorrei essere qui, perché me ne fate anche una colpa? E non spezzatemi le dita, per favore; l’osso del collo, se volete, ma lasciate stare le mie mani. Fortunatamente non sembrano abbastanza brillanti da ricordare che sono una delle poche cose importanti per un pianista, mentre mi sbattono la testa contro un angolo del corridoio.
« muori, cane. » sento sibilare da una voce grossa, profonda, probabilmente di uno degli orsi più grossi del circo Riddle. Le tempie mi pulsano, probabilmente perché sto perdendo sangue anche da punti che neanche sapevo di avere; mi accascio sul pavimento nonappena mi lasciano libero, e fanno un passo indietro per ammirare la loro opera. Sono abbastanza devastato, eh?! La forza per dirlo ad alta voce non l’ho.
Mentre se ne vanno, socchiudo gli occhi; nel buio, è solo un riflesso di un istante a tradire uno dei membri dell’allegra brigata. Riconosco senza dubbio i bei tratti di Jasper Lewis, del mio anno, che ghigna mentre si ripulisce le dita con un fazzoletto. Fazzoletto di seta cucito a mano, probabilmente.
« picchiarmi .. proprio come fanno i babbani, eh? » sento una risatina sorgermi dal cuore, ma lo sforzo mi fa abbandonare la testa a terra. L’unica risposta è un calcio nelle costole, e poi sento i loro passi che si allontanano.
Credo che mi prenderò una pausa, prima di tentare di andare in infermeria.













23/02/2008
commenti (2) • tag: amori, amicizie, lezioni, grifondoro, corvonero, tassorosso

Tre galeoni in meno. Dovrò fare qualcosa per recuperarli, tipo dare ripetizioni extra a qualche studente imbranato.
Che voglia!
Sorrido sotto i baffi, ripensando alla scena di ieri. Povera Jillian, ci era proprio cascata in pieno…avevo sentito una piccola stretta al cuore, vedendola così smarrita e dispaciuta. Ho tagliato la commedia più o meno a metà, sorvolando su una serie di improperi da rivolgerle, cara lei.
Per fortuna, ha preso bene lo scherzo, anche se è restata un poco risentita con noi, com’è ovvio.
Devo dire che sono molto contenta per lei: ha trovato un bel Tassorosso fulvo, con cui sostituire Jasper Lewis. Eccolo là, lontano, che beve una Burrobirra bollente, in piedi.
Accanto a lui, una borsa con lo stemma di Serpeverde, credo per gli allenamenti di Quidditch, finiti da poco. Peter ne possiede una simile, con lo stemma di Grifondoro, e mi ha appena lasciato per raggiungere la squadra.
Poco distante da me, vedo Julia Versten che parla con un Corvonero appena arrivato, un ragazzo alto e con degli incredibili occhi azzurri. Ha un nome irlandese, che al momento mi sfugge.
Sospiro, considerandoli: si somigliano, sì. Hanno quest’aspetto artico, polare, con quelle iridi chiare e quei tratti affilati.
Mescolo la mia cioccolata calda.
“Audrey! Ma a cosa stai pensando?!”
Una voce spezza il corso dei miei pensieri. Mi volto, sorpresa.
“Come?”
“Ti ho chiamato due volte!”
replica sorridendo.
È Jillian, che si siede accanto a me.
“Isabel e Rachel sono in biblioteca a studiare. Ti va di darmi una mano con Aritmanzia?”
“Certo, dimmi tutto.”

Ci seppelliamo insieme in grafici di parabole e iperboli che si intersecano, monomi e polinomi. In questa materia basta un errore minimo, un segno sbagliato e tutto l’esercizio si sballa. E Jill nell’ultimo periodo è un po’ distratta da una certa chioma color fiamma.
“Uffa, come al solito.”commenta.
“Dài, non preoccuparti. Non vorrai mica fare la professoressa di Aritmanzia nella vita!”
“No, per niente. E poi Nolasco mi ucciderebbe piuttosto che lasciare Hogwarts.”
“Dove c’è la sua Bonny!”

Sogghigniamo al pensiero del nostro austero insegnante alle prese con una cotta adolescenziale.


La vita qui è scandita dalle lezioni.
In questo momento mi sto deliziando con il professor Benton.
Vale a dire che mi ha chiamato fuori per essere interrogata. Evviva.
È entrato in classe con un sorriso malefico[col senno di poi], e ci ha apostrofato:
“Giovani maghi, graziose streghe. Oggi interrogo.”
Gli studenti più coscienziosi hanno iniziato subito a sfogliare il libro, ma in generale le Serpi sono tranquille. A parte il fatto che di solito riescono bene in questa materia, bisogna considerare la simpatia di Octavius Benton verso i nobili studenti della Casa verde-argento.
Jillian è rimasta sorpresa, ha dato una rapida scorsa ma si è tranquillizzata in tre secondi netti. Lei è un’enciclopedia vivente di Incantesimi: l’altro giorno mi ha perfino riparato il lucchetto del baule, facendomi meravigliare che esistesse un sortilegio per una cosa del genere.
Ma la voce melliflua di Benton ha sillabato:
“Signorina Salinger, ha voglia di dimostrarci le sue conoscenze?”
Un sospiro di sollievo si è alzato rumoroso.
“Lei, Becket, vuole fare compagnia alla nostra Riccioli d’Oro?”
Dare un pugno ad Octavius Benton: che soddisfazione sarebbe. Queste sue battutine sono davvero vomitevoli.
Una Tassorosso con gli occhi azzurri ed i capelli castani si alza in piedi e raggiunge la cattedra, affiancandomi. Cassandra Becket era la migliore amica della ragazza morta, Ida. La saluto con un cenno, dopodichè Benton inizia con una serie di domande a raffica su applicazioni e storia degli incantesimi di luce. Cassandra risponde con voce malsicura, ma in modo corretto. Poi tocca a me darne dimostrazione pratica.
Sento la voce di Jillian mentre mi spiega l’ultimo, il più difficile.
‘Devi pensare al sole, solo al sole. È l’unica cosa importante! Poi non ti resta che dire: Brillantarem!”
E l’aula diventa un rogo di luce.
Siamo nella nostra stanza. Le quattro: Isabel, Rachel, Jillian ed io; in pigiama, capelli raccolti e in modalità pettegolezzi.
Sul mio letto ci sono pacchetti di Cioccorane, biscotti della nonna di Jill e una stecca di cioccolato belga che mi ha mandato mio padre. Noi quattro stiamo spaparanzate, e stiamo ridendo a crepapelle per l’ennesima storia di Rachel, che ci racconta le sue figure durante Erbologia.
“Vi assicuro, ho fatto cadere un vaso sul piede di Sam. Non volevo, giuro!”
Quella che ride di più è Isabel, ed è anche quella che ne ha più bisogno. Lei ed il suo fidanzato di Durmstrang si sono lasciati da poco. Jillian me l’ha detto ieri, e la cosa mi ha sorpreso non poco: quei due erano il romanticismo fatto coppia, così lontani eppure così innamorati.
Addento un biscotto.
“Jillian, però non ci hai ancora detto come bacia Carlisle…o devo arrabbiarmi ancora?!”
La piccolina [mi ispira una tenerezza assurda, neanche fosse un gattino abbandonato!]  arrossisce.
“Ecco…non saprei cosa dire. Se non che è stato bellissimo.”
Sento che mi sta nascondendo qualcosa, lo capisco dal suo sguardo. Eppure quando lo scorgo in fondo al corridoio…
‘Peter! Peter!’penso, in modo del tutto irrazionale.
Lo vedo che si avvicina a me, il cuore rimbomba contro le mie costole. Ha un sopracciglio ferito, sì, merito dell’allenamento. Mi abbraccia e mi prende in braccio.
“Non voglio tutta questa gente intorno. Voglio stare da solo con te.”

E cosa ci posso fare se quando lo vedo non capisco più nulla?

 

 

 













20/02/2008
commenti (10) • tag: amori, misteri, addii, amicizie, paura, serpeverde, lezioni, riddle, corvonero, tassorosso

«Bacia bene Carlisle?»
La domanda mi piove addosso tutto d'un tratto, cogliendomi di sorpresa al punto da farmi andare di traverso il succo di zucca che stavo bevendo. Tossisco vistosamente, sentendomi bruciare come mai prima d'ora, e automaticamente faccio volare lo sguardo oltre le spalle di Isabel, cercando la chioma fulva del mio... di Carlisle.
«Allora?» insiste lei, inarcando le sopracciglia e fissandomi con i suoi enormi occhi di ghiaccio «Sono sicura che bacia molto meglio di quella bestia di Lewis.» commenta sprezzante, rigirando il cucchiaino nella sua tazza di caffè.
«Su questo non ci piove»interviene Rachel, alzando lo sguardo dalla sua copia della Gazzetta del Profeta per scoccarmi una lunga e penetrante occhiata. Io avvampo ancora di più, se possibile, facendomi piccola piccola sulla panca.
«...veramente io...» inizio a pigolare, presto interrotta dall'arrivo di Audrey, che si lascia cadere accanto a me sbuffando.
«E' una cosa indecente.» sbotta, prima di versarsi della cioccolata calda e agguantare una brioches con rabbia, sprizzando irritazione da tutti i pori.
«Ben svegliata, principessa!» sghignazza Rachel, allungando una mano per scompigliarle i riccioli, ma non fa in tempo ad arrivare a metà strada che un'occhiata di fuoco della Salinger la paralizza.
«No, io dico» riprende a parlare la biondina, posando su di me i suoi enormi occhi verdi e trapassandomi da parte a parte. Non posso fare a meno di sentirmi incredibilmente nuda di fronte a tanta furia gelida. Arretro, inconsapevolmente. «E' mai possibile che dopo tutto quello che ho fatto per te, io devo venire a sapere una cosa del genere dalla bocca di una Tassorosso pettegola incapace di starsene zitta anche in bagno?» mi aggredisce, puntandomi un indice in faccia. Aiuto.
«Audrey, io non capisco..» balbetto, piuttosto spiazzata. Lei inspira a fondo, rumorosamente, dando ulteriore prova del suo sdegno. Le altre ragazze osservano la scena stranite, senza osar intervenire.
«Ma sentitela, fa pure la finta tonta!» strilla offesa, roteando gli occhi. Mi faccio ancora più piccola, sperando vivamente di non mettermi a tremare nel bel mezzo della Sala Grande che, ringraziando il cielo, non sembra prestarci più di tanta attenzione.
«Cioè, tu ti baci con Carlisle Hunnam e non me lo vieni a dire?!» sbotta alla fine, dopo qualche attimo.
Cala un improvviso silenzio sul nostro gruppetto. Occielo. E adesso cosa faccio? Come mi scuso? Folletti, ha ragione! Lei è stata così gentile con me, così paziente, e io la ricambio in questo modo? Sono proprio una pessima amica, la nonna ha ragione a dire che un cucchiaino è più socievole di me!
«Audrey, io...» inizio a dire, sentendomi gli occhi pizzicare. La bionda mi guarda con la coda dell'occhio, rimestando rabbiosamente la sua cioccolata sotto lo sguardo stralunato della sua migliore amica e di Isabel.
«No, Jillian, no» mi interrompe «Non c'è niente da aggiungere, i fatti parlano da sé. Solo una cosa» fa una piccola pausa, guardandomi truce «Davvero hai creduto che potessi arrabbiarmi per una cosa del genere?»
Rimango attonita, impiegando qualche secondo per dare un significato alle sue ultime parole, mentre sotto i miei occhi il suo viso viene trasformato completamente da una risata argentina. Si sporge appena verso di me, scompigliandomi i capelli per poi stringermi in un abbraccio.
«Sciocchina, non potrei mai!» mi rassicura tra una risata e l'altra, prima di lasciarmi andare e rivolgersi a Isabel, che solo ora noto piegata in due per il troppo ridere, come Rachel.
«Avevi proprio ragione» commenta la Salinger, scuotendo il capo.
«Già, chi l'avrebbe mai detto» le fa eco la sua migliore amica.
Izzie le guarda trionfanti, prima di allungare una mano ed esclamare, allegramente.
«Conosco i miei polli. Fuori i galeoni, su!»
«Avete scommesso su di me?» esclamo, sgranando gli occhi.
«Si» rispondono in coro Audrey e Rachel.
«Diventerò ricca grazie alla tua eccessiva sensibilità, mia cara Jill» miagola Izzie, riscuotendo la sua vincita che ammonta ad un totale di dieci galeoni.
Ladies and gentlemen, bevenuti al tavolo dei Corvonero, dove la normalità non è di casa!


«Cos'è che sta scritto qui, Jill? Non riesco a capire una mazza, scrivi come un cane!» si lamenta Isabel, costringendomi ad alzare lo sguardo dalla radice di Mandragola che sto accuratamente sminuzzando da dieci minuti. Passandomi il polso sulla fronte imperlata di sudore, mi allungo verso di lei buttando l'occhio sul foglio che sta cercando di decifrare.
«Scusa tanto se non sono perfetta nel prendere appunti, eh!» commento vagamente acida «E comunque c'è scritto che l'Essenza di Belladonna va aggiunta dopo trecidi minuti esatti che si ha...» aguzzo la vista, agitando una mano per allontanare una nuvola di fumo violetto che arriva dal tavolo accanto al nostro «...versato la radice di mandragola, ecco.» concludo, raddrizzandomi e tornando a sminuzzare il tubero marroncino.
«Uff» sbuffa Isabel, scrutando il foglio pensierosa «Grazie al cielo Carlisle è a Tassorosso e puoi vederlo quando vuoi, saresti un disastro nelle relazioni a distanza. Finirebbero subito per incomprensione.»
«Ah proposito!» esclamo, cogliendo l'occasione per sviare il discorso dal mio Tassorosso e dare un attimo di tregua alla sue orecchie «Come sta Erik?»
«Oh, lui benissimo» borbotta Izzie, piuttosto brusca.
«Le cose non vanno?» domando cauta, posando il falcetto d'oro e versando la radice nella pozione, che reagisce colorandosi di un affascinante blu scuro. Lei scrolla le spalle.
«Diciamo che non c'è più nulla che debba andare» confessa dopo qualche attimo, le labbra strette in una linea sottile.
«Ah!» esclamo sorpresa, aggrottando la fronte «Mi spiace, non lo sapevo..»
«Oh, non importa!» esclama lei, la voce stridula per lo sforzo di non mostrarsi triste «Perso uno, ne trovi altri cento meglio..»
Abbozzo un sorriso, posandole una mano sulla spalla.
«Quando vuoi, sono qui» mormoro sottovoce, prima di rivolgere un sorriso smagliante a Lumacorno, che ci sfila accanto annuendo per poi dirigersi verso i tavoli dei Grifondoro, con cui dividiamo l'ora, e lanciarsi in una lunga serie di tanto inutili quanto offensivi commenti sulle loro pozioni.
«Grazie» bisbiglia lei di rimando, iniziando a pestare delle fibre di cuore di drago con un pestello di legno chiaro.
Do una mescolata alla nostra pozione, fissando il fumo blu pavone che aleggia sulla superficie, attorcigliandosi attorno al mio mestolo e allungandosi pigramente verso il mio viso.
E così si sono lasciati.
Isabel e Erik, la coppia più legata che abbia mai conosciuto, quasi un anno assieme. Un anno di lettere, di parole riversate su fogli di pergamena a tutte le ore del giorno per riempire il vuoto lasciato dalla distanza. L'ultima volta che ne avevo parlato con lei mi aveva assicurato che le cose andavano alla grande, mi sorprende non poco sapere che si siano lasciati.
Mi sfugge un sospiro, al pensare come possa sentirsi lei in questo momento.
«E smettila di pensare al tuo bello.» mi riprovera istantaneamento, pizzicandomi un guancia con un gran ghigno dipinto sul volto. Le sorrido a mia volta, quando mi annuncia che è arrivato il momento di aggiungere la Belladonna.
La pozione inizia a bollire con più energia, mentre un gridolino di panico puro si leva dal tavolo si Samantha Smallet e Alice McFly, quando la manica della prima prende fuoco. La classe esplode in una fragorosa risata alla vista di Lumacorno che si affanna verso di lei, ballonzolando come una foca che si sposta sul ghiaccio, spruzzando acqua da tutte le parti e schizzando buona parte delle Grifondoro sedute nei paraggi.
«Atletico..» commenta Blaine, sghignazzando apertamente. Izzie gli da man forte, annuendo.
«Sempre più ogni giorno che passa.» commenta lapidaria, gettando anche le fibre di cuore di drago nel calderone che dividiamo. Uno sbuffo di fumo magenta, un vago profumo di zolfo e un leggero schiocco: la pozione è pronta.
Con aria soddisfatta, la mia amica spegne le fiamme con un colpo secco di bacchetta. Abbiamo giusto il tempo di versarne un po' in una fialetta che Lumacorno sospira con aria esageramente affranta, annunciando alla classe che l'ora è finita.  Tempismo perfetto.


Ultimamente la biblioteca è sempre più vuota. 
Io continuo ad avere un debole per questo posto: nei suoi silenzi e nel suo tempo cristallizzato c'è sempre spazio per i miei pensieri, è l'unico luogo al mondo dove posso perdermi e poi trovarmi tra le pagine di un volume di vecchie favole norvegesi o di leggende irlandesi.
Sfioro le pagine del pesante tomo che ho recuperato con non poca fatica, avvicinandolo al volto: le pagine sono ingiallite, sanno di antico, e sono sottili come carta veline, fitte fitte di minuscoli caratteri. Tenendo accanto a me un foglio di pergamena immacolato e una piuma nuova, mi immergo nella lettura, scribacchiando di tanto in tanto qualche parola e interrompendomi solo per vedere che ora è: ho appuntamento con Carlisle nel tardo pomeriggio e non sto più nella pelle all'idea di rivederlo in un contesto che non sia una qualche lezione condivisa. Pizzicandomi le guance, mi obbligo a rimanere concentrata. I compiti non si finiscono soli.
Lavoro in fretta, alla scoperta di un universo parallelo fatto di formule, di movimenti, di piccoli particolari da tenere a mente per una buona riuscita dell'Incantesimo finale e, quando finalmente rialzo la testa, ho il collo tutto indolenzito e gli occhi arrossati a causa delle minuscole lettere che mi sono obbligata a leggere. Mi stiracchio, mentre mi si gonfia il cuore per la felicità e la paura di rivedere Carlisle dopo il fatidico giorno nella botola. Chi l'avrebbe mai poi detto che sarebbe stato Eugene, il ragazzo meno adatto alla casa di Tassorosso di tutta la storia di Hogwarts, a farci...mettere assieme, ecco. Ancora non riesco a dirlo tanto mi sembra irreale.
Recupero la borsa e mi avvio tra gli scaffali, per rimettere il libro al suo posto. E' quasi buio, ormai, e le candele servono a ben poco in questo gigantesco labirinto costretto a ripiegarsi su se stesso per la mancanza di spazio. E' una reazione più che giustificata, quindi, il mio urlo nel vedermi comparire davanti il volto inespressivo di Tom Riddle. Porto una mano al petto, prima di chinarmi a raccogliere il libro che ho lasciato cadere per lo spavento.
«Le tue reazioni sono sempre così esageratamente rumorose?» indaga quasi infastidito, incrociando le braccia al petto.
«Quando le persone emergono dall'ombra come fantasmi, è il minimo.» replico, seccata da un fastidio completamente immotivato. Lui arriccia le labbra, mentre mi alzo in punta di piedi per rimettere a posto il tomo. Certo che la cavalleria non è proprio di casa.
«La cavalleria è ben che morta, da moltissimo tempo. Mi sorprende che tu non lo sappia, Corvonero.»
«Protego» sibilo, concentrandomi per scacciarlo dalla mia mente. Manca solo che scopra qualcosa che non deve sapere. Lui si lascia andare ad un sorriso, un gesto di pura cortesia che non si estende agli occhi. Quelli rimangono inespressivi, neri e senza fondo, fissi sul mio volto.
«Notevole..» commenta sotto voce, facendosi più avanti nel raggio di luce di un candelabro argentato «Davvero notevole.»
«Cosa vuoi, Riddle?» taglio corto, stringendo forte la tracolla della borsa.
«La risposta» replica lui, sollevando il mento con la sicurezza di chi si aspetta qualcosa di ben preciso «I tempi sono maturi abbastanza.»
«Maturi abbastanza per cosa?» domando, senza essere davvero sicura di voler sentire la risposta.
«Per prendere una decisione, Corvonero. O noi, o loro.»
«Non capisco di cosa tu stia parlando» abbasso lo sguardo, a disagio. Voglio andarmene da qui, voglio andarmene subito.
«Oh, non essere sciocca, sai benissimo di cosa sto parlando. Te l'ho spiegato tempo fa, in questo stesso posto: si tratta di prendere una decisione, si scegliere da che parte stare. Dubito fortemente che una ragazza sveglia come te non abbia capito cosa sta succedendo tra queste mura... Hogwarts è così piccola, le voci circolano..»
«Continuo a non capire» mi irrigidisco, prendendo in considerazione l'idea di sfoderare la bacchetta. Ma non sarebbe una buona idea, non ho nessuna intenzione di finire come Ida, di diventare un corpo freddo trovato per caso nel bel mezzo di una biblioteca scolastica. Fa caldo, qui dentro. Tanto caldo. Sbatto le palpebre, lottando per tenere vivo l'incantesimo che lo esclude dai miei pensieri e al tempo stesso cerco disperatamente un modo per potermene andare viva. Perché non arriva mai nessuno, quando ce ne è bisogno?
«Si tratta di diritti, Corvonero» prosegue lui, agitando una mano in aria con noncuranza «C'è chi è degno della magia e che non la merita. Persone dal sangue sporco che fanno sfoggio di poteri che non spettano loro per diritto e che ne fanno un vanto...» il suo volto si contrae per la rabbia, sfigurandosi per qualche attimo prima di tornare inespressivo come sempre.
«Alquanto presuntuoso da parte tua nominarti difensore dei Purosangue» commento, arretrando. Un rumore, qualche fila più in là, riaccende in me la speranza.
«Qualcuno doveva pur farlo» i suoi denti brillano, illuminati dalle fiammelle delle candele, mentre continuo a muovermi. Lui mi segue, fedele come un'ombra.
«Per quanto... notevole, possa essere questa presa di posizione, non capisco cosa tu voglia da me.»
Un altro passo, il rumore si fa più forte.
«Il tuo dono, Corvonero, è un dono utile. L'arte degli Incantesimi non è alla portata di tutti, persino tra i più nobili vi sono elementi incapaci di padroneggiarla come sembri poter fare tu. E il tuo sangue.. oh, il tuo sangue è oro zecchino, tra i più puri del paese. Due peculiarità che fanno di te una strega incredibilmente interessante, nella mia ottica.»
«Un'ottica che però non sai se condivido» una curva, imbocco un corridoio più largo.
«La persuasione è il mio forte»
«E' una minaccia?»
«La vivi come tale?»
«Dovrei?»
«Dipende dalla tua scelta»
Questo scambio di battute mi sta stancando. Sento l'incantesimo vacillare sotto la forza degli attacchi di Riddle, devo assolutamente andar via.
«Jillian?»
Grazie, cielo. Mi volto, sollevata, verso Carlisle, comparso magicamente alle mie spalle.
«Oh, eccoti qui!» esclama, venendomi incontro con un largo sorriso che non ricambio, tornando a voltarmi verso il caposcuola di Serpeverde che osserva la scena con la sua solita, eterna, espressione impassibile.
«Buona sera, Hunnam» saluta, apparentemente cortese.
«Riddle» un cenno rigido del capo, il suo braccio che si serra protettivo attorno alla mia vita.
«Vedo che la mia presenza è di troppo» commenta il Serpeverde, vagamente ironico «e per di più inutile.» Gli occhi neri si alternano tra me e Carlisle, scrutandoci ora con disprezzo. «Sarà meglio che vada. E' un vero peccato, McKanzie. Un vero peccato. Hunnam..»
Man mano che l'eco dei suoi passi si fa sempre più debole lascia che lo scudo di magia evocato nella mia mente si dispersa, sabbia spazzata via da un turbine di pensieri. Carlisle mi stringe le mano, costringendomi a guardarlo e scostandomi una ciocca di capelli.
«Tutto bene?» mi chiede, intrappolandomi nei suoi occhi azzurrissimi. Annuisco, come in trance, prima di scuotermi.
«Ah! Che ci fai qui?» gli chiedo, agitata.
«Niente, siccome non arrivavi ho pensato che ti fossi persa da qualche parte» mi pizzica il naso, allargando il sorriso «E il primo posto dove si cerca una Corvonero smarrita è la biblioteca.»
«Spiritoso» gli faccio una linguaccia.
«Fortuna sono venuto a cercarti, comunque» aggiunge cupo, trascinandomi via dalla biblioteca, nell'aria fredda e fresca del corridoio. Cammina in fretta, apparentemente senza meta. «Cosa voleva da te?»
Non serve chiedere chi, è scontato.
«Che mi unissi alla sua cricca.» replico sottovoce, dopo aver superato un gruppetto di sospiranti Grifondoro.
«E tu?» la sua voce rimane salda, dolce e profonda come sempre, ma le sue dita si stringono con maggior forza attorno alla mia mano e il suo respiro si fa di poco più affannoso.
«Secondo te?» replico, mentre ci affacciamo su un piccolo colonnato che circonda un giardino ancora coperta da qualche rimasuglio di neve. mezza sciolta in una poltiglia grigia come il cielo che ci sovrasta
«Hai ragione, scusami.» mi abbraccia stretta, affondando il viso tra i miei capelli «E' solo che se penso a quello che ha fatto ad Ida..» lo sento irrigidirsi «...perdo il controllo, ecco.»
«Lo so, Carlisle, lo so» mormoro, posando le mani sulle sue guancie e tirandolo appena verso di me: mi alzo in punta di piedi, baciandolo una, due, tre volte, sino a sentire il suo respiro tranquillizzarsi e la mia faccia bruciare.
«Sembri una coccinella» sussurra al mio orecchio, cullandomi appena «La smetterai mai di arrossire?»
«Ah ah» scuoto il capo «Non credo proprio»
«Meglio.» sentenzia soddisfatto, rubandomi un bacio «E sai perché?»
«No, non riesco a concepire una ragione per cui dovrei continuare ad andare a fuoco ogni volta che ti avvicini a me.»
Ride. Probabilmente è uno dei pochi esseri umani che riescono ad essere bellissimi anche sotto questa luce grigio topo.
«Perché il rosso coccinella ti fa sembrare ancora più adorabile»
Altro bacio.













19/02/2008
commenti (1) • tag: famiglia, amori, compleanni, dolore, amicizie, serpeverde, dubbi, guai, riddle

QUALCHE GIORNO FA.
Fisso Lumacorno, senza sbattere le palpebre. In realtà non muovo proprio niente, neppure respiro. I rintocchi della pendola barocca appesa alle sue spalle riempiono il silenzio teso che ha assorbito ogni parola. Lumacorno mi scruta come ad aspettare la mia reazione. Silenzio. Serro le dita attorno al mio compito di pozioni, una E, lo zucchero per indorare la pillola amara. Ora il foglio è orribilmente stropicciato, e nient'altro. Mi alzo, piano, senza smettere di guardarlo, con gli occhi appena socchiusi.
« Arrivederci.. » mormoro spostandomi verso la porta. Non risponde neppure; evidentemente si è servito di uno dei suoi intrugli per prendere la forza e l'incoscienza di convocarmi.
Il mio indice sfiora le pietre ruvide della parete dei sotterranei; entro in sala comune, gli occhi bassi. Non ha senso cercare sguardi, visto che l'unica persona che ho voglia di vedere si trova nella sua camera. Infatti, distinguo la figura di Catherine che mi aspetta sulla porta.
« Allora? » sussurra, come se non volesse turbare la pace di quest'uggioso pomeriggio scozzese.
« Ho bisogno di sedermi. » le rispondo, già sul punto di accasciarmi sul pavimento.

***

ora di cena. « Ehi, Violet. » riconosco la voce, ma è il tono ad essermi nuovo. Cerco con lo sguardo il viso di Lenore Swart, e lo trovo oltre il pollo arrosto. Non mi ha mai chiamata per nome, e c'è voluto del tempo anche perché smettesse di usare insulti - non credo che sia stata felice di vedersi fregare Ed da sotto il naso.
« Mi dispiace per tuo cugino..davvero. » fa un mezzo sorriso.
Rimane da capire come faccia a saperlo: l'unica a cui l'ho detto è Catherine, e quello che è successo .. Quello che è successo è che mio cugino Loch è stato preso. Alla fine del processo, andrà ad Azkaban. Dopo aver parlato con Lumacorno, mi sono chiusa in camera, dove non ho pianto affatto: mi si sono bloccate le emozioni. Mio cugino, il mio migliore amico, andrà ad Azkaban, e io non lo rivedrò mai più. Mai più.
Rialzo la testa in tempo per vedere Edward che chiacchiera ancora con Scarlett Lywelyn. Non ho parole.



19 FEBBRAIO.
Buon compleanno a me. Violet Traviston raggiunge oggi la maggiore età, incredibile a dirsi. Il mio desiderio per oggi è che Scarlett e Deirdre scompaiano nel nulla.
Socchiudo gli occhi, poi lentamente mi metto a sedere sul materasso. La stanza è ancora semibuia, ma vedo un pacco enorme posato ai piedi del mio letto, probabilmente da parte dei miei. Sorrido insensatamente, posando i piedi sulla pietra gelida.
« Buon Compleanno! » trilla Amber, scattando in piedi. Le nostre due deliziose compagne di stanza, grazie a dio, sono già sparite a nascondere le loro sembianze di arpie con chili di makeup. Comincio a rimpiangere Eveline Sanders: almeno lei era educata e gentile, e obbligava anche la Blackster ad esserlo.
« Grazie, Amber. » Mi vesto in fretta, e mi precipito in bagno a preparami. Dev'essere una giornata straordinaria, e basta. Non ammetto imperfezioni.
« Vi, auguri! » trilla un gruppetto di ragazze del quinto quando esco in corridoio, ma vengono subito superate da Cate, che mi abbraccia ancor prima di rivolgermi la parola.
« Auguri Auguri Auguri! » trilla, sbattendomi in mano un regalo avvolto in carta bluette.
« Grazie, Cate. Ti voglio bene. » scarto il pacchetto mentre saliamo le scale, e quasi cado giù quando vedo di cosa si tratta. « Non dovevi. » mugolo tenendo tra due dita uno specchio di piccole dimensioni,ma di cui conosco perfettamente le funzioni: è un avversaspecchio, ed è mio. Abbraccio Caterine, che dopo poco viene raggiunta da Quentin, il suo ragazzo.
E' il mio compleanno. Ho diciassette anni. Verso di noi avanza Riddle, seguito da Lenore ed altri del suo gruppetto.
« Buon compleanno, Traviston. » mi dice in tono vagamente derisorio, ma probabilmente è solo il suo tono abituale. Lenore mi saluta gentilmente con la mano, e sussurra la parola 'auguri'. Stiamo socializzando, che cosa carina.
Entriamo in Sala Grande. Sul tavolo di Serpeverde, al mio solito posto, è posato un pacchetto, ben visibile; in realtà mi auguravo che ci fosse Edward, ma di lui non una traccia. Mi siedo, continuando a rispondere agli auguri dei miei compagni. Osservo il pacchetto: è davvero piccolo, e ci metto poco a scartarlo. Dentro c'è un sassolino perlaceo, levigato, e un biglietto.

Al lago.

Riconosco la calligrafia di Edward. Stringo nel pugno il sasso che mi ha consegnato, mi alzo ed esco subito. Il tempo è grigio, ma la giornata mi sembra comunque splendida. Galoppo verso il lago, lasciando che le scarpe e l'orlo del mantello si macchino di fango.
« Finalmente. » sento la voce di Ed, e dopo poco lo vedo comparire da dietro un grosso albero. Sorride. Mi cinge i fianchi con delicatezza, e mi bacia, sollevandomi leggermente da terra. « Buon compleanno. » Sorrido, baciandolo di nuovo.
Mi stringe la mano, prendendo a camminare. « Ti ricordi? Al secondo, mi hai fatto cadere nel lago durante erbologia. E al primo .. » ride « ti ho aiutata a scendere dalla barca, il primo giorno. credo che sia stato in quel momento, che hai iniziato a piacermi. »












16/02/2008
commenti (2) • tag: amori, consigli, amicizie, corvonero, tassorosso, momenti imbarazzanti

Mi costa fatica per parlare con chi non rientri nel giro delle tre, quattro persone con cui ho un rapporto; non sono le parole a mancarmi, ma è la necessità di creare ponti. Ho imparato a mie spese che sono una persona che non è gradita, e che alla gente sembro strano.
La mia carnefice sta chiacchierando con le sue amiche fuori dall’aula di Incantesimi; formano un piccolo crocchio, e probabilmente lei sta raccontando l’emozionante incontro/scontro con Carlisle. Che, tra l’altro, non mi ha ancora spiegato che ci faceva con Jillian nel mezzo della notte, e ben oltre il coprifuoco. Rachel Casey, Isabel Sittenfeld e Audrey Salinger stanno chiocciando, gli occhi pieni di stelle e la testa circondata da cuori lampeggianti.
« mmmh … Jillian? » le tre grazie trasalgono, mentre la diretta interessata si volta, ricoprendomi di miele con un solo sguardo. Probabilmente si aspettava che fossi il suo principe pel di carota, e invece si deve accontentare di un pianista fallito. Almeno c’è da dire che sembra più imbarazzata di me.
« Ciao .. Eugene. » brava, ci sei riuscita. E’ bella, devo ammetterlo: ma non posso certo comprendere la follia di Carl, che si riduce ai minimi termini per lei. Non credo che ci abbia mai provato con una ragazza più di una volta, ma per lei ha fatto cento eccezioni: è la sua ossessione. Se devo essere sincero, mi sembra soltanto una ragazzina melensa, e piuttosto sciocca. Lo dimostra il fatto che si sia lasciata abbindolare da Jasper Lewis, quel viscido stronzo.
«Dovrei parlarti. Puoi..puoi seguirmi? » cosa non si fa per gli amici; mi toccherà parlare con lei, e stare anche attento a non far fare la figura dell’ebete a Carl; cioè, più ebete di quanto mi sia parso quando si è messo a sospirare a letto, come un novello Romeo, e mi ha raccontato cos’era successo con le mani sul cuore. La melensaggine l’ha contagiato. Jill arrossisce violentemente, come se le avessi chiesto di sposarmi; le amiche ridoline mi guardano con la bocca spalancata. Lo so, in effetti non ho mai socializzato più di tanto, ma è sei anni che siamo a scuola insieme! Mi scosto i capelli dalla fronte, accennando un sorriso – cosa non si fa per gli amici, ripeto.
« sì, certo. » sussurra dopo una pausa infinita. Lascio il contatto visivo, prima di iniziare ad essere appiccicoso a causa della dolcezza che trasuda da ogni millimetro di lei. Mi volto di spalle, iniziando a camminare; sento i suoi passi dietro di me mentre salgo le scale a chiocciola della torre, e la sento sobbalzare quando mi vede alzare la botola della stanza del pianoforte.
Non aspetto che entri. Mi siedo sul cuscino di pelle bordeaux, iniziando a scartabellare tra gli spartiti; reflets dans l'eau, potrebbe andare. Allento il do, premendo un paio di volte il tasto d’avorio, che rimane segnato da un lieve alone del sudore delle mie mani. Riconosco la sua presenza. Inizio a suonare, piegando la testa in avanti per non rischiare di essere distratto da cotanto biondume.
Trattiene il fiato, ne sono sicuro.
Non respira.
E non si muove, finché non finisco di suonare e mi volto verso di lei, che ricomincia automaticamente ad emettere le sue onde d’amore.
« è bellissimo. » pigola con gli occhioni verdi pieni di lacrime; si è commossa, e questo è positivo, perché le verrà da singhiozzare e non continuerà ad interrompermi mentre le parlo.
« è Debussy. » ribatto senza intensità, lasciando scorrere le dita sui tasti, quanto basta per farli languire in sottofondo. Lei si avvicina, con aria di compassione; ma dico, stimolo solo pietà nelle persone? Non sono così sfigato! « piace molto anche a Carlisle, lo sapevi? » ho pronunciato la parola magica; si riaccende quel bel color coccinella che la caratterizza per la maggior parte del tempo. Pare balbettare, ma la copro prima che dica qualcosa di particolarmente idiota. « lui ti piace? Perché non la pensa così. » boccheggia « e questo mi infastidisce, perché se tu tormenti lui, lui tormenta me. » la mano sinistra, ancora posata sui tasti, suona un gruppo di note stridenti. « prendi una decisione, Jill. »
Mi volto di spalle, giusto in tempo per sentirla emettere uno squittio; avevo calcolato i tempi ancor più perfettamente di quanto potessi mai lontanamente immaginare. Carl è arrivato, e ora stanno languendo l’uno negli occhi dell’altra; tra dieci secondi esatti si attaccheranno come ventose, e mi auguro che il mio migliore amico avrà la sensibilità di uscire prima che io finisca di suonare il claire de lune.
L’amore trionfa.
Per loro.

« …e non sapeva che tu suonassi il pianoforte! » sospira di nuovo. Gli occhi di Carlisle non smettono di brillare, da quando ho sistemato le cose con Jill e lui ha coronato il suo sogno d'amore. E' sdraiato sul suo letto, a torso nudo, come probabilmente tutte le sue fan lo sognano; a proposito, chissà come prenderanno la notizia che il signorino non è più sulla piazza.
« tu che combini? » chiede, mettendosi seduto. Mi stringo nelle spalle, mentre caccio nel baule un pacco di vecchi spartiti. Non voglio che la gente mi compianga, non voglio raccontargli di come Norwood abbia tentato di spezzarmi le gambe perché lo avevo superato. Non voglio essere compatito. Non sono un uccellino caduto dal nido.
« di nuovo Norwood, eh? » è che Carl capisce; sempre e comunque. Mugugno, stringendomi il nodo della cravatta,così da evitare ancora il suo sguardo.
« senti, Eug. » lo guardo storto, attraverso il maglione che si sta infilando. « devi venire in un posto con me, la prossima volta che ci vado. »
« non potresti essere un tantino più dettagliato? » sibilo; non è mai stato il tipo da misteri, ma ultimamente questa sua vena da agente segreto del KGB mi sta un tantino irritando. Mi fermo vicino al suo letto, con le braccia incrociate.
« no. a tempo debito, saprai. » ribatte come se stesse dicendo la cosa più normale del mondo. Gli mormoro qualche insulto mentre prendo da sopra il letto la mia tracolla, ed esco dalla stanza. Certo che Jillian gli ha fatto proprio uno strano effetto.
Sposto un vaso, sposto un altro vaso, poi un altro. I miei vestiti sono sudici, in particolare i pantaloni; inginocchiarsi a terra nella serra non è il miglior modo per preservare la divisa in ordine. Il tramestio copre gran parte dei possibili rumori, e questo non può che aumentare la mia concentrazione sul mio lavoro, e sui miei pensieri. Non ho mai capito esattamente lo scopo dell'erbologia, ma perlomeno non ha a che fare con gli incantesimi; stare nella serra è una delle poche cose che mi permette di evitare ulteriormente i contatti umani, quindi perché non tentare di avere almeno un voto alto?
« ciao » sobbalzo, e alzo il mento, guardando in verticale sopra la mia testa; mi accorgo troppo tardi d'avere la bocca spalancata, e quindi di avere un'aria potenzialmente ebete. Piegata su di me, con i capelli che creano una specie di foresta di liane davanti al suo viso, c'è Isabel Sittenfeld, l'amica ridolina e chiacchierona di Jillian. Sembra incuriosita da me, ma non in modo negativo; d'altronde, è la prima volta nel giro di anni che mi rivolge la parola volontariamente. E in effetti non riesco a capirne il motivo; a meno che .. NO. E' l'aria melensa degli ultimi giorni ad influenzarmi negativamente.
« mmh..ciao. » mormoro con scarsa convinzione, continuando ad osservarla da sotto. E' carina; ma se è stupida come tutte le femmine, cosa su cui potrei giurare, non voglio averci niente a che fare.
« sei tu ad aver aperto gli occhi a Jill,eh? » sorride. Mi alzo in piedi, invertendo così le nostre posizioni; il mio metro e novanta si staglia contro di lei, che non stacca lo sguardo. Mi chiedo, che vuole da me?
« così dicono. » rispondo senza particolare tono, scrollandomi con una mano la polvere dai capelli, e facendola cadere sulla sua divisa perfetta. Trattiene una smorfia, facendone una ancora più evidente.
« beh, grazie. » esclama sorridendo, le gote che si colorano di rosso. E' carina, già, ma non mi sembra una vetta; e non capisco perché mai continui a fare questi discorsi, che me ne faccio di una ragazza? Mistero della fede.
Mi invita ad andare al castello insieme, e non vedo perché dirle di no.












14/02/2008
commenti (1) • tag: amori, consigli, speranze, amicizie, serpeverde, dubbi, litigi, guai, corvonero, tassorosso, momenti imbarazzanti

Chiudo gli occhi, abbandonandomi alla melodia che Eugene sta canticchiando sotto voce, volando leggero tra note, toni e ottave con la stessa facilità con cui io mi destreggio con le Creature Magiche. Mi allungo pigramente sul letto, incrociando le dita dietro la nuca e chiudendo gli occhi, la mente sgombra da ogni pensiero che non riguardo la voce del mio amico, che tiene il tempo battendo delicatamente la punta di un piede a terra.
"Eugene" lo interrompo appena, nel bel mezzo di un vocalizzo particolarmente delicato "Cosa stai cantando?"
Lui sbuffa, stizzito, aggrottando la fronte.
"Cosa stavo cantando" puntualizza con qualche briciola di irritazione per l'interruzione indesiderata "Un salmo di Mendelssohn" aggiunge dopo qualche attimo, gli occhi azzurri illuminati da una luce calda "Oh, vorrei tu potessi sentire com'è cantato dal coro della London's Academy of Music!" sospira appena, scuotendo il capo. Mi sollevo a sedere, abbozzando un sorriso.
"I tuoi sono ancora contrari?" domando con delicatezza. Lui annuisce, con aria grave.
"Più contrari che mai.." borbotta, dirignando i denti.
"Se ti impegno ancora un po', posso sentirli scricchiolare" commento leggero, senza tormentare troppo il mio amico. Poso i piedi a terra, stiracchiandomi pigramente "Hai fame?" aggiungo dopo qualche attimo. Lui scuote il capo, impegnato nella ricerca di chissà quale spartito e mi saluta con un cenno svogliato della mano.
Artisti. Il giorno in cui riuscirò a capire come facciano a sopravvivere senza mangiare, sarà un gran giorno.

 


 

Inspiro a fondo, mentre scivolo silenzioso nei corridoi della scuola. Chiazze di luce oro sporco illuminano le pareti e i pavimenti, interrotte solamente dalle ombre degli studenti che si attardano in chiacchiere e risatine. Sorpasso un gruppetto di Grifondoro del quarto, che si abbandonano ad un coretto di sospiri sognanti, e svolto a destra, andando ad attraversare -involontariamente- il fantasma della Dama Grigia.
Lei mi guarda, con un'espressione a metà tra l'infastidito e il sorpreso mentre mi irrigidisco come se una cascata di acqua gelida mi fosse piovuta addosso.
"Scusami" mormora con la sua voce sottile, gentile "Non ti avevo visto"
"Tutto a posto" mormoro cercando di non battere troppo vistosamente i denti "Non fa nulla"
Lo spettro sorride, un alone argenteo che si libra leggero a mezz'aria nel corridoio deserto.
"Vorrei che tutti gli studenti fossero educati come te" sospira, scuotendo l'impalpabile chioma "Ultimamente ci sono troppi ragazzi convinti di essere di padroni di questo Castello" stringe le labbra in una linea stretta, il disappunto e lo sdegno impregnano le sue parole.
"Beh, gli arroganti e i presuntuosi non sono figli solo di questo secolo" osservo, incrociando le braccia al petto. Mi riserva una lunga e penetrante occhiata, prima di annuire vagamente compiaciuta.
"Parli bene per essere così giovane" abbozza un ghigno, sporgendosi appena verso di me "E' un peccato che tu non sia finito a Corvonero"
Scrollo le spalle, a mo' di scusa.
"Si vede che il Cappello riteneva la mia buona parlantina un motivo sufficiente per finire nella sua Casata"
Lei inclina il capo, senza dire nulla, per riprendere a fluttuare lungo il corridoio, lasciandomi solo con l'allegro scoppiettare di una fiaccola appesa alla parete di pietra. La seguo fino a vederlo sparire oltre una parete, prima di riprendere il mio solitario pellegrinaggio verso le cucine. Fischietto il motivetto che Eugene intonava in camera, affondando le mani nelle tasche dei pantaloni e il mento nella pesante sciarpa di lana, regalo di Natale di non ricordo più che prozia. Svolto un ennesimo angolo, scendo una rampa di scale, quando all'improvviso un coretto di voci si leva davanti a me. Sono tre figure, due alte e secche e una piccola e tutta piegata su se stessa.
"Cosa ti avevamo detto?" sibila una voce a me orrendamente familiare. Vediamo se riesco ad indovinare il degno compare: mi avvicino di qualche passo, sfiorando con la punta delle dita la bacchetta.
"Rispondi, lurido cane"
Bingo! Edward Norwood e Jasper Lewis. La terza sagoma, probabilmente un qualche sforunato mezzosangue del primo o secondo anno, sta vistosamente tirando su con il naso. Non è che muoia dalla voglia di andar di nuovo contro quei due, tanto più che sono solo, ma ci sono cose che non posso tollerare. La violenza gratuita si piazza poco via che in cima alla mia graduatoria.
"Buona sera" esordisco, uscendo nella luce calda delle fiamme. Il trio sobbalza appena, tre paia di occhi saettano simultaneamente verso di me. L'odio, la rabbia e la muta richiesta di un ragazzino che, ahimè, conosco. Thomas Hudson, primo anno. Tassorosso.
"Thomas" pacato, mi avvicino senza batter ciglio "La professoressa Bonnet vuole parlarti, puoi venire con me?"
"Hunnam, abbiamo da fare" sibila Edward, senza lasciar andar il colletto della camicia di Hudson, che trema e sembra sul punto di scoppiare a piangere. Diamine, è un ragazzino d'oro. Con il viso ancora paffuto di chi è metà tra l'infanzia e l'adolescenza. Eppure sua madre è babbana. E per questo viene picchiato. Come se uno scegliesse la famiglia in cui nascere o il sangue nelle vene. Con la coda dell'occhio scorgo Jasper agitarsi nell'ombra, pronto a scattare, i muscoli tesi come corde di violino. Eugene sarebbe capace di tirarci fuori una sinfonia, se non rischiasse di venir ucciso per il semplice fatto di respirare troppo vicino a loro.
"Oh, lo vedo" sorrido appena "Sono sicuro che il professor Dippet apprezzerà molto il modo in cui vi offrite di riaccompagnare nei dormitori i ragazzi più piccoli"
"Vattene, Carlisle" gli fa eco Lewis, gli occhi verdissimi che brillano nell'ombra. Il mio sorriso si allarga, mentre allungo una mano verso il mio compagno di casa.
"Di questo non devi preoccuparti, non ho intenzione di rimanere un secondo di più. Ce ne andiamo subito"
"Noi, lui rimane. Deve portare a termine il suo compito" ringhia Norwood.
"Che compito? Andare nelle cucine a prendere del cibo per i Principi di Serpeverde, troppo regali per entrare nel regno di creature ignobili come gli elfi domestici?" la mia voce si fa fredda e dura, una lama per tagliare la tensione accumulatasi "Se lo sapessero poi i vostri degni compari che avete addirittura rivolto la parola a qualcuno che non solo è di stirpe pura come l'oro zecchino, ma non è neppure umano..." roteo gli occhi, con aria platealmente drammatica "Che affronto! Che vergogna!"
"Hunnam!" tuona Lewis, facendo il madornale errore di sollevare la bacchetta.
"Cosa, Lewis? Cosa vuoi fare?" gli regalo un sorriso smagliante "Vuoi cacciarti nei guai? Schiantarmi? Schiantarci entrambi?" Thomas ha un gemito di puro terrore, ma non si azzarda a fiatare. Meglio per lui, in effetti.
"Jasper, basta" Edward interviene, posando una mano sul braccio dell'amico.
"Norwood, non preoccuparti, sono sicuro che il tuo amichetto sa perfettamente che non è nella posizione di fare qualcosa di estremamente stupido come torcere un capello a me o al mio amico" miagolo sornione, approfittandone per recuperare Hudson e tirarmelo accanto "E' stata una così bella giornata, perché rovinarla per una sciocchezza del genere? Buona serata, signori" chino appena il capo, senza riuscire a smettere di ghignare, e mi volto, affrettandomi a girare l'angolo da cui sono spuntato con uno spaventatissimo e piccolissimo Tassorosso al mio fianco.
Lo riporto dritto filato nella Sala Comune, lo faccie sedere su una poltroncino e mi accoccolo davanti a lui, ancora pallido da far paura e tremante.
"Accio cioccorane" mormoro agitando la bacchetta in aria. Immediatamente, precedute da un leggero sibilo, tre cioccorane volano nella mia mano aperta mentre afferro una coperta dimenticata in un angolo e la butto sulle spalle del ragazzino. Aspetto che mangi un po' di cioccolata e che il suo colorito ritorni più umano, cercando di ignorare i gridolino che si levano dall'angolino del Fan-club e concentrandomi sulla voce di Eugene che, pur esserdosi chiuso in camera, sta ancora provando quel pezzo di non ricordo più chi. Hudson abbozza un sorriso grato, senza neppure immaginare che è ben lontano dall'essere libero di andarsene prima di aver sciolto i miei dubbi.
"Adesso, Thomas" esordisco con calma, intrecciando le dita e posandovi sopra il mento "Raccontami per filo e per segno cosa è successo prima che arrivassi io."

 


 

Il profumo di Jillian annebbia i miei pensieri, mentre saliamo l'ennesima rampa di scale per arrivare alla torre dei Corvonero. La prima riunione del club è appena finita e, miracolosamente, ha acconsentito a farsi accompagnare al suo dormitorio senza troppe storie. Al mio fianco, continua a camminare senza fretta, gradino dopo gradino, tenendo le mani nascoste nelle maniche del maglioncino verde mela che indossa, troppo leggero per il freddo che fa. Attorno al collo, una sciarpa nera tiene prigionieri i capelli biondi e nasconde la bocca, ovattando le sue parole: Eugene può prendermi in giro quanto vuole, ma è bella da far male. Sospiro, forse più forte del dovuto, attirandomi un'occhiata verde smeraldo incuriosita.
"Nulla" mi affretto a dire, passandomi una mano tra i capelli "Pensavo"
"Pensi spesso?" domanda lei, trattenendo un mezzo sorriso.
"Ed è un male?" ribatto, cauto, salutando con un cenno un Grifondoro del settimo che ogni tanto mi da qualche dritta in Astrologia e che percorre il corridoio di corsa, probabilmente diretto alla riunione del club. Jillian scrolla le spalle, voltandosi a guardarmi.
"Dipende da quello che pensi" ribatte, arrossendo furiosamente. E' adorabile. Come è possibile che una creaturina come lei si possa perdere dietro un individuo come Jasper Lewis? Distolgo lo sguardo, dandole tempo di ritornare ad un colorito che non sia quello di un peperone, e mi fermo davanti ad una finestra che da sul parco, illuminato dalla fredda luce delle stelle e della luna. La Corvonero fa altrettando, posando le braccia incrociate sul davanzale di fredda pietra grigia, così vicina al punto che posso sentire il suo calore scivolare al suo braccio al mio. Il silenzio scende ad abbracciarci, coccolandoci con il suono dei nostri respiro che presto iniziano ad appannare il vetro. Il momento è talmente prezioso da farmi temere che, se parlassi, si spezzerebbe in tanti piccoli frammenti luccicanti come polvere di fata. Ma le occasione sono fatte per essere colte, non per essere sprecate: inspiro a fondo, facendomi coraggio.
"Jillian" mi sento dire. I suoi enormi occhi verdi scivolano nei miei, in attesa. Le parole mi scivolano via di mente, tutto il bel discorso che avrei voluto fare viene cancellato bruscamente. Come è possibile che un paio di occhi possano fare questo effetto? "Se provassi a baciarti scapperesti di nuovo?" le domando, senza lasciare che fuggano via dai miei. Si sgranano appena, mentre le labbra si schiudono per la sorpresa e le guance si imporporano appena. Rivolgo una preghiera a tutte le divinità pagane e non che mi vengono in mente, chiedendo che non reagisco girando sui tacchi e correndo via. Li chiude, si concede un profondo respiro.
"Se ti dicessi che non.." il rossore si fa più intenso, mentre pronuncia quelle parole "...che non.." si mordicchia le labbra.
"Se mi dicessi che non...?" la sprono a parlare, mentre una spada di Damocle in bilico sopra il mio cuore si abbassa pericolosamente.
"...che non ho mai.." s'interrompe di nuovo. E' talmente rossa che ho paura possa evaporare da un momento all'altro. Cosa mai può essere che la mette così in imbarazzo?
"Jillian non è necessario che tu.."
"...che non ho mai baciato un ragazzo?" mi interrompe, raggiungendo il culmine del rossore.
"Scusa come hai detto?" le chiedo, incredulo. Forse ho capito male.
"Se ti dicessi che non ho mai baciato un ragazzo. Baciato veramente, dico" ripete, cercando di controllarsi. Solo adesso mi accorgo che le sue dita, intrecciate tra loro, si stanno tormentando senza sosta.
"Ma Jasper..." chiedo automaticamente, senza potermi fermare. Jillian si irrigidisce appena, prima di rispondere.
"Io non l'ho baciato. E' lui che ha baciato me. E mi ha fatto pure male, se è per questo. Non lo considero un vero bacio, era un capriccio suo personale. Probabilmente, se fosse dipeso da me, non lo avrei mai baciato, c'era qualcosa in lui che.." si blocca, guardandomi fisso negli occhi "In ogni caso. Se ti dicessi che non ho mai baciato un ragazzo, tu vorresti baciami lo stesso?" mi chiede quasi a fatica, pronunciando lentamente ogni singola parola, come se stesse lottando con qualcosa dentro di se. Forse non è nata, forse è uscita direttamente da un libro di leggende scozzesi. Gli essermi umani non sanno suscitare tanta tenerezza nelle persone.
"Se non fosse che in questo momento mi sto pentendo come non mai non aver schiantato Lewis, l'altro giorno, credimi che l'avrei già fatto, prima ancora che tu finissi di parlare"
Allungo le braccia, posando le mani sul davanzale e intrappolandola tra me e la finestra e lei simultaneamente alza lo sguardo per compensare la differenza di statura. Per la prima volta in assoluto, il pensiero di scappare non la sfiora minimamente, lo sento. Eppure non vorrei spaventarla. Già baciare Lewis deve essere di per se un'esperienza terrificante, senza contare che io, quando mi sono trovato nella condizione di dover baciare per la prima volta una ragazza, ero sul punto di svenire per la paura.
"Se non vuoi, però.." sussurro, avvicinandomi appena. Il suo profumo mi investe, una calda marea che sale man mano che la distanza tra noi dimuisce. Sento le sue mani posarsi sui miei avambracci, le dita gelide si stringono delicate sulle maniche del mio maglione. Non dice nulla, continua a guardarmi. Ci siamo. Ci siamo, ci siamo, ci siamo.
Il suo respiro mi sfiora il viso tante è vicina, i suoi occhi si chiudono e si appoggia appena a me. Se possibile, ho più paura di lei.
"Hunnam!"
Non-è-possibile. Non è assolutamente possibile, devo aver sentito male.
"Ehi, Carlisle!"
E invece no. Ma si può essere così sfortunati?
La voce gioviale e allegra di Michael Parker non lascia dubbi a riguardo: io e Jillian non ci baceremo, non oggi. Mi scosto, nascondendola dietro di me e dandole il tempo di riprendersi, conoscendola sarà di nuovo rossa come un pomodoro.
"Micheal" sorrido al capitano di Corvonero, troppo demoralizzato per arrabbiarmi "Ciao"
"Ciao!" s'interrompe sorpreso, prima che un enorme sorriso gli faccia capolino sul viso allo spuntare di Jillian al mio fianco "Oh, Jill! Ciao, non ti avevo vista. Che ci fai in giro a quest'ora?"
Lei fa per parlare, ma la precedo.
"L'ho trovata in biblioteca dieci minuti fa e l'ho costretta a chiudere i libri. La sto accompagnando alla Torre" spiego, abbozzando un sorriso. Solo il cielo sa quanto vorrei che la scuola lo avessi inghiottito prima che aprisse bocca, dannato Corvonero dei miei stivali!
"Jill, finirà che ti ammalerai se studi così tanto" osserva lui preoccupato, aggrottando la fronte "Ancora Aritmanzia?"
Lei annuisce, riprendendosi in fretta.
"Si, per quanto Audrey sia brava con me ci vuole un miracolo"
Il biondo scoppia a ridere, gli occhi blu che brillano.
"Beh, non è sicuramente dormendo in classe perché fai le ore piccole la notte che entrerai nelle grazie di Nolasco" sorride "E lo stesso potrei dirlo a te, Carlisle. E' tardi, dovreste essere tutti e due a nanna da un pezzo."
Perché tu no?
"Si, hai ragione" annuisco "Riaccompagno Jillian e poi vado"
"Oh, ma non occorre che attraversi il castello per nulla" esclama "La scorto io, tanto andiamo dalla stessa parte" si offre gentilmente. Guardo Jillian, senza capire se sia affranta o meno dall'eventualità di tornare con Parker.
"Micheal ha ragione, è tardi" mormora pacata, rivolgendomi un sorriso. Tentenna un attimo, mentre il biondo mi saluta con una pacca sulla spalla e la precede di qualche passo. Fulminea, senza che me ne renda conto, si alza in punta di piedi e mi posa un bacio sulla guancia.
"Tanto noi ci vediamo domani" aggiunge con un soffio, prima di correre via, agitando una mano.
"Buona notte Carlisle!" mi saluta, prima di voltare l'angolo e sparire alla mia vita.
Tanto noi ci vediamo domani. Mai sentite cinque parole così belle in tutta la mia vita: sono sicuro che renderanno sopportabili tutte le prese in giro che Eugene mi riverserà addosso, quando gli avrò raccontato cosa è successo.

 













13/02/2008
commenti (1) • tag: amori, malinconia, dolore, amicizie, conoscenze, grifondoro, corvonero, tassorosso

Accarezzo la pianta di fronte a me. Un arbusto di ginepro, non proprio la cosa più semplice da toccare. La lezione di Erbologia è quasi terminata, e i miei compagni stanno mettendo via annaffiatoi e strumenti per il giardinaggio.
“Julia, ti dispiacerebbe fermarti per un momento?”domanda la professoressa Bonnet, con voce dolce.
“Va bene.”
Ripongo il fertilizzante che stavo usando e mi lavo le mani con cura, per togliere i residui di terra dalle unghie. In realtà sto solo prendendo tempo: l’ultima cosa che voglio è ascoltare l’ennesimo discorso sull’accettazione del dolore da parte di un insegnante.
Ma la professoressa Bonnet mi sorprende in modo positivo.
“Vorrei chiederti di scambiare due parole con Cassandra Becket. Credo che non stia passando un bel momento. So che non lo è neanche per te, ma…si è ferita ad una mano, cercando di incantare una fotografia di Ida, in modo che parlasse di nuovo.”
Sospiro.
“Non c’è problema.”rispondo.
Faccio segno a Sebastian di andare. Ci rivedremo fra un po’ negli alloggi di Grifondoro. Poco dopo, entro in compagnia della Bonnet nella Sala Comune di Tassorosso. Inutile dire che tutti gli occhi si puntano su di me. Saluto con un cenno Carlisle ed il suo amico Eugene Pennington. Per il resto, mantengo lo sguardo di fronte a me, senza concentrarmi su nulla in particolare. L’ultima volta che sono entrata qui era il giorno prima del funerale di Ida, quando ero andata a raccogliere le sue cose.
“La quarta porta a destra.”mi sussurra la professoressa “Le ho cambiato stanza. Ora è con una ragazza del quinto anno, che l’ha aiutata dopo…dopo la sua disavventura.”
Raggiungo l’uscio, e afferro la maniglia. Faccio un respiro profondo e la apro.
"Ciao ragazze."
Cassandra è seduta a leggere, mentre la sua compagna di stanza mi punta contro la sua bacchetta. Sembrano abbastanza stupite.
"La professoressa Bonnet mi ha accompagnata in Sala Comune."spiego.
"Ciao."mi rispondono.
"Spero di non avervi disturbate.”
"No, assolutamente!"
si affretta a dire Cassandra. "Lei è Rah...è del quinto anno."
Sorrido e allungo la mano verso la ragazza dagli occhi a mandorla.
Rah ed io scambiamo qualche parola a proposito dei GUFO, per i quali si sta preparando.
"Senti Cassandra... dovrei parlarti in privato."dico poi.
Rah ci lascia sole, ed esce dalla stanza.
“Allora, come va?”inizio, non sapendo bene come affrontare il discorso.
“Insomma. Mi hanno cambiato di stanza, hai visto? Meno male.”
Mi siedo accanto a Cassandra, abbracciandola come Georgie ha fatto tante volte con me.
“Non so se sarei riuscita a sopportare tutti quei ricordi.”aggiunge.
Piange. E io non so cosa fare, se non abbracciarla stretta.
“Grazie, Julia. Non c’era bisogno che venissi.”
“Non preoccuparti. L’ho fatto volentieri. Ma tu promettimi che cercherai un’altra volta di accendere un falò in camera!”esclamo, strappandole un sorriso triste.
“Come ti trovi con Rah?”chiedo, per distrarla un poco.
“Bene. È simpatica, anche se con gli altri sembra sempre fredda e distante. Mi ha aiutato quando…”non termina la frase.
Ecco, sento la rabbia che sale. Ora, in questo momento, sento un’ondata di cattiveria, di odio. Tutto questo è solo colpa di Tom Riddle.
 
Esco dagli alloggi di Tassorosso, e cammino a passo svelto. Una coppia che non ho mai visto si saluta con un bacio sulla guancia, ed il ragazzo incontra il mio sguardo.
“Scusami!”dice.
Mi fermo accanto a lui, con espressione incuriosita.
“Mi potresti indicare i dormitori di Corvonero?”mi domanda, sfoderando un sorriso smagliante.
Ha degli incredibili occhi azzurri; mi ricordano il ghiaccio dei fiordi.
“Certo, è nella Torre ovest. Segui il corridoio, poi gira a sinistra. Dovrai risolvere un enigma e poi potrai entrare.”
“Grazie per l’informazione…sai, sono nuovo.”
Ha un accento particolare. Non scozzese, no, ma di certo non inglese.
“Mi chiamo Aedan Lywelyn, fino a poco tempo fa frequentavo Durmstrang. Ma la mia famiglia è irlandese.”continua, porgendomi la mano, che stringo.
“Lieta di conoscerti, Julia.”
“Solo Julia?”
“Julia Versten.”
“Corvonero?”
“No, Grifondoro.”
“Lo sapevo, troppo carina per essere una secchiona.”
Queste considerazioni sterotipate non mi piacciono molto.
“Le Corvonero sono molto belle, ad esempio la mia migliore amica. Il caposcuola di Corvonero, Georgiana Harrington.”replico.
“Chissà…pero di rivederti in giro, Julia.”
Arrivo in camera spossata. Nel corpo e nell’animo. Mi butto sul letto, ancora vestita. Una voce mi fa sobbalzare:
“Versten, non è possibile. Sei sempre a poltrire!”
È Sebastian. Di norma i ragazzi non potrebbero entrare negli alloggi femminili, e viceversa. Ma il mio amico è il Caposcuola di Grifondoro: ha dei privilegi, beato lui.
“Julia, dobbiamo parlare.”
“E di cosa?”
Sebastian tace.
“Allora?”dico, in piedi accanto a lui.
Lui alza lo sguardo verso di me.
“Ti prego, non arrabbiarti.”
Iniziamo benissimo.
“Cos’hai combinato?”
“Ti ricordi la notte di Capodanno? Io e Georgiana…”
Oh, no.
Quando li ho trovati, Georgie e Sebastian erano nella stessa stanza. Una sul letto, l’altro sul pavimento. Penso al peggio, ma poi mi rimprovero: no, non sarebbe da Georgiana. Poi però mi ricordo che quella sera il tasso alcolico era piuttosto elevato.
“Seb, stringi. Cos’hai fatto?”
“Allora, l’ho incontrata al tavolo dei cocktail. E poi ci siamo messi ad inseguirci. Poi siamo arrivati nella stanza dove ci hai trovati tu. E lì…ci siamo baciati.”
Mi siedo. Ho bisogno di sedermi.
“E poi?”
“Poi niente. Siamo crollati, eravamo distrutti.”
Sono a bocca aperta.
“Sebastian, mi meraviglio di te.”
“Lo so, scusa, avrei dovuto trattenermi…”
“Ma stai scherzando! Avresti dovuto andare avanti!”
Non mi sembra vero. Così la pianterà con tutte le smorfiose che gli girano intorno e si metterà con una ragazza seria.
Sebastian è abbastanza sconvolto.
“Come?”
Gli spiego il mio punto di vista.
“Oh, per tutti i folletti! Sei diabolica.”
“No, ti voglio bene, è diverso. Ma mi spieghi qual è il problema?”
“Che adesso lei sta con Garet che è un mio amico.”
È vero. Non c’è mai nulla di facile in questa scuola.
“Come mai me lo dici solo ora?”
“Forse perché ho capito solo ora cosa sento per lei.”
Resta zitto per qualche istante.
“Oggi li ho visti che si baciavano, come era successo a noi quella notte.”
Sebastian, accidenti. Avresti anche potuto svegliarti prima.
 
Scendo giù in Sala Grande. È quasi ora di cena. In giro c’è ancora gente che ripassa. Mi siedo vicino a Georgiana. Passa il nuovo Corvonero che ho salvato poco fa dai labirintici corridoi della scuola.
“Ciao, Julia Versten.”
Aedan Lywelyn. Occhi di ghiaccio.
Rispondo al suo saluto, mentre Georgiana alza gli occhi al cielo.
“Allora, io direi che siamo pronti.” sussurro “Il Club può incontrarsi per la prima volta.”
Un sorriso invade il suo volto raggiante.
“Bene.” dice “Apriamo le danze.”
Io e Georgie pensiamo agli spostamenti: decidiamo di utilizzare come punto di incontro l’aula di Astronomia, per poi spostarci nella Stanza delle Necessità.
Prendo una pergamena e la divido in cinque frammenti: Sebastian, Jill, Carlisle, Garet e Peter. Scrivo un identico messaggio su ognuno di essi.
 
“La prima riunione del Club si terrà domani sera.
Appuntamento in aula di Astronomia alle dieci.
Distruggi questo messaggio.
Julia”












05/02/2008
commenti • tag: lettere, amori, dolore, amicizie, serpeverde, ritorni, litigi, guai, corvonero

“Non so perché l’ho sognato.”dico a Deirdre.
“Ma ci deve essere un motivo. Non hai sognato di volare o di correre in un prato. Hai sognato Tom Riddle. Hai sognato le sue minacce.”
"È vero.”
Ed interviene nella conversazione.
"Penso che sia inutile continuare ad arrovellarsi su questo argomento. È stato solo un sogno.”
Deirdre e io tacciamo, ognuno immerso nelle sue riflessioni.
“Avete sentito Eve di recente?”
“Sì. Mi ha scritto pochi giorni fa.”risponde Dè.
“Come sta?”chiedo.
“Sempre uguale. I medici del San Mungo non possono fare molto, se non alleviare le sue sofferenze.”
Ed e io apriamo i battenti della Sala Grande, così Deirdre passa fra noi senza sforzo alcuno.
“Andiamo a sederci vicino al caminetto sud.”sussurra per non farsi sentire dagli altri studenti, mentre rabbrividisce. Questo freddo ci ha pressoché costretti a lasciare la Sala Comune di Serpeverde [che per quanto accogliente, è sempre collocata in un sotterraneo] per mischiarci alla plebaglia che di solito si riunisce qui.
“Se ti coprissi un minimo di più…”scherzo.
“Già, sono proprio vestita in modo osceno!”ribatte, facendomi una linguaccia.
Non è vero, in realtà. Non riuscirebbe mai ad essere volgare, neanche se ci si impegnasse con tutte le sue forze.
Ci sediamo ai margini di una tavolata, e appoggiamo sul ripiano di legno di fronte a noi i libri di scuola. Dè inizia quasi subito a buttare giù il tema che Lumacorno ha assegnato. Ed sottolinea controvoglia un capitolo di “Trasfigurazione Avanzata”. Io apro il libro di Astronomia, con tutta la buona volontà di questo mondo. Ma sulla traiettoria del mio sguardo appaiono Jillian McKanzie e Carlisle Hunnam, seduti vicino a me.


"No, non sto scherzando" ride Carlisle, alzando gli occhi dal libro che sta leggendo -un trattato sugli Unicorni, a quanto ho capito- per guardarmi con un sorriso luminoso "Mia nonna mi ha scritto proprio l'altro giorno chiedendomi dell'incantevole fanciulla che mi era stata presentata a Natale. Testuali parole."
Non posso fare a meno di arrossire, stringendo forte le dita attorno al sottile foglio di pergamena che uno dei gufi di famiglia mi ha recapitato a metà pomeriggio. Una lettera della nonna, preoccupata per l'assenza di notizie dalla sua adorata nipotina circa l'avvenenete rampollo di casa Hunnam che tanto le era stato raccomandato.
"Forse dovrebbero sposarsi loro" commento vagamente acida, tornando al mio compito di Aritmanzia. Nonostante i miracoli dovuti all'aiuto costante e impagabile di Audrey, questi problemi continuano ad essere uno scoglio non indifferente da scavalcare. Stavo giusto per imprecare in goblinese, quando il Tassorosso beniamino di mia nonna ha fatto la sua comparsa al mio fianco suggerendomi di risalire a qualche passaggio prima e rivedere un banale errore di calcolo. Accantonando lo scetticismo, ho seguito il suo suggerimento e il problema è perfettamente riuscito. La mia espressione stupita, poi, deve averla interpretata come un'autorizzazione a rimanere lì, chiacchierando del più del meno, fino all'arrivo della lettera e l'immediatamente successivo scambio di aneddoti sulle rispettive nonne.
Carlisle ride di nuovo, scuotendo i capo e passandosi una mano tra i capelli rossi. Gli occhi azzurri brillano, riscaldati dal calore della sua risata, paralizzandomi.
Scuoto il capo, chinandomi in avanti sul tavolo e facendo scivolare i capelli tra me e lui, nascondendomi al suo sguardo ipnotizzante. L'ultima cosa che voglio è permettergli di confondermi ancora di più le idee con i suoi modi da galantuomo.
Inspiro a fondo, immergendomi in un altro problema e ringraziando silenziosamente Nolasco per avermi caricata di compiri extra, vista la mia attitudine all'incapacità più completa. Sento Carlisle sfogliare qualche pagina, al mio fianco, ma non sta leggendo: sento i suoi occhi bruciarmi addosso, curiosi. Buoni. Gentili. Chi voglio prendere in giro, Carlisle Hunnam è il ragazzo perfetto. Solo un'idiota come me può rifiutarlo perché ancora fiduciosa nell'impossibile. E' chiaro al mondo che Jasper non cambierà mai e non mi cercherà mai, ma non c'è verso che me lo levi dalla testa.
Mi volto verso il Tassorosso al mio fianco, avvertendo la sua attenzione spostarsi da un'altra parte. Si china appena verso di me, con un meraviglioso sorriso beffardo dipinto sulla faccia.
"Hai visto?" alza appena appena il tono della voce, mentre seguo la linea del suo sguardo incrociando gli occhi verdissimi di Jasper, seduto accanto a Deirdre e Edward. Il calore defluisce dalle mie guance, mentre il ragazzo al mio fianco riprende a parlare "La coppia dell'anno: Edward Norwood e Jasperina Lewis"



Carlisle Hunnam farebbe meglio a tenere chiusa la fogna che si ritrova al posto della bocca.
Può fare qual che vuole con Jillian, anzi, chissà che lui non riesca dove io ho fallito, grazie alla fortuna dei principianti. Ma non tollero i suoi insulti.
Deve capire che è soltanto un inutile Tassorosso pel di carota.
Mi lancio su di lui, afferrandolo per il colletto della divisa.
“Ripetilo. Ripeti che quello che hai detto. Mostra il coraggio che millanti di avere e ripetilo!”la mia voce è un lento crescendo.
“Come vuoi. La coppia dell’anno: Edward Norwood e Jasperina Lewis.”
Lo lascio andare di colpo, mandandolo a sbattere contro il tavolo. Mi volto, come per andarmene, ma non è che un diversivo per estrarre la bacchetta e radunare nella mente tutti gli incantesimi più dolorosi che io conosca.
Sono pronto a duellare con la ferocia di una fiera selvatica, quando Ed mi si para davanti.
“Jasper, non adesso. Non è il momento.”
Ma io non lo sto davvero guardando e ascoltando. Sono troppo fuori di me. Anche nella sua voce percepisco una vibrazione metallica di rabbia contenuta a stento.
“Ricordati, non e più come prima. Dobbiamo essere prudenti. Molto prudenti. Vuoi attirare l’attenzione solo per le parole di un coglione?”ribadisce sottovoce.
Ha ragione, non devo lasciare che l’ira annebbi la mia capacità di ragionare. Così ripongo la bacchetta, e mi volgo con un sorriso dipinto sul volto. Quando voglio sono un formidabile attore.
“Beh, mio caro Carlisle. Cosa posso dirti…”dico con voce flautata “Credo proprio che tu debba stare attento.”
Se non puoi ferire la persona di fronte a te, puoi ferire i suoi amici. O la ragazza che gli interessa.
“È uno degli effetti collaterali di stare con una frigida come la dolce Jillian.”
Il veleno che premeva sulla mia lingua è venuto fuori.
Carlisle Hunnam sbianca, Jillian arrossisce.
A volte per vincere non è necessario combattere.


Probabilmente la Maledizione Cruciatus sarebbe meno dolorosa.
Sbatte le palpebre, intontita, sentendo gli occhi bruciare di lacrime forse troppo a lungo respresse e vergogna. Carlisle si irrigidisce, al mio fianco, sento il suo respiro fermarsi del tutto per qualche eterno istante e, mio malgrado, mi ritrovo a sperare che non gli faccia del male. Che non si facciano del male, non potrei tollelarlo. Mi infilo tra di loro, dando le spalle al Serpeverde -non credo di essere in grado di sostenere il suo sguardo- e guardando Carlisle dritto negli occhi. Lui ricambia il suo sguardo, ammorbidendosi leggermente, ma poi torna a fissare in cagnesco Lewis. Se potesse, ringhierebbe.
"Adesso basta" sibilo "Questo non lo tollero. Smettetela, tutti e due. SUBITO."
"Si, ascolta la tua amichetta di ghiaccio" sghignazza Edward, dando man forte all'amico nell'unico modo in cui è capace, a parole "Non vorrai rovinare il tuo bel faccino, Hunnam.."
La minaccia aleggia lieva sulle nostre teste, prima di rimbalzare sul sorriso morbido di Carlisle.
"Norwood" replica cortese il ragazzo, sollevando appena la bacchetta in aria e disegnando con la punta lievi spirali "Fossi in te starei attento a parlare, non sei proprio nelle condizioni di dar fiato a vuoto"
Jasper soffia, richiamando su di lui l'attenzione.
"Chiedi scusa" ordina, senza avere alcuna autorità per farlo. Il ragazzo al mio fianco aggrotta la fronte.
"Per aver detto la verità? Oh, Jasperina..la mamma non ti ha mai detto che si domanda scusa per aver detto una bugia, e non il contrario?"
Gli occhi verdi del Serpeverde si accendono di odio, mentre la sua bacchetta si solleva. L'aria si carica di elettricità, un lungo brivido mi scorre lungo la schiena mentre scorgo Deirdre scivolare lateralmente, per portarsi a lato dell'amico. Edward è dall'altra parte e, manco a dirlo, hanno entrambi la bacchetta in mano. Carlisle, invece, è solo. Io, nel mezzo. E' questione di secondi, quando la tensione arriverà al suo culmine esploderà in una pioggia di incantesimi che non risparmieranno nessuno. Ma perché quando serve non c'è mai un Caposcuola o un professore nei paraggi?
"Smettetela! Immediatamente!" strillo infuriata, guardando alternativamente i Principi e il loro solitario avversario.
"Cosa c'è, piccola Jill" miagola la Blackster "Hai paura che succeda qualcosa a Jasper, non è vero? Oh, povera stupida. Come se a lui importasse qualcosa di te, come se fosse geloso di una nullità come te.."
La sua risata cristallina mi riecheggia nella mente, mentre chiudo gli occhi e inclino di poco il capo di lato. Basterebbe poco, veramente poco, a gridare Stupeficium e puntarle la bacchetta contro. Veramente poco. Ma non è né il momento, né il luogo. Senza contare che per quanto brava possa essere, due contro uno non è mai uno scontro alla pari. Ignoro le sue insinuazioni, riaprendo gli occhi e fulminandola.
"Sta zitta" soffio "Nessuno ha chiesto la tua scontata e inutile opinione"
"Modera, Corvonero" mi aggredisce Lewis "Dè è mille volte migliore di te, può dire quello che le pare quando le pare."
E allora perché non ti scopi lei e fai un favore alla comunità magica?
"Migliore perché? Perché il suo sangue è puro?" s'intromette Carlisle, con una tranquillità che definire agghiacciante è poco "Quello di Jillian lo è altrettanto, se non di più" osserva con leggerezza, prima di aggiungere, dopo un attimo di pausa, con lo stesso tono di chi si rivolge a se stesso "Quello di Ida, invece.."
Il silenzio si fa assoluto. L'intero salone sembra sparire, cancellato da una mano invisibile, il mondo intero è ridotto a me, Carlisle e i tre Principi. Il resto, nel nulla.
Mi volto verso il rosso, senza capire cosa diavolo intenda dire, ma lui non ha finito. Si sporge appena verso Lewis, guardandolo dritto negli occhi, ma le sue parole sono dirette anche ai due al suo fianco, pietrificati e zittiti dalla gravità delle insinuazioni.
"Ad Azkaban non si può cambiare abito tre volte al giorno.." sussurra "Per tre bambolotti come voi sarebbe uno shock non indifferente, temo. Vi farebbe impazzire più questo, che non la presenza dei Dissennatori"


Non è il momento di farsi prendere dal panico.
Inclino la testa di lato.
“Sai, a questo punto credo proprio che Ida Versten non mi sarebbe dispiaciuta, dopo l’esperienza con la nostra piccola Corvonero.”
Negli occhi di Carlisle Hunnam colgo un bagliore di odio contenuto. Deirdre scuote i capelli.
“Jasper, perlomeno avresti avuto un minimo di gusto in più in fatto di aspetto fisico.”dice, per sostenere la mia affermazione. In realtà sappiamo tutti e due che stiamo mentendo per salvare la situazione.
Ed sbuffa, e aggiunge:
“Mi sono stancato di stare a sentire gli sproloqui di un Tasso.”
Proprio adesso entrano i Caposcuola di Grifondoro e Corvonero, con Julia Versten, che ci trafigge con i suoi occhi di ghiaccio e neve.
“Cosa sta succedendo qui?”chiede imperioso Sebastian Lang, rendendosi conto dell’elettricità della situazione.
“Qualche punto in meno non farebbe male a nessuno.”continua Georgiana Harrington.
Nessuno di noi cinque risponde.
Ed e Deirdre si siedono tranquilli ai loro posti: Ed mostra una rabbia a stento trattenuta, che prevedo sfogherà non appena saremo in un luogo privato. Dè è impallidita, ma è padrona di sé come al solito.
Riapro il mio libro e mi concentro sull’orbita di Marte.
I due piccioncini invece raggiungono Lang e le due ragazze.


"Cosa diavolo ti è preso?" sussurro infuriata a Carlisle, mentre mi prende per mano e mi obbliga a seguire Georgiana e Lang verso il loro gruppetto. I suoi occhi, quando si posano su di me, sono duri e freddi come gemme. La sua voce, al contrario, si sforza di contenere la rabbia e celare il desiderio di voltarsi e far continuare la discussione bruscamente interrotta.
"A te piuttosto cosa prende!" sibila lui strattonando appena la mia mano "Possibile che sia tu così accecata da un bel visino da non accorgerti di quello che sta succedendo?" Le sue dita si stringono con maggior forza attorno al mio polso.
"Mi fai male!" esclamo sospresa, cercando di liberarmi. Ma lui non molla, continua a trattenermi e trascinarmi con se come se fosse una bambola di pezza. Al mio lamento, tuttavia la stretta si fa più gentile e un lampo dispiaciuto colora l'azzurro chiaro delle sue iridi.
"Mi dispiace" mormora, chinando appena il capo "Ma non riesco a capire come si possa ancora prendere le difese di.. di... di un individuo che.." I capelli rossi si agitano appena, catturando la luce calda delle candele. Sospira, fermandosi e sollevandomi il mento con due dita.
"Perdonami, Jillian. Se non fosse stato per me e la mia lingua lunga non avrebbe avuto occasione di ferirti" sorride, un sorriso triste che ricorda tanto quello di un bambino che non vuole raccontare il perché del suo dolore "Promettimi però che starai attenta, d'accordo?"
Non aggiunge altro, sollevando gli angoli delle labbra una volta ancora e andando verso Jiulia, a cui prende delicatamente un gomito, tirandola appena appena in disparte. Sospiro, raggiungendo Georgiana che mi guarda con una buffa smorfia incuriosita dipinta sulla faccia. Prima che possa dire, fare o pensare qualsiasi cosa alzo un mano.
"Non chiedermi niente" le dico, curvando appena le spalle "Perché non saprei proprio cosa risponderti"
Interdetta, sgrana appena gli occhi, prima di annuire e posarmi una mano sulla spalle, con fare vagamente consolatorio e protettivo.
"Conosci già Sebastian, Jillian?" mi chiede, prima di presentarmi ufficialmente il Caposcuola di Grifondoro.
Bisognerebbe erigere un monumento alla prontezza di spirito di questa ragazza. La prossima volta che vedo il Preside Dippet, glielo propongo.













04/02/2008
commenti • tag: famiglia, amori, malinconia, amicizie, serpeverde, dubbi, lezioni, riddle, corvonero, momenti imbarazzanti

Non amo in modo particolare svolgere la funzione di messaggero.
Diciamo pure che la detesto.
Ma un ordine di Tom Riddle non si discute, in nessun caso.
“Jasper.”mi ha chiamato pochi istanti fa “Devo parlare con Edward.”
“Perché?”
chiedo, cercando di non sembrare troppo inquisitorio. Sono curioso, e basta.
“Forse la sua metà potrebbe esserci utile.”
Ammetto di aver avvertito il colpo. Violet Traviston, una di noi. Come se non stesse già abbastanza fra i piedi di Ed.
Ho abbandonato la ricerca di Incantesimi che stavo scrivendo e sono andato alla ricerca del mio migliore amico.
So benissimo dov’è.
Nella nostra stanza, in dolce compagnia.
Oggi pomeriggio mi ha detto, con noncuranza:
“Jasp, avrei bisogno di un po’ di privacy.”
“Capisco. Intrighi di letto?”
“Si.”
mi aveva risposto di fretta. È evasivo nell’ultimo periodo su questo argomento.
Così mi dirigo verso il dormitorio maschile di Serpeverde.
Apro la porta e…la scena di fronte ai miei occhi non mi meraviglia per niente.
“Edward!”
Abbasso gli occhi, non sono un voyeur. Ma non riesco a trattenere un sorriso. Li ho interrotti proprio quando le cose iniziavano a farsi interessanti.
“Devi…devi venire con me.”
Ed si è già ricomposto. Io faccio qualche passo nel corridoio per permettere loro di salutarsi. Sono una persona discreta, già. Anni e anni di educazione impartita da una nanny tedesca mi hanno influenzato, direi. Soltanto nei miei momenti di rabbia non riesco a mantenere la ferrea disciplina che mi è stata inculcata.
Edward esce dalla stanza, accostando la porta.
“Allora?”scatta con rabbia “Cosa diavolo c’è?”
“Controllati. Mi ha mandato Riddle.”
“Perché?”

In corridoio non c’è nessuno.
Abbasso la voce.
“Si tratta della fanciulla da cui ti sei appena separato.”
Edward, come me poco fa, è sorpreso.
“Portami da lui.”dice.


In camera.
Un paio d’ore dopo.
“Ed?”
Il mio amico è soprappensiero.
“Edward.”
Sobbalza.
“Cosa ti ha detto Riddle?”
Il succo della faccenda, l’ho intuito. Ma voglio i particolari.
“Vuole che Violet si unisca a noi.”risponde, guardando una lettera.
“Non mi sembra una cosa così pessima.”ribatto.
Ma vedo che non è convinto.
Provo a cambiare argomento.
“Beato te, che almeno hai qualcuno con cui fare un po’ di sana ginnastica da camera.”
Non che io ne sia sprovvisto. Ma la Traviston è uno dei migliori modi per esercitarsi.
“Eh, già.”sorride sarcastico, piegando il foglio che ha in mano.
Provo di nuovo a cambiare argomento.
“Mi sento meglio, sai? Dopo quello che è successo.”mi riferisco alla morte di Ida Versten “Credo fosse giusto un momento di scompenso. Essendo la prima volta, sai…”
No. È proprio da un’altra parte con la testa.
“Edward! Insomma, mi vuoi dire cosa diavolo hai?”
“Niente. Sto pensando a mio padre.”

Adesso capisco.
Qualche giorno fa, Ed mi era venuto a cercare. Era piuttosto agitato. Mi aveva raccontato di alcuni ricordi che aveva cancellato riguardo la morte di suo padre, ucciso più di cinque anni fa dall’Avada Kedavra.
Edward era presente. Aveva visto tutto. Conoscevo l’accaduto, ma Ed mi aveva raccontato il poco che ricordava soltanto all’inizio del quarto anno. La voce gli tremava, mentre rievocava quella notte di paura.
E ora, nuovi ricordi erano venuti a galla.
Una spilla, uno stemma. Potevano appartenere a qualcuno? Certo. Ma soprattutto…a chi?
Questi ricordi sono molto importanti per il mio migliore amico.
Sono l’ultimo legame con suo padre. Io, com’è ovvio, gli darò tutto l’aiuto possibile.


 Oh, ma chi si vede.
Le mie Corvonero preferite.
La lezione di Astronomia è appena cominciata. Il professor Crale sta spiegando con dovizia di particolari le intersezioni fra l’orbita di Plutone e l’orbita di Nettuno. Il mio interesse scarseggia, diciamolo. Ed è taciturno, io pure. Sarà l’atmosfera dell’ultima ora di lezione.
Il mio sguardo vaga sui miei compagni di classe.
Sedute vicine, vedo Audrey Salinger e Jillian McKanzie. È da qualche lezione che sono inseparabili. Alzo gli occhi al cielo: magari Jill fosse stata come Audrey. Halbury s’è fatto un volo notevole, per lei, ma almeno ci ha guadagnato qualcosa. La ragazza dai riccioli d’oro incontra il mio sguardo.
Ma ciao, biondina. Le sorrido.
Lei scoppia quasi a ridere e dice qualcosa a Jill, accanto a lei. Anche la piccola Corvonero alza lo sguardo verso di me, ma lo riabbassa immediatamente. Audrey mi fissa per qualche istante, poi riprende a lavorare.
Jillian ormai mi ha dimenticato, ahimè. Come sono triste. Il fortunato è quell’idiota di Carlisle Hunnam, una vera e propria spina nel fianco per Ed. Un pel di carota insulso, che ovviamente non poteva appartenere altro che a Tassorosso.
Chissà che lui non riesca a sciogliere la cara Jill.
Non riesco a trattenere una risata sarcastica, beccandomi così anche un rimprovero da Crale.
Anche lui, insomma.
Che pare abbia una storia con Julia Versten. Almeno, così dicevano le due Tassorosso sedute davanti a me due lezioni fa, proprio durante Astronomia.
Vecchio furbone! Magari ci avessi pensato io a consolarla durante questo difficile momento.
E chi meglio di me?
So perfettamente cos’è successo.

 













01/02/2008
commenti • tag: amori, dolore, misteri, paura, serpeverde, guai, errori, riddle, morsmordre

Per quanto ne so, Lochlainn è l'unica persona che può dire di conoscermi veramente. Non solo è mio cugino, ma è il mio migliore amico, il mio confidente, la persona su cui farei affidamento anche se ... anche se stessi scappando dal ministero. Sospiro profondamente, prima di strappare con un gesto energico la ceralacca che chiude la busta che mi è arrivata con una grossa civetta scura. Sull'esterno non è scritto niente, e questo non può che ricordarmi il mittente delle ultime lettere non indirizzate che ho ricevuto. E' dalle vacanze che non ho sue notizie.
Sfilo la pergamena dalla busta; nel riconoscere la calligrafia, sento un tuffo al cuore. “Cara, cara Violet..” “ .. sono di nuovo in Inghilterra, a casa di ...” “..tornare al castello...” “...vederti, al più presto. Mille baci, L.”
Gli occhi mi si riempiono di lacrime. Vorrei potere, ancora una volta, mettere il mio viso accanto al suo, e confrontare nello specchio della stanza dei giochi il verde praticamente identico dei nostri occhi. Mi prendo la testa tra le mani; non so se ridere o se piangere, ma credo che opterò per la seconda.


Incrocio lo sguardo di Edward, steso sul suo letto con la testa posata sulle mie cosce; gli sposto una ciocca di capelli dal viso con delicatezza. Sorrido, sfiorandogli appena le palpebre chiuse.
Le sue dita si stringono attorno al mio polso; inizia a baciarmi il palmo della mano, senza lasciare la presa. Con una mossa repentina si solleva, con una spinta sufficiente a farmi sbilanciare e atterrare di schiena sulla trapunta color smeraldo.
« Signorina Traviston, mi dica un po'. » ridacchia, tenendomi i polsi in modo da costringermi all'immobilità. Non posso trattenere una risata isterica. « Cosa consiglierebbe ad un giovane mago in cerca della felicità? »
« Felix Felicis, professore. » rispondo con tono pacato, senza smettere di guardarlo negli occhi.
« La risposta è sesso, signorina Traviston! Buon sesso! » alzo gli occhi al cielo, dimenandomi sotto il suo peso per liberarmi. Sto facendo fatica a trattenermi; ho deciso di tirare la corda fino all'estremo, e mi sa che ci siamo quasi.
« Edward, no! » gli grido ridendo, spingendolo con entrambe le mani per allontanarlo da me. Faccio un respiro profondo, cerco di distrarlo mentre gli faccio scorrere una mano dallo stomaco verso l'orlo dei pantaloni. Lo sento fremere. « Edward ..»
«Edward! » mi sento gelare il sangue, e contemporaneamente ebollire; sulla porta c'è Jasper, piuttosto pallido, non alza neppure lo sguardo. Accenna un sorriso, poi si rivolge a Ed, che si è già messo seduto al mio fianco.
« Devi..devi venire con me. »

qualche giorno dopo.
E' da metà novembre che declino gli inviti del LumaClub, e ora mi ricordo perché: Lumacorno va spargendo miele sugli ospiti, mentre nell'aria si diffonde una musica irritante e un intenso profumo di rose e mughetto. Insopportabile, nell'insieme.
La mia figura nello specchio si presenta piuttosto bene; un vestito semplice, nero, i capelli raccolti. Edward mi cinge i fianchi con le braccia, baciandomi leggermente il collo. Mi prende per mano, portandomi verso il buffet, e mi porge un calice di champagne.
« A noi. » sussurra con dolcezza inaspettata. Gli sorrido.
« Oh, signor Norwood, signorina Traviston! Sono molto contento per voi .. un'ottima discendenza, potrei giurarci! » faccio un sorriso imbarazzato, ma il mio cuore è decisamente arrossito; non ho mai pensato ad una relazione a termine così lungo, e non voglio pensare neppure alla possibilità di avere figli con lui. Sotto gli occhi di Lumacorno, quantomai gongolante, vengo stretta in un abbraccio.
« Filiamocela. » mi dice mentre già mi trascina via.
Ma c'è un ma. Compare Jasper. Basta un suo cenno della testa, per far impallidire Ed. Lewis prende per il polso Deirdre, intenta a civettare con un bel ragazzo nero di cui non ricordo mai il nome - chissà che fine ha fatto Geert, a proposito - e insieme se ne vanno in un batter d'occhio. Edward non si muove, come ipnotizzato dalla decorazione di tralci della tappezzeria. Lo scuoto lievemente, prendendolo per un braccio.
I suoi occhi blu, profondi come abissi, si posano nei miei, ed è evidentemente preoccupato. Di colpo, mi abbraccia, posando le labbra vicino al mio orecchio.
« Violet. Per tutto quello che sta per succedere, scusa. Ero contro. Ti voglio troppo bene per permettere che succeda, ma non ho potuto impedirlo. Scusa. Scusa. » Si stacca, riprendendo a guardarmi. « Andiamo. »
Rabbrividisco; non sto capendo più niente di ciò che succede, ma sono a dir poco spaventata. Lui guarda avanti, senza rivolgermi neppure lo sguardo, mentre camminiamo lungo i corridoi, andiamo su e giù per le scale, attraversiamo l'atrio del castello. Ed entriamo nei sotterranei.
« Puoi dirmi dove stiamo andando? » esclamo spazientita, mentre lui mi trascina lungo i cunicoli di pietra, illuminati solo da torce dall'inquietante fiamma verdastra. Lui inclina il capo in avanti, e vedo distintamente le sue labbra che mormorano qualcosa di simile a 'fai che vada tutto bene'.

« Aspetta qui. » afferma senza guardarmi; sbatte lievemente la bacchetta sulla statua di un orrendo goblin, davanti alla quale ci siamo fermati, e poi scandisce una parola che non riesco a capire e che certamente non ho mai sentito. La statua si sposta; mi lascio sfuggire un singulto, mentre Edward si infila nello stretto passaggio, che poi si richiude alle sue spalle.

Aspetto.
Aspetto.
Aspetto.
Aspetto.
Aspetto.

Scivolo a terra, posando la schiena contro il muro. Non mi piace essere presa per il culo, non mi piace stare da sola in un posto buio, non mi piace questa situazione.
La statua si muove di nuovo. Alzo appena la testa; è Lenoire, una ex fiamma di Edward. Mi guarda con disprezzo; non si muove, le braccia incrociate sul petto. I suoi occhi verdi, splendidi, sono infuocati.
« Quindi sei tu la putt.. »
« LENOIRE! » Si sente gridare dall'interno. « Oh. andiamo. » Mi prende per il braccio con malagrazia. « Attenta a quel che fai. » sibila precedendomi nell'ingresso.
La stanza è buia, ma è evidente che ci sia parecchia gente, anche se non la vedo - non la posso vedere.
« Eccoti qui. Una purosangue. Di nobile famiglia, dicono. » pausa. « LUCE! »
Le torce si accendono, rivelando l'inquietante scena che mi circonda. La stanza è piuttosto grande, ma il soffito a crociere è basso. Allineati lungo le pareti, diversi Serpeverde e altri che conosco, avvolti in cappe nere. Davanti a me, Tom Riddle. Ride, con il suo ghigno sadico, spaventoso.
« Violet, la preda più difficile per il nostro Edward. » una risata collettiva, soffocata da un suo sguardo gelido. Prende a camminare in circolo attorno a me. « Assassina a sangue freddo, per giunta. Ricordi Medea Diamond? » rabbrividisco, ancora. « Dicono che si sia trasferita a Beauxbatons, per la paura di te. » ride, da solo. « Violet, Violet. Sei stata invitata alla nostra festicciola. Festeggiamo TE. Se vorrai unirti al nostro .. club. Uccidiamo Mezzosangue, principalmente. » il massimo della freddezza, del distacco. E un'insopportabile ironia, che pervade ogni-singola-sillaba. « Allora, che ne dici? »
Annuisco lievemente, senza neppure riflettere su cosa sta accadendo.
« Lo sapevo. » ridacchia. Tremo, mentre lui si avvicina a me. Mi passa un dito sul labbro inferiore, che mi sono morsa a sangue per non gridare, facendo pressione finché le gocce di sangue non sporcano il suo pollice.
Tom è bello, bellissimo; ma c'è una scintilla nei suoi occhi, qualcosa nella sua essenza, che mi terrorizza oltre ogni dire. Rimango immobile, statica; avvicina le labbra alle mie. Ma non era insensibile alla bellezza femminile, all'amore?
« Tom, non farti prendere la mano. » ringhia Edward. Edward.
« Stai buono. » sento mormorare; ma la bacchetta di Riddle è già scattata, e il mio ragazzo si contorce a terra.
« Ti prego. » mi scopro a supplicarlo, con la voce ridotta ad uno spostamento d'aria. Un tonfo, alle mie spalle.
« Come vuoi. Allora, sei sicura della tua scelta? »
« Sì. »
« Procediamo, allora. » alza la bacchetta. Non posso più fare a meno di fare un passo all'indietro.
« Scopriti il braccio. » sollevo la manica, lasciando scoperto l'avambraccio destro. Stringo gli occhi.
« MORSMORDRE! »
E' l'ultima cosa che sento prima di svenire.

Mi sono svegliata nel mio letto, con il braccio destro completamente intorpidito; Deirdre mi sta - paura - vegliando, e si precipita al mio capezzale nonappena sbatto le palpebre.
« L'ha architettato apposta per te. Per farti abbassare la cresta. » mi informa, sorridendo; ci gode, e si vede, ma subito torna ad un'espressione professionale. « Fuori il braccio. » Non mi muovo. E' lei a togliere di mezzo le coperte, e la manica del pigiama, e a scoprire un tatuaggio rappresentante un teschio e un serpente. E' piccolo, quasi invisibile, posizionato appena sotto il gomito. E' rosso, gonfio, e pulsa. « Pelle sensibile, contessina? » una certa ironia, ma in fondo sa di non poter scherzare.
Siamo nella stessa, pericolosissima, barca.

ATTENZIONE; l'ultimo paragrafo corrisponde ad 'adesso', quindi fate conto che la trama si arrivata a quel punto, e non che parta da adesso e si sviluppi nei prossimi giorni.












01/02/2008
commenti • tag: amori, dolore, amicizie, guai, grifondoro, corvonero, momenti imbarazzanti

L’atmosfera a scuola è strana.
Hanno ucciso una ragazza di Tassorosso.
Non la conoscevo molto bene: anche se eravamo nello stesso anno, non avevamo molte lezioni in comune.
Ne sto parlando con Rachel, Jill ed Isabel. Laura ha dovuto lasciare la scuola a causa di un problema familiare, e se n’è andata pochi giorni dopo essere tornata dalle vacanze di Natale. Jill ed io siamo rimaste sole, così abbiamo presentato richiesta al professor Crale per rimetterci in stanza con le nostre migliori amiche. E quasi miracolosamente aveva accettato.
“A me dispiace anche per Georgiana.”dice Jill.
“Vero. Era molto legata anche ad Ida, anche se è soprattutto amica di Julia.”concorda Rachel.
“Non deve essere facile.”aggiunge Isabel.
Io sto zitta. Il mio pensiero corre a Julia Versten, che è amica di Peter. Non ci siamo mai particolarmente legate, anche se ci salutiamo con cortesia. Credo che non mi veda molto di buon occhio.
 
Il professor Crale è un bell’uomo biondo, il sogno romantico di quasi tutte le streghe di Hogwarts. Ok, di tutte le streghe di Hogwarts. Le lezioni di Astronomia non sono mai meno che affollate, soprattutto di studentesse. Personalmente, unisco alla passione per la materia, il gradimento fisico del professore.
“Lo sapete che ho visto Crale e Julia Versten insieme vicino al lago?”dice una Tassorosso alle mie spalle. Tendo un orecchio, interessata. I Tassorosso sono noti per il loro animo un poco impiccione.
“Ma dài, non ci credo!” squittisce la voce di un’altra ragazza, una sua compagna di casa.
“Sì, te l’assicuro. Erano seduti vicini, sul molo delle barche e parlavano.”
Jill sbuffa accanto a me.
“Non sono proprio capaci di tenere il becco chiuso.”sussurra quasi fra sé, mentre disegna con precisione l’orbita di Urano.
“A quanto pare, no. Anche se Julia e Crale stavano parlando in riva al lago…non vuol dire nulla.”
Jill non mi risponde, assorta nel suo lavoro.
“Come va con i tuoi uomini?”le domando.
La linea diritta che stava tracciando senza bisogno di righello devia all’improvviso verso il basso.
“I miei uomini?!”
Come al solito mi sono espressa male. Jillian è una ragazza molto timida, che si confida a fatica. Se parto con un attacco frontale del genere, è ovvio che lei come minimo si prenda un colpo.
“Scusami, sono stata invadente!”
Diciamo che se potessi mi darei una botta in testa. Non tutti sono estroversi e pronti a spettegolare come le due Tassorosso alle nostre spalle.
“Oh, no! Ecco…diciamo che forse sto iniziando a capirci qualcosa.”mi risponde.
“Beh, io non è che possa essere un grande esempio, visti tutti i miei casini con Peter…però se qualche volta vuoi fare due chiacchiere non c’è problema.”
Certo, se non mi escono parole a sproposito.
 
Sono immersa nella pigrizia. La Sala Comune di Corvonero è un luogo caldo e accogliente, che invita all’ozio. La porta si apre, e ne entrano Micheal e Peter. Il mio ragazzo mi raggiunge e mi schiocca un bacio sulla fronte.
“Ehi, non credevo che fossimo diventati fratello e sorella.”gli dico, attirandolo verso di me per dargli un bacio vero, come dico io.
Peter si stacca da me e mi dice:
“Ci guardano tutti.”
“Pazienza. Avranno qualcosa di cui parlare.”
Lui sorride.
“Allora, hai voglia di fare qualcosa?”mi chiede, sedendosi accanto a me.
“Nulla che si possa fare in pubblico.”
“Non essere sempre così maliziosa.”
Non ne posso fare a meno. Se solo tutti sapessero cosa è successo fra noi…
“Come stanno i tuoi amici?”domando, cercando di darmi un contegno.
Peter si incupisce.
“Julia è molto forte, credo. Non l’ho mai vista piangere. Sebastian le sta molto vicino, e anche Georgiana, la tua Caposcuola. Sono molto uniti.”
“Già. Mi dispiace molto per lei e per sua sorella.”
“Mi fanno schifo tutti i pettegolezzi che ci sono in giro. Su di lei e Sebastian, lei e Crale…non c’è un minimo di rispetto. Tutto questo solo perché Julia non è una ragazza smorfiosa e pulitina come le altre.”
Questa affermazione mi punge abbastanza sul vivo.
“Nelle 'altre' includi anche me?”
“Ti prego, non iniziare.”
Invece inizio, proseguo e concludo.
Ed è ovvio che vinco. Non è necessario svelare quale sia il premio della vittoria: si tratta di una cosa fra me, Peter ed una coperta. E quello che si fa al di sotto di essa.
 
Peter guarda lontano. Accarezzo il suo petto con la mano. Siamo avvolti, imbozzolati quasi, in una coperta, nelle soffitte del castello. Poco conosciute, ancora meno frequentate, sono il luogo perfetto per noi. Pare che gliele abbia consigliate Sebastian Lang, che sotto la sua maschera da bravo ragazzo nasconde un caratterino a dir poco infuocato. Ben pochi crederebbero a quello che combinano lui, Peter e Garet Haslett.
“Sebastian non ha una ragazza?”
“No, figuriamoci. Gli piace troppo divertirsi. Se trovasse quella giusta, però, credo che si sistemerebbe. Come ho fatto io.”
Sta ancora tentando di lisciarmi dopo quello che ha detto. Tentar non nuoce.
“E Garet?”
“Ah, lui ormai è perso dietro Georgiana. Seb si lamenta sempre che ha perso i suoi compagni d’avventura.”
“Beh, prima o poi troverà anche lui qualcuna.”mormoro, dandogli un bacio per farlo tacere.
E così siamo di nuovo soltanto lui, io ed una coperta.
 
È tardi ormai, quando rientro. Fuori dal coprifuoco, accidenti.
Mi muovo silenziosa come un gatto (almeno spero), e cerco di non farmi scoprire.
“Audrey Salinger!”dice una voce calma sulla soglia del dormitorio femminile di Corvonero.
È Georgiana.
Mi fermo immobile.
La mia Caposcuola appare nella luce fioca di una candela: indossa una bellissima camicia da notte bianca, lunga fino ai piedi; i suoi capelli castano chiaro sono sciolti sulle spalle, morbidi e setosi. Sembra perfettamente in ordine e sicura di sè.
“Lo sai che ore sono?”
In realtà non lo so. Però annuisco e cerco di assumere un’espressione contrita.
"È già la seconda volta che ti trovo in giro oltre il coprifuoco. Finora sei stata abbastanza fortunata da non essere scoperta dal professor Crale, che stasera mi ha incaricato di svolgere il giro di controllo al suo posto.”
“Mi dispiace.”
"Ti prego di non mettere più alla prova la mia tolleranza.”
La sua voce è stanca. Con un gesto mi lascia andare.
 
Quanto mi sento stupida. Ci sono persone che soffrono, eppure eseguono i loro compiti, mentre io sono solo capace di incontrare Peter e di infrangere le regole sul coprifuoco. Stupida, stupida, stupida.












28/01/2008
commenti • tag: ricordi, lettere, famiglia, amori, sogni, misteri, speranze, amicizie, serpeverde

Violet Traviston ha quasi ucciso Medea Diamond. Non pensavo potesse arrivare a tanto. Quella ragazza mi stupisce sempre di più, oltre ad inquietarmi.

Sdraiato sul letto ripenso alla riunione indetta da Riddle qualche giorno fa e alla deduzione che ci è venuta fuori dall’anello.
Tom Riddle erede di Slazar Serpeverde. Me lo sentivo. Quel ragazzo è sempre stato circondato da un’aurea di potenza, da qualcosa in più rispetto agli altri. Lui è il migliore, Serpeverde non poteva trovare un erede più perfetto di lui.
A confermare le mie idee sono le sue parole che risuonano in biblioteca: “Serpeverde non avrebbe voluto questo, Serpeverde ha lottato per non far diventare questa scuola impura e guardate adesso come ci siamo ridotti. Come si sono ridotti. Dobbiamo fare qualcosa. Qualcosa di grande, ma allo stesso tempo di silenzioso e nascosto. Dobbiamo agire nell’ombra.”
Le parole di Riddle continuano a riecheggiare nella mia mente. Ha ragione, è impossibile dargli torto. Questa scuola è diventata uno schifo, tra un po’ gli impuri sovrasteranno i puri e questo non dovrà accadere. Mai.
Esco in cortile dove trovo Deirdre e Jasper con un piccoletto del terzo anno. Inizialmente mi avvicino a loro senza capire il perché di tanta enfasi nell’attaccare il rosso, poi, squadrando i miei due amici, noto il maglione di Deirdre macchiato di cioccolata. Cacchio, bel bersaglio si è scelto il ragazzino per decidere di fare una doccia di cioccolata.
“Tu maledetto imbranato! Chi mai ha fatto tanto di accettarti in questa scuola se non sai neanche camminare! Immagino soltanto cosa tu possa fare con una bacchetta in mano! Odioso ragazzino!” un movimento veloce della bacchetta e quella che un tempo era una folta chioma rossa, diventa un mix di ceneri e capelli bruciacchiati. Mai toccare un vestito di Deirdre Blackster, mai. Così come tutti quelli dei principi, ovvio. Rido nel vedere l’espressione del piccoletto, che cercando di farsi forza, ci squadra quasi incazzato. Basta un’occhiata veloce però dei miei amici a fargli cambiare idea e a farlo scappare a gambe levate.
“Stupido odioso marmocchio!” gli urla dietro la mia amica, lanciandogli qualche incantesimo che gli scoppia subito dietro ai piedi facendolo sobbalzare per scansarli. Una scenetta piuttosto comica, infatti scoppio a ridere mentre Jasper mi accende la sigaretta.



Gli incontri con Violet sono sempre dei ‘sotter-fuggi’. Sgattaioliamo in camera, in aule vuote, cercando di farci vedere insieme il meno possibile anche se ormai, la relazione, è pubblica. Tutti ci squadrano, colgono ogni attimo dei nostri movimenti, dei nostri sguardi. Le ragazzine la fissano, cercano probabilmente di capire che cosa io trovi in lei. Bella domanda, cosa trovo io in lei? Bho. Probabilmente quel suo carattere di merda, così suscettibile, sempre pronta a ribattere e a rispondere mi ha attirato. Sono stanco delle ochette. Di quelle senza carattere che non ti danno neanche un po’ di lavoro

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Un appunto: a Ed non fa paura la morte, non l'ha scandalizzato vedere morire davanti ai suoi occhi Ida. Lui desidera più di ogni altra cosa la vendetta al male che ha subito da piccolo e questo lo porta ad essere propenso e indifferente davanti alla morte.
* Stupidi cani bastardi: è riferito al cane non di razza, al così detto bastardino. Non è detto in modo cattivo o offensivo, ma in modo da ampliare l'accoppiamento tra due razze differenti.

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Guardo fuori dalla finestra. Dei ricordi nascosti mi tornano alla mente, dei leggeri flash:
...Una strada buia, si vede a malapena la punta dei piedi miei e di quelli di mio padre, nonostante la luce sprigionata dalla bacchetta. Dei passi, oltre ai nostri, risuonano nella notte. Mio padre aumenta il passo trascinandomi dietro di lui. Fatico a stargli dietro infatti inciampo e finisco con la faccia a terra. Lui, con la sua figura possente, si china per aiutarmi ad alzarmi ma una scintilla lo colpisce in piena schiena, facendolo schizzare via, a qualche metro da me. Un uomo alto con un mantello scuro sorretto da una spilla e dotato di due occhi color del ghiaccio, gli si avvicina. I due duellano per un po’ fino a quando mio padre si ricorda della mia esistenza: suo figlio, raggomitolato in un angolo della strada, impaurito ed impotente.
E poi più nulla. Il nero compare nella mia mente fino a quando non vi si disegna il volto, triste e disperato, di una bellissima donna, che riconosco subito essere mia madre.
“Edward. Tuo padre è morto. Tu eri stordito, sotto incantesimo. Vi hanno trovati quelli del ministero”...

“Jasper, devo parlarti!” scruto la ragazzina, carina, mora, in sua compagnia che mi guarda con occhi sognanti e decido di aggiungere un “In privato.” abbastanza chiaro e conciso. Lo guardo mentre saluta la ragazza: un sorriso affascinante che fa intendere –scusa tesoro ma devo andare, sarei rimasto volentieri ancora con te ma proprio non posso- ed un “bacio sfiorato” sulla guancia.
Ci allontaniamo da lei fino a ritrovarci in un corridoio, soli.
“Insomma Ed, vuoi dirmi che è successo? Non tenermi sulle spine!”
“Non qui Jasper. Andiamo in camera!”


“La morte di Ida. La sua uccisione davanti ai miei occhi, ha risvegliato in me qualcosa.” Sono eccitato e spaventato allo stesso tempo. Ho sempre desiderato la vendetta da quel giorno, sempre. Ma non avevo mai avuto abbastanza informazioni per riuscire a capire qualcosa: mia madre non parlava e i miei ricordi erano rinchiusi -nonsodove- dentro di me. Adesso invece tutto era più chiaro. Il suo volto, o perlomeno, i suoi occhi. E quella spilla: probabilmente l’immagine impresse erano quelle della sua dinastia. Se tutto andava per il verso giusto, se le mie deduzioni erano esatte, non sarebbe stato difficile rintracciarlo.
Racconto tutta la storia a Jasper che rimane perplesso.



Leggo il biglietto che Lumacorno ha inviato questa mattina a noi tutti partecipanti del LumaClub.
“Vi aspetto domani sera nelle mie stanze per una giornata di sane chiacchiere e relax. Ho preparato per voi delle sorpresine.
A domani.
Horace Lumacorno.”

Chissà cosa avrà questa volta da dire. Arriva comunque al momento giusto questa riunione: nessuno è più informato di Horace Lumacorno sulle stirpi familiari, i loro simboli, la loro potenza. Magari riuscirò a scovare qualcosa sull’assassino di mio padre. Chiederò a mia madre di inviarmi qualcosa da regalargli domani sera, buon viso, cattivo gioco.
“Hey Jasper!”
“Edward!”
“Ti è arrivato il biglietto di Lumacorno?”
chiedo con un sorriso a trentadue denti. Si, questa proprio ci voleva, le cose mi stanno andando bene e forse, riuscirò veramente a fare luce su qualcosa che mi è stato oscuro per troppi anni. E io odio stare all’oscuro delle cose, essere impotente. Lo odio più di ogni altra cosa al mondo.
Raggiungiamo Deirdre in sala comune e iniziamo a parlare del più e del meno fino a quando non arriva a raccontarci dello scontro con la gabbana, che a mio parere, sono i momenti migliori. Questa tizia adesso va in giro con il naso rotto, a meno che l’infermiera non abbia già sistemato il tutto come suo solito fare.
“Eppure non capisco perché questi cretini continuino a venire da noi. Questi proprio se la cercano. Mi sembra più che ovvio quali siano le nostre risposte, è palese da che parte stiamo. Eppure insistono nel voler ribellarsi, far vedere chi siano etc, etc, etc. Stupidi, noiosi, *cani bastardi”.












18/01/2008
commenti • tag: ricordi, vacanze, famiglia, amori, amicizie, serpeverde, dubbi, ritorni, conoscenze

In Sala Grande ci sono i soliti gruppi che si riuniscono un po’ per caso, un po’ per volontà, quando la scuola è agli sgoccioli e non c’è più molto da fare. Su un tavolo al centro, una miriade di dolci e bevande sono radunati per placare gli stomaci degli studenti di Hogwarts. Una festa di Natale in grande stile, davvero.
Mi avvicino al buffet e mi verso un bicchiere di Burrobirra, per poi avvicinarmi ad uno dei caminetti. Mi viene da ridere. Ho appena compiuto uno dei gesti più insulsi della mia esistenza, vale a dire dare un bacio a Jillian McKanzie. Non so bene cosa mi sia preso: la rabbia si è impadronita di me. Detesto vedere che le mie azioni finiscono a vuoto. E non mi piace forzare le ragazze a darmi ciò che voglio: è una sconfitta, non un traguardo. Tuttavia è meglio così, che sia finita. Non che sia mai iniziata davvero.
Uno strano senso di liberazione si fa strada fra i miei pensieri: non mi è mai capitato di essere rifiutato, però questa situazione era davvero logorante. Se devo star dietro ad una ragazza, perlomeno che sia una ragazza disposta a venirmi incontro.
“Ciao, Jasper. Come va?”domanda la voce di Belinda al mio fianco.
“Ciao piccolina, tutto bene. Ho chiuso con la McKanzie.”
“Davvero? Quando?”
“Cinque minuti fa, circa. La cosa non portava a nulla, così meglio troncare.”
“Già. In effetti mi sono sempre chiesta cosa ci trovassi in lei. Non è proprio il tuo tipo.”
Guardo il visino di Belinda, che si volta e mi sorride:
“Allora? Che c’è?”
“Pensavo a tutto quello che è successo fra noi, dall’inizio della scuola.”
“Ormai è tutto passato.”
“Per fortuna. La prossima volta che mi vedi sul punto di commettere qualche errore…ti prego, fermami.”
Belinda ride.
“Va bene, lo farò! Posso anche schiantarti?”
“Se è proprio necessario…sì. Però se puoi evita!”

Poco dopo ci raggiungono anche le due sorelle, Utopia e Deirdre. Se ci fosse anche Eve, sarebbero un quadro perfetto e bellissimo. Le mie ragazze: non le perderò. Mai.

 


 

Sul treno per tornare a casa, Ed e io ci accaparriamo, come sempre, la cabina migliore. Sistemiamo i bagagli con un incantesimo e ci piazziamo sui sedili. Un Grifondoro del terzo mette dentro la testa con fare timido; basta uno sguardo di sbieco del sottoscritto per farlo scappare a gambe levate.
“Jasp, un giorno dovrai insegnarmi a gelare le persone con uno sguardo!”ghigna Ed.
“Sì, ma ti costerà una bella somma di galeoni!”
“Bell’amico che sei! Scherzi a parte, ecco che arriva Dè.”

La nostra Principessa entra e chiude la porta, lasciandosi cadere sul sedile al mio fianco con un sospiro:
“Accidenti…”
“Cos’è successo?”
domanda Ed.
“Geert. Sta diventando davvero troppo appiccicoso. E in altri campi non abbastanza.”
“Cosa vuoi dire?”
“Mi ha detto che mi ama.”
“Lo sapevo!”
esclama Ed.
“C’era da aspettarselo.”rincaro io.
“Ma…non vuole venire a letto con me.”
“Perché?!”
stavolta parliamo all’unisono, visto che io ed il mio migliore amico siamo abbastanza sorpresi dalla cosa.
“Perché io non lo amo.”
Ed e io scoppiamo a ridere. Dè invece rimane seria, anche se il suo viso si rischiara.
“Beh? La cosa vi sembra così divertente?”
“Non è per te, che ridiamo.”
inizio.
“Ma per il ragionamento del caro orsacchiotto, che è di un’ingenuità disarmante!”va avanti Ed.
“Povera la nostra Dè!”concludo.
Quando si dice un idiota. Geert raggiunge delle vette che non avevo neppure osato immaginare per lui: siamo sicuri che sia un uomo? Come faccia a resistere a Dè, per me è un mistero.
“Comunque anche io non sono da meno.”le dico, per rincuorarla un po’: “Ieri l’ho fatta finita con Jillian McKanzie.”
“Meno male, non mi è mai piaciuta. Quando è
successo?”
“Prima che ci vedessimo in Sala Grande. Te l’avrei detto anche lì, ma non c’è stata occasione.”
O forse ci sarebbe anche stata, ma non avevo voglia di pensarci ancora, una volta vuotato il sacco con Belinda. Edward invece aveva ascoltato tutta la storia prima di andare a dormire, tra una risata e l’altra, mentre Forsythe e Lancaster dormivano e russavano.
Deirdre ascolta con attenzione la storia, mentre Ed conclude:
“Dovremmo far incontrare la McKanzie e Geert. Come tasso di zucchero e miele ci siamo!”
“Ma non dirlo neppure per scherzo!”salta su Dè“Geert sarebbe sprecato! Non credo sia abbastanza per me. Ma di certo non è abbastanza poco per lei!”

Alzo gli occhi al cielo, che poi è il soffitto dello scompartimento.
Il fascino dell’orsacchiotto è difficile da dimenticare. Ma come tutte le cose, presto svanirà.

 


 

È tradizione per me passare il Natale a casa di Ed. Al primo anno, Ed mi aveva chiesto:
“Allora a Natale starai con la tua famiglia?”
Avevamo undici anni, e ci eravamo conosciuti sull’Espresso di Hogsmeade. Non so definirlo, ma sembrava quasi che ci fossimo riconosciuti fra i numerosi studenti che iniziavano quell’anno a frequentare Hogwarts. Ed stava con Deirdre ed Eve: io li guardavo ammirato dalla loro bellezza, dalla grazia che traspariva da ogni loro singolo gesto.
Eve Sanders aveva un visino da elfo: i suoi grandi occhi chiari erano pervasi di una dolcezza che oggi riappare solo a sprazzi; già allora attirava l’attenzione maschile, anche se era ancora una bambina, ulteriormente calamitata da Deirdre Blackster, già bellissima, che all’epoca portava i capelli pettinati in tanti boccoli inanellati (morivo dalla voglia di toccarli). Edward invece era un ragazzino piuttosto magro, e alto per la sua età, con un’espressione insolitamente pensosa. La prima volta che i nostri sguardi si incrociarono, credo che il mio cuore avesse perso un battito. Capii immediatamente che quel ragazzino sarebbe diventato il mio migliore amico.
E così era stato.
Per questo, alla domanda di Ed non avevo potuto rispondere che con sincerità:
“No, sarò da solo. Io sono sempre solo a casa mia.”
“E perché?”
Gli avevo spiegato come stavano le cose: mio padre era (ed è tuttora) sempre in giro per il mondo per le sue ricerche, ed è raro che sia a casa per una ricorrenza; dopo la morte di mio fratello Sean, mia madre lo aveva lasciato, ed aveva tagliato i contatti anche con me.
Mi vergognavo profondamente di ogni mia parola, e parlavo fissando un punto indefinito. Alla fine del mio discorso, avevo osato guardare il mio amico in faccia, temendo di vedervi dipinta la smorfia di disprezzo che già allora riservava a chi lo meritava.
Invece mi sorrideva e mi aveva detto:
“Bene! Allora puoi venire a passare il Natale da me!”
Io avevo accettato.  Durante quelle prime vacanze insieme, avevo scoperto che Ed aveva perso il padre da pochi mesi: questo ci rese ancora più legati, perché i miei genitori, benché entrambi ancora in vita, erano lo stesso assenti. Così la nostra amicizia, che era iniziata da poco, iniziò a rafforzarsi.

 


 

Deirdre ci viene incontro, bella e delicata come una farfalla, e dopo averci salutato, ci prospetta la situazione:
“Allora, vedete quella ragazza bionda?”dice, indicando quella che definirei una “bella fanciulla” per non scadere in inutili volgarità.
“Sì, e allora?”risponde Ed, poco interessato.
“Vuole uscire con uno di voi. Non importa chi.”
Ed sembra tutt’altro che interessato. Avrà la testa persa per una certa persona di mia conoscenza.
“Ci penso io, Dè.”affermo “Ed adesso preferisce le more, lo sai.”
Così trascorro una piacevole serata. Scopro che Amalia, la mia dama, è la sorella di Axis, ovvero la preda prescelta da Deirdre. Inarco un sopracciglio quando la vedo ridere con lui: non che quel tipo mi vada a genio, ma perlomeno è già un miglioramento rispetto a Geert Wellington. Non è come me, ma potrebbe quasi andare.
Amalia deve vedermi distratto, perché richiama la mia attenzione con un pizzicotto: e io sono ben felice di concedergliela.

 


 

Il profilo di Deirdre si staglia contro il finestrino del treno che ci riporta a scuola dopo le vacanze. Ripenso a quello che è appena successo: possibile che Tom Riddle sia l’erede di Salazar Serpeverde?
Non considerando per un istante l’anello…devo ammettere che sarebbe possibile. E se è così, cosa vorrà dirci alla riunione?


 

 

 

 













17/01/2008
commenti • tag: amori, dolore, misteri, addii, amicizie, corvonero, momenti imbarazzanti

Cerco di farmi forza. Impresa disperata, ma non posso continuare a piangere ad oltranza finché non avrò finito le lacrime. La neve che copre uniformemente il giardino di Hogwarts è bianca, esattamente come lo sarà la tomba di Ida. Non so se ho accettato che sia morta; dirlo non corrisponde minimamente a quanto sia spaventoso, impossibile da percepire, che non la vedrò mai più. Nessuno la vedrà mai più.
Mi sento di nuovo salire un groppo alla gola. Chiudo la finestra della mia camera, e voltandomi il mio sguardo indugia sul mio letto, praticamente intatto; Jules se n'è andata stamattina presto, con il metropolvere, senza salutare né me né Sebastian. Probabilmente non si è accorta che non ho chiuso occhio, ma è così: immaginare che stesse piangendo nel suo letto( e sapere che se avessi tentato di consolarla mi avrebbe dato, a ragione, un pugno sul naso ) mi faceva venire una depressione tremenda.
Nella specchiera, vedo che ho un'aria parecchio sbattuta; i miei occhi, tra sonno e lacrime, sono così rossi che potrebbe sembrare che mi abbiano infilato due pomodori maturi nelle orbite. Faccio un respiro profondo e mi siedo sullo sgabello, puntando la bacchetta verso il mio viso; sarà necessario un bel lavoro per togliermi l'aria malata e depressa che mi ritrovo.
Ormai è ora di pranzo, ma non ho avuto l'energia di andare a lezione stamattina: il weekend è stato a dir poco distruttivo, e i miei nervi ne sono usciti in modo pessimo.
Esco dal dormitorio: tutti mi guardano come se vedessero un fenomeno da baraccone. Io sono l'amica di quella con la sorella morta, mica una qualsiasi. Cammino a lungo, tenendo la testa bassa per non farmi notare più del normale. Vorrei quasi togliermi la spilla di Caposcuola dal petto, in modo da non attirare le mire di nessuno.
Striscio lungo gli scaffali della biblioteca e mi siedo al mio posto preferito. Tiro fuori dalla tracolla il biglietto che mi ha scritto Jules; la calligrafia è tremolante, incerta, c'è una lacrima che ha visibilmente bagnato la carta. Un altro attacco di dolore sordo, intenso. Poso la fronte sul legno lucidato; fisso il pavimento di pietra, finché non vedo sotto al tavolo un paio di piedi, e delle gambe che indossano pantaloni, quindi un ragazzo.
Di fronte a me c'è un pallidissimo Sebastian, che mi prende le mani con dolcezza, rimanendo a fissarmi. So cosa sta provando: è quello che sento io, da tre giorni a questa parte. Senza fiatare, tira fuori dalla tasca una foto stropicciata, evidentemente appallottolata e poi ridistesa. Ci siamo lui, Julia, Ida e io; allegri, felici, un paio di settimane fa.
Almeno in quel momento, Ida non pensava a Riddle.
Un momento.
Sgrano gli occhi, stringendo la presa attorno alle mani di Sebastian.
« Riddle .. Tom Riddle! »



Scrivo freneticamente, tentando di recuperare i compiti e lo studio che ho lasciato perdere in questi giorni. Difesa Contro Le Arti oscure mi piace, sì, ma non è una materia in cui sono esattamente ferrata; oltre la O non vado, neppure con tutto l'impegno di questo mondo. Ho sprecato un altro po' di tempo cincischiando con Sebastian, che si rifiuta di incolpare Riddle; ha accennato alla gigantesca targa che attesta il suo Premio per i Servigi Speciali Resi alla Scuola e ad altre inutilità. A me Riddle spaventa, sarà che sono una cacasotto ma ..
Con la scusa della ronda serale, esco dalla biblioteca e cammino con calma per il corridoio, godendomi il silenzio e la tranquillità della scuola deserta.
Ad un tratto, mi pare di vedere un'ombra lungo il corridoio che porta al Club dei Duellanti: mi piego in avanti, scrutando nel buio. Riduco gli occhi a due fessure: evidentemente sono così fusa da avere le visioni.
« Agh! » una mano mi ha afferrato il polso e mi ha trascinata nell'ombra. Chi fa questi scherzi nel pieno della notte? Beh, chiunque sia può star sicuro che ... Il riflesso di una torcia illumina il volto del mio rapitore.
« Ga...Ga...Garet? »
« Scusa, Georgiana. E' che di giorno è impossibile fermarti. » Forse ho più paura adesso di prima. « Volevo dirti che mi dispiace per Ida...davvero. » Apprezzo il gesto, ma forse non è proprio il momento migliore. Oh, vabbè, è inutile che faccia la dura: mi sto sciogliendo come un budino, anche se quasi non lo vedo. Solo pensare che la mano che mi sta stringendo il braccio è la sua, fa sparire il dolore delle sue dita che mi stritolano fino all'osso.
« Grazie del pensiero, Garet. » gli dico cercando di camuffare l'alteramento della mia voce, provocato dal cuore in gola che mi sta quasi strozzando. Gli sorrido; mi sembra quasi di poter percepire fisicamente il luccichio dei miei occhi. Rimaniamo a guardarci, o meglio a cercare la faccia dell'altro nella penombra, in un silenzio nervoso e teso. Sto cercando di ricacciare l'idea che mi suggerisce di fare il primo passo: ormai sono sicura che lui sappia che mi piace, perché devo essere io a buttarmici addosso? Non fosse altro che ho la schiena al muro, è lui quello che si può muovere agevolmente. E se ... mi sento mancare il fiato. E se mi avesse cercata per dirmi che è venuto a sapere e mi vuole pregare di smettere di fargli il filo? Che sia un Willoughby qualsiasi, o un Edward Ferrars*?L'attesa di un segno mi sta consumando, eppure sono passati solo pochi istanti.
« Beh, andiamo. » afferma con poca convinzione, facendo un passo all'indietro come per farmi passare. Sento che affiora una certa delusione, come un dolore sordo all'altezza dello stomaco. Trattengo un sospiro depresso, sorridendogli.
Mi dirigo istintivamente verso il grande arco ogivale che segna l'ingresso alla Torre, e che per un caso fortuito si trova proprio qui sul quinto piano. Mi appoggio al piccolo tratto di parete libera tra la scala e una delle ampie librerie che tappezzano il corridoio.
« Beh, buonanotte. » sorrido gentilmente, stringendo tra le mani la tracolla della mia borsa di pelle. Che momento penoso e imbarazzante. Distolgo lo sguardo, aspettando che lui smetta di fissarmi e se ne vada. Fa una strana smorfia, accentuata dalla luce debole del corridoio.
« Oh, al diavolo. » borbotta all'improvviso. Non riesco neppure a capire cosa sta succedendo; sento il sangue che mi affiora alle guance, il battito che accelera da 0 a 100. Al diavolo.



« ... non ci posso credere! Si è dato una mossa! » esclama Julia, cercando di mostrare sincero interesse per quello che è successo tra me e Garet. Cerco disperatamente di tirarle su il morale, mentre sbrigo una serie di carte riguardo agli ultimi punti che ho tolto in giro per la scuola. Sono rossa come un peperone: d'altronde, ormai pare che passerò la maggior parte del mio tempo così. Basta solo nominare il mio nuovo 'amichetto' – termine coniato da Sebastian, nostro primo fan ufficiale, che ci vede già come la coppia dell'anno - perché vada in iperventilazione. Come se non vedessi cuori dappertutto per la maggior parte del tempo.
« Georgiana. » di colpo si fa seria. « E' stato Riddle. Io lo so. » nonostante la tanto conclamata intelligenza dei Corvonero, il passaggio dal capitolo Haslett alla morte di Ida non mi è proprio così immediato. Cerco di trattenere le lacrime che mi salgono automaticamente agli occhi. Mi sa che ho una malattia rara che amplifica gli effetti di tutte le emozioni.
« Cosa? » rispondo incredula.
« Ho letto il diario di Ida. E' stato Riddle, ne sono sicura. »
« Non dirmi che.. » annuisce vigorosamente.
« Aveva un appuntamento con lui. » mi risponde senza indugio, la voce che trema per la rabbia. Ricapitolo velocemente tutte le risposte che mi sono venute in mente nello stesso istante, e che si sono scontrate nella mia testa.
« Silente. Parliamone con Silente. » esclamo con eccessiva intensità, sbattendo un pugno sul tavolone della biblioteca.
La bibliotecaria mi zittisce prontamente, ma Julia ed io stiamo già schizzando verso l'ufficio del Capocasa di Grifondoro.



E' il mio professore preferito, l'uomo a cui mi ispiro e che ho preso come modello; e allora perché vorrei strozzarlo? Non può fare niente per noi, e d'altronde i diari segreti non sono certo prove sufficienti per accusare uno studente capace come Tom di un omicidio.
Il preside Dippet non vorrebbe neppure sentire le vostre illazioni. ILLAZIONI! Mi rigiro nel letto, lanciando uno sguardo alla foto di Garet che ho attaccato sopra al letto, seminascosta dalla tenda del baldacchino.
Se non ci può aiutare Silente, chi può farlo? E' il momento di agire.



* ATTENZIONE: DOPO LA PRIMA FRASE, SI SCONFINA NELLO SPOILER! Willoughby e Edward Ferrars sono due personaggi di Ragione e Sentimento di Jane Austen.


Per inciso, il primo è un vero stronzo, il secondo invece è un caro ragazzo, anche se tira un po' troppo la corda per i miei gusti.












13/01/2008
commenti • tag: avvisi, vacanze, famiglia, amori, misteri, amicizie, serpeverde, dubbi

Cammino con le mie sorelle lungo il viale che porta alla mia villa sotto un cielo interamente coperto da dense nuvole grigie. Il vento gelido che soffia implacabile mi graffia il viso e tento inutilmente di coprirmi il più possibile, mentre il parco tutt'intorno a me è ricoperto da un alto strato di neve candida; persino le grandi sculture classiche che l'adornano sono nascoste da un velo bianco. Finalmente a casa dopotutto. Arrivo fino all'ingresso dove, appena messo piede sul piano d'entrata, la porta si spalanca di fronte a me e riesco a percepire il calore che viene dall'interno. Ad accoglierci c'è un insignificante elfo che si occupa immediatamente dei bagagli. La grande sala è completamente adorna di addobbi preziosi, e anche qui tutto è bianco, proprio come all'esterno. L'albero posto al centro del salone fa risplendere i suoi cristalli mentre la magia fa cadere piccoli fiocchi bianchi sull'arbusto. Mi guardo intorno per riprendere familiarità con l'ambiente quando sento la voce di mia madre che ci da il benvenuto e lo zampettare di un piccolo cane che ci corre in contro festoso. "Snow!", mi abbasso ad accarezzargli il piccolo musetto nero, in netto contrasto col suo curato pelo bianco, ironia della sorte.  "Forse hai un pò esagerato col bianco quest'anno, mamma."sento parlare Belinda alle mie spalle. "Non dire sciocchezze cara, ma entrate che fuori si gela!"
"E' tutto meraviglioso..."questa volta è la voce di Utopia,"quest'anno sarà proprio un bianco natale!". Mia mamma ride, spero non davvero divertita dalla battuta, mentre io e Beli la guardiamo un pò stranite. Quando un leggero rossore comincia a colorarle le guance però, le sorrido, "Hai ragione... sarà un bianco natale!"

Natale. L'autorità di mio padre si fa subito sentire in casa: tutti obbediscono agli ordini, gli elfi domestici cercano di farsi vedere il meno possibile e la mia libertà è decisamente limitata. Giusto ieri ha voluto controllare che il nostro rendimento scolastico fosse impeccabile, e così Belinda si è dovuta subire dei duri rimproveri e l'obbligo di intrattenere gli ospiti di natale per tutta la sera, compito di una noia mortale, e che di solito tocca alla sottoscritta. "Bene Deirdre, non vedo tutti gli Eccezionale che vorrei ma siamo sulla buona strada.", è stato uno dei massimi complimenti che mio padre mi abbia mai rivolto, e che mi ha risparmiato una serata tra vecchie signore snob che amano troppo se stesse per comprendere la loro ecclatante stupidità. Guardo mio padre, ora appoggiato al muro, perfetto nel suo abito fasciato, lo sguardo duro che non abbandona mai e la sigaretta stretta nelle dita. Charles Blackster, troppo facile descriverlo: conservatore, attaccato all'onore e al prestigio della casa Blackster più che alla sua stessa vita, membro di prestigio al Ministero, temuto e rispettato da tutti. Se solo tenesse alle figlie almeno quanto tiene all'onore, non comprerebbe il nostro amore con i regali più costosi. Ma in fondo, va bene anche così...
Distolgo gli occhi da lui per concentrarmi su un punto davanti a me. Sono agitata mentre sto in piedi davanti alla porta d'ingresso, con al mio fianco le gemelle e con come giudice imparziale mia madre. Indossiamo alcuni tra i nostri abiti migliori mentre aspettiamo i nostri primi e più importanti (e graditi) ospiti: la famiglia Rakovski.
"Bene..perfette! I Rakovski dovrebbero essere qui a momenti..mi raccomando!".
Mi sudano le mani e continuo a cambiare posizione, forse per tensione, forse per impazienza. "De così fai agitare anche me! Non puoi fare così ogni anno!" "Si hai ragione Beli..scusa...". Ci provo, giuro, ci provo ma non riesco a togliermi di dosso quel senso di vuoto, un misto di paura, eccitazione, e... "Sono arrivati!" esclama mia madre. Pietrificata; nemmeno un incantesimo potrebbe mai farmi restare più ferma di come sono ora.
I miei genitori si apprestano ad accogliere personalmente gli ospiti, come fanno nelle occasioni importanti. "Benvenuti! Accomodatevi...E' un piacere avervi qui!". Due figure varcano per prime la soglia, ma non sono loro che aspetto tanto impazientemente: subito dietro di loro infatti, un ragazzo e una ragazza infreddoliti entrano a loro volta e salutano cordialmente i vecchi amici di famiglia. Lei è Amalia Rakovski, una delle mie più care amiche, sempre frizzante e brillante; mentre il ragazzo al suo fianco è suo fratello, Axis. Mi toglie letteralmente il respiro quando si gira verso di me.
"Seguite pure Deirdre e le gemelle, vi accompagneranno alle stanze che vi abbiamo riservato. Assar, Diodora, io e Charles vi accompagneremo invece nei vostri alloggi..."
Saliamo le scale nel silenzio più assoluto finchè i nostri rispettivi genitori non spariscono dalla visuale...

"Nell'ultima lettera mi dicevi che volevi chiudere con il tuo ragazzo, Geert vero?", chiede Amelia già pronta per la serata, mentre osserva attentamente la mia vasta collezione di rossetti e lucidalabbra.
"O si...già fatto...spero almeno che lui l'abbia capito, sai non era molto sveglio...". Mi guardo allo specchio, indecisa se scegliere il vestito bianco, oppure quello blu. Sono entrambi molto belli...
"Ma stasera ci saranno anche Edward e Jasper?"
"No...". Il vestito di seta blu fa la sua scena, ma quello bianco è decisamente più elegante: l'ideale per questa sera. Faccio il giro su me stessa con indosso l'abito candido.
"Che peccato..."
"Penso di aver scelto...vada per il bianco!". Indosso le scarpe nere,alte, aperte davanti ed in tinta con le righe che ornano il  vestito. "Allora, andiamo?". dico esortando la biondina sul letto.
"Certo...", mi risponde Amalia, con uno sguardo un pò risentito, probabilmente a causa delle scarse attenzioni che le ho appena rivolto,"ma prima Dè...ti piace ancora parecchio mio fratello, vero?"
Rispondo solo dopo parecchi secondi, "Mi piace...". Forse farei meglio a dire che mi fa impazzire e che è come una calamita per me, ma meglio non sbilanciarsi troppo visto il profondo legame dei due fratelli.
"Bene, allora ti farò una confessione...". La guardo incuriosita e la mia amica nota il cambiamento del mio atteggiamento verso di lei, così fa un sorriso tra il malizioso e il divertito,"Axis mi ha chiesto di te durante il viaggio...e per uno come lui, può significare solo una cosa: gli interessi davvero!"
Rimango basita e cerco di non far trasparire troppo l'emozione che mi sale come un brivido per il corpo: Axis mi piace da una vita, e inoltre è il protagonista di una vecchia scommessa tra me ed Eve, una scommessa che punto di vincere entro l'anno nuovo. A capodanno, ormai ne sono sicura, vincerò la sfida, e non appena Eve tornerà, dovrà riconoscere la mia vittoria e  fare qualcosa per me...
Destandomi dai miei piani per i giorni successivi, ricordo chi sia la persona in piedi di fronte a me: "Ok Amy...cosa vuoi in cambio di quest'informazione?". Il suo viso si illumina.
"Mi conosci troppo bene...voglio un appuntamento con uno dei Principi. Non mi importa se Ed o Jasp." La richiesta non sembra neanche troppo gravosa, ne per me, ne per i principini immagino.
"Non c'è problema...Capodanno va bene?"
"E' perfetto!Grazie Dè"
"No...grazie a te...". Sapere di piacere a Axis per me era fondamentale, le cose così cambiano e tutto diventa più semplice. Sento già il sapore dolce della vittoria..."Non vedo l'ora di Capodanno", sussurro appena, mentre mi accingo a fare strada alla mia preziosa ospite fino alla sala riservata alla cena, decorata ad arte e resa straordinaria dalla lunga esperienza di mia madre nel campo. La stanza è piena di persone, ma a me ne interessa una in particolare. I miei occhi passano veloci tra i volti degli invitati finchè lo vedo, appoggiato al muro, tra le mani un calice che sorseggia ritmicamente, bello come non mai. Mi avvicino con passo deciso al mio obiettivo, sempre più prossimo...che il gioco abbia inizio...


Mi sembra impossibile che anche queste vacanze invernali alla fine si siano concluse.  I rumori assordanti della locomotiva in movimento non mi fanno conciliare il sonno, che eppure sento gravare sugli occhi, senza che questi  si chiudano effettivamente: sembra che non ne vogliano sapere di concedermi una tregua! Con la schiena appoggiata alla cabina rivolgo uno sguardo furtivo a Ed e Jasp, che sembra si stiano scambiando i propositi per il nuovo anno, con troppo entusiasmo a dirla tutta. Belinda e Utopia questa volta hanno sdegnato la nostra presenza in favore dei loro compagni d'anno, anche se questa storia mi stupisce alquanto...
Ho ormai già rinunciato da un pezzo a dormire quando prendo carta e penna per scrivere ad Eve, che sembra che presto tornerà ad Hogwarts. Le scrivo delle vacanze, dei regali, dei Rakovski e lascio volutamente in sospeso la festa a casa di Edward l'ultimo dell'anno..."...ti racconterò tutto di persona, quindi cerca di tornare presto o mi passerà la voglia! Sappi solo che ho vinto la scommessa...Mi manchi. Torna presto, tua Dè." Soddisfatta di me stessa piego la lettera e la infilo nella busta analoga, dove scrivo l'indirizzo del destinatario. Ho ancora in mano il tutto quando lo sportello dello scompartimento si apre all'improvviso e appare il volto di Riddle. E' molto strano trovarlo sul treno, infatti solitamente passa il Natale a scuola, la sua unica vera casa, o almeno così pensavo fino ad ora...
"Scusate il disturbo...", dice con la solita voce zelante, "volevo avvisarvi che ho indetto una riunione riservata ai Serpeverde, ecco...ad alcuni Serpeverde, quindi vi prego di non farne parola con nessuno; che sia chiaro, con nessuno, "nelle sua voce si avverte un piccolo cambiamento di tono, che fa risuonare la frase come una minaccia. Davanti ai nostri sguardi attenti, e leggermente sorpresi, Riddle continua il suo discorso, "Bene, luogo e orario vi verranno comunicati il giorno stesso. Buon viaggio.". Un leggero rumore proveniente dal corridoio costringe Tom a voltarsi quando ancora non ha chiuso del tutto le porte della cabina. L'ultimo fievole suono che sento provenire dalla sua bocca è 'stupida ragazzina', poi le porte si chiudono con uno schiocco e Riddle sparisce, lasciandoci perplessi, e al tempo stesso incuriositi dalla confidenza rivoltaci dal Caposcuola. Una riunione riservata: per quale motivo? E perchè nessuno, e su questo punto Riddle era stato fin troppo chiaro, doveva venirne a conoscenza? A quanto pare doveva essere una cosa molto importante, o estremamente urgente...
Improvvisamente un'immagine si fece chiara nella mia mente. Osservando Riddle aprire lo sportello avevo avuto modo di rimettere gli occhi sul suo anello nero, e osservarlo con più precisione trovandomi di fianco all'ingresso stesso, e ripensandoci...sapevo cos'era quell'oggetto: ricordavo perfettamente dove l'avevo già visto, che stupida, come ho fatto a scordarmene! La consapevolezza di ciò che quell'anello significa mi colse in un secondo. "Jasp, Ed...lo so...". I due accanto al finestrino mi fissano come se fossi impazzita.
"Non capite, non ricordate?"
"Dè, scusa ma penso che Riddle ti faccia uno strano effetto..."
"No...ascoltate, l'anello...". Jasper alzò gli occhi al cielo: l'avevo tormentato con questa mia fissazione, ma ora la cosa era diversa, io sapevo e non potevo crederci."non vi ricorda un libro che vi ho mostrato quando eravamo piccoli? Il libro che mi leggeva sempre mio padre, quello su Salazar e sulla Casa Serpeverde!"
Era grazie a quel libro che mio padre era certo che sarei finita a Serpeverde, non avrebbe mai considerato la possibilità che finissi in un'altra casa, non la sua primogenita, non sua figlia, non sangue del suo sangue! Comunque i miei amici mi guardano allibiti, probabilmente staranno pensando che mi si sia  fuso il cervello..."L'anello, dai l'anello!!!"
Dopo una pausa di silenzio, un lampo di genio passa per gli occhi di Edward, "Ah...dai Dè, non crederai..."
"E invece si!"
"Impossibile...", continua Ed, sempre più allibito e turbato dalle mie parole.
"L'ho visto da vicino, non può che essere lui! e no, non è una copia ne sono più che sicura", continuo, prevedendo la domanda che sicuramente Edward mi avrebbe fatto di lì a poco.
"Scusate, potete spiegare anche a me, o è una cosa tra voi due?", si intromette Jasper. Rispondo con una punta di impazienza nella voce, "E' l'anello, il Suo anello...l'anello di Salazar!!"
Jasper sgrana gli occhi incredulo e visibilmente scettico, "Dai Dè, sii seria,"rivolge uno sguardo ad Ed in cerca di sostegno, ma quello guarda fisso davanti a se, probabilmente nel tentativo di esaminare i fatti,"..ciò significherebbe..."
"...che Tom Riddle è l'erede di Salazar Serpeverde...". Concludo per lui la frase, dopodiche nello scompartimento cade un silenzio profondo ed inquietante. C'è solo silenzio mentre i nostri sguardi allarmati si incrociano. Non so per quanto tempo non abbiamo parlato, so solo che tutto tace quando vedo spuntare all'orizzonte le guglie della nostra cara Hogwarts...












08/01/2008
commenti • tag: ricordi, lettere, vacanze, famiglia, amori, sogni, speranze, amicizie, dubbi, litigi, conoscenze, festeggiamenti, corvonero, tassorosso

Che il Capodanno prendesse una svolta simile, non l'avrei mai detto.
Mi stringo forte al braccio di Carlisle, mentre attraversa un mare di ragazzi e ragazze che probabilmente non vedrò mai più in vita mia, dopo questa sera, e che comunque non sarò in grado di riconoscere. Fate e folletti, perché gira tutto così veloce? Non ho nemmeno bevuto -sono troppo nervosa per fare qualsiasi cosa che differisca dal respirare-, quindi per quale astruso motivo mi sembra che tutto sia destinato a capovolgersi da un momento all'altro? Forse è l'emozione.
"Carlisle.." il lamento sfugge alle mie labbra prima di poter fare qualsiasi altra cosa. Il ragazzo si volta verso di me, trafiggendomi con i suoi incredibili occhi azzurri. Avvampo, mentre mi scruta pensieroso prima di annuire.
"Due minuti, resisti due minuti" mi ordina con un mezzo sorriso, allungando il passo. Come se non stesse già andando veloce. Sbuffo, senza troppa convinzione, lasciandomi trascinare in mezzo al trambusto ad occhi chiusi. Se davvero guardassi cosa ho davanti, finirei col rimettere il mezzo grissino che sono riuscito a ingurgitare prima di prendere la Passaporta per questa casa.
L'aria fredda che mi schiaffeggia il viso, dopo quella che mi è sembrata un'eternità, è una vera e propria benedizione. Inspiro a fondo, avida di questo gelo che mi riempie i polmoni e mi sgombra la testa. Mi sento come se non respirassi da anni. Il mio cavaliere mi porta fino ad una balustra di marmo bianco, dove si siede incrociando le braccia al petto.
"Non sei tipo da feste selvagge, vero?" mi chiede abbozzando un sorriso. Riapro gli occhi, scoprendomi con entrambe le mani alla gola. Abbasso le braccia, vagamente imbarazzata.
"Nemmeno un po'" sussurro, rimanendo immobile nell'esatto punto in cui la sua mano ha lasciato la mia. Non è lontano da me, posso ancora sentire la scia del suo profumo. Ed è buono.
"Mi spiace.." non accenna ad abbassare lo sguardo "Ti sarai annoiata a morte"
Neanche tanto, a pensarci bene. Ho passato buona parte della serata rannicchiata su una  poltroncina in un angolo dell'enorme biblioteca, dopo esser stata puntualmente abbandonata da Isabel in favore di un aitante ragazzo dai capelli nerissimi e gli occhi  smeraldo. Ho avuto modo di buttar l'occhio su vere e proprie chicche che nemmeno nella sezione proibita avrei potuto sfogliare, ho vagato tra gli enormi scaffali impolverati respirando il forte odore della cera delle candele, ho sbirciato la mia amica e i suoi progressi dalla cima di un'enorme scalinata coperto da un lungo tappeto di velluto rosso. E poi. E poi sono stata rapita. Un biondino straordinariamente simile a Jasper mi ha individuata, si è praticamente materializzato al mio fianco -o forse sono io che sono rimasta paralizzata quando l'ho visto e lui si è mosso a velocità normale, non ne sono sicura- e mi ha portata giù, nella ressa, dove mi sono vista costretta a dimenarmi in una maniera assurda per evitare che quel mare di gente mi calpestasse e mi riducesse a marmellata pura. Poco prima dello scoccare di mezzanotte, mi sono defilata in un dei mille bagni di cui questa reggia sembra provvista e mi ci sono chiusa dentro. Non mi andava di baciare un emerito sconosciuto. O meglio, un emerito sconosciuto con la faccia di Jasper Lewis. Non faccio un vanto dell'aver passato la mezzanotte chiusa in un lussuosissimo bagno, chiaro, ma non ero dell'umore adatto a fare altro.
Il caso -credo- ha voluto che a trovarmi fosse Carlisle. Il Tassorosso sorridente di Natale. Quello che mi ha presentato la nonna. Ha bussato alla porta, delicatamente, e mi ha detto che era urgente. Senza una scusa opportuna da propinargli -in mezzo a tutta quella confusione l'ho scambiato per il sosia di Jasper venuto a reclamare il bacio mancato- ho spalancato la porta dicendogli che mi dispiaceva ma che non se ne faceva niente. La sua faccia è stata qualcosa di spettacolare. Mi ha rivolto un enorme sorriso, facendomi presente che qualunque fosse il problema se ne poteva parlare tranquillamente, e poi si è scusato. E' entrato nel bagno trascinandosi dietro un ragazzo semi svenuto che ha rimesso penso pure l'anima con la testa dentro la tazza. Si è assicurato che l'amico stesse bene e poi, non so nemmeno come, mi sono ritrovata nella folla assieme a lui, questa volta sul punto di svenire. L'emozione, si.
"Oh, neanche tanto" sorrido, stringendomi le braccia in vita "Ci sono un sacco di cose da fare in questa casa"
"Non ne dubito" un lampo divertito attraversa il suo sguardo e io, come mio solito, arrossisco "Sei qui da sola?" prosegue cordiale.
"No" scuoto il capo "Sono qui con Isabel, ma l'ho persa di vista"
"Non l'ho mai vista staccarsi da mio cugino per tutta la sera" ribatte, impassibile, senza perdere il sorriso. Non mi chiedo nemmeno come faccia a conoscerla, non mi importa.
"L'ho persa di vista da un po'" replicò piccata, incrociando le braccia al petto. Cosa vuole insinuare, adesso?
"Scusa, scusa!" ride, sollevando le mani e mostrandomi i palmi, in segno di resa "Non volevo farti arrabbiare, Jillian"
Abbasso lo sguardo, borbottando qualcosa di incomprensibile alle mie stesse orecchie, fino a quando non sento il suo braccio caldo circondarmi le spalle. Quando è comparso al mio fianco, non lo so.
"Stavi tremando" sussurra al mio orecchio, giocando distrattamente con una ciocca di capelli. Istintivamente, mi irrigidisco: l'ultima persona che ha toccato i miei capelli è stato Jasper. E una parte di me non vuole che un altro ragazzo faccia lo stesso. Anzi, parliamoci chiaro. Non voglio che un ragazzo mi tocchi i capelli. O mi accarezzi il viso. O, peggio ancora, mi baci. Distolgo lo sguardo, imbarazzata.
"Carlisle, io.." inizio a dire, incespicando nelle parole "Io non.."
Lo sento sorridere, e sospirare, prima che il calore del suo braccio lasci posto al freddo dell'imminente alba.
"Lewis" sospira di nuovo, infastidito "Avevo sentito qualche voce su voi due, ma non credevo fosse una cosa seria. Con tutto il rispetto, eh!"
"Non stiamo assieme" rispondo automaticamente, prima che il significato più cattivo delle sue parole mi investa come una slitta trainata da Ippogrifi. Mi ritraggo, spalancando la bocca senza pronunciar parola.
"..Cosa vorresti insinuare?" ruggisco poi, una volta acquistata nuovamente la capacità di parlare "Che siccome qualche tua compagna di Casa ficcanaso mi ha vista assieme a Jasper una volta o due e io non sono qui con lui ora ti senti libero di fare quello che ti pare con me? Non so che voce sia arrivata alle tue orecchie e non voglio nemmeno sentirla, ma non hai il diritto di pensare questo di me. Non hai il diritto di dire nientre, su di me, non mi conosci nemmeno!" strillo tutto d'un fiato, sentendo il mio tono di voce salire di due ottave almeno. Carlisle non sorride più. Sta per dire qualcosa, probabilmente sta per scusarsi, ma non lo lascio parlare.
"E anche se fosse stata una cosa seria, cosa speravi di ottenere? Che io venissi con te solo perché lui non è presente? O forse che siccome probabilmente qualche pettegola amica tua -con tutto il rispetto, eh!- lo ha visto mentre mi baciava a forza quando io volevo solo andarmene a casa senza troppi incidenti sentimentali, allora questo fa di me una ragazza poco seria, una facile, una con cui andare a capodanno per riempire il vuoto lasciato da non so nemmeno io chi?"
Okay. Adesso sono decisamente isterica. E nei suoi occhi c'è un filo di preoccupazione che mi da da pensare che lui abbia radicalmente cambiato idea su di me: se prima ero una secchiona un po' strana, adesso sono una psicopatica in piena regola. Ma a questo punto non si può piangere sul latte versato. Tanto vale uscire con un gran finale.
"Qualunque cosa tu stessi pensando, non mi importa. Me ne torno a casa. Felice anno nuovo, Carlisle."
E giro sui tacchi, rimanendo miracolosamente in equilibrio sui trampoli che Isabel mi ha obbligata ad indossare, rientrando nel salone e dileguandomi nel mare di folla. E quando finalmente una forza familiare mi strattona tirandomi l'ombelico verso la vecchia spazzola che mi riporterà a casa, mi rendo conto che, probabilmente, ho rovinato quanto di più buono la serata mi aveva offerto.
Un applauso a Jillian, signore e signori, la più idiota tra gli idioti!



 


"..ian! Jill, mi stai ascoltando?"
Mi scuoto dal torpore in cui ero scivolata, sbattendo le palpebre un paio di volte e ricambiando lo sguardo preoccupato della mamma.
"Scusa, mamma, non ho sentito" le sorrido, allungando le braccia e stiracchiandomi pigramente. Ho bisogno di dormire, ma è così raro avere la mamma a casa che non ho nessuna intenzione di sprecare il momento tenendo gli occhi chiuso e spegnendo un po' il pensiero.
"Tesoro, sei così pensierosa.." osserva lei, sedendosi accanto a me sul grande divano del salotto dove me ne sto rannicchiata, con Chipie raggomitolata in grembo "Va tutto bene?"
"Si. No. Cioè, si, va tutto bene. Ma non come vorrei, in effetti.."
Non sono tagliata per le vicende sentimentali. Datemi un oggetto da trasfigurare, datemi una pozione da preparare, e lo faccio senza problemi. Ma affrontare una spinosa situazione come quella in cui mi sono cacciata.. beh, è un altro paio di maniche. Sospiro, posando il capo contro la sua spalla.
"Tesoro, lo sai che se hai qualche problema puoi parlarmene, vero?" inizia ad accarezzarmi i capelli, come quando da piccola voleva farmi confessare qualche pasticcio che avevo accuratamente nascosto.
"Il problema è che tua figlia è un vero disastro quando si tratta di rapporti umani" brontolò di malavoglia, esattamente come facevo tanti anni fa.
"Prerogativa di famiglia, non fartene un cruccio" ribatte fulminea, con una smorfia. Non posso fare a meno di sorridere, mentre la colpisco con la mano.
"Eddai, io sono seria!" protesto "Non sto scherzando"
"Oh, ma nemmeno io" sorride, pizzicandomi le guance "Ma ti ascolto. Su, come si chiama?"
"Chiama? Come si chiamano, piuttosto."
"Addirittura due! Se lo viene a sapere tuo padre muore d'infarto all'istante"
"Non ho dubbi... Non glielo dirai, vero?"
"No, certo che no." mi rassicura lei, continuando ad accarezzarmi i capelli e incitandomi a proseguire.
"C'è un ragazzo, a scuola. Jasper. Oh, potessi vederlo mamma, è così bello! Ha degli occhi talmente verdi che fanno quasi paura, e quando sorride.." arrossisco, mio malgrado, sentendo la faccia bruciare "E stava andando tutto bene. Abbiamo passato un sacco di tempo assieme, per via di un compito di Incantesimi, e anche quando lo abbiamo finito abbiamo continuato a vederci" Mi interrompo un attimo, mordicchiandomi le labbra.
"E...?"
"E niente. Il problema è che per quanto mi piaccia c'è sempre stato qualcosa a bloccarmi. Era chiaro al mondo che anche lui aveva un certo interesse nei miei confronti, ma non lo so.. sai, non ha una buona fama a scuola. E' un dongiovanni, che pensa solo ad ottenere ciò che vuole, senza curarsi dei sentimenti altrui. Non volevo essere solo una delle tante. Ma quando glielo ho detto, prima di prendere l'Espresso e tornare a casa, si è arrabbiato con me.." sentò la voce spezzarsi, dopo aver tremolato sulle ultime parole. La mamma non dice nulla, abbracciandomi. Al sicuro tra le sue braccia, avvolte nel suo profumo delicato, chiudo gli occhi e continuo a raccontare, combattendo con il nodo che mi serra la gola. "E' stato terribile. Io non volevo che le cose andassero così, davvero. Mi ha baciata. Ed 'è stato cattivo, è stato crudele, perché io non volevo, e quando il bacio è finito ha detto che è stato tutto tempo sprecato. Come se io non ne valessi la pena, come se io non fossi nessuno!" tra le lacrime trattenute, affiora l'indignazione e la vergogna, assieme alla consapevolezza "Ma la cosa più brutta, è che adesso tutti sanno che il bacio c'è stato. Che io sono solo una delle tante"
"Oh tesoro mio!" l'abbraccio si fa più forte, assieme alla mia voglia di piangere "Tu non sarai mai una delle tante, mai! Tu sei speciale, sei una ragazza splendida, con un cuore enorme, non sarai mai una delle tante. E se qualcuno lo pensa, tu lascialo fare e lascialo stare: vuol dire che non ti conosce e che non vale la pena conoscerlo se si fida di pettegolezzi sentiti in mezzo ad un corridoio!"
"Si, lo so.. ma non riesco a fare a meno di pensarci. Anche Carlisle pensa che io sia una ragazza poco seria! E lo conosco da una settimana scarsa!"
"Carlisle Hunnam? Il ragazzo che la nonna ti ha presentato a Natale?" sembra sorpresa. Probabilmente perché è la prima volta che le parlo di qualcuno presentatomi dalla nonna -sembre pronta a combinarmi un matrimonio, che non è mai troppo presto per sposarsi!
"Si. Sicuramente conosci i suoi genitori, lavorano al San Mungo" commento, con voce incolore.
"Come no, Charlie e Hannah" annuisce "Ma non vedo come Carlisle possa pensare questo di te, dal momento che ti conosce così poco" obietta perplessa.
"E' un Tassorosso, mamma!" esclamò un po' seccata "E anche se lo chiamano l'Anti-Principe perché si dice sia un vero gentiluomo, appena uscito da un romanzo di Jane Austen, è pur sempre nella casa di più ficcanaso di Hogwarts. Le voci girano, dopo tutto il castello è piccolo."
"Ma quando ti avrebbe detto una cosa del genere? Non a Natale, spero!"
"No, per carità! A Capodanno"
"Non eri con Isabel?"
"Diciamo che sono andata con Isabel, poi lei si è dileguata lasciandomi sola. No, niente commenti mamma, va bene così" la blocco, prima che si lanci in una filippica su quanta poca fiducia merita Izzie. Brontola qualcosa, accavallando le gambe con grazia.
"In ogni caso" riprendo a parlare, la voce decisamente più ferma ma una gran paura di andare a scoprire il perché mi sia arrabbiata così tanto quella notte "Ho trovato Carlisle dopo mezzanotte. O meglio, lui ha trovato me. Abbiamo parlato un po', poi quando lui ha provato a baciarmi io mi sono tirata indietro. E lui ha fatto uno sgradevolissimo commento su me e Jasper, dicendo che non credeva fosse una cosa tanto seria. Mi sono arrabbiata, mi sono sentita umiliata. Perché non avrebbe dovuto essere una cosa seria? Perché quel bacio deve significare solamente che sono solo una delle tante, una povera sciocca che si è fatta abbindolare da un bel faccino? Non è giusto, mamma, non è giusto!" sbotto "Lui non aveva il diritto di dire quello che ha detto, non doveva dirlo! Non doveva nemmeno pensarlo!"
"No, non avrebbe dovuto" la voce della mamma è dolce, pacata "Ma forse non era sua intenzione offenderti, anzi, sicuramente non voleva"
"No, non credo lo abbia detto per ferirmi, però lo ha fatto. E io mi sono arrabbiata, lo ho aggredito come una furia, fuori di me, e me ne sono andata. Così domani, quando risalirò sull'Espresso, tutta la scuola avrà già saputo che, oltre ad essere l'ennesima vittima di Jasper Lewis, il Principe di Serpeverde, sono pure una pazza psicopatica che ha aggredito Carlisle Hunnam, l'Anti-Principe per eccellenza"
"Mh, io non credo che sia così tragica come la descrivi" mi rassicura, sorridendo "Non sei mai stata tipo da dare credito a malignità, quindi riguardo Jasper non dovresti preoccuparti più di tanto: se è davvero il superficiale che sembra, non ne vale nemmeno la pena. Mentre per Carlisle.. anche qui, se è davvero quello che sembra, parlagli. Spiegagli la situazione e sono sicuro che capirà. D'accordo? E adesso basta piangere, che a tua padre sta per prendere un accidenti al collo tanto si sta sforzando di origliare senza farsi vedere"
Ci voltiamo verso l'ingresso del salone, dove un colpo di tosse impacciato e un uno scalpiccio frettoloso accompagnano la precipitosa fuga di papà. Ridiamo, rimanendo accoccolate sul divano.
"Grazie, mamma" mormorò dopo qualche attimo, abbracciandola forte "Ti voglio bene"
"Anche io, tesoro, anche io"



 


Resta il fatto che io a scuola non ci voglio tornare.
Non così presto, almeno, vorrei un altro paio di giorni per riordinare i pensieri e scacciare via questo odioso presagio di sfortuna che vedo colorare il mio immediato futuro. Sbuffo, una sigaretta abbandonata tra le labbra, sedendomi per terra tra i libri e i vestiti che devo infilare nel baule, sapientemente allargato con un Incantesimo Estensivo Irriconoscibile. Se il vecchio Dippet sapesse quanti studenti si servissero abitualmente dell'Incantesimo Estensivo per introdurre a scuola cose che era meglio non nominare, probabilmente morirebbe di crepacuore. Agito distrattamente la bacchetta in aria, facendo volare una pila di golfini ordinatamente piegati e impilati nel baule. Chipie, accanto a me, gioca con un pupazzo incantato a forma di topolino, che si agita tra le sue zampine squittendo ad ogni colpo ricevuto. La micia, divertita, miagola di tanto in tanto, mentre io proseguo imperturbabile nel mio compito. Sbuffo di nuovo, prima che un picchiettare insistente contro la finestra della stanza mi riscuota: è un gufo, uno splendido gufo reale che attende, paziente, di recapitare una lettera.
"Strano" mormoro alzandomi in piedi e facendolo entrare nella stanza. Di solito vanno tutti nella gufiera, sul tetto, e poi ci pensa Milly, l'elfo domestico, a smistare la posta. Lo splendido volatile mi scruta con attenzione, prima di posarsi sulla scrivania e tendere la zampina, con fare altero. Non appena la busta è tra le mie dita, l'animale mi lancia un'altra occhiata -incredibile quanto intelligente sia il suo sguardo ambrato- per poi volare via, nella notte. Evidentemente, il mittente non aspetta risposta.
Recuperò Chipie, strappandola al suo giocattolo e stringomela al petto mentre mi siedo sul letto. Lei protesta fiaccamente, miagolando, per poi rabbonirsi dopo qualche carezza.
"Non sei curiosa, Fifì?" le domando carezzandole il musetto. Chiude gli occhi, docile, mentre dispiego la lettera. La grafia è sottile, elegante, le parole si rincorrono lievi come onde scure in un mare immacolato.

Quasi non mi accorgo della zampina di Chipie che colpisce ripetutamente il mio naso, mentre rileggo, avida, quelle parole. Se non fosse che sono nero su bianco sotto il mio naso, penserei ad uno scherzo. Restia ad abbandonarmi ad un entusiasmo avventato, recupero la bacchetta e la agito sopra la pergamena, mormorando un paio di incantesimi: nulla. La lettera rimane immutata, in tutta la sua regale eleganza. Chiudo gli occhi. Li riapro: tutto uguale. Mi pizzico le guance. Niente, sembra sia davvero la realtà.
E mentre finalmente accetto quest'idea, lo stesso disagio provato a capodanno mi riempie il cuore. Vorrei esser felice, davvero. Ma non ci riesco. E' più forte di me.
Ripiego la lettera con cura, posandola sul comodino. Sono talmente stordita da non sapere nemmeno cosa pensare: non capita certo tutti giorni di sentirsi dire cose del genere, in effetti. Nel mio caso, inoltre, è la prima volta. Cosa si fa, in questi casi? Si risponde? E domani, sul treno, cosa farò se lo vedrò? Devo salutarlo come se niente fosse? O evitarlo? Mh, forse evitarlo non è il caso visto come sono finite le cose con Jasper.
Jasper, già.
Anche qui, un bel dilemma. Forse, se gli spedissi una strillettera anonima riversandogli addosso tutto quello che penso di lui, risolverei qualcosa. Ma dubito seriamente che riuscirei a scalfire quella sua impeccabile facciata di perfezione. Bel dilemma. Vorrei tanto riuscire a capire cosa fare. Che poi, sarei mai veramente in grado di ferirlo? Lo voglio davvero? Dubito. Decisamente, sono troppo buona per questo genere di cose. Ci sarà un motivo se sono finita a Corvonero e non a Serpeverde, no? Cosa fare?
Il viso di Georgiana Harrington mi passa davanti agli occhi, assieme alle sue parole: "Tu, Jillian McKanzie. Sei hai qualcosa che non va, sai dove trovarmi."
Ecco la soluzione. Mi alzo in piedi di scatto. Basta pensare, chiederò consiglio a Georgiana una volta tornata a scuola, ecco cosa devo fare. Adesso devo finire di riempire il baule, devo fare qualcosa, qualsiasi cosa, che mi tenga la mente occupata e mi impedisca di pensare. Agito la bacchetta, stizzita, facendo partire il vecchio giradischi magico e tornando al mio lavoro, mentre luna maestosa melodia, un trionfo di archi e fiati, invade la camera. Mi rimbocco le maniche, guardando la marea di cose che ancora copre il pavimento della stanza, e sospiro di sollievo.
Ho così tante cose da fare, che pensare sarà proprio l'ultimo dei miei pensieri. Fischiettando sulla falsariga della sinfonia, mi rimetto al lavoro.
Domani è un'altro giorno, domani si vedrà.













07/01/2008
commenti • tag: avvisi, vacanze, amori, misteri, serpeverde

AVVISO
Un piccolo appuntino veloce per tutte voi. Come ho scritto in tag nel forum purtroppo sono un pò impedita per via di un dolore intercostale (fatica a respirare, muoversi etc etc) e evito il più possibile di non stare sdraiata e di muovermi, quindi non vengo molto al piccì. Spero che la cosa svanisca presto perchè non ne posso più. Intanto vi lascio un assaggio del post di Edward, teoricamente doveva contenere anche le vacanze natalizie ma non riesco, per adesso, ad aggiornarlo, quindi lo leggerete più in là. Ancora scusa, chiedo venia.


Hogwarts.
Ormai mancano pochi giorni all’inizio delle vacanze. Le cose da fare sono molte, soprattutto perché i professori irrompono nella tua vita con la fissa dei voti. E infatti la settimana prima delle vacanze Edward vegeta.
Sono i pochi giorni in cui lo si vede strano rispetto al solito. E’ più nervoso e irascibile, forse perché, per colpa dello studio, non riesce a stare dietro alla cose futili, ma vitali per lui, come le donne e il divertimento. Si perché nonostante tutto, nonostante Edward sia perfetto per la sua famiglia, deve riuscire ad ottenere buoni voti. E’ l’unica richiesta dei familiari, per il resto Edward fa quello che vuole. Edward è perfetto, è bravo, è il migliore, perché si dovrebbe mettere bocca in quello che fa?! Tutto quello che compie, dice, scrive è giusto, perfetto.

“Porca puttana Edward! Chi cavolo ti ha mandato quel biglietto allora?!” Fisso Jasper che mi ha raccontato del suo incontro ravvicinato con Violet. “Effettivamente, non ne ho idea!” Già, chi è quella stupida che vuole finire sulla forca?! Mai prendersi gioco di un Norwood, mai.
“Chiunque l’abbia fatto, ha commesso un grosso errore!” dico poi alzandomi dalla poltrona dove ero comodamente seduto, per dirigermi verso l’uscita della sala comune. Idiota, stupida creatura senza cervello. Come hai osato fare questo a me, me: Edward Norwood. No carina, ti sei infilata in un brutto guaio. Credi che le cose da adesso in poi per te saranno così tanto semplici? Ti ostacolerò la strada come meglio potrò, mi impegnerò con tutto me stesso per vendicarmi. Il nervoso che mi sale quando ripenso a quello scherzetto del biglietto è tanto. Non capisco lo scopo, perché lo abbiano fatto. Probabilmente è qualche pischella gelosa, che non ha ancora ricevuto da me le attenzioni che adesso sto dedicando alla Traviston. Stupida mentalità femminile. Mai prendersi gioco di un Principe.
Ascolto la lezione della Merrythought. Interessante, ma mai quanto le sue curve sotto quei vestiti che porta. E’ una donna veramente affascinante, fortunato Riddle che se la spupazza quando vuole.
“Hey Ed, ho deciso di chiudere con la corvonero!” lo fisso, mentre finalmente torno a pensare che il suo cervello abbia riiniziato a funzionare. Era l’ora, tanto quella biondina non te la dà Jasper.
“Bene” esclamo squadrandolo “E quando hai intenzione di dirglielo?”
“Proverò a rubargli un bacio prima di andare via e poi… tock!”
Si batte le mani l’una contro l’altra, a mo di: e poi finita!
“Bhè una scenetta da vedere, avvertimi quando la metterai in atto, mi nasconderò da qualche parte con coca-cola e pop-cron” sorrido a pensare alla rottura dei due, povera piccola biondina. Il suo cuore verrà diviso in mille pezzi, che cadranno lentamente, uno ad uno, sul pavimento: tin – tin – tin! Ghigno ancora quando davanti a me si piazza una Deirdre furiosa. Non vanno molto bene le cose con Geert, cioè per lui vanno, ma per lei no. E’ stanca. “Dè è soltanto uno stupido moccioso del settimo anno tutto rose e fiori! Quando ti deciderai a lasciarlo?” la fisso negli occhi “Presto.” Conferma il mio pensiero.

Hogwarts - Partenza. Fisso il mio baule, per meglio dire, i miei bauli, chiusi. Sono pronto, elegante e impeccabile come sempre. E’ il momento dei saluti, cosa odiosa da vedere in sala grande e nei corridoi, da veramente sui nervi. Strilli, lacrime, abbracci, -mi scriverai vero? Ti raccomando fallo sennò mi offendo!-. Stupidi, non c’è altro modo per definirli.
“Vi rivedrete tra pochi giorni emeriti imbecilli, mica tra qualche secolo!” irrompo nel silenzio che echeggiava tra me e i miei amici.
“Proprio non li capisco!” aggiunge poi Deirdre squadrandoli schifata.
“Ragazzi adesso vi lascio, ho una cosa da fare, una persona da salutare!” prendo e inizio a scendere le scale dopo aver fatto un occhiolino a Jasper. Appuntamento con Violet Traviston esattamente un minuto fa all’albero nodoso davanti al lago. La ragazza deve essere già là dato che vedo una figura scura in lontananza, ben coperta dato che la neve ha deciso di imbiancare tutta la scuola e le zone vicine. Arrivato davanti a lei la fisso negli occhi.
“Violet!”
“Edwar! Volevi parlarmi?”
“No, volevo solamente salutarti”
Afferro la sua testa tra le mie mani, raggiungo le sue labbra con le mie e la bacio. Tutti i movimenti precedenti al bacio sono stati leggeri ma veloci, così che non potesse scappare. Ci stacchiamo, finalmente. Mi guarda, non riesco a decifrare il suo sguardo. All’inizio sembra sognante, poi si trasforma, velocemente, in duro. Mi avvicino al suo orecchio e inizio a sussurrargli:
“Smettila Violet, è inutile che continui a fare la strafottente, a tirarti indietro.. tu hai solo paura di soffrire, di stare male, così non fai altro che soffrire di più. Tanto ormai sei cotta di me, ci sei cascata”. La lascio così, sfiorandole il lobo dell’orecchio con le miei labbra. E mentre mi allontano, di spalle, le auguro un buon natale.












04/01/2008
commenti (1) • tag: ricordi, vacanze, famiglia, amori, sogni, speranze, addii, paura, serpeverde, litigi, errori, festeggiamenti, corvonero

Profumo di biscotti. L'enorme albero di Natale che troneggia quasi minaccioso su una valanga di pacchetti dorati ammassati alle sue radici. La neve che vortica leggera dal soffitto del salone, scomparendo a qualche metro da terra. Lo scintillio delle mille e più candele che lievitano sopra l'enorme tavola già apparecchiata. La nonna che sbraita ordini con un tono vagamente isterico e al tempo stesso detta una strillettera indirizzata ai miei genitori, ancora prigionieri del loro lavoro al San Mungo, come ogni anno. Si, è davvero Natale.
Faccio quasi fatica a credere che siano arrivate le fatidiche vacanze: le ultime due settimane di scuola sono state un vero inferno, quando la fatidica sindrome del "Non ho voti-mi servono voti" si è abbattuta su noi poveri studenti togliendoci ogni secondo libero. Non mi sono affatto stupita quando, appena tornata a casa, la nonna mi ha squadrata da capo a piedi prima di dichiarare che ero dimagrita e che mi vedeva piuttosto sciupata. Inspiro a fondo, facendo sfiorando con la punta delle dita il passamano lucido dello scalone, senza nemmeno più sobbalzare alle urla stridule della nonna. Ho sobbalzato abbastanza prima di partite da scuola, quando mi sono ritrovata faccia a faccia con Jasper.
Chiudo gli occhi, dopo aver accostato la porta della mia camera e aver preso Chipie tra le braccia. Ed eccolo lì, il bel volto del Principe di Serpeverde: gli occhi verdi, di quel colore denso, vellutato, ricolmi di uno sdegno e una furia gelida; quelle ciocche scompigliate che morivo dalla voglia di tenere tra le dita, anche solo per scostarglierle dal volto pallido, dai lineamenti affilati.
Mi lascio cadere di schiena sul letto, provocando un miagolio infastidito alla piccola gattina nera che si agita, infastidita, saltando su un cuscino accanto a me, dove si acciambella soddisfatta. Sospiro, raggomitolandomi. Non ho dimenticato una sola parola di quell'incontro. Del resto, non potrei mai. E dire che le cose sembravano andare così bene..


[ Qualche giorno prima ]

"Jillian!" Jasper sorrise, affiancandosi alla bionda Corvonero che aspettava, paziente, accanto all'ingresso. Riconoscendolo, arrossì.
"Ciao, Jasper.." mormorò timidamente, abbassando lo sguardo sulle sue mani, coperte da un paio di guanti bianchi, come il cappotto che indossava.
"Mica volevi andartene senza prima salutarmi!" esclamò il ragazzo, corrugando la fronte e increspando le labbra in una smorfia che lei trovò adorabile e di fronte alla quale non potè fare altro che abbozzare un sorriso e negare, mentendo spudoratamente.
"Certo che no" mormorò con un filo di voce, sentendo il cuore accellerare impazzito. Il volto di Jasper si ammorbidì in un sorriso sghembo.
"Sono contento di vederti" riprese dopo qualche attimo, allunando una mano e catturando una ciocca di capelli della ragazza, attorcigliandosela attorno alle dita sottili. La sentì trattenere il respiro e, approfittando della paralisi totale che sembrava averla colpita, si avvicinò ulteriormente, contando sul fatto che lei sarebbe indietreggiata, trovandosi con le spalle contro la parete di pietra. Cosa che accadde. La bionda sussultò, arrossendo ancora di più se possibile, mentre lui si chinava in avanti, posando l'avambraccio sul muro, sopra la sua testa.
"Smetterai mai di giocare?" le chiese suadente, soffiandole le parole sul viso. Jillian corrugò la fronte, sentendosi come in trappola. Era affascinata, dal mago, non poteva negarlo: ma c'era qualcosa, in lui, qualcosa nel suo modo di fare, nella sua ostentata sicurezza, che la inquietava. Una sensazione, che si insinuava in lei ogni qualvolta si faceva troppo vicino, un brivido cui aveva sempre dato il nome di timidezza. Era, invece, la consapevolezza dell'errore che si nascondeva dietro quell'infatuazione. La certezza che c'era effettivamente qualcosa di sbagliato, che non era quello che voleva.
"Io non sto giocando" sussurrò la Corvonero, lavorando veloce di pensiero per trovare una via di fuga. Era una caccia, solo ora l'aveva capito. E il suo ruolo, purtroppo, era quello della preda.
"No? Allora smettila di scappare" ordinò suadente, avvicinandosi ancora di più. Le era talmente vicino da poter sentire il profumo del suo respiro, un aroma dolce e invitante che presto sarebbe stato ricordato come uno dei tanti rubati, nel corso di sei anni.
"Perché non dovrei?" ribattè lei a bassa voce, aggressiva. D'un tratto, era arrabbiata. Lui si ritrasse appena, lasciando che la sorpresa trapelasse sul bel viso prima che la frustrazione e la rabbia lo indurissero.
"Perché non c'è motivo" sibilò, cercando di mantenere un tono di voce tranquillo.
"Ah no?" fu lei a sospirare, questa volta "Jasper, non credere che io sia tanto stupida da non vedere. Ogni giorno che passa, c'è sempre una nuova ragazza accanto a te. Un giorno, un'altra ragazza. E io lo so, so che se ti do quello che vuoi, poi è solo questione di ore prima che trovi qualcun'altra. Io non voglio essere solo un'altra ragazza, una delle tante" abbassò lo sguardo, evidentemente dispiaciuta, prima di cercare gli occhi verdissimi di lui, che replicò immediato
"E allora spiegami il senso di tutta questa sceneggiata, che a me sfugge"
"Nessuna sceneggiata" fece per allungare una mano verso la sua guancia, abbozzando un sorriso, ma la ritrasse immediatamente non appena vide la sua smorfia "Tu mi piaci, e mi sembrava fosse piuttosto evidente" ammisse, arrossendo furiosamente "Ma non... non posso, ecco tutto"
"Non puoi? Non sarebbe meglio dire non vuoi?"
l'accusò il Serpeverde, gli occhi fiammeggianti d'ira. La Corvonero si ritrasse ancora di più, facendosi piccola piccola contro la parete.
"Jasper, non dire così.." sussurrò.
"Io dico quello che voglio" riprese il ragazzo, più collerico che mai, prendendole il mente tra le dita e costringendola a guardarla negli occhi "E quello che voglio dire, ora, è che sei una codarda. Che hai paura, ma così tanta paura che il solo pensiero di aver sprecato così tanto tempo con te mi irrita, mi innervosisce"
"Mi fai male.."
protestò la Corvonero, il volto teso dallo sforzo di non lasciare che le lacrime che sentiva riempirle gli occhi non trabordassero e scivolassero lungo le guance. Lui allentò la presa, automaticamente, stringendo i denti.
"No, non ti sto facendo male. Non quanto vorrei, in questo preciso momento" masticò le parole, una ad una, a fatica, sporgendosi verso di lei, che aveva iniziato a tremare. Per un attimo, un attimo soltanto, sentì l'irrefrenabile impulso di abbracciarla e scusarsi. Ma fu solo un attimo, subito cancellato dal fastidio dell'esser respinto. La prima volta, in assoluto, che succedeva una cosa del genere. L'idea soltanto lo faceva infuriare come mai prima d'ora.
"Smettila" iniziò a dire lei "Mi sti facendo paura"
Lui la guardò, senza dire una sola parola. Ormai piangeva. Si sforzava, con tutta se stessa, di non farlo, ma due grossi lacrimoni erano scivolati sulle guancie morbide, arrossate, ed erano arrivati alle sue dita. Gli occhioni verdi erano pregni di paura, ma sul fondo riusciva a leggervi qualche traccia di tristezza. No, lei non aveva mentito dicendo che lui le piaceva, ma allora perché quel rifiuto? Jasper non capiva. Come poteva, del resto? Non era nella sua natura essere rifiutato, la sua natura era prendere-usare-lasciare. Era fatto così, al contrario della Corvonero piena di sogni e speranze, ancora in attesa del suo primo bacio. Non riusciva a capire perché lei stesse dicendo di no. E la sua decisione fu la peggiore che potesse prendere in quella situazione: senza lasciar andare il suo volto, la immobilizzò. L'ultima cosa che vide, prima di posare le labbra su quelle di lei, fu l'espressione terrorizzata della ragazza che lo implorava di non farlo. Fu un bacio violento. Aggressivo. E quando finì, Jasper si accorse di ansimare leggermente, tanto era stato intenso. Nel bene e nel male.
"Ci avrei giurato" sussurrò, abbozzando un sorrisetto. Lei non disse nulla. Fissava il biondino, senza realmente vederlo, e quando finalmente lo mise a fuoco, aprì la bocca per parlare, ma non ne uscì nulla, se non aria.
"E' stato solo tempo sprecato.." disse dolcemente, prima di girare sui tacchi e allontanarsi, con un impeccabile sorriso stampato sul bel volto. Come se nulla fosse successo. Prima di sparire nel salone, si fermò un attimo. Si voltò, cercò la minuta figurina vestita di bianco che se ne stava appoggiata contro la parete, e disse, ad alta voce.
"Ah, dimenticavo... Buon Natale, Corvonero"
Poi, sparì.


Mi affaccio verso l'ingresso, dalla cima delle scale: è già affollato. Volti più o meno noti, più o meno famigliari, più o meno sorridenti. Inspiro a fondo. Anche se tutto quello che desidero è rinchiudermi in camera a piangermi addosso mangiando biscotti al cioccolato, devo fare un profondo respiro e scendere giù. Io-amo-il-Natale. Io-amo-il-Natale. Vorrei solo avere la testa saldamente ancorata sulle spalle e non tra le nuvole, è chiedere troppo? Cerco di convincermi che è stato solo un bacio, uno stupido bacio che non conta nulla. Perché è ovvio, che per lui non conta nulla. Quindi perché io devo darci così tanta importanza? Perché sei Jillian McKanzie, risponde una vocina nella mia testa, e sei una stupida sognatrice. Mi concedo un altro profondo respiro, come se l'aria pulita potesse lavar via i ricordi e farmi tornare vagamente lucida. Incrocio lo sguardo della nonna, mentre cautamente inizio a scendere lo scalone, facendo attenzione a non rompermi l'osso del collo scivolando giù dai tacchi vertiginosi che sono costretta ad indossare. Io-amo-il-Natale.
"Jillian, tesoro!" mi richiama all'ordine la madre di mia madre "Vieni qui, ci sono un paio di persone che devi assolutamente conoscere"
Intravedo, alle sue spalle, il volto sorridente di un Tassorosso intravisto qualche volta a Trasfigurazione. Meraviglioso. Non desideravo altro che passare la serata con un membro della Casa più pettegola della scuola. E per la terza volta, dopo ave sfoderato un sorriso abbastanza convincente, inspiro a fondo.
Io-amo-il-Natale.













30/12/2007
commenti • tag: vacanze, famiglia, amori, amicizie, litigi, grifondoro, corvonero, tassorosso

Ultimi giorni di scuola. Poi si torna a casa, liberi da compiti e interrogazioni, per le vacanze di Natale. Ida in questi giorni è sempre più felice, riguardo la faccenda con Tom Riddle, e la cosa non mi piace. Pur tralasciando le mie personali considerazioni riguardo il Caposcuola dei Serpeverde, un Purosangue come lui, intriso di tutta quella retorica sulla purezza della stirpe, mai e poi mai potrebbe prendere in considerazione una Tassorosso Mezzosangue, nemmeno se fosse bella come Ida. Devo capire cosa diavolo sta architettando quella sua testolina bionda, prima che finisca nei guai. In teoria non potrei entrare alla sala comune di Tassorosso, ma incrocio Matt Warren dopo l’ultima lezione e gli chiedo se lo posso accompagnare, visto che avrei bisogno di parlare con mia sorella.
“Certo, vieni con me!”mi risponde allegro.
Poco dopo, eccomi presso i sotterranei vicino alle cucine, nell’accogliente Sala Comune dei Tassi, le cui immense e morbide poltrone sono un invito all’ozio. Mia sorella non si vede in giro, ma una sua amica mi indirizza verso la sua stanza. Non c’è: ma ecco lì sulla scrivania il libricino su cui la vedo sempre scrivere ultimamente. Apro su una delle ultime pagine e leggo il racconto di una litigata con una sua amica che aveva osato definirlo “spocchioso”. Purtroppo riesco solo a leggere di questo episodio, perché sento dei passi che sia avvicinano, e sono costretta a lasciar perdere.
Ida entra nella stanza: quando mi vede è sorpresa ma contenta.
“Julia!”
“Ciao piccolina, come va?”
“Tutto a posto. Julia devo dirti una cosa!”
Sembra quasi esaltata. Ti prego, fa che non sia per Tom Riddle. Ti prego, fa che non sia per nulla che riguardi quell’essere disgustoso.
“Stamattina ho mandato un biglietto a Tom.”
Sì, è in questo stato per Tom Riddle. Per quell’essere disgustoso.
“E cosa ci hai scritto?”
“Non è importante. Però ha accettato di vederci. Ti rendi conto?!”

Certo che me ne rendo conto. Così come mi rendo conto che se Tom Riddle ha accettato di incontrare Ida, allora c’è sotto qualcosa. Qualcosa che lei non vede, e che quindi dovrò scoprire io.
“Ida, sai come la penso…”
“Sì, lo so. Ma Tom non può essere una persona normale? Come me?”

La guardo con un misto di compassione e rabbia. Come può essere così stupida? Ma forse è l’amore, che rende ciechi. Forse è per questo motivo che io non mi sono mai innamorata: non credo di poter sopportare di perdere il controllo su di me, sulle mie emozioni.
“Piccolina, non fare sciocchezze.”
“Non ho intenzione di andarci a letto, se è questo che pensi.”
“Non mi riferisco solo a quello. Fa’ attenzione in generale. Quando vi incontrerete?”
“Non lo so ancora. Mi ha solo scritto questo.”
mi dice, estraendo dal suo diario un frammento di pergamena. Le uniche due parole, tracciate con una grafia secca e nitida sono ‘Va bene’. Incoraggiante, come messaggio d’amore.
Gli occhi di Ida scintillano.
È cieca, cieca, cieca. Dovrò proteggerla io.
“Ida, per favore, stai attenta.”
“Julia, tu sei solo gelosa.”

Ed è ovvio che una bella litigata non poteva mancare.

 


 

Sebastian in questo periodo si sta vedendo con una tizia che in tutta sincerità non riesco a sopportare. Partendo dal presupposto che lui ha una corte (e mai parola fu più azzeccata) di ragazze che sospirano ad ogni suo gesto, ce ne sono alcune che sono perlomeno decenti. Ma questa Sissy è davvero un incubo. La sua risata stridula mi fa a dir poco rabbrividire.
“Cosa diamine ci trovi in lei, vorrei proprio saperlo.”gli dico stamattina, mentre bevo il mio caffè.
“Dài, è carina. E poi mi tiene di buon umore.”
“Per forza, è di una stupidità abissale. E poi, è una ragazza facile. Più facile della Stevens di Corvonero.”
“Non offendere la mia intelligenza. Se volessi una storia seria, di certo non mi metterei con una del genere.”
“Ah, si? E con chi ti metteresti?”
“Non lo so…”
dice, mentre i suoi occhi vagano per il tavolo di Corvonero, e poi aggiunge: “Devo parlare con Georgiana… di Riddle.”
“A proposito di Riddle, mi sono dimenticata di dirtelo!”
“Che cosa?”
mi domanda, molto più interessato al suo croissant che a me.
“Riddle e Ida si incontreranno.”
“Sai che storia, io lo incontro sempre.”
“Che scemo che sei. Nel senso che hanno un appuntamento.”
“Come sei vittoriana. Diciamo che escono.”
“Va bene, escono…o meglio, usciranno.”
“La cosa non è che mi convinca molto: Riddle non ama i Mezzosangue. Non parla nemmeno, con loro, se può evitarlo. Con me è obbligato, perlomeno durante le riunioni dei Caposcuola.”
“Si vede che sei ancora obnubilato dal sonno…lo vieni a dire a me che detesta i Mezzosangue?! Infatti ho deciso di seguirla, quando succederà il fattaccio.”
“Cioè?”
“E chi lo sa. Dopo le vacanze, credo. Sappi che sei precettato.”

Sebastian mi rivolge uno sguardo condiscendente.
“E va bene, Julia. Sarò il tuo Watson. Posso dirti che tutto questo mi sembra una grandissima sciocchezza?”

È sera ormai. Dopo la chiacchierata con Sebastian a colazione, e dopo una normale giornata di scuola, oggi pomeriggio sono andata con Georgiana a fare una passeggiata nel parco. Lei ha beccato Riddle che si inoltrava nella Foresta Proibita, io ho beccato Ida che lo pedinava. Non mi sono trattenuta dal darle una seria lavata di capo. E poi che vergogna di fronte a Georgiana, con cui mi ero appena sfogata riguardo le mie ultime scoperte su quella stupida di mia sorella. L’ho riaccompagnata fino agli alloggi dei Tassorosso, e l’ho lasciata in custodia alla sua migliore amica, che per fortuna la pensa come me.

 


 

Si parte per le vacanze di Natale. Scesi dal treno, io e Sebastian ci salutiamo e ci scambiamo i regali. Il suo è un acquisto che risale all’estate scorsa, durante la mia ultima visita a Londra. Un oggetto babbano, s’intende: una radio. È abbastanza pesante, e lui non perde occasione per lamentarsene. Il mio regalo invece è una scatola confezionata con una carta da regalo panna ed un grande fiocco argentato. Così, a prima vista, mi piace molto.
Un abbraccio, e poi raggiungo Ida che mi aspetta sulla pensilina. Con le nostre valigie, prendiamo un taxi nella città devastata dai bombardamenti. Poche persone si aggirano per le strade di Londra. I babbani stanno combattendo l’ennesima delle loro guerre, ma questa volta ci stanno mettendo molto impegno affinché sia la più distruttiva possibile. L’ aeroporto di Heathrow funziona a singhiozzo, ma i voli civili per Oslo sono ormai annullati a causa e conflitto. Quindi non ci sono molte possibilità di tornare a casa, se non la Polvere Volante. Il taxi ci deposita di fronte ad un alberghetto di nome “Specchio d’acqua”, dove abbiamo prenotato una doppia per due settimane. La proprietaria è un’anziana Maganò, che ci ha già aiutato negli anni scorsi. Ci registriamo, poi saliamo in camera. Ci riposiamo per una mezzora, ci rinfreschiamo, poi estraggo la Polvere Volante e attraversiamo le fiamme.

Eccoci nella sala da pranzo, a casa, ad Oslo. Nostro padre, Nils, è immerso nella lettura di uno dei suoi libri di taumaturgia magica; Siri, la mia matrigna, la madre di Ida, lavora a maglia: non appena vede sua figlia scatta in piedi e l’abbraccia con calore. Mio padre, più placido, invece si occupa di me.
Portiamo le valigie in camera, e finalmente posso concedermi un bagno in completa tranquillità, giocando un po’ grazie al mio potere, l’idrocinesi. Emergo dall’acqua, e sento in lontananza il telefono che squilla. La tecnologia babbana è molto utile, e Siri, che è un’umana sprovvista di poteri magici, non ha voluto privarsene. Senza contare che ad Oslo, con il tempo inclemente che c’è per gran parte dell’anno, non sempre è possibile mandare gufi: così la maggior parte delle famiglie di maghi ha fatto questa piccola concessione alle invenzioni babbane. Poco dopo, sto parlando con Marit, la mia migliore amica. Anche lei è appena tornata da Durmstrang, e concordiamo di vederci domani, per scambiarci i regali.
“Ti va se si unisce anche Alex?”
Alexander Liedholm, infatti, è il cugino di Marit, ma sono cresciuti insieme e si vogliono molto bene. Quando ci siamo incontrati a Hogsmeade, io e lui abbiamo riso tanto ricordando alle disavventure di noi tre, quando eravamo piccoli. Poi con Alexander ci eravamo un po’ persi di vista, nonostante frequentassimo la stessa scuola, a causa della differenza d’età e dei diversi giri di amici. Una volta che poi si era diplomato, non l’avevo più visto.
“Va bene, venite verso le cinque.”le rispondo.
Ho appena riattaccato, quando mio padre mi chiama. Lo raggiungo in sala da pranzo.
Nils Versten, mio padre, è un mago guaritore: una qualifica molto particolare nel mondo magico. Il suo lavoro potrebbe essere paragonato a quello che svolgono i MediMaghi al San Mungo, ma in realtà lui si occupa più di trovare nuove cure, che di applicare quelle conosciute. La mia famiglia, da un punto di vista babbano, potrebbe essere definita della borghesia medio-alta, poiché non appartiene al rango delle famiglie dei Principi di Serpeverde, dei Traviston o dei Salinger, ma gode lo stesso di un certo prestigio. Il fatto che mia madre sia una ninfa delle acque, poi, era un punto in più, anche se il matrimonio di mio padre con una babbana non è stato per niente ben visto dalla società. Soltanto il valore di mio padre nel suo lavoro ha salvato la mia famiglia dall’emarginazione, permettendoci di mantenere il rispetto del mondo magico: le nozze di mio padre vengono di solito definite come una ‘stravaganza da scienziato’, come direbbero i babbani. 
Seduto davanti al fuoco, sta mangiando una fetta di julekake, il tipico dolce norvegese di Natale.
“Julia, siediti un po’ vicino al tuo anziano papà.”
“Non dire sciocchezze.”

Mi sorride con i suoi occhi azzurri, gli stessi che abbiamo Ida ed io.
“Come vanno le cose a Hogwarts?”
“Normali, come sempre.”
“Quel tuo amico, Sebastian…?”
“Sta bene. Credo che verrà a trovarci per Capodanno. Con la mia amica Georgiana. Se ti fa piacere.”
“Certo, lo sai che mi è simpatico. Mi piace averlo in giro per casa.”
“Papà, è inutile che ci ritorni su ancora. Io e Sebastian non siamo fidanzati. È un po’ come se fosse mio fratello. Il mio gemello.”
“Lo so, lo so. Ma mi piace vedere il cipiglio che inalberi quando ne parlo! E Georgiana? Non l’avevi mai invitata prima.”
mi dice sorridendo.
“Siamo diventate davvero amiche, papà. Non che prima non lo fossimo, ma…lei è diversa dalle ragazze di Hogwarts. È come Marit. Non è un problema se viene anche lei, vero?”
“No, tesoro. Per conto mio puoi invitare tutta la scuola, se ti fa piacere!”

Mio padre è l’unico che mi capisce fino in fondo, forse perché comprende la parte di me che non è umana, l’eredità di mia madre. Credo che per lei abbia sofferto moltissimo, quando, dopo avermi dato alla luce, se ne era andata, rituffandosi nel mare del gelido fiordo dove aveva incontrato mio padre meno di un anno prima. Il marchio della mia diversità, oltre al potere dell’idrocinesi, sono i capelli scuri, rari nelle terre scandinave, che sono suoi, come i tratti del viso. Non l’ho mai conosciuta.
“Allora, cosa volevi dirmi?”
“Tua sorella mi sembra strana. Appena siete arrivate è corsa in camera, ed ha già mandato un gufo a Hogwarts. È successo qualcosa?”

Hogwarts. Dove c’è Tom Riddle.
“Lo sai, è pazza del Caposcuola di Serpeverde.”
“Da quello che mi hai sempre detto, non mi pare un tipo raccomandabile.”
“Infatti. Cercherò di tenerli lontani.”
“Ida oramai ha sedici anni, non puoi farle da balia.”
“Lo so. Però la devo tenere d’occhio.”
“Sì, mi sentirei più tranquillo anch’io se lo facessi.”

Guarda pensieroso il fuoco per un istante, e poi mi dice:
“Allora, non la vuoi una fetta di torta?”

Marit ed Alexander arrivano puntuali, e subito ci sediamo a chiacchierare in camera mia, che si trova nella mansarda della casa. Io e Marit ci mettiamo subito a spettegolare dei nostri amici, mentre Alexander si aggira per la mia stanza incuriosito dagli scaffali di libri e dai dischi. In un angolo, poltrisce Rikke, il labrador di casa.
“Julia, ascolta…per Capodanno ho in mente una cosa!”
“Ovvero?”
Marit mi guarda con un sorriso astuto.
“Che domande! Una festa, no? Con tutti i nostri amici! È un secolo che non ci vediamo tutti insieme, dall’estate scorsa.”
“Per me va bene, però dovrebbero venire due miei amici di Hogwarts. Sebastian e Georgiana.”
“Non c’ è problema! Fra l’altro…avremo la casa libera. I nostri genitori partono domani. Quindi sarà una festa immensa!”
Alexander interviene:
“Cosa non devo sentire! Guarda che potrei denunciarti, io lavoro al Ministero!”
Che strano, pensare che il mio amico lavori lì. Eppure sembra ieri che frequentavamo entrambi Hogwarts.
“Sì, e i tuoi amici? Tanto vengono anche loro, quindi credo proprio che non ti convenga!”ribatte Marit, facendogli una linguaccia.
Alexander alza gli occhi al cielo, e Marit sorride trionfante:
“Bene, allora è deciso: a Capodanno, festa a casa nostra!”














29/12/2007
commenti • tag: vacanze, famiglia, amori, speranze, amicizie, dubbi, festeggiamenti, corvonero

Nebbia. Nuvole bianche si alzano dall'acqua, diffondendosi nell'aria densa e umida; la vasca circolare del bagno dei Prefetti e Caposcuola è piena di schiuma azzurrina, che profuma intensamente di gelsomino. Il silenzio idilliaco è rotto solo dalle risate della Sirena, che si agita nella cornice e si pettina i capelli.
Gli ultimi giorni sono stati, in una sola parola, confusione. Dopo un periodo di stallo, in cui tutto sembrava essere andato al suo posto, gli insegnanti sono stati presi da una mania da interrogazione che ha costretto tutti noi del settimo a infinite sedute di studio matto e disperato. Non abbiamo avuto neppure il tempo di finire di fare le valigie, così il mio baule è rimasto semivuoto e, in effetti, lo è ancora.
Mi sono concessa un bagno per pensare ai brutti fatti degli ultimi giorni senza sentirmi in colpa perché dovrei fare qualcos'altro. L'incontro con la ragazza di Garet Haslett – o presunta tale – mi ha lasciato l'amaro in bocca; è stato come se avessero preso a schiantesimi i miei desideri, già fragili e sul punto di andare a pezzi. Non ho più avuto il coraggio di fermarmi a chiacchierare con i suoi amici, se escludiamo gli incontri ufficiali con Sebastian, solo per paura che arrivasse anche lui. Ammettiamolo, forse mi terrorizzo per nonnulla, ma preferisco prendere le mie precauzioni e non rischiare di non potermi più far vedere in giro perché le voci si sono diffuse.
Esco dalla vasca, sondando prima il fondo della stanza da bagno con attenzione: mi è bastata già una volta la comparsata inopportuna di un prefetto di Tassorosso, che ora non ha più il coraggio di guardarmi in faccia. La grossa pila di asciugamani soffici e profumati mi aspetta sul bordo di marmo della vasca incassata nel pavimento; mi tampono i capelli con delicatezza.
Probabilmente quella sfida è un segno del destino: vuol dire che non trarrei nessun vantaggio a perseverare con questa faccenda di Garet, anzi. E' un messaggio che mi intima di smetterla. D'altronde, ho già abbastanza problemi: oltre alla scuola, che in questo periodo è davvero impegnativa come non lo è mai stata, c'è il problema Tom Riddle e tutto quello che comporta. Non possiamo davvero contare sull'aiuto dei professori, visto che non dà loro alcun motivo di preoccupazione né indizi sulla sua vera inclinazione. Sia Sebastian che Julia, anche se per motivi diversi, hanno messo Riddle in cima alla loro lista di nemici pubblici: non posso che dare loro ragione.
Recupero dalla sedia in angolo il mio maglione di taglio semplice, sportivo, e i vecchi jeans che ho ripescato dall'armadio di mia madre e che lei usava per il Quidditch: anche se mi piacesse farlo, non avrei proprio alcun motivo per vestirmi più elegantemente: l'unico programma che ho per le prossime ore è finire il baule, cenare e scambiarmi i regali di Natale con le mie amiche.
Chiudo la porta, facendo scattare la maniglia e quindi l'allarme eventuali intrusi. Mi dirigo verso la statua di Boris il Basito, alla mia destra, per scendere al quarto piano, da dove sarà ben più semplice raggiungere la torre di Corvonero. Dopo sei anni e mezzo, andare su e giù per la scuola è diventato un giochetto: non dico di conoscerla perfettamente, ma non mi capita quasi più di perdermi. Saltello, atterrando sul pianerottolo del quarto piano: sono le cinque e mezzo, e non ci sono molti studenti in giro. Improvvisamente, poco lontano da me compare l'unico che assolutamente non avrei dovuto incrociare. Garet.
Sta parlando con una biondina piuttosto insignificante, e sembra che stia ridendo di gusto. Affretto il passo, praticamente volando a nascondermi dietro al grosso grifone di pietra che troneggia in mezzo al corridoio; da lì, ricomincio la mia marcia verso la porta che conduce all'ala ovest. Non ho alcuna intenzione di parlargli, e per proprietà transitiva nemmeno di farmi vedere! E poi chi se ne importa se ha una ragazza, a me non interessa. Non più.
« Georgiana! Georgiana! » Oh no. L'ultima volta che qualcuno mi ha urlato in corridoio, ho rischiato di doverla sbudellare. Mi volto lentamente, serrando le mani attorno alla mia tracolla sgualcita. Cerco di assumere un'aria sufficientemente professionale, nel caso sia qualcuno che ha bisogno del mio ruolo istituzionale. Ma di certo Garet non ha bisogno di una Caposcuola; mi sento scuotere tutta dai brividi, mentre si avvicina. Non riesco neppure a salutarlo: mi limito a storcere la bocca, tentando di fare un sorriso.
« Ti devo delle spiegazioni. » Gli trema la voce; sembra davvero preoccupato, e spero che non sia a causa di ciò che sta per dirmi.
«Io... ehm ... sì? » borbotto, cercando di non fargli notare che sto tremando come una foglia.
«Denise ... quella psicopatica. Sì, insomma .. lei non è la mia ragazza. E' una mia amica d'infanzia, ma ha perso tutte le rotelle crescendo. » Si lascia sfuggire una risatina nervosa. Mi fa una certa tenerezza, devo ammetterlo, soprattutto perché si è preoccupato per me. « Immagino che ti abbia spaventata .. beh, ti chiedo scusa. » Abbassa lo sguardo. Aaah, sto andando in brodo di giuggiole.
« ... tranquillo, e grazie delle scuse. Va tutto bene. » Sono commossa dalla sua gentilezza. Faccio per allontanarmi, poi mi fermo. « ... e buon Natale! » gli schiocco un bacio sulla guancia, tanto per non lasciare niente al caso, e me la do a gambe, filandomela verso il mio dormitorio. 



Thump. Thump.
Alt. Cosa sta succedendo? Mi scosto dal viso il piumone, sentendo l'aria gelida del mattino sulla faccia. Dal corridoio provengono tonfi dal ritmo regolare, apparentemente attutiti. Mi rigiro nel letto, sospirando. Anche quest'anno i miei cugini stanno facendo rumore su e giù per le scale, tentando di svegliare tutta la famiglia in modo da aprire i regali al più presto. Lancio un'occhiata all'orologio: le nove e mezzo. Sono resistiti addirittura due ore più del solito, sono quasi stupita.
Mi alzo a fatica, ancora intontita dal sonno; strappo dalla sua gruccia la mia vestaglia blu oltremare e me la infilo, cercando a tentoni le pantofole.
Sophie, Luke e John hanno iniziato a marciare davanti alla porta della mia camera; socchiudo la porta, spiandoli mentre si sussurrano all'orecchio piani criminali per svegliarmi.
« Beh, buon Natale! » li saluto facendoli sobbalzare; si voltano verso di me con aria stupita, per poi corrermi in contro a farmi gli auguri. Sono così teneri: talvolta mi infastidiscono, ma voglio loro troppo bene per arrabbiarmi seriamente. Prendo in braccio Luke, tre anni appena compiuti, e mi dirigo verso le scale: per occuparli finché non si alzeranno i nostri genitori, farò preparare loro la colazione per tutti.
John, nove anni, sta spalmando di marmellata un quantitativo enorme di biscotti quando gli adulti scendono. Ci scambiamo gli auguri, lasciando finalmente liberi i piccoli di correre ad aprire i loro pacchetti.
Mia madre spalanca la finestra, facendo entrare i gufi infreddoliti che stanno aspettando sul davanzale della cucina.
« Georgie, queste sono per te! »trilla consegnandomi un pacchetto di buste. La prima lettera è di Julia, che mi conferma il suo invito ad Oslo per Capodanno: ha organizzato una festa, e non vuole rimanere sola in mezzo ai norvegesi. Ci sono gli auguri di vari amici, ma anche di sconosciuti: la più tenera è quella a nome dei 'tuoi piccoli Corvonero', firmata da tutti quelli del primo.
L'ultima busta è di una bella pergamena spessa, quella che solitamente usa Annette; sono piuttosto preplessa, infatti, quando dentro trovo un foglio bianco, non azzurro, e scritto in una grafia che di sicuro non è quella della mia amica. Dopo poche righe, arrossisco violentemente: mi sento la faccia andare a fuoco. Proprio lui: non me lo aspettavo. Mi fa gli auguri di Natale, e si augura di rivedermi presto a scuola.
Ripiego la lettera e me la poso sulle ginocchia, prendendo in mano i pacchetti che Sophie mi porge.
Buon Natale, già.













29/12/2007
commenti • tag: vacanze, amori, compleanni

Ho sempre adorato il Natale, da bambina ricordo che la sera della vigilia mio padre faticava come un matto per riuscire a mettermi a letto e tutto questo non solo quando ero bambina, l'emozione è rimasta a lungo, durante le vacanze con Pearl ci divertivamo ad addobbare casa sua e io ammiravo il suo enorme albero verde e rigoglioso ricoperto da luci sfavillanti e decorazioni costosissime, poi riempivamo la casa di vischio, ci vestivamo ogni giorno di rosso e indossavamo continuamente buffi berretti simili a quelli di Babbo Natale!.
Passavo con lei le vacanze e anche il Natale, i suoi invitavano la mia famiglia ma solo mia sorella veniva, papà rifiutava sempre, non lo posso biasimare è una famiglia molto snb, hanno accettato me perchè sono bella e simile alla figlia ma mio padre davvero va al di là di ogni loro comprensione!.
Quest'anno sarà il primo anno da quando ho cominciato la scuola che festeggerò il Natale a casa, non so davvero che cosa aspettarmi, Lara sembra eccitata, ma d'altronde lei è sempre molto entusiasta di qualsiasi cosa.



Il giorno prima della partenza per le vacanze di Natale è una vera chiavica; non si fa mai niente le lezioni durano dieci minuti e subito si passa a raccontare tutte le cose fantastiche e avventurose che si faranno durante la pausa, il che potrebbe anche essere piacevole ma, sinceramente, mi annoia molto ascoltare tutte queste chiacchiere inutili.
Mi dirigo verso la biblioteca, agguanto il primo libro che mi capita sotto mano (storia di antiche famiglie magiche) e mi vado a sedere su una poltrona vecchia e polverosa accanto alla finestre, mi metto di lato con la testa e le gambe appoggiate sui braccioli leggo il titolo del libro, vorrei cambiarlo ma lo scaffale mi sembra lontanissimo e allora comincio a sfogliarlo e un nome cattura la mia attenzione:

~ Bourgeois ~
Antica e nobile famiglia francese nata agli inizi dell'anno 1000
ecc..
la storia continua fino ad un quarto della pagina, una storia abbastanza noiosa devo sire caratterizzata più che altro da uomini guerriri e lotte all'ultimo sangue per la conquista di un territorio, dalla famiglia di Pearl mi sarei immaginata una storia un pochino più raffinata, decisamente.
Sospiro e porto indietro la testa, a quest'ora la biblioteca è vuota e la luce arancione e giallastra del tramonto invade l'ambiente "ecco" penso "questo è uno di quei momenti che ricorderò come uno dei più piacevoli della mia vita" alla fine sono le piccole cose le più piacevoli.
Appoggio il libro a terra un attimo e mi accoccolo sul divano con le ginocchia premute sul petto.
Ad un certo punto sento dei passi che vengono proprio verso di me ma non ho la voglia ne la forza di aprire gli occhi, la persona si ferma dietro di me per un pò e poi si abbassa verso il mio orecchio: "Psssss ...!" un fischio leggero mi fa aprire gli occhi, me li stropiccio e vedo Ephram che mi guarda, qualsiasi altra persona avrebbe esclamato "ma che fai dormi?!" o stupidaggini simili, giusto per dare fastidio, lui invece mi guarda serio.
"Ephram! scusa mi ero assopita un attimo" mi siedo composta sulla sedia cercando fare in modo che il mio aspetto risulti almeno accettabile, mi sento le guance che scottano e la febbre alta.
"Ti senti poco bene?" mi chiede lui "no è che ho dormito poco, come al solito" mi guarda con i suoi occhi grandi e scuri e vorrei che posasse la sua mano sulla mia spalla per un secondo almeno, "che fai a Natale?" mi chiede "sto con la mia famiglia" gli rispondo "i miei danno una festa per la vigilia, se vuoi tu e la tua famiglia potete venire" lo guardo un pò stupita, i suoi non mi sembrano tipi mondani "che genere di festa è?"  "una festa tranquilla" e sorride dolcemente "niente abito da gala non ti preoccupare" io lo guardo
"sarei venuta comunque, figurati!" " ok allora!!! per il posto e l'ora esatta vi arriveranno gli inviti a casa" "ti rigrazio Ephram" "io devo ringraziarti, senza di te sarebbe stato tutto molto meno bello!" .
No non credo di essere arrossita, non più di quanto sia già rossa almeno ... spero, "che stai leggendo?" mi chiede mentre si china a prendere lo stupido libro a terra, "aspetta!" esclama "facciamo un gioco!, ne apro una a caso vediamo chi viene fuori!" apre una pagina a caso e me la mostra

~ Klyuev ~
Antichissima famiglia russa, il nome deriva dall'aggettivo Klyuvyi che significa bello e virtuoso.
Il capostipite di questa famiglia  fù Andrej Klyuev compagno e amico di Salazar Serpeverde, insieme i due potentissimi maghi oscuri si appropriarono delle antiche reliquie della città di Khar, la prima città di maghi nella storia dell'umanità, con l'intento di governare il mondo magico.
In seguito però i due maghi oscuri si divisero anche a causa di una giovane donna di nome Irina che stregò il cuore di Andrej e fece in modo di redimerlo, Andrej infatti sconfisse Salazar Serpeverde in un duello e distrusse le reliquie della città di Khar, in seguito Salazar fondò Hogwarts mentre Irina e Andrej si sposarono e diedero vita alla famiglia magica più potente e della storia passata.
Ora purtroppo non c'è più nessun Klyuev in vita, essi, infatti, sono stati sterminati da numerosi maghi oscuri che cercavano le reliquie della città di Khar.



lessi le prime poche righe dedicate a questa famiglia russa mentre Ephram la fissava, "sai mi ricorda qualcosa questo nome" sussurrai "l'avrai letto da qualche parte" mi rispose Ephram " si forse".



"Noir non lo se ho voglia di passare la vigilia a casa di questo Ephram!, Priscilla mi ha detto che è un tipo strano!" la guardo scocciata "e chi sarebbe questa Priscilla scusa?" " è una ragazza del secondo anno serpeverde che mi sta aiutando ad avvicinarmi a Deindre" "mi sebra che tu sia già abbastanza vicina a Deindre visto che ti sono dovuta venire a staccare da lei!, e poi senti fai un pò quello che ti pare!!"
ecco qua adesso mi mette il muso per tutto il viaggio!












28/12/2007
commenti • tag: ricordi, vacanze, famiglia, amori, amicizie, serpeverde, litigi, grifondoro



Tiro un respiro di sollievo non appena mi lascio alle spalle la porta e tutto quello che c'è al suo interno, ovvero Silente e la montagna di lettere che ho dovuto compilare. Prima di varcare quella soglia questo pomeriggio pensavo che la punizione assegnatami non fosse  così insostenibile.  'Cosa vuoi che sia scrivere due o tre lettere al Ministero', mi dicevo. Che stupida, come ho potuto pensare a sole 'due o tre lettere'. Entrata nell'ufficio mi son quasi sentita male alla vista della quantità di carta sulla scrivania già fin troppo affollata del prof Silente.
"Ben arrivata signorina Blackster. Si accomodi pure...può cominciare subito allora!". Non so se è il suo sorriso innocente ad irritarmi tanto, o solo il fatto di aver visto tutte le mie illusioni infrangersi improvvisamente. Ma comunque ora è finita per fortuna, meglio non ripensarci. Sento ancora il torpore nelle mani stanche e sporche d'inchiostro. Prendo la bacchetta e smacchio le mie povere mani, poi alzo lo sguardo fino alla prima finestra del corridoio.: fuori è buio pesto. Ma che ore saranno maledizione, avevo un appuntamento da Geert! A quanto pare compilare quei fogli mi è costato più tempo del previsto. Meglio correre. Geert mi ha promesso una sorpresa per stasera, e io non me la voglio certo perdere.
Corri. Corri. Corri.
Arrivo in sala comune e con la coda dell'occhio scorgo alla mia sinistra Tom Riddle apparentemente chino su un libro, ma con lo sguardo fisso nel vuoto. Chissà cosa starà vedendo la sua mente oltre il confine del libro, dove si staranno perdendo i suoi pensieri? Una cosa è certa: non devono essere pensieri felici: il suo bel viso è contratto in una smorfia e le mani stringono forte e avide il libro, come se potesse sfuggirgli da un momento all'altro. Non si accorge nemmeno del risuonare dei miei passi affrettati nelle stanza, ormai semi-vuota, o del mio respiro affannato.
Devo fermarmi a respirare.

"Sembri allegra"
"Ho appena visto Jasp.."
"Ah...". Ogni volta che nomino Ed o Jasp, Geert ha sempre la stessa reazione, se davvero si può definire reazione uno stupido 'Ah'.
"ci sono problemi tra di voi?"
"Niente di importante o di irrisolvibile." Storco il naso mentre Geert mi sorride dolcemente, come per rincuorarmi. Non so se riesca davvero a farlo, di sicuro l'idea che non vadano d'accordo non mi piace, però in questo momento riesce a non farmici pensare. Geert è proprio come il mio tenero orsacchiotto, quello che quando sei piccola stringi forte nelle notti buie, quello in cui puoi trovare sempre e comunque consolazione e ristoro; Lo stesso che poi dimentichi con gli anni, quando trovi qualcosa di decisamente più interessante o di più bello, e nonostante tutto, lui è sempre lì pronto ad aspettarti e ad accoglierti di nuovo, infinitamente generoso e immensamente ingenuo. Mio povero piccolo Geert...
"Lo sai che sono 4 mesi che stiamo insieme oggi?". Il respiro si interrompe per un momento. Cavolo...già quattro mesi....vuol dire che sono quasi 6 mesi che stiamo insieme, un'eternità!
"Certo che lo so!"
"Beh...ho una sorpresa per te, chiudi gli occhi.". Abbasso le palpebre e per qualche strano motivo nella mia mente si affollano pensieri do ogni genere..
"Aprili". Un' esercito di rose rosse si para davanti ai miei occhi. Un bellissimo oceano color sangue.
"Ma sono...bellissime". Colpita dal profumo inebriante dei fiori quasi non mi accorgo del biglietto giallo pallido. Lo leggo. Due parole, due sole parole bastano a sconvolgermi: 'Ti amo'. Cosa devo fare? Cosa bisogna dire in certe occasioni? Forse niente, forse tutto. Guardo Geert e spero non si accorga del panico che si sta velocemente impossessando di me. Lui al contrario è così sicuro...
"Dè, piccola, sono convinto di amarti. Ti amo.". Pensavo di aver passato il peggio, ma a parole fa un altro effetto: effettivamente il panico è amplificato al massimo. Eppure è gratificante sentirselo dire, se si trascura il lato tragico della faccenda: io non lo amo. Non posso farci nulla, è così e basta; E' vero, gli voglio bene( è pur sempre il mio orsacchiotto) e bacia decisamente bene, ma non rinuncerei a nulla per lui.
Ma non posso continuare col silenzio, devo assolutamente dire qualcosa; Probabilmente 'Ti ami anch'io? sarebbe l'ideale, ma le parole mi si spengono in gola. Dalla mia bocca non esce nulla. C'è solo il silenzio.
"Non preoccuparti piccola, non devi dire niente se non te la senti. Aspetterò. Aspetterò fin quando sarà necessario, fin quando tu non mi amerai davvero."
"Tu sei troppo buono con me. Non devi, io ti deluderò. E' inevitabile". Tutti noi viviamo di illusioni ogni giorno, ci aiutano ad andare avanti, ma verrà il giorno in cui qualcuno le distruggerà. Lo so, ne sono consapevole adesso più che mai: sono io. io distruggerò le illusioni di Geert. Voglio che sia preparato, che sia avvisato, così quando accadrà non mi sentirò in colpa. Prende le rose dalle mie braccia,le posa sulla scrivania, si avvicina e mi abbraccia. Tra tante bugie la verità è l'unica ad essere ignorata alla fine...
"Non dire stupidaggini..."mi bacia. La stanza è vuota, non c'è nessuno dei suoi compagni di stanza. Lo faccio sedere sul letto mentre continuiamo a baciarci. Come sono egoista: ho appena rifiutato il suo amore e ancora non mi basta, devo farlo soffrire ancora di più ed andarci a letto. Dovrei sentirmi disgustata di me stessa e invece sono solo divertita. Gli slaccio la camicia e poi inizio con la mia, mentre lui è come inerme, finchè..."No..."
"Cosa?"
"Ho detto no piccola...non è giusto, non così...". Mi alzo di fronte a lui, delusa, mareggiata, rifiutata.
"Geert sono quattro mesi che stiamo insieme, non te lo sto chiedendo, lo pretendo!"
"Piccola non sai quello che dici...tu non mi ami! Non ancora perlomeno.."
"E allora?" Mi guarda stupito."Non sempre l'amore è necessario per certe cose...insomma..."
"Per me non è così. Io voglio essere sicuro dei tuoi sentimenti prima!". Non posso credere alle mie orecchie. Mi sembra inverosimile che io sia la donna e lui l'uomo, in questo momento sembra il contrario. Incrocio le braccia mentre l'ultimo rimasuglio di vergogna si trasforma in rabbia. Chiudo gli occhi.
"Dè non fare così...quando sarai pronta lo faremo"
"Ma io sono pronta!"
"Non mi ami."
"Ma ti voglio!"
"Non basta"
"Tutti vorrebbero venire a letto con me!"
"Ma io non sono tutti, io ti amo." Inarco le sopracciglia: adesso cosa c'entra l'amore?
"Forse è meglio che me ne vada ora"
"Piccola non fare così...resta ti prego..."
"Ciao Geert." Esco e dimentico persino quelle fantastiche rose rosse. Spero solo si senta in colpa per quello che ha fatto.
"Ma buona sera" Edward sta salendo le scale verso la sua stanza.
"Ciao" Il suo sguardo si sposta dal mio viso verso il basso , e assume un'espressione dapprima perplessa, poi divertita."Notte brava è?" Cerco di capire cosa l'abbia indotto a dirlo e così noto la mia camicetta ancora sbottonata. Chiudo velocemente l'apertura:"Se magari...te invece?"
Si fa serio,"...il solito..."
"Va bè, vado a dormire che sono...esausta!"
"Certo, notte Dè"           "Notte Ed"
Raggiungo la porta della mia stanza e non ho nemmeno la forza di pensare a cosa ci facesse in giro Ed a quest'ora. C'è un'ultima cosa che devo fare però. Mi fiondo in bagno davanti allo specchio.
"Ti amo     ti amo    ti amo..." Andando avanti così dovrei almeno riuscire a convincere me stessa...

L'altra mattina le rose rosse erano sul mio comodino accompagnate da un biglietto 'Scusa...ti amo'. Ashleigh ha semplicemente ignorato me, le rose e il biglietto come sempre, e penso che il suo odio verso di me stia raggiungendo livelli inimmaginabili. Amber come al solito si è mostrata entusiasta e non ha fatto che riempire il mio dormiveglia a suon di 'Ma come sei fortunata..', 'sono davvero bellissime', e cose del genere. Aspettavo con ansia solo i commenti acidi di Violet ma, con mia enorme sorpresa, era già uscita da un pezzo.
La situazione con Geert alla fine è migliorata e abbiamo fatto pace; a dir la verità solo perchè mi sono ripromessa di riuscire a corrompere il suo animo nobile mentendo sui miei sentimenti, ma mi ha già smascherata per ben due volte. In ogni caso cerco di stargli alla larga ed esercitarmi più che posso.
Le decorazioni natalizie che padroneggiano nella scuola non fanno che ricordarmi che il natale ormai è prossimo, e quindi anche la nostra partenza; l'atmosfera natalizia non sembra tuttavia aver contagiato i professori che nell'ultima settimana si sono impegnati per renderci la vita più amara di quanto fosse lecito.
Per questo motivo ora mi ritrovo nella biblioteca a prepararmi per l'ultimo compito di Storia della Magia che, come ci ha più volte ricordato il prof Ruf, sarà 'decisivo la media finale'. Penso non ci sia materia più noiosa di questa, anche se non c'è Ruf a peggiorare la situazione con le sue lezioni soporifere: nonostante stia cercando di ripassare il tutto con la massima attenzione, distrarsi è pressochè impossibile!
La mia concentrazione va man mano sfumando con i minuti che passano, finchè mi ritrovo a rileggere la stessa frase una decina di volte senza riuscire ad afferrarne il senso. "peste nera". Mi soffermo su queste due semplici parole. Nero. Nero come l'anello di Riddle. Lo splendido anello che ha cominciato a portare al dito l'anno scorso: la prima volta che l'ho visto è stato durante una riunione del Lumaclub, bello e disinvolto anche più del solito, il suo sguardo era acceso da una luce strana, quasi sinistra. Qualcosa era cambiato in lui, e forse era merito di quell'oggetto. L'anno passato mi è capitato spesso di soffermarmi a guardarlo, soprattutto a causa di Eve, ma non sono riuscita a scoprire niente che non fosse l'evidenza. Col tempo poi la mia curiosità è scemata, finchè adesso mi trovo qui, in biblioteca, a ripensare a quello stupido anello, alla sua pietra nera come la notte, all'oro che la definisce e che attornia il dito del suo possessore, invece che ripassare per il compito in classe. Non è normale martoriarsi per una cosa del genere, ma se solo riuscissi a non pensare al fascino che esercita, al potere che emana... Mi ricorda qualcosa, qualcosa che dovrei sapere o ricordare, eppure non riesco a capire cosa sia. Se solo....
"Dè...Dè, ci sei??".
"...si certo...scusa Eileen, che c'è?"
"E' arrivata la lettera di tua madre, proprio adesso. La stanno leggendo Uto e Beli"
"Ah si. Non mi interessa.".
La lettera che arriva ogni anno da casa mia è sempre uguale tutti gli anni: non vedo perchè dovrebbe interessarmi leggerla!
"Sapevano avresti risposto così, mi hanno solo detto di avvertirti che quest'anno a natale avrete più ospiti del solito...in particolare i...emm..Rakovski??". Il respiro mi si ferma in gola quando sento pronunciare quel nome. "Ah...grazie..." .
"Grazie mille Lara, ora potresti tenermi d'occhio le valigie mentre passo a salutare?! Ci metto due minuti grazie ancora!". Lascio la ragazzina a prendersi cura delle mie cose mentre mi dirigo verso la folla di studenti intenti a scambiarsi gli ultimi saluti prima della partenza per le vacanze natalizie. Lara è una ragazza molto particolare, non è come tutte le altre pronte a tutto per entrare nei Principi. Lei sembra disinteressata, e per di più sembra nutrire una sorta di venerazione nei miei confronti: in pratica è l'unica ragazzina 'normale' e che io riesca a sopportare. Inoltre è la sorella di Noir, e questo può avere i suoi vantaggi. Riconosco che quello che mi aveva annunciato Noir non appena arrivata a scuola corrisponda effettivamente alla verità: da quando la sua amica Pearl non c'è più, sembra davvero cambiata, niente più festini o comunque niente che rientri in quello che faceva nel passato. Però così non mi diverto più come prima: dovrò trovare un modo per riaprire le sfide degli anni scorsi, e forse quello di cui ho bisogno è proprio tra le mie mani; Meglio trattare Lara al meglio e tenerla vicina.
Saluto molti dei miei compagni di casa tra convenevoli, saluti sinceri e altri meno. Lumacorno ha riservato saluti e raccomandazioni personali per ognuno dei membri del club, ricordandoci di salutare da parte sua le nostre 'illustri' famiglie.
Ormai è arrivata l'ora della partenza e, ritornando verso i miei bauli, noto con piacere che Lara è ora affiancata da sua sorella.
"Grazie Lara troppo gentile. Ma salve Noir, vedo che sei venuta a prendere tua sorella...". Sfodero un sorriso tanto impertinente quanto falso mentre guardo Noir negli occhi. Lei mi guada con uno sguardo altrettanto sprezzante mentre tiene sua sorella per un braccio.
"Sai Lara è stata proprio carina in questi giorni, sei proprio fortunata ad avere una sorella così ! Ma ora devo andare che il treno sta partendo. Ciao Noir, ciao Lara...buone feste!". Salgo sul treno e punto dritta alla nostra cabina, quando Geert mi ferma prendendomi per un braccio.
"A me invece non mi saluti?"
"Certo...solo che non ti trovavo. Buone vacanze piccolo...ci sentiamo, ok?". Bene, l'ultima persona che volevo vedere. Ultimamente lui è sempre l'ultima persona che voglio vedere, ed effettivamente è da un pò di tempo che sto pensando di farla finita con Geert. Siamo troppo diversi:  lui non è decisamente il mio tipo, è uno da 'amore per l'eternità', mentre io non sono il tipo da storia seria.
"Non vieni nello scomparto con me? Non stiamo insieme prima di partire?"
"Preferisco passare il tempo con Ed e Jasp adesso...ci sentiamo ok?ciao"
. Lo lascio attontito con un bacio sulla guancia nel mezzo del corridoio del treno. Alla fine riesco ad arrivare allo scompartimento e mi lascio cadere sul sedile, finalmente libera in un luogo sicuro. Attorno a me solo le persone a cui tengo di più: Jasper, Edward, Uto e Beli, manca solo una persona, la mia Eve.  Forse il regalo più  bello sarebbe avere lei per Natale con noi, poterle parlare, sentire i suoi consigli e averla accanto. Mi piacerebbe, mi piacerebbe molto...













23/12/2007
commenti • tag: vacanze, famiglia, amori, malinconia, dubbi, lezioni, litigi, grifondoro, corvonero

Peter e quel libro. Non riesco a togliermi dalla testa che stia succedendo qualcosa. Io odio i segreti. Soprattutto quelli che mantengono le persone che amo. Quindi penso proprio che si necessario un attacco frontale.
In Sala Grande si pasteggia in allegria, il Natale è vicino e tutti sono spensierati. Perfino i Serpeverde, che hanno vinto l’ultima partita del torneo di Quidditch. Individuo la mia preda e rivolgo uno sguardo di intesa a Rachel, che mi incoraggia con una delle sue frasi, mentre addenta un muffin ai mirtilli:
”Vai e attacca, tigre!”
Non riesco a trattenere un sorriso, così quando mi siedo accanto a Peter non ho l’espressione truce di un troll arrabbiato (che invece sarebbe molto più vicina al mio umore), ma una via di mezzo fra le due...più tendente alla seconda, in ogni caso. Mi saluta con un bacio leggero, cosa a cui non mi sono ancora riabituata. Per quanto riguarda il resto dei Grifondoro, ci guardano con un certo interesse, ma poco dopo io e lui riusciamo ad isolarci un po’ dagli altri. Stamattina è abbastanza taciturno, o forse soltanto assonnato, così colgo subito l’occasione per esprimere i miei dubbi.
“Cosa stavi facendo con quel libro l’altro giorno in biblioteca?”
Peter all’improvviso si incupisce e fissa la sua tazza di caffelatte.
“Niente, Audrey, niente.”
“Certo, stavi studiando l’arte calligrafica medioevale. Come non arrivarci da subito.”
“Ti prego non litighiamo adesso. Non era niente di importante.”
“Non prendermi per una scema. Menti, se vuoi, ma fallo bene.”
poi aggiungo “Perlomeno quello…fallo bene.”
Lo sguardo di Peter è ferito e nello stesso tempo gelido. Ma il mio lo è di più.

Non ci credo, non ci posso credere. Dopo tutto quello che è successo, Peter ha ancora dei segreti con me. Con me! Non capisce che così mi fa stare male, mi ferisce, mi delude? È come se non mi ritenesse degna della sua fiducia. E io l’ho perdonato dopo che avermi tradito. Ho fatto l’amore con lui. Sento le lacrime che mi premono sugli occhi, la nota sensazione che pensavo di poter dimenticare, almeno per un po’. Mi rifugio vicino alla mia quercia, presso le rive del lago. Non sento neppure il freddo che si insinua fra i miei vestiti. Le mani cacciate nelle tasche, prendo lunghi respiri per non perdere la calma. Mentre rientro a scuola, una figura maschile mi si affianca: Blaine Huznestov.
“Salinger, allora! Come va?”
“Lasciami in pace. Non ho voglia di parlare.”
“Litigato col ragazzo? Se mi dici chi è posso andarlo a picchiare.”
“Non credo che ce ne sia bisogno. Dovresti picchiare me per la mia stupidità.”

Forse ha percepito la tristezza nella mia voce, perché risponde nel modo più serio con cui si sia mai rivolto a me.
“Le persone ti deludono, Audrey. È nell’ordine delle cose. Ti mentono oppure…vanno via. Credi che ci sia bisogno di star male per chi ti fa soffrire?”
“Non lo so. Però non posso impedirmelo.”
“Già. Bella fregatura l’amore, eh?”
“Sì. La più grande che esista al mondo.”
Poi, appena prima di entrare nell'atrio, getta quel che resta della sua sigaretta a terra, calpestandola con il tallone per spegnerla.
“Fattela passare." mi dice guardandomi negli occhi"Anche se piangessi tutte le tue lacrime, anche se ti strappassi i tuoi bei riccioli d’oro…lui, chiunque sia, non cambierà mai.”
Se ne va, lasciandomi da sola. Credo sia la cosa più simile ad una conversazione che abbia mai avuto con Blaine, dopo sei anni di scuola insieme. Non lo conosco, non lo conosco affatto. Però forse mi ha detto qualcosa su cui farei bene a riflettere.


Studia, Audrey, studia! Non pensare a niente, se non alle ultime interrogazioni che ti separano dalle vacanze di Natale. Silente oggi mi ha assegnato con degnazione un Oltre Ogni Previsione, che mi sono sudata nel vero senso della parola: ad un certo punto, mentre mi interrogava ho iniziato a sentire un caldo assurdo, e l’unica cosa che pregavo era che la tortura finisse presto.
 Non mi piace studiare. Ma mi piace ancora meno vedere la mia media in calo. Dunque, ecco che mi sono impegnata nelle ultime due settimane, per organizzarmi in modo decente e non fare disastri.
Micheal mi intercetta mentre sto andando in biblioteca per prendere in prestito dei libri riguardo l’ultima lezione di Incantesimi.
“Allora, cosa diavolo è successo ancora con Peter?”
“Le solite cose, segreti e bugie.”
“Audrey, insomma, piantala di fare la drammatica. Il segreto di Peter non è nulla che sia legato a voi due, alla vostra storia.”
“Ma Peter è legato a me. Non voglio che ci siano segreti fra noi.”
“E va bene, allora. Siediti e parliamone.”

Ci sediamo su uno dei divani più lontani dal caminetto, dunque uno dei meno usati durante la stagione infernale.
“Riddle sta iniziando ad intimidire i Mezzosangue dei primi anni, i più vulnerabili.”
“Si è sempre saputo che non fosse proprio a favore della parità.”
“Ma ora sta oltrepassando il limite. Ne stavo parlando anche con Sebastian, il Caposcuola di Grifondoro.”
“Va bene, ma questo cosa c’entra con Peter? E con il libro che stava leggendo?”
“Cercava delle informazioni. Incantesimi di Protezione.”
“E allora non poteva dirmelo?”
“Non voleva farti preoccupare. Come invece è riuscito a fare lo stesso.”
“Adesso andiamo da lui. Sai dov’è?”
“L’ho lasciato poco fa in Sala Grande.”

Battagliera io, rassegnato lui, scendiamo dalla Torre di Corvonero. Peter è seduto con Sebastian Lang e Julia Versten, e mi sembrano impegnati in una discussione. Di norma mi interesserei anch’io di cosa potrebbe essere successo, nonostante io non conosca bene Sebastian e Julia sia sempre stata abbastanza fredda con me. Ma adesso ho bisogno di risolvere con Peter, così gli chiedo se possiamo parlare un momento.
“Micheal mi ha detto tutto.”
“Capisco.”
“Scusami Peter, ma non vi reggo quando vi comportate così.”
dice il nostro amico, e poi continua: “Adesso vedete di chiarire.”
Con il solito tatto, ci lascia da soli a parlare.

E così, si è risolto tutto. O quasi. Sono ancora un po’ arrabbiata con Peter, ma c’è di peggio a questo mondo. In camera, c’è Jill alle prese con Astronomia, mentre Laura scrive sul suo diario. Io per una volta non ho niente da studiare, così mi stendo sul mio letto e leggo un romanzo. Che bello, non dover leggere un tedioso saggio sulla Guerra dei Folletti o le ventuno applicazioni dell’incantesimo di Diffusione. Un po' di tempo per me.


Stamattina ho salutato Peter, Rachel, i miei amici e le mie compagne di stanza. Ho consegnato i vari regali che ho comprato con i miei guadagni. È sempre strano separarsi per Natale, anche se alla fine si tratta giusto di un paio di settimane.
Ho cambiato due treni, prima di scendere a Brighton.
Brighton è la mia stupenda cittadina natale nell’East Sussex, nella zona meridionale dell’Inghilterra. La guerra l’ha abbastanza risparmiata rispetto alle altre città della costa. Alla stazione mi aspetta una berlina nera, con l’autista di mio padre che mi saluta:
“Ben arrivata, signorina Audrey. Spero che abbia fatto buon viaggio.”
“Ciao, Bob. Tutto a posto, grazie.”

La casa della mia famiglia è una bellissima costruzione in stile Reggenza, appena fuori dalla città, con un giardino curato e una serie di statue neoclassiche. Mio padre non c’è, come sempre. Mia zia Diane scende ad accogliermi, mentre dal cielo grigio piombo inizia a scendere qualche lieve fiocco di neve.
A casa, finalmente.

 

 

 

 













20/12/2007
commenti (1) • tag: amori, malinconia, amicizie, litigi, corvonero, duelli

Un grosso gufo grigio, sulla cui targhetta è inciso il nome di 'Tesorino', prende il volo con la mia lettera legata alla zampa con un nastro blu oltremare. La pelle della faccia mi si sta disintegrando, per non parlare dei piedi che, seppelliti tra escrementi e cumuli di neve, hanno quasi perso sensibilità. Riesco a vedere il cielo coperto di nuvole fitte attraverso le grandi finestre della Guferia. Spingo più a fondo le mani coperte da guanti di lana nelle tasche del cappotto, seguendo la sagoma del gufo che scompare all'orizzonte.
I miei genitori mi avrebbero dovuto aspettare direttamente a casa; da quando ho superato l'esame di materializzazione, hanno smesso di venirmi a prendermi a Hogsmeade. Mia madre mi ha informata che, invece, questo Natale verranno perché porteranno a casa nostra anche i miei cugini, invitati da noi per le vacanze.
Mi volto verso l'arco basso e senza porta attraverso il quale si vede la rampa di scale in discesa. Sulla porta, però, compare all'improvviso Garet Haslett, illuminato da un raggio di sole che fa tremare l'aria per qualche istante.
« Ciao, Georgiana. » Sorride, venendo verso di me. Le sue origini nobili non si confermano nel suo carattere modesto e gentile; ha un'aria triste, come se ci fosse costantemente qualcosa per cui essere infelice. Tutte le volte che lo vedo, ho un'immagine nettissima del signor Darcy * . In questo momento, indossa un cappotto grigio che rende perfettamente l'idea; le mani mi tremano per la voglia di prendere dalla tracolla il mio taccuino e scrivere qualcosa su di lui. Ho tutto il tempo di osservarlo, dopo aver risposto al suo saluto: rimane a scrutarmi con stupore, come se non si fosse aspettato di sentire la mia voce.
«Mi fa piacere vederti. » fa un'ampia pausa, durante la quale tenta di fare un debole sorriso. « ...ti stavo cercando. » Mi sento le guance andare a fuoco, ma mi auguro che il freddo mascheri il mio imbarazzo. Distolgo lo sguardo dai suoi occhi di un azzurro intenso, mentre provo a rispondere senza che mi tremi la voce.
« E cosa...? » non completo la domanda; la mia mente iperattiva ha sfornato il nome di Sir Garet, che salva la bella damigella lady Georgiana da ... E' troppo ridicolo per continuare a pensarci.
« Ecco, beh ... Sebastian mi ha pregato di darti questa. » Mi porge una busta, ritraendo la mano nonappena la sfioro, come se fosse spaventato dall'idea di toccarmi. Mi saluta con un cenno secco, poi torna sui suoi passi.
Mi poso una mano sul cuore, che batte come un forsennato. Esco dalla Guferia e mi reggo sul corrimano della lunga scala a chiocciola.
Garet è un grifondoro del settimo; gioca come battitore nella squadra di Quidditch, e tutti si stupiscono di come un ragazzo così malinconico e silenzioso sia così energico e rabbioso in campo. E' un buon amico e compagno di stanza di Sebastian Lang; spesso girano per la scuola e fanno casini insieme. Ci ho parlato diverse volte, visto che frequentiamo la maggior parte delle lezioni insieme.
Entro in Sala Comune con il cuore che non accenna a rallentare. Entro di corsa nella mia camera, tuffandomi sul letto. Annette, che si sta facendo i capelli davanti alla toeletta, si volta con aria stupita.
« Beh? »
« Non indovinerai mai chi ho incontrato! » esclamo sospirando, mentre mi copro il viso con un cuscino.


Riddle ha iniziato a minacciare studenti dei primi anni. Stai attenta ai tuoi, dobbiamo parlare al più presto. Sebastian L.

E' da tre giorni che giro per la scuola stringendo la bacchetta, terrorizzata da ogni minimo movimento; ho quasi schiantato Cheslav, che si era nascosto dentro l'armadio. Il biglietto di Sebastian mi ha provocato una certa angoscia, se vogliamo minimizzare la questione.
Nonostante la paura e il freddo artico, ho acconsentito a fare una passeggiata in riva al lago con Julia. Lo studio intenso sta riducendo sempre di più il tempo che possiamo passare insieme.
« ... Tom Riddle! Ho letto il suo diario segreto, e mi sono messa a gridare! E' completamente pazza di lui, si è azzuffata con una sua amica che l'aveva criticato! » Urla con espressione affranta, agitando in aria i guanti lilla.
Il mio collega caposcuola ha fatto breccia nel cuore di sua sorella Ida, e lei non ne è affatto contenta.
« E come se non bastasse, c'è anche quell'oca insopportabile! » L'ultima furbata del prode Sebastian, che ha fatto andare su tutte le furie Julia, è stata di mettersi con una tipina del quarto, una versa sciaquetta.
Non molti sanno che dietro al perfetto prefetto e caposcuola Lang si nasconde il re della mattanza e delle feste, il capo di un'allegra confraternita di dementi. Che, però, sa qual è il limite che non può superare. Julia sembra essere sull'orlo di una crisi isterica per questa faccenda, e mi sta raccontando con molti dettagli delle loro vicende sentimentali e di quanto si senta messa da parte. La sua foga mi porta a credere che sia invidia nei confronti della ragazzina, e mi sforzo di evitare di pensare alla loro relazione come qualcosa di diverso da una forte amicizia.
La lascio sfogare, lanciandole occhiate di sottecchi ogni tanto. Poi lei si ferma di scatto, e alza l'indice per indicare una figura nera che sta sul limitare della foresta proibita. Mi metto a correre, costruendo nella testa una frase opportuna per distogliere, chiunque sia, dall'entrare: il regolamento prevede l'espulsione per chi si addentri nella Foresta. Avvicinandomi a tutta velocità, riconosco all'improvviso proprio il nostro beneamato Tom Riddle; mi balugina in mente l'idea che non posso togliere punti ad un altro Capocasa. Lo fulmino.
« Tom, non dovresti essere qui, o sbaglio? »
« Fatti gli affari tuoi, Harrington. » mi lancia uno sguardo velenoso, e si allontana zoppicando. Lo seguo con lo sguardo, e subito la mia attenzione viene catturata da Julia, che sta urlando contro sua sorella Ida, comparsa chissà da dove.
« Sei arrivata al punto di pedinarlo! Tu ci lascerai la pelle, Ida! »


« Tu! Un punto in meno, e che non ti venga mai più in mente di correre sul pavimento bagnato! » Sento strillare un prefetto in fondo al corridoio; quando sento gli altri intervenire così decisamente, mi chiedo se dovrei essere meno generosa con i miei studenti.
Esco dall'aula di Trasfigurazioni chiudendo a chiave la porta: il professor Silente mi ha concesso di rimanere ad esercitarmi dopo la lezione avanzata, che conta solo dodici studenti oltre a me. La Lostum ha praticamente fatto una crisi isterica perché, a suo parere, il 13 porta sfortuna e la nostra classe sarà decimata dalle avversità.
Saluto un po' di ragazzi lungo il corridoio, cercando con lo sguardo Annette o Julia: durante la lezione ho sorpreso Garet a guardarmi e per questo sto camminando su un tappeto di nuvole, oltre a vedere cuoricini nell'aria. Lo sto appunto scrivendo sul mio taccuino, quando sento qualcuno chiamarmi.
« Ehi, tu, Harrington! » tuona una Tassorosso del sesto, di cui non ho mai saputo e neanche m'interessa sapere il nome, e mi fa cenno di avvicinarmi a lei; stringe la bacchetta in pugno e ostenta un'aria minacciosa. Lascio cadere il mio taccuino nella tracolla e mi accosto a lei con affabilità.
« Hai bisogno di qualcosa? » le chiedo con garbo. Si stacca dalla parete con una spinta, fulminandomi.
« Dimmi, ci stai provando con Garet Haslett, eh? » strabuzzo gli occhi alle sue parole; mi sento avvampare.

« No, e non vedo come ti possa essere saltato in mente! » Apre il taccuino che tiene nell'altra mano, mi fulmina di nuovo ed inizia a leggere.
« Ho incontrato Georgiana. » gira qualche pagina. « Ho parlato con Georgiana .. oh, pensavo che Georgiana sapesse .. Georgiana era ... Georgiana con la sua amica .. Georgiana di qua, Georgiana di là, Georgiana, Georgiana, Georgiana!! » Sono più che sconvolta; mi schiarisco la voce, cercando di prendere tempo e riordinare le idee. Allora: sono stata citata nei diari di Garet Haslett, che tra l'altro, quindi, tiene dei taccuini proprio come faccio io. Questa ragazza è convinta che io ci provi con lui, cosa impossibile, vista la mia incapacità in questo campo, anche se lui mi piace parecchio. Per qualche motivo che ignoro ancora, lei ce l'ha con me per questo.
« Mi dispiace, hai frainteso ... Se vuoi scusarmi ... » faccio per andarmene, del tutto convinta che la questione si possa considerare chiusa. Ancora non mi spiego come possa essere successa una cosa del genere; se è uno scherzo, non è stato affatto divertente, e mi ha rovinato l'umore. Chiunque sia quella, evidentemente ha dei diritti da accampare su Garet, e questo distrugge i miei sogni più idilliaci.
« Dove credi di andare? Io ti sfido a duello, Georgiana Harrington! » Trasalisco, spalancando la bocca per lo stupore. Non so chi si creda di essere, ma oltre ad avere un anno in più di lei, credo di avere anche una certa competenza, per quanto riguarda gli incantesimi. E anche per quanto riguarda le regole, e so benissimo che i duelli sono assolutamente vietati, se non per quanto riguarda il Club. Glielo comunico, incrociando le braccia sul petto.
« E allora risolviamola all'interno del club! » ringhia. Insisto con le regole di cui sono il braccio esecutivo, ricordandole che le iscrizioni al Club sono per chi supera il test d'ammissione all'inizio del trimestre e che, obiettivamente, ho qualche dubbio sulle sue capacità. Sembra piuttosto offesa.
« Suvvia, hai troppa paura di contravvenire alle regole, per sfidarmi? » sibila con un ghigno insopportabile sul volto.
« No, è che non ci stiamo contendendo Garet Haslett, visto che quella interessata sei tu. Arrivederci. » esclamo battendo sui tacchi e filandomela, prima che insista di nuovo con le sue patetiche teorie. Ora posso dire di avere il cuore a pezzi, e che odio con tutti quei pezzi la ragazza di Garet Haslett.













17/12/2007
commenti • tag: famiglia, amori, malinconia, misteri, paura, serpeverde, guai

Lancio la cravatta della divisa sulla sedia di fianco al mio letto, mentre ascolto con distrazione il racconto di Catherine riguardo alle sue ultime vicende amorose con Quentin. Si sta mettendo lo smalto, spaparanzata sul suo letto, e io sono costretta a rischiare la morte per sporgermi in avanti dal mio visto che il suo tono non supera quello di un sussurro.
Per le scale, si sentono dei passi pesanti e frettolosi.
«Cate, alza il volume, non riesco a sentirti con tutto questo rumore. » sbuffo appena, tentando di non infastidire Deirdre che ci origlia fingendo di dormire. Cate smette per un istante di parlare, e nello stesso momento bussano forte alla nostra porta. Mi alzo, afferrando la mia vestaglia di seta cinese dal baule aperto ai piedi del letto. Me ne infilo un braccio e apro la porta.
« Ehm..Violet? » Utopia Blackster si nasconde nell'ombra per non farsi notare da sua sorella, che miracolosamente si è svegliata. La guardo storto. « Devi venire con me .. per favore. » Sembra riluttante al chiedermi con cortesia di seguirla. Scivolo fuori dalla porta, sentendo subito l'aria gelida del corridoio che mi ghiaccia i polpacci nudi.
«Dunque? » mi lancia uno sguardo freddo, imitazione malriuscita di quelli di Deirdre, e mi fa cenno di andare con lei verso la Sala Comune. Distinguo a malapena una figura che si delinea contro la luce fioca che proviene dalla Sala.
«Beh, vai da sola. » grugnisce prima di tornare correndo verso la sua stanza. Mi stringo nella vestaglia, tentando di non morire ibernata. Le mie pantofole non servono a niente, contro il freddo scozzese.
« Potevi anche degnarti di venire senza farti chiamare.. » mi rimbrotta Edward, infilando le mani nelle tasche dei jeans. « .. ma direi che la tua tenuta ti giustifica. »
«Tu cosa ci fai qui, per la cronaca? » Gli chiedo perplessa, facendo un passo all'indietro e stringendomi addosso la vestaglia. Mi fissa come se avessi detto la più grande sciocchezza del secolo; sistema l'orlo del suo maglione nero, poi torna a guardarmi, allugandomi un biglietto.
« Questo. » leggo rapidamente il biglietto: contiene un invito da parte mia a raggiungermi nella mia stanza. Sento un brivido corrermi lungo il corpo mentre lui mi continua a guardare come se fossi idiota.
« Ci hai provato, Edward. » proclamo in un concentrato di acidità e antipatia che solo mia madre è in grado di usare. Scrollo le spalle e lo fisso con aria di sufficienza, aspettando la sua reazione; chiunque sia il responsabile di questa bella scenetta la pagherà con la vita, sempre che riesca ad uscirne viva io stessa. Lo saluto agitando appena la punta delle dita, poi mi volto e inizio camminare lentamente verso la mia stanza.
« Ma ... ! » esclama allungando una mano e agguantandomi la spalla. Sono costretta a girarmi di nuovo verso di lui; si piega in avanti e mi bacia sulla guancia, molto più delicato e dolce dei suoi soliti baci violenti e improvvisi. Mi lascia andare e fa qualche passo indietro.
« Non credere di potermi sfuggire!» sibila mentre ci allontaniamo in direzioni opposte.


G I O R N I   D O P O.
Mi butto sulle spalle il mantello invernale, fissando con attenzione gli alamari. Il sistema di riscaldamento della scuola non sembra avere ancora deciso di funzionare, quest'anno, e in particolare i sotterranei sono la perfetta imitazione di una grotta artica. Giro a sinistra, imboccando il corridoio che, fino a prova contraria, dovrebbe portarmi dritta all'ufficio di Lumacorno. Punto lo sguardo sull'ombra che si nasconde dentro ad una nicchia del muro, e che sospetto essere Pix, visto il ghigno sommesso che echeggia debolmente contro la volta a crociera. Dò un calcio al galeone lasciato per terra e faccio un salto all'indietro; la moneta esplode, spargendo vernice verde bandiera a destra e a manca.
« Ah-aaaah! » grida Pix uscendo dalla nicchia; sembra piuttosto interdetto quando si trova davanti la sottoscritta che lo fissa con le braccia conserte e la bacchetta stretta in un pugno.
« Pix, sparisci dalla mia vista o chiamerò il Barone. » Lui sparisce immediatamente, dopo avermi fatto una boccaccia disgustosa.
Proseguo lungo il corridoio, saltando la pozza di colore che imbratta il pavimento di pietra e manderà su tutte le furie la Custode.
Busso alla porta di Lumacorno; mi ha mandato uno dei suoi graziosi biglietti scritti in oro per avvisarmi che mi attendeva per un colloquio. Sento la sua voce gridarmi forte che la porta è già aperta; con una lieve spinta la apro, e abbraccio con lo sguardo lo studio del CapoCasa. Dire che è barocco è usare un riduttivo: la ricchezza di mobili e oggetti è tale che devo stare attenta ad ogni tremito per non rischiare di fare cadere qualcosa.
Lumacorno mi osserva dal fondo della stanza, tentando di nascondere il suo palese nervosismo con un sorrisino ebete; la luce della lampada di cristallo appesa sopra alla scrivania rococò si riflette sui bottoni d'oro e sui ricami di seta del panciotto color crema.
« Venga avanti, signorina Traviston. » muovendomi con cautela, raggiungo una poltrona di velluto color granato e mi siedo dopo aver ricevuto un cenno del capo da parte del mio professore. Lo fisso insistentemente, provando a fargli capire che vorrei che si sbrigasse a comunicarmi qualsiasi cosa debba comunicarmi.
« Signorina Traviston, devo metterla a parte di un fatto piuttosto spiacevole. » Mi sento gelare: a partire dalla punta delle dita, fino al cuore. Mi appare nettamente l'immagine di Medea Diamond, non ancora tornata dal san Mungo. In un attimo sono tempestata dall'idea di spie, avversaspecchi, diari segreti, minacce e qualsiasi cosa possa aver segnato la mia condanna. Stringo le dita sui braccioli della poltroncina.
« Si tratta di suo cugino Lochlainn O'Mhaille. » mi sento contemporaneamente più tranquilla e più spaventata. Tutti sanno quanto bene io voglia a Lochlainn, e quanto ansiosa io diventi se non ricevo la sua lettera settimanale. Ha tre anni più di me, e l'anno scorso ho fatto una grande fatica a imparare a gestirmi senza la sua protezione costante.
« Cosa..? » mormoro appena, sprofondando nello schienale e tormentando l'orlo del mio scamiciato grigio ferro.
« E' stato arrestato a Kilkenny per aver aggredito un babbano. » proferisce pacatamente, anche se la goccia di sudore che gli cola sulla fronte mi annuncia che è decisamente agitato. « Ma è anche fuggito, e lei è pregata di comunicarmelo nel caso si facesse vivo. »
Graffio il velluto con le unghie, facendo sobbalzare Lumacorno. Sento gli occhi che bruciano, come se fossi sul punto di scoppiare a piangere. Penso all'ultima lettera di mio cugino, risalente a quattro giorni fa, in cui mi raccontava con grande quantità di dettagli del suo viaggio in Irlanda e di quanti regali stesse accumulando per me.
« Può andare, se vuole. » mi alzo lentamente, le orecchie mi fischiano e faccio fatica a rimanere in piedi. Nonappena riesco a guadagnare l'uscita, inizio a correre forsennatamente verso la Sala Comune, reggendomi con la mano al muro.


G I O R N I D O P O.
Con un taglio netto, accorcio il nastro blu del pacchetto che sto terminando di confezionare. Lancio un'occhiata al regalo che avevo comprato per Lochlainn nell'ultimo weekend a Hogsmeade, e che ho gettato a calci sotto il letto dopo che ho avuto quel piacevole colloquio con Lumacorno.
Mio padre, tanto per rincarare la dose, mi ha mandato una lettera stizzosa in cui mi avvisava di non osare seguire le orme di mio cugino, e in cui insultava con improperi particolarmente elaborati il suo sangue irlandese.
La biblioteca è zeppa di studenti che si affannano per recuperare le loro insufficienze; io non riesco neppure a pensare di aprire un libro, e non lo fa neanche Edward, che invece si è nascosto per fare chissà cosa con Jasper, dando adito a commenti poco gradevoli.
« Vi, è arrivata una lettera per te. » mi dice Catherine, lasciandomi cadere una busta sulle ginocchia. Impallidisco nel riconoscere chiaramente la calligrafia del mittente. E, come se non bastasse, nello stesso momento vedo Edward venire verso di me.














16/12/2007
commenti • tag: amori, malinconia, amicizie, serpeverde, hogsmeade, lezioni, grifondoro, tassorosso

Fa freddo, va bene? Un freddo assurdo, e l’ultima cosa di cui avrei voglia è un allenamento di Quidditch alle sei del mattino. Ma il nostro capitano, dopo essersi ripreso dal piccolo incidente che gli ha quasi rotto l’osso del collo, ieri sera ha proclamato con fare trionfante:
“Ragazzi, domani vi voglio in campo per le sei. Allenamento intensivo!”
“Peter, sei sicuro di non aver battuto anche la testa?”
chiede Alice McFly“A quell’ora ci gelerà anche l’aria nei polmoni!”
Ma Peter era fin troppo baldanzoso. Mi chiedo cosa sia successo per renderlo così di buon umore. Magari ha fatto pace con la sua ragazza. E sarebbe anche ora, è dall’inizio dell’anno che gira con un’espressione da cane bastonato e non se ne può più di vederlo in quello stato. Mentre ci dirigevamo verso i dormitori, dopo la riunione della squadra, Jack Adams mi aveva messo un braccio intorno alla vita, alitandomi in un orecchio:
“Allora, Julia, ti va se passiamo la notte insieme? Così domani mattina non abbiamo problemi per svegliarci.”
E questo in base a quale logica? Sempre che un animale come lui agisca e parli secondo una logica, cosa che ritengo alquanto improbabile.
“No, Jack, grazie. Ho bisogno di riposarmi.”gli ho risposto, mantenendo un minimo di cortesia. Se potessi, l’avrei già schiantato da un pezzo, ma è un mio compagno di squadra e, come Peter mi ha già ripetuto più volte, è meglio se c’è un clima di collaborazione nello spogliatoio. Sarà, ma non vedo l’ora di finire l’anno per non vedere più quel viscido individuo.
L’allenamento è faticoso, ed il vento gelido che soffia non aiuta di certo. Ci alleniamo per un’ora abbondante, per poi andare a farci una doccia calda. Credo che sia stato il pensiero del calore dell’acqua a farmi resistere così a lungo.
Con i capelli bagnati, corro verso la scuola, desiderosa di tornare nella mia stanza.
Nell’atrio, un incontro che incupisce ancora di più la mattinata. Tom Riddle, in tutto il suo splendore. Con una ragazza della sua Casa, che conosco di vista.
“Buongiorno, Julia.”
“Buongiorno, Tom.”
La temperatura all’interno della scuola è gradevole, ma il tono delle nostre voci è tanto freddo da poter formare stalattiti di ghiaccio. Fra me e lui uno sguardo pieno di ostilità, con il quale ognuno misura il suo avversario.
Odio quel ragazzo.
La sua aria di superiorità, come se fosse un sole che si ritrova per sbaglio in mezzo a lucciole mediocri. La sua arroganza di Purosangue, che non tiene in nessun conto il fatto che la magia è posseduta da tutti i maghi e le streghe nello stesso modo. I suoi occhi freddi e inespressivi, simili a quelli di un serpente prima di attaccare. I suoi capelli neri, dai riflessi quasi verdastri, che sono sempre pettinati e lucidi. Le sue mani pallide, con le dita sottili e le unghie corte.
Provo per lui una sorta di repulsione istintiva, che è aumentata da quando durante il quinto anno siamo stati entrambi Prefetti delle rispettive Case ed abbiamo dovuto condividere un po’ di tempo.
Arrivo in Sala Comune, che si sta pian piano riempiendo, e come una furia salgo in camera: mi asciugo i capelli con un incantesimo, e poi inizio a spogliarmi per indossare la divisa scolastica. In quel momento, Sebastian entra.
“Ehi, va tutto bene?”
“Sì, perché?”
gli rispondo con tono aspro, mentre combatto con il mantello.
“Sei passata come un’Erinni che medita vendetta, ecco perché!”
“Ho incontrato Riddle.”
Sebastian si siede sulla poltrona vicino al caminetto e appoggia il viso sulla mano destra. Per lui non è un problema vedermi mentre mi cambio d’abito: fra noi c’è un’amicizia così forte che non potrebbe mai trasformarsi in un interesse romantico, neppure se fossimo ubriachi e mi offrissi a lui.
“Beh, pensa che io me lo trovo davanti ad ogni riunione dei Caposcuola.”
“Già, tu odi così tanto quelle riunioni, vero?”
“Cosa intendi dire?!”
“Che non tutti i Caposcuola sono disgustosi come Riddle. Non sei d’accordo anche tu?”
“Non so dove tu mi voglia portare con questo discorso, ma vedi di muoverti. È tardi!”
mi risponde, lanciandomi gli stivali.
Ma lo so io, caro, e credo proprio che lo saprai anche tu, prima o poi.

La prima ora di scuola è un invito alla disattenzione: Storia della Magia, tenuta dallo spumeggiante, frizzante, entusiasmante professor Cuthbert Ruf. Inutile sottolineare che, se non fosse per la mancanza di letti e cuscini, la sua classe sarebbe la succursale di un dormitorio. Durante queste ore io di solito mi dedico al ripasso di altre materie, oppure (molto più spesso) mi occupo degli miei affari, prendendo qualche scarso appunto nei rari momenti di attenzione.
Per la precisione, la missione odierna è cercare una soluzione al problema che mi perseguita da ormai sei anni: mia sorella Ida. O meglio, l’infatuazione quasi morbosa che ha per Tom Riddle. Non poteva scegliersi un altro?
“Dài, non farne sempre un dramma!”cerca di consolarmi Georgiana“Metà delle ragazzine di Hogwarts adora Riddle, o uno dei Principi.”
“Ecco, perfino uno dei Principi sarebbe andato meglio. Norwood e Lewis non mi ispirano il ribrezzo di Riddle.”
“Quando dici così, sembra che tu lo odi anche con troppa convinzione.”
“Intendi dire che in realtà ne sono attratta?”
“Perché no?”
interviene Micheal.
“Non è così, davvero. Se ne fossi attratta, le sue azioni non mi disgusterebbero così.”
Una volta l’avevo visto colpire con uno schiaffo uno studente del terzo anno di Tassorosso, soltanto perché era Mezzosangue e gli aveva rivolto la parola. La violenza che sprigionavano i suoi occhi, più che il gesto in sé, mi aveva fatto rabbrividire. Provo a spiegarlo a Georgiana, che mi sembra più convinta. Stiamo dando un po’ nell’occhio, forse. Infatti Ruf ci richiama all’ordine. Aspettiamo qualche minuto e poi ricominciamo a chiacchierare fra noi.
L’argomento stavolta è Jack Adams. Opinioni più o meno univoche su di lui, sintetizzate dalla frase di Peter:
“Adams non è un animale…è uno zoo!”

 


 

Si parte per Hogsmeade. Quindi, via all’acquisto di regali e pensieri. Il denaro che ho con me dovrebbe essere sufficiente per i pochi che ho intenzione di fare. Mi separo quasi subito da Sebastian, e mi perdo nella folla del paesino. Hogsmeade è l’unico posto abitato solo da maghi, e quindi non è raro vedere gente strana in giro, oppure incantesimi pronunciati in mezzo alla strada. Sarebbe impossibile nel mondo esterno.
Il freddo mi pizzica il naso, nonostante la sciarpa che ho indossato: sì, sono nata in Norvegia, ma lì il freddo è secco e basta un bel fuoco per riscaldarti, ed è molto più sopportabile di questo britannico freddo umido che entra nelle ossa.
Già, la Norvegia. Casa mia. Oslo, bellissima d’inverno: le sue case di legno, con i tetti a punta imbiancati dalla neve. Le vie larghe e luminose. I colori delicati della zona del porto. Il sole bianco che splende nel cielo.
Un sorriso mi si disegna sul volto, e così entro in un piccolo bar a prendere qualcosa di caldo. Ordino una tisana alla pesca, seduta da sola ad un tavolo accanto alla vetrata liberty che dà sulla strada. Quando arriva ciò che ho ordinato, c’è anche un vassoio di pasticcini e un bicchiere di liquore.
“Ci deve essere uno sbaglio…”dico al cameriere.
“Nessuno sbaglio. Le altre cose sono per quel ragazzo laggiù.”
No, non lo conosco. Non sembra della mia età, ma di qualche anno più grande. Chi diavolo è?
Oh no! Si avvicina. Perfetto, adoro queste situazioni. È la cosa più bella del mondo non sapere cosa sta per succedere, per qualcuno…ma non per me.
Si siede.
Sorride. Che faccia tosta.
“Ciao Julia. Ti ricordi di me?”
Una voce familiare, in effetti. Un nome si riaffaccia alla memoria, anche se non è legato al volto che ho di fronte, ma ad uno più giovane.
“Alex?”
Alexander Liedholm era uno studente del settimo anno quando io ero al terzo. Quindi credo che adesso abbia circa ventun’anni. L’unico motivo per cui credo si ricordi di me è che eravamo gli unici norvegesi che frequentavano Hogwarts: infatti, i maghi della nostra terra di solito preferiscono mandare i figli a Durmstrang. Mio padre scelse di mandare me e Ida qui ad Hogwarts perché si fidava di più del genere di insegnamento impartito; ripeteva spesso ridendo che non voleva avere streghe malvagie in famiglia, ma nel suo sguardo c’era anche serietà mentre pronunciava queste parole.
Alex era ad Hogwarts per lo stesso motivo, ma anche perché sua madre è inglese e ci teneva che il figlio frequentasse la sua stessa scuola.
“Come sei sorpresa! Non sono cambiato così tanto!”
“Non è vero, per me sei diversissimo. Cosa ci fai qui?”
“Mi riposo. Per le feste tornerò ad Oslo, dopo due anni che non le trascorro a casa.”
“Come mai?”
“Il mio lavoro al Ministero purtroppo mi ha tenuto lontano.”
“Anch’io tornerò a casa.”
Chiacchieriamo del più e del meno per circa venti minuti, finché non si accorge di dover andare.
“A presto, spero.”mi saluta, infilandosi il cappotto.
“Nelle vacanze, ad Oslo.”rispondo io. Poi se ne va; poco dopo mi accorgo che ha pagato il conto anche per me.

Sul treno che riporta gli studenti ad Hogwarts, Ida non fa che parlarmi di Tom Riddle.
“Tu sei così fortunata, avete un sacco di lezioni insieme…”
Certo, come no! Lei farebbe volentieri cambio con me, lo so bene. La guardo con compassione. Povera la mia Ida, persa in un amore impossibile.
“Piccolina, apri gli occhi.”le dico“Tom Riddle non sa neppure che esisti.”
“Oh, ma lo saprà. Lo saprà presto.”mi risponde lei, con un sorriso strano. Poi estrae dalla borsa un piccolo libricino con la copertina di cuoio, e lo apre, iniziando a scrivere e sorridendo sempre di più.













08/12/2007
commenti (2) • tag: ricordi, amori, malinconia, speranze, dubbi, lezioni, grifondoro, corvonero

La sua testa appoggiata al mio seno. Il suo respiro regolare come quello di un bimbo. I suoi capelli che profumano di arancia.
Le nostre gambe sono ancora intrecciate. I nostri corpi si abbracciano. Il nostro calore è rimasto fra le lenzuola, e ci scalda la pelle.
Non riesco a crederci.
Io. Peter. Io e Peter insieme. Io e Peter insieme ancora. Io e Peter abbiamo fatto l’amore. Un sorriso fiorisce sulle mie labbra nell’oscurità. Certo che la vita è strana. Giri immensi per tornare al punto di partenza.
Ieri (già, era ancora ieri) ero andata nella Torre di Divinazione, spinta da un istinto animalesco. Peter era lì. Il resto è stato come un sogno: gesti ed emozioni che mi sembravano troppo vividi. Troppo intensi per essere veri.
Peter era più sorpreso di me quando l’avevo attirato su di me, stesa sul divano. Per un momento si era ritratto ed io mi ero sentita morire, ma lui mi aveva presa per mano e mi aveva portato nella sua stanza. Abbiamo attraversato la Sala Comune di Grifondoro persi nel nostro mondo, e quando avevamo raggiunto la sua camera, lui aveva incantato la serratura. Ed eravamo rimasti soli.
Ed era stato tutto: stupore, paura, piacere,  sorpresa, insicurezza, passione, desiderio. Amore, forse.
Mi sciolgo dalle sue braccia, e inizio a rivestirmi. La biancheria, le calze, i jeans, la maglia. Mi guardo allo specchio. Sono un po’ spettinata.
“Sei bellissima.”mi dice lui, assonnato.
“Devo andare.”
“Lo so.”
Gli sorrido e poi lo saluto con un ultimo bacio.

 
Fra una settimana si va ad Hogsmeade e ho già raggranellato una buona somma. Questo mi rende molto soddisfatta, anche se la mia vita ora è piuttosto frenetica. Gli impegni scolastici piovono addosso a decine; le ripetizioni mi occupano il poco tempo libero disponibile. Non vedo l’ora che tutto questo finisca e lasci spazio alle vacanze di Natale.
Sto aiutando uno studente del terzo anno di Tassorosso, Abel Wyler, con Astronomia quando Jillian mi informa che c’è della posta per me. Mi porge una pergamena arrotolata, chiusa con un sigillo di ceralacca verde. Lo stemma della mia famiglia: una libellula.
“Sono appena andata a ritirare le mie lettere, e visto che c’era anche questo…te l’ho portato. Spero di non aver fatto male.”
“Hai fatto benissimo, Jill, grazie mille. Mi hai risparmiato una trasferta in Guferia.”
Il Tassorosso se la sta cavando abbastanza bene, così lo lascio ai calcoli sull’orbita di Venere e apro la missiva. È una lettera di mio padre, per mia grande sorpresa. Julian Salinger scrive a sua figlia che spera stia bene, e che l’aspetta a casa per Natale. Caspita. Credo che sia la terza lettera che mi manda dall’inizio della scuola: uno dei suoi record di presenza.
La mia mente corre a casa mia. Brighton. Mia zia Diane. Mio padre. I miei nonni. Ma soprattutto la festa di Capodanno. Il galà che la mia famiglia tiene tutti gli anni. Vestiti, risate, cibo squisito, champagne a fiumi. Tremo al solo pensiero, ma non posso sottrarmi. È una tradizione. Butto giù una laconica risposta a mio padre, e mi riprometto di spedirla al più presto, visto che con le feste che si avvicinano trovare un gufo libero diventa sempre più difficile. Patty, la mia gatta, viene a farci visita zampettando sul tavolo. Le lego la mia risposta al collo, e la mando in camera.
Il giovane Wyler inizia a sbadigliare: è al limite, credo proprio che non ce la faccia più.
“Dài, Abel, vai pure. Sei a pezzi. Ci vediamo dopodomani.”
In effetti, anche io sono stanca. Mi stiracchio e chiudo gli occhi per un istante.
“Audrey.”dice la voce di Georgiana Harrington.
“Dimmi.”
Si siede vicino a me.
“Senti, qualche giorno fa ti ho sentita rientrare piuttosto tardi. Sai che non è permesso restare in giro per i corridoi oltre una certa ora.”
“Certo, lo so. È stata una causa di forza maggiore.”
”Guarda, io non